Saragozza

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Tags : saragozza, spagna, europa, esteri

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Saragozza

Panorama di Saragozza

Saragozza (in spagnolo Zaragoza) è una città di 667.034 abitanti della Spagna, capoluogo della regione Aragona e della provincia e comarca omonime. È la quinta città spagnola per numero di abitanti e la quarta per sviluppo economico.

È posta nella zona nord-orientale della Spagna, a circa 300 km da Madrid, Barcellona, Bilbao, Valencia e Tolosa, per cui si trova al centro di un importante nodo di comunicazioni.

È affacciata sulla riva destra dell'Ebro e al centro di una vasta depressione, un tempo desertica, ma ora abbastanza fertile grazie ad alcune canalizzazioni d'irrigazione che suppliscono alla scarsa piovosità della zona, una delle più basse della Spagna con una media di 323 mm. di pioggia all'anno. È sede arcivescovile e universitaria.

Dal 14 giugno al 14 settembre 2008 la città è stata sede dell'Esposizione Internazionale 2008 con il tema "Acqua e sviluppo sostenibile".

Fondata come colonia nel (25 a.C.) dall'imperatore Cesare Augusto con il nome di Caesaraugusta, costituita nei pressi di un insediamento degli Iberi (Salduba). Fu uno dei centri più importanti della Hispania Tarraconensis, una delle tre (poi quattro) Province in cui i Romani divisero la Spagna. Alla caduta dell'Impero romano d'Occidente fu occupata dai Visigoti. Fu tra le prime città spagnole a convertirsi al Cristianesimo e nel 713 venne conquistata dagli Arabi che la fecero capitale (Saraqusta) di un principato rivale di Cordoba, Toledo e Merida. Fu riconquistata nel 1118 dai cristiani, ebbe un periodo di grande prosperità divenendo capitale del Regno d'Aragona. Durante la guerra napoleonica sostenne due assedi da parte delle truppe francesi nel 1808 e 1809.

Saragozza è un importante centro produttivo e commerciale, con stabilimenti tessili, alimentari (soprattutto zuccherifici), industrie meccaniche, cartiere, cementifici e impianti di lavorazione del vetro.

Fra i monumenti più importanti di Saragozza si possono citare il Foro romano, la Cattedrale del Santissimo Salvatore, detta La Seo (XII - XVI secolo), il Castillo de la Aljafería (VIII secolo), cittadella saracena (storicamente impiegata anche come residenza reale del regno di Aragona) e poi sede dell'Inquisizione, la Torre del Trovador, torre del mitico personaggio raccontato da García Gutiérrez nel 1836 e immortalato da Giuseppe Verdi nell'opera lirica "Il trovatore", la basilica di Nostra Signora del Pilar, uno dei più famosi santuari di Spagna ritenuta la più antica chiesa mariana della Cristianità fondata, secondo la tradizione, da San Giacomo apostolo dopo che Maria madre di Gesù, ancora vivente a Gerusalemme, gli era apparsa non in spirito ma nel suo corpo, seduta su un pilastro (pilar). L'attuale chiesa è un edificio di proporzioni gigantesche dotato di grande cupola centrale, altre dieci cupole minori e quattro campanili; fu eretta a partire dal 1681 su progetto di Francisco Herrera il giovane. All'interno cappelle e volte decorate da affreschi di noti artisti, di marmi, bronzi e argenti e nella Santa capilla, cappella barocca a forma di tempietto ellittico, la piccola statua lignea della Madonna del XIV secolo vestita di paramenti preziosi posta su una colonna di alabastro.

Tradizionalmente in onore della Madonna del Pilar si celebrano grandi feste dall'11 al 18 ottobre, in cui si balla l'antichissima "jota" danza sacra e popolare.

Ha sede a Saragozza anche una università storica, fondata nel 1474.

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Trattato di Saragozza

Il trattato di Saragozza fu stipulato il 22 aprile 1529 dalle corone di Spagna e di Portogallo con lo scopo di decidere a quale regno spettasse il controllo delle isole Molucche. Le isole Molucche furono prese dal Portogallo e la Spagna ricevette un risarcimento monetario. Il trattato di Saragozza precisò le zone d'influenza dei due regni, infatti in queste zone non era chiaro dove il meridiano stabilito dal trattato di Tordesillas passasse e le due monarchie si contendevano le isole. Col trattato di Saragozza si stabilì con precisione la divisione del globo.

