Vladimir Putin

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Inviato da murphy 27/02/2009 @ 13:37

Tags : vladimir putin, russia, europa, esteri

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Relazioni internazionali della Russia

La Federazione Russa (in breve, Russia) intrattiene rapporti diplomatici con tutti gli Stati del pianeta ed ha una politica estera molto articolata. Si tratta in parte di un'eredità dell'Unione Sovietica, ma soprattutto di un nuovo dinamismo associato con l'era della Presidenza di Vladimir Putin (2000 - 2008). La dissoluzione dell'Unione Sovietica aprì diverse difficili questioni tra gli Stati successori: l'attribuzione del seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il ripagamento del debito estero dell'URSS non ne sono che degli esempi.

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Russia Unita

Coat of Arms of the Russian Federation.svg

Fascio Russia (Edinaja Rossija, Единая Россия) è un partito politico russo.

RU è nato per sostenere Vladimir Putin, successore designato alla carica di presidente della Federazione Russa da Boris El'cin. Putin nell'agosto del 1999, con la nomina a primo ministro, ottenne dal presidente El'cin, ormai minato nella salute ed inviso alla popolazione, l'investitura a succedergli. Putin seppe riconquistare l'appoggio non solo dell'opinione pubblica, ma anche di personalità come Lužkov e Primakov che avevano da tempo preso le distanze da El'cin e creato un partito d'opposizione ("Madrepatria - Tutta la Russia"). Nel 2000, candidato ufficialmente come "indipendente", Vladimir Putin riuscì a farsi eleggere presidente. Alle elezioni legislative del 2003 RU ottenne il 38% dei suffragi (pari a 22.529.459 voti), tradottisi in 222 seggi su 450. RU divenne primo partito di Russia, distanziando in modo significativo il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), secondo classificato (12,8% dei voti, 51 seggi). Tale successo già di per sé considerevole fu reso ancora maggiore dalla parallela maggioranza anche nel Consiglio Federale di Russia, nonché dal fatto che molti dei partiti minori rappresentati alla Duma (la camera bassa cui si riferiscono le elezioni legislative) non sono ostili a RU. Anche nel 2004 Vladimir Putin s'è ricandidato al posto di presidente come indipendente, ma è stato di fatto sostenuto, oltre che dall'apparato statale, anche da quello partitico di RU. In quell'occasione Putin trionfò col 71,2% dei voti (48.931.376 preferenze). Proprio per tale appoggio de facto, pur non essendoci vincoli ufficiali, RU fin dalla propria nascita è generalmente considerata il "partito del potere".

Alle politiche del 2007 RU conquistò il 64,3% dei voti ed elesse 315 deputati su 450. Il nuovo sistema elettorale (proporzionale con sbarramento al 7%), ridusse i partiti presenti alla Duma a quattro: RU; KPRF (11,6%); Partito Liberal-Democratico di Russia (PLDR, 8,1%) e Russia Giusta (RG, 7,7%). Lo sbarramento molto alto e l'eliminazione della quota maggioritaria determinarono solo l'uscita dalla Duma non solo partiti minori come il Partito Agrario di Russia e Jabloko (rispettivamente 3 e 4 seggi nella Duma precedente), ma anche gli indipendenti, che erano nel 2003 ben 71.

Nel 2008 Putin, scaduto il suo secondo mandato, non si potè candidare alla Presidenza. Venne nominato Capo del Governo dal nuovo presidente Dmitry Medvedev, anch'egli di RU, che venne eletto con il 69%. Medvedev, del resto, venne sostenuto anche dali agrari e da RG. Nel settembre 2008 il Partito Agrario di Russia ha annunciato la propria fusione con RU.

La collocazione ideologica di RU è alquanto difficile. Molti suoi esponenti provengono dall'establishment dell'ex Partito Comunista. Lo stesso Putin proviene dal KGB. Non è ancora membro di alcuna famiglia internazionale. Può essere considerato un partito centrista in quanto mediano rispetto agli altri due partiti che hanno un certo peso politico, comunisti (KPRF) e nazionalisti (PLDR). In ambito economico alterna posizioni liberali e stataliste. In politica esterna si è fatto portavoce di posizioni nazionaliste (Cecenia, Ossezia del Sud, Abkazia, Ucraina). E' un tipico partito incentrato sulla figura del proprio leader.

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Vladimir Vladimirovič Putin

ZAZ - la prima macchina di Vladimir Putin

Vladimir Vladimirovič Putin (Влади́мир Влади́мирович Пу́тин) (Leningrado, 7 ottobre 1952) è un politico ed ex agente segreto russo.

È stato Primo Ministro della Russia dall'8 agosto 1999 al 7 maggio 2000, su nomina di Boris Eltsin. Svolse le funzioni di Capo dello Stato dopo le dimissioni di Eltsin, dal 31 dicembre 1999, e poi fu eletto Presidente della Federazione Russa dal 2000, riconfermato in carica nelle elezioni del 14 marzo 2004. Impossibilitato ad un terzo mandato per il dettame della Costituzione russa, ha favorito la vittoria del suo delfino Dmitrij Medvedev, che l'ha nominato nuovamente Primo Ministro il giorno stesso del suo insediamento, il 7 maggio 2008. Il 27 maggio 2008 il presidente della Repubblica Bielorussa lo ha nominato primo ministro dell'Unione Russia-Bielorussia.

Il settimanale statunitense TIME lo ha eletto Persona dell'anno 2007.

Putin si è laureato in Diritto Internazionale della Facoltà di legge dell'Università Statale di Leningrado nel 1975. Membro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica,, fu arruolato alla fine degli studi nel KGB.Durante la sua carriera come membro e quindi dirigente dell'organizzazione segreta, durata dal 1975 al 1991, ha vissuto per cinque anni a Dresda, nella Repubblica Democratica Tedesca. Dopo il collasso del regime della Germania Est, Putin fu richiamato in Unione Sovietica e fece ritorno a Leningrado, dove, da giugno del 1991, fu inserito nella sezione Affari internazionali dell'Università Statale, sottoposto al vice-direttore Juri Molčanov. Nella sua nuova posizione, rinsaldò i rapporti con Anatolj Sobčak, l'allora sindaco di Leningrado. Sobčak lavorò come professore assistente durante gli anni di università di Putin e fu un suo relatore. Il futuro Presidente rassegnò le proprie dimissioni dai servizi di sicurezza il 20 agosto 1991 durante il fallito colpo di Stato, supportato dal KGB, contro Gorbačëv.

