Sicilia

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Sicilia

Sicilia - Bandiera

La Sicilia /siˈtʃilja/ è una regione autonoma a statuto speciale, facente parte dell'Italia insulare. È la regione più estesa d'Italia (25.710 km²) nonché la più estesa isola del Mar Mediterraneo, la settima d'Europa, la quarantacinquesima del mondo.

Ha come capoluogo Palermo ed è abitata da oltre 5 milioni di persone, ciò la rende, nonostante le grandi dimensioni, l'isola maggiore più densamente popolata del mediterraneo dopo Malta. È una delle mete turistiche più importanti d'Italia e nel Settecento era l'ultima tappa del Grand Tour, il viaggio che i giovani aristocratici inglesi compivano in Europa per istruirsi.

La storia della Sicilia è stata influenzata dai tanti ospiti che sono passati sul suo suolo. Grazie alla sua posizione geografica, proprio al centro del mar Mediterraneo, la Sicilia ha avuto un ruolo di una certa importanza negli eventi storici che hanno avuto come protagonisti i popoli del mare nostrum.

Fu parte delle colonie della Magna Grecia e di Cartagine e cercò di diventare regno indipendente con Ducezio ed Euno (che si autoproclamarono re dei Siculi rispettivamente nel V e nel II secolo a.C.). Dal 405 a.C. fino alla conquista romana fu dominata dai sovrani siracusani. La Sicilia ha patito in molti frangenti una forte subalternità politico-militare. I sovrani siracusani sono spesso riusciti ad imporre la propria supremazia nel contesto mediterraneo. Dionisio I, preso il potere, regnò su tutto il territorio della Sicilia fino a Solunto estendendone l'influenza fino al golfo di Taranto e al territorio etrusco (Pyrgi, Cerveteri, isola d'Elba). Conquistata dai romani, divenne la prima provincia romana dell'impero come Sicilia. Con la lex Rupilia gli fu riconosciuta la diversa nazionalità ed una sorta di costituzione diversa da quella dei romani.

Passata dall'impero romano ai barbari e infine ai bizantini, fu il ventitreesimo thema dell'Impero Bizantino con il nome di Sikelia. Il capoluogo non ebbe mai sede fissa: si passò da Palermo, a Taormina, a Rometta, a Siracusa. Con gli arabi diventò il giardino "paradiso" del Mediterraneo, con i normanni nacque il primo parlamento d'Europa e con gli svevi furono gettate le fondamenta di una Stato amministrato da una organizzazione centrale e basato su leggi adatte.

Dopo la Guerra del Vespro con la aragonese e la creazione del Regno di Trinacria, poi Regno di Sicilia), che poi però si ridusse in un vicereame e infine ritornò ad essere il Regno di Sicilia fino al 1789. Il capoluogo fu sempre Palermo, ad eccezione di un decennio nel Quattrocento, quando la corte si stabilì a Catania.

Dalla Rivoluzione Francese all'Unità d'Italia: nel 1815 la corona di Sicilia fu unita a quella di Napoli nel Regno delle Due Sicilie. La Sicilia fu così divisa, come avevano secoli prima fatto per prima gli arabi, in tre reali dominii al di là del Faro: Val di Noto, Val Demone e Val di Mazara. Nel 1848 la Sicilia caccia i Borboni e dichiara l'indipendenza da ogni altro regno, offredo la corona a Carlo Felice di Savoia Duca di Genova, che la rifiuta. Lo stesso anno Ferdinando II di Borbone riconquista la Sicilia bombardando Messina, motivo per cui viene chiamato il re bomba.

Con l'arrivo di Giuseppe Garibaldi e l'annessione al Regno del Piemonte, la Sicilia divenne una delle regioni italiane, ottenendo, dopo la Guerra Civile per l'Indipendenza del 1943-45, la Statuto Speciale nel 1946.

L'avvicendarsi di ospiti molteplici con le loro civiltà ha arricchito la Sicilia di insediamenti urbani, di monumenti e di vestigia del passato che fanno dell'isola uno dei luoghi privilegiati dove la storia può essere rivissuta attraverso le immagini dei segni che il tempo non ha scalfito e ha tramandato sino ai nostri giorni.

La Sicilia entra nell’età storica con la colonizzazione greca, che inizia con la fondazione di Nasso (Naxos) per opera dei Calcidesi e di Siracusa per opera dei Corinzi, circa la metà del VIII secolo a.C.; poco dopo sarebbe stata fondata Cuma, presso l’attuale Napoli, e questa avrebbe fondato Zancle (Messina). Nasso fondò Catania. Sorsero poi Selinunte nella seconda metà del VII secolo e Akragas (Agrigento) al principio del VI. Poco dopo i Greci giunsero i Fenici. Nel secolo VI la costa occidentale dell’isola appartiene ai Cartaginesi, fondatori di Panormo (Palermo) e di Soluto.

La civiltà dei discendenti dei Greci stabilitisi in Sicilia (Sicelioti) è perfettamente analoga a quella della Grecia propriamente detta. La formazione fondamentale è la “polis”, la città; anche quando si formano Stati più vasti, questi sono pur sempre aggregati alla città. Non pare che nelle città siceliote (come neppure in quelle italiote) vi sia stata mai la monarchia. L’aristocrazia fondiaria tenne generalmente il potere fino alla metà del secolo VI; gareggiò poi con essa la plutocrazia industriale e commerciale. Successivamente al periodo di egemonia aristocratica si ha la lotta tra l’aristocrazia e il popolo, mirante quest’ultimo ad ottenere l’uguaglianza dinanzi alla legge (donde le legislazioni attribuite a personaggi leggendari) e la partecipazione ai diritti politici. L’opposizione all’aristocrazia favorì, come in Grecia, il sorgere dei tiranni, che intorno al 500 a.C. troviamo in quasi tutte le città siciliane.

La Sicilia fu, al pari della Magna Grecia, un centro di cultura greco: ricordiamo Stesicoro, Epicarmo, Sofrone, Gorgia, Empedocle. Sollecita e splendida fu la fioritura artistica, specialmente nell’architettura religiosa. Tra la fine del secolo VII e il principio del VI sorsero i primi, semplici templi a Selinunte, Agrigento, Siracusa; nel corso del VI si ebbero le grandi costruzioni dei templi dorici. Con le costruzioni architettoniche si sviluppò la decorazione sculturale: famose sono le metope di Selinunte. L’arte industriale ebbe pure larghissimo sviluppo; di grande valore estetico sono le monete delle città siceliote.

Il primo posto per importanza politica in Sicilia fu Siracusa, che divenne antesignana nella lotta con Cartaginesi ed Etruschi. La sua ascesa risale al principio del V secolo sotto il tiranno Gelone, vincitore ad Imera (ca. 480) dei Cartaginesi, mentre il fratello e successore Gerone sconfisse gli Etruschi a Cuma per mare (474). Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa una rivoluzione in senso democratico, che provocò il ristabilimento dell’indipendenza delle città siciliane assoggettate dai tiranni siracusani. Siracusa tuttavia proseguì la sua attività marittima fin nell’Italia centrale. Si ebbe ora in Sicilia un tentativo dei Siculi di liberarsi dal dominio greco e di costituire un regno proprio sotto Ducezio, tentativo che finì per fallire (460-440). Nella seconda metà del secolo V Atene venne a contrastare la potenza della dorica Siracusa, ma la grande spedizione ateniese del 415-413 a.C. finì in un disastro. Di quest’indebolimento dei Greci approfittò Cartagine per una ripresa in Sicilia, occupando nel 409 a.C. Selinunte e nel 405 a.C. Agrigento. Siracusa venne alla riscossa sotto il tiranno Dionigi il Vecchio, che però non spinse a fondo la guerra contro i Cartaginesi perché impegnato nella sottomissione delle città siceliote e nei tentativi espansionistici in Italia, ove si spinse fin nell’Adriatico superiore. Dopo la sua morte si ebbe a Siracusa un lungo periodo di sconvolgimenti, terminato nel 343 con il ristabilimento della libertà per opera di Timoleonte, il quale vinse i Cartaginesi, promosse la liberazione delle città siceliote e la loro alleanza.

Siracusa riprese la politica egemonica intorno al 316 a.C. per opera del tiranno Agatocle, che sottomise le altre città greche, assunse il titolo di re (305) e combatté contro Cartagine. Lui morto (289), Siracusa tornò in libertà. Premuta nuovamente da Cartaginesi, essa, assieme ad Agrigento, invitò Pirro re dell’Epiro che era venuto in Italia su chiamata di Taranto, a combattere i Romani. Pirro passò in Sicilia e ottenne successi; ma la discordia insorse tra lui e i suoi alleati ed egli allora fece ritorno sul continente. I Cartaginesi ristabilirono la loro potenza sull’isola, mentre Siracusa doveva difendersi dai Mamertini, mercenari campani impadronitisi di Messina. Durante la guerra contro di essi si ebbe la costituzione a Siracusa della nuova tirannia di Gerone II (270) e l’intervento dei Romani, chiamati dai Mamertini. Di qui l’inizio della prima guerra punica. Questa (264-241) portò l’assoggettamento dell’isola a Roma, che ne fece la prima provincia: una parte del territorio “ager publicus e il resto venne sottoposto a tributo. Vi si mantennero tuttavia, o vi si formarono, città federate (Siracusa) e municipi romani.

Durante la seconda guerra punica (218-201) vi furono ribellioni siceliote contro i Romani, principalmente di Siracusa e di Agrigento; e famoso fu l’assedio della prima (213-221) da parte dei Romani. Le misure di rigore che seguirono da parte dei vincitori recarono un grave colpo alla Sicilia. Siracusa fu fatta tributaria; la cittadinanza di Agrigento venduta schiava e sostituita con siciliani filo-romani. Le larghe confische del territorio portarono allo sviluppo del latifondo, alla diminuzione degli abitanti, alla decadenza economica dell’isola e ad una moltiplicazione di schiavi che generò le guerre servili, di cui abbastanza importante si ebbe nel 138 a.C., mescolandovisi un risveglio di sentimenti d’indipendenza isolana. Ricordiamo solo che, dopo la morte di Cesare, la Sicilia fu tenuta per alcuni anni, insieme con la Sardegna, da Sesto Pompeo, finché la flotta di Ottaviano, sotto il comando di Agrippa, disfece nel 36 a.C. quella avversaria. L’isola ebbe allora lo stanziamento di molti veterani dotati di terre, ciò che ne promosse la latinizzazione. Essa, tuttavia, nell’ordinamento delle regioni augustee, è considerata come non facente parte dell’Italia. La concessione generale della cittadinanza romana che era stata fatta da Antonio non fu mantenuta da Augusto, il quale però concesse alle principali città i diritti di municipio romano o di colonia latina.

La Sicilia partecipò al processo di decadenza economica e politica dell’Impero, dopo gli Antonini. Con il nuovo ordinamento politico fatto da Diocleziano e poi da Costantino essa venne, insieme con le altre due grandi isole, a far parte dell’Italia. Ma nella metà del V secolo d.C. i Vandali, stabilitisi in Africa, s’impadronirono dell’isola e della Sardegna.

Alla caduta dell’Impero Romano d'Occidente, Odoacre ne ottenne la restituzione da Genserico dietro pagamento di tributo; Teodorico ne conservò il possesso senza più pagare il tributo. I Goti non fecero stanziamenti in Sicilia, rimanendo effettivamente nel dominio dei latifondisti romani (fra cui principale il vescovo di Roma) e questo facilitò la sua immediata adesione al generale imperiale Belisario quando vi sbarcò nel 535 d.C. iniziando la riconquista dell’Italia. L’isola rimase per tre secoli sotto la dominazione bizantina senza far parte né della circoscrizione italiana, né di quella africana, in dipendenza diretta da Costantinopoli, come una specie di demanio imperiale. Grandissima influenza continuò ad avervi la chiesa romana. I Longobardi, che non ebbero flotta, non misero mai piede in Sicilia. Cominciarono invece colà già nel VII secolo le incursioni musulmane dall’Africa.

L’occupazione stabile dell’isola da parte dei Musulmani non ebbe inizio però se non con lo sbarco a Mazara del Vallo nel 535. La conquista proseguì lentamente: nell’831 fu presa Palermo, nell’843 Messina, nell’859 Enna (Castrogiovanni). Rimase ancora ai Greci una striscia ad oriente con Siracusa, che cadde solo nell’878, e Taormina, che resse ancora fino al 902. Il dominio dei Musulmani in Sicilia fu assicurato per secoli dai loro stanziamenti dell’Italia meridionale che ne formarono come il propugnacolo, dalla divisione politica dell’Italia e dall’impotenza degli imperatori franchi e teutoni a riunirla sotto il loro dominio. Furono invece i Normanni stabilitisi nel Mezzogiorno che, prima ancora di compiere la conquista del continente, si rivolsero a togliere l’isola ai Musulmani. Ruggero I d’Altavilla iniziò l’impresa nel 1060 e la compì nel 1091 tenendo la Sicilia col titolo comitale come feudo di Roberto il Guiscardo. A lui successe Ruggero II, che alla Sicilia riunì il Mezzogiorno continentale ed ebbe nel 1130 dall’antipapa Anacleto II, e poi nel 1139 da Innocenzo II, la corona di Sicilia come feudo della Santa Sede.

Gli successe il figlio Guglielmo il Malo (1154-1166), così detto per la durezza con cui egli, o piuttosto il suo potente ministro, l’ammiraglio Maione di Bari, represse le rivolte dei grandi, specialmente di Puglia. Questi si erano rivolti a Federico Barbarossa e all’imperatore bizantino Manuele I Comneno. Le milizie bizantine sbarcarono in Puglia, occupando Brindisi e Trani e posero l’assedio a Brindisi (1156). Andarono però perdute le conquiste di Ruggero II.

Successo a Guglielmo I il secondogenito Guglielmo il Buono (1166-1189), il regno si andò pacificando. Nella contesa tra il papato e i comuni da una parte e il Barbarossa dall’altra, Guglielmo II stette con i primi per difendersi dalle mire imperiali. Dopo Legnano egli concluse a Venezia, al pari dei comuni lombardi, una tregua con il Barbarossa (1177) e la pace a Costanza (1183).

Il che favorì un’intesa fra impero tedesco e regno normanno: Guglielmo II fidanzò l’unico discendente legittimo della dinastia, Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II, con il figlio dell’imperatore Enrico (1184). Il matrimonio fu celebrato a Milano nel gennaio 1186.

Morto Guglielmo II, contro Enrico VI si levò un forte partito che gli oppose un rampollo illegittimo della casa normanna, Tancredi, conte di Lecce, il quale fu riconosciuto da papa Clemente III. Una prima spedizione di Enrico VI (1191) non riuscì nella conquista del regno; una seconda, avvenuta dopo la morte di Tancredi (febbraio 1194), portò alla conquista di esso, e alla fine del 1194 Enrico prese la corona reale a Palermo. Tentativi di rivolta furono da lui ferocemente represse. Egli intendeva farsi del regno una base per una grande spedizione contro l’impero greco, ma lo morte lo sopraggiunse improvvisamente a Messina nel settembre 1197.

La storia della Sicilia sotto il figlio di lui, Federico II detto Stupor Mundi, il quale procedette ad un riordinamento generale del regno, è narrata nella voce relativa; e il seguito di essa in quella su Manfredi. Caduto questi a Benevento (1266), Carlo I d'Angiò, al quale il pontefice aveva trasmesso il regno, ne rimase padrone; e vana riuscì la spedizione di Corradino (1268), che venne decapitato a Napoli.

La Sicilia fu particolarmente malcontenta del governo angioino, innanzitutto per il suo fiscalismo. Alcune parziali sollevazioni in favore di Corradino vennero ferocemente domate con lo sterminio d’intere cittadinanze, e molti nobili furono spogliati per dare i loro beni ai Francesi. Inoltre la Sicilia si sentiva posposta a Napoli, ove Carlo aveva la sua sede. Il popolo era malcontento anche per il modo licenzioso con cui i Francesi trattavano le donne siciliane: malcontento che scoppiò nell’insurrezione dei Vespri Siciliani, iniziata il 31 marzo 1282, cui seguirono l’intervento di Pietro III d'Aragona acclamato re di Sicilia e la guerra cosiddetta del Vespro fra Angioini e Aragonesi.

Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia rimase a Federico d'Aragona col titolo di re di Trinacria. Alla sua morte l’isola avrebbe dovuto tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro. Di qui una lunga guerra fra i due regni protrattasi inconcludente assai dannosa, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste e con la legislazione e l’appoggio dato a re Roberto; a Pietro successe Luigi (1342-1355). Sotto di lui e il suo successore Federico III, Giovanna di Napoli e il marito Luigi di Taranto intervennero, chiamati da molti signori, ricevettero a Messina (1356) l’omaggio dei sudditi siciliani e per qualche tempo furono nella maggior parte dell’isola. Ben presto però Federico riprese il sopravvento; e nel 1372 fu conclusa la pace, per la quale la Sicilia rimaneva alla casa cadetta aragonese come vassalla di Napoli e del papa.

