Roberto Calderoli

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Inviato da maria 05/03/2009 @ 01:11

Tags : roberto calderoli, semplificazione normativa, governo berlusconi iv, politica

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Roberto Calderoli

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Roberto Calderoli (Bergamo, 18 aprile 1956) è un politico italiano.

Già Ministro delle riforme istituzionali nel governo Berlusconi II, è coordinatore delle Segreterie nazionali della Lega Nord per l'indipendenza della Padania e vice-presidente del Senato. Attualmente copre l'incarico senza portafoglio di Ministro per la Semplificazione Normativa.

Laureato in medicina e chirurgia col voto di 110 e lode, medico ospedaliero maxillo-facciale, sposato con un rito celtico (di nessun valore legale) con la sceneggiatrice Sabina Negri, inizia la sua esperienza politica con il movimento della Lega Lombarda, di cui diviene presidente nel 1993 e segretario nazionale dal 1995 al 2002. Dal 2002 è coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord.

Dal 1990 al 1995 è consigliere comunale a Bergamo.

È deputato alla Camera dal 1992 al 2001, iscritto al gruppo parlamentare della Lega Nord Padania e temporaneamente Presidente della Commissione Affari sociali.

Alle elezioni politiche del 2001 è eletto al Senato nel collegio uninominale di Albino per la circoscrizione Lombardia.

Vicepresidente del Senato della Repubblica dall'inizio della legislatura fino a luglio del 2004, assume la carica di "Ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione", in sostituzione di Umberto Bossi, eletto al Parlamento europeo. In questa veste è stato tra gli artefici di una riforma costituzionale di ampio respiro finalizzata a trasformare l'Italia in una repubblica federale, a superare il bicameralismo perfetto e a ridurre il numero dei parlamentari. Suddetta riforma fortemente voluta dalla Lega Nord è stata bocciata da referendum popolare. Calderoli è anche uno dei firmatari della Legge elettorale oggi in vigore approvata al termine della legislatura in un clima politico rovente.Detta legge è stata successivamente (precisamente il 15 marzo 2006 alla trasmissione televisiva Matrix) giudicata da Calderoli "una porcata". Da quel momento, la stessa legge è identificata da media e opinione pubblica con l'appellativo di "Porcellum".

Il 15 febbraio 2006 il Ministro Calderoli, in un'intervista televisiva del TG1 sulla libertà di espressione in Europa in seguito alle conseguenze della pubblicazione di alcune caricature di Maometto sul Jyllands-Posten, mostra una maglietta che raffigura Maometto . Il servizio viene ripreso e ritrasmesso da tutti i telegiornali RAI. Sebbene la maggioranza degli organi di stampa riporti la notizia che la maglietta in questione riproducesse una delle caricature pubblicate dallo Jyllands-Posten, ciò non corrisponde a verità. Come è possibile verificare dall'analisi del video , si tratta in realtà della vignetta pubblicata in prima pagina da France Soir l' 1 febbraio 2006 , che rivendicava la libertà di stampa e di satira nel giorno in cui lo stesso giornale pubblicava, all'interno, le vignette danesi. Pur non trattandosi di una delle vignette già sotto accusa, l'evento suscitò comunque dure reazioni dato che la religione islamica proibisce le raffigurazioni della figura umana in genere, tanto più a quella del profeta Maometto, in particolare se in un contesto considerato irrispettoso perché può portare a ridere di lui, come è il caso di una vignetta satirica.: il 17 febbraio ci fu una violenta protesta davanti al Consolato Italiano di Bengasi, in Libia, e la polizia libica sparò sulla folla, uccidendo 11 manifestanti. Secondo dichiarazioni successive dello stesso Gheddafi , la rivolta di Bengasi non fu dovuta alle vignette bensì allo storico contenzioso Italia-Libia per il risarcimento dei danni coloniali. La stessa rivolta, secondo commentatori esperti di politica mediorientale, sarebbe stata frutto di accordi sotterranei con movimenti integralisti, fino a quel momento osteggiati dal regime libico . Calderoli si dimette il 18 febbraio 2006, dopo esplicita richiesta dell'intero governo e di tutta l'opposizione, oltre che al richiamo del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi che invoca "comportamenti responsabili" per chi ha "responsabilità di governo". L'episodio della maglietta provoca anche tensioni diplomatiche tra il governo italiano e lo Stato libico.

Dal 4 maggio 2006 è nuovamente uno dei vicepresidenti del Senato della Repubblica. Durante il periodo del governo Prodi, presenta in Senato mozioni che vengono votate anche da alcuni membri della maggioranza. Gli episodi contribuiscono a rendere il clima più rovente e ad evidenziare la scarsa tenuta della coalizione di maggioranza in Senato.

L'11 giugno 2007 viene iscritto al registro degli indagati, con l'ipotesi di appropriazione indebita, dalla Procura della Repubblica di Lodi nell'indagine sui comportamenti del banchiere Giampiero Fiorani e di Antonveneta.

Dal 7 maggio 2008 è ministro per la Semplificazione Normativa nel Governo Berlusconi IV. A dicembre 2008 annuncia di aver soppresso 29.100 leggi considerate inutili, il cui mantenimento costava 2.000 euro all'anno, per un risparmio totale di 58.000.000 di euro l'anno. Già a giugno era stata cancellata una prima tranche di 3.300 leggi. La scure di Calderoli si è abbattuta, ad esempio, sul regio decreto sul trattamento doganale del prosciutto cotto conservato in scatola e sulle misure per la lotta alle cavallette, l'aumento dell'indennità di bagaglio per il cavallo o per la sua bardatura e la lotta alla cicciniglia degli agrumi. Via anche la norma sulla provvidenza per l'ammasso volontario dei bozzoli di produzione, i provvedimenti straordinari a favore della pollicoltura e della conigliatura e alcune norme del periodo fascista che formalmente ancora esistevano.

Per la parte superiore



Elezioni politiche italiane del 2006

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Le elezioni politiche del 2006 per il rinnovo dei due rami del Parlamento Italiano - Camera dei Deputati e Senato della Repubblica - si sono tenute il 9 e il 10 aprile.

L'esito della tornata elettorale è stato incerto fino alla fine dello scrutinio delle schede e si è risolto con una leggera prevalenza del centro-sinistra che ha quindi vinto le elezioni. La coalizione di centro-sinistra, che aveva come candidato alla presidenza del consiglio Romano Prodi, ha potuto contare su un'esigua maggioranza al Senato e un ampio margine alla Camera.

La coalizione sconfitta di centrodestra (candidato premier Silvio Berlusconi) ha contestato la vittoria del centrosinistra (vedi più avanti nella voce).

La stampa nazionale ed internazionale ha dato grande rilievo all'esito controverso di queste elezioni.

Lo svolgimento di queste consultazioni politiche è stato disciplinato da una nuova legge elettorale, che sostituisce le leggi 276 e 277 del 1993, introducendo un sistema quasi totalmente differente. La legge n° 270 del 21 dicembre 2005, scritta principalmente da Roberto Calderoli, è stata approvata con i soli voti della maggioranza parlamentare, senza il consenso della minoranza che l'ha duramente criticata, e ha modificato il precedente meccanismo misto, per tre quarti a ripartizione maggioritaria dei seggi, in favore di un sistema di assegnazione dei seggi quasi completamente proporzionale, a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze.

Dopo una sperimentazione condotta in circa 1500 uffici elettorali nei due anni precedenti, nel 2006 i voti di circa undici milioni di elettori sono stati conteggiati e comunicati al ministero anche con lo scrutinio elettronico.

Lo scrutinio elettronico, a differenza del "voto elettronico", prevede che gli elettori esprimano il proprio voto secondo le modalità usuali (schede cartacee ed urne), ma che durante lo spoglio il presidente del seggio sia affiancato, oltre che dagli usuali collaboratori, da un operatore che immette i dati relativi a ciascuna scheda su di un computer portatile. Alla fine del conteggio i dati vengono stampati e trasmessi attraverso rete GPRS o fissa al Ministero dell'Interno.

L'iniziativa ha suscitato diverse critiche, in particolare a causa dei tempi ristretti in cui questa è stata messa in opera e delle ingenti somme di denaro investite.

Nel merito, è stata in particolare contestata l'adozione di un software proprietario; il fatto che i sorgenti non siano pubblici impedisce di verificare che la trasmissione dei dati rispetti gli standard minimi di sicurezza in uso per tutelare la riservatezza e, soprattutto, la non-manipolabilità dei dati (ovvero firma elettronica, crittografia asimmetrica, protocollo SSL).

Tra gli scenari paventati c'è quello di un periodo di estrema instabilità istituzionale nel caso in cui il risultato del conteggio elettronico non sia conforme a quello tradizionale. Quest'ultima eventualità è però esclusa da un procedimento che prevede che i due conteggi avvengano in contemporanea e che il risultato del conteggio elettronico sia ufficializzato e comunicato solo se identico a quello manuale. In caso contrario il risultato del conteggio elettronico "non ha alcuna incidenza sul procedimento ufficiale di proclamazione dei risultati e di convalida degli eletti".

La Casa delle Libertà, coalizione parte della maggioranza parlamentare di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, si ripresenta con i suoi quattro partiti che hanno costituito l'alleanza principale nelle precedenti elezioni politiche: Forza Italia, il movimento di Silvio Berlusconi (Presidente del Consiglio uscente); Alleanza Nazionale, guidato da Gianfranco Fini (Vicepresidente del Consiglio uscente); Lega Nord, guidato da Umberto Bossi; UDC, partito nato successivamente all'alleanza di cinque anni prima del Biancofiore, riunente il CDU di Rocco Buttiglione e il CCD di Pierferdinando Casini, attualmente posto sotto la guida di Lorenzo Cesa.

A questi si aggiungono una serie di partiti e movimenti, come il Nuovo PSI di Gianni De Michelis, confermando l'alleanza della precedente appuntamento elettorale, ma subendo la scissione di Bobo Craxi, questa volta insieme alla Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, partito che in precedenza non si era schierato per una delle due principali coalizioni. Lo stesso per il Partito Repubblicano Italiano di Giorgio La Malfa, con la differenza che il Movimento Repubblicani Europei, nato a causa del cambio di alleanza operato da La Malfa nel 2001, ora è parte integrante della coalizione avversaria di Romano Prodi. Apparentato è il Movimento per l'Autonomia fondato di recente da Raffaele Lombardo e attivo soprattutto nel meridione d'Italia, richiamante le idee della Lega Nord. Dalla scissione verificatasi nel Partito Radicale a causa della sua decisione di schierarsi e di favorire la vittoria del centrosinistra, sono nati i Riformatori Liberali, guidati da Benedetto Della Vedova, in appoggio alla coalizione di Berlusconi. Anche Alternativa Sociale si collega alla Casa delle Libertà, il partito di Alessandra Mussolini, che nelle precedenti politiche era stata eletta con Alleanza Nazionale, ora a guida di una sua coalizione che raccoglie anche l'appoggio di Forza Nuova di Roberto Fiore e del Fronte Sociale Nazionale di Adriano Tilgher. Altre formazioni apparentate sono: Ambienta Lista (Verdi Verdi), No Euro, S.O.S. Italia, Pensionati Uniti, Patto Cristiano Esteso, Nuova Sicilia, Patto per la Sicilia.

La nuova legge elettorale non prevede l'elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri (che viene designato dal Presidente della Repubblica, in base alla possibilità che ha di riscuotere la fiducia del Parlamento), ma richiede l'indicazione formale di un capo della coalizione, ruolo che viene assegnato dalla Casa delle Libertà a Silvio Berlusconi. Nonostante Berlusconi sia chiaramente intenzionato a tornare alle funzioni di cui si è preso carico negli anni passati, gli alleati Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini vorrebbero proporsi al suo posto nel caso riuscissero ad ottenere un numero di voti superiore a quello di Forza Italia.

L'Unione è il nome assunto dalla coalizione del centrosinistra, già precedentemente presentatasi alle elezioni regionali del 2005, nella quale l'alleanza precedente dell'Ulivo viene estesa ad altre forze politiche, innanzitutto Rifondazione Comunista.

La coalizione è guidata da Romano Prodi, già Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1996-1998 (XIII legislatura), in un governo dell'Ulivo, appoggiato soltanto esternamente da Rifondazione Comunista, e Presidente della Commissione europea nel periodo 1999-2004. La sua designazione come candidato dell'Unione alla presidenza del Consiglio è avvenuta, per la prima volta, in seguito alle elezioni primarie che si sono tenute il 16 ottobre 2005. Nella competizione interna si sono voluti misurare contro Prodi altri leader di partito come Clemente Mastella, Fausto Bertinotti, Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Di Pietro. Prodi riscuote un consenso pari al 74% dei 4.300.000 voti espressi; Bertinotti non arriva al 15%, Mastella non arriva al 5%.

