Rugby

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Inviato da murphy 02/04/2009 @ 13:07

Tags : rugby, sport

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Rugby

La Rugby School

Il rugby è uno sport di squadra diffuso, nelle sue varianti, in buona parte del mondo: specialmente nel Regno Unito e nei suoi ex-Stati dell'impero britannico come Irlanda, Australia, Nuova Zelanda, Figi, Papua Nuova Guinea e Sudafrica nonché in USA prima dell'avvento del football americano. I vari tipi di rugby sono popolari in Francia, Italia, e in costante aumento di popolarità in Argentina, Romania, Russia, Giappone, Marocco, Kenya nonché in molte nazioni di Oceania e Asia.

È definito come uno sport di contatto e di situazione. È uno sport di contatto perché il confronto fisico tra i giocatori è una costante del gioco. Il Rugby è anche definito sport di situazione perché nella sua evoluzione sta diventando sempre più importante la capacità di comprendere il contesto momentaneo in cui ogni fase della partita si sviluppa concretamente. La stessa definizione dei ruoli, effettiva nella fasi di ripartenza da situazione statica, appare, nel rugby moderno, riduttiva rispetto alla necessità, per ogni giocatore, di adattarsi a qualsiasi posizione in campo ed a qualsiasi fase di gioco.

In origine il football era praticato in molti college inglesi che adottavano regolamenti differenti per tante regole quindi essenzialmente riguardo la forma del pallone, numero di giocatori attivi in campo e necessità di maneggiare o calciare il pallone. Regolamenti che poi hanno avuto uno sviluppo tecnico coinvolgente un discreto numero di praticanti si adottavano nei college di Rugby (Regno Unito), Cambridge, Eton (Inghilterra), Winchester (Hampshire), Shrewsbury, London Borough of Harrow e distretto Blackheat di Londra nonché Christchurch in Nuova Zelanda. Non tutti concordano sulla vicenda ma sembra che il primo a rinnovare il regolamento sia stato lo studente William Webb Ellis giocando durante una partita di football nel campo da gioco della Rugby School. I rappresentanti delle varie scuole inglesi si riunirono nel ristorante Pall Mall di Londra e unificarono il regolamento fondando la Rugby Football Union il 26 gennaio 1871. Attualmente, in tale luogo è ancora visibile un'iscrizione su pietra che ricorda il ristorante e la fondazione dell'associazione sportiva. Il rugby a 15 fece parte dei giochi olimpici dal 1900 al 1924 e il rugby a 7 è nel programma dei World Games. Il primo campionato italiano fu disputato il 1929. Successivamente furono costituite le organizzazioni di rugby a 13 e rugby a 7.

Il termine rugby è un termine generale che si riferisce a vari sport, simili ma ben distinti e riconducibili a due "codici": il Rugby a 15 ("Rugby Union") e il Rugby a 13 ("Rugby League"). Entrambi i "codici" hanno una versione di rugby a 7.

Le varie forme di gioco sono molto diffuse in: Regno Unito, Irlanda, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica e isole dell'oceano Pacifico come Figi, Samoa, Tonga. Inoltre il Rugby a 15 è popolare in Italia, Romania, Giappone e Argentina mentre il Rugby a 13 è lo sport nazionale in Papua Nuova Guinea ed è popolare in Russia e Marocco (dove comunque è sviluppata anche la versione a 15). Nel Rugby a 7 stanno emergendo nuove formazioni, come il Portogallo e il Kenya. Ovviamente le varianti di gioco sono praticate in numerose altre nazioni ma gli atleti a livello agonistico sono ancora pochi.

È in Australia e Nuova Zelanda che i due regolamenti hanno assunto il nome "Union" (a 15) e "League" (a 13) (anzi il termine "Rugby League" per il "13" deriva dal nome della prima federazione australiana di questo sport).

Si è diffuso negli anni, anche in Italia, il rugby a 10 che risulta essere un compromesso tra rugby a 15 e rugby a 7; nel rugby a 10 il regolamento consente delle vere mischie di soli 5 giocatori. Dal rugby a 13 è derivata la specialità del rugby a 9.

Sulla falsariga di altri sport, è stata ideata anche una versione da spiaggia: il beach rugby. Privi di placcaggi sono tag rugby e touch rugby.

Le caratteristiche principali comuni ai tipi di rugby sono il campo di gioco, le porte a forma di H, il pallone ovale ed il fatto che è vietato passare il pallone in avanti; quindi il terreno può essere guadagnato solo correndo con il pallone o calciandolo.

In molti paesi il rugby union è ampiamente considerato uno sport storicamente amatoriale, praticato per lo più da membri delle classi più alte. Per esempio, molti studenti di scuole private e scuole secondarie a indirizzo umanistico praticano come sport il rugby union. A differenza del rugby union, il rugby league è stato spesso visto come uno sport professionistico praticato dalle classi medie e lavoratrici, un passatempo. Un contrasto a questa ideologia è evidente nelle vicine nazioni di Inghilterra e Galles. In Inghilterra lo sport viene spesso associato al sistema delle public schools (cioè scuole indipendenti/private). In Galles, il rugby viene spesso associato a piccole squadre di villaggi composte da minatori e altri operai che giocano quando sono in vacanza.

In Nuova Zelanda, Galles, Cornovaglia, Scozia, County Limerick in Irlanda, Languedoc nella Francia meridionale, e le Isole Pacifiche il rugby union è popolare tra le classi lavoratrici. Tuttavia il rugby league viene considerato lo Sport delle classi lavoratrici nelle contee inglesi di Yorkshire, Lancashire e Cumbria, e negli stati australiani di New South Wales e Queensland. Nel Regno Unito, il rugby union viene spesso chiamato dai fan "rugger". In alcune regioni il kick off viene chiamato "Rug Off".

A causa della natura dello sport (avvengono durante le partite molti contatti tra i giocatori), il mondo del rugby disapprova il comportamento antisportivo, poiché anche una lieve infrazione delle regole potrebbe provocare seri infortuni o addirittura la morte. Proprio per questo le federazioni rendono più rigide le regole.

I tifosi francesi di rugby league spesso chiamano se stessi "treizistes"; questa parola deriva dal nome francese del rugby (jeu à treize). Questo epiteto si è ormai diffuso in tutta la Francia e anche nelle nazioni anglofone.

Il gioco del rugby ha una forte valenza educativa. Oltre agli aspetti legati alla socializzazione, al rispetto dei principi e delle regole, il mini rugby offre l'opportunità per i bambini di confrontarsi con la propria e altrui aggressività in un contesto di gioco. In particolare la Federazione Italiana Rugby, ha un settore dedicato alla promozione del mini Rugby nelle scuole, dove vengono attivati progetti finalizzati all'educazione e alla formazione degli alunni, come descritto, ad esempio, nel progetto rugby della scuola elementare di Cogliate.

La forma ovale del pallone da rugby è dato dalle vesciche di maiale con cui William Gilbert il calzolaio della cittadina di rugby (dove nacque il gioco) faceva i palloni per i giocatori dell'università. Da allora la forma venne ancora più arrotondata per agevolarne la presa e il gioco al piede.

Per la parte superiore



Nazionale di rugby XV dell'Italia

Una fase di Scozia - Italia 18-16 alla Coppa del Mondo di rugby 2007.

La Nazionale italiana di rugby XV è la selezione maschile di rugby a 15 (o Rugby union) che rappresenta l’Italia in ambito internazionale. Attiva dal 1929, opera sotto la giurisdizione della Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale italiana è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni, che la vede di fronte alle migliori compagini nazionali europee: Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia. In precedenza, fino al 1997, fu impegnata nel Campionato Europeo sotto le sue varie denominazioni (Torneo FIRA, Coppa delle Nazioni, Coppa FIRA), torneo del quale vinse proprio l’ultima edizione alla quale partecipò, nel biennio 1995/97.

Inoltre, fin dalla sua prima edizione (1987), l’Italia è sempre stata presente alla Coppa del Mondo di rugby, competizione nella quale non è mai, tuttavia, riuscita a superare la prima fase a gironi.

Ammessa fin dal 2000 nel novero delle Nazioni di prima fascia (gruppo che comprende le squadre del Sei Nazioni, quelle del Tri Nations e l’Argentina), al 15 dicembre 2008 l’Italia occupa l’11° posto del ranking dell’International Rugby Board.

Dal novembre 2007 il commissario tecnico è il sudafricano Nick Mallett, subentrato al francese Pierre Berbizier.

Il rugby, al pari del calcio, si fece conoscere in Italia verso la fine del XIX secolo, portato dai britannici che facevano scalo al porto di Genova; la diffusione massiccia del gioco, comunque, fu dovuta all’opera di un pioniere italiano emigrato in Francia, Stefano Bellandi; questi, nato nel 1892 in provincia di Cremona, dovette rientrare in Italia per svolgere il servizio militare e, avendo conosciuto il rugby in Francia, si adoperò per diffonderlo anche in patria.

Con l’ausilio di un amico francese che viveva a Milano Bellandi riuscì a mettere in piedi una sezione rugbistica presso l’Unione Sportiva Milanese, storica società calcistica oramai scomparsa, che all’epoca competeva nel campionato nazionale al pari delle concittadine Inter (con la quale poi si fuse alla fine degli anni venti) e Milan. Tuttavia, già nella primavera del 1910, a Torino, si era tenuto un incontro secondo le regole del rugby tra due compagini calcistiche non italiane, il Servette di Ginevra e il Racing Club di Parigi; sulla scia di tale evento era nato anche il primo club rugbistico italiano, il Rugby Club Torino, scioltosi dopo un solo incontro, disputato contro la Pro Vercelli, club calcistico tra i più forti dell’epoca. Benché, quindi, Torino vanti la primogenitura del rugby in Italia, fu a Milano che la nuova disciplina ebbe il suo pieno sviluppo.

Il primo incontro dell’U.S. Milanese si tenne all’Arena Civica di Milano il 2 aprile 1911 contro una compagine francese, che si impose 15-0; ma, come riportò la Gazzetta dello Sport, gli spettatori furono entusiasti dello spettacolo, tanto che poco meno di un anno dopo, agli inizi del 1912, la squadra milanese organizzò un altro incontro, a Vercelli, contro l’U.S. Chambéry. Anche in tale occasione si trattò di una sconfitta, anche se di minore entità (i francesi vinsero 12-3). Poi giunse la Grande guerra e di rugby in tutta Europa si ricominciò a parlare a partire dai primi anni venti.