Morto Federico III nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d'Aragona del ramo principale, che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino il Giovane. L’isola si divise in fazione aragonese e siciliana, della quale seconda stettero a capo i potentissimi baroni Chaiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Spagnae maritata a Martino il Giovane, e questi venne coronato a Palermo (1392). Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino il Giovane (1409), Martino il Vecchio re d’Aragona si dichiarò erede del Regno di Sicilia; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d’Aragona, seguì un periodo d’interregno e confusione, finché i siciliani, al pari degli Aragonesi, riconobbero il figliolo della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando di Castiglia, venendo così a riunire i due regni di Aragona e di Sicilia.

In Sicilia i primi re aragonesi emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali, e costituirono definitivamente l’istituto del parlamento, un’assembla d’origine normanna composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici ufficiali. I re per tener a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderante a danno dell’autorità regia e dei comuni. Tutto ciò portò l’isola ad una profonda decadenza.

Alfonsod'Aragona re di Sicilia, figlio di Ferdinando di Castiglia, acquistò anche Napoli riunendo i due regni (1442). Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perché la Sicilia passò con l’Aragona al fratello Giovanni II, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come acquisto personale, al figlio naturale legittimato, Ferdinando I. Con Ferdinando il Cattolico figlio di Giovanni, re di Aragona e di Sicilia, che riunì la Spagna sotto il suo governo, si ebbe di nuovo, per la conquista del Napoletano (1501-03) da lui operata contro la Francia, la riunione del Regno delle due Sicilie alla corona di Spagna, rimanendo però distinte col titolo di Regno di Napoli e Regno di Sicilia. A Palermo risiedé un vicerè. Gli Spagnoli goveranrono in Sicilia in modo assai duro: il tribunale di giustizia funzionò in maniera arbitraria e oppressiva; vennero ridotte le attribuzioni al parlamento, sempre diviso in tre bracci (ecclesiastico, baronale e demaniale); e il governo fece opera corrutrice cercando con ogni mezzo di guadagnarsi alcuni fra i rappresentanti. Inoltre gli Spagnoli monopolizzarono il commercio del grano, accrescendo la decadenza economica della Sicilia. Queste condizioni produssero rivolte, di cui si ebbe una serie a Palermo, contemporanea a quelle di Napoli, di Masaniello e dei successori: quella di Nino della Pelosa, che fu messo a morte; quella di Giuseppe Alessi, un battiloro che richiese si stabilissero i privilegi del tempo di Pietro d'Aragona e si togliessero le gabelle da tutta l’isola. Il vicerè e i nobili riuscirono a suscitare una sommossa popolare contro l’Alessi, in cui questi fu ucciso; e il popolo, privo di un capo, fu domato. Seguirono altri moti, e in ultimo, sul finire del 1649, una congiura che ebbe per capi due eloquenti avvocati, Antonio Lo Giudice e Giuseppe Pesce: la congiura fu scoperta e i due uccisi. Più tardi fu Messina ad insorgere (1674) mettendosi sotto la protezione di Luigi XIV; ma, quando questi pensò a far la pace con l’alleanza dell’Aia, ordinò lo sgombero della città (gennaio 1678), che ritornò così sotto la Spagna.

Con la pace di Utrecht (1713) il Regno di Sicilia fu dato a Vittorio Amadeo II di Savoia, che nei brevi anni in cui lo tenne contese con i papi per i diritti ecclesiastici, proseguendo le dispute già intense al tempo del dominio spagnolo. La Spagna sotto la direzione dell’Alberoni tentò di riconquistare i domini italiani e nel 1718 un esercito sbarcò in Sicilia occupandola. La formazione immediata della Quadruplice alleanza costrinse la Spagna a recedere dal suo proposito; e allora la Sicilia fu ceduta all’Austria, che non aveva cessato di reclamarla, e così, riunita a Napoli passava sotto quella potenza per la ricordata pace di Utrecht. Il figlio di secondo letto di Filippo V, della nuova dinastia borbonica di Spagna, Don Carlos, durante la guerra di Successione polacca compì (1734) una spedizione vittoriosa nel regno che riacquistò in lui un re indipendente, pur essendo strettamente legato politicamente alla Spagna. Sotto di lui (Carlo III, 1734-1759) e sotto il figlio Ferdinando IV, finché fu al governo il Tanucci, si ebbe un indirizzo riformatore. Dopo il ritiro del Tanucci e soprattutto dopo l’inizio della Rivoluzione Francese prevalse un indirizzo reazionario: questo non fece che favorire nella gente colta lo sviluppo delle nuove idee (il cosiddetto giacobinismo). A Palermo si ebbe nel 1795 la congiura Di Blasi. Nel 1799 e poi nel 1806-1814 Ferdinando IV, per le pressioni dell’Inghilterra, concesse alla Sicilia nel 1812 una nuova costituzione con le due camere dei Pari e dei Comuni, di tipo inglese.

Ferdinando IV era stato costretto a concedere la costituzione anche dal fatto che la nobiltà, di dubbia devozione, aveva abbandonato la monarchia. Così, il sovrano era rimasto quasi isolato e non aveva potuto resistere alle pressioni del rappresentante inglese a Palermo, Lord Bentinck. Questo spiega la soppressione del parlamento attuata dal re il 15 maggio 1815, non appena fu sicuro del suo ritorno sul trono di Napoli, e il decreto dell’8 dicembre 1816 con cui ordinava che tutti i suoi domini al di là e al di qua del Faro, cioè i due regni, sino allora distinti, di Napoli e di Sicilia, dovessero formare l’unico Regno delle due Sicilie. Quasi contemporaneamente procedeva all’abolizione delle libertà e delle franchigie della Sicilia, delle sue leggi, dei suoi ordinamenti, della sua zecca e delle sue magistrature. Ma una simile condotta destò subito nell’isola una viva opposizione, che condusse alla rivolta scoppiata nel luglio del 1820, subito dopo quella di Napoli: qui la Carboneria e i militari napoleonici avevano chiesto e ottenuto la costituzione, mentre a Palermo si voleva il riconoscimento dell’autonomia siciliana. Tuttavia questa richiesta non trovò ascolto neppure presso il nuovo parlamento napoletano, e anche i deputati videro nell’indipendenza dell’isola il perpetuarsi dei privilegi feudali più che la garanzia di una vita libera. Sicché si disposero a sottomettere con la forza Palermo e sconfessarono la convenzione firmata da Florestano Pepe il 5 ottobre, invitando Pietro Colletta che ben presto ebbe ragione della resistenza dei siciliani.

Il particolarissimo palermitano non aveva affatto giovato alla rivoluzione napoletana, che si era anzi dovuta logorare nel grave e difficile problema interno. D’altronde, anche quella rivoluzione era piuttosto un ricordo del periodo napoleonico che un’anticipazione dei moti risorgimentali e, pertanto, neppure essa poté resistere a lungo all’esercito austriaco. Negli anni seguenti, che furono gli anni centrali della Restaurazione, Ferdinando I, Francesco I e, soprattutto, Ferdinando II, salito al trono nel 1830, cercarono di temperare il loro governo con un paternalismo, in diverse occasioni, moderato e che voleva apparire desideroso di nuovi metodi. Ma questo non impedì che si susseguissero diverse congiure, fra le quali la più nota è quella del 1 settembre 1831, in cui gli insorti, guidati da Domenico di Marco e appartenenti in maggioranza al ceto degli artigiani (che, allora, erano legati alla nobiltà), percorsero Palermo chiedendo la costituzione. Nel 1837 un’altra rivoluzione scoppiava a Catania e a Siracusa, favorita dalle condizioni in cui versavano le popolazioni colpite dalla carestia e dal colera. Meno avvertita fu in quest’ultimo moto l’esigenza dell’autonomia, che invece continuava ad essere sentita a Palermo, come dimostrò la rivoluzione del 12 gennaio 1848, una rivoluzione che precedette tutte le altre che scoppiarono in quell’anno, ma che pure non esercitò grande influenza proprio perché ancora animata dallo spirito d’indipendenza isolana.

In un primo momento la Sicilia sperò di riuscire ad ottenere da Ferdinando II una costituzione separata, ma il parlamento, radunatosi il 25 marzo, dovette prendere atto del reciso rifiuto del re e allora dichiarò, nell’aprile, decaduta la monarchia borbonica e, dopo aver conferito a Ruggero Settimo, capo del governo provvisorio, la reggenza, facendo uso dei diritti di “Stato sovrano e indipendente”, scelse il nuovo re nella persona di Alberto Amedeo, duca di Genova e figlio di Carlo Alberto. La Sicilia troppo apertamente trasferiva sul piano italiano le sue aspirazioni autonomistiche, mostrando d’intendere la sorte della penisola come una federazione di liberi stati. Approfittando dell’isolamento in cui si trovava la Sicilia, fu più facile al Borbone, vittorioso a Napoli sul parlamento nella giornata del 15 maggio, condurre la lotta contro la Sicilia; nel settembre, Messina, lungamente bombardata dovette cedere ed entro il 1848 le truppe napoletane completavano l’occupazione della costa orientale, investendo poi, nel nuovo anno, Palermo. Nel 1849, la resistenza che questa città condusse per diverso tempo apparve troppo ai patrioti che ancora combattevano a Roma e a Venezia sotto una diversa luce perché tutti si sentivano legati allo stesso destino e la causa di uno era la causa di comune. Ma ormai non c’era più nulla da fare di fronte alla reazione che stava per trionfare in Italia e in Europa: il 15 maggio 1849 Ferdinando II ritornava in possesso di Palermo e, conseguentemente, di tutta l’isola. Era stata un’amara esperienza, che però diede i suoi frutti nel decennio successivo, quando l’opinione pubblica siciliana si orientò, come avveniva nelle altri parti della penisola, verso il Piemonte e il Cavour.

Alcune insurrezioni rivelarono qual era lo stato d’animo dei Siciliani, finché il 4 aprile 1860, scoppiò la rivolta, capeggiata da Francesco Riso, che fu detta del convento della Gancia. Le truppe borboniche ne ebbero abbastanza facilmente ragione, ma essa offrì il modo a Crispi di dimostrare a Garibaldi come l’isola fosse pronta ad accogliere la spedizione che questi aveva in animo di fare, dopo però che il popolo siciliano si fosse sollevato. La campagna nell’isola contro le forze borboniche fu molto più rapida di quanto si credesse: il 14 maggio da Salemi Giuseppe Garibaldi assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II; il giorno dopo sconfiggeva il nemico a Calatafimi, aprendosi la via per Palermo, ove giungeva il 27 maggio. Il 2 giugno il generale formava un ministero, nel quale la figura predominante era il Crispi e, poco dopo, scacciava dall’isola l’inviato di Cavour, il La Farina, ma accettava la collaborazione del Depretis, pure inviato da Cavour, nominandolo anzi prodittatore. Con la battaglia di Milazzo del 20 luglio tutta la Sicilia era liberata e la spedizione continuava nel continente.

Tuttavia una non indifferente parte della classe dirigente insulare era contraria ad un’annessione pura e semplice e avrebbe voluto conservare una certa autonomia, ma Cavour, facendo votare per la fusione, infranse queste aspirazioni. I ceti popolari, nel passaggio dalla società feudale, in cui godevano di diritti che ne alleviavano le condizioni, alla società borghese quale fu introdotta violentemente nell’isola, ebbero maggiormente a soffrire, e, pertanto, alimentarono quello che fu detto il fenomeno del brigantaggio, fenomeno sociale di ribellione al nuovo dominio della borghesia che le leggi del parlamento italiano consolidavano. Tale triste situazione portò alla rivolta di Palermo del settembre del 1866, in cui si trovarono unite a combattere il governo della Destra e le due opposizioni: da un lato la reazionaria del clero e delle classi popolari e dall’altro la democratica e repubblicana, che raccoglieva parte della borghesia delusa dell’unità. Per sette giorni Palermo fu tenuta sotto scacco dagl’insorti e si dovette mandare il generale Cadorna per aver ragione della rivolta.

Dal 1886 al 1894 le condizioni dell’isola invece di migliorare peggiorarono, soprattutto in conseguenza della rottura dei rapporti commerciali con la Francia nel 1887 che danneggiò notevolmente l’agricoltura meridionale. Nelle campagne il disagio dei contadini era aggravato dall’occupazione, da parte dei borghesi, delle terre demaniali, che destò una viva resistenza e che portò al tragico episodio di Caltavuturo (gennaio 1893), quando la truppa sparò sui contadini uccidendone undici, mentre nelle campagne e nelle zolfare gli operai chiedevano o lavoro o aumento dei salari. Intanto, a cominciare dal 1890-91, la propaganda socialista era penetrata nell’isola ed erano sorti, numerosi, i Fasci dei lavoratori. Il movimento, che si estendeva sempre più, favorito dalla cattiva situazione economica, fu affrontato dal secondo governo Crispi con la forza: fu decretato lo stato d’assedio e sospesa la libertà di stampa, furono sciolti i Fasci e gli arrestati deferiti ai tribunali militari. Le condizioni dell’isola non migliorarono granché, neppure durante il decennio giolittiano che anzi, col protezionismo industriale, peggiorò la situazione del Meridione in grande prevalenza agricolo. Dopo la prima guerra mondiale anche in Sicilia, come nelle altre regioni del Sud, frequenti furono le invasioni dei terreni da parte dei contadini affamati di terra e desiderosi di strapparne un pezzetto al feudatario o al grosso latifondista. Ma il regime totalitario non riuscì a risolvere nessuno dei problemi siciliani (nemmeno quello della mafia, che pure si vantò di aver estirpato), sicché tutti quei problemi si ritrovarono immutati dopo la seconda guerra mondiale. Gli sbarchi anglo-americani, nel luglio del 1943, provocarono danni notevoli e solo lentamente la Sicilia si risollevò. Intanto, però, riprendeva forza l’antica tendenza all’autonomia, che nel secolo scorso aveva spinto i siciliani a chiedere il distacco dall’Italia. Si trattava di un movimento sostenuto in particolare dai latifondisti che paventavano eventuali riforme agrarie; esso tenne agitata la vita dell’isola per diversi anni, finché si andò spegnendo, anche per l’istituzione con D. lgs. 15 maggio 1946, della Regione Siciliana, che concedeva l’autonomia amministrativa. Nell’aprile del 1947 veniva eletto il primo parlamento siciliano.

La Sicilia è l'isola più grande del mar Mediterraneo. A nord si affaccia sul mar Tirreno, a est è divisa dal resto della penisola italiana dallo stretto di Messina ed è bagnata dal mar Ionio, a sud-ovest è divisa dall'Africa dal canale di Sicilia.

La Sicilia ha una forma "triangolare" i cui vertici sono: Capo Peloro (o Punta del Faro) a Messina, al vertice nord-orientale, Capo Boeo (o Lilibeo) a Marsala, al vertice nord-occidentale, Capo Passero a Portopalo, al vertice sud.

Geologicamente, il versante nord appartiene alla stessa placca tettonica della penisola italiana (la placca eurasiatica), mentre per il versante sud la placca di appartenenza è quella africana; lo scorrimento della placca africana che si immerge sotto quella euroasiatica ha determinato la creazione dei rilievi montuosi della regione, nonché la presenza di frequenti attività sismiche sia di origine tettonica che vulcanica.

Tra 5,96 e 5,3 milioni di anni, durante il Messiniano (ultima fase del periodo Miocene), il Mediterraneo rimase isolato dall'oceano Atlantico probabilmente a causa di un aumento dell'attività tettonica. Ciò portò alla crisi di salinità: il mar Mediterraneo iniziò ad evaporare più velocemente e la concentrazione del sale aumentò. Carbonati e solfati vennero depositati in grandi quantità sui fondali e ne è rimasta traccia a lungo nelle miniere di salgemma e gesso che si possono trovare tuttora nelle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna.

Un fenomeno geologico peculiare è il vulcanesimo sedimentario delle Macalube, in provincia di Agrigento. Questo raro fenomeno ha creato la cosiddetta collina dei Vulcanelli, un'area brulla, di colore dal biancastro al grigio scuro, popolata da una serie di vulcanelli di fango, alti intorno al metro. Il fenomeno è legato alla presenza di terreni argillosi poco consistenti, intercalati da livelli di acqua salmastra, che sovrastano bolle di gas metano sottoposto ad una certa pressione. Il gas, attraverso discontinuità del terreno, affiora in superficie, trascinando con sé sedimenti argillosi ed acqua, che danno luogo ad un cono di fango, la cui sommità è del tutto simile ad un cratere vulcanico. Il fenomeno assume talora carattere esplosivo, con espulsione di materiale argilloso misto a gas ed acqua scagliato a notevole altezza.

A causa della sua posizione, a cavallo delle due importanti placche tettoniche, la regione e le isole circostanti sono interessate da un'intensa attività vulcanica. I vulcani più importanti sono: Etna, Stromboli e Vulcano.

Essi hanno la singolarità di appartenere a tre tipologie differenti: eruzioni di lave basaltiche intervallate a periodi di calma il primo; eruzioni continue, e fontane di lava, il secondo, le cui caratteristiche sono state prese come modello tipologico dagli scienziati del settore, che hanno coniato il termine Tipo stromboliano per designare le attività similari dei vulcani terrestri; infine di tipo esplosivo o pliniano il terzo, caratterizzato da lunghi periodi di apparente calma ed eruzioni violente.

Infine si ricorda l'attività eruttiva che nell'Ottocento, nella zona del canale di Sicilia oggi denominata banco di Graham, ha portato alla nascita dell'effimera isola Ferdinandea.

