Romano Prodi

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Romano Prodi

Romano Prodi al comizio di Bari, durante la campagna elettorale per le Politiche del 2006

Romano Prodi (pronuncia: /ro'mano 'prɔdi/) (Scandiano, 9 agosto 1939) è un politico ed economista italiano, che ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana per due volte (dal 1996 al 1998 e dal 2006 al 2008).

Docente universitario di "Economia e politica industriale" all'Università di Bologna, è stato nel 1978 ministro dell'Industria nel Governo Andreotti IV; presidente dell'IRI dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1994.

È stato presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004 (Commissione Prodi).

Dal 17 gennaio al 6 febbraio 2008 ha ricoperto anche la carica di Ministro della Giustizia ad interim.

Fondatore e leader dell'Ulivo, dal 23 maggio 2007 è stato presidente del Comitato nazionale per il Partito Democratico, e con la fondazione di quest'ultimo ne è stato Presidente dell'Assemblea Costituente Nazionale dal 14 aprile 2007 al 16 aprile 2008.

Dal 12 settembre 2008 presiede il Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana sulle missioni di peacekeeping in Africa, il 6 febbraio 2009 è stato nominato professore presso l'Istituto di Studi Internazionali della Brown University..

È l'ottavo dei nove figli di Mario Prodi, un ingegnere proveniente da una famiglia contadina, e di Enrica, maestra elementare. La famiglia è composta da sette fratelli e da due sorelle, la maggior parte dei fratelli sono, o sono stati, docenti universitari: (Giovanni Prodi di matematica, Vittorio Prodi di fisica ed anche eurodeputato, Paolo Prodi di "Storia moderna", Franco Prodi di "Fisica dell'atmosfera", Giorgio Prodi di "Patologia generale"). Nel 1969 si sposa, in una celebrazione presieduta dall'allora sacerdote e ora cardinale Camillo Ruini, con Flavia Franzoni, a quel tempo studentessa, in seguito divenuta economista e docente universitaria. Dal matrimonio sono nati due figli, Giorgio e Antonio.

Iniziò i suoi studi al liceo classico Ariosto di Reggio Emilia, si laureò poi con lode nel 1961 all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Giurisprudenza, presentando una tesi sul protezionismo nello sviluppo dell'industria italiana con Siro Lombardini. Approfondì i suoi studi a Milano, Bologna e alla London School of Economics, sotto la supervisione di Basil Yamey.

Nel 1963 iniziò la sua carriera accademica come assistente di Beniamino Andreatta alla cattedra di "Economia Politica" della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Bologna. Nel 1973 all'Università di Trento,il cui rettore era all'epoca il fratello Paolo Prodi, ha l'incarico per l'insegnamento di "Economia e politica industriale", l'anno successivo l'Università di Harvard negli Stati Uniti lo chiama come visiting professor. Come professore ordinario, tenne la cattedra di "Economia politica e industriale" all'Università di Bologna fino al 1999. È stato anche visiting professor presso lo Stanford Research Institute.

I temi delle sue ricerche hanno riguardato principalmente lo sviluppo delle piccole e medie imprese, dei distretti industriali e la politica contro i monopoli. In un secondo momento si è anche interessato delle relazioni fra Stato e Mercato e della dinamica dei diversi modelli di capitalismo.

Fra il 1974 e il 1978 ha presieduto la casa editrice il Mulino, nel 1982 divenne direttore delle riviste Energia e L'Industria. Nel 1981 ha fondato Nomisma, una società di studi economici e consulenza.

Ha collaborato con i maggiori quotidiani nazionali tra cui il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore con numerosi articoli ed editoriali.

È stato conduttore nel 1992 di una serie di trasmissioni su Rai Uno: Il tempo delle scelte , in cui teneva delle vere e proprie lezioni di economia.

Nel 1963 si affacciò per la prima volta in politica, venendo eletto consigliere comunale a Reggio Emilia per la Democrazia Cristiana, dopo poco tempo lasciò per le difficoltà a conciliare l'impegno amministrativo con quello accademico a Bologna.

Negli anni settanta ebbe un primo incarico manageriale come presidente della Maserati e della società nautica Callegari e Ghigi, imprese in difficoltà gestite dall'istituto finanziario pubblico GEPI allo scopo di risanarle.

Successivamente è stato ministro dell'Industria dal novembre 1978 fino al marzo 1979, nel quarto Governo Andreotti. Promosse da ministro un decreto legge che porta il suo nome (legge Prodi), volto a regolamentare la procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi.

Nominato da Giovanni Spadolini, nel periodo dal 1982 fino al 1989 fu presidente dell'Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), allora il maggiore ente pubblico che controllava varie società di rilievo operanti nel mercato in diversi settori economici e che in quel momento si trovava in forti difficoltà economiche, ottenendo risultati nel suo risanamento economico.

Nel 1993, in seguito alla caduta del primo governo Amato, fu in lizza, assieme a Mario Segni e Carlo Azeglio Ciampi, per l'incarico di Presidente del Consiglio a capo di un governo tecnico. Tale carica fu però assegnata all'allora Governatore della Banca d'Italia Ciampi, che richiamò Prodi a guidare l'IRI, dove quest'ultimo operò una serie di privatizzazioni di diverse società del gruppo.

Allievo di Beniamino Andreatta, aderì alle correnti riformiste della Democrazia Cristiana ed ebbe buoni rapporti con Giulio Andreotti. Fu proprio quest'ultimo che lo scelse nel 1978 come ministro dell'Industria. Anche se non volle mai diventare un vero e proprio militante dello Scudo Crociato (il suo risultava infatti un ministero "tecnico") Prodi, così come i capi della corrente Morotea (Aldo Moro, Amintore Fanfani e Benigno Zaccagnini su tutti) non fu ostile né al compromesso storico tra DC e PCI né alla partecipazione diretta dei comunisti al governo.

La sua azione economico-manageriale trovò l'appoggio del governo guidato da Ciriaco De Mita.

Lasciò la guida dell'IRI nel 1994, con l'arrivo di Silvio Berlusconi, che vinse l'elezioni politiche e formò un governo, sconfiggendo l'alleanza di sinistra guidata da Achille Occhetto e quella di centro, che vedeva protagonisti Mino Martinazzoli e Mario Segni, votazioni in cui si poterono constatare per la prima volta gli effetti della nuova legge elettorale maggioritaria.

Quando due anni dopo si tornò a votare, favorita dalle peculiarità del nuovo sistema elettorale, era sorta un'alleanza fra il centro e la sinistra, che vide nella candidatura di Prodi e il suo progetto dell'Ulivo espressione di questo dialogo fra cattolici e laici che s'intendeva proporre al Paese. Ottiene subito l'adesione alla sua candidatura di Segni (con la formazione di un gruppo parlamentare dedicato all'unione proposta di più forze politiche, riunente liberali, repubblicani, socialisti), quindi del Partito Democratico della Sinistra di Massimo D'Alema, del Partito Popolare Italiano di Gerardo Bianco, dei Verdi.

Alle elezioni politiche 1996 la coalizione dell'Ulivo si affermò e Romano Prodi venne nominato Presidente del Consiglio dei Ministri. Il Governo Prodi I che si formò ebbe una composizione ulivista e d'indipendenti, e si avvalse di un appoggio esterno da parte di Rifondazione Comunista, con cui si era stretto un patto di desistenza elettorale (con la mancata presentazione di proprie liste nella maggior parte dei collegi elettorali maggioritari).

Anche nella cosiddetta "Seconda Repubblica", Prodi si mantenne sulle sue posizioni, sulla moderazione e sul riformismo di impronta progressista.

Il programma politico di Prodi prevedeva la continuazione del lavoro di risanamento dell'economia italiana, che i predecessori Amato, Ciampi e Dini avevano iniziato, per risolvere la notevole crisi economica dell'epoca. Con la convinta prospettiva di far partecipare l'Italia al progetto della moneta unica europea che richiedeva il rispetto di precisi parametri economici, sentiti molto difficili da raggiungere in quel momento in cui si era da qualche anno usciti dal Sistema Monetario Europeo (vi si rientrò nel novembre del 1996).

Si riuscì a raggiungere l'obiettivo, portando il rapporto deficit/PIL nel 1998, il principale parametro del Trattato di Maastricht, lontano dalla soglia minima richiesta dall'Europa. Per il riordino dei conti italiani fu anche stabilito un contributo straordinario, chiamato anche "eurotassa" o "tassa per l'Europa", commisurata ai redditi delle persone, che venne in seguito per il 60% restituita nel 1999, com'era stato prospettato al momento del suo varo, giustificata da un consolidato quadro economico e dal fatto che l'entrata nell'euro aveva portato un considerevole risparmio di interessi sui titoli di Stato.

Dall'ottobre 1998 Romano Prodi non proseguirà la sua azione di governo a causa di un voto di fiducia alla Camera dei deputati non ottenuto per un solo deputato, in seguito al ritiro dell'appoggio di una parte del gruppo di Rifondazione Comunista, in rottura con la linea politica della coalizione dell'Ulivo, durante le fasi di approvazione della nuova legge finanziaria. La crisi di governo si risolse con la successione a Massimo D'Alema, quindi mantenendo una continuità di scelte politiche e con diversi ministri che vengono confermati nel proprio ruolo. L'esclusione di Romano Prodi fu un momento di crisi per il progetto dell'Ulivo, per rilanciarlo nel febbraio 1999 fonda I Democratici, un movimento politico dedicato al raggiungimento dello scopo di mettere assieme in un unico partito coloro che si riconoscono nell'Ulivo. Nel marzo del 1999 Romano Prodi fu nominato Presidente della Commissione Europea, lasciando quindi la guida del nuovo movimento, che partecipando all'elezioni europee raccolse il 7,8% dei consensi.

Designato dai governi europei alla Commissione Europea, viene accolto con un appoggio ampio composto in particolare dai parlamentari europei popolari e socialdemocratici. Durante la sua presidenza sono avvenute alcune innovazioni nell'Unione: il 1° gennaio 2002, l'entrata in vigore dell'Euro come valuta corrente in undici paesi dell'Unione; il 1° maggio 2004 l'allargamento dell'Unione ad altri 10 paesi: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria; il 29 ottobre 2004, la firma a Roma della Costituzione europea. Molte furono le riforme proposte o appoggiate da Prodi, in materia di mercato interno e di unificazione dello spazio giudiziario europeo (tra cui il cosiddetto "mandato d'arresto europeo").

Terminato il suo mandato alla Commissione Europea, Prodi è ridivenuto un punto di riferimento del centrosinistra italiano, venendo scelto da tutti i partiti della coalizione come leader dell'Unione.

La nuova coalizione dell'Unione ha compiuto il suo debutto in occasione delle elezioni regionali del 2005: il suo ritorno alla guida dell'alleanza del centrosinistra è stato salutato dal brillante risultato con il quale l'Unione si è affermata in 12 delle 14 regioni interessate al voto.

Il 16 ottobre 2005 si sono svolte, invece, le elezioni primarie per la scelta "ufficiale" del candidato premier della coalizione alle elezioni dell'anno seguente. A proporre questo genere di consultazioni, organizzate per la prima volta in Italia, è stato lo stesso Prodi, che pur godendo del supporto dei maggiori partiti dell'Unione voleva l'approvazione dell'elettorato di centro sinistra, oltre a quella degli apparati burocratici dei partiti che lo compongono.

Prodi si è imposto a stragrande maggioranza, ottenendo il 74,1% dei consensi (su oltre 4 milioni di voti) e distanziando gli altri sei candidati. La consultazione si è così risolta in un indubitabile successo personale di Prodi, anche nei confronti dei settori politici della coalizione più dubbiosi della sua leadership.

Il 16 febbraio 2005 crea a Bologna la "Fabbrica del Programma". La fabbrica consiste fisicamente in un capannone in cui chiunque può portare un contributo al fine di una sua valutazione ed inclusione nel programma finale che verrà presentato per le prossime elezioni politiche.

Secondo la definizione dello stesso politico di Scandiano, la fabbrica è nata "Per comprendere un paese, per interpretare i suoi bisogni, per rispondere alle sue attese. Perché se si vuole migliorare una nazione bisogna prima conoscerla, ascoltarla. E io desidero davvero il concorso di tutti".

Il 9 aprile Romano Prodi ha vinto le elezioni politiche 2006 con uno scarto inferiore ai 25.000 voti. La sua coalizione ha conseguito 340 seggi alla Camera dei deputati e 159 seggi al Senato della Repubblica. Il limitato margine di preferenze con cui L'Unione ha prevalso nelle elezioni ha dato adito a numerosi reclami e ricorsi, alla fine respinti dalla Cassazione il 20 aprile, che ha confermato quindi la vittoria di Prodi.

Romano Prodi ha ricevuto l'incarico dal presidente Giorgio Napolitano il giorno 16 maggio 2006, accettando con riserva. Il giorno dopo, 17 maggio 2006 ha sciolto la riserva, comunicando la lista del Consiglio dei Ministri: curiosamente, ciò è avvenuto esattamente 10 anni dopo la data d'inizio del suo primo governo. Ha inizio il governo Prodi II.

Il governo Prodi II è il governo più numeroso nella storia della Repubblica (102 tra ministri, viceministri e sottosegretari). Con l'elezione di Franco Marini alla presidenza del senato e il passaggio all'opposizione del senatore eletto nelle liste di Italia dei Valori, Sergio De Gregorio, al senato la situazione è diventata di 157 a 157 (infatti il presidente del senato, per prassi, non vota) diventando determinante il voto dei senatori a vita e dell'indipendente Luigi Pallaro. Con tale situazione creatasi al Senato, il governo è andato in minoranza in alcune votazioni in Aula e in commissione. In un caso, anche in una votazioni sulla fiducia. Il voto favorevole di alcuni dei sette senatori a vita (Andreotti, Ciampi, Colombo, Cossiga, Levi-Montalcini, Pininfarina, Scalfaro) è stato spesso decisivo. In seguito al comportamento dei senatori a vita in alcune votazioni, la Casa delle libertà ha aperto una polemica nella quale metteva in discussione le prerogative che la Costituzione della Repubblica Italiana, nell'articolo 59, assegna agli stessi.

L'indagine mondiale sulla libertà di stampa (Freedom of the Press 2004 Global Survey) uno studio annuale pubblicato dall'organizzazione americana Freedom House, ha promosso l'Italia al grado di "libera" (Free) dopo averla per due anni consecutiva retrocessa al grado di "parziale libertà" motivando questo avanzamento al Governo Prodi che ha permesso maggiore libertà mediatica ed eliminato le barriere che erano state apposte dal precedente Governo Berlusconi contro giornalisti sgraditi al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Nel corso dell'attività del secondo governo Prodi e su iniziativa dello stesso è stata ripresentata all'ONU una risoluzione relativa alla moratoria universale della pena di morte. Tale risoluzione, non vincolante ma dal forte significato simbolico, è stata approvata il 18 dicembre 2007 dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Romano Prodi, nel corso del suo secondo esecutivo, si è trovato ad affrontare due crisi di governo: la prima nel febbraio 2007, risoltasi con il rinvio del governo alle camere da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il rinnovo della fiducia, la seconda, invece, nel gennaio 2008, questa volta fatale per l'esecutivo.

Il 21 febbraio 2007 Romano Prodi ha rimesso il suo mandato di Presidente del Consiglio dei Ministri nelle mani del Presidente della Repubblica, dopo che al Senato la risoluzione della maggioranza di centrosinistra per l'approvazione delle linee guida di politica estera, appena illustrate all'assemblea dal Ministro degli Esteri Massimo D'Alema, non aveva ottenuto il quorum di maggioranza. Pur non essendo questo voto costituzionalmente vincolante all'apertura di una crisi di governo, di fatto essa si è verificata.

All'evento hanno fatto seguito numerose critiche sollevate dall'opposizione, anche a riguardo dello stesso D'Alema - il quale, il giorno precedente, aveva dichiarato che un voto contrario al Senato sulla politica estera avrebbe costretto il governo alle dimissioni. Prodi si è così recato al Palazzo del Quirinale e ha rimesso il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Quest'ultimo, dopo le formali consultazioni come da prassi costituzionale, il 24 febbraio ha rifiutato le dimissioni di Prodi, rinviando il Governo alle Camere per il voto di fiducia. Il 28 febbraio il Senato, con 162 voti a favore e 156 contrari, ha rinnovato la fiducia al governo Prodi. Determinante è stato, in questo caso, il passaggio alla maggioranza del senatore Marco Follini.

La prima crisi di governo si è definitivamente chiusa il 2 marzo seguente con il voto di fiducia alla Camera, con 342 voti a favore, 253 contrari e due astensioni.

La seconda e definitiva crisi di governo si è verificata il 24 gennaio 2008: a seguito dell'uscita del ministro della Giustizia Clemente Mastella e della propria lista Udeur dalla maggioranza a causa della mancata difesa del ministro da parte del governo in seguito ad un'inchiesta che coinvolse la moglie del ministro Mastella, veniva chiesto alle Camere il voto di fiducia. Dopo il voto favorevole alla Camera avvenuto il 23 gennaio, il II Governo Prodi non ha ottenuto la fiducia al Senato, con 156 sì, 161 no e un astenuto, su un totale di 319 votanti. Oltre al voto contrario dell'Udeur (fatta eccezione per il senatore Stefano Cusumano), contrari anche alcuni senatori di altre liste: Lamberto Dini, Domenico Fisichella e Franco Turigliatto.

Dopo la mancata fiducia a Palazzo Madama, il premier si è recato nella serata del 24 gennaio al Quirinale per rassegnare le dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Giorgio Napolitano.

Successivamente, dopo le elezioni politiche, Romano Prodi annuncia di lasciare la presidenza del PD. La decisione, già comunicata al segretario Veltroni a marzo, viene resa nota il 16 aprile 2008.