I partiti della coalizione, che hanno già partecipato in alleanza alle precedenti politiche, sono: i Democratici di Sinistra, guidati da Piero Fassino; La Margherita, guidata da Francesco Rutelli (che nelle precedenti politiche era soltanto una lista elettorale unente quattro formazioni politiche distinte, ed ora invece rappresenta un soggetto politico unitario nato dall'unione del Partito Popolare Italiano, dei Democratici e di Rinnovamento Italiano); i Popolari-UDEUR, con la guida di Clemente Mastella, la Federazione dei Verdi, di Alfonso Pecoraro Scanio; i Socialisti Democratici Italiani, di Enrico Boselli; i Comunisti Italiani, con segretario Oliviero Diliberto, il Südtiroler Volkspartei. Bertinotti questa volta ha portato Rifondazione Comunista all'interno della coalizione di centrosinistra, similmente Antonio Di Pietro con Italia dei Valori. Presente sin dalle europee, l'alleanza con il nuovo Movimento Repubblicani Europei di Luciana Sbarbati e, dalle regionali, quella con la Lista Consumatori (che si presentano in quattro regioni).

I Democratici di Sinistra, La Margherita e i Repubblicani Europei alla Camera dei Deputati si sono presentati in una lista unica utilizzando il simbolo della coalizione dell'Ulivo.

Nel mese di luglio 2005, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in un incontro con il presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi solleva la questione dell'opportunità di anticipare di un mese le elezioni politiche rispetto alla scadenza naturale della legislatura, ossia di indirle per la prima metà di aprile 2006, allo scopo di evitare un'eccessiva sovrapposizione di appuntamenti elettorali essendo previsto nella primavera 2006 anche un turno di elezioni amministrative e l'elezione stessa del nuovo presidente della Repubblica. Il mandato di Ciampi scade, infatti, a maggio 2006. In un primo momento Berlusconi sembra propenso a rifiutare questa proposta ma il 18 ottobre 2005, annuncia che le elezioni si terranno il 9 aprile e il 10 aprile 2006, mentre la tornata delle amministrative si svolgerà come previsto nel mese di maggio.

La data delle elezioni è stata nuovamente messa in discussione a meno di una settimana dalla data prevista per lo scioglimento delle Camere (gennaio 2006): il presidente del Consiglio dei Ministri ha richiesto di prolungare i lavori del Parlamento, ventilando l'ipotesi, in caso di non accoglimento della richiesta, di non convocare i comizi elettorali fino al termine naturale della legislatura (maggio 2006). Ufficialmente la motivazione della richiesta è quella di permettere al Parlamento di approvare alcune leggi rimaste in sospeso, tra cui anche la parziale riforma dei sistema giuridico che il presidente della repubblica ha rinviato alle Camere per palesi incostituzionalità. Taluni ritengono che Silvio Berlusconi voglia ottenere anche una dilazione dell'applicazione delle norme elettorali (par condicio), le quali regolano i passaggi e gli spazi concessi ad ognuno dei candidati, ed in generale tutte le forme di propaganda. Il presidente della Repubblica si è però detto contrario alla variazione delle data prevista per le elezioni, che, infine, dopo un confronto serrato, è stata confermata, pur con lo slittamento dello scioglimento delle Camere all'11 febbraio. L'accordo è stato raggiunto attraverso uno scambio di atti scritti, in modo da risolvere il contenzioso aperto pochi giorni prima, una modalità di accordo senza precedenti nella storia della Repubblica. Finora infatti questi passaggi sono sempre stati regolati informalmente.

Silvio Berlusconi fin dal 2004 ha proposto di modificare i termini della legge per rendere proporzionali gli accessi televisivi rispetto all'entità della presenza in parlamento delle varie forze politiche, e in tal senso il senatore Lucio Malan, nel 2006, ha presentato un emendamento, ma questa proposta, oltre a ricevere la fermissima opposizione del centrosinistra, non ha ottenuto un consenso unanime neppure tra i partiti della Casa delle libertà, come ad esempio l'UDC che ha manifestato indisponibilità al cambiamento dei principi della legge, pur criticandola.

Le maggiori critiche alla proposta trovano fondamento nella circostanza che Silvio Berlusconi, oltre a controllare direttamente tre reti (televisive) private nazionali (di cui una in odore di illegalità per presunta violazione dell'art. 21, Rete 4) in quanto proprietario di Mediaset, avrebbe un controllo indiretto, in quanto presidente del Consiglio dei Ministri, sulle tre reti pubbliche nazionali (RAI), oltre al fatto che l'eventualità di pagare gli spot elettorali all'azienda del premier configurerebbe conflitto d'interessi.

La Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI ha approvato, con i voti della sola maggioranza di centrodestra, un regolamento di esecuzione della legge sulla par condicio che prevedeva due dibattiti tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi, leader rispettivamente della Casa delle Libertà e de L'Unione, tre tra i componenti dei maggiori partiti delle rispettive coalizioni, una conferenza stampa per ogni partito nei giorni precedenti le elezioni ed una conferenza stampa finale del presidente del Consiglio. Prodi ha inizialmente rifiutato di partecipare ai duelli perché riteneva un'illegittima alterazione della parità di trattamento tra le forze politiche la conferenza stampa finale del premier, e solo dopo che il Presidente del Consiglio vi ha rinunciato (definendo peraltro questa rinuncia come una "violenza subita") il leader del centrosinistra ha accettato di prendere parte ai dibattiti. Come condizione ulteriore Prodi ha imposto la definizione di regole precise su tempi e modalità delle domande e delle risposte, ad imitazione del modello americano dei duelli tra George W. Bush e John Kerry. Berlusconi ha accettato questa richiesta pur affermando che simili vincoli non avrebbero permesso un dibattito interessante.

In precedenza SKY TG24 si era offerta di ospitare i duelli dei candidati leader, ovviamente concedendo il segnale anche in chiaro, ma Berlusconi ha declinato l'invito.

I giornalisti scelti per l'arbitraggio dei due duelli principali sono stati Clemente Mimun e Bruno Vespa. Questa scelta è stata oggetto di critica da parte del giornalista Marco Travaglio (noto per essere uno dei critici più assidui sia di Berlusconi che del centrosinistra, nonché uno dei giornalisti più attenti alle vicende giudiziarie dei politici), che dopo aver ricordato i comportamenti passati di Vespa e Mimun, chiede retoricamente: posto che, a quanto pare, Prodi e Berlusconi hanno scelto un arbitro per ciascuno, quale sarebbe l'arbitro di sinistra?

Il primo dei duelli si è svolto in diretta su Rai Uno il 14 marzo 2006, sotto l'arbitraggio di Clemente Mimun, direttore del Tg1, e con le domande affidate a Marcello Sorgi, giornalista de La Stampa, e Roberto Napoletano, direttore de Il Messaggero (che ha avviato il dibattito), che hanno toccato, con le domande rispettivamente rivolte a Berlusconi e a Prodi, diversi argomenti. Nonostante le regole ferree che prevedevano trenta secondi per ogni domanda, due minuti e mezzo a testa per ogni risposta, e un ulteriore minuto a testa per le repliche, non sono mancate alcune piccole violazioni, che però non hanno influito troppo sul dibattito: alla seconda domanda Mimun non ha concesso a Prodi la replica finale da un minuto; e Berlusconi ha sforato tre volte il tempo di risposta alle domande (da lui contestato), poi puntualmente concesso al leader dell'Unione. Secondo alcuni dei quotidiani lo scontro si è concluso leggermente a favore di Prodi, con lo stesso Berlusconi a dichiararsi insoddisfatto del non essere riuscito ad esporre adeguatamente le sue idee proprio per le regole ferree. Il "match" è stato seguito da sedici milioni di spettatori (52% di share).

A questo si sono susseguiti altri tre duelli, sempre con un "paladino" per coalizione: Fausto Bertinotti (Rifondazione) vs Roberto Maroni (Lega Nord-MPA) il 15, Pierferdinando Casini (UDC) vs Francesco Rutelli (Margherita) il 22 e Piero Fassino (DS) vs Gianfranco Fini (AN) il 29, con le stesse modalità del primo dibattito. Unica differenza, l'estrazione a sorte, in diretta, del turno di parola e della posizione in studio (a destra o a sinistra di Mimun).

I duelli tra i due contendenti principali sono stati trasmessi da altre emittenti che hanno così usufruito del segnale Rai: in Italia, LA7 (all'interno di Otto e mezzo) e SKY TG24, all'estero da CNN, TSI, TVE (attraverso il canale all-news Canal 24 Horas) e dalla francese Public Sénat. Diversi quotidiani online, tra cui il Corriere della Sera e La Repubblica, hanno poi diffuso in streaming via Internet i cinque tête-à-tête.

A due giorni dalla chiusura della campagna elettorale Mediaset invita i due leader a confrontarsi in un terzo dibattito televisivo su Canale 5 all'interno del programma Terra!, con regole molto meno restrittive. Prodi, che in video-chat sul Corriere della Sera afferma di non essere ben trattato dalle emittenti del premier declina l'invito così come ha fatto per gli altri che ha avuto dai direttori di tg (addirittura da Emilio Fede); d'altro canto l'amministratore di Mediaset Fedele Confalonieri rilascia un' intervista in cui lamenta discriminazioni nei confronti delle sue reti. Gli organizzatori di Terra! provano comunque a realizzare una trasmissione in cui Berlusconi si trovi a confrontarsi con direttori di giornali (alcuni dei quali vicini alla sinistra). Questo tipo di soluzione, pur con una sorta di "contraddittorio", violerebbe la legge sulla par condicio, quindi l'Authority invita a non mandare in onda la trasmissione e gli stessi giornalisti di Canale 5 si associano. Alla fine va in onda una versione di Terra! in cui si dibatte su quello che è accaduto nella contestatissima giornata.

Recentemente il mercato del lavoro è entrato tra gli argomenti di discussione della campagna elettorale, sia in relazione alla sensazione di diminuzione del potere d'acquisto che in quanto base di un modello sociale.

Malgrado l'introduzione delle riforme abbia aumentato l'occupazione, conteggiando sia quella a tempo indeterminato che a breve termine, ed entrambi gli schieramenti abbiano, in qualche misura, condiviso le idee di fondo (il "Pacchetto Treu" è opera del centrosinistra, la successiva legge 30/2003, più nota con il contestato appellativo di Legge Biagi, del centrodestra), parte dei politici giudicano l'introduzione del cosiddetto "lavoro flessibile" un metodo per far lavorare più persone possibili o come preludio al "lavoro fisso", più che come sistema alternativo di organizzazione della forza lavoro. L'incremento annuo dei posti di lavoro, sia a tempo determinato che indeterminato, è diminuito dal 2% del 2001 allo 0,9% del 2004, attestandosi al di sopra della media europea che è variata dall'1,7% allo 0,7%.

Il centrosinistra ritiene che la "flessibilità" introdotta dalla legge approvata dal centrodestra corrisponda a "precarietà", considerando l'occupazione generata non duratura e non tutelata dal punto di vista della previdenza sociale e priva di garanzie sindacali, ed è avversa quindi a queste riforme. Inoltre la Legge 30/2003 non terrebbe conto di una serie di ammortizzatori sociali complementari alla flessibilità. Preoccupazioni simili sono condivise dalle formazioni di centro, anche se in riguardo alla realizzazione pratica e non alla formulazione teorica, cioè per come sono state applicate e non per come sono state ideate. L'area liberale del centrodestra ritiene invece che un certo grado di libertà nel mercato del lavoro possa rendere più disponibili le aziende alle assunzioni ad ogni segnale di crescita della domanda, rafforzandole nella competizione internazionale, e in parallelo, giovare all'occupazione.

Secondo le analisi dell'Istat, nel 2005, per la prima volta dal 1994, l'occupazione stabile è diminuita di 102.000 unità di lavoro (corrispondenti ad unità di 8 ore), il centrosinistra la ritiene una diminuzione dell'occupazione, mentre il centrodestra la considera una diminuzione dovuta al milione di ore di sciopero in più rispetto all'anno precedente.

La crescita annua del PIL, cioè della ricchezza totale prodotta, ha subito un arresto passando dall'1,8% del 2001 allo 0% del 2003 e lo 0,1% del 2005, attestandosi quindi al di sotto della media dei paesi che hanno adottato l'Euro che è diminuita dall'1,9% all'1,3% del 2005.

Comparando i dati dell'Italia con quelli dei paesi della zona Euro (si veda Eurostat alla voce General government gross dept) si nota che mentre la media europea ha lievemente aumentato il debito pubblico in percentuale sul PIL dal 63,1% al 63,3% nel periodo 2000-2004, l'Italia lo ha diminuito dal 110,9% al 106,5% mentre in parallelo, a fronte di un aumento della popolazione del 2,6%, la bassa crescita del PIL, inferiore alla media europea, e l'inflazione abbastanza elevata hanno determinato l'impoverimento medio di ogni abitante pari al 5,5% rispetto alla media europea, dato che il PIL pro capite, a parità di potere d'acquisto rapportato alla media dei 25 paesi dell'Unione Europea, è sceso da 109,4 a 101,3, mentre la media dei paesi dell'eurozona da 108 a 105,8.