Dopo il conflitto fu, ancora, Stefano Bellandi a tentare di rilanciare la disciplina: chiese ospitalità allo Sport Club Italia, del cui presidente Algiso Rampoldi era amico e, con la collaborazione di alcuni amici, rimise in piedi una squadra rugbistica, benché raffazzonata ed estemporanea, che si fece comunque conoscere dal grande pubblico grazie alla stampa; il 26 luglio 1927 fu alfine costituito un comitato di propaganda che costituì il preludio alla nascita di una federazione nazionale che disciplinasse l’attività rugbistica, nel frattempo diffusasi in tutta la penisola (a parte Milano, anche Torino, Udine, Roma, Napoli e altre città). Il 26 luglio 1928 a Roma vide la luce la Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale nacque quasi contemporaneamente all’istituzione del primo campionato italiano: il 20 maggio 1929, allo Stadio dell’Esposizione del Montjuïc di Barcellona, vi fu l’esordio contro l’altrettanto debuttante selezione spagnola, arbitro il francese Brutus. Gli iberici (in realtà una selezione catalana ufficialmente rivestita con i colori della Spagna) si imposero 9-0 e un anno più tardi, il 29 maggio 1930, restituirono la visita per quello che fu il primo incontro interno dell’Italia. A Milano gli Azzurri, per l’occasione ancora in maglia quasi completamente bianca, vinsero 3-0. Gli uomini di quel primo incontro di Barcellona furono Dondana, Cesani, Dora, Vinci II, Vinci III, Vinci IV, Modonesi, Balducci, Paselli, Raffo, Allevi, Barzaghi, Altissimi, Bottonelli, Bricchi. Roma e Milano si divisero in parti uguali la rappresentanza: sei atleti dalla Capitale, sponda Lazio, inclusi i fratelli Vinci, altrettanti dall’ex U.S. Milanese, oramai fusa con l’Ambrosiana-Inter. Brescia contribuì con due uomini; ma il capitano proveniva dalla Michelin Torino (Dondana).

Nonostante una polemica di carattere politico-organizzativo che portò allo scioglimento della F.I.R., alla sua successiva ricostituzione come Federazione Italiana della Palla Ovale e poi, ancora, per ragioni autarchiche, come Federazione Italiana Rugbi, nel quinquennio successivo la Nazionale si confrontò con le più forti selezioni dell’Europa continentale (le quattro britanniche dell’IRB costituendo di fatto una realtà a loro stante), Cecoslovacchia (sconfitta due volte, a Milano e Praga, nel corso del 1933), Romania (vittoria a Milano per 7-0 nel 1934) e Catalogna (pareggio per 5-5 a Barcellona nel 1934).

Prima sconfitta dopo l’esordio, a Roma nel 1935 contro la Francia che, fino al 1983, fu l’unica squadra di alto livello fuori dall’IRB e, fino al 1988, l’unica del Cinque Nazioni, a concedere all’Italia test match ufficiali.

Il 2 gennaio 1934 l’Italia, la Francia e la Germania, capifila di un fronte che propugnava la formazione di una federazione internazionale alternativa all’IRB, istituirono a Parigi insieme ad altre federazioni nazionali europee la Fédération Internationale de Rugby Amateur o FIRA. La neonata associazione istituì un torneo, originariamente chiamato Torneo FIRA (poi Coppa delle Nazioni e Coppa FIRA), di fatto un campionato europeo di rugby a cui l’Italia prese parte fino al 1997.

La Nazionale italiana prese parte a due delle tre edizioni del Torneo FIRA d’anteguerra, classificandosi in un’occasione terza, nell’altra seconda. Entrambi i trofei furono vinti dalla Francia, che peraltro si impose in 25 edizioni sulle 30 in totale cui prese parte.

L’attività proseguì per quanto possibile durante la guerra: il campionato si tenne fino al 1943 e la Nazionale andò avanti fino al maggio del 1942; l’ultimo incontro disputato prima di una lunga interruzione internazionale che durò fino al 1948 fu a Milano contro la Romania. Del resto, lo stesso regime fascista, dopo aver malvisto tale disciplina in quanto di derivazione inglese, decise di promuoverlo a tutti i livelli quale esempio di cameratismo e spirito di combattimento; Achille Starace, segretario del PNF, sostenne che «Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista». Uno dei fattori ritenuti frenanti d’una possibile ulteriore diffusione del movimento rugbistico nel dopoguerra viene identificato proprio in tale politicizzazione della disciplina, alla quale a lungo fu attribuita l’etichetta di “sport fascista”.

Il ritorno alla normalità dopo la guerra avvenne a tappe: il campionato riprese nel 1946, l’attività internazionale, con il Cinque Nazioni, nel 1947, ma la Nazionale italiana dovette attendere fino al marzo 1948 per tornare in campo: alla guida tecnica, nei primi 13 anni di attività, vi erano stati 12 avvicendamenti tecnici, al ritmo di uno all’anno di media, con 11 tecnici coinvolti.

In realtà, si trattava spesso di affiancamenti o di ritorni (il francese Julien Saby, per esempio, uno degli artefici dello sviluppo tecnico del rugby in Italia, ebbe tre mandati di cui due in coppia con un altro tecnico; lo stesso Luigi Bricchi ebbe 8 mandati di cui 6 affiancato a uno o più colleghi).

Nel 1947 la squadra fu affidata all’ex nazionale Tommaso Fattori, già giocatore di Lazio, Roma e Milano e futuro tecnico dell’Aquila.

Questi guidò la squadra in due incontri, entrambi nel 1948, con la Francia B (sconfitta a Rovigo per 6-39) e con la Cecoslovacchia (vittoria a Parma per 17-0). Ma le differenze tra la miglior formazione continentale, la Francia, e l’Italia (e a sua volta tra la stessa Italia e le altre avversarie), erano palesi: gli Azzurri riuscivano a tenere il passo con le altre formazioni europee, ma non a battere i transalpini, neppure quando questi schieravano la loro formazione non ottimale. A dispetto della crescita del gioco nel suo triangolo d’elezione tra Treviso, Padova e Rovigo, con punte d’eccellenza in seguito anche a Napoli, Roma, Parma e L'Aquila, la Nazionale non riuscì per lungo tempo a rendersi competitiva fuori dall’ambito della Coppa delle Nazioni / Coppa FIRA, nella quale era sempre la Francia a dominare: fino al 1968 non si fece sfuggire un’edizione del torneo europeo e, in aggiunta a ciò, era l’unica continentale a confrontarsi annualmente con le quattro britanniche nel Cinque Nazioni.

A contrastare l’Italia a livello continentale era invece la Romania, che aveva visto a partire dal 1950 un numero sempre crescente di praticanti: erano 1.500 dopo la guerra; 13.500, nove volte tanto, alla fine degli anni settanta e che contese, spesso strappandola loro, agli Azzurri la piazza d’onore nella Coppa delle Nazioni, e riuscendo perfino a battere i francesi, cosa che all’Italia riuscì solo molto più avanti.

Apparve chiaro che, quindi, solo un confronto con le nazioni più all’avanguardia poteva dare al rugby italiano occasioni di crescita, e nel 1956 fu organizzato un tour informale (non conteggiabile come tale in quanto non previde alcun test match) in Gran Bretagna: tre incontri che si risolsero in altrettante sconfitte per la Nazionale, contro i gallesi dello Swansea (5-14) e del Cardiff (2-8) e i londinesi Harlequins per 14-15, tutto sommato una sconfitta meno pesante del temuto; il tour fu ripetuto due anni dopo e, proprio nell’ultima partita della serie, che faceva seguito a due sconfitte, contro le Contee Londinesi per 3-9 e il Blackrock per 8-18, l’Italia vinse 5-3 contro gli irlandesi del Cork; quanto ai test match nel periodo intorno a tali tour, si registrarono tutte vittorie (Germania Ovest (12-3 nel 1956, 8-0 nel 1957, 11-5 nel 1960), Cecoslovacchia e Romania, ma contro la Francia ancora quattro sconfitte (3-16 nel 1956, 6-38 nel 1957, 3-11 nel 1958 e 0-22 nel 1959).

La situazione profilatasi circa un decennio prima, all’inizio degli anni sessanta era ormai consolidata e tale rimase praticamente per il trentennio successivo: sempre fuori portata le Isole Britanniche, almeno a livello di rappresentative nazionali, il termine di confronto per tutto il resto d’Europa era la Francia, unica selezione del continente ammessa a competere su base annuale con le quattro Home Nation d’Oltremanica da un lato, e dall’altro impegnata nella Coppa delle Nazioni. A seguire l’Italia, sempre regolarmente sconfitta dalla Francia, a contendersi la seconda piazza di norma con la Romania, ed entrambe un gradino sopra il resto dei contendenti europei. Tuttavia, il 14 aprile 1963, l’Italia fu a un passo dall’interrompere la supremazia francese: a Grenoble, nell’incontro che vide l’esordio in azzurro di Marco Bollesan, la squadra conduceva 12-6 a pochi minuti dal termine. Una meta trasformata dei francesi (all’epoca valida 5 punti) portò il punteggio sul 12-11, e un calcio di punizione ribaltò proprio sul finale lo score, che alla fine fu 12-14.

Tale impresa mancata di poco parve a tutti il preludio a un effettivo salto di qualità che tuttavia non giunse.

La FIRA mise mano nel 1965 al torneo europeo dandogli il nome di Coppa delle Nazioni e strutturandolo in divisioni: l’Italia entrò nella 1ª divisione del torneo 1965/66, piazzandosi seconda e perdendo come di consueto (0-21) l’incontro con la Francia, all’Arenaccia di Napoli. Ma fu l’edizione successiva, quella del 1966/67, che frustrò le ambizioni italiane di proporsi a livelli più alti: la squadra vinse solo l’incontro con il Portogallo (peraltro con un sofferto 6-3), ma perse 3-24 contro la Romania e 13-60 contro la Francia. Da allora e per 28 anni (e per 30 nel torneo), la federazione francese non concesse più all’Italia il test match e le schierò contro solo la sua Nazionale “A”.