Nel mese di maggio 1990 fu nominato consigliere del sindaco di San Pietroburgo per gli affari internazionali. Dal 28 giugno 1991 fu posto alla direzione del comitato per le relazioni esterne della città, con il compito di promuovere i rapporti internazionali e attirare gli investimenti stranieri. Il comitato fu inoltre incaricato di registrare le imprese estere presenti a San Pietroburgo . Nello stesso periodo in cui Putin lo dirigeva, nell'organo lavorava anche Aleksej Miller, l'attuale CEO di Gazprom, (15 dicembre 1991 - 1996), nonché un elevato numero di politici e businessman . Dopo un anno di direzione, l'operato di Putin fu messo sotto esame da una commissione del consiglio legislativo della città. Nella propria relazione finale tale organo rilevò che i prezzi applicati dal comitato nei confronti degli imprenditori esteri erano eccessivamente bassi e che questi aveva concesso delle licenze per l'esportazione dei metalli non ferrosi (per un valore stimato in 93 milioni di dollari) in cambio di aiuti alimentari che non giunsero mai nella città . La proposta di immediata revoca della carica non sortì tuttavia alcun effetto: Putin rimase a capo del comitato per le relazioni esterne fino al 1996. Dal 1992 al marzo 2000 gli fu inoltre affidata la direzione del St. Petersburg Immobilien und Beteiligungs AG (SPAG), una agenzia immobiliare tedesca, finita sotto inchiesta in Germania per riciclaggio di denaro sporco.

Nel 1994 venne nominato deputato alle elezioni supplementari della città di San Pietroburgo. Dal 1995 fino al giugno del 1997 Putin guidò la delegazione pro-governo della città nel partito politico La nostra casa è la Russia ; durante questo stesso periodo fu inoltre a capo del Gruppo editoriale del giornale Sankt-Peterburgskie Vedomosti di JSC.

Nel 1996 Anatoly Sobchak perse le elezioni della città di San Pietroburgo a favore del rivale Vladimir Jakovlev. Il futuro presidente russo venne allora chiamato a Mosca e, nel giugno 1996, divenne capo delegato del Dipartimento per la gestione della proprietà presidenziale (carica che occuperà fino al 1998), alle dipendenze di Pavel Borodin. Occuperà questa posizione fino a marzo del 1997. Il 26 marzo 1997 il presidente Boris Nikolaevič El'cin lo nominò delegato capo del Personale Presidenziale, carica che occupò fino a maggio 1998.

Il 27 giugno 1997 Putin conseguì il Master in economia, primo livello post laurea, all'Istituto Minerario di San Pietroburgo con una relazione dal titolo "La progettazione strategica delle risorse regionali sotto la formazione dei rapporti del mercato". Secondo Clifford, G. Gaddy, un collega dell'istituto Brookings, 16 delle 20 pagine che aprono una sezione chiave del lavoro di Putin erano copiate parola per parola da uno studio dell'amministrazione, La Progettazione Strategica e la Politica, scritte del professor William King degli Stati Uniti e da David Cleland. Lo studio è stato tradotto in Russo da un istituto vicino al KGB all'inizio degli anni 90.

Il 25 maggio 1998, fu nominato "Primo delegato capo del personale presidenziale per le regioni", (sostituendo Viktoriya Mitina) ed il 15 luglio dello stesso anno divenne Presidente della Commissione per la Preparazione degli Accordi sulla limitazione del potere alle regioni" (in cui sostituisce Sergeij Shachrai). Dopo l'arrivo di Putin, la commissione non ha completato tali accordi, anche se durante il mandato di Shakhray ne erano già stati conclusi 46.

Il 25 luglio 1998 El'cin nominò Vladimir Putin capo del FSB (una delle agenzie che successero al KGB), ruolo che quest'ultimo occuperà fino all' agosto del 1999. Divenne un membro permanente del Consiglio di sicurezza della federazione russa il 1º ottobre 1998 e suo responsabile il 29 marzo 1999. Nel mese di aprile del 1999, Vladimir Putin ed il Ministro degli interni Sergei Stepašin tennero una conferenza stampa televisiva in cui mostrarono un video che rappresentante un uomo nudo, molto simile al procuratore generale della Russia, Juri Skuratov, a letto insieme a due giovani donne. Putin sostenne che dall'analisi degli esperti del FSB sarebbe risultato che l'uomo sul nastro fosse proprio Skuratov e che l'orgia gli fosse stata offerta da ricchi criminali russi. Skuratov era stato in passato avversario del presidente El'cin e aveva denunciato la corruzione del suo governo.

Il 28 luglio 1983 Putin convolò a nozze con Ljudmila Škrebneva, al tempo una studentessa di Filologia spagnola all'Università statale di San Pietroburgo, nata a Kaliningrad il 6 gennaio 1958. La coppia ha due figli, Maria Putina, nata nel 1985, e Ekaterina (Katia) Putina, nata nel 1986 a Dresda. Le due studiarono alla Scuola tedesca a Mosca (Deutsche Schule Moskau) fino a che il padre fu nominato primo ministro.

Per il Patriarca Alessio II della Chiesa ortodossa russa il ruolo di Putin è stato determinante nel ricomporre lo scisma, che perdurava ormai da ottant'anni, con la Chiesa Ortodossa fuori dalla Russia nel maggio 2007.

Putin parla ottimamente il tedesco; parla discretamente anche l'inglese, ma è solito utilizzare interpreti quando conversa con interlocutori madrelingua.

Il 9 agosto 1999 Vladimir Putin fu nominato Primo Deputato, carica che gli permetterà quello stesso giorno, dopo la caduta del precedente governo guidato da Sergei Stepašin, di essere insignito dell'incarico di Primo Ministro della Federazione russa dal Presidente Boris El'cin. El'cin dichiarò inoltre che avrebbe desiderato che Putin diventasse il proprio successore. Poco dopo tale augurio, il nuovo Primo Ministro dichiarò la propria intenzione di correre per la Presidenza. Il 16 agosto, la Duma ratificò la sua nomina a Primo Ministro con 233 voti a favore (contro 84 contrari e 17 astenuti), facendo di lui il quinto capo di governo in meno di diciotto mesi. In tale carica Putin, pur essendo pressoché sconosciuto all'opinione pubblica, durerà di più dei propri predecessori. I maggiori oppositori di El'cin e aspiranti alla Presidenza, il Sindaco di Mosca Jurij Mikhailovič Lužkov e l'ex Primo Ministro Evgenij Primakov, stavano già cercando di rimpiazzare il Presidente uscente, e contrastarono duramente Putin quale nuovo concorrente. L'immagine di Putin come uomo d'ordine e il suo deciso approccio alla Seconda Guerra Cecena riuscirono tuttavia ad aumentarne la popolarità tra le masse, e gli permise di superare i propri rivali.

La nomina di Putin coincise infatti con l'improvvisa recrudescenza del conflitto nel Caucaso settentrionale: i separatisti Ceceni si riorganizzarono e invasero il vicino Dagestan. Sia in Russia che all'estero, l'immagine pubblica di Putin fu forgiata dal suo approccio aggressivo al conflitto. Uno dei primi atti che compì diventando Presidente ad interim, il 31 dicembre 1999, fu quello di fare visita alle truppe russe in Cecenia. Nel 2003 in tale regione si tenne un referendum che sancì l'adozione di una nuova costituzione e l'appartenenza della Repubblica alla Federazione Russa. La situazione è in seguito venuta a stabilizzarsi dopo le elezioni parlamentari e l'istituzione di un governo regionale.