Il 12 settembre 2008, il segretario generale dell'ONU, Ban Ki-Moon, ha conferito a Prodi l'incarico di presiedere un nuovo Gruppo di lavoro ONU-Unione Africana per studiare il rafforzamento delle missioni di peacekeeping svolte dall'UA su mandato ONU, istituito dalla risoluzione 1809 del Consiglio di Sicurezza. La finalità è quella di rendere più proficui e stretti i rapporti tra l'ONU e l'Unione Africana, grazie anche all'esperienza maturata da Prodi in ambito internazionale.

Romano Prodi è stato coinvolto in alcuni procedimenti giudiziari.

In uno di essi risulta indagato per abuso d'ufficio nell'ambito dell'inchiesta "Why not" portata avanti dal procuratore (allora in carica) della Repubblica di Catanzaro Luigi De Magistris.Pare che dalle intercettazioni telefoniche risulti solo un "rapporto di amicizia" tra l'imprenditore calabrese Saladino ed il premier e quindi non risulterebbe essere implicato nel "comitato d'affari" che gestiva illegalmente i fondi europei.A fronte di ciò la procura di Roma, dopo aver avocato l'indagine a De Magistris, ha ritenuto opportuno fare istanza di archiviazione per l'ex premier.

Negli altri casi è stato riconosciuto non colpevole dalle accuse e non si è andati oltre le udienze preliminari: in alcuni casi è stata disposta l'archiviazione, in un caso si è prodotta sentenza, dichiarando il «non luogo a procedere» perché «il fatto non sussiste».

Le vicende riguardanti la vendita, risalente al 1993, da parte dell'IRI delle proprie società alimentari, facenti capo principalmente alla finanziaria SME, è stata oggetto d'indagini da parte della magistratura, quindi Romano Prodi, in quanto presidente dell'IRI durante la privatizzazione, è stato oggetto d'investigazione, insieme al consiglio d'amministrazione dell'IRI. L'IRI, durante il primo mandato di Prodi, nel 1985 fallì nell'intento di cedere la SME a privati. Dopo aver ottenuto per l'intero assetto della società solo l'offerta d'acquisto della Buitoni di Carlo De Benedetti, con essa siglò una intesa preliminare, da far approvare dal proprio Cda e dal governo. L'accordo prevedeva la vendita dell'intera partecipazione dell'IRI, pari al 64% del capitale, della SME e la cessione della Sidalm, a un prezzo in linea con quanto stabilito dalle perizie effettuate su richiesta dell'ente pubblico a soggetti terzi. Tale accordo non portò però ai suoi effetti. Nonostante l'approvazione all'unanimità del consiglio dell'IRI, fermamente intenzionata ad uscire dal settore alimentare, decisione appoggiata anche dal Comitato interministeriale per la Politica Industriale (CIPI), quanto stabilito saltò perché, alla fine, venne meno l'appoggio del governo, presieduto allora da Bettino Craxi, che vedeva come ministro per le Partecipazioni statali Clelio Darida, con cui il presidente dell'IRI aveva fino alla stipula dell'accordo relazionato sulla vicenda. Vi fu così un primo rinvio della decisione, causato dall'arrivo di una offerta anonima superiore del 10% di quella di De Benedetti poco prima dei termini a disposizione, seguita da una ulteriore offerta, da parte di Barilla, Berlusconi e Ferrero, davanti un'altra scadenza e da quelle di altri imprenditori. De Benedetti volle portare la questione con l'IRI in tribunale perché si sentì discriminato e pensò di poter far valere come contratto l'accordo firmato con Prodi. Dalla sentenza di primo grado, che diede torto alla Buitoni, scaturì il Processo SME, che vede imputati Silvio Berlusconi e altri per corruzione di giudici. Ciò nonostante, la sentenza in appello venne confermata, seppur criticandone le motivazioni addotte, e così anche in cassazione.

Toccata da problematiche giudiziarie, da dispute politiche e senza un esplicito assenso governativo, la questione della privatizzazione della SME venne nei successivi anni messa completamente da parte, nel 1988 un nuovo intervento del CIPI riconsiderò strategico il mantenimento del gruppo.

A distanza di molto tempo Berlusconi, nel corso del suo processo per corruzione di magistrati, durante il suo mandato di presidente del Consiglio, è intervenuto in sua difesa con delle dichiarazioni spontanee che hanno richiamato l'attenzione di Prodi. Qui ha sostenuto di aver fatto un'opera meritoria con il suo intervento, risparmiando allo Stato un cattivo affare, introducendo dubbi sulla correttezza della cessione a De Benedetti e al valore reale della partita. Ciò ha portato a una reazione di Prodi, allora presidente della Commissione, con la pubblicazione di comunicati stampa e documentazione in difesa del suo operato .

La vendita della SME avvenne solo tra il 1993 e il 1996, senza essere venduta per intero, ma suddivisa in varie parti. I procedimenti giudiziari che hanno coinvolto Prodi sono stati quattro, in tre è presente l'ipotesi di reato d'abuso d'ufficio. Il primo è iniziato dalle denunce contro ignoti di Giovanni Fimiani, un imprenditore condannato per bancarotta, che ha attribuito il fallimento delle proprie imprese al comportamento assunto dall'IRI. Richiamante l'intesa preliminare del 1985 per la cessione della SME dall'IRI alla Buitoni, venne archiviato nel 1997, ritenendo i magistrati privi di attendibilità le accuse di complotto ai suoi danni e i motivi avanzati dal denunciante sottostanti al fallimento delle proprie aziende. Per la vendita della Italgel alla Nestlé i magistrati convengono nell'archiviazione (1999), il reato ipotizzato viene escluso e si riconosce che il prezzo pagato dal compratore sia stato determinato secondo le procedure richieste.

Gli ultimi due casi riguardano la cessione della Cirio-Bertolli-De Rica e di parte di questa dalla Fisvi all'Unilever, che portò a una sentenza d'assoluzione nell'udienza preliminare, e delle consulenze che Prodi avrebbe svolto per Goldman Sachs e General Electric durante il mandato all'IRI, indagini seguite in conseguenza di un articolo della stampa, che parlava anche di evasione fiscale, di cui la magistratura conviene nel disporre l'archiviazione nel 2002.

Nell'ambito delle indagini per la vendita della Cirio-Bertolli-De Rica, Romano Prodi era indagato per abuso d'ufficio. Prodi era stato nel 1990 advisory director della Unilever NV (Rotterdam) e della Unilever PLC (Londra), gruppo che secondo le indagini aveva gestito la trattativa attraverso la Fisvi. Secondo l'accusa quindi Prodi avrebbe favorito la Fisvi, sebbene questa non avesse i mezzi finanziari per acquistare la Cirio-Bertolli-De Rica, in modo da agevolare indirettamente l'Unilever, aggirando così l'obbligo di conseguimento del miglior prezzo previsto dalle direttive CIPE.

L'inchiesta fu nota dal 23 febbraio 1996 e portò a una sentenza di non luogo a procedere nell'udienza preliminare il 22 dicembre 1997, con la più ampia formula di proscioglimento «perché il fatto non sussiste». Il GUP Eduardo Landi citò nelle motivazioni anche la riforma dell'abuso d'ufficio, varata pochi mesi prima (il 10 luglio) su iniziativa dell'Ulivo e votata anche dalla coalizione avversaria.

La riforma dell'abuso di ufficio era prevista nei programmi di tutte le forze politiche presentatesi alle elezioni del 1996. Il lavoro su questo argomento era già stato avviato da diversi gruppi parlamentari e dal Governo Dini fino alle elezioni dell'aprile '96. Il provvedimento nasceva quindi non per iniziativa governativa ma per iniziativa parlamentare. La riforma, fu, fin dal maggio del '96, oggetto di un confronto con i sindaci di tutti gli orientamenti politici che sollecitavano provvedimenti tesi a far superare difficoltà, resistenze e ostacoli che appesantivano il lavoro delle amministrazioni locali.

L'abuso di ufficio, così com'era allora configurato, conferiva ai giudici un ampio potere discrezionale di giudizio nei confronti delle scelte degli amministratori locali, determinando sovente rallentamenti anche molto rilevanti delle attività delle amministrazioni, per questo la necessità di provvedere a questa riforma raccoglieva il consenso unanime degli amministratori locali sia di centrodestra sia di centrosinistra.

Il giudice pronunciò una sentenza di non luogo a procedere con la più ampia formula di proscioglimento (il fatto non sussiste) e con l'acquisizione di una perizia d'ufficio che accertò la congruità del prezzo di vendita della parte della SME ceduta. La sentenza confermò la regolarità del procedimento seguito per la vendita ed il Giudice ha inoltre accertato che Prodi non aveva avuto rapporti con Unilever e aveva comunque già cessato il proprio rapporto con Goldman Sachs nel periodo in cui è avvenuta la cessione di CBD a favore di Fisvi, cui è seguita quella parziale per il settore "olio" in favore di Unilever.

Alcuni hanno criticato tale riforma e la sua relazione con l'indagine su Prodi. I giornalisti Peter Gomez e Marco Travaglio definiscono «per certi versi imbarazzante» il fatto che tra le motivazioni ci sia un riferimento alla legge varata dall'Ulivo, ma riconoscono che tale riferimento «non fu affatto decisivo per quella sentenza» in quanto Prodi fu prosciolto perché il fatto non sussisteva. Secondo Silvio Berlusconi invece «Prodi s'è salvato grazie all'amnistia e alla modifica dell'abuso d'ufficio. Quelle sì che furono leggi ad personam, quando lui doveva rispondere davanti ad un GIP dei finanziamenti che le sue partecipazioni statali davano alla DC» (21 gennaio 2006). Tuttavia Romano Prodi non ha usufruito dell'amnistia e non è stato indagato per finanziamento illecito.

In seguito alla sua prima elezione alla presidenza IRI nel 1982, a Prodi venne contestato di non aver abbandonato il ruolo di dirigente in Nomisma, configurando un potenziale conflitto di interessi. Negli anni successivi l'IRI stipulò alcuni contratti di consulenza con la società, che portarono a dubitare sulla trasparenza dell'operazione: in un primo processo, concluso nel 1988, Romano Prodi venne assolto con formula piena in quanto alla luce delle indagini non si configurava reato nel suo comportamento.

Il giudice Francesco Paolo Casavola che lo assolse dichiarò::«L'idea che le commesse siano state affidate perché a richiederle erano il presidente dell'Iri e il suo assistente alle società collegate è verosimile, ma non assume gli estremi di reato».

Il 10 giugno 1981, Romano Prodi fu chiamato a testimoniare davanti alla Commissione Moro perché aveva dichiarato di aver partecipato, il 2 aprile 1978, ad una seduta spiritica, durante un pranzo familiare in campagna con alcuni amici, tra i quali gli economisti e Mario Baldassarri e Alberto Clò, quest'ultimo propositore dell'esperimento divinatorio e proprietario della casa.

I commensali raccontarono agli inquirenti che nel corso della seduta spiritica, iniziata per gioco, alla domanda dove è tenuto prigioniero Aldo Moro?, il piattino utilizzato avrebbe composto varie parole: prima alcune senza senso, poi Viterbo, Bolsena e Gradoli. Aldo Moro, rapito 17 giorni prima, il 16 marzo 1978, era al momento tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse. Il professor Prodi, in seguito alla seduta, si recò a Roma il 4 aprile, e raccontò dell'indicazione al proprio conoscente Umberto Cavina, capo ufficio stampa dell'on. Benigno Zaccagnini.

L'informazione fu ritenuta attendibile dal momento che, il 6 aprile, la questura di Viterbo, su ordine del Viminale, operò una perlustrazione sistematica del borgo medievale di Gradoli sito sulle rive del lago di Bolsena, alla ricerca della prigione di Moro. La vedova di Moro affermò di aver più volte indicato l'esistenza a Roma di una via Gradoli agli inquirenti, senza che questi estendessero le ricerche anche in quella direzione; circostanza confermata anche da altri parenti dello statista, ma energicamente smentita da Francesco Cossiga, all'epoca dei fatti ministro dell'interno. Fallito il blitz conseguente alla seduta spiritica, il 18 aprile i vigili del fuoco, a causa di una perdita d'acqua, scoprirono a Roma, in via Gradoli 96, un covo delle Brigate Rosse da poco abbandonato, che si sarebbe rivelato come la base operativa del capo della colonna romana delle BR, Mario Moretti, il quale aveva preso parte all'agguato di via Fani.

Il caso venne riaperto nel 1998 dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo e le stragi, Il fine della Commissione era accertare se la vicenda della seduta spiritica fosse in realtà un modo per celare la vera fonte del nome "Gradoli" (per esempio un informatore vicino alle BR) e capire se il nome "Gradoli" fosse stato comunicato con tanta celerità alle forze dell'ordine con lo scopo di salvare Moro. L'allora presidente del consiglio Prodi, dati gli impegni politici di poco precedenti alla caduta del suo governo nell'ottobre 1998, si disse indisponibile per ripetere l'audizione; si dissero disponibili Mario Baldassarri ed Alberto Clò , Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 36' seduta, 23 giugno 1998</ref>, entrambi, pur ammettendo di non credere allo spiritismo e di non aver più effettuato sedute spiritiche dopo quella, confermarono la genuinità del risultato della seduta (alla critica sul fatto che qualcuno avrebbe potuto guidare il piattino, Clò sostenne che la parola "Gradoli", così come "Bolsena" e "Viterbo", si erano formate più volte e con partecipanti diversi) e dichiararono che né loro, né, per quanto ne sapevano, nessuno dei presenti (partecipanti al gioco del piattino o meno) aveva conoscenze nell'ambiente dell'Autonomia bolognese o negli ambienti vicini alle BR.

Successivamente si scoprirà che l'appartamento era già stato segnalato e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS per diversi anni, in quanto frequentato precedentemente da esponenti di Potere operaio e Autonomia Operaia. Si scoprirà anche che alcuni esponenti del 'ndrangheta, contattati nel tentativo di trovare la prigione di Moro, avevano comunicato che la zona di via Gradoli era una "zona calda" e che questo avvertimento era già stato comunicato sia ai vertici della Democrazia Cristiana sia agli organi di polizia.

Con il nome giornalistico di Affare Telekom Serbia si intende la vicenda giudiziaria che riguarda l'acquisto di azioni dell'azienda telefonica Telekom Serbia da parte di Telecom Italia. Secondo la ricostruzione basata sulle dichiarazioni del faccendiere svizzero Igor Marini, nel corso di tale compravendita sarebbero state pagate delle tangenti ad esponenti del centrosinistra, tra le quali una supposta tangente di 125 mila dollari versata a Romano Prodi e Lamberto Dini. Tali accuse si rivelarono totalmente infondate e le prove chiave prodotte a loro supporto si rivelarono dei falsi. La commissione parlamentare istituita per fare luce sugli eventi dall'allora Governo Berlusconi II non formulò alcuna accusa diretta e non presentò al Parlamento la relazione finale. Nel 2005 l'indagine della Procura di Torino aperta nel 2001 sui vertici di Telecom del '97 venne archiviata.

In un'intervista su La Repubblica Oleg Gordievskij, anche lui ex agente del KGB e poi collaboratore del MI6, sostenne invece di aver partecipato ad un incontro con Litvinienko e Scaramella in cui il primo avrebbe riportato le parole pronunciate da Anatoly Trofimov ("Prodi è un nostro uomo"). Gordievskij tuttavia nell'intervista aggiunse che secondo lui Litvinienko stava mentendo e che l'informazione era stata attribuita ad una fonte, Anatolij Trofimov, che non avrebbe potuto in ogni caso smentirla in quanto era stato ucciso, sottolineando più volte la scarsa attendibilità dello stesso Scaramella. Gordievskij afferma anche che sia Scaramella che Guzzanti (presidente della commissione parlamentare d'inchiesta Mitrokhin), oltre ad alcuni eurodeputati inglesi, stavano facendo pressioni su di lui per avere informazioni che potessero legare Prodi ed altri politici della sinistra italiana al KGB (informazioni che lui non possedeva), e che Litvinienko, a causa di continue difficoltà economiche, aveva probabilmente deciso di riferire a Scaramella quello che quest'ultimo voleva sentirsi dire.

Dal momento che molte delle accuse mosse a Prodi non sono poi state supportate da prove reali i suoi sostenitori ritengono che vi sia in realtà stata, da parte dei suoi nemici politici, una precisa strategia volta a causare danni alla credibilità dello stesso Prodi attaccandone la reputazione (strategia che in inglese viene indicata come character assassination). Questo è quanto sarebbe emerso dalle intercettazioni telefoniche di Mario Scaramella, membro della commissione Mitrokhin il quale è stato successivamente arrestato per ordine della magistratura per i reati di traffico internazionale di armi e violazione del segreto d'ufficio. Secondo tale posizione uno strumento democratico come una Commissione parlamentare sarebbe stato utilizzato come mezzo di lotta politica.

Il 22 gennaio 2008 la Giunta per le immunita' parlamentari del Senato, rispondendo alle richieste del Gip di Roma, ha però ritenuto non utilizzabili in quanto illegali le intercettazioni telefoniche che riguardano Paolo Guzzanti, tra cui quelle tra questo e Mario Scaramella. Lo stesso Scaramella nel febbraio 2008 è stato condannato (con un patteggiamento) a quattro anni di carcere per concorso in importazione, detenzione e porto di munizionamento da guerra, esplosivo e armi, e per il quello che riguarda il reato di calunnia nei confronti dell'ex agente del KGB Alexander Talik, accusato di voler organizzare un attentato contro di lui, il suo interprete e Paolo Guzzanti.

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Clemente Mastella

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Mario Clemente Mastella (Ceppaloni, 5 febbraio 1947) è un politico italiano, fondatore e segretario nazionale dei Popolari-UDEUR, partito politico centrista di ispirazione cattolica. È stato ministro del Lavoro nel Governo Berlusconi I dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995 e Ministro della Giustizia nel governo Prodi II dal 17 maggio 2006 al 17 gennaio 2008. È stato lungamente in Parlamento, dal 1976 al 2008, prima come deputato poi come senatore.

