Violenza sulle donne

3.4164948453611 (485)
Inviato da murphy 03/03/2009 @ 18:08

Tags : violenza sulle donne, donne, società

ultime notizie
Fermiamo la violenza sulle donne i vincitori del Colasanti-Lopez - La Repubblica
A seguire un'elaborazione grafica del Marconi e un video di ombre cinesi del Giordani Violenza sulle donne. Come combattere i pregiudizi e rompere il muro di silenzio e vergogna che spesso avvolge le vittime? Una risposta arriva dagli studenti di Parma...
E ora non giriamoci dall'altra parte - Corriere della Sera
La violenza sulla donna è violenza sulle donne, come genere, come collettività, come, per dirla con una espressione datata ma sempre bella, «l'altra metà del cielo». Sono convinta che lo stupratore non sia indotto all'aggressione dall'istinto sessuale,...
Modena: convegno sulle radici culturali della violenza alle donne - Bologna 2000
Modena - Qual è l'origine culturale della violenza sulle donne? A questa domanda, che si propone come momento di riflessione all'indomani dell'approvazione della legge sullo stalking, cercherà di dare risposta un convegno organizzato dalla facoltà di...
Veline? No, sono donne in sintonia col Paese - Il Tempo
Studiando studiando può mettersi al petto un po' di medaglie: la legge contro lo stalking, contro la violenza sulle donne, il garante per l'infanzia, il ddl contro la prostituzione, arenato in Parlamento. Pietre, sassi e bombe sono stati scagliati...
Ronda: "La mia canzone contro la violenza sulle donne" - PiacenzaSera.it
Daniele ha composto una canzone dedicata ad tema delicato: la violenza sulle donne. Ed anche in questo caso, il ricavato servirà a sostenere iniziative di prevenzione e di sostegno per le vittime di abusi. "Sono molto contento - ha detto Daniele a...
STAFFETTA DI DONNE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE - Gazzetta di Parma
Con la Staffetta di donne contro la violenza sulle donne l'Udi Nazionale ha promosso un evento che durerà un anno. La Staffetta di donne, partita il 25 novembre 2008 da Niscemi, dove è stata assassinata Lorena, si chiuderà esattamente un anno dopo,...
"Aurora" accanto alle donne vittime di violenze - PUPIA
Il perché della nascita di un tale gruppo va ricercato negli ultimi dati significativi che quest'anno emergono sul tema della violenza sulle donne. Un orrore che sta crescendo e non si può far finta di nulla. Inoltre, l'associazione si occuperà della...
Conferenza ADIMO: "La violenza sulle donne, malattia sociale" - Sprintonline.com
La Conferenza contro la violenza sulle donne si colloca proprio in questo quadro di iniziative atte a mostrare le problematiche che si stanno diffondendo sempre più nella società: il 18 Aprile scorso abbiamo organizzato a Bergamo, un dibattito sulle...
La carne della politica e le immagini del potere. Nuova iniziativa ... - DeltaNews
Il 2009 è l'anno della Staffetta contro le violenze sulle donne. La Campania e Napoli sono state una tappa significativa nella quale abbiamo dato voce a chi è vittima e potenziale vittima, ma anche e soprattutto abbiamo rese visibili le nostre proposte...
LAZIO: LAURELLI, UNA RETE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE - Asca
Sara' questo il primo atto concreto per dare gambe alla legge regionale sulla violenza contro le donne appena approvata dal Consiglio regionale del Lazio''. Un ''sistema'' nel quale Laurelli vede coinvolta la struttura regionale (Assessorati alla...

Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internationali e le ONG ad organizzare attività volte a sensibilizzare l'opinione pubblica in quel giorno.

Le donne attiviste hanno individuato il 25 novembre come una giornata contro la violenza alle donne fin dal 1981. Questa data fu scelta in seguito al brutale assassinio nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, attiviste politiche della Repubblica Dominicana, su ordine di Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961).

In Italia solo dal 2005 diversi Centri antiviolenza e Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Ma negli ultimi anni anche istituzioni e vari enti come Amnesty international festeggiano questa giornata attraverso iniziative politiche e culturali in contrasto alla violenza alle donne.

Nel 2007 150 mila donne hanno manifestato a Roma "Contro la violenza sulle donne". È stata la prima manifestazione su questo argomento che ha avuto un impatto mediatico e che ha riscosso successo. Il gruppo di donne che lo ha organizzato ha compiuto un grosso lavoro di discussione e di coordinamento tra le varie realtà femministe e lesbiche italiane. Insieme hanno deciso la manifestazione che non prevedeva alcun patrocinio politico ne una esposizione mediatica di una o più leader della manifestazione.

Sulla base di questo sono state contestate alcune ministre e esponenti dell'opposizione, inoltre è stata contestata una trasmissione di una TV privata che non rappresentava la volontà della manifestazione.

Forte dibattito in seno alle femministe ha riguardato il corteo che per alcune doveva essere "separatista" (sole donne) mentre per altre doveva essere misto. Comunque l'obiettivo comune era denunciare il "patriarcato" come mezzo per infliggere prevaricazione e violenza sulle donne. Uno degli slogan diceva "Lo stupratore non bussa, ha le chiavi di casa".

Per la parte superiore



Purdah

La purdah o pardaa (persiano/urdu: پردہ, hindi: पर्दा, letteralmente velo o tenda) è la pratica che vieta agli uomini di vedere le donne. Essa si attua in due modi: segregazione fisica dei sessi o imposizione alle donne di coprire i loro corpi al punto di nascondere la pelle e le loro forme. La purdah esiste in varie forme nel mondo islamico e in India. La purdah si è probabilmente sviluppata nella Persia pre-islamica (l'attuale Iran).

La segregazione fisica in un edificio può essere attuata con l'ausilio di mura, tende, pannelli. La pratica del Purdah sulle donne può limitare le attività personali, economiche e sociali delle donne al di fuori della loro casa. L'abito imposto da questa tradizione è in genere il burqa che può includere o no un yashmak, un velo che copre il viso. Gli occhi possono essere o non essere nascosti.

La purdah era, ed è di nuovo, rigorosamente osservata sotto il governo dei Talebani in Afghanistan, dove le donne dovevano rispettare strettamente queste regole ogni volta che si presentavano in pubblico e potevano mostrarsi diversamente abbigliate solamente ai più stretti parenti maschi ed altre donne. In altre società la purdah è praticato solamente in occasione di periodi di rilievo religioso.

Nei paesi Islamici, come ad esempio l'Arabia Saudita, la purdah ha un valore più culturale che religioso. Anche negli Emirati Arabi Uniti, dove le donne possono indossare abiti più simili a quelli occidentali le donne arabe spesso osservano la pratica della purdah. La differenza tra la purdah e l'hijab è che quest'ultima è basata sulla moralità fisica e psicologia, mentre la purdah non si conforma necessagiamente agli insegnamenti islamici.

Forme di purdah si trovano anche in altre religione come quella cristiana o ebraica. In alcuni gruppi di queste religioni le donne devono essere infatti coperte magari anche solo con oggetti simbolici come un cappello.

La purdah è stata criticata dall'interno della cumunità che la attua, ad esempio nell'opera del 1905 Sultana's Dream, della femminista bengalese Rokeya Sakhawat Hussain.

Le critiche verso la purdah vengono complicate dal contesto dello status delle donne nella società. Ad esempio il Dr. Bhimrao Ramji Ambedkar, un riformista sociale e capo architetto della Costituzione dell'India che nacque induista fuori casta e che si convertì poi al Buddhismo, ha imputato molte colpe ai musulmani indiani, per il sistema della purdah. Nel suo libro del 1946, Pakistan, or The Partition of India; Ambedkar afferma che la purdah ha influenzato la moralità della società musulmana. Anche se questa pratica si è notevolmente ridotta negli stati dell'ex Raj Britannico (gli attuali Bangladesh, India e Pakistan), la violenza sulle donne rimane uno dei maggiori problemi sociali tra tutte le comunità religiose.

Per la parte superiore



Diritti umani nell'Africa subsahariana

La situazione dei diritti umani nell’Africa Subsahariana varia notevolmente da paese a paese. Accanto a regimi dittatoriali violenti, si trovano paesi democratici rispettosi degli accordi internazionali. Va inoltre notato che molti paesi e l’Unione Africana hanno aderito ad un cammino verso l’applicazione reale degli accordi internazionali sui diritti umani. Allo stesso tempo, le diverse culture e tradizioni sociali africane da una parte frenano l’applicazione di alcune leggi in favore dei diritti umani, e dall’altra permettono un’accelerazione del cammino di comprensione di questi stessi diritti. Non va poi dimenticato che molte regioni africane vivono una situazione di povertà e insicurezza sociale che non permettono un vero impulso positivo nella coscientizzazione popolare.

