San Severino

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Inviato da maria 31/03/2009 @ 02:14

Tags : san severino, basilicata, italia

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San Severino Lucano

San Severino Lucano è un comune di 1.771 abitanti della provincia di Potenza, nel Parco Nazionale del Pollino.

Questo comune, insieme alle sue frazioni, segna l'ingresso al cuore del Massiccio del Pollino sul versante nord-est, in una posizione particolarmente felice per la presenza di numerosi corsi d'acqua, il principale dei quali è il torrente Frido, dalle cui sorgenti, nella omonima valle sormontata dalla rupe su cui sorge il Santuario della Madonna del Pollino, prende origine l'acquedotto che porta lo stesso nome. A valle delle sorgenti il fiume si arricchisce nuovamente di acque, grazie all'apporto dei numerosissimi rivoli ad esso affluenti, fino all'intersezione, pochi chilometri a valle del paese, con il Torrente Peschiera che attraversa il bellissimo Bosco Magnano, stupenda zona ricca di vegetazione e di acque cristalline, dove pare sia tuttora presente la lontra.

Il territorio appartenne al feudo dei San Severino da cui prese il nome. Il primo nucleo abitato sorse intorno al XV secolo, ed è da mettere in relazione all'espansione della colonizzazione agricola promossa dall'Abbazia del Sagittario. Nel 1806 San Severino, che fino a quel momento apparteneva al territorio di Chiaromonte, a seguito del nuovo ordinamento napoleonico, s'istituì in Comune e nel 1820 si aggiunse la specificazione di Lucano. Dopo l'Unità d'Italia (1860) il brigantaggio fu molto attivo nel territorio comunale; era favorito, come d'altronde nell'intero comprensorio del Pollino, da montagne impervie, mancanza di infrastrutture e strade. Molti i toponimi che ci ricordano tale fenomeno (come il Fosso del Brigante), ma soprattutto è ricordata la figura del Capitano Iannarelli che compì stragi ed esecuzioni anche di civili. Di lui si conservano numerose memorie: la casa che abitò in paese e il mulino segheria in località Mezzana.

Per la sua recente storia il centro di San Severino non ha importanti emergenze architettoniche, ad esclusione dell'Abbazia del Sagittario, che si trova nel territorio di Chiaromonte. Il tessuto urbano del centro storico sviluppatosi in maniera spontanea, privilegia la formazione a schiera, allineata lungo l'asse viario principale. Al centro del paese sorge la chiesa Madre, dedicata a Maria Santissima degli Angeli, probabilmente risalente al primo nucleo abitato, che attualmente mantiene l'impianto settecentesco. Nella parte alta del paese sorge la chiesa di San Vincenzo, da poco riaperta al culto dopo il restauro. Incamminandosi nel centro storico si trovano bei portali lapidei della seconda metà del XIX secolo, e palazzotti dello stesso periodo, nonché i caratteristici vicoli dei centri montani. Da non perdersi é la visita delle tre fontane, nella parte bassa del paese, che sono state recentemente riattivate e una ben restaurata. Il territorio offre attrattive naturalistiche, ma anche di archeologia industriale come i mulini. Spettacolare la visione di Bosco Magnano per chi proviene dalla Valle del Sinni, e i corsi dei torrenti Peschiera e Frido. Superato il paese e proseguendo verso sud si giunge alla frazione di Mezzana, suddivisa in quattro borghi; continuando si arriva al santuario della Madonna del Pollino che sorge su uno sperone roccioso in posizione panoramica su tutta la valle del Frido. L'assenza di smog e di grandi centri fa sì che sul territorio comunale sia possibile l'osservazione degli astri in modo ottimale, tanto che il comune di San Severino Lucano è stato definito dagli astrofili "il paese delle stelle".

È una celebrazione che, in tre momenti diversi dell'anno, coinvolge, non solo gli abitanti del posto e dei paesi vicini, ma anche migliaia di fedeli, devoti alla Madonna, provenienti dalla Calabria. Sia nell'ascesa al monte (il Santuario si erge a quota 1537 m s.l.m.) nella prima domenica di giugno che nella discesa a San Severino Lucano nella seconda domenica di settembre, la processione che si snoda lungo le tortuose e ripide strade del Pollino è accompagnata da costumi tradizionali, concerti spontanei (pastorali con zampogne, cornamuse, organetti): un vero e proprio "ritorno alle origini" che si ripete puntualmente ogni anno.

La festa vera e propria si tiene il primo venerdì e sabato di luglio. Nella notte tra il venerdì e il sabato ci si sistema alla meglio in baracche o in tenda, al sabato, dopo la messa, davanti il sagrato si tiene il rito (pagano) più bello: l'incanto. La statua della Madonna viene "messa all'asta" e il paese aggiudicatario avrà l'onore, non solo di portare in processione la Madonna, ma per un periodo dell'anno ospiterà in una propria chiesa la statua stessa.

Nel centro del paese sono presenti due Chiese principali oltre a due piccole cappelle. La Chiesa Madre, nella piazza Marconi, è dedicata a Maria SS degli Angeli e probabilmente risale al primo nucleo abitato. Attualmente mantiene l'impianto settecentesco. Nella parte alta del paese, sorge la chiesa di San Vincenzo. L'edificio sacro conserva la struttura originaria, soprattutto nella facciata. All'interno è presente un crocifisso ligneo del 1500. Le due cappelle minori, non aperte al culto, testimoniano della enorme devozione degli abitanti sanseverinesi.

Di grande pregio naturalistico è il grande acero dal tronco semicavo, che si dice di età millenaria, che si staglia a pochi metri della facciata del santuario, sulla sinistra entrando nella chiesa, simbolo, tra l'altro, della perenne devozione della popolazione del posto.

A San Severino Lucano sono ancora vive le tradizioni che mantengono inalterate da anni le numerose specialità della cucina locale, legata ai sapori di un'arte "povera" e genuina che ben si concilia con l'armonia della montagna. Qui ogni prelibatezza assume caratteri unici per gusto e autenticità. Nel mese di agosto, la Pro Loco del Pollino di San Severino Lucano, promuove un itinerario gastronomico, lungo i vicoli de paese, che ha l'intento di far rivivere e degustare agli ospiti e anche agli stessi sanseverinesi, tutti i piatti tipici realizzati seguendo le ricette più antiche.

L'evento per eccellenza, atteso per un anno intero, è una vera e propria "festa" che si tiene quando, nei mesi invernali, si ammazza il maiale (u puorc'); il maiale rappresenta l'elemento basilare della cucina locale. Si preparano: salsicce, soppressate, prosciutti, capicolli, frittuli e il tipico dolce al "sanguinaccio".

Tra le numerose specialità segnaliamo tra i primi piatti: - I "rascatieddi": orecchiette fatte a mano. - "Lagane e fasul'": tagliatelle e fagioli. - "Pasta ca muddrica": pasta a mano con mollica di pane agli aromi. - "Rucculi". pasta a mano realizzata con "u firriett'" Per quanto concerne la carne, naturale con animali allo stato brado che pascolano nei pianori del Pollino, segnaliamo il capretto al forno, agnelli e vitelli alla brace. Inoltre specialità assolute sono le "mazzacorde" (interiora con aglio,prezzemolo e peperoncino), il "suffritto" (fegato e interiora varie al sugo). Rinomati anche i formaggi degli allevamenti del Pollino, genuini e ottimi per qualità: pecorino, caciocavallo, ricotta fresca, "caso quagghino". Da ricordare anche i vini locali, senza conservanti e specialità quali "cannariculi", "cauzun' chi vete", currieddi" e "cicirata".

In treno: Sia se si scenda a Sapri (SA) che a Policoro (MT) è possibile trovare coincidenze via Senise, in pulmann.

Per la parte superiore



Mercato San Severino

Mercato San Severino - Stemma

Mercato San Severino è un comune di 21mila abitanti in provincia di Salerno. Il Castello Medievale di Mercato San Severino, uno dei più importanti dell'Italia meridionale, esempio di architettura militare, sovrasta dalla collina l'attuale cittadina moderna.

Mercato S.Severino,alla confluenza dei torrenti Solofrana e Calvagnola, si sviluppa su una superficie di circa 30 km², in una valle al confine tra le province di Salerno,da cui dista 15 Km e Avellino, da cui dista 20 Km, con una altidudine media di circa 140 metri s.l.m., con zone (Acquarola e Ciorani) tra i 300 / 400 metri. Il territorio presenta zone pianeggianti e zone collinari.

Il nome del comune si scinde in due termini: “Mercato” e “S. Severino”. Originariamente Mercato identifica il nome dell’attuale capoluogo e di uno dei quattro quartieri in cui si divideva l’antico “stato” di S. Severino. Il termine, nella versione “forum” (=mercato), compare per la prima volta in un atto notarile del novembre 1303, ma è probabile l’esistenza già in epoca longobarda. La designazione Mercato resiste fino ai primi anni dell’Unità Nazionale. Nella seduta del 21 maggio 1864 il consiglio comunale delibera il cambiamento del nome del comune da “Mercato” in “Mercato Sanseverino”. La richiesta è trasmessa al prefetto del Principato Citeriore in data 12 luglio dello stesso anno. Il 23 ottobre 1864 è emesso il decreto reale di autorizzazione, ma con la dizione errata di “Mercato San Severino”. Inutili sono i successivi tentativi dell’Amministrazione comunale di ripristinare il termine corretto “Sanseverino”, prescelto in omaggio alla potente famiglia che nel locale castello aveva fondato l’originaria dimora. Il 16 ottobre 1934, su iniziativa del potestà, cav. Amato Bilotta, il nome del comune è mutato in “Sanseverino Rota”, che recupera ad un tempo quello della nobile famiglia (Sanseverino) e dell’antica città romana fondata nei pressi della frazione Curteri (Rota). Il 2 agosto 1945 è ripristinato il nome del comune di epoca prefascista, ma questa volta nella dizione: “Mercato S. Severino”, che è quella ufficiale da adottare in tutti gli atti pubblici e privati.

La famiglia Sanseverino, Conti di Marsico e Principi di Salerno (secc.XI-XVI), una delle più importanti del Regno di Napoli, con Troisio il Normanno, il capostipite, Tommaso II, fondatore della Certosa di Padula, Tommaso III, Vicario del Regno, e i Principi Roberto I, Antonello, Roberto II e Ferrante, ultimo esponente della famiglia, morto in esilio ad Avignone nel 1567.

L' assenza di documenti sulle origini di Rota ci inducono ad iniziare la storia urbana del sito dal secolo VIII, cioè da quando è nota l'attestazione documentaria del suo Gastaldato. Non vi è dubbio che la storia della Valle affondi le sue radici nella civiltà romana, se non preromana. Molti sono i segni che lo confermano : una sezione dell' acquedotto Claudio nei pressi della locale ferrovia, la torre Marcello in prossimità della frazione Curteri e le tracce di una centuriazione in località Faraldo. E' accertato che Rota già nel IX secolo era un centro con una sua autonomia. Per comprendere l' importanza di Rota basta pensare che nell' 840 la provincia di Salerno era formata dai gastaldati di Conza, Sarno, Lucania (Cilento), Rota e Salerno. Sono noti anche i confini amministrativi del Gastaldato. Questi raggiungevano a nord, l' actua Nuceria; a sud la demarcazione confinaria era al di sopra di Acquamela, nei pressi della frazione Aiello; ad est il confine naturale era rappresentato dalle Serre di Montoro. Rota quindi era il centro propulsore della vita amministrativa di Gastaldato. Sulla sua localizzazione esistono versioni contrastanti. C'è, infatti, l'ipotesi di Rota sorta presso la frazione Curteri e l'ipotesi che ne vede le origini ai piedi della collina del Castello. non si può comunque escludere l'esistenza di ambedue i siti: Rota, presso Curteri - ancora da scoprire -, e un villaggio, ai piedi della collina del Castello, conosciuto col nome di Mercato.

Mercato non diventerà mai un grande centro urbano, esistevano fondati motivi (di cui parleremo più avanti) che ne impedirono l'espansione. Ma la posizione felice rispetto ai traffici favorì la sua affermazione quale luogo di stazione. Più che residenza urbana, dunque, Mercato fu fino al XVIII secolo - come dimostreremo - sede di pubblici uffici, come la Cancellaria e la Dogana, o di banchi di pegni per favorire il credito più di tutto. Mercato, inoltre, fu sede di svariati empori per il commercio fisso a piazza molto ambita per la mercatura girovaga. La istituzione della Fiera annuale del 1303 è la prova dell'importanza mercantile del luogo. Infatti sulla piazza si svolgevano non solo transazioni con i mercanti del circondario, ma anche con mercanti genovesi e fiorentini. Le merci trattate erano le più diverse: da quelle povere, come granaglie e alimenti vari, a quelle più ricche, quali pelli,sete, panni di lana, oro e rame. Una attività mercantile così fiorente spesso richiamava sulla piazza l'investimento di diversi capitali da parte di mercanti-banchieri, ebrei e ricchi possidenti. Nel circondario, poi, rifiorivano le attività artigianali. Ricordiamo la presenza dei maestri di muro, degli intagliatori di pietre, dei pipernieri, dei maestri ferrai, dei maestri ramieri, dei fonditori di metalli, dei tessitori, dei tintori, dei maestri di cotto, dei fabbri lignari, degli aurifabri, dei coriari,... Questi maestri artigiani operavano non solo nello Stato di Sanseverino,ma anche a Salerno, Napoli, Gaeta, Vicenza, fino alle province lombarde, richiamati per la loro perizia. Per quanto concerne l' agricoltura sappiamo che Rota sin dalla fine del X secolo rappresentava rispetto all' intera provincia un centro di produzione agricola di rilievo. Da un documento del 1286 si rileva che Mercato era uno dei principali fornitori, con i paesi dell'agro sarnese-nocerino, del mercato di Salerno. Comunque siamo autorizzati a pensare che Mercato, più che un centro di produzione agricola, all'epoca, si doveva considerare un luogo di raccolta e distribuzione delle varie derrate che si producevano nei villaggi rurali del circondario. Il vino e il grano erano i prodotti più affermati. Il primo per la sua rinomanza e il secondo per le numerose contrattazioni che si svolgevano sulla piazza. A questo fermento non fu estranea la presenza dei principi di Sanseverino e della corte. I principi, infatti, spesso proteggevano e incoraggiavano i traffici, mentre i nobili non disdegnavano l'impiego di capitali nei traffici mercantili.