Pur non essendo formalmente iscritto a nessun partito, Putin diede il proprio appoggio al neonato Partito di Unità russo, che ottenne nel voto popolare per la Duma, tenuto nel dicembre 1999, la seconda percentuale più alta di consensi (23,32%). Dopo tale successo Putin apparve il favorito tra i candidati alla presidenza in vista delle elezioni che si sarebbero svolte l'estate successiva.

La sua ascesa alla più alta carica della Russia si dimostrò persino più rapida: il 31 dicembre 1999, inaspettatamente, El'cin rassegnò le proprie dimissioni e, come previsto dalla costituzione, Putin divenne Presidente della Federazione Russa. Il primo Decreto che Putin sottoscrisse quello stesso giorno fu quello titolato "Sulle garanzie riguardanti il precedente presidente della Federazione Russa e per i membri della sua famiglia".

Mentre i suoi oppositori si stavano preparando ad un'elezione da svolgersi nel giugno dell'anno successivo, le dimissioni di El'cin fecero sì che le stesse dovessero essere effettuate entro tre mesi, in marzo. Le Elezioni presidenziali russe si svolsero il 26 marzo 2000: Putin vinse alla prima tornata.

Vladimir Putin fu nominato Presidente il 7 maggio 2000. Dopo aver annunciato la propria intenzione di consolidare il potere presidenziale nel Paese, durante il maggio 2000 emanò un decreto che suddivideva gli 89 soggetti federali della Russia tra 7 distretti federali diretti da suoi rappresentanti allo scopo di facilitare l'amministrazione federale. Nel luglio 2000, così come disponeva una legge proposta da lui ed approvata dal Parlamento, Putin acquisì il diritto di revocare il mandato ai capi di tali soggetti federali.

Nel dicembre 2000 il Presidente approvò la legge modificativa dell'Inno della Federazione Russa. Fino a quel momento quest'ultimo aveva avuto musica di Michail Ivanovič Glinka e nessun testo. Il nuovo Inno riproponeva (con piccole modifiche) la musica di quello sovietico successivo al 1944 di Aleksandrov, con il testo di Sergej Michalkov.

Il 12 febbraio 2001, Putin sottoscrisse una legge federale riguardante le garanzie per i precedenti presidenti e le loro famiglie che rimpiazzò il decreto precedente. Dal 1999 El'cin, con alcuni parenti, era sotto inchiesta per riciclaggio di denaro tra Russia e Svizzera.

All'inizio del luglio 2003 le autorità russe arrestarono Platon Lebedev, partner di Michail Borisovič Khodorkovsky e secondo più grande azionista della Yukos, sospettato di aver acquisito illegalmente nel 1994 una partecipazione in una società statale, la Apatit.

Il 14 marzo 2004 Putin è stato rieletto Presidente per un secondo mandato, con il 71 percento dei voti. Nel mese di settembre, a seguito degli attacchi terroristici ceceni in Russia, (scuola di Beslan 1º settembre 2004) il presidente Vladimir Putin ha lanciato un'iniziativa per sostituire l'elezione dei governatori regionali con un sistema per cui sarebbero direttamente nominati dal presidente ed approvati dalle legislature regionali. Gorbaciov ha criticato tali provvedimenti accusando Putin di allontanarsi dalla via democratica.

Favorevole ad un recupero, sia pure critico, dei valori espressi dal precedente regime comunista, Putin - sul piano della politica internazionale - si è opposto alla Guerra in Iraq del 2003, mostrandosi riluttante anche verso un'immediata abolizione delle sanzioni verso quel paese una volta terminato il conflitto, condizionandolo al completamento del lavoro delle commissioni ispettive dell'ONU.

Nell'aprile 2005 Putin effettua un viaggio in Medio Oriente, divenendo il primo leader russo in visita ufficiale a Gerusalemme.

Nel novembre 2006 Putin è accusato dell'omicidio politico dell'ex colonnello del KGB Aleksandr Litvinenko in un video registrato dalla vittima stessa poco prima della sua morte, dovuta ad avvelenamento da radiazioni di Polonio 210. Alcuni giornali parlano anche di coinvolgimenti del governo russo nella morte della giornalista moscovita Anna Politkovskaja. Altri giornalisti sono stati uccisi ed altri costretti a non occuparsi di politica. Anche i giornali, intimiditi e a corto di finanziamenti, ormai sono allineati alla linea politica "ufficiale", tranne il Kommerzant, partecipato dalla Fondazione Gorbaciov. Tuttavia nessuna prova definitiva è stata prodotta a sostegno di queste accuse. Le indagini sono state subito indirizzate verso la "mafia cecena", alla quale vengono genericamente attribuite tutte le responsabilità "scomode" per il Cremlino. Tali osservazioni critiche vengono confermate nei servizi per i vari Telegiornali dai corrispondenti della RAI a Mosca.

Gli enormi proventi derivanti dalla vendita di materie prime, soprattutto petrolio e gas, i cui prezzi sono saliti ai massimi storici dal 2000 in poi, sono tornati ad essere destinati prioritariamente come in epoca sovietica al complesso militar/industriale. Sono dell'estate 2007 ripetute entusiastiche dichiarazioni circa la realizzazione di un nuovo missile balistico intercontinentale a testate nucleari multiple e la costruzione di un nuovo caccia Sukoi.

Il 26 aprile 2007, durante il suo ultimo discorso alla nazione, ha annunciato l'intenzione di porre una moratoria sul trattato Nato contro la proliferazione di armi convenzionali in Europa, almeno fino a che tutti i paesi non lo abbiano ratificato e abbiano iniziato ad implementarlo. Ha poi aggiunto: "Se non ci saranno progressi propongo di esaminare la possibilità di uscire dall'accordo e chiedo di sostenere questa mia proposta". Nel dicembre 2007 la Duma ha ratificato l'uscita unilaterale dal Trattato contro la proliferazione di armi convenzionali in Europa. Inoltre, riguardo il cosiddetto scudo spaziale, che gli Stati Uniti hanno intenzione di costruire in Europa, (costituito da un sistema radar in Polonia e Repubblica Ceca), Putin ha proposto che l'Osce discuta il dislocamento di elementi dello scudo nel continente: "Per la prima volta in Europa possono spuntare elementi dell'arma strategica americana, e tali piani Usa non sono esclusivamente un problema delle relazioni russo-americane ma riguardano gli interessi di tutti i paesi europei".

Con l'insediamento al Cremlino del suo fedelissimo Dmitrij Medvedev il 7 maggio 2008, Vladimir Putin è tornato alla carica di Primo Ministro da lui già detenuta prima del mandato presidenziale. Gli analisti internazionali sostengono che il nuovo ruolo gli permetterà di mantenere un ruolo centrale nella vita politica russa.

Nel periodo precedente al suo passaggio da Presidente della Federazione a Primo Ministro, Putin ha fatto approvare una serie di provvedimenti che hanno rafforzato notevolmente i poteri del Primo Ministro, a scapito sia del Presidente (in politica estera e nei rapporti con i governatori locali), sia dei ministri (ai quali sono state affidate competenze "tecniche" un tempo del Primo Ministro): in questo modo Vladimir Putin, pur cambiando ufficio di governo, ha mantenute intatte anche dal punto di vista formale molte sue competenze.

