UNESCO

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Inviato da amalia 17/03/2009 @ 09:13

Tags : unesco, onu, organizzazioni internazionali, esteri

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Dichiarazione sulla razza (UNESCO 1978)

La Dichiarazione sulla razza è un documento votato all'unanimità e per acclamazione dalla Conferenza Generale dell'UNESCO il 27 novembre 1978. In tale documento si afferma priva d'ogni fondamento scientifico qualunque dottrina che pretende di attribuitre alle differenze di razza differenze attitudinali, intellettuali e psichiche e che attribuisce a incroci tra razze diverse effetti in qualche modo negativi dal punto di vista biologico.

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Convenzione UNESCO 2001 sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo

La Convenzione UNESCO sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo, adottata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO il 2 novembre 2001 è un importante trattato internazionale che mira alla salvaguardia del patrimonio culturale subacqueo.

Il patrimonio culturale situato sui fondali dei bacini acquatici negli ultimi decenni del XX secolo ha beneficiato di protezione sia a livello nazionale che interazionale. Nonostante ciò, l'attività di sciacallaggio del patrimonio culturale subacqueo sta aumentando rapidamente: grazie ai recenti progressi della tecnologia subacquea si va riscontrando un crescente interesse da parte di mercanti d'arte e collezionisti – così come di cacciatori di tesori – verso gli oggetti che provengono dal fondo del mare. Questo sviluppo è allarmante.

I tesori culturali celati dagli oceani sono immensi: si stima che ci siano oltre tre milioni di relitti non ancora scoperti dispersi sul fondo dell’oceano, mentre è stato scoperto che resti di antiche civiltà – come le rovine del Faro di Alessandria in Egitto – e di intere città – come il Porto Reale giamaicano – sono in passato scomparsi sotto i flutti.

Il patrimonio culturale sommerso è un'inestimabile testimonianza di stili di vita ormai scomparsi: un relitto, così come una rovina sottomarina, é una capsula del tempo che aspetta di essere aperta, dal momento che il tempo si è fermato allorché la nave si è inabissata. Nella maggior parte dei casi si tratta di testimonianze di grande portata storica e culturale.

Nonostante ciò, molti ordinamenti nazionali non proteggono in modo adeguato questo patrimonio, e i relitti e le rovine situate in acque internazionali sono ancora più indifesi.

Nel 1982 l’importante Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) ha regolato il bisogno degli stati firmatari di proteggere il patrimonio culturale sommerso e in particolare “i reperti archeologici e storici”. La Convenzione obbliga gli stati aderenti a proteggere questi oggetti, ma non regola o articola in modo specifico tale protezione. D’altra parte la stessa Convenzione lascia espressamente spazio ad una specifica regolamentazione internazionale per la protezione del patrimonio culturale subacqueo, ed è in conseguenza di ciò che la Convenzione del 2001 è stata adottata dalla Conferenza Generale dell’UNESCO. Tale Convenzione è la risposta della comunità internazionale alle recenti azioni di saccheggio e distruzione, ed offre un alto standard internazionale di protezione di questo patrimonio. Consiste in un ampio apparato legale e in un regime di protezione che fornisce le appropriate misure legali, amministrative e operative adottate dagli stati aderenti in conformità con le loro rispettive capacità.

Gli stati firmatari della Convenzione devono preservare il patrimonio culturale subacqueo per il bene di tutta l’umanità, ed agire di conseguenza.

Per gli scopi della Convenzione del 2001, per “Patrimonio Culturale Subacqueo” si intende qualsiasi traccia di vita umana avente carattere culturale, storico o archeologico che sia stata sott’acqua parzialmente o completamente, periodicamente o continuativamente, per almeno 100 anni.

Il primo principio della Convenzione è che il patrimonio culturale subacqueo deve essere protetto dal rischio di essere sfruttato commercialmente per scambi economici o speculazione. Questo principio non deve essere visto come un impedimento all’attività archeologica professionale, all’inserimento del patrimonio recuperato in progetti di ricerca o alle attività/azioni preventive di salvaguardia messe in atto dagli scopritori, purché i requisiti stabiliti dalla Convenzione siano rispettati. In effetti, un compromesso importante tra protezione e bisogni operativi è stato raggiunto nella Convenzione del 2001, dal momento che nessuna attività attinente il patrimonio culturale subacqueo, di cui la Convenzione si occupa, è soggetta alla law of salvage o alla law of finds, a meno che ciò non sia autorizzato dalle autorità competenti, sia in piena conformità con i principi della Convenzione e assicuri che qualsiasi recupero del patrimonio culturale subacqueo venga realizzato in modo da ottenere la sua massima protezione.