Tutti i paesi subsahariani si sono sviluppati negli ultimi cinquant’anni a partire dalle amministrazioni coloniali che hanno occupato il continente dal XV secolo in poi. L’ eccezione è l’Etiopia, unico paese africano a non essere stato colonizzato – escludendo la breve parentesi di controllo italiano. Prima della colonizzazione, solo pochi paesi avevano un’unità amministrativa grossomodo corrispondente ai paesi attuali. Esistevano invece altre forme politiche che ponevano il territorio sotto controllo di alcune forze accentratrici. È il caso dei regni della zona dei grandi laghi, dei regni dell’Africa Occidentale, del regno di Grande Zimbabwe, e quello zulu. Va notato che in molte regioni africane – Kenya e Tanzania, per esempio – non vi era nessun potere centrale o accentratore. L’Africa precoloniale presentava quindi vari tipi di strutture politiche. In generale – ma va ricordato che stiamo parlando del secondo continente del mondo, con circa 1200 diverse etnie, e quindi centinaia di modi diversi di comprendere e attuare le leggi sociali – il diritto della persona non era considerato di primaria importanza, dando invece più risalto al diritto della comunità. Il dirito della persona era garantito dal bisogno della comunità di difendere i propri membri. Esistevano poi canoni abbastanza rigidi di comportamento entro il quale un individuo era libero di scelte personali. Ad esempio, ogni società aveva codificato i diritti e doveri dei vari membri della famiglia. Diritti e doveri che quindi potevano non corrispondere al moderno giudizio di rispetto dei diritti personali, ma erano pur sempre codificati e non arbitrari. Il giudizio sui casi di sospetto abuso delle libertà altrui spettava agli anziani, e in particolare a quei gruppi di anziani più autorevoli all’interno della comunità.

Le varie amministrazioni coloniali imposero un codice civile, o altre forme di leggi fondaentali, su cui basare la legiferazione nelle colonie. Gli intellettuali africani arrivarono ad apprezzare l’indea insita in un corpo di leggi cui tutti potevano rifarsi senza distinzione di sesso, razza, posizione sociale. Il sogno venne presto infranto. Da una parte, lo stesso ordine coloniale si basava su di un atto, la conquista, che poco aveva in comune con il rispetto della libertà dei popoli. Dall’altra, gli africani scoprirono presto che la discriminazione nei loro confronti non solo era accettata, ma era essa stessa definita legalmente dalle leggi coloniali. Gli africani, ad esempio, non potevano sperare in un processo legale egualitario, se uno dei due litiganti era un colonialista. Atti gravi, quali l’abuso fisico o l’omicidio, commessi contro africani venivano regolarmente stralciati dai giudici. In molti paesi – specie quelli sotto il dominio britannico – vi erano forme più o meno gravi di apartheid. A Nairobi, in Kenya, sin dalla sua fondazione nel 1902, gli africani non potevano vivere all’interno dei confini cittadini, a meno che non fossero dipendenti di colonialisti che iviv vivevano. Quando il primo nucleo cittadino si sviluppò, il regime coloniale disegnò una città segregata. Gli africani potevano costrire le loro case ad est del centro cittadino, al ovest il territorio era assegnato a ufficiali governativi e coloni, mentre alla grande comunità asiatica venne affidato un territorio tra le due sezioni. La divisione rimane visibile ancora oggi, con quasi tutte le baraccopoli della capitale kenyota sorte nell’est della città. Un kenyano che si fosse trovato per strada nella zona destinata ai bianchi dopo il coprifuoco, doveva avere con se una lettera che lo autorizzava a girare nel quartiere per motivi di lavoro. La mancanza di uguaglianza apparve chiara subito dopo la prima guerra mondiale, e così anche dopo il secondo conflitto mondiale. Quando i soldati africani che avevano difeso gli interessi della nazione colonizzatrice combattendo al di fuori del continente, ma non solo, ritornarono a casa, si videro negati i privilegi e le concessioni offerte ai reduci europei. Negli anni precedenti l’indipendenza, in quasi tutti i paesi aricani sorsero gruppi politici locali che chiesero, e mai ottennero, non l’indipendenza, ma un autogoverno dove africani e auropei avessero uguali diritti. Spesso i movimenti indipendisti si risolsero all’uso delle armi solo dopo aver inutilmente cercato un accordo che permettesse il rispetto dei diritti delle popolazioni autoctone. La risposta dei vari regimi coloniali fu variegata: i campi di concentramento in Namibia, la creazione delle riserve in Kenya, l’occupazione militare nelle colonie portoghesi, e così via. In generale, si può affermare che l’indipendeza dei paesi africani sia nata da un’esperienza di diritti umani lesi dal potere centrale.

Con l’esclusione di pochi stati, le nuove nazioni africane non cancellarono le leggi coloniali che permettevano il controllo dell’ordine pubblico e dell’ordinamento sociale dando poteri extra giudiziari ai corpi di polizia e all’esercito. Inoltre, dopo un periodo iniziale ispirato all’ideale democratico, quasi tutti i paesi africani hanno fatto la scelta del partito unico e del presidente a vita, eliminando figure di controllo politico quali il primo ministro. Il presidente del paese era anche il presidente del partito unico, e quindi l’unica persona in grado di decidere il corso politico e finanziario del proprio paese. Il ricorso a sistemi dittatoriali e a regimi fortemente centralizzati ha di persé imposto un blocco alla coscientizzazione sociale sui diritti umani. Pur essendo firmatari della carta dell’Onu sui diritti umani, i regimi africani si sono ben guardati dal ratificarla e renderla operativa nei loro paesi. Con poche eccezioni, i paesi africani hanno invece aumentato il controllo sulle scelte personali, sul diritto delle persone di vivere ovunque nel loro paese, e sul diritto alla terra e alle risorse dei territori ancestrali.

Con la caduta del bipolarismo USA-URSS che aveva portato alla Guerra Fredda (fine anni 1980), l’Africa ha vissuto un momento di liberazione politico sociale, spesso chiamata primavera politica africana. Sulla spinta della democratizzazione dei paesi dell’Est europeo, e con il mancato supporto economico americano e sovietico alle dittature africane, quasi tutti i paesi africani hanno approvato il multipartitismo. Sotto la spinta della protesta civile, alcuni diritti della persona (libertà di stampa, di espressione, ecc.) vennero ristabiliti, almeno a livello giuridico. Questo cambiamento è avvenuto sia per decisione presidenziale (Kenya, Mali, Zambia) che per referendum (Malawi). In genere, il controllo delle strutture pubbliche e la capillare presenza sul territorio giocarono in favore dei vecchi presidenti a vita per mantenere il controllo politico. Un valido esempio viene dallo Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo) dove il dittatore Mobutu ebbe buon gioco ad approvare centinaia di partiti di opposizione e mantenere il potere sin quasi alla sua morte. Si ebbero anche cambiamenti repentini e genuinamente voluti dalla popolazione. È il caso del Malawi, dove il presidente Hastings Kamuzu Banda venne velocemente rimpiazzato con le elezioni generali del 1994, dopo che il referendum del giugno 1993 aveva sancito la volontà popolare per il multipartitismo. Il multipartitismo, con tutti i limiti alla sua vera attuazione, ha permesso lo sviluppo della società civile. I gruppi Giustizia e Pace – poi Giustizia e Pace e Salvaguardia del Creato – delle Chiese Cattolica e Protestanti hanno fatto molto per coscientizzare la gente sui diritti della persona e la promozione delle donne, i cui diritti erano spesso lesi dalla stessa cultura locale. Associazioni internazionali quali Amnesty International e Human Rights Watch hanno permesso la pubblicazione di rapporti dettagliati sulla situazione dei diritti umani nei vari paesi. L’OCHA, l’organizzazione delle Nazioni Unite che coordina gli aiuti umanitari, ha istituito IRIN (Integrated Regional Information Network) anche per informare sulla situazione dei diritti umani. La produzione video di IRIN ha illustrato, e illustra, in maniera drammatica gli abusi a cui sono sottoposti le popolazioni dei paesi africani in guerra. Questi, e altri strumenti, hanno permesso da una parte la continua crescita delle aspettative della popolazione, e quindi della loro capacità di reazione di fronte ad abusi, e dall’altra, una migliore conoscenza della situazione locale e del tipo di abusi da combattere.