Tuttavia, dal 2004 al 2005, il debito pubblico ha ricominciato a salire: al 2005 è stimato al 108,5%, con previsione di un 110% per il 2006, mentre allo stesso tempo l'avanzo primario è sceso dal 5,6% del PIL nel 2001 allo 0,6% del 2005. Il deficit pubblico è salito al 4,1% del 2005 dal 3,2% del 2001, infrangendo il limite imposto dal Patto di stabilità e crescita in tutti gli anni a parte nel 2002. Il fabbisogno di cassa è aumentato e rispetto al 2001 il bilancio statale segna due punti e mezzo in più di spesa corrente (fonte: Banca d'Italia).

Sono in crescita i fallimenti delle imprese commerciali che, in 5 anni, sono aumentati del 10% e, solo nel 2005, sono stati 245.000. Per quanto riguarda la distribuzione del reddito la media del 20% dei salari più ricchi è aumentata da 4,8 a 5,6 volte la media dei salari più poveri, superiore alla media europea che è aumentata da 4,4 a 4,8 volte.

Secondo l'opinione del ministro Tremonti, il Paese è all'inizio di una tendenza positiva in seguito a due fattori: dall'inizio del 2006 il mercato dell'auto sarebbe aumentato del 30% e l'IVA sugli scambi interni, mediamente, del 6%.

Un altro dei temi della campagna elettorale è la complessa questione della riduzione della pressione fiscale, uno dei punti del programma elettorale chiamato Contratto con gli italiani presentato da Berlusconi alla vigilia delle elezioni del 2001.

Una parziale riorganizzazione del sistema di tassazione, con conseguente riduzione delle imposte è iniziata nel 2002 e si è conclusa entro lo scorso 2005, con forte incidenza sull'ultima manovra finanziaria, raggiungendo una riduzione complessiva della pressione fiscale dello 0,1% del PIL (Leggi 289/02, 27/03 e 80/05). Tale manovra ha comportato la ridefinizione delle aliquote fiscali e la loro riduzione come numero, dato che è stata abolita l'aliquota fiscale più elevata ed è stato innalzato il livello di reddito sotto al quale non si pagano tasse (no tax area).

L'opposizione ha tuttavia biasimato il governo Berlusconi per aver compiuto l'intera operazione finanziando la riduzione delle imposte dirette (sui redditi) attraverso l'aumento delle imposte indirette (quali bolli, tassa di registro, imposte ipotecarie e catastali, ecc.). La gravità dell'operazione è determinata dalla redistribuzione delle imposte a favore dei redditi più alti, dato che le imposte indirette, a differenza di quelle dirette, non sono progressive, ma sono uguali per tutti e danneggiano quindi in modo più sensibile i meno abbienti.

Per di più l'operazione è stata realizzata in uno dei periodi peggiori per il Paese dal punto di vista economico, senza che sia presente la copertura finanziaria a fronte dell'enorme debito pubblico italiano che va oltre il 100% del PIL, contro la media europea del 60%. L'Unione ha proposto come obiettivo di diminuire di 5 punti percentuali il cuneo fiscale, cioè la differenza fra il costo del lavoro per le imprese e lo stipendio netto percepito dai lavoratori. Questo provvedimento secondo alcuni economisti andrebbe a intaccare la previdenza sociale. Nella finanziaria del 2005 il cuneo fiscale è stato diminuito di 1 punto percentuale. La maggiore critica della Casa delle Libertà a questo punto del programma dell'Unione riguarda la copertura finanziaria di una riduzione così importante e immediata. La Casa della libertà ha infatti proposto una riduzione progressiva in tre anni di 3 punti. L'Unione ha ribattuto che solo un intervento consistente e immediato può generare rapidamente quelle risorse aggiuntive a disposizione delle imprese e dei consumatori necessarie ad agevolare la ripresa economica e che le risorse necessarie sono inferiori a quelle necessarie alla realizzazione di alcuni punti del programma della Casa delle libertà.

Trai risultati diplomatici conseguiti dal governo uscente i più significativi sono stati gli accordi con la Libia (supportando anche i suoi contatti con l'UE), la riduzione dei flussi migratori illegali provenienti dall'Albania, gli accordi NATO-Russia (dichiarazione di Roma, anche se è ignoto il reale contributo dell'Italia), l'assegnazione dell'Authority europea sulla sicurezza alimentare a Parma (occasione dell'incidente diplomatico con la Finlandia).

Sul piano internazionale l'immagine del Presidente del Consiglio dei Ministri e, conseguentemente anche dell'Italia, ha registrato alcuni incidenti dovuti a gaffe del presidente stesso. Tra queste l'affermazione, fatta nel 2001, che la civiltà occidentale fosse superiore a quella islamica provocò le proteste di tutto il mondo arabo; il suggerimento all'eurodeputato tedesco Martin Schultz di interpretare il ruolo di kapò in un ipotetico film; l'infelice battuta nei riguardi del presidente della repubblica e sulla cucina finlandesi; il susseguirsi di affermazioni e smentite durante una sua visita negli USA riguardo all'eventuale ritiro delle truppe italiane in Iraq. Silvio Berlusconi ha sostenuto che tutti questi incidenti siano dipesi da fraintendimenti, casuali o voluti, di sue affermazioni da parte dei giornalisti.

Rimangono ancora in sospeso le indagini sull'uccisione di Nicola Calipari in Iraq da parte delle forze armate USA, in cui non si è raggiunto un accordo comune tra i due governi sulla versione dei fatti, tale da soddisfare entrambe le nazioni, creando una situazione in cui vengono affermate due diverse versioni sullo svolgimento dei fatti dai due governi coinvolti. Tale accadimento però, come hanno sottolineato entrambi i governi, non ha sortito alcun effetto sui rapporti diplomatici e sulle azioni comuni dei due Stati.

Ha destato preoccupazione la lentezza, talvolta l'assenza, di parti dell'apparato statale (Governo, Parlamento e Banca d'Italia) a riguardo delle irregolari vicende finanziarie: le obbligazioni argentine (tango bonds), i crack Parmalat e Cirio e la questione sull'acquisto delle banche Antonveneta e BNL, denominata Bancopoli, nella quale sono coinvolti funzionari statali, quali Roberto Calderoli della Lega Nord e Aldo Brancher di Forza Italia, e un europarlamentare, Vito Bonsignore dell'UDC. Il Parlamento ha varato la legge sulla protezione del risparmio alla fine del 2005, dopo 2 anni di dibattiti su questo argomento.

Durante la polemica per le caricature su Maometto, iniziata circa tre mesi dopo la loro pubblicazione, l'ex Ministro delle Riforme Roberto Calderoli ha mostrato di portare una maglietta con una di queste caricature. Questa è stata creduta la motivazione degli assalti al consolato italiano a Bengasi. Calderoli si è quindi dimesso dopo che entrambe le coalizioni lo avevano fortemente criticato per il gesto irresponsabile.

In seguito il capo di stato libico Muammar Gheddafi ha affermato, in un discorso ufficiale, che gli attacchi sono dovuti all'"odio che i libici provano verso gli italiani" risalente al periodo dell'occupazione italiana (1911-1942), ed ha quindi insistito perché lo stato italiano offra un "simbolo di riconciliazione". La Guida libica ha anche velatamente minacciato l'Italia affermando che tali attacchi potrebbero nuovamente ripetersi nel caso in cui le sue richieste non fossero accolte, tali affermazioni sono state criticate e respinte da tutti i partiti politici italiani.

Anche il terrorista internazionale al-Zawàhiri ha citato l'episodio della maglietta dell'ex-ministro in suo discorso registrato. Calderoli si è detto orgoglioso di ambedue i riferimenti e si è detto "pronto a morire" per la democrazia.

Silvio Berlusconi, in qualità di Presidente del Consiglio dei Ministri, ha effettuato un viaggio negli Stati Uniti, durante il quale ha ricevuto il convinto apprezzamento di Bush, per la comune condivisione degli ideali democratici, una calorosa accoglienza del Congresso, dove c'erano molti big della politica americana, (anche se i fra deputati c'erano numerose assenze), per il suo discorso incentrato sul fermo supporto alla lotta contro il terrorismo, e la Medaglia per la Libertà della Fondazione Americana Intrepid.

La testata giornalistica The Independent ha rilevato come Berlusconi sia un importante alleato per Blair, per la sua comune visione della politica estera e per la vicinanza di opinione al riguardo dell'UE, sottolineando come durante questi anni i legami tra Italia e Gran Bretagna siano stati "i più stretti dai giorni di Gladstone", ma allo stesso tempo osserva che è uno degli alleati di Blair più scomodi e contestati dal suo partito.

Il settimanale The Economist ha sostenuto che Berlusconi sia sostanzialmente "inadatto a governare l'Italia" ed ha maturato un giudizio lievemente migliore, ma comunque fortemente negativo, per la coalizione di centrosinistra.

Per quanto riguarda la coalizione di centrosinistra, alcuni giornali esteri (The Economist e The Times) sostengono come la sua diversità e divisione interna rappresentino un problema per la credibilità la capacità di governo.

The Times ha velatamente riferito al programma del centrosinistra l'espressione "il più lungo biglietto di suicidio della storia", originariamente formulata da Margaret Thatcher per il programma laburista.

I programmi di entrambe le fazioni sono stati criticati per la vaghezza nelle indicazioni della copertura finanziaria.

Durante gli ultimi mesi del 2004, la Casa delle Libertà ha proposto una vasta e consistente riforma della Costituzione Italiana.

La proposta prevede una serie di modifiche nella struttura stessa dello stato per portarlo, dall'attuale sistema basato sul bicameralismo perfetto e sul mero ruolo di mediatore del presidente del consiglio, a un nuovo sistema basato sul bicameralismo imperfetto, con una legislazione più snella, e sulla centralità del Primo Ministro (non più definito presidente del consiglio), il quale, eletto dal popolo, non potrà perdere la fiducia del parlamento se non con il meccanismo della sfiducia costruttiva, di matrice tedesca e garante di stabilità.

Le due più significative modifiche riguardano il modo di fare le leggi e la devoluzione fortemente voluta dalla Lega Nord, che introduce elementi federalistici nel nostro sistema. Quanto al primo punto, salvo alcune leggi di competenza di entrambe le Camere, è previsto un procedimento monocamerale, che permetterà di dimezzare i tempi della legislazione. Quanto al secondo, si rafforzano i poteri esclusivi delle Regioni in ambito di sanità, scuola, polizia amministrativa, e il Senato (detto Federale) ne sarà espressione, essendo eletto contestualmente alle elezioni regionali. Al contempo si rintroduce l’interesse nazionale, abrogato dalla riforma varata dal centrosinistra nel 2001, e si recuperano alla potestà statale competenze come i trasporti.

Inoltre il numero complessivo dei parlamentari passerà dai circa 950 attuali a 750.

La riforma in questione è criticata in particolare per la maggiore quota di giudici della Corte costituzionale nominati dal Parlamento e la riduzione di poteri di garanzia, tra i quali lo scioglimento delle Camere, in capo al Presidente della Repubblica (eletto dal Parlamento) e il conseguente spostamento di questi poteri nelle mani del Presidente del Consiglio, eletto dal popolo (seguendo il modello inglese), la non menzione dell’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea.

La riforma è stata approvata dal Senato in via definitiva il 17 novembre 2005. Durante il secondo passaggio alla Camera la maggioranza di governo (Casa delle Libertà) ha dovuto registrare l'astensione di Marco Follini, ex leader dell'UDC.

La Costituzione prescrive, per le revisioni costituzionali, che il Parlamento approvi due volte, per ciascuna delle camere, con un intervallo di almeno tre mesi, ogni modifica, e, nel caso di maggioranza inferiore ai 2/3 in seconda lettura, ne rende possibile l'approvazione attraverso un referendum richiesto da parte di 500.000 cittadini o di cinque consigli regionali, senza che sia richiesto il raggiungimento del quorum, a differenza di quello abrogativo. Non avendo raggiunto nelle due votazioni finali la maggioranza dei 2/3 ed essendosi già attivati sia l'opposizione parlamentare che numerosi consigli regionali, tra l’altro quello lombardo, di centrodestra, le modifiche alla costituzione dovranno essere sottoposte a referendum popolare. Anche il comitato "Salviamo la Costituzione" presieduto dall'ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha raccolto le firme per tale referendum costituzionale (confermativo) che ha chiesto il parere degli elettori sull'eventualità di mantenere o meno la legge.

La consultazione referendaria, tenutasi il 25 e 26 giugno 2006, ha poi bocciato la riforma con il 61,3% di no.

Uno dei temi che è attualmente oggetto di dibattito, per le sue implicazioni strategiche, politiche, economiche ed ambientali di lungo termine, è quello sulla scelta e l'uso delle fonti energetiche.