Ha presentato le sue dimissioni dalla carica di Guardasigilli il 16 gennaio 2008, a seguito dell'inchiesta giudiziaria nella quale erano stati coinvolti lui e la moglie Sandra Lonardo, in quel momento Presidente del Consiglio regionale della regione Campania.

È stato sindaco di Ceppaloni, suo paese natale, dal 2003 al 2008.

Si candiderà per le Elezioni europee del 2009 tra le file del PDL.

Laureato in filosofia, è giornalista professionista. La sua carriera come giornalista e i suoi esordi nella vita politica sono stati ampiamente descritti da lui stesso in varie interviste, citate ad esempio nel recente libro "La casta" dei giornalisti Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, dove si legge come l'assunzione alla Rai di Mastella sarebbe stata agevolata da una raccomandazione del potentissimo democristiano Ciriaco De Mita, tanto che ne seguirono ben 3 giorni di sciopero della redazione locale. In vista delle elezioni politiche del 1976, come racconta lui stesso, nelle pause pranzo dei dipendenti della Rai, chiedeva "ai centralinisti di telefonare nei comuni del mio collegio elettorale. Mi facevo introdurre come direttore della Rai e segnalavo questo nostro bravo giovane da votare: Clemente Mastella. Funzionò". Mastella fu quindi eletto deputato, nelle file della Democrazia Cristiana. Dopo un lungo trascorso politico nella Democrazia Cristiana, fonda nel 1994 il CCD di cui diviene presidente, condividendone la leadership con Pier Ferdinando Casini.

Dopo la vittoria del Polo delle Libertà alle elezioni del 1994, diventa ministro del Lavoro nel Governo Berlusconi I.

Nel febbraio 1998 è protagonista di una scissione interna al CCD, raccogliendo l'appello dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di costituire una nuova formazione politica di centro, alternativa alle due coalizioni.

Mastella fonda così i CDR, Cristiano Democratici per la Repubblica, che si uniscono al CDU nella formazione di gruppi parlamentari unitari.

Nel giugno successivo i CDR confluiscono con altre formazioni nel progetto politico dell'UDR, Unione Democratica per la Repubblica, di cui Mastella diventa segretario nazionale.

Dopo la breve esperienza (la storia dell'UDR termina dopo appena un anno), nel 1999 fonda l'UDEUR, Unione Democratici per l'Europa, partito politico spiccatamente di centro.

Nel 2000 fu, insieme a Salvatore Cuffaro, testimone di nozze del braccio destro di Bernardo Provenzano, Francesco Campanella, l'uomo che fornì a Provenzano i documenti falsi per andare in Francia a operarsi alla prostata. Campanella era il segretario dei giovani dell'UDEUR.

È deputato alla Camera ininterrottamente dal 1976, riconfermato per otto legislature consecutive. Alle elezioni politiche del 2001 è stato eletto con il sistema proporzionale nella seconda circoscrizione della Campania.

Nel 2003 si candida a sindaco di Ceppaloni, appoggiato da Forza Italia e SDI, nella lista "Ceppaloni al centro", vincendo le elezioni contro il candidato appoggiato dal centro-sinistra e Rifondazione.

Alle elezioni politiche del 9 aprile 2006, Clemente Mastella è eletto al Senato della Repubblica come candidato dell'U.D.Eur Popolari. Presentatosi sia nella regione Campania (dove il partito ha ottenuto il 5,2% dei voti, ottenendo due seggi) che nella Calabria (4,23%, un seggio), ha optato per rappresentare quest'ultima.

L'8 marzo del 2007 partecipa ad Anno Zero, trasmissione televisiva condotta da Michele Santoro. Dopo un acceso dibattito con il presentatore, decide di abbandonare lo studio, tacciando Santoro di uso improprio della televisione pubblica. Successivamente, ha deciso di intraprendere un'azione legale contro Raidue.

A seguito dell'organizzazione delle consultazioni primarie per scegliere il candidato premier dell'Unione, Mastella ha deciso di presentare la sua candidatura per "presidiare il centro" della coalizione.

Le elezioni primarie si sono svolte il 16 ottobre 2005: Mastella è arrivato terzo, raccogliendo 196.014 voti (il 4,6% dei consensi), alle spalle di Romano Prodi, che ha ricevuto l'investitura di candidato premier della coalizione, e di Fausto Bertinotti.

Nella giornata delle votazioni, ha criticato l'organizzazione dell'evento, definendo le primarie come un "gioco fasullo". A scatenare la miccia è stato il fatto che, a metà mattinata, nel suo paese di residenza (di cui Mastella era anche sindaco), Ceppaloni, le schede erano già terminate e molta gente non ha potuto votare: "Se non ci vogliono, ce lo dicano", ha incalzato Mastella, accusando altresì di essere venuto a conoscenza che in diversi seggi di Roma erano pronte schede già votate per Prodi e pronte per essere inserite nelle urne. Già in precedenza, Mastella aveva denunciato incongruenze nell'allestimento dei seggi sostenendo che erano stati costituiti in numero inferiore al Sud, dove lui è più forte.

L'UDEUR, pertanto, minaccia di garantire soltanto l'appoggio esterno alla coalizione di centro-sinistra, ma nei mesi successivi i rapporti con la coalizione si ricompongono e l'UDEUR firma il programma dell'Unione per le elezioni 2006, ricoprendo, dopo la vittoria elettorale, l'incarico di Ministro di Grazia e Giustizia.

Il 17 maggio 2006, a sorpresa, viene nominato Ministro della Giustizia nel secondo governo Prodi (il leader dell'UDEUR aveva chiesto per sé il Ministero della Difesa contrapponendosi a Emma Bonino, ma alla fine dato ad Arturo Parisi).

A luglio 2006 viene varato dal Parlamento un provvedimento di indulto, che è causa di divergenze tra Mastella ed il collega Antonio Di Pietro, ministro delle Infrastrutture. Mastella - in qualità di ministro della Giustizia - è tra i favorevoli alla misura, che prevede la scarcerazione di circa 15 mila carcerati; Di Pietro è aspramente contrario e lo definisce "un colpo di spugna immorale e inaccettabile". Nello stesso periodo si esprime a favore della completa impunità per tutti i personaggi e le società coinvolte nell'inchiesta Calciopoli.

Il 29 luglio, dopo l'approvazione definitiva da parte del Senato, che sancisce l'entrata in vigore dell'indulto come legge, Mastella dedica questo provvedimento al papa Giovanni Paolo II che, in occasione di una sua visita al Parlamento, chiese un provvedimento di clemenza per i carcerati.

Il 23 ottobre 2006, la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva la legge 24 ottobre 2006 n. 269 (meglio nota come Ddl Mastella) che modifica e sospende alcuni aspetti della riforma dell'ordinamento giudiziario licenziata nella XIV legislatura, in particolare per quanto riguarda le disposizioni sulla separazione della carriere dei magistrati e sull'accesso in magistratura.

Il 10 aprile 2007 dichiara: "Se c'è referendum si rischia la crisi di governo".

A settembre 2007 ha chiesto al Consiglio Superiore della Magistratura di disporre il trasferimento cautelare d'ufficio nei confronti del pubblico ministero di Catanzaro Luigi de Magistris, il magistrato stava indagando su un presunto comitato d'affari composto da politici e magistrati lucani.

Il 16 gennaio 2008 la Corte Costituzionale da il via libera al referendum, e lo stesso giorno Clemente Mastella annuncia le sue dimissioni dalla carica, motivate dalla "mancata solidarietà politica" da parte del centro-sinistra rispetto alla vicenda che lo vede indagato. Le dimissioni sono respinte dal Presidente del Consiglio.

Le nuove nomine fatte da Mastella ai vertici del Ministero sono state aspramente criticate dalla Corte dei conti, che ha rifiutato il visto al decreto di nomina di un nuovo direttore generale delle risorse materiali, beni e servizi.

Il Ministro aveva sino ad allora nominato un dirigente di ruolo di seconda fascia alla Direzione dell'Ufficio Speciale Napoli; al Dipartimento Affari di Giustizia, Direzione generale del Contenzioso e dei Diritti Umani, Gianpaolo Nuvoli, già deputato di Forza Italia poi passato al suo partito, l'UDEUR; ed infine un dirigente dell'INPS a direttore delle risorse materiali, nomina annullata dalla Corte dei conti.

Ha poi nominato componente esterno della Commissione di valutazione dei dirigenti l'ex Senatore Alfredo D'Ambrosio che durante la legislatura 2006-2008 era passato da Forza Italia all'UDEUR.

Nella sua ultima seduta della XV legislatura, il 26 febbraio 2008, il Senato ha approvato il cd. «Decreto Milleproroghe», contenente, tra l’altro, un emendamento che ha consentito la stabilizzazione come dirigenti di alcuni funzionari classificatisi ultimi ad un concorso per dirigenti del 1997. La graduatoria di questo concorso, originariamente bandito per soli 23 posti, è stata tenuta aperta e fatta scorrere fino a ricomprendere il 148° in graduatoria. Autore dell’emendamento, l’On. Francesco Adenti dell’UDEUR.

Il 17 gennaio 2008 conferma le sue dimissioni e concede in un primo momento l'appoggio esterno al governo.

Il 21 gennaio 2008 apre la crisi di governo durante un comunicato stampa dalla sede dell'UDEUR dichiarando di lasciare la maggioranza dopo 2 anni.

Il 23 gennaio 2008 l'UDEUR si astiene sul voto di fiducia alla Camera dei deputati.

Il 24 gennaio 2008 il governo cade a seguito del voto contrario alla fiducia. Votano contro la fiducia due dei senatori dell'UDEUR, due dei senatori dei Liberal Democratici, Domenico Fisichella e Franco Turigliatto, tutti eletti nello schieramento di centro-sinistra.

Il 6 febbraio 2008, nel corso della trasmissione televisiva Porta a porta, Mastella si dichiara pronto a partecipare alle elezioni politiche indette per il 13 aprile 2008 con la Casa delle Libertà anche a costo di rinnegare il simbolo del suo partito, affermando: «Quando c'è una evoluzione nel corso delle cose, bisogna saperle prendere per il verso giusto e andare avanti in quella direzione». Berlusconi aveva già fatto trapelare nei mesi precedenti contatti con Mastella che ora parevano concretizzarsi nella promessa del leader di Forza Italia di una posizione di rilievo all'interno della nuova formazione politica del PdL. Ancora una volta Mastella cambia coalizione passando dal centro-sinistra al centro-destra. Il capogruppo della Lega Nord al Senato, Roberto Castelli, tuttavia, si dichiara immediatamente contrario. Nei giorni a seguire Berlusconi, nonostante la sua iniziale disponibilità a collocarlo in una posizione di rilievo, decide di escluderlo dal suo schieramento affermando che, secondo alcuni sondaggi, la sola presenza di Mastella nelle liste dell'alleanza avrebbe fatto perdere quasi il 12% dei consensi; analogo trattamento gli viene riservato nella neonata formazione di centro Rosa bianca, e rimane completamente isolato.

Il 6 marzo 2008, dopo un paio di giorni di riflessione, decide quindi di non candidarsi alle elezioni politiche del 2008, per la prima volta dopo 32 anni,e ciò nonostante l'offerta di un posto nelle liste del Partito Socialista fattagli dal segretario Enrico Boselli.

Allo stesso modo, scaduto il mandato di sindaco a Ceppaloni, decide di non ripresentarsi nemmeno alle elezioni comunali.

Dall'ottobre 2008 viene ingaggiato (senza percepire alcun compenso) dalla RAI come inviato per seguire le partite del Napoli nella trasmissione Quelli che il calcio.

Il 14 ottobre 2007 Clemente Mastella viene iscritto nel registro degli indagati della procura di Catanzaro nell'ambito dell'inchiesta "Why not" del sostituto procuratore Luigi De Magistris: l'ipotesi di reato è abuso di ufficio. Il ministro è sospettato di essere coinvolto in una "rete" costituita da politici, imprenditori, giudici e massoni finalizzata ad ottenere finanziamenti dallo Stato e dall'Unione Europea. Il coinvolgimento del ministro nell'inchiesta è motivato dai suoi rapporti con l'imprenditore Antonio Saladino. L'indagine coinvolge l'attività imprenditoriale di Saladino, titolare in passato di una società di lavoro interinale denominata "Why not". Agli atti figurano, tra l'altro, intercettazioni di colloqui telefonici proprio tra Mastella e Saladino.

Il 16 gennaio 2008, dopo il provvedimento di arresti domiciliari nei confronti della moglie Sandra Lonardo, Mastella presenta le sue dimissioni da ministro, sostenendo di essere vittima, insieme alla sua famiglia, di un attacco della magistratura. Le dimissioni vengono respinte dal Presidente del Consiglio Romano Prodi e nel tardo pomeriggio della stessa giornata le agenzie di stampa scrivono che anche lo stesso Mastella sarebbe indagato nell'ambito dell'inchiesta riguardante la moglie.

Il giorno seguente, Mastella conferma le proprie dimissioni ed annuncia che il suo partito, l'UDEUR, darà "appoggio esterno" al governo. Il 21 gennaio Mastella modifica la propria posizione dichiarando di uscire dalla maggioranza e di voler votare no alla questione di fiducia. Il governo Prodi cade il 24 gennaio in seguito al voto di sfiducia.

L'8 marzo dello stesso anno la Procura Generale di Catanzaro, che aveva avocato a sé le indagini dopo la dichiarazione d'incompatibilità del sostituto procuratore De Magistris, chiede l'archiviazione delle accuse ipotizzate a carico di Mastella, che esce dall'inchiesta. Nelle motivazioni, depositate il 1° aprile, il Gip ha affermato che "non vi erano neanche gli estremi per poter iscrivere Mastella nel registro degli indagati". L'ex Guardasigilli ha annunciato che intende "valutare tutte le possibili azioni giudiziarie e amministrative a tutela della mia persona" e dichiara di voler "chiedere il risarcimento dei danni a chi ha lavorato, sul piano giudiziario, quello mediatico e quello politico, per la mia eliminazione politica".

Il 14 febbraio 2009 il Popolo della libertà comunica la candidatura nelle sue liste di Mastella alle elezioni europee del 2009, puntualizzando che il sodalizio con l'Udeur verrà esteso anche alle elezioni amministrative in Campania, dove i due partiti presenteranno candidati comuni.

Nel 1994 fonda il CCD di cui diviene presidente, e al cui progetto aderisce immediatamente Lorenzo Cesa, che viene messo a capo della segreteria politica. In quel periodo Cesa era, da pochi mesi, sotto processo (nonchè reo confesso) per un importante caso di corruzione legato al ministero dei Lavori Pubblici.

Molto discussi sono i trascorsi rapporti di amicizia con l'ex-presidente del consiglio comunale di Villabate e condannato per mafia Francesco Campanella. Rapporti tanto stretti che Mastella fu testimone delle nozze del Campanella nel 2000. Alle stesse nozze fu testimone anche il presidente della Regione Sicilia Salvatore Cuffaro, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e poi condannato in primo grado nel gennaio del 2008 a 5 anni di carcere per favoreggiamento semplice ad uomini vicini al superboss Bernardo Provenzano.

All'inizio del febbraio 2007 egli viene raggiunto da un avviso di garanzia da parte della Procura della Repubblica di Napoli. L’ipotesi formulata dagli inquirenti è quella di concorso in bancarotta fraudolenta per il fallimento del Napoli Calcio, dichiarato nel 2004 con sentenza del Tribunale di Napoli. L'iscrizione nel registro degli indagati rappresenta un fatto dovuto, dal momento che, all'epoca della commissione dei presunti illeciti (2002), Mastella era vicepresidente della società e membro del consiglio di amministrazione. Interpellato al riguardo, Mastella si è dichiarato estraneo al crac, sostenendo di non aver mai partecipato direttamente alla gestione della Società.

Nel maggio 2007 Mastella apre un blog personale scegliendo prima di non pubblicare i commenti contenenti insulti o critiche ritenute scorrette, poi (da ottobre) di lasciare i commenti aperti ai soli utenti registrati su Google. Ciò malgrado, anche i commenti non graditi fatti da utenti registrati continuano a non essere pubblicati. A parere di molti utenti questa sarebbe censura, in quanto non permetterebbe loro di criticare il suo operato come senatore e come ministro. In realtà nel blog risultano pubblicate anche moltissime critiche. Per evitare la "censura", sono stati ideati alcuni blog cloni, in cui vengono riportati i post di Mastella e i commenti possono essere pubblicati liberamente, senza che prima siano approvati dal ministro. Mastella ha denunciato uno di questi siti e la polizia postale ne ha chiesto l'oscuramento.

Nell'ottobre 2007 viene iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Catanzaro per l'inchiesta "Why not?" condotta dal PM Luigi De Magistris. Poche settimane prima, in qualità di Ministro della Giustizia, Mastella aveva chiesto il trasferimento cautelare dello stesso De Magistris. Per questo motivo al magistrato viene avocata l'inchiesta dalla procura. Per l'opinione pubblica c'è il sospetto che Mastella abbia richiesto il trasferimento appositamente per bloccare sul nascere l'inchiesta nei suoi confronti. Solidale nei confronti del ministro, invece, tutto il mondo politico ad eccezione di Antonio Di Pietro. Dopo l'avocazione delle indagini, la Procura Generale chiede quindi l'archiviazione delle accuse per Mastella , richiesta poi accolta dal Gip, che specifica che Mastella non avrebbe dovuto essere indagato. Gli stessi magistrati che avevano accusato i coniugi Mastella (oltre a De Magistris, poi trasferito e sottoposto a censura da parte del CSM) sono finiti anch'essi sotto inchiesta.

