Venosa

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Tags : venosa, basilicata, italia

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Venosa

Panorama di Venosa

Venosa è un comune di 12.171 abitanti in provincia di Potenza nell'area del Vulture. É uno dei 37 comuni menzionati dall'associazione "I borghi più belli d'Italia", assieme ad altri tre della regione: Acerenza, Castelmezzano e Guardia Perticara.

Circondata da una rigogliosa vegetazione, la cittadina è situata al margine nord-orientale della Basilicata, su una delle alture dell’Appennino lucano, vicino al confine con la Puglia. La sua altezza sul livello del mare è di 415 metri. Il clima è piuttosto temperato, con inverni abbastanza rigidi ed estati calde.

Le tracce rinvenute (risalenti a circa 600.000 anni fa) certificano la presenza umana nel territorio di Venosa sin dai tempi della Preistoria. Gran parte di queste testimonianze si trovano al "Parco Paleolitico" di Notarchirico, un'area non molto lontana dal centro.

La cittadina venne fondata dagli antichi Romani nel 291 a.C. con il nome Venusia, dopo aver cacciato i Sanniti dal suo territorio e ne fecero una colonia, ove si trasferirono circa 20.000 persone. Entrata a far parte dell'impero romano, la città ricevette il titolo di Municipium (città romana), conferendo il diritto di voto e di cittadinanza ai suoi abitanti.

Diverse le ipotesi per l’antica Venusia. Raccoglie maggior credito quella che ritiene la città fondata in onore della dea dell’amore, Venere (in latino Venus, anche tramite il trasformato fenicio Benoth). Per altri, l’origine del nome è nell’abbondanza e bontà dei suoi vini (vinosa), oppure nelle vene d’acqua di cui è ricca o, ancora, nel clima ventilato (ventosa).

Dopo l'occupazione romana, Venosa acquisì un grande sviluppo, data la sua collocazione privilegiata nella Via Appia (una delle più importanti vie di comunicazione dell'antichità), che collegava Roma a Brindisi. Nel 65 a.C., in questo comune nacque e visse la propria adolescenza Quinto Orazio Flacco, uno dei più illustri poeti dell'epoca antica, il quale emigrò, in seguito, a Roma.

Nei primi periodi dell'avvento del cristianesimo (intorno al 70 d.C.), in questa cittadina si insediò una delle prime comunità ebraiche in Italia, che riuscì ad integrarsi con la popolazione locale. Infatti, basti pensare che la collina della Maddalena presenta nelle sue cavità sia sepolture semite che cristiane. Nel 114 d.C. venne aperta la via Traiana, che collegava Benevento e Brindisi ma non toccò Venusia, portando conseguenze economiche svantaggiose per la città.

Con la caduta dell'impero romano ed il conseguente l'avvento dell'era medievale, Venosa fu soggetta a ripetute occupazioni da parte di popolazioni barbariche dal V secolo d.C.. Nel 476 d.C. gli Eruli di Odoacre invasero la cittadina mentre gli Ostrogoti, nel 493 d.C., la trasformarono in un centro amministrativo, politico ed economico, anche se in seguito conferirono questo titolo ad Acerenza. Tra il 570 ed il 590 d.C., i Longobardi la elessero Gastaldato mentre nell'842 la città venne saccheggiata dai Saraceni, i quali a sua volta furono cacciati da Ludovico II, imperatore del Sacro Romano Impero.

Seguirono i Bizantini, che vennero poi sconfitti, durante la battaglia del fiume Olivento, dai Normanni di Arduino nel 1041. Durante il dominio normanno, Venosa venne assegnata a Drogone d'Altavilla. Da segnalare anche la presenza dei Greci intorno al 980 d.C., testimoniata del monastero di "San Nicola di Morbano". Nel 1133, Venosa fu saccheggiata e data alle fiamme da Ruggero II di Sicilia. Con la venuta degli Svevi, Federico II fece costruire un Castello, eretto in un luogo ove esisteva un fortilizio Longobardo del XI secolo, a cui assegnerà la funzione di Tesoro del Regno (Ministero delle Finanze).

Dal 1200, il Castello divenne il convento dei Frati Agostiniani, passato poi ai Salesiani ed infine ai Padri Trinitari, che ancora oggi albergano in questa edificazione. Intorno al 1177, circa lo stesso periodo dei Frati Agostiniani, vi era la presenza di monache nel "Monastero di San Benedetto". Nel 1232, nasce a Venosa il futuro imperatore svevo Manfredi, figlio di Federico II e Bianca Lancia. Successivamente arrivarono nella città gli Angioini e nel 1304, l'imperatore Carlo D'Angiò assegna Venosa con titolo comitale al figlio Roberto, detto "Il Saggio".

Dopo un continuo avvicendarsi di signori feudali, la città venne concessa come feudo agli Orsini nel 1453. Passata a questa nobile famiglia, fu portata in dote nel 1443 da Donata Orsini al duca Pirro Del Balzo, che fece costruire il Castello (dal 1460 al 1470) e la Cattedrale di Sant'Andrea (di cui si conosce solo la data di terminazione, 1502, e di consacrazione, 1531).

Dopo gli Angioini, si stanziarono gli Aragonesi della famiglia Gesualdo, che divennero, nel 1561, feudatari e principi di Venosa, rendendo questa cittadina un importante centro di attività culturali, intellettuali e artistiche. Fu in questo periodo che visse il principe Carlo Gesualdo, musicista tra i più prestigiosi del suo tempo ma anche tra i più discussi. Infatti si dice che abbia assassinato nel Castello la sua sposa (nonché cugina) Maria d'Avalos, rea di averlo tradito con il duca di Andria, Fabrizio Carafa.

Nel 1589, secondo le norme del Concilio di Trento, il monastero femminile "Santa Maria della Scala" viene trasferito e costruito al di fuori delle mura della città. Nel tardo Rinascimento, nacque il futuro cardinale Giovanni Battista De Luca nel 1614, il quale si trasferì successivamente per studiare a Salerno e a Napoli per poi stabilirsi a Roma, ove ricevette la nomina di cardinale dal papa Innocenzo XI. Nel 1647, Venosa prese parte alla rivolta masaniellana, guidata in Basilicata da Matteo Cristiano.

In entrambi i secoli, il feudo di Venosa venne affidato a varie famiglie nobili, come i Ludovisi e i Caracciolo. Sul finire del '700, i Rapolla ed altri galantuomini venosini elaborano la costituzione della municipalità repubblicana, la quale venne ostacolata dalle rivolte del popolo, creandò così un forte conflitto tra le due parti.

Nel 1808, Venosa divenne la terza città con più possedimenti della Basilicata, dopo Melfi e Matera, oltre ad avere diritto attivo e passivo nel Parlamento Nazionale Napoleonico. Nel 1820, ebbe anche un piccolo ruolo nelle sommosse contadine e nei moti carbonari. Tra i venosini si rese protagonista Luigi La Vista, poeta e scrittore di sentimenti liberali, il quale venne ucciso durante queste insurrezioni sulle barricate a Napoli da una guardia svizzera il 15 maggio 1848.

Tra il gennaio e il luglio del 1849, Venosa registrò probabilmente il periodo più nero della sua storia contemporanea. Si instaurò un durissimo astio tra possidenti terrieri, chi era favorevole alla cessione di quote di terre ai contadini e chi invece era contrario. Il disaccordo sfociò in una vera e propria guerra civile, aggravata da interessi politici e vendette. Il conflitto venne bruscamente represso e molte persone (gran parte innocenti) finirono nelle segrete del Castello.

Nel 1861 fu occupata dai briganti del rionerese Carmine Crocco, i quali, dopo aver sconfitto la guarnigione della Guardia Nazionale venosina, furono accolti e appoggiati dalla popolazione locale. Nel 1866, nacque a Venosa Vincenzo Tangorra, deputato del Partito Popolare e ministro del Tesoro durante il primo governo Mussolini. Nel 1889, Giustino Fortunato ricevette la cittadinanza onoraria per il suo impegno profuso nella costruzione della linea ferroviaria Rocchetta-Gioia del Colle.

A partire dal novecento, Venosa non registrò avvenimenti piuttosto eclatanti. Tuttavia bisogna ricordare che nel 1908 ci fu il passaggio dall'illuminazione a petrolio e gas a quella elettrica mentre nel 1946, terminata la seconda guerra mondiale, il referendum istituzionale del 2 giugno registrò 3.047 voti per la monarchia e 2.959 per la repubblica. Nel 1992 venne celebrato il bimillenario della morte di Orazio Flacco.

Costruito ove, in tempi remoti, esisteva un tempio pagano dedicato alla dea Imene, il Complesso della SS. Trinità è un'attrazione che comprende due chiese. La Chiesa Antica (o Chiesa Vecchia) risale all'epoca paleocristiana, sebbene venne, in seguito, modificata e restaurata dai Longobardi e dai Normanni. La Chiesa ospita la tomba degli Altavilla e della moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo, Aberada. La Chiesa Nuova (o Chiesa Incompiuta) venne iniziata tra l'XI e il XII secolo per ampliare quella antica, sfruttando i materiali sotratti all'anfiteatro romano, ma la sua edificazione non fu mai portata a termine.

Anch'essa venne edificata secondo il volere di Pirro del Balzo, tra il 1470 e il 1502 e fu consacrata il 13 marzo 1531. Per favorirne la sua costruzione, venne demolita la Chiesa di San Basilio, assieme alle botteghe e alle abitazioni circostanti. L'interno del monumento è suddiviso in due piani e tre navate, adornate con archi a sesto acuto. Nella navata destra figura la Cappella del SS. Sacramento, decorata con un arco caratterizzato da putti, candelabri e festoni. Al piano inferiore si trova la cripta che ospita la tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo.

Costruzione in stile barocco e chiamata anche Chiesa di San Filippo Neri, venne innalzata nel 1679 per volere dei "Confratelli del Monte dei Morti", i quali diedero anche il sostegno economico per la sua edificazione. Sul portale d’ingresso si trova un'incisione ove è scritta una frase del poeta Orazio, "Pulvis et umbra". Si suppone che abbia partecipato al progetto un architetto di Roma mandato dal cardinale Giovanni Battista De Luca. Al suo interno vi sono un polittico del seicento di autore ignoto, raffigurante la creazione del mondo e tele di Carlo Maratta del XVIII secolo.

Costruito nel seicento, venne poi modificato e restaurato nel settecento e nell'ottocento. Al suo interno si trova una tavola di marmo chiamata "I Fasti Municipali", ove vi sono incisi nomi di magistrati romani dal 34 al 28 a.C. Attualmente è la sede del comune della cittadina.

La cosiddetta Casa di Quinto Orazio Flacco, risalente al II sec. d.C, consta di due stanze adiacenti individuate come ambienti di un complesso termale: l'una semicircolare allestita con arredi e supellettili di epoca romana ricostruiti con la tecnica dell'archeologia sperimentale e l'altra rettangolare senza copertura. L'esterno, per la presenza della parete muraria in opus reticulatum e opus latericium , racchiude un suggestivo valore archittetonico.

Fontana Angioina Venne eretta nel 1298, in onore di Carlo D'Angiò, il quale soggiornò a Venosa nel settembre 1271 e nel guigno 1272. Presenta due leoni in pietra (provenienti dalle rovine romane) posti alle estremità, una parte di colonna romana posta al centro (poco distante da essa) e ventidue piuoli in pietra che separano la piazza del Castello dalla Fontana.

Fontana di Messer Oto Costruita tra il 1313 ed il 1314 per rendere omaggio al sovrano Ruggero D'Angiò. É sormontata da un grande leone di pietra, sottratto ad una costruzione romana della città, e nella parte posteriore è corredata di una larga vasca, che a suo tempo veniva sfruttata come lavatoio pubblico.

Fontana di San Marco Risalente a fine cinquecento, venne così definita dall'omonima chiesa che sorgeva di fronte.

Venne costruito nel 1470 per ordine del duca Pirro del Balzo, nel punto ove sorgeva l'antica Cattedrale e, ancor prima, vi era un sistema di cisterne di età romana, i cui resti sono osservabili nel cortile del castello. Nel seicento, il castello da fortezza fu trasformato in dimora signorile da Carlo ed Emanuele Gesualdo. Ha una pianta quadrata, con torri a forma di cilindro ed è circondato da un fossato mai riempito d'acqua. Al suo interno vi sono la Biblioteca Comunale e il Museo Archeologico.

Situato vicino alla Chiesa Incompiuta, conserva testimonianze comprese tra il periodo repubblicano e l’età medievale. É possibile rimirare il complesso termale, articolato in diversi ambienti come il “frigidarium”, composto da un mosaico pavimentale raffigurante animali marini e il “calidarium”, per il bagno caldo con in mostra piccoli pilastri in mattone. Si prosegue per il complesso episcopale della SS. Trinità, contenente al centro una vasca battesimale a forma esagonale, preceduta da tre piccole navate, in una delle quali è ricavata una seconda vasca battesimale cruciforme.

Sono situate sulla collina della Maddalena, in una zona periferica di Venosa. Datate tra il IV e il VI secolo d.C. secondo la documentazione epigrafica, furono scoperte nel 1853 e divennero oggetto di studio sistematico a partire dal 1974. Sono composte da una serie di corridoi lungo i quali si possono ammirare le sepolture e le iconografie di questo popolo. Accanto alle catacombe ebraiche, vi è un'altra struttura che ospita quelle cristiane; ciò è una delle prove che gli ebrei riuscirono a convivere pacificamente con la popolazione locale.

Scoperta nel 1979, è situata nella periferia di Venosa, è costituita da testimonianze risalenti all'era paleolitica (tra 600.000 e 300.000 anni fa). Si possono trovare resti di animali di grossa taglia come elefanti, bisonti e rinoceronti. Di tracce umane è stato scoperto un femore di femmina adulta della specie Homo Erectus. Inoltre è stata rinvenuta una sequenza stratigrafica composta da oltre undici livelli riferibili al Paleolitico inferiore e databili tra 600.000 e 300.000 anni fa. Il sito paleontologico (assieme a quello di Loreto) potrebbe essere la seconda attrazione turistica lucana ad ottenere, dopo i Sassi di Matera, il riconoscimento di "Patrimonio mondiale dell'umanità" dall’Unesco.

Costruito tra il I ed il II secolo d.C., è stato privato di molte opere e ornamenti, attualmente collocati in altri monumenti di Venosa (molti furono sfruttati per erigere la Chiesa Incompiuta). Il primo scavo venne commissionato dai Borboni nel XIX secolo, ove vennero trovati una serie di bronzi, monete, terrecotte ma, per abbandono, i ruderi furono risotterrati. Solamente nel 1935 fu riportato il tutto alla luce. L'Anfiteatro Romano ha una forma elittica, su tre piani, in parte costruiti fuori terra e in parte realizzati tagliando a terrazze il terreno in cui sorge. L'asse maggiore misura 70 m mentre l'asse minore 40 m. Esaminando questi dati, si ritiene che questa struttura accogliesse a suo tempo circa diecimila spettatori. Il livello più basso è quello dell'arena, ove si trova la terrazza del "podio" per i personaggi importanti. Vi sono altri due livelli, sostenuti da tre ambulacri concentrici: il primo livello detto "ima cavea" e il secondo livello "media cavea" ed il terzo "summa cavea".

Inaugurato nel 1991 ed ubicato nel Castello Aragonese, il museo archeologico contiene svariati reperti di diverse civiltà ed epoche storiche. Si apre con una sezione dedicata alla Preistoria, ove sono custodite testimonianze che vanno dal Paleolitico inferiore all'età del Bronzo. Contiene altre cinque sezioni, che vanno dalla fase preromana al periodo normanno. Tra i reperti più distintivi sono da citare la Testa di Diadumeno (appartenente ad una statua perduta, nonché una copia di Diadumeno di Policleto); un frammento della Tabula Bantina, lastra in bronzo con testi legislativi scritti in osco e un askos (vaso schiacciato di origine greca) a decorazione policroma rinvenuto a Lavello.

La parlata locale ha molti tratti in comune con il dialetto parlato nella provincia di Bari, sebbene mantenga delle proprie peculiarità. Una rilevante caratteristica è la pronuncia indistinta delle vocali finali e, spesso, anche di quelle interne. La vocale i accentata viene pronunciata con un suono indistinto tra e ed i, ad esempio viulèin (violino), mentre la o, in molte parole, viene emessa con il suono di una u aperta, ad esempio monn (mondo). Come molti dialetti meridionali, la lenizione è una delle peculiarità fonologiche del dialetto venosino, che trasforma la c in g ('ngamèin = in cammino), la p in b (cambàn = campana) e la t in d (fundàn = fontana).

In molti vocaboli la d viene sostituita dalla r, come Runàt (Donato), la l dalla u, se seguita dalla c palatale, vedi sauzéizz (salciccia), e la geminata ll in dd, cangidd (cancello). Il dialetto locale comprende vari termini di origine latina come cràje (domani), che deriva dalla parola latina cras; accattà (comprare) da accaptare; abbuscà (guadagnare) da buscar. Altri derivano dalla lingua greca come attàne (padre) da attà o làgana (tipo di tagliatella larga e corta) da làganon, in greco pasta a sfoglia, mentre altri ancora provengono dalla lingua francese come a ccère (di fronte), dal termine antico chiere.

Le attività sportive più rappresentative del comune di Venosa sono il calcio e la pallavolo. L'Associazione Calcio Horatiana Venosa (conosciuta semplicemente come Horatiana Venosa) fu fondata nel 1989. La squadra viene retrocessa nell' Eccellenza regionale al termine del Campionato 2007-2008. Le partite si svolgono nello stadio comunale "Michele Lorusso", ubicato accanto alla via Appia e dotato di un campo di erba sintetica di ultima generazione. La capienza totale è di 1300 posti a sedere, ove 800 sono nella tribuna coperta e 500 nella tribuna scoperta. Per il calcio a 5 vi è l'associazione Venosa Calcio a 5 Il Grifo, fondata nel 1999 e che milita nel girone D della serie D. Per quanto riguarda la pallavolo, Venosa è rappresentata dall'Associazione Sportiva Dilettantistica Venosa Volley (abbreviata in Venosa Volley), anch'essa fondata da un gruppo di amici amanti dello sport nel 1989, la quale rappresenta più di 100 iscritti e milita nei vari campionati provinciali. Attualmente non ha una palestra fissa per gli allenamenti e le partite. Altro sport praticato è il tennis, rappresentato dalla società Circolo Tennis Venosa. Infine sono presenti alcuni impianti sportivi come una pista di atletica leggera di recente costruzione (dove sono stati realizzati 2 primati nazionali), un palazzetto dello sport, all' interno del quale si svolgono tantissime attività sportive, dal calcio a 5 alla pallavolo, passando per il tiro con l' arco e il ping-pong, fino a giungere ai voli con gli elicotteri elettrici e con le moto da cross al crossodromo Carpe Diem, abbastanza rinomato in tutta Italia. Le strutture di atletica leggera e il palazzetto dello sport sono gestite dall' A.S.D. Essedisport.

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Basilicata

Basilicata - Bandiera

La Basilicata, o Lucania, è una regione del Mezzogiorno d'Italia di 590.944 abitanti ed ha come capoluogo Potenza. Comprende la provincia di Potenza e la provincia di Matera. Le altre città principali, oltre ai due capoluoghi, Potenza e Matera, sono Melfi, Policoro e Pisticci. Confina a nord e ad est con la Puglia, ad ovest con la Campania, a sud con la Calabria ed è bagnata dal mar Tirreno a sud-ovest e dal mar Jonio a sud-est.

Il territorio della Basilicata è prevalentemente montuoso (46,8%).

I massicci del Pollino (Serra Dolcedorme - 2.267 m) e del Sirino (Monte Papa - 2.005 m), il Monte Alpi (1.900 m), il Monte Raparo (1.764 m) ed il complesso montuoso della Maddalena (Monte Volturino - 1836 m) costituiscono i maggiori rilievi dell'Appennino lucano. Nell'area nord-occidentale della regione è presente un vulcano spento, il monte Vulture.

Le colline costituiscono il 45,13% del territorio e sono di tipo argilloso, soggette a fenomeni di erosione che danno luogo a frane e smottamenti.

Le pianure occupano solo l'8% del territorio. La più estesa è la piana di Metaponto che occupa la parte meridionale della regione, lungo la costa ionica. I fiumi lucani sono a carattere torrentizio e sono il Bradano, il Basento, l'Agri, il Sinni e il Cavone.

Tra i laghi, quelli di Monticchio hanno origini vulcaniche, mentre quelli di Pietra del Pertusillo, di San Giuliano e del Monte Cotugno sono stati costruiti artificialmente per usi potabili ed irrigui. Artificiale è anche il lago Camastra le cui acque vengono potabilizzate.

Le coste del litorale ionico sono basse e sabbiose mentre quelle del litorale tirrenico sono alte e rocciose.

Il clima è di tipo mediterraneo sulle coste e continentale sui rilievi montuosi.

Queste diversità si enunciano sia a livello faunistico, che a quello floristico ed infine a quello climatico.

Il clima della Basilicata cambia di zona in zona; infatti una caratteristica rilevante è che la regione è esposta a tre mari. La parte orientale della regione (non avendo la protezione della catena appenninica) risente dell'influsso del mar Adriatico, a cui va aggiunta l'orografia del territorio e l'altitudine irregolare delle montagne. Ma nonostante la diversità, il clima della regione può essere definito continentale, con caratteri mediterranei solo nelle aree costiere. Infatti se ci si addentra già di qualche chilometro nell'interno, soprattutto in inverno, la mitezza viene subito sostituita da un clima rigido e umido.

La Lucania antica era ben più vasta dell'odierna Basilicata; oltre a questa infatti comprendeva vasti territori appartenenti ad altre due regioni odierne: alla Campania (Cilento e Vallo di Diano nel Salernitano) e alla Calabria (arrivava a Sibari, Turi, e al fiume Lao, nel Cosentino). Non comprendeva però le terre ad est del fiume Bradano, quindi la stessa Matera, ma anche l'intera area del Vulture, la cui principale città era Venusia, all'epoca degli Irpini. Tali confini geografici riflettono la situazione posteriore alla scissione fra Bruzi (antichi abitanti della Calabria) e Lucani avvenuta nel 356 a.C. con il confine fra le due regioni nell'istmo tra Turi e Cirella (Piccola Lucania). Prima di questa data, le fonti dal V sec. in poi si riferivano ad una vasta area, chiamata convenzionalmente dai moderni Grande Lucania, che si spingeva fino allo stretto di Messina ed era abitata da genti di ceppo sannitico.

I suddetti confini nord-orientali della Lucania furono poi mantenuti nell'istituzione delle regioni augustee, avvenuta intorno al 7 d.C: le terre dei Lucani (al di qua del Bradano) entrarono a far parte della Regio III Lucania et Bruttii, mentre Matera e il Vulture della Regio II Apulia et Calabria.

Una suggestiva leggenda vuole che il nome fosse dato da un popolo diretto verso Sud, una volta giunto in una terra dalla quale si vedeva sorgere il Sole, e che il nome Lucania indicasse quindi "Terra della Luce".

Il toponimo Basilicata compare nel XIII secolo. Proviene dal greco Basilikos, termine con cui venivano chiamati i Governanti bizantini della Regione. Basilikos in greco vuol dire "funzionario del re" e deriva da un'altra parola greca: Basileus (Re). Un'altra ipotesi, meno accreditata, è che l'origine del nome sia legata a quello dell'Imperatore Bizantino Basilio II di Bisanzio.

Nella preistoria i primi insediamenti umani risalgono al Paleolitico inferiore (Homo Erectus) e a rifugi del Mesolitico. Dal V millennio a.C. si diffusero gli insediamenti in villaggi fortificati e nell'età del ferro esistette una cultura indigena locale.

Dall'VIII secolo a.C. fu fondata la colonia greca di Siris (di madrepatria microasiatica) e intorno al 630 a.C. quella di Metaponto, di colonizzazione achea, completando l'occupazione della costa ionica, mentre nell'interno continuano a fiorire le comunità indigene (in particolare nell'area di Melfi). Dopo un primo periodo di pacifica convivenza alcuni insediamenti indigeni scompaiono e altri vengono fortificati. Le città greche lottano l'una con l'altra.

I primi contatti dei Romani con i Lucani si ebbero con una temporanea alleanza antisannita intorno al 330 a.C. Dopo la conquista di Taranto nel 272 a.C. il dominio romano si estese a tutta la regione. Venne prolungata la via Appia fino a Brindisi e vennero fondate le colonie di Potentia (Potenza) e Grumentum. A Venosa nacque il poeta latino Orazio.

Alla fine del V secolo la Lucania era già ampiamente cristianizzata e dopo la caduta dell'impero romano restò in possesso bizantino fino alla conquista longobarda nel 568, entrando a far parte del Ducato di Benevento. Le incursioni saracene portarono le popolazioni locali all'abbandono degli abitati in pianura e in prossimità della costa, a favore di centri protetti sulle alture. Tricarico e Tursi conoscono una dominazione araba di più lunga durata che inciderà profondamente sulla struttura stessa degli abitati, che hanno conservato testimonianze ancora oggi ben visibili nei quartieri della ràbata e della saracena a Tricarico e della rabatana a Tursi.

Nel 968, dopo la conquista bizantina, venne costituito il thema di Lucania, con capoluogo Tursikon (attuale Tursi). Nel 1059 con la conquista normanna, il thema scomparve e Melfi divenne una delle sedi del potere regale. Federico II di Svevia soggiornò a Melfi nel 1225 e nel 1231, anno in cui vennero emanate le Constitutiones regni Siciliae ("Costituzioni di Melfi"), e in quegli anni, venne costruito il castello di Lagopesole.

Nel XIV secolo la Lucania attraversò una profonda crisi demografica, attribuibile probabilmente alla "cacciata dei Saraceni" ordinata da Carlo d'Angiò. La famiglia Caracciolo ottenne la signoria su Melfi e diversi altri feudi. Nella seconda metà del XV secolo si ebbe una generale ripresa economica e demografica, anche in seguito all'arrivo di profughi dalle regioni dell'Impero bizantino in seguito alla caduta di Costantinopoli.

La Basilicata fu teatro della famosa Congiura dei baroni ordita nel 1485 dal principe di Salerno Antonello II dei Sanseverino consigliato da Antonello Petrucci e Francesco Coppola, ai danni del re di Napoli Ferdinando I di Napoli che coinvolse molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno della fazione guelfa favorevoli agli angioini, tra cui oltre i Sanseverino, conti di Tricarico, si ricordano i Caracciolo principi di Melfi, i Gesualdo marchesi di Caggiano, i del Balzo-Orsini principi di Altamura e di Venosa, i Guevara principi di Teramo, i Senerchia conti di S.Andrea e Rapone, che si riunirono nel Castello di Miglionico (detto del Malconsiglio o della congiura dei Baroni). La Congiura fu narrata dallo Storico Camillo Porzio nella sua più celebre opera, La congiura dei Baroni del regno di Napoli contra il re Ferdinando I.

Carlo V di Spagna tolse i loro domini ai feudatari precedenti, a cui subentrarono le famiglie dei Carafa (principi di Stigliano), Revertera, Pignatelli e Colonna. La Basilicata fu in gran parte sottoposta alla giurisdizione di Salerno, mentre Matera e la Murgia fecero parte della Terra d'Otranto. Con l'avvento della nuova classe dirigente, estranea al territorio di cui godeva il possesso, e con lo spostamento dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico, i feudi lucani furono considerati pura fonte di reddito e i nuovi baroni prestarono scarsissimo interesse al miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei propri possedimenti. Nella seconda metà del XVI secolo la Basilicata conobbe un periodo di relativa tranquillità e in quest'epoca si sviluppò una notevole attività artistica, legata alla committenza delle grandi famiglie baronali e religiosa. Nella vita sociale e politica della regione si ebbe l'emergere di una nuova classe intermedia, per lo più appartenente a importanti famiglie locali, ed impegnata a rappresentare i baroni, i vescovi e gli abati nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente le comunità locali formarono le prime "Università".

Quando a Napoli scoppiò la rivolta di Masaniello, nel 1647, una sollevazione popolare generalizzata coinvolse tutta la regione, che aderì alla Repubblica, ma la rivolta venne quindi repressa. Nel 1663 venne creata una nuova provincia per la Basilicata, per assicurarne un maggiore controllo, con capoluogo a Matera.

Con Carlo di Borbone anche la Basilicata entra a far parte nel 1735 del Rego di Napoli, con la ritrovata indipendenza del Mezzogiorno. Sull'onda dei fatti del 1799, Avigliano fu la prima città (ancor prima di Napoli) a piantare l'albero della libertà e a proclamare la Repubblica Napoletana; da lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla "Organizzazione democratica" guidata dagli aviglianesi Michelangelo e Girolamo Vaccaro, ma l'insurrezione venne repressa. I francesi ritornarono sette anni più tardi, nonostante le resistenze della popolazione, la cui gran parte era di parte borbonica. Il sette agosto 1806 la città di Lauria, che allora contava oltre settemila abitanti, venne rasa al suolo, incendiata e saccheggiata dalle truppe del generale francese Massena. Durante l' occupazione napoleonica il progetto di distribuite in piccoli lotti delle terre demaniali venne abbandonato: le richieste di cambiamento, in particolare per la riforma agraria, rimasero inascoltate. Successsivamente la Regione partecipò blandamente ai moti del 1848. La voglia di cambiamento e di innovazione fece aderire la parte latifondista della società lucana ai fatti che portarono alla unificazione piemontese nel 1860, anche se un recente revisionismo storico ha portato a valutare negativamente quel coinvolgimento. Tra i principali artefici della svolta sabauda si menzionano Giacinto Albini con Nicola Mignona Governatori del Governo Prodittatoriale: Albini, in particolare, fu il principale artefice dell' insurrezione lucana e nominato poi Governatore della Provincia. Sono inoltre da ricordare Carmine Senise, Capo di Stato Maggiore delle Forze insorte, Pietro La Cava, Florino Del Zio, Ferdinando Petruccelli della Gattina, Giacomo Racioppi e infine Francesco Scardaccione, che fu il primo Presidente della Provincia di Basilicata (1861). Come per la Repubblica Napoletana, anche in questo caso vi fu un precoce proclama in un comune lucano, Montemurro: il 14 agosto 1860, infatti, nella casa di campagna della famiglia Marra, ancor prima che Garibaldi smuovesse i suoi Mille, venne proclamata l'Unità d'Italia. Dopo l'annessione,però, le mancate riforme promesse e la creazione di vasti latifondi, che presero di fatto il posto degli antichi feudi, favorirono la nascita di moti insurrezionali, contadini e legittimisti, una sorta di resistenza contro il nuovo Regno d'Italia, attraverso il fenomeno del cosiddetto brigantaggio, complesso fenomeno che divenne in realtà una vera e propria guerra civile, la quale interessò tutta la regione per circa sette anni e causò migliaia di morti, deportati e dispersi tra i contadini lucani. La rivolta venne animata in particolare nelle zone del melfese dal noto brigante antisabaudo Carmine "Donatelli" Crocco, di Rionero in Vulture.

Le cattive condizioni economiche e ambientali, con la presenza di zone malariche, e la mancanza di infrastrutture, di lavoro, e di aiuti statali, come nel resto del mezzogiorno, portarono ad un vasto fenomeno di emigrazione. Solo negli anni trenta del Novecento si realizzarono l'acquedotto e importanti vie di comunicazione.

Il 23 novembre 1980 la Basilicata fu sconvolta da un grave terremoto che colpì buona parte del territorio regionale.

Nel 2003 la decisione del governo nazionale di trasferire tutte le scorie nucleari delle ex centrali atomiche in una salina di Scanzano Jonico ha provocato un'intensa protesta, con una manifestazione oceanica cui parteciparono oltre 100.000 persone (pari a circa un quinto della popolazione lucana) che ha portato nel gennaio del 2004 al ritiro del decreto.

Di seguito vengono riportati i primi 12 comuni della regione, ordinati per popolazione residente, oltre 10.000 abitanti.

Potenza, Matera, Melfi, Pisticci e Policoro sono le città più importanti della regione.

Capoluogo di regione, le sue radici affondano in tempi remotissimi. La località Serra di Vaglio (dista 20 km da Potenza) costituì il primo nucleo abitativo della città che fu distrutto dai Romani. Nel V secolo fu invasa dai Goti di Alarico e successivamente dai Longobardi. Intorno al XIII secolo Federico II , dopo aver devastato la città, promulgava dal castello di Melfi le Constitutiones Augustales e fece costruire nuove fortificazioni in Basilicata. La città subì due forti terremoti nel 1273 e nel 1694. Con Decreto napoleonico del 1806 Potenza divenne capoluogo di regione. Il Primo Piano Regolatore (1843) permise l'espansione della città verso sud, ma cento anni più tardi, Potenza subì un bombardamento che diede via ad un piano di ricostruzione. Nel novembre del 1980 una nuova scossa di terremoto mise di nuovo in ginocchio la città.

Matera è città antichissima, il cui territorio testimonia insediamenti continui sin dall'età paleolitica. Infatti nelle grotte sparse lungo le Gravine materane sono stati ritrovati diversi oggetti risalenti a quell'epoca, testimonianti la presenza di gruppi di cacciatori. Nel periodo Neolitico gli insediamenti diventarono più stabili, tanto che sono presenti tracce evidenti di diversi villaggi trincerati. Con le Età dei metalli nacque il primo nucleo urbano, quello dell'attuale Civita, sulla sponda destra della Gravina. Si presenta come un coacervo di arte, archeologia e modernità. La città consta di parti di varie epoche: la parte antica (Sassi), quella medioevale-rinascimentale e quella nuova con eleganti rioni, opera di noti architetti italiani. Tra le numerose chiese le più antiche sono San Giovanni, San Domenico e il Duomo che risentono dell'influenza dell'arte romanica pugliese. Nel 1663, in epoca spagnola, Matera uscì dalla provincia pugliese di Terra d'Otranto, di cui fino ad allora era parte integrante, diventando capoluogo della Basilicata. Nel 1927 la città divenne capoluogo di provincia. Oggi la città sta avendo un grandissimo sviluppo economico e urbanistico.

La storia della città è molto importante per la regione, alla pari del capoluogo, e anche per il Meridione. All'inizio dell'XI secolo fanno la loro apparizione nell'Italia meridionale bande di mercenari provenienti dall'Europa settentrionale composte da Normanni, fra tutti Rainulfo Drengot, che divenne conte di Aversa, e i membri della famiglia Altavilla, che diretti in Terrasanta sostarono in queste regioni e, approfittando delle guerre fra i vari ducati e principati, mostrarono le loro capacità combattive e ne divennero padroni. Nel settembre del 1042, Guglielmo Braccio di Ferro e gli altri capi normanni si rivolsero al duca longobardo Guaimaro di Salerno per ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del territorio di Melfi. In cambio accettarono di prestare omaggio come vassalli. Ansioso di ostacolare i tentativi espansionistici di un altro Normanno, Rainulfo d'Aversa, Guaimaro ratificò (1043) l'alleanza con gli Altavilla. Il territorio di Melfi venne assegnato a dodici "condottieri", cioè dodici baroni, indipendenti l'uno dall'altro, che dovevano governarla in modo collegiale, e giurarono di prestarsi assistenza reciproca. Ognuno dovette erigersi un palazzo in un differente settore di Melfi, che doveva perciò restare indivisa. I feudi vennero attribuiti a seconda del rango e del merito: Ascoli Satriano spettò a Guglielmo, Venosa a Drogone e così via. Guglielmo d'Altavilla, che si fregiò del titolo di conte già dal 1042, sposo della nipote del duca di Salerno, fu comunque fin dall'inizio in posizione dominante. La famiglia degli Altavilla partì da qui alla conquista dell'intero meridione d'Italia e della Sicilia. Ma è con l'era di Federico II che la città raggiunge l'apice dello splendore sia per la scelta della città da parte dell'imperatore come capitale del regno che come luogo per la stesura della Costituzione di Melfi primo documento democratico della storia mediterranea. Oggi la città, con il dislogamento della Fiat nel suo territorio, sta avento un notevole sviluppo economico e demografico.

Borgo antichissimo, i primi insediamenti in territorio di Pisticci risalgono al X secolo a.C., ad opera degli Enotri, e sono testimoniati da diverse necropoli. Successivamente l'area venne colonizzata dai Greci e Pisticci divenne un importante centro del territorio di Metaponto. Tra il V e il IV secolo a.C. vi visse e operò il cosiddetto Pittore di Pisticci, primo ceramografo italiota ad aver adottato la produzione di vasi a figure rosse. Successivamente alla sconfitta di Taranto, Pisticci passò sotto la dominazione romana e diventò un importante centro agricolo. Intorno all'anno 1000 i Normanni costituirono il feudo di Pisticci, posseduto in successione dai Sanseverino, dagli Spinelli, dagli Acquara e dai De Cardenas. Sempre nello stesso periodo, i Benedettini fondarono il cenobio di Santa Maria del Casale, poco distante dall'abitato, sui resti di un antico insediamento basiliano. Dalla fine degli anni '80 nel suo territorio sono state create svariate industrie che hanno portato uno sviluppo economico anche se contenuto. Nell'ultimo decennio sono state create infrastrutture strategiche per la regione come la Pista Mattei ed il Porto turistico sulla costa jonica.

La regione Basilicata ospita nel suo territorio nove aree protette, di cui due parchi nazionali, il Pollino e il Val d'Agri, due parchi regionali (Parco naturale di Gallipoli Cognato - Piccole Dolomiti Lucane e Parco Archeologico Storico Naturale delle Chiese Rupestri del Materano), e sei riserve naturali minori. Le zone sottoposte a protezione occupano circa il 30% della dell'intera superficie regionale.

La popolazione è concentrata per lo più nei grossi centri, infatti il 56% abita nei 12 centri più grandi della regione, il 27% invece vive nei centri medi, cioè quelli compresi tra i 5.000 e i 9.999 abitanti, il restante 17% vive nei piccoli comuni. È in atto un forte spopolamento dei comuni dell'entroterra, soprattutto nel materano, infatti alcuni comuni che trent'anni fa raggiungevano all'incirca i 10.000 abitanti (Tricarico, Montalbano Jonico, Irsina e Stigliano) hanno perso dal 25 al 40 % della loro popolazione originaria. Questo spopolamento avviene anche in molti comuni montani del potentino (Lagonegro, Latronico, Moliterno, Marsiconuovo, ecc.).

Fanno registrare, invece, un segno opposto le quattro zone maggiormente sviluppate della regione dove si registra un notevole incremento demografico (Policoro, Scanzano Jonico, Bernalda e Marconia nel Metapontino; Melfi, Lavello e Rionero in Vulture nel Melfese; Marsicovetere, Tito e Pignola nella Val d'Agri- area metropolitana di Potenza). La città di Matera, invece, sta avendo un notevole incremento demografico dovuto sia al polo del salotto che alle attività sorte per il grande afflusso di turisti dovuto all'interesse per il centro storico cittadino risaltato dal cinema americano.

Nel 2006 i nati sono stati 4.958 (8,4‰), i morti 5.667 (9,6‰) con un incremento naturale di -709 unità rispetto al 2005 (-1,2‰). Le famiglie contano in media 2,6 componenti.

L'emigrazione su larga scala ha fatto sì che la popolazione lucana crescesse soltanto del 12% nel ventesimo secolo, il tasso di crescita più basso in Italia. La Basilicata è ancora oggi una delle regioni più povere del Paese, ma la sua economia è cresciuta in maniera significativa negli ultimi 20 anni, anche grazie alla scoperta del petrolio, tant'è che oggi il suo Pil procapite è il più alto del Sud Italia. Ma dopo un'interruzione negli anni novanta è ripresa in modo significativo l'emigrazione sia verso regioni più ricche, sia interna in cui si spopolano i centri più piccoli e si popolano i due capoluoghi e le altre città più popolose.

La Basilicata, svantaggiata dalla propria costituzione morfologica ed emarginata per lungo tempo dagli investimenti, è una delle regioni più povere del Paese: a un reddito pro capite fra i minori corrisponde infatti anche la minima produttività del lavoro, equivalente a 2/3 circa di quella media italiana.

Il settore agricolo costituisce ancora oggi un caposaldo dell'economia regionale. La produzione di colture di pregio è relegata solo in alcuni territori regionali a causa dei condizionamenti esercitati dalla montuosità del territorio, dalla sua scarsa fertilità e dall'irregolarità delle precipitazioni. La riforma fondiaria, cominciata a partire dagli anni Cinquanta , assieme all'assegnazione di migliaia di case sparse e di terre ai braccianti, alle bonifiche e alle irrigazioni di vasti comprensori (grazie anche allo sbarramento del Bradano e di altri fiumi) hanno contribuito allo sviluppo dell'agricoltura. La diffusione di tali opere ha però subito, nel corso del tempo, un rallentamento ed esse non sono oggi in grado di assicurare adeguate opportunità di sviluppo alle attività agricole, penalizzate anche dall'insufficienza delle strutture di commercializzazione. La loro localizzazione ha quindi determinato aree piuttosto differenziate per caratteristiche produttive: privilegiate risultano le valli dell'Agri , nel suo medio corso, e dell'Ofanto , oltre alla piana di Metaponto. Le colture più estese sono quelle del frumento, seguito da altri cereali che in buona parte costituiscono materia prima per l'industria alimentare lucana (avena, orzo, mais), e delle patate; abbastanza diffusi sono la vite (soprattutto uva da vino), l'olivo, presente nelle aree collinari, e gli agrumi, nelle piane ioniche; un certo incremento hanno registrato alcune colture industriali, in particolare la barbabietola da zucchero (che ha superato per estensione la tradizionale coltura della patata) e il tabacco, e quelle ortofrutticole. Nelle zone interne del materano è sviluppata la coltura di cerealicola: frumento, granturco, orzo e avena, di cui la regione è la maggior produttrice nazionale. Sulle colline a ridosso del Metapontino invece c'è una fiorente coltivazione di vigneti, mentre nella piana sono molto sviluppate le piantagioni di alberi da frutto: susine, pesche, pere, kiwi e agrumeti. Il settore primario, in ogni caso, dopo una fase di relativa modernizzazione, più intensa nella Piana di Metaponto, sembra avere raggiunto i propri limiti strutturali, in assenza di una efficiente rete di distribuzione commerciale e di promozione: ciò, in un quadro di forte concorrenza interregionale, ha di fatto ostacolato la creazione di nuove filiere produttive, relegando in ruoli marginali le stesse colture di qualità.