La cosa più grave, tuttavia, fu che l’Italia, a causa di tali risultati, retrocesse in 2ª divisione europea, quindi fuori anche dai match più importanti: scelse quindi di non partecipare alla Coppa delle Nazioni successiva, preferendo impegnarsi nel 1968 in alcuni incontri con Portogallo (17-3) e Germania Ovest (22-14); l’incontro con la Jugoslavia di fine d’anno (22-3) fu invece valido per la 2ª divisione della Coppa delle Nazioni 1968/69, che l’Italia vinse per riproporsi nella massima serie per l’edizione successiva; tuttavia, la Federazione giunse alla conclusione che, al fine di allargare l’esperienza internazionale dell’Italia, era necessario farla uscire dall’Europa. Nel 1970 fu così organizzato il primo tour ufficiale azzurro, in Madagascar, capitano Bollesan: furono 2 test match contro i malgasci, il 24 e 31 maggio, entrambi vinti.

Tre anni più tardi l’esperienza fu ripetuta in maniera più estesa: la Nazionale, sempre con Bollesan capitano, si recò in tour in Africa meridionale (Sudafrica e Rhodesia, come si chiamava allora lo Zimbabwe), per disputare diversi incontri tra cui un test match internazionale, contro la Rhodesia a Salisbury (sconfitta 4-42), ma a spiccare fu la vittoria di Port Elizabeth per 24-4 sui South African Leopards, di fatto la Nazionale sudafricana coloured. L’importanza di tale tour, che vide per la prima volta il rugby italiano protagonista di un’affermazione di prestigio in un Paese di lunga tradizione nella disciplina, è riconosciuta tutt’oggi, tanto che quella spedizione è tuttora vista come una pietra miliare del rugby nazionale.

Nel frattempo, nel rinnovato torneo europeo, rinominato da Coppa delle Nazioni a Coppa FIRA, l’Italia non era presente, in quanto retrocessa nuovamente nel 1971; non tornò nella massima serie che nel 1974. Affidata al gallese Roy Bish, primo britannico dopo John Thomas (C.T. dell’esordio azzurro e per un incontro solo) a guidare la Nazionale, la squadra si classificò terza nel torneo 1974/75, mettendo in mostra notevoli progressi nel gioco e nei risultati come il pareggio (3-3) contro la Romania, vincitrice del torneo e capace pochi mesi prima di battere la Nazionale maggiore francese.

Da registrare nel biennio due tour nel Regno Unito, nel 1974 in Inghilterra (tre sconfitte contro altrettante selezioni di contea) e nel 1975 in Inghilterra e Scozia (una vittoria e due sconfitte, una delle quali, a Newcastle upon Tyne, contro l’Inghilterra U-23 per 13-29).

Dopo il secondo posto nella Coppa FIRA 1975/76, conquistato grazie alla vittoria sulla Romania, alla fine del 1976 vi fu anche un match (non ufficiale) contro l’Australia a Milano, che gli Azzurri persero con un tutto sommato soddisfacente 15-16; tale vittoria sfiorata alimentò speranze, presto vanificate dall’andamento della disastrosa Coppa FIRA 1976/77. La sconfitta contro il Marocco portò alle dimissioni di Bish e all’affidamento della squadra a Isidoro Quaglio, giocatore internazionale fino alla stagione precedente e tra i protagonisti del tour del 1973. L’Italia batté la Polonia (2 aprile 1977, 29-3), ma il 1° maggio successivo fu travolta 0-69 dalla Romania, peggior passivo azzurro per i successivi 22 anni. La sconfitta provocò anche l’esonero di Quaglio dopo soli due incontri e meno di un mese d’incarico.

A partire dal 1970 la Nazionale italiana ha affrontato diversi tour, a ritmo più o meno triennale e, a partire dall’ingresso nel Sei Nazioni (2000), annuale. Già nel 1956 e 1958 era uscita fuori dai confini nazionali per due brevi puntate nel Regno Unito, ma si trattava di incontri non ufficiali. Il primo tour con un test match ufficiale fu quello del 1970 in Madagascar.

Fu, quello, il periodo in cui i club del campionato italiano iniziarono a ingaggiare rugbisti da altre federazioni, talora oriundi, più spesso veri e propri stranieri: una Nazionale, ribattezzata XV del Presidente, formata da 12 italiani e 3 stranieri militanti in serie A (i sudafricani Dirk Naudè e Nelson Babrow e il francese Guy Pardiés), incontrò a fine 1977, a Padova, un XV della Nuova Zelanda per un incontro senza valenza di test match, ma comunque incoraggiante per le ridotte dimensioni della sconfitta (9-15); nel 1978 la Nazionale fu affidata a un giovane tecnico all’epoca trentacinquenne, il francese Pierre Villepreux, che il 24 ottobre esordì sulla panchina azzurra a Rovigo guidando la squadra a una convincente vittoria per 19-6 contro l’Argentina. Tra i risultati da segnalare di quel periodo anche il pareggio di Brescia per 6-6 contro l’Inghilterra U-23 (16 maggio 1979) e la sconfitta per 12-18 contro il XV nazionale neozelandese (ribattezzato All Blacks) in un match senza valenza di test disputato sempre a Rovigo il 28 novembre 1979.

Villepreux guidò nel 1980 anche un tour in Oceania e Nord America; i test match disputati furono solo due, a Suva contro Figi (sconfitta 3-16) e ad Avarua contro le Isole Cook (sconfitta 6-15), ma tra i due test vi fu un ben più rilevante incontro, sebbene non ufficiale, contro la Nuova Zelanda Junior, perso ad Auckland per 13-30.

Un nuovo tour senza test match, fu organizzato nel 1981 in Australia: nove incontri, di cui sette vinti e due persi, uno contro la selezione del Queensland, l’altro contro la squadra oggi nota come Brumbies. Il contratto di Villepreux giunse a scadenza e la squadra passò alla coppia Pulli - Paladini, che esordirono in Coppa FIRA 1981/82 con un pareggio 12-12 a Mosca contro l’URSS, per proseguire con una netta vittoria sulla Germania Ovest e una, altrettanto convincente, contro la Romania. L’Italia perse per l’ennesima volta contro la Francia A, ma si assicurò comunque il secondo posto finale.

Nell’edizione successiva, l’Italia riuscì addirittura a classificarsi davanti agli eterni rivali francesi: fu infatti seconda con tre vittorie, un pareggio (per 6-6 a Rovigo contro la squadra A francese, che ormai da 16 anni non concedeva più agli Azzurri il test match) e una sconfitta, contro la Romania. La Coppa 1983/84, invece, vide l’Italia piazzarsi terza per differenza punti nei confronti della Romania (tre vittorie e due sconfitte ciascuna).

Quello a cavallo degli anni settanta e ottanta fu uno dei periodi migliori, per risultati e crescita complessiva a livello internazionale, del primo mezzo secolo di vita della Nazionale: a coronamento di tali progressi vi fu il primo incontro ufficiale con una Nazionale dell’International Rugby Board: fu a Rovigo, al “Battaglini”, che il 22 ottobre 1983 l’Australia scese in campo contro gli Azzurri. L’incontro terminò 29-7 per gli Wallabies, con 5 mete contro una (di Zanon, cui si affiancò nello score Stefano Bettarello che trasformò un calcio piazzato), ma al di là della sconfitta tale partita ha tuttora il valore, per il rugby italiano, di primo passo mosso verso l’ingresso nel club delle grandi Nazionali dell’IRB.

Il 22 marzo 1985 a Parigi l’International Rugby Board, per contrastare il rischio, ventilato da un imprenditore televisivo australiano, della nascita di una competizione internazionale (professionistica) parallela all’attività ufficiale (dilettantistica), decise di istituire un banco di prova comune per tutte le Nazionali, al fine di stabilire una graduatoria che andasse al di là dei risultati dei singoli tour stagionali. Nacque così la Coppa del Mondo di rugby, inizialmente pensata come manifestazione riservata alle sole Federazioni iscritte all’IRB ma che, in fase di votazione istitutiva, fu allargata alle Nazioni emergenti per iniziativa del presidente della FFR Albert Ferrasse, che a tale apertura subordinò il suo voto favorevole alla nascita della competizione. L’Italia (per la quale detto allargamento fu ininfluente, in quanto presente nel nucleo iniziale di 8 Federazioni invitate alla prima edizione) intensificò la sua attività internazionale di alto livello: oramai la presenza di una competizione ufficiale di portata mondiale costituiva un appuntamento ineludibile per chiunque, sia per le Nazionali dell’IRB (le quattro britanniche, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Francia, nel frattempo entrata nel 1978) che per coloro che aspiravano a entrarvi. La stessa Italia era ormai in procinto di aderire all’IRB, organismo nel quale fu ammessa ufficialmente dal 1987 e, dal 1991, anche con diritto di voto.

L’organizzazione della prima edizione della Coppa del Mondo, programmata per il 1987, fu assegnata congiuntamente all’Australia e alla Nuova Zelanda, ovverosia le due Federazioni più interessate dal rischio-emorragia.

Dopo la votazione di Parigi fu la Rugby Football Union la prima Federazione a organizzare un incontro con gli Azzurri, sebbene non ancora in un test match. Tornata nel prestigioso stadio di Twickenham dopo 29 anni, l’Italia perse 9-21 contro l’Inghilterra B; in seguito, in giugno, la squadra sostenne due test contro lo Zimbabwe riportando altrettante vittorie, per 25-6 a Bulawayo e per 12-10 una settimana più tardi ad Harare.

Il 10 maggio 1986, a Roma, l’Italia ricambiò l’ospitalità degli inglesi, anche in tale occasione per un match senza valore di test. Il risultato fu però di rilievo, un pareggio 15-15 che rimane tuttora il migliore contro una selezione internazionale dell’Inghilterra. Il 1° giugno successivo, in tour a Brisbane per ricambiare la visita degli australiani, l’Italia perse dagli Wallabies per 18-39. Per i successivi 12 mesi quello fu l’ultimo test match di alto livello, visto che, nelle more della Coppa del Mondo, vi era la partecipazione alla Coppa FIRA da onorare.

Il 22 maggio 1987 è una data storica per il rugby e, a suo modo, anche per l’Italia: si tratta infatti del giorno dell’incontro inaugurale della prima Coppa del Mondo di rugby, e a disputarlo fu proprio la Nazionale azzurra, guidata dalla panchina da Marco Bollesan, opposta ad Auckland ai padroni di casa neozelandesi in quello che fu visto subito come un incontro proibitivo: come da previsione, infatti, gli All Blacks vinsero, e largamente, imponendosi 70-6; sebbene il rugby italiano fosse in crescita, il divario con le migliori Nazionali del mondo era ancora grande, e i dettagli del punteggio servono a mostrare la differenza di prestazioni: a fronte del calcio piazzato e del drop messi a segno dall’Italia, gli All Blacks marcarono 12 mete (all’epoca valevoli ancora 4 punti ciascuna) di cui 8 trasformate, e due calci piazzati.

L’Italia compromise buona parte delle sue chance di qualificazione ai quarti di finale a causa di un’ulteriore sconfitta (16-25) contro l’Argentina, maturata al termine di un incontro sostanzialmente pari nell’andamento del gioco alla mano (due mete, di cui una trasformata, per parte) ma in cui i sudamericani prevalsero in quello al piede (cinque calci piazzati contro due italiani): l’ultimo incontro con Figi fu vinto per 18-15 ma, a causa del quoziente mete sfavorevole rispetto alla selezione oceanica, quest’ultima, a pari punti di Italia e Argentina, si qualificò a scapito di queste.

Bollesan lasciò la panchina azzurra a fine 1988 e fu sostituito da Loreto Cucchiarelli, il cui interregno durò solo sette incontri, ma caratterizzato da tre test match importanti: una sconfitta contro l’Australia a Roma il 3 dicembre, poi il 31 dicembre successivo, a Dublino, il primo incontro ufficiale contro una Nazionale delle Isole Britanniche, l’Irlanda (sconfitta per 15-31, con 5 mete a 1 per gli irlandesi) e un’ulteriore sconfitta a Buenos Aires per 16-21 il 24 giugno 1989 contro l’Argentina, incontro ancora una volta sostanzialmente pareggiato alla mano ma perso al piede (una meta e quattro piazzati azzurri contro una meta trasformata e cinque piazzati dei Pumas).

A ulteriore dimostrazione della crescita del movimento rugbistico e del rispetto acquisito anche in ambito internazionale, figura la chiamata dei Barbarians, il prestigioso club inglese a inviti, al primo italiano: fu Stefano Bettarello (n. 1958) che, nei tour pasquali 1987 e 1988, fu schierato in totale 4 volte, marcando 43 punti. Per 9 anni Bettarello rimase l’unico azzurro a essere invitato dal club a maglie bianconere.

Da quel momento l’attività internazionale dell’Italia, al pari di quella delle altre federazioni di vertice, fu rimodulata in funzione della cadenza quadriennale della Coppa del Mondo e, dal punto di vista tecnico, dalla necessità di intensificare i confronti con le squadre più rappresentative dell’International Rugby Board. La Coppa del Mondo di rugby 1991 che si tenne in Inghilterra vide una Nazionale, guidata dal francese Bertrand Fourcade, opposta nel primo turno a Stati Uniti, Inghilterra (per il primo test match ufficiale tra le due Nazionali) e Nuova Zelanda; vinto il primo incontro per 30-9, gli Azzurri persero secondo pronostico gli altri due, per 6-36 contro l’Inghilterra e con un più che onorevole 21-31 contro la Nuova Zelanda; si tratta tuttora del miglior passivo italiano contro gli All Blacks.

Dopo Fourcade, fu il turno di un altro francese, Georges Coste, il quale si propose di continuare sulla strada tecnica impostata dal suo predecessore, in particolare per quanto riguardava il gioco dei tre quarti, ancora non al livello delle prime linee. Furono quattro le vittorie iniziali del neotecnico, tutte in Coppa FIRA 1992/94, di cui una di prestigio assoluto: l’11 novembre 1993, a Treviso, l’Italia batté 16-9 la Francia A1. Sebbene non ancora test match, il segnale fu forte, anche perché gli Azzurri terminarono il campionato europeo a pari punti dei transalpini, i quali prevalsero solo per la differenza punti marcati / subìti. L’estate del 1994 vide la squadra in tour in Australia: due sconfitte che comunque segnarono un passo avanti essendo giunte con scarti ridotti in rapporto al valore dell’avversaria: la prima di misura a Brisbane per 20-23 con due mete a una per gli Wallabies e la seconda a Melbourne per 7-20 con una meta per parte e cinque piazzati australiani a due. Il 12 ottobre successivo giunse anche il primo test match contro un’altra del Cinque Nazioni, il Galles: a Cardiff i britannici vinsero 29-19.

I progressi derivanti dal disputare incontri d’alto livello furono evidenti: a Treviso, il 6 maggio 1995, l’Italia sconfisse per la prima volta in un test match una Nazionale storica delle Isole Britanniche, l’Irlanda, per 22-12. La Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica, lì organizzata per celebrare il rientro nella comunità internazionale di quel Paese a seguito del superamento dell’apartheid, vide di nuovo l’Italia eliminata al primo turno, con una sconfitta preventivabile contro l’Inghilterra, anche se per 20-27, e una contro una squadra alla portata degli Azzurri, Samoa che, nell’incontro d’esordio, vinse 42-18 rendendo così vana la successiva vittoria di prestigio contro l’Argentina nell’ultima gara del girone. Se il cammino d’avvicinamento alle migliori squadre europee procedeva, sia pur lentamente, il divario con l’Emisfero Sud era ancora notevole: nell’autunno del 1995 la Nuova Zelanda, al “Dall’Ara” di Bologna, passò 70-6 sopra l’Italia, marcando 10 mete (a zero) con nove giocatori diversi; tuttavia, poche settimane dopo, allo Stadio Olimpico di Roma, il Sudafrica neo-campione del mondo, nel primo test match ufficiale concesso agli Azzurri, vinse 40-21, marcando solo una meta in più degli italiani (3 contro 2).

Alla fine del 1995 l’Italia aveva così incontrato almeno una volta tutte le squadre del Tri Nations (senza vittorie) e quattro del Cinque Nazioni, con una vittoria. Solo la Scozia - che peraltro perse a Rieti a inizio 1996 un incontro che non figura nell’elenco dei test match perché la squadra britannica si presentò come Scozia B - ancora non aveva incontrato ufficialmente gli Azzurri. Il primo test del 1996 fu a Cardiff: i gallesi conducevano 28-3 a metà gara, ma un parziale azzurro di 23-3 in venticinque minuti del secondo tempo portò il risultato a 31-26, punteggio che costituì la base per iniziare a parlare seriamente, per l’Italia, di ammissione al Cinque Nazioni, cosa perfino impensabile solo un quinquennio prima.

Marcatori: 5’ Francescato mt. (tr. Dominguez); 14’ mt. tecn. Francia (tr. Aucagne), 17’, 30’, 62’ e 68’ Dominguez c.p.; 20’, 24’ Aucagne c.p.; 34’ Gardner mt. (tr. Dominguez); 52’ e 82’ Bondouy mt. (2 tr. Aucagne); 56’ Croci mt. (tr. Dominguez); 74’ Vaccari mt. (tr. Dominguez); 79’ Sadourny mt.

FRANCIA: Sadourny, Ougier, Delaigue, Bondouy, Saint-André, Aucagne, Accoceberry, Costes, Pelous, Benetton, Miorin (Betsen), Merle, Tournaire, Dal Maso (Ibañez), de Rougemont. Allenatore: Jean-Claude Skrela.

ITALIA: Pértile; Vaccari, Bordon, I. Francescato (24’ Mazzariol), Marcello Cuttitta; Domínguez, Troncon (39’ e 42’ Guidi); Gardner, Giovanelli, Sgorlon; Cristofoletto, Croci; Properzi, Orlandi, Massimo Cuttitta. Allenatore: Georges Coste.

Il 1996 fu un anno importante per il rugby mondiale: l’International Rugby Board, infatti, in agosto aprì la strada al professionismo nella disciplina che, fino ad allora, era vissuta su alcuni equivoci circa i rimborsi-spese dei giocatori e forme più o meno occulte di pagamento; la FIRA smise di essere l’associazione di fatto alternativa all’IRB per divenirne la filiale europea, e così tutte le organizzazioni continentali di categoria; presidente della federazione italiana fu eletto Giancarlo Dondi che, come primo passo per rilanciare il ruolo del rugby italiano e della Nazionale, iniziò a porre in sede internazionale la questione della presenza permanente dell’Italia in un torneo di alto livello, segnatamente il Cinque Nazioni. A rafforzare la sua posizione, i risultati che stavano giungendo nel corso dell’anno: in testa a punteggio pieno nel proprio girone della Coppa FIRA 1995/97, competizione che agli Azzurri andava sempre più stretta, tanto da spingere la Federazione a comportarsi come la Francia e inviare la Squadra Emergenti a battere 107-19 la Polonia, oramai l’Italia (come peraltro la Francia, la quale tuttavia era impegnata sia nel Cinque Nazioni che nella Coppa FIRA), orientata ai grandi tornei come la Coppa del Mondo, necessitava di confrontarsi con le Nazioni più abituate a competere ad alti livelli.

Esaurita la formalità della Coppa FIRA (64-3 al Portogallo) e in attesa della finale, il 1996 dell’Italia fu denso di appuntamenti di rilievo. Detto del Galles, il resto della stagione azzurra vide solo avversari di spessore: di nuovo il Galles il 5 ottobre allo Stadio Olimpico di Roma (sconfitta 22-31), sconfitta anche a Padova 18-40 contro un’Australia forte di suo, ma alla quale il pessimo arbitraggio dello statunitense Sorenson, verosimilmente non abituato a incontri di un certo livello, diede vantaggi non richiesti e non necessari; sconfitta 21-54 anche a Twickenham contro l’Inghilterra ed esordio, infine, a Murrayfield per un 22-29 subìto a opera della Scozia, Nazionale che completava il quadro delle avversarie di alto livello incontrate dagli Azzurri in almeno un test match.

Il rugby XV vanta circa 3 milioni di praticanti in tutto il mondo, una cifra relativamente esigua in relazione ad altri sport; in ragione di ciò succede spesso che la passione rugbistica coinvolga più membri della stessa famiglia, oppure si tramandi per generazioni. Se è vero un po’ dovunque (in Francia vi sono gli esempi di Jean-Claude Skrela, ex rugbista e allenatore, e di suo figlio David, attuale Nazionale francese, oppure i fratelli inglesi Rory e Tony Underwood), in Italia vi sono state in passato, e tuttora vi sono, numerosi giocatori appartenenti alla stessa famiglia. I fratelli Vinci, di Roma (Piero, Paolo, Eugenio e Francesco), disputarono l’incontro d’esordio della Nazionale a Barcellona nel 1929; più avanti, i fratelli Battaglini: Francesco e Mario “Maci”, i fratelli Bettarello, Ottorino e Romano, quest’ultimo padre di Stefano, il primo azzurro a vestire la maglia dei Barbarians. Ancora, i Checchinato, Giancarlo (padre) e Carlo (figlio), e poi Pierluigi (padre) e Valerio Bernabò (figlio).

Tra i vari fratelli presenti contemporaneamente in Nazionale hanno figurato anche tre coppie di gemelli: si tratta dei Romano, Pietro e Guido, i Fedrigo, Adriano e Paolo e, più recentemente, i gemelli Cuttitta, Massimo e Marcello.

La famiglia più numerosa del rugby italiano recente è sicuramente quella dei Francescato, con quattro fratelli, tutti internazionali: Bruno, Luigi, detto Nello, Rino e il più giovane, Ivan, morto nel 1999 a soli 32 anni.

A titolo statistico, nel primo incontro della Coppa del Mondo tra Nuova Zelanda e Italia scesero in campo due coppie di gemelli: i citati Massimo e Marcello Cuttitta per l’Italia, e Alan e Gary Whetton per gli All Blacks.

Attualmente la famiglia più famosa in azzurro è quella dei fratelli Bergamasco, Mauro e Mirco, a loro volta figli di Arturo, 4 volte Nazionale negli anni settanta.

Infine, con la crescente diffusione della disciplina anche tra le ragazze, il rugby non viene più tramandato solo per via maschile. È il caso per esempio degli aquilani Cucchiella: il padre, Giancarlo, 25 incontri in Nazionale e la partecipazione alla Coppa del Mondo di rugby 1987; sua figlia Elisa, pilone con 20 presenze nella Nazionale femminile. Da notare anche la nascita di coppie di rugbisti: per esempio, Elisa Facchini, 29 presenze a tutto il 2008 e mediano di mischia delle Red Panthers di Treviso, è moglie dell’ex nazionale Matteo Mazzantini, azzurro alla Coppa del Mondo di rugby 2003.

Il 1997 fu l’anno in cui l’Italia iniziò il raccolto di tutto quanto era stato seminato nei dieci anni precedenti: nel primo test match di stagione, il 4 gennaio, gli Azzurri si recarono al Lansdowne Road di Dublino a battere l’Irlanda 37-29, punteggio che descrive solo in parte l’andamento del gioco sul campo: l’Italia mise a terra quattro mete contro solo una degli irlandesi, i quali ridussero il passivo con 8 calci piazzati; eroe di giornata fu Diego Domínguez, autore di 22 punti (una meta, quattro trasformazioni e tre piazzati); gli altri uomini ad andare a meta furono Paolo Vaccari (2) e Massimo Cuttitta (1).

Giunse poi il giorno della finale della Coppa Europa, da disputarsi tra Italia e Francia, che avevano vinto a punteggio pieno i loro rispettivi gironi, nei quali in totale le squadre maggiori erano state schierate tre volte (due volte l’Italia, lasciando gli altri due incontri agli Emergenti e alla Nazionale A, addirittura una sola la Francia, che in due occasioni mandò la Militare e in un’altra la squadra B). A guidare la Francia era Jean-Claude Skrela, assistito dall’ex C.T. azzurro Villepreux: il presidente della FFR, Bernard Lapasset, per via di una promessa fatta tempo prima a Dondi, concesse per il match la squadra migliore, quella che aveva appena vinto il Cinque Nazioni 1997 con il Grande Slam, e lo riconobbe come test ufficiale. Per il gioco dell’alternanza delle sedi, quell’anno l’incontro si tenne in casa dei francesi: dopo aver giocato ad Auckland, a Brisbane e a Melbourne, all’Arms Park di Cardiff, al Murrayfield di Edimburgo, al Lansdowne Road e perfino a Twickenham, l’Italia era ancora una volta tenuta fuori dal Parco dei Principi di Parigi, lo stadio dove la Francia disputava gli incontri del Cinque Nazioni; la sede scelta fu lo stadio Lesdiguières di Grenoble.

Il 22 marzo 1997 si tenne l’ultimo atto della Coppa FIRA, e l’Italia, andando contro pronostico, si impose con un 40-32 che a sei minuti dalla fine era ancora un 40-20, frutto di quattro mete di quattro marcatori diversi: Ivan Francescato, Paolo Vaccari, Julian Gardner e Giambattista Croci. Il piede di Diego Domínguez fece il resto, trasformando tra i pali tutte le mete e mettendo a segno anche quattro calci piazzati. La meta di Croci, frutto di un lavoro di squadra che coinvolse numerosi giocatori, è rimasta nella storia recente del rugby italiano come il momento di svolta di tutto il movimento: se il giornalista sportivo Alfio Caruso aveva definito, anni prima, il mondo del rugby italiano come una “parrocchia”, a sottintenderne il carattere élitario e tutto sommato localistico, anni dopo, nel 2005, il giocatore marchigiano, nella vita di tutti i giorni funzionario di banca, si vide attribuire dal giornalista di Repubblica Corrado Sannucci il titolo di autore « della meta più bella del rugby italiano ma anche la più importante perché è quella che ha strappato il rugby italiano dalle parrocchie per consegnarlo alla BBC».

Sulla scia del successo in Coppa Europa, anche a livello internazionale ci si accorse dei rugbisti italiani: Massimo Cuttitta, dieci anni dopo il precursore Bettarello, fu invitato nei Barbarians; già l’anno precedente due azzurri erano stati chiamati dal prestigioso club inglese, ma si trattava di Julian Gardner e Mark Giacheri, rispettivamente un naturalizzato e un oriundo australiano. Insieme a Cuttitta furono chiamati anche Diego Domínguez, Alessandro Troncon e Paolo Vaccari; l’anno successivo toccò anche al gemello di Massimo, Marcello Cuttitta, poi a Luca Martin e Massimo Giovanelli. Anche i club dei vari campionati esteri misero gli occhi sui giocatori italiani; se è vero che già a partire dagli anni cinquanta vi erano atleti italiani impegnati in Francia (Mario Battaglini al Tolone, Francesco Zani all’Agen e Sergio Lanfranchi al Grenoble per 15 anni dal 1946 al 1961 e Isidoro Quaglio al Bourgoin-Jailleu per una stagione), la rarità di casi poteva essere vista fino ad allora come l’eccezione di un rugby generalmente ritenuto non adatto all’esportazione; invece, solo per rimanere al 1997, Domínguez lasciò l’Amatori Milano per andare nello Stade Français fino a fine carriera; Massimo Cuttitta fu ingaggiato dai londinesi Harlequins; Cristian Stoica e, poco dopo, anche Massimo Giovanelli, al Narbona; Orazio Arancio e Stefano Bordon al Tolone.

Nei test di fine 1997 - inizio 1998 l’Italia perse a Bologna 31-62 contro il Sudafrica, ma prima di Natale, sempre a Bologna, sconfisse 37-22 l’Irlanda e, a gennaio 1998, la Scozia 25-22. Tali due vittorie capitarono a cavallo della decisione più importante per il rugby nazionale: il comitato del Cinque Nazioni, riunitosi a Parigi il 16 gennaio 1998, decise di ammettere l’Italia al torneo a partire dal 2000.

Rimaneva un biennio prima del Sei Nazioni 2000, da onorare in primis con le qualificazioni alla Coppa del Mondo di rugby 1999: a novembre 1998 l’Italia fu impegnata a Huddersfield in un girone a tre che comprendeva anche i Paesi Bassi e i padroni di casa dell’Inghilterra, nel quale bastava il secondo posto per accedere alla fase finale della Coppa; preventivabile la vittoria italiana sui Paesi Bassi (67-7), altrettanto preventivabile, ma niente affatto scontata la sconfitta contro gli inglesi (15-23), con una meta di Troncon non convalidata dall’arbitro e, al contrario, una inglese irregolare ma assegnata. Ciononostante l’Italia staccò il biglietto per la Coppa da disputarsi in Galles l’anno successivo, e curò la preparazione con una serie di test match con avversarie di livello: sconfitta ad apertura d’anno contro la Francia XV a Genova (24-49), sconfitte di fila a Murrayfield contro la Scozia (12-30), a Treviso contro il Galles (21-60), al Lansdowne Road contro l’Irlanda (30-39) per giungere, in pieno caos organizzativo, al tour in Sudafrica: una serie di dissidi tra Georges Coste e la Federazione, e i club che riluttavano a cedere i giocatori migliori alla Nazionale (visto il nuovo status di professionisti, che rendeva i giocatori patrimonio anche economico delle loro società d’appartenenza), portò a una spedizione disastrosa, che si risolse in uno 3-74 nel primo incontro con gli Springboks a Port Elizabeth, e a un umiliante 0-101 una settimana più tardi a Durban, la peggior sconfitta della storia del rugby internazionale azzurro. Ormai ingestibile la situazione, Coste lasciò la Nazionale e la squadra venne affidata al suo secondo, l’ex azzurro Massimo Mascioletti. Questi ebbe il compito di guidare la squadra alla Coppa del Mondo di rugby 1999. Opposta in prima fase di nuovo a Inghilterra e Nuova Zelanda (più Tonga), l’Italia si rese protagonista della peggior Coppa del Mondo della sua storia: sconfitta 7-67 dall’Inghilterra, perse anche 25-28 da Tonga per chiudere con un 3-101 che in termini numerici non equivalse la sconfitta contro il Sudafrica di pochi mesi prima solo per un calcio piazzato di Domínguez: per il resto furono 12 mete neozelandesi di cui 11 trasformate, più 3 calci piazzati.

L’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni coincise anche con una profonda ristrutturazione del rugby europeo: la FIRA cambiò nome in FIRA - AER (Association Européenne de Rugby, Associazione europea rugby ); Italia e Francia abbandonarono definitivamente il torneo continentale, rinominato dal 2000 Campionato europeo per Nazioni, che rimase così riservato solamente alle squadre di seconda fascia, in tal modo ufficializzando l’ingresso dell’Italia tra le sei federazioni con il ranking europeo più alto.

Dopo la Coppa del Mondo, anche Mascioletti lasciò la panchina azzurra, che fu affidata all’ex All Black Brad Johnstone. Questi guidò la Nazionale al suo primo Sei Nazioni, e l’esordio fu dei più incoraggianti: il 5 febbraio 2000, allo Stadio Flaminio di Roma, l’Italia batté la Scozia 34-20 e riuscì nell’impresa di evitare il Whitewash nell’anno di esordio (cosa che occorse invece alla Francia, nel Cinque Nazioni 1910, il suo primo). Dopo quella vittoria, tuttavia, vi furono 14 sconfitte consecutive nel torneo, le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse in bianco.

Nonostante i tentativi di Johnstone - che ereditava una Nazionale in gran parte figlia della tradizione rugbistica francese - di impartire alla squadra una disciplina di tipo anglosassone, tale atteggiamento fu visto da personaggi storici del rugby, come Marco Bollesan, ex giocatore e allenatore della Nazionale e dirigente federale, come penalizzante per i rugbisti italiani, oltreché foriero di scelte sbagliate. Le critiche nascevano dal fatto che, a detta di Bollesan, pur avendo Johnstone una squadra competitiva, egli non riusciva a farla esprimere al meglio per errori nella gestione degli uomini a livello, più che tecnico, caratteriale e psicologico. Nell’autunno del 2001 fu affiancato a Johnstone un altro All Black, John Kirwan, che da giocatore vinse la Coppa del Mondo nel 1987 e che disputò diverse stagioni sportive in Italia. Dopo qualche mese di gestione congiunta, e dopo il Sei Nazioni 2002 concluso di nuovo con il Whitewash, Johnstone fu esonerato e Kirwan divenne C.T. titolare. Questi mise subito in evidenza i punti da lui ritenuti deboli sui quali lavorare, in particolare per quanto riguardava il superamento della mentalità in base alla quale i giocatori si consideravano già sconfitti prima di entrare in campo contro un’avversaria più quotata.

Kirwan portò avanti il 2002 con buoni risultati per quanto riguardava la qualificazione alla Coppa del Mondo di rugby 2003 in Australia (vittorie contro Spagna 50-3 e Romania 25-17), ma risultati incerti nei test con le squadre di alto livello: 10-64 a Hamilton contro gli All Blacks e, nella sessione autunnale, 6-36 dall’Argentina al Flaminio e 3-34 dall’Australia al Ferraris di Genova.

Nel Sei Nazioni 2003 l’Italia colse la sua seconda vittoria in assoluto nel torneo, a Roma contro il Galles (30-22) ancora una volta alla 1ª giornata. A differenza di quella di tre anni prima, la vittoria del 2003 fu utile per non relegare l’Italia all’ultimo posto, che fu lasciato ai gallesi, i quali incassarono Cucchiaio di legno e Whitewash. Tuttavia il percorso dopo il Sei Nazioni 2003 non fu agevole: sconfitta in agosto a Murrayfield 15-47 contro la Scozia e 6-61 a Limerick contro l’Irlanda. Alla Coppa del Mondo in Australia, dopo la preventivabile sconfitta per l’ennesima volta contro gli All Blacks (7-70), giunsero le vittorie contro Tonga (36-12) e Canada (19-14); la sfida contro il Galles divenne decisiva per un eventuale accesso ai quarti di finale, ma i britannici vinsero 27-15 e per l’Italia sfumò ancora l’obiettivo di andare oltre il primo turno, obiettivo peraltro meno impensabile che nelle precedenti edizioni.

Anche nel Sei Nazioni 2004 l’Italia evitò sia il Whitewash che il Cucchiaio di Legno, che furono appannaggio della Scozia, battuta nella 3ª giornata del torneo; nel prosieguo della stagione, gli Azzurri presero parte solo a test match di medio-basso livello (vittorie contro Romania, Giappone, Canada e Stati Uniti), oltre alla sconfitta 10-59 al Flaminio contro la Nuova Zelanda in tour nell’Emisfero Nord.

Il Whitewash nel Sei Nazioni 2005 costò tuttavia il posto da C.T. a Kirwan che, ad aprile, fu sostitutito dal francese Pierre Berbizier, ex nazionale nel ruolo di mediano di mischia; questi si prefisse come obiettivo primario quello di riportare il rugby italiano nel suo alveo culturale, figlio della subdiffusione della disciplina in tutta Europa a opera dei francesi, e di cercare di favorire lo sviluppo di un’identità nazionale del gioco.

Il resto del 2005 fu intenso per quanto riguardò i test match: 6, di cui 3 contro l’Argentina, due nella sessione estiva in Sudamerica (sconfitta a Salta per 21-35 e vittoria a Córdoba per 30-29, prima volta dell’Italia in casa dei Pumas ) e uno in quella autunnale (sconfitta interna a Genova per 22-39; uno ciascuno contro Australia (21-69 a Melbourne), Tonga (48-0 a Prato) e Figi (23-8 a Monza).

Il Sei Nazioni 2006 vide di nuovo l’Italia all’ultimo posto, con Cucchiaio di legno ma senza Whitewash. Per la prima volta, infatti, gli Azzurri pareggiarono un match del torneo e, cosa statisticamente più notevole, ciò avvenne fuori casa, a Cardiff contro il Galles (18-18). Particolare ancora più rilevante, l’Italia terminò con una differenza punti fatti-subiti di -53, la migliore da quando iniziò la partecipazione al torneo, e superiore di 32 punti rispetto alla performance fin lì meno negativa (-85 nel 2003) nonché quasi il doppio di quella conseguita nelle altre edizioni (da -122 del 2000 al -101 del 2001, passando per -113, -110 e -103). I test di vertice quell’anno furono quelli autunnali al Flaminio contro Australia (una convincente sconfitta 18-25 al termine di un incontro che gli Azzurri conducevano 15-13 all’intervallo) e Argentina (sconfitta 16-23); per il resto vittorie contro Giappone, Portogallo, Russia e Canada.

Il XV di Berbizier iniziò a raccogliere i frutti del lungo lavoro nel corso del Sei Nazioni 2007: pur sconfitta all’esordio dalla Francia per 3-39, l’Italia si recò, per il turno successivo, a Twickenham a disputare un incontro di grande spessore agonistico, risultando alla fine sconfitta per 7-20, ma al contempo autrice, per ammissione stessa degli inglesi, di una prestazione capace di creare molti problemi alla squadra britannica, secondo il C.T. Brian Ashton grazie alla minor pressione che gravava sugli Azzurri, ma soprattutto, a detta del capitano inglese Phil Vickery, a un energico pacchetto di mischia messo in campo da Berbizier.

La giornata successiva vide l’Italia cogliere la prima vittoria esterna della sua ancor breve storia nel Sei Nazioni: allo stadio di Murrayfield di Edimburgo, dopo soli 6 minuti di gioco, gli Azzurri conducevano già 21-0, grazie a tre mete di rapina, di Mauro Bergamasco dopo soli 19” di gioco, di Scanavacca al 3’ e una terza di Robertson al 6’, e trasformate dal piede dello stesso Scanavacca, autore nel corso dell’incontro di altri 9 punti su calcio piazzato. Alla fine dell’incontro il punteggio fu 37-17 per via di una meta quasi allo scadere di Troncon, trasformata ancora una volta da Scanavacca (uomo-partita con 22 punti); all’uscita della squadra dal campo, l’intero stadio le tributò un lungo applauso.

L’Italia non si fermò lì. Due settimane più tardi, nella 4ª giornata del torneo, ricevette in casa il Galles e, sul finire di un incontro combattutissimo condotto dalla formazione britannica fino a pochi minuti dal termine, Mauro Bergamasco realizzò la meta che significava il sorpasso nel punteggio: 23-20 e seconda vittoria consecutiva nel Sei Nazioni; particolare ancor più notevole, con una partita ancora da giocare l’Italia aveva ancora la possibilità, dal punto di vista matematico, di vincere il torneo: infatti in quel momento la classifica vedeva in testa Francia (a cui poi andò la vittoria finale), Inghilterra e Irlanda con 6 punti, e a seguire l’Italia con 4, che nell’ultimo turno attendeva al Flaminio proprio l’Irlanda, che comunque vinse l’incontro; ad ogni modo, la vittoria finale del Sei Nazioni 2007 passò attraverso la prestazione degli Azzurri che persero 24-51 lasciando la differenza-punti irlandese invariata rispetto a quella francese (vincitrice 46-19 sulla Scozia); la Francia vinse il Sei Nazioni per una miglior differenza-punti, +69 rispetto a +65 dell'Irlanda.

La squadra che andò in Francia a disputare la VI Coppa del Mondo aveva, quindi, fondate speranze di raggiungere i quarti di finale, obiettivo sempre fallito nelle cinque edizioni precedenti: il girone a cinque in cui era inserita la squadra azzurra vedeva come avversarie, in ordine di calendario, Nuova Zelanda, Romania, Portogallo e Scozia: in pratica, scontato il primo posto degli All Blacks, rimaneva un posto da disputarsi tra Scozia e, appunto, Italia. L’esordio a Marsiglia contro i neozelandesi fu duro, sconfitta 14-76, ma con all’attivo due mete realizzate e una terza dapprima convalidata e poi annullata dall’arbitro. A seguire, sofferta vittoria 24-18 contro la Romania e, poi, senza strafare, contro il Portogallo (31-5). L’ultimo incontro, al “Geoffroy-Guichard” di Saint-Étienne, fu quello decisivo, e l’Italia ebbe pure la possibilità di vincerlo: con la Scozia avanti di 2 (16-18) quasi allo scadere, David Bortolussi sbagliò il calcio piazzato che avrebbe potuto portare in vantaggio gli Azzurri e verosimilmente dar loro vittoria finale e qualificazione. Così non fu e l’Italia fu di nuovo eliminata al termine della prima fase. Berbizier, che già aveva annunciato la fine del suo impegno dopo la Coppa del Mondo, cessò dal suo incarico il 30 settembre 2007, il giorno dopo la sconfitta contro la Scozia.

Per i quattro anni che separano l’Italia dalla Coppa del Mondo di rugby 2011 in programma in Nuova Zelanda, la Federazione Italiana Rugby ha affidato dal 1° novembre 2007 l’incarico di commissario tecnico della Nazionale all’ex rugbista sudafricano Nick Mallett, già allenatore degli Springboks che inflissero all’Italia il 101-0 di Durban del 1999. La squadra è già qualificata alla VII Coppa del Mondo in quanto classificatasi tra le 12 migliori dell’edizione 2007 (le otto quartifinaliste più le migliori terze di ogni girone di prima fase). Il primo banco di prova della Nazionale di Mallett è stato il Sei Nazioni 2008; un esordio positivo contro l’Irlanda al Croke Park di Dublino (sconfitta 11-16 con una meta per parte e una trasformazione e un piazzato a vantaggio degli irlandesi) che ha fatto da preludio a una sconfitta interna per 19-23 contro l’Inghilterra, giudicata per la prima volta un’occasione persa in quanto più frutto degli errori italiani che dell’abilità degli inglesi. Lo scarto di soli 4 punti rappresenta il miglior risultato nei test match contro la nazionale inglese, dalla quale l’Italia è sempre stata sconfitta.

A quel punto, dopo due partite, Mallett ha dato realizzazione pratica al programma che aveva annunciato in federazione al momento di assumere l’incarico, e cioè dar spazio ai giovani rugbisti italiani cresciuti nei vivai nazionali. In quest’ottica va letto l’utilizzo fin dal primo minuto del match contro il Galles di due elementi del Benetton Treviso, l’apertura Andrea Marcato, praticamente al suo secondo esordio, visto che aveva disputato il - fino ad allora - suo unico incontro in Nazionale nel 2006 sotto la gestione Berbizier, e l’ala Alberto Sgarbi, che aveva esordito come sostituto nel precedente incontro con gli inglesi. Nonostante la sconfitta a Cardiff (8-47) contro un forte Galles che ha vinto, alla fine, il torneo con il Grande Slam, la stessa linea è stata perseguita anche a Saint-Denis contro la Francia: 13-25 il risultato finale, che ancora a pochi minuti dal termine era 13-18 (8 punti di Marcato). Infine, a Roma, nell’ultima giornata del torneo, vittoria 23-20 contro la Scozia (con un drop all’80’ ancora di Marcato) che, se non è servita a evitare il cucchiaio di legno (l’Italia si è classificata ultima per differenza punti fatti-subìti peggiore rispetto alla stessa Scozia), ha risparmiato alla squadra il quarto Whitewash dopo quelli del 2001, 2002 e 2005, e l’ha tenuta a punti per la terza edizione di seguito.

Nel prosieguo del 2008 l’Italia ha intrapreso un mini tour estivo nell’Emisfero Sud con due test match, il primo il 21 giugno contro il Sudafrica a Città del Capo (considerato, nonostante la sconfitta 0-26, soddisfacente sotto il punto di vista del carattere e della fase difensiva, laddove al contrario non sono mancate note di disappunto per la Nazionale campione del mondo, da parte della stampa sia italiana che sudafricana) e il secondo il 28 giugno a Córdoba contro l’Argentina, tenutosi ancora una volta nel segno di Andrea Marcato, trasformatore all’80’ della meta realizzata poco prima da Ghiraldini e che 11-12 a 13-12 per gli Azzurri.

Nel mese di novembre si sono tenuti tre test match, l’8 a Padova contro l’Australia (sconfitta 20-30 maturata negli ultimi minuti di una partita fino ad allora in bilico sul 20-20, il 15 a Torino di nuovo contro l’Argentina (sconfitta 14-22 al termine di una prova non convincente della difesa, sovrastata da quella dei Pumas ) e il 22 a Reggio Emilia contro i Pacific Islanders (sconfitta 17-25 frutto di un’eccessiva deconcentrazione nel primo tempo, chiusosi 10-22).

Dopo i citati match l’Italia, che in giugno era risalita fino al 10° posto del ranking IRB, è tornata a occupare l’11° posto con il quale aveva iniziato l’anno. Un’ulteriore posizione è stata persa dopo il Whitewash nel Sei Nazioni 2009, chiuso dall’Italia senza vittorie e con due sole mete all’attivo (contro Inghilterra all’esordio e Francia nell’ultimo incontro).

La maglia della Nazionale, come gran parte delle tenute degli sportivi che rappresentano l’Italia a livello internazionale, è azzurra, anche se la tonalità è spesso variata nel corso degli anni.

All’inizio della sua avventura internazionale, come del resto anche per quella della Nazionale di calcio, gli atleti del rugby vestivano una maglia quasi completamente bianca, adottando poi più avanti un celestino sempre più carico fino ad arrivare al blu Savoia, che è il colore al quale si uniformarono generalmente le selezioni rappresentanti di qualsiasi disciplina sportiva. Tale colore deriva da quello del bordo che circonda l’emblema di casa Savoia, all’epoca regnante in Italia.

A completare la tenuta, i calzettoni, che riprendono i colori della maglia, e i calzoncini, bianchi. La tenuta alternativa è speculare alla prima: calzoncini azzurri, maglia e calzettoni bianchi.

Con il passare degli anni la tenuta, una volta stabilizzatasi sul colore, non ha subìto significativi cambiamenti di foggia: sostanzialmente la maglietta è sempre rimasta con il collo a “V” con un colletto bianco, e il suo colore è stato sempre di un azzurro scuro.

Più recentemente il nuovo sponsor tecnico della Nazionale, la Kappa, ha abbandonato il collo a V e ha introdotto un colore che si differenzia da quello di altre rappresentative nazionali, per esempio quella di calcio: laddove in quest’ultima l’azzurro tende più al blu, nel caso della Nazionale di rugby vira più verso il celeste.

Dal 23 gennaio 2007 lo sponsor della Nazionale italiana è l’istituto di credito Cariparma (già Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza), facente capo al gruppo bancario francese Crédit Agricole. L’accordo, della durata di tre anni, prevede anche la titolazione dei test match che vedono l’Italia come Paese ospitante, i quali quindi prendono il nome di Cariparma Test Match. Il 26 maggio 2008 l’accordo di sponsorizzazione è stato successivamente prolungato fino a tutto il 2011.

La Nazionale disputò il suo primo incontro nel 1929, che le cronache dell’epoca erano use riportare come “Anno VII Era Fascista”. Per questo motivo, il simbolo della squadra era lo stemma di casa Savoia caricato da un fascio littorio ricamato in oro. Tale fu il simbolo della Nazionale di rugby e, più in generale, di qualsiasi rappresentativa sportiva italiana a livello internazionale, fino alla caduta del fascismo. Con la successiva abrogazione della monarchia nel 1946 venne abbandonato anche l'emblema reale e adottato uno scudetto tricolore con due foglie gialle alla base e, a sormontare il tutto, la scritta “ITALIA” su sfondo azzurro. A chiudere in basso lo stemma, un drappo azzurro con l’acronimo F.I.R..

Ancora oggi questo è lo stemma che figura sulle maglie, anche se è stato soggetto anch’esso a restyling: nel corso degli anni la doratura delle foglie è variata dal bruno al dorato acceso. Attualmente le foglie alla base dello scudetto tricolore sono bronzee, così come il testo delle scritte e il bordo dello scudetto.

Da notare che, a differenza dello stemma riportato sulle maglie della propria Nazionale, il logo della Federazione riporta l’acronimo F.I.R. in testa, sopra lo scudetto tricolore, mentre la scritta “ITALIA” compare in basso, sul drappo azzurro.

Sebbene formalmente non esista uno stadio nazionale propriamente detto, per le gare più importanti (Sei Nazioni, test match di alto livello) l’impianto d’elezione della Nazionale italiana è lo Stadio Flaminio di Roma, utilizzato per la prima volta nel 1935 (all’epoca con il nome di “Stadio del Partito Nazionale Fascista”) per l’incontro con un XV della Francia non valido come test.

Il primo incontro interno in assoluto fu disputato, come detto, nel 1930 all’Arena Civica di Milano. Ancora nel 1935 la rappresentativa della Catalogna fu ospite allo stadio Marassi (Luigi Ferraris) di Genova. Nel dopoguerra, frequentemente utilizzati furono Treviso (Stadio di Monigo), Rovigo (Comunale, poi rinominato Battaglini), Napoli (Arenaccia) e, più recentemente, L'Aquila (Fattori), Udine (Gerli), Bologna (Arcoveggio). Anche Catania (Maria Goretti), più sporadicamente, ha ospitato incontri della Nazionale.

A Padova, una delle capitali del rugby italiano, tre stadi hanno ospitato la Nazionale: il Plebiscito, che è attualmente lo stadio del Petrarca, l’Euganeo, costruito nel 1994 e impianto casalingo del Calcio Padova, e lo Stadio Appiani, storico impianto che ospitò nel 1977 il citato incontro tra il XV del Presidente e gli All Blacks.

Lo Stadio Olimpico di Roma ospitò due incontri, uno dei quali, quello del 1995 tra Italia e Sudafrica, valido come primo test match tra le due Nazionali. L’altro fu un anno più tardi, tra Italia e Galles.

Comunque, anche nell’era del Sei Nazioni, la Nazionale ha affrontato test match in varie sedi: tra quelle non citate in precedenza Asti, Benevento, Biella, Monza, Parma e Prato (tali sedi soprattutto per gli incontri di qualificazione alla Coppa del Mondo). Quello disputato il 15 novembre 2008 contro l’Argentina è il primo test match della Nazionale italiana a Torino, città nella quale, singolarmente, non ha mai giocato a livello ufficiale pur essendo lì nato il primo club italiano di rugby.

La Nazionale italiana di rugby ha disputato al 22 novembre 2008 375 incontri contro selezioni internazionali. Di questi, 326 sono considerati full international. Gli altri 49 sono stati disputati contro selezioni non classificate come Nazionali maggiori o rappresentative di una Federazione, come i Barbarians, gli African Leopards, la Francia B, XV o Espoirs, etc. Vi sono poi altri incontri, non classificati come internazionali, disputati durante i tour in Africa del 1973 e in Gran Bretagna nel 1974, che videro come avversari selezioni provinciali o di contea quali le Province del Transvaal, del Natal e dell’Orange in Sudafrica o le contee del Middlesex, del Sussex o dell’Oxfordshire in Inghilterra. Ai fini statistici vengono considerate solo le performance relative ai 324 incontri full international, salvo alcune eccezioni, quale ad esempio l’incontro del novembre 2008 contro i Pacific Islanders, selezione internazionale oceanica, classificato come test match.

In tali incontri il record di presenze appartiene ad Alessandro Troncon. Questi vanta 101 incontri dal 1994 al 2007, con la partecipazione in quattro consecutive Coppe del Mondo, dal 1995 al 2007 e a sei tornei del Sei Nazioni, dal 2000 al 2003 e poi nel 2005 e 2007. Il record di punti segnati è appannaggio dell'italo-argentino Diego Domínguez con 971 punti in 73 incontri. Domínguez conta anche 27 punti marcati in precedenza con la Nazionale dell’Argentina; la somma totale lo porta a detenere attualmente il posto di terzo miglior marcatore internazionale dopo l’inglese Jonny Wilkinson (1.099) e il gallese Neil Jenkins (1.030). Infine, il record di mete appartiene a Marcello Cuttitta, con 25, seguìto da Paolo Vaccari con 22. Entrambi facevano parte della squadra che vinse la Coppa FIRA nel 1997 sconfiggendo la Francia a Grenoble.

L’avversario incontrato più di frequente è la Romania, in ragione della concomitante presenza del torneo europeo della FIRA; a seguire, la Francia (30 volte in full international con una vittoria, quella citata del 1997), la Spagna (che esordì insieme all'Italia, visto che entrambe disputarono tra di esse il loro primo incontro internazionale) e la Germania (compreso il periodo in cui era Germania Ovest).

A parte le Isole Cook (un incontro) e Samoa, le uniche nazioni che l’Italia non è finora mai riuscita a battere sono quelle che vantano almeno un titolo mondiale, ovvero le tre dell’Emisfero Sud (Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica) più l’Inghilterra. Per quanto riguarda le altre squadre del Sei Nazioni, l’Italia vanta, a parte la citata vittoria contro la Francia (tuttavia ottenuta nel 1997, quando l’Italia non disputava ancora il torneo), tre vittorie contro l’Irlanda (nessuna di esse nel torneo, tuttavia), cinque contro la Scozia (di cui due prima del Sei Nazioni) e due contro il Galles (entrambe nel Sei Nazioni).

Sono qui di seguito elencati tutti i giocatori che hanno preso parte alle varie edizioni della Coppa del Mondo; sono inoltre menzionati quei giocatori protagonisti di episodi rilevanti che hanno visto protagonista la Nazionale italiana, come per esempio quelli che conquistarono la Coppa FIRA 1995/97, i più rappresentativi di coloro che presero parte ai tour del 1973 in Africa meridionale e del 1980 in Oceania.

Nell’elenco figura anche Paolo Rosi (1924-1997), già Nazionale negli anni quaranta e cinquanta del XX secolo. Poi passato alla carriera giornalistica come commentatore televisivo, Paolo Rosi disputò 12 incontri in Nazionale e fu il primo italiano a essere invitato in una selezione internazionale europea per affrontare un XV dell’Inghilterra.

Per i giocatori ancora in attività non compresi nel presente elenco si rimanda alla sezione “Rosa attuale”, più in basso.

Quella che segue è la rosa più recente della Nazionale italiana, convocata dal tecnico Nick Mallett per il torneo del Sei Nazioni 2009.

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Rugby XV ai Giochi olimpici

Il Rugby a 15 è stato uno sport olimpico per sole quattro edizioni (1900, 1908, 1920 e 1924).

Venne introdotto ai Giochi olimpici dal Barone Pierre de Coubertin, che fu anche uno dei maggiori sostenitori del rubgy in Francia: a lui si deve infatti la creazione nel 1892 del primo campionato francese e nel 1906 del primo incontro internazionale della Francia (contro la Nuova Zelanda).

Il primo torneo venne disputato da tre squadre: la nazionale francese, il Frankfurt Fußball Club (Germania) e i Mosley Wanderers RFC (Regno Unito). Il regolamento prevedeva 3 punti per una meta o per un calcio piazzato, 2 punti per le trasformazioni e 4 punti per i drop.

La Francia vinse il torneo, sconfiggendo prima i Mosley Wanderers per 27-8 e poi il Frankfurt Fußball Club per 27-17. L'incontro finale fra la formazione tedesca e quella britannica non si tenne, perché entrambe le squadre non erano disponibili a giocare per la data prefissata. Il CIO pertanto assegnò l'argento ex aequo a Germania e Regno Unito, anche se talvolta viene (erroneamente) riportato l'argento alla sola Germania ed il bronzo alla Gran Bretagna sulla base della differenza punti.

Gli incontri di rugby furono quelli più seguiti di tutti i Giochi della II Olimpiade: l'incontro fra Francia e Mosley Wanderers venne seguito da circa 6.000 persone. Si segnala inoltre la presenza, nella nazionale francese, del primo atleta di colore ai Giochi olimpici (peraltro anche primo a conquistare un oro): Constantin Henriquez de Zubiera, nativo di Haiti.

Il rugby non venne incluso nel programma dei Giochi del 1904 e venne ripristinato a quelli del 1908. L'organizzazione venne assunta dalla Rugby Football Union.

Anche qui vennero invitate tre squadre: l'Australasia, la Francia e il Regno Unito. I campioni olimpici in carica della Francia tuttavia dovettero dare forfait prima dell'inizio del torneo, perché impossibilitati a prendervi parte. Anche la selezione britannica ebbe problemi: i migliori giocatori di Inghilterra e Galles erano al momento in tour in Nuova Zelanda, così si ripiegò su una selezione della Cornovaglia, vincitrice dell'ultimo campionato. La scelta dei rincalzi fu contestata per motivi qualitativi (solo tre giocatori della Cornovaglia avevano già vestito la maglia inglese in passato) e perché la Cornovaglia venne sconfitta per 18-5 dall'Australia in una precedente occasione.

L'Australasia sconfisse nuovamente e senza troppi problemi la Cornovaglia per 32-3, guadagnando la medaglia d'oro. Il match si tenne al White City Stadium in condizioni di gioco pessime, con nebbia e terreno scivoloso. Due giocatori australiani vinceranno successivamente un'altra medaglia d'oro: Danny Carroll ne otterrà ben due con gli Stati Uniti (dove emigrò in seguito ad un tour nel 1912) proprio nel rugby ai Giochi del 1920 (come giocatore/allenatore) e a quelli del 1924 (come allenatore), mentre Sydney Middleton la ottenne nel canottaggio ai Giochi del 1912 (dove il rugby era assente).

Il rugby non fu presente nel programma dei Giochi nè nel 1912, nè nel 1916 (peraltro annullati a causa della Prima guerra mondiale), ma venne ripristinato nel 1920.

Al torneo avrebbero dovuto prendere parte 4 formazioni (Francia, Romania, Cecoslovacchia e Stati Uniti), a cui si sarebbe dovuta aggiungere una quinta formazione britannica. Tuttavia, Romania e Cecoslovacchia diedero forfait prima dell'inizio del torneo, mentre i britannici decisero di non inviare una propria formazione perché il campionato nazionale era appena iniziato.

Tutt'altri sentimenti muovevano gli statunitensi: la decisione di presentare una propria selezione venne presa sull'onda di un tour trionfale di Berkeley in Columbia Britannica, dove la formazione universitaria vinse tutti gli incontri. Il Comitato olimpico statunitense decise così di affidare alla California Rugby Union la selezione dei giocatori, quasi tutti provenienti dalle università di Stanford, Berkeley e Santa Clara. A guidare la formazione fu il già citato Danny Carroll, già campione con l'Australasia nel 1908.

A contendersi la medaglia d'oro rimasero dunque due sole squadre: Stati Uniti e Francia si affrontarono il 5 settembre 1920 di fronte a 20.000 spettatori, sotto una pioggia scrosciante. Sebbene i pronostici dessero per favoriti i francesi (moltissimi statunitensi erano alla loro prima esperienza rugbistica), gli statunitensi vinsero 8-0. Uno dei giocatori statunitensi, Morris Kirksey, vinse altre due medaglie nell'atletica leggera: un argento nei 100 metri ed un oro nella staffetta 4x100.

Il rugby fece la sua ultima apparizione ai Giochi della VIII Olimpiade di Parigi. Al torneo presero parte 3 squadre: gli Stati Uniti in qualità di campioni olimpici, la Francia in qualità di Paese ospitante e la Romania.

La formazione statunitense venne composta ancora una volta per la maggior parte da giocatori californiani (di cui sette già convocati nel 1920). Dopo un viaggio di oltre 9.600 chilometri, la squadra di oltreoceano dovette affrontare anche la pessima accoglienza francese: i funzionari della dogana rifiutarono l'ingresso alla squadra, che guadagnò terra facendosi strada da sola; i giornali ebbero parole sempre più dure sui giocatori, a cui vennero sottratte le divise pochi giorni prima del primo incontro; venne rifiutata agli statunitensi la possibilità di allenarsi allo stadio di Colombes; molti giocatori non poterono avventurarsi fuori dall'hotel, per evitare di essere fatti oggetto di pesanti insulti e perfino sputi; infine vennero sollevati dubbi, rivelatisi poi infondati, sullo status di dilettanti degli statunitensi.

Il torneo iniziò il 4 maggio 1924 con la sonora sconfitta della Romania ad opera dei padroni di casa francesi per 61-3. Una settimana dopo, furono gli Stati Uniti a sconfiggere i rumeni per 37-0 davanti a 6.000 spettatori, che fischiarono duramente ogni meta statunitense. Lo scontro diretto tra Francia e Stati Uniti venne giocato di fronte a circa 50.000 spettatori in visibilio per la formazione di casa. Per evitare problemi, venne installata una barriera di fil di ferro per separare gli spalti dal campo di gioco.

I francesi erano pronti a vendicare la sconfitta di quattro anni prima, ma vennero nuovamente sconfitti dagli Stati Uniti, stavolta per 17-3. Gli spettatori francesi inferociti invasero gli spalti dei tifosi ospiti ed il campo per picchiare tifosi e giocatori statunitensi, difesi dalla polizia e dai giocatori francesi. La cerimonia di consegna delle medaglie venne svolta sotto la protezione della polizia, per evitare ulteriori disordini.

La pessima immagine che il rugby diede di sé in quei giorni fu solo uno dei motivi che portò all'esclusione definitiva del rugby dal programma olimpico. Concorsero anche l'abbandono nel 1925 della presidenza del CIO da parte del Barone De Coubertin, che tanto fece per tenere questo sport nella cornice olimpica, e lo scarso appoggio fornito dalle Federazioni britanniche.

Si registrò comunque un ultimo torneo dimostrativo di rugby ai Giochi olimpici del 1936, giocato da Francia, Romania, Germania e Italia. Vinse la Francia, che sconfisse la Germania in finale per 19-14.

Vennero fatti tentativi per far tornare il rugby ai Giochi olimpici nel 1960, nel 1980 e nel 1988, ma vennero tutti respinti. Nel 1995, l'International Rugby Board ottenne il riconoscimento dal CIO. Nel 2002, venne proposto l'inserimento nel programma olimpico del rugby a 7, del golf e del wushu in sostituzione di pentathlon moderno, baseball e softball, ma la richiesta non venne nemmeno votata.

Nel 2005, venne fatto un nuovo tentativo per includere il rugby a 7 nel programma olimpico, in vista dell'esclusione di baseball e softball dai Giochi della XXX Olimpiade. Le votazioni però hanno favorito lo squash e il karate, a discapito appunto del rugby a 7, del golf e del pattinaggio a rotelle.

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Source : Wikipedia