Il giornale di partito Il Campanile è stato oggetto di diverse indagini giornalistiche che ne hanno evidenziato la funzione "privata". In altri termini, oltre un milione e trecentomila euro di finanziamenti pubblici (limitandosi al solo 2005) sono serviti per pagare il contributo fattivo di Clemente Mastella , viaggi e trasferte della famiglia Mastella (98.000 euro nel 2005), liberalità e spese di rappresentanza (141.000 euro), liberalità (22.000), pacchi, dolciumi e torroni (17.000).

In sostanza, secondo una inchiesta de L'espresso, "all'ombra del "Campanile" Clemente Mastella, i suoi familiari e le loro società hanno ottenuto soldi e vantaggi grazie a un giornale finanziato con i soldi dei contribuenti".

Nel 1986 a Clemente Mastella, allora nell'ufficio stampa della Democrazia Cristiana, venne mostrato in una proiezione privata il film di Giuseppe Ferrara Il caso Moro. Terminata la proiezione Mastella inveì contro la produzione. Il giorno successivo la stampa riportò l'opinione negativa di Mastella, grazie alla quale il film, in un primo momento accolto freddamente dal pubblico, divenne un successo.

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Massimo D'Alema

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Massimo D'Alema (Roma, 20 aprile 1949) è un politico italiano, già Presidente del Consiglio dei Ministri dal 21 ottobre 1998 al 25 aprile del 2000. È stato il primo ed unico ex esponente del Partito Comunista Italiano a ricoprire il più alto ufficio del potere esecutivo in Italia.

È stato ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio del governo Prodi II (17 maggio 2006 - 8 maggio 2008).

È stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Comunista Italiana dal 1975 al 1980, segretario nazionale del Partito Democratico della Sinistra dal 1994 al 1998 e presidente dei Democratici di Sinistra dal 2000 al 2007. È vicepresidente dell'Internazionale Socialista e deputato eletto nel gruppo dell'Ulivo. Dal 2007 è esponente del Partito Democratico.

Dal 13 marzo 1991 è iscritto all'albo come giornalista professionista.

D'Alema è sposato con Linda Giuva, foggiana, professoressa associata di archivistica generale presso l'Università degli Studi di Siena, e ha due figli, Giulia e Francesco. È figlio di Giuseppe D'Alema, che è stato anche deputato del PCI, e Fabiola Modesti (morta nel marzo 2008).

È soprannominato scherzosamente "conte Max", da chi lo ritiene molto potente, sempre al centro di tutti i giochi politici, e "Baffino" o "Baffo di ferro" in riferimento ai suoi perenni baffi.

A causa del lavoro del padre Giuseppe la sua famiglia si trasferiva spesso da una città all'altra. La madre raccontava che con il marito si decise di non imporre nulla al figlio, soprattutto in materia di religione, ma che già a sei anni «era interessato a tutto e gli piaceva tanto qualsiasi cosa sapesse di politica».

Nei primi giorni di scuola si dichiarò ateo e non partecipò alle lezioni di religione, cominciando uno scontro con la maestra, che secondo lui ogni giorno faceva «la solita propaganda democristiana» e anticomunista.

Non ebbe mai difficoltà a scuola: non fece la quinta elementare e fu il primo agli esami di terza media, secondo la madre più per la sua spigliatezza che per una grande applicazione, perché non studiava molto sui libri di testo, preferendo quelli che trovava in casa e che leggeva avidamente, specie se di storia.

A Monteverde Vecchio era iscritto ai pionieri (associazione comunista per ragazzi e ragazze fino ai 15 anni) coi figli di Giancarlo Pajetta. Quando in quel quartiere si tenne un congresso del partito, fu scelto - aveva appena nove anni - come rappresentante dei pionieri: la madre ricorda che volle scriversi da solo il discorso per poi saperlo meglio, e che fece un'ottima figura, tanto da far dire a Togliatti «Capirai, se tanto mi dà tanto questo farà strada».

La sua militanza politica cominciò nel 1963, quando a 14 anni si iscrisse alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI). D'Alema è sempre stato considerato un «figlio del partito», perché è cresciuto in un ambiente "di partito": il PCI pervadeva la vita dei genitori e numerosi alti dirigenti del PCI erano amici di famiglia e lo conoscevano fin dalla sua infanzia, e in seguito ha percorso tutti i gradi della militanza.

A Genova, città presso la quale frequentò il liceo classico Andrea D'Oria e dove il padre era segretario regionale del PCI, si occupò di organizzare il movimento studentesco nella propria scuola: ad esempio per le manifestazioni contro la guerra in Vietnam; ma svolgeva anche volontariato in parrocchia e partecipava alla redazione del giornalino parrocchiale, oltre che alle lezioni di religione (pur essendo esonerato), discutendo sempre con l'insegnante, un sacerdote.

Dopo aver conseguito la maturità classica, nell'ottobre del 1967 si trasferì a Pisa per frequentare la Normale (corso di filosofia): arrivò quinto all'esame di ammissione. I vincitori del concorso ricevevano (e ricevono) vitto e alloggio gratuito nella sede storica di piazza dei Cavalieri.

All'esame di ammissione conobbe Fabio Mussi, che arrivò subito dopo di lui in graduatoria e ebbe una camera proprio a fianco alla sua. I due fecero subito amicizia e parteciparono assieme in posizione eminente alle grandi contestazioni degli studenti della Normale del periodo: recentemente era stato espulso Adriano Sofri, per aver infranto le rigidissime regole del collegio, che vietavano, fra l'altro, l'ingresso di ragazze nelle camere.

Dopo varie occupazioni, il regolamento fu modificato con la liberalizzazione degli accessi e l'abolizione dell'obbligo di pernottamento e dei rientri a orari predeterminati. In seguito, Mussi e D'Alema rischiarono anche l'espulsione, da cui si salvarono grazie all'appoggio di alcuni professori e all'impegno mostrato nello studio.

Grazie a queste esperienze, i due entrarono quasi subito nella dirigenza locale del PCI (il cui segretario, fra l'altro, aveva accolto calorosamente D'Alema, figlio di una suo vecchio amico del padre) e organizzarono molte iniziative e manifestazioni rischiando spesso il carcere e scontrandosi coi più radicali elementi di Lotta continua, che ritenevano D'Alema troppo allineato alla posizione del PCI.

D'Alema, però, si ritirò poco prima di discutere la tesi, che avrebbe dovuto vertere sull'opera Produzione di merci a mezzo di merci dell'economista Piero Sraffa, amico di Antonio Gramsci. Secondo l'amico del tempo Marco Santagata, D'Alema vi rinunciò per non essere sospettato di favoritismi, poiché l'intellettuale del PCI Nicola Badaloni era diventato preside di Lettere e Filosofia; sicuramente influirono notevolmente in questa scelta gli impegni politici assunti da D'Alema prima a livello locale, a Pisa, e poi a livello nazionale con la segreteria della FGCI.

Poco dopo entrò nel comitato federale nel partito e divenne capogruppo in consiglio comunale. In tale veste fu uno dei promotori della giunta Lazzari del luglio 1971, un esperimento inedito sostenuto da PCI, PSI, PSIUP e una parte della DC per superare un momento di stallo e votare il bilancio comunale.

Con questo, D'Alema conquistò l'attenzione dei vertici del partito e si fece la fama di aspirante capo del partito. Tuttavia non mancarono le contestazioni della sua linea, che provocò grandi discussioni: era ritenuto un saputello presuntuoso e si temevano le sue relazioni coi movimenti estremisti. Un altro ostacolo erano i commenti moralisti sulla sua relazione libera e aperta con Gioia Maestro, conosciuta da poco: ostacolo che fu rimosso con un matrimonio celebrato il 19 aprile 1973 e concluso un anno e mezzo dopo.

Nel 1975 Enrico Berlinguer stava cercando un successore per Renzo Imbeni alla guida della FGCI, per la quale voleva un nuovo corso: che la risollevasse dalla diminuzione degli iscritti e la portasse più vicina alla linea del Compromesso storico.

Il successore designato era Amos Cecchi, ma il suo protettore Carlo Alberto Galluzzi fu sostituito nella carica di supervisore della FGCI dall'amendoliano Gerardo Chiaromonte, amico di famiglia dei D'Alema, che scelse il futuro segretario fra D'Alema e Mussi, optando infine - dopo una cena informale coi due - per il primo, che pure non era formalmente iscritto all'organizzazione come previsto dallo statuto: la scelta di uno sconosciuto sembrò ai membri della FGCI un atto di forza e un attentato all'autonomia dell'organizzazione.

In quel periodo il motto della FGCI era "stare nel movimento": D'Alema cercò di mediare fra la sinistra extraparlamentare e il Partito per evitare una rottura definitiva, inizialmente senza risultati di rilievo. Per dare consistenza a questa prova di dialogo, si creò il settimanale Città futura, che arrivò a vendere 50.000 copie: era diretto da Ferdinando Adornato e ospitava articoli di persone dalle opinioni più varie, animato da Umberto Minopoli, Claudio Velardi, Giovanni Lolli, Goffredo Bettini, Marco Fumagalli, Walter Vitali, Giulia Rodano, Livia Turco, Leonardo Domenici: secondo D'Alema «l'ultima generazione di quadri del partito. Lì si formò un legame umano quel tipo di solidarietà non si è spezzato, anche se abbiamo preso strade diverse». Il giornale chiuse poco dopo.

Tuttavia, dopo il rapimento di Aldo Moro nel 1978, la FGCI prese maggiormente le distanze dagli autonomi, scegliendo di emarginare i terroristi. D'Alema, tuttavia, cercò di recuperare parte del movimento proseguendo la propria opera di mediazione: ebbe occasione di parlare con Berlinguer, che era colpito personalmente dal conflitto generazionale, dato che il figlio Marco Berlinguer si era avvicinato a posizioni estremistiche: in un famoso discorso a Genova preparò alla rottura dell'unità nazionale, con un forte richiamo ai giovani, che «in fondo sono figli nostri», anche nelle esagerazioni. Ai tempi si ebbe l'impressione che Napolitano e Chiaromonte imputassero questa svolta a sinistra a D'Alema, che fu mandato in Puglia senza un incarico, come per punizione.

Il 19 marzo 1980 D'Alema arrivò a Bari, dove venne accolto dal segretario locale della FGCI, Renato Miccoli, con cui avrebbe convissuto per quasi quattro anni. Come primo atto da responsabile di stampa e propaganda acquistò la televisione locale TvZeta, finanziata anche con dei concerti. Poco dopo fu promosso responsabile dell'organizzazione. Come tale, partecipava a tutti i comizi, manifestazioni e incontri del partito, per costruire un rapporto diretto con la base del partito ed essere indipendente dal resto della dirigenza, che gli era ostile, ritenendo il suo arrivo un commissariamento.

I suoi discorsi inizialmente furono giudicati troppo freddi, ma presto apprese le tecniche oratorie e conquistò la base, così che quando, dopo le fallimentari amministrative del 1981 (vinte dai socialisti), il segretario regionale si dimise, egli fu eletto al suo posto: la sua rafforzata posizione aveva permesso a Berlinguer e Alessandro Natta di premere in suo favore senza esporsi eccessivamente.

Poco dopo, Berlinguer sferrò pesanti accuse al PSI e alla politica clientelare in generale (la cosiddetta questione morale), in particolare in un'intervista a Scalfari ne la Repubblica del 28 luglio 1981. D'Alema si attestò sulla stessa posizione e cominciò una dura battaglia per impedire al PSI di fare della Puglia una solida base politica e di potere: la prima mossa fu ostacolare ogni alleanza locale fra PSI e DC; a questo scopo formò a Bari una giunta di sinistra col socialista Rino Formica, mentre in molti altri comuni si alleò colla DC. Infine, nonostante le resistenze interne al partito, strinse un'alleanza con la DC anche per la Regione.

Con questo curriculum, al congresso del 1983 fu eletto membro della direzione nazionale, assieme ad altri dirigenti locali come Piero Fassino, Giulio Quercini e Lalla Trupia.

Nel 1984, nonostante D'Alema fosse soltanto un giovane dirigente locale, Berlinguer lo portò con sé al funerale di Jurij Andropov, per dare un forte segnale di rinnovamento e, si ipotizzò allora, per prepararlo alla successione in un congresso di due anni dopo.. Berlinguer però morì poco dopo e gli successe Alessandro Natta, una soluzione di transizione in vista dell'elezione a segretario di uno dei giovani selezionati da Berlinguer, di cui Occhetto e D'Alema erano i più in vista. Natta diede a D'Alema l'importante incarico dell'organizzazione, mentre Achille Occhetto, nel luglio del 1987, fu nominato vicesegretario.

Quando il 30 aprile 1988 Natta ebbe un infarto, D'Alema - che in quel periodo era direttore de l'Unità - a Italia Radio parlò per primo della successione, senza discuterne con lui. Nel frattempo Occhetto e D'Alema avevano spinto per modificare la linea del partito, rendendola più aggressiva verso il PSI di Bettino Craxi e più aperta verso un cambiamento del sistema politico imperniato sul maggioritario.

Fu eletto deputato per la prima volta nel 1987, nella circoscrizione Lecce-Brindisi-Taranto.

Nel 1990 concluse l'esperienza a capo de L'Unità: Occhetto aveva bisogno di lui per dare seguito alla Svolta della Bolognina. D'Alema, da coordinatore della segreteria, si occupava dei rapporti con l'ala sinistra del partito ed era una garanzia di stabilità, per il suo essere un «figlio del partito» che non l'avrebbe mai tradito o gettato a mare; al contrario, Occhetto appariva voler approfittare della svolta per demolire parte della tradizione del partito con cui non era a proprio agio. Infatti nel suo libro Il sentimento e la ragione Occhetto scrive che D'Alema affrontò la svolta descrivendola come una "dura necessità", impostazione che strideva con la sua.

D'Alema divenne da subito coordinatore della segreteria del neonato partito, acquistandovi una posizione eminente (anche grazie al controllo delle leve organizzative) e quasi facendo ombra a Occhetto, tanto da essere considerato il vicesegretario di fatto, cosicché, nell'aprile 1992, fu escluso dalla direzione per diventare capogruppo alla Camera (dopo essere stato capolista alle elezioni).

Contemporaneamente Walter Veltroni, responsabile della propaganda, fu promosso da Occhetto alla direzione de l'Unità.

A maggio, nell'instabilità esacerbata dall'attentato a Giovanni Falcone, D'Alema preferì con Ciriaco de Mita la candidatura alla Presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro a quella di Giovanni Spadolini caldeggiata da Occhetto.

Quando si formò il primo governo Amato, D'Alema non votò la fiducia, ma cominciò una fase di dialogo e di collaborazione per superare le difficoltà politiche e finanziarie del momento: dopo la crisi del governo, D'Alema fu intervistato - primo ex comunista - dal giornale della DC Il Popolo. In quell'intervista accreditò l'idea di un governo sostenuto dai partiti riformatori ma guidato da un uomo nuovo: era il profilo di Romano Prodi, ma per quella fase si scelse di formare un governo tecnico guidato da Carlo Azeglio Ciampi, per cui giurarono anche dei pidiessini. Essi tuttavia si dimisero dopo che il Parlamento aveva negato ai magistrati l'autorizzazione a procedere contro Craxi; il PDS non votò la fiducia ma D'Alema mantenne dei contatti di collaborazione col governo.

In seguito alla vittoria del PDS alle amministrative del 1993 furono indette in anticipo nuove elezioni, che si tennero nel 1994: furono vinte da Silvio Berlusconi mentre D'Alema fu eletto nel collegio n. 11 della Puglia.

In seguito alla sconfitta elettorale, Achille Occhetto si dimise e, nella successione apertasi, sostenne Veltroni contro D'Alema. Eugenio Scalfari su la Repubblica suggerì di scegliere il segretario con un referendum, che la direzione del partito decise di tenere fra tutti i 19.000 dirigenti centrali e locali del partito.

Piero Fassino si occupava di promuovere la candidatura di Veltroni; Scalfari scriveva che se fosse stato eletto D'Alema non sarebbe cambiato nulla; esperti di immagine lo bocciavano; Giampaolo Pansa lo soprannominava «baffino di ferro»: infatti i baffi furono eretti a simbolo del suo presunto stalinismo, o comunque attaccamento a una vecchia concezione del partito e della politica.

Al referendum parteciparono solo 12 mila aventi diritto, di cui circa 6 mila votarono per Veltroni e circa 5 mila per D'Alema; poiché nessuno aveva conseguito la maggioranza, la decisione fu rimandata al Consiglio nazionale, composto di 480 membri, che furono pressati da una parte da Fassino e dall'altra da Claudio Velardi (divenuto il più fedele collaboratore di D'Alema che conosceva fin dall'inizio della sua carriera parlamentare), aiutato da una squadra di dalemiani, quasi tutti ex esponenti della FGCI.

Il primo luglio 1994 D'Alema fu eletto Segretario nazionale con 249 voti contro 173: secondo il diretto interessato, ciò avvenne perché il partito voleva un cambiamento rispetto alla politica di Occhetto, cui Veltroni era troppo vicino.

Il 21 aprile 1996, a seguito di una nuova tornata elettorale che vide prevalere la coalizione de L'Ulivo sul centro-destra, riconfermò il proprio seggio.

Il 5 febbraio 1997 D'Alema venne eletto presidente della Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali, dopo aver convinto l'allora capo dell'opposizione, Berlusconi, a sostenere la sua candidatura. Il 9 ottobre 1997, dopo che Rifondazione Comunista tolse l'appoggio al governo, Prodi si dimise temporaneamente. D'Alema sarebbe stato orientato verso elezioni anticipate, approfittando della difficoltà del Polo e della stessa Rifondazione. Prodi però riuscì a trovare un compromesso con Fausto Bertinotti e la crisi rientrò.

Il 9 ottobre 1998 cadde il governo Prodi, in seguito a una crisi provocata da Rifondazione Comunista, che patì anche la scissione del Partito dei Comunisti Italiani, contrari alla crisi di governo. Per la formazione di un nuovo governo con maggioranza di centro-sinistra, alcuni parlamentari centristi, guidati da Clemente Mastella e ispirati da Cossiga, si mostrarono disponibili a votare la fiducia, a patto che il presidente del consiglio non fosse Prodi; molti videro in questa richiesta una chiara indicazione di D'Alema come nuovo capo di governo. Scalfaro incaricò quindi D'Alema di formare il nuovo governo.

Il primo esecutivo presieduto da Massimo D'Alema rimase in carica dal 21 ottobre 1998 al 22 dicembre 1999.

D'Alema fu il primo esponente dell'ex PCI ad assumere la carica di presidente del Consiglio. Sostenne l'intervento NATO nella guerra del Kosovo, attirandosi così le critiche dell'ala pacifista della sua coalizione. Nell'ottobre 1999 venne annunciata una crisi di governo pilotata allo scopo di farvi entrare I Democratici, ma passarono due mesi perché si arrivasse al D'Alema bis.

Il secondo esecutivo presieduto da Massimo D'Alema rimase in carica dal 22 dicembre 1999 al 25 aprile 2000.

Diede le dimissioni in seguito alla sconfitta alle elezioni regionali, in cui si era pubblicamente annunciato come certo vincitore. In particolare D'Alema ricevette la delusione peggiore dalla vittoria nel Lazio di Francesco Storace, esponente di Alleanza Nazionale e candidato della Casa delle Libertà. Gli successe nella carica di premier Giuliano Amato, che prima ricopriva l'incarico di Ministro del Tesoro.

All'opposizione rispetto al secondo e al terzo governo Berlusconi, dal giugno 2004 al maggio 2006 è stato membro del Parlamento Europeo per la lista Uniti nell'Ulivo nella circoscrizione sud, eletto con 832 mila voti. È stato iscritto al gruppo parlamentare del Partito Socialista Europeo.

Alle elezioni politiche del 2006, vinte della coalizione di centrosinistra, Massimo D'Alema è stato eletto deputato ed ha quindi rinunciato alla carica di Parlamentare europeo. È stato proposto in modo informale da L'Unione per la Presidenza della Camera dei Deputati. Lo stesso D'Alema ha poi rinunciato a questo incarico per evitare possibili divisioni all'interno della coalizione e facilitando così la proposta e la successiva elezione di Fausto Bertinotti.

Nel maggio del 2006, alla scadenza del mandato di Carlo Azeglio Ciampi e dopo la rinuncia di quest'ultimo ad un possibile nuovo reincarico, è stato per alcuni giorni proposto in modo informale dal centrosinistra per la Presidenza della Repubblica. Data la divisione che il suo nome ha provocato nel mondo politico, l'Unione, dopo una nuova rinuncia di D'Alema, ha preferito convenire per il Quirinale sul nome di un altro esponente dei DS, Giorgio Napolitano, eletto presidente della Repubblica il 10 maggio 2006.

Il 17 maggio 2006 è stato nominato ministro degli Affari Esteri e vicepresidente del Consiglio nel Governo Prodi II. Durante il suo mandato hanno ricevuto una certa rilevanza nel 2006 l'intervento per una missione in pace in Libano, in collaborazione con la Francia, e in seguito l'impegno per la promozione di una moratoria presentata all'ONU sull'abolizione della pena di morte nel mondo.

Il 21 febbraio 2007 è stato chiamato in Senato a riferire sulle linee guida di politica estera del governo, dopo aver dichiarato pubblicamente che qualora non si fosse raggiunta la maggioranza sulla mozione il governo si sarebbe dovuto dimettere. L'esito della votazione seguita alla sua relazione (158 favorevoli, 136 contrari e 24 astenuti) ha visto battuto il governo (non essendo stato raggiunto il quorum di voti favorevoli necessario, pari a 160 voti), motivo per cui il presidente del consiglio Romano Prodi ha rassegnato le dimissioni. Rinnovata la fiducia al governo, D'Alema ha ripreso a ricoprire la carica di ministro degli Esteri fino alla caduta del Governo Prodi il 24 gennaio 2008.

Da Ministro degli Esteri, il 18 dicembre 2007, ottiene un importante successo come promotore di una moratoria sulla pena di morte approvata per la prima volta nella storia dall'ONU (104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti) dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto per il mancato raggiungimento del quorum.

È membro della Conferenza dei presidenti di delegazione; della Commissione per il commercio internazionale; della Commissione per la pesca; della Commissione per gli affari esteri; della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa; della Delegazione Permanente per le relazioni con il Mercosur; della Delegazione per le relazioni con i paesi del Maghreb e l'Unione del Maghreb arabo (compresa la Libia).

Nel dicembre 2000 è stato eletto presidente dei Democratici di sinistra (Ds); ha mantenuto la carica fino ad aprile 2007.

Nell'ottobre 2003, nel corso del 22° Congresso dell'Internazionale Socialista, tenutosi a San Paolo del Brasile, è stato eletto vicepresidente della stessa, carica che detiene tutt'ora.

Nel 2007 è stato uno dei 45 membri del Comitato nazionale per il Partito Democratico che ha riunito i leader delle componenti del Partito Democratico prima dell'avvio della sua fase costituente.

Attualmente è presidente della Fondazione di cultura politica Italianieuropei e fondatore del movimento politico ReD, sigla di Riformisti e Democratici, che ha suscitato non poche critiche da parte di esponenti dello stesso Partito Democratico evidenziando la possibilità che questa iniziativa potesse causare problemi allo stesso. D'Alema, considerato un'anima critica nei confronti della segreteria diretta da Walter Veltroni, ha comunque smentito qualsiasi ipotesi di nascita di correnti, dichiarandosi ad esse contrario.

Nei primi mesi del 1993, quando l'inchiesta di Mani Pulite iniziava ad occuparsi delle cosiddette tangenti rosse al PCI-Pds, D'Alema definiva spregiativamente il pool «il soviet di Milano».

Il 5 marzo 1993, il governo di Giuliano Amato approvò il decreto Conso, con cui il parlamento cercava una "soluzione politica" a Tangentopoli. Il decreto fu contestato da gran parte della popolazione, non fu firmato dal presidente Scalfaro e fu criticato dal PDS. Questo episodio fu causa di attrito fra D'Alema e Amato: il presidente del consiglio accusò il PDS di aver tenuto un comportamento ambiguo.

Nel 1985 Massimo D'Alema ricevette 20 milioni di lire da parte del miliardario barese Francesco Cavallari, che fu in seguito condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. I soldi erano destinati al Partito Comunista Italiano, di cui D'Alema era all'epoca segretario regionale pugliese. Per questo finanziamento illecito D'Alema è stato inquisito ma, a causa dello scadere dei termini di prescrizione nel 1995, il procedimento è stato archiviato dal gip Concetta Russi. L'episodio è stato ammesso dallo stesso D'Alema quando il reato era destinato a cadere in prescrizione.

Per D'Alema è stato ipotizzato dal GIP Clementina Forleo il concorso in aggiotaggio nell'ambito della scalata alla BNL organizzata dalla Unipol di Giovanni Consorte. Il giudice Forleo richiese nel 2007 al Parlamento italiano la possibilità di utilizzare le trascrizioni delle intercettazioni telefoniche che coinvolgevano D'Alema e Consorte nel procedimento a carico degli scalatori, procedimento che peraltro non vede D'Alema tra gli indagati.

Secondo il Parlamento Europeo - chiamato dal Parlamento italiano a pronunciarsi in materia, in quanto D'Alema era parlamentare europeo all'epoca dei fatti - i testi delle telefonate tra D'Alema e Consorte non potranno essere utilizzati in quanto già esistono agli atti elementi di prova sufficienti a suffragare l'accusa nei confronti degli autori della scalata, peraltro già rinviati a giudizio..

Nel 1995 D'Alema rimase coinvolto in Affittopoli, uno scandalo scoperto da Il Giornale: enti pubblici davano in locazione a VIP appartamenti a prezzi agevolati. Dopo una dura campagna mediatica D'Alema lasciò l'appartamento per comprare casa a Roma, ma solo dopo essersi presentato alla trasmissione di Rai 3 condotta da Santoro, dal titolo Samarcanda, in cui ha giustificato la cosa affermando che aveva bisogno della casa degli enti perché versava metà del suo stipendio di parlamentare al partito (all'epoca consistente in circa 12 milioni di Lire al mese).

Appassionato di vela D'Alema è stato proprietario di una prima barca a vela, la Ikarus, e successivamente - con i proventi della vendita della stessa integrati dalla vendita di una casa nel frattempo ereditata dal padre e da un leasing ha acquistato, in comproprietà, una nuova barca a vela, la Ikarus II, lunga 18 metri, che è stata pagata la metà del prezzo originale: i cantieri "Stella Polare" di Fiumicino gliel'avrebbero regalata per questioni di pubblicità ma lui ha voluto comunque almeno pagarne la metà.

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Silvio Berlusconi

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Silvio Berlusconi (Milano, 29 settembre 1936) è un politico e imprenditore italiano, presidente del Consiglio dei ministri in carica dal maggio 2008.

È fondatore e proprietario della società finanziaria Fininvest e della società di produzione multimediale Mediaset; è stato il fondatore e presidente del movimento politico Forza Italia e presidente del club calcistico A.C. Milan.

Spesso viene anche chiamato Il Cavaliere in ragione dell'onorificenza conferitagli nel 1977 di cavaliere del Lavoro.

Da uomo politico siede alla Camera dei Deputati dal 1994, anno della sua prima elezione. Ha tenuto quattro mandati da presidente del Consiglio: il primo nella XII legislatura (1994), due consecutivi nella XIV (2001/2005 e 2005/2006); infine, l’attuale, nella XVI (2008).

Secondo la stima elaborata dalla rivista Forbes, nel 2008 Silvio Berlusconi è il terzo uomo più ricco d’Italia e il 90° più ricco del mondo, con un patrimonio stimato in 9,4 miliardi di dollari USA.

È il primogenito di una famiglia della piccola borghesia milanese. Il padre Luigi (Saronno, 1908 - Milano, 1989, a lui è dedicato il Trofeo Luigi Berlusconi) era impiegato alla Banca Rasini, dove lavorò fino a diventarne procuratore generale.

Nel 1985 divorzia da Carla Dall'Oglio ed ufficializza il legame con Veronica Lario, nome d'arte di Miriam Bartolini (Bologna, 19 luglio 1956), attrice, che sposa nel 1990.

Dopo le prime saltuarie esperienze lavorative giovanili come cantante e intrattenitore sulle navi da crociera insieme all’amico Fedele Confalonieri e come venditore porta a porta di scope elettriche insieme all’amico Guido Possa, iniziò l’attività di agente immobiliare e, nel 1961, fondò la Cantieri Riuniti Milanesi Srl insieme al costruttore Pietro Canali. Il primo acquisto immobiliare fu un terreno in via Alciati a Milano, per 190 milioni di lire, grazie alla fideiussione del banchiere Carlo Rasini (titolare e cofondatore della Banca Rasini, nella quale lavorava il padre di Silvio).

Nel 1963 fonda la Edilnord Sas, in cui è socio d'opera accomandatario, mentre Carlo Rasini e il commercialista svizzero Carlo Rezzonico sono soci accomandanti. In quest'azienda, Carlo Rezzonico fornisce i capitali attraverso la finanziaria Finanzierungsgesellschaft für Residenzen AG di Lugano. Gli anonimi capitali della finanziaria svizzera vengono in parte depositati presso l'International Bank di Zurigo e pervengono alla Edilnord attraverso la Banca Rasini.

Nel 1964, l'azienda di Berlusconi apre un cantiere a Brugherio per edificare una città modello da 4.000 abitanti. I primi condominî sono pronti già nel 1965, ma non si vendono con facilità.

Nel 1968 nasce la Edilnord Sas di Lidia Borsani e C. (la Borsani è cugina di Berlusconi), generalmente chiamata Edilnord 2, acquistando 712 mila m² di terreni nel comune di Segrate, dove sorgerà Milano Due, in seguito alla concessione edilizia ottenuta nel 1969.

Nel 1972 viene liquidata la Edilnord e creata la Edilnord Centri Residenziali Sas di Lidia Borsani, quest'ultima socia accomandante, con i finanziamenti della Aktiengesellschaft für Immobilienlagen in Residenzzentren AG di Lugano.

Nel 1973 viene fondata la Italcantieri Srl, trasformata poi in Spa nel 1975, con Silvio Berlusconi quale presidente. I capitali sono di due fiduciarie svizzere e precisamente della Cofigen, legata al finanziere Tito Tettamanti e alla Banca della Svizzera Italiana, e della Eti AG Holding di Chiasso, il cui amministratore delegato è Ercole Doninelli. Nello stesso anno, tramite l'avvocato Cesare Previti, Berlusconi acquista ad Arcore, pagandola ad un prezzo di favore, la Villa San Martino ed alcuni terreni contigui. La proprietà gli è venduta da Annamaria Casati Stampa di Soncino, ereditiera da una nota famiglia nobiliare lombarda, rimasta orfana nel 1970 e in difficoltà finanziarie a causa di debiti con il fisco, di cui l'avvocato Previti è tutore legale.

Nel 1974 viene costituita a Roma l'Immobiliare San Martino, amministrata da Marcello Dell'Utri (amico di Berlusconi fin dagli anni universitari con Fedele Confalonieri), con il finanziamento di due fiduciarie della Banca Nazionale del Lavoro (BNL), la Servizio Italia Fiduciaria Spa e la Società Azionaria Fiduciaria.

Nel 1977, a coronamento di questa ampia e riuscita attività edilizia, Silvio Berlusconi viene nominato cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Nel gennaio 1978 viene liquidata la Edilnord per dare vita alla Milano 2 Spa, costituita a Segrate dalla fusione con l'Immobiliare San Martino Spa.

Dopo l'esperienza in campo edilizio Berlusconi allarga il proprio raggio d'affari anche al settore della comunicazione e dei media. Nel 1976, infatti, la sentenza n. 202 della Corte costituzionale apre la strada all'esercizio dell'editoria televisiva anche ad emittenti locali, fino ad allora appannaggio soltanto dello Stato.

Nel 1978 rileva Telemilano dal fondatore Giacomo Properzj. Si tratta di una televisione via cavo, operante dall'autunno del 1974 nella zona residenziale di Milano 2. A tale società due anni dopo viene dato il nome di Canale 5 ed assume la forma di rete televisiva a livello nazionale, comprendente più emittenti. Sempre nel 1978, Berlusconi fonda Fininvest, una holding che coordina tutte le varie attività dell'imprenditore.

Il canale nel 1981 trasmette il Mundialito, un torneo di calcio fra nazionali sudamericane ed europee, compresa quella italiana. Per tale evento, nonostante gli iniziali pareri sfavorevoli da parte di ministri del governo Forlani, ottiene dalla RAI l'uso del satellite e la diretta per la trasmissione in Lombardia, mentre nel resto d'Italia l'evento viene trasmesso in differita.

A partire dal 1981, Berlusconi inizia ad utilizzare la propria rete di emittenti locali come se fosse un'unica emittente nazionale: registrando con un giorno d'anticipo tutti i programmi e le pubblicità e trasmettendo il tutto il giorno seguente in contemporanea in tutta Italia.

Nel 1982 il gruppo si allarga con l'acquisto di Italia 1 dall'editore Edilio Rusconi e di Rete 4 nel 1984 dal gruppo editoriale Arnoldo Mondadori Editore (all'epoca controllato dall'editore Mario Formenton).

Il gruppo Fininvest riesce perciò, seppur con strumenti non legali per la legislazione di quegli anni, a spezzare l'allora monopolio televisivo RAI. Nel 1990 fu la Legge Mammì a stabilizzare le situazione presente rendendo definitivamente legale la diffusione a livello nazionale di programmi radiotelevisivi privati.

Negli anni seguenti il gruppo si diffonde in Europa: in Francia fonda, nel 1986, La Cinq (la cui chiusura nel 1992 fu molto controversa), in Germania Tele 5 nel 1987 (si legge Telefünf; chiuderà nel 1992), in Spagna Telecinco (fondata nel 1990 e ancora oggi attiva).

Nel campo editoriale diventa, ed è, il principale editore italiano nel settore libri e periodici, in quanto azionista di maggioranza di Mondadori (in cui è confluita negli anni novanta la Silvio Berlusconi Editore, fondata dal magnate milanese negli anni ottanta e attiva nella stampa periodica, e che comprò Tv Sorrisi e Canzoni) e la Giulio Einaudi Editore (comprata dalla prima), e di alcune rilevanti case minori (Elemond, Sperling & Kupfer, Grijalbo, Le Monnier, Pianeta scuola, Frassinelli, Electa Napoli, Riccardo Ricciardi editore, Editrice Poseidona).

Nel campo della distribuzione audiovisiva, Berlusconi è stato socio dal 1994 al 2002, attraverso Fininvest, di Blockbuster Italia. Controlla inoltre il gruppo Medusa Film.

Berlusconi effettua anche investimenti nel settore delle grandi distribuzioni, acquisendo il gruppo Standa dalla Montedison nel 1988 e i Supermercati Brianzoli dalla famiglia Franchini nel 1991. Nel 1995 il gruppo Standa vende Euromercato al gruppo Promodès-GS.

Nel 1998 scorpora e vende il gruppo Standa; la parte "non alimentare" al gruppo Coin e la parte "alimentare" a Gianfelice Franchini, ex proprietario dei Supermercati Brianzoli. A tal proposito Berlusconi dichiarerà in seguito di esser stato costretto a vendere la Standa successivamente alla sua entrata in politica, affermando che in Comuni gestiti da giunte di centrosinistra non gli concedevano le necessarie autorizzazioni per aprire nuovi punti vendita. Secondo i critici di Berlusconi l'acquisizione e la successiva vendita della Standa sarebbe stata determinata dalla volontà di creare una liquidità per il gruppo Fininvest, che attraversava un difficile periodo tra il 1990 e il 1994 (egli stesso aveva asserito di essere esposto con le banche per una cifra in lire di diverse migliaia di miliardi).

Il Gruppo Fininvest, con le partecipazioni nelle società Mediolanum e Programma Italia, ha una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita di prodotti finanziari.

Dopo un iniziale interessamento all'acquisto dell'Inter, dal 20 febbraio 1986 Silvio Berlusconi è proprietario dell'Associazione Calcio Milan, club calcistico del quale resse la presidenza dal giorno dell'acquisto fino al 21 dicembre 2004, quando lasciò la carica a seguito dell'approvazione di una legge disciplinante i conflitti d'interesse. Ha ricoperto di nuovo la carica dal 15 giugno 2006 all'aprile 2008 quando è stato rieletto alla presidenza del Consiglio dei ministri.

Sotto la sua gestione l'AC Milan si è laureato 7 volte campione d’Italia, 5 volte campione d’Europa e 3 volte campione del mondo; ha vinto inoltre 5 Supercoppe nazionali e 5 europee nonché una Coppa Italia.

Nei primi anni novanta egli estese l’attività sportiva del Milan cambiandone il nome in Athletic Club (per mantenere l’acronimo), e trasformandolo in società polisportiva costituita comprando i titoli sportivi di società lombarde di varie discipline quali baseball, rugby, hockey su ghiaccio, pallavolo e acquistando per importi mai visti in precedenza i migliori giocatori a disposizione. La polisportiva si sciolse nel 1994 dopo la vittoria elettorale e le squadre in essa accorpate (Amatori Milano di rugby, Gonzaga Milano, già Mantova, di pallavolo, Devils Milano di hockey e Baseball Milano) seguirono destini diversi.

Le primissime prese di posizione politiche di Berlusconi in pubblico risalgono al luglio 1977, allorché sostenne la necessità che il Partito Comunista Italiano (che l'anno precedente aveva superato il 34% dei voti) "rimanesse confinato all'opposizione dall'azione di una Democrazia Cristiana trasformata in modo da recuperare al governo il Partito Socialista Italiano", alla segreteria del quale era asceso nel luglio 1976 il suo amico Bettino Craxi. L'incontro tra i due era stato propiziato nei primi anni 70 da Silvano Larini. Craxi e il PSI mostreranno per tutti gli anni successivi una significativa apertura verso le TV private, culminata con il varo del cosiddetto "decreto Berlusconi" del 16 ottobre 1984 e con la sua reiterazione attraverso il "Berlusconi bis" nel successivo 28 novembre.

In più occasioni inoltre Craxi, da presidente del consiglio, affiderà sue esternazioni alle reti di Berlusconi e ignorerà la TV di stato.

Infine, nell'ultimo periodo politico di Craxi nell'autunno 1993, in occasione di un'ennessima autorizzazione a procedere avanzata dalla magistratura contro Craxi e respinta dalla Camera, Berlusconi espresse pubblicamente la propria solidale soddisfazione.

Nel novembre 1993, in occasione delle elezioni comunali di Roma, auspicò la vittoria di Gianfranco Fini, all'epoca segretario del MSI, che correva per la carica di sindaco contro Francesco Rutelli.

Nell'inverno del 1993, in seguito al vuoto politico che si era formato dopo lo scandalo di Tangentopoli, Berlusconi decide di scendere direttamente in prima persona nell'arena politica italiana. Dall'esperienza dei club dell'Associazione Nazionale Forza Italia, guidati da Giuliano Urbani e dalla diretta discesa in campo di funzionari delle sue imprese, soprattutto di Publitalia 80, nasce così il nuovo movimento politico Forza Italia. Allo stesso tempo Berlusconi dà le dimissioni da alcuni incarichi di imprenditore presso il gruppo da lui fondato (affidando la gestione ai figli o a persone di fiducia e mantenendone la proprietà), e dà vita ad uno schieramento di centrodestra con lo scopo di ridare una rappresentanza agli elettori moderati e contrapporsi ai partiti di centro-sinistra.

Si apre subito un dibattito sulle ragioni della scelta di Berlusconi che vede contrapporsi sostanzialmente due posizioni: quella di chi ne vedeva una scelta dettata dall'amor di patria e senso di responsabilità (godendo già lui di ricchezza e potere e vedendo l'ascesa degli ex-comunisti come un pericolo per l'Italia) e quella di chi ne vedeva una scelta dettata dalla convenienza personale (finalizzata a salvare le sue aziende sull'orlo del fallimento ed evitare il carcere).

L'eleggibilità di Berlusconi è anche oggetto di dibattito, in relazione all'articolo 10 della legge n.361 del 1957, secondo cui «non sono eleggibili (...) coloro che (...) risultino vincolati con lo Stato (...) per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica». La Giunta per elezioni della Camera nel 1994 ha convalidato l'elezione di Berlusconi.

Berlusconi si propone come innovatore e modernizzatore dello Stato, promette una forte sburocratizzazione e riorganizzazione degli apparati pubblici, ed un forte ridimensionamento della disoccupazione promettendo un milione di posti di lavoro.

Sovvertendo tutte le previsioni espresse dai principali quotidiani nazionali, le elezioni politiche del 27 marzo 1994 si concludono con la vittoria elettorale di Forza Italia in corsa con Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini e con la Lega Nord di Umberto Bossi. Negli ultimi mesi di campagna elettorale, alcuni fra i volti più famosi delle reti Fininvest dichiarano in televisione il loro appoggio politico, all'interno dei programmi di intrattenimento da loro condotti, scatenando reazioni che scaturiscono nella discussa par condicio.

La prima esperienza di governo di Silvio Berlusconi ha però vita dura e breve, e si conclude nel dicembre dello stesso anno, quando la Lega Nord ritira l'appoggio al Governo. Il 22 dicembre Berlusconi rassegna le proprie dimissioni al presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Al suo posto viene formato un governo tecnico, il governo Dini. Contemporaneamente alla caduta del primo governo la Lega Nord scatena una violenta campagna ai danni dell'ex alleato Berlusconi che viene accusato senza mezzi termini di appartenere alla mafia. Negli anni successivi il fallimento del suo governo Berlusconi attribuisce la responsabilità della caduta del suo governo all'inaffidabilità di Bossi. In seguito, anche per il riavvicinamento con la Lega Nord nel 2001, accusa la magistratura e Scalfaro, il quale, secondo lo stesso Berlusconi, avrebbe indotto Bossi a ritirare l'appoggio all'esecutivo. Polo e Lega si riconcilieranno in occasione delle elezioni politiche del 2001.

Le successive elezioni sono vinte da L'Ulivo (con l'appoggio esterno di Rifondazione Comunista), la coalizione di centrosinistra capeggiata da Romano Prodi. Berlusconi guida l'opposizione di centrodestra fino al 2001.

Durante la legislatura collabora con Massimo D'Alema alla Bicamerale, che si occupa principalmente di riforme costituzionali e giudiziarie (per approfondimenti si veda la voce sulle riforme giudiziarie dell'Ulivo).

Le elezioni del 2001 portano alla vittoria la coalizione di centrodestra capeggiata da Silvio Berlusconi. Alle elezioni Forza Italia si presenta di nuovo insieme alla Lega Nord con la coalizione della Casa delle Libertà, comprendente inoltre Alleanza Nazionale, il Centro Cristiano Democratico e i Cristiani Democratici Uniti, il Nuovo Partito Socialista Italiano e il Partito Repubblicano Italiano, mentre il centrosinistra si presenta diviso. Durante la campagna elettorale Berlusconi sigla, presso la trasmissione Porta a Porta di Bruno Vespa, il cosiddetto Contratto con gli italiani: un accordo fra lui ed i suoi potenziali elettori in cui si impegna, in caso di vittoria, a realizzare ingenti sgravi fiscali, il dimezzamento della disoccupazione, l'avviamento di centinaia di opere pubbliche, l'aumento delle pensioni minime e la riduzione del numero di reati; impegnandosi altresì a non ricandidarsi alle successive elezioni nel caso in cui almeno quattro dei cinque punti principali non fossero stati mantenuti.

Berlusconi viene per la seconda volta nominato Presidente del Consiglio, dando inizio al Governo Berlusconi II.

Durante il secondo semestre del 2003 ricopre la carica di Presidente del Consiglio dell'Unione Europea in quanto capo del Governo italiano.

Nella primavera del 2005, a seguito della pesante sconfitta della Casa delle Libertà alle elezioni regionali, si apre una rapida crisi di governo: Berlusconi si dimette il 20 aprile e dopo solo due giorni viene varato il Governo Berlusconi III che ricalca in gran parte come composizione e azione politica il precedente Governo Berlusconi II.

Durante la visita ufficiale del marzo 2006, Silvio Berlusconi è stato invitato a pronunciare un discorso ai due rami del Congresso degli Stati Uniti riuniti in seduta comune; un onore concesso precedentemente solo a De Gasperi, Craxi e Andreotti. Durante l'orazione, il presidente del consiglio ha ringraziato gli Stati Uniti per la liberazione dell'Italia, durante la seconda guerra mondiale.

Il periodo pre-elettorale è infiammato dalla pubblicazione di sondaggi, commissionati prevalentemente dai quotidiani nazionali, che prevedono una vittoria de L'Unione, la coalizione di centrosinistra formatasi a sostegno della ricandidatura di Romano Prodi alla carica di capo del governo, con circa il 5% di vantaggio rispetto alla Casa delle Libertà. Solo tre sondaggi elaborati su commissione di Berlusconi da una società statunitense attribuiscono un lieve vantaggio per la Casa delle Libertà.

Silvio Berlusconi e Romano Prodi si incontrano in due dibattiti televisivi molto seguiti, andati in onda su Raiuno. Berlusconi conclude il secondo dibattito il 3 aprile annunciando a sorpresa, di voler eliminare l'Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) sulla prima casa. Nei giorni successivi, durante la trasmissione Radio anch'io su Radio Uno e promette anche l'eliminazione della tassa sui rifiuti.

L'esito delle elezioni del 2006 è caratterizzato da una forte incertezza perdurata fino al termine dello scrutinio delle schede e si risolve con una leggera prevalenza della coalizione di centrosinistra capeggiata da Romano Prodi, che vince le elezioni.

Dopo l'esito del voto, Berlusconi inizialmente contesta il risultato delle votazioni denunciando brogli e chiedendo il riconteggio dei voti. Successivamente giudica l'esito un «sostanziale pareggio», e suggerisce di formare un governo istituzionale di coalizione ispirato alla "Große Koalition" tedesca. La proposta è però rifiutata dai partiti del centrosinistra e dalla Lega Nord. Il governo va così a Prodi e al centrosinistra.

Le Giunte per le elezioni, attivatesi per il riconteggio delle schede bianche e nulle, nel settembre 2007 confermeranno il risultato elettorale.

Dal 16 al 18 novembre 2007 Berlusconi ha organizzato una petizione popolare per richiedere elezioni anticipate, con l'obiettivo di raccogliere almeno 5 milioni di firme. Il risultato comunicato da Sandro Bondi è stato di 7.027.734, sebbene ci sia chi ha avanzato dubbi sulla cifra e sulla verifica della regolarità delle adesioni via Internet e via SMS. Con questa cifra alla mano, il 18 novembre durante un comizio in piazza San Babila a Milano Berlusconi ha annunciato lo scioglimento di Forza Italia e la nascita del Popolo della Libertà, un nuovo soggetto politico contro i «parrucconi della politica». Il giorno successivo, in una conferenza stampa tenuta a Roma in Piazza di Pietra ha sostenuto che «il bipolarismo nella presente situazione italiana, con la frammentazione dei partiti che esiste, non è qualcosa che può funzionare per il governo del Paese» e ha dichiarato la sua disponibilità a trattare per la realizzazione di un sistema elettorale proporzionale puro con sbarramento alto per evitare il frazionamento dei partiti.

Berlusconi ha affermato che il nuovo partito «intende rovesciare la piramide del potere» e che la scelta del nome, dei valori, dei programmi, dei rappresentanti e del leader del nuovo soggetto politico spetta ai cittadini e non alle segreterie. Una successiva petizione popolare tenutasi il 1° e 2 dicembre 2007 ha stabilito, con il 63,14% delle preferenze, che il nome di tale formazione politica fosse Il Popolo della Libertà. Tale nome era già stato utilizzato per definire i partecipanti alla manifestazione contro il Governo Prodi tenutasi il 2 dicembre 2006 che aveva visto, secondo gli organizzatori, scendere in piazza 2.200.000 persone.

Durante la XV Legislatura Berlusconi come deputato è stato l'onorevole più assenteista: 4623 assenze su 4693 sedute parlamentari. Il 14 aprile 2008 la coalizione formata da Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia a sostegno della candidatura di Silvio Berlusconi a Presidente del Consiglio ha vinto le elezioni politiche con un'ampia maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Nello specifico, PdL, Lega ed MpA hanno conquistato il 46,8% (344 seggi) di voti alla Camera e il 47,3% (174 seggi) al Senato, staccando di oltre nove punti gli avversari diretti del PD in entrambi i casi. L'8 maggio 2008 ha giurato nelle mani del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano diventando per la quarta volta Presidente del Consiglio dei Ministri.

Secondo alcuni intellettuali e opinionisti, la comparsa sulla scena politica di Berlusconi avrebbe causato profonde mutazioni di costume nel tessuto civile del Paese e tra le sue diverse componenti sociali. Essi sostengono che sarebbe improprio, in un sistema democratico, esercitare al contempo azione di governo e di controllo su fonti di informazione a causa dell'influenza che i mass media (tv, radio, stampa, Internet) possono esecitare sulla società. L'opposizione ha chiesto invano a Berlusconi di rinunciare alla proprietà dei mass media giudicando anomala una simile concentrazione in mano al capo di una coalizione politica.

La tesi degli autori di tale denuncia è che in Italia ci sarebbe uno sbilanciamento mediatico, possibile veicolo di orientamento dell’opinione pubblica attraverso metodi di propaganda più o meno nascosta e che guidare una coalizione politica e, al contempo, un gruppo mediatico editoriale, è contrario ai principi di equità stabiliti dalla Costituzione italiana che, all'articolo 10 t.u. 30 marzo 1957 n.361, prevede la "ineleggibilità di coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o imprese private risultano vincolati allo Stato per contratti di opere o di somministrazioni oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica".

Il regista e drammaturgo Dario Fo, lo scrittore Umberto Eco, il regista Nanni Moretti e il comico Beppe Grillo hanno rilasciato pubbliche dichiarazioni circa le conseguenze che i valori veicolati dai media di Berlusconi potrebbero avere, secondo la loro opinione, alla lunga sulla stessa società civile, indirizzandone gusti e tendenze allo scopo di favorire la sua parte politica.

Secondo il settimanale cattolico Famiglia Cristiana ci sarebbe un deterioramento del costume politico e l'imbarbarimento dei valori inerenti la sfera sociale a seguito della continua riproposizione di un modello di tipo "americano", vale a dire fondato sull'avere piuttosto che sull’essere, dunque lontano dai modelli proposti dalla dottrina cattolica. La sala stampa vaticana in merito a questa opinione di Famiglia Cristiana ha precisato che: "Famiglia Cristiana è una testata importante della realtà cattolica ma non ha titolo per esprimere la linea della Santa Sede né della Conferenza episcopale italiana".

Per avviare la sua attività imprenditoriale nel 1961 nel campo dell'edilizia Berlusconi ottiene una fideiussione dalla Banca Rasini. Nella società fondata da lui e Pietro Canali impegna 10 milioni di lire che anni dopo sosterrà fossero suoi risparmi guadagnati con la sua attività di intrattenitore e venditore di elettrodomestici. In realtà, quei 10 milioni provengono dalle tasche di suo padre Luigi, procuratore della Banca Rasini.

Riguardo invece all'origine di alcuni finanziamenti, provenienti da conti svizzeri alla Fininvest negli anni 1975-1978, dalla fondazione all'articolazione in 22 holding, (i quali ammontavano a 93,9 miliardi lire dell'epoca) Berlusconi, interrogato in sede giudiziaria dal P.M. Antonio Ingroia, si avvalse della facoltà di non rispondere, per questo, anche a causa delle leggi svizzere sul segreto bancario, non è stato possibile accedere alle identità dei possessori dei conti cifrati inerenti al flusso di capitali transitato all'epoca e in piena disponibilità della Fininvest.

Al tempo in cui Luigi Berlusconi era procuratore generale della Banca Rasini questa entrò in rapporti d'affari con la Cisalpina Overseas Nassau Bank, nel cui consiglio d'amministrazione figuravano Roberto Calvi, Licio Gelli, Michele Sindona e monsignor Paul Marcinkus, responsabile dello IOR (Istituto per le Opere Religiose) di fatto la banca dello Stato della Città del Vaticano, che sono poi divenuti famosi alla cronaca giudiziaria. Secondo Sindona e altri collaboratori di giustizia la banca Rasini era coinvolta nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa (il che spiegherebbe la grossa presenza di finanziatori svizzeri nei primi anni di attività di Berlusconi).

Nel 1999 Francesco Giuffrida, vicedirettore della Banca d'Italia a Palermo, durante il processo Dell'Utri, sostenne, in una consulenza da lui eseguita per conto della Procura di Palermo riguardante la ricostruzione degli apporti finanziari intervenuti alle origini del gruppo Fininvest tra gli anni 1975-1984, che non era possibile identificare la provenienza di alcuni fondi Fininvest del valore di 113 miliardi di lire dell'epoca in contanti e assegni circolari (corrispondenti a circa trecento milioni di euro odierni). La questione riguardava i sospetti di presunti contributi di capitali mafiosi all'origine della Fininvest.

Querelato per diffamazione da Mediaset, nel 2007 Giuffrida giunse a un accordo transattivo con i legali di questa. Con l'accordo il consulente della Procura ha riconosciuto i limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle dichiarazioni fornite durante il processo (definite incomplete e parziali a causa della scadenza dei termini di indagine che non gli avevano permesso di approfondire a sufficienza l'origine di otto transizioni dubbie) e la dichiarazione conseguente che tutte le "operazioni oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali da escludere l'apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest".

Berlusconi, essendo iscritto alla loggia massonica Propaganda 2 di Licio Gelli aveva accesso a finanziamenti altrimenti inottenibili: la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla loggia massonica P2, infatti, affermò, nella relazione di maggioranza di tale Commissione firmata da Tina Anselmi, che alcuni operatori appartenenti alla Loggia (tra cui Genghini, Fabbri e Berlusconi), trovarono appoggi e finanziamenti presso le banche ai cui vertici risultavano essere personaggi inclusi nelle liste P2 al di là di ogni merito creditizio.

Le ipotesi di riciclaggio non hanno mai trovato conferma, anche a causa del segreto bancario vigente in Svizzera.

Stando alle dichiarazioni dello stesso Silvio Berlusconi, fu la liquidazione del padre, Luigi Berlusconi, divenuto poi collaboratore del figlio all'Edilnord e in molti altri momenti cruciali della sua vita imprenditoriale, che servì a finanziare gli inizi della sua attività imprenditoriale e a costituire la metà del capitale dei Cantieri Riuniti Milanesi. Silvio Berlusconi si definisce un uomo che si è fatto da solo perché il suo successo - stando a queste dichiarazioni - si basa sulle sue "capacità imprenditoriali", sul suo "fiuto per gli affari", sul suo "lavoro indefesso" e su una serie di "fortuite circostanze" che gli avevano garantito la fiducia dei vari finanziatori.

Nella prima metà degli anni settanta diverse organizzazioni criminali (non ultima la mafia) usavano, per autofinanziarsi, ricorrere alla pratica del sequestro di persona nei confronti di imprenditori (o di loro familiari) non molto noti al grande pubblico e Berlusconi, all'epoca già padre di due figli, era tra questi: il 7 luglio 1974 l'avvocato palermitano Marcello Dell'Utri (all'epoca collaboratore di Berlusconi e che in seguito fu eletto senatore per il partito da quest'ultimo fondato), mise in contatto Berlusconi con Vittorio Mangano. L'incontro avvenne nella neoacquistata villa San Martino ad Arcore, e il motivo ufficiale della presenza di Mangano fu quello di assumere le mansioni di fattore e stalliere. In realtà, Mangano si occupò anche della sicurezza della villa e dell'incolumità dei figli di Berlusconi, che usava anche accompagnare a scuola. Disse anni dopo Dell'Utri: «Berlusconi ha assunto Mangano, gliel'ho presentato io, è verissimo, tra tante persone che c'erano in concorso per quella posizione, e ai quali Berlusconi ha addirittura affidato la casa, e il signor Mangano accompagnava anche i figli di Berlusconi a scuola. Non vedo niente di strano nel fatto che io abbia frequentato in questa maniera il signor Mangano, e lo frequenterei ancora adesso». Vittorio Mangano si licenziò nel 1976. A suo carico, nel periodo successivo all'impiego a villa San Martino, una condanna per traffico di droga e un'altra per associazione mafiosa semplice. Fu inoltre sospettato del rapimento di Luigi D'Angerio, che avvenne nella notte di Sant'Ambrogio del 1974, subito dopo una cena ad Arcore. La Procura della Repubblica di Palermo sostiene che Marcello Dell'Utri era a conoscenza dei precedenti penali di Mangano. Al tempo in cui Dell'Utri, infatti, lasciò l'impiego in banca per diventare collaboratore di Berlusconi, e successivamente chiamò Mangano ad Arcore, la locale stazione dei Carabinieri ricevette un'informativa dai loro colleghi palermitani che segnalava Mangano quale persona con precedenti giudiziari e Dell'Utri quale persona che era informato di ciò.

Il 26 maggio 1975 una bomba esplose nella villa di Berlusconi in via Rovani a Milano, provocando ingenti danni con lo sfondamento dei muri perimetrali e il crollo del pianerottolo del primo piano.

Berlusconi, dopo aver ricevuto varie minacce, si trasferì per qualche mese con la famiglia in Svizzera e successivamente in Spagna.

Il 28 novembre 1986 un altro attentato alla villa milanese creò unicamente danni alla cancellata esterna. Berlusconi, nel mezzo di un'intercettazione telefonica, commentò con Dell'Utri l'attentato definendolo scherzosamente un atto fatto «con affetto», proseguendo sullo stesso tono che «secondo me, come un altro manderebbe una lettera o farebbe una telefonata, lui metterebbe una bomba» e sottolineando che la natura del gesto è da ricercarsi nel fatto «che non sa scrivere». Contrariamente a quanto Berlusconi pensava, invece, l'attentato non è attribuibile a Mangano in quanto all'epoca del fatto era detenuto. Esso è ascrivibile altresì (come risulta dalle dichiarazioni di Antonino Galliano) alla mafia catanese: una volta raccordatosi con il suo sodale Nitto Santapaola di Catania, Totò Riina, il capo di Cosa nostra, aveva, come si suol dire, «preso in mano la situazione» relativa a Berlusconi e Dell'Utri, che, come si è visto (per concorde dichiarazione di Ganci, Anzelmo e Galliano), sarebbe stata sfruttata non soltanto per fini prettamente estorsivi, ma anche per potere “agganciare” politicamente Bettino Craxi.

Un rapporto della Criminalpol del 13 aprile 1981 recita che «L'aver accertato attraverso la citata intercettazione telefonica il contatto tra Mangano Vittorio, di cui è bene ricordare sempre la sua particolare pericolosità criminale, e Dell'Utri Marcello ne consegue necessariamente che anche la Inim spa e la Raca spa (società per le quali il Dell'Utri svolge la propria attività), operanti in Milano, sono società commerciali gestite anch'esse dalla mafia e di cui la mafia si serve per riciclare il denaro sporco, provento di illeciti».

Sull'attività di Mangano nello stesso periodo in cui prestava servizio come stalliere di Berlusconi il giudice Paolo Borsellino rilasciò, poco prima di essere ucciso in un attentato mafioso, un'intervista a un giornalista francese nella quale definiva il Mangano come una delle teste di ponte di Cosa Nostra nel nord Italia. Mangano morì in carcere nel 2000, pochi giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo per duplice omicidio. Dell'Utri commentò, in seguito, che Mangano era un eroe , concetto poi ribadito successivamente da Berlusconi stesso.

La creazione di un gruppo di canali televisivi appariva di fatto in contrasto con la legge in vigore e con le sentenze della Corte costituzionale che, sin dal 1960 (n. 59/1960), aveva mostrato il suo orientamento in materia. Un tema ripreso anche dal più recente pronunciamento del 1981, dove veniva riaffermata la mancanza di costituzionalità nell'ipotesi di permettere ad un soggetto privato il controllo di una televisione nazionale, considerando questa possibilità, visti gli spazi limitati a disposizione, come una lesione al diritto di libertà di manifestazione del proprio pensiero, garantito dall'articolo 21 della Costituzione.

Tre pretori da Roma, Milano e Pescara (tra cui Giuseppe Casalbore) intervennero il 16 ottobre 1984, disponendo - in base al codice postale dell'epoca - il sequestro nelle regioni di loro competenza del sistema che permetteva la trasmissione simultanea nel Paese dei tre canali televisivi. In conseguenza di ciò e per protesta, le emittenti Fininvest interessate dal provvedimento apposero sul video un messaggio, rinunciando ad una programmazione canonica.

Dopo quattro giorni, il 20 ottobre 1984, il governo di Bettino Craxi, intervenne direttamente nella questione aperta dalla magistratura emanando un decreto legge in grado di rimettere in attività il gruppo. Ma il 28 novembre il Parlamento, invece di convertirlo in legge, lo rifiutava in quanto incostituzionale, permettendo alla magistratura di riprendere l'azione penale contro Fininvest. Craxi varò quindi il 6 dicembre 1984 un nuovo decreto, ponendolo al Parlamento tramite la questione di fiducia e ottenendone l'approvazione. La Corte Costituzionale esaminò la legge solo tre anni dopo, mantenendola in vigore, ma sottolineandone la dichiarata transitorietà.

Nel 1990 con la legge Mammì si tornava a legiferare in materia e veniva stabilito che non si poteva essere proprietari di più di tre canali, senza l'introduzione, però, di limiti che compromettessero l'estensione assunta televisivamente dalle reti di Berlusconi. L'approvazione della legge rinnovava forti polemiche e cinque ministri del Governo Andreotti si dimisero per protesta. Berlusconi, essendo state decise anche norme volte a impedire posizioni dominanti contemporaneamente nell'editoria di quotidiani, venne costretto a cedere le proprie quote della società editrice del Giornale, vendendole al fratello Paolo Berlusconi.

Nel 1994 una nuova sentenza della Corte (la n. 420) dichiarava incostituzionale parte della legge, richiamando la necessità di porre limiti più stretti nella concentrazione di possedimenti in campo mediatico.

Berlusconi continua, quindi, ad operare nel settore tramite l'azienda Mediaset (nata nel 1995, dallo scorporo delle attività televisive della Fininvest), con concessioni a valenza transitoria.

L’iscrizione di Berlusconi alla loggia massonica P2 avviene il 26 gennaio 1978 nella sede di via Condotti a Roma, all'ultimo piano del palazzo che ospita il gioiellere Bulgari insieme a Roberto Gervaso ; la tessera è la n. 1816, codice E. 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625, come risulta dai documenti e dalle ricevute sequestrate ai capi della loggia. Berlusconi ha negato la sua partecipazione alla P2, ma ha ammesso in tribunale di essere stato iscritto. Nell'autunno del 1988 (nel corso di un processo contro due giornalisti accusati di averlo diffamato celebrato dal tribunale di Verona), Berlusconi dichiarò: «Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo. Non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mai mi è stata chiesta».

Per tali dichiarazioni il pretore di Verona Gabriele Nigro ha avviato nei confronti di Berlusconi un procedimento per falsa testimonianza. Al termine il magistrato veronese ha prosciolto in istruttoria l'imprenditore perchè il fatto non costituisce reato . Il sostituto procuratore generale Stefano Dragone ha però successivamente impugnato il proscioglimento e la Corte d'appello di Venezia ha avviato un nuovo procedimento in esito al quale ha stabilito che «Berlusconi, deponendo davanti al Tribunale di Verona nella sua qualità di teste-parte offesa, ha dichiarato il falso» ma che «il reato attribuito all’imputato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia».

Successivamente dichiarò: "Non sono mai stato piduista, mi mandarono la tessera e io la rispedii subito al mittente: comunque i tribunali hanno stabilito che gli iscritti alla P2 non commisero alcun reato, e quindi essere stato piduista non è titolo di demerito". In altra occasione, ha affermato che la P2 "per la verità allora appariva come una normalissima associazione, come se fosse un Rotary, un Lions, e non c'erano motivi, per quello che se ne sapeva, per pensare che la cosa fosse diversa. Io resistetti molto a dare la mia adesione, e poi lo feci perché Gervaso insistette particolarmente dicendomi di rendere ma cortesia personale a lui".

Secondo la Commissione parlamentare d'inchiesta Anselmi la loggia massonica era "eversiva". Essa fu sciolta con un'apposita legge, la n. 17 del 25 gennaio 1982.

La P2 era "un'organizzazione che mirava a prendere il possesso delle leve del potere in Italia attraverso il «piano di rinascita democratica», un elaborato a mezza via tra un manifesto e uno «studio di fattibilità». Conteneva una sorta di ruolino di marcia per la penetrazione di esponenti della loggia nei settori chiavi dello Stato, indicazioni per l'avvio di opere di selezionato proselitismo e anche un preventivo dei costi per l'acquisizione delle funzioni vitali del potere". Il Piano programmava la dissoluzione dei partiti e la costruzione di due poli organizzati in club territoriali e settoriali; tendeva al monopolio dell'informazione, al controllo della banche, alla Repubblica presidenziale e al controllo della magistratura da parte del potere politico.

Secondo il fondatore della P2 Licio Gelli, Berlusconi "ha preso il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato quasi tutto". Anche il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi rimprovera al primo governo Berlusconi, al momento della sua caduta (1995), di essere "l'attuazione fatta e programmata da Berlusconi del Piano di rinascita democratica proposto dalla Loggia P2 già nel 1976". D'altra parte, l'affermazione di Gelli sottointende una certa estraneità di Berlusconi al tentativo che la loggia fece di attuare il suo piano, mentre, al di là delle analogie reali o apparenti, i contatti tra Berlusconi e personaggi legati alla loggia appaiono piuttosto concreti e provati e viaggiano per le vie degli affari, in particolare attraverso il canale internazionale rappresentato dal Banco Ambrosiano. Nell'organigramma complessivo della P2, incentrato, come detto, sulla segreta penetrazione dei più diversi luoghi del potere (finanza, politica, media), il ruolo dei giornali e della televisione appare decisivo. Lo stesso Gelli ha anche affermato: "Il vero potere risiede nelle mani di chi ha in mano i mass media".

A partire dal 1985, gli archivi di Gelli testimoniano l'intervento della P2 nell'acquisizione da parte di Berlusconi dell’allora più diffuso settimanale popolare italiano, Tv Sorrisi e Canzoni. La transazione, se vista come una delle tante compiute all'interno della stessa intricata ragnatela di imprese legate al sistema creditizio vaticano, risulta quasi solo un passaggio di consegna per la realizzazione del programma. È il giugno del 1983 quando la consociata all'estero Ambrosiano Group Banco Comercial di Managua cede a Berlusconi il 52% del pacchetto azionario della rivista. A interessarsi dell'affare sono i finanzieri Roberto Calvi e Umberto Ortolani. A seguito della presentazione delle conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P.2, la loggia fu sciolta per legge in ragione dei «fini eversivi» che si prefiggeva. Gelli fu condannato e arrestato, benché al riguardo Berlusconi sostenne di essere «...sempre in curiosa attesa di conoscere quali fatti o misfatti siano effettivamente addebitati a Licio Gelli...».

Al momento del suo ingresso ufficiale in politica (1993), Berlusconi presentò un partito la cui struttura e programma parvero ad alcuni, simili a quelle prefigurate nel disegno eversivo della P2: «Club dove siano rappresentati... operatori imprenditoriali, esponenti delle professioni liberali, pubblici amministratori» e solo «pochissimi e selezionati» politici di professione. Fin dal primo governo Berlusconi i titolari di diversi incarichi sono risultati appartenenti alle liste segrete scoperte nella residenza di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi.

Un conflitto di interessi emerge in presenza di proprietari di imprese che vengono ad assumere cariche pubbliche. La contemporanea proprietà di società di assicurazione, di colossi dell'editoria, di imprese turistiche, e così via, acuisce questo problema nella figura di Silvio Berlusconi.

Secondo il settimanale britannico The Economist, Berlusconi, nella sua doppia veste di proprietario di Mediaset e Presidente del Consiglio, deteneva il controllo di circa il 90% del panorama televisivo italiano. Questa percentuale include sia le stazioni da lui direttamente controllate, sia quelle su cui il suo controllo può essere esercitato in maniera indiretta attraverso la nomina (o l'influenza sulla nomina) degli organismi dirigenti della televisione pubblica. Questa tesi viene respinta da Berlusconi che nega di controllare la RAI. Egli sottolinea il fatto che durante il suo governo siano stati nominati presidente della RAI persone facenti riferimento al centrosinistra, in primo luogo Lucia Annunziata. Attualmente il presidente della RAI è Claudio Petruccioli, di centro-sinistra, mentre il ruolo di direttore generale è ricoperto da Claudio Cappon. Di fatto durante il governo Berlusconi il CdA della RAI era a maggioranza di nomina della Casa delle Libertà.

Il vasto controllo sui media esercitato da Berlusconi è stato collegato da molti osservatori italiani e stranieri alla possibilità che i media italiani siano soggetti ad una reale limitazione delle libertà di espressione. L'Indagine mondiale sulla libertà di stampa (Freedom of the Press 2004 Global Survey), uno studio annuale pubblicato dall'organizzazione americana Freedom House, ha retrocesso l'Italia dal grado di "Libera" (Free) a quello di "Parzialmente Libera" (Partly Free) sulla base di due principali ragioni, la concentrazione di potere mediatico nelle mani del Presidente del consiglio Berlusconi e della sua famiglia, e il crescente abuso di potere da parte del governo nel controllo della televisione pubblica RAI. L'indagine dell'anno successivo ha confermato questa situazione con l'aggravante di ulteriori perdite di posizione in classifica.

Reporter senza frontiere dichiara inoltre che nel 2004, «Il conflitto d'interessi che coinvolge il primo ministro Silvio Berlusconi e il suo vasto impero mediatico non è ancora risolto e continua a minacciare la libertà d'espressione». Nell'aprile 2004, la Federazione Internazionale dei Giornalisti si unisce alle critiche, obbiettandosi al passaggio di una legge firmata da Carlo Azeglio Ciampi nel 2003, che i detrattori di Berlusconi ritengono sia destinata a proteggere il suo controllo dichiarato del 90% dei media nazionali.

Il centrosinistra, al governo dal 1996 al 2001, non intervenne invece sul tema del conflitto d'interessi. Nel 2003 Luciano Violante, allora capogruppo DS alla Camera, dichiarò in Parlamento che il centrosinistra aveva dato nel 1994 la garanzia a Berlusconi e Letta che le "televisioni non sarebbero state toccate" con il cambio di governo. Inoltre sottolineò che nel 1994 ha votato a favore per l'eleggibilità di Berlusconi a deputato quando essa fu contestata (la Costituzione nega l'eleggibilità per i concessionari dello Stato) e rimarcò il fatto che durante il governo di centrosinistra il fatturato di Mediaset era cresciuto di 25 volte.

A tutt'oggi il conflitto di interessi non è stato ancora risolto da nessun governo.

I tre non vennero più chiamati a condurre programmi in RAI: di fatto la nuova dirigenza RAI insediatasi all'epoca del governo Berlusconi e da esso spronata a prendere provvedimenti, espulse Biagi, Santoro e Luttazzi da tutte le programmazioni televisive. La situazione perdurò fino al 2006 quando, in seguito ad azioni giudiziarie che li hanno visti vincenti sulla dirigenza RAI, Biagi e Santoro hanno ripreso a condurre programmi giornalistici.

La situazione di Retequattro è incerta dalla fine degli anni ottanta, dove si iniziò a discutere di concentrazione dei mezzi di informazione, in seguito all'acquisto della Mondadori da parte di Fininvest. Tale situazione perdura tutt'oggi nonostante la giurisprudenza si è pronunciata in più occasioni sulla destinazione del canale, il quale avrebbe dovuto migrare dal sistema analogico a quello digitale e le cui frequenze analogiche sarebbero dovute passare ad un diverso concessionario, vincitore legittimo della gara d'appalto: Francesco Di Stefano, proprietario dell'emittente televisiva Europa 7 . Con la legge Gasparri Retequattro ha potuto invece continuare a trasmettere in chiaro senza risolvere la succitata discriminazione. Tale legge a luglio 2006 è stata bocciata dall'Unione Europea, che ha chiesto all'Italia di cambiare le regole sulla tv, altrimenti scatterebbe una multa di 300.000 euro al giorno.

Berlusconi ha sempre avuto rapporti contrastati con la televisione pubblica, da lui spesso accusata di essere, se non totalmente schierata a sinistra, per gran parte controllata dai partiti dell'opposizione (soprattutto Raitre, definita da Berlusconi «una macchina da guerra contro il Presidente del Consiglio»). Questa visione è ovviamente ribaltata secondo il punto di vista dei suoi oppositori che lo accusano di averla pesantemente occupata nel periodo in cui è stato capo del governo.

È del 12 marzo 2006 (durante la campagna elettorale per le elezioni politiche) la polemica, in occasione del programma di Raitre, "In 1/2 h" (In mezz'ora), tra Berlusconi che accusava la conduttrice Lucia Annunziata di muoversi sulla base di posizioni di pregiudizio nei suoi confronti e di aperta partigianeria in appoggio della sinistra, e la giornalista stessa che gli rimproverava l'incapacità di trattare con i giornalisti. Silvio Berlusconi lasciò lo studio dopo 17 minuti.

Nel dicembre 2007 è stato divulgato l'audio di una intercettazione telefonica di un dialogo tra Berlusconi, allora capo dell'opposizione, e Agostino Saccà, direttore generale della RAI che ha provocato reazioni di scandalo nei media. L'intercettazione proveniva da un'inchiesta della procura di Napoli che vedeva Berlusconi indagato per corruzione.

Nella telefonata si ascolta Saccà esprimere una posizione di appassionato appoggio politico a Berlusconi e di critica per il comportamento degli alleati. Berlusconi sollecita Saccà a mandare in onda una trasmissione voluta da Umberto Bossi e Saccà si lamenta del fatto che ci sono persone che hanno diffuso voci su questo accordo provocandogli problemi. Berlusconi poi chiede a Saccà di dare una sistemazione in una fiction ad una ragazza spiegando in modo molto esplicito che questo servirebbe per uno scambio di favori con un senatore della maggioranza che lo aiuterebbe a far cadere il governo. Saccà saluta esortando Berlusconi a impadronirsi della maggioranza quanto prima possibile.

Berlusconi ha sostenuto in sua difesa: "lo sanno tutti nel mondo dello spettacolo, in certe situazioni in Rai si lavora soltanto se ti prostituisci oppure se sei di sinistra. Io ho fatto diversi interventi per personaggi che non sono di sinistra e che sono stati messi completamente da parte dalla Rai".

Nel quarto governo Berlusconi, l'onorevole Mara Carfagna, ex showgirl, è stata scelta per ricoprire il ruolo di ministro delle Pari Opportunità.

Secondo il quotidiano argentino El Clarin alcune intercettazioni avrebbero prodotto materiale non penalmente rilevante riguardante presunti favori sessuali ottenuti dal premier Berlusconi in cambio della poltrona da ministro. Di tali intercettazioni esisterebbero ormai solo copie, essendo stati distrutti, ai sensi della legge, gli originali in quanto non rilevanti ai fini del processo per corruzione a carico di Berlusconi.

Dell'esistenza delle intercettazioni parlarono prima Sabina Guzzanti durante la manifestazione di piazza Navona l'8 luglio 2008, poi il deputato PdL Paolo Guzzanti sul suo blog, ritenendo esistessero «proporzionati motivi per temere che la signorina in questione occupi il posto per motivi che esulano dalla valutazione delle sue capacità di servitore dello Stato, sia pure apprendista».

Le dichiarazioni sortirono una citazione in sede civile per Sabina Guzzanti. Anche al padre, il deputato PdL Paolo Guzzanti arriva una minaccia di querela, a cui risponde: "Mi è capitato di imbattermi in persone, parlo di membri del parlamento, che mi hanno raccontato di avere letto le intercettazioni e di avere da esse tratto certe sensazioni e a loro parere fondate sulla vicenda. Se dovessi essere chiamato da un magistrato per difendermi sarei pronto a dire i nomi di questi autorevoli membri del parlamento", la vicenda si conclude quindi con una riconciliazione formale e con una precisazione:" Parlavo di una questione più generale: se i ministri debbano essere nominati solo perché in rapporti molto personali".

Silvio Berlusconi è stato oggetto di numerosi procedimenti penali, nessuno dei quali si è concluso con una sentenza definitiva di condanna.

Alcuni di questi procedimenti sono stati archiviati in fase di indagine; a seguito di altri è stato instaurato un processo nel quale Berlusconi è stato assolto. In altri processi, infine, sono state pronunciate, in primo grado o in appello, sentenze di condanna per reati quali corruzione giudiziaria, finanziamento illecito a partiti e falso in bilancio. In alcuni casi, dopo un esito del primo o del secondo grado di giudizio sfavorevole a Berlusconi, i procedimenti non si sono conclusi con una sentenza di condanna: ciò grazie a sopravvenuta amnistia, al riconoscimento di circostanze attenuanti che, influendo sulla determinazione della pena, hanno comportato il sopravvenire della prescrizione oppure a nuove norme, molte volte promulgate dal suo stesso governo, che hanno modificato le pene e la struttura di taluni reati a lui contestati, come nel caso della depenalizzazione del reato di falso in bilancio. Dette norme, approvate in Parlamento dalla maggioranza di centro-destra, in taluni casi hanno imposto una valutazione di non rilevanza penale di alcuni dei fatti contestati, poiché il fatto non è più previsto dalla legge come reato; in altri casi la relativa riduzione delle pene previste per le nuove fattispecie di reato ha fatto sì che i termini di prescrizione maturassero prima che fosse pronunciata sentenza definitiva.

Il 30 gennaio 2008 Silvio Berlusconi è stato prosciolto dalla I sezione penale del Tribunale di Milano per l'accusa di falso in bilancio nel processo SME, in quanto il fatto commesso, a seguito della riforma promossa dal governo Berlusconi II , non costituisce più reato.

Su molti dei procedimenti giudiziari contro Berlusconi, alcuni dei quali ancora in corso, c'è acceso dibattito tra i suoi sostenitori e i suoi detrattori.

Con la locuzione legge ad personam si intende un provvedimento promulgato ad hoc a scopi prettamente personali.

Anche se non rientra nel novero delle leggi, possiamo citare a tal proposito il ricorso del governo contro la legge della regione Sardegna al divieto di costruire a meno di due chilometri dalle coste (ricorso n. 15/2005 alla legge regionale 8/2004) (che bloccava, tra l'altro, l'edificazione di "Costa Turchese", insediamento di 250.000 metri cubi della Edilizia Alta Italia di Marina Berlusconi).

Un tratto distintivo del modo di porsi di Berlusconi nei confronti del pubblico è il frequente ricorso all'uso di battute ironiche e/o sarcastiche che, insieme alla narrazione di barzellette, hanno l'effetto di "freddare" gli interlocutori. Questa sua caratteristica è molto criticata dai suoi detrattori, che ritengono tali battute offensive nei confronti dell'avversario e poco idonee al ruolo istituzionale che ricopre. I suoi sostenitori ritengono che l'umorismo di Berlusconi sia parte integrante della sua immagine pubblica di uomo dell'ottimismo e della speranza. Tuttavia, non di rado questa tendenza l'ha portato a dichiarazioni che poi ha smentito, ritrattato o declassato a battute umoristiche. Altre volte, tali dichiarazioni hanno fatto temere ripercussioni nei rapporti internazionali.

Durante una seduta del Parlamento Europeo, Berlusconi ha replicato all'eurodeputato socialista tedesco Martin Schulz, il quale in un intervento aveva criticato il premier italiano per i suoi guai giudiziari e lo aveva accusato di esportare il conflitto di interessi nel resto d'Europa, dicendo: «Signor Schulz, so che in Italia c'è un produttore che sta facendo un film sui campi di concentramento nazisti. La suggerirò per il ruolo di kapò, lei sarebbe perfetto..."». L'aula dopo l'iniziale stupore reagì con urla di disapprovazione nei confronti del premier. In seguito Berlusconi dichiarò: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l’atmosfera. La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». Successivamente il Cavaliere aggiunse: «In Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle», provocando le proteste della comunità ebraica.

Durante la foto di gruppo dei ministri degli Esteri, nella città spagnola di Caceres, Berlusconi che all'epoca era titolare ad interim della Farnesina, fece le corna ad un collega. Dopo le polemiche, il Cavaliere spiegò che l'aveva fatto solo per far divertire un gruppo di giovani boy-scout.

Durante una conferenza stampa con l'allora presidente uscente della Russia, Vladimir Putin, dopo che una giornalista aveva posto al leader russo una domanda su una sua presunta relazione con una giovane ginnasta e Putin si era rifiutato di rispondere Berlusconi mimò una mitragliatrice che sparava sulla cronista. La vicenda provocò polemiche per via dell'alto numero di giornalisti assassinati in Russia.

Durante una conferenza stampa successiva ad un vertice dei leader dell'Unione Europea, Berlusconi giudicò il primo ministro della Danimarca Anders Fogh Rasmussen come "il premier più bello d'Europa" aggiungendo che lo presenterò a mia moglie perché è molto più bello di Cacciari... secondo quello che dicono in giro.

Nel corso di un G8 in Canada, mentre l'allora presidente francese Chirac teneva il suo intervento, Berlusconi si alzò e iniziò a distribuire orologi agli altri capi di Governo presenti. Molti, tra cui il quotidiano inglese The Times, giudicarono il gesto come un segno di sprezzo politico nei confronti di Chirac e degli altri politici presenti.

Di ritorno da una visita in Medio Oriente, Berlusconi spiegò ad una giornalista che Arafat gli aveva chiesto di aprire un canale televisivo nella striscia di Gaza e che lui avrebbe mandato Striscia la notizia. Arafat smentì seccamente di avergli mai chiesto una tv.

In visita ufficiale in uno stabilimento in Russia della Merloni, si avvicinò ad un gruppo di operaie e ne baciò una sul volto. Il quotidiano russo Kommersant paragonò Berlusconi ai "teppisti che aspettano negli androni bui le ragazze che rincasano".

Nel corso della campagna elettorale del 2006, Berlusconi dichiarò ad un comizio che i comunisti cinesi, ai tempi di Mao, bollivano i bambini per concimare i campi. Il Ministero degli Esteri cinese protestò giudicando le parole del Cavaliere come "affermazioni infondate" e minacciò di far saltare le relazioni fra Cina e Italia.

Ai giornalisti che gli chiedevano se ritenesse necessario un rimpasto del governo rispose che "non si occupava di paste alimentari" aggiungendo che dopo la visita in Arabia Saudita lui mangiava solo riso in bianco. Il Ministro degli Esteri saudita inviò una lettera di protesta al suo omologo italiano.

Dopo che Parma fu proclamata sede dell'agenzia alimentare europea, Berlusconi spiegò che l'agenzia non sarebbe mai potuta andare a Helsinki perché i finlandesi vanno molto fieri della renna marinata e del pesce con la polenta, mentre non sanno nemmeno cos'è il prosciutto. Inoltre aggiunse che aveva convinto la presidente finlandese, Tarja Halonen a ritirarsi sfoderando le sue "doti di playboy". La presidente Halonen convocò l'ambasciatore italiano e inviò una protesta ufficiale, mentre le associazioni di produttori finlandesi minacciarono il boicottaggio dei prodotti alimentari italiani.

Durante un vertice, Berlusconi spiegò che lui era dipinto dalla stampa come un bassotto che portava i tacchi rialzati nelle scarpe. Per dimostrare che non era così, si è tolto una scarpa e l'ha messa sul tavolo mostrando a tutti che appunto non aveva i tacchi alti.

Altro episodio che fece discutere fu la battuta sull'inferiorità della cultura islamica rispetto a quella occidentale, pronunciata poco dopo gli attentati dell'11 settembre 2001.

Intervistato da un settimanale inglese, affermò che Mussolini non avrebbe mai ucciso nessuno, ma si sarebbe limitato a "mandare la gente a fare vacanza al confino". Per tali dichiarazioni Berlusconi è stato criticato dall'opposizione . Il figlio di Giacomo Matteotti, il deputato socialista ucciso dai fascisti, ha ricordato al premier che «dagli interrogatori degli esecutori risultò evidente che il mandante dell'assassinio fu Benito Mussolini», invitandolo ad «andare sul Lungotevere, nel luogo in cui fu ucciso mio padre».

Il 10 agosto 2003 invitato quale ospite al matrimonio della figlia del premier turco Recep Tayyip Erdoğan tentò di baciarle la mano, provocando il ritrarsi imbarazzato della sposa perché tale gesto è vietato ed inopportuno per la tradizione islamica.

Il 4 aprile 2006, a meno di una settimana dalle successive elezioni politiche , durante un intervento a Confcommercio, affermòdi avere troppa stima degli italiani per credere che in giro ci siano così tanti coglioni che possano votare contro il loro interesse, cioè partiti e coalizioni a lui avversi. Nel pomeriggio, dichiarò invece che gli italiani che avrebbero votato l'Unione erano dei masochisti.

Sempre parlando al convegno di Confcommercio, Berlusconi dichiarò che la magistratura, come dimostrato dal caso del piccolo Tommaso Onofri (un bambino di tre anni rapito e ucciso da un pregiudicato) era il cancro del Paese. Sempre secondo il premier, i giudici invece di occuparsi dei criminali spendevano il denaro dei cittadini indagando sulle sue aziende per fini esclusivamente politici. In un'altra occasione aveva definito i giudici come persone mentalmente disturbate.

Il 6 febbraio 2007 scherzando sul nome del candidato leghista alle comunali di Monza (Marco Maria Mariani) affermò: I gay però stanno tutti dall'altra parte intendendo dire che gli omosessuali stanno tutti a sinistra.

Poco dopo l'elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, Berlusconi, durante una conferenza stampa congiunta con il presidente russo Dmitrij Medvedev al Cremlino, ha affermato: «Ho detto al presidente Medvedev che Obama ha tutto per poter andare d'accordo con lui: perché è giovane, è bello e abbronzato e quindi penso che si possa sviluppare una buona collaborazione». La frase ha suscitato polemiche perchè l'aggettivo abbronzato è stato talvolta impiegato in maniera dispregiativa nei confronti delle persone di colore. Berlusconi ha affermato che la sua dichiarazione è stata «una carineria assoluta, un grande complimento» e ha definito imbecilli coloro che hanno criticato quella dichiarazione.. la notizia è stata riportata anche dalla stampa e dai media esteri .

Il 6 febbraio 2009, in occasione della conferenza stampa dopo la seduta del Consiglio dei Ministri in cui è stato approvato un decreto legge (non firmato dal Capo dello Stato) per vietare la sospensione dell'alimentazione e idratazione artificiale per tutti i pazienti in stato vegetativo persistente, Berlusconi ha dichiarato: «Secondo la mia personale coscienza, dovevamo produrre ogni sforzo nelle nostre possibilità per evitare la morte di una persona che è in pericolo di vita e che non è in morte cerebrale ma che è una persona che respira in modo autonomo, una persona viva, le cui cellule cerebrali sono vive e mandano anche segnali elettrici, una persona che potrebbe anche in ipotesi generare un figlio in uno stato vegetativo che potrebbe variare, come diverse volte si è visto». Il dott. Franco Toscani, direttore scientifico dell'Istituto Maestroni per la ricerca nel campo delle cure palliative a Crema, interpellato dal Corriere della Sera, riguardo la possibilità per un paziente in stato vegetativo di generare un figlio, ha affermato: «L'idea è agghiacciante, ma da un punto di vista fisiologico si può anche ipotizzare: del resto si sono fatti esprimenti con uteri artificiali». L'opposizione e parte della società civile è insorta dichiarando estremamente preoccupanti le parole del premier sia rispetto alla legge approvata dal proprio governo che impedisce la fecondazione in vitro che in relazione ai dettami della Chiesa Cattolica.

In un comizio tenuto a Cagliari il 13 febbraio 2009 disse: «Di me hanno detto tutto i signori della sinistra che sono come quel dittatore argentino che faceva fuori i suoi oppositori portandoli in aereo con un pallone, poi apriva lo sportello e diceva: è una bella giornata, andare fuori un po’ a giocare». Alle risate della platea, aggiunse: «Fa ridere, ma è drammatico». Il governo argentino ha conseguentemente convocato l’ambasciatore italiano a Buenos Aires.

Sono molte nel panorama musicale italiano le canzoni che si riferiscono a Silvio Berlusconi. Nella maggior parte dei testi, non viene citato direttamente ma sottinteso con riferimenti alla sua vita privata e pubblica (ad esempio sulla sua statura, sui lifting e sulla storia della sua carriera politica e imprenditoriale). Sono quasi tutti testi critici, ma non mancano le eccezioni.

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Source : Wikipedia