Il territorio della Sicilia comprende anche diverse isole minori, quali l'arcipelago delle sette Eolie o Lipari e Ustica a nord, e quello delle tre Egadi ad ovest nonché, a sud, le isole di Pantelleria, Lampedusa, Linosa, e altre minori.

L'arcipelago di cui fa parte anche l'isola di Malta è geograficamente (ma non politicamente) parte integrante della Sicilia. Malta, peraltro, è stata unita politicamente alla Sicilia fino al 1798, quando fu occupata (per circa due anni) da Napoleone Bonaparte.

Le Isole Pelagie, invece, sono geograficamente legate alla Tunisia, ma politicamente fanno parte della provincia di Agrigento.

È una regione prevalentemente collinare (per il 62% del territorio), mentre per il 24% è montuosa e per il restante 14% è pianeggiante (la pianura più grande è quella di Catania). Il rilievo è vario e, mentre nella Sicilia orientale si può riconoscere nei monti Peloritani, Nebrodi e Madonie l'ideale continuazione dell'Appennino calabro,anche se per molti l'appennino di Sicilia ha delle caratteristiche proprie, non è raro infatti trovare testi o esperti di geologia parlare di Appennino Siculo. Si trova nelle Madonie la seconda vetta più alta dell'isola: il pizzo Carbonara (1979 metri).

Al centro della Sicilia vi sono i monti Erei su cui si trova, a 949 M.di altezza, la città di Enna; mentre nella fascia sud-orientale tra la provincia ragusana e quella siracusana troviamo i monti Iblei. Ad ovest sorgono altri monti dall'altezza variabile, come i Sicani, la cui cima più alta è il monte Cammarata di 1.578 metri, e i monti che circondano la Conca d'Oro,i monti di Palermo dove ai loro piedi si stende Palermo, città capoluogo di questa regione, continuazione delle Madonie e dunque dell'Appennino Siculo, i monti di palermo, possiedono cime che arrivano anche sui 1050 metri d'altezza, è il caso di Monte Cuccio visibile da tutta l'area metropolitana di Palermo.

Etna: Ad est si erge, visibile dallo Stretto di Messina, nonché dalla cima calabrese dell'Aspromonte, la cima innevata dell'Etna, alto 3.323 metri. Con le sue frequenti eruzioni, l'Etna ha ricoperto il territorio circostante della sua lava nera. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, però, la vicina piana di Catania, una delle province della regione, che sorge lungo il litorale, non è di origine vulcanica, bensì di origine alluvionale, essendo stata creata dai detriti trasportati nei secoli dal fiume Simeto.

Di forma triangolare, la Sicilia ebbe nell'antichità il nome di Trinacria e Triquetra. Le coste settentrionali, alte e rocciose, si aprono sul Mar Tirreno con frequenti ed ampie insenature, come i golfi di Castellammare del Golfo, di Palermo, di Termini Imerese, di Patti, di Milazzo e molti altri minori che ospitano ampie spiagge coperte di finissima sabbia.

Ad est la costa ionica è più varia; strette spiagge di ghiaia fin quasi a Taormina e fra la foce del fiume Alcantara e Riposto; frastagliata verso sud, con insenature e baie come quella di Giardini Naxos; laviche come ad Acireale, e di aspre scogliere basaltiche fino a Catania. L'ampio golfo di Catania presenta una spiaggia di sabbia dorata ma al suo termine la costa riprende ad essere rocciosa con una serie di fiordi tra cui quello di Brucoli. Quindi l'ampia baia di Augusta, che ospita il più grande porto commerciale della Sicilia, e il golfo di Siracusa nel quale la costa riprende ad essere sabbiosa fino quasi a Capo Passero. L'esteso litorale meridionale, caratterizzato prevalentemente da una costa bassa e sabbiosa, presenta un'unica rientranza di rilievo: il golfo di Gela sul quale si affacciano ben tre province: Agrigento, Caltanissetta e Ragusa.

I fiumi siciliani sono tutti di portata ed estensione limitate. Quelli appenninici a nord vengono chiamati fiumare, e sono a carattere torrentizio in quanto d'estate sono quasi perennemente in secca. Gli unici corsi d'acqua che raggiungono delle dimensioni apprezzabili sono il Salso o Imera Meridionale, il più lungo dell'isola, e il Simeto, quello con il bacino idrografico più ampio. I principali corsi d'acqua sono: l'Alcantara, il Simeto e il suo affluente Gornalunga, l'Anapo (che sfociano sul litorale ionico); il Torto, l'Imera settentrionale e l'Oreto (che sfociano su quello tirrenico); il Dirillo, il Gela, il Salso o Imera meridionale, il Platani e il Belice (costa meridionale).

Il clima della Sicilia è mediterraneo, con estati calde e inverni miti. Sulle coste, soprattutto quella sud-occidentale, il clima risente maggiormente delle correnti africane e si verificano estati torride. Generalmente l'estate siciliana è calda e scarsamente piovosa ma secca e ventilata, soprattutto nelle zone interne dove gli indici di umidità sono bassissimi. Più umide, ma in genere non afose, le zone lungo le coste che inoltre sono beneficate anche del regime delle brezze marittime e in generale da una frequente ventilazione. Le zone interne, i rilievi del Tirreno e l'Etna sono le zone più fredde e nevose dell'isola. Sui rilievi più alti dell'isola (Etna, Madonie, Nebrodi) la neve cade abbondante.

Considerando solo le grandi-medie città costiere dell'isola si scopre che Palermo è quella che più frequentemente può essere leggermente imbiancata da un breve strato di neve, Messina è la città più piovosa mentre Catania può registrare, grazie alla presenza della piana più grande dell'isola, le temperature più basse e più alte.

I capoluoghi montani dell'isola, Ragusa, Caltanissetta ed Enna, ricevono apporti nevosi ogni inverno o quasi.

Le piogge sono più scarse nelle zone interne e lungo le coste meridionali mentre si presentano più abbondanti sulle coste tirreniche e soprattutto sul messinese e l'etneo. La neve sulle coste è rara e più frequente su quelle tirreniche. In casi eccezionali si sono verificate nevicate a Lampedusa (febbraio 1942 e lievemente nel febbraio 1956) e Pantelleria (gennaio 1905, febbraio 1956 e gennaio 1981 e lievemente nel marzo 1949, gennaio 1979 e gennaio 1999). La Sicilia orientale, dal messinese al siracusano, è spesso interessata da fenomeni alluvionali e violenti nubifragi. Il 17 ottobre del 1951 una stazione meteorologica vicino Lentini (tra Siracusa e Catania) registrò 702mm di pioggia, uno degli accumuli giornalieri più alti d'Italia. Quello stesso giorno una stazione di Catania totalizzò 499mm.

Soprattutto nelle stagioni intermedie non è raro che spiri lo scirocco, il vento proveniente dal Sahara, ma è in estate che questo vento può far schizzare le temperature minime sopra i 30° e le massime oltre i 45° (il record europeo di temperatura più alta è siciliano ed è detenuto dalla cittadina di Catenanuova dove il 10 agosto del 1999 si toccarono i 48,5°).

Nella tabella sottostante sono riportati i valori medi che si registrano nella città di Palermo.

La bandiera e lo stemma della Regione Siciliana presentano ambedue i colori giallo e rosso. La bandiera viene utilizzata, secondo la legge regionale n. 1 del 2000 della Regione Siciliana, in tutti gli edifici pubblici siciliani. Fece la sua prima apparizione nel 1282, in occasione dei Vespri Siciliani. L'attuale bandiera però è diversa da quella dei Vespri, in quanto il giallo e il rosso, che rappresentano secondo alcuni studiosi rispettivamente le città di Corleone e di Palermo (le prime due a dare il via alla rivolta contro gli Angioini) e secondo altri la casa di Aragona, in origine erano invertiti e il triscele era privo delle spighe di grano.

La Sicilia è una Regione a Statuto speciale (art. 116 della Costituzione Italiana), dotata di ampia Autonomia speciale, sia politica che amministrativa e finanziaria. L'organo legislativo è composto dall' Assemblea regionale siciliana, quello esecutivo dal Presidente della Regione e dalla Giunta di Governo, composta da 12 assessori regionali, che dal 2001 possono anche non essere deputati (così si chiamano, unici in Italia secondo la Consulta, i consiglieri regionali in Sicilia).

Lo statuto speciale siciliano, emanato da Re Umberto II il 15 maggio 1946 (quindi precedente alla Costituzione della Repubblica italiana, che lo ha recepito per intero con la legge costituzionale n. 2 del 1948), diede vita alla Regione Siciliana prima ancora della nascita della Repubblica Italiana. Esso fu originato da un accordo di origine pattizia (assimilabile, secondo alcuni, ad un trattato fra due entità paritetiche) fra lo Stato Italiano ed la Sicilia, rappresentata dalla Consulta per la Sicilia, in cui erano rappresentate le categorie, i partiti e i ceti produttivi dell'Isola, e che materialmente formulò lo Statuto. L'Autonomismo fu un modo per svuotare il movimento separatista, guidato dal Movimento Indipendentista Siciliano, che all'indomani dello sbarco alleato era uscito dalla clandestinità in cui era stato sotto il periodo fascista, chiedendo l'affrancamento della Sicilia dallo Stato Italiano, e che ebbe anche un'organizzazione paramilitare, l'E.V.I.S. (Esercito Volontario per la Indipendenza Siciliana) guidato da Antonio Canepa. Svanì quasi subito invece l'idea che la Sicilia divenisse uno stato federato agli Stati Uniti d'America. Quando gli Stati Uniti riuscirono a bloccare la minaccia di Mosca e di Tito sul Nord-Est dell'Italia, questi abbandonarono a se stessi l'E.V.I.S. e Giuliano: al M.I.S. non restò altro che partecipare nel 1948 alle elezioni politiche per il Parlamento Nazionale, dove ottenne alcuni seggi (Andrea Finocchiaro Aprile, Attilio Castrogiovanni), e nove al Parlamento regionale nel 1947, mentre molti "capibastione" messi dopo il luglio 1943 al comando dei paesi dalle truppe alleate, si infiltrarono nei ricostituiti partiti italiani.

La storia politica di sessant'anni di autonomia speciale in Sicilia, e dei suoi governi, ha vissuto momenti di vivacità, che hanno portato a definire la politica siciliana una sorta di "Laboratorio politico", e altri più bui.

Dal 2001 il presidente della Regione non è più eletto dall'Assemblea Regionale Siciliana, ma direttamente dai cittadini. Il presidente del 57° governo della Regione, eletto il 14 aprile 2008 è Raffaele Lombardo, leader di un partito autonomista, l'MPA.

L'A.R.S. (Assemblea Regionale Siciliana) è l'organo legislativo della Regione Siciliana eletta per la prima volta nel 1947. È composta da novanta deputati eletti a suffragio universale diretto. Ha sede a Palermo, nel Palazzo dei Normanni. Il parlamento siciliano è considerato da alcuni il più antico d'Europa.

Grazie allo Statuto autonomistico, la Regione ha competenza esclusiva, (cioè le leggi statali non hanno vigore nella regione) su una serie di materie, tra cui beni culturali, agricoltura, pesca, enti locali, territorio, turismo, polizia forestale. Ogni modifica allo Statuto speciale, trattandosi di legge costituzionale, è sottoposta alla cosìddetta procedura aggravata, cioè a una doppia approvazione, a maggioranza qualificata, da parte delle Camere.

Per quanto riguarda la materia fiscale, la totalità delle imposte riscosse in Sicilia dovrebbe rimanere, infatti, sul territorio e ogni anno lo Stato Italiano sarebbe tenuto a fornire un ammontare da stabilirsi, con piano quinquennale, di denaro pubblico proveniente dalle altre Regioni per finanziare la Sicilia, così come stabilito dall'art. 38 dello Statuto della Regione Siciliana, articolo, come quelli di tutta la parte economica-finanziaria, ancora oggi non applicato, tant'è che vi è un conflitto istituzionale perenne fra Stato e Regione Siciliana. L'Italia, ancora oggi, conferisce ogni anno solo una anticipazione forfettaria, per cui la Regione Siciliana vanta da decenni crediti mai saldati dalla Nazione.

Da premettere che proprio per il suo status di isola e per la sua posizione geografica nel Mediterraneo la Sicilia ha sempre goduto, seppur formalmente, di una discreta autonomia. Invece, le origini di un movimento indipendentista moderno in Sicilia sono da ricercare nelle rivolte separatiste del 1820 e nella Rivoluzione indipendentista siciliana del 1848. La data di nascita di un sentimento indipendentista spontaneo (nell'epoca contemporanea), all'interno dello Stato Italiano, può essere considerata il 16 settembre 1866, in cui il popolo siciliano si ribellò, in maniera più o meno violenta, alla dominazione del neonato Regno d'Italia. Quella rivolta fu chiamata del "sette e mezzo", quanti furono i giorni che durò. La ribellione infiammò tutta Palermo, la quasi totalità delle città siciliane e comprendeva molte fazioni politiche nate durante il Risorgimento (repubblicani, filo-clericali, filo-borbonici). Tale rivolta fu sedata violentemente dall'Esercito Italiano e ogni intento di ribellione in nome di una nazione siciliana fu continuamente represso fino alla quasi totale scomparsa del movimento. Nel Primo dopoguerra il sentimento sicilianista rinacque e si rispense con l'avvento del fascismo, dopodiché con lo Sbarco degli Alleati assunse nuovo vigore il separatismo, si costituirono il MIS (guidato dalla figura carismatica di Andrea Finocchiaro Aprile), che alla fine della Seconda guerra mondiale vantava più di cinquecentomila iscritti, l'E.V.I.S. il suo braccio militare, (capeggiato prima da Canepa e poi da Giuliano) e altri movimenti minori. Dopo la fallita indipendenza e il compromesso autonomista raggiunto con la nuova Repubblica Italiana, l'indipendentismo siciliano andò sempre più scemando e i consensi elettorali nei confronti dei partiti separatisti furono sempre più bassi, e solo alle elezioni del 1947 per l'Assemblea regionale siciliana il MIS ottenne dieci deputati e scomparve già alle elezioni del 1951.

Ciclicamente, gli ideali autonomisti e indipendentisti, sembrano rinati: nel 1951 con la Concentrazione autonomista di Paolo D'Antoni che ottenne solo tre deputati; nelle elezioni del 1959 con l'Unione Siciliana Cristiano Sociale di Silvio Milazzo che ottenne 10 deputati; nel 2001, con Nuova Sicilia di Bartolo Pellegrino e Nicolò Nicolosi, con 5 deputati; nel 2006 con il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo. Vi sono poi alcuni movimenti e forze extra-parlamentari che oltre a una maggiore autonomia dell'isola, chiedono l'indipendenza. Attualmente in Sicilia si contano pochi gruppi separatisti, tra cui il MIS (ritornato alla politica attiva nel 2004), il FNS e Terra e Liberazione, oltre a partiti autonomisti, quali i già citati MPA e Nuova Sicilia, il Patto per la Sicilia, Alleanza Siciliana e l'Altra Sicilia-Antudo, tutti con una discreta quantità di simpatizzanti o militanti. Molti di questi partiti oggi lottano per il rispetto dello statuto speciale siciliano, che non viene rispettato al 100%, o addirittura per una radicale riforma dello stesso perché viene considerato vetusto e non al passo coi tempi.

La regione autonoma Sicilia è suddivisa in 9 province e 390 comuni.

All'inizio del Novecento, le province erano 7: Caltanissetta, Catania, Girgenti, Messina, Palermo, Siracusa e Trapani. Castrogiovanni (poi Enna) e Ragusa hanno raggiunto lo status di capoluoghi rispettivamente nel 1926 (dallo smembramento delle province di Catania e Caltanissetta) e nel 1927 (prendendo parte dei comuni delle provincia di Siracusa).

Oggi è divisa in nove province, e visto che lo Statuto sancì nel 1946 l'abolizione delle amministrazioni provinciali, sono state istituite di nuovo negli anni settanta con legge della Regione, come consorzi di comuni, e chiamate "province regionali".

Alcuni disegni di legge dell'ARS, presentati in questa legislatura, prevederebbero la nascita di quattro nuove province, Marsala, Gela, Caltagirone e Acireale, che da tempo chiedono di diventare capoluoghi, ma ancora sono all'esame della Commissione. Marsala e Acireale sembrano essere troppo vicine ai rispettivi capoluoghi, mentre Gela e Caltagirone potrebbero aspirare ad una provincia unica coi Comuni della piana di Gela e del calatino.

La discontinuità dell'approvvigionamento idrico non impedisce all'agricoltura di essere una delle grandi risorse economiche della regione. Notevole è la produzione dei cereali - tra cui il frumento, specie della pregiata varietà grano duro, essenziale per la produzione delle migliori qualità di pasta - che già rendeva la Sicilia importante per i Romani (l'isola era infatti chiamata il granaio di Roma). È abbondante quella delle olive, che assicura un'ottima produzione di olio.

Uno dei frutti più tipici è il "kaki" (in italiano caco o loto). Famosa per i "kaki" è Misilmeri, che nel mese di Novembre fa la sagra a questo buonissimo frutto.