Nella nuova veste di capo del governo, Putin ha gestito personalmente la crisi con la Georgia, sfociata nella seconda guerra in Ossezia del Sud, vinta dalla Russia. Con il riconoscimento dell'indipendenza di Ossezia del Sud ed Abcasia (26 agosto 2008), Putin ha utilizzato il caso del riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo come precedente del diritto internazionale, ed ha notevolmente rafforzato la posizione militare ed economica russa nel Caucaso e sul Mar Nero.

Il 27 maggio 2008 Vladimir Putin è stato nominato primo ministro dell' Unione Russia-Bielorussia dal presidente bielorusso, Alexander Lukashenko. Almeno così riferisce l'agenzia di stampa bielorussia BelTa. Tuttavia non vi è nessuna conferma da parte russa. Questo potrebbe essere il primo passo per il concretizzarsi dell'Unione Russia-Bielorussia prevista da un accordo del 1996 con una progressiva integrazione politica ed economica, mai realizzata finora.

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Elezione presidenziale ucraina del 2004

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Le elezioni presidenziali tenutesi nel novembre e dicembre 2004 in Ucraina sono state una battaglia politica tra l'allora Primo Ministro Viktor Janukovyč e l'ex Primo Ministro e capo dell'opposizione Viktor Juščenko. L'elezione si svolse in un'atmosfera particolarmente nervosa, con sospetti di intimidazioni e anche dell'avvelenamento di Juščenko, che fu poi confermato essere il risultato di avvelenamento per diossina.

Secondo i risultati ufficiali, annunciati il 23 novembre, l'elezione era stata vinta da Janukovyč, ma Juščenko e i suoi sostenitori, come anche molti osservatori internazionali, denunciarono le elezioni come truccate. Ciò portò a una grave crisi politica e ad atti di disobbedienza civile, noti col nome di "rivoluzione arancione", che portarono infine la Corte Suprema dell'Ucraina ad annullare i risultati e a ripetere il secondo turno elettorale.

Il secondo svolgimento del secondo turno avvenne il 26 dicembre. Gli osservatori affermarono che il voto era stato maggiormente libero, e Viktor Juščenko ottenne questa volta il 52% dei voti, contro il 44% di Janukovyč. Juščenko fu quindi dichiarato vincitore il 10 gennaio 2005, dopo il fallimento di un'azione legale intentata da Janukovyč.

I due principali contendenti erano Viktor Janukovyč e Viktor Juščenko. Janukovyč, Primo Ministro dell'Ucraina dal 2002, era sostenuto dall'allora Presidente Leonid Kučma, come anche dalla Russia e dal suo Presidente, Vladimir Putin.

Juščenko, d'altra parte, era considerato più filo-occidentale, e godeva del sostegno dell'Unione europea e degli Stati Uniti.

In totale, ci furono 26 candidati alla presidenza, ma gli altri candidati ricevettero molti meno voti rispetto ai due leader.

Al secondo turno del 21 novembre, la Commissione Elettorale dell'Ucraina dichiarò il Primo Ministro Viktor Janukovyč vincitore. Secondo i dati della Commissione, Viktor Janukovyč aveva ottenuto il 49,42%, mentre Viktor Juščenko il 46,69%. Gli osservatori dell'OCSE affermarono che il voto "non aveva soddisfatto le regole internazionali e l'osservatore senior degli USA, il Senatore Richard Lugar, le definì "programma di frode elettorale concertato e potente".

La distribuzione geografica dei voti mostrò una chiara divisione tra est e ovest dell'Ucraina, il che è radicato fortemente nella storia della nazione. Le parti occidentali e centrali corrispondono all'incirca ai territori dell'ex Confederazione Polacco-Lituana del XVII secolo; queste regioni sono considerate più filo-occidentali, e la popolazione è principalmente di lingua ucraina e cattolici greco-ucraini (uniati) nell'ovest o ortodossi ucraini al centro, e votarono principalmente in favore di Juščenko. La parte orientale, fortemente industrializzata, comprendente anche la Repubblica Autonoma di Crimea, dove i legami con la Russia e la Chiesa ortodossa russa sono molto più forti, e dove vivono molte persone di etnia russa, è una roccaforte di Janukovyč.

Tra i due turni elettorali, la grande crescita nell'affluenza fu registrata nelle regioni sostenenti Janukovyč, mentre le regioni favorevoli a Juščenko, videro all'incirca lo stesso dato, comparato col primo turno. Questo effetto fu marcato principalmente nell'Ucraina orientale e specialmente nelle roccaforti di Janukovyč dell'Oblast' di Donec'k, dove si verificò un'affluenza del 98,5%, più del 40% più del primo turno. In alcuni distretti, fu registrata un'affluenza maggiore del 100%, e uno di questi riportò addirittura un'affluenza del 127%. Secondo gli osservatori delle elezioni e gli investigatori criminali post-elettorali, gli attivisti filo-Janukovyč viaggiarono per la nazione e votarono molte volte in luogo degli assenti. Ad alcuni gruppi dipendenti dall'assistenza del governo, come studenti, degenti e prigionieri, fu detto di votare per il candidato del governo.

Furono registrate molte altre irregolarità, come falsificazione delle schede, intimidazioni e grandi numeri di nuovi elettori apparsi sui registri elettorali; nella sola Donec'k, al secondo turno votò mezzo milione di elettori più del primo. Janukovyč vinse in tutte le regioni tranne una in cui si registrò l'aumento dell'affluenza alle urne. In seguito, la Corte Suprema dell'Ucraina affermò che questo era avvenuto a causa della diffusa falsificazione dei risultati.

Molti commentatori videro le potenze straniere influenzare le elezioni, e in particolare gli Stati Uniti, l'Unione Europea e la Russia, con gli USA che sostenevano Juščenko (il Segretario di Stato degli Stati Uniti Henry Kissinger, l'ex Consigliere della Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski e il Senatore John McCain visitarono tutti Kiev, con visite ufficiali o private), e il Presidente della Russia Vladimir Putin che sosteneva pubblicamente Janukovyč. Sui media, i due candidati erano i aperto contrasto, in quanto Juščenko rappresentava sia i residenti delle zone di Kiev filo-occidentali che gli abitanti delle campagne ucraine, mentre Janukovyč rappresentava i lavoratori della parte orientale e gli industriali filo-russi.

Più nello specifico, si credeva che una vittoria di Juščenko avrebbe rappresentato uno stop all'integrazione dell'Ucraina con il resto della Comunità degli Stati Indipendenti, e probabilmente la cancellazione dello Spazio Economico Comune tra Russia, Ucraina, Bielorussia e Kazakistan, che era già stato deciso dalla Verchovna Rada. Egli avrebbe invece incrementato i tentativi di integrazione con l'Europa e il possibile ingresso nell'UE e nella NATO. D'altra parte, Janukovyč aveva già promesso di rendere il russo la lingua ufficiale dell'Ucraina, come già avviene nel caso dei membri della CSI come Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan.