Il 2007 ha visto alcuni sviluppi positivi per i diritti umani in Africa. Dopo un lungo lavoro preparatorio, l’Unione Africana ha dato vita alla Corte Africana per i diritti Umani e dei Popoli. Va anche notato che il Segretario Permanente delle Istitituzioni Africane Nazionali per i Diritti Umani ha finalmente aperto la sua sede a Nairobi, Kenya. Quasi tutti i paesi africani hanno inoltre affrontato il lungo iter legislativo per integrare le leggi internazionali e la Carta Universale dei Diritti Umani nelle leggi locali. Questo iter, già in ritardo di vari decenni, richiederà senz’altro altri anni per giungere alla sua conclusione. È comunque significativo che la crescita democratica si rispecchi nel lavoro dei vari governi anche in una crescita di sensibilità verso i diritti della persona.

Per questa sezione vedi anche gli articoli di storia dei singoli paesi, il Rapporto 2008 di Amnesty International , e i rapporti dell’Alto Commisariato per i Dirittti Umani delle Nazioni Unite .

Dopo una lunga guerra civile, terminata nel 2002 con la firma degli accordi di pace, il paese ha goduto di una calma relativa negli ultimi sei anni. Nonostante il paese sia ancora immerso in gravi problemi di governabilità. Il governo ha iniziato la riforma del Codice Penale e della Legge sull’Imprigionamento Preventivo. Questo processo procede lentamente. La libertà di parola e di stampa è limitata. La popolazione non può accedere liberamte alla giustizia, visto che i politici controllano il sistema giudiziario. La maggioranza della popolazione vive sotto il livello di povertà e si vede negato l’accesso a servizi di base, quali l’acqua potabile, la sanità e l’educazione. Le varie agenzie dell’ONU che lavorano in Angola stanno sostenendo il processo di democratizzazione. In tutte le scuole elementari è stato introdotto un corso sui diritti umani. IRIN sponsorizza una stazione radio che informa la popolazione sui suoi diritti umani. L’exclave di Cabinda è ancora oggi in opposizione al governo di Luanda. Gli abitanti di Cabinda chiedono una maggiore autonomia, che il governo centrale non è pronto a concedere.

Il governo di Thomas Boni Yayi viene spesso accusato di corruzione. Durante il 2007, la polizia ha arrestato e tenuto in prigione senza processo varie persone che protestavano contro gli abusi del presidente. La polizia, inoltre, spesso fa un uso eccessivo della forza per risolvere situazioni di tensione. Tutte le case carcerarie sono sovraffollate, con le carceri di Cotonou e Abomey che ospitano fino a sei volte il numero di persone per cui erano state designate.

In Botswana i diritti umani sono normalmente rispettati. Possibili abusi da parte del governo si sono avuti nei confronti dei popoli khoisan. Il governo sostiene che il programma di reinsediamento di questi gruppi che vivono nel Kalahari è per il bene della gente. I khoisan sostengono hc enon vogliono essere allontanati dai loro territori ancestrali e che il programma governativo mira solamente a lasciare libere le aree per la ricerca mineraria. Inoltre, l’opposizione politica lamenta l’impossibilità a fare una vera e propria opposizione democratica.

Negli ultimi anni, il Burundi ha vissuto sotto la continua tensione della guerra civile. La giustizia funziona a singhiozzo e le condizioni ei detenuti sono deplorevoli. La polizia continua la politica di arresti arbitrari e maltrattamenti della popolazione. Il numero delle violenze sessuali a danni di donne e ragazze è in aumento. L’Assemblea Nazionale non ha mantenuto la promessa di emanare un nuovo codice civile e di approvare leggi che avrebbero reso illegale la tortura e altri trattamenti crudeli e inumani. La pena di morte è ancora vigente. L’ultimo gruppo di ribelli rimasto a combattere contro il governo, il FNL, ha anche commesso varie violazione dei diritti umani: furti, rapimenti di persone a scopo di riscatto, stupri e reclutamento di bambini-soldato. La libertà di espressione è negata, e ci sono stati vari casi di violenza o minaccia contro gironalisti. Questo sia da parte governativa che da parte dei ribelli. Alcuni gironalisti hanno subito violenze fisiche per aver pubblicato notizie contro la volontà politica della maggioranza.

La corruzione continua ad essere uno dei problemi più forti del paese, che tocca tutti i settori della vita camerunese, dal potere politico a quello giudiziario, dalle società statali a quelli private. La libertà di parola è messa seriamente in discussione dall'arresto (e talvolta dalla tortura) dei giornalisti che assumono posizione critiche e di denuncia. Il giornalista e difensore dei diritti umani Philip Njaru, per esempio, è stato detenuto dalla polizia di Kumba che lo ha accusato di aver pubblicato articoli che accusavano la polizia di estorsione e arresti arbitrari. Dopo un'investigazione, il Comitato diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito che negli anni precedenti il governo camerunese non era intervenuto a proteggere Philip Njaru da maltrattamenti e intimidazioni da parte delle forze di sicurezza a seguito delle sue attività in favore dei diritti umani. . Membri del South Cameroon National Council (Consiglio Nazionale del Camerun del Sud, SCNC, un gruppo che promuove l'autoderterminazione delle regioni meridionali) sono stati arrestati e detenuti per due mesi (gennaio-marzo 2007) senza processo. Tra questi c'era Nfor Ngala Nfor, vicepresidente dell'associazione. Altri arresti ingiustificati e processi fittizzi si sono succeduti durante l'anno. La mancanza di testimoni attendibili ha spinto i giudici ad archiviare tutte le denuncie che la polizia ha portato contro il SCNC.

La polizia ha arrestato e detenuto, anche per anni, persone accusate di aver avuto rapporti omosessuali, considerati illegali. In tutti i casi su cui ha sinora sentenziato, l'Alta Corte di Yaoundé ha assolto gli accusati per mancanza di prove.

Le forze di polizia si sono dimostrate sempre più pronte ad usare la violenza in risposta a problemi di ordine pubblico. Almeno tre studenti sono stati uccisi perché protestavano per la mancanza di elettricità nella loro scuola. Altri studenti sono stati feriti o uccisi durante altre manifestazioni. L'arresto arbitrario è comune in tutto il paese.

Nel corso degli ultmi due anni, il Ciad ha dovuto affrontare varie situazioni di crisi: almeno due tentativi di colpo di stato hanno scosso la capitale. La guerra civile in Darfur ha coinvolto anche le zone del Ciad al confine. La tratta di bambini è continuata a crescere e la violenza sessuale contro le donne ha continuato a registrare livelli elevati. La libertà di espressione è alquanto limitata. Giornalisti indipendenti e difensori dei diritti umani sono stati oggetto di intimidazioni, abuso delle regole di censura e arresti illegali. Il governo ha limitato la libertà d'espressione ogni volta che venivano criticate le autorità. Il Presidente Idriss Déby si è presentato alle elezioni generali del 2005 grazie ad un cambiamento della costituzione che ha però concorso alla nascita di una miriade di movimenti di opposizione, alcuni armati. L'opposizione a Déby ruota intorno allo sfruttamento delle risorse naturali (petrolio, ma anche minerali, acqua e terreni agricoli). Alcuni di questi gruppi sono sostenuti dal Sudan, che li usa per destabilizzare la regione. I gruppi armati, da parte loro, non hanno esitato ad uccidere i civili ogniqualvolta questo ha giovato alle diatribe inter-etniche e tribali. I gruppi ribelli, ma anche i soldati governativi, abusano di frequente delle donne, ragazze e bambine dei campi profughi. Questi abusi non vengono perseguiti dal potere giudiziario. Anche i bambini di età inferiore ai dieci anni subiscono azioni lesive dei loro diritti umani: molti vengono reclutati forzatamente nell'esercito o nelle opposte milizie.