L'allevamento è suddiviso per zone, infatti nella zona del materano abbiamo quello di ovini, suini, caprini mentre quello dei bovini è per lo più praticato nelle zone montuose del potentino e nei grandi pascoli del melfese. La pesca è poco sviluppata, ed è solo limitata alla costa Jonica.

Oggi la vera ricchezza è rappresentata dalle risorse del sottosuolo che offrono ottime prospettive per lo sviluppo economico della regione, in particolare il ritrovamento di giacimenti petroliferi nella Val d'Agri ha portato alla stipula di un accordo (nel 1998) fra Governo, Regione ed E.N.I. . La Basilicata, in cambio delle concessioni per lo sfruttamento di questa importante materia prima (una produzione stimata in 104.000 barili al giorno per vent'anni, pari al 10% del fabbisogno nazionale), otterrà rilevanti benefici economici ed occupazionali, oltre all'impegno da parte dello Stato di effettuare interventi infrastrutturali per accelerare lo sviluppo socio-economico della zona e di garantire la riqualificazione ambientale, con la salvaguardia del parco naturale che dovrà sorgere nella Val d'Agri. La regione è ricchissima di idrocarburi, particolarmente metano (nella Valle del Basento) e petrolio, in Val d'Agri, dove è situato il più grande giacimento dell'Europa continentale.

La regione è specializzata nella produzione alimentare, nella produzione di fibre artificiali, nella lavorazione di minerali non metalliferi e nelle produzioni chimiche (concentrate in Valbasento). Positiva è la localizzazione di industrie alimentari “esogene” (pastarie, lattiere, dolciarie), in particolare a Matera e nel Melfese. Nuove prospettive ha aperto la costruzione di uno stabilimento modello della FIAT a Melfi (1993), sia per i posti di lavoro che offre nel brevissimo termine sia per le possibilità di occupazione che lo sviluppo dell'indotto potrebbe creare nel medio e lungo periodo. Certamente, in valori assoluti, le 6500 unità (1997) assorbite dal complesso melfese sono andate a compensare le perdite massicce degli altri rami industriali, e in particolare della chimica. È interessante confrontare i dati relativi alla divisione settoriale del lavoro negli anni immediatamente precedenti e seguenti l'apertura del complesso melfese: nel 1991 , gli occupati in agricoltura ammontavano ancora al 20%, mentre l'industria assorbiva solo il 26% del totale e il restante 54% ricadeva nel settore terziario; nel 1994 il quadro risultava profondamente trasformato e, pur in un preoccupante calo dell'occupazione complessiva (da 193.000 a 176.000 unità), i valori percentuali vedevano l'industria balzare al 37%, mentre l'agricoltura si dimezzava quasi (11,5%, con 6000 unità in meno) e il terziario stesso scendeva al 51,5%, perdendo oltre 10.000 posti di lavoro. Altra risorsa scarsamente valorizzata è rappresentata dal patrimonio ambientale, sia naturalistico sia storico-culturale. Nonostante la migliorata accessibilità, soprattutto dai versanti tirrenico (con la bretella di collegamento fra Potenza e l'autostrada Salerno-Reggio Calabria, su cui si è sviluppato, nei pressi del capoluogo, il nucleo industriale di Tito) e ionico (con il potenziamento della strada litoranea sul golfo di Taranto , da cui si dipartono le arterie di penetrazione lungo i fondovalle del Bradano, del Basento e dell'Agri), la Basilicata presenta ancora un movimento turistico assai debole: poco più di 200.000 arrivi e circa un milione di presenze all'anno, con una permanenza media, dunque, assai breve (meno di 5 giorni) e comunque legata, in massima parte, alle località balneari.

L'industria della regione è basata sulle attività di piccole e medie imprese: industrie alimentari (oleifici, aziende vinicole, pastifici), tessili ed industrie della lavorazione del marmo. Di rilevanza lo stabilimento Fiat di Melfi mentre a Matera è presente l'industria ferroviaria Ferrosud e l'industria del mobile. A Potenza esistono stabilimenti chimici mentre nella Valle del Basento sono presenti impianti di produzione tessile.Nel Metapontino, infine, vi è una grande presenza di aziende agricole con produzione industriale soprattutto di fragole e alberi da frutto.

Il turismo è basato su due tipologie: storico-culturale per quanto riguarda le città della Magna Grecia (Metaponto, Policoro, Nova Siri); le città d'epoca romana (Venosa, Grumentum); città medioevali (Melfi, Miglionico, Tricarico); Preistorica e barocca (I Sassi di Matera).Turistico-balneare per quanto riguarda le due coste tirreniche (Maratea) e ioniche (Metaponto, Pisticci, Scanzano Jonico, Policoro, Rotondella, Nova Siri).

Il territorio montuoso ha sempre reso difficili le comunicazioni nella regione, un problema che ancora persiste. I collegamenti ferroviari sono scarsi, tanto che Matera non è neppure raggiunta da Trenitalia. La regione è dotata soltanto di un piccolo aeroporto, a Pisticci, attualmente oggetto di studi per l'ampliamento. Le uniche arterie importanti sono la S.S. Basentana (Potenza - Metaponto), S.S. Jonica ( Metaponto - Nova Siri), S.S. 655 Bradanica, Raccordo Autostradale Potenza-Sicignano, l'A3 (Lagonegro - Lauria). La Basilicata è quasi completamente priva di ferrovie; tuttavia vi sono importanti stazioni ferroviarie come Potenza centrale, Metaponto, Maratea.

La regione ecclesiastica Basilicata è una delle sedici regioni ecclesiastiche in cui è suddiviso il territorio della Chiesa cattolica in Italia. Il suo territorio corrisponde al territorio della regione amministrativa Basilicata.

La regione è caratterizzata da tanti piccoli paesi, borghi e centri rurali spesso separati da barriere geografiche, determinando la necessità di cucinare e mangiare quello che si produceva sul posto, secondo le tecniche messe a punto in loco. E ancora oggi, le ricette più comuni, passando da una zona all'altra, da un paese all'altro assumono connotazioni differenti, e vengono realizzate con materie prime differenti.