Putin si congratulò con Viktor Janukovyč per la vittoria ancora prima che venissero resi ufficiali i risultati, e seguirono poco dopo i complimenti del Presidente della Bielorussia Aleksandr Lukašenko. Gli osservatori elettorali della CSI lodarono il secondo turno elettorale definendolo "legittimo e di una natura tale da riflettere gli standard democratici", un'opinione opposta a quella degli altri osservatori, come quelli dell'ENEMO, del Comitato dei Votanti dell'Ucraina e dell'IEOM.

Il 28 novembre Jurij Lužkov, sindaco di Mosca, tenne un discorso denunciando l'opposizione ucraina, definendo i suoi membri un "sabba di streghe" che fingeva di "rappresentare tutta la nazione." I giornali russi stamparono insistentemente avvisando la popolazione, e il giornale del Partito Comunista Pravda scrisse: "Le truppe NATO in Ungheria e Polonia sono pronte a muoversi, e le unità militari in Romania e Slovacchia sono state messe in allerta. Le città ucraine sono il loro obiettivo".

Diverse altre nazioni della CSI si unirono alla Russia nel sostenere Viktor Janukovyč. Il Presidente della Bielorussia Aleksandr Lukašenko gli telefonò per congratularsi personalmente prima della dichiarazione ufficiale dei risultati. Il Presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbayev gli scrisse affermando che "La Sua vittoria mostra che il popolo ucraino ha fatto la scelta in favore dell'unità della Nazione, dello sviluppo democratico e del progresso economico". I Presidenti di Kirghizistan (Askar Akayev) e Uzbekistan (Islom Karimov) inviarono similmente le loro congratulazioni. Tuttavia, in seguito, Karimov criticò il coinvolgimento della Russia nelle elezioni ucraine, affermando che l'"eccessiva dimostrazione russa di interesse verso un esito nel voto ha fatto più male che bene".

Invece, il Presidente della Georgia Mikheil Saakašvili indicò il proprio sostegno per Viktor Juščenko, affermando che "Ciò che oggi avviene in Ucraina si riferisce chiaramente all'esempio della Georgia per il resto del mondo." Questa affermazione fu un riferimento alla rivoluzione della rosa della fine del 2003; in effetti, i georgiani erano stati molto visibili nelle manifestazioni di Kiev e la bandiera della Georgia era stata tra quelle sventolate in Piazza dell'Indipendenza, mentre Juščenko teneva in mano una rosa a ricordare appunto la rivoluzione georgiana.

Armenia e Azerbaigian mantennero posizioni più neutrali, non sostenendo nessun candidato in particolare, ma dichiarando l'importanza dell'unità dell'Ucraina.

Il 2 dicembre, un giorno prima della decisione della Corte Suprema della ripetizione del voto, il Presidente Leonid Kučma visitò Mosca per discutere della crisi con Vladimir Putin. Putin sostenne la posizione di Kučma, favorevole a ripetere le elezioni in blocco, anziché la sola ripetizione del secondo turno.

L'Unione Europea affermò sin da subito che non avrebbe riconosciuto i risultati delle elezioni. Tutti i 25 paesi membri dell'UE raccomandarono ai propri ambasciatori in Ucraina di protestare fortemente contro quella che era stata vista come frode elettorale.

L'Unione Europea discusse il processo elettorale ucraino, con il Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso che mise in guardia sulle conseguenze, se non ci fosse stata una revisione del risultato elettorale. Durante un incontro tra Putin e i funzionari dell'UE a L'Aia, il Presidente russo si oppose alla reazione dell'Europa, affermando che egli era "fortemente convinto che non vi fosse diritto morale a spingere un grande stato europeo verso nessun tipo di disordine di massa".

Tra gli stati europei, le nazioni confinanti ad ovest con l'Ucraina furono in particolare toccate dalle conseguenze delle elezioni. In Polonia, il maggiore vicino occidentale dell'Ucraina, i politici, i media e i cittadini sostennero entusiasticamente Viktor Juščenko e si opposero ai brogli elettorali. I deputati polacchi al Parlamento Europeo chiesero di dare all'Ucraina la prospettiva di un futuro ingresso nell'UE, a patto che la nazione sottostesse agli standard democratici. I membri occidentali dell'UE sono in generale più riluttanti all'ingresso ucraino nell'Unione, il che spinse i media polacchi ad accusarli di essere più interessati al processo di integrazione della Turchia e a mantenere relazioni pacifiche con la Russia.

Il 25 novembre, l'ex Ministro degli Esteri ucraino e stetto collaboratore di Juščenko, Borys Tarasyuk, tenne un discorso al Sejm (il Parlamento nazionale polacco), cercando di spingere la Polonia a non riconoscere il risultato elettorale e ad aiutare a risolvere la crisi politica. Lo stesso giorno, l'ex Presidente della Polonia Lech Wałęsa si recò a Kiev per esprimere pubblicamente il proprio sostegno a Viktor Juščenko; l'ex Presidente fu poi seguito da altri deputati polacchi di diversi partiti.

Il 26 novembre, l'allora Presidente della Polonia Aleksander Kwaśniewski giunse a Kiev, seguito dal responsabile UE degli Affari Esteri Javier Solana e dal Presidente della Lituania Valdas Adamkus.

I senatori John McCain e Hillary Clinton scrissero insieme una lettera per candidarlo, insieme al Presidente della Georgia Mikheil Saakašvili, al Premio Nobel per la pace.

I risultati finali stabilirono che Viktor Juščenko aveva vinto con il 52,00% dei voti, mentre Viktor Janukovyč aveva ottenuto solo il 44,19%. Viktor Janukovyč riconobbe la sconfitta il 31 dicembre 2004, dimettendosi dalla carica di Primo Ministro il giorno stesso. Nonostante la vittoria di Juščenko al secondo turno, la distribuzione dei voti regionali rimase in larga misura inalterata rispetto al primo turno, con molte province meridionali e orientali che votarono per Janukovyč, mentre le regioni occidentali e centrali diedero nuovamente fiducia a Juščenko.

La Corte Suprema dell'Ucraina rigettò l'appello di Janukovyč contro il trattamento, da parte della Commissione Elettorale, dei risultati del 6 gennaio.

Il 10 gennaio la Commissione Elettorale Ucraina dichiarò ufficialmente Juščenko vincitore e l'11 gennaio pubblicò i risultati finali delle elezioni, charendo che Juščenko sarebbe stato nominato Presidente dell'Ucraina come indipendente. La cerimonia ufficiale di inaugurazione come Presidente ebbe luogo domenica 23 gennaio 2005 a mezzogiorno; durante la cerimonia, Juščenko tenne il proprio giuramento.

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Seconda guerra in Ossezia del Sud

Georgia, Ossetia, Russia and Abkhazia (it).svg

La seconda guerra in Ossezia del Sud è un conflitto militare tra la Georgia da una parte, e la Russia, l'Ossezia del Sud e l'Abcasia dall'altra, iniziato nella notte fra il 7 e l'8 agosto 2008 dopo diversi giorni di pesanti scontri tra esercito georgiano e milizie ossete, culminati nell'attacco della Georgia all'Ossezia del Sud.