Un secondo importante principio è la preferenza della protezione in situ del patrimonio culturale subacqueo (cioè l’attuale collocazione sul fondale). Questo tipo di protezione, infatti, è considerata dalla Convenzione la prima azione da attuare per la conservazione di questo patrimonio. Altre attività possono comunque essere autorizzate al fine di apportare un significativo contributo alla protezione o alla conoscenza del patrimonio culturale subacqueo. La priorità accordata alla protezione in situ sottolinea l’importanza di e il rispetto per il contesto storico dell’oggetto culturale ed il suo significato scientifico e riconosce il fatto che, in circostanze normali, questo patrimonio si conserva meglio sott’acqua, a causa del basso tasso di deterioramento e della mancanza di ossigeno, e di conseguenza non corre pericoli di danneggiamento.

È importante sapere che la Convenzione del 2001 non ha l’intento di riscrivere la storia della navigazione e di conseguenza non regola direttamente la delicata questione della proprietà degli oggetti culturali tra i vari stati coinvolti.

La Convenzione del 2001 stabilisce un alto standard di protezione comune a tutti gli stati aderenti e si applica quindi soltanto agli stati che l’hanno ratificata. Tuttavia, ciascuno stato aderente, se lo desidera, può assicurare standard di protezione più alti.

La Convenzione del 2001 rappresenta una lex specialis, cioè una disposizione specifica per il patrimonio culturale subacqueo, e in quanto tale non pregiudica in alcun modo i diritti, la giurisdizione o gli obblighi degli stati ai sensi del diritto internazionale, inclusa la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS). Ogni stato può aderire alla Convenzione del 2001 a prescindere dall’adesione o meno all’UNCLOS.

La Convenzione contiene molte altre importanti regole. Per esempio, contiene regolamentazioni contro il traffico illecito della proprietà culturale e sulla formazione di competenze professionali nel campo dell’arecheologia subacquea: è necessario infatti promuovere la formazione nel campo dell’archeologia subacquea, il trasferimento delle tecnologie e la condivisione dell’informazione ed accrescere la percezione del pubblico sul valore e il significato del patrimonio culturale subacqueo.

La parte più importante della convenzione è il suo allegato che contiene gli schemi operativi per gli interventi subacquei ed è internazionalmente riconosciuto come il documento di riferimento nella disciplina dell’archeologia subacquea. È questa l'unica parte della Convenzione già ratificata dall'Italia, per effetto dell'articolo 94 del Codice dei beni culturali e del paesaggio (Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42).

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Valle de Mai

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La riserva naturale di Vallée de Mai è un parco naturale ed un patrimonio dell'umanità dell'UNESCO (iscritta nel 1983) situata sull'isola di Praslin, nelle Seychelles. È composta da una foresta di palme protette costituita da specie endemiche di cocco delle Seychelles oltre ad altre cinque specie di palme. Queste palme sono caratterizzate dai semi più grandi di qualsiasi altra specie vegetale. Le foglie misurano 6 metri di larghezza e 14 di lunghezza. Un'altra caratteristica unica del parco è rappresentata dalla sua vita selvatica che include specie endemiche di uccelli, mammiferi, crostacei, chicciole e rettili.

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Miniere di Rammelsberg

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Le Miniere di Rammelsberg sono un Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO che si trova nei pressi della città di Goslar, in Germania, in un sito che è stato sfruttato per l'estrazione mineraria per un periodo di oltre 1000 anni. Il Rammelsberg è una collina la cui vetta si eleva per 636 metri al di sopra del livello del mare.

La storia mineraria del Rammelsberg è un processo più o meno continuo avvenuto in più fasi. Inizialmente qui si estrasse argento, più tardi rame ed infine piombo. Le miniere si esaurirono solo negli anni '80 del XX secolo e vennero definitivamente chiuse nel 1988.

Il minerale conteneva circa il 14% di zinco, il 6% di piombo, il 2% di rame, 140 grammi per tonnellata di argento e un grammo per tonnellata di oro.

