Waziristan

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Inviato da amalia 02/05/2009 @ 10:10

Tags : waziristan, pakistan, asia, esteri

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Waziristan

Mappa del Waziristan

Il Waziristan (Urdu: وزیرستان) è una regione montagnosa del nord-ovest del Pakistan, che copre una superficie di 11.585 km² (4.473 m²) tra il fiume Tochi al nord e il fiume Gomal al sud, formando parte delle Aree tribali amministrate direttamente dal governo federale del Pakistan.

Ad Ovest la Linea Durand segna il labile confine con l'Afganistan. A nord si trova l'Agenzia di Kurram, ad est la Provincia della Frontiera Nord-occidentale e a sud-ovest si trova la Provincia del Belucistan .

Il Waziristan è diviso in 2 parti Nord Waziristan e Sud Waziristan, con una popolazione stimata (nel 1998) rispettivamente di 361.246 e 429.841 abitanti. Le due parti hanno caratteristiche abbastanza distinte, sebbene entrambe le tribù siano sottogruppi dei Waziri e parlino una comune lingua waziri.

La regione era un territorio tribale indipendente fin dal 1893, estranea sia all'egemonia britannica sull'India (Raj) sia all'Afganistan. Le incursioni tribali all'interno del territorio britannico erano un problema costante per gli Inglesi, così da richiedere diverse spedizioni punitive tra 1860 e il 1945. La regione divenne parte del Pakistan nel 1947.

Socialmente e religiosamente il Waziristan è un'area estremamente conservatrice. Ogni famiglia deve essere guidata da una figura maschile e le donne sono attentamente controllate. I Waziri hanno una reputazione formidabile come guerrieri e sono conosciuti per le loro frequenti faide. Le tribù sono divise in sotto-tribù governate da anziani capi villaggi che si incontrano in una jirga tribale. La coesione tribale è assai forte grazie ai cosiddetti Atti di Responsabilità Collettiva nelle Regole dei Crimini di Frontiera. Tradizionalmente, i capi religiosi locali waziri ospitano fuggitivi provenienti dall'Afganistan, fra cui di recente i talebani afgani e gli stranieri di Al Qaida, per cui il governo pakistano e le forze U.S.A. vi cercano i fuggitivi.

Geograficamente, il nord è abitato dalle tribù Darwesh Khel o Wazir, il cui nome deriva da questa regione, che vivono in villaggi di montagna fortificati (Razmak, Datta Khel, Spin Wam, Dosali, Shawa), ed i Dawar, anche conosciuti come Daurr o Daur, che coltivano le vallate sottostanti (Miranshah, Mrali, Edak, Hurmaz, Hassu Khel, Haider Khel).

Il sud è abitato in maggioranza dalle tribù Mehsod, che vivono in tende nei villaggi e pascolano le loro caratteristiche pecore, dai musi bianchi e neri. L'agenzia per il Sud Waziristan ha sede nel distretto di Wana. Il Sud Waziristan, che comprende 6.500 kilometri quadrati, è il più vasto distretto delle Aree tribali del Pakistan. Non è sotto la diretta amministrazione del governo pakistano, ma indirettamente governata da un agente politico, qualche volta uno straniero, qualche volta un waziri; un sistema che fu ereditato dall'impero britannico (Raj).

Per la parte superiore



Invasione statunitense dell'Afghanistan

US 10th Mountain Division soldiers in Afghanistan.jpg

L'Invasione statunitense dell'Afghanistan è iniziata nell'ottobre 2001, in risposta agli attentati dell'11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Segna inoltre l'inizio della guerra al terrorismo, il cui obiettivo è quello di catturare il leader di al-Qāʿida, Osama Bin Laden. L'Alleanza del Nord, formata dai gruppi afghani ostili ai Talebani, ha fornito la maggior parte delle forze di terra, mentre gli USA e la NATO hanno fornito, nella fase iniziale, supporto tattico, aereo e logistico. Nella seconda fase, dopo la riconquista di Kabul, le truppe occidentali hanno aumentato la loro presenza anche a livello territoriale. Negli Stati Uniti la guerra è conosciuta anche col nome militare di Operazione Enduring Freedom.

Scopo ufficiale dell'invasione è di distruggere al-Qāʿida, negando la possibilità di circolare liberamente all'interno dell'Afghanistan attraverso il rovesciamento del regime talebano.

A partire dal maggio 1996, Osama bin Laden e altri membri di al-Qāʿida si sono stabiliti in Afghanistan e hanno stretto un'alleanza con il regime talebano del paese, all'interno del quale sono stati creati diversi campi di addestramento terroristici. In seguito agli attentati alle ambasciate statunitensi in Africa del 1998, gli USA lanciarono da alcuni sottomarini un attacco missilistico diretto a questi campi di addestramento. Gli effetti di tale rappresaglia furono limitati.

Nel 1999 e nel 2000 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò due risoluzioni che stabilivano sanzioni economiche e di armamenti all'Afghanistan per incoraggiare i Talebani a chiudere i campi di addestramento e a consegnare bin Laden alle autorità internazionali per rispondere degli attentati del 1998.

Successivamente agli attentati dell'11 settembre 2001, gli inquirenti trovarono presto prove dell'implicazione di Mister bin Laden, che in un primo periodo negò ogni coinvolgimento nel caso. Tuttavia nel 2004, poco prima delle elezioni presidenziali, bin Laden dichiarò in un messaggio video che al-Qāʿida fu direttamente coinvolta negli attacchi. Il 21 maggio 2006 venne trovato un messaggio audio pubblicato in un sito internet (che il governo statunitense giudica spesso usato da al-Qāʿida), in cui bin Laden ammetteva di aver personalmente addestrato i 19 terroristi dell'11 settembre.

I Talebani non risposero direttamente a Bush, ritenendo che iniziare un dialogo con un leader politico non musulmano sarebbe stato un insulto per l'Islam. Dunque, per mediazione della loro ambasciata in Pakistan, dichiararono di rifiutare l'ultimatum in quanto non vi era alcuna prova che legasse bin Laden agli attentati dell'11 settembre.

Il 22 settembre gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita decisero di non riconoscere il governo Talebano in Afghanistan. Solo il Pakistan continuava a mantenere contatti diplomatici col paese.

Sembra che il 4 ottobre i Talebani proposero in segreto al Pakistan la consegna di bin Laden, e ne chiesero il processo in un tribunale internazionale sottoposto alle leggi della Sharia. Si suppone che il Pakistan rifiutò l'offerta. Verso metà ottobre, alcuni membri moderati del regime talebano incontrarono gli ambasciatori statunitensi in Pakistan per trovare un modo di convincere il Mullah Omar a consegnare bin Laden agli Stati Uniti. Bush bollò le offerte dei Talebani come "false" e le rifiutò. Il 7 ottobre, poco prima dell'inizio dell'invasione, i Talebani si dichiararono pubblicamente disposti a processare bin Laden in Afghanistan attraverso un tribunale islamico. Gli USA rifiutarono anche questa offerta giudicandola insufficiente.

Solo il 14 ottobre, una settimana dopo lo scoppio della guerra, i Talebani acconsentirono a consegnare bin Laden a un paese terzo per un processo, ma solo se fossero state fornite prove del coinvolgimento di bin Laden nell'11 settembre.

Pare che gli Stati Uniti avessero pianificato l'invasione dell'Afghanistan ben prima dell'11 settembre. Il 18 settembre 2001 Niaz Naik ex-Ministro degli Esteri pakistano dichiarò che a metà luglio dello stesso anno venne informato da alcuni ufficiali superiori statunitensi che un'azione militare contro l'Afghanistan sarebbe iniziata nell'ottobre seguente. Naik dichiarò anche che, sulla base di quanto detto dagli ufficiali, gli Stati Uniti non avrebbero rinunciato al loro piano persino nell'eventualità di una resa di bin Laden da parte dei Talebani. Naik affermò anche che sia l'Uzbekistan sia la Russia avrebbero partecipato all'attacco, anche se in seguito ciò non si è verificato.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite non autorizzò l'uso della forza contro l'Afghanistan in nessuna risoluzione successiva all'11 settembre.

Fallite le trattative tra governo statunitense e talebani, domenica 7 ottobre 2001 alle ore 20.45 circa dell'Afghanistan (le ore 16.15 circa italiane), le forze armate statunitensi e britanniche iniziarono un bombardamento aereo sull'Afghanistan, con l'obbiettivo di colpire le forze talebane e di al-Qāʿida. Attacchi vennero registrati nella capitale, Kabul, dove i rifornimenti di elettricità furono interrotti, a Qandahar, dove risiedeva il leader talebano, il Mullah Omar, e nei campi d'addestramento della città di Jalalabad.

A 45 minuti circa dall'inizio dei bombardamenti, George W. Bush e Tony Blair confermarono ai loro rispettivi paesi che era in corso un attacco aereo contro l'Afghanistan, ma che i bersagli delle bombe erano esclusivamente militari, e che nel frattempo venivano lanciati anche cibo, medicine e rifornimenti alla popolazione afghana.

All'incirca nello stesso momento, la CNN trasmise in esclusiva le immagini dei bombardamenti di Kabul in tutto il mondo. Non si conosce ancora quale fu l'esercito che attaccò l'aeroporto cittadino, anche se all'epoca si parlò di elicotteri dell'Alleanza del nord.

Molte diverse tecnologie furono utilizzate nell'attacco. Il generale dell'aviazione statunitense Richard Myers, capo del Joint Chiefs of Staff, dichiarò che nella prima ondata di bombardamenti furono lanciati circa 50 missili cruise di tipo Tomahawk da parte di sottomarini e bombardieri, tra cui alcuni B-1 Lancer, B-2 Spirit, B-52 Stratofortress e F-16 Fighting Falcon. Due trasporti aerei C-17 Globemaster lanciarono 37.500 razioni giornaliere alla popolazione afghana il primo giorno di guerra. I velivoli operavano ad altitudini elevate, al di fuori della portata di tiro della contraerea talebana.

Poco prima dell'attacco il canale satellitare d'informazione in lingua araba Al Jazeera ricevette un messaggio video pre-registrato di Osama bin Laden. In questo, il leader di al-Qāʿida condannava qualsiasi attacco contro l'Afghanistan, affermando che gli Stati Uniti avrebbero fallito in Afghanistan e poi sarebbero crollati, proprio come l'Unione Sovietica. bin Laden lanciò dunque un jihad contro gli Stati Uniti.

Prima dell'inizio degli attacchi aerei, i media ipotizzarono che i Talebani avrebbero potuto usare dei missili antiaerei Stinger di fabbricazione statunitense, residuato bellico dell'invasione sovietica degli anni '80. Non esistono informazioni dell'esistenza di tali missili, che in ogni caso non sono mai stati utilizzati. I Talebani erano sguarniti dal punto di vista della contraerea, essendo solo in possesso di alcuni materiali della precedente guerra abbandonati dalle truppe sovietiche. Pertanto gli elicotteri Apache e diversi altri velivoli poterono operare senza grandi pericoli.

Nel corso dei bombardamenti, nessun aereo statunitense è stato abbattuto dal fuoco nemico. In pochi giorni gran parte dei campi d'addestramento erano stati danneggiati gravemente e l'antiaerea talebana era stata distrutta. Anche la popolazione civile venne gravemente colpita con l'incedere del conflitto.