La Federazione Russa, che già dal 1992 aveva una presenza militare in Ossezia del Sud ed Abcasia come forza d'interposizione su mandato internazionale, è intervenuta massicciamente sbaragliando i georgiani ed arrivando ad occuparne una larghissima parte del territorio, sino a poche decine di chilometri da Tiblisi.

Il 15 agosto è stato firmato fra Georgia e Russia un accordo preliminare sul cessate il fuoco, con la mediazione dell'Unione Europea guidata da Nicolas Sarkozy, in quanto presidente di turno dell'UE: in base all'accordo le truppe si sono impegnate al ritiro sulla posizioni precedenti l'inizio delle ostilità, e la Georgia a non usare la forza contro le due repubbliche secessioniste. Dopo un iniziale ritiro dalle posizioni più avanzate, come la città di Gori, la Russia aveva deciso di continuare l'occupazione militare di due zone cuscinetto in Georgia ai confini delle due regioni per prevenire possibili futuri attacchi verso l'Ossezia del Sud e l'Abkhazia. Queste aree di occupazione comprendevano inizialmente anche il porto di Poti sul mar Nero, oltre alla presenza di alcuni posti di blocco russi nelle principali vie statali di comunicazione, e sono state mantenute per circa due mesi. A partire dal 1 ottobre 2008 nelle due zone cuscinetto aree sono stati schierati 200 osservatori militari dell'Unione Europea come previsto dai colloqui di settembre fra Russia ed Unione Europea, mentre il ritiro delle truppe russe dalla zona cuscinetto in prossimità dell'Ossezia del Sud è stato completato l'8 ottobre 2008.

La Russia ha riconosciuto l'indipendenza di Ossezia del Sud ed Abcasia il 26 agosto 2008, sottoscrivendo successivamente accordi militari con le due repubbliche.

La seconda guerra fra Georgia ed Ossezia del Sud, provincia separatista filo-russa, è cominciata dopo che sono stati violati gli accordi sul "cessate il fuoco" in vigore dal 1992. Ciascuna delle due parti in conflitto ha accusato l'altra di aver causato la ripresa delle ostilità.

Nella notte fra il 7 e l'8 agosto 2008, la Georgia attacca ed invade l'Ossezia del Sud impiegando tre brigate dell'esercito supportate da 27 batterie lanciarazzi e pezzi di artiglieria da 152 mm. L'attacco georgiano si concentra principalmente sul capoluogo della regione Tskhinvali, dove provoca gravi distruzioni. Secondo fonti dei rappresentanti della provincia secessionista, l'attacco provoca fra 1700 e 2000 morti principalmente tra la popolazione civile, tale grave bilancio di vittime viene descritto dalle autorità russe come "genocidio". Il numero reale delle vittime civili del bombardamento di Tskhinvali non è stato possibile valutarlo.

Le autorità georgiane affermano che l'attacco si era reso necessario per "ristabilire l'ordine costituzionale" e per impedire i continui attacchi sui civili georgiani da parte delle milizie dell'Ossezia meridionale che avevano ripreso il bombardamento di alcuni villaggi georgiani il 7 agosto, violando il "cessate il fuoco".

Il comandante delle forze di interposizione russe, Marat Kulakhmetov, riferisce che, in seguito al bombardamento georgiano con artiglieria pesante e razzi su Tskhinvali, la città è quasi interamente distrutta, che sono morti anche una decina di militari del contingente russo di peace-keeping, presente in Ossezia dal 1992, e che alcuni caccia bombardieri georgiani Sukhoi-25, di produzione sovietica, hanno colpito postazioni dei separatisti nei dintorni del villaggio di Tkverneti.

Dopo il bombardamento dell'artiglieria sulla capitale l'attacco prosegue via terra: truppe georgiane circondano Tskhinvali ed occupano alcuni piccoli centri in Ossezia; una televisione indipendente georgiana annuncia anche che i militari della Georgia sono entrati all'interno della capitale.

Dopo aver discusso della crisi con il collega americano George W. Bush e con le autorità cinesi, e che si sono espresse contro la guerra, il primo ministro russo Vladimir Putin, direttamente da Pechino, dove si trovava per la cerimonia di inaugurazione dei XXIX giochi olimpici, garantisce azioni di risposta. Il presidente georgiano Mikhail Saakashvili decide di preparare le forze georgiane alla reazione russa ordinando una mobilitazione generale attraverso la televisione, dove riferisce inoltre che le forze georgiane controllano circa metà di Tskhinvali e la maggior parte del territorio dell'Ossezia del Sud.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev convoca, subito dopo, una riunione di emergenza del consiglio nazionale di sicurezza sulla crisi nella regione georgiana. La reazione russa si manifesta iniziando con alcuni bombardamenti in territorio georgiano effettuati dai Su-25.

Già durante il primo giorno del conflitto truppe russe appartenenti alla 58a Armata affluiscono in Ossezia attraverso il tunnel di Roki, anche se, secondo fonti georgiane (non confermate dalle agenzie di intelligence occidentali), alcuni reggimenti russi della 58a Armata erano entrati in Ossezia prima dell'attacco georgiano su Tskhinvali della mattina dell'8 agosto. La 58a Armata russa era da tempo dispiegata in prossimità della Ossezia, avendo condotto nel febbraio del 2008 una esercitazione militare, denominata in inglese Caucasian milestone, che prevedeva una rapido intervento nella zona del tunnel di Roki. Altre esercitazioni miltari si erano svolte in luglio su entrambi i versanti di questa zona del Caucaso: la quarta brigata georgiana era stata impegnata nella Immediate Response 2008, mentre Caucasus 2008 era stata l'esercitazione per alcuni reparti appartenenti al distretto militare del Caucaso Settentrionale - supportati dalla 76a divisione paracadutisti.

A un giorno dall'inizio delle violenze (scatenate dopo l'iniziale attacco georgiano a Tskhinvali), le forze ribelli sudossete, supportate dai militari russi, prendono il controllo della capitale.

Una delegazione congiunta di Stati Uniti, Unione europea e Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) in Georgia propongono un "cessate il fuoco" e una immediata soluzione al conflitto.

La Russia passa invece all'offensiva, attaccando la città di Gori, direttamente in Georgia.

Tuttavia pare sia chiaro che almeno due aerei russi (un Sukhoi Su-25 e un Tupolev Tu-22M) sono stati abbattuti dalle forze armate georgiane, anche se il ministro della difesa della Georgia parla di addirittura 10 aerei russi abbattuti oltre che di un pilota fatto prigioniero.

Nel frattempo 30.000 profughi scappano dall'Ossezia, diretti verso territori russi.

Intanto a New York il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunisce in seduta d'urgenza al Palazzo di Vetro, su richiesta russa, per esaminare e discutere il conflitto tra Georgia e i ribelli dell'Ossezia del Sud invitando la comunità internazionale a intervenire per «evitare un bagno di sangue».

L'ambasciatore belga Jan Grauls, presidente di turno, riferisce che al momento «il Consiglio di sicurezza non è in grado di esprimere un'opinione sul conflitto». Usa, Gran Bretagna e altri Paesi rifiutano di votare un documento in cui si chiede a tutte le parti del conflitto di «rinunciare all'uso della forza». L'ambasciatore russo commenta la posizione occidentale come «un grave errore di giudizio». L'Unione europea chiede la cessazione immediata delle ostilità.

Dopo 3 giorni di combattimenti, la Russia rivendica di aver assunto il controllo della maggior parte di Tskhinvali. Il vice capo di Stato Maggiore russo Anatoliy Nogovitsyn dichiara che la città è controllata «dalle forze di pace» russe, la denominazione usata dai russi per definire il contingente d'interposizione mantenuto da Mosca nella provincia georgiana ribelle.

Si apre quindi un nuovo fronte da parte dei separatisti dell'Abcasia, altra repubblica georgiana filorussa.

Sabato la Georgia offre un "cessate il fuoco" alla Russia che aveva però richiesto prima un ritiro completo delle truppe georgiane sulla posizioni precedenti l'inizio delle ostilità.

Intanto unità da guerra della Marina Militare della Federazione Russa si attestano ai limiti delle acque territoriali della Georgia, sul Mar Nero, imponendo un blocco navale alla Repubblica caucasica. Il gruppo navale è guidato dall'ammiraglia delle Flotta del Mar Nero, l'incrociatore missilistico Moskva, accompagnato dal cacciatorpediniere Smetlivy, da tre mezzi anfibi da sbarco e da navi-appoggio; nella zona già incrociano altre tre unità anfibie salpate dal porto di Novorossisk, in Russia, e dalla base russa di Sebastopoli, in Ucraina.

Secondo alcune fonti una nave lanciamissili georgiana fu affondata dalla flotta russa.

Secondo il comando militare russo, ai marinai è stato assegnato il compito di impedire che armi e altri rifornimenti militari raggiungano la Georgia, e cioè che sono in corso i preparativi per il blocco navale della Georgia, operazione ritenuta assolutamente necessaria per impedirle di ottenere armamenti via mare, operazione quindi che contribuirà a evitare un aggravamento delle attività militari in Abkhazia.

Stando al portavoce del ministero dell'Interno georgiano, Shota Utiashvili, durante la notte altri 6 000 soldati russi sono entrati sul territorio georgiano dall'Ossezia del Sud, attraverso il tunnel conteso di Roki, e ulteriori 4  000 sono giunti via mare nel porto di Ochamchire, in Abkhazia. I rinforzi inviati da Mosca arrivarono così a 10 000 uomini.

Nel frattempo proseguono i raid aerei russi: all'alba è stato di nuovo colpito l'aeroporto di Tbilisi. Bombardamenti anche su Zugdidi e sulla gola di Kodori, unica porzione di Abkhazia controllata dal governo centrale, che l'Aviazione di Mosca martella ininterrottamente.

Nel frattempo l’amministrazione Bush invita Mosca a cessare gli attacchi. In caso contrario, (è il monito della Casa Bianca), ci saranno "significative" ripercussioni sui rapporti tra USA e Russia. «Se la sproporzionata e pericolosa escalation russa dovesse continuare - dice il vice Consigliere Usa per la Sicurezza nazionale, Jim Jeffrey - questo avrà un impatto significativo e a lungo termine sui rapporti Stati Uniti - Russia».

Intervenendo in mattinata a dare la propria versione dei fatti, lo Stato maggiore russo sostiene che le forze russe «non hanno condotto raid aerei su nessuna area popolata della Georgia» (solo aree militari), contestando quella di Tbilisi. Il generale Anatoly Nogovitsyn, portavoce dello Stato Maggiore, dice che «la Russia non intende prendere iniziative per un’escalation in Abkhazia», sottolineando che «la parte russa non ha ricevuto alcuna proposta ufficiale dalla parte georgiana per l’avvio di un processo di pace e per porre fine allo spargimento di sangue. Dalla Georgia vogliamo azioni, non dichiarazioni».

L'Abkhazia dichiara lo stato di guerra, mentre le forze georgiane si sono ormai ritirate dall'Ossezia del Sud. L'Ucraina in questo momento riveste un ruolo importante in questa mediazione, in quanto sembra che attualmente non voglia dare il suo permesso alla Russia, di utilizzare i porti attualmente a quest'ultima affittati per scopi commerciali e che in questo momento vorrebbe utilizzare per schierare la sua flotta.

L'Ucraina "entra in campo", affermando che bloccherà le navi russe di stanza davanti alle coste abkhaze, impedendo loro di tornare nella base di Sebastopoli.

Il segretario dell'ONU Ban Ki-Moon si dimostra preoccupato dell'intensificarsi delle violenze in Georgia e per l'estendersi delle violenze, e chiede un immediato "cessate il fuoco" e una soluzione pacifica al conflitto.

Il ministero degli Esteri israeliano ordina la sospensione immediata del rifornimento di armi alla Georgia, temendo ripercussioni da parte russa. Tuttavia il governo israeliano teme che la Russia possa vendere armi a Iran e Siria. Da un anno lo stato ebraico ha infatti sospeso la vendita di armi 'offensive' alla Georgia, continuando a fornire pero' materiale 'difensivo' e l'aiuto di consulenti militari.

La Georgia respinge l'ultimatum delle forze russe a deporre le armi nella zona di sicurezza all'esterno dell'Abkhazia.

L'Abcasia denuncia in serata anche un forte concentramento di truppe georgiane lungo il fiume Inguri, nella cosiddetta "zona di interposizione" stabilita dagli accordi di pace degli anni novanta. Si tratterebbe di 4 000 uomini, artiglieria e carri armati, ma anche i miliziani abkhazi hanno dispiegato un loro contingente lungo il fiume.

Da Tbilisi arrivano segnali contraddittori: dopo la nota nella quale si chiedeva il cessate il fuoco, fatta su richiesta del presidente Saakashvili, il ministro per la reintegrazione Timur Iakobashvili ha affermato che i soldati del contingente georgiano in Iraq, parte dei quali erano rientrati la sera a Tbilisi, verranno scherati nella zona di conflitto in Ossezia del Sud. Lo stesso Iakobashvili aveva annunciato in precedenza che le truppe georgiane non si stavano ritirando dai territori sudosseti, ma stavano semplicemente effettuando un ripiegamento tattico per riposizionarsi, a causa della preponderanza degli effettivi russi.

Nella notte tra il 10 e l'11 agosto, tiri di razzi georgiani su Tskhinvali provocano tre morti e 18 feriti tra le forze russe.

Il presidente russo Dmitrij Medvedev parlando ai militari delle forze russe afferma che la maggior parte dell'operazione per costringere la Georgia alla pace è stata portata a termine. Tskhinvali è infatti sotto il controllo delle forze russe, che continueranno a proteggere i loro concittadini.