Sulle origini e sulla localizzazione di Mercato S. Severino esiste oggi una vasta letteratura. Del periodo preromano e romano mancano studi sistematici e solo la presenza di alcune tracce sul territorio conferma l' antichità delle origini del luogo. A parte qualche raro toponimo, nessuna traccia documentaria esiste di un eventuale stanziamento bizantino. E con i longobardi di Arechi I che si ha notizia di un primo consistente popolamento della Valle, con la fondazione di diversi villaggi che ancora oggi la caratterizzano.

Dell' invasione longobarda fu proprio Rota - intorno al 640 - a subirne le conseguenze. Infatti il complesso urbano-rurale venne distrutto allorché gli abitanti del luogo osarono tagliare la strada alle truppe di Arechi, dirette verso Salerno. Successivamente il paese rifiorì grazie alla sua posizione eminente rispetto ai traffici. con l'avvento dei normanni, e quindi di Troisio, per motivi strategici, la vita amministrativa fu trasferita sul Castello. Siamo nella seconda metà del secolo XI. Intanto ai piedi della collina, nei pressi della distrutta Rota, si andava affermando un nuovo sito - poco più di un villaggio - che, per la sua attività prevalente nel settore degli scambi commerciali, fu nominato Mercato.

Fuori mura, poi, oltre ad alcune masserie sparse nella campagna circostante, era ubicato il convento dei Domenicani la cui costruzione fu autorizzata da Paolo II con una papale del 9 luglio 1466. Il convento - oggi palazzo Vanvitelli -, oltre all'annessa chiesa e campanile, era fornita di dormitorio, refettorio, chiostro, orto, giardino e cimitero. In posizione periferica, infine, erano situate pure le attuali chiese di S.Antonio,S.Giacomo e S.Maria delle Grazie, di più remota fondazione rispetto al convento dei Domenicani. A quell'epoca l'attuale corso Diaz , doveva essere costeggiato da abitazione solo lungo il lato sud, mentre a nord la strada, probabilmente, si confondeva con una piazza, che, considerata la morfologia del luogo, doveva estendersi fino alle pendici della collina del Castello. Quella piazza, nominata Mercato vecchio era certamente la più antica sede del mercato. L'unica costruzione sul lato nord del Corso, di cui è documentata la presenza nella prima metà del XV secolo, era il palazzo dei principi di Sanseverino. Il Palazzo, ancora esistente - noto col nome di "landi"-, nacque come ospizio,una sorta di albergo per i forestieri in transito. successivamente venne restaurato e convertito in dimora principesca nell'epoca di transizione tra Antonello e Roberto II, principi di Sanseverino. Il collegamento tra Mercato e il Castello, con buona attendibilità, era assicurato, per un tratto, dall'attuale via Municipio, e per il resto da un sentiero relativamente agevole che conduceva alla torre Mastio. Infatti nel testamento comitale di Giovanni, principe di Sanseverino, redatto il 19 dicembre 1444 presso l'ospizio di cui abbiano parlato, si fa riferimento in una citazione di confine, allo ruigo de lo Parcho. Questa viam puplicam conduceva al parco del Castello.

La storia dello stemma del comune è complessa e tormentata.

Le prime notizie che portano alla definitiva elaborazione dell'attuale stemma sono contenute in una lettera del 14 luglio 1892 dello storico Matteo de Bartolomeis indirizzata al barone Negri, che lo aveva interpellato sull'argomento. Lo studioso afferma di essere in possesso di un “monumentino”, rinvenuto nel 1889 “nel campo ameno della celebre distrutta Rota e proprio appo la fonte che chiamano a Formello ”. Il monumentino riprende l'effigie di S. Severino in abito pontificale, sotto la quale è riprodotta “una stria color bianco in linea orizzontale ricurva” con la sigla U.S.S. ( Universitas Sancti Severini ) e con la presenza nel campo inferiore delle “armi dei principi sanseverineschi”. Lo storico attribuisce il monumentino al XIII-XIV secolo (ma evidentemente si tratta di una attribuzione errata in quanto i Sanseverino diventano principi solo a partire dal 1463).

La strada indicata dal de Bartolomeis è quella che conduce alla riproduzione dello stemma definitivo, la cui versione è riconosciuta autentica dagli esperti dell'Archivio di Stato di Napoli. Tuttavia, tale elaborazione subisce una ulteriore modifica da parte della Consulta Araldica del ministero dell'Interno.

La versione ufficiale riproduce la figura di S. Severino a mezzo busto con mitra in testa, pastorale nella mano sinistra e destra benedicente, che sormonta una fascia con la scritta “V.S.S.” (Università di San Severino, nel senso di comune). Al di sotto della fascia è riportata una stella a cinque punte. Nella parte superiore campeggia una corona formata da un cerchio di muro, con quattro porte, sormontata a sua volta da otto merli.

L'area su cui insiste il complesso, un tempo ricadente fuori le mura, è rimasta a lungo isolata dal rimanente aggregato urbano cui, solo recentemente, è stata inglobata. A parte la pre­senza di qualche masseria isolata annessa ai terreni coltivati, la zona era completamente inurbanizzata e si distingueva per le grandi macchie di verde. Le maggiori trasformazioni urba­nistiche si ebbero negli anni 50 con gli interventi di edilizia popolare e scolastica che hanno definito l'attuale assetto di Piazza Ettore Imperio. Occorre inoltre ricordare che la realizza­zione della piazza risale all'inizio del nostro secolo quando, per sottolineare la grandiosità della facciata principale dell'edificio - opera della ristrutturazione settecentesca - fu allar­gata la strada esistente.

La storia della fondazione del complesso conventuale si lega all'antica e illustre famiglia dei Sanseverino. La potente famiglia di feudatari discende dal guerriero normanno Turgisio (o Troisio) che, giunto in Italia al seguito di Roberto il Guiscardo, si stabilì, intorno al 101, nell'antico oppidum Rotae. Turgisio, attratto dalla felice e strategica posizione del castello, vi fissò nel 1075 la sua dimora divenendo il capostipite dei Sanseverino. Da allora in avanti le vicende della nobile famiglia e del borgo omonimo rimasero indissolubilmente legate.

Questa famiglia feudale, il cui titolo specifico è Sanseverino di Marsico, detenne il potere in una vasta zona dell'Italia meridionale. Ben presto i Sanseverino estesero il loro dominio nel territorio giungendo a possedere nel periodo angioino una decina di Principati, Ducati e Marchesati oltre alla numerose Contee; strinsero rapporti di parentela con regnanti, rimasero fedeli e ben voluti dal Papato e diventarono, nel periodo aragonese Principi di Salerno. Ebbero una grossa influenza sulla vita del comune di S. Severino, proteggendo e incoraggiando i traffici. Inoltre, sotto la loro signoria e per la loro volontà, sorsero i maggiori edifici storici della città.

Sul lato nord del Corso Diaz sorge il palazzo dei Principi di Sanseverino - oggi Landi - che nato come albergo per forestieri in transito, alla fine del XV secolo fu restaurato e convertito in dimora principesca. Si deve a Tommaso III (1324-1358) la fondazione, 1328, del convento dei Frati Minori Conventuali con l'attigua chiesa dedicata a Sant'Antonio, primo nucleo a valle di Mercato S. Severino. Sotto la signoria di Tommaso V., Conte di Marsico e di S. Severino (1402-1432 ), nel 1412 fu costruita, per autorità del Capitolo Lateranense la seconda chiesa più importante del paese. La chiesa, situata ai piedi del castello, successivamente ampliata e poi intitolata, sul finire del XV secolo, San Giovanni in Parco per accogliere le spoglie dei Sanseverino.

Ma fu per volontà del fratello di Tommaso V., il conte Giovanni (1432-1444), che si diede inizio alla fondazione di un convento per domenicani annesso alla menzionata chiesa. Giovanni, morto nel 1444 e inumato nella chiesa, nel suo testamento lasciò 6000 ducati all'Ordine dei Domenicani, cui fu così devoto, affinché si costruisse un convento nel feudo di Sanseverino. Secondo le disposizioni di Giovanni, i figli avrebbero dovuto costruire il monastero entro tre anni e lo avrebbero dovuto intitolare a S. Severino, titolo che non ebbe mai. Inoltre la fondazione del convento avvenne solo dopo 20 anni probabilmente per la prematura morte di Luigi e per le incombenze amministrative che occuparono Roberto nei primi anni del suo governo".

Nel 1466, infatti, Roberto I (1445-1474), Principe di Salerno dal 1463, obbedendo alla volontà testamentaria del padre, comprò, con la somma di 4000 ducati, un palazzo dove si sarebbe innestato il convento con le sue "pertinentie" in località il "Parco", nel luogo in cui vi era la chiesa, e con i rimanenti 2000 ducati acquistò una masseria in No­cera denominata la "Starza dei corbi" le cui rendite sarebbero servite per il mantenimento dei frati.

In accordo con il Priore Fra Giacomo de Marsico, Vicario Generale della Provincia del Regno di Napoli, Roberto donò ai padri domenicani i beni acquisiti. I religiosi espressero la loro gratitudine ai Sanseverino collocando una lapide, ancora oggi visibile nell'abside delle chiesa di S. Giovanni in Palco". Dall'epigrafe si evince che Roberto I dedicava il convento San Giovanni a glorificazione del santo di cui il padre, inumato nella chiesa, aveva portato ilnome.

Grazie al lascito del Sanseverino, i frati domenicani diedero inizio, alle pendici della col­lina detta "Palco" o "Parco", proprio laddove vi era il palazzo, alla fondazione del mona­stero, la cui consacrazione ufficiale avvenne con la Bolla Apostolica di Papa Paolo II (Pietre. Balbo) del 26 luglio 1466 che concesse a P. Giacomo de Marsico di dare inizio alla fonda­zione con strumento stipulato dal notaio Giuliano Barbarito di Salerno in data 22 novembre dello stesso anno. Nel 1468 il Capitolo Lateranense dichiarò il convento priorato "ob devo­tionem ill.mi principis salernitani acceptamus pro conventu ordinis locum titulo S. johannis insignitum in castro S. Severini, cui instituimus in priorem f. Jacobum de Marsico sub vita re­golari".

Dalla Bolla Pontificia si comprende che, fin dall'epoca della fondazione, il convento, in località "Lo Parco Sancti Severini", era costituito da una «Principi domum cum ecclesia, campanili, campana, cimiterio, dormitorio, refettorio, claustro, ortis ortalitiis» e di "neces­sariis officinis pro perpetua habitatione fratrum praedicatorum". Inoltre apprendiamo che il complesso, oltre al palazzo, comprendeva un "giardino murato ... una massaria arbustata ... e diversi colli di monti ... con condotto d'acqua sorgente" proveniente da Pandola. Il con­vento, sito in un luogo piano sotto la falda del monte, distava dal centro abitato "per spazio di un tiro di scopetta".

Della fabbrica del XV secolo rimangono il campanile di piperno annesso alla chiesa. Ala di fattura quattrocentesca è probabilmente tutta la parte basamentale del porticato in­torno al chiostro, le cui volte a crociera sono impostate su grossi pilastri, e la zona seminter­rata del convento. Quest'ultima, alterata dalla ristrutturazione del XVIII secolo, è caratteriz­zata da un spazio sottoposto rispetto alla quota del porticato con volte a vela in tufo ed elementi di piperno. Oltre che dal porticato, a questo vano si accede direttamente dalla strada per mezzo dí un protiro al cui interno è riproposta la stessa scansione della corrispondente facciata esterna con la campata centrale sovrastata da un arco a tutto sesto. Probabilmente quest'ambiente così suggestivo costituiva l'originario ingresso al monastero completamente stravolto e mutilato dalle rampe dello scalone settecentesco.

Poche e incerte sono comunque le notizie relative ai primi due secoli di vita del convento che dovette, ad ogni modo, iniziare subito la sua attività, in quanto, grazie a donazioni rice­vute da ogni ceto di persone, da piccolo centro di vita religiosa divenne comunità proprieta­ria di fondi e beni sempre più cospicui. Tuttavia non ebbe sempre vita tacile risultando vit­tima di numerose controversie e appropriazioni indebite tanto è vero che nel febbraio del 1534, con un severo monito, l'autorità ecclesiastica emanò una Bolla di scomunica contro i coloni, gli agricoltori e gli illegittimi detentori di beni appartenenti al "Monasterium S. Ioan­nis de Parco, terrae S. Severini Ordinis Praedicatorum" invitandoli a rivelare, entro l'arco di tre giorni, i territori usurpati.

A seguito di un Breve di Papa Clemente VIII dell'8 aprile 1593, il 12 novembre 1594 il Capitolo Lateranense locò la chiesa annessa al convento all'Ordine dei Predicatori che già da tempo la officiava con l'obbligo di pagare "mezza libbra di pepe" l'anno. Il com­plesso di San Giovanni in Palco, sottoposto alla Giurisdizione del Capitolo Lateranense, è citato anche nell'elenco dei 68 conventi domenicani presenti nella Provincia del Regno re­datto da Michele Pio nel 1605. L'accresciuta importanza è testimoniata dalle diverse in­dulgenze concesse al convento "in loco ubi dicitur lo Parco" e alla chiesa, sede dal 1580 dell'Arciconfraternita di Maria Santissima del Rosario', l'8 novembre 1609 dai Canonici Lateranensi e da quelle concesse da Alessandro VII per ben due volte, tra il 1655 e il 1658'.

Lo stato temporale dei regolari nella seconda metà del XVII secolo si evince dalla rela­zione del convento, datata 15 febbraio 1650 e sottoscritta dal Priore fra Tommaso Santoro di Sanseverino, inviata alla Sacra Congregazione. Oltre all'elenco dei religiosi, delle entrate e delle uscite e ad alcune notizie sulla fondazione del monastero, la presente relazione com­prende anche una descrizione del convento e della chiesa che, sebbene poverissima, risulta assai preziosa'. Sappiamo così che nel 1650 il complesso conventuale era caratterizzato da un "claustro di sotto" costituito da "24 archi di tufo" con "officine" tutt'intorno; al cui centro vi era una cisterna con pozzo d'acqua sorgiva. Al "claustro di sopra" corrisponde­vano due dormitori con 16 celle dove abitavano dodici religiosi (sette sacerdoti e cinque conversi). Da ciò si evince che, fin dalla sua fondazione, il convento, il cui primo nucleo era contenuto nel palazzo quattrocentesco, appare caratterizzato da alcuni elementi che rimar­ranno invariati anche a seguito della trasformazione settecentesca della fabbrica. Inoltre ap­prendiamo che, sin dal 1650, il convento, la chiesa e le officine avevano "molto bisogno di riparamento".

La vita dei religiosi nella seconda metà del XVII secolo non dovette essere facile in quanto una serie di calamità naturali colpirono il territorio. Nel 1656 il convento fu investito da un'e­pidemia di peste e risultò tra quelli che ebbero maggiori vittime tanto che fu necessario nomi­nare un nuovo Predicatore Generale'. Lo Stato di Sanseverino rientra inoltre nella nota delle terre rovinate dal terribile terremoto del 1694 che danneggiò e distrusse molti edifici.

Ad aggravare i danni avuti in tutto il territorio per l'alluvione del 1725, contribuirono le torrenziali piogge del 1746, che causarono l'inondazione delle campagne e delle abitazioni per lo straripamento del torrente Solofrana. I danni provocati dalle ingenti piogge offrirono ai frati l'occasione per rammodernare quasi totalmente il convento, ormai "decadente" e poco adatto alle nuove esigenze. I frati avviarono nella seconda metà del XVIII secolo un grandioso programma di rinnovamento del complesso conventuale che assunse una nuova immagine, più aderente allo stile dell'epoca, e corrispondente all'attuale configurazione ar­chitettonica.

1 religiosi forse non avevano preventivato opere così onerose per l'abbellimento della loro fabbrica dai momento che, non disponendo di una solida situazione economica per por­tare avanti i costosi lavori', chiesero alla Sacra Congregazione dei Vescovi e dei Regolari l'as­senso per ricevere in censo la somma di duemila ducati da ipotecare sulla rendita della mas­seria "la Starza" vicino Nocera. Al 3 giugno 1777 i lavori non erano ancora terminati ma a buon termine: restava da completare alcune camere per renderle abitabili dai religiosità. L'in­tervento di ristrutturazione si protrasse almeno per dieci anni come testimonia un docu­mento del 1785 dal quale apprendiamo che, all'epoca, "il monastero trovasi in fabbrica e ha bisogno di molto legname".

Gli ingenti lavori di rinnovamento riguardarono la demolizione del vecchio dormitorio e la costruzione dalle "pedamenta" di uno nuovo e di altri "accomodi necessari". L'inter­vento del Settecento si sovrappose come nuova veste al vecchio, imponendosi sull'impianto originario per dettare nuovi ritmi e nuove regole. Il precedente, come spesso accadde in quel periodo, venne considerato spregiudicatamente più come pretesto per riaffermare il proprio linguaggio che come "testo materico" da rispettare.

La nuova facciata che si sviluppa tra la chiesa di San Giovanni e il nucleo quattrocente­sco è in tufo giallo a vista. Ad un'alta parte basamentale, ornata da lisce paraste che incorni­ciano le aperture del piano terra, si sovrappone un ordine gigante - 8 colonne doriche - che si sviluppa per gli altri due livelli. All'estremità concludono la facciata due corpi leggermente sporgenti caratterizzati superiormente dalla presenza di due grandi finestroni a tutto sesto, il cui motivo si ripete anche nella zona sottostante.

L'architetto settecentesco riesce a costruire sull'edificio preesistente una sorta di spettacolo progressivo che, partendo dall'esterno, dalla monumentale facciata, conduce al chio­stro, allo scalone e ai corridoi del primo piano. La scala, situata nell'angolo sud-ovest del porticato, si offre a chi entra dall'ingresso principale come sorpresa. Rispondendo alle esi­genze scenografiche del gusto dell'epoca, la scala assume il ruolo di protagonista con il suo gioco di nicchie - alloggio di sculture probabilmente mai poste - e di grandi spazi vetrati in cui interno e esterno, architettura e natura, si confondono. La costruzione dello scalone stravolse completamente gli ambienti sottostanti, sulle cui strutture furono impostate le nuove rampe.

Ancora più della scala colpisce la scenografia dei corridoi dei due dormitori nelle cui vi­suali prospettiche si affacciano le bucature a tutto tondo del terzo livello, formando una sorta di muro traforato. I due corridoi del primo piano, coperti a volta, creano uno spazio ampio e armonioso alquanto suggestivo illuminato alle estremità da due grandi finestroni. Si gene­rano particolari giochi di luce dal chiostro, ai corridoi, ai ballatoi fino agli ambienti del sot­totetto. Gli spazi si compenetrano, quasi a voler catturale più luce possibile, attraverso sin­golari artifici come le "bocche" a conclusione dei ballatoi, il lanternino, vero e proprio pozzo di luce e le bucature ovali.

L'intervento 700esco fu concepito come una "pelle" sovrapposta alla fabbrica preesi­stente per abbellire e ritmare l'edificio secondo un disegno più aderente allo stile dell'epoca.

Ciò trova conferma nella mancata corrispondenza tra la rigorosa simmetria della facciata e gli ambienti interni. In alcuni locali - un tempo celle dei religiosi - si nota come le aperture della facciata non hanno alcuna relazione con la copertura a volta degli stessi, trovandosi spesso in contrasto. Analogamente, al piano terreno lo scalone settecentesco scontra con le aperture del porticato, tanto che in corrispondenza del primo pianerottolo una risulta parzialmente tompagnata.

Si potrebbe infine ipotizzare che, diversamente dal dormitorio occidentale, quello meridionale non fu completamente demolito bensì inglobato e adeguato al nuovo disegno. Que­sta ipotesi scaturisce anche dal diverso tipo di copertura delle celle meridionali - coperte a volta - e di quelle occidentali - con solaio "a trave e soldarini".

Del XVIII secolo è anche la torretta della meridiana, costruita in aderenza al loggiato sull'ala settentrionale del chiostro, di fronte all'ingresso principale, che intensifica il fondale scenico creato dal sovrastante castello e dalla collina.

Le proporzioni della nuova facciata, l'ampio e scenografico scalone, così come le vi­suali prospettiche dei corridoi, richiamano le opere di Luigi Vanvitelli. Tuttavia scono­sciuta è la paternità dell'intervento, sebbene l'edificio continua a essere chiamato dai cit­tadini di Mercato S. Severino Palazzo Vanvitelliano, quasi a voler confermare la presenza dell'illustre architetto nella città. Anche se da più parti sono state avanzate diverse attri­buzione non esiste nessun documento che ne accerti la paternità. Alcuni studiosi attribui­scono l'opera a Luigi Vanvitelli (1700-1773), altri al figlio Carlo. Tuttavia nel copioso epi­stolario di Luigi Vanvitelli non esiste alcun riferimento al convento di San Giovanni in Palco. Considerando anche la data dei lavori, sembrerebbe più verosimile l'intervento di Carlo (1739-1821).

Non è da escludersi tuttavia che Luigi Vanvitelli, occupato in quel periodo alla realizza­zione della Casina da Caccia della vicina Persano abbia dato una sua consulenza sui lavori da farsi, essendo a quel tempo Mercato S. Severino passaggio obbligato della strada che da Napoli conduceva a Persano e che le stesse maestranze impiegate a Persano lavorarono an­che a Mercato S. Severino. L'intervento ad ogni modo testimonia l'importante tradizione artigiana che in passato contò Mercato S. Severino: in buona parte della Campania erano noti i "maestri di muro", gli intagliatori di pietra e i "pipernieri" della zona. In ogni caso, sia dal­l'impostazione generale dell'opera che da un accurato esame dei suoi particolari architettonici, l'architetto autore della ristrutturazione settecentesca appartenne alla scuola vanvitel­liana.

Da uno stato nominativo del 1779 apprendiamo che nel convento, descritto a circa 30 passi fuori dell'abitato, vi abitavano 4 padri, un converso professo e un oblato, mentre da una relazione del parroco di Mercato S. Severino, Don Luigi Guerrasio, risulta che nel 1798 nel convento vi erano 4 religiosi sacerdoti e 4 religiosi laici.

I religiosi, cui tanto costò il rinnovo settecentesco, probabilmente mai del tutto ultimato - la facciata principale non venne mai intonacata - poterono godere ben poco dello splen­dore e della maggiore spaziosità del convento. L'edificio, probabilmente danneggiato dal si­sma del 1806, tre anni più tardi venne chiuso a seguito delle leggi napoleoniche.

Durante il decennio del dominio francese, il convento di San Giovanni in Palco, condi­videndo la sorte degli altri complessi monastici, fu soppresso il 7 agosto 1809. Il 28 settem­bre dello stesso anno Ferdinando Romano, Vincenzo Mari e Bernardo de Falco, incaricati della chiusura, si recarono nel monastero prendendone ufficialmente possesso.

Documento fondamentale per conoscere le condizioni della fabbrica all'inizio dell'Ot­tocento è lo "stato della rendita" all'atto della soppressione del monastero. I verbali, oltre al­l'elenco dei numerosi beni mobili e immobili posseduti dai domenicani', contengono anche un'accurata descrizione dell'intera fabbrica.

Leggendo il documento, datato 4 ottobre 1809, possiamo capire quale era lo stato del monastero al momento della soppressione francese, vale a dire circa venti anni dopo la ri­strutturazione settecentesca.

In linea generale, non si riscontrano grandi difformità rispetto alla situazione attuale. Il convento, "posto fuori dell'abitato ... a due tiri di schioppo da un monte denominato il Palco, alle cui pendici è costruito", si sviluppava intorno ad un cortile pilastrato, con due corpi di fabbrica articolati su tre livelli e una parte cantinata. La scomparsa della pianta, un tempo allegata alla descrizione, certamente non ci aiuta nella piena comprensione del testo, soprattutto quando viene descritta la zona nord-est, la parte della fabbrica maggiormente al­terata.

Nel documento si sottolinea la raffinatezza del "frontespizio ... eseguito su di un disegno d'Architettura la più elegante". La descrizione ricorda, oltre al piccolo atrio d'accesso, accompagnato da due stanze ai lati, il "chiostro di figura quadrata ... selciato con pietre d'itaglio ... circondato da un corridoio a lamia diviso in due braccia" con due pozzi d'acqua sor­gente di cui quello centrale in pietra.

Intorno al porticato, all'epoca, erano distribuiti vari ambienti: una stalla, una "rimessa", un "vasto cellaio", una "cantina da riporre vino", ubicata negli ambienti sottoposti alla chiesa e al coro, e un "locale per diversi usi". Il suggestivo spazio quattrocentesco situato in parte sotto lo scalone, era adibito a cantina, mentre il sovrapposto piano ammezzato a "granile". Nell'angolo nord-ovest del porticato una grande porta conduceva direttamente al giar­dino; nell'angolo nord-est, invece, con una "scala segreta" si accedeva ai dormitori e alla sa­grestia della chiesa.

L'autore evidenzia il "disegno oltremodo magnifico" dello scalone settecentesco, coperto "lamia" con "gradini e passamani ... di pietra d'intaglio". La relazione ricorda i corri­doi del primo piano con le caratteristiche "aperture di figura ovale" che terminano con fi­nestroni dalle invetriate "a coda di pavone", e che, lateralmente, si aprono sulla "loggia".

Nel 2007, in piena emergenza rifiuti nella Regione Campania, Mercato San Severino, insieme al comune di Bellizzi, si distinse come il paese più pulito della Campania, grazie alla buona politica utilizzata per la gestione raccolta differenziata.

Il complesso monumentale del castello medievale di Mercato S. Severino costituisce uno dei più notevoli episodi di architettura militare dell'Italia meridionale (è il secondo per estensione in quest' ambito geografico) essendo composto da un primo nucleo di fondazione longobarda, un secondo normanno ed un terzo svevo - angioino - aragonese . L'interesse storico ambientale è reso evidente dalle rovine superstiti dei suoi ambienti e delle sue tre cinte fortificate.

Le strutture murarie del castello, in parte in buone condizioni, configurano attualmente tutta l'estensione originaria che raggiunge circa i 350 x 450 metri.

Il castello è stato sede, e strumento, della più importante famiglia del Regno, i Sanseverino , dopo gli Aragona , che traevano la loro origine dagli Angerio normanni. Fu abbandonato a causa della partecipazione dell'ultimo Sanseverino alla congiura dei Baroni contro Ferrante.

Nel castello, nella sua cappella ancora in parte conservata, S. Tommaso, recatosi a trovare la sorella Teodora, sposata Sanseverino , ebbe l'ultima visione prima della morte che lo colse sulla strada per la Francia , dove si recava in qualità di ambasciatore del papa.

Recenti scavi condotti dal Centro per Archeologia medievale dell'Università degli Studi di Salerno hanno rivelato una stratigrafia complessa che ha messo in luce resti di officine metallurgiche, sistemi per l'uso di macchine da difesa, come catapulte e mangani, e materiali d'uso quotidiano, come ceramiche, monete, ecc., che potrebbero essere ben utilizzati sia per la creazione di un museo che di laboratori per la ricerca scientifica.

Fa parte del nucleo più antico del castello. Situata a ridosso del mastio quadrato, era probabilmente adibita a manifestazioni militari. Seguendo il perimetro interno delle mura risultano ben evidenti le piccole torrette per l'installazione delle macchine da guerra e i camminamenti di ronda, che conservano ancora i merli originali collocabili tra l'XI e il XII sec.

Poco distante dalla Piazza d'Armi si incrocia, sul lato sinistro, il portico di accesso alla cisterna. Il portico, perfetto per la sua volta a botte, è situato alle spalle del palazzo, che da questo luogo veniva esemplarmente difeso attraverso quattro aperture di aerazione e illuminazione.

La cisterna, ad intonaco sovrapposto, è lunga otto metri, essa porta lungo il perimetro una mensoletta alta un quarto di parete. Dal suo fondo, ancora oggi, è possibile attingere per dissetarsi della buona acqua piovana.

Addossato alla cisterna si situa il palazzo, sede residenziale del signore.

Il palazzo presenta dimensioni molto vaste e non si esclude che possa essere stato occupato dal capostipite Troisio , che qui si stabilì fino al 1064 con la sede militare.

La parte esterna del palazzo conserva tre tipi costruttivi: il primo è un camminamento di ronda, merlato, molto basso, quasi a livello del fossato; il secondo, un muro con merli; il terzo è una sopraelevazione, databile probabilmente al 1358 quando sul castello fu fondata la prima sede del convento di S. Antonio.

I merli sono quadrati, di quelli chiamati impropriamente guelfi. E guelfi furono i Sanseverino poiché fin dal XII secolo parteggiarono quasi sempre per il papato.

Accanto al palazzo i Sanseverino eressero una chiesa un tempo ricca di affreschi. La forma gotica è evidente, e poiché sappiamo che in essa S. Tommaso d' Aquino ricevette una delle sue visioni, è certa la sua esistenza a metà Duecento.

Sottostante la chiesa è situata una cripta. In essa è probabile che vennero sepolti tutti i Sanseverino presenti nel castello fino al 1358, anno in cui Tommaso III, uno dei maggiori rappresentanti della famiglia, fece costruire il convento di S. Francesco a Mercato, ai piedi della collina.

Verso la valle di Curteri , là dove sarebbe stato più facile risalire verso il castello, furono realizzate nel XII sec. due torri merlate congiunte fra loro dal muro di cinta.

Le mura sono ancora intatte ed è evidente la loro antichità come è dimostrato dalla fattura elementare quadrata, con poche saettiere e feritoie e con i merli dei camminamenti di ronda.

Lungo la zona meridionale, la cinta del castello non presenta l'alto muro continuo delle fortificazioni superiori, ma una serie di torri quadrate.

Le caratteristiche della cinta ne consentono una sicura datazione. Le torri sono di età sveva , quando nell'Occidente castellano si impose questa particolare tipologia voluta da Federico II. Il conte Tommaso I di Sanseverino deve ritenersene l'ispiratore, e il tutto va inquadrato in quegli anni (1230 - 1245) di imperfetta tregua politico - militare tra gli Svevi e i Sanseverino .

Verso la città, la serie delle torri doveva terminare con un'altra opera, probabilmente anch'essa quadrata, poi sostituita nel 1350 circa col torrione cilindrico.

Il Convento di S. Antonio fu fondato con bolla di Innocenzo VI il 6 agosto 1358.

Il titolo del convento fu S. Francesco, mentre la SS. Annunziata quello della chiesa annessa, mutati in S. Antonio di Padova nel 1760.

La chiesa si presenta con una sola ampia navata con due cappelle laterali. Misura metri 41,10 x 10,90.

All'epoca della fondazione, chiesa e convento, furono costruiti in stile gotico e a tre navate. Quelle laterali furono abolite in seguito a profondi danni subiti da una paurosa alluvione che colpì la zona nella prima metà del sec. XVIII. Dopo l' alluvione la chiesa e il convento furono ricostruiti nella forma attuale. Tuttavia lo stile gotico della fondazione può oggi rilevarsi negli archi acuti che affiorano al disopra del soffitto e all'esterno nella struttura dell'abside e della cappella della Madonna di Pompei, e ancora negli archi acuti delle campate e nelle crociere archiacute del chiostro e nelle finestre del campanile . Quest' ultimo è tra i pochissimi conservatisi in tutta la Campania, con le sue splendide finestrature cieche, uniche del genere.

Benché la chiesa si presenti oggi con la sfarzosa decorazione e gli stucchi del Settecento, è da considerare una delle maggiori opere gotiche della provincia, capace di sostenere il raffronto con le analoghe architetture di Nocera Inferiore (S. Antonio), Eboli (S. Francesco), Salerno (S. Domenico), Teggiano .

Tra i numerosi quadri conservati nella chiesa si ricordano una Madonna con Bambino, S. Giuseppe e Santi (1754) attribuita a Giovan Battista de Mari; una Gloria dell'Immacolata attribuita a Francesco Solimena ; una Immacolata, di notevole interesse artistico, realizzata da Giovanni Bernardo Lama (1508 - 1579).

Il soffitto della chiesa, nella parte centrale, riporta un fastoso dipinto a tempera su legno con la rappresentazione dell' Incoronazione della Vergine e i SS. Chiara, Michele, Francesco, Antonio, Ludovico d' Angiò , Luigi IX di Francia, S. Giuseppe, S. Rocco.

La tela fu realizzata da Michele Angelo Ricciardi nel 1731.

Acigliano (con Ferrera, San Magno), Acquarola (con Sant'Elia), Capocasale, Carifi, Ciorani (con Piemonte, Vigna dei Padri), Corticelle (con San Girolamo), Costa (con Pendino), Curteri (con Santa Maria a Rota), Galdo di Carifi (con Li Mandrilli), Lombardi (con San Martino), Monticelli di Sopra (con Valle Bracciola), Monticelli di Sotto (con Il Granfone), Oscato, Ospizio, Pandola (con Santa Croce), Piazza del Galdo (con Piro, Sant'Aniello), Priscoli, Sant'Angelo in Macerata (con Abbadessa, Bagnorosoli, Carratù, Marcella-Torrione, Santa Croce, Valle-Marigliano), Sant'Eustachio (con Rosto, San Felice, Tosta), San Vincenzo, Spiano (con Terra Santa), Torello, Valle.

In tutto il territorio ci sono due compagnie di Trasporto Pullman, Leonetti e Gallucci compagnia privata che lavora tra Nocera Inferiore Roccapiemonte C.S.Giorgio Fisciano Montoro e Solofra e la CSTP che copre tutto il territorio Campano.

La città è servita dalla stazione di Mercato San Severino, che rappresenta un nodo ferroviario molto importante in Campania: vi confluiscono infatti la linea Salerno - Avellino - Benevento e la linea per Nocera Inferiore/Sarno.

La città ha anche un'altra stazione, Valle di Mercato San Severino.

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Maestro di San Severino

Cristo nell'orto Monaco Alte Pinakothek

Maestro di San Severino (attivo a Colonia verso il 1500).

L'anonimo artista tedesco, operoso a Colonia dove aveva una fiorente bottega fu probabilmente allievo del Maestro della Sacra Stirpe e influenzato dall'opera di Gerard de Saint-Jean e di Stephan Lochner; prende il nome dal grande altare conservato nella omonima chiesa di Colonia, del quale sono sopravvissute solo venti tavole, con scene tratte dalla Leggenda di san Severino.

L'opera presenta l'intervento di più mani, forse si tratta di un'opera di bottega, svolta sotto il suo controllo, non pervasivo, del Maestro.

All'anonimo vengono attribuite: l' Adorazione dei Magi, commissionata attorno al 1512 dal «doctor juris Christian Conreshem»; due tempere su seta, con Otto sante e la Messa di san Gregorio, un ritratto femminile, databile al 1500 circa, opere tutte conservate a Colonia; un trittico a sportelli mobili con al centro la Crocifissione, ora conservato a Boston; quattro tavole che facevano parte di un altare dedicato all’Infanzia di Cristo e ora divise tra Parigi e Bruges e alcune tavole con scene della passione tra cui Il Cristo nell'orto dell'Alte Pinakothek di Monaco.

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Chiesa di san Severino abate

San Severino

La chiesa di san Severino abate, monumento nazionale, è il più antico edificio sacro di San Severo. Attestata per la prima volta nel 1059, rappresenta il cuore storico e religioso della città, della quale è chiesa matrice e prima parrocchia nonché tempio civico.

Tra l'età longobarda e quella bizantina s'irradiò dal monastero di Cassino il monachesimo benedettino, e con esso il culto del santo apostolo del Norico Severino: sul probabile itinerario della Via Sacra Langobardorum sorse dunque una primitiva chiesetta dedicata al santo, presso cui si formò nell'XI secolo, grazie al continuo afflusso di pellegrini diretti a Monte Sant’Angelo e agli spostamenti di uomini e merci, l'odierna città, originariamente chiamata Castellum Sancti Severini (borgo fortificato di San Severino).

L'originaria chiesetta benedettina a tre navate, con facciata a capanna con spioventi (il cui tessuto murario è tuttora leggibile), fu trasformata in un più capiente tempio a unica nave entro il 1224, anno in cui fu riconsacrata da Risandro, vescovo di Melfi. Immediatamente dopo il 1295, durante il regno di Carlo II d'Angiò, la matrice fu ampliata impiegandosi materiali edilizi di risulta provenienti con ogni probabilità dall'abbandonato palatium Bellumvidere di Federico II: si prolungò la navata fino alla lunghezza attuale e si aggiunse il transetto, risultato irregolare nel braccio sinistro forse a causa dell'impossibilità di occupare i suoli adiacenti, verosimilmente privati. Ne derivò l'odierna pianta a croce latina, resa suggestiva dalla caratteristica abside inclinata che simula il capo reclinato di Cristo. Un lato del campanile, massiccia struttura in pietra del XII secolo, divenne parete interna del braccio destro del transetto. Accanto alla torre, il nuovo corpo del tempio trovò prestigioso sfogo esterno nella facciata lapidea secondaria, in cui fu adattato il ricco portale del palatium federiciano, opera attribuita al protomagister Bartolomeo da Foggia, e sbocciò un elegante rosone a sei raggi.

In età rinascimentale la chiesa si arricchì di altari e opere pittoriche, ma il terremoto del 30 luglio 1627 danneggiò la fabbrica pesantemente: cadde la parete sinistra, crollarono i tetti e rimase danneggiato il campanile. Ricostruite le pareti crollate e le coperture (il campanile fu terminato intorno al 1730), importanti e generali lavori di decorazione dell'interno furono realizzati entro la metà del Settecento nel segno di un festoso barocco ricco di colore: le superfici, sobriamente stuccate, furono completamente dipinte con vivaci finzioni marmoree e architettoniche definite da copiose dorature, mentre pregevoli affreschi alle pareti (sulla controfacciata Gesu caccia i mercanti dal tempio, nel presbiterio San Severino e San Severo, Davide che salmeggia e Mosé colle tavole della Legge, nei pennacchi della cupola a scodella i Dottori della Chiesa) si legavano ai soffitti dipinti (il maggiore col Miracolo di san Severino). Completavano l'impianto decorativo e funzionale il grande organo a canne e l'elegante coro ligneo.

Nel 1780 l'interno fu quasi completamente imbiancato a calce, assai probabilmente a scopo di disinfezione durante la pandemia influenzale - il cosiddetto morbo russo - scoppiata in quell'anno. Nel 1857 si eseguirono importanti lavori di ridecorazione di marca neobarocca, coronati dalla costruzione del nuovo altare maggiore in marmo, peraltro neoclassico, e dal rifacimento del soffitto (nel 1858). Una nuova balaustra marmorea per l'altare maggiore fu realizzata nel 1903 da Vincenzo Postiglione. Nel 1915 fu riordinata l'area del presbiterio, spostando l'altare sul fondo, costruendo una grande cona in marmo per la statua del santo patrono e riducendo ai soli lati il coro ligneo settecentesco, comunque riadattato senza comprometterne la coerenza stilistica. Nel 1932 nuovi interventi contemplarono la ridipintura totale della chiesa con finzioni marmoree e architettoniche dalle tinte generalmente cupe.

Pericolante e chiusa nel gennaio 1960, dopo quarantotto anni in cui si sono alternati lunghi periodi di abbandono e assai discussi restauri a singhiozzo che ne hanno in parte compromessa l'integrità artistica, la chiesa è stata definitivamente riaperta al culto il 27 aprile 2008, nonostante resti da recuperare la maggior parte della settecentesca decorazione pittorica delle pareti.

Il tempio è sede della Pia Associazione San Severino Abate, costituita il 15 ottobre 2007 e canonicamente eretta da mons. Lucio Angelo Renna il 30 ottobre dello stesso anno.

La facciata maggiore, in pietra e laterizio, ha portale con iscrizione che ricorda la riconsacrazione del 1224 e semplice archivolto in breccia corallina, mentre in una nicchia nel timpano, timidamente barocco, è inserita una statuetta tardomedievale raffigurante san Severino in abiti di apostolo (XIII-XIV secolo). La facciata di transetto, sempre in pietra ma più ricca, ha portale d'età federiciana (attribuito a Bartolomeo da Foggia) con sontuoso archivolto sorretto da mensole leonine, rosone a sei raggi e un trittico a bassorilievo col santo titolare in abiti pontificali tra due angeli, elemento di reimpiego databile al XII secolo. Accanto sorge lo svettante campanile, il maggiore della città, alto cinquanta metri: la parte inferiore, in pietra squadrata e con elegante bifora gotica, è medievale (su di essa sono collocate due meridiane in marmo, ottocentesche); la parte superiore, barocca e in laterizio, fu costruita intorno al 1730 e termina con una guglia piramidale ricoperta di tegole maiolicate policrome.

L'interno del tempio, profondo 36 metri, largo 12 (25 ca. nel transetto) e alto 16, appare stilisticamente discontinuo, a causa degli interventi di diversa epoca che lo hanno interessato. Presso l'ingresso è il grande battistero, con fonte lapideo del 1580 (commissionato da Severino de Letteriis; il basamento è un capitello romanico rovesciato) sovrastato da un ciborio ligneo settecentesco. Sulle prime paraste sono due interessanti acquasantiere marmoree del Settecento, opera di marmorario napoletano. Nell'unica ampia navata, con vivaci decorazioni parietali del Settecento (ancora in fase di recupero), sorgono altari di vario stile con statue e dipinti, tra cui due notevoli pale ritraenti la Madonna con san Marco evangelista e sant'Antonio abate di scuola veneziana, entrambi olii su tela del XVI secolo. Nel transetto spiccano, a destra, un grande arco gotico in pietra, una pregevole Pietà napoletana (olio su tela, XVIII secolo) e, in una scarabattola, un notevole presepio primo-ottocentesco, opera dello scultore napoletano Arcangelo Testa; a sinistra il fastoso organo a canne di Innocenzo Gallo (1749-50), con cassa e veranda incrostate di cornici dorate su brillante fondo policromo, e un piccolo gruppo scultoreo, ottocentesco, rappresentante la deposizione di Gesù dalla croce. L'ampio presbiterio, su cui domina la statua del santo titolare (manichino ligneo policromo dello stesso Testa, 1817), patrono primo e principale della città e diocesi di San Severo, è definito ai lati dagli stalli dell'elegante coro ligneo settecentesco, opera raffinata dell'avellinese Romolo Baratta (restaurato nel 2000), e sul fondo dal grande e severo altare maggiore neoclassico, consacrato nel 1857. Sui due lati, al di sopra del coro, sono due dipinti a tempera del 1932 raffiguranti La presentazione di Gesù al tempio, a sinistra, e San Francesco Saverio che predica nelle Indie, a destra, entrambi opera del sanseverese Gennaro Cavallo.

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Source : Wikipedia