Dopo l'accordo di pace del marzo 2007 tra governo e forze ribelli delle Forze Nuove (Forces Nouvelles), la situzione nel paese è migliorata. Rimangono gravi gli attacchi violenti contro cittadini indifesi, specialmente ai posti di blocco. Molte sono le donne che vengono stuprate dalle forze dell'ordine. I colpevoli, anche se arrestati, vengono scarcerati dopo poco, visto che il codice civile della Costa d'Avorio non prevede una definizione penale dello stupro. Sono state registrate anche violenze sessuali da parte dei militari delle Nazioni Unite dell' Operazione delle Nazioni Unite in Costa d'Avorio (UNOCI)}. Gli abusi contro i diritti umani sono stati compiuti sia da parte governativa che dai ribelli. Ad aprile, il presidente Laurent Gbagbo ha firmato una normativa che garantisce l'amnistia per la maggior parte dei crimini commessi nel contesto del conflitto a partire dal 2002. Rimane possibile accusare i pepretatori di violenze contro l'umanità, un crimine per cui vigono norme internazionali di inchiesta e giudizio.

Dopo la dichiarazione di indipendenza del paese (1993), l'Eritrea ha iniziato un importante percorso verso l'autosufficienza in vari campi. Le difficoltà economiche e il crescente dissenso politico hanno portato ad una svolta dittatoriale. Il presidente Isaias Afewerki e il suo governo hanno limitato drasticamente le libertà personali e hanno cercato di reindirizzare le tensioni interne verso il nemico storico del paese, l'Etiopia. Un conflitto armato si è avuto nel 1998, quando l'Eritrea ha attaccato l'Etiopia sulla base di una controversia sui confini nei pressi del villaggio di Badme. La guerra è durata due anni ed è stata bloccata dall'intervento internazionale proprio quando l'Etiopia si preparava a sferrare l’attacco finale verso la capitale eritrea (2000). La risoluzione delle divergenze venne lasciata ad una commissione, le cui decisioni non sono state accettate né dall'Etiopia né dall'Eritrea. I due paesi sono divisi da una zona cuscinetto – in territorio eritreo – gestita dalla Missione delle Nazioni Unite in Etiopia ed Eritrea (UNMEE). In Eritrea, però, la situazione civile è precipitata. Nel tentativo di mantenere il controllo sul paese, il governo ha intensificato gli arresti di chiunque si opponga o semplicemente critichi le decisioni presidenziali. Oggi, il governo non autorizza partiti di opposizione, organizzazioni indipendenti della società civile o gruppi di fede religiosa, né mostra tolleranza verso il dissenso. I prigionieri di coscienza sono migliaia, e vengono rinchiusi in campi di concentramento. Nessuno può accedere alla giustizia e impugnare o contestare detenzioni arbitrarie o azioni governative o militari che implicano violazioni dei diritti umani. Le garanzie di tutela dei diritti umani stabilite dalla costituzione non sono rispettate o applicate. La libertà di espressione è inesistente: tutti i giornali non governativi sono stati chiusi e i giornalisti imprigionati. I giornalisti stranieri sono stati espulsi, o possono lavorare solo sotto il controllo governativo. Anche molti volontari di ONG internazionali hanno subito la stessa sorte.

Il governo è anche intervenuto contro i gruppi religiosi. Tutte le confessioni minoritarie (evangeliche) hanno subito restrizioni gravi; i luoghi di culto sono stati chiusi, e le proprietà ecclesiastiche e i programmi di assistenza sono stati confiscati dal governo. Almeno 2000 fedeli di queste fedi erano in detenzione al giugno del 2008. Anche alcuni personaggi scomodi appartenenti a fedi autorizzate (come la Chiesa ortodossa eritrea, la Chiesa cattolica, la Chiesa luterana e l'Islam) sono stati incarcerati. Il Patriarca Antonios, capo della comunità ortodossa eritrea, è stato arrestato ed è detenuto in località segreta. Il governo ha eletto un nuovo patriarca al suo posto. I fedeli di tutte le religioni sono controllati.

In Eritrea, il servizio militare è obbligatorio, dai 18 ai 40 anni. Nessun cittadino può andare all'estero prima dei 50 anni di età. Le famiglie dei giovani che fuggono dal paese sono costrette a pagare multe, e se non sono in condizione di pagare vengono deportate nei campi di concentramento. I bambini trascorrono l'ultimo anno scolastico nel centro di addestramento militare di Sawa. In seguito entrano nel servizio militare; se accedono all'istruzione superione (in college di formazione vocazionale), la leva militare viene rinviata fino al diploma. L'istruzione universitaria è stata sospesa. La polizia e i militari usano la tortura come forma normale di interrogatorio. Il detenuto viene legato in posizione dolorosa e non viene liberato se non dopo che ha risposto alle domande degli interrogatori. Le condizioni carcerarie sono estremamente dure e il trattamento riservato ai detenuti è crudele e degradante. Molti prigionieri vengono stipati in container lasciati in luoghi assolati, privi di servizi igienici o di acqua, senza cure mediche.

Durante il 2007, il governo etiopico ha imposto dei blocchi sugli aiuti umanitari e sul commercio di derrate alimentari. A sua volta, queste decisioni hanno causato difficoltà nell’approvvigionamento di alcune regioni colpite da siccità. Più di un milione di persone hanno sofferto la fame a causa di questa situazione. La tensione sociale è continuata sia per il conflitto contro il Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden (regione a maggioranza somala) che con alcuni gruppi per la liberazione delle popolazioni oromo. L’Etiopia ha celebrato l’anno 2000 – si segue il calendario giuliano – e il governo ha deciso di dare la grazia a molti prigionieri. Almeno 17.000 prigionieri – sia politici che penali - sono stati liberati. Tra i prigionieri di coscienza rilasciati vi sono stati Diribi Demissie e altri due funzionari dell'Associazione Mecha Tulema, un'associazione di aiuto sociale oromo, i quali erano detenuti dal 2004. La repressione politica non è però diminuita. Le forze governative si sono rese responsabili di arresti di massa, torture, stupri ed esecuzioni extragiudiziali. Truppe governative partecipano alla occupazione parziale della Somalia, dove si sono rese responsabili di varie forme di oppressione contro la popolazione civile. La libertà di espressione è ancora poco tutelata. Almeno 14 giornalisti sono sotto accusa per aver pubblicato articoli contrari alle posizioni governative e le loro compagnie editrici multate o chiuse. Alla fine del 2007, il governo ha introdotto una legge sull’editoria più restrittiva di quella precedente. Inoltre, tutti gli attivisti che hanno mostrato interesse a difendere i diritti umani sono stati o arrestati o posti sotto giudizio con la possibilità di rimanere liberi dietro pagamento di una cauzione. La crisi umanitaria nelle regioni a maggioranza somale e oromo è ascrivibile anche a vari movimenti di liberazione. Questi si sono resi responsabili di stupri, rapimenti e omicidi contro la popolazione civile. La pena di morte è ancora vigente e vari accusati sono stati condannati alla pena capitale. Nel corso del 2007, almeno un'esecuzione ha avuto luogo, la seconda condanna a morte scontata dal 1991 di cui si abbia conferma ufficiale.

La situazione dei diritti umani in Gambia è precaria. Oppositori, veri o presunti del governo, sono oggetto di arresti arbitrari. I giornalisti che parlano di diritti umani sono anch’essi fatto oggetto di intimidazioni e arresto da parte delle forze dell’ordine e degli agenti dell’Agenzia Nazionale di Informazione (National Intelligence Agency). Tra gli oppositori politici in detenzione preventiva e senza la possibilità di comunicare con parenti e avvocati ci sono: Chief Manneh, Kanyiba Kanyi, Momodou Lamin Nyassi, Mdongo Mboob, Marcie Jammeh e Haruna Jammeh. L’avvocato Mai Fatty, che ha spesso difeso giornalisti e attivisti in cause legate ai diritti umani, ha subito un incidente stradale che egli attribuisce ad un tentativo di assassinio. Ha dovuto lasciare il paese per cure mediche alla fine del 2007. La polizia ha inoltre arrestato giornalisti locali e esteri che hanno criticato il presidente, specialmente quando questi ha dichiarato di poter curare l’AIDS. The Independent, quotidiano di Banjul, è rimasto chiuso dall’aprile 2007 per ordine governativo. La pena di morte doveva essere cancellata entro la fine del 2007, ma ciò non è avvenuto. Allo stesso tempo, si teme che molti prigionieri scomodi siano stati giustiziati dopo un processo sommario senza possibilità di difesa o appello.