Se l'Unione Europea dovesse decidere di affiancare le forze russe in Ossezia del sud, l'Italia potrebbe mandare le sue truppe. L'esercito di Mosca, da anni, su mandato internazionale, presidia la Regione della Georgia e secondo il ministro degli Esteri bisogna evitare che si crei una coalizione anti-russa. Secondo Frattini, è importante che l'Europa sia a 27, che non si divida, ma deve essere il ponte tra Stati Uniti e Russia, se vuole essere un attore politico di peso.

Intanto Eduard Kokoity annuncia che l'Ossezia del sud e l'Abkhazia presenteranno alle organizzazioni internazionali una denuncia formale per genocidio contro i georgiani. Kokoity e Sergei Bagapsh si incontreranno per chiedere in modo congiunto alla comunità mondiale il riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche secessioniste georgiane.

Lo stesso giorno, un pattugliatore lanciamissili georgiano viene colpito e affondato da 2 navi da guerra russe mentre duri combattimenti, prevalentemente portati avanti dalle forze russe, caratterizzano la situazione in territorio georgiano.

L'Unione europea tenta intanto una mediazione fra le parti affidata ai ministri degli esteri francese Bernard Kouchner e finlandese Alexander Stubb. Mikhail Saakashvili ha firmato il piano di pace europeo, che verrà presentato a Mosca nel pomeriggio. Intanto Medvedev afferma che l'operazione "per costringere la Georgia alla pace è completata per la maggior parte", mentre lo stato maggiore di Mosca sottolinea che i soldati russi si fermeranno al confine amministrativo sudosseto, smentendo così quanto dichiarato dal presidente georgiano, secondo il quale i carri armati di Mosca stanno marciando verso la città georgiana di Gori.

Sul piano militare, la Georgia denuncia oltre 590 bombardamenti russi contro la città portuale di Poti e contro Gori, già colpite nei giorni scorsi, e anche contro sobborghi di Tbilisi, ma la Russia smentisce, affermando soltanto che le navi della Flotta del Mar Nero hanno affondato una imbarcazione militare georgiana vicino alle coste abkhaze e annunciando l'invio in Abkhazia di 9.000 uomini di rinforzo e tecniche militari pesanti. Secondo lo stato maggiore russo, dall'inizio delle ostilità sono stati abbattuti quattro aerei e uccisi 18 militari russi, mentre altri 14 risultano dispersi.

I servizi segreti russi (FSB) affermano di avere arrestato georgiani che preparavano attentati terroristici anche in Russia. In Ossezia del Sud, secondo i militari di Mosca, la capitale Tskhinvali è totalmente sotto il controllo delle cosiddette "forze di pace", e si procede al disarmo e alla cattura degli ultimi soldati georgiani rimasti. Fra le forze georgiane ci sarebbero "cittadini stranieri". Mosca ha ammonito gli Usa di voler "monitorare con attenzione gli aerei Usa che trasportano forze georgiane, e trarne le dovute conseguenze".

Si tratta dei militari georgiani rimpatriati dall'Iraq, 800 dei quali arrivati la sera del 10 agosto, e ora probabilmente in movimento verso le zone di conflitto. Kouchner sottolinea che il compito principale di mediazione spetta all'Unione europea, dato che "gli Usa sono per così dire parte in causa" per il loro appoggio all'alleato Saakashvili.

Intanto Serghei Bagabsh e Eduard Kokoity, affermano di voler chiedere alla comunità internazionale il riconoscimento della loro indipendenza e di volersi appellare agli organismi mondiali per una condanna del "genocidio sudosseto" da parte di Tbilisi.

Un documento ufficiale con la richiesta georgiana di un cessate il fuoco, afferma il comando russo, non è ancora arrivato a Mosca.

Dal giorno 11 agosto Gori, importante nodo strategico sull'asse viario georgiano est-ovest, è sotto controllo militare russo, costringendo così i militari georgiani a riposizionarsi in difesa della capitale, in attesa del ritiro delle forze russe.

Dopo una missione diplomatica francese a Mosca e Tiblisi, che ha visto Nicolas Sarkozy e Bernard Kouchner negoziare con (da parte russa) Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev e (da parte georgiana) Mikheil Saakašvili, il 15 agosto 2008 la missione diplomatica del presidente di turno dell'Unione Europea porta alla firma di un Cessate-il-fuoco che impegna la Russia ad un ritiro dal territorio georgiano e la Georgia alla rinuncia all'uso della forza contro l'Ossezia e l'Abcasia. Tuttavia, dopo un iniziale arretramento con conseguente ritiro dalla città di Gori, la Russia si attesta su una nuova linea, comprendente al suo interno anche il porto di Poti sul Mar Nero.

Il 26 agosto 2008 il presidente russo Dmitrij Medvedev firma il decreto di riconoscimento dell'indipendenza delle due repubbliche separatiste, adducendo come precedente il riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo. L'Unione Europea e gli Stati Uniti hanno fortemente condannato il riconoscimento russo.

Nello stesso giorno, la Russia proclama unilateralmente una "Zona cuscinetto" sotto il suo controllo militare, attorno alle due repubbliche, corrispondente all'area della Georgia ancora occupata.

Il 6 settembre 2008 la rivista brittanica Financial Times pubblicò l'articolo che confermò la preparazione delle Forze Speciali della Georgia un mese prima dal conflitto nella Ossezia del Sud da parte della americana Military Professional Resources .

L'8 settembre 2008 in un nuovo incontro fra Sarkozy e Medvedev l'Unione Europea ottiene dalla Russia l'impegno a ritirarsi da Poti entro una settimana e dal resto della "Zona cuscinetto" entro un mese; mentre la Russia ottiene che la zona stessa passerà sotto il controllo di osservaoti UE ed OCSE e non dell'esercito georgiano.

Il giorno successivo, il Governo di Mosca (presieduto da Vladimir Putin) firma trattati di cooperazione militare con i governi sud-osseto ed abcaso, che prevedono fra l'altro la creazione di basi militari russe nei due paesi con una presenza complessiva di circa 7.600 uomini.

Molte sono state le reazioni internazionali, politiche e non, registrate al sorgere del conflitto. Tutte esprimono preoccupazione e orrore, con un quasi sempre presente invito alla rinuncia all'uso della forza per un cessate il fuoco reciproco e immediato.

L'ambasciatore belga Jan Grauls, presidente di turno, ha riferito che "Al momento il Consiglio di Sicurezza non è in grado di esprimere un'opinione sul conflitto». Usa, Gran Bretagna e altri Paesi hanno rifiutato di votare un documento in cui si chiedeva a tutte le parti del conflitto di «rinunciare all'uso della forza». L'ambasciatore russo ha commentato la posizione occidentale definendola «un grave errore di giudizio». L'Unione europea ha chiesto la cessazione immediata delle ostilità.

La sessione si è conclusa senza che i 15 membri del massimo organo esecutivo dell'Onu raggiungessero un accordo su una dichiarazione comune sulla crisi caucasica. Vitali Churkin ha lamentato una mancanza di volontà politica tra i partner del Consiglio di Sicurezza. Churkin e un rappresentante della Georgia si sono accusati reciprocamente della responsabilità delle violenze nella regione separatista.

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Source : Wikipedia