Recenti ritrovamenti archeologici effettuati a Düna (nei pressi di Osterode) suggeriscono che l'estrazione mineraria sia iniziata 6 o 7 secoli prima di quanto si credesse finora. È stato infatti ritrovato un antico insediamento risalente al III o IV secolo ad una quarantina di chilometri a sud del Rammelsberg, contenente alcuni strumenti che servivano a fondere i metalli nell'era pre-industriale; cosa più importante, sono stati ritrovati anche residui di minerale, la cui composizione chimica lo identifica come proveniente dalla miniera del Rammelsberg.

Nel corso della sua storia dalla montagna sono state estratte circa 27 milioni di tonnellate di minerale.

Dopo che le miniere sono state chiuse dalla Preussag nel 1988, è stato qui allestito un museo con lo scopo di conservare le testimonianze del passato e di mostrare la storia delle miniere e il lor equipaggiamento, sia antico che moderno.

Stoppel D. (2002). Spuren des Bergbaus im Westharz. Akad. Geowiss. Hannover, Veröffentl. 20: 77 - 84.

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Case di Victor Horta a Bruxelles

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Con il nome di Principali case cittadine dell'architetto Victor Horta si indica uno dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO situati in Belgio. Si tratta di edifici progettati da Victor Horta, e costruiti a Bruxelles.

Il patrimonio comprende quattro edifici.

È considerato il primo esempio di Art Nouveau a causa del progetto altamente innovativo e dei materiali usati nella costruzione e decorazione.

Si tratta di una casa divisa in tre parti. Due edifici piuttosto convenzionali in mattoni e pietre, uno sul lato della strada ed uno sul lato dei giardini, uniti da una struttura in acciaio coperta in vetro. In questa parte di casa, usata talvolta per ricevere gli ospiti, Horta mise tutte le sue capacità di decoratore d'interni. Progettò ogni singolo dettaglio: maniglie, intarsi, vetrate, mosaici sui pavimenti, ecc.

Le innovazioni introdotte in questo edificio influirono sulle successive opere di Horta.

La casa venne commissionata da Armand Solvay, figlio del ricco farmacista ed industriale Ernest Solvay. Per questo facoltoso cliente Horta spese una fortuna nell'uso di materiali preziosi. Anche per questo edificio Horta si prese la briga di progettare ogni singolo dettaglio. Vennero usati marmo, onice, bronzo, legni tropicali, ecc. Per la decorazione delle scale collaborò con il pittore Théo van Rysselberghe. Buona parte dell' "Hotel Solvay" è rimasto intatto grazie alla famiglia Wittamer che lo acquistò nel 1950.

L'uso visibile di materiali industriali, quali acciaio e vetro, furono una novità nelle tecniche edilizie usate per gli appartamenti di persone famose. Venne usato acciaio anche per la costruzione della facciata. Gli interni ricevono ulteriore luce attraverso una reception centrale coperta con una cupola in vetro. Horta ampliò la casa nel 1898. Venne progettato per contenere un garage, un ufficio per van Eetvelde ed appartamenti che, comunque, avevano un'entrata separata.

Il museo Horta è dedicato alla vita ed ai lavori dell'artista belga. È stato usato anche come residenza e studio dall'artista (1898). Negli stupendi interni in stile Art Nouveau sono esposti in modo permanente mobili, arnesi ed oggetti progettati da Horta e dai suoi colleghi contemporanei, oltre a documenti riguardanti la sua vita.

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Forte rosso di Agra

Il Forte di Agra è un patrimonio mondiale dell'umanità dell'UNESCO situato ad Agra, in India. Il forte è conosciuto anche come Lal Qila, Fort Rouge e Forte rosso di Agra. Si trova a circa 2,5 km a nord-ovest dall'altro famosissimo monumento della città, il Taj Mahal.

La fortezza deve il suo nome al materiale utilizzato per la costruzione: l'arenaria rossa, menzionata per la prima volta nel 1080 e il primo sultano che si trasferì da Delhi alla volta della fortezza fu Sikandar Lodi (1487-1517). In seguito Akbar il Grande (1542-1605) voleva rendere Agra la capitale dell'impero moghul ma arrivò nella fortezza solo poco prima della sua morte.

Shah Giahan, il cui regnò durò dal 1628 al 1658 effettuò molti lavori all'interno erigendo palazzi e moschee di marmo bianco intarsiato con pietre preziose.

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Source : Wikipedia