Successivamente, gli attacchi furono concentrati su obbiettivi di comando, controllo e comunicazione per indebolire le possibilità di comunicazione dei Talebani. Nonostante ciò, a due settimane dall'inizio della guerra i Talebani resistevano ancora sul fronte in cui combatteva l'Alleanza del nord. L'Alleanza dunque chiese rinforzi aerei sul loro fronte. Nel frattempo migliaia di miliziani Pashtun arrivarono dal Pakistan come rinforzo ai Talebani.

La terza fase dei bombardamenti venne condotta con degli F/A-18 Hornet ed ebbe come obbiettivo i trasporti talebani in attacchi specifici mentre altri aerei statunitensi lanciarono bombe cluster sulla difesa talebana. I talebani rimasero duramente colpiti dai continui attacchi statunitensi, mentre l'Alleanza del nord iniziò ad ottenere importanti risultati dopo anni di conflitto. Aerei statunitensi arrivarono persino a bombardare una zona nel cuore di Qandahar controllata dal Mullah Omar. Ma, nonostante tutto, fino agli inizi di novembre la guerra proseguiva a rilento.

Iniziò dunque la quarta fase d'attacco e sul fronte talebano vennero lanciate quasi 7000 tonnellate di bombe BLU-82 da delle cannoniere AC-130. Gli attacchi furono di notevole successo. Le scarse tattiche talebane aumentarono gli effetti degli attacchi. I combattenti non avevano precedenti esperienze con la potenza di fuoco americana, e spesso stavano addirittura in cima a nude catene montuose dove le Forze Speciali potevano facilmente individuarli e chiamare supporto aereo.

Le milizie talebane vennero decimate, e combattenti stranieri presero il controllo della sicurezza delle città afghane. Intanto, l'Alleanza del Nord, con la collaborazione di membri paramilitari della C.I.A. e delle Forze Speciali, iniziò la sua parte dell'offensiva: conquistare Mazar-i Sharif, e da quella posizione tagliare le linee di rifornimento talebane provenienti dal nord, e infine avanzare verso Kabul.

Il 9 novembre iniziò la battaglia di Mazar-i-Sharif. Gli USA bombardarono a tappeto la difesa talebana, concentrata nella gorgia di Chesmay-e-Safa, attraverso la quale si entra nella città. Alle ore 14, l'Alleanza del nord avanzò da sud e da ovest, occupando la base militare principale della città e l'aeroporto, costringendo dunque i talebani alla ritirata verso la città. Nel giro di quattro ore la battaglia era conclusa. I talebani si ritirarono verso sud ed est e Mazar-i Sharif venne presa.

Il giorno dopo la città venne data al saccheggio. Miliziani dell'Alleanza del nord che perlustravano la città in cerca di bottino, fucilarono seduta stante numerose persone sospettate di avere simpatie talebane. Venne inoltre scoperto, all'interno di una scuola, un rifugio di circa 520 talebani provati dai combattimenti, per lo più provenienti dal Pakistan. Anch'essi vennero giustiziati.

Sempre lo stesso giorno, l'Alleanza avanzò rapidamente verso nord. La caduta di Mazar-i Sharif aveva portato alla resa di diverse posizioni talebane. Molti comandanti decisero di cambiare fazione piuttosto che combattere. Molte delle loro truppe di prima linea erano state aggirate e circondate nella città settentrionale di Kunduz dato che l'Alleanza del nord li aveva superati andando a sud. Anche nel sud la loro stretta del potere sembrava quanto meno fragile. La polizia religiosa interruppe i propri regolari pattugliamenti. Sembrava che il regime sarebbe collassato nel giro di poco tempo.

Nella notte del 12 novembre le forze talebane, col favore dell'oscurità, abbandonarono Kabul. L'esercito dell'Alleanza giunse presso la città nel pomeriggio successivo, trovando una resistenza di circa una ventina di soldati nascosti nel parco cittadino. Ora anche Kabul era in mano alleata.

Nel giro di 24 ore dalla caduta di Kabul, vennero prese anche tutte le province lungo il confine iraniano, tra cui anche la città di Herat. I comandanti pashtun locali e i signori della guerra controllavano ormai il nord-ovest del paese, inclusa Jalalabad. Quel che restava dell'esercito talebano e dei volontari pakistani si ritirò a nord, verso Konduz, e a sud-est, verso Qandahar, per preparare la difesa.

Circa 2000 membri di al-Qāʿida e dei talebani, tra cui forse anche lo stesso bin Laden, si raggrupparono nelle caverne delle montagne di Tora Bora, 50 chilometri a sud-ovest di Jalalabad. Il 16 novembre l'aviazione statunitense iniziò a bombardare la zona, mentre la C.I.A. e le forze speciali reclutarono alcuni signori della guerra locali che avrebbero partecipato a un imminente attacco alle caverne.

Sempre il 16 novembre iniziò l'assedio di Konduz, che proseguì con nove giorni di combattimenti terrestri e aerei. I talebani all'interno della città si arresero tra il 25 e il 26 novembre. Poco prima della resa, degli aerei pakistani evacuarono un centinaio di soldati e membri dell'intelligence che erano accorsi in aiuto del regime talebano contro l'Alleanza del nord prima dell'invasione statunitense.

Si crede che almeno 5.000 persone in totale siano state fatte evacuare dalla regione, tra cui anche truppe di al-Qāʿida e dei talebani alleate ai pakistani in Afghanistan .

Il 25 novembre, mentre alcuni prigionieri della battaglia di Konduz venivano condotti alla fortezza medievale di Qala-i-Jangi, nei pressi di Mazari Sharif, i talebani attaccarono le guardie dell'Alleanza del nord. Questo incidente portò a una rivolta di 600 prigionieri, i quali occuparono l'ala sud dell'edificio, in cui era presente un deposito pieno di armi, piccole e da esercito. Un agente della C.I.A., Johnny Micheal Spann, venne ucciso mentre stava interrogando dei prigionieri, diventando la prima vittima americana della guerra.

La rivolta venne sedata dopo sette giorni di combattimenti attraverso gli sforzi di un'unità dell'SBS, alcuni Berretti verdi e miliziani dell'Alleanza del nord. Delle cannoniere AC-130 presero parte all'azione fornendo bombardamenti in diverse occasioni, come anche un raid aereo. I sopravvissuti talebani furono meno di 100, mentre 50 soldati dell'Alleanza del nord vennero uccisi. La rivolta segnò la fine dei combattimenti nell'Afghanistan settentrionale, zona ormai sotto il controllo dei signori della guerra dell'Alleanza.

Verso la fine di novembre Qandahar, luogo di origine dei talebani e ultimo avamposto rimasto al movimento, si trovava sotto crescente pressione. Circa 3.000 soldati guidati da Hamid Karzai, uomo di simpatie filo occidentali e leale nei confronti del precedente governo dell'Afghanistan, avanzò verso la città da est, tagliandone i rifornimenti. Nel frattempo, l'Alleanza del nord proseguiva il suo cammino da nord-nordest e circa 1.000 marines statunitensi, giunti attraverso elicotteri CH-53E Super Stallion, stabilirono un campo base a sud di Qandahar.

Il 26 novembre si verificò il primo importante scontro a fuoco nella zona, quando 15 veicoli armati si avvicinarono alla base statunitense, ma vennero distrutti da degli elicotteri. Intanto, gli attacchi aerei continuavano a indebolire i talebani all'interno di Qandahar dove il Mullah Omar era nascosto. Omar, il leader talebano, rimase spavaldo nonostante il suo movimento, verso la fine di novembre, controllasse solo 4 delle 30 province afghane, e spronò le proprie forze a combattere fino alla morte.

Poiché i Talebani erano sul punto di perdere la loro roccaforte, l'attenzione statunitense si concentrò su Tora Bora. Milizie tribali del posto, che contavano oltre 2.000 paramilitari sostenuti, pagati e organizzati dalle Forze Speciali e dalla CIA, continuavano ad affluire per un attacco mentre continuavano pesanti bombardamenti di sospette posizioni di al-Qāʿida. Si riferì di 100-200 civili morti quando 25 bombe squarciarono un villaggio ai piedi della regione di Tora Bora e delle Montagne Bianche. Il 2 dicembre, un gruppo di 20 commando statunitensi fu portato in elicottero per supportare l'operazione. Il 5 dicembre la milizia afghana prese il controllo del bassopiano sotto la grotte di montagna dai combattenti di al-Qāʿida e allestì le posizioni dei carri per attaccare le forze nemiche. I combattenti di al-Qāʿida si ritirarono con mortai, lanciamissili e fucili da assalto per innalzare posizioni fortificate e prepararsi per la battaglia.

Verso il 6 dicembre, Omar iniziò finalmente a dare segno di essere pronto a lasciare Qandahar alle fazioni tribali. Con le sue truppe distrutte dai pesanti bombardamenti statunitensi e rimanendo sempre sul chi vive dentro Qandahar per evitare di diventare un bersaglio, anche il morale del Mullah Omar crollò. Capendo che non avrebbe potuto tenere Qandahar molto a lungo, iniziò a dar segno di voler negoziare per passare la città ai capi tribali, purché lui e i suoi uomini più importanti ricevessero una qualche protezione. Il governo statunitense rifiutò ogni amnistia per Omar o qualunque leader talebano. Il 7 dicembre, il Mullah Mohammad Omar sgattaiolò fuori dalla città di Qandahar con un gruppo di fedelissimi e si spostò a nord ovest nelle montagne dell'Oruzgan, rinnegando la promessa dei Talebani di consegnare i loro combattenti e le armi. Fu visto per l'ultima volta mentre guidava con un gruppo di combattenti su un convoglio di moto. Altri membri della leadership talebana fuggirono in Pakistan attraverso i remoti passaggi di Paktia e della Paktika. In ogni caso, Qandahar, l'ultima città controllata dai Talebani, era caduta, e la maggior parte dei combattenti talebani era sbandata. La città di confine di Spin Boldak si era arresa lo stesso giorno, segnando la fine del controllo talebano in Afghanistan. Le forze tribali afghane guidate da Gul Agha presero la città di Qandahar, mentre i marines presero il controllo dell'aeroporto fuori città e impiantarono una base statunitense.

Combattenti di al-Qāʿida resistevano ancora nelle montagne di Tora Bora. La milizia tribale anti-talebana continuava comunque una tenace avanzata attraverso un difficile terreno, accompagnato dai pesanti attacchi aerei portati avanti dalle Forze Speciali statunitensi. Prevedendo la sconfitta e riluttanti a combattere i compagni Musulmani, le forze di al-Qāʿida concordarono una tregua per dar loro tempo di consegnare le armi. Col senno di poi, però, molto ritengono che la tregua fosse solo un trucco per permettere a importanti membri di al-Qāʿida, incluso Osama bin Laden, di fuggire. Il 12 dicembre, i combattimenti ricominciarono, probabilmente fatti scoppiare da una retroguardia che guadagnava tempo per la fuga del grosso delle forze attraverso le Montagne Bianche verso le aree tribali del Pakistan. Ancora una volta, le forze tribali aiutate dalle truppe per le operazioni speciali statunitensi e da supporto aereo pressarono le posizioni fortificate di al-Qāʿida in grotte e bunker sparsi su tutta la regione montuosa. Il 17 dicembre, l'ultimo complesso di grotte era stato preso e i suoi difensori fuggiti. Una perquisizione della zona da parte di truppe statunitensi continuò in gennaio, ma non emerse alcun segno di bin Laden o della direzione di al-Qāʿida. È pressoché unanime l'opinione che fossero già fuggiti nelle regioni tribali del Pakistan a sud ed est. Si ritiene che circa 200 combattenti di al-Qāʿida siano stati uccisi durante la battaglia, insieme a un imprecisato numero di combattenti tribali anti-Talebani. Non fu riportata la morte di alcun statunitense.