Tra i paesi africani, il Ghana si distingue per il suo impegno contro la pena di morte. Il governo si è dichiarato ufficialmente contrario, sebbene non abbia poi approvato alcuna norma per abolire la pena capitale. Durante il 2007, 43 condannati a morte hanno visto la loro sentenza commutata in ergastolo o carcerazioni più brevi. Nel braccio della morte rimangono comunque 106 prigionieri. La violenza sulle donne continua ad essere una grave realtà, nonostante l’impegno del governo che ha varato leggi restrittive e che sostiene la lotta alle mutilazioni genitali femminili. Il governo continua a pagare risarcimenti per le violazioni dei diritti umani commesse sotto i precedenti governi, come raccomandato dalla commissione di riconciliazione nazionale.

Gli abusi contro i diritti umani dei guineani continuano da molti anni. Negli ultimi tempi, questi si sono intensificati come risposta ad un'opposizione politica sempre più forte contro il regime governativo. La polizia ed altre forze di sicurezza usano la violenza fisica, lo stupro e la tortura come normali deterrenti contro oppositori politici e detenuti. La libertà di parola è seriamente compromessa. Il presidente Lansana Conté, al potere dal 1984 a seguito di un colpo di stato, non ammette sfide al suo potere. L’aggravarsi della crisi economica, e della conseguente precarietà sociale di molti guineani, hanno spinto sindacati e partiti di opposizione ad organizzare scioperi e manifestazioni. La macchina governativa ha risposto con violenza. Nel febbraio 2007, il presidente ha dovuto cedere alle pressioni della piazza e ha nominato un primo ministro - Eugène Camara – nome però non gradito alla maggioranza della popolazione. Un nuovo governo è stato nominato nel marzo 2007 con soli esponenti della società civile. Poche settimane dopo, sono stati i militari a scendere in piazza chiedendo la destituzione degli ufficiali maggiori e il pagamento dei loro salari arretrati. Infine, nel maggio 2007, è stata istituita una Commissione d'inchiesta indipendente incaricata di condurre le indagini sulle gravi violazioni dei diritti umani e i gravi reati commessi durante gli scioperi del giugno 2006 e gennaio-febbraio 2007. Si parla di centinaia di morti e migliaia di stupri, torture e arresti illegali, detenzioni illegali e arresti arbitrari di giornalisti. A fine giugno 2007, il ministro della Giustizia e dei Diritti Umani ha sostenuto che il governo era contrario alla pena di morte e che le persone già condannate non sarebbero state messe a morte.

La Guinea Bissau è un paese molto fragile dal punto di vista sociale. Negli ultimi anni, si sono succeduti rapidamente guerra civile, disordini urbani, omicidi politici, svolte dittatoriali e ritorni alla democrazia. Nel 2007, il governo è stato spesso posto in minoranza e sotto pressione per il coinvolgimento di ministri nel traffico della droga. Un nuovo governo è stato inaugurato nella seconda metà del 2007. Le forze armate, sostenute da politici, continuano a giocare un ruolo importante nel commercio e inoltro della droga da paesi dell’America Latina verso l’interno del continente. La libertà di espressione è stata gravemente lesa dalle continue pressioni governative sui giornalisti che pubblicano articoli sul traffico della droga, sulle responsabilità di vari omicidi politici, e sulla tratta dei bambini. Questi vengono mandati in Senegal per la raccolta del cotone o come mendicanti a Dakar. La famiglia riceve un piccolo compenso, e i bambini diventano dei veri e propri schiavi.

La Guinea Equatoriale è da anni nel mirino delle organizzazioni che difendono i diritti umani. Il paese non ha mai conosciuto la libertà e la democrazia, ed è sempre stato guidato da regimi totalitari. Quasi tutte le libertà civili sono ristrette, nonostante che le leggi del paese vietino abusi contro la persona. La situazione è tale che il paese si è guadagnato il triste primato di avere la più estesa bibliografia in Africa che attesta l’abuso dei diritti umani nel paese. Il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha il controllo totale del paese, e delle sue risorse. La Guinea Equatoriale ha il più alto indice di crescita al mondo (21,5%) – dovuto alla vendita di petrolio e altre risorse naturali – ma il 60% della popolazione vive sotto il livello di povertà e soltanto il 33% ha accesso all’acqua potabile. Durante il 2007, centinaia di famiglie di Malabo, la capitale, hanno perso la loro abitazione a causa di incendi dolosi. Questi si sono sprigionati dopo che il governo aveva dichiarato che l’area di Nuovo Edificio sarebbe stata rasa al suolo per far posto a nuove case popolari. Le detenzioni arbitrarie sono continuate per tutto il 2007 e 2008. Il di lavoro delle Nazioni Unite sulle detenzioni arbitrarie non ha potuto incontrare molti dei detenuti, pur avendo in mano prove incontrovertibili della loro detenzione nella prigione di Spiaggia Nera a Malabo. Tra i prigionieri di coscienza si notano vari esponenti politici di opposizione al governo. Molti prigionieri sono torturati, sia in carcere, che durante la detenzione preventiva nelle caserme di polizia. La pena di morte è ancora legale e le esecuzioni avvengono in semi-clandestinità, senza che le famiglie ei condannati vengano informate. Sotto la pressione internazionale, il governo ha ora in cantiere una revisione del sistema giudiziario, che verrà riorganizzato sotto la presidenza del Presidente del paese.

Gran parte delle violazioni dei diritti umani denunciate in Kenya in anni recenti sono legate a violenze a sfondo politico. Nei mesi che hanno condotto alle ultime elezioni (tenutesi il 27 dicembre 2007), gruppi armati hanno esercitato violenze e intimidazioni sulla popolazione e sui candidati, con un bilancio complessivo di oltre mille e duecento morti e circa trecentomila sfollati. In seguito alla dichiarata vittoria elettorale del presidente Mwai Kibaki, contestata sia dall'opposizione che da osservatori indipendenti, la polizia ha represso duramente le proteste. Tutti questi episodi non hanno avuto un seguito in termini di indagini e procedimenti giudiziari. La polizia è stata accusata di abusi (in particolare uso della tortura e omicidi non giustificati) anche in relazione ad altre operazioni, come la guerra al terrorismo e la lotta al movimento Mungiki.

Il governo keniota esercita anche una forte influenza sui mass media. Ci sono stati casi di arresti e reclusione di giornalisti colpevoli di aver diffamato istituzioni politiche, e di boicottaggi espliciti del governo nei confronti di gruppi economici legati a media ostili al presidente.

In risposta al perdurare del conflitto nella confinante Somalia, il governo keniota ha assunto una posizione molto dura, chiudendo i confini ai profughi somali e ostacolando l'invio di aiuti umanitari nelle zone coinvolte nel conflitto.

Nel paese restano frequenti gli episodi di violenza contro donne e minori, soprattutto nella forma di violenza domestica. La pena di morte è ufficialmente in vigore, anche se non ha avuto applicazioni negli ultimi anni.

Dopo i lunghi anni di guerra e destabilizzazione ad opera di gruppi armati, il paese è testimone di un graduale ritorno alla normalità. Charles Taylor, ex terrorista ed ex presidente liberiano, è sotto processo per crimini contro l’umanità. Il processo ha luogo all’Aja e prende in considerazione i soli delitti commessi in Sierra Leone. La commissione per stabilire la verità sui lunghi anni di guerra civile non ha potuto svolgere bene il suo lavoro. Vi sono pressioni politiche per non indagare sul passato. Non si deve dimenticare che Taylor ha molti sostenitori, sia in Liberia che all’estero, pronti a versare ingenti somme per non far conoscere il loro passato. Il governo di Ellen Johnson-Sirleaf continua la lotta alla corruzione ma non è riuscito a far approvare la legge che permetterebbe il congelamento dei beni di persone corrotte. A livello popolare, ci sono varie accuse di appropriamento indebito di terreni da parte di personaggi politici e dei loro sostenitori. Il malcontento popolare è sfociato in manifestazioni violente in molte occasioni. Particolarmente violente le manifestazioni di aprile 2007 a Gbamga e del luglio seguente a Bong Mines, dove almeno una cinquantina di manifestanti sono stati feriti gravemente dalla polizia. A dicembre, le proteste dei lavoratori della piantagione di caucciù della Firestone hanno portato alla distruzione di varie abitazioni, il ferimento di cinque persone e il saccheggio delle infrastrutture della piantagione. Sono aumentati i casi di violenza contro le donne. Una nuova legge permette però di condannare a pene detentive gli autori di stupri. È proseguito il processo a carico di Roy M. Belfast Jr (conosciuto anche come Charles McArthur Emmanuel e Charles "Chuckie" Taylor Jr), figlio di Charles Taylor, il quale era stato accusato di tortura, cospirazione finalizzata a tortura, e impiego di armi da fuoco nel contesto di reato violento mentre ricopriva la carica di capo dell'Unità anti-terrorismo. I giornalisti sono spesso sottoposti a trattamento duro o illegale da parte della polizia. L’Independent, quotidiano della capitale, è rimasto chiuso per sei mesi dopo aver pubblicato le fotografie di un ministro a letto con due donne. Il giornalista Othello Guzean della rete radiofonica a controllo statale Liberia Broadcasting System (LBS) è stato sospeso a tempo indeterminato per aver mandato in onda un'intervista con un parlamentare dell'opposizione. A più riprese, la polizia ha aggredito e picchiato giornalisti. A settembre 2007, le guardie del corpo della presidente Ellen Johnson-Sirleaf hanno intimidito diversi giornalisti (tra cui Jonathan Paylelay della BBC, Dosso Zoom di Radio France International, e Alphonso Towah della Reuters), per una presunta infrazione al protocollo.