Ben nota è, in particolare nei pressi di Acireale e nella Piana di Catania (dove molto rinomati sono i mandarini e le arance a polpa rossa di Paternò), la coltura degli agrumi: aranci, limoni e mandarini, insieme a mandaranci, bergamotti, cedri e pompelmi di grande pregio, i fichi d'India e le carrube. Non mancano neppure gli ortaggi, che a partire dagli anni sessanta hanno conquistato sempre più mercati in virtù delle coltivazioni in serra, estese soprattutto nella zona sud orientale, come i famosi pomodorini di Pachino, o legumi come il lupino. Importante è la produzione dei carciofi di cui il territorio niscemese è uno dei più grandi produttori europei. Tra la frutta secca spiccano per qualità le mandorle, le nocciole ed il pistacchio - pregiato quello di Bronte - che sono alla base di molti prodotti dolciari caratteristici di questa terra, come la cioccolata, importata direttamente dall'America quando la Sicilia era sotto il dominio spagnolo circa cinque secoli fa. A tutt'oggi la cioccolata siciliana, specie quella di Modica, è preparata seguendo quelle antiche ricette e fa un uso tutto particolare di sapori e spezie esotiche, conferendole un gusto del tutto unico e diverso da quello della normale cioccolata. Un importante contributo viene anche dalla coltivazione intensiva di specie, una volta esotiche, come il Kiwi di eccellente qualità e perfino di Mango, nella zona del Fiumefreddo. Il clima siciliano, particolarmente dolce, permette anche la coltivazione di banane.

La carota novella di Ispica, la ciliegia dell'Etna, l'olio d'oliva dei colli nisseni e delle colline ennesi, il limone Interdonato della Messina jonica, il limone di Siracusa, il melone di Pachino, la pagnotta ennese del Dittaino e il pistacchio verde di Bronte sono prodotti a denominazione di Origine Protetta - Protezione Transitoria Nazionale con decreto ministeriale.

La tradizionale coltivazione della vite consente la produzione di ottimi vini liquorosi e ad elevata gradazione alcoolica, sia rossi che bianchi, che vengono sempre maggiormente conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo. La produzione, pur notevole, stentava un tempo ad inserirsi nei mercati a causa della eccessiva frammentazione dei produttori e di imprecisi standard qualitativi: ha conosciuta una svolta decisiva a partire dagli anni novanta, quando l'arrivo di grandi produttori di vino a livello nazionale (Zonin ed altri), che hanno investito con lungimiranza, razionalizzando il mercato produttivo locale, ha consentito la rinascita dell'enologia siciliana e l'affermazione a livello internazionale dei vini D.O.C. siciliani. Tra i più noti vi sono il Corvo di Salaparuta, il Marsala, della provincia di Trapani, il Moscato di Pantelleria, il Bianco d'Alcamo, il Malvasia di Lipari, il Nero d'Avola, il Cerasuolo di Vittoria, l'Etna e lo Zibibbo. Come dimenticare anche la produzione di eccellenti liquori come l'Amaro Averna,esportato in tutto il mondo e di fama internazionale, prodotto nello storico stabilimento a Caltanissetta.

Un importante e sempre più sviluppato settore è quello della coltivazione, in serra, di fiori pregiati, come ad esempio le orchidee, favorito dal clima caldo-umido che ha raggiunto e superato per produzione quello di altre regioni tradizionalmente produttrici. Oggi i fiori di Sicilia vengono acquistati e spediti in tutta l'Europa.

Inoltre è presente il mercato ortofrutticolo più grande d'Italia a Vittoria.

In Sicilia, circa 650 mila ettari di terreno sono dedicati all'agricoltura di semina e 400 mila alle colture permanenti.

Nella piana di Gela viene coltivato anche il cotone; il prodotto siciliano costituisce il 78% della produzione nazionale.

Ovini, caprini ed equini sono allevati in buona quantità, mentre i bovini, un tempo presenti in numero limitato, oggi sono allevati in gran numero soprattutto nella provincia di Ragusa, dove si allevano animali della razza modicana. Essi producono un latte molto sostanzioso, benché in quantità scarse rispetto ai bovini d'allevamento (è una razza semi-addomesticata), utilizzato principalmente nella produzione di formaggi freschi ("provole"), del piacentino ennese, con l'aggiunta di zafferano, o del caciocavallo ragusano, l'unico del genere in Sicilia ad avere meritato il marchio DOP. Un tipica razza di equini di razza sanfratellana viene allevata sui Nebrodi, nella zona di San Fratello, da cui prende nome. La superficie di terreno dedicata ai prati e ai pascoli in Sicilia raggiunge i 235 mila ettari.

La pesca costituisce una risorsa preziosa per la Sicilia. Molti sono i porti con estese flotte di navi pescherecce; tra questi il più importante è quello di Mazara del Vallo, ma non è l'unico: Sono importanti anche quelli di Sciacca, Licata, Porto Empedocle, Pozzallo e Portopalo. Si pescano, oltre al pesce spada nella zona dello stretto di Messina, anche il tonno, le sardine, le alici e gli sgombri, ovvero il pesce azzurro tipico del Mar Mediterraneo, che consente di fornire all'industria conserviera la materia prima necessaria alla produzione del pesce in scatola e del pesce affumicato. Nel trapanese e a Marzamemi si produce la bottarga, che viene esportata anche all'estero.

A Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, ma anche in altre zone marine della costa mediterranea della Sicilia, si pratica l'allevamento di pesci come spigole, orate, tonni (ingrasso); a Ganzirri, nella zona nord di Messina, quello di ostriche e mitili. Inoltre a Trapani ben note sono le saline da cui sin dall'antichità si produce finissimo sale marino.

Un elettrodotto che supera lo stretto di Messina esporta dalla Sicilia una parte dell'energia elettrica che in essa è prodotta, ma soprattutto consente alla regione di ricevere oltre la metà dell'energia proveniente dal nord Europa, richiesta dai 5 milioni di abitanti siciliani. L'energia principale, più una parte di quella ausiliaria prodotta dalle centrali energetiche della regione, viene utilizzata nelle città e per le linee ferroviarie elettrificate da 3 KV. Dalla società di sviluppo e gestione di elettrodotti Terna si farà un secondo elettrodotto tra Sorgente e Rizziconi nonché il potenziamento della rete della regione fino a 380KV.

Anche se le centrali tradizionali sono abbastanza diffuse e hanno una buona produzione, le fonti alternative, nonostante le enormi potenzialità in merito che ha la Sicilia, sono ancora poco diffuse: sono sperimentali alcune centrali eoliche, mentre verrà presto attivata ad Enna, nel Polo Industriale del Dittaino, una centrale utilizzante le biomasse per produrre energia a bassi costi, il primo impianto di questo tipo esistente nell'Italia meridionale. Nei pressi di Adrano tra il 1981 e il 1987 venne costruita dall'Enel, nell'ambito di un progetto europeo, la Centrale Solare Eurelios che produceva 1 Megawatt di potenza; tuttavia è, a tutt'oggi, disattivata.

Negli anni novanta è stata costruita, nella zona di Sortino, una centrale idroelettrica che produce energia utilizzando un salto di oltre 100 metri creato fra due laghi artificiali costruiti appositamente. Questa centrale, la prima nel suo genere, fu costruita per poter sostenere i massicci consumi diurni delle industrie della zona di Priolo. Infatti il bilancio termico della centrale è pressoché a valore zero in quanto parte dell'energia prodotta di giorno viene poi utilizzata di notte per pompare l'acqua al bacino superiore.

Presenti nel territorio diverse realtà industriali, concentrate nei distretti di Gela, Augusta, e Milazzo, con industrie di trasformazione chimica, petrolifera ed energetica. Sono da ricordare, inoltre, gli stabilimenti automobilistici FIAT di Termini Imerese e quelli di componenti elettronici della STMicroelectronics di Catania.

Le miniere di zolfo delle province di Enna, Caltanissetta e Agrigento sono state chiuse, a partire dalla metà del XX secolo, a causa della forte concorrenza dello zolfo americano estratto con il metodo Frasch e quindi venduto a prezzi notevolmente più bassi; il diverso processo estrattivo in Sicilia era divenuto troppo costoso e perciò scarsamente remunerativo . Altre miniere di sali potassici, utilizzati in vari settori dell'industria, sono state chiuse, alla fine degli anni ottanta, nel territorio della provincia di Caltanissetta essendo divenuta più conveniente economicamente l'importazione dall'Est europeo. In passato, erano fiorenti anche l'estrazione del gesso e della pietra-pece nel ragusano (per l'estrazione di idrocarburi) anche queste però sono state marginalizzate nel corso del Novecento.

Importante è attualmente, dal sottosuolo siciliano, l'estrazione del petrolio che proviene dai pozzi di Ragusa e di Gela e che costituisce il 90% della produzione italiana. Altri pozzi sono stati trivellati, negli anni novanta al largo delle coste meridionali siciliane, nel Canale di Sicilia dove sono state installate alcune piattaforme petrolifere visibili al largo di Licata. Sono presenti anche giacimenti di gas metano.

Secondo uno studio del Centro Studi Sintesi, l'indice di Libertà della regione è tra i più bassi in Italia e pone la Sicilia al 17° posto, con un PIL pro capite medio di 17.003,7 euro annui, contro un PIL Pro Capite medio italiano di 25.921 euro annui. Questo indice tiene conto non solo del PIL prodotto ma anche di elementi quali: economia, lavoro, contesto sociale, finanza, fisco e trasferimenti.

Nel 2007 i nati sono stati 49.186, i morti 48.286 Le famiglie (1.953.785 in totale) contano in media 2,6 componenti. Il 31 dicembre 2007 si contava una popolazione di 5.029.683.

La Sicilia dispone di varie autostrade, che collegano tra loro le principali città della regione.

Sono in costruzione le tratte autostradali di completamento all'A18, la Siracusa - Catania (completamento previsto nel 2009), e la Siracusa - Gela (completata solo sino a Rosolini). La Siracusa - Gela dovrebbe poi essere prolungata sino a Castelvetrano (svincolo della Palermo - Mazara), a chiudere l'anello delle autostrade siciliane. Inoltre, è in fase di elaborazione la chiusura dell'anello della A29 da Trapani a Mazara del Vallo ed è in progetto la costruzione di un'autostrada che colleghi Caltanissetta ed Agrigento.

Messina è la porta della Sicilia per chi viene dall'Italia continentale. Attualmente gli autoveicoli e i treni sono trasbordati da una sponda all'altra dello stretto per mezzo di traghetti di limitata autonomia adibiti al trasporto di cabotaggio, ossia da/verso le due sponde. La Stretto di Messina S.p.A. alla fine del 2005 ha selezionato il raggruppamento di imprese per la costruzione di un viadotto sullo stretto, un ponte sospeso a campata unica. L'inizio dei lavori per la sua costruzione era previsto nel 2006 e la conclusione alla fine del 2011.

La realizzazione di questa opera mastodontica, che non avrebbe eguali al mondo, è controversa: definita prioritaria dal governo Berlusconi II sembra però rimandata a causa di un ripensamento del governo Prodi sulla validità del ponte, in mancanza di corrispondenti infrastrutture a terra, come autostrade a tre corsie per senso di marcia e linee ferroviarie a doppio binario. Più volte il consiglio dei ministri si è espresso contro la realizzazione e il 12 ottobre 2006 una mozione approvata alla Camera dei deputati ha definito l'opera «non prioritaria» .

Nel pacchetto del nuovo Consiglio dei Ministri, insediatosi a seguito delle Elezioni Politiche della primavera 2008, presieduto da Silvio Berlusconi, è annunciato di nuovo l'inizio dei preliminari per la costruzione del Ponte sullo Stretto a partire dal 2010, i cui lavori dovrebbero terminare nel 2016. Già nel Gennaio 2009 inizia la progettazione esecutiva o comunque nei primi mesi dell'anno, mentre il premier Berlusconi ha confermato insieme al capo della giunta regionale Raffaele Lombardo il suo massimo impegno nel mandare avanti l'opera coi fondi destinati al Meridione e in parte coi fondi privati.

La Sicilia è connessa al resto della penisola dal gruppo nazionale FS (Ferrovie dello Stato) e da Trenitalia. Tuttavia la rete ferroviaria siciliana non è molto sviluppata in termini di capacità. Comunque sia, le ferrovie collegano tutte le province. Le ferrovie elettrificate a 3 kV (tensione nazionale ferroviaria) costituiscono oltre il 60% (800 km) di tutte le linee di questa regione, mentre i restanti 583 km di linea sono percorsi dai soli mezzi Diesel.

Le linee a doppio binario (esclusi i raddoppi in fase di attivazione) sono 169 km e sono presenti parzialmente solo sulle direttrici essenziali, quali la Messina-Palermo (tirrenica) e la Messina-Catania-Siracusa (dorsale jonica), mentre per il restante 88% sono a binario unico (1.209 km). Le linee attuali sono in gran parte risalenti ai primi decenni dell'unità d'Italia, eccetto la tratta Caltagirone-Gela aperta all'esercizio alla metà degli anni settanta e la variante della galleria dei Peloritani all'interno del comune di Messina tra la stazione centrale peloritana e Villafranca Tirrena. Esiste quindi un'impellente esigenza di ammodernamento e riprogettazione degli itinerari che non decolla per cronica mancanza di stanziamenti. Da segnalare tuttavia i lavori di ammodernamento con raddoppio della tratta Palermo-Messina, iniziati molti anni fa, di velocizzazione della Palermo-Agrigento e di potenziamento della tratta Fiumetorto-Caltanissetta Xirbi. Permane ancora chiusa nonostante la sua validità turistica la ferrovia della Valle dell'Alcantara, fino a Randazzo, chiusa inspiegabilmente anni fa dopo un parziale ammodernamento. Nel 2009 RFI aprirà al traffico anche il segmento a doppio binario tra Rometta e Pace Del Mela, in modo da completare tutta la tratta ad alta capacità Messina-Patti (intervento propedeutico al Corridoio 1 Berlino-Palermo diretto).

Mentre è del tutto scomparsa la vasta rete ferroviaria statale a scartamento ridotto, che collegava numerosi centri intra-regionali tra loro e con la rete FS, rimane attiva e con un buon programma turistico, la Ferrovia Circumetnea che effettua il periplo del vulcano Etna da Catania Borgo a Riposto, con un consistente programma di rinnovamento e potenziamento, parzialmente eseguito nel tratto cittadino, a Catania, che collegherà il centro a Paternò con treni di tipo moderno a scartamento ordinario su linea a doppio binario.Sono state dismesse anche la linea Palermo-Corleone-San Carlo, nel 1953 e la Castelvetrano-San Burgio-San Carlo.

Sono in progetto altri due aeroporti: uno servirà le città di Caltanissetta ed Agrigento e l'altro, nella valle del Mela, servirà la provincia di Messina, la più grande d'Italia sprovvista d'aeroporto, per "spalmare" il crescente flusso aereo di Fontanarossa. Esiste anche un idroscalo per aerei anfibi, situato ad Enna nei pressi del lago Nicoletti. L'idroscalo di Enna collega la Sicilia centrale con Palermo e le isole minori. Inoltre Augusta è dotata di uno scalo per dirigibili, per ora inutilizzabile, ma in fase di ristrutturazione.

Il traffico marittimo ha i suoi maggiori punti di riferimento nei porti di Messina, Palermo, Catania, Augusta, Trapani e Gela.

Il porto di Messina è il più grande porto naturale attrezzato della Sicilia, utilizzato sia come porto commerciale che militare (è sede di uno storico arsenale militare) e che, con il movimento annuo di circa 10 milioni di passeggeri, è il primo porto italiano nel settore. In provincia va inoltre ricordata l'importanza del porto di Milazzo, che effettua collegamenti con le isole Eolie.

Il porto di Palermo è uno degli scali merci e passeggeri più importanti del Mediterraneo, storicamente il più antico di Sicilia e proprio intorno a lui si sviluppò la prima città. Il porto di Palermo nell'Ottocento divenne sede di prestigiose compagnie di navigazione, negli ultimi anni ha avuto molta importanza il settore crocieristico, settore nel quale ha registrato enormi aumenti che lo hanno reso una delle mete preferite d'Italia e prima meta del meridione.

I porti di Messina, Catania e Riposto sino al 1860 erano fra i principali porti commerciali del Mediterraneo in quanto dal primo partiva il grano e la seta per quasi tutta l'Europa, dal secondo manufatti, prodotti agricoli e zolfi semilavorati, dal terzo soprattutto vini del comprensorio etneo. Infatti per millenni la Sicilia era chiamata "il granaio d'Europa" ed era fiorentissima l'industria manifatturiera grazie alle coltivazioni del baco da seta che faceva concorrenza alla Cina e che fu boicottata dal governo centrale per favorire la nascitura industria manifatturiera del nord est d'Italia, appena liberato dal dominio austriaco. La Sicilia, inoltre aveva numerose cave d'argento, nonché tante cave di marmo che furono chiuse (nonostante molte ne siano rimaste nel trapanese). Non rimaneva alla Sicilia che l'industria agrumicola e quella dello zolfo che abbisognavano per sopravvivere di linee ferrate per il trasporto delle merci ai porti che furono realizzate in forte ritardo, per cui i porti di Messina, Catania e Riposto (agrumicolo), persero ben presto d'importanza. Questo settore presenta, ancora, enormi potenzialità inespresse a causa dell'insufficienza delle strutture portuali e delle vie di comunicazione, stesso discorso per il settore commerciale, crocieristico e diportistico.