Il ministro Scajola ha recentemente sostenuto la necessità di ridurre gli sprechi e diversificare le fonti di approvvigionamento di gas naturale. La soluzione a lungo termine individuata dal ministro Tremonti, e altri esponenti della sua coalizione, consiste nella costruzione di centrali nucleari per risolvere il problema delle dipendenza strutturale dall'estero.

La strategia di Romano Prodi, basata sul Protocollo di Kyōto, coincide sostanzialmente con quella del ministro Scajola, per quanto riguarda il breve termine, ma prevede il massiccio sviluppo di fonti energetiche alternative quali l’eolico, le biomasse, il solare ed il geotermico in risposta ai problemi strutturali del Paese, giudicando l'energia nucleare una possibilità importante per il futuro solo in caso di miglioramento della tecnologia.

Le critiche sollevate dal Presidente del Consiglio e da vari membri del governo indirizzate ad alcuni magistrati definiti "politicizzati" o "toghe rosse" ed in generale verso la categoria, che sostengono si comporti come una "corporazione", sono state pesantemente respinte dalla magistratura in toto, così ha fatto anche il centrosinistra. Inoltre Silvio Berlusconi ha polemicamente osservato che all'avvicinarsi di ogni competizione elettorale viene fatto oggetto di nuove indagini o procedimenti.

Dall'altra parte il centro-sinistra ha affermato che buona parte di queste leggi sono leggi ad personam volte a salvare la persona del premier dai procedimenti giudiziari a suo carico relativi alle sue attività imprenditoriali.

Il Capo dello Stato ha spesso richiamato sia il governo che la magistratura a mantenere un comportamento corretto verso le rispettive istituzioni; in particolare, verso la fine del febbraio 2006, ha rinnovato il suo invito ai magistrati non solo ad essere imparziali, ma anche ad apparire tali, pur affermando di comprendere la loro posizione.

L'informazione in Italia è un tema a dir poco delicatissimo, date le storture del mercato tv dove vige di fatto un duopolio dominato da Mediaset (praticamente l'unico polo privato) e RAI che si dividono il 90% di risorse e ascolti. Pesa inoltre il presunto conflitto d'interessi del premier che oltre ad avere le 3 reti private, secondo alcune associazioni sovranazionali potrebbe anche influire sul servizio pubblico. Senza contare le ripetute violazioni delle sentenze della Corte Costituzionale. E in tutta questa situazione grava il fatto che la Corte di Giustizia Europea sta analizzando la legge Gasparri, che ha regolamentato il sistema radio-tv. Tale tema è stato trattato nel primo faccia a faccia. Il premier ha detto che Mediaset, che la sinistra voleva distruggere, è un'azienda apprezzata che ha dato molto all'Italia, Prodi ha risposto che non v'è nessun intento punitivo nei confronti di tale azienda ma che il conflitto d'interessi è severamente regolamentato in tutta Europa, anche se sulla questione non si è legiferato nell'ultimo governo di centrosinistra,a causa della ricerca di un dialogo con l'opposizione. Il leader dell'Unione, in precedenza, aveva auspicato la nascita di un terzo polo tv. Sempre sulla delicatissima questione, l'OSCE ha criticato i media italiani, ritenendo che fossero troppo sbilanciati sul centrodestra.

Per la prima volta nella storia dell'Italia, le elezioni politiche del 2006 hanno visto la presenza di una missione di osservazione elettorale da parte dell'OSCE. La legge elettorale è stata appositamente modificata poiché non prevedeva (così come nessuna delle precedenti leggi) la presenza di osservatori internazionali nei seggi.

Malgrado la denuncia di possibili brogli da parte di entrambi gli schieramenti durante la campagna elettorale, nel corso della missione preliminare (Needs Assessment Mission) che serviva a valutare le necessità per la missione di osservazione elettorale vera e propria, svoltasi a febbraio 2006, tutte le forze politiche avevano espresso fiducia nelle modalità di svolgimento delle operazioni di voto e di scrutinio.

La missione di osservazione elettorale dell'OSCE si è dunque composta esclusivamente di un Core Team di nove elementi, guidati dallo statunitense Peter Eicher, che si sono concentrati particolarmente sulla campagna elettorale e sul monitoraggio dei mass media, giudicati dall'organizzazione troppo sbilanciati, come già detto, sul centro-destra.

Come per tutte le missioni elettorali dell'OSCE, dopo la fine del processo elettorale è stato pubblicato un rapporto finale contenente i commenti della missione relativi al rispetto degli standard democratici durante le elezioni.

Nel periodo preelettorale sono stati realizzati molti sondaggi commissionati per lo più da giornali nazionali e stazioni TV, che hanno visto un predominio dell'Unione di circa il 5%. È da notare che i tre sondaggi che attribuivano un lieve vantaggio in termini di voti per la Casa delle Libertà sono stati tutti commissionati dal partito di Berlusconi, il quale ha più volte accusato una simpatia verso sinistra dei sondaggisti italiani.

Il risultato finale alla Camera (49,76% dell'Unione contro il 49,69% della Casa delle Libertà) e quello del Senato (49,2% dell'Unione contro il 49,9% della Casa delle Libertà) ha avuto un discostamento di circa il 3% dalla quasi totalità dei sondaggi, inclusi gli exit poll. I sostenitori di centrosinistra hanno provato a spiegare questa discrepanza sostenendo la tesi secondo cui ci sarebbero molti elettori della Casa delle Libertà che non comunicavano il loro voto quando venivano intervistati.

Lunedì 11 aprile 2006, ore 15:00: seggi chiusi e urne aperte; è iniziato lo spoglio dei voti. Gli exit poll confermavano tutti il risultato dei sondaggi preelettorali con L'Unione avanti di 5 punti percentuali sulla Casa delle Libertà ma i primi dati provenienti dal Viminale e le prime proiezioni già ridimensionavano la situazione. I dati del Ministero continuavano ad uscire con notevoli ritardi, il Viminale ha parlato di "problemi tecnici", e nel frattempo il vantaggio dell'Unione continuava lentamente ad assottigliarsi sempre più fino ad arrivare al sorpasso per quanto riguardava il voto del Senato, mentre il risultato parziale della Camera sembrava avere lo stesso tipo di andamento.

Nella notte, a scrutini non ancora finiti, il ministro Pisanu esce dalla sede del Ministero, partecipa ad una breve riunione nell'abitazione di Berlusconi e poi torna al lavoro. Le ragioni del vertice notturno non sono note. Alcuni giornali hanno riportato indiscrezioni secondo le quali Berlusconi avrebbe chiesto a Pisanu di invalidare le elezioni ed il ministro avrebbe risposto di non poterlo fare. Il Senato sembra essere nelle mani della Casa delle Libertà, mancano soltanto da assegnare i seggi dei senatori votati dagli italiani all'estero, novità della nuova legge elettorale voluta dal ministro Tremaglia. Per la Camera rimane in vantaggio l'Unione ma molti si aspettano di vedere un sorpasso analogo a quanto avvenuto al Senato (nelle precedenti elezioni alla Camera era favorita la CdL). Gli scrutini della Camera si concludono intorno alle 3 di notte (dopo uno scrutinio durato oltre 10 ore) e il sorpasso non arriva. Ai fini dell'assegnazione del premio di maggioranza, in base alla legge elettorale, non bisogna tener conto dei risultati della Valle d'Aosta e del voto degli italiani all'estero, entrambi nettamente a favore del centro sinistra, e ciò rende la situazione ancor più delicata, sul filo del rasoio. Alla fine il pacchetto di seggi del premio di maggioranza viene assegnato all'Unione grazie ad appena 26.000 voti di vantaggio (esclusi quindi valdostani e italiani all'estero).

L'andamento del grafico è stato oggetto di molte critiche da parte di diversi giornalisti: infatti si nota come i due grafici sono speculari e il vantaggio si assottiglia sempre più con l'andare del tempo. Il giornalista Enrico Deaglio, nel suo film-reportage Uccidete la democrazia, sostiene che questo andamento è indice di brogli elettorali da parte del centrodestra che riusciva a dirottare costantemente una parte delle schede bianche verso la coalizione, precisamente per Forza Italia, diminuendo costantemente lo svantaggio. Deaglio è stato successivamente indagato con l'accusa di aver diffuso notizie false e destabilizzanti dell'ordine pubblico. In seguito a tutte queste polemiche e vicende le giunte di Camera e Senato hanno deciso di procedere con la riconta parziale delle schede, per fare chiarezza su presunti brogli perpetrati dai rappresentanti di lista dei partiti dell'Unione. Secondo alcuni questo potrebbe essere spiegato dalla conclusione più rapida delle operazioni di voto e di scrutinio in alcune regioni tradizionalmente più efficienti, cosiddette "rosse", come Toscana ed Emilia Romagna, storicamente appannaggio della sinistra.

La sorpresa arriva poi dal voto degli italiani all'estero: l'Unione conquista 4 senatori contro uno solo della CdL, recuperando anche lo svantaggio al Senato. Prodi è il vincitore.

In rosso le vittorie regionali dell'Unione, in blu quelle della Casa delle Libertà. Su ogni Regione vengono indicati i seggi garantiti alla coalizione vincitrice. Superando elettoralmente tale soglia garantita, in Lombardia il centro-destra guadagnò un 27° seggio, mentre in Toscana fu il centro-sinistra a strappare un 11° eletto. In Valle d'Aosta il collegio è uninominale e non c'è rappresentanza delle minoranze. In Trentino-Alto Adige si vota con sei collegi uninominali ed uno proporzionale: risultarono eletti cinque esponenti dell'Unione e due della Casa delle Libertà. In Molise si vota col sistema proporzionale senza premio di maggioranza.

Sulla base dei risultati comunicati dal Viminale, l'Unione di Romano Prodi proclama la vittoria, ma la coalizione di centrodestra non ritiene di accettare immediatamente il risultato della consultazione elettorale. La contestazione nasce dal minimo scarto di voti che aggiudica al centrosinistra la maggioranza nei due rami del parlamento. Alla Camera dei Deputati infatti il centrosinistra si aggiudica il premio di maggioranza con un vantaggio di 25.224 voti, ovvero dello 0,06% che assicura alla coalizione vincente una consistente maggioranza di seggi (340 deputati, poi saliti a 348 con gli eletti all'estero e in Valle d'Aosta).

Anche al Senato, nonostante un vantaggio di circa lo 0,6% per il centrodestra, l'Unione risulta avere la maggioranza dei seggi, con uno scarto positivo consistente in due senatori grazie al voto estero: tale vantaggio risulta poi rafforzato dall'appoggio quasi certo di un senatore indipendente della circoscrizione estero (che avrebbe appoggiato la coalizione vincente) e di almeno quattro senatori a vita. Qualcuno parla addirittura di una sorta di nemesi: la legge elettorale e il voto all'estero, voluti fortemente dalla Casa delle Libertà, permettono la vittoria del centrosinistra (anche) al Senato, seppur di stretta misura e nonostante il numero di elettori totali sia favorevole al centrodestra per oltre 200.000 voti: 17.713.163 contro 17.511.309.

Non era mai successo, nella storia parlamentare italiana, che le elezioni politiche si giocassero su un numero di voti così esiguo. Molti hanno parlato di un quasi pareggio e di un voto che divide l'Italia in due; peraltro, anche il risultato elettorale del 2001 - sotto il profilo dei voti raccolti - non aveva fatto emergere una maggioranza assoluta di voti a favore della coalizione vincente: alla Camera la Casa delle Libertà raccolse il 45,40% dei voti nella quota maggioritaria e il 48,6% nella quota proporzionale, ed al Senato con il 42,53% dei voti ottenne 176 seggi su 315. Sta di fatto che nel 2006, come detto, alla Camera l'Unione ha avuto 19.001.684 voti, e il Polo 18.976.460; ma a questi dati bisognerebbe aggiungere i voti della Val d'Aosta (calcolati separatamente perché hanno leggi elettorali diverse): 35.302 per l'Unione e 19.237 per il Polo; inoltre, occorre aggiungere i voti delle circoscrizioni estere: 459.454 per l'Unione e 369.952 per il Polo.

In tutto, quindi, l'Unione ottene 130.801 voti in più alla Camera (19.496.450 contro 19.365.649) ma 201.854 in meno al Senato (17.511.309 contro 17.713.163).

Nell'immediato dopo voto, Silvio Berlusconi, forte del risultato di quasi parità, poco dopo aver prospettato all'Unione l'ipotesi di formare una grande coalizione, dichiara che riconoscerà la vittoria dell'avversario solo al termine delle verifiche circoscrizionali dei voti contestati. I maggiori leader della Casa delle Libertà sottolineano pertanto l'importanza di attendere il termine della verifica delle schede elettorali contestate e provvisoriamente non assegnate. Forza Italia organizza anche un sito web dal nome "Operazione ricontiamo" contenente una petizione da inoltrare al Presidente della Repubblica per richiedere il conteggio dei voti non validi, ossia il riconteggio delle schede nulle, più di un milione. Dopo una giornata di apparente distensione, il Presidente del Consiglio uscente passa all'attacco, accusando l'esistenza di supposti brogli elettorali, che sarebbero "tanti, tantissimi", così tanti che "il risultato deve cambiare", e chiedendo tempo per controllare verbali, schede, scrutini. La legge elettorale esclude però la possibilità di ricontare le schede definitivamente assegnate. Berlusconi dichiara che telefonerà a Prodi (che nel frattempo riceve i complimenti per la vittoria da diversi capi di stato) solamente dopo che saranno state finite di assegnare in sede circoscrizionale le circa 43 mila presunte schede contestate capaci numericamente di ribaltare il risultato elettorale alla Camera.

Nelle ultime ore prima della scadenza del termine a disposizione delle Circoscrizioni per ufficializzare il voto, Silvio Berlusconi ipotizza anche la promulgazione di un decreto legge che allunghi i tempi per ricontare tutte le schede e riesaminare i verbali. La proposta secondo fonti giornalistiche viene avanzata al Quirinale che esprime forte parere negativo, incontrando anche la perplessità dello stesso Ministro dell'Interno Beppe Pisanu. Sia il Presidente della Repubblica che il Ministro hanno espresso soddisfazione per la correttezza della consultazione elettorale, e nessun altro esponente politico oltre Berlusconi ha denunciato brogli.

Scaduti i tempi di verifica, il Viminale ammette: «È stato un errore materiale». Il numero delle schede contestate si riduce da 43.028 a 2.131 per la Camera dei deputati, e da 39.822 a 3.135 per il Senato, chiudendo la disputa sulla legittimità del responso elettorale. Berlusconi rifiuta comunque di accettare il risultato elettorale, allo stesso tempo riproponendo l'ipotesi di una grande coalizione con la sinistra. Nel frattempo forte del risultato elettorale finale Prodi dichiara "Il premier si scusi, ha spaccato il Paese".

A distanza di un giorno, Roberto Calderoli, interpretando a suo modo la legge che ha contribuito a scrivere lui stesso, ha sostenuto in data 15 aprile che «la cifra elettorale nazionale di ciascuna lista è data dalla somma delle cifre elettorali circoscrizionali e quindi la Lega Alleanza Lombarda, che si è presentata con Unione, potendo contare solo sulla somma della cifra elettorale della circoscrizione Lombardia 2, non dovrebbe concorrere coi suoi 45.580 voti al calcolo del totale per il centrosinistra». La dichiarazione di Calderoli è stata tuttavia smentita dalla Corte di Cassazione il 19 aprile, sebbene l'ex Ministro delle Riforme Istituzionali, lette le motivazioni esposte dalla Suprema Corte, non abbia accettato l'esito ed abbia ribadito che la Casa delle Libertà risulta vincente come computo complessivo delle preferenze.

Nel settembre 2007 viene concluso il riconteggio dei voti voluto dal centrodestra, i dati confermano sostanzialmente lo scrutinio elettorale, il leader del centrodestra tuttavia non ha mai riconosciuto ufficialmente la vittoria del centrosinistra.

Dopo l'assegnazione dei seggi, il partito della Rosa nel Pugno ha contestato la mancata assegnazione di quattro seggi del senato a propri candidati. La controversia riguardava l'interpretazione della legge elettorale in riferimento al calcolo del quorum del 3 per cento dei voti. Il ricorso richiesto dalla Rosa nel Pugno non è stato accolto.

Nelle ore successive lo scrutinio, in aperto contrasto con la proclamazione della vittoria dei leader del centrosinistra, molti esponenti della Casa delle Libertà sostengono che il risultato non è una sconfitta, ma al massimo un pareggio, in attesa di ricontrollare lo scrutinio. Dopo il silenzio iniziale, da parte di Silvio Berlusconi emerge una proposta, rifiutata in partenza dal centro sinistra, di governo istituzionale ispirato alla Grosse Koalition tedesca. Nello stesso tempo alcune dichiarazioni di Gavino Angius, esponente dei DS, darebbero adito alla possibilità di un accordo che porti ad assegnare la presidenza di una delle due camere al centrodestra. Immediatamente arriva la smentita di Romano Prodi. Nei giorni successivi, continua il balletto di dichiarazioni e controdichiarazioni. Massimo D'Alema rilascia un'intervista sul Corriere della Sera dai toni distensivi, riguardante un possibile accordo sull'elezione del Presidente della Repubblica, seguita da una lettera di Silvio Berlusconi che con più decisione rilancia l'ipotesi di grande coalizione, invitando Romano Prodi a "trovare insieme soluzioni nuove", qualunque sia l'esito finale delle verifiche sullo spoglio in corso. Molte altre voci si sono espresse contro a questa eventualità, da Rifondazione Comunista ma anche dalla Lega Nord e dall'UDC, fino a che essa è tramontata completamente alla vigilia delle prime importanti scadenze parlamentari (elezione dei Presidenti di Camera e Senato e del nuovo Presidente della Repubblica). Lo stesso giorno dell'elezione al Quirinale di Giorgio Napolitano, da parte di Berlusconi e del ministro uscente Castelli si è invece ripreso il tema delle verifiche sulla correttezza dei risultati elettorali, preannunciando che tale questione verrà posta alla Giunta dei due rami del Parlamento. Recentemente, la questione dei brogli elettorali è stata ulteriormente infiammata dall'uscita del dvd Uccidete la democrazia!, di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, che paventa l'ipotesi che alcune schede bianche possano essere state "trasformate" in voti per la Casa delle Libertà, tramite un semplice software. In seguito all'inchiesta, la giunta per le elezioni ha deciso di ricontare le schede bianche in 9 regioni d'Italia, ma nel frattempo Deaglio ha ricevuto una querela per diffusione di notizie false, esagerate e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico ed è indagato dalla procura di Roma. La querelle sulla regolarità delle votazioni ha avuto un seguito nel luglio 2007, ad opera di un candidato senatore dell'UDEUR all'estero che ha avanzato una denuncia di brogli sul sito di Repubblica.

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Casa Savoia

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Casa Savoia è una dinastia reale europea, attestata sin dalla fine del X secolo nel territorio del Regno di Borgogna, dove venne infeudata della Contea di Savoia, eretta in Ducato nel XV secolo.

Nel XIX secolo si pose a capo del movimento di unificazione nazionale italiano, che condusse alla proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861. Da questa data fino al rovesciamento dell'istituto monarchico nel giugno del 1946, la storia della Casa si confonde con quella d'Italia.

I pochi documenti che riguardano le origini di Casa Savoia sono soggetti a varie interpretazioni e dall'epoca di Amedeo VIII (XV secolo), fino al XIX secolo vennero sempre escogitati criteri di giustificazione di tipo politico, con l'avallo di genealogisti compiacenti. In un primo tempo fu necessario giustificare il titolo ducale ottenuto appunto da Amedeo VIII nel 1416: si trovò quindi uno scrittore - il cronista medioevale Jean d'Ormeville, vissuto nel XV secolo - che fece discendere la casa di Savoia dall'imperatore Ottone II di Sassonia.

Nel secolo successivo, invece, gli interessi politici della dinastia erano collegati alla sua posizione in seno all'impero e si trovarono altri studiosi (G. Botero, G. Monod e soprattutto Guichenon) che, pur mantenendo la tradizione sassone, fecero risalire le origini della famiglia addirittura a Vitichindo, lo strenuo difensore dell'indipendenza dei Sassoni contro Carlo Magno.

Più tardi, orientatasi la politica sabauda verso l'Italia, si ebbe interesse a dimostrare l'origine italiana della casa sabauda; per questo diversi studiosi (G. F. Napione nel XVIII secolo, L. Cibrario nel XIX secolo e altri) volsero le loro attenzioni all'ultimo sovrano del regno italico dell'alto Medioevo e, sia pure con soluzioni varianti nei dettagli, ne trovarono il capostipite in Berengario II d'Ivrea. Questi era stato deposto da Ottone I nel 961, pertanto era vittima di quella famiglia da cui un tempo i Savoia credevano o volevano discendere. Una soluzione locale, borgognona, ideata da Domenico Carutti nel XIX secolo e fondata sull'esistenza di un paio di Amedeo e di Umberto, è altrettanto ipotetica.

Nel XX secolo l'origine fu invece ricercata o nella dinastia provenzale collegata a un carolingio (C. W. Previté Orton, Baudi di Vesme, F. Gabotto e altri) o a una famiglia del Viennese discendente, per linea femminile, da Lotario II di Lotaringia, anche lui un carolingio (G. de Manteyer).

Queste presunte origini sono state oggi respinte dai più importanti studiosi (F. Cognasso, Maria José del Belgio, consorte di Umberto II) come pure congetture. L'unico punto sicuro di partenza della dinastia è il conte Umberto I Biancamano (m. 1048), che, già signore delle contee di Savoia (1003), di Belley, Sion e Aosta, al disgregarsi del regno di Borgogna (1032) si schierò dalla parte di Corrado II ottenendone in premio la contea di Moriana in Val d'Isère ed il Chiablese (ca. 1034).

A lui succedettero i figli Amedeo I detto Coda (m. ca. 1051) e Oddone (m. 1060), il quale ultimo, sposando Adelaide, figlia ed erede di Olderico Manfredi signore di Torino, Susa, Ivrea, Pinerolo e Caraglio, ingrandì notevolmente i suoi domini in Piemonte. Da lui nacquero Berta (1051-1087) e Adelaide (m. 1079), future mogli di Enrico IV e di Rodolfo di Svezia, e i successori Pietro I (ca. 1048-1078) e Amedeo II (m. 1080) che esercitarono però un potere più che altro nominale, giacché l'effettivo governo dello Stato rimase nelle salde mani di Adelaide fino alla sua morte.

La Corona passò quindi in linea diretta maschile a Umberto II il Rinforzato (m. 1103) che si vide usurpare molti dei territori piemontesi da ribelli e pretendenti all'eredità di Adelaide, ad Amedeo III (ca. 1094 - 1148), la cui sorella Adelaide (1092 - 1154) sposò nel 1115 il re di Francia Luigi il Grosso e la cui figlia Matilde (o Mafalda; m. 1158) andò in moglie ad Alfonso I del Portogallo (ca. 1146), poi a Umberto III il Beato (1136 - 1189), fieramente avverso al Barbarossa e per questo messo al bando dell'Impero, e infine a Tommaso I (1178 - 1233) che, nominato vicario imperiale da Federico II (1225), iniziò a ristabilire i domini della casata in Piemonte e ampliò i possessi d'Oltralpe.

Alla morte di Tommaso I gli antagonismi da tempo serpeggianti tra i membri della famiglia portarono (1233) alla divisione dei possessi tra Amedeo IV (ca. 1197 - 1253), che mantenne, oltre al dominio diretto sui beni d'Oltralpe, la superiorità feudale e il titolo di conte di Savoia, e il fratello Tommaso II, che ricevette dal primo le terre d'Italia da Avigliana in giù e assunse il titolo di principe di Piemonte.

Ad Amedeo IV, la cui figlia primogenita Beatrice (m. ante 1259) aveva sposato nel 1247 Manfredi di Hohenstaufen poi re di Sicilia, succedette Bonifacio (1244 - 1263), sotto reggenza della madre Cecilia del Balzo sino al 1259; alla sua morte gli subentrò (contro la volontà del padre che aveva stabilito gli succedesse Tommaso II, figlio primogenito di Tommaso I) prima lo zio Pietro II detto il Piccolo Carlo Magno (1203 - 1268) e poi Filippo I (1207 - 1285), fratello del precedente.

Dopo di lui salì al trono nel 1285 Amedeo V il Grande, (1252/53 - 1323), figlio secondogenito di Tommaso II, ma le opposizioni dei parenti a lui contrari vennero sopite soltanto in seguito a una decisione arbitrale del 1285 che portò a un'ulteriore divisione dei beni della casa. In base ad essa ad Amedeo V e ai suoi discendenti maschi venne infatti riconosciuta la contea di Savoia e la superiorità feudale su ogni ramo della famiglia; il paese di Vaud venne assegnato al fratello di Amedeo, Ludovico I (1250 - 1302), che diede in tal modo origine alla linea dei Savoia-Vaud - estintasi poi nel 1359 quando Caterina (m. 1373), figlia di Ludovico II (ca. 1269- 1348), cedette per denaro i suoi possessi ad Amedeo VI -, e una parte del Piemonte (gli altri due terzi rimasero nominalmente ad Amedeo V) venne confermata al nipote di Tommaso II, Filippo I (1274 - 1334), iniziatore della linea che fu detta dei Savoia-Acaia in seguito al suo matrimonio (1301) con Isabella di Villehardouin erede del Principato di Acaia.