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Vincenzo di Saragozza

Monumento a San Vincenzo di Saragozza D. e M. nell'omonima Piazza della Città di Ugento (LE) di cui il Santo è Patrono

Vincenzo di Saragozza (Huesca, ... – 22 gennaio 304) diacono e martire, è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana.

Secondo la tradizione più attendibile nacque a Huesca, alle propaggini dei Pirenei, ma anche le città spagnole di Valencia e Saragozza ne rivendicano la nascita.

Di nobile famiglia, figlio del console Eutichio e della matrona Enola, Vincenzo ebbe un'educazione pari al suo stato: destinato alle lettere, venne ben presto affidato dal padre a Valerio, vescovo di Saragozza, perché provvedesse alla sua formazione spirituale. Il vescovo lo nominò arcidiacono, considerandolo suo braccio destro ed affidandogli anche il compito di predicare in sua vece.

Intanto Diocleziano scatenava la persecuzione contro i cristiani; gli editti dell'imperatore imponevano la distruzione di edifici, libri e arredi cristiani; i cristiani che ricoprivano cariche pubbliche sarebbero stati esautorati e sottoposti a torture e tutti i sudditi dell'impero prima di compiere una qualsiasi azione pubblica dovevano offrire sacrifici agli dèi.

In questo clima terribile il vescovo Valerio e l'arcidiacono Vincenzo non si sottrassero ai loro doveri continuando a testimoniare la loro fede e Daciano, il prefetto della provincia spagnola nella quale vivevano, ordinò il loro arresto. Condotti a Valencia, dove Daciano teneva il tribunale, furono fustigati, torturati ed infine uccisi.

Con l'avvento dell'imperatore Costantino, che si era convertito al cristianesimo, a Valencia veniva eretta una basilica in onore di san Vincenzo e sotto l'altare principale venivano composte le sue reliquie. Tuttavia, in seguito all'invasione dei Mori, i cristiani di Valencia trafugavano il corpo del Martire per metterlo al sicuro in Portogallo, in una chiesetta fatta appositamente costruire in località del promontorio oggi detto Capo San Vincenzo. Finita la guerra contro i Mori, le spoglie furono imbarcate in una nave che fece rotta verso Lisbona.

Narra una leggenda devozionale che durante il viaggio alcuni corvi si posarono sulla prua e sulla poppa di tale nave quasi a voler significare la loro rinnovata protezione al Santo martire che già un giorno avevano salvato dalle fiere. Giunto in città, il corpo venne deposto nella chiesa di San Giusto e Santa Rufina e dopo qualche tempo, il 15 settembre 1173, trasportato solennemente in cattedrale. In ricordo vennero coniate delle monete.

Protettore in particolare degli orfani, delle vedove e dei poveri, san Vincenzo porta un nome che, da Vincens, è simbolo e un augurio di vittoria. Vincenzo è il vincente, colui che vince il male, qualunque esso sia. San Vincenzo (São Vicente) è patrono di Lisbona. Lo stemma della città raffigura la nave che trasportò i resti mortali di san Vincenzo, dall'Algarve a Lisbona, governata, a poppa e a prua, dai due corvi, che vegliano sulle reliquie del santo.

San Vincenzo è fra i martiri maggiormente conosciuti e venerati nel mondo cattolico e il suo culto, sin dai tempi più remoti, si è tramandato in molti paesi e non solo della Spagna sua patria. A tal proposito Agostino scriveva: "Qual è oggi la contrada, qual è la provincia dove si estendono l'impero romano e il nome di Cristo che non celebri con gioia l'anniversario del martirio di San Vincenzo"? Agostino, dal 410 al 413 ogni 22 gennaio pronunciava, dalla basilica Restituta di Cartagine, discorsi in onore del diacono martire Vincenzo. San Vincenzo si festeggia ancora il 22 gennaio in diverse località dell’Europa, dell’Africa e perfino delle lontane Americhe. In Italia 91 tra parrocchie e chiese venerano il suo nome; sin dal '300 è protettore della città di Vicenza che, secondo una vecchia leggenda, ne porta il nome,di Ugento (LE) e dell'omonima Diocesi e di Miggiano (LE).

II prefetto, con gli occhi fuori dall'orbita per la rabbia, ordinava le ultime atrocità: il martirio a graticola e le lamine infuocate. Vincenzo continuava a sopportare le torture impassibile. Daciano allora decideva di sospendere quel genere di torture. Vincenzo veniva portato in una oscura prigione e disteso sopra cocci di vasi rotti perché gli si rinnovassero le piaghe e i dolori. A quel punto avveniva il miracolo: le catene si spezzavano e i cocci si trasformavano in fiori, mentre uno splendore di luce celestiale illuminava la cupa prigione. Gli angeli scendevano dal cielo per consolare Vincenzo e prepararlo a godere del Paradiso. II carceriere del Santo si convertiva. Daciano si apprestava all' ultimo tentativo: convincere Vincenzo non più con le torture ma con favori. Lo faceva trasferire su un morbido letto e gli concedeva di ricevere i suoi amici cercando invano di piegarlo con le lusinghe.

Una leggenda miracolistica racconta che dopo la morte Daciano ordinò che il corpo del martire venisse gettato in un campo deserto e dato in pasto alle fiere: Dio però sarebbe intervenuto mandando un corvo a vegliare ed a difendere le spoglie del Santo. Successivamente, il prefetto ordinò che il cadavere fosse rinchiuso in un sacco e gettato in mare, legandovi un grosso sasso in modo da trascinarlo in fretta al fondo. Ma il sasso avrebbe galleggiato e la brezza avrebbe trasportato le sacre spoglie verso una spiaggia dove sarebbero state raccolte in seguito ad una doppia apparizione, ad un cristiano e ad una vedova: lo stesso Santo avrebbe indicato il luogo dove giaceva il suo corpo e dove sarebbero accorrsi i fedeli per dargli onorata sepoltura.

Numerose sono le leggende devozionali su presunti miracoli attribuiti al santo: Gregorio di Tours narra di come gli abitanti di Saragozza vennero salvati dall'assedio posto da Childeberto re dei Franchi grazie all'intercessione di san Vincenzo, la cui tunica custodivano e veneravano. Fatta la pace lo stesso Childeberto portava a Parigi un'altra reliquia che si venerava a Saragozza: una stola del Santo.

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Braulione di Saragozza

Amanuense nel suo scriptorium. Manoscritto del VII secolo. Codex Amiatinus, Firenze, Bibl. Medicea Laurenziana, f. 5r

San Braulione o Braulio (590 – 651) è stato un vescovo, scrittore e santo spagnolo.

Vescovo di Saragozza già dal 626, è stato uno degli intellettuali più importanti della Spagna visigota. Mantenne relazioni con sant'Isidoro di Siviglia, del quale catalogò le Etimologías ed a cui pose i titoli e che divise in capitoli. Si conservano numerose epistole che danno idea della feconda comunicazione che mantennero.

Scrisse una Vida de San Millán de la Cogolla e un preziosissimo inno in onore dello stesso santo, che è considerato come uno dei migliori poemi del periodo visigoto. Fu suo discepolo Sant'Eugenio III di Toledo, detto «El Poeta», che arrivò a Saragozza per mettersi in contatto con Braulio e seppe fondere gli insegnamenti del suo maestro e di San Isidoro.

È di grande qualità il suo Epistolario. Se ne conservano 44 lettere, che offrono un'ampia documentazione relativa alla cultura del suo tempo e mostrano il suo legame con papa Onorio I e con i re visigoti Chindasvinto e Recesvinto. Gli vengono attribuiti anche gli Actas de los Mártires de Zaragoza.

Prese parte ai concili V (636) e VI (638) di Toledo. Vescovo di Saragozza dal 631 al 651, nella cui sede succedette a suo fratello Juan, che approssimatamente vi aveva governato dall'anno 619 al 631. Nel 625 informava in una lettera che vi erano disordini attorno alla città, guerra, peste e fame, probabilmente causate da attacchi guasconi.

Nell'anno 632 morì il vescovo metropolitano de Tarraco, Eusebio, e il vescovo Braulione di Saragozza scrisse all'anziano vescovo di Siviglia, Isidoro l'autore delle Etimologías, affinché intercedesse presso il re Sisenando per eleggere alcuni metropolitani (la nomina dei vescovi metropolitani corrispondeva tradizionalmente al re). Isidoro rispose all'amico Braulio, ma gli indicava che il re ancora non aveva preso una decisione in merito. Non molto dopo il re nominò Audax, che non sappiamo se rispondeva alle aspettative di Braulio.

Mentre si svolgevano le sessioni del VI Concilio di Toledo, arrivò in città un diacono chiamato Turninus con una lettera di papa Onorio I, scritta nell'anno 637 e che è andata persa. In questa sembra che il pontefice facesse pressioni sui vescovi ispanici affinché si mostrassero più energici nella fede e dimostrassero più durezza nei confronti degli infedeli (ebrei). Sicuramente, il Papa conosceva la legislazione di Sisebuto e approvava misure di conversione coattive; rendendosi conto che i sucessivi re non avevano proseguito con la stessa politica, decise di esercitare pressioni in favore di questa. I vescovi consegnarono la risposta a Braulio di Saragozza; in questa, il prelato cesaraugustiano riconosceva la supremazia del Papa e il suo diritto ad interessarsi a tutta l'attività della Chiesa, però adduceva che le proposte del pontefice (che non conosciamo in dettaglio) già erano state pensate da Chintila, e che la coincidenza di pareri doveva essere opera del divino; continuava affermando che i vescovi ispanici non avevano trascurato i propri doveri, che la lentezza nelle conversioni non era dovuta a mancanze o paura, e che la causa era che gli ebrei dovevano essere persuasi mediante una constante predicazione. Pertanto non erano giuste le critiche del papa (al quale segnalava come errata una citazione biblica); per dimostrare i fatti esposti, Braulio inviava al papa copie degli atti del Concilio e dei dieci canoni dedicati agli ebrei (dal 57 al 66) nel IV Concilio toledano; Braulio consigliava al Papa di non lasciarsi ingannnare da false dicerie e spiegava che i vescovi ispanici non si erano lasciati ingannare dalla voce che diceva che il papa autorizzava gli ebrei convertiti a tornare alla propria religione (Braulio la chiama superstizione), e sosteneva che nessun uomo, per grande che fosse il suo delitto, doveva essere castigato con pene così severe come quelle che proponeva il papa.

Il problema della successione reale fu affrontato nel 648. In una lettera sottoscritta dal vescovo di Saragozza e dal vescovo Eutropio (la cui sede non è nota), che affermavano di attuare in nome di tutto il clero e dei fedeli della sua diocesi, e firmata anche da un tale Celso che si presume fosse il conte della città o il rettore de la Tarraconense, i mittenti sollecitavano il re affinché associasse al trono suo figlio Recesvinto per sollevare il padre delle questioni belliche (essi evocavano i pericoli e gli attacchi nemici a cui il paese era stato esposto, e continuando con la lettura della Tarraconense, si riferivano senza dubbio ai vascones e agli esiliati) e permettere il riposo al re finché gli attacchi dei nemici (vascones o esiliati) fossero cessati. L'idea dell'associazione al trono e la successione ereditaria era contraria al canone 75 del VI Concilio toledano (che Braulio aveva firmato) e, per quanto si può supporre, la lettera fu inspirata proprio dal re, che si si sarebbe servito della grande autorità morale di Braulio (Braulio, che qualche anno prima aveva osato affrontare il Papa e disobbedito ad alcune norme conciliari, non aveva osato al contrario opporsi ad una decisione reale come la nomina di Eugenio per la sede toledana) e sicuramente di Eutropio, e del potere militare di Celso, che governando una città di frontiera o una provincia, sede dei principali attacchi nemici, doveva controllare un esercito più numeroso del solito e doveva contare sull'appoggio dei conti della zona.

Alla sua morte gli succedette, come vescovo della città di Tajón (forse nel mese di marzo del 651), una persona che per quanto si poteva vedere non piaceva molto al suo predecessore, e che probabilmente era appeno tornato da Roma, dove aveva conosciuto le opere teologiche di san Gregorio Magno (per incarico del re Chindasvinto), e aveva copiato il codice dove si contenevano le norme per diffonderlo in Spagna (pertanto l'incarico era stato assegnato anteriormento alla sua designazione come vescovo, e il vescovato ne potrebbe essere stato il premio).

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Source : Wikipedia