Le ricette che fanno largo uso di carni bianche, carni di agnello, uova, spezie locali come il peperoncino piccante e tutta una serie di verdure coltivate o, molto spesso, spontanee. I primi piatti comprendono tutte le varietà di pastasciutta accompagnata dal ragù. Per i secondi sono spesso utilizzate carni ovine.

Tra le specialità locali ci sono gli "gnummarieddi", involtini di interiora di animale, la soppressata, riconosciuta prodotto agroalimentare tradizionale e la famosa lucanica (come fu definita dai Romani questa specialità lucana), diventata, in molti dialetti del nord Italia luganega, un tipo di salsiccia il cui nome deriva proprio dalla parola Lucania.

Uno degli ingredienti tipici della cucina lucana, specialmente in Val d'Agri è il rafano. Viene grattugiato sulla pasta fatta in casa o impiegato come ingrediente della "rafanata", una frittata preparata con questo tipo di radice.

Un'altra specialità caratteristica della Regione sono i peperoni (chiamati in dialetto, a seconda delle zone, pupacc', p'pruss, puparul' o paprign) "cruschi", cioè croccanti. Sono peperoni rossi essiccati che vengono scottati nell'olio d'oliva, spesso accompagnati dal baccalà o utilizzati come condimento nella pasta. Particolarmente noti sono i Peperoni di Senise, noti nel dialetto locale come i "Zafaran", che hanno ottenuto il marchio IGP.

Le aree montuose consentono di produrre e stagionare salumi tra i più tipici della tradizione meridionale: rinomati quelli di Tricarico e Picerno. In questi territori si sta sempre più affermando la produzione di miele di ottima qualità.

Tra i vini il più famoso e apprezzato è l'Aglianico del Vulture, un vino DOC presente in Basilicata fin dall'VIII secolo a.C. Nella stessa zona di produzione di questo vino, nel nord della regione sgorgano acque minerali effervescenti naturali. Nella zona della val d'Agri è presente la seconda produzione vinicola DOC Terre dell'Alta Val d'Agri. Altra area di produzione vinicola è il Materano che ha ottenuto il riconoscimento della DOC con la denominazione Matera DOC.

Si producono anche oli di oliva extravergini di qualità superiore tra i quali quello ottenuto dall'oliva majatica di Ferrandina.

Grande pregio hanno le produzioni orticole fra cui il fagiolo di Sarconi e il peperone di Senise IGP e la melanzana rossa di Rotonda. Fragole, uva da tavola, pesche e albicocche vengono coltivate nelle pianure costiere, le pomacee nelle valli che degradano al mare. I frutti di bosco e le castagne caratterizzano le aree interne che ascendono ai monti. La tradizione artigianale delle genti contadine ha tramandato tecniche di trasformazione e conservazione degli ortofrutticoli sott'olio extravergine di oliva.

La lavorazione artigianale della pasta produce forme originali dal grano duro locale. Tra i prodotti da forno risalta il pane di Matera, che ha ottenuto il riconoscimento della IGP.

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Ipertensione venosa

L'ipertensione venosa è l'aumento della pressione nel sistema venoso.

L'aumento può dipendere dall'ipertensione arteriosa, dall'ostruzione di tronchi venosi, aumento della pressione nell'atrio destro ostacolando l'afflusso del sangue al cuore.

I sintomi sono quelli della stasi circolatoria, il sangue stagna a livello degli arti, il passaggio del plasma dai capillari ai tessuti forma degli edemi periferici.

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Cattedrale di Sant'Andrea (Venosa)

Cattedrale di Sant'Andrea (Venosa)

La Cattedrale di Sant'Andrea è un monumento di epoca rinascimentale che si trova Venosa, in Basilicata.

L'altezza della Cattedrale è pari a 42 metri. La parte sovrastante è composta da due prismi ottagonali, che fanno da base alla cuspide piramidale alta 10 metri. La parte sottostante presenta tre parallelepipedi sovrapposti, di cui il primo è caratterizzato da una base quadrangolare con un lato di 8,20 metri e con un'altezza di 23,30 metri.

La Cattedrale venne eretta per volere del duca Pirro del Balzo, il responsabile della mutazione urbanistica di Venosa durante gli ultimi decenni del 1400. Il duca, divenuto signore della città, ottenne il permesso dal vescovo di demolire l'antica Cattedrale ed ivi costruire il Castello, essendo il punto più vulnerabile della città ed il più soggetto ad attacchi. Come d'accordo, Pirro del Balzo si impegnò per progettare la costruzione di una nuova Cattedrale. Tuttavia i tempi di costruzione di questo edificio religioso furono piuttosto travagliati.

Mentre i lavori per il Castello procedettero a ritmi costanti, quelli della Cattedrale, iniziati nel 1470, vennero conclusi solo più di trent'anni dopo (nel 1502) e la costruzione fu consacrata il 12 marzo 1531. Ciononostante, la struttura era ancora incompleta del campanile, la cui elaborazione iniziò nel 1589 per ordine del Vescovo Rodolfo di Tussignagno, fu continuata nel 1614 da Andrea Perbenedetti e terminata nel 1714.

Come per l'edificazione Castello, anche per quella della Cattedrale vennero demolite e rase al suolo tutte le strutture contigue (piazza, botteghe, abitazioni), nonché la Chiesa di San Basilio. Sulla facciata in pietra lavorata della Cattedrale è osservabile un portale con architrave, lungo il quale vi è incisa un'iscrizione che attesta la presenza di Cola di Conza al momento della messa in opera del monumento nel 1512.

L'interno della Cattedrale mostra uno stile architettonico di tipo tardogotico, vistosamente coniugato con inserti rinascimentali ed è suddiviso in due piani e tre navate. Le navate sono delimitate con archi a sesto acuto, di cui quella centrale prospetta, al suo limite, due grandi archi che segnano l'area del transetto, oltre il quale la visuale va a chiudersi sull'abside a forma di lunetta.

La Cattedrale ospita nel suo interno varie cappelle, disposte nelle navate laterali. Tra queste si distingue la Cappella del Sacramento, collocata nella navata di destra e risalente al 1520, ornata da un arco costellato da putti, candelabri e festoni. Nella parte interiore della Cattedrale ci sono anche diversi dipinti come Il martirio di San Felice di Carlo Maratta, Cristo e la Maddalena di Nicola Marangelli, L'Eucarestia degli Apostoli di un ignoto pittore e L'Adorazione dei Magi di Simone da Firenze, di cui è rimasto solamente un piccolo frammento.

Scendendo nella cripta, si giunge ove è custodita la Tomba di Maria Donata Orsini, moglie di Pirro del Balzo, dalla quale il duca ebbe come bene dotale Venosa nel 1453. La Orsini morì in questa cittadina nel 1485, all'età di 54 anni e, inizialmente, fu seppellita nella "Chiesa di S.Maria della Pace", fuori le mura di Venosa. Dopo cent’anni, i suoi discendenti decisero di trasferire la salma e il monumento in marmo nella Cattedrale e i frati, aprendo il sepolcro, si accorsero che il suo corpo, così come le sue vesti, rimase intatto come se fosse morta da poco e permisero ai fedeli di poter toccare la donna defunta per poter trarre miracolose guarigioni.

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Source : Wikipedia