Ad Amedeo V succedettero i due figli maschi: prima Edoardo il Liberale (1284 - 1329) e poi Aimone il Pacifico (1291 - 1343), mentre una delle loro sorelle, Anna, nel 1326 andò in moglie ad Andronico III Paleologo imperatore bizantino.

Dopo Aimone, la cui secondogenita Bianca nel 1350 sposò Galeazzo II Visconti, salì al potere nel 1343 Amedeo VI detto il Conte Verde (1334 - 1383), marito di Bona di Borbone e abile politico che nel 1359 riuscì a riannettere alla Corona le terre di Vaud.

A lui succedettero in linea diretta Amedeo VII detto il Conte Rosso (1360 - 1391), la cui tragica morte determinò violente lotte tra la madre e la moglie Bona di Berry; Amedeo VIII detto il Pacifico (1383 - 1451), che unì definitivamente il Piemonte ai domini aviti dopo l'estinzione del ramo di Acaia (1418) e assunse per primo il titolo di Duca di Savoia (1416); Ludovico (1413 - 1465), luogotenente per conto del padre dal 1434 e vano pretendente alla successione di Filippo Maria Visconti che nel 1428 aveva sposato sua sorella Maria (1411 - 1469); Amedeo IX il Beato (1435 - 1472), una sorella del quale, Carlotta (1445 - 1483), sposò nel 1451 il delfino di Francia, il futuro re Luigi XI; e infine Filiberto I il Cacciatore (1465 - 1482) sotto reggenza della madre Iolanda di Francia, sorella di Luigi XI; questi fu continuamente insidiato dai parenti che si impadronirono a più riprese delle sue terre.

A Filiberto subentrò il fratello Carlo I il Guerriero (1468 - 1490) che nel 1485 assunse anche il titolo di re di Cipro e di Gerusalemme cedutogli da Carlotta di Lusignano moglie del fratello di Amedeo IX, Ludovico di Savoia.

A lui succedette Carlo Giovanni Amedeo (1489 - 1496) che, morto ancora bambino, lasciò il ducato al prozio, conte di Bresse, Filippo II il Senza Terra (1443 - 1497), cui seguirono i figli Filiberto II il Bello (1480 - 1504) che lasciò l'amministrazione dello Stato al fratellastro Renato detto il Gran Bastardo e Carlo III il Buono (1486 - 1553) che perse quasi tutti i suoi possessi durante le guerre tra Francia e Spagna.

Uno dei fratelli di quest'ultimo, Filippo (1490 - 1533), venne investito da Francesco I del ducato di Nemours (1528) e diede inizio al ramo dei Savoia-Nemours, che fu reso illustre da Giacomo e da Enrico e che si estinse nel 1659 con suo nipote Enrico (1625 - 1659).

A Carlo II succedette il figlio Emanuele Filiberto detto Testa di Ferro (1528 - 1580), marito di Margherita di Valois e restauratore dello Stato sabaudo. Dopo la sua morte ebbe il ducato dal 1580 il figlio Carlo Emanuele I (1562 - 1630) da cui nacquero, tra gli altri, Emanuele Filippo (1586 - 1605), morto precocemente; Vittorio Amedeo I (1587 - 1637), suo successore dal 1630; Filiberto (1588-1624), valoroso generale al servizio della Spagna, che nel 1614 sventò il tentativo di sbarco in Sicilia dei Turchi; Maurizio, cardinale; e Tommaso Francesco, iniziatore delle linee dei Savoia-Carignano e Savoia-Soissons.

Alla morte di Vittorio Amedeo I, che lasciò lo Stato praticamente vassallo di Luigi XIII, tenne la reggenza la vedova Cristina di Francia detta Madama reale, che dovette combattere accanitamente con Maurizio e Tommaso Francesco per conservare la Corona ai figli Francesco Giacinto (1632 - 1638) e Carlo Emanuele II (1634 - 1675).

I Savoia agognavano da tempo al titolo regio. Anche se dalla fine del XV secolo rivendicavano la Corona di Cipro, Gerusalemme e Armenia, avendo formalmente ereditato questi domini dalla Casa di Lusignano, l'effettiva occasione per trasformare il Ducato in Regno si presentò soltanto con Vittorio Amedeo II (1666 - 1732), figlio e successore di Carlo Emanuele II, il quale, attraverso la partecipazione alla guerra di successione spagnola rafforzò i suoi domini e nel 1713 ottenne la Corona di Sicilia, commutata poi nel 1720 con quella di Sardegna. Il Ducato di Savoia divenne dunque Regno di Sardegna, mantenendo tuttavia la propria capitale a Torino e il proprio baricentro in Piemonte.

Vittorio Amedeo adottò anche per Casa Savoia il motto FERT. In seguito alla sua abdicazione, nel 1730 gli succedette sul trono Carlo Emanuele III (1701 - 1773), il quale allargò i confini dello Stato sino al Ticino e le cui sorelle Adelaide (1685 - 1712) e Maria Luisa Gabriella (1688 - 1714) sposarono rispettivamente Luigi, duca di Borgogna (1697) e Filippo V re di Spagna (1701).

Al nuovo re, dal 1773 Vittorio Amedeo III (1726 - 1796), che fu battuto da Napoleone e dovette assoggettarsi all'umiliante Armistizio di Cherasco, subentrarono poi l'uno dopo l'altro i figli Carlo Emanuele IV (1751 - 1819), privato di tutti i possessi del Piemonte, Vittorio Emanuele I (1759 - 1824), costretto ad abdicare dai moti rivoluzionari liberali nel 1821, e Carlo Felice (1756 - 1831) re di Sardegna dal 1821, ultimo erede del ramo diretto.

Le principesse di questo periodo, invece, si segnalarono per illustri matrimoni. Tra le figlie di Vittorio Amedeo III, infatti, Maria Giuseppina (1753 - 1810) sposò (1771) il conte di Provenza, poi re di Francia col nome di Luigi XVIII, e Maria Teresa (1756 - 1805) andò in moglie (1773) al conte di Artois poi Carlo X; mentre le figlie di Vittorio Emanuele I, Maria Beatrice Vittoria (1792 - 1840), Maria Anna (1803 - 1884) e Maria Cristina (1812 - 1836) sposarono rispettivamente Francesco IV duca di Modena (1812), Ferdinando I imperatore d'Austria (1831) e Ferdinando II di Borbone re delle Due Sicilie (1832). L'ultimogenita, Maria Teresa, sposò Carlo II duca di Lucca e poi di Parma.

Dopo la morte di Carlo Felice che, come s'è accennato, non lasciò discendenza, la successione al trono passò alla linea laterale più prossima e cioè a quella dei Carignano rappresentata da Carlo Alberto (1798-1849) che abdicò dopo la prima guerra d'indipendenza contro l'Austria, mentre sua sorella Maria Elisabetta (1800-1856) aveva sposato nel 1820 l'arciduca Ranieri d'Asburgo-Lorena viceré del Lombardo-Veneto.

Oltre alle linee già ricordate dei Savoia-Acaia, dei Savoia-Vaud e dei Savoia-Nemours vanno ricordati altri rami importanti della famiglia. Dal citato Tommaso Francesco (1595-1656), figlio di Carlo Emanuele I e fratello di Vittorio Amedeo I, discese il ramo dei principi di Carignano e quello dei conti di Soissons. Il primo ebbe origine da Emanuele Filiberto (1628-1709) e attraverso Vittorio Amedeo I (1690-1741), Luigi Vittorio (1721-1778), Vittorio Amedeo (1743-1780), Carlo Emanuele e Carlo Alberto (1798-1849), giunse con Vittorio Emanuele II (1820-1878) e i suoi discendenti alla Corona d'Italia; il secondo, invece, iniziatosi con Eugenio Maurizio (1634-1673) fratello di Emanuele Filiberto e reso illustre da Eugenio di Savoia il Gran Capitano, famoso generale al servizio dell'impero, si estinse con Eugenio Giovanni Francesco (1714-1734), figlio di Emanuele Tommaso (1687-1729) nipote ex patre del predetto Eugenio Maurizio; da Eugenio Ilarione (1753-1785) conte di Villafranca, secondogenito del predetto Luigi Vittorio di Carignano, ebbe inoltre origine un ulteriore ramo, quello dei Savoia-Villafranca al quale appartenne il nipote Eugenio (1816-1888), che fu comandante generale della marina da guerra sarda e luogotenente generale del Regno di Sardegna durante le tre guerre di indipendenza.

Da Ferdinando Alberto Amedeo, secondogenito di Carlo Alberto e padre di Margherita (1851-1926), prima regina d'Italia, e di Tommaso Alberto (1854-1931), ebbe origine la rigogliosa linea dei Savoia-Genova, proseguita dai numerosi figli di Tommaso Alberto: Ferdinando Umberto (1884-1963), Filiberto (1895-1990), Maria Bona (1896-1971), Adalberto (1898-1982), Maria Adelaide (1904-1979), Eugenio (1906-1996).

Da Amedeo Ferdinando Maria (1845-1890), duca d'Aosta e re di Spagna dal 1870 al 1873, figlio di Vittorio Emanuele II, derivò infine la linea dei Savoia-Aosta. Da lui nacquero infatti Emanuele Filiberto (1869-1931), Vittorio Emanuele di Savoia, conte di Torino (1870-1946), comandante generale dell'arma di cavalleria nella guerra del 1915-1918, Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, e Umberto di Savoia, conte di Salemi (1889-1918). Nel 1895 Emanuele Filiberto sposò Elena d'Orléans, da cui ebbe Amedeo, duca d'Aosta e viceré d'Etiopia dal 1937, e Aimone (1900-1948), duca prima di Spoleto e poi (1942) d'Aosta, nominalmente re di Croazia dal 1941 al 1943 e padre di Amedeo (nato nel 1943, sposato in prime nozze con la principessa Claudia di Francia e in seconde nozze con donna Silvia Paternò dei marchesi di Regiovanni). Amedeo ha un figlio, Aimone, nato nel 1967, e sposato con la principessa Olga di Grecia.

Vanno infine citati almeno alcuni dei numerosi rami illegittimi della casata. Da Lantelmo (sec. XIV) figlio naturale di Filippo I di Acaia iniziò il ramo di Collegno che si estinse nel 1598; da Renato detto il Gran Bastardo (ca. 1470-1525), figlio adulterino di Filippo II il Senza Terra (1443-1497), ebbero origine i rami dei conti di Villars e quello dei conti di Tenda, reso illustre da Claudio (1507-1566), capitano al servizio dei Francesi distintosi alla battaglia di Pavia (1525), nella difesa della Provenza (1536) e all'assedio di Nizza (1543). Dal matrimonio morganatico tra Vittorio Emanuele II di Savoia (1820-1878) e la contessa di Mirafiori, Rosa Teresa Vercellana, discese infine il ramo comitale di Mirafiori e Fontanafredda.

2. Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale.

Nel 1987 il Consiglio di Stato accolse la richiesta di Maria José di fare rientro in Italia, considerandola non più "consorte" ma "vedova" di un ex re, mentre nel 2002 Camera dei Deputati e Senato approvavano la legge costituzionale 23 ottobre 2002, n. 1, che faceva terminare gli effetti dei primi due commi della suddetta XIII disposizione. Nel novembre 2007, i legali di Casa Savoia inviano al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e al Presidente del Consiglio Romano Prodi una richiesta di risarcimento per l'esilio di circa 260 milioni di euro. Filiberto dichiara che useranno tutti i soldi per creare una fondazione volta all'aiuto dei bisognosi. Il duca Amedeo di Savoia-Aosta invece si dichiara contrario . In seguito alla richiesta di risarcimento avanzata da Casa Savoia, il Senatore Roberto Calderoli ha presentato un disegno di legge che, se approvato dal Parlamento, renderà nuovamente effettivi i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria e finale della costituzione, impedendo nuovamente ai membri e discendenti di Casa Savoia di votare, ricoprire uffici pubblici o cariche elettive e di entrare e soggiornare nel territorio nazionale.