Dopo Tora Bora, le forze statunitensi e i loro alleati afghani consolidarono la loro posizione nel paese. A seguito di una Loya jirga o grande concilio di maggiori fazioni afghane, capi tribali, ed ex-esiliati, fu formato a Kabul un governo afghano ad interim sotto la guida di Hamid Karzai. Le forze statunitensi stabilirono la loro base principale nella base aerea di Bagram, poco a nord di Kabul. Anche l'aeroporto di Kabul divenne un'importante area per basi statunitensi. Furono stabiliti molti avamposti nelle province orientali per catturare Talebani e fuggitivi di al-Qāʿida. Il numero di truppe della coalizione a guida statunitense operanti nel paese crebbe fino a più di 10.000. Nel frattempo, i Talebani e al-Qāʿida non si erano arresi. Le forze di al-Qāʿida iniziarono a riorganizzarsi nelle montagne di Shahi-Kot nella provincia di Paktia nel gennaio e febbraio del 2002. Anche un fuggitivo talebano nella provincia di Paktia, il Mullah Saifur Rehman, iniziò a ricostituire alcune delle truppe della sua milizia in supporto ai combattenti anti-statunitensi. Radunarono più di 1.000 uomini per l'inizio del marzo 2002. L'intenzione dei ribelli era di usare la regione come base per lanciare attacchi di guerriglia e possibilmente una più grande offensiva simile a quella dei mujahidin che combatterono le truppe sovietiche negli anni '80.

Le fonti di intelligence degli Stati Uniti e della milizia alleata afghana notarono presto questa disposizione nella provincia di Paktia e prepararono una massiccia forza per contrastarla. Il 2 marzo del 2002 le forze afghane e statunitensi lanciarono un'offensiva contro le forze di al-Qāʿida e dei Talebani radicate nelle montagne di Shahi-Kot a sudest di Gardez. Le forze ribelli, che usavano armi piccole, RPG e mortai, erano trincerate in grotte e bunker in pendii a un'altitudine di più o meno 3.000 m. Usavano la tattica "toccata e fuga", aprendo il fuoco sulle forze statunitensi e afghane e poi ritirandosi nelle grotte e nei bunker per evitare il fuoco di ritorno e gli incessanti bombardamenti aerei. Per peggiorare ancora la situazione per le truppe della coalizione, i comandanti statunitensi inizialmente sottostimarono le forze di al-Qāʿida e dei Talebani ritenendole un piccolo gruppo isolato di meno di 200 unità. Risultò che i guerriglieri erano fra i 1.000 e i 5.000, stando ad alcune stime, e che stavano ricevendo rinforzi.

Per il 6 marzo, 8 statunitensi e 7 soldati afghani erano stati uccisi e circa 400 delle forze nemiche erano morti nei combattimenti. Le perdite della coalizione derivavano da un incidente di fuoco amico che uccise un soldato, dalla caduta di due elicotteri a causa di RPG e piccole armi che aveva ucciso 7 soldati, e dall'inchiodamento delle forze statunitensi inserite in quello che era stato chiamato "Obiettivo Ginger" che causò dozzine di feriti.. Comunque, diverse centinaia di guerriglieri evitarono la trappola fuggendo verso le aree tribali del Waziristan attraverso il confine in Pakistan.

Dopo la battaglia a Shahi-Kot, si ritiene che i combattenti di al-Qāʿida stabilirono rifugi presso protettori tribali in Pakistan, da dove ripresero le forze e dopo iniziarono a lanciare incursioni oltre confine contro le forze statunitensi nei mesi estivi del 2002. Unità di guerriglia, in numero compreso fra i 5 e i 25 uomini, attraversano ancora regolarmente il confine dai loro rifugi in Pakistan per lanciare razzi alle basi statunitensi e per tendere imboscate a convogli e pattuglie americani, come a truppe dell'Esercito Nazionale Afghano, a forze miliziane afghane che lavorano con la coalizione a guida statunitense, e a organizzazioni non governative. L'area introno alla base statunitense a Shkin nella provincia di Paktika ha visto alcune delle attività più dure.

Nel frattempo, forze talebane continuarono a rimanere nascoste nelle regioni rurali delle quattro province meridionali che formavano il loro cuore, Qandahar, Zabol, Helmand e Uruzugan. Sulla scia dell'Operazione Anaconda il Pentagono richiese che i Royal Marines britannici, che sono ben addestrati nella guerra di montagna, fossero schierati. Condussero numerose missioni in diverse settimane con risultati piuttosto limitati. i Talebani, che durante l'estate del 2002 erano nell'ordine delle centinaia, evitavano la battaglia con le forze statunitensi e i loro alleati afghani il più possibile e durante le operazioni si rintanavano nelle grotte e nei tunnel delle vaste catene montuose afghane o oltre il confine col Pakistan.

Dopo aver provato a evitare le forze statunitensi durante l'estate del 2002, i rimanenti Talebani iniziarono gradualmente a riconquistare la loro sicurezza e iniziarono i preparativi per lanciare l'insurrezione che il Mullah Muhammad Omar aveva promesso durante gli ultimi giorni di potere dei Talebani. In settembre, le forze talebane iniziarono il reclutamento nelle aree Pashtun sia in Afghanistan che in Pakistan per lanciare un nuovo "jihad", o guerra santa, contro il governo afghano e la coalizione a guida statunitense. In molti villaggi dell'ex-cuore talebano nel sudest dell'Afghanistan cominciarono anche ad apparire pamphlet distribuiti in segreto durante la notte che esortavano al jihad. Piccoli campi mobili di addestramento furono creati lungo il confine con il Pakistan da fuggitivi di al-Qāʿida e talebani per addestrare nuove reclute nella guerriglia e nelle tattiche terroristiche, stando a fonti afghane e a un comunicato delle Nazioni Unite. La maggior parte delle nuove reclute era presa dalle madrasa o da scuole religiose delle aree tribali del Pakistan, dove i Talebani erano inizialmente sorti. Le basi maggiori, alcune con almeno 200 uomini, furono create nelle montuose aree tribali del Pakistan nell'estate del 2003. La volontà dei paramilitari pakistani posti ai valichi di confine di evitare infiltrazioni del genere fu messa in discussione, e le operazioni miolitari pakistane si rivelarono di scarso effetto.

I Talebani gradualmente riorganizzarono e ricostituirono le proprie forze durante l'inverno, preparandosi per un'offensiva estiva. Stabilirono un nuovo tipo di operazione: radunarsi in gruppi di circa 50 persone per lanciare attacchi ad avamposti isolati e a convogli di soldati afghani, polizia o milizia e poi dividersi in gruppi di 5-10 uomini per evitare la successiva reazione. Le forze statunitensi in questa strategia venivano attaccate indirettamente attraverso attacchi missilistici alle basi e ordigni esplosivi improvvisati. Per cordinare la strategia il Mullah Omar nominò un consiglio di 10 uomini per la Resistenza, con sé stesso a capo. Furono decise 5 zone operative, assegnate a vari comandanti talebani come il leader chiave talebano Mullah Dadullah, incaricato delle operazioni nella provincia di Zabul. Le forze di al-Qāʿida nell'est avevano la più audace strategia di concentrarsi sugli americani e catturarli quando potevano con elaborate imboscate.

Il primo segno che le forze talebane si stavano riorganizzando venne fuori il 27 gennaio 2003 durante l'Operazione Mongoose, quando un gruppo di combattenti alleati coi Talebani e con l'Hezbi Islami furono scoperti e attaccati dalle forze statunitensi al complesso di grotte di Adi Ghar, 24 km a nord di Spin Boldak. Fu registrata la morte di 18 ribelli e nessun statunitense. Si sospettò che la zona fosse una base per portare rifornimenti e combattenti dal Pakistan. I primi attacchi isolati da gruppi talebani relativamente grandi a obiettivi afghani avvennero più o meno in quello stesso periodo.

Mentre l'estate continuava, gli attacchi crescevano gradualmente di frequenza nel cuore del "territorio talebano". Dozzine di soldati governativi afghani, organizzazioni non governative e lavoratori umanitari, e diversi soldati statunitensi morirono in raid, imboscate e attacchi missilistici. In aggiunta agli attacchi delle guerriglia, i combattenti talebani iniziarono a radunare le loro forze nel distretto di Dai Chopan, un distretto nello Zabol che attraversa anche la provincia di Qandahar e l'Uruzgan ed è proprio al centro del territorio talebano. Il distretto di Dai Chopan è un angolo remoto e scarsamente popolato dell'Afghanistan del sudest composto di alture, montagne rocciose intervallate da stretti anfratti. I combattenti talebani decisero che quella era l'area perfetta per fare una roccaforte contro il governo afghano e le forze della coalizione. Durante il corso dell'estate si radunò nell'area quella che era forse la più grande concentrazione di militanti talebani dalla caduta del regime, con più di 1.000 guerriglieri. Più di 200 persone, incluse molte dozzine di poliziotti afghani, furono uccise nell'agosto del 2003 mentre i combattenti talebani prendevano forza.

Dal gennaio 2006, una forza internazionale di assistenza per la sicurezze (ISAF) della NATO iniziò a rimpiazzare truppe statunitensi nell'Afghanistan meridionale come parte dell'Operazione Enduring Freedom. La 16ª Brigata aerea britannica di assalto (in seguito rinforzata da Royal Marines) formava il cuore della forza nell'Afghanistan meridionale, insieme a truppe ed elicottei da Australia, Canada e Olanda. La forza iniziale era composta da circa 3.300 Britannici, 2.300 Canadesi, 1.400 Olandesi, 280 Danesi, 300 Australiani e 150 Estoni. Il supporto aereo era fornito da aerei ed elicotteri da combattimento statunitensi, britannici, olandesi, norvegesi e francesi.

Nel gennaio 2006, l'obiettivo della NATO nell'Afghanistan meridionale era di formare squadre di ricostruzione provinciale guidate dai Britannici nell'Helmand e l'Olanda e il Canada avrebbero dovuto guidare simili progetti rispettivamente nell'Oruzgan e nella provincia di Qandahar. Figure talebane locali si opposero alla forza in arrivo e promisero di resistere.

L'Afghanistan meridionale ha affrontato nel 2006 la più grande ondata di violenza nel paese dalla caduta del regime talebano causata dalle forze a guida statunitense nel 2001, in quanto le truppe NATO appena dispiegate hanno affrontato militanti ribelli. Le operazioni NATO sono state guidate da comandanti britannici, canadesi e olandesi. L'Operazione Avanzata Montana venne lanciata il 17 maggio 2006 con l'intento di sradicare le forze talebane. In luglio forze canadesi lanciarono l'Operazione Medusa in un tentativo di liberare le aree dai Talebani una volta per tutte, sostenuti dalle forze statunitensi, britannici, olandesi e danesi. In seguito le operazioni NATO hanno incluso l'Operazione Furia Montana e l'Operazione Falcon Summit. La lotta per le forze NATO era intensa nella seconda metà del 2006. La Nato ha avuto successo nel conseguire vittorie tattiche sui Talebani e negò loro aree, ma i Talebani non erano ancora completamente sconfitti e la Nato ha dovuto continuare le operazioni nel 2007.

Il 13 gennaio 2007 una forza britannica, guidata dai Royal Marines, lanciò un'operazione per attaccare un importante rocca talebana nella provincia meridionale dell'Helmand. Dopo diverse ore di intensi combattimenti i Marines si raggrupparono e si scoprì che il caporale Matthew Fors del 45° Commando dei Royal Marines era scomparso. Fu lanciata una missione di recupero per ritrovare il caporale Ford usando quattro marines volontari legati alle ali di due elicotteri Apache. Gli elicotteri non potevano volare a più di 80 km/h per assicurare la salvezza dei passeggeri extra dall'urto delle pale rotanti. Gli Apache atterrarono sotto il fuoco; una volta dentro il campo, i 4 marines scesero e riuscirono a recuperare il corpo del caporale Ford. Esso fu portato fuori nella stessa maniera in cui i marines erano stati portati dentro. Un terzo Apache volava sopra e assicurava fuoco di copertura. Nessuno dei soccorritori fu ferito nella missione di recupero. Si pensa che questa sia stata la prima volta che un Apache è stato utilizzato in una maniera del genere.

Nel gennaio e nel febbraio del 2007, i Royal Marines britannici portarono avanti l'Operazione Vulcano per eliminare i ribelli dalle postazioni di fuoco nel villaggio di Barikju, a nord di Kajaki. Nel marzo è stata lanciata l'operazione "Achille" in cui partecipano oltre a soldati americani e britannici, anche olandesi e canadesi. L'obiettivo dell'offensiva è quello di togliere la provincia di Helmand dalle mani dei Talebani. Il 13 maggio viene comunicata la morte del Mullah Dadullah, uno dei più importanti comandanti talebani, durante uno scontro fra Talebani e truppe afghane e della coalizione.

Nel dicembre del 2007 i Talebani lasciano la città di Musa Qala nelle mani dell'esercito regolare dopo alcuni giorni di assedio che causa anche vittime civili: fino ad allora era la città più importante controllata dai Talebani.

La prima ondata di attacchi fu condotta solo da forze americane e britanniche. Fin dal primo periodo d'invasione, queste forze furono incrementate da truppe e aerei da Australia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Olanda, Nuova Zelanda e Norvegia fra le altre. Nel 2006 erano presenti circa 33.000 soldati.

L'International Security Assistance Force (ISAF) è una forza internazionale di stabilizzazione dell'Afghanistan autorizzata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 20 dicembre 2001. Al 5 ottobre 2006 l'ISAF contava un personale di circa 32.000 uomini da 34 nazioni.

Il 31 luglio 2006, la Forza Internazionale di Assistenza per la Sicurezza guidata dalla NATO ha assunto il comando del sud del Paese, e il 5 ottobre 2006 anche dell'Afghanistan orientale.

Incontri di vari leader afghani furono organizzati dalle Nazioni Unite e si svolsero in Germania. Non partecipavano Talebani. Questi incontri produssero un governo ad interim e un accordo per permettere a una forza di peacekeeping delle Nazioni Unite di entrare nell'Afghanistan. Le risoluzioni ONU del 14 novembre 2001, includevano una "condanna dei Talebani per avere permesso che l'Afghanistan venisse usato come base per l'esportazione del terrorismo attraverso la rete al-Qāʿida e altri gruppi terroristici e per aver garantito sicuro asilo a Osama bin Laden, al-Qāʿida e altri loro associati, e in questo contesto supporto alla popolazione afghana per rimpiazzare il regime talebano".

Le Nazioni Unite non solo condannano il regime talebano, ma assicurano che ancora oggi ci sia una missione di peacekeeping, sotto le Nazioni Uniti.

Si ritiene che in Afghanistan ci siano 1 milione e mezzo di persone che soffrano per la fame impellente, mentre 7 milioni e mezzo soffrano come risultato della grave situazione del Paese - la combinazione di guerra civile, carestia legata alla siccità, e, in estensione, per l'oppressivo regime talebano e l'invasione a guida statunitense.

In Pakistan, le Nazioni Unite e organizzazioni umanitarie private hanno iniziato a moltiplicarsi per il grande sforzo umanitario necessario in aggiunta ai già grandi sforzi per i rifugiati e per il cibo. Il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite ha temporaneamente sospeso le attività in Afghanistan all'inizio dei bombardamenti. Gli sforzi, all'inizio (dicembre 2001), ripresero con una distribuzione giornaliera di 3.000 tonnellate. Si ritiene comunque che 30.000 tonnellate di cibo saranno necessario (dal gennaio 2002) per dare sufficiente aiuto alle folle impoverite.

La Focus Humanitarian Assistance (FOCUS), un'affiliata dell'Aga Khan Development Network (ADKN), continua a operare con attività di riabilitazione e aiuto, mantenendo le sue operazioni nonostante la crisi e la chiusura di varie frontiere afghane. Durante il 2001, procurò cibo e altre assistenze a più di 450.000 persone in Afghanistan, distribuendo 1.400 tonnellate di cibo a circa 50.000 persone vulnerabili per la fine del settembre 2001. Per l'ottobre del 2001 aveva distribuito più di 10.000 tonnellate di cibo in Badakhshan, con altre 4.000 tonnellate sulla sua strada per la distribuzione a persone vulnerabili nelle aree a grande altitudine della provincia. FOCUS aveva anche creato un programma agrario attraverso organizzazioni di villaggi erbosi nella provincia che loro ritenevano potesse produrre più di 30.000 tonnellate di cereali all'anno.

Il 1 novembre, C-17 statunitensi volando a 10.000 m d'altezza lanciarono 1.000.000 di pacchi di cibo e medicine contrassegnati con una bandiera americana. Medici Senza Frontiere la definì un'operazione di propaganda trasparente e disse che usare medicinali sena consultazione medica è molto più probabilmente nocivo che benefico. Thomas Gonnet, capo delle operazioni di Azione Contro la Fame in Afghanistan disse che era un'"azione di marketing".

Ci furono molte piccole proteste in varie città e campus universitari degli Stati Uniti e in altri Paesi nei primi giorni dopo l'inizio della campagna di bombardamento. Erano per lo più pacifiche, ma in Pakistan, precedentemente alleato dei Talebani, ci furono proteste maggiori e scioperi generali. Alcuni di essi furono soppressi dalla polizia con morti fra i manifestanti. Sia nelle nazioni islamiche che in quelle non islamiche, furono organizzate proteste e manifestazioni di varia grandezza contro l'attacco dell'Afghanistan. Molti manifestanti pensavano che l'attacco all'Afghanistan fosse un'aggressione ingiustificata. Alcuni ritenevano che avrebbe causato la morte di molti innocenti impedendo ai lavoratori umanitari di portare cibo nella nazione.

Nell'ottobre del 2001 sondaggi indicarono che circa l'88% degli Statunitensi sosteneva la guerra in Afghanistan contro il 10% che disapprovava. Nel Regno Unito, il 65% sosteneva l'azione militare.

Nel dicembre 2006, il 61% degli Americani riteneva che gli Stati Uniti avessero preso la decisione giusta riguardo l'uso della forza militare, contro il 29% che si opponeva.

Attualmente in Canada, l'opinione pubblica è piuttosto equamente divisa nella maggior parte del Paese e fortemente contraria in Quebec.

Stando a Marc W. Herold , almeno 3.700 e più probabilmente quasi 5.000 civili furono uccisi come risultato dei bombardamenti statunitensi. Lo studio di Herold ha omesso quelli uccisi indirettamente, quando i raid aerei tagliarono gli accessi agli ospedali, al cibo o all'elettricità. Allo stesso modo non sono contati le vittime delle bombe in seguito morte per le ferite. Quando c'erano diverse cifre di morti per lo stesso episodio, nel 90% dei casi il Professor Herold ha scelto la cifra più bassa.

Alcune persone, comunque, contestano le stime di Herold. Joshua Muravchik dell'American Enterprise Institute e Carl Conetta del Progetto sulle Alternative per la Difesa mette in discussione il massiccio uso da parte di Herold della Stampa Islamica Afghana (portavoce ufficiale dei Talebani) e lamenta che i riscontri forniti loro fossero sospettabili. Conetta lamenta anche errori statistici nello studio di Herold . Lo studio di Conetta sostiene che le vittime civili siano fra le 1.000 e le 1.300. Uno studio del Los Angeles Times sostiene il numero di morti collaterali fra le 1.067 e le 1.201.

Il 4 marzo 2007, almeno 12 civili furono uccisi e 33 rimasero feriti da Marines statunitensi nel distretto di Shinwar nella provincia di Nangrahar dell'Afghanistan. Marines americani reagirono smodatamente a un'imboscata esplosiva, colpendo con fuoco di mitragliatrici gruppi di passanti lungo 10 miglia della strada. Fu richiesto che la 120ª unità di marine statunitensi responsabile per l'attacco lasciasse il Paese perché l'incidente danneggiava le relazioni dell'unità con la popolazione locale afghana.

Nel 2000, i Talebani, a causa della sovrapproduzione di droga dell'anno precedente, avevano imposto la proibizione della produzione di oppio, che portò a riduzioni del 90%. Poco dopo l'invasione dell'Afghanistan a guida statunitense del 2001, comunque, la produzione dell'oppio s'incrementò notevolmente. Nel 2005 l'Afghanistan aveva riconquistato la sua posizione di primo produttore mondiale di oppio e produceva il 90% dell'oppio mondiale, la maggior parte del quale è trasformato in eroina e venduto in Europa e Russia. Mentre gli sforzi degli Stati Uniti e degli alleati di combattere il commercio di droga hanno fatto passi avanti, lo sforzo è ostacolato dal fatto che molti sospetti trafficanti di droga sono ora alti ufficiali del governo Karzai. In effetti, recenti stime del Ufficio delle Nazioni Unite su Droghe e Crimine evidenziano che il 52% del PIL afghano, cioè 2,7 milioni di dollari all'anno, è generato dal commercio di droga. La crescita della produzione è da collegare alla situazione della sicurezza in peggioramento, infatti la produzione è marcatamente inferiore nelle aree con sicurezza stabile.

Stando a un reportage di una TV australiana, gli Stati Uniti applicarono una pressione psicologica per costringere i combattenti talebani a uscire allo scoperto. Il reportage sostenne che membri della 173d Brigata Aerotrasportata bruciarono corpi di Talebani per ragioni igieniche.

Un soldato per operazioni psicologiche, il sergente Jim Baker fu registrato mentre leggeva un messaggio ai Talebani: "Attenzione, Talebani, siete tutti dei cani codardi. Permettete che i vostri combattenti siano lasciati rivolti a ovest e bruciati. Siete troppo spaventati per recuperare i loro corpi. Questo prova semplicemente che voi siete le femminucce che abbiamo sempre pensato voi foste." Fu trasmesso anche un altro soldato mentre diceva cose come: "Voi attaccate e fuggite come le donne. Vi fate chiamare Talebani ma siete una disgrazia per la religione musulmana e portate vergogna sulla vostra famiglia. Venite e combattete come uomini invece che come i cani codardi che siete." Stando a un reportage del Japan Today, autorità statunitensi stanno indagando sull'incidente per determinare se le azioni delle truppe hanno violato la Convenzione di Ginevra.

Il massacro di Dasht-i-Leili probabilmente capitò nel dicembre del 2001, quando un numero (discusso, fra i 250 e i 3.000) di prigionieri talebani furono fucilati o soffocati a morte in container di metallo di camion mentre venivano trasportate da soldati statunitensi e dell'Alleanza del Nord da Kunduz alla prigione di Sheberghan nell'Afghanistan settentrionale. Queste affermazioni sono contestati dal giornalista Robert Young Pelton, che era presente all'ora dell'avvenimento.

Esistono dichiarazioni che soldati della coalizione abbiano torturato prigionieri durante interrogatori; molte proteste si focalizzano sul campo di prigionia statunitense a Camp X-Ray nella Baia di Guantanamo, a Cuba.

Abdul Wali morì il 21 giugno 2003, in una base vicino Asadabad. Fu probabilmente colpito dall'ex-ranger e contractor della CIA David Passaro, che fu arrestato il 17 giugno 2004 per quattro accuse di assalto. Il processo è fissato per l'estate del 2006.

Nel 2004, il gruppo per i diritti umani con sede negli Stati Uniti Human Rights Watch pubblicò un rapporto intitolato "Enduring Freedom - Abusi delle forze statunitensi in Afghanistan", contenente molte affermazioni di abusi da parte delle forze americane.

Nel febbraio 2005, l'American Civil Liberies Union pubblicò documenti che avevano ottenuto dall'esercito statunitense, che mostravano che, dopo lo scandalo di Abu Grahib, l'esercito in Afghanistan aveva distrutto fotografie che documentavano l'abuso sui prigionieri in loro custodia. Le fotografie erano state scattate nell'area del campo di fuoco Tycze, e intorno ai villaggi di Gujay e Sukhagen. Si affermò che le foto ritraessero soldati che posavano con detenuti bendati e incappucciati durante esecuzioni simulate.

Il 24 settembre del 2006, Craig Pyes del LA Times pubblicò i risultati di una investigazione insieme all'organizzazione non-profit Crimes of War Project, dichiarando che 10 membri dell'ODA 2021 del 1/20 Gruppo di Forze Speciali, aerotrasportate della Guardia Nazionale dell'Alabama durante gli ultimi mesi del loro turno all'inizio del 2003 in una base a Gardez avevano torturato un contadino e sparato a morte Jamal Nasi3r, una recluta 18enne dell'Esercito Nazionale Afghano. Questo fatto fu guidato dal Warrant Officer Ken Waller e dallo Staff Sergent Philip Abdow. Probabilmente loro guidarono possibili testimoni in caso di investigazione.

Nel marzo del 2002, alti ufficiali della CIA autorizzarono dure tecniche di interrogatorio. L'amministrazione Bush dichiarò, all'indomani degli attentati dell' 11 settembre che i membri di al-Qāʿida catturati sul campo di battaglia non erano soggetti alla Convenzione di Ginevra.

Le tecniche di interrogatorio includevano scuotere e schiaffeggiare, incatenare i prigionieri in posizione eretta, tenere il prigioniero in una cella fredda e bagnarli con acqua, e il waterboarding. Il waterboarding consisteva nel versare acqua sulla faccia di un detenuto finché non credesse di soffocare o annegare. Gli Stati Uniti operarono in una prigione segreta a Kabul dove queste tecniche erano utilizzate.

Più di 100 importanti professori di legge statunitensi dichiararono inequivocabilmente che il waterboarding è tortura. Il Senatore John McCain definì il waterboarding un'esecuzione simulata e una "tortura molto seria". La CIA ha stabilito che non considera il waterboarding tortura.

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Pakistan

Pakistan - Bandiera

La Repubblica Islamica del Pakistan (پاکستان in Urdu), o Pachistan, è uno stato dell'Asia meridionale. Il Pakistan confina con l'India, l'Iran, l'Afghanistan, la Cina ed è bagnato dal mar Arabico.

Con più di 150 milioni di abitanti è il sesto stato più popoloso del mondo: oltre ad essere il secondo maggior stato musulmano nel mondo dopo l'Indonesia, è anche un membro importante dell'Organizzazione della Conferenza Islamica.

Il Pakistan è anche una delle nazioni che posseggono ufficialmente armi nucleari.

Afghanistan significa terra degli afghani, Tagikistan terra dei tagiki, Turkmenistan terra dei turkmeni, ma il Pakistan non significa terra dei paki, nel senso che non esiste un popolo di nome pak.

Tuttavia, in urdu e in persiano pak significa puro, per cui Pak-i-stan significa "terra dei puri".

La nazione che oggi è il Pakistan, è stata parte dell'India fino al 14 agosto 1947.

I primi proponenti l'indipendenza di una nazione musulmana iniziarono ad apparire al tempo dell'India coloniale britannica. Tra essi vi era lo scrittore e filosofo ‘Allāma Muhammad Iqbal, che argomentava che una nazione separata per i musulmani era essenziale in un subcontinente altrimenti dominato dagli Indù. La causa trovò una guida in Mohammad Ali Jinnah, che divenne noto come Padre della nazione e riuscì a convincere i britannici a dividere la regione in due parti: il Pakistan, a maggioranza musulmana, e l'India, a maggioranza indù.

Dal 14 agosto 1947 fino al 1971, la nazione fu costituita dal Pakistan occidentale e dal Pakistan orientale, essenzialmente bengalino, i cui territori erano però separati dal Bengala indiano. Nel 1971 il Pakistan orientale si ribellò e, con l'aiuto di truppe indiane, divenne lo stato indipendente del Bangladesh, anche se l'India non concesse mai al suo Stato del Bengala di riunificarsi col Bangladesh. Dall'indipendenza, il Pakistan è anche sempre stato in disputa con l'India sul territorio del Kashmir, portato "in dote" dal suo sovrano hindu all'Unione Indiana, al momento della divisione del sub-continente, malgrado la netta prevalenza musulmana della popolazione che teoricamente avrebbe dovuto comportare l'adesione al Pakistan della regione.

Nel frattempo (1956) venne proclamata la repubblica facendo decadere i Windsor nella persona di Elisabetta II.

Subito dopo l'indipendenza, India e Pakistan entrarono in guerra tra loro, a seguito dell'invasione di Jammu e Kashmir da «elementi tribali» pakistani. Ulteriori guerre furono combattute nel 1965 e nel 1971 su quel territorio. Nonostante le numerose battaglie, lo status del Kashmir rimane in un limbo: tale disputa ha complicato le relazioni tra Pakistan e India. Il Pakistan ha anche avuto una disputa - relativamente dormiente da quando la guerra fredda terminò con il ritiro delle truppe sovietiche - con l'Afghanistan, sulla Durand Line. Dopo l'intervento americano in Afghanistan, la viabilità della Durand Line è molto più importante per la sicurezza globale.

La storia politica pakistana è divisa in periodi alternati di dittatura militare e governo democratico parlamentare. Lo status di dominion terminò nel 1956 con la formazione di una Costituzione e la dichiarazione del Pakistan come una repubblica islamica; i militari presero però il controllo nel 1958 e tennero il potere per più di 10 anni. Il governo civile ritornò ad essere eletto dopo la Guerra indo-pakistana del 1971, ma alla fine degli anni '70, con l'esecuzione di Zulfiqar Ali Bhutto, che fu dichiarato colpevole d'avere assassinato un oppositore politico, in una decisione presa dalla Corte Suprema pakistana che è estremamente generoso definire "controversa".

Negli anni '80, il Pakistan ricevette sostanziosi aiuti dagli USA, e assorbì milioni di rifugiati afghani, soprattutto Pashtun, che fuggivano a causa dell'intervento sovietico. L'influsso di così tanti rifugiati - il più grande gruppo mondiale di rifugiati - ha avuto un grande impatto sul Pakistan. La dittatura del generale Muhammad Zia-ul-Haq vide un'espansione della legge islamica, oltre a un afflusso di armi e droghe dall'Afghanistan. Nel 1988 il generale morì abbastanza misteriosamente in un incidente aereo, e il Pakistan ritornò ad avere un governo democraticamente eletto, con l'elezione di Benazir Bhutto.

Dal 1988 al 1998 il Pakistan ebbe un governo civile, guidato alternativamente da Benazir Bhutto e Nawaz Sharif, che furono entrambi eletti due volte e deposti con la consueta accusa di corruzione. La crescita economica declinò verso la fine di questo periodo, tarpata da politiche economiche errate associate a corruzione politica e clientelismo. Altri fattori limitanti sono stati la crisi finanziaria asiatica e le sanzioni economiche imposte al Pakistan dopo i suoi primi test nucleari nel 1998. Questi test avvennero poco dopo che anche l'India aveva testato armi nucleari, accrescendo le paure di una corsa agli armamenti nucleari nell'Asia meridionale. L'anno successivo, il conflitto del Kargil in Kashmir minacciò di sfociare in una guerra su vasta scala.

Nell'elezione del 1997 che portò nuovamente Nawaz Sharif ad essere Primo Ministro, il suo partito ricevette un'ampia maggioranza dei voti, ottenendo abbastanza seggi nel parlamento per modificare la costituzione, per eliminare i controlli formali che limitavano il potere del primo ministro. Le sfide istituzionali portate all'autorità di Sharif dal capo della Corte Suprema Sajjad Ali Shah e dal capo militare Jehangir Karamat furono rintuzzate, nel primo caso con un'invasione della Corte Suprema da parte di attivisti del partito.

Il crescente autoritarismo e le voci di corruzione del governo di Sharif portarono a una vasta sollevazione popolare, culminata nel 1999 nel colpo di stato militare del generale Pervez Musharraf, che ha assunto il titolo di capo dell'esecutivo e ha nominato un Consiglio nazionale di sicurezza composto da otto membri quale organo di governo. Musharraf ha in seguito accentrato nelle sue mani anche la presidenza del paese, prorogando il mandato fino al 2007 con un referendum svoltosi nell'aprile 2002.

Nel 2004 Musharraf ha iniziato una serie di passi per far ritornare la nazione a una certa qual formale democrazia, essendosi impegnato a dimettersi da capo delle forze armate per la fine del 2004. Nonostante il suo impegno formale, il 14 ottobre 2004 il Parlamento pakistano ha approvato una legge che ha consentito a Musharraf di mantenere entrambe le cariche, «per continuare la lotta al terrorismo e salvaguardare l'integrità territoriale del Pakistan». Musharraf si è infine dimesso da capo delle forze armate solo dopo che la Corte Suprema ha convalidato la sua rielezione a Presidente della Repubblica del 7 ottobre 2007.

Mentre le sue riforme economiche hanno portato alcuni benefici, il programma di riforme sociali sembra avere incontrato una certa resistenza. Il potere di Musharraf è minacciato dai fondamentalisti islamici, che si sono rafforzati dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001 e sono particolarmente irritati dalla stretta alleanza politica e militare di Musharraf con gli Stati Uniti. Per ironia della sorte tale alleanza si è creata proprio in seguito all'attacco alle Torri Gemelle, quando gli statunitensi cercarono un appoggio contro l'Afghanistan.

Nel 2005 un terremoto di 7,6 gradi Richter scosse la regione del Kashmir causando più di 30.000 vittime, di cui gran parte bambini.

Negli ultimi mesi del 2007 il Pakistan è stato teatro di aspre rivolte dovute alla situazione politica instabile. Il 27 Dicembre 2007 il capo del partito dell'opposizione Benazir Bhutto è stata uccisa in un attentato dopo una manifestazione nella città di Rawalpindi.

Il 18 agosto 2008, in seguito all'accusa di aver violato la costituzione e alla conseguente apertura di una procedura di impeachment, Musharraf ha annunciato le sue dimissioni pur dichiarando la sua innocenza. In seguito alle sue dimissioni le funzioni di Presidente della Repubblica sono state assunte dal Presidente del Senato Mohammedmian Soomro, conformemente alla Costituzione pakistana. Il 6 settembre 2008 Asif Ali Zardari, già marito di Benazir Bhutto, è stato eletto nuovo Presidente.

I due principali partiti in Pakistan sono il Partito del Popolo Pakistano (Pakistan People's Party (PPP) )dell'ex premier Benazir Bhutto e la Lega Musulmana Pakistana (Q) (Pakistan Muslim League (Q) (PML-Q) ), del presidente Pervez Musharraf. Tra gli altri partiti politicamente significativi si annoverano la Pakistan Muslim League (N) (PML-N), dell'ex premier Nawaz Sharif, il Movimanto Nazionale Unito (Muttahida Qaumi Movement) (MQM) degli ex-immigrati dall'India nel 1947 e il Partito nazionale Awami (Awami National Party) dei pashtu. Il Muttahida Majlis-e-Amal (United Council of Action), una coalizione di partiti confessionali formata in opposizione al governo e alla sua scelta di appoggiare gli Stati Uniti nella guerra al terrorismo.

Ufficialmente una repubblica federale, e democratica a intermittenza, il Pakistan ha avuto una lunga storia di dittature militari, comprendente il generale Ayub Khan negli anni ’60, il generale Zia ul Haq negli anni '80, e il generale Pervez Musharraf dal 1999. Si sono tenute delle elezioni generali nell'ottobre 2002. Il 22 maggio 2004, il Gruppo di Azione Ministeriale del Commonwealth ha riammesso all'interno del Commonwealth il Pakistan, riconoscendo formalmente i suoi progressi nel tornare alla democrazia.

Nell'ottobre 1999 il generale Pervez Musharraf rovesciò il governo civile dopo avere affermato che il Primo Ministro Nawaz Sharif aveva dirottato il volo commerciale sul quale Musharraf stava viaggiando, tentando d'impedire il suo atterraggio a Karachi. Musharraf assunse il potere esecutivo. Furono tenute delle elezioni locali nel 2000; Musharraf si autoproclamò presidente nel 2001.

Un referendum nazionale tenutosi nell'aprile 2002 approvò la nomina di Musharraf come presidente, ma il voto fu macchiato da accuse di brogli, e l'opposizione ha vivacemente contestato la legittimità della presidenza di Musharraf fino alla sua vittoria nel Collegio Elettorale Pakistano del gennaio 2004.

Nel 2002 si sono tenute delle elezioni parlamentari nazionali, con Zafarullah Khan Jamali della Lega Musulmana Pakistana (LMP) che conquistò la carica di primo ministro. Dopo oltre un anno di battaglie politiche nelle due camere, Musharraf siglò un compromesso con alcuni dei suoi oppositori parlamentari, ottenendo la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la costituzione Pakistana nel dicembre 2003; il suo colpo di stato del 1999 fu retroattivamente legalizzato, e gli viene data la possibilità di rimanere presidente se alcune condizioni fossero state soddisfatte. Un Collegio Elettorale - che consisteva dell'Assemblea Nazionale, del Senato e delle assemblee provinciali - concesse a Musharraf un voto di fiducia il 1° gennaio 2004, legittimando pertanto la sua presidenza fino al 2007.

Il primo ministro Jamali si è dimesso il 26 giugno 2004. Il leader della LMP Chaudhry Shujaat Hussain divenne premier ad interim, e gli succedette il ministro delle finanze e ex-vicepresidente di Citibank Shaukat Aziz, che divenne primo ministro il 28 agosto 2004. Nonostante il suo impegno formale a dimettersi dalla carica di capo delle forze armate, il 14 ottobre 2004 il Parlamento pachistano ha approvato una legge che consente al presidente Musharraf di mantenere entrambe le cariche, «per continuare la lotta al terrorismo e salvaguardare l'integrità territoriale del Pakistan».

Il 27 dicembre 2007 il capo del partito dell'opposizione Benazir Bhutto è stata uccisa in un attentato dopo una manifestazione nella città di Rawalpindi. L'attentatore l'ha prima colpita al collo, poi al petto e infine si è fatto esplodere provocando la morte di venti persone, oltre l'ex premier pakistano. Il 18 agosto Musharraf si è dimesso in seguito all'iniziativa della maggioranza parlamentare di metterlo in stato d'accusa per violazione della Costituizione. In seguito alle dimissioni di Musharraf, le funzioni di Presidente della Repubblica sono state assunte dal Presidente del Senato Mohammedmian Soomro. Il 6 settembre 2008 è stato eletto nuovo Presidente della Repubblica del Pakistan Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto.

Il Pakistan è una federazione che comprende 4 province, 2 territori, e amministra anche parte del Kashmir. Le province sono ulteriormente suddivise in un totale di 107 distretti.

L'Azad Kashmir ha il suo governo democratico, dove i cittadini eleggono un proprio presidente e primo ministro per la gestione statale. Insomma, è più o meno uno stato indipendente all'interno del Pakistan.

La superficie complessiva del Pakistan è di 803.940 chilometri quadrati, leggermente maggiore di Francia e Gran Bretagna insieme, e più di due volte e mezzo quella dell'Italia.

Il Pakistan si trova nell'Asia meridionale. A sud è bagnato dal mar Arabico, con 1046 km di costa. A est confina con l'India per 2912 km. A ovest, l'Iran ha 909 km di confine con il Pakistan. A nord ovest si trova l'Afghanistan, il cui confine comune misura 2430 km. Infine a nord est ci sono 523 km di confine con la Cina.

Il maggior corso d'acqua del Pakistan è l'Indo, che nasce in Cina, e scorre per la maggior parte del suo corso in Pakistan, toccando tutte le province eccetto il Belucistan. Diversi fiumi importanti, interconnessi mediante il maggior sistema mondiale di canali, si immettono nell'Indo prima che esso sfoci nel mare Arabico.

Le aree settentrionale e occidentale del Pakistan sono montuose. La parte del Kashmir amministrata dal Pakistan comprende alcune delle montagne più alte del mondo, tra cui la seconda in altezza, il K2. Vi si concentra anche la più alta percentuale di foreste, pascoli, biodiversità, piante medicinali e aree protette della nazione. Il territorio viene utilizzato come terreno arabile, da pascolo o per la silvicoltura, in base sia al clima che all’altitudine, all’aspetto fisico-geografico, all’umidità del terreno e alle condizioni socio-economiche. Oltre il 90% della regione è composta da montagne a forte pendenza con uno strato molto sottile e fragile di suolo. Generalmente, l’instabilità di questi territori li rende poco coltivabili e piuttosto aridi.

Il Pakistan del nord tende ad avere precipitazioni maggiori della parte meridionale del paese, e ha alcune aree in cui resiste la foresta pluviale. Nel sudest, il confine con l'India passa per un deserto piatto, noto come deserto del Cholistan o Thal. Il Baluchistan centro-occidentale ha un altipiano desertico, circondato da montagne non molto alte. La maggior parte del Punjab, e parti del Sindh, sono pianure fertili dove l'agricoltura riveste molta importanza. All'interno del paese, nelle valli dove sorgono le città di Jacobabad e Sibi, si raggiungono le temperature più alte dell'interno continente asiatico con punte, alla fine della stagione primaverile anche di +52 °C / +53 °C.

Il Pakistan è il sesto paese più popoloso nel mondo, con una serie di sfide sui fronti politico ed economico. Storicamente, il confronto con la vicina India è risultato in una percezione negativa del Pakistan, soprattutto nei paesi occidentali, il che ha portato a una scarsità d'investimenti stranieri diretti nella nazione. Occorre però tenere conto che lo stato economico del Pakistan è migliorato negli ultimi anni, in parallelo a un grande miglioramento nella sua posizione nel mercato dei cambi: più precisamente, l'attivo della bilancia dei pagamenti e la rapida crescita delle sue riserve monetarie. Inoltre, il ridursi della tensione con l'India e il processo di pace in corso danno nuove speranze per la prosperità e stabilità dell'Asia meridionale.

L'economia pakistana, che si pensava essere altamente vulnerabile agli choc esterni e interni, si è dimostrata inaspettatamente forte durante una serie d'eventi potenzialmente distruttivi come la crisi finanziaria asiatica, la recessione globale, la carestia, l'azione militare in Afghanistan dopo l'11 settembre, e le tensioni con l'India. Nei due anni e mezzo seguenti agli attacchi dell'11 settembre, l'indice KSE-100 della borsa pakistana è stato quello con la maggiore performance mondiale. Ultimamente il settore manifatturiero pakistano ha avuto tassi di crescita in doppia cifra, con la manifattura su larga scala cresciuta del 18% nel 2003. Una riduzione del deficit fiscale ha portato a una minore richiesta statale di denaro nel mercato monetario domestico, minori tassi d'interesse e un'espansione nei prestiti a privati e aziende. L'economia pakistana è stata anche abbastanza stabile nel lungo periodo: l'ultimo anno di crescita negativa nel prodotto nazionale lordo è stato il 1951.

Il governo pakistano ha garantito negli ultimi anni numerosi incentivi alle compagnie tecnologiche che intendessero fare affari in Pakistan. Una combinazione di esenzioni fiscali per più di dieci anni, l'azzeramento dei dazi sulle importazioni di calcolatori, incentivi governativi per i venture capital e una varietà di programmi per finanziare l'educazione tecnica hanno dato un grande impeto alla nascente industria dell'Information Technology. Molte aziende tecnologiche pakistane forniscono software e servizi alle maggiori corporation mondiali.

La moneta del Pakistan è la Rupia, divisa in 100 paisa.

Un euro equivale a circa 100 rupie.

Il Pakistan ha la sesta maggior popolazione mondiale. Ciò, unito a un alto tasso demografico, significa che il Pakistan dovrebbe nel prossimo futuro superare altre nazioni, e potrebbe diventare la terza nazione più popolosa del mondo entro il 2050, se le misure di controllo delle nascite fallissero. La maggior parte dei pakistani sono musulmani sunniti, con una minoranza consistente di musulmani sciiti. C'è anche una piccola minoranza di non musulmani, per la maggior parte cristiani, indù, e gruppi minori di buddhisti e animisti nelle zone più remote dei Territori del Nord.

L'urdu è la lingua nazionale del Pakistan, mentre l'inglese è la lingua ufficiale, usato negli atti governativi e negli affari, oltre che dall'élite urbana. Anche le università pubbliche usano l'inglese come lingua per l'istruzione. L'urdu è invece la lingua franca della popolazione. Oltre a queste due lingue, quasi tutti i pakistani ne parlano una d'un gruppo di lingue indoeuropee mutualmente correlate, tra le quali la più comune è il punjabi, seguito dal sindhi; diffuse sono anche alcune lingue appartenentei al ceppo iranico come il pashto e il balochi.

Il gruppo etnico più numeroso è il punjabi seguito da quello dei sindhi; altre minoranze, di stirpe iranica, sono i pashtun (che hanno nell'Aghanistan la loro patria originale) e i balochi (presenti sia in Afghanistan che nell'Iran sud-orientale). Infine vi sono i muhajir (lett.: "emigrati"), propriamente non un gruppo etnico in quanto con questo termine si designano i profughi musulmani giunti dall'India dopo la spartizione. Ci sono anche apprezzabili minoranze di altri gruppi etnici immigrati come i bengali, concentrati a Karachi.

Circa il 97% dei pachistani sono musulmani. I musulmani appartengono a diverse scuole chiamate Madhahib (singolare: Madhhab) cioé "Scuole di Giurisprudenza" (anche 'Maktab-e-Fikr' (Scuole di Pensiero) in Urdu). Quasi l'80% dei musulmani pachistani sono sunniti ed è presente una corposa minoranza di circa il 20% di sciiti. La maggioranza dei musulmani sunniti seguono la scuola hanafita ed una minoranza quella hanbalita nelle correnti definite wahhabita o degli Ahle Hadith. La scuola hanafita ha poi le correnti barelvita e deobandita. Sebbene la maggioranza degli sciiti pachistani siano duodecimani è presente una discreta minoranza ismailita, composta da Nizari e Mustaali.

Il Pakistan ha una tradizione culturale molto ricca che risale alla civilizzazione della valle dell'Indo, 2800–1800 a.C. La regione che oggi corrisponde al Pakistan nel passato è stata invasa e occupata da molte popolazioni, tra cui gli unni bianchi, i persiani, gli arabi, i turchi, i mongoli e vari gruppi europei. La cultura pakistana ha pertanto le sue origini nella sovrapposizione di varie culture, cui l'ultima, la islamica, che si perpetua dall'VIII sec., fornisce la nota dominante. Ci sono differenze in cultura tra i diversi gruppi etnici in materie come vestiti, cibo e religione, specialmente dove gli usi preislamici differiscono dalle pratiche islamiche. La crescente globalizzazione ha accresciuto l'influenza della «cultura occidentale» nel Pakistan, specialmente tra la parte più ricca della popolazione che ha facile accesso a prodotti, televisione, mass media e cibi occidentali. Molte catene di ristoranti occidentali sono entrate nel mercato pakistano, e si possono trovare nelle principali città. Allo stesso tempo, c’è anche un movimento reazionario all'interno del Pakistan che vuole allontanarsi dalle influenze occidentali, tornando alle radici più tradizionali dell'Islam. C'è una notevole diaspora pakistana, soprattutto nel Regno Unito, negli USA, in Canada e Australia ma anche nelle nazioni scandinave. Molti pakistani vivono anche nel Medio oriente. Questi emigranti e la loro prole influenzano culturalmente ed economicamente il Pakistan, sia con i loro viaggi interni alla nazione, che in particolare tornando in patria o facendo degli investimenti. Le città di Lahore, Karachi, Peshawar, Islamabad, Faisalabad, Sialkot e Quetta sono specialmente note per i grandi contrasti nelle esperienze d'acquisto - dai fiorenti bazàr ai moderni centri commerciali multipiano. In particolare, Lahore e Karachi sono costellate di colorate aree con all'interno centinaia di negozi di tecnologia. Molti di questi sono piccoli, con offerte speciali incredibili e servizi di riparazione per praticamente ogni prodotto tecnologico. Ci si può trovare di tutto, dagli ultimi telefonini a CD e DVD davvero economici. Il bazar tecnico più famoso di Lahore è l'Hafeez Center, situato sul Gulberg Main Boulevard.

Nonostante le relazioni tese con l'India, i film indiani sono popolari nel Pakistan, dove possono essere reperiti con facilità nonostante siano ufficialmente illegali. Esiste anche un'industria cinematografica indigena, soprannominata «Lollywood», che produce più di 40 lungometraggi l'anno, concentrata a Lahore.

Anche la musica è molto popolare in Pakistan; gli stili variano da quelli tradizionali come il Qawwali a gruppi più moderni, che cercano di fondere la musica tradizionale pakistana con quella occidentale.

La relativa giovinezza dello stato pakistano, frutto dello smembramento dei territori indiani della Corona britannica a partire dal 1947, fa comprendere come una "letteratura pakistana" sia concetto storicamente e culturalmente problematico. Gli scrittori musulmani dell'India sin dal medioevo si sono espressi essenzialmente in lingua urdu e in lingua persiana, contribuendo allo sviluppo di due distinte letterature, la letteratura persiana e la letteratura urdu. La problematicità del concetto di letteratura pakistana emerge già dal fatto che scrittori persiani operarono sin dal medioevo in un'area che copre tutta l'attuale India settentrionale, non solo l'attuale Pakistan; così come, d'altronde, gli scrittori in lingua urdu ebbero i loro principali centri a Lahore nell'attuale Pakistan e a Delhi e Lucknow, nell'attuale India, dove tuttora esiste una ricca tradizione letteraria in lingua urdu. Il più grande autore "pakistano" del '900, Muhammad Iqbal (m. 1938, ossia prima della spartizione), scrittore filosofo e nazionalista considerato il "padre del Pakistan" che tuttavia non fece in tempo a veder sorgere, compose sia in persiano che in urdu raggiungendo livelli di assoluta eccellenza in entrambe le lingue. Per questo risulta certamente più esatto parlare, al plurale, di "letterature del Pakistan", peraltro anche in considerazione del fatto che -oltre all'urdu e al persiano- esistono nel paese altre lingue, come ad esempio il pashto e il baluchi che a loro volta alimentano distinte letterature (che hanno centri culturali importanti anche oltre confine, in Afghanistan e in Iran). Il perdurare di un clima di reciproci sospetti e continue tensioni politiche con l'India ha certamente favorito l'evolversi di una letteratura in urdu come fattore importante di identità culturale e etnico-religiosa del Pakistan. Tuttavia è da osservare che molti scrittori pakistani contemporanei, non diversamente da quelli indiani, si esprimono sempre più spesso in lingua inglese, come è il caso ad esempio di Hanif Kureishi o di Nadeem Aslam, scrittori britannici ma di origini pakistane che hanno raggiunto con i loro romanzi notevole fama internazionale.

Nel territorio dell'attuale Pakistan si trovano le vestigia di tempi antichissimi, dall'arte della civiltà della Valle dell'Indo all' arte indiana, dall'arte persiana del periodo preislamico all' arte islamica. I contatti con l'Occidente, a partire soprattutto dall'epoca del colonialismo britannico, hanno favorito l'innesto di mode e correnti di origine europea, ulteriormente rafforzatesi con l'apporto dei pakistani della diaspora. Tuttavia questa tendenza trova oggi un obiettivo ostacolo nell'ondata di re-islamizzazione della società, percorsa da virulenti tendenze antieuropee.

Lo sport più popolare in Pakistan è il cricket: milioni di pakistani assistono alla TV alle partite della nazionale nelle competizioni internazionali, specialmente contro la storica rivale India. I pakistani hanno anche vinto la coppa del mondo di cricket nel 1992. Un altro sport molto importante è l'hockey su prato, dove il Pakistan ha conquistato più volte la medaglia d'oro olimpica. Il calcio è praticato, ma non è molto popolare. Si pensa che il polo sia nato nelle parti settentrionali del Pakistan: esso continua ad essere uno sport importante, con molte competizioni durante l'anno. SQUASH:Jahangir Khan e Jansher Khan sono due nomi(Pakistani) piu importanti nel mondo del squash.

La cucina pakistana varia a seconda della regione; in generale è simile alla cucina dell'India settentrionale.

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Miranshah

Miranshah (Urdu: میران شاہ) è una città nel Nord Waziristan in Pakistan.

Miranshah è un centro amministrativo ed è la più grande città dell'Agenzia Nord Waziristan. È situata nella Valle Tochi, circa 65 kilometri a nord ovest del Distretto Bannu. È abitata dalla tribù Waziri e dalle tribu Dawari ed è infine amministrata da un agente politico. L'agente politico è considerato il re delle agenzie. I Dawari sono maggiormente dislocati nell'area cittadina mentre i Waziri sono maggiormente situati nelle aree montagnose.

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Bell AH-1 Cobra

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Il Bell AH-1 Cobra (denominazione del costruttore Model 209) è un elicottero d'attacco a turbina con rotore a due pale, progettato e costruito negli Stati Uniti d'America dalla Bell Helicopter (ora Bell Helicopter Textron) a partire degli anni sessanta. Ha in comune il motore, la trasmissione e il rotore con il precedente UH-1 "Huey", tanto da essere a volte chiamato "Hueycobra".

L'AH-1 è stato il componente principale della flotta di elicotteri d'attacco dell'U.S. Army, fino a quando l'esercito statunitense non lo ha sostituito con l'AH-64 Apache. Versioni aggiornate continuano a essere impiegate da altri utilizzatori e le successive versioni bimotore, sono ancora in servizio con il corpo dei Marines, per i quali costituiscono il principale modello di elicottero d'attacco.

La storia dello sviluppo della Bell AH-1 è strettamente connessa con quella del Bell UH-1, il primo elicottero moderno di successo, introdotto nel 1962 nella guerra in Vietnam e impiegato fino a farne una icona del conflitto. L'UH-1 di fatto rese possibile la dottrina di impiego della "cavalleria dell'aria", teorizzata per la prima volta durante quel conflitto. La dottrina militare americana in quel teatro di operazioni ipotizzava l'impiego di forze estremamente mobili che potessero essere rapidamente dispiegate in tutto il Vietnam. L'esperienza maturata anche durante la precedente guerra di Corea portò a teorizzare che non ci sarebbero state lunghe battaglie per il mantenimento di posizioni, ma, invece, truppe trasportate da flotte di UH-1 Huey avrebbero avuto modo di spostarsi lungo tutto il teatro di guerra, ingaggiando il combattimento in tempi e luoghi di propria scelta. La massiccia espansione della presenza militare americana in Vietnam aprì una nuova era alla guerra aerea. Il fulcro delle tattica dell'esercito americano diventò l'impiego degli elicotteri e la protezione di questi mezzi diventò un argomento vitale. Divenne infatti ben presto evidente che elicotteri da trasporto disarmati erano vulnerabili contro il fuoco da terra delle truppe Việt Công e Nord vietnamite, in particolare nelle fasi in cui gli elicotteri si abbassavano nelle zone di atterraggio per consentire lo sbarco. Senza il supporto di artiglieria o di forze di terra, l'unico modo per rendere sicura una zona di atterraggio sarebbe stato intervenendo dall'aria, preferibilmente con un mezzo aereo in grado anche di ricoprire il ruolo di scorta degli elicotteri durante il volo di trasferimento e con la capacità, nello stesso tempo, di orbitare sulla zona di atterraggio a protezione ed in funzione dell'evolversi della battaglia. Già nel corso del conflitto in Vietnam, man mano che venivano consegnate versioni successive e potenziate degli Huey (UH-1D e UH-1H) gli elicotteri di versioni precedenti venivano trasformati in "cannoniere volanti" armate con mitragliatrici e razzi per l'impiego come scorta armata. Il successo di queste versioni, preparò la strada per l'acquisizione di elicotteri progettati appositamente per questo ruolo.

La Bell aveva cominciato a esplorare la fattibilità di un progetto di elicottero armato sin dai tardi anni cinquanta. L'azienda autofinanziò gli studi e i primi risultati si concretizzarono nel 1958 in un modello denominato D-245 rimasto allo stadio di "mock-up". Nel giugno 1962 venne realizzato il dimostratore D-255 soprannominato "Iroquois Warrior" che venne presentato ai funzionari dell'esercito USA nella speranza di farsi finanziare sviluppi successivi. Il modello presentato era basato sui componenti dinamici dell'UH-1B che venivano installati su di una fusoliera biposto in tandem. L'armamento era costituito da un lanciagranate sul naso e un pod ventrale con un cannone da 20 mm. Sui lati erano presenti due alette per i lanciatori di razzi o missili Nord SS-10 per impiego contro bersagli corazzati.

L'U.S.Army manifestò interesse per la proposta e firmò con la Bell un contratto di sviluppo nel dicembre 1962. La Bell modificò un Model 47, ottenendo il Model 207 Sioux Scout che volò la prima volta nel luglio 1963. Il Sioux Scout aveva tutte le caratteristiche chiave di un moderno elicottero d'attacco, ovvero i posti di pilotaggio in tandem, le alette esterne per i lanciatori e una torretta sotto il naso. L'esercito statunitense sottopose a valutazioni il Sioux Scout all'inizio del 1964, ma concluse che il modello era troppo piccolo, sottopotenziato, poco funzionale e protetto per avere un utilizzo pratico.

La soluzione dell'U.S.Army per il superamento delle limitazioni del Sioux Scout fu l'emissione di un requisito esteso a tutti i costruttori di elicotteri per un "Advanced Aerial Fire Support System" (AAFSS). Il requisito AAFSS avrebbe portato alla impostazione del Lockheed AH-56 Cheyenne – un elicottero che si sarebbe rivelato troppo ambizioso, complesso e costoso e che fu cancellato definitivamente alcuni anni più tardi, nel 1972. Il programma Cheyenne contribuì alla messa a punto di nuove tecnologie per gli elicotteri da attacco e dimostrò di essere in grado di produrre alcuni risultati prestazionali di rilievo, ma non fu mai in grado di accreditarsi come un progetto funzionale. Servì però per sottolineare una importante regola negli elicotteri da combattimento: la sopravvivenza sarebbe stata assicurata da una giusta combinazione di velocità, agilità e armamento.

La Bell non fu invitata a partecipare al programma AAFSS e, malgrado l'impegno dell'esercito in quel programma, continuò autonomamente con la propria idea di sviluppo di un elicottero da combattimento più leggero e piccolo di quello di quel requisito. Nel gennaio 1965 la società decise di investire un milione di dollari per sviluppare autonomamente il proprio progetto.

La Bell realizzò quindi il Model 209 riprendendo largamente i concetti delineati con il "mock-up" "Iroquois Warrior".. Per la realizzazione, si utilizzò l'affidabile trasmissione e il sistema rotore "540" dell'UH-1C, il motore a turbina T53 dell'UH-1, più un sistema di autopilota "Stability Control Augmentation System" (SCAS).

Nello stesso tempo, l'evoluzione del conflitto nel Vietnam influiva in favore della rapida adozione di un elicottero armato, in conseguenza dell'aumentare degli attacchi alle truppe americane, che sarebbero arrivate a 50 000 effettivi per la fine del 1965.

Il 1965 era anche l'anno stabilito per la scelta del progetto a cui affidare il programma AAFSS, ma a causa di difficoltà tecniche e politiche la definizione del programma era bloccata. L'U.S. Army necessitava di una soluzione a "interim" per un elicottero armato e chiese a cinque costruttori di proporre una soluzione rapida. Le proposte furono versioni armate dei Boeing Vertol ACH-47A, Kaman HH-2C Tomahawk, Piasecki Piasecki 16H Pathfinder, Sikorsky S-61 e il Bell 209.

Il 3 settembre 1965 la Bell presentò ufficialmente il suo prototipo e quattro giorni più tardi, effettuò il primo volo a solo otto mesi di distanza dall'inizio dello sviluppo. Nell'aprile 1966, il Model 209 risultò vincitore rispetto agli elicotteri concorrenti per la soluzione "ad intermi" e l'esercito americano firmò il primo contratto di produzione per 110 esemplari.

Il dimostratore Bell 209 fu utilizzato per i successivi sei anni per le prove sui sistemi di armamento e sugli altri equipaggiamenti. Fu aggiornato per allinearsi allo standard AH-1 di produzione nei primi anni settanta. Il dimostratore è stato in seguito consegnato al General George Patton Museum a Fort Knox e riconvertito approssimativamente nella sua configurazione originale.

Il progetto del Bell 209 fu modificato prima di entrare in produzione di serie. Il carrello a pattino retrattile fu sostituito con uno più semplice e fisso. Venne adottato un rotore a pale più ampie e i modelli in produzione avevano un tettuccio in plexiglas al posto di quello corazzato del 209, che risultò pesante al punto da limitare le prestazioni.

Il primo AH-1G HueyCobra venne consegnato nel giugno 1967. Originariamente designato UH-1H, adottò subito la lettera "A" per "da attacco" e quando una versione migliorata dell'UH-1D venne chiamata UH-1H, lo HueyCobra divenne l'AH-1G. L'AH-1 venne inizialmente considerato una variante della linea H-1 e, per questo motivo, venne utilizzata la lettera G per la prima variante.

La Bell costruì 1 116 AH-1G per l'esercito americano tra il 1967 e il 1973. I Cobra accumularono oltre un milione di ore di volo operativo in Vietnam. Gli AH-1 Cobra vennero impiegati durante l'offensiva del Tet del 1968 e fino alla fine della guerra del Vietnam per fornire supporto di fuoco alle forze terrestri, servizio di scorta e altri ruoli, incluso quello di equipaggiare due battaglioni di "artiglieria aerea con razzi" - aerial rocket artillery (ARA) inquadrati nelle divisioni aeromobili. I Cobra formavano anche dei gruppi detti "hunter killer" in coppia con gli elicotteri da avvistamento OH-6A. Un OH-6 volava basso e lento per individuare le forze nemiche: se l'OH-6 attirava il fuoco, interveniva il Cobra colpendo la postazione nemica che si scopriva.

Sin da metà degli anni settanta il Libano rappresentava il fronte più attivo per Israele. Le caratteristiche uniche dei Cobra unite alla dotazione di armamenti di precisione, rendevano questi elicotteri ottimali per il teatro di operazioni libanese e la IAF li acquisì e cominciò ad utilizzarli con regolarità per oltre 20 anni. Il primo attacco con i Cobra ebbe luogo il 9 maggio 1979 vicino Tiro. Al tramonto, due AH-1 attraversarono il confine sul Mediterraneo e ottennero due missili ognuno colpendo gli obiettivi assegnati. I Cobra sono stati utilizzati itensivamente dalla Israeli Air Force nella guerra del Libano del 1982 per distruggere i corazzati e le fortificazioni Siriane. Gli AH-1 distrussero dozzine di mezzi corazzati, compresi alcuni moderni carri armati T-72 di produzione sovietica. I Cobra sono stati molto attivi nelle maggiori operazioni contro Hizbullah, quali l'operazione "Accountability" e "Grapes of Wrath".

Tuttora la Heyl Ha'Avir utilizza i Cobra, rinominati "Tzefa" (צפע), ebraico per vipera, riscuotendo apprezzamenti positivi da parte degli stati maggiori.

L' Esercito Pakistano ha anche utilizzato l'AH-1 come principale elicottero armato durnate la metà degli anni settanta, nel corso delle rivolte tribali nella provincia del Belucistan. Le recenti insurrezioni nelle regioni del Waziristan hanno visto AH-1 pakistani impiegati contro i combattenti Talebani e di Al Qaeda e le tribù loro alleate, così come negli scontri susseguenti alle insurrezioni in Baluch sollevate dai armati delle etnie Bugti e Marri comandate da Nawab Akbar Khan Bugti leader del Balochistan Liberation Army dalla metà dei primi anni 2000.

Gli Huey Cobra furono acquisiti anche dall'United States Marine Corps che li utilizzò nelle operazioni durante 1983 invasion of Grenada. Durante la guerra del golfo del 1990-91, i Cobra e i SeaCobra vennero utilizzati in ruoli di supporto. I Marines impiegarono 91 SeaCobras e l'esercito 140 Cobra. Tre AH-1 vennero persin in incidenti durante i combattimenti e dopo il cessate il fuoco. I Cobra statunitensi sono stati impiegati in operazioni per tutti gli anni novanta e alcuni continuano a operare con le forze armate americane, per esempio con i Marines durante la guerra in Iraq.

Lo U.S.Army dismise gli AH-1 nel corso degli anni novanta e ritirò l'AH-1 dal servizio attivo nel marzo del 1999 lasciandolo solo in organico alla riserva. Successivamente l'esercito statunitense ritirò l'AH-1 dalla riserva nel settembre 2001. Gli AH-1 radiati sono stati ceduti ad altre nazioni o al Servizio forestale degli Stati Uniti.

Nel 2003, lo U.S. Forest Service acquisì 25 AH-1F radiati dall'U.S. Army. Gli elicotteri sono stati ridesignati come Bell 209 e sono in corso di conversione alla versione "Firewatch Cobra" con sensori agli infrarossi e a intensificazione luminosa per il controllo della situazione in tempo reale durante la lotta aerea antincendio. Il dipartimento alle foreste della Florida ha anche acquisito 3 AH-1P dall'U.S. Army. Questi modelli sono chiamati Bell 209 "Firesnakes" e sono equipaggiati con un sistema in grado di lanciare acqua o liquido ritardante.

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Edward Quinan

Il gen. Edward Pellew Quinan

Edward Pellew Quinan (Calcutta, 9 gennaio 1885 – Barrington (Somerset), 13 novembre 1960) è stato un generale britannico.

Il Generale Sir Edward Pellew Quinan, KCB, KCIE, DSO, OBE è stato un comandante britannico nel corso della Seconda guerra mondiale.

Rimasto orfano di padre a 10 anni e sposatasi una seconda volta la madre, Edward Quinan (che era un anglo-irlandese) fu educato a Dublino dai suoi nonni e zii, fin quando non entrò nell'Accademia Militare Reale di Sandhurst nel 1903. A 20 anni fu assegnato al 27° Reggimento del Punjab nell'Esercito britannico dell'India (Indian Army), servendo lungo la frontiera NO dell'India. Scoppiata la Prima guerra mondiale, Quinan combatté in Francia e in Mesopotamia (allora sotto l'Impero ottomano). Partecipò alla Battaglia di Neuve-Chapelle, di Battaglia di Loos e, in Mesopotamia, nel quadro dell'assedio di Kut al-Amara, venne ferito a Bayt Asia.

Tornò quindi in India e nel 1919 partecipò alla Guerra afghana. Tra il 1920 e il 1930, dopo aver comandato il suo Reggimento, fu destinato a insegnare nell'Imperial Defence College.

Nel 1936 fu promosso Brigadier Generale e Aiutante di campo di Re Edoardo VIII d'Inghilterra. L'anno seguente tornò nel sub-continente indiano per operare nel Waziristan e fu insignito in quell'occasione del Distinguished Service Order. Nel 1938 fu promosso Maggior Generale.

Nel 1941, promosso Tenente Generale, fu incaricato dal Generale Sir Archibald Wavell di operare in Iraq, assumendo il comando delle forze armate britanniche (British Army) e del British Indian Army durante la guerra anglo-irachena.

Condusse poi con grande efficienza operazioni militari nel corso della Campagna di Siria e dell'Invasione anglo-sovietica dell'Iran.

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Source : Wikipedia