Si colloca quarto scalo siciliano, il porto di Trapani, che ai tempi dei Romani assieme al porto di Marsala rivestiva una grande importanza nel Mediterraneo, sia per il sale e la sua esportazione, ma anche per il tonno rosso e il corallo, per cui Trapani è oggi una meta ricercata in tutto il mondo. Attualmente Trapani effettua collegamenti giornalieri con i maggiori porti del Nord e centro Italia, con le isole Egadi, e persino con la Tunisia e la Sardegna. In provincia di Trapani vanno annoverati anche il più grande porto peschereccio della Sicilia, il porto di Mazara del Vallo. Inoltre si ricordi il porto di Marsala che collega alle isole Egadi e Pantelleria, e il porto turistico di Castellammare del Golfo. Testimonianza dell'archeologia navale è Marsala, dove sono stata rinvenute diverse navi puniche; le stesse battaglie combattute nelle Egadi e zone circostanti tra romani e cartaginesi, e prima tra Greci e Fenici (ad esempio Mothia) hanno lasciato resti di una grande attività e civiltà marinara, sin dal passato.

Il porto di Gela, che è il sesto dell'isola per tonnellate di merci movimentate, sposta soprattutto prodotti petroliferi e carichi secchi in quanto serve il polo petrolchimico della città; il vicino porto rifugio ha invece carattere turistico e commerciale.

Considerando i flussi turistici va ricordato anche il porto di Porto Empedocle in provincia di Agrigento, famoso per essere l'unico scalo italiano ad effettuare, via mare, una traversata diretta per le isole Pelagie.

Infine occorre ricordare altri porticcioli minori, specialmente quelli delle mete turistiche, Cefalù, San Vito lo Capo, e quelli dedicati alla pesca come Scoglitti, Porto Palo e molti altri.

In Sicilia si ha una forte carenza di porti turistici in grado di gestire l'importante traffico diportistico, con la possibilità di una buona ricaduta occupazionale ed economica, anche se è in fase di realizzazione il porto turistico di Siracusa nell'attuale molo S.Antonio; un altro porto in fase di realizzazione è quello di Marina di Ragusa che accoglierà oltre 800 posti barca e sarà uno dei 3 "porti Hub turistici" della Sicilia; da non dimenticare, infine, il porto di Pozzallo che, oltre al trasporto merci, viene impiegato per più collegamenti quotidiani con Malta. Il vero problema è spesso legato a motivazioni burocratiche (lentezza nell'approvazione dei piani regolatori) ma anche quello di reperire i fondi necessari all'ammodernamento e alla gestione delle strutture stesse. Altri porti turistici sono in realizzazione nel trapanese, nel messinese e nel palermitano.

La lingua ufficiale parlata in Sicilia è l'italiano anche se la grandissima parte della popolazione locale parla anche il siciliano (u sicilianu) che, nonostante l'UNESCO e altre organizzazioni internazionali riconoscano come lingua, non gode di nessuna forma di tutela né da parte della Regione Siciliana né dallo Stato Italiano. La produzione letteraria è stata molto viva nel corso dei secoli, inizialmente grazie alla corte di Federico II con la sua scuola siciliana. Tra il 1230 e il 1266 sotto la corte sveva si sviluppò il primo volgare illustre degno di questo nome. Per quanto il suo uso restasse confinato alle corti italiane e alla letteratura, dopo gli svevi venne ripreso dagli scrittori toscani che ne vennero fortemente influenzati anche grazie al prestigio letterario della Scuola, al cui capofila, Giacomo da Lentini, è attribuita l'invenzione del sonetto. Grazie anche allo stile poetico dei Siciliani, molte delle loro parole ed espressioni passarono nel toscano illustre, base della lingua italiana.

Grazie inoltre a grandi poeti quali Giovanni Meli, Domenico Tempio, Mario Rapisardi e Ignazio Buttitta, scrittori come Gesualdo Bufalino o Andrea Camilleri e drammaturghi come Pier Maria Rosso di San Secondo, Nino Martoglio, Luigi Pirandello (Premio Nobel) e Luigi Capuana. Da ricordare anche romanzieri del calibro di Giovanni Verga e lo stesso Capuana per il verismo, così come anche Federico de Roberto, nativo di Napoli ma che visse a Catania (città d'origine della sua famiglia dove è ambientato il suo capolavoro, I Vicerè), mentre una menzione speciale va a Pirandello, Leonardo Sciascia, Vitaliano Brancati ed Ercole Patti per avere rivoluzionato il romanzo del Novecento. Salvatore Quasimodo (Premio Nobel) fu inoltre un pioniere dell'ermetismo. Ricordiamo anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa, famoso per il suo romanzo storico Il Gattopardo, ritratto della Sicilia risorgimentale, ed Elio Vittorini.

Nell'isola sono anche presenti alcune minoranze linguistiche, poco numerose ma molto importanti soprattutto dal punto di vista storico-linguistico. Il dialetto gallo-siculo, ad esempio, è una variante del siciliano nato nel periodo normanno. Quando un'ampia rivolta mise a rischio il trono di Guglielmo il Malo, il re reagì sconfiggendo gli oppositori. Per mantenere il suo stato, comunque, portò dal nord Italia molti uomini a lui fedeli e li trapiantò nell'isola. Le isole linguistiche hanno cominciato ad essere erose nel Novecento, e oggi solo una decina di comuni (in provincia di Messina ed Enna) mantengono viva la tradizione. Il centro di questa enclave è costituito dalla città di Nicosia (EN). Altra minoranza importante è quella albanese, chiamata anche arbëreshë. La lingua di questa comunità che abita nella provincia di Palermo (soprattutto nel comune di Piana degli Albanesi) dipende direttamente dall'albanese, ma non è riconosciuta da nessuna istituzione ufficiale. Viene comunque mantenuta viva grazie ad una forte tradizione popolare e da alcune scuole private.

Negli ultimi quattro secoli la Sicilia ha dato i natali ad illustri rappresentanti del mondo musicale.

Tra i primi, in ordine cronologico, ricordiamo: i madrigalisti Sigismondo d'India e Antonio il Verso, e gli operisti Alessandro Scarlatti, Giovanni Pacini, Vincenzo Bellini, Francesco Paolo Frontini, Antonio Scontrino e Pietro Antonio Coppola.

Nel XX secolo si sono distinti alcuni compositori siciliani nell’ambito delle avanguardie postweberniane: Girolamo Arrigo, Aldo Clementi, Salvatore Sciarrino, Francesco Pennisi, Roberto Carnevale, Federico Incardona, Marco Betta e Giovanni Sollima.

Nel campo della musica di consumo si ricordano alcune figure di spicco del panorama Pop e Rock nazionale e internazionale: Franco Battiato, Gianni Bella, Marcella Bella, Carmen Consoli, Giusy Ferreri, Uzeda, Giuni Russo, Silvia Salemi, Gerardina Trovato, i Tinturia, gli Agricantus, Mario Venuti, Mario Biondi e Roy Paci.

Una parte fondamentale della tradizione siciliana riguarda i racconti orali, raccolti nell'Ottocento da Giuseppe Pitrè nella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Si va dai cunti, alle fiabe, ai proverbi, agli scioglilingua. Il personaggio stereotipato di Giufà è il protagonista della maggior parte dei racconti che terminano con una morale.

Molti di questi racconti non sono ancora stati codificati del tutto. Esistono tante leggende (come le quattro di Gammazita, fratelli Pii, Uzeta e Colapesce) che hanno una variante in ogni città (della leggenda di Colapesce esistono una trentina di versioni codificate. Esiste una vera e propria mitologia siciliana.

Le tradizioni popolari sicule sono numerose e multiformi, poiché vi s’impressero non poche e divergenti colonizzazioni. È facile rammentare, infatti, che l’isola fu via via dominata da Greci, Latini, Bizantini e Arabi, Spagnoli e Francesi, tanto per fare gli esempi più palmari. Com’è ovvio, ciascuno di codesti influssi si esercitò sulla locale etnia in modo più o meno generalizzato, amalgamandosi e scontrandosi di volta in volta con le tradizioni preesistenti, a cominciare da quelle autoctone. La civiltà siciliana e la sua cultura spontanea appaiono perciò insulari, se paragonate agli analoghi frutti che maturano in Sardegna e in Corsica, ma di una ricchezza e di una peculiarità ottimali per uno studioso. Basti ricordare che il folklorista Giuseppe Pitrè dedicò un’opera in venticinque volumi alle tradizioni popolari di quest’area, inglobandovi con pertinenza descrizioni etnografiche e prospettive storiche.

Nel dominio delle tradizioni popolari rientrano le parlate siciliane, per quanto sia stato l’unico complesso di dialetti italici che precedette il toscano nell’elevarsi a dignità di lessico letterario, tanto da contender ad essa il primato, abbastanza lungo, quale lingua nazionale. In pratica, nel siciliano possono distinguersi diverse stratificazioni: a livello fonetico si hanno incontri consonantici di orizzonte prelatino e altri che sembrano apparentarsi alle moderne lingue della zona balcanica. L’etimologia, invece, rimanda alla dominazione romana, quella bizantina e soprattutto quella araba. Per esempio, l’arabico “gibel” (montagna) è componente di molti toponimi: Gibilmanna, Mongibello, Gibellina. Si hanno inoltre diverse province idiomatiche in cui il siciliano s’infrange con caratteristiche locali, e isole linguistiche: e ciò vale per le colonie Albanesi, stanziate prevalentemente nel Peloritano, ma anche a Piana degli Albanesi (vicino Palermo); e per i centri lombardi di Nicosia, Sperlinga, Novara e San Fratello, dove i locali dialetti rivelano addentellati gallo-italici.

Per quanto concerne il patrimonio letterario popolare, va detto che l’ideazione spontanea isolana si muove nell’ambito letterario tanto su temi religiosi o moralistici quanto su soggetti profani, come nel caso dei testi epici del ciclo carolingio del famoso Teatro dei Pupi, degli strambotti in ottava siciliana, e della favolistica che, per quanto appaia ristretta nella tematica, presenta sempre uno sviluppo narrativo esemplare: avvio realistico, ingresso di elementi e fattori sovrumani ben graduato o comunque verosimile, cura attenta dei dettagli, anche nei momenti più fantastici, e una vivacità d’articolazione che non viene mai meno, sia nelle più struggenti vicende amorose o in quei racconti che s’imperniano su un umorismo talvolta sfiorante il grottesco o il surreale.

Al panorama letterario si connettono precisi riferimenti musicali, si cui ora ci si soffermerà, accennando anche a talune manifestazioni coreutiche. Nell’ambito dell’invenzione compositiva spiccano non poche componenti che sembrano derivare dalla musicalità ellenica. La melodia siciliana, per esempio, tende a discendere dall’acuto, anzi dall’acutissimo al grave. Inoltre, di zona in zona, si ha un mutamento caratteristico delle scale impiegate, ognuna delle quali assurge a dignità del “motto del paese”, ma che puntualmente si connettono agli antichi modi greci. Ciò vale in parte anche per la tecnica della variazione che è eminentemente melismatica (fioriture di suoni su una sillaba o vocale del testo), ma poiché, spesso, tali ornamenti inglobano intervalli inferiori al semitono ne risulta che essi potrebbero derivare tanto dalle “chroai” del genere enarmonico ellenico come nelle gamme arabe, ricche, appunto, di simili intervallazioni. Le ascendenze “saracene” si fanno inoltre sentire nelle modalità d’intonazione della voce, sempre tese ed aspre. L’orizzonte culturale ellenico riappare nello strumento principale dell’isola, vale a dire nel “mariòlu”, del tutto simile all’antica “lyra”, anche per i poteri terapeutici che si attribuiscono alle sue sonorità. L’arte musicale è altresì presente nelle manifestazioni della fede Per esempio, con canti di giubilo nelle rappresentazioni del presepe “vivente” di Ciancina (Girgenti, Agrigento) e con lamenti, sostenuti da tamburi e strumenti a fiato, nel racconto della Passione di Cristo, quale si svolge ad Agira, in provincia di Enna.

Al complesso di espressioni testé menzionato si lega l’arte interpretativa del cantastorie. Un tempo, essa era patrimonio di due gruppi principali: i cantori ambulanti veri e propri, dediti alle ballate cavalleresche e alle storie profane, e gli “orbi” (i ciechi), specializzati nelle narrazioni e nei canti religiosi e il cui nomadismo, per ovvi motivi, era limitato al circondario dei luoghi di pellegrinaggio o alle province. Oggi i primi sopravvivono ancora, ma dall’inizio del secolo la loro funzione ha conosciuto un progressivo impoverimento: dapprima per l’influsso della musica “di consumo” e per il volgersi a soggetti di cronaca moderna, perlopiù “nera”, fattori che li hanno sradicati dal terreno più profondo della tradizione, e più recentemente, a causa di un processo d’intellettualizzazione tutto esteriore e dominato, non di rado, da sollecitazioni di politica spicciola.

Non meno interessanti le invenzioni coreografiche, contesto nel quale ha particolare rilievo il “Ballo della cordella”, sicuramente erede di una più antica danza della fertilità, come lasciano indurre il tempo dell’esecuzione (feste di maggio) e i fondamenti delle sue figurazioni. Il ballo della cordella, infatti, si svolge intorno ad un palo, dalla cui sommità pendono lunghe cordicelle multicolori: evidente ricordo stilizzato dell’albero ricco di fiori. Codesti nastri devono essere retti all’estremità libera dalla mano destra di ciascun interprete e intrecciati nel corso della danza. Il centro che ha una sorta d’appannaggio di tale ballo è Petralia Sottana, in provincia di Palermo. Fra le restanti forme coreografiche dell’isola si devono ricordare: l’antica Siciliana, danza di carattere pastorale, in movimento moderato, tagliata in tempo di 6/8, 12/8 o 6/4, entrata nella sfera della musica colta e le danze funebri, pressoché scomparse, che ebbe molta voga nelle “suites” o nelle “sonate” (si prestò anche per la musica vocale e restò sempre una delle forme predilette dai musicisti, tanto che si trova non solo in opere del secolo scorso, ma anche in composizioni da camera di autori moderni).

Il mondo delle credenze e delle leggende, in vario modo, si apparenta al patrimonio favolistico, poetico e musicale poco sopra delineato, costituendone non di rado la fonte prima. Come quasi in tutte le regioni italiane, si rintracciano quivi componenti pagane e cristiane, più o meno commiste, e superstizioni che toccano tutti gli aspetti della vita umana. Nell’area messinese e in quella palermitana, per esempio, è tuttora vivo il ricordo di Cola Pesce, ma molti altri personaggi di natura acquatica ricorrono un po’ in tutto il folklore isolano. Secondo una leggenda sarebbe stato un pescatore vissuto a Messina nell’età dell’imperatore Federico II (sec. XIII), mezzo uomo e mezzo pesce: la sua metamorfosi sarebbe stata l’effetto di una maledizione della madre, stanca di veder il figlio passare tutte le sue giornate nel mare. L’abilità di nuotatore di Cola e il suo strano aspetto avrebbero incuriosito l’imperatore, che, recatosi a Messina, lo avrebbe chiamato e, gettata una coppa o un anello in mare, lo avrebbe invitato a riportargliela. Cola avrebbe obbedito, ma avendo voluto Federico far ripetere la prova, non sarebbe più ritornato in superficie. A prescindere dai più noti ricordi di origine classica, si può qui segnalare la sirena che ogni anno, secondo la vecchia credenza di Modica (Ragusa), nelle notti tra il 24 e il 25 gennaio, emerge dal fondo del mare con un canto dolcissimo e pronta a predire il futuro a chi sappia avvicinarla. Immagini e motivi più inquietanti si registrano altresì in ricorrenza o meno di date precise. Così a Capodarso (Caltanissetta) si ritiene che almeno una volta l’anno si svolga una vera “fiera” di spiriti, nei pressi di un ponte fatto erigere da Carlo V e nel corso della quale si vende, fra l’altro, della frutta che è destinata a divenire d’oro, l’indomani. A Termini Imerese (Palermo) è radicata una leggenda secondo la quale Salomè, la figlia di Erodiade, sarebbe approdata, a suo tempo, a codesti lidi in cerca d’espiazione per la morte di Giovanni Battista, da lei provocata; fece perciò costruire una chiesa in memoria del martire, ma non appena essa fu terminata sarebbe scaturito dalle viscere della terra un fiume di sangue che tutto inaridiva intorno. La bella peccatrice si sarebbe allora annegata in quei flutti. Non appena ciò avvenne – prosegue la leggenda – il giume di sangue sprofondò sottoterra. Ma ogni anno, nella notte di vigilia di San Giovanni, per incantamento, Salomè e il corso di sangue riapparirebbero in superficie, fermando ogni fremito di vita, sino a quando, al mattino, il disco solare, recante la testa decollata del Battista, non costringe nuovamente Salomè e il relativo fiume a ritornare negli inferi. Similmente, a Noto si parla di un tesoro nascosto sepolto in una grotta e custodito dai fantasmi degli “infedeli” che lì l’avevano sepolto; a Sciacca, si tramanda una fosca storia di sangue che comprende la reiterata resurrezione dei morti, a scopo di vendetta, e così via. Il panorama delle credenze attive non è meno ricco di richiami a tempi precristiani. Per esempio, i doni annuali ai bambini sono recati in commemorazione del ritorno dei morti nelle prime notti novembrine. Negli stessi giorni nei locali pasticcieri sono usi confezionare dei dolci, detti appunto dei “morti”, di soggetto macabro: scheletri, teschi e ossa. L’usanza in parola e particolarmente viva nel Palermitano e nel Catanese. La festa di Santa Lucia (13 dicembre), e i giorni immediatamente susseguenti, sino alla vigilia di Natale, sono tenuti propizi per trarre oroscopi sull’andamento dell’imminente anno nuovo. L’Epifania, infine, è unanimemente considerata il primo giorno di carnevale. A proposito di festività merita anche d’esser ricordata la cavalcata del Gigante e della Gigantesca che si svolge a Messina nel giorno di ferragosto, festa dell’Assunta, quasi contrapponendosi alla processione della “vara”: una costruzione piramidale ornata d’immagini di angeli e che reca al vertice le statue della Madonna e di Cristo. Un’equivocabile impronta cristiana ha per contro la “diavolata” di Adrano (Catania): un dramma sacro che vede il vittorioso combattimento dell’arcangelo Michele contro legioni di diavoli e contro la stessa Morte. Naturalmente, lo stesso può dirsi per le famose celebrazioni palermitane della patrona Santa Rosalia, commemorata in tre date diverse, l’11 gennaio, il 15 luglio e il 14 settembre, con imponenti processioni e con gigantesche “vare”, analoga alla “vara” messinese. Su di un alto piano, si segnalano anche le tavolette di ex voto conservate nel santuario di Trecastagni (Catania).

Per quanto riguarda taluni aspetti della cultura ergologica, ben noto è il tipico carretto isolano ad alte ruote, solitamente intagliato e dipinto con scene che s’ispirano alle vicende cavalleresche, narrate dai cantastorie e dal Teatro dei Pupi. Sulle origini di questo mezzo di locomozione non mancano le discussioni fra gli specialisti dell’inizio del secolo. Giuseppe Cocchiara ha però dimostrato che il sistema viario dell’isola non poté permettere la nascita di tale mezzo se non in pieno XVIII secolo. Peraltro gli esemplari più antichi sino a noi pervenuti del carretto siciliano non risalgono, di norma, oltre la metà dello scorso secolo. Negli esemplari più addietro nel tempo le ornamentazioni d’intaglio e le pitture possono essere di soggetto sacro, anziché “carolinge”. Non è certo, tuttavia, questa distinzione iconologica a garantirne l’antichità. Per ciò che concerne l’architettura spontanea osserveremo che essa rientra pienamente nell’orizzonte dello “stile mediterraneo”, tipico di tutto il Mezzogiorno. Qua e là, tuttavia, s’individuano anche agglomerati o singoli edifici a forma di trulli.

Due parole vanno infine espresse sui costumi popolari. Anche in questo settore si hanno riscontri abbastanza evidenti con le altre regioni del meridione della Penisola. L’abito femminile, infatti, per foggia e colori rassomiglia a quelli della Calabria e della Sardegna, variando ovviamente secondo le età e le occasioni. Lo stesso può dirsi per il costume maschile, più severo e caratterizzato da larghe fasce colorate in funzione di cintura.

Le tradizioni popolari della Sicilia sono tutt'ora vive, più nei paesi che nelle città. Queste tradizioni, tanto particolari quanto pittoresche, unite al carattere, al mito e all'approccio alla vita del Siciliano ha creato nel corso dei secoli uno stereotipo che è stato tradotto in parole dal termine sicilianità.

La famiglia siciliana forma di solito un gruppo molto allargato che include anche anche i cugini più lontani, ma raramente essa è chiusa su se stessa. È molto diffusa l'abitudine di fare grandi tavolate per pranzo o per cena, soprattutto d'estate. Gli orari sono spostati un po' più avanti rispetto al nord, arrivando a pranzare anche alle due di pomeriggio e cenare verso le nove-dieci nella bella stagione. Si tende a trattenersi un po' di più a tavola anche dopo avere consumato la cena.

Gesualdo Bufalino definiva la Sicilia la terra della "luce e del lutto", un luogo di contraddizioni di estremi che si uniscono: così nell'immaginario il siciliano appare come un uomo solare e accogliente ma anche losco e sospettoso, convinto che il suo modo d'essere sia il migliore e il più giusto. Con questi contenuti Tomasi di Lampedusa dichiarava nel suo famoso romanzo Il Gattopardo che in "Sicilia tutto cambia affinché nulla cambi", perché sono gli stessi siciliani a ricercare il cambiamento ma nello stesso tempo a frenarlo, timorosi che esso possa spodestare le secolari abitudini e i privilegi acquisiti.

Una terra e un luogo antropologicamente complesso e nello stesso tempo affascinante da scoprire: nel cinema, nella letteratura e nelle arti in genere. Il senso a volte tragico del destino e ma anche dell'orgoglioso attaccamento alla propria terra e alle proprie radici è testimoniato anche nella letteratura. Notevole è il ritratto lasciatoci da Giovanni Verga, capofila del verismo, nel cosiddetto Ciclo dei vinti, raccolta che include I Malavoglia. Mentre al culto della "roba", il bene materiale ricavato dalla terra e dal lavoro si deve adeguare anche il senso pur così sacro della famiglia, i personaggi che vogliono cambiare il mondo vengono puniti dalla mala sorte che li obbliga a tornare al punto di partenza, alla loro terra e alle loro radici.

L'intraprendenza commerciale dei Malavoglia, colpevoli di volersi allontanare dal proprio paese, è punita col naufragio della barca che trasporta il carico di lupini, e ciò li condanna a una povertà ancora maggiore di quella da cui cercavano di fuggire. Mastro don Gesualdo diventa sì un famoso imprenditore edile dal nulla ma non arriva a godersi il frutto del suo lavoro che alla fine va in eredità ai parenti. Riflessione amara del Verga sulla vita: anche lui, una volta raggiunto il benessere, si rifugerà dal Nord nella sua amata Catania dove, disincantato dalla vita, passerà i suoi ultimi anni.

Le feste religiose cattoliche rivestono una grande importanza all'interno del folklore siciliano. La festa di Santa Rosalia a Palermo, quella di Sant'Agata a Catania, quella della Madonna della Lettera con la processione della Vara a Messina, quella della Settimana Santa a Caltanissetta, quella di Santa Lucia a Siracusa, quella di San Giorgio a Ragusa Ibla e le processioni del Venerdì Santo a Enna, la processione vivente della passione a Marsala, e la processione dei Misteri a Trapani.

Il Carnevale è festeggiato in Sicilia con manifestazioni tra le più belle e caratteristiche a livello nazionale; particolarmente note sono quelle di Paternò, Valderice, Acireale, Misterbianco, Sciacca, Termini Imerese ed il carnevale di Regalbuto, alte espressioni di folklore popolare e di spensieratezza.

Nel 2001 è stata inserita tra i Patrimoni Orali e Immateriali dell'Umanità dell'UNESCO l'opera dei Pupi, il teatro delle marionette siciliano. Grazie ai cuntastori, i pupi, che rappresentano i personaggi del ciclo carolingio, mettono in scena le storie della Chanson de Roland, dell'Orlando furioso e della Gerusalemme liberata. Il personaggio principale è il cavaliere Orlando, ma vi è anche spazio per Rinaldo, Angelica e altri. Culla dell'Opera dei Pupi è Palermo dove sono presenti numerosi teatri oltre ad un museo ed una scuola famosa come quella dei Cuticchio, altro importante centro è Acireale, cittadina barocca, che vide fiorire quest'arte grazie ai numerosi maestri pupari, fra cui il celebre Emanuele Macrì, a cui è dedicato l'omonimo museo-teatro dove, quotidianamente, è possibile assistere alle rappresentazioni dei maestri pupari.

Merita un capitolo a parte l'accentuata gestualità dei siciliani, che li ha tipizzati nel mondo (associata spesso, a sproposito, ad una pretesa intrinseca mafiosità ). Accompagnare un concetto con i gesti è insito nella cultura siciliana da tempi remoti; Il motivo probabile è da ricercare nei suoi rapporti culturali e commerciali con i popoli dell'area mediterranea orientale sin dai tempi più remoti. La grande rimescolanza di lingue e popoli ha senz'altro accentuato l'uso del gesto per meglio comprendersi; è infatti abbastanza naturale, quando non ci si comprende bene tra gente di lingua diversa, usare i gesti per accentuare la comprensibilità del dialogo. Alcuni avanzano anche l'ipotesi che all'origine di questo linguaggio parallelo vi sia stata la necessità di comunicare tra i giovani: un tempo, le restrizioni che imponevano una distanza tra ragazzi e ragazze resero necessaria la creazione di una serie di segni ben precisi che aiutassero a progettare incontri o semplicemente a poter scambiarsi delle idee. Il luogo per eccellenza di queste discussioni mute era la chiesa.

Anche Pitrè si occupò della gestualità siciliana, raccogliendo tutte le informazioni possibili in Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889). Tra le varie informazioni, si riporta la leggenda che narra di un re che, arrivato in Sicilia, vuole mettere alla prova due suoi sudditi sulla supposta capacità di poter dialogare senza parole. I due sudditi, presi alla sprovvista, passano il test e provocano grande meraviglia nel sovrano. La gestualità si dice sia uno degli aspetti della teatralità del siciliano, uno dei tanti modi di dimostrare la necessità di recitare e dar sfogo alla grande creatività.

Nel 1434 sorse la prima università della Sicilia: il Siciliae Studium Generale, oggi semplicemente Università degli studi di Catania. Il padre della cultura universitaria siciliana è Alfonso V d'Aragona, che patrocinò la nascita dello studio catanese. Fu invece Ignazio di Loyola a fondare, nel 1548 l'Università degli studi di Messina. Sono di più recente istituzione l'Università degli studi di Palermo (1805) alle quali si è aggiunta l'Enna-Kore (2005) semiprivata, inoltre è presente, a Palermo e a Caltanissetta vi sono due sedi della LUMSA. In totale, i tre atenei pubblici più il semipubblico di Enna contano circa 180.000 iscritti.

I livelli dell'università siciliana non sono affatto alti. Uno studio Censis-la Repubblica del 2005 (che non include Enna perché ancora in via di istituzione) classifica Palermo (63.400 iscritti) e Catania (50.700 iscritti) tra i mega atenei, cioè con oltre 40.000 iscritti, mentre Messina (39.600 iscritti) viene posta tra gli atenei medi, tra 40.000 e 20.000 iscritti. Lo studio porta avanti una serie di valutazioni basate su quattro campi (i servizi offerti agli studenti, le borse di studio, le strutture e il web) per stilare una classifica di ogni gruppo di atenei. Palermo è classificato 7° (a pari merito con l'Università di Bari), mentre Catania è 10° su undici mega atenei. Messina invece è 15° su 18. Nei primi due casi, sono le strutture a determinare la bassa classifica (i voti, in centodecimi, sono rispettivamente 71 e 76, i più bassi del gruppo), mentre Messina è carente soprattutto per quanto riguarda i servizi (74).

Si è seguito lo stesso criterio per ogni singola facoltà, la cui classifica però coinvolge tutti gli atenei. Se si escludono quelle non valutate, le facoltà siciliane ricorrono spesso negli ultimissimi posti: tutte e tre per quanto riguarda l'Economia (Catania, Palermo e Messina), Messina e Catania per Medicina e chirurgia, la sola Messina per Scienze della formazione, ancora la coppia Messina-Catania per Scienze matematiche, fisiche e naturali, Palermo per Scienze politiche e Messina per Scienze statistiche. La facoltà migliore sembra Scienze della formazione di Palermo, che è al sesto posto nazionale con 89.4/110.

La cucina siciliana fa parte di una cultura gastronomica regionale complessa ed articolata, che mostra tracce e contributi di tutte le culture che si sono stabilite in Sicilia negli ultimi due millenni. Dalle abitudini alimentari della Magna Grecia alle prelibatezze dei "Monsù" delle grandi cucine nobiliari, passando dai dolci arabi e dalle frattaglie alla maniera ebraica... tutto contribuisce a rendere varia la cucina siciliana.

La lista dei prodotti tipici è lunghissima. Ogni provincia (e, in molti casi, ogni comune) ha una sua specialità e anche i nomi degli stessi alimenti variano di zona in zona. È universalmente conosciuta la granita siciliana come prodotto comune a quasi tutte le province e pregiato nelle zone di Messina e Acireale. Meno conosciute sono altre due bevande dall'aspetto di latte: l'orzata (dolce) e il latte di mandorla (dolce-amaro). Tra i prodotti salati, sono molto diffusi prodotti presentati nella cosiddetta tavola calda, con gli arancini (o arancine) come punta di diamante di questa categoria. Tipiche del palermitano sono le panelle, le crocchè (crocchette di patate) ed il pani cà meusa (pane con la milza). Del messinese invece i rustici e la focaccia. Ci sono poi molti piatti legati alle melanzane, come la caponata, la parmigiana e la pasta alla norma, i scacci, focacce di grano duro con ripieno a base di prezzemolo, oppure cavolfiori o pomodori, vere e proprie torte salate. Anche il pesce, in molte varietà, è un alimento importante della cucina siciliana e in questo settore molto famoso è il pesce stocco alla messinese. Tipico del trapanese è il cuscus piatto principale della tradizione gastronomica del sud del Mediterraneo, ma contrariamente al resto dei paesi del Maghreb, dove invece è di solito a base di carne, è preparato con il pesce. Tra i dolci tipici della regione non sono da dimenticare i cannoli e la cassata.

L'industria del turismo è un'attività in crescita, favorita dalla presenza sul territorio di numerosi siti archeologici (Morgantina, Valle dei Templi, Selinunte e Segesta solo per citarne alcuni) e di bellezze naturali che suscitano l'interesse dei visitatori.

Negli ultimi anni si è investito sulla capacità ricettiva di strutture alberghiere, favorendo un incremento delle presenze nell'isola, che nell'estate 2006 hanno raggiunto un livello record.

La Provincia di Messina, con circa 5 milioni di presenze turistiche annue, è la prima in Sicilia e tra le prime nel Sud Italia.

Oltre alle ben conosciute mete turistiche e rinomate località, come Taormina, Favignana, Caltagirone, Acireale, Agrigento, Siracusa, Palermo, Messina, San Vito Lo Capo, Monreale, Cefalù e Piazza Armerina (Villa del Casale), l'entroterra siciliano è ricco di storia, di tradizioni, ma anche e soprattutto di arte, cultura, fortezze, teatri, chiese, necropoli, boschi e bacini naturalistici d'importanza, elementi caratterizzanti le aree interne della Provincia di Messina, della Provincia di Enna (celebre il Castello di Lombardia), della Provincia di Catania, della Provincia di Ragusa e della Provincia di Caltanissetta.

Sono in discussione anche l'eventualità di iscrivere il centro storico della città di Palermo, e numerosi monumenti del trapanese: Erice, Mothia e Segesta (le terre degli Elimi) e nel 2009 si è discusso su una possibile candidatura del Castello della Colombaia di Trapani, e il sito geologico Scala dei Turchi.

In seguito al fiorire di interventi di ricostruzione succeduti al devastante terremoto che investì il Val di Noto nel 1693 alcuni artisti adottarono uno stile comune che oggi ricade sotto la denominazione di barocco siciliano. Prima di questa data il barocco era stato impiegato nell'isola in modo ingenuo, evoluto dall'architettura autoctona piuttosto che derivato dai grandi architetti barocchi di Roma. In seguito al sisma, molti architetti locali adottarono questo stile, che è riconoscibile non solo dalle sue tipiche linee curve e motivi decorativi barocchi ma anche dalle ghignanti maschere e putti, e dall'apparenza particolarmente sgargiante raramente visibile altrove. La loro interpretazione dello stile condusse ad una forma d'arte personalizzata e radicata nei vari territori come la Val di Noto (province di Ragusa e Siracusa) e la Provincia di Catania. Nel penultimo decennio del XVIII secolo lo stile finì con l'essere rimpiazzato dalle nuove mode che proponevano il neoclassicismo.

La vegetazione in Sicilia è caratterizzata dalla presenza di differenti ecosistemi mediterranei. Nelle aree prossime ai litorali, dal livello del mare ai 200 metri d'altitudine è presente l'Oleo-ceratonion che, nelle zone più ricche di risorse idriche evolve verso la macchia mediterranea, la formazione vegetale più caratteristica, mentre nelle zone più aride lascia il posto alla gariga, alla prateria mediterranea o ad aree di macchia degradata come la macchia a cisto.

Gli incendi, il pascolo e la pressione antropica hanno notevolmente ridotto le aree di foresta mediterranea sempreverde e di foresta mediterranea decidua che un tempo ricoprivano l'intera isola, di cui persistono tuttavia ampie aree sulle Madonie, sui Nebrodi e sull'Etna.

Fino ai 7-800 metri s.l.m., la vegetazione è costituita principalmente da euforbia, mirto, corbezzolo, sughera, leccio, lentisco, erica arborea, cisti e varie specie di ginestra come ginestra dei Carbonai (Cytisus scoparius), ginestra odorosa (Spartium junceum), ginestra spinosa (Calycotome spinosa), sparzio villoso (Calycotome villosa), ginestra dell'Etna (Genista aetnensis). Nella zona del fiume Alcantara era presente in ampi boschi il Platanus orientalis, oggi ridotto a piccole aree. Tra le specie introdotte dall'agricoltura sono molto diffusi gli agrumi, gli ulivi, la vite, i noccioli e i mandorli.

Tra gli ottocento e i milleduecento metri dominano i trifogli, le veccie, il grano, i sulleti, le rose canine, i gigli selvatici, i perastri, i pruni selvatici, gli asfodeli, i sorbi e gli azzeruoli.

La fascia vegetativa al di sopra, fino alla quota di 1200-1400 m.s.l.m. è costituita da formazioni di quercia caducifoglia, di rovere, di cerro, di roverella.

Oltre i 1200 entriamo nella zona propriamente montana dove sono splendidamente insediate estese formazioni boschive a faggeta. Il sottobosco rigoglioso presenta svariate specie di piante tra le quali vi sono l'agrifoglio, il pungitopo, il biancospino di Sicilia, il tasso. A queste altitudini prosperano anche l'acero d'Ungheria, l'olmo montano, il melo selvatico, l'acero montano e la stregonia siciliana.

Discorso a parte merita l'Etna. Oltre i 2000 metri si incontrano il pino loricato, la betulla e il faggio ed ancora più in basso anche castagno e ulivo. Più in alto, resistono solo la saponaria e l'astragalo e qualche muschio e lichene. Superati i 2400 metri la vegetazione è totalmente assente.

La flora siciliana è ricca di specie endemiche, cioè presenti solo sull'isola. Alcune di esse sono ulteriormente circoscritte in aree molto ridotte come per esempio l'abete dei Nebrodi (Abies nebrodensis), presente solo nel Vallone di Madonna degli Angeli nelle Madonie, il limonio di Todaro (Limonium todaroanum), esclusivo del Monte Passo del Lupo allo Zingaro, l'erba croce di Linosa (Valantia calva), endemica della omonima isola, la rarissima Zelkova sicula, limitata ad un'area di circa mezzo ettaro sui Monti Iblei. Tra gli innumerevoli endemismi si possono citare l'astragalo siculo (Astragalus siculus) e l'astragalo dei Nebrodi (Astragalus nebrodensis), la ginestra del Cupani (Genista cupanii), il lino delle fate siciliano (Stipa sicula), l'alisso dei Nebrodi (Alyssum nebrodense), l'aglio dei Nebrodi (Allium nebrodense), la viola dei Nebrodi (Viola nebrodensis), il giaggiolo siciliano (Iris pseudopumila), numerose specie di Helichrysum (tra cui Helichrysum hyblaeum), il citiso delle Eolie (Cytisus aeolicus).

Un cenno particolare meritano infine le numerose specie di orchidee endemiche tra cui l'orchidea a mezzaluna (Ophrys lunulata), l'orchidea di Branciforti (Orchis brancifortii), l'Ophrys discors, l'Ophrys calliantha, l'Ophrys oxyrrhynchos e l'Ophrys panormitana.

L'intera Sicilia è popolata da molti mammiferi. I più diffusi sono l'istrice, il gatto selvatico, la martora, il ghiro, il moscardino e il quercino. Sull'Etna si aggiungono il cirneco dell'Etna, la volpe, il coniglio, la lepre, la donnola, il riccio e varie specie di topo e pipistrello.

I rettili e gli anfibi sono poco diffusi. Si ricortano lucertole, gongili, luscengole, gechi, biacchi, bisce d'acqua, vipere, rane (tra cui la rana verde minore), discoglossi, rospi e la testuggine comune.

La fauna ittica in passato è stata molto fiorente. Oggi è più ridotta, ma nei mari siciliani si possono ancora incontrare il pesce spada, il tonno, la sardina, l'alice, lo sgombro, la spigola, l'occhiata, il gambero, l'ostrica e i mitili.

Tra gli organismi protetti dalla Riserva marina Isole dei Ciclopi si ricordano i poriferi, i gorgoniacei, i briozoi (tra cui Myriapora truncata e Sertella baeniana), lo spirografo Sabella spallanzanii, crostacei (tra cui Chtamalus stellatus), tunicati, echinodermi crinoidei (tra cui il giglio di mare), i crostacei brachiuri (tra cui il granchio), Anellidi policheti, l'anfiosso, vari molluschi (Dentalium vulgare, Donax variegatus) e Microcosmus sulcatus.

La fauna aviaria è molto varia. Nella zona orientale sono tipici la cincia bigia di Sicilia, il codibugnolo di Sicilia, lo sparviero, la poiana, il gheppio, il falco pellegrino, l'allocco, l'aquila reale, il tuffetto, la folaga, la ballerina gialla, il merlo acquaiolo, il martin pescatore, la coturnice di Sicilia, la beccaccia, l'upupa, il corvo imperiale, il cavaliere d'Italia e l'airone cinerino.

Nella zona occidentale sono più diffusi capinere, cinciallegre, cinciarelle, cince more, sterpazzoline, occhiocotti, picchi muratori, picchi rossi maggiori, rampichini, merli, fiorrancini e scriccioli.

Gli invertebrati comprendeno alcune specie endemiche, come il "Parnassio Apollo di Sicilia", un'elegante farfalla esclusiva delle zone più alte, la "Platicleide del Conci", una specie di cavalletta, e, tra i coleotteri, il "Rizotrogo di Romano" e la "Schurmannia di Sicilia". A quote alte sono ancora presenti la cavalletta Stenobotro lineato, l'afodio di Zenker, boreale e siculo, la cui risorsa alimentare consiste nello sterco degli erbivori, ed il Carabo planato.

Il bracconaggio ha fatto estinguere molte specie, soprattutto nella zona dei Nebrodi. Il cervo, il daino, il capriolo, il lupo, il cinghiale, il gufo reale e il grifone sono tutti ormai scomparsi. Recentemente sono stati reintrodotti il cinghiale e il daino sulle Madonie, il grifone sulle Madonie e sui Nebrodi.

Nel quaternario, la Sicilia ha ospitato anche specie che oggi sono totalmente estinte anche in Europa. Ad esempio, vi erano ippopotami, rinoceronti, leoni, cervi e bisonti. Inoltre, sono stati ritrovati resti fossili di elefanti, che erano rappresentati da tre specie (Elephas antiquus, Elephas mnaidriensis e Elephas falconeri), ora estinte, la scoperta dei loro crani, con un largo foro centrale nell' area facciale, ossia il punto di inserzione della proboscide, che venne interpretato come sede di un unico occhio, diede vita al mito dei Ciclopi e di Polifemo, riportato anche da Omero nell'Odissea.

In Sicilia sono presenti quattro Parchi naturali regionali e molte Riserve naturali, Aree marine protette e Zone umide che coprono complessivamente il 10,5% del territorio della regione .

Rispetto ai dati del 2007, infatti Caltanissetta perde molte posizioni, divenendo ultima in classifica, seguita da Trapani, Agrigento e Palermo (che perdono anch'esse varie posizioni) , scendono di varie posizioni poi Messina e Catania, anche se vi sono due dati confortanti: sale in classifica Enna anche se di poche posizioni, Ragusa guadagna invece una decina di posizioni (era ultima in classifica un anno fa).

Cosa nostra è il nome dato alla mafia siciliana. Le sue origini , secondo parte della ricerca storiografica , vengono fatte risalire ai primi anni del XIX secolo e sono poste in relazione all'antico fenomeno del brigantaggio. Tuttavia è doveroso precisare che tale asserzione è poco condivisa; buona parte degli studiosi ritiene di retrodatare il fenomeno al XVI secolo, quando in varie parti d'Italia si erano formate congregazioni paracriminali sul tipo di quella citata da Alessandro Manzoni, (I bravi e Don Rodrigo), nel suo capolavoro "I promessi sposi".

Lo sviluppo più importante avvenne però all'inizio dell'Ottocento, quando i campieri gestivano quotidianamente i terreni della nobiltà siciliana e i braccianti che vi lavoravano . Era gente violenta, che faceva da intermediario fra i proprietari feudali e i braccianti, spesso in condizioni simili a quelle dei servi della gleba che, per meglio esercitare il loro mestiere, si circondavano di violenti guardiani prezzolati. Da qui nacque la gerarchia di capi e picciotti che, nella sua logica gerarchica, esiste ancora ai giorni nostri.

Da allora, la mafia si è evoluta, mischiandosi nei Fasci Siciliani, venendo messa in ginocchio grazie all'operato del "prefetto di ferro" Cesare Mori -inviato dal regime fascista- e venendo poi potentemente sostenuta dal governo statunitense prima e dopo lo sbarco degli Alleati nella Seconda guerra mondiale. Dagli anni cinquanta in poi, la mafia si aggancia sempre più strettamente alla politica: da Vito Ciancimino in poi alcuni esponenti della politica siciliana sono stati indicati come collusi. E c'è stato anche il periodo delle guerre interne: la prima (nel 1962) e la seconda guerra di mafia (nel 1978).

Il periodo fra gli anni ottanta-novanta è la stagione delle grandi stragi: Capaci, via d'Amelio, via dei Georgofili ... Ma è stato anche il periodo del maxiprocesso di Palermo: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino guidano la carica contro le cosche, venendo poi vigliaccamente uccisi nel 1992. Successivamente, il fenomeno si nasconde, e diventano eclatanti solo gli arresti, da Totò Riina a Brusca a Bagarella. Gli ultimi, nel 2006, quello di un capo storico della mafia Bernardo Provenzano e nel 2007 l'arresto di Salvatore Lo Piccolo suo successore. Oggi gli esperti di anti-mafia indicano Matteo Messina Denaro come il successore di Lo Piccolo e Provenzano al vertice di Cosa Nostra.

La prima volta che si parlò apertamente dei rapporti che legano la politica e la mafia in Sicilia fu a inizio secolo in occasione dell'omicidio dell'ex sindaco di Palermo Notarbartolo, il cui mandante era il parlamentare Raffaele Palizzolo, rimasto impunito. Dopo la fine del fascismo gli Alleati nominarono sindaci esponenti di primo piano della Mafia, come Calogero Vizzini. Numerosi furono poi i legami tra mafia ed esponenti del Separatismo siciliano.

Tra le vittime più illustri che caddero nella lotta contro la mafia furono il Generale Dalla Chiesa, i giudici Costa, Terranova, Borsellino e Falcone. Tuttavia i frutti di queste indagini e l'appoggio della solidarietà popolare che ha più riprese è scesa in piazza contro la cupola mafiosa hanno portato a decapitare, dal 1993 in poi, i vertici di Cosa Nostra.

Nel tempo il legame tra politica e mafia è continuato ad essere un aspetto essenziale del controllo e della gestione di appalti e fondi pubblici. Sfruttando la leva di complicità e omertà, in molte province della Sicilia le scelte politiche avvengono a volte per convenienze mafiose. Innumerevoli i casi di appalti pilotati a ditte controllate dalla mafia, di speculazioni legate ai piani regolatori comunali, di leggi regionali a favore di talune categorie, ecc. Per questo motivo sono sorte alcune leggi antimafia volte a limitare le collusioni. Ogni anno però continua lo scioglimento di diversi consigli comunali sparsi nel territorio siciliano per infiltrazione mafiosa.

Fuori dalla Sicilia si sono spesso alimentati cliché derivati dagli stereotipi hollywoodiani sul genere de Il padrino che ritraggono la Sicilia come un paese dominato quotidianamente dalla violenza, mentre l'influenza della piovra è in realtà più sotterranea di quanto non si creda. Non solo sono stati dati per scontati gli stereotipi cinematografici, ma facili generalizzazioni estese all'etnia siciliana generano talvolta ingiuste discriminazioni sociali e perfino movimenti politici xenofobi ai danni delle minoranze etnico-linguistiche che vivono nel Nord Italia e all'estero. A questo scopo sono sorte numerose associazioni culturali in Italia e all'estero volte a salvaguardare e a fare conoscere la ricca realtà artistica, linguistica e umana dell'Isola.

In molte aree viene tacitamente sfruttato il voto di scambio, senza un'apparente mobilitazione da parte dello Stato. Con la globalizzazione e l'afflusso di emigrati clandestini in Sicilia guidati da scafisti senza scrupoli, la mafia ha esteso le sue alleanze verso i paesi in via di sviluppo e alle mafie provenienti da questi.

Eclatanti i casi di politici e magistrati collusi con la mafia: il caso che forse ha fatto parlare di più è stato quello di Giulio Andreotti (che i giudici hanno ritenuto assolto con sentenza definitiva per quanto riguarda i reati successivi al 1980, sostenendo comunque, per i reati prescritti, «Una autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980») e Salvatore Cuffaro (a cui è dedicato il documentario La mafia è bianca, sotto processo per rivelazione di segreto istruttorio e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa -- Corriere della sera: No di Cuffaro, ma documentario va in onda).

Lo sport in Sicilia si è sviluppato ad un certo livello solo dal secondo dopoguerra in poi. Resistono tutt'ora alcuni sport tradizionali, come l'antinna a mari e il liu-bo, ma per quanto riguarda gli sport famosi a livello internazionale solo recentemente si è arrivati al livello degli altri atleti nazionali.

Per quanto riguarda gli atleti, il primo oro alle Olimpiadi è merito di Angelo Arcidiacono, per la sciabola nel 1984.

Negli sport a squadre, il primo scudetto risale al 1978, con la conquista del campionato italiano maschile di pallavolo, cui segue lo scudetto primavera (trofeo Dante Berretti) conquistato dallo Sport Club Marsala 1912. Da allora nei 30 anni successivi (fino a tutto il 2008) le squdre siciliane si sono aggiuìdicate in tutto 49 edizioni dei campionati nazionali (ma tra questi solo 8 volte a livello maschile) nei vari sport di squadra.

Il calcio è lo sport più seguito. Esso sbarcò in Sicilia, alla fine dell’800, grazie ai marinai delle navi mercantili inglesi che ingaggiavano vere e proprie sfide con i portuali negli spiazzali dei porti di Palermo e Messina. Il primo derby nell'isola risale al 18 aprile 1901, giocato tra l'Anglo Palermitan Athletic e Messina Football Club. Il match, dopo una sfida vibrante, fu vinto 3-2 dall’Anglo Palermitan. Nel 2006-07, per la prima volta nella storia della Serie A a girone unico, le tre maggiori squadre siciliane giocano tutte insieme: Unione Sportiva Città di Palermo (miglior risultato nella massima serie: 5°), Football Club Messina Peloro (7°) e Calcio Catania (8°).

Negli altri sport di squadra, la compagine più medagliata di sempre è l'Orizzonte Geymonat Catania, che ha finora vinto sedici scudetti (di cui 15 consecutivi) nella Serie A di pallanuoto femminile. Ha inoltre vinto 8 Coppe Campioni. Altre squadre da ricordare sono il Cus Catania (13 scudetti tra hockey e canoa-polo) e l'Ortigia Siracusa (3 scudetti nella pallamano).

L'evento internazionale più seguito sin dai primi anni del Novecento, è sicuramente la Targa Florio tra le strade di Caltanissetta e Palermo. Evento automobilistico conosciuto in tutto il mondo fin dalla sua nascita nel 1906, dagli anni 70 tale corsa, per problemi di sicurezza, si trasformò in rally di interesse locale o nazionale così da essere declassata a livello internazionale. L'evento internazionale che è stato per anni l'appuntamento fisso della Sicilia è stato il Gran Premio di Formula 2 (poi Formula 3000) all'autodromo di Pergusa, che tutt'ora è chiuso. L'evento più importante in assoluto probabilmente è stata la XIX Universiade, ospitata nel 1997 tra Palermo, Catania, Messina e altri centri minori. Segue l'Europeo femminile Italia 1968 di pallacanestro, disputato a Messina, Ragusa, Catania e Palermo. Nel 2003 Catania è stata la sede dei Giochi Mondiali Militari e nel 2006 ha ospitato il Campionato Europeo di hockey su prato.

Per quanto attiene l'atletica leggera, l'evento più conosciuto a livello internazionale è sicuramente il Trofeo Sant'Agata di corsa podistica su strada che si corre tutti gli anni il giorno 3 febbraio per le strade del centro di Catania. Nelle sue 47 edizioni, ha visto fra i partecipanti Stefano Baldini vincitore della maratona all'Olimpiade di Atene 2004.

Nel 1994 si è tenuto in Sicilia il Campionato del mondo di ciclismo: Palermo ospitò le prove su pista, Catania le prove a cronometro e Agrigento quelle su strada. Altri eventi di rilievo sono state le 3 partite dei Mondiali di calcio Italia 1990, ospitate allo stadio La Favorita di Palermo (Olanda-Egitto 1-1; Eire-Egitto 0-0; Olanda-Eire 1-1). Nel 2005 e 2006 Trapani ha ospitato le regate Act 8 & 9 della Louis Vuitton Cup.

Nel 2002 Palermo ha ospitato i mondiali di baseball. Nel 2006 Messina ha ospitato gli europei di softball.

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Elenco dei monarchi di Napoli e Sicilia

Regno di Sicilia nel 1154.

Voci principali: Regno di Napoli, Regno di Sicilia.

Nel 1127, morto Guglielmo senza lasciare figli, il ducato viene annesso alla Contea di Sicilia, retta da Ruggero II che poco più tardi (1130) acquisirà il titolo regale.

I Sovrani svevi, Federico II e Manfredi in particolare, battono strade di espansione e affrancamento dalla tutela pontificia che li porteranno a collidere con il Papato le cui armi (investitura dei Sovrani e scomuniche) risultano fatali per la Dinastia sveva che chiude tragicamente il proprio ciclo con la decapitazione di Corradino nella Piazza del Mercato a Napoli (1268).

Su invito del Pontefice Clemente IV, scende in Italia (1265) Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, investito con Bolla papale del titolo di Re d'ambedue le Sicilie, prima traccia documentale di una serie, a volte intricata, di appellativi del Regno.

Il regno di Sicilia si ritrova diviso in due parti: l'isola siciliana, in mano agli aragonesi, e la parte continentale, tenuta dagli angioini, entrambe rivendicanti il titolo di Regno di Sicilia. La situazione troverà una sua ufficializzazione (seppur provvisoria) solo con la pace di Caltabellotta del 1302. Da questo momento, tuttavia, i re angioini di Napoli si diranno Re di Sicilia citra e, del pari Re di Sicilia si diranno i sovrani aragonesi. Di fatto, nasce, accanto al Regno di Sicilia, un nuovo regno, che in seguito verrà detto Regno di Napoli, esteso su tutta la parte continentale del meridione d'Italia.

Alla morte di Martino II si aprì un periodo di interregno di due anni, caratterizzato da torbidi. In questo periodo la reggenza dell'isola fu formalmente affidata a Bianca di Navarra, vedova di Martino I, designata vicaria del re d'Aragona in Sicilia.

In questo periodo i regni di Napoli e Sicilia sono tenuti da re stranieri (Spagna prima, e poi per brevi periodi, Austria, nonché, per la sola Sicilia, Savoia) mentre sono amministrati sul territorio da distinti viceré. La numerazione dei monarchi fa quindi riferimento a questi regni e non a quella specifica di Napoli e Sicilia. Tale distinzione con i periodi precedenti vuole comunque essere essenzialmente "schematica", in quanto già in precedenza era capitato di vedere i regni di Napoli e Sicilia, almeno temporaneamente e in diversi contesti, formalmente uniti al Regno d'Aragona e governati in loco da un viceré.

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Storia della Sicilia araba

Cappella Palatina, interno

Voce principale: Storia della Sicilia.

Il dominio arabo-islamico sulla Sicilia iniziò a partire dallo sbarco a Mazara del Vallo nell'827 e terminò con la caduta di Noto nel 1091.

Già a partire dal VII secolo l'isola aveva subito molte incursioni musulmane.

Gli Arabi si erano attestati sulla sponda africana del Mar Mediterraneo, avevano già conquistato parte della Spagna e le isole di Malta e Pantelleria. La Sicilia era ritenuta strategica per il controllo del Mediterraneo a discapito dei rivali Bizantini.

La disgregazione dell'Impero bizantino e la sua debolezza si facevano pesantemente sentire in Sicilia, alimentando un certo malcontento, in un'area che da sempre, sia politicamente che culturalmente, si sentiva più vicina ed attratta da Roma e da quello che fu l'Impero d'Occidente piuttosto che da Costantinopoli e dall'Impero d'Oriente.

Tra l'803 e l'820 l'efficienza bizantina nel quadrante centrale del Mediterraneo cominciò a decrescere vistosamente, in concomitanza con il governo dell'Imperatrice Irene mentre la vicenda di Tommaso lo Slavo contribuiva ad accrescere lo stato di debolezza dell'Impero.

Il turmarca della flotta bizantina Eufemio di Messina, che si era impadronito del potere in Sicilia con l'aiuto di vari nobili, chiese l'aiuto degli Arabi nell' 825 per tutelare il suo dominio sull'isola. I Bizantini reagirono duramente sotto la guida di Fotino ed Eufemio, battuto a Siracusa, scappò in Ifriqiya. Lì trovò rifugio presso l'emiro aghlabide di Qayrawān, Ziyadat Allah I, cui chiese aiuti per realizzare uno sbarco in Sicilia e cacciare gli odiati bizantini.

Gli Aghlabidi erano allora squassati da un acuto contrasto che contrapponeva la componente indigena, islamizzata in seguito alle prime conquiste islamiche del VII secolo e condotta da Manṣūr al-Tunbūdhī, all'esercito arabo che era giunto in Ifrīqiya (all'incirca l'attuale Tunisia) all'epoca dell'istituzione dell'Emirato, per volere del califfo Hārūn al-Rashīd col primo Emiro Ibrāhīm ibn al-Aghlab.

I musulmani, che forse avevano già progettato un'invasione della Sicilia, prepararono una flotta di 70 navi, chiamando al jihād marittimo il maggior numero di volontari, ufficialmente per assolvere a un obbligo morale ma di fatto per allontanare dall'Ifrīqiya il maggior numero possibile di sudditi facinorosi che non avevano mancato di creare gravi tensioni, tanto nelle file della componente araba quanto all'interno dei ranghi berberi, con grave nocumento per la popolazione civile.

L'invasione ebbe inizio il 17 giugno dell' 827 e lo stuolo in gran parte berbero (ma alla guida di elementi arabi o persiani), fu affidato al qādī di Qayrawān, Asad b. al-Furāt, grande giurisperito malikita autore della notissima Asadiyya, di origine persiana del Khorāsān. Lo sbarco avvenne il giorno seguente nei pressi di Capo Granitola, vicino Mazara del Vallo e fu occupata Marsala (in arabo Marsa ʿAlī, il porto di ʿAlī o Marsa Allāh, ossia il "porto di Dio") ed entrambi i centri furono fortificati e usati come testa di ponte e base di attracco per le navi.

La spedizione che voleva con ogni probabilità (al di là del leggendario racconto cristiano) effettuare una razzia in profondità dell'isola, non s'illuse di poter superare le formidabili difese di Siracusa, la capitale bizantina dell'isola, ma la sostanziale debolezza bizantina, da poco uscita da un duro conflitto contro l’usurpatore Tommaso lo Slavo, fece prospettare ad Asad la concreta possibilità che l'iniziale intento strategico potesse essere facilmente mutato in una spedizione di vera e propria conquista.

Superato in uno scontro dall'indeterminata ampiezza un non meglio identificato Balatas (Curopalates?), messo in fuga presso Corleone, e superata quindi alla meglio nell'828 un'epidemia, probabilmente di colera, che portò alla morte per dissenteria lo stesso Asad (sostituito da Muhammad b. Abī l-Jawarī per volere degli stessi soldati), i musulmani ottennero rinforzi nell'830, in parte dall'Ifrīqiya (allora impegnata a respingere l'attacco del duca di Lucca, Bonifacio II) e in maggior parte da al-Andalus, mentre in Sicilia giunse un gruppo di mercenari al comando del berbero Asbagh b. Wakīl, detto Farghalūs.

Fu così possibile ai musulmani - che già avevano preso Girgenti (oggi Agrigento, rimasta sempre a stragrande maggioranza berbera) - espugnare nell'agosto-settembre dell'831 Palermo, eletta capitale della Sicilia islamica (Siqilliyya), quindi Messina, Modica e Ragusa, mentre Castrogiovanni (oggi Enna) fu presa solo nell'859. Resisteva Siracusa, sede dello strategos da cui dipendevano tanto il drungariato di Malta quanto le arcontie (ducati) di Calabria, di Otranto e, almeno teoricamente, di Napoli.

Fu necessario più d'un decennio per piegare la resistenza degli abitanti del solo Val di Mazara e ancor più per impadronirsi tra l'841 e l'859 del Val di Noto e del Val Demone. Siracusa, superato il blocco impostale tra l'872 e l'873 da Khafāja b. Sufyān b. Sawādan, cadde il 21 maggio 878, a oltre mezzo secolo dal primo sbarco, al termine d'un implacabile assedio che si concluse col massacro di 5.000 abitanti e con la schiavitù dei sopravvissuti, riscattati solo molti anni più tardi.

L'ultima roccaforte importante della resistenza bizantina a cedere fu Tauromenium (Taormina) il 1° agosto del 902 sotto gli attacchi dell'emiro Ibrāhīm b. Ahmad.

L'ultimo lembo di terra bizantino a resistere ai musulmani fu Rometta che capitolò solo nel 963.

Nel 902 Ibrāhīm II (Abû el’-Abbâs), dismessi i panni da Emiro aghlabide per il veto opposto alla sua nomina dal califfo abbaside di Baghdad, nella sua volontà di prosecuzione del jihad, tentò di risalire l'Italia per poi giungere, si disse con grande fantasia, fino a Costantinopoli. Passò pertanto lo Stretto e percorse in direzione nord la Calabria. Non trovò particolare resistenza ma la sua marcia si arrestò nei dintorni di Cosenza che forse fu la prima città ad opporre una certa resistenza all'invasione. Tuttavia l'arresto avvenne probabilmente più per il disordine con cui le operazioni militari furono svolte e per la carenza di conduzione militare e di concreti risultati. Inoltre Ibrāhīm, colto da dissenteria, spirò in breve tempo e le sue truppe, al limite dello sbando, si ritirarono. Così si concluse la velleitaria conquista della "Terra grande" (al-arḍ al-kabīra).

La Sicilia, con la conquista, rifiorì sia economicamente che culturalmente e godette di un periodo lungo di pace e prosperità. Vennero introdotte tecniche innovative nell'agricoltura, dove, abolita la monocoltura del grano che risaliva al tardo impero, si passò alla varietà delle coltivazioni. Nel commercio l'isola fu inserita in un'estesa rete marittima, divenendo il punto nevralgico degli scambi mediterranei.

I musulmani non cercarono di islamizzare direttamente i Siciliani (anche se indirettamente non mancarono argomenti a favore delle conversioni all'Islam). La parte occidentale si convertì comunque quasi al 50% mentre la parte orientale prevalentemente mantenne la fede cristiana. Generalmente i musulmani si mostrarono tolleranti con i cristiani , ai quali applicavano l'usuale statuto giuridico della dhimma, consentendo comunque loro il culto in forma privata e nelle chiese già esistenti.

Palermo scelta dall'emiro come capitale ebbe un notevole sviluppo urbanistico. Divenne potente e popolosa. Ibn Hawqal, mercante e geografo nel X secolo nel suo Viaggio in Sicilia parla di Palermo come città dalle trecento moschee.

Alcuni personaggi importanti vissuti nell'epoca islamica della Sicilia, si distinsero nelle tecniche, nel diritto, nelle lettere e nelle scienze fra cui Muhammad b. Khurāsān, Ismāʿīl b. Khalaf, Yahyà b. ‘Umar, ʿAbd al-Rahmān b. Hasan, Jaʿfar b. Yūsuf e Ibn al-Khayyāt. Negli studi linguistici si ricorda Mūsà b. Asbagh, Abū ʿAbd Allāh Muhammad al-Kattānī e Saʿīd b. Fatihūn.

La Sicilia fu gestita in piena indipendenza di fatto dal resto del mondo arabo, anche se formalmente non fu contestato mai il vincolo di dipendenza dagli Aghlabidi dapprima e dai Fatimidi poi.

Palermo (Balarm) fu designata capitale in quanto residenza dell'Emiro. Costui era a capo dell'esercito, dell'amministrazione, della giustizia e batteva moneta. È anche assai probabile che a Palermo fosse attivo un ṭirāz, laboratorio in cui le autorità sovrane facevano creare tessuti di grande pregio (spesso concessi in segno di apprezzamento ai propri sudditi per premiarli della loro opera o come dono di Stato nel caso dell'invio o del ricevimento di ambascerie straniere). L'Emiro - che risiedeva nel Palazzo attualmente ospitante la Cappella Palatina (i cui locali inferiori hanno mantenuto visibilmente l'impianto architettonico tipico della cultura aghlabide), nominava i governatori delle città maggiori, i giudici (qādī) più importanti e gli arbitri in grado di dirimere le controversie minori fra privati (hakam).

L'isola venne suddivisa amministrativamente in tre valli: Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.

Dopo l'invasione le etnie più significative presenti erano quella araba, quella berbera e quella persiana, con qualche raro elemento turco di provenienza centro-asiatica. Dal X secolo l'isola fu governata dai Fatimidi che avevano messo fine all'emirato aghlabide in Ifrīqiya ai primi anni del X secolo. Quando questi si spostarono in Egitto, la conduzione dell'isola fu affidata con la più ampia autonomia ai loro fedeli emissari Kalbiti.

Nello scenario di discordie e di instabilità creatosi, i Bizantini tentarono nel 1038 una riconquista con Stefano, fratello dell'imperatore Michele IV il Paflagone, il generale Giorgio Maniace, alcune truppe normanne e da esuli lombardi. La spedizione fu un insuccesso da un punto di vista strategico ma i risultati tattici conseguiti furono di grande importanza. Maniace infatti fu richiamato in patria nel 1040 a causa delle invidie che le sue imprese avevano suscitato e non poté più riprendere in Sicilia le sue azioni militari. Nel suo corpo di spedizione aveva però militato il normanno Guglielmo Braccio di Ferro che, tornato tra i suoi parenti, riferì delle meraviglie dell'isola e della possibilità di farsene un dominio a scapito dei musulmani.

Fu così che nel febbraio 1061 i Normanni di Roberto il Guiscardo e, sul campo, dal fratello Ruggero, della famiglia degli Altavilla, sbarcarono a Calcara per iniziare le operazioni di conquista dell'isola. L'occupazione di Messina avvenne poco dopo e, nonostante l'arrivo di rinforzi dal Maghreb e l'eroica resistenza capeggiata da Ibn ʿAbbād, la superiorità militare normanna a poco a poco s'impose in un'isola ormai preda delle contese tra i piccoli signorotti (qāʾid) musulmani.

Contribuì alla disfatta degli arabi anche la Repubblica Marinara di Pisa, che nel 1063 attaccò il porto di Palermo mettendo in grave difficoltà i musulmani e saccheggiando numerose navi, con un bottino che servirà anche per la costruzione della famosa cattedrale in Piazza dei Miracoli.

La Sicilia diventò normanna al termine di 30 anni di guerra, con la caduta di Noto nel 1091. Palermo cadde nel 1072, dopo un anno d'assedio.

Se nell'oggettistica le tracce musulmane sono numerose e visibili, in architettura invece il periodo islamico non ha lasciato tracce dirette di sé (anche se si discute dell'originalità del Bagno di Cefalà Diana, degli ambienti inferiori della Cappella Palatina, del castello della Cannita e di tratti del complesso di San Giovanni degli Eremiti). Il motivo risiede forse nel fatto che i musulmani in parte si erano limitati a destinare a nuovo uso e a modificare edifici e strutture preesistenti ma, assai più significativa sarebbe stata la volontà di cancellare il ricordo del periodo islamico a guidare l'intento distruttivo delle nuove autorità dell'isola, messo in atto a partire dal periodo angioino. Molte testimonianze artistiche sarebbero state volutamente cancellate, così come avverrà più tardi nella Spagna della Reconquista cristiana. Un'evidente traccia di architettura musulmana in Sicilia rimarrebbe, dunque, nei soli edifici realizzati dai normanni - in tempi alquanto posteriori - ricorrendo a manodopera islamica, fra cui si possono ricordare il Castello della Zisa (dall'arabo ʿAzīza, "Meravigliosa"), il Castello della Cuba (dall'arabo qubba, "cupola") di cui faceva parte la Cubula (la "piccola Cuba") - entrambe collocate in un complesso lacustre artificiale, circondato da un'estesa foresta, cui fu dato il nome di Jannat al-arḍ, "Il giardino - o paradiso - della terra": il Genoardo. Si ricorderanno anche la Cappella Palatina (cioè di Palazzo) e il parco reale della Favara, dall'arabo Fawwāra, "sorgente"). D'altra parte, non si possono non tenere in conto le osservazioni dello storico Peri: "Le spade normanne per quanto affilate e pesanti non valevano a rompere le pietre; e non sembra che i normanni abbiano prediletto distruggere le città occupate con il fuoco, accanimento dal quale comunque le pietre almeno non sarebbero state distrutte né gli edifici sradicati dalle basi". In definitiva, Peri attribuisce l'assenza quasi totale di tracce di un'architettura civile o monumentale in Sicilia dei due secoli di dominazione araba al fatto che i conquistatori berberi importarono sull'isola abitudini abitative tipiche delle coste africane prospicienti: utilizzo del legno per le costruzioni e, soprattutto, trogloditismo, cioè tendenza ad abitare le caverne.

C'è poi da dire che parte dell'architettura dell'epoca fu anche riutilizzata nei secoli successivi ed inserita in altri contesti. Ad esempio nel portico sud della Cattedrale di Palermo si trova ancora una colonna con un'iscrizione araba, probabilmente originale, che riporta il versetto 54 della sura 7 del Corano, detta "del Limbo", che recita "Egli copre il giorno del velo della notte che avida l'insegue; e il sole e la luna e le stelle creò, soggiogate al Suo comando. Non è a Lui che appartengono la creazione e l'Ordine? Sia benedetto Iddio, il Signor del Creato!".

Diverse e numerose tracce invece si notano nella lingua (specie nel lessico legato all'agricoltura e alle scienze idrauliche) e nella toponomastica.

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Source : Wikipedia