I Re d'Italia portavano i seguenti titoli: Re d'Italia, Re di Sardegna, Re di Gerusalemme, di Cipro e d'Armenia, Duca di Savoia, d’Aosta, di Genova, di Monferrato, di Piacenza, del Chiablese, del Genevese e di Carignano Ivoy, Principe e Vicario Perpetuo del Sacro Romano Impero, Principe di Carignano, di Piemonte, di Oneglia, di Poirino, di Trino, di Carmagnola, di Montmelian, di Arbin, di Francin, di Crescentino, di Dronero, di Chieri, di Riva di Chieri, di Banna, di Bene, di Bra e di Busca, Principe Balì del Ducato d’Aosta, Marchese di Susa, di Ivrea, di Saluzzo, di Ceva, di Maro, di Cesena, di Savona, di Tarantasia, di Borgomanero, di Cureggio, di Oristano, di Caselle, di Rivoli, di Pianezza, di Govone, di Salussola, di Racconigi con Tegerone, di Migliabruna, di Motturone, di Cavallermaggiore, di Marene, di Modane, di Landesburgo, di Livorno, di Ferraris, di Santhià, di Agliè, di Centallo, di Demonte, di Desana, di Ghemme, di Vigone e di Villafranca, Marchese in Italia, Conte di Asti, di Moriana, di Bargè, di Villafranca, di Nizza, di Tenda, di Ginevra, di Bairo, di Oregno, di Alessandria, di Novara, di Romont, di Tortona, di Bobbio, di Soissons, di Sant’Antioco, di Pollenzo, di Roccabruna, di Tricerro, di Bairo, di Oregno e di Apertole, Conte del Goceano e dell’Apertole, Barone del Faucigny e del Vaud, Signore Superiore di Monaco, di Roccabruna e 11/12 di Mentone, Signore di Vercelli, di Pinerolo e della Val Sesia, Nobile Uomo e Patrizio di Venezia, Patrizio di Ferrara. Vittorio Emanuele III era anche Imperatore d'Etiopia e Re d'Albania.

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Lega Lombarda (partito politico)

La Lega Lombarda è un partito politico regionalista e autonomista attivo in Lombardia, fondato il 10 marzo 1982 (ufficialmente il 12 aprile 1984), come Lega Autonomista Lombarda, da Umberto Bossi, dopo l'esperienza dell' Unione Nord-Occidentale Lombarda per l'Autonomia (UNOLPA), costituita nell'autunno del 1979.

Tale movimento politico nasce dalla volontà di dare voce alle peculiarità culturali ed economiche presenti in Lombardia, alle caratteristiche che per secoli avevano reso prospere queste regioni, ma che in tempi più recenti sono state offuscate dall'invasione napoleonica e successivamente da Regno d'Italia. Alle elezioni politiche del 1983 il movimento non si presenta direttamente, ma stringe un'alleanza con la Lista per Trieste all'interno della quale in Lombardia si candidano diversi esponenti della Lega Autonomista Lombarda (tra i quali Umberto Bossi e Francesco Speroni) senza tuttavia eleggere nessun deputato, né senatore.

Nel 1986 la Lega Autonomista Lombarda assunse la denominazione di Lega Lombarda e scelse quale simbolo ufficiale del movimento il guerriero lombardo Alberto da Giussano (a ricordo della Lega Lombarda storica) così come raffigurato nel monumento di Legnano, sormontante il profilo della Lombardia. Tale logo, pur con varie aggiunte e modifiche, rimarrà pressoché invariato anche quando il partito confluirà nella Lega Nord.

Nel febbraio 1989, in occasione delle elezioni per il Parlamento Europeo del 18 giugno, promosse insieme alla Liga Veneta e ad altre formazioni autonomiste la nascita della coalizione Lega Lombarda - Alleanza Nord.

Nel corso del I Congresso Nazionale (della Lombardia), che si svolse il 7-9 dicembre 1989, a Segrate (MI), vennero gettate le basi per la costituzione di un nuovo soggetto politico, la Lega Nord, in cui far confluire i movimenti autonomisti già riuniti sotto il simbolo di Alleanza Nord alle precedenti elezioni europee.

La Lega Lombarda, pertanto, partecipò alle elezioni regionali del 1990, anteponendo alla propria denominazione la dicitura Lega Nord.

A cavallo tra anni '80 e '90 il movimento raggiunge risultati ragguardevoli in Lombardia: nelle elezioni regionali del 1990 in Lombardia la Lega Lombarda si afferma come secondo partito con il 18,9% dei consensi dietro la Democrazia Cristiana e di un soffio davanti al Partito Comunista Italiano. Nel frattempo però alcuni esponenti danno vita a piccole scissioni, mai tuttavia in grado di mettere in cristi il movimento: nel 1989 Pierangelo Brivio, uno dei fondatori, cognato di Umberto Bossi dà vita al movimento Autonomia Alleanza Lombarda; nel 1991 il presidente del movimento, anch'egli tra i fondatori, Franco Castellazzi si distacca con alcuni consiglieri regionali e dà vita all'effimera esperienza politica della Lega Nuova. Negli stessi anni nascono altre "leghe" affini, tra le quali la più significativa è la Lega Alpina Lumbarda. Nessuna di queste esperienze politiche tuttavia si rivelò in grado di contrastare il seguito del movimento guidato da Bossi e ormai sempre più esteso a tutto il nord Italia.

Per quattro anni (dal 1990 al 1994) lavorò per il partito anche il politologo Gianfranco Miglio, eletto come indipendente, che proponeva un progetto costituzionale di riforma federale fondata sul ruolo costituzionale assegnato all'autorità federale e a quella delle macroregioni o cantoni.

Il 10 febbraio 1991, a conclusione del I Congresso Federale, svoltosi a Pieve Emanuele (MI), fu fondata ufficialmente la Lega Nord, sotto la guida di Umberto Bossi, come federazione dei movimenti autonomisti regionali: Lega Lombarda, Liga Veneta, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, Lega Emiliano-Romagnola, Alleanza Toscana, a cui si uniranno successivamente altri movimenti delle regioni del Nord.

In tale occasione, la Lega Lombarda, confluendo nella Lega Nord, assunse la denominazione definitiva di Lega Nord - Lega Lombarda.

Attualmente la Lega Lombarda esiste come sezione "nazionale" della Lega Nord in Lombardia: il suo segretario è il deputato varesotto Giancarlo Giorgetti (succeduto nel 2002 al senatore bergamasco Roberto Calderoli), mentre il presidente nazionale è il senatore lecchese Roberto Castelli (già Ministro della Giustizia nei governi Berlusconi II e III).

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Lega Nord

Umberto Bossi

La Lega Nord, il cui nome ufficiale è Lega Nord per l'indipendenza della Padania, è una federazione di movimenti politici autonomisti regionali attiva soprattutto nell'Italia settentrionale, ma presente anche in alcune regioni dell'Italia centrale; il segretario federale e leader del partito è Umberto Bossi.

Dal 1996 la Lega Nord ha proposto la secessione delle regioni settentrionali, indicate collettivamente come Padania. Attualmente ripropone il progetto di uno Stato federale, attraverso il federalismo fiscale e la devoluzione alle regioni di alcune funzioni esercitate dallo Stato. Tale progetto ha tuttavia subito una obiettiva battuta di arresto in seguito ai risultati del referendum costituzionale del 25 e 26 giugno 2006. La Lega Nord propone altresì di aumentare il peso politico delle regioni del Nord Italia, ritenuto non adeguato al peso demografico e economico delle stesse.

La Lega Nord si batte per l'attuazione di norme più severe, rispetto a quelle vigenti, al fine di contrastare l'integralismo islamico; è contraria all'ingresso della Turchia nell'Unione europea ed è considerata tra i movimenti euroscettici. Enfatizza anche la lotta all'immigrazione clandestina, la promozione delle culture regionali italiane e l'eliminazione degli sprechi nella gestione statale.

L'Atto Costitutivo ed il testo dello Statuto del Movimento Lega Nord sono stati sottoscritti il giorno 22 novembre 1989 davanti ad un notaio nella città di Bergamo. Il giorno 4 dicembre 1989 nasce il Movimento Lega Nord.

Nei giorni 8-9-10 febbraio 1991 Atto e Statuto vengono approvati all'unanimità dal primo Congresso Federale della Lega Nord svoltosi a Pieve Emanuele (MI). Secondo lo Statuto approvato, nel Movimento Lega Nord vengono a confluirsi i Movimenti denominati Liga Veneta, Lega Lombarda, Piemont Autonomista, Uniun Ligure, Alleanza Toscana - Lega Toscana - Movimento per la Toscana, Lega Emiliano-Romagnola. In seguito aderiscono alla federazione movimenti e partiti autonomisti anche di altre Regioni e Province autonome (Trentino, Alto Adige/Südtirol, Friuli-Venezia Giulia, Valle d'Aosta/Vallée d'Aoste, Umbria e Marche).

Il giorno della fondazione, a Pieve Emanuele (MI), con il primo Congresso federale viene eletto all'unanimità segretario federale del Movimento Lega Nord Umberto Bossi.

Il movimento si conferma negli anni successivi come una delle forze politiche più significative del nord Italia, portando i suoi candidati alla vittoria in diverse amministrazioni locali, tra le quali spicca il Comune di Milano.

Nel elezioni politiche 1992: la Lega Nord, con l'8.6% (Camera) e l'8,2% (Senato) dei voti a livello nazionale, ottiene 80 parlamentari; 25 senatori e 55 deputati. Bossi e i suoi parlamentari festeggeranno il successo elettorale a Pontida.

In occasione delle elezioni politiche 1994, quando ancora il Paese vive una situazione di transizione dal sistema della Prima Repubblica a quello del bipolarismo, la Lega scende in campo accanto all'imprenditore Silvio Berlusconi che entra in politica fondando il movimento di Forza Italia e organizzando in breve tempo una coalizione di centrodestra.

Berlusconi guida due diversi schieramenti, vista la reciproca disaccettazione fra la Lega e la nascente Alleanza Nazionale (reduce del Movimento Sociale Italiano): al nord Forza Italia, CCD e Lega si presentano con il Polo delle Libertà, mentre al sud c'è il Polo del Buon Governo con AN e senza la Lega.

Nel 1994, pur con un leggero calo percentuale con l'8,4% dei voti alla Camera, i parlamentari salgono a 180 grazie alla presenza di candidati leghisti nei collegi uninominali come rappresentanti di tutta la coalizione. La Lega diviene il più grande raggruppamento parlamentare.

Il Polo vince le elezioni e viene costituito il primo governo Berlusconi, destinato a durare in carica soltanto pochi mesi, proprio a causa della sottrazione dell'appoggio da parte della Lega: in un primo momento l'Assemblea federale leghista (6 novembre 1994) presenta un progetto di Costituzione che divide l'Italia in 9 macroregioni o macroaree, riferibili agli stati preesistenti all'unità d'Italia; lo scontro scoppia alcuni giorni dopo sul tema delle pensioni: Berlusconi afferma che non si può governare con un alleato come Bossi e che non rimane altro da fare che ritornare alle urne. Sul tema i rapporti si alterano, e anche il ministro dell'Interno Roberto Maroni, vicepresidente del Consiglio, accusa la maggioranza per la mancanza di accordi con i sindacati.

Lo scontro diretto arriva alla vigilia delle vacanze natalizie, fra il 21 e il 22 dicembre: in diretta televisiva Silvio Berlusconi, con un discorso duro nei confronti dell'alleato Bossi, dichiara che il patto sancito con lui il 27 marzo è stato tradito e chiede di ritornare immediatamente alle urne. Bossi, dal canto suo, ricambia le accuse, affermando che l'accordo sul federalismo è stato ampiamente disatteso dal governo. Così si apre la crisi: Berlusconi rassegna le proprie dimissioni ed invita i suoi militanti a manifestare in piazza contro il "tradimento".

Si costituisce un governo tecnico, guidato da Lamberto Dini, al quale i leghisti decidono di garantire l'appoggio esterno.

Si arriva allo svolgimento di nuove elezioni, e stavolta la Lega non stringe alleanze. Si presenta da sola e conquista il 10,4% dei voti a livello nazionale e 87 parlamentari. Questa decisione penalizza il Polo di centrodestra e favorisce la nuova coalizione dell'Ulivo, guidata da Romano Prodi.

Forte del consenso elettorale (30% in Veneto, 25% in Lombardia), il 15 settembre la Lega Nord, radicalizzando la propria politica, annuncia di voler perseguire il progetto della secessione delle regioni dell'Italia settentrionale (indipendenza della Padania). A tal fine organizza una manifestazione lungo il fiume Po il cui culmine si tiene a Venezia, in Riva degli schiavoni, dove Umberto Bossi, dopo aver ammainato la bandiera tricolore italiana, fa issare quella col sole delle Alpi verde in campo bianco, e proclama provocatoriamente l'indipendenza della Padania. A seguito di questa svolta secessionista, alcuni importanti esponenti del Carroccio (tra cui l'ex Ministro Vito Gnutti e l'ex Presidente della Camera dei Deputati Irene Pivetti) abbandonano il partito.

Nel frattempo, il Parlamento, attraverso i decreti legislativi noti come leggi Bassanini, attribuisce numerose funzioni amministrative agli enti locali, e in particolar modo ai Comuni.

Pochi giorni dopo la simbolica dichiarazione d'indipendenza della Padania del 15 settembre 1996, in via Bellerio a Milano, presso la sede federale della Lega Nord, ebbero luogo alcuni scontri tra la Polizia di Stato, inviata per svolgere alcune perquisizioni negli uffici, e i militanti leghisti che si opponevano a tale intervento anche chiamando in proprio soccorso i carabinieri. La perquisizione avvene su richiesta dal procuratore Guido Papalia. L'ordine di perquisizione successivamente venne dichiarato illegittimo dalla Corte Costituzionale per violazione dell'articolo 68 della Carta. Alcuni esponenti del partito vennero denunciati. Roberto Maroni e Piergiorgio Martinelli vennero condannati in cassazione il 9 febbraio 2004 a 4 mesi e 20 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. La pena poi convertita in una multa di 5.320 Euro. Umberto Bossi venne assolto in appello il 22 giugno 2007, dopo avere chiesto precedentemente l'immunità al Parlamento Europeo.

