Schiavismo

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Tags : schiavismo, criminalità, società

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Schiavismo

Schiavi in catene nell'Africa dell'est

Lo schiavismo è quel sistema sociale ed economico che si avvale della schiavitù. La schiavitù è la condizione per cui un individuo rimane privo di tutti i diritti di persona libera e viene considerato come proprietà di un altro individuo. Storicamente il proprietario di uno schiavo aveva diritto di vita e di morte su di esso e sulla sua famiglia, e aveva diritto a sfruttarne il lavoro senza fornire nessun compenso; spesso il costo per il lavoro degli schiavi era limitato al necessario per la loro sopravvivenza. Uno schiavo poteva nascere in questa condizione, se figlio di schiavi, oppure poteva perdere la libertà in determinate situazioni, le più comuni delle quali erano la cattura in guerra o la schiavitù per debiti, per cui un debitore, se non era in grado di rimborsare il proprio creditore, diventava egli stesso una sua proprietà.

La definizione dello schiavismo comporta innumerevoli problemi: infatti esistono le più svariate forme di transizione tra rapporti di semplice sfruttamento e rapporti di schiavitù vera e propria (un caso classico di forma di transizione, assai diffuso del Medioevo, era ad esempio la servitù della gleba). La complessità del problema rende perciò arduo valutare statisticamente il fenomeno nelle varie società (tra cui quella attuale). Tra le varie e numerose forme di schiavismo moderno, particolarmente vergognosa è la piaga della schiavitù di bambini reclutati a scopi militari o per i lavori forzati nell'agricoltura.

In quanto segue, si ripercorrono alcune tappe storiche del fenomeno, cominciando dall'antichità classica. Secondo la maggior parte delle fonti, il termine schiavo deriva dal termine "slavo", in quanto nel medioevo il commercio di schiavi si riforniva soprattutto nell'europa orientale. (l'etimo è tuttavia contestato). Questo è vero soprattutto nella lingua inglese, dove sia per schiavo che per slavo si usa la stessa parola (slave). Anche in dialetto triestino si usa dire "sciavo" per entrambe le definizioni.

La schiavitù era ampiamente praticata ed accettata nella gran parte delle civiltà antiche, ed era regolata dalle leggi e dalle consuetudini come ogni altra pratica economica. Tra le antiche civiltà, quella romana ha rappresentato il culmine delle società schiaviste, nelle quali il lavoro degli schiavi rappresentava una componente essenziale dell'economia: uno dei più importanti frutti delle guerre di conquista, per i Romani, era l'acquisizione di nuovi schiavi. Anche l'antica Grecia basava gran parte della sua economia sugli schiavi, tanto è vero che ad Atene per lunghi periodi ci sono stati più schiavi che uomini liberi.

La vasta portata del fenomeno economico-sociale spiega come mai sia stato possibile, in antichità, costruire arditi capolavori architettonici che, nonostante la loro semplicità tecnica, oggi stupiscono (oltre che per la loro bellezza) per le loro dimensioni e la loro accuratezza.

Per quanto riguarda la servitù della gleba, che costituiva il principale fenomeno di lavoro forzato dell'epoca storica, va detto che essa non costituisce un fenomeno di schiavitù vera e propria. Comunque si ricorda in questa sede che oltre ai contadini privi di libertà (villani) c'erano degli schiavi (servi, ancillae).

Anche i conventi, ad esempio in Inghilterra si servivano del lavoro degli schiavi. Si tratta, però, di sopravvivenze del sistema antico, a cui la Chiesa, in genere, si opponeva. Alla fine del X secolo la schiavitù era praticamente eliminata in gran parte dell'Europa. Carlo Magno, ad esempio, proibì ai cristiani di utilizzare altri cristiani come schiavi, ma spesso il divieto non veniva osservato.

Nell'Europa medievale in realtà la schiavitù finì anche perché la Chiesa estese a tutti gli schiavi i sacramenti e fece in modo di far proibire la schiavitù per i cristiani e gli ebrei, tanto da ottenere una abolizione totale della schiavitù nelle terre dei re cristiani; non mancavano però provvedimenti dei comuni: si ricordi ad esempio il Liber Paradisus con cui nel 1256 furono liberati a Bologna i servi della gleba e anche gli schiavi al cui traffico i comuni partecipavano.

Se la schiavitù era proibita, questo non valeva per il commercio degli schiavi. Durante tutto il medioevo questo commercio fu fiorente, ed il principale mercato era la città di Verdun, in cui giungevano soprattutto dalla Polonia e venivano inviati via Spagna nei paesi arabi. Non per niente i primi paesi europei a proibire il commercio di schiavi furono Polonia e Lituania nel XVI secolo. I mercanti erano principalmente ebrei (ai cristiani era proibito).

Si osservarono però i primi fenomeni di traffico marittimo di schiavi africani, dato che nei Paesi Islamici la schiavitù allora prosperava . Questa pratica avrebbe avuto maggior espansione in età moderna, dopo le grandi scoperte geografiche. La tendenza di fondo era chiara: la schiavitù non avrebbe più colpito le popolazioni cristiane, ma ne avrebbe colpite altre. Per esempio, nel 1430 gli spagnoli colonizzarono le Isole Canarie ed asservirono la popolazione locale, schiavizzandola. Quando il Papa Eugenio IV venne a conoscenza di quanto accadeva emise una bolla papale contro la schiavitù, la "Sicut dudum" che però fu ignorata dagli spagnoli.

Né in America settentrionale, né in America meridionale fu possibile sfruttare la mano d'opera locale durante il periodo del colonialismo europeo. Gli indios sudamericani non avevano i requisiti fisici necessari per svolgere i lavori più pesanti e non avevano resistito alle epidemie di vaiolo introdotte dagli spagnoli.

I neri d'Africa, per loro natura più resistenti, costituivano da questo punto di vista un'alternativa. Venivano reclutati sul posto, il più delle volte acquistati da mercanti arabi (questo popolo praticava a sua volta lo schiavismo). Il contesto più ampio in cui si introduceva la tratta dei neri era quello del cosiddetto commercio triangolare che, intorno al Seicento, ruotava tra i vari continenti affacciati sull'oceano Atlantico su grandi e moderne navi. Una volta comprati o catturati, gli schiavi neri attraversavano l'oceano verso il continente americano per svolgere poi i lavori forzati (vedi immagine a destra). Frequentemente, gli schiavi erano addetti alle piantagioni di cotone e davano così agli europei la possibilità di esportare il cotone grezzo in Europa; lì, il materiale veniva lavorato e trasformato in stoffe e indumenti. Dall'Europa alcuni prodotti tessili venivano poi esportati, per esser barattati con nuovi schiavi. Scopo dell'immensa rotazione era anche quello di creare ricchezza pagando i mercanti di schiavi africani con merce di poco valore, ma tecnologicamente abbastanza interessante (forbici, bigiotteria, stoffe ecc.).

Questo sistema conosceva una triste e ricca gamma di variazioni (vedi l'immagine a sinistra): ad esempio, dall'Africa gli schiavi raggiungevano i paesi dell'America Latina e lavoravano per l'agricoltura, la quale forniva zucchero da esportare in Nordamerica. Dal Nordamerica, i beni prodotti con queste risorse (ad esempio i liquori come il rum) attraversavano l'Atlantico, venendo trasportati nel nuovo mondo: essi erano destinati ai mercanti di schiavi in Africa o alla vendita in Europa, e così si chiudeva il ciclo. Quest'ultimo aveva una durata annuale. Ogni percorso veniva coperto da navi diverse.

La fonte principale di manodopera era la cosiddetta Costa degli Schiavi, che si estende, a Sud del Sahara. Dal punto di vista sociale, c'è da dire che la detenzione ed il commercio degli schiavi fiorivano anche perché in Africa erano attività legali, e a partire dalla Costa degli schiavi si sviluppava un ricco commercio che esportava manodopera in diverse direzioni. Una parte degli schiavi era infatti destinata al mercato interno africano: soprattutto, era in voga l'esportazione di schiavi destinata ai porti mediterranei dell'Africa del Nord. Il trasporto passava legalmente per il deserto del Sahara formando la cosiddetta tratta orientale. Nonostante il commercio fosse in buona parte legale, la Chiesa Cattolica condannava l'intero commercio costruito dagli europei (che facevano uso della cosiddetta tratta occidentale, cioè quella atlantica) attraverso l'emissione di bolle papali. Si ricordano la Sublimis Deus di Papa Paolo III del 2 giugno 1537 relativa non solo ai nativi americani ma a tutti i popoli, quella di Papa Urbano VIII emessa nel 1639 che riaffermava la precedente bolla di Paolo III, quella di Papa Benedetto XIV la "Immensa Pastorum principis" del 22 dicembre 1741. Si posero in questo modo delle primitive basi a quella che sarebbe diventata una lunga contestazione. In particolare il forte impegno dei Gesuiti contro la schiavitù ne provocò nel 1767 l'espulsione da tutto il Nuovo Mondo anche per aver dato vita ad autonome comunità di nativi molto avanzate.

Il commercio degli schiavi era controllato da compagnie francesi, olandesi tedesche ed inglesi. Fra tutte spiccava la English Royal African Company, che vendeva schiavi alle colonie più disparate. Di questo enorme movimento, la traccia più appariscente rimasta fino al giorno d'oggi è la mescolanza di etnie e lingue sul continente americano.

In America, il sistema dello schiavismo basato sul commercio triangolare poté sopravvivere all'epoca d'oro del colonialismo. Nella tabella sottostante, si noti come il fenomeno dopo il Seicento durò ancora per secoli. L'anno indica l'epoca in cui lo schiavismo fu abolito. Alcuni paesi (Cuba, Canada), non avevano, all'epoca, raggiunto la piena sovranità.

L'abolizione della schiavitù è stato un processo secolare. Sebbene vi siano stati precedentemente episodi di critica della schiavitù e di liberazioni di schiavi, la schiavitù fu messa efficacemente in discussione in Europa nell'alto medioevo dai re cristiani che la proibirono nei propri regni su intervento diretto della Chiesa che estese i sacramenti a tutti gli schiavi, tanto che per la fine del X secolo la schiavitù era sparita dall'Europa. Questo riguarda soprattutto la condizione di schiavitù dei cristiani: Nelle colonie del Nuovo Mondo (le Americhe) la tradizione continuava e fu messa efficacemente in discussione soprattutto dalla corrente di pensiero dell'Illuminismo e di quelle successive.

Oggi la schiavitù è una condizione formalmente illegale praticamente in tutto il mondo, anche in seguito all'adozione presso le Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo,nel 1948, peraltro non completamente applicata in ogni nazione.

Quando, ai tempi dell'Imperialismo ottocentesco, riprese la corsa all'espansione dei paesi europei (soprattutto verso l'Asia e l'Africa), lo schiavismo aveva ormai le gambe tagliate. Verso la metà dell'Ottocento i governi occidentali si erano messi d'accordo di considerare il trasporto di schiavi come atto di pirateria. Si era fra l'altro diffusa la convinzione illuminista che un servo libero potesse in qualche modo portare migliori servizi rispetto ad uno schiavo.

Nonostante gli enormi progressi raggiunti dall'abolizionismo, la condizione di schiavitù viene purtroppo vissuta ancora ai giorni nostri in un gran numero di paesi molto diversi tra di loro, in quanto possono essere paesi sia in via di sviluppo, sia industrializzati. Se da una parte il fenomeno è sulla difensiva, dall'altra è in indiscutibile espansione. Le varie stime sui dati della schiavitù al giorno d'oggi presentano clamorose differenze, dovute presumibilmente alle diverse accezioni del termine di schiavismo: a seconda delle fonti si registrano indicazioni oscillanti tra le decine e le centinaia di milioni di schiavi. L'associazione umanitaria internazionale Terre des hommes (2006) ritiene che a livello mondiale, il numero delle persone schiavizzate sia di dodici milioni. Sta di fatto che il fenomeno della schiavitù in senso stretto è ancora realtà.

La maggior parte dei fenomeni di schiavitù ricorrono oggi, secondo Terre des hommes, nel subcontinente indiano e zone confinanti. Infatti, i governi locali non riescono ad applicare le normative ufficiali, perché in questi paesi esiste ancora la possibilità di nascere schiavi in virtù dei debiti non estinti da parte dei genitori, e successivamente ereditati. Altri specifici fenomeni si riscontrano nel continente africano: ad esempio, la Mauritania ha concluso il processo legislativo di abolizione solo nel 1980, senza che si siano mai spente le contestazioni e le critiche al governo. Gli stessi rappresentanti delle autorità di un paese possono essere interessati ad una sopravvivenza dello stato attuale delle cose. Dato che le normative non vengono ancora applicate, si può parlare di una tolleranza di fatto. In virtù di una certa tradizione storica, per i paesi in via di sviluppo non è del tutto appropriato parlare di schiavismo moderno, ma piuttosto della tenace sopravvivenza di antichi sistemi sociali in lento declino.

Fino ad un certo punto, valgono analoghe considerazioni per lo schiavismo in America Latina. Se da una parte i suoi paesi si avvicinano per certi versi alla cultura occidentale (il Brasile ha abolito lo schiavismo nel 1888, la stessa epoca storica degli Stati Uniti), dall'altra le vaste zone delle foreste tropicali sono ben lontane dal pieno controllo da parte dello stato. Su questo argomento intervenne anche il Papa Pio X con l'enciclica "Lacrimabili Statu" del 7 giugno 1912.

Come visto, in Europa scomparve la schiavitù nel X secolo mentre nel resto del mondo a partire dall'epoca dell'Illuminismo si è potuto parlare di una sparizione graduale del fenomeno. Dalla fine dell'ultimo millennio, tuttavia, si assiste ad un inaspettato e consistente ritorno dello schiavismo, benché esso assuma oggi delle peculiarità proprie (come del resto in tutti i paesi e tutte le epoche). In particolare nel mondo islamico nei riguardi della schiavitù è presente una barriera invalicabile di tipo filosofico e teologico data dal fatto che il profeta Maometto comprava, vendeva, catturava e possedeva schiavi, pertanto non è possibile mettere in dubbio la moralità dell'istituzione stessa, inoltre alcuni passi del Corano ne parlano dando indicazioni di comportamento del credente verso i propri schiavi. Ciò nonostante oggi la maggior parte delle scuole islamiche oggi considerano la condizione di schiavo non concorde coi principi islamici di giustizia e ugualianza, per questo in molte nazioni dove tale religione è preponderante la schiavitù è praticamente inesistente. L'eccezione più notevole è costituita dalla scuola wahhabita che è preponderante in Arabia Saudita.

Similmente a quanto si è potuto osservare nel corso della storia, lo schiavismo colpisce spesso etnie di paesi stranieri, che per una ragione o l'altra si trovano in un ruolo subalterno o in posizione svantaggiata. Si nota ad esempio tra gli immigrati provenienti dall'Est Europa e da altri continenti non si trovano più solo persone motivate dal bisogno di sicurezza o di sostentamento personale: spesso infatti gli emigranti lasciano il paese contro la propria volontà; altre volte si tratta di persone che sono state convinte a partire con promesse ingannevoli. In questi casi, non è esagerato scomodare il termine di tratta di schiavi verso i paesi occidentali (vedi nota sulla legislazione alla fine di questo capitolo). In Italia, i settori economici dove il fenomeno dello schiavismo è più frequente sono forse la prostituzione e l'agricoltura. Nel primo caso, è tipico dello schiavismo tradizionale il frequente ricorso alla somministrazione di droghe per tenere sotto controllo la vittima. Nel secondo caso, in casi sporadici è stato denunciata la presenza di una sorveglianza armata che impedisca la fuga delle vittime.

Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici. Secondo l'insigne studioso Bales Kevin, l'espansione di nuove forme di schiavismo, che spesso riguardano anche le società occidentali, sarebbero il rapido incremento della popolazione mondiale e la mal gestione (spesso da parte dei governi di paesi poveri) delle nuove sfide cui deve andare incontro la politica. Tra queste, la globalizzazione ha senza dubbio un posto di primo piano. La cattiva gestione avrebbe favorito, infine, la formazione ed il consolidarsi di nuovi gruppi di élite interessati a sfruttare il mutamento sociale ed economico in corso.

In Italia, il legislatore è intervenuto in favore delle vittime. Fra i provvedimenti iniziati, si ricorda la Legge 11 agosto 2003, n. 228, "Misure contro la tratta di persone".

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Schiavismo azteco

Schiavo punito che indossa un collare in legno

Nella struttura della società azteca anche gli schiavi, o tlacotin (diversi dai prigionieri di guerra), costituivano un'importante classe sociale.

Il concetto azteco di schiavismo era molto differente da quello che gli europei del tempo tentavano di stabilire nelle loro colonie, anche se aveva molti tratti in comune con quello dell'antichità classica greca e romana. Per prima cosa lo status di schiavo era personale, non ereditario, per cui il figlio di uno schiavo era libero. Uno schiavo poteva possedere beni e terreni, ed anche altri schiavi sotto di lui. Gli schiavi avevano il diritto di comprare la propria libertà, e potevano diventare liberi dimostrando di essere stati maltrattati, o che un proprio figlio aveva sposato un figlio del padrone.

Solitamente, alla morte del padrone, gli schiavi che avevano servito in modo esemplare venivano liberati. Il resto degli schiavi passava di padre in figlio come parte dell'eredità.

Un altro metodo per riacquistare la libertà viene descritto da Manuel Orozco y Berra in La civilización azteca (1860): se, al tianquiztli (piazza del mercato; la parola e' sopravvissuta nell'odierno spagnolo "tianguis"), uno schiavo riusciva a scappare dal controllo del padrone, correre fuori dalle mura del mercato e pestare con un piede un escremento umano, e poi presentare il proprio caso ad un giudice, gli sarebbe stata concessa la libertà. Sarebbero quindi stati lavati, gli sarebbero stati forniti nuovi abiti non di proprietà del padrone, ed erano dichiarati liberi. Le persone non imparentate col padrone potevano essere dichiarate schiave per aver provato ad evitare la fuga di uno schiavo, ed e' per questo motivo che solitamente nessuno aiutava il padrone a riacciuffare il fuggitivo.

Orozco y Berra dice anche che un padrone non poteva vendere uno schiavo senza il suo consenso, a meno che lo schiavo fosse classificato come "incorreggibile" da un'autorità. Gli schiavi incorreggibili dovevano indossare un collare in legno, attaccato tramite anelli alla schiena. Il collare non era solo un simbolo di cattiva condotta, ma era stato progettato per rendere più difficoltosa la fuga nei vicoli stretti.

Nel comprare uno schiavo col collare, l'acquirente veniva informato su quante volte era già stato venduto. Uno schiavo venduto quattro volte come incorreggibile poteva essere poi venduto per essere sacrificato; questo genere di schiavi dava il diritto ad un premio in denaro.

Se uno schiavo col collare riusciva a presentarsi nel tempio reale o in tempio si guadagnava la libertà.

Un azteco poteva diventare schiavo come pena per qualche reato. Un assassino condannato a morte poteva, dietro richiesta della moglie della vittima, diventare suo schiavo. Un padre aveva il diritto di vendere i figli come schiavi se costoro venivano dichiarati incorreggibili da un'autorità. Anche coloro che non pagavano i propri debiti potevano diventare schiavi.

Volendo, chiunque poteva vendersi come schiavo ad un altro. Essi potevano restare liberi ancora per un po' per gustarsi la propria libertà, solitamente per un anno, dopodiché si presentavano al nuovo padrone. Questo era solitamente il destino di giocatori d'azzardo e delle vecchie ahuini (cortigiane o prostitute).

Motolinía dice che alcuni prigionieri, future vittime di sacrifici, venivano trattati da schiavi con tutti i diritti di uno schiavo azteco fino al momento del sacrificio, ma non e' chiaro se questi diritti comprendessero la possibilità di scappare.

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Schiavismo in Africa

Trasporto di schiavi in Africa, da una incisione del XIX secolo

Lo schiavismo in Africa è un fenomeno le cui origini risalgono all'antichità e che durò fino alla fine del XIX. Allo schiavismo autoctono diffuso nelle antiche civiltà africane come l'Impero di Songhai si aggiunse in un secondo tempo la pratica di catturare schiave nell'Africa subsahariana per venderli altrove. Questo commercio avvenne storicamente lungo diverse direttrici: prima attraverso il Sahara verso il Nordafrica, poi dalle coste africane sull'Oceano Indiano verso i paesi arabi e l'oriente, e infine verso le colonie europee nelle Americhe. Nelle sue diverse forme, il commercio di schiavi rimase sempre un'attività estremamente redditizia, e influenzò la storia di molti popoli africani e delle loro reciproche relazioni. Per la maggior parte dei paesi africani, l'abolizione dello schiavismo, e quindi (teoricamente) la fine della tratta degli schiavi avvenne nell'epoca immediatamente precedente la spartizione coloniale del continente.

Lo schiavismo è stato parte di quasi tutte le culture dell'antichità, incluse quelle africane. Questa pratica era considerata assolutamente normale, e spesso è difficile stabilire con precisione il confine fra lo schiavismo - inteso in senso moderno - e altre forme di asservimento. Nella maggioranza delle culture africane degli ultimi due millenni, c'è spesso ben poca differenza fra diritti, doveri e stile di vita di persone libere e schiavi. In alcuni casi, la condizione di schiavitù era temporanea e uno schiavo aveva la possibilità di guadagnare dal proprio lavoro e di accumulare proprietà.

Fra il XIV e il XX secolo, per esempio, quasi un terzo della popolazione del Senegambia viveva in schiavitù. Lo stesso accadeva negli imperi del Ghana, Mali, Bamana e Songhai. Metà della popolazione della Sierra Leone del XIX secolo era formata da schiavi. Simili percentuali si riscontravano tra i duala (Camerun), gli igbo (Nigeria), nei regni del Congo e in vari regni angolani. Tra il 1750 e il 1900, due terzi della popolazione fulani era formata da schiavi. Così come alte erano le percentuali di schiavi tra gli swahili e le varie etnie malgasce.

Nel regno Songhai non vi era una differenza pratica tra schiavi e contadini vassalli. Queste due categorie erano impiegate per i lavori agricoli a favore della classe dominante. Ambedue potevano avere proprietà private e accedere a un buon livello di vita e, in certi casi, comperare la libertà. Il matrimonio tra caste diverse era accettato e i nobili potevano prendere in moglie una donna della classe vassalla..

In Etiopia, gli schiavi erano solitamente impiegati nelle case, per i lavori domestici, e non nei processi produttivi. Erano considerati come membri della famiglia, sebbene di un grado diverso dai familiari. Dalla famiglia che li possedeva ricevevano cibo, vestiario e protezione. Le schiave avevano anche il ruolo di concubine. Gli schiavi potevano girare indisturbati e avere un proprio commercio. L'imperatore Tewodros II (1855-1868) sancì la fine dello schiavismo all'interno dell'impero, anche se di fatto la pratica rimase legale sino al 1923, quando l'Etiopia venne accolta dalla Lega delle Nazioni. Secondo le stime della Società contro lo schiavismo britannica, vi erano allora due milioni di schiavi su una popolazione stimata di otto milioni di persone. Le forze di occupazione coloniale ordinarono la fine della schiavitù in tutto il paese.

Sotto la pressione delle forze Alleate, che avevano contribuito alla sconfitta degli italiani, nel 1942 l'Etiopia soppresse definitivamente sia la pratica della schiavitù e dei servi della gleba nello steso anno, con una legge proclamata dall'imperatore Haile Selassie il 26 agosto.

Le popolazioni bantu presenti in Somalia non sono auoctone: discendono dagli schiavi provenienti dal centro e sud Africa deportati nel Corno d'Africa nel XIX secolo. Oggi in Somalia si contano circa 700.000 bantu su una popolazione di 11 milioni di abitanti, principalmente dediti allo stile di vita che avevano nelle loro zone di origini, sedentario e agricolo. Persistono forme di discriminazione nei loro confronti. Durante l'ultima guerra civile, molti bantu sono stati espulsi dalle loro terre, soprattutto nella regione del basso Juba.

Lo schiavismo nel Nordafrica non ha mai cessato di esistere. Schiavi dalle regioni a sud del Sahara hanno continuato ad essere venduti nei mercati nordafricani già da prima delle invasioni arabe del VII secolo. In questo periodo, fra gli schiavi si trovavano anche europei catturati durante gli attacchi ai porti di città italiane, spagnole e portoghesi, venduti nei mercati dell'Impero Bizantino e nei paesi islamici. La tratta degli schiavi provenienti dall'Europa era di tale portata che la Chiesa vietò a più riprese la vendita di cristiani ai mercanti islamici. In particolare si voleva osteggiare la tratta che portava gli schiavi dal centro europa all'Andalusia, dove spesso erano acquistati da mercanti nordafricani. La tratta di popolazioni slave era di tale portata che la parola schiavo in inglese e altre lingue deriva proprio da "slavo". I mamelucchi – termine che vuol dire anche "mercenario" – erano soldati schiavi che si erano convertiti all'Islam e servivano nelle armate dei vari califfi e sultani durante tutto il medioevo. Molti di essi erano di origine slava.

La società saharawi-moresca del nordovest è sempre stata stratificata. Tra le varie caste, quella degli harratin è la più bassa. Formata da neri-africani, questa casta è sempre stata considerata di schiavi. Nonostante le varie leggi contro lo schiavismo promulgate dai governi Mauritani sin dall'indipendenza, gli harratin sono ancora oggi considerati e trattati come schiavi.

La forma più antica di tratta degli schiavi in Africa avveniva lungo le rotte trans-sahariane. Schiavi neri venivano catturati nell'Africa subsahariana e trasportati a nord attraverso il deserto. Sebbene le origini di questa pratica siano estremamente antiche, solo a partire dal X secolo, con l'introduzione dei dromedari dall'Arabia, essa assunse le connotazioni di una vera e propria rete commerciale. È estremamente difficile valutare l'entità precisa di questo commercio, ma secondo alcune stime gli schiavi deportati a nord attraverso il Sahara furono almeno 6000 o 7000 all'anno, per un totale da 700.000 a 1.000.000 di schiavi fra il X e l'XI secolo (senza contare coloro che persero la vita durante la traversata).

Gli schiavi venduti sui mercati locali del Maghreb erano normalmente assimilati nella famiglia che li acquisiva. Alcuni venivano destinati al servizio militare. Le donne venivano destinate agli harem o usate come schiave sessuali o addette al servizio delle concubine. Molti degli schiavi maschi venivano evirati e poi destinati al servizio negli harem come eunuchi.

Ci si può fare un'idea della vastità della tratta sahariana dalla storia del sultano marocchino Moulay Ismail detto "il sanguinario" (1672-1727), che aveva ai suoi comandi un'armata di 150.000 schiavi neri chiamata la Guardia Nera, la cui fedeltà permise al sultano di sottomettere tutto il paese.

Fra il IX e il X secolo, con la caduta dei regni cristiani della Nubia e l'acquisizione del controllo delle rette dell'Oceano Indiano, gli arabi furono in condizione di dare vita a un fiorente commercio di schiavi dall'Africa attraverso l'Oceano Indiano, verso il Vicino Oriente e l'India. In questo caso, gli schiavi provenivano principalmente dalla costa occidentale dell'Africa.

All'inizio, la tratta interessava qualche migliaio di schiavi all'anno. All'aumentare della capacità e della velocità delle navi utilizzate per il commercio degli schiavi, e della richiesta di manodopera proveniente dalle piantagioni in oriente, il numero di vittime degli schiavisti aumentò proporzionalmente, fino a diverse decine di migliaia all'anno. Almeno 40.000 schiavi all'anno passavano per i porti controllati dal sultano dell'Oman, che controllava tutta la costa swahili, con un picco di 50.000 schiavi all'anno nel solo mercato di Zanzibar nel XIX secolo. Forse altrettanti lasciarono la regione attraverso porti minori nel Corno d'Africa e nel nord del Mozambico.

Alcuni mercanti riuscirono ad accumulare ricchezze enormi; lo schiavista zanzibari Tippu Tip, per esempio, alla sua morte era uno dei possidenti più ricchi di Zanzibar, con sette piantagioni e oltre diecimila schiavi alle sue dipendenze.

Sebbene non esistano documenti che permettano una stima accurata, si ritiene che almeno 17 milioni di schiavi abbiano attraversato il Mar Rosso, l'Oceano Indiano e il deserto del Sahara tra il 650 e il 1900.

Partita molto più tardi della tratta trans-sahariana e di quella orientale, grosso modo nel XVI secolo la tratta atlantica fu più breve, ma altrettanto violenta. In questo caso, la richiesta di schiavi era generata dalle colonie delle potenze europee nel Nuovo Mondo. La prima nazione europea a dedicarsi attivamente al commercio di schiavi fu il Portogallo, che aveva porti nell'Africa occidentale e colonie in Sudamerica e Centroamerica.

Dapprima, gli schiavi catturati nel continente erano destinati soprattutto alle piantagioni di canna da zucchero di Sao Tomé e Principe, e in seguito a Capo Verde. La tratta verso i Caraibi iniziò nei primi anni del XVI secolo. Anche gli Spagnoli ricorsero a schiavi africani perché la popolazione locale era stata decimata da violenze e malattie.

Nel 1452, Papa Nicola V con la bolla Dum Diversas dà il diritto al re del Portogallo Alfonso V di ridurre in schiavitù qualsiasi "saraceno, pagano o senza fede". Questo documento pontificio, e altri di simile tenore, venne usato per giustificare lo schiavismo. I paesi di tradizione protestante non ricorsero invece ad alcuna giustificazione per partecipare a questo lucroso commercio. Con lo sfruttamento economico del Brasile in forte crescita, i portoghesi avevano bisogno di lavoratori a buon mercato sia per il settore agricolo che per quello minerario. Si aprì poi il mercato nordamericano. Gli inglesi presero presto il sopravvento e giunsero quasi ad avere il monopolio della tratta atlantica.

La tratta ebbe il proprio picco nel XIX secolo. Il golfo del Benin, da cui prendevano il mare la maggior parte delle navi dei negrieri, divenne noto come "la costa degli schiavi". Dalla tratta atlantica furono però interessati anche alcuni paesi non collocati sulla costa occidentale dell'Africa, come il Mozambico e il Sudafrica. Un numero impressionante di schiavi (stimato a circa il 30% del totale) moriva lungo il tragitto verso il Nuovo Mondo. Durante il viaggio per mare, erano gli stessi mercanti di schiavi a sopprimere i malati e i più deboli.

I mercanti di schiavi lungo le tre maggiori direttive della tratta (settentrionale, orientale e atlantica) operarono spesso in collaborazione con i regni locali, sfruttando ed enfatizzando sistemi schiavistici preesistenti. Soprattutto all'inizio, gli schiavi venduti dai regni africani erano principalmente criminali, debitori o prigionieri di guerra. I re del Dahomey, per esempio, entrarono nel commercio degli schiavi iniziando vendendo i prigionieri di guerra (che in precedenza venivano giustiziati nella cerimonia nota come Tradizione Annuale). I regni africani mantennero in gran parte dell'Africa questo ruolo di intermediari. Spesso la caccia agli schiavi era severamente vietata ai mercanti che ne avrebbero curato il trasporto verso i mercati della costa o oltremare: nessun capo locale vedeva di buon occhio un'armata straniera sul proprio territorio.

Altri regni africani che trassero grandi benefici dalla tratta degli schiavi vi furono quello Oyo (yoruba), Congo, Benin, Bambara, Khasso, Fouta Djallon e Kaabu.

L'accresciuta importanza economica del traffico degli schiavi fece sì che non fosse più sufficiente vendere criminali o prigionieri di guerra occasionali. Alcuni regni (per esempio Bambara e Khasso) arrivarono a intraprendere guerre appositamente per fare prigionieri da vendere agli europei. La penetrazione della logica dello schiavismo nelle culture dell'Africa occidentale è ben esemplificata dalla reazione del re di Bonny (Nigeria) alla notizia che il Parlamento britannico aveva reso illegale la tratta (nel 1807): egli sostenne che la tratta era prevista dai profeti e dai sacerdoti, e in ultima analisi voluta da Dio.

La cifra totale di schiavi che hanno lasciato il continente lungo i secoli è incerta. Non esistono documenti completi. Qualunque sia la stima, è certamente vero che l'Africa ha perso milioni di persone, solitamente le più giovani e forti e che interi sistemi economico-sociali sono stati distrutti dalle razzie e dalle loro conseguenze.

Nessuno studioso mette in discussione che la tratta degli schiavi abbia pesato in modo negativo sullo sviluppo del continente, ma non c'è unanimità sulla portata reale degli effetti di questo fenomeno. Nelle regioni africane interessate dalla tratta atlantica – quelle dell'Africa occidentale, ma anche Mozambico, Sudafrica, e Angola - intere società furono distrutte, mentre altre ottenevano per contro grandissimi benefici sul piano economico. Basil Davidson, uno storico le cui opere hanno spesso toni anti-colonialisti, sostiene che vaste aree dell'Africa occidentale conobbero un periodo di rapido sviluppo nel periodo della tratta atlantica. È stato osservato che alla fine del XIX secolo, per esempio, la Guinea giunse ad avere introiti annui per un totale di 3,5 milioni di sterline, ovvero un quarto degli introiti del Regno Unito, che allora era la principale potenza economica mondiale.

Il traffico trans-sahariano e quello lungo la tratta orientale furono più limitati in termini numerici, ma altrettanto drammatici sul piano umano. I missionari cattolici che si spinsero nell'entroterra lungo il Nilo dichiararono che molte zone erano disabitate perché l'intera popolazione era stata decimata dalle razzie degli schiavisti.

La tratta ebbe un grande impatto economico nel mondo occidentale. Gli schiavi permisero lo sviluppo di vaste aree agricole nelle Americhe e lo sfruttamento di miniere a ritmi che sarebbero stati altrimenti impossibili. A loro volta, queste attività permisero l'accumulo dei capitali necessari alla rapida industrializzazione del continente. Pur osteggiato da diverse parti per motivi etici, lo schiavismo rimase in vigore fino a quando i vantaggi economici che esso comportava non furono messi in discussione da considerazioni di carattere politico. In particolare, è stato osservato che il Regno Unito, che diede inizio al processo di abolizione dello schiavismo in tutto il mondo occidentale, utilizzava gli schiavi molto meno dei propri avversari politici (per esempio la Francia, ma anche gli Stati Uniti d'America) e attraverso la guerra contro lo schiavismo giunse a espandere considerevolmente la propria area di influenza in Africa. Simili considerazioni permisero la vittoria degli abolizionisti in Francia.

Uno dei risultati della Rivoluzione Francese è stata la crescita della sensibilità ai diritti umani. La Francia, non a caso, fu la prima nazione europea ad abolire la schiavitù nel 1794 – Napoleone la ri-legalizzò nel 1802, e venne poi abolita definitivamente nel 1848. Nel 1807 gli inglesi seguirono l’esempio d’oltremanica dichiarando illegale la tratta e scegliendo pene severe per chi venisse trovato a far mercato di schiavi. Nel 1833, il Regno Unito scelse di abolire la schiavitù in tutti i territori sottomessi alla corona inglese. Tutti i paesi europei seguirono questi esempi. Persino negli Stati Uniti si ebbe l’abolizione della schiavitù nel 1820, con una legge che equiparava il commercio di schiavi alla pirateria, crimine punibile con la pena di morte. La marina britannica venne quindi incaricata di fermare qualsiasi nave che trasportasse schiavi e di liberarli. Il “West Africa Squadron” – Squadrone dell’Africa Occidentale – riuscì a intercettare 1.600 navi di schiavisti e a liberare 150.000 schiavi tra il 1808 e il 1860. Solo il Portogallo continuò per qualche tempo a commerciare schiavi dal Mozambico al Brasile. Per il 1850 la tratta atlantica era terminata. Diverso il discorso per la tratta controllata dai paesi islamici. La tratta non solo continuò, ma ebbe un incremento vista la nuova disponibilità di schiavi. Ancora una volta furono gli inglesi, con la loro marina, a contrastare la tratta sull’oceano Indiano. La marina poco poté nel caso della tratta via terra, e fu poco efficace contro le piccole imbarcazioni – dhow - usate dai mercanti arabi. Queste imbarcazioni permettevano il trasporto di piccoli gruppi di schiavi con rotte costiere, e potevano facilmente sfuggire al controllo di navi d’alto mare. Il porto di Aden rimase un centro di smistamento di schiavi fino all’inizio del XX secolo. Ci sono arie testimonianze di visitatori in Yemen che suggeriscono che il commercio di schiavi sia continuato sino ai primi anni 1960. All’interno del continente, la schiavitù non è mai realmente sparita. Abolita in quasi tutti i paesi, lo schiavismo persiste in Mauritania, Ciad, Sudan, Niger. In Mauritania almeno 600.000 persone – 20% della popolazione – vivono in schiavitù. In Niger la schiavitù è stata abolita nel 2003, ma ancora oggi l’8% della popolazione vive in schiavitù. Nuove forme di schiavitù sono apparse engli ultimi anni, specie nei paesi colpiti da guerre civili: Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, Mozambico. Donne e bambini, ma in alcuni casi anche uomini adulti, sono stati usati per attività logistiche dei vari eserciti e milizie contro la loro volontà. In altri casi, uomini e bambini sono stati usati – e lo sono ancora – per attività minerarie. Soprattutto quelle legate ai diamanti e altre pietre preziose. Inoltre, milioni di africani vivono in situazioni umane che potrebbero essere considerate di schiavitù. Come altro si potrebbe definire la vita degli abitanti delle baraccopoli che non godono di alcun servizio, guadagnano in media un dollaro al giorno e vivono in zone urbane che hanno costi di vita poco inferiori a quelli europei.

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Know Nothing

Il movimento Know Nothing era un movimento xenofobo ("nativista") americano degli anni cinquanta del secolo XIX. Traeva forza dalle paure popolari che il paese potesse essere sopraffatto dall'immigrazione massiccia dei cattolici irlandesi, ritenuti ostili ai valori americani e controllati dal papa. Attivo soprattutto a partire dal 1854–56, era fortemente contrario all'immigrazione e alla naturalizzazione, ma i suoi esordi ebbero scarso successo. Ebbe pochi leader carismatici e il suo bacino composto soprattutto dalla classe media protestante non aveva una posizione comune sul tema dell'abolizione dello schiavismo.

Il movimento era nato a New York nel 1843 con il nome di American Republican Party. Si diffuse in altri stati con il nome di Native American Party e divenne un partito politico nazionale nel 1845. Nel 1855 assunse il nome di American Party. L'origine del termine "Know Nothing" è da ricercare nell'organizzazione semisegreta del partito. Quando a un membro fosse chiesto delle sue attività, avrebbe dovuto rispondere "I know nothing." (Non so nulla).

L'immigrazione massiccia di cattolici irlandesi e tedeschi verso gli Stati Uniti nel periodo fra il 1830 e 1860 rese le differenze religiose fra cattolici e protestanti un tema di rilevanza politica. Le tensioni riecheggiavano i conflitti europei fra cattolici e protestanti. Le elezioni furono occasionalmente accompagnate da episodi violenti.

Sebbene i cattolici asserissero di essere politicamente indipendenti dal clero, i protestanti accusavano papa Pio IX di aver posto fine alla Repubblica Romana e di essere un nemico della libertà, della democrazia e del protestantesimo. Questi rilievi fomentarono teorie cospirative che attribuivano a Pio IX il disegno di soggiogare gli Stati Uniti mediante un'immigrazione continua di cattolici controllati da vescovi irlandesi obbedienti e personalmente selezionati dal Pontefice. Nel 1849, una società segreta sotto il vincolo del giuramento, l'Order of the Star Spangled Banner, fu fondata da Charles Allen a New York. Costituì il nucleo dell'American Party.

La paura dell'immigrazione cattolica tolse la fiducia nel partito democratico, fra i cui membri più influenti molti erano i cattolici di origini irlandesi. Gli attivisti si riunirono in gruppi segreti, per far convergere i propri voti verso cadidati favorevoli alla loro causa. Il movimento vinse le elezioni in grandi città da Chicago a Boston nel 1855 e ottenne in Massachusetts la maggioranza e il governatorato.

Negli anni '50 del secolo XIX riportò altri successi a Filadelfia, Washington (distretto di Columbia), New York, in Maine, in Indiana, in Pennsylvania e in California, facendo eleggere politici segretamente affiliati al movimento.

Nel 1854, membri dell'American Party rubarono e distrussero il blocco di granito donato da Pio IX per il monumento a Washington.

In California nel 1854 Sam Roberts fondò una succursale del Know Nothing a San Francisco, in opposizione all'immigrazione cinese e cilena, oltre che irlandese.

Il partito ebbe un rapido declino nel Nord nel 1855–56. Alle elezioni presidenziali del 1856 si presentò spaccato sul tema dell'abolizione dello schiavismo. Una fazione sosteneva il candidato Millard Fillmore e il candidato alla vicepresidenza Andrew Jackson Donelson. Fillmore tuttavia non ebbe in Pennsylvania i voti sufficienti per bloccare la corsa alla presidenza del democratico James Buchanan. La maggioranza degli abolizionisti si schierò con il Partito repubblicano, mentre l'ala favorevole allo schiavismo si riversò nell'American Party e rimase forte in qualche stato del sud a livello locale e statale.

Alcuni storici ritengono che il Know Nothing fosse fondamentalmente differente tra Nord e Sud, dove era ispirato meno dal nativismo o dall'anticattolicismo e più dall'unionismo conservatore.

Parties (1973), I, 575–620.

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Source : Wikipedia