Nel 2007, l’Alta Corte (High Court) ha sentenziato l'incostituzionalità dell'obbligatorietà della sentenza di morte per determinati reati. L'ultima esecuzione avvenuta in Malawi risale al 1992, ma rimangono 23 prigionieri detenuti nel braccio della morte. Questa è una nota positiva in un panorama giudiziario fragile. Le condizioni delle carceri sono peggiorate negli ultimi anni, e si riscontrano situazioni crudeli, inumane e degradanti. Le carceri contengono più del doppio dei prigionieri per cui erano state disegnate. Il 17% dei detenuti è in attesa di processo e la mortalità in carcere è molto alta (circa il 1,5%). Il processo democratico è a grave rischio nel paese. Il Malawi, dopo anni di dittatura, aveva intrapreso un cammino di rinnovamento. Questo processo ha però subito gravi ritardi e contrapposto il presidente wa Mutharika al parlamento. Il presidente ha sciolto il parlamento nel maggio 2008, approfondendo la spaccatura tra i vari partiti.

Il paese ha visto la riapertura del conflitto nella regione settentrionale del Kidal. Nonostante l'accordo di pace siglato in Algeria nel luglio 2006 tra il gruppo armato Tuareg, Alleanza democratica per il cambiamento (Alliance démocratique pour le changement) e il governo, gruppi armati legati a Ibrahim Ag Bahanga hanno continuato a lanciare attacchi. Il governo ha presentato delle proposte di legge per l’abolizione della pena di morte, e una seconda che prevede la pena di morte per atti di terrorismo.

La situazione dei diritti umani nella Repubblica Centrafricana è una delle più gravi del continente ed è andata peggiorando in modo consistente dal 2005 in poi. Il popolo soffre per le tensioni interne e la mancanza di un governo capace di garantire la sicurezza ai cittadini. Bande armate di criminali, i ribelli del Fronte Democratico per il Popolo Centrafricano, e soldati governativi attaccano i cittadini indifesi e saccheggiano impunemente città e villaggi. Il numero di stupri contro donne, ragazze e bambine è cresciuto a dismisura. Più di 50.000 centrafricani si sono rifugiati nei paesi vicini per scappare dalle violenze e dalle violazioni di diritti umani, e più di duecentomila vivono in campi provvisori come sfollati interni. Particolarmente violenta è la guardia presidenziale, che ha più volte condotto spedizioni punitive contro la popolazione locale, accusata di sostenere e nascondere i ribelli. Durante queste spedizioni, i soldati picchiano i cittadini e li derubano. Molti vengono uccisi senza motivo. Molti villaggi sono stati bruciati e le costruzioni permanenti rase al suolo.

La Repubblica Democratica del Congo vive da ormai quattro decenni una situazione di crescente abuso dei diritti umani. Sin dall'indipendenza la popolazione congolese ha subito forti restrizioni delle proprie libertà civili. La guerra civile vinta da Desiré Kabila, e la continuazione delle ostilità anche sotto la presidenza di suo figlio Joseph, mantengono il paese in uno stato di totale mancanza di diritti umani. Uccisioni extragiudiziarie, arresti, detenzioni arbitrarie, tortura e altre vessazioni da parte delle forze di sicurezza e di altri gruppi armati sono all'ordine del giorno. I belligeranti fanno uso dello stupro sistematico delle donne che catturano per mantenere lo stato di paura tra la popolazione. Alcune zone del paese, notoriamente le due regioni del Kivu e altre zone limitrofe, vivono una grave crisi umanitaria con l'assenza totale del governo centrale e la popolazione lasciata alla mercé di milizie locali violente sotto il comando di Jean-Pierre Bemba. Gli ex miliziani dell'Ituri e del Katanga, disarmati dall'esercito, non hanno ricevuto alcun incentivo al rienserimento nella società e la loro presenza alimentano lo stato di insicurezza e la criminalità di quelle regioni. Sullo stesso piano, soldati delle Nazioni Unite (MONUC) presenti nel paese per sostenere il cammino verso la pace hanno venduto armi e munizioni ad alcuni gruppi di ribelli. Gli sfollati interni sono oltre il milione e mezzo, a cui vanno aggiunti mezzo milione di profughi nei paesi confinanti. Molti bambini vengono catturati dalle forze ribelli e costretti ad aiutare i miliziani o a combattere al loro fianco. Anche tra le file dell'esercito governativo si trovano bambini soldato. La libertà di espressione non è garantita. Molti giornalisti sono stati picchiati e torturati dalle forze di polizia, e molte donne impegnate nella difesa dei diritti umani sono state stuprate o costrette ad assistere alle violenze contro le loro figlie.

Sul fronte giudiziario, il governo è stato riluttante ad agire contro i militari e miliziani colpevoli di violazioni dei diritti umani, sebbene si noti un aumento di inchieste contro queste persone. A livello internazionale, i capi delle milizie godono di varie coperture e appoggi internazionali, anche se varie denuncie sono state presentate contro di loro.

Il presidente del Congo Denis Sassou-Nguesso ha raggiunto un accordo con il Consiglio di Resistenza Nazionale (CRN) per porre fine alle ostilità che hanno tenuto il paese ostaggio di violenze e insicurezza negli ultimi anni. Frédéric Bitsamou, leader del CRN, è stato nominato delegato generale incaricato di promuovere i valori della pace e di riparare alle devastazioni causate dalla guerra. In realtà, l'insicurezza continua ad essere il tratto caratteristico della vita quotidiana in Congo. Nonostante gli accordi, scontri a fuoco tra forze governative e ribelli sono stati registrati più volte negli ultimi mesi del 2007, e nei primi del 2008. Il governo continua con le detenzioni arbitrarie, aiutato da un sistema giudiziario passivo nei confronti del potere presidenziale. Giornalisti, politici e attivisti che criticano la situazione del paese rischiano di essere imprigionati senza processo e per tempi lunghi. Brice Mackosso e Christian Mounzéo, attivisti in favore dei diritti umani, sono stati condannati nel dicembre 2006 per aver reso pubbliche prove della corruzione governativa nel campo petrolifero. Nel 2007, il Presidente li ha fatti liberare e nominati parte di una comissione che controlla i proventi del settore petrolifero. Continuano intanto le vessazioni e gli abusi contro i pigmei. Le ultime condanne a morte sono state commutate in ergastolo ai lavori forzati: non è chiaro se questa diventerà una prassi o se si sia trattato di una decisione temporanea.

La Tanzania ha attraversato nell'ultimo decennio un forte processo di riorganizzazione dello stato e dell'economia. Nel 1995 si sono tenute le prime elezioni multipartitiche, e il Chama Cha Mapinduzi (CCM), il partito di governo, ha intrapreso una transizione dal modello economico socialista ideato dal padre della patria Julius Nyerere a un modello basato sul libero mercato. Contemporaneamente, la Tanzania ha fatto secondo alcuni osservatori internazionali (per esempio il Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor degli Stati Uniti d'America) notevoli progressi relativamente al rispetto dei diritti umani. Vi sono comunque ancora violazioni quasi sistematiche o sistematiche dei diritti umani in diversi settori. La polizia e le forze di sicurezza sono state ripetutamente accusate di aver commesso omicidi ingiustificati, e di torturare fisicamente o psicologicamente i detenuti; sebbene la tortura sia vietata dalla costituzione, le violazioni commesse dalla polizia e dalle forze dell'ordine sono raramente perseguite. Le condizioni di vita nei carceri sono notoriamente molto disagiate, al punto in alcuni casi di mettere in pericolo la vita dei reclusi. I rifugiati degli altri paesi sono ripetutamente stati espulsi; uno degli ultimi episodi si è verificato nel 2007 e coinvolge profughi del Burundi e del Ruanda. Sono state anche denunciate violenze compiute dalle forze dell'ordine nei campi profughi, in particolare contro le donne. Più in generale, donne e bambini sono categorie particolarmente colpite da violazioni dei diritti umani. La prostituzione anche minorile è diffusa, e le leggi contro il traffico di esseri umani sono raramente applicate.. La violenza domestica è molto frequente, e persiste la pratica tradizionale dell'infibulazione. Osservatori internazionali hanno osservato la presenza di minori nell'esercito, almeno fino al 2001.