La Lega mostra, fin dalla legge di delegazione (legge 15 marzo 1997 n. 59), di non accontentarsi di queste riforme e decide di proseguire nella sua battaglia secessionista, creando le Camicie verdi e un Governo padano.

Il programma secessionista subisce poi una battuta d'arresto e determina un calo di consensi, in considerazione anche dei tentativi di federalizzazione espressi dal legislatore costituzionale (la riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione modifica profondamente il regionalismo italiano, che si fonda ora sui principi di sussidiarietà - art. 118 - e di leale collaborazione - art. 120 -, indicando espressamente le materie di competenza legislativa esclusiva dello Stato e concorrente tra Stato e Regioni, e attribuendo invece alla competenza legislativa esclusiva delle Regioni tutte le altre materie).

Nel frattempo a partire dall'autunno 1998 si staccano dalla Lega diversi dirigenti e militanti che fondano movimenti regionali autonomi: in Veneto movimenti come la Liga Veneta Repubblica, che nelle tornate elettorali ha raccolto un consenso tra il 1.3% (2005) ed il 2.3% (2000) a livello regionale con un piccolo exploit nelle elezioni per il Senato nel 2001 dove ha raggiunto il 5%, sfiorando l'elezione di un senatore, nel 2000 diversi gruppi regionali staccatisi dalla Lega fondano Autonomisti per l'Europa, nel 2001 nasce in Liguria il Movimento Indipendentista Ligure e nel 2006 in Lombardia Max Ferrari, ex direttore di TelePadania, dopo essere stato espulso dalla Lega fonda il movimento autonomista Fronte Indipendentista Lombardia raccogliendo però pochi consensi a livello regionale, provinciale e comunale.

Accantonato il progetto secessionista e modificata la linea politica di fondo in favore di un più "abbordabile" federalismo, la Lega si avvicina nuovamente alla coalizione di centrodestra, rinsaldando i rapporti con Berlusconi e Forza Italia. A fare da tramite della nuova alleanza Lega-Forza Italia-An e guidare tutta l'operazione il futuro sottosegretario alle riforme Aldo Brancher (Forza Italia). Tale avvicinamento muove i primi passi già alle elezioni regionali del 2000, quando la Lega, alleandosi nelle regioni settentrionali con il Polo, conquista posizioni di rilievo negli esecutivi locali.

Nasce così la coalizione della Casa delle Libertà, fondata nel 2001 insieme a FI, AN, CCD, CDU, Nuovo PSI e PRI. La CdL vince le elezioni e Berlusconi torna presidente del Consiglio.

I risultati elettorali, che vedono la Lega in forte calo rispetto al passato (3,9% dei consensi nella quota proporzionale), permettono al partito di contare 47 parlamentari e di entrare nell'esecutivo, con Umberto Bossi che viene nominato Ministro delle Riforme e della Devoluzione, Roberto Castelli Ministro della Giustizia, Roberto Maroni Ministro del Welfare, e negli uffici di presidenza delle assemblee legislative, con Roberto Calderoli, che viene eletto vicepresidente del Senato.

Nel governo la Lega spinge per la realizzazione delle riforme costituzionali, in particolare di quella federalista chiamata "devolution" che valorizza il ruolo delle autonomie regionali, attraverso l’attribuzione di competenze esclusive attinenti alla sanità, alla scuola ed alla sicurezza pubblica.

Intanto, l'11 marzo 2004 il leader del movimento Umberto Bossi viene colpito da un ictus, rimanendo per circa un anno lontano da ogni apparizione pubblica. Al suo posto, a capo del dicastero delle Riforme istituzionali viene nominato il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. Il "Senatùr" riapparirà in pubblico a Lugano (Ticino) nel mese di marzo del 2005 per una manifestazione da lui stesso voluta presso l'ultima dimora del federalista lombardo Carlo Cattaneo. Alla manifestazione prende parte anche il ministro forzista Giulio Tremonti (col quale Bossi aveva stretto verbalmente un patto di leale collaborazione chiamato dai media "Asse del Nord") e una delegazione della Lega dei Ticinesi (un movimento politico localista ad ispirazione cantonale elvetico) guidata dall'editore locale Giuliano Bignasca. In questo incontro Bossi si schiera contro "L'Europa dei Massoni".

Nelle elezioni europee del 2004 e nelle elezioni regionali del 2005, la Lega Nord recupera parte dei consensi persi in precedenza, ricevendo rispettivamente il 5,1% e il 5,6% dei suffragi a livello nazionale.

In vista delle elezioni politiche del 2006, la Lega, per la prima volta, si apre anche alle energie provenienti dal Sud Italia, stipulando un accordo con il Movimento per l'Autonomia guidato da Raffaele Lombardo, eurodeputato eletto nelle file dell'UDC e proveniente dalla corrente di pensiero di Calogero Mannino. L'MpA è un movimento composto da esponenti politici proveniente in maggior parte dalla ex Democrazia Cristiana del Sud che ha il suo radicamento in Sicilia e che sostiene politiche in favore del Mezzogiorno come la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, e sostiene di condividere con la Lega il fattore dell'autonomismo regionale. L'MpA contesta però un federalismo fiscale a favore esclusivo delle Regioni. L'obiettivo dei due partiti alleati è quello di "porre fine alla conflittualità tra autonomia e federalismo" e "trasformare i conflitti in sinergie e collaborazione tra Nord e Sud del Paese".

In occasione del secondo Referendum costituzionale svolto in Italia (il primo si era tenuto il 7 ottobre 2001 sulla riforma del Titolo V della Costituzione), la maggioranza dei votanti ha espresso parere contrario alla riforma costituzionale varata nella XIV legislatura (governi Berlusconi II e III) relativa ai cambiamenti nell'assetto istituzionale nazionale della seconda parte della Costituzione italiana. Fra i provvedimenti bocciati, in questo contesto va menzionata, in particolare, la devoluzione alle regioni della potestà legislativa esclusiva in materia di organizzazione scolastica, polizia amministrativa regionale e locale, assistenza e organizzazione sanitaria.

Alle elezioni politiche del 2008 la Lega si è presentata in coalizione con Il Popolo della Libertà e il Movimento per l'Autonomia. Il partito ha presentato le proprie liste e il proprio simbolo esclusivamente nelle regioni del Centro-Nord: Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria, Toscana, Marche e Umbria.

Al voto, la Lega ha ottenuto un risultato di rilievo, partecipando in maniera decisiva alla vittoria del centro-destra e ottenendo l'8.30% alla Camera e l'8.06% al Senato, in netto rialzo rispetto alle precedenti votazioni.

La Lega Nord vuole unire tutti quei cittadini delle regioni settentrionali italiane i quali domandano l'autonomia e il federalismo per la loro terra. Per questa ragione tende ad essere un partito pragmatico e non ideologico. Non è quindi presente alcuna corrente organizzata, fatta eccezione per alcune piccole associazioni ("Cattolici Padani", "Padania Cristiana", "Nucleo Indipendentista Padano", ecc.) sebbene sia possibile ravvisare diverse sensibilità fra i vari esponenti del partito.

Nella Lega Nord sono sempre esistite diversità di opinioni circa le alleanze nazionali. Nel 1994, qualche giorno prima dell'annuncio del patto Bossi-Berlusconi che portò alla formazione del Polo delle Libertà, Roberto Maroni firmò un patto, poi annullato, con il Patto per l'Italia di Mario Segni. Quando Bossi decise di togliere l'appoggio al primo Governo Berlusconi alla fine dello stesso anno, Maroni, all'epoca Ministro dell'Interno, e molti altri membri del Partito presero le distanze dal segretario. Molti lasciarono il partito (40 deputati su 117 e 17 senatori su 60) e altri, fra cui Lucio Malan, passarono a Forza Italia. Maroni, dopo alcuni mesi di freddezza con Bossi, tornò ad essere membro attivo della Lega.

Dopo le elezioni politiche del 1996, a cui la Lega Nord partecipò fuori dalle due principali coalizioni, i sostenitori di un'alleanza con Berlusconi (Vito Gnutti, Domenico Comino, Fabrizio Comencini ed altri) e coloro che preferivano entrare nella coalizione guidata da Romano Prodi non scomparvero. Alcuni di loro (15 deputati su 59 e 9 senatori su 27) lasciarono il Partito per passare al centro-destra o al centro-sinistra, come fecero Marco Formentini ed Irene Pivetti. Il gruppo di Gnutti e Comino fu espulso nel 1999, dopodiché si alleò localmente con il centro-destra, mentre Comencini aveva lasciato il Partito nel 1998 per lanciare la Liga Veneta Repubblica con l'obiettivo di entrare in coalizione regionale con Forza Italia.

Dopo il declino della Lega Nord alle elezioni europee del 1999, i membri anziani del Partito decisero che non era possibile ottenere gli obiettivi prefissi se continuavano a rifiutare un'alleanza con una delle due coalizioni. Alcuni, fra cui Maroni, nonostante la sua difesa di Berlusconi nel 1994, preferivano un'alleanza col centro-sinistra. Maroni stesso raggiunse un accordo, stavolta col centro-sinistra, poi rifiutato da Bossi, che lo aveva in precedenza invitato a trattare con Massimo D'Alema, come nel 1994 con Segni. Queste trattative ebbero successo, così che in Lombardia il candidato del centro-sinistra alle elezioni regionali del 2000 avrebbe dovuto essere Maroni stesso, ma Bossi decise di tornare all'alleanza con Berlusconi in vista delle elezioni del 2001. La Lega, insieme agli altri partiti della Casa delle Libertà, vinse sia le elezioni regionali del 2000 sia le politiche del 2001, e ritornò al governo nazionale.

Durante gli anni di governo a Roma (2001-2006) il Partito vide emergere due diverse opinioni sulle alleanze: alcuni, guidati da Roberto Calderoli e Roberto Castelli (con la benedizione del malato Umberto Bossi), supportavano fortemente la partecipazione nel centro-destra, mentre altri, rappresentati da Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti, erano più tiepidi in proposito. Alcuni di questi parlarono di una possibile adesione al centro-sinistra dopo le elezioni politiche del 2006, che erano certi di perdere. Questa idea fu ascritta al fatto che, senza alcun supporto dalla sinistra, sembrava sempre più difficile vincere il referendum costituzionale sulla riforma federale dello Stato. Il centro-sinistra non cambiò la propria posizione e il referendum fu perduto, generando nella Lega ostilità verso il secondo Governo Prodi e minore volontà di allearsi con chi si era opposto alla riforma costituzionale.

Numerosi dirigenti della prima ora del movimento politico hanno alle spalle una militanza giovanile nelle file della sinistra e dell'estrema sinistra. Qualcuno sostiene, ma senza riscontri, che il leader Umberto Bossi fu iscritto alla sezione di Samarate del Partito Comunista Italiano, mentre il più volte ministro Roberto Maroni fu membro di Democrazia Proletaria. Non mancano poi ex-Socialisti, come Ettore Albertoni e Giovanni Meo Zilio. In realtà, non tutti gli esponenti del partito provengono dalla sinistra. Ad esempio Mario Borghezio ha avuto esperienza nell'estrema destra extraparlamentare ed ha militato anche in Jeune Europe, movimento estremista di destra, antagonista di Ordine Nuovo, altri sono di origini democristiane e liberali.

La Lega conobbe le sue prime esperienze di amministrazione locali in alleanza con le forze della sinistra, in particolare col PDS, con cui resse vari Comuni tra cui Varese, e nel 1992 pose fine a ventidue anni di dominio democristiano in Lombardia, favorendo l'elezione a Presidente della post-comunista Fiorella Ghilardotti, e in Veneto.

La Lega è stata accusata più volte di razzismo e demagogia, ed è talvolta considerata un partito di estrema destra da osservatori internazionali .

I sostenitori della Lega considerano queste posizioni legittime nel quadro della lotta contro l'immigrazione e una asserita "islamizzazione" della cultura europea (vedi Padania, Identità e Società Multirazziale degli Enti Locali Padani Federali del 1998) e per la promozione delle culture e delle tradizioni locali e contro gli aiuti statali di tipo "assistenzialista" al meridione d'Italia.

Secondo un sondaggio pubblicato sul Corriere della Sera relativo alla popolazione italiana, la Lega Nord viene percepita ideologicamente più al centro rispetto al Popolo della Libertà e, tra l'altro, siede al centro dell'emiciclo in Parlamento.

La base sociale del movimento verte sul ceto medio, spaziando dall'alto proletariato e passando dall'artigianato e dal mondