Sarno

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Tags : sarno, campania, italia

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Sarno

Sarno è un comune di circa 31mila abitanti della provincia di Salerno. Trae il nome dall'omonimo fiume Sarno e fa parte geograficamente dell'Agro Nocerino Sarnese. La sua economia si basa principalmente sulla produzione agricola e sull'industria conserviera, in particolare di pomodori (famoso il pomodoro San Marzano DOP) e olive. Il 5 maggio 1998 il comune fu colpito, insieme con i vicini centri di Quindici, Siano e Bracigliano, da un gravissimo fenomeno franoso, composto da colate rapide di fango, che interessò la metà del territorio e che distrusse molte abitazioni facendo 137 vittime nella sola Sarno.

Il territorio di Sarno fu abitato a partire dall'epoca neolitica e fu sede probabilmente di diversi insediamenti indigeni (Osci e Sanniti, a partire dal IX secolo a.C. e che perdurò in epoca romana fino all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.

Nell'VIII secolo il primo nucleo dell'attuale città di Sarno sorse ai piedi del castello fondato dal duca longobardo di Benevento. Nel 970 il precedente gastaldato fu eretto a contea e, tra X e XI secolo divenne sede vescovile.

Sarno seguì le sorti del Regno di Napoli, passato dai Normanni agli Svevi, sotto i quali il feudo fu in possesso della famiglia d'Aquino.

Durante il dominio angioino la contea fece parte dei domini della corona e alla fine del XIV secolo fu affidata ai Brunnfort. Agli inizi del secolo successivo passò agli Orsini di Nola e alla fine del secolo a Francesco Coppola, che prese parte alla congiura dei baroni. Nel XVI secolo fu in possesso dei Tuttavilla, passando poi ai Colonna, ai Barberini. Questi ultimi conti feudatari vendettero il loro feudo nel 1690 al principe Giuseppe II de' Medici di Ottaviano e quindi il territorio sarnese entrò nell'orbita di quella città e di quella casata medicea, sotto cui divenne ducato, fino all'abolizione del feudalesimo nel 1810.

Sarno ha due frazioni, Episcopio, a Nord, sul monte Saro, e Lavorate, a sudest. Nelle due frazioni ci sono anche uffici comunali distaccati e uffici postali. Entro il territorio sarnese, inoltre, si distinguono varie località: Foce (la parte più occidentale, dove nasce uno dei rami del fiume Sarno: la zona prende il nome da faux, bocca), Quattrofuni (nei pressi di Lavorate), Serrazzeta (che prende il nome probabilmente da Sarrastes, l'antica popolazione che abitava il territorio), San Matteo-Terravecchia (sul colle Saretto), Masseria della Corte, San Vito, Sant'Eramo (queste ultime due sul monte Saro, nella parte nordorientale del territorio).

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Storia di Sarno

Stemma della famiglia Altavilla

La città di Sarno nacque da un castello longobardo costruito dal duca di Benevento nell'VIII secolo, e fu prima gastaldato, poi contea e infine ducato. Il territorio comunale presenta tuttavia tracce di insediamenti dal neolitico all'epoca romana, abbandonati probabilmente in seguito alla disastrosa eruzione del Vesuvio che aveva distrutto Pompei nel 79 d.C.

Le fonti antiche (Polibio, Strabone e Conone) riferiscono il primo insediamento nella valle del Sarno ai mitici Pelasgi, originari del Peloponneso, che avrebbero dato il nome al fiume, riprendendolo dal fiume "Saron" della loro terra di origine. I Pelasgi stanziati nella valle avrebbero preso il nome di Sarrasti e avrebbero in seguito fondato la città di Nocera. La fondazione leggendaria della città di Sarno viene attribuita al 1503 a.C., ossia 294 anni prima della caduta di Troia e ben 750 anni prima della fondazione di Roma.

Nel VII libro dell'Eneide di Virgilio, nel quale si racconta della guerra fra Enea e Turno, tra gli eroi e i popoli che si erano uniti ai Rutuli viene citato Ebalo, re di molte genti, tra cui "Sarrastes populos et quae rigat aequora Sarnus" ("i Sarrasti e delle genti che Sarno irriga").

Presso le sorgenti dei torrenti che danno origine al fiume Sarno, esistono tracce riferibili ad un villaggio neolitico, datato alla metà del IV millennio a.C., abbandonato nella prima età del bronzo (inizi del II millennio a.C. e di una frequentazione nel XIV secolo a.C..

Nel IX secolo a.C. una serie di necropoli attestano la presenza di diversi insediamenti lungo la via naturale di comunicazione tra i territori nolano e nocerino. Le popolazioni locali entrarono quindi a contatto con i coloni greci e con gli Etruschi e sembra che il nome Sarno sia un termine etrusco, con il significato di "fiume dalle molte sorgenti". Nel VI secolo a.C. il popolamento della valle diminuì, probabilmente per l'attrazione esercitata dalle civilizzate città sorte verso la costa, tra cui Nocera e Pompei.

La valle fu tuttavia ancora abitata da Osci e Sanniti ed esistono indizi dell'esistenza di un centro indigeno e di un santuario, forse identificabile con l'antica "Urbula". L'antico culto delle sorgenti si sviluppò nel culto del dio Sarno, raffigurato su monete degli inizi del III secolo a.C. (con la legenda "Sarnsneis").

Le genti del Sarno sono citate tra i partecipanti alla battaglia di Canne del 216 a.C., durante la seconda guerra punica, come alleati dei Romani contro i Cartaginesi. La notizia è riportata da Silio Italico nell'VIII libro del De bello punico ("Sarrastes etiam populos, totasque videres Sarni miti opes", ovvero "e inoltre si mostrarono i popoli sarrasti, armi del mite Sarno").

Al II secolo a.C. risalgono i resti di un teatro, scoperto sempre in prossimità delle sorgenti, indizio della presenza di un piccolo centro, forse identificabile con il sito di "ad Teglanum", citato sulla Tabula Peutingeriana.

Alla metà del I secolo d.C. si riferiscono i resti di un acquedotto, che captava le sorgenti del fiume Serino per portare l'acqua al porto di Miseno, dove era stanziata la flotta imperiale. Dai resti dell'acquedotto ha preso il nome la località di "Mura d'Arce".

La catastrofica eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che distrusse Pompei, portò anche all'abbandono di parte della valle.

Per tutto il medioevo, il fiume Sarno assunse il nome di "Dragone", con numerose varianti e storpiature, dovuto probabilmente all'andamento serpeggiante delle sue acque. Nel 553 d.C. sulle rive del fiume, chiamato dallo storico bizantino Procopio "Draconteo", il generale Narsete sconfisse definitivamente i Goti e ne uccise l'ultimo re, Teia ponendo fine alla guerra greco-gotica.

Nel 601 il duca longobardo di Benevento, Arechi, si spinse fino a Sarno per imporre il proprio dominio e i primi nuclei di Longobardi si stanziarono nella valle. Nella seconda metà dell'VIII secolo venne costruito il castello di Sarno, sulle pendici del monte Saretto. Sotto il castello nacque un centro abitato, oggi conosciuto come "Terravecchia"-"Borgo San Matteo", che costituì il primo nucleo della città di Sarno. La città adottò come patrono san Michele Arcangelo, protettore dei Longobardi.

Quando nel 787 il ducato di Benevento, sotto il duca Arechi II, assurse al rango di principato, Sarno fu uno dei 33 gastaldati in cui venne diviso il territorio, affidato ad un feudatario temporaneo (senza diritto di trasmissione ereditaria). La posizione, ai confini tra il principato di Benevento e i ducati di Salerno e di Napoli, era di grande importanza strategica. In località Fauces (l'odierna frazione di Foce di Sarno) il duca Bono di Napoli sconfisse in battaglia il principe Sicone di Benevento. Con un capitolare dell'847 fu sancita la divisione dei territori della cosiddetta Longobardia minor e il gastaldato di Sarno venne assegnato al principato di Salerno. Nell'866 il principe di Salerno Guaiferio giunse a Sarno e qui fece atto di sottomissione a Ludovico II il Germanico.

Nel 970 il gastaldato di Sarno fu elevato al rango di contea dal principe Gisulfo I, che la assegnò al cugino Indolfo, nominato anche erede al trono di Salerno. A lui si deve la fondazione della chiesa di San Matteo, la più antica fra quelle tuttora conservate.

Al 1041 risale la prima attestanzione di un'espansione dell'abitato verso la pianura e nel 1066 l'arcivescovo Alfano di Salerno, con bolla convalidata da papa Alessandro II, istituì il vescovato di Sarno. Primo vescovo fu un certo Riso, salernitano, che prese dimora nella zona allora detta Casamabile: diventata sede vescovile, la zona assunse presto la nuova denominazione di Episcopio, ossia "casa del vescovo", rimasta invariata fino ad oggi.

Durante la conquista normanna dell'Italia meridionale, nel 1077 Roberto il Guiscardo conquistò il principato di Salerno e stipulò a Sarno una pace provvisoria con Giordano, principe di Benevento, la cui capitolazione avvenne poco più tardi. Il principe longobardo Gisulfo II, cacciato da Salerno, si rifugiò presso papa Gregorio VII. A Sarno, presso il vescovo Riso, sostò anche poco dopo lo stesso papa, che aveva riconosciuto le conquiste normanne ed era stato per questo posto sotto assedio a Roma dall'imperatore Enrico IV. Gisulfo II rimase a Sarno, ospitato dalla sorella Gaitelgrima, e sembra vi sia morto e vi sia stato quindi sepolto intorno al 1091. Poco dopo, Sarno ospitò ancora un papa, Urbano II, impegnato nell'organizzazione della prima crociata.

La città venne depredata nel 1134, nelle ultime fasi dello scontro fra Ruggero II d'Altavilla e gli altri signori della regione coalizzati contro di lui. Ruggero si impadronì del ducato di Napoli, costringendo alla sottomissione l'ultimo duca Sergio VII.

La contea di Sarno passò nei domini diretti della corona e successivamente fu attribuita a Riccardo, figlio di Ruggero II. Con l'ascesa degli Svevi, assurti al trono di Sicilia grazie al matrimonio di Costanza d'Altavilla con l'imperatore Enrico VI, la contea fu affidata a Diopoldo von Hohenburg.

Il conte nel 1198 difese con le armi i diritti del re Federico, posto dalla madre sotto la tutela del papa Innocenzo III, contro il conte Gualtieri III di Brienne, fratello del re Giovanni di Gerusalemme e marito di Albina (o Elvira o Maria) figlia di Tancredi d'Altavilla che reclamava i feudi di Lecce e di Taranto. Messo sotto assedio nel castello di Sarno, il conte Diopoldo riuscì a ferire e imprigionare l'avversario, che morì all'interno della fortezza e fu sepolto nell'antica chiesa di Foce: il sepolcro tornò alla luce nel corso del ‘600, quando fu edificato l'attuale santuario della Madonna della Foce. Della spedizione del conte Gualtieri sembra avesse fatto inizialmente parte san Francesco, prima della sua conversione: il santo rimase colpito dalla disfatta e morte del conte, tanto da recarsi in seguito a rendere omaggio sulla sua tomba.

Durante l'epoca sveva la contea di Sarno passò ai conti d'Aquino della Ratta, della stessa famiglia di san Tommaso. Strenui sostenitori della causa sveva e di re Manfredi, più volte ospitato nel castello di Sarno, i d'Aquino combatterono al fianco del sovrano: Corrado morì nel 1260 nella battaglia di Montaperti, lasciando vedova la moglie Margherita di Sanseverino, mentre il figlio Landolfo, sopravvissuto alla battaglia di Benevento (1266) che costò la vita a Manfredi, morì nel 1268 nella battaglia di Tagliacozzo. Entrambi furono sepolti nel castello di Sarno.

Carlo d'Angiò assediò e saccheggiò il castello, ma il figlio di Landolfo, anch'egli di nome Corrado, fu fatto fuggire a Barcellona.

La contea di Sarno rientrò nuovamente nei domini diretti della corona e il titolo comitale fu assunto dall'erede al trono di Napoli, il futuro Carlo II. Di fatto, a reggere le sorti della città e del castello, restava Margherita di Sanseverino, nonna di Corrado d'Aquino.

Quest'ultimo era cresciuto alla corte di Pietro III d'Aragona, dal quale fu nominato ambasciatore a Napoli. Qui fu molto apprezzato da Carlo d'Angiò, dal quale ottenne la possibilità di rientrare al castello di Sarno. Caduto in seguito nuovamente in disgrazia per aver ucciso Raoul de Villars, responsabile della morte di suo padre, Corrado fu costretto a rientrare in Aragona. Fece ritorno in Italia nel 1282, allo scoppio dei vespri siciliani. In battaglia si scontrò con Folco de Villars, figlio di Raoul, che lo ferì gravemente. Rinchiuso in Castel dell'Ovo, Corrado morì fra le braccia di Ricciarda Sanseverino, sua cugina e promessa sposa. Anch'egli fu sepolto nel castello di Sarno.

Estintasi la linea dei conti di Sarno, alla morte di Margherita Sanseverino la contea tornò alla corona e il re Carlo II, nel frattempo succeduto al padre, assegnò il feudo di Sarno al figlio Filippo, principe di Taranto e d'Acaia e Imperatore titolare di Costantinopoli. Si ignora quale linea ereditaria abbia seguito il titolo durante i regni di Roberto I e di Giovanna I, quest'ultima spesso ospite presso il castello di Sarno.

Nel 1382, al principio del regno di Carlo di Durazzo, la contea di Sarno fu affidata a Villanuzzo di Brunnfort, capitano generale della Compagnia dell'Uncino e maresciallo del Regno, che aveva combattuto per il re nel sacco di Arezzo del 1382 e nell'assedio di Barletta del 1384. Gli successe il figlio Antonio, detto Ungaro di Sant'Angelo, che sembra avesse rapito e sposato contro il volere della famiglia Francesca (o Citella) della Ratta, figlia del conte di Caserta.

Agli inizi del XV secolo il conte di Nola, Pirro Orsini, cedette al papa Martino V i castelli di Nettuno e Astura, ottenendo in cambio le contee di Sarno e di Palma dalla regina Giovanna II. Solo il figlio di Pirro, Raimondo Orsini, riuscì tuttavia a prendere effettivamente possesso del castello di Sarno nel 1424.

Nel 1443 Alfonso d'Aragona assegnò il titolo di conte di Sarno a Nicola d'Alagno, amalfitano, che era stato al servizio di re Ladislao e della regina Giovanna. La figlia, Lucrezia d'Alagno, fu a lungo amante del re, ma alla morte di questi, nel 1458, il successore Ferdinando I restituì la contea a Raimondo Orsini. Gli successe il figlio naturale Felice, a cui la contea fu confiscata a causa dell'appoggio dato agli angioini. Il feudo, dopo una breve reggenza di Roberto Sanseverino, fu infine assegnato a Daniele Orsini, figlio legittimo di Raimondo.

Il duca Giovanni II di Lorena, figlio di Renato d'Angiò rinvendicava il trono di Napoli con l'appoggio del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo. Stabilì il suo quartier generale al castello di Sarno e il 7 luglio 1460 a Foce di Sarno sconfisse il re Ferdinando I. Pare che la regina, Isabella di Chiaromonte, avesse ottenuto dallo zio principe di Taranto l'abbandono della causa angioina. Giovanni d'Angiò fu in seguito definitivamente sconfitto presso Troia.

Daniele Orsini aveva ampliato il castello con nuove fortificazioni (tuttora una delle torri di vedetta ha il nome di "Torre Orsini", o "Torre dell'Orso"), ma il feudo passò nuovamente in possesso alla corona nel 1480 e il re ne affidò l'amministrazione a Galeramo de Requesens, catalano.

Durante il regno di Ferdinando I, i sindaci della comunità cittadina ("università") di Sarno, Abignente e Normandia, avevano ricevuto dal re un "Privilegio" costituito da 14 articoli, che stabiliva per la città alcune esenzioni.

Nel 1485 il re concesse Sarno in feudo a Francesco Coppola, che aveva già una posizione di notevole prestigio. Il conte tuttavia promosse con altri nobili, tra i quali Antonello Sanseverino, principe di Salerno, la congiura dei baroni, che aveva l'appoggio del papa Innocenzo VIII. Nel 1486 i congiurati vennero arrestati e l'anno successivo messi a morte. I beni del conte furono confiscati e il castello di Sarno svuotato.

Nel 1497 Federico IV, appena divenuto re dopo la morte del nipote, fu costretto a rifiugiarsi a Sarno in quanto i baroni gli sbarravano la via di Napoli. Nel 1501 il sovrano fu deposto con l'accordo di Granada tra il re Luigi XII di Francia e Ferdinando II d'Aragona e il regno di Napoli venne annesso come vicereame al trono di Spagna. Filippo Coppola, figlio dell'antico conte di Sarno, Francesco, tentò la liberazione di Ferrandino, l'erede di Federico fatto prigioniero in Spagna, ma fu arrestato e messo a morte.

Durante il conflitto tra Francia e Spagna per il possesso del regno di Napoli, avvenne l'episodio della Disfida di Barletta (13 febbraio 1503), alla quale partecipò Mariano Abignente patrizio della città di Sarno, di cui il Cantalicio, nel Consalvia, scrive: "Ibat, et ante omnes, Marianus gloria Sarni." ("Procedeva, davanti a tutti gli altri, Mariano, gloria di Sarno).

Nel 1494, la contea di Sarno era stata assegnata dal re Ferdinando I a Gerolamo (o Geronimo) Tuttavilla, la cui famiglia aveva origine dal feudo francese di Estouteville, da cui era passata in Inghilterra, a Roma, a Napoli e a Benevento. Il 22 febbraio 1483 Gerolamo aveva sposato Ippolita Orsini, figlia di Napoleone, conte di Tagliacozzo. Alla caduta degli Aragonesi, Luigi XII di Francia aveva nominato conte di Sarno il cardinale Giorgio de Amboysa, ma nel 1505, sotto Ferdinando il Cattolico, dopo una prima riconferma formale dello stesso Amboysa, il feudo fu riconsegnato a Gerolamo Tuttavilla, che fu in seguito reggente di tutta la Campania in qualità di Generale Commissario, con pieni poteri civili, militari, giudiziari e di ordine pubblico.

Nel 1507 la contea passò al figlio di Gerolamo, Guglielmo, al quale successe, nel 1516, il figlio Gerolamo II. Questi, luogotenente generale di Andrea Doria in terra, comandò le truppe italiane che combatterono contro i Turchi la battaglia di Corone (21 settembre 1532) sotto le insegne di Carlo V. Il 4 luglio 1535 morì in combattimento nella battaglia di Tunisi.

In questi anni fiorì in città la scuola filosofica di Vincenzo Colli, detto il Sarnese, che fu maestro di Giordano Bruno. Il grande pensatore nolano soggiornò più volte a Sarno, dove visse periodi di studio e meditazione.

Al conte Gerolamo successe il figlio Vincenzo, delegato del viceré nell'amministrazione delle Calabrie. L'amministrazione della contea fu lasciata al fratello, Guglielmo, creato vescovo di Sarno nel 1548 (succedendo a Francesco Sfrondato, padre del futuro papa Gregorio XIV). Nel 1567 vi fu una violenta sommossa popolare, che provocò l'incendio dell'archivio del sedile dei nobili. I ribelli vennero scomunicati da Pio V, ma le loro richieste furono accolte dalla Regia Camera. L'episodio è stato letto da alcuni storici come un'anticipazione di oltre un secolo dei famosi moti di Masaniello.

Tra il 1569-70 Vincenzo lasciò la contea al figlio Maurizio o Muzio, che fu anche sindaco di Napoli, fu artefice di importanti opere di canalizzazione del Sarno ("canale del Conte"), per alimentare i propri mulini nel territorio di Torre Annunziata. Combatté inoltre nella battaglia di Lepanto del 1571.

Muzio Tuttavilla morì nel 1604 lasciando una sola figlia, Lucrezia (o Maria), che andò in sposa nel 1608 a Pier Francesco Colonna, dei signori di Palestrina e Zagarolo, che subentrarono ai Tuttavilla come conti di Sarno. Il ruolo del conte aveva tuttavia perso molto del suo potere effettivo: le comunità locali conquistavano una sempre maggiore autonomia e le famiglie aristocratiche cittadine erano in ascesa (Raimo, Frecentese, Alteda, Normandia, Sirica, Balzerano, Amandis e soprattutto i de Filippis). La piccola nobiltà locale costruiva o restaurava le chiese cittadine ed edificava in città le proprie residenze. Si sviluppò in questo periodo l'industria della tessitura della canapa.

Nel 1647, durante la repressione dei moti di Masaniello, poiché il conte Pompeo Colonna aveva appoggiato gli insorti, il castello di Sarno fu conquistato e distrutto.

Dopo la morte di Pompeo Colonna, scomparso senza eredi, nel 1661 la contea fu acquistata all'asta pubblica da Maffeo Barberini, che la resse insieme alla baronia di Striano e Torre Annunziata. Nel 1690 passò al Principe Giuseppe de' Medici di Ottaiano. Sotto questo principe, l'antica contea di Sarno fu elevata a ducato e il titolo fu trasmesso agli eredi insieme a quello di Ottaiano.

Nel 1810, Gioacchino Murat, cognato di Napoleone, decretò l'abolizione del feudalesimo in tutto il regno ed anche il ducato di Sarno venne abolito.

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Sarno (fiume)

Affresco romano - Pompei - Casa dei triclini - triclinio c fiume sarno.JPG

Il Sarno è un piccolo fiume della Campania che, a dispetto della sua brevità (appena 24 Km), può contare su un bacino notevolmente esteso (c. 500 km²). Negli ultimi 50 anni, è diventato noto per essere considerato, insieme ai torrenti Cavaiola e Solofrana (suoi tributari tramite il torrente Alveo Comune Nocerino), il fiume più inquinato d'Europa .

Lo storico Marco Onorato Servio (ad Aeneida, VII 738) ci ha tramandato l’informazione che i primi abitanti della valle furono i Sarrastri, una popolazione pelasgica, proveniente dal Peloponneso, e che furono loro a chiamare Sarno il fiume e se stessi Sarrasti.

Il bacino del Sarno, nel senso est-ovest, va dai monti Picentini (in territorio di Solofra) al golfo di Napoli (in Comune di Castellamare di Stabia), mentre, nel senso sud-nord, va dai monti Lattari ai monti di Sarno, per una estensione complessiva di 438 km², interessanti le province di Salerno, Napoli ed Avellino. Dal punto di vista politico-amministrativo, il predetto bacino si compone di 39 Comuni, di cui 18 appartengono alla Provincia di Salerno, 17 alla Provincia di Napoli e 4 alla Provincia di Avellino.

Da qualche anno, con Legge Regionale 29 dicembre 2005 n. 24, è stato istituito l’Ente Parco Regionale del Bacino Idrografico del Fiume Sarno, che abbraccia il territorio dei Comuni di Sarno, San Valentino Torio, San Marzano sul Sarno, Angri, Scafati, Nocera Inferiore, appartenenti alla Provincia di Salerno, e dei Comuni di Striano, Poggiomarino, Pompei, Torre Annunziata e Castellammare di Stabia, appartenenti alla Provincia di Napoli.

Il Sarno nasce, ad una quota di circa 30 metri sul livello del mare, alle pendici del monte Saro, che fa parte del gruppo montuoso del Sant’Angelo-Pizzo d’Alvano, il quale, a sua volta, rappresenta la propaggine occidentale dei Monti Picentini, una catena montuosa a cavallo delle province di Avellino e Salerno, caratterizzata da una distesa forestale di oltre 40.000 ettari e da numerosi torrenti, che rendono quest’area il più ricco serbatoio di acqua potabile dell’Italia meridionale. Il tratto iniziale del fiume, un tempo, era alimentato da diverse sorgenti, ma, a partire dalla metà del secolo scorso, le maggiori portate furono captate per alimentare l’Acquedotto Campano. Il Sarno, comunque, continua ad essere alimentato dalle acque di tre sorgenti, la più importante delle tre è la sorgente denominata Foce, che si trova a nord-ovest della città di Sarno e dalla quale traeva origine anche il Canale del Conte di Sarno, un canale artificiale fatto costruire nel corso del 1500. La seconda sorgente si trova alle spalle del centro abitato ed è conosciuta come Palazzo. La terza è la sorgente Santa Marina e si trova nei pressi di una frazione di Sarno, chiamata Lavorate.

Queste alimentano tre rivoli, il Rio Foce, l’Acqua di Palazzo e l’Acqua Santa Marina, i quali, dopo un percorso, rispettivamente, di 2,5 km, 2 km e 6,7 km circa, si incontrano in una località, nota come l’Affrontata dello Specchio, dopo di che si avviano, come un unico corso d’acqua, lento e sinuoso, verso occidente, segnando, per alcuni tratti, i confini delle province di Salerno e di Napoli, nonché quelli dei Comuni di Sarno, Striano, Poggiomarino, San Valentino, San Marzano, Scafati, Pompei, Castellammare di Stabia e Torre Annunziata.

Dopo l'Affrontata dello Specchio, il fiume, lungo il suo corso, incontra il ponte di S.Marzano e, subito dopo, riceve, in riva sinistra, il tributo del Fosso Imperatore e poco più a valle quello del rio San Mauro.

Una volta raggiunto il punto di confluenza con l’Alveo Nocerino, il corso del fiume è caratterizzato da diverse opere idrauliche, che furono realizzate per fronteggiare essenzialmente due problemi: il deflusso delle acque, alterato dai cospicui apporti dell’Alveo Comune Nocerino, e la bassa pendenza del fondo, che si aggira intorno allo 0,1%.

Per fronteggiare i detti problemi, parallelamente al fiume, furono costruiti due alvei artificiali: il rio Mannara (o Controfosso sinistro) e il Canale Piccolo Sarno. A questi due va aggiunto il Controfosso Destro dell’Alveo Nocerino, che, sempre allo scopo di non incrementare la portata del predetto corso d’acqua, sottopassa a sifone l’alveo principale, per confluire nel Controfosso Sinistro, il quale raccoglie anche la modestissima portata di un altro corso d’acqua naturale, il fiumicello di Acquaviva, che un tempo raggiungeva direttamente il Sarno.

Le acque raccolte dal Canale Piccolo Sarno e quelle convogliate dal Controfosso sinistro ritornano nel corso del Sarno alcuni chilometri più a valle: il primo, infatti, si reimmetteva in un’ansa del fiume posta a valle della frazione S.Pietro di Scafati (oggi, invece, mediante un canale che sottopassa il Sarno, raggiunge il Controfosso sinistro), il secondo lo fa a valle della traversa di Scafati.

Nel centro di Scafati, accanto alla Chiesa Madonna delle Vergini, il fiume incontra la traversa di Scafati, che, di fatto, è la versione moderna dello sbarramento fatto costruire nel ‘600 dal Conte di Celano.

In corrispondenza di quest’opera idraulica, il corso d’acqua si suddivide in due parti: il corso principale, che è ancora il fiume vero e proprio, e una sua derivazione, il canale Bottaro. Quest’ultimo, dividendosi dal Sarno, gli sottrae una portata di circa 2.000 litri al secondo, che viene utilizzata in parte per l’irrigazione di terreni, posti lungo la riva destra del fiume, ed in parte per usi industriali. Quello che ne resta ritorna nel Sarno a circa un chilometro dalla foce, a monte dello stabilimento Lepetit. Il canale Bottaro fu costruito contemporaneamente alla più nota traversa, al fine di alimentare alcuni mulini, in località Bottaro appunto, di proprietà di Alfonso Piccolomini d’Aragona, Conte di Celano, e probabilmente con l’ulteriore scopo di fare concorrenza agli eredi del Conte di Sarno, che, pochi anni prima, aveva fatto costruire il canale, che da lui aveva preso il nome.

Dopo un ultimo tratto, che come si dirà più avanti è stato oggetto di rettifica, il Sarno conclude la sua corsa di circa 24 chilometri, arrivando nel Tirreno di fronte al pittoresco scoglio di Rovigliano.

Il Sarno, in epoca antica, al pari di altri fiumi più famosi, svolse un ruolo di promotore della civiltà umana e, per questo, fu adorato come un dio. Di esso è stata tramandata un’ immagine quasi univoca e facilmente riconoscibile: un vecchio con la barba, seminudo, disteso su un fianco e circondato da piante fluviali (in genere canne e papiri), nell’atto di reggere un vaso da cui sgorga acqua. La più notevole delle rappresentazioni note del dio Sarno è certamente quella esistente in Sant'Egidio del Monte Albino sul cosiddetto Fonte Helvius.

Divinità fluviale personificazione del fiume Sarno; affresco romano da Pompei, Località Moregine, IV stile, 64 d.C.

Rappresentazione del dio Sarno; Fonte Helvius, Comune di Sant'Egidio del Monte Albino, I secolo a.C.

Oltre alla pesca, alla irrigazione ed al trasporto delle merci, sin da medio evo si ha notizia della esistenza lungo il corso del fiume di numerosi mulini. Tuttavia l'attività, che più di ogni altra caratterizzò il fiume, per le sue ricadute positive (sotto l'aspetto economico) e negative (sotto il profilo sanitario), fu quella delle fusare, una sorta di laghetti artificiali destinati alla coltivazione della canapa.

Dal momento che la valle degrada verso il mare con una pendenza bassissima, il fiume Sarno accumulava sedimenti con una velocità impressionante. Per questa ragione, fin dal medio evo si ha notizia del fatto che che le istituzioni, allo scopo di impedire fenomeni di esondazione, provvedevano alla pulizia del fondo del corso d'acqua e alla rimozione della vegetazione (detta moglia), che si formava lungo gli argini. Seguendo, quindi, una consuetudine che si era consolidata nel tempo, la pulizia veniva eseguita a cura della Città di Sarno, ma col concorso nella spesa delle Università di S.Valentino, S.Marzano, Striano e S.Pietro di Scafati. L'operazione avveniva facendo scendere nelle acque del fiume una mandria di bufale (non meno di trenta o quaranta animali), le quali con gli zoccoli agitavano il limo sabbioso del fondale e ne facilitavano il trasporto verso valle da parte della corrente.

Prima del 1803, il fiume, una volta giunto a nord di San Marzano, accoglieva in sinistra idraulica il Fosso Imperatore e poco più a valle, il Rio San Mauro. Dal 1803, con l'intervento eseguito dall'allora Soprintendenza dei Ponti e delle Strade (teso a risolvere il problema degli allamenti di Nocera e dei suoi casali), di realizzare canali artificiali per convogliare le acque della Cavaiola e della Solofrana nel Rio San Mauro, si produsse la prima sostanziale alterazione del fiume Sarno, ampliandone artificialmente il bacino e la portata. Con la realizzazione, nel 1857, del canale artificiale denominato Alveo Comune Nocerino, che strutturò definitivamente il corso delle acque congiunte della Solofrana e della Cavaiola, dal Quartiere militare di Nocera Inferiore fino al fiume, in un punto a valle dell'immissione del Rio San Mauro, l'alterazione è divenuta difenitiva.

Agli inizi del 1600, Alfonso Piccolomini, feudatario di Scafati, allo scopo di far funzionare due nuovi mulini di sua proprietà in località Bottaro, fece scavare un canale artificiale e fece costruire uno sbarramento sul corso del fiume. La novità comportò due conseguenze negative: la prima fu una drastica riduzione della navigabilità del fiume e la seconda fu l’allagamento di vaste aree a monte della diga, con danni incalcolabili all’attività agricola ed alla salute delle popolazioni della valle. A seguito di vari ricorsi, fu avviato un giudizio presso il Consiglio Collaterale di Napoli, che si concluse favorevolmente per gli attori, ma solo nel 1630. Sennonché il Conte rimosse la diga, ma, nel 1656, innalzò un nuovo sbarramento e, questa volta, la vertenza diventò addirittura secolare. Nel 1843, infatti, a seguito di un preciso quesito del Re, un Ufficiale del Genio Militare, il Tenente Colonnello Vincenzo degli Uberti, fu chiamato a relazionare circa la possibilità di rimuovere le cause, che rendevano la valle malsana per la stagnazione delle acque del fiume, salvando nel contempo i mulini del feudatario di Scafati.

Si giunse così al 1855, quando la lunga contesa fra Università e feudatari trovò una imprevista soluzione. Ferdinando II, infatti, decise di rendere navigabile il fiume, da Scafati alla foce, in modo che da mare si potesse raggiungere il polverificio che era stato costruito in quella città . Il progetto richiese la rettifica del corso del basso Sarno, la cui lunghezza, eliminando una serie di tortuosità, fu ridotta dai 12 chilometri iniziali a soli 5 chilometri e, nello stesso tempo, comportò la bonifica dei terreni a monte. L’intervento, che durò fino al 1915, recepì l’orientamento di tenere in vita il sistema delle chiuse e di salvare le industrie esistenti.

Bisogna ammettere che si trattò di un interevento, che incise profondamente sulla geografia e sulle condizioni igienico-sanitarie della valle, costituendo la premessa per una ripresa economica senza precedenti.

Quando, nel 1860, i Borboni persero il Regno delle due Sicilie, l’orientamento politico mutò. Il Governo post-unitario, infatti, era meno favorevole all’interventismo pubblico, ma fortunatamente questo non bloccò l’attività dell’Amministrazione delle Bonifiche, anzi l'opera di risanamento continuò anche dopo l’Unità d’Italia e, in quel periodo, riguardò soprattutto l’alto corso del Sarno, con interventi di raddrizzamento del corso d’acqua e di eliminazione delle anse (limitatamente al rio Foce) per favorire una maggiore velocità di deflusso.

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Ciro Sarno

Ciro Sarno (Ponticelli, - 1957) è un criminale italiano. Boss del clan camorristico dei Sarno.

Soprannominato 'o sindaco per aver amministrato "le case occupate" di Ponticelli dopo il terremoto dell'80 che sconvolse Napoli. Con il tempo, grazie a questa astuta mossa, acquistò rispetto dal popolo di Ponticelli, dove riuscì ad imporre il proprio dominio e a creare il proprio quartier generale nel Rione De Gasperi. Il padrino di Ponticelli venne arrestato nel 1989 in una villa a Marina di Tortora, sulla costa tirrenica calabrese, con l'accusa di esser stato il mandante della strage, commessa l' 11 novembre dell' 89 nel quartiere Ponticelli, che costò la vita a sei persone.Il boss è da allora in carcere con ergastolo.Dopo il suo arresto, a Ponticelli, i fratelli di 'o sindaco hanno preso il suo posto, divenendo col tempo, uno dei clan più influenti del territorio campano.

Il boss, in carcere, ha ricevuto una laurea in giurisprudenza.

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Source : Wikipedia