L'Uganda settentrionale è stata per diversi anni teatro di un sanguinoso conflitto civile che ha contrapposto l'esercito regolare (Ugandan Peoples' Defence Forces, UPDF) e i ribelli del Lord's Resistance Army (LRA). Nel corso del conflitto si sono registrate gravi violazioni dei diritti umani, inclusi massacri di popolazione civile e rapimenti di bambini a scopo di arruolamento forzato e abuso sessuale. Nonostante l'armistizio raggiunto nel 2006, restano frequenti i casi di stupro, saccheggio e altre forme di violenza verso i civili perpretrate da entrambe le milizie.

La libertà politica nel paese è fortemente limitata. Al presidente fanno capo diversi corpi di sicurezza speciali dalla condotta poco trasparente. Uno di questi gruppi ha arrestato nel 2007 un leader dell'opposizione, Kizza Besigye, facendo irruzione a mano armata in un'aula di tribunale, e suscitando durissime proteste a livello nazionale e internazionale. Ci sono stati diversi episodi di mass media critici verso le autorità politiche che sono stati oggetto di attacchi da parte di gruppi o di azioni legali lesive della libertà di stampa nel paese.

L'Uganda ha rifiutato asilo politico a profughi provenienti dal Ruanda, e gran parte degli sfollati provenienti dal nord Uganda sono rimasti diversi anni in campi di prima accoglienza.

Come negli altri paesi della stessa area, la violenza sulle donne in Uganda rimane a livelli molto elevati. L'omosessualità è considerata un reato, e le persone LGBT sono soggette a pesanti discriminazioni e persecuzioni.

La pena di morte viene comminata ma raramente messa in atto per i detenuti civili (l'ultima esecuzione risale al 1999). Diversa è probabilmente la situazione per quanto concerne l'esercito, dove vige il codice militare; sebbene si abbia notizia certa di esecuzioni anche in tempi recenti, mancano dati precisi in merito.

Per la parte superiore



Centro antiviolenza

I Centri Antiviolenza sono luoghi in cui vengono accolte le donne che hanno subito violenza. Grazie all’accoglienza telefonica, ai colloqui personali, all’ospitalità in case rifugio e ai numerosi altri servizi offerti, le donne sono coadiuvate nel loro percorso di uscita dalla violenza. I Centri antiviolenza svolgono, inoltre, attività di consulenza psicologica, consulenza legale, gruppi di sostegno, formazione, promozione, sensibilizzazione e prevenzione, raccolta ed elaborazione dati, orientamento ed accompagnamento al lavoro, raccolta materiale bibliografico e documentario sui temi della violenza. Le Case rifugio, invece, spesso ad indirizzo segreto, ospitano le donne ed i loro figli minorenni per un periodo di emergenza. Molti Centri antiviolenza si sono organizzati costituendo una Rete territoriale di sostegno alle donne che subiscono violenza e coinvolgendo le forze dell’ordine, i pronto soccorsi, i servizi sociali ed altri enti sensibili al tema.

Percosse, ricatti, insulti, minacce, privazioni economiche e uccisione della propria moglie e dei figli venivano considerati normali conflitti familiari fino a pochi anni fa, se non addirittura mezzi di giusta correzione, ed erano considerati fatti privati nei quali nessuno si doveva intromettere. Ma sono state le donne ad insorgere e a dire no. E’ stato merito del movimento femminista se la violenza domestica è stata portata alla luce, nominata, definita nella sua complessità, create strutture di aiuto alle donne e posto la questione alle istituzioni come vero e proprio problema sociale. Oggi parlare di violenza di genere non è più un tabu, di cui vergognarsi e rompere il silenzio per molte donne è diventata realtà quotidiana anche grazie all'estenza dei Centri antiviolenza.

Solo a partire degli ultimi dieci anni le istituzioni pubbliche (Regioni, Province, Comuni, Aziende Sanitarie, Polizia, etc.) si sono attivate predisponendo leggi regionali in sostegno ai Centri antiviolenza, offrendo le strutture alle Associazioni, portando avanti delle convenzioni per poter gestire i Centri e, in alcune realtà, condividendo obiettivi e strategie di lavoro comuni. Gli enti pubblici spesso collaborano con le Reti territoriali come partner, spesso attivano progetti e talvolta sono parte attiva nel promuovere iniziative contro la violenza (ad esempio contribuendo ai percorsi formativi per operatrici/operatori dei servizi pubblici, finalizzati alla costruzione di un network locale contro la violenza sulle donne).

Nel 1991, quando i Centri erano ancora pochi e alle prime armi nell’accoglienza (ma pieni di volontà nel costruire contatti, scambi, relazioni e politiche a favore delle donne maltrattate) si è costruita la Rete dei Centri antiviolenza. Una Rete informale, costruita sugli scambi, un’esperienza che man mano cresceva e con essa aumentava la voglia di fare politica. Sono stati organizzati due convegni importanti a Marina di Ravenna e tanti seminari e incontri. Una svolta notevole è stata il 21 gennaio 2006: a Roma 55 Centri hanno sottoscritto la Carta dei Centri antiviolenza, per darsi valori comuni di riconoscimento reciproco. La Carta si riferisce ad alcuni dei principi che identificano l’identità e la metodologia dei Centri, tra i quali: il considerare la violenza maschile alle donne come un fenomeno che ha radici nella disparità di potere tra i sessi; che i Centri sono costituiti e gestiti solo da donne; che viene garantito alle donne anonimato e sicurezza.

Il 29 settembre 2008 è nata l’Associazione nazionale dei Centri antiviolenza, D.i.Re contro la violenza alle donne, che riunisce 45 Centri di tutta l’Italia. Prendendo esempio da molti paesi, non solo europei, nei quali i Centri antiviolenza sono organizzati a livello nazionale in federazioni e rappresentano una forte lobby per incidere sulle politiche governative, la nuova associazione nazionale vuole incidere di più nella politica nazionale e promuovere politiche governative, finora quasi del tutto assenti in Italia.

A livello europeo invece esiste la rete Wave: Women Against violenza Europe, che riunisce migliaia di Case delle donne in tutta Europa, organizzate a sua volta in federazioni nazionali.

Per la parte superiore



Ayaan Hirsi Ali

Ayaan Hirsi Ali (nata Ayaan Hirsi Magan) (Mogadiscio, 13 novembre 1969) è una politica e scrittrice somala naturalizzata olandese, nota soprattutto per il suo impegno in favore dei diritti umani e in particolare dei diritti delle donne.

Figlia del signore della guerra somalo Hirsi Magan Isse, ha vissuto in Somalia, Etiopia, Kenya e Arabia Saudita. Nel gennaio 1992 il padre conosce in moschea un giovane somalo (residente in Canada e tornato in patria per procurarsi una donna da sposare) e in un'ora decide di dargli in moglie Ayaan. La ragazza rifiuta, ma le nozze si combinano ugualmente. Il marito appartiene al clan Osman Moussa, uno tra i più in vista nella società somala. Dopo le nozze organizza il viaggio in aereo per la giovane moglie. Giunta in Germania per uno scalo intermedio, Ayaan decide di scappare. Prende un treno per l'Olanda e chiede asilo politico come rifugiata. Motivo: essere stata costretta ad un matrimonio combinato che le ha privato la libertà. Ma per tradizione quasi tutti i matrimoni tra musulmani sono combinati, lo sanno anche in Olanda, così Ayaan decide di inventare un racconto. Inoltre sceglie di non usare più il suo vero cognome, Magan, per non essere rintracciata dalla famiglia ed opta per Ali (il nome originario del nonno). Ottiene lo status A, il migliore, che comprende il diritto di rimanere in Olanda per tutta la vita e richiedere la cittadinanza dopo cinque anni. Ayaan si iscrive all'Università e consegue la laurea in Scienze politiche. Un giorno dell'estate del 2001 guardando il telegiornale apprende che in una scuola alcuni insegnanti gay sono stati molestati da allievi musulmani. Il servizio mostra anche un imam che li difende: secondo lui l'omosessualità è una malattia contagiosa in grado di infettare gli studenti. Di getto scrive una lettera e la indirizza ad uno dei quotidiani più letti in Olanda, NRC Handelsblad. Nella lettera sostiene che quell'atteggiamento non appartiene a un solo imam, ma è molto diffuso nel mondo islamico e spiega che l'islam è una religione che non accetta la libertà individuale, fino a giustificare i soprusi contro le donne e contro i diversi. Quel gesto istintivo segna l'inizio del suo impegno politico. Nel 2002 diventa famosa nel paese attraverso alcune apparizioni televisive dove esprime con nettezza il suo pensiero critico sull'islam. I suoi interventi destano scalpore presso la comunità musulmana perché per la prima volta a criticare l'islam è una di loro e, per giunta, una donna. In ottobre di quell'anno cade il governo e il paese è chiamato alle elezioni anticipate. Neelie Kroes, importante esponente del partito liberale "Volkspartij voor Vrijheid en Democratie" (VVD), chiede a Hirsi Ali se vuole candidarsi nella sua lista. Ayaan accetta, viene collocata al numero 16 (in Olanda si vota su liste bloccate), con la certezza di essere eletta. Decide che la sua missione sarà inserire il problema delle donne musulmane nell'agenda politica del suo Paese d'adozione. A tutti quelli che glielo chiedevano, confessava candidamente che al suo arrivo in Olanda si era firmata con un cognome diverso dal suo non aveva detto tutta la verità. La cosa però non crea scandalo e Hirsi Ali viene eletta il 22 gennaio 2003 al parlamento olandese.

Nel 2004 scrive la sceneggiatura del film cortometraggio "Sottomissione" (Submission), in cui si denunciano gli abusi che subiscono le donne nel mondo islamico. Il 2 novembre dello stesso anno il regista del film Theo van Gogh viene assassinato. Da allora Hirsi Ali vive protetta da una scorta armata. Nel 2006 lascia volontariamente l'Olanda per trasferirsi negli Stati Uniti, a Washington. Oggi lavora nell'American Enterprise Institute, un'associazione di intellettuali vicina al Partito Repubblicano. Manifesta l'intenzione di ritornare in patria, anche solo per brevi periodi, ma nell'ottobre del 2007 il governo olandese decide che le scorte armate sono riservate ai cittadini residenti nel territorio nazionale, facendole capire che se rientra in patria è a suo rischio e pericolo. Immediatamente la Danimarca le ha offerto protezione, sulla base di un programma volto a sostenere gli scrittori minacciati di morte dai terroristi islamici. La scrittrice ha ringraziato ma ha affermato di voler rimanere negli Stati Uniti.

Hirsi Ali ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali per il suo impegno a favore dei diritti umani. Nel 2005 la rivista statunitense Time Magazine l'ha inserita nell'elenco delle 100 personalità più influenti del mondo.

Hirsi Ali è membro del "Volkspartij voor Vrijheid en Democratie" (VVD), un partito politico olandese che coniuga una visione conservatrice su economia, politica estera, criminalità ed immigrazione a posizioni liberiste su droga, aborto ed omosessualità. Per quanto le riguarda, afferma di essere una grande ammiratrice di Frits Bolkestein, uno degli ideologi del partito e già commissario europeo. Ali è stata molto criticata per aver abbandonato il Partito Laburista Olandese (PvdA) per passare al VVD. In risposta ha promesso grande lealtà alla sua nuova formazione.

Hirsi Ali si è considerata musulmana fino al 28 maggio 2002 quando scelse l'ateismo. Riguardo l'abbandono della fede, in una intervista alla rivista svizzera Das Magazin nel settembre 2006 dichiarò di averla persa quando, bevendo un bicchiere di vino in un ristorante italiano nel maggio 2002 "... mi chiesi: perché mai dovrei bruciare all'inferno solo per bere questo? Ma ciò che mi spronò ancor di più fu l'osservazione che gli attentatori dell'11 settembre credevano tutti nello stesso Dio in cui io stessa credevo." Comunque ancora il 12 settembre 2002 nel programma televisivo Rondom Tien si riferì all'Islam come "la mia religione".

Hirsi Ali descrive l'Islam come una "religione retrograda" ed incompatibile con la democrazia tanto da sfidare sul canale televisivo pubblico olandese Nederland 2 gli studenti di una Scuola elementare islamica a scegliere tra il Corano e la Costituzione olandese.

Riguardo all'Islam è particolarmente critica in special modo verso il ruolo riservato alle donne nelle società islamiche e sulle punizioni richieste dall'islam per omosessualità ed adulterio.

Ayaan Hirsi Ali ha espresso opinioni e giudizi molto netti su Maometto.

In un'intervista rilasciata al quotidiano olandese Trouw nel gennaio 2003 . Citando gli hadit che riferiscono del matrimonio celebrato tra il cinquantaduenne Maometto con Aisha di soli sei anni, consumato dal principale profeta islamico tre anni dopo, dichiarò che "Maometto è, per i principi morali occidentali, un pervertito".

Hirsi Ali è fautrice della libertà di parola. In un intervento a Berlino nel 2006 difese il diritto di satira in riferimento alle Caricature di Maometto sul Jyllands-Posten. Condannò, inoltre, giornalisti della stampa e della televisione che non avevano mostrato ai loro lettori le vignette, accusandoli di "mediocrità intellettuale" e di tentare di nascondersi dietro "parole che suonano nobili quali 'responsabilità' e 'sensibilità'". Pregò, inoltre, gli editori di tutta Europa di mostrare le vignette e di non lasciarsi spaventare da quella che chiamò l'intolleranza di molti musulmani in tutto il mondo.

In Olanda circa metà dell'istruzione è a carico di scuole legate ad una qualche religione, in particolare, per ragioni storiche, cattoliche e protestanti. Ayaan Hirsi Ali affermò nel novembre 2003 che nessuna scuola religiosa dovrebbe ricevere fondi governativi scontrandosi, per questo, con Hans Wiegel, in passato un importante esponente del VVD.

Sul quotidiano olandese De Volkskrant dell'8 aprile 2006 propose un controllo speciale su possibili legami con gruppi terroristi per tutti i musulmani che richiedono un lavoro.

Nel 2003 Hirsi Ali ha lavorato con il collega deputato del VVD Geert Wilders per diversi mesi al fine di presentare una interrogazione al governo in merito alla politica dell'immigrazione. In particolare i due parlamentari, prendendo spunto dal Rapporto sullo sviluppo umano arabo dell'UNDP, chiesero all'allora Ministro degli Esteri Jaap de Hoop Scheffer ed al ministro senza portafoglio per la cooperazione e lo sviluppo Agnes van Ardenne di porre attenzione sulle conseguenze della politica olandese sulla limitazione dell'immigrazione dal mondo arabo in Europa.

Sebbene abbia sempre appoggiato in pubblico la politica del ministro del VVD Rita Verdonk sulla limitazione dell'immigrazione, in privato non era d'accordo con lei, come spiegò in un'intervista a Opzij. In parlamento apoggiò la gestione di Verdonk del caso Pasic, sebbene in privato era dell'opinione che a Pasic di doveva permettere di rimanere. La notte prima del dibattito, telefonò alla Verdonk per dirle che lei stessa aveva mentito quando era giunta in Olanda, proprio come Pasic. La Verdonk rispose che se fosse stata ministro in quel momento, l'avrebbe espulsa. Ne seguì una crisi politica che portò alla caduta del secondo governo Balkenende.

Nell'intervista ad Opzij affermò anche di essere favorevole ad una sanatoria per garantire la cittadinanza olandese ad un gruppo di 26.000 rifugiati che risiedevano nel paese da più di cinque anni senza vedersi ancora riconoscuto il diritto di asilo. Il VVD comunque le vietò di esprimere le sue idee sull'argomento.

Dopo aver lasciato il parlamento olandese, Hirsi Ali ha ulteriormente precisato la sua idea restrittiva della politica di immigrazione. Il 1° novembre 2006, durante il programma televisivo della televisione tedesca ZDF Aspekte, affermò di temere che gli immigranti musulmani, una volta maggioranza, potrebbero introdurre la sharia.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia