Salvatore Riina

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Inviato da murphy 30/04/2009 @ 14:13

Tags : salvatore riina, cosa nostra, mafia, criminalità, società, totò riina

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Salvatore Riina

Salvatore Riina, meglio conosciuto come Totò Riina, (Corleone, 16 novembre 1930), è un criminale italiano, componente dei vertici di Cosa Nostra, detenuto dal 1993. Veniva chiamato anche Zù Totò oppure Totò u Curtu, per via della sua bassa statura (158 cm).

Nel 1943 Riina perse il padre Giovanni ed il fratello Francesco di 7 anni mentre insieme a lui ed al fratello Gaetano stavano cercando di togliere la polvere da sparo da una bomba americana inesplosa rinvenuta tra le terre che curavano per rivenderla insieme al metallo. Gaetano rimase ferito e Totò rimase illeso. Dopo la morte del padre per l'esplosione, essendo il maggiore dei figli maschi, a 13 anni divenne il capo famiglia. In questi anni conobbe il criminale Luciano Liggio che gli insegnò a rubare i covoni di grano e a chiedere il pizzo ai contadini.

Già diciannovenne dovette scontare una pena di 12 anni all'Ucciardone per aver ucciso, in una rissa durante una partita di bocce, il suo coetaneo Domenico Di Matteo che lo accusava di avergli ucciso tutto il bestiame.

Venne scarcerato il 13 settembre 1956 a causa delle poche accuse contro di lui e ritornò nel suo vecchio paese Corleone per assumere un ruolo di rilievo al servizio di Luciano Liggio. In questo periodo conobbe e cominciò a frequentare Antonietta Bagarella, sorella di Calogero e Leoluca Bagarella, che molto presto diverrà sua fidanzata. Insieme a Liggio si cominciò ad occupare della macellazione clandestina del bestiame rubato al feudo Piano di Scala. Accanto a loro c'era Bernardo Provenzano, detto "Binnu u' tratturi". Liggio e i suoi fedelissimi inizialmente furono al servizio del dottor Michele Navarra, capomafia di Corleone. Successivamente assetati di potere decisero di eliminare Navarra per ottenere il predominio nel paese.

Tra gli uomini di Liggio figurava anche lo zio di Salvatore, Giacomo Riina, arrestato nel 1942 insieme allo stesso Liggio per contrabbando di sigarette.

Michele Navarra fu assassinato dai sicari di Liggio (2 agosto 1958) che assunse la guida del clan corleonese. Riina, insieme agli amici d'infanzia Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, iniziò ad assassinare coloro che erano stati fedeli a Navarra (i cosiddetti "navarriani").

Intorno alla prima metà degli anni '60, lui, Luciano Liggio e Bernardo Provenzano diedero inizio alla scalata criminale al potere di Palermo, dove contavano sull'appoggio dell'allora assessore Vito Ciancimino, pure lui di Corleone. Grazie a lui fecero un patto con Salvatore La Barbera per il controllo del mercato della carne e il traffico di sigarette. Liggio lasciò Riina e Provenzano a gestire gli affari a Palermo e si nascose a Corleone. Ma La Barbera venne rapito ed ucciso dai boss della famiglia mafiosa dei Greco e scoppiò la "prima guerra di mafia". I componenti del clan La Barbera fuggirono dal capoluogo siciliano e così fece Riina. Ma fu arrestato nel 1963: una notte, mentre si trovava in una stazione di servizio a Palermo, una pattuglia di Polizia gli chiese di favorire la patente ed il libretto. Riina, che aveva una carta d'identità falsa (in cui il suo nome risultava essere "Giovanni Grande" da Caltanissetta) ed una pistola non regolarmente dichiarata, tentò di scappare ma venne braccato facilmente dalle forze dell'ordine.

Tuttavia, dopo aver scontato alcuni anni di prigione al carcere dell'Ucciardone (dove conobbe Gaspare Mutolo), fu assolto nei due processi a suo carico (per forti minacce che ricevettero i giudici), svoltisi a Catanzaro e a Bari (10 giugno 1969). Arrestato nuovamente il 17 giugno 1969 in un albergo di Bitonto mentre era in compagnia di Liggio, il 7 luglio 1969 la prima sezione del tribunale di Palermo lo condannò a quattro anni di confino a San Giovanni in Persiceto (provincia di Bologna). Ma Riina, con la scusa di ritornare per due giorni a Corleone per salutare i suoi parenti, si diede alla latitanza e non partì più per il confino.

Salvatore Riina fu tra gli esecutori della Strage di Viale Lazio, dove morirono Calogero Bagarella e il boss Michele Cavataio, obiettivo da eliminare (1969). A Palermo si fece nemici il boss Giuseppe Di Cristina, Giuseppe Calderone, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo che volevano impedire l'ascesa dei Corleonesi chiamati da loro viddani, cioè "contadini". Fu invece appoggiato dai capi mafiosi Michele Greco e Pippo Calò. In questo periodo Riina prese il posto di Liggio, arrestato nel 1974, come "boss dei boss" e sotto il suo comando i Corleonesi accrebbero notevolmente il proprio potere finanziario, grazie al traffico di droga e alle gare d'appalto a Palermo.

Il 16 aprile dell'anno 1974 sposa Antonietta Bagarella (sorella minore del suo amico d'infanzia Calogero). Dopo il matrimonio hanno avuto quattro figli: Concetta, Giovanni, Giuseppe e Lucia. Riina non ha mai fatto mancare niente alla moglie e ai loro figli, aveva una certa protezione per loro e qualche volta si dimostrava disponibile alla famiglia.

Al suo servizio troviamo tre dei più feroci killer: Pino Greco detto Scarpuzzedda, esecutore di vari ed efferati delitti, Mario Prestifilippo e Leoluca Bagarella, cognato dello stesso Riina.

Siccome Di Cristina e Calderone lo stavano ostacolando, li fece assassinare barbaramente. Il boss Bontate invitò Riina nella sua villa per ucciderlo. Ma quest'ultimo venne avvisato da Michele Greco e alla villa mandò due suoi uomini: il piano omicida di Bontate era fallito.

Riina allora fece uccidere Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo: queste due uccisioni scatenarono una sanguinosa seconda guerra di mafia nei primi anni '80. Durante questa "guerra" fece uccidere i parenti del boss Tommaso Buscetta (che si salvò fuggendo in Brasile). In seguito Buscetta verrà estradato in Italia e comincerà a collaborare con il giudice Giovanni Falcone. Sconfitte le famiglie dei Bontate, degli Inzerillo, dei Di Cristina, dei Buscetta, dei Badalamenti e dei Calderone, Riina estese il suo potere su tutta Cosa Nostra e realizzò in questo periodo un'aggressiva campagna contro lo Stato, ordinando gli omicidi di tutti coloro che lo ostacolavano.

Il potente politico della DC Salvo Lima e l'esattore della famiglia di Salemi Ignazio Salvo avrebbero promesso a Riina che la sentenza del Maxiprocesso (che lo condannava all'ergastolo in contumacia) sarebbe stata modificata grazie alle loro conoscenze negli ambienti della politica e della magistratura romana. Ciò, tuttavia, non avvenne e il 30 gennaio 1992 la Cassazione confermò gli ergastoli e sancì la validità delle dichiarazioni del pentito Buscetta. Riina reagì facendo uccidere prima Lima e pochi mesi dopo Ignazio Salvo.

Il 15 gennaio del 1993 fu catturato dal Crimor (squadra speciale dei ROS guidata dal Capitano Ultimo) sulle indicazioni del neopentito Baldassare Di Maggio. Riina, latitante dal 1969, venne arrestato al primo incrocio davanti alla sua villa in via Bernini n. 54, insieme al suo autista Salvatore Biondino, a Palermo, nella quale trascorse alcuni anni della sua latitanza insieme alla moglie Antonietta Bagarella e ai suoi figli. Secondo alcune fonti dietro il suo arresto c'è la mano del suo braccio destro, nonché amico d'infanzia Bernardo Provenzano, ansioso sia di divenire lui stesso capo dei capi di Cosa Nostra, sia perché in contrasto con Riina circa l'attacco ad oltranza allo Stato (con i relativi massacri di personalità di spicco dello Stato stesso).

Fino al luglio del 1997 Riina è stato rinchiuso nel supercarcere dell'Asinara, in Sardegna. In seguito è stato trasferito al carcere di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno dove, per circa tre anni, era sottoposto al carcere duro previsto per chi commette reati di mafia, il 41 bis, ma il 12 marzo del 2001 gli venne revocato l'isolamento, consentendogli di fatto la possibilità di vedere altre persone nell'ora di libertà. Nel 2003 gli è stata annullata tale revoca ed è costretto nuovamente al carcere duro.

La personalità di Riina, anche grazie al suo carattere schivo e cupo, è rimasta enigmatica.

Antonino Calderone lo descrisse come una persona molto ignorante, ma dotata di grande intuito e intelligenza in qualsivoglia momento difficili da prevedere. Onorevole riguardo la famiglia e le donne, gentile e feroce allo stesso tempo, dai metodi arcaici tipici della Sicilia più tradizionale. Calderone disse che la sua filosofia di vita è "Se qualcuno si ferisce un dito, a volte la miglior cosa è tagliare tutto il braccio".

Per la parte superiore



Cosa nostra

Vito Genovese

Con l'espressione Cosa Nostra si è soliti indicare un'organizzazione criminale di stampo mafioso presente in Sicilia dagli inizi del XIX secolo e trasformatasi nella seconda metà del '900 in una organizzazione internazionale.

La sua origine è tradizionalmente messa in relazione al fenomeno del brigantaggio, sviluppatosi a partire dalla seconda metà dell' '800. Tale asserzione è però poco condivisa; buona parte degli studiosi ritiene infatti che sia necessario retrodatarne la nascita al XVI secolo, quando in varie parti d'Italia si erano formate congregazioni paracriminali sul tipo di quella citata da Alessandro Manzoni, (I bravi di Don Rodrigo e il castello dell'Innominato), ne "I promessi sposi".

È costituita da un sistema di gruppi, chiamati famiglie, organizzati al loro interno sulla base di un rigido sistema gerarchico, composto da gregari di diverso livello. L'intero territorio controllato è interamente suddiviso in "mandamenti". Questi possono inglobare uno o più quartieri o un intero paese( mandamento di corleone ). Ogni mandamento è composto da 3 famiglie che, insieme, eleggono un "capo mandamento" che rappresenta le stesse nella "commissione provinciale". Ogni capo mandamento elegge un sottocapo e da 1 a 3 consiglieri. Il grado immediatamente sotto è il "capo decina" che comanda direttamente parte dell'esercito delle famiglie: i "picciotti". Un ulterioire livello di importanza è il rappresentante della provincia che fa gli interessi di quest'ultima nella "commissione interprovinciale". Con il termine "Cosa Nostra" oggi ci si riferisce esclusivamente alla mafia siciliana (anche per indicare le sue ramificazioni internazionali, specie negli Stati Uniti d'America), per distinguerla dalle altre, internazionali, genericamente indicate col termine di "mafie".

In Sicilia l'organizzazione è ancora visibilmente presente sul territorio, dove oggi assume il termine di Stidda, in prevalenza nelle provincie di Agrigento, Enna e Caltanissetta.

Gli interventi dello Stato, che in passato aveva trascurato, anche volutamente, il problema, si sono fatti più decisi a partire dagli anni '80 (Maxiprocesso). In ciò grande merito ha avuto il Pool antimafia, di cui facevano parte i due magistrati simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Costoro, a costo della loro vita, hanno distrutto il cuore di Cosa Nostra, dimostrandone la reale esistenza e garantendo la possibilità di punirne gli adepti. Fino ad allora l'impunità dei suoi membri era pressoché garantita attraverso infiltrazioni politiche e nei palazzi di giustizia.

Negli anni '90 la Sicilia, come la Campania e la Puglia, venne militarizzata allo scopo di liberare gli organi di Polizia dalle attività di piantonamento, lasciandoli liberi di dedicarsi in pieno alle indagini e alla ricerca dei latitanti. La presenza visibile dello Stato, combinata alla odiosa strategia stragista attuata da Cosa Nostra, hanno avuto come conseguenza la mobilitazione della società civile, stanca di dover subire suprusi e sopraffazioni. I risultati si riscontrano in un processo di evoluzione ancora in atto nella nuova generazione, che rifiuta la presenza dell'organizzazione nel territorio, rivendicando la libertà da ogni forma di presidio mafioso.

Nel 2006, l'arresto del superlatitante Bernardo Provenzano ad opera della Procura Antimafia di Palermo, ha inflitto un ulteriore duro colpo all'organizzazione, che ora sta probabilmente subendo l'evoluzione in Stidda (molto più debole e meno pericolosa ma sempre di stampo mafioso).

