Saddam Hussein

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Inviato da david 31/03/2009 @ 00:14

Tags : saddam hussein, iraq, medioriente, esteri

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Saddam Hussein

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Saddām Hussein Abd al-Majīd al-Tikrītī Hussein (arabo: صدام حسين عبد المجيد التكريتي, Ṣaddām Ḥusayn ‘Abd al-Majīd al-Tikrītī ; Tikrit, 28 aprile 1937 – Baghdad, 30 dicembre 2006) è stato un politico iracheno, presidente dell'Iraq dal 1979 al 2003, quando venne destituito in seguito all'invasione anglo-americana in quella che è conosciuta come la seconda guerra del Golfo. La data di nascita è incerta.

È stato giustiziato per impiccagione il 30 dicembre 2006, in esecuzione di una sentenza di condanna a morte pronunziata da un tribunale speciale iracheno - confermata in appello - per crimini contro l'umanità. La sua esecuzione ha destato scalpore e polemiche in tutto il mondo.

Saddam Hussein nacque nel villaggio di al-Awja, nel distretto iracheno di Tikrīt, da una famiglia di pastori di ovini. Il padre, Husayn Abd al-Majīd, sparì sei mesi prima della sua nascita lasciando la madre, Ṣubḥa Tulfāh al-Mussallat, sola con un figlio tredicenne malato e il nascituro Saddam in grembo. Dopo la morte del figlio tredicenne, la madre cercò, in piena crisi depressiva, un'altra famiglia in cui far crescere il neonato, trasferendolo dallo zio Khayr Allāh Tulfāh. Dopo il nuovo matrimonio della madre con Ibrāhīm al-Ḥasan, che mise al mondo altri suoi fratellastri, Saddam tornò a vivere con la madre ed il patrigno, la cui rigidità fu motivo principale per cui all'età di dieci anni si trasferì nuovamente a Baghdad per vivere con lo zio, Khayr Allāh Tulfāh, padre della sua futura sposa.

Si iscrisse al Partito Ba'th (Partito della Risurrezione, di tendenze socialiste) e nel 1956, prese parte al fallito tentativo di colpo di Stato contro Re Faysal II. Il 14 luglio 1958, un gruppo nazionalista non-baʿthista d'idee repubblicane, condotto dal Generale Abd al-Karīm Qāsim (Abd el-Karim Kassem), abbatté la monarchia e uccise il re e il Primo Ministro Nūrī Āl Sa‘īd. Nel 1959, dopo un tentativo fallito (pare finanziato dalla CIA ) di assassinare Kassem, Saddam Hussein fuggì in Egitto attraverso la Siria ed il Libano e fu condannato a morte in contumacia.

In Egitto conseguì un titolo di studio nella Facoltà di legge dell'Università del Cairo.

Saddam Hussein tornò in Iraq a seguito del colpo di Stato militare del mese di ramadan (8 febbraio 1963) che aveva abbattuto e ucciso Qāsim, ma fu imprigionato nel 1964 a causa di un nuovo mutamento al vertice dello Stato iracheno causato dalla morte violenta del gen. ‘Abd al-Salām ʿĀref. Nel 1967 riuscì ad evadere e nel 1968 contribuì al colpo di Stato non violento realizzato dal partito Baʿth ai danni del regime militare filo-nasseriano di ʿAbd al-Rahmān ʿĀref, fratello del precedente Presidente iracheno.

Nel 1968 Saddam ottenne anche la laurea in giurisprudenza conferitagli dall'università di Baghdad.

A partire da quell'anno Saddam Hussein rivestì il ruolo di vicepresidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario; nel 1973 fu promosso al grado di Generale dell'esercito iracheno, malgrado facesse parte dell'ala cosiddetta "civile" del partito Baʿth.

Nel 1979 il Presidente della Repubblica Ahmad Hasan Al Bakr annunciò il suo ritiro e Saddam Hussein - imparentato con Āl Bakr - lo sostituì nella carica.

Il partito Baath aveva un programma progressista e socialista che puntava alla modernizzazione e secolarizzazione dell'Iraq. Saddam Hussein si attenne alla linea del suo partito e proseguì le riforme modernizzatrici iniziate dai suoi predecessori, completando riforme quali la concessione alle donne di diritti pari a quelli degli uomini, l'introduzione di un codice civile modellato su quelli dei paesi occidentali (che sostituì la Sharīʿa) e la creazione di un apparato giudiziario laico (che comportò l'abolizione delle corti islamiche, anche se alcuni sostengono che vennero conservate per casi particolari).

Dopo essere stato incaricato di sovrintendere alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera irachena (1972), Saddam utilizzò una parte consistente dei profitti petroliferi per programmi di welfare (istruzione gratuita ed obbligatoria; sanità pubblica gratuita) o per modernizzare le infrastrutture e l'economia dell'Iraq, ad es. portando l'elettricità in tutto il Paese.

Tuttavia gran parte dei proventi petroliferi andarono negli apparati di sicurezza iracheni (responsabili di reprimere ogni opposizione interna) e nell'esercito. Saddam desiderava ottenere la leadership dell'area vicino-orientale, il che lo pose in conflitto con l'Iran dove nel 1979 era salito al potere l'ayatollah Khomeyni (1900 - 1989), cacciando dal trono lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1919 - 1980).

Entrambi gli Stati ambivano a un ruolo egemonico nell'area del Golfo Persico e del Vicino Oriente. Prendendo a pretesto la questione delle frontiere fra i due Paesi (specie la discussa linea di confine che correva nello Shatt al-Arab, fino ad allora regolamentata dall'accordo bilaterale di Algeri) l'Iraq attuò una serie di misure contro l'Iran, tra cui l'espulsione di 30.000 iracheni di origine iraniana. La crescente tensione sfociò in in conflitto armato: l'Iraq attaccò l'Iran nel 1980 in quella che fu allora definita la "Guerra del Golfo" (oggi più nota come guerra Iran-Iraq), durata dal 1980 al 1988, anche se solo nel 1990 le operazioni belliche cessarono del tutto.

L'Iraq fu appoggiato sia dagli Stati Uniti - perché Khomeyni era loro notoriamente avverso - sia, ma solo parzialmente, dall'URSS che preferiva un governo laico a uno di matrice islamica. Le truppe irachene nel periodo 1980 - 1986 avanzarono celermente nel territorio iraniano grazie agli aiuti militari ricevuti e a una discreta assistenza degli USA che permisero all'Iraq di usufruire delle fotografie del teatro bellico prese dai loro satelliti militari, ma dal 1986 l'Iran riuscì a organizzare un'accanita resistenza richiamando gli Iraniani ai loro più profondi sentimenti patriottici contro quello che ritenevano un aggressore. Gli iracheni nel 1988 furono ricacciati quasi interamente dal territorio iraniano anche se il restante territorio occupato fu sgomberato solo dopo la fine del conflitto, a seguito di appositi accordi bilaterali.

I due paesi si fronteggiarono per 8 anni: l'Iraq poteva contare su armi tecnologicamente superiori, alle quali pero' l'Iran rispondeva con un superiore numero di soldati, che andavano all'attacco dei carri armati nemici in vere e proprie azioni suicide. Furono impiegati anche armi chimiche contro la fanteria iraniana, sprovvista di maschere antigas. Saddam Hussein accettò una tregua e la pace fu stipulata nel 1990, anno in cui entrambi i paesi erano ormai stremati per la lunghissima guerra.

Saddam non rinunciò però a svolgere un ruolo egemonico nella regione e, riprendendo le mai accantonate pretese di sovranità irachena sul territorio dell'emirato, nell'agosto 1990 invase il Kuwait, che si arrese rapidamente.

È possibile che alcune allusioni dell'ambasciatrice statunitense in Iraq avessero convinto Saddam che gli Stati Uniti non sarebbero venuti in aiuto dell'Emirato.

In realtà le Nazioni Unite si affrettarono a condannare l'aggressione mentre il presidente degli Stati Uniti d'America George Bush veniva autorizzato dal Congresso degli Stati Uniti ad utilizzare la forza militare contro le truppe irachene in Kuwait. L'ONU impose all'Iraq il 15 gennaio come data ultima per il ritiro, dopodiché autorizzava i suoi membri ad utilizzare ogni mezzo possibile per cacciare dall'emirato le truppe di Saddam. Dopo mesi di negoziati infruttuosi, il 16 gennaio una coalizione guidata dagli Stati Uniti (della coalizione facevano parte, fra gli altri, Gran Bretagna, Francia, Egitto, Siria, Arabia Saudita, Italia, Canada) cominciò una devastante campagna aerea contro l'Iraq e le truppe irachene nel Kuwait.

Il ra‘īs rispose lanciando missili balistici Scud-B contro città israeliane e saudite; tuttavia Israele, che non faceva parte della coalizione, non entrò nel conflitto per esplicita richiesta dell'ONU e degli USA (azioni israeliane avrebbero provocato l'uscita dei Paesi arabi dalla coalizione e forse anche un allargamento del conflitto). Dopo quattro settimane di bombardamenti, cominciò la fase terrestre della campagna Desert Storm: unità arabe e dei Marines sfondarono le difese irachene nel sud del Kuwait e liberarono la capitale dopo cento ore di battaglia, mentre divisioni corazzate americane penetrarono in Iraq da occidente ed effettuarono una manovra a tenaglia che impedì all'esercito e alla Guardia Repubblicana irachena di ripiegare verso Baghdad. Delle 40 divisioni presenti in Kuwait, solo 4 se ne salvarono dall'accerchiamento ed erano divisioni della Guardia Repubblicana, l'élite delle forze armate irachene. L'offensiva venne sospesa il 2 marzo a soli 60 km da Baghdad perché George H. W. Bush si rese conto della pericolosità di un vuoto di potere in Iraq (la successiva invasione del 2003 non ha dimostrato la validità di questo timore). Mentre in Iraq infuriavano le rivolte della popolazione sciita nel sud, e di quella curda nel nord, il 3 marzo 1991 fu firmato a Ṣafwān un armistizio tra i generali alleati e iracheni che sanciva di fatto la fine della guerra. Questo armistizio consentì al regime di domare le insurrezioni e di riprendere il controllo del Paese. Ciononostante, l'Iraq uscì molto indebolito dalla guerra: le strutture militari e governative erano devastate dai bombardamenti, buona parte dell'esercito era stata distrutta e si stima che le perdite irachene (civili e militari) superassero i 100.000 morti; invece le perdite della coalizione erano state molto ridotte (circa 230 morti).

Saddam è sopravvissuto a numerosi colpi di Stato, tentativi di assassinio e complotti.

Il 1 giugno 1972, portò a compimento il processo di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere occidentali che avevano il monopolio sul petrolio iracheno. Saddam favorì la modernizzazione dell'economia irachena, affrettando la costruzione di industrie e seguendone il loro sviluppo. Supervisionò anche la modernizzazione dell'agricoltura conseguita con una massiccia meccanizzazione agricola e corroborata da un'ampia distribuzione di terre ai contadini.

Favorì una rivoluzione globale delle industrie energetiche, così come lo sviluppo dei servizi pubblici, dal trasporto all'educazione. Avviò e perfezionò una campagna nazionale per lo sradicamento dell'analfabetismo e a favore dell'istruzione obbligatoria gratuita.

Nel novembre del 2000 Saddam iniziò a richiedere che il petrolio iracheno fosse pagato in euro anziché in dollari, forse perché gran parte delle importazioni irachene avvenivano dai paesi europei, ma più probabilmente per tentare di indebolire la moneta statunitense: infatti secondo alcuni la domanda di dollari sarebbe dovuta soprattutto alla compravendita del greggio in quella valuta, il che sosterrebbe il suo cambio, proteggendolo dalla svalutazione.

L'embargo proclamato dalle Nazioni Unite a seguito della guerra ha pesato fortemente sull'economia irachena, vista la difficoltà per l'apposito Ufficio dell'ONU incaricato di vagliare la rilevanza militare di ogni componente elettronico e ad alto contenuto tecnologico la cui importazione veniva sollecitata dall'Iraq e che, tra l'altro, ha a lungo impedito al Paese di sfruttare appieno la sua potenzialità energetica e idrica che in forte misura dipendevano proprio da un corretto impiego e da un'utilizzazione appropriata di tali apparecchiature.

Il degrado dell'efficienza industriale fu notevole e di questo pagò le conseguenze la popolazione civile, anche se la componente militare del regime iracheno fu messa al riparo col massimo dell'impegno possibile.

Nel 1996 il parlamento iracheno ha accettato un piano del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzava la vendita di quantità limitate di petrolio per far fronte alle necessità primarie alimentari e farmaceutiche del Paese (cosiddetto piano Oil for food ovvero petrolio in cambio di cibo).

In base ai rapporti ufficiali, la popolarità di Saddam Hussein sarebbe rimasta anche in tali momenti molto alta tra la popolazione irachena che veniva convinta dagli strumenti della propaganda del regime che le difficoltà patite scaturivano dalle decisioni vessatorie assunte dalle Nazioni Unite. Nel 2002 un referendum, che chiedeva la riconferma di Saddam Hussein come leader dello Stato iracheno, ottenne il 100% di voti favorevoli. D'altra parte, Saddam era l'unico candidato e il voto era obbligatorio.

Saddam aveva tre figlie e due figli, ʿUdayy Saddam Hussein e Qusayy Hussein, entrambi uccisi a Mossul dai militari statunitensi in Iraq: il figlioletto quattordicenne di quest'ultimo, Muṣṭafà, fu anch'esso ucciso nel raid di Mossul, con un accanimento - il ragazzo era già ferito e si nascondeva sotto un letto - inspiegato dalle ancora oscure modalità dell'operazione militare.

Accusato di non aver adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale e di possedere ancora armi nucleari, chimiche e biologiche, mai trovate però dagli ispettori dell'ONU, l'Iraq venne nuovamente attaccato. Il 19 marzo 2003, 300.000 soldati statunitensi e britannici invasero da sud l'Iraq dando il via all'operazione Iraqi Freedom con l'obiettivo di disarmare e distruggere il regime di Saddam, accusato di collusione con il terrorismo internazionale. Dopo pochi giorni di guerra le truppe britanniche conquistarono la penisola di al-Faw e Umm Qaṣr; la 3a Divisione di Fanteria e la 2a Divisione dei Marines arrivano alle porte di Baghdad il 2 aprile. Il 3 aprile comincia la battaglia per la conquista dell'Aeroporto Internazionale 'Saddam' a sud-ovest della capitale irachena; il 5 aprile lo scalo è totalmente sotto il controllo americano; nella stessa giornata, unità da ricognizione entrano per la prima volta a Baghdad incontrando scarsa resistenza; il 6 aprile comincia la battaglia di Baghdad con violenti scontri tra Fedayn e Statunitensi. Il 9 aprile, la capitale irachena cade e i Marines entrano vittoriosi nella piazza del Paradiso dove viene abbattuta, in diretta mondiale, la statua di Saddam Hussein. Il 15 aprile, le truppe statunitensi attaccano e conquistano Tikrīt, ultimo bastione di Saddam. Il 1° maggio 2003, il presidente George W. Bush proclama la fine dei combattimenti in Iraq: "Nella guerra contro l'Iraq, gli Stati Uniti d'America e i suoi alleati hanno prevalso". Nonostante l'emergere di una violenta e sanguinosa insurrezione portata avanti dalla resistenza irachena (a seconda dei punti di vista anche definita gruppi terroristici) con azioni di guerriglia (anche qui un altro punto di vista le definisce azioni terroristiche) e dagli uomini di Abū Musʿab al-Zarqāwī, leader di al-Qāʿida in Iraq, l'ex presidente iracheno viene catturato dai soldati americani in un villaggio nelle vicinanze di Tikrīt il 14 dicembre (fu trovato in un piccolo bunker scavato sottoterra).

Sottoposto a processo da un tribunale iracheno assieme ad altri sette imputati, fra cui il fratellastro, tutti gerarchi del suo regime, per crimini contro l'umanità, in relazione alla strage di Dujayl del 1982 (148 sciiti uccisi), il 5 novembre 2006 è stato condannato a morte per impiccagione (Saddam aveva richiesto la fucilazione) e il 26 dicembre 2006 la condanna è stata confermata dalla Corte d'appello. Con lui è stato condannato a morte per impiccagione anche Awwad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario, mentre Ṭāhā Yāsīn Ramaḍān, vice presidente, è stato condannato all'ergastolo. L'esecuzione per impiccagione è avvenuta alle 6 del mattino (ora irachena) del 30 dicembre 2006, data che coincideva con la festa del sacrificio, la maggiore solennità islamica.

In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciiti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddam (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia.

In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-raʿīs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.

Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie (tra le quali Amnesty International e Human Rights Watch) hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e che sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e indirettamente dell'Amministrazione statunitense.

Secondo l'agenzia di stampa Reuters l'impiccagione di Saddam Hussein è stata eseguita alle 4:00 italiane (le 6:00 ora locale) del 30 dicembre 2006. La trasmissione del video dell'impiccagione, in parte, è stata oggetto di dure critiche da parte di molte forze politiche.

Nelle ore successive alla morte, i media di tutto il mondo, a cominciare dalla televisione di Stato dell'Iraq, al-ʿIrāqiyya, hanno trasmesso un filmato relativo ai momenti immediatamente precedenti al momento dell'esecuzione, dove si vede Saddam Hussein giungere, apparentemente tranquillo, al patibolo e gli viene applicato il grosso cappio intorno al collo. Il video si interrompe poco prima che la botola sotto i piedi di Ṣaddām Ḥusayn venga aperta. Più tardi sono stati diffusi altri due filmati, di cattiva qualità, il primo che mostrava il cadavere del condannato avvolto parzialmente in un lenzuolo bianco - ma con il volto visibile, livido e sanguinante - mentre veniva portato via dal luogo dell'esecuzione e il secondo (l'unico dotato di traccia audio), ripreso verosimilmente con un telefono cellulare dai piedi del patibolo, che mostra l'intera sequenza dell'esecuzione. In quest'ultimo video è possibile seguire, con angolazione dal basso, gli stessi eventi ripresi nel primo video; di seguito si odono chiaramente i presenti inneggiare a Muqtadà al-Ṣadr non appena il condannato viene lasciato solo dal boia in piedi sulla botola chiusa e con il cappio già stretto al collo, il quale replica pronunciando a propria volta il nome Muqtadà con aria e tono ironico e chiedendo con aria di sfida a chi lo insulta se creda in tal modo di comportarsi da uomo. Alcuni secondi dopo Ṣaddām inizia, nel silenzio, a pronunciare ad alta voce la professione di fede islamica quando, dopo pochi secondi, viene interrotto all'incipit del secondo versetto dall'apertura della botola che, con uno stridore metallico, fa precipitare il suo corpo e tendere la corda. Seguono alcuni confusi fotogrammi accompagnati dall'inneggiare dei presenti all'avvenuta esecuzione dell'ex presidente iracheno e, poco dopo, le immagini ne inquadrano il volto, mentre, ormai morto, pende appeso al cappio.

La diffusione dei due filmati, in particolare quello nel quale è evidente lo scherno e l'oltraggio cui venne sottoposto il condannato poco prima dell'esecuzione, ha provocato notevole scandalo internazionale, profondo risentimento tra gli arabi sunniti e grave imbarazzo al governo iracheno, che ha annunciato di aver arrestato due persone come responsabili della sua esecuzione e diffusione. Ciò nonostante, dopo qualche giorno è emerso ed è stato diffuso via Internet un terzo filmato simile al primo, ancora una volta di cattiva qualità, che mostra il cadavere di Ṣaddām poco dopo l'esecuzione avvolto in un sudario, che viene scostato per mostrare la testa del giustiziato innaturalmente piegata a destra e il collo con un'ampia e profonda ferita sanguinolenta.

A seguito dell'impiccagione del fratellastro di Saddam Hussein, Barzān Ibrāhīm al-Tikrītī, e dell'ex-presidente del tribunale rivoluzionario iracheno, Awad al-Bandar (coimputati nella stesso processo conclusosi con la condanna capitale ai danni di Ṣaddām Ḥusayn), originariamente previste per la stessa notte nella quale fu eseguita quella di Saddām, poi rinviate ed effettuate alle 03:00 locali del 15 gennaio 2007, si è nuovamente diffuso orrore nel mondo alla notizia che la corda ha decapitato di netto il primo, facendo schiantare il corpo al suolo e rotolare la testa a diversi metri di distanza, come riferito dai giornalisti che hanno potuto visionare il video dell'esecuzione, rimasto questa volta riservato. Anche queste esecuzioni hanno attratto riprovazione da parte della comunità internazionale.

Il 16 gennaio 2007, in un'intervista senza precedenti, persino il presidente degli Stati Uniti d'America, George W. Bush, la cui Amministrazione aveva in precedenza difeso senza riserve la condanna morte e l'esecuzione di Saddam Hussein, ha condannato con parole molto forti le modalità di impiccagione ("L'esecuzione di Ṣaddām è sembrata come una vendetta", ha dichiarato Bush e il governo iracheno presieduto da Nūrī al-Mālikī che, ha spiegato ancora il presidente, "deve ancora maturare" e "rende difficile far passare presso il popolo americano l'idea che si tratti di un governo che voglia unificare il Paese"..

Tali dichiarazioni di George Bush sono state accolte con scetticismo da alcuni osservatori internazionali che, come Feurat Alani, inviato a Baghdad per il giornale svizzero Le Temps, hanno sollevato il sospetto che la fretta nel liberarsi di Ṣaddām e dei suoi più prossimi complici sia in realtà stata originata dal desiderio di metter a tacere per sempre la delicata questione costituita dai considerevoli aiuti - anche militari ed in termini di armi di distruzione di massa - forniti da Stati Uniti d'America, Francia e Gran Bretagna al regime di Ṣaddām Ḥusayn durante gli anni '80.

Il 31 dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, ʿUdayy e Qusay e al nipote quattordicenne Muṣṭafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mosul.

Per la parte superiore



Qusay Saddam Hussein

Qusay Hussein

Qusay Saddam Hussein al-Tikriti, o Qusai (Bagdad, 17 maggio 1966 – Mossul, 22 luglio 2003), era il secondo figlio dell'ex Presidente iracheno Saddam Hussein. Venne nominato dal padre come suo erede nel 2000. Il fratello maggiore di Qusay, Uday Hussein, era considerato l'erede fino a quando rimase ferito in un tentativo di assassinio nel 1996.

Qusay era ritenuto a capo delle forze di sicurezza interna, forse del Servizio Segreto Iracheno (SSO), ed aveva qualche autorità anche sulla Guardia Repubblicana e su altre unità militari irachene.

Contrariamente al fratello Uday, noto per la sua stravaganza, Qusay mantenne sempre un basso profilo.

Qusay Hussein giocò un ruolo fondamentale nella repressione della sollevazione sciita successiva alla Guerra del Golfo del 1991, e si ritiene che abbia pianificato la distruzione delle paludi meridionali dell'Iraq. La completa distruzione di queste paludi rovinò l'habitat di dozzine di specie di uccelli migratori, e pose fine al secolare stile di vita degli Arabi delle paludi (sciiti), che avevano reso questa regione la loro casa: il governo iracheno dichiarò che l'azione era intesa a ricavare terreni sfruttabili dall'agricoltura, mentre diversi osservatori esterni ritengono che la distruzione fosse indirizzata contro gli "arabi delle paludi", come vendetta per la loro partecipazione alle sollevazioni del 1991.

I dissidenti iracheni sostengono che Qusay fu responsabile dell'uccisione di molti attivisti politici. Il The Sunday Times (Londra) riportò che Qusay Hussein ordinò l'uccisione di Khalis Mohsen al-Tikriti, un ingegnere dell'organizzazione di industrializzazione dell'esercito, poiché Qusay riteneva che stesse progettando di lasciare l'Iraq. Nel 1998, i gruppi dell'opposizione irachena accusarono Qusay Hussein di aver ordinato l'esecuzione di migliaia di prigionieri politici, dopo che centinaia di carcerati vennero giustiziati sommariamente per far posto ai nuovi prigionieri nelle carceri sovraffollate. Gruppi come Human Rights Watch e Amnesty International non hanno mai riportato notizie simili.

In risposta all'imminente invasione statunitense, nel marzo 2003, Saddam diede a Qusay il controllo sull'area di Baghdad-Tikrit, una delle quattro regioni militari. Il 17 marzo 2003, George W. Bush diede a Qusay Hussein 48 ore per lasciare la nazione assieme al fratello Uday e al padre Saddam, o fronteggiare la guerra in alternativa.

Il 22 luglio 2003 le truppe statunitensi della 101a Divisione Aviotrasportata, appoggiate dalle Forze Speciali, uccisero Qusay, assieme a suo figlio e al suo fratello maggiore Uday, durante un'incursione in una casa nella città settentrionale di Mosul. Agendo su suggerimento di un iracheno non identificato, una squadra delle Forze Speciali tentò di catturare gli abitanti della casa. Dopo essere state bersagliate con armi da fuoco, le Forze Speciali si ritirarono e richiesero supporto. Un centinaio di soldati statunitensi, successivamente coadiuvati da elicotteri Apache e da un A-10 Thunderbolt II, circondarono la casa e aprirono il fuoco. Dopo tre ore di battaglia i soldati entrarono trovando quattro morti, tra cui i due fratelli, e altri tre uomini feriti.

Secondo alcune fonti giornalistiche (tra cui la BBC e il New York Times), molti degli abitanti di Baghdad celebrarono la morte dei fratelli con raffiche di colpi in aria (Si deve notare che lo sparare in aria durante i funerali è molto comune nella cultura araba, e può significare sia festeggiamento che compianto). Comunque, la gioia per la morte di Qusay e Uday non fu universale, un corrispondente di Al-Jazeera definì la scomparsa dei fratelli un "crimine" eseguito a "sangue freddo".

Il 23 luglio 2003 il comando statunitense disse che due dei morti erano stati definitivamente individuati come i figli di Saddam Hussein, grazie ai calchi dei denti. Venne inoltre annunciato che l'informatore, forse il proprietario della casa, avrebbe ricevuto i 30 milioni di dollari messi come taglia sulla coppia.

Il 24 luglio 2003 vennero pubblicate le foto dei cadaveri dei due fratelli. Il comando militare statunitense dichiarò di aver permesso la pubblicazione delle foto per combattere le voci diffuse in Iraq secondo cui i due erano ancora vivi e l'intero episodio della loro morte era un falso.

Alcuni hanno criticato gli USA per aver creato un doppio standard con la pubblicazione delle foto, dato che l'Amministrazione Bush condannò Saddam per aver pubblicato foto dei soldati statunitensi morti durante il conflitto. I militari statunitensi risposero alle critiche facendo notare che non si trattava di normali combattenti morti, e che la conferma delle morti avrebbe "chiuso il dibattito" nella popolazione irachena.

Qusay è stato sepolto in un cimitero della zona di Tikrit accanto al figlio Mustapha, al fratello Uday e al padre Saddam. Qusay era l'asso di fiori nel famoso mazzo di carte dei ricercati del regime di Saddam.

Per la parte superiore



Iraq

Iraq - Bandiera

L'Iraq (talvolta anche Irak per via della traslitterazione francese) è uno stato dell'Asia. Confina con Turchia a nord, Arabia Saudita e Kuwait a sud, Siria a nordovest, Giordania a ovest e Iran verso est. Discende dall'antica Mesopotamia, la "terra dei due fiumi" (Bilād al-Rafidayn in arabo), mentre il nome attuale viene dal persiano eraq, ossia "terre basse" (in contrapposizione all'altopiano iraniano). La capitale è Baghdad. Il presidente è stato per circa 25 anni Saddam Hussein. Dal 9 aprile 2003 l'Iraq è stato un protettorato militare americano e dal gennaio 2005 un governo locale di transizione ha amministrato il Paese fino all'esecuzione di Saddam Hussein. Possiede le terze riserve di petrolio mondiali.

Le catene montuose nord-orientali lasciano il passo alla pianura fluviale per terminare a sud-ovest nel deserto.

L'Iraq odierno corrisponde in gran parte all'antica Mesopotamia, la "terra dei due fiumi", ossia l'Eufrate e il Tigri, che scorrono da nord a sud, unendosi prima di sfociare nel Golfo Persico.

Il clima iracheno è continentale. Gli inverni sono miti, a parte che nelle montagne più alte del nord del Paese, dove essi sono abbastanza rigidi. Le estati sono caldissime, le temperature in questa stagione sono tra le più elevate al mondo, poiché superano costantemente i 43 °C, con punte di 51 - 52 °C, soprattutto nella pianura mesopotamica.

Nel 1977 furono censiti 12 000 497 di abitanti. Nel 1990 la popolazione censita era di 17 754 000 unità. Nel luglio 2006 la popolazione era di 26 783 383 abitanti. Le continue guerre degli ultimi 30 anni (largamente coincidenti con il regime di Saddam Hussein) hanno provocato una forte emigrazione, che non si è ancora arrestata.

L'etnia maggioritaria (75-80%) è quella degli arabi, che include anche i discendenti arabizzati di varie antiche etnie autoctone. L'etnia minoritaria (22-25%) è quella dei curdi, insediati soprattutto nel nord e nord-est. Esiste anche una piccola minoranza di turcomanni (2-3%).

La lingua araba, di natura semitica, prevale sulla lingua curda, di struttura indo-europea, assai vicina al farsi.

Negli ultimi anni la popolazione cristiana è scesa drammaticamente: nell'estate 2007 si contavano 550.000 cristiani nel Paese. Ben 250.000 erano fuggiti all'estero.

Un'altra religione minoritaria è quella mandea.

L'area fertile della Mesopotamia, situata fra i fiumi Eufrate e del Tigri, ha visto nascere alcune delle civiltà più antiche del mondo come i Sumeri, i Babilonesi e gli Assiri. Fu poi a lungo parte dell'Impero persiano - sia achemenide, partico e sasanide - che lo contese con successo all'Impero romano, prima unito e poi d'Oriente. Fu cristianizzato già nel III secolo, mentre il resto dell'impero persiano aderiva alla religione di Zoroastro.

Nel 656 l'odierno Iraq venne conquistato dagli arabi, che introdussero l'Islam e lo governarono da Damasco, oggi in Siria. Nel 762 il califfato fu spostato dalla nuova dinastia abbaside nella nuova città di Baghdad (vicino all'antica Babilonia), che rimase a lungo il centro più importante del mondo arabo.

Questo governo fu distrutto nel 1258 dai Mongoli guidati dal cristiano Hülegü; i Mongoli invasero di nuovo l'Iraq nel 1401 sotto Tamerlano, musulmano, che lo governò da Samarcanda, come i suoi discendenti.

Dall'inizio del XVI secolo l'Iraq fu invece conteso tra l'Impero persiano, retto dalla dinastia sciita dei Safavidi (azeri di lingua e cultura), e il sunnita Impero Ottomano, fin quando quest'ultimo lo incorporò definitivamente nel 1638 (Trattato di Qasr-e Shirin).

Al termine del I conflitto mondiale, truppe britanniche occuparono l'odierno Iraq (fino ad allora provincia ottomana) e lo dichiararono indipendente il 1 ottobre 1919. Ai curdi, ai quali pure era stato promesso un proprio stato, non fu consentito di istituirlo. Il 25 aprile 1920 Londra ricevette un mandato dalla Società delle Nazioni che ebbe fine il 3 ottobre 1932, quando l'Iraq ottenne una maggiore indipendenza, tuttavia ancora limitata sotto alcuni aspetti militari ed economici. La monarchia fu rovesciata una prima volta nel 1941 da un colpo di stato sostenuto dalla Germania nazista e perciò represso dai britannici: i combattimenti fecero un migliaio di morti.

Cessata la tutela britannica alla fine della seconda guerra mondiale, la monarchia perseguì una linea filo-occidentale, ma il 14 luglio 1958 un secondo colpo di stato, attuato dal Comitato degli Ufficiali Liberi guidati dal generale Abd al-Karim Qāsim (Kassem), istituì la repubblica giustiziando la famiglia reale e i suoi notabili e perseguendo una linea nazionalista e neutralista. L'8 febbraio 1963 un terzo colpo di stato uccide Kassem e porta al potere il Baʿth, partito di ispirazione socialista e panaraba, e quindi sostenuto dall'Egitto di Nasser, segnando l'inizio della carriera politica di Saddam Hussein. Tuttavia, un quarto colpo di stato lo rovescia già il 18 novembre 1963, ad opera del colonnello Abd al-Salam Arif, braccio destro di Kassem, e dopo la morte di questi del fratello maresciallo Abd al-Rahman Arif. Il 17 luglio 1968 un quinto colpo di stato riporta al potere il Ba'th, guidato dal generale Ahmed Hassan al-Bakr, cugino di Saddam Hussein.

In tutto questo ventennio postbellico i rapporti con la minoranza curda sono segnati da cicli di insurrezioni, cessate il fuoco, accordi politici, mancata applicazione degli stessi.

Preso il potere, il Baʿth ha instaurato un controllo molto stretto sulle istituzioni e sulla società irachena, in direzione panaraba e socialista anziché nazionalista, appoggiandosi preferibilmente sugli arabi sunniti, soprattutto dopo la presa del potere da parte di Saddam Hussein nel 1979, che però abbandonerà subito l'ispirazione socialista e filo-sovietica e, negli ultimi anni del regime, anche quella panaraba e persino, nel 2003, quella laica.

Il 1 giugno 1972 il governo nazionalizza l'industria petrolifera: questa decisione avrà un ruolo chiave nelle successive decisioni dell'OPEC. Un merito che va riconosciuto al governo repubblicano iracheno è un forte impegno nella modernizzazione del Paese con il riconoscimento di numerosi diritti civili alle donne e l'instaurazione di un potere laico.

Nel 1980 gli Stati Uniti e i paesi NATO appoggiarono con aiuti economici e militari la volontà dell'Iraq (che aveva rivendicazioni territoriali) a scendere in guerra il 22 settembre contro l'Iran (dove una rivoluzione fondamentalista islamica aveva rovesciato la monarchia); al termine (8 agosto 1988) della guerra, però, non ci furono né vincitori né vinti.

Il 2 agosto 1990 l'Iraq occupò il Kuwait, accampando rivendicazioni territoriali ma soprattutto per ragioni economiche. Ne seguì il 17 gennaio 1991 la invasione da parte di una coalizione internazionale, che agiva su mandato delle Nazioni Unite, e che si concluse il 28 febbraio, seguita il 3 aprile dal cessate il fuoco definitivo fissato dalla risoluzione 687 del Consiglio di sicurezza dell'ONU. In seguito a ciò l'Iraq è stato isolato internazionalmente fino all'anno 2003, in cui ha inizio la Seconda guerra del golfo.

La sovranità dell’Iraq venne sottoposta a serie limitazioni. Infatti, oltre all’imposizione della "no-fly zone", il regime di Baghdad venne costretto a concedere un’ampia autonomia ai distretti curdi e a riconoscere il tracciato dei confini con il Kuwait. A ciò si aggiunsero misure di disarmo (di cui fu incaricata l’UNSCOM, Commissione speciale delle Nazioni Unite, con l’ausilio dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) e restrizioni nella vendita di petrolio, una cospicua parte della quale venne destinata a ripagare i danni inflitti al Kuwait.

Nel 1992 il rifiuto di concedere l’accesso agli ispettori dell’UNSCOM causò la proclamazione da parte dell’ONU di un rigido embargo economico, i cui effetti si rivelarono devastanti soprattutto per la popolazione civile. L’economia nazionale irachena, già pesantemente segnata dai due ultimi conflitti, giunse infatti quasi al collasso, mentre fiorì il mercato nero controllato dal regime.

Nell’ottobre 1994 un nuovo spostamento di truppe irachene al confine con il Kuwait spinse gli Stati Uniti a inviare nella regione un proprio contingente militare. Il regime di Baghdad annunciò il ritiro dall’area e riconobbe la sovranità del Kuwait il 10 novembre dello stesso anno, in conformità alle risoluzioni dell’ONU. Ciò non fu ritenuto sufficiente dagli Stati Uniti per rimuovere l’embargo, nonostante il parere favorevole di altri paesi occidentali.

Di fronte alla crisi umanitaria causata dall’embargo, nel 1995 l’ONU attenuò le sanzioni, avviando con la risoluzione 986 il programma "Oil for Food" ("petrolio in cambio di cibo"), che autorizzava l’Iraq a esportare due miliardi di dollari di greggio al semestre per l’acquisto di viveri e medicinali. Temendo che il regime iracheno potesse usare il programma per approvvigionarsi di materiale di uso bellico, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna frapposero tuttavia molti ostacoli alla sua applicazione.

Nonostante l’isolamento internazionale, Saddam Hussein riuscì a rimanere saldamente in sella e nell’ottobre del 1995 un plebiscito gli conferì un nuovo mandato presidenziale di sette anni. All’interno del regime e della stessa famiglia di Saddam Hussein si verificarono tuttavia contrasti e defezioni, affrontati dal dittatore con metodi spicci e brutali. Il caso più clamoroso fu la fuga in Giordania del generale Kāmel Ḥasan al-Majīd e di suo fratello, entrambi generi di Saddam Hussein; inspiegabilmente tornati in patria, vennero assassinati pochi giorni dopo il rientro.

Nel 1997 riprese lo scontro tra Saddam Hussein e l'amministrazione statunitense, causato dagli ostacoli frapposti dalle autorità irachene ai controlli dell'UNSCOM. L’Iraq contestò sia la composizione della commissione, a suo dire troppo caratterizzata dalla presenza di statunitensi, sia la sua richiesta di accedere a determinati siti (cosiddetti "presidenziali"), dove l’UNSCOM riteneva potessero essere celati piani di armamento. Verso la fine dell’anno il contrasto fu appianato grazie alla mediazione della Russia, in seguito alla quale Saddam Hussein accettò la ripresa dei controlli.

Una nuova crisi con gli Stati Uniti, che minacciarono di ricorrere nuovamente alla forza contro il regime iracheno, fu risolta in extremis nel dicembre 1998 dall’intervento personale del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ottenne la ripresa delle ispezioni a patto di una revisione sostanziale delle misure alle quali l’Iraq era sottoposto. Nonostante quest’ultimo accordo, la questione rimase irrisolta. Agli inizi del 1999 gli aerei statunitensi e britannici ripresero le incursioni sul territorio iracheno.

Dopo il fallimento della missione UNSCOM, i rapporti tra le autorità irachene e l’ONU proseguirono, senza tuttavia pervenire a risultati apprezzabili. La nuova missione istituita dall’ONU (UNMOVIC, Commissione per il monitoraggio, la verifica e l’ispezione degli armamenti iracheni) non ottenne infatti l’autorizzazione del governo iracheno, che chiese prioritariamente la rimozione degli ostacoli frapposti dalle autorità statunitensi e britanniche al funzionamento del programma "Oil for Food". Nel febbraio del 2001 la tensione tornò improvvisamente a salire in seguito all’attacco compiuto da 24 bombardieri statunitensi e britannici contro alcune postazioni radar alla periferia di Baghdad. L’incursione sollevò le proteste della maggioranza dei paesi arabi e fu criticata anche da numerosi esponenti dei governi europei, in particolare in Francia e in Germania.

Dopo l’attacco terroristico subito dagli Stati Uniti l'11 settembre 2001 (vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001) e la successiva campagna militare Enduring Freedom (libertà duratura) che abbatté il regime afghano dei Talebani, l’Iraq tornò nel mirino degli Stati Uniti; il governo di Washington accusò infatti il regime iracheno di produrre armi di distruzione di massa e di collaborare con l'organizzazione terroristica al-Qa'ida, violando le risoluzioni dell’ONU.

Le aviazioni statunitense e britannica ripresero gli attacchi aerei contro obiettivi strategici e militari iracheni, preparando il terreno per un nuovo intervento militare. Nel luglio 2002, nel tentativo di scongiurare il conflitto, si svolse a Vienna un incontro tra il ministro degli esteri iracheno e il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per discutere la ripresa dei controlli dell’UNMOVIC, senza tuttavia pervenire a un accordo. In seguito all’intensificarsi degli attacchi aerei e all’esplicita minaccia degli Stati Uniti di scatenare una nuova guerra, a settembre l’Iraq consentì la ripresa delle ispezioni dell’ONU.

Il presidente statunitense George W. Bush, scettico nei confronti dell’accordo, chiese una nuova risoluzione dell’ONU che autorizzasse un nuovo intervento militare contro il regime di Saddam Hussein; la richiesta di Washington fu tuttavia accolta solo da pochi paesi e da un solo altro membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Gran Bretagna. Il 1º ottobre, messo alle strette, l’Iraq firmò l’accordo per la ripresa delle ispezioni, aprendola incondizionatamente a tutto il territorio nazionale iracheno. Nell’autunno 2002 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna iniziarono ad ammassare forze in Kuwait, mentre diverse portaerei presero posizione nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale.

Accogliendo le richieste statunitensi, l’8 novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU promulgò la risoluzione 1441, richiamando il governo iracheno al rispetto degli impegni di disarmo sottoscritti con il cessate il fuoco del 1991; per l’opposizione di Francia, Russia e Cina, il Consiglio di sicurezza non autorizzò tuttavia il ricorso automatico alla forza, limitandosi a minacciare "serie conseguenze" qualora l’Iraq non avesse soddisfatto le richieste. Nonostante la ripresa dei sopralluoghi degli ispettori dell’ONU e della distruzione degli arsenali iracheni, gli Stati Uniti sollecitarono una nuova risoluzione che li autorizzasse all’uso della forza contro l’Iraq. La richiesta venne sostenuta dalla sola Gran Bretagna, ma, corredata di prove incerte (che in seguito si sarebbero rivelate del tutto infondate se non addirittura create ad arte), non trovò il sostegno degli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza e cioè di Francia, Russia e Cina, che invece la respinsero. Divenne infatti celebre l'immagine dell'allora segretario di stato USA Colin Powell, quando il 5 febbraio 2003 mostrò in una riunione ONU una fiala contenente Antrace, a sostegno della necessità di intervento data la capacità dell'Iraq, poi rivelatasi falsa, di produrre tale sostanza come arma batteriologica tramite laboratori mobili. Secondo i governi di Washington e Londra, la guerra preventiva contro il regime di Saddam Hussein era però inevitabile, per contrastare il terrorismo e le strategie di riarmo di altri dittatori e per prevenire, quindi, più sanguinosi conflitti.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sollevarono così un'aspra controversia, che divise la diplomazia internazionale indebolendo il ruolo dell’ONU. Poi, il 19 marzo 2003, pur trovandosi contro il segretario Kofi Annan e gli altri membri del Consiglio di Sicurezza, la gran parte degli stati e delle opinioni pubbliche, nonché le principali autorità religiose internazionali, lanciarono l’attacco contro l’Iraq. A sostenerli si schierarono una trentina di paesi, tra cui la Spagna, l’Australia, la Danimarca, i Paesi Bassi. Molti di essi fornirono solo un sostegno politico; altri, tra cui l'Italia, non presero parte all’offensiva ma permisero il movimento delle armate della coalizione di stanza sul proprio territorio e inviarono truppe in un secondo momento, con funzioni di stabilizzazione e di aiuto alla ricostruzione. La Francia, la Germania, la Russia e la Cina criticarono apertamente la scelta bellica compiuta da Stati Uniti e Gran Bretagna; a loro si unirono altri paesi, tra cui il Canada, la Nuova Zelanda, il Messico e il Brasile. L’operazione Shock and Awe (colpisci e terrorizza) iniziò con un intenso bombardamento aereo su Baghdad e sulle altre città irachene, che prese di mira le sedi del comando politico e militare così come le strutture di comunicazione e industriali del paese. L’armata americano-britannica, penetrata nel paese dal sud e dal nord (dove si avvalse del sostegno dei curdi), si impose agevolmente sulla resistenza irachena, conquistando in pochi giorni gran parte delle città e assumendo nel contempo il controllo degli impianti petroliferi.

Il 9 aprile l’avanguardia militare statunitense entrò a Baghdad. Saddam Hussein si diede alla fuga, mentre il suo regime andava sgretolandosi e il paese precipitava nel caos. Da segnalare nel periodo successivo la devastazione del Museo Nazionale Iracheno, con il saccheggio o distruzione della maggior parte dei reperti inestimabili conservati. Il 21 aprile, gli Stati Uniti insediarono alla testa di un’autorità provvisoria (Coalition Provisional Authority, CPA) il generale Jay Garner, che fu sostituito l'11 maggio dall’ambasciatore Paul Bremer. Il 1 maggio il presidente statunitense Bush proclamò la fine della guerra. Il 22 maggio, su richiesta dello stesso Bush, il Consiglio di sicurezza dell’ONU pose fine alle sanzioni contro l’Iraq con la risoluzione n. 1483. A luglio venne instaurato un Consiglio interinale di governo, i cui posti chiave vennero assegnati a membri dell’opposizione rientrati dall’esilio e ai rappresentanti delle comunità curda e sciita.

Tuttavia, nei mesi seguenti la situazione irachena andò via via deteriorandosi. Le forze alleate incontrarono infatti una crescente resistenza, condotta da forze di origini e ispirazioni diverse (ex membri del regime, dei servizi segreti e del disciolto esercito; miliziani iracheni e stranieri più o meno legati ad al-Qāʿida; estremisti wahhabiti, salafisti e delle altre correnti della galassia radicale islamica). Queste lanciarono una strategia terroristica mirante a colpire gli occidentali, militari e civili, e gli iracheni loro alleati. In agosto, un commando terrorista colpì la stessa rappresentanza dell’ONU, uccidendo l’inviato speciale Sergio Vieira de Mello.

Tra i primi effetti della guerra e della caduta del regime, vi fu anche il risveglio delle tradizionali divisioni religiose e tribali tra la comunità sciita (maggioritaria ma emarginata durante il regime bathista) e quella sunnita. In entrambe le comunità crebbe comunque l’avversione contro l’occupazione militare e l’amministrazione straniera, anche a causa di grossolani errori e di eccessi compiuti dalla truppe della coalizione; a tale proposito, grave fu agli inizi del 2004 la crisi causata dalla diffusione delle immagini delle torture inflitte da alcuni militari americani ai detenuti del carcere di Abū Ghrayb, che sollevarono nel mondo una generale riprovazione.

Di fronte alle difficoltà e allo stillicidio di caduti tra le file della coalizione, gli Stati Uniti si rivolsero nuovamente all’ONU e alla comunità internazionale, chiedendo collaborazione. Nell'ottobre 2003, con la risoluzione 1511, l’ONU riprendeva un ruolo centrale nella crisi irachena; autorizzando la presenza della forza multinazionale in Iraq, fissava tuttavia un piano rivolto all’elezione di un Parlamento e alla costituzione di un governo, cui sarebbe stata trasferita la sovranità entro il mese di giugno del 2004. A dicembre, le forze americane catturarono Saddam Hussein nei pressi di Tikrit, la sua città natale. Condannato dal tribunale speciale iracheno (per i crimini del regime Baʿth - costituito il 10 dicembre 2003) dopo un processo iniziato, verrà impiccato il 30 dicembre 2006.

Nel marzo 2004, il Consiglio interinale di governo raggiunse un accordo su una "legge di transizione", che avrebbe dovuto accompagnare il paese nel delicato processo del passaggio dei poteri all’amministrazione civile nazionale.

Nello stesso mese scoppiò il conflitto all’interno della comunità sciita, una cui ala radicale minacciò di unirsi ai sunniti, insorti in diverse città del centro del paese e soprattutto a Fallūja.

L’8 giugno il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 1546, avviò la fase di passaggio della sovranità dall’amministrazione militare a un nuovo governo provvisorio iracheno. Questo, risultato di una difficile ricerca dell’equilibrio tra le diverse comunità e soprattutto tra quelle sciita e curda, si insediò il 28 giugno. Alla sua guida venne nominato lo sciita Iyad Allawi, uomo di fiducia degli Stati Uniti, i quali conservarono larghi poteri, specialmente in materia di sicurezza. Il nuovo governo, il cui principale compito era quello di far svolgere nuove elezioni e di redigere la nuova carta costituzionale, si trovò di fronte a una difficile situazione.

Nella comunità sunnita, che svolgeva un ruolo pressoché marginale nel processo di transizione, si rafforzò intanto un’ala radicale, che intensificò la sua offensiva guerrigliera e terroristica, dirigendola contro le nuove istituzioni irachene e soprattutto contro le costituende forze di polizia. In Iraq si susseguirono così migliaia di mortali attentati e di atti di sabotaggio. La città di Najaf, uno dei principali santuari della guerriglia, venne stretta in un severo assedio dalle forze statunitensi e conquistata infine a novembre dopo diverse settimane di violentissimi combattimenti condotti casa per casa.

Il governo di transizione promulgò una legge, in sei articoli, sul terrorismo. Il terrorismo venne definito "ogni attività criminale compiuta da individui o gruppi contro individui, gruppi o organizzazioni; il causare danno a proprietà nazionali e private con l'obiettivo di minare la sicurezza, o alla società causando rivolte e disturbi tra la popolazione". Secondo la legge, che faceva presa sul senso dell'onore delle tribù e sul nazionalismo di una parte del Paese, "il terrorismo è considerato immorale e disonorevole".

In un clima di forte tensione, il 30 gennaio 2005 si svolsero le elezioni per eleggere il nuovo Parlamento. Sfidando le minacce della guerriglia, otto milioni e mezzo di iracheni si recarono tuttavia alle urne. Lo scrutinio segnò la rivincita degli sciiti e dei curdi, emarginati durante il regime bathista, sulla comunità sunnita, il cui elettorato in larga parte disertò le urne. L’Alleanza unita irachena sostenuta dall’ayatollah Ali al-Sistani, principale forza degli sciiti, ottenne infatti il 48% dei suffragi, seguita dall’Alleanza curda con il 26%. Uscì sconfitto dalle elezioni, penalizzato dai suoi stretti legami con gli Stati Uniti, il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, la cui lista ottenne solo il 14% dei voti.

Agli inizi di aprile Jalal Talabani, capo dell’Unione Patriottica del Kurdistan, venne eletto alla presidenza del paese. Essendo il presidente curdo, i due vice-presidenti sono una sunnita e l'altro sciita. Alla fine del mese, dopo difficili trattative estese anche alla comunità sunnita nel tentativo di coinvolgerla nel processo di transizione, si insediò il nuovo governo, alla cui guida fu nominato il leader dell’Alleanza unita irachena, lo sciita Ibrāhīm al-Jaʿfarī.

In ottobre, con un referendum disertato dalla comunità sunnita, venne approvata una nuova Costituzione. Nello stesso mese prese avvio il processo contro Saddam Hussein, accusato di crimini contro l’umanità, e che verrà giudicato colpevole e impiccato.

Le elezioni legislative del 15 dicembre 2005 si concludono con la vittoria dell’Alleanza unita irachena, che tuttavia si ferma al 41% dei suffragi mancando la maggioranza assoluta (128 seggi su 275). L’Alleanza democratica e patriottica del Kurdistan ottiene il 21,7% dei voti e 53 seggi. Al terzo posto si piazza il Partito degli iracheni con il 15% dei voti e 44 seggi. Scarsa è la partecipazione alle elezioni della comunità sciita, in seno alla quale è forte l’influenza delle formazioni di resistenza armata al nuovo governo.

Nonostante le pressioni statunitensi e britanniche, la costituzione del nuovo governo viene più volte rimandata a causa dei disaccordi tra le varie forze politiche. Il governo si forma finalmente in ..., sotto la guida dello sciita Nuri Kàmil al-Màliki, anche conosciuto come Jawād al-Mālikī.

Nei primi mesi del 2006 si rafforzano le attività guerrigliere contro le forze d’occupazione e si intensifica lo scontro tra le comunità sciita e sunnita, con diversi attentati a moschee che provocano la morte di centinaia di persone. Tragico è il bilancio dei tre anni di conflitto. I morti iracheni ammontano a diverse decine di migliaia (più di 100.000, secondo alcune fonti); pesanti sono anche le perdite delle forze di coalizione, le più elevate quelle delle degli Stati Uniti, con più di 3400 morti e migliaia di feriti (a fine 2007). Le ricercate armi di distruzione di massa non furono mai trovate, mentre sia un primo rapporto CIA (Central Intelligence Agency) del 2002, desecretato e pubblicato nel 2008 dichiara che non vi era alcuna collaborazione tra il regime Iracheno e l'organizzazione terroristica di al-Qa'ida. Secondo il programma alimentare delle Nazioni Unite il governo succeduto alla guerra non è stato in grado di apportare significati miglioramenti alle condizioni di vita dei bambini iracheni. Secondo lo studio dell'ONU le condizioni si possono definire peggiori a quelle precedenti alla guerra. Durante il regime di Saddam Hussein i bambini almeno avevano accesso al programma internazionale di aiuti umanitari. Secondo alcuni fonti diplomatiche irachene, malgrado alcuni attentati non più costanti e continui come una volta, la sicurezza e la stabilità in Iraq sarebbe migliorata del 75% dal luglio del 2007.

La nuova strategia politico-militare ha mirato a coinvolgere i sunniti nel nuovo regime politico, isolando gradualmente i bathisti più compromessi (e quindi irriducibili) e i "qa'idisti".

Ciascuno di questi è affiancato da due vice, che appartengono alle altre due comunità.

Il potere legislativo è attribuito al Parlamento ( ), composto da 275 eletti su base ... .

La rivendicazione del Khuzistan, popolato da arabi, scatenò la guerra Iran-Iraq. La rivendicazione del Kuwait come 19° provincia scatenò la guerra del Golfo. Altri potenziali conflitti con l'Arabia Saudita su aree desertiche di confine potenzialmente petrolifere furono invece appianati molti anni fa con l'erezione di zone neutrali.

L'Iraq è suddiviso in 18 province dal 1976. Dal 2005 è prevista l'istituzione di regioni (su base etnico-religiosa); tuttavia l'unica istituita è il Kurdistan, e solo sulle province 15, 16 e 18, mentre i curdi rivendicano anche le province 14 e 17 in contrasto con sunniti e turcomanni. Le province da 4 a 12 dovrebbero far parte della regione sciita, ma gli sciiti sono in contrasto con i sunniti sul controllo della capitale.

Baghdad (la capitale), Baqubah, Basra, Falluja, Karbala, Kirkuk, Mosul, Najaf, Nasiriya, Samarra .

Il 15 dicembre 2005 si svolsero le elezioni per il Parlamento (i dati ufficiali sono stati resi noti il 20 gennaio 2006) che vedono vincere il partito sciita dell'Alleanza Irachena Unita (128 seggi su 275 in totale), seguito dal partito curdo Coalizione del Kurdistan (53 seggi). Al terzo posto il partito che vede riuniti i tre principali gruppi politici sunniti Fronte dell'Accordo (Tawaffuq) Iracheno (44 seggi). Altri seggi vanno a Lista Nazionale Irachena (25 s.) Fronte Nazionale del Dialogo (11), Unione Islamica Curda (5), Blocco della Riconciliazione e Liberazione (3), Risāliyyūn (2), Partito Patriottico Rāfidayn (1), Fronte dell'Iraq Turkmeno (1), Mithal al-Alusi (1), Movimento Yazidi (1).

L'economia dell'Iraq si basa fortemente sull'esportazione di petrolio (nazionalizzato nel 1972) che comprende i 2/3 delle esportazioni; queste però non bastano a equilibrare la bilancia commerciale.

L'agricoltura è tradizionalmente assai sviluppata, grazie all'abbondanza d'acqua, anche se strategicamente condizionata dalle decisioni della Turchia (GAP: Progetto per l'Anatolia Sud-orientale), che controlla l'alto corso del Tigri e dell'Eufrate.

L'industria, comunque non particolarmente sviluppata, ha subito i maggiori danni dai conflitti bellici.

Il turismo, soprattutto culturale e archeologico, è stato virtualmente azzerato dai continui conflitti bellici.

I mercati cittadini, e la negoziazione del prezzo dei beni, sono la forma comune di commercio.

L'Iraq è musicalmente conosciuto soprattutto per uno strumento chiamato ˁūd (liuto) e per il rabāb (simile ad un violino); i più noti musicisti che utilizzano questi strumenti sono rispettivamente Ahmad Mukhtār e l'assiro Munīr Bashīr. Fino alla caduta di Saddam Hussein, l'emittente radiofonica più popolare era la Voce della Gioventù. Trasmetteva un mix di rock occidentale, hip hop e musica pop, tutto importato attraverso il Giordano a causa delle sanzioni economiche internazionali. Tra i più popolari vi erano soprattutto i Corrs e i Westlife. L'Iraq produsse inoltre un'importante pop star pan-araba, ora in esilio: Kazem al-Saher, le cui canzoni includono "Ladghat E-Hayya", vietata per il tenore dei suoi testi.

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Tariq Aziz

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Tāriq ʿAzīz o Tāreq ʿAzīz, pseudonimo di Mikhail Yuhanna (in arabo: طارق عزيز, in siriaco: ܜܪܩ ܥܙܝܙ) (Tel Keppe, 1936) è un politico e diplomatico iracheno.

È stato Ministro degli Esteri (1983–1991) e Vice-Primo Ministro (1979–2003) dell'Iraq sotto il governo dittatoriale di Saddam Hussein di cui ʿAzīz è stato anche consigliere per molti anni.

Pur essendo Saddām sia Primo Ministro che Presidente dell'Iraq, ʿAzīz spesso ricoprì il ruolo di capo del governo de facto. Per ragioni di sicurezza, infatti, raramente Hussein lasciava il territorio iracheno e di conseguenza ʿAzīz rappresentava il paese al suo posto nei summit diplomatici. È di fede cattolica caldea.

È stato il 25° e, prima, il 43° fra i 55 uomini più ricercati dalla coalizione durante l'invasione dell'Iraq, fino ad arrendersi, il 24 aprile del 2003, benché avesse in precedenza detto che avrebbe preferito morire piuttosto che cadere nelle loro mani. Non è certo dove è attualmente detenuto, ma secondo Peace Reporter si troverebbe nella prigione di Camp Cropper, vicino a Baghdad. E' stato accusato di aver preso parte alla decisione di uccidere 42 persone da parte di un blitz della polizia irachena avvenuto nel 1999. Questione conosciuta anche come "fatti della preghiera del venerdì".

Il 2 marzo 2009 è stato assolto dalle accuse mosse nei suoi confronti e liberato.

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