Anche economicamente Cosa Nostra ha subito un ridimensionamento, sia per effetto dell'applicazione della legge sul sequestro dei beni, sia per il contestuale aumento di potere della 'Ndrangheta, che ha assunto il controllo e il predominio del traffico internazionale di droga.

È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale. Fino ad allora la mafia si caratterizzava come una struttura al di fuori dello stato, ma strettamente legata ad esso.

Con l'unità d'Italia nella Sicilia della seconda metà del XIX secolo si accelerò il processo, già iniziato in precedenza, di smantellamento della struttura feudale ancora esistente nelle zone rurali e nelle campagne. Il governo piemontese inoltre si sostituì alla struttura sociale siciliana, fino a quel momento rigidamente divisa, senza però riuscire ad instaurare con essa un rapporto costruttivo. A questo si sommava la necessità dei grossi latifondisti dell'interno dell'isola di affidarsi all'aiuto di qualcuno che garantisse loro un controllo effettivo e totale sulle proprietà. Anche nel caso in cui i possidenti non sentissero tale necessità, era Cosa nostra che si prodigava a rendergliela evidente. La somma di questi fattori spiega come mai la Mafia fu involontariamente favorita dal Risorgimento Italiano.

Inoltre, lo Stato Piemontese, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell'isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale.

Fu nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, che l'esistenza di Cosa Nostra (e dei suoi rapporti con la politica) divenne nota in tutta Italia.

Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a "gabellotti" con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con la Mafia, che da un lato offriva il suo potere coercitivo contro i contadini, dall'altro le sue conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli.

A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l'esercito per scioglierli con l'uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato.

Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, se mai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi. Continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicchè, chiunque fosse uscito vincitore, essa ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti.

Quando fu chiaro che lo stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la "fratellanza" (uno dei termini usati all'epoca per identificare Cosa nostra) si distaccò dai fasci (movimenti che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione. Come "vendetta" per l'azione dei Fasci, che voleva mettere in discussione il potere dei latifondisti, nel 1915 i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni Novanta del XIX secolo.

Con Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere da sole, senza gabellotti, contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò non solo alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, ma anche all'eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti.

Per stroncare il pericolo "rosso", la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana, anch'essa preoccupata per gli sviluppi dell'ideologia marxista materialista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero in tutti i modi i socialisti. Nel primo quindicennio del novecento si iniziano a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che colpiva sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indisturbatamente.

Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al dopo seconda guerra mondiale.

Nel 1915, l'Italia entra nella Prima guerra mondiale e vengono chiamati alle armi centinaia di migliaia di giovani da tutto il paese. In Sicilia, a causa della chiamata alla leva, i disertori furono numerosi. Essi abbandonarono le città e si dettero alla macchia all'interno dell'isola, vivendo per lo più di rapina. A causa della mancanza di braccia per l'agricoltura e delle sempre maggiori richieste di carne dal fronte, moltissimi terreni vengono adibiti al pascolo.

Queste due condizioni fanno aumentare enormemente l'influenza di Cosa nostra in tutta l'isola. Aumentati i furti di bestiame e l'abigeato, i proprietari terrieri si rivolsero sempre più spesso ai mafiosi, piuttosto che alle impotenti autorità statali, per farsi restituire almeno in parte le mandrie. I boss, nei loro abituali panni, si prestano a mediare tra i banditi e le vittime, prendendo una parcella per il loro lavoro.

Alla fine della Prima guerra mondiale, l'Italia affronta un momento di crisi, che rischia di sfociare in una vera e propria rivolta popolare, ad imitazione della recente rivoluzione russa. Al nord gli operai scioperano e chiedono migliori condizioni di lavoro, al sud sono i giovani ritornati a casa a lamentarsi per le promesse non mantenute dal governo (in particolar modo quelle relative alla terra).

Moltissimi quindi vanno ad ingrossare le file dei banditi, altri entrano direttamente nella mafia e altri ancora cercano di riformare i fasci o comunque partecipano ai consigli socialisti siciliani.

Fu in questo clima di tensione che il fascismo fece la sua comparsa.

Il fascismo iniziò una campagna contro i mafiosi siciliani, subito dopo la prima visita di Mussolini in Sicilia nel maggio del 1924. il 2 giugno dello stesso anno venne inviato in Sicilia Cesare Mori, prima come prefetto di Trapani, poi a Palermo dal 22 ottobre 1925, soprannominato il Prefetto di ferro, con l'incarico di sradicare la mafia con qualsiasi mezzo. L'azione del Mori fu dura ed efficace. Centinaia e centinaia furono gli uomini arrestati e finalmente condannati. Celebre è l'assedio di Gangi in cui Mori assediò per quattro mesi il centro cittadino, in quanto esso era considerato una delle roccaforti mafiose. Durante l'assedio venne arrestato il boss Vito Cascio Ferro. Dopo alcuni arresti eclatanti di capimafia anche i vertici di Cosa nostra non si sentivano più al sicuro e scelsero tra due vie per salvarsi: una parte emigrò negli USA, un'altra restò in disparte. Il "prefetto di ferro" scoprì anche collegamenti con personalità di spicco del fascismo come Alfredo Cucco, che fu esplulso dal PNF. Nel 1929 Mori fu nominato senatore e collocato a riposo. I limiti della sua azione fu lui stesso a riconoscerli in tempi successivi: l'accusa di mafia veniva spesso avanzata per compiere vendette o colpire individui che nulla c'entravano con la mafia stessa, come fu con Cucco e con il generale Di Giorgio. Inoltre, i mezzi usati dalla polizia nelle numerose azioni condotte per sgominare il fenomeno mafioso (giusto per citarne una è "L'assedio di Gangi") portarono ad un aumento della sfiducia della popolazione nei confronti dello Stato. Mori fu comunque il primo investigatore italiano a dimostrare che la mafia può essere sconfitta con una lotta senza quartiere, come sosterrà successivamente anche Giovanni Falcone.

Durante la seconda guerra mondiale, numerosi boss italoamericani, in carcere negli USA (Lucky Luciano e Vito Genovese, per citare i più noti), furono contattati dai servizi segreti americani, chiamato all'epoca OSS (Office of Strategic Service), per essere impiegati con la promessa della libertà al fine di assicurare agli alleati il controllo sull'isola. Non furono contattati solo boss americani ma anche italiani, come Vincenzo Di Carlo, Calogero Vizzini e Giuseppe Genco Russo.

Questi contatti avevano lo scopo di facilitare lo sbarco alleato sulle coste siciliane e successivamente, quando il controllo dell'isola era affidato agli alleati, a mantenere l'isola stabile dal punto di vista politico. In particolar modo, quando l'isola tornò sotto il controllo italiano, la mafia fu utilizzata, e quindi involontariamente le si permise di riprendersi dopo l'era di Mori, in funzione anti-comunista. Provati sono i suoi collegamenti con il movimento separatista negli anni che vanno dal 1944 al 1947, in particolare con la componente agraria degli indipendentisti.

Dopo la seconda guerra mondiale, la società siciliana subì una profonda trasformazione, con una riduzione del peso economico dell'agricoltura a favore di altri settori come il commercio o il terziario del settore pubblico. In questo periodo l'amministrazione pubblica in Sicilia divenne l'ente più importante in fatto di economia.

Cosa nostra naturalmente seppe sfruttare adeguatamente questo cambio di tendenze, catapultando sé stessa verso i nuovi campi socialmente ed economicamente predominanti.

Per riuscirci dovette stringere maggiormente, più di quanto aveva fatto in passato, i rapporti con la politica e i politici del partito maggiore in Italia e in Sicilia, la Democrazia Cristiana. Non meno importante fu l'atteggiamento indulgente di Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1946 al 1967.

Da questo patto la mafia traeva guadagni nella gestione, ottenuta grazie ad appalti truccati, dello sviluppo edilizio di infrastrutture e di nuovi quartieri delle maggiori città, della riscossione delle tasse per conto dello stato, dell'assunzione di personale per gli enti statali e in più poteva godere della più totale immunità. La Democrazia Cristiana come partito ci guadagnava perché Cosa nostra, per via del controllo sul territorio, era in grado di indirizzare grandi quantità di voti dove voleva, i politici della Democrazia Cristiana come singoli invece ci guadagnavano in quanto venivano corrotti con grandi somme di denaro.

Sono gli anni del sacco di Palermo, gli anni in cui Salvo Lima era sindaco e Vito Ciancimino assessore ai lavori pubblici. In 4 anni vennero concesse 4205 licenze edilizie, di cui 3011 intestate alle stesse 5 persone, dei muratori che risultavano nullatenenti e che si è poi scoperto essere dei prestanome. In questi anni vennero rase al suolo le splendide ville Liberty del centro della città per essere sostituite con palazzi giganteschi. La stessa sorte toccò alle periferie e a molte zone verdi. Tutto questo avvenne anche grazie alla compiacenza di alcuni grandi istituti di credito siciliani che finanziavano imprenditori mafiosi a scapito di quelli onesti.

Un classico esempio dell'immunità raggiunta dalla mafia è il processo di Bari istruito dal PM Cesare Terranova, concluso in prima sessione l'11 giugno del 1969, nel quale erano sotto accusa di associazione a delinquere 64 persone del clan mafioso di Corleone, tra le quali Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Calogero Bagarella e Luciano Liggio, con la totale assoluzione di tutti gli imputati per insufficienza di prove (in realtà i giudici vennero minacciati pesantemente). Ed è proprio durante questo processo che si verificò il primo caso di pentimento di un mafioso: fu infatti un soldato dei corleonesi, Luciano Raia, a confessare gli omicidi commessi dai "peri 'ncritati" durante la loro scalata al potere e ad incastrare Riina e i suoi compari. Le confessioni di Raia non portarono a nulla, egli fu giudicato "insano di mente". Spuntarono fuori dagli ospedali e dai manicomi giudiziari decine di certificati che attestavano delle presunte "crisi epilettiche".

È ovvio quindi che di mafia fino alla fine degli anni '70, quando questa situazione iniziò a cambiare, lo Stato non voleva che si parlasse.

La prima guerra di mafia fu scatenata da una truffa a proposito di una partita di eroina nel 1962. Calcedonio Di Pisa, inviato a Brooklyn per consegnare una partita di droga, fu accusato di averne sottratto una parte e fu ucciso il 26 dicembre. Ma la causa scatenante fu un'altra: il 30 giugno 1963 in località Ciaculli, nei dintorni di Palermo, un contadino chiamò la polizia per segnalare la strana presenza di una Giulietta abbandonata con una gomma bucata. All'arrivo la polizia si accorse subito che era un'autobomba e furono chiamati così gli uomini del genio militare. Ma mentre essi toglievano la bomba, il tenente dei Carabinieri Mario Malausa aprì il bagagliaio innescando un'altra bomba. Morirono due uomini del genio militare e quattro Carabinieri. A loro oggi è dedicata una lapide. La Giulietta era destinata a un capomafia della famiglia di Croceverde Giardini, ma i sicari l'avevano abbandonata a causa di una foratura. Dopo questi due episodi all'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni: da una parte i Greco di Ciaculli appoggiati dai Corleonesi di Leggio; dall'altra i fratelli La Barbera appoggiati dal boss dell'Uditore Pietro Torretta. Dopo l'assassinio di Di Pisa, Salvatore La Barbera fu ucciso. Il 13 febbraio 1963 Angelo La Barbera rispose distruggendo la casa di Salvatore Greco, boss della famiglia rivale che però si salvò.

La sua risposta non si fece attendere e il 19 aprile un gruppo di quattro uomini aprì il fuoco su una pescheria in via Restivo che apparteneva ad alcuni soldati di La Barbera. Nello scontro persero la vita due uomini di La Barbera e due restarono feriti. Pochi giorni dopo il boss di Cinisi Cesare Manzella, fedele alleato dei Greco, venne dilaniato dall'esplosione di una Giulietta. L'episodio che mise fine alla guerra ebbe luogo in viale Regina Giovanna a Milano, il 25 maggio 1963, quando l'automobile di Angelo La Barbera venne crivellata di proiettili dai sicari dei Greco, ferendolo gravemente e mettendolo così a tacere per sempre. Si concluse così la prima guerra di mafia, con la vittoria di Salvatore "Ciaschiteddu" Greco.

Con pizza connection si intende il traffico di droga fra gli Stati Uniti e le cosche mafiose di Cosa nostra. Si calcola che attraverso di essa, negli anni '70, Cosa nostra guadagnò molti miliardi. Queste operazioni fruirono in particolare al boss di Ciaculli Salvatore Greco e al boss di Cinisi Tano Badalamenti. Tutto iniziò nel 1975 quando un grande trafficante di droga turco contattò Cosa nostra. Esso gestiva il traffico di morfina base che dal Medio Oriente arrivava alle raffinerie di Marsiglia, ma quando il governo francese diede un giro di vite al traffico di droga, le raffinerie di eroina vennero spostate in Sicilia. Nel 1977 Palermo era diventato il più grande centro di raffinazione di eroina del mondo e Cosa nostra aveva preso il controllo del traffico internazionale di droga. Si stima infatti che, tra gli anni '70 e gli anni '80, Cosa nostra controllasse il 90% del traffico di eroina degli U.S.A.. Questo fu reso possibile anche dalla branca americana di Cosa nostra. Il "Pizza Connection" prende il nome dalle innumerevoli pizzerie che sorsero negli anni '70 e '80 in America in quanto utili per la copertura dei traffici illeciti di eroina. Essa veniva infatti nascosta tra le derrate alimentari provenienti dall'Italia che andavano a rifornire i ristoranti e le pizzerie italiane in America. Le prime intuizioni sul ruolo di Cosa nostra nel traffico internazionale di stupefacenti si devono a Boris Giuliano.

La seconda guerra di mafia, detta anche "Mattanza", vide l'ascesa dei corleonesi come fatto principale della guerra. Essa si svolse tra il 1978 e il 1983. Nel 1969 un gruppo di fuoco composto da uomini dei Corleonesi e di alcune famiglie palermitane fecero irruzione nel palazzo dove lavorava uno dei boss del sacco di Palermo Michele Cavataio; egli venne ucciso assieme ad altri suoi collaboratori e nello scontro a fuoco morì anche uno dei Corleonesi Calogero Bagarella, amico d'infanzia di Totò Riina. Questo fatto è meglio ricordato come la strage di viale Lazio. Le tensioni all'interno della Commissione cominciarono nel 1971 quando i Corleonesi decisero di rapire Antonino Caruso, figlio di un famoso aristocratico palermitano, molto amico di Vito Ciancimino. Ma la situazione precipitò quando nel 1978 il boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina, cominciò a parlare con un capitano dei Carabinieri per cercare di fare arrestare i Corleonesi. All'interno di Cosa nostra si formarono due fazioni, come nella prima guerra di mafia: da una parte c'erano i Corleonesi appoggiati da Michele Greco, l'uomo che allora era considerato il Capo dei Capi; dall'altra c'era la fazione di don Tano Badalamenti, appoggiato da Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Giuseppe Di Cristina, Tommaso Buscetta e dalle famiglie catanesi comandate da Pippo Calderone. Nel 1978 Totò Riina fece espellere dalla Commissione Tano Badalamenti e fece uccidere Di Cristina e Pippo Calderone. Alla morte di Calderone prese il controllo delle famiglie catanesi il mafioso Benedetto Santapaola, detto anche Nitto, fedele alleato di Totò Riina e dei suoi compari.

Nel 1981 Tommaso Buscetta scappò in Brasile per sfuggire alla Mattanza che iniziò il 23 aprile 1981 quando il boss Stefano Bontate fu assassinato dai Corleonesi a colpi di mitra AK-47 benché avesse appena comperato un'Alfa Romeo Alfetta antiproiettile. Dopo l'assassinio di Bontate, Badalamenti, ormai espulso da Cosa nostra, fuggì negli Stati Uniti. L'11 maggio 1981 Salvatore Inzerillo, boss di Passo di Rigano, fu freddato fuori casa della sua amante. Nel periodo successivo furono uccisi più di quattrocento uomini della fazione Bontate-Badalamenti-Inzerillo. Così la direzione dalle famiglie palermitane fu affidata completamente a uomini fedeli ai Corleonesi e Totò Riina diventò il temuto Capo dei Capi della Commissione. Per chi poi era riuscito a scampare alla carneficina dei boss palermitani e dei loro alleati si attuavano vendette trasversali contro i parenti. Un esempio eclatante fu quello di Salvatore Contorno, soldato di Bontate, a cui furono uccisi trentaquattro parenti per convincerlo a consegnarsi nelle mani dei Corleonesi. Lo stesso successe a Buscetta, a cui furono ammazzati tutti i figli, fratelli e molti altri parenti residenti a Palermo.

Da ricordare durante questa guerra di mafia sono l'assassinio di Pio La Torre, attivista e rappresentante del PCI in Sicilia, ma soprattutto l'assassinio del generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre 1982 in via Carini a Palermo da un gruppo di fuoco composto da dodici sicari di Riina e di Nitto Santapaola. Dalla Chiesa era stato mandato in Sicilia dopo l'omicidio di Pio La Torre per contrastare il problema mafioso dopo il suo successo nella guerra contro il terrorismo delle Brigate Rosse: si deve però notare che il governo dell'epoca diede scarsissimo appoggio a Dalla Chiesa e questa fu anche una delle cause del suo assassinio.

Dopo la strage di via Carini (3 settembre 1982) in cui Carlo Alberto Dalla Chiesa (prefetto del capoluogo siciliano), Emanuela Setti Carraro (moglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa), Domenico Russo (agente di polizia) furono uccisi dalla Mafia, lo stato italiano prese le misure adeguate: fare votare leggi per accedere ai conti bancari dell'Onorata Società.

Le efferatezze commesse durante la guerra di mafia di quegli anni, però, spinsero anche alcuni mafiosi a consegnarsi allo stato (legge sui pentiti). Fra questi c'era il boss Tommaso Buscetta, che nel 1984 incontrò per la prima volta Giovanni Falcone. Buscetta scelse di fidarsi di quel magistrato e cominciò a parlare: sulle sue rivelazioni Falcone, Paolo Borsellino e il suo team - il famoso Pool antimafia ideato da Rocco Chinnici - istruirono contro Cosa nostra i maxiprocessi di Palermo, con oltre 1.400 imputati, sferrando il primo vero, duro colpo a Cosa nostra. Il maxiprocesso era iniziato il 10 febbraio 1986 e si era concluso in primo grado il 16 dicembre 1987 con 342 condanne, 2665 anni di carcere e 19 ergastoli (tra cui Luciano Liggio, Bernardo Provenzano e Salvatore Riina), il 30 luglio 1991 la sentenza d'appello ridimensionò le condanne, ma la Cassazione il 30 gennaio 1992 riconfermò tutte le condanne del primo grado che divennero realtà giudiziarie.

Dopo questo primo processo ne seguirono altri, vi fu una stagione di veleni interni alla magistratura e alla politica italiana mentre la mafia cercava di riprendersi: nei primi anni Novanta il clan dei Corleonesi, che si era imposto nella guerra di mafia dei primi anni Ottanta, riorganizzò ciò che restava di Cosa nostra e, dopo l'introduzione dell'articolo 41 bis che induriva il carcere per i reati di mafia, iniziò una stagione di ritorsioni terroristiche con la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano e i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro). Infine il 16 ottobre 1993 ci fu l'ultimo tentativo (fallito) di fare un attentato allo Stato da parte di Cosa nostra: venne parcheggiata un'autobomba in via dei gladiatori a Roma, fuori dallo Stadio Olimpico durante la partita Lazio-Udinese. Fortunatamente la bomba non esplose.

I più famosi e terribili attentati restano però le stragi di Capaci, 23 maggio 1992, e di via d'Amelio, 19 luglio 1992, nelle quali hanno perso la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme alle loro scorte. Il primo, di ritorno da Roma, dove era stato nominato responsabile dell'Ufficio Affari Penali per espressa volontà dell'allora Guardasigilli Claudio Martelli, fu ucciso da una terribile esplosione avvenuta sull'autostrada che collega l'aeroporto di Punta Raisi (oggi aeroporto Falcone-Borsellino) con Palermo città, all'altezza di Capaci. L'esplosione fu provocata da un enorme quantitativo di tritolo (circa 600 kg) che gli esecutori piazzarono in un tunnel sottostante il tratto autostradale. Con Giovanni Falcone morirono la moglie, Francesca Morvillo e i suoi agenti di scorta. Circa quattro anni dopo fu arrestato colui che quel giorno premette il pulsante del detonatore, Giovanni Brusca detto "Scannacristiani".

Paolo Borsellino morì in circostanze analoghe, a seguito dell'esplosione di un'autobomba parcheggiata sotto casa della madre in via D'Amelio, fatta esplodere con un radiocomando, probabilmente azionato dal Castello Utveggio, sito in un'altura che sovrasta la città di Palermo. L'autobomba esplose facendo morire pure gli uomini della scorta. In memoria dei due valorosi magistrati è stata recentemente eretta una stele posta ai bordi dell'autostrada Palermo-Capaci, in corrispondenza del luogo ove perse la vita Giovanni Falcone.

Il lavoro svolto da Paolo Borsellino nei 57 giorni che hanno separato la strage di Capaci da quella di Via D'Amelio, ha rappresentato l'alto senso del dovere che ha accompagnato i due magistrati nel loro percorso professionale. Nonostante la consapevolezza di essere il prossimo obiettivo della mafia stragista, Paolo Borsellino proseguì freneticamente l'opera sino a quel momento svolta dal collega Falcone, in disprezzo di ogni ulteriore cautela che pure in quel frangente si sarebbe resa necessaria.

Sul luogo dell'attentato fu rinvenuta una borsa che Borsellino portava sempre con sé e probabilmente contenente appunti e atti d'indagine che furono trafugati (la famosa "agenda rossa"). Una indagine è tuttora in corso, e coinvolge presunti servizi segreti deviati.

A partire dagli anni novanta, Bernardo Provenzano, con l'arresto di Totò Riina e Leoluca Bagarella, diviene il capo di Cosa nostra (era il braccio destro di Riina fin dagli anni '80), circondandosi solo di uomini di fiducia, come Benedetto Spera.

Cambia radicalmente la politica e il modus operandi negli affari della mafia siciliana; i mandamenti (divisioni mafiose delle zone di influenza in Sicilia) più ricchi cedono i loro guadagni a quelli meno redditizi in modo di accontentare tutti (una sorta di stato sociale), evitando inutili guerre.

Tutto è controllato da un boss con il carisma di Provenzano che gestisce in modo impeccabile l'organizzazione. La mafia ora non è più ricca come ai tempi dei grandi traffici internazionali ed è per questo che in Sicilia è diventata più oppressiva e capillare.

L'11 aprile del 2006, dopo 43 anni di latitanza (dal 1963), Provenzano viene catturato in un casolare a Montagna dei Cavalli, frazione a 2 km da Corleone.

La ricostruzione degli eventi che portarono alla cattura del superboss è narrata nel documentario-fiction "Scacco al re - La cattura di Provenzano" prodotto dalla Rai.

Il 5 novembre del 2007, dopo 25 anni di latitanza, viene arrestato, in una villetta di Giardinello, anche il presunto successore di Provenzano, il boss Salvatore Lo Piccolo.

Le strade che si ipotizza potrebbe intraprendere Cosa nostra sono due: la prima prevede un passaggio di poteri, che potrebbe far arrivare al vertice di Cosa nostra il trapanese Matteo Messina Denaro, 43 anni (latitante dal 1993), con l'elezione di un nuovo capo del livello e capacità di Provenzano.

La seconda ipotesi è una sorta di riorganizzazione della mafia sul modello calabro: nessun supercapo ma ognuno con capacità gestionale autonoma dei proventi ricavati dal proprio territorio. È stato osservato che questo potrebbe portare a nuove guerre di mafia (di recente la Ndrangheta ha costituito una sorta di commissione, composta dai capi più influenti di ogni 'ndrina per decidere i grandi affari e sedare le faide).

Dopo l'arresto dei Corleonesi e di Salvatore Lo Piccolo, si ipotizzò un ritorno della famiglia Inzerillo dall'America, i cosiddetti scappati dalla guerra di mafia scatenata da Riina. Si voleva ristrutturare l'organizzazione e ritornare al passato e rientrare nel traffico di droga attualmente in mano alla 'Ndrangheta. Il 7 febbraio 2008 però vengono arrestate 90 persone tra New York e la Sicilia, presunti appartenenti alle famiglie Inzerillo e il suo boss Giovanni Inzerillo, Mannino, Di Maggio e Gambino, tra cui anche il boss Jackie D'Amico. La più grande retata dopo Pizza-Connection.

Il 16 dicembre 2008 con l'operazione Perseo vengono effettuati 94 arresti verso capi mafia, capi-mandamento e gregari che tentavano di ricostituire la commissione provinciale e successivamente la cosìdetta cupola di comando di Cosa nostra. Il capo sarebbe stato Benedetto Capizzi, capo di Villabate. Tra gli arrestati di rilievo ci sono: Gerlando Alberti, Gregorio Agrigento di San Giuseppe Jato, Giovanni Lipari, Gaetano Fidanzati a Salvatore Lombardo (87 anni).

Le conoscenze sull'organizzazione interna della mafia siciliana si debbono prevalentemente all'opera di Giovanni Falcone, primo magistrato che riuscì a rompere il muro di omertà su questo tema avvalendosi dell'ausilio di "pentiti" (il più importante dei quali fu sicuramente Tommaso Buscetta, personalità di spicco nella Cupola Siciliana e sorta di "ufficiale di collegamento" con le famiglie di Cosa nostra americana), grazie alle nuove leggi in materia di pentitismo promulgate all'inizio degli anni '80. Assieme al collega Paolo Borsellino ha donato ai suoi successori una solida base di conoscenze che hanno aiutato a combattere la mafia efficacemente.

L'organizzazione di Cosa nostra è formata da mafiosi che si definiscono uomini d'onore. La sua struttura è verticistica e piramidale, essa dipende dalla Cupola mafiosa o Commissione. Alla base dell'organizzazione ci sono le famiglie in cui tutti gli affiliati si conoscono fra loro, governate da un capo-famiglia, di nomina elettiva; altre figure importanti sono il sottocapo e i consiglieri, in numero non superiore a 3. Le famiglie si dividono in gruppi di 10 uomini detti decine comandate da un capo-decina. Tre famiglie dal territorio contiguo formano un mandamento; il capo-mandamento è un loro rappresentante, e, almeno fino a un certo periodo, non fu membro di una delle famiglie per evitare di favorire la sua stessa famiglia di appartenenza. I vari capi-mandamento si riuniscono in una commissione o cupola provinciale, di cui la più importante è quella di Palermo. Questa commissione provinciale è presieduta da un capo-mandamento che, per sottolineare il suo ruolo di "primus inter pares", si chiamava in origine segretario, ma sembra che ora abbia preso il titolo di capo. Per lungo tempo non c'è stato bisogno di un organismo superiore alla commissione provinciale poiché quasi tutte le famiglie risiedevano in quella di Palermo. Quando però l'organizzazione ha messo radici in tutta l'isola si è dovuta creare una cupola regionale detta interprovinciale, alla quale partecipavano tutti i rappresentati delle varie province e dove il titolo di capo era tenuto dal capo della cupola provinciale più potente e quindi di Palermo.

Negli ultimi anni, dopo la riorganizzazione seguita ai colpi inferti dalle forze dell'ordine, la struttura che era già molto semplice si è fatta ancora meno verticistica e meno localizzata: la città più soggetta alle operazioni antimafia è stata sicuramente Palermo, dove le famiglie hanno perso moltissimo potere per via dei numerosi arresti; si è così creata una situazione di maggiore divisione tra le province, a causa dell'indebolimento della Cupola, il che ha comportato la crescita del ruolo criminale di città come Trapani, Agrigento, Catania e Messina, non più totalmente sottoposte ad un controllo dei palermitani.

La strategia criminosa di Cosa nostra è duplice: da una parte cerca di garantirsi il controllo del territorio in cui risiede, attraverso una imposizione fiscale alle attività commerciali e industriali della zona (il pizzo o racket) e la feroce e immediata punizione di chiunque osi contravvenire alle disposizioni che essa dirama, mentre dall'altra cerca di corrompere il potere politico ed i funzionari dello Stato attraverso l'offerta di denaro e voti, per ottenere l'impunità e una sponda all'interno del sistema, da poter usare a proprio vantaggio. Questo connubio di impunità e controllo garantisce ai mafiosi la possibilità di affrontare qualunque nemico, sia esso malavitoso o istituzionale, da una posizione di forza, sicuri di avere in ogni caso un rifugio protetto e degli amici a cui ricorrere: a volte sfruttando perfino le forze dello Stato stesso.

Attualmente Cosa nostra ha 186 cosche formate da circa 5400 affiliati e 65.000 fiancheggiatori.

Come si rivela dalle numerose presenze nel Parlamento e nel governo di elementi non estranei a frequentazioni mafiose si fà strada negli anni novanta la tesi secondo cui lo stato italiano nei suoi componenti politici abbia un certo rapporto di "convivenza" con questo fenomeno mai definitivamente soppresso. Lo stesso comportamento del CSM durante il lavoro di Giovanni Falcone che inizialmente non ricandidò il giudice come presidente della commissione antimafia da lui creata fà intendere una certa tendenza a voler ostacolare un lavoro diventato troppo scomodo per certi poteri.

I testi indicati sono in ordine cronologico di pubblicazione.

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Pino Greco

Pino Greco , detto "Scarpuzzedda", all'anagrafe Giuseppe Greco (Ciaculli, 4 gennaio 1952 – settembre 1985) è stato un criminale italiano, tra i più spietati killer della cosca mafiosa dei Corleonesi dopo Leoluca Bagarella. e il giovanissimo Giuseppe Lucchese Micciche'.

La sua famiglia, i Greco, è stata una delle più in vista di Cosa Nostra (era un lontano parente di Salvatore Greco). Si pensa che abbia aderito alla mafia alla fine del 1970. Anche suo padre Nicola è stato un mafioso soprannominato "Scarpa", di conseguenza, Giuseppe prese il soprannome di Scarpuzzedda. Uomo fidatissimo del boss Salvatore Riina fu da questi allevato fin dall'adolescenza.

A lui sono attribuiti tra 30 e 58 omicidi.Tra le sue vittime: il magistrato Rocco Chinnici, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, l'onorevole Pio La Torre, il vice-brigadiere Antonino Burrafato, oltre che ai boss mafiosi Stefano Bontade,Giuseppe di Cristina e Salvatore Inzerillo.

Egli faceva parte di una "squadra della morte" che operò durante la Seconda guerra di mafia, tra cui Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, Vincenzo Puccio, Gianbattista Pullarà, Giuseppe Lucchese Micciche', Giuseppe Giacomo Gambino e Nino Madonia.

Dopo l'arresto di Michele Greco, Totò Riina lo fece uccidere tramite "lupara bianca", sia per ridurre la forza della cosca dei Greco a Palermo-Ciaculli, sia perchè ormai Pino era ritenuto troppo ambizioso, vedendolo gli altri killer come un potenziale futuro capo. Inoltre, Pino Greco aveva intrapreso traffici illeciti per conto proprio senza il "permesso" di Riina. Ad ucciderlo fu uno dei suoi amici più stretti, Giuseppe Lucchese Miccichè.

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Seconda guerra di mafia

La seconda guerra di mafia fu un conflitto interno a Cosa nostra scoppiato nel 1978 in Sicilia e conclusosi nel 1983 circa, durante il quale furono commessi oltre mille omicidi.

Iniziò con un cambiamento nella struttura e nei metodi di Cosa nostra: il passaggio dal contrabbando di sigarette al traffico di stupefacenti, di gran lunga più redditizio. La struttura di comando tradizionale si indebolì e nel 1978 scoppiò una guerra interna alla mafia, tra la vecchia mafia storica composta principalmente dalle famiglie affiliate ai Bontate, agli Inzerillo, ai Badalamenti e ai Buscetta, e quella dei Corleonesi (i cui esponenti di spicco erano Luciano Leggio detto Liggio, allora in carcere, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina e Leoluca Bagarella), che si basavano su un vero e proprio potere militare.

I Corleonesi furono un gruppo dirigente estremamente feroce, che per dimostrare il suo potere compì una serie di omicidi eccellenti eliminando tutte le personalità dello Stato che potevano costituire un ostacolo: morì così il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, eroe della lotta al terrorismo, ucciso con la giovane moglie a Palermo esattamente cento giorni dopo il suo insediamento; morirono Pio La Torre, Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, Michele Reina, Ninni Cassarà, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Cesare Terranova, Boris Giuliano, Beppe Montana, Mario Francese ed altri ancora.

In questi anni operò al soldo dei Corleonesi e della Cupola mafiosa la "squadra della morte", vari killer della mafia, tra cui c'erano: Leoluca Bagarella, Pino Greco, Mario Prestifilippo, Filippo Marchese, Vincenzo Puccio, Gianbattista Pullarà, Giuseppe Lucchese Micciche' , Giuseppe Giacomo Gambino e Nino Madonia. Ciascuno di questi killer fece dozzine di morti, ma i più spietati furono Leoluca Bagarella (oltre 100 omicidi) e Pino Greco "Scarpuzzetta" (oltre 60 omicidi).

Risalgono a questo periodo anche le filiazioni (nuclei locali) mafiose in Lombardia, Lazio, Marche.

Una campagna di sterminio si è detto, e non si potrebbe chiamarla altrimenti perché in appena due anni (1979-1980), morirono in questa guerra che aveva trasformato Palermo e tutta la Sicilia in un vero e proprio campo di battaglia più di mille uomini e tutti appartenenti ad uno schieramento, quello dei gruppi che si erano arricchiti con la pizza connection. Si può quindi parlare di due schieramenti, uno palermitano che deteneva il potere finanziario ed economico ed uno corleonese che deteneva quello militare; vinse la guerra quest'ultimo nel 1983 circa. I reduci delle famiglie sconfitte scapparono in America.

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Stefano Bontate

L'omicidio di Stefano Bontate

Stefano Bontate (Palermo, 23 aprile 1939 – Palermo, 23 aprile 1981) è stato un criminale italiano, appartenente alla mafia. Il cognome Bontate (spesso riportato in taluni documenti come Bontade), è stato ribadito anche da una sentenza giudiziaria che lo riporta come Bontate. Stefano Bontate amava farsi chiamare pure "Principe di Villagrazia", malgrado non vantasse alcun titolo nobiliare.

Figlio di uno dei leader della mafia siciliana, Francesco Paolo Bontate detto "don Paolino Bontà", frequentò il liceo Gonzaga dei Gesuiti e successivamente, insieme al fratello Giovanni, seguì le orme paterne nel mandamento di Croceverde. Divenne capo della "famiglia" di Santa Maria di Gesù nel 1964, all'età di 25 anni, a causa della malattia del padre.

Finì in carcere per la prima volta con l'accusa di traffico di stupefacenti durante le indagini che seguirono all'uccisione del procuratore capo Pietro Scaglione, operata dai Corleonesi. All'inizio degli anni settanta resse un triumvirato con Luciano Liggio, capo dei Corleonesi, e Gaetano Badalamenti. Durante lo stesso decennio, fece parte di una commissione, di cui hanno fatto parte anche gli altri due uomini del triumvirato, che aveva lo scopo di governare Cosa Nostra e cercare di mantenere la pace fra le varie famiglie mafiose siciliane.

I suoi introiti erano ricavati, oltre che dallo spaccio di droga, anche dalla collaborazione con i clan napoletani per il contrabbando dei tabacchi. Alla fine degli anni settanta la sua influenza raggiunse l'apice all'interno della mafia siciliana e nel 1979 accolse e protesse il banchiere Michele Sindona durante la sua fuga in Sicilia.

Secondo collaboratori di giustizia come Francesco Marino Mannoia e Angelo Siino, all'apice del suo potere ebbe incontri con l'onorevole Giulio Andreotti con cui discusse il problema rappresentato dalla politica del presidente democristiano della regione Sicilia, Piersanti Mattarella. Tali testimonianze sono state ritenute attendibili dalla corte d'appello di Palermo nel processo per associazione mafiosa a carico dell'onorevole Giulio Andreotti, che ha assolto l'imputato per il reato di associazione mafiosa per il periodo successivo alla primavera del 1980, ma ha ritenuto il reato commesso per il periodo precedente, anche se coperto dalla prescrizione. Tale sentenza è stata confermata dalla Corte di Cassazione nell'ottobre del 2004.

Il potere ed il prestigio di Bontate e dei suoi alleati, in particolare Salvatore Inzerillo, era enorme. All'interno della Commissione però i Corleonesi volevano acquistare sempre più potere, il boss Salvatore Riina decise di eliminare Bontade. L'assassinio avvenne il giorno del suo quarantaduesimo compleanno: venne ucciso alle ore 23,30 a colpi di fucile Kalashnikov e di lupara da due killer in moto mentre era fermo con la sua automobile ad un semaforo rosso di via Aloi, a Palermo. Il suo assassinio, che inaugurò la seconda guerra di mafia, fu commesso dal più fidato e temibile killer di Riina, Pino Greco, anch'egli eliminato a metà degli anni ottanta da Giuseppe Lucchese detto "lucchiseddu" per ordine dello stesso Riina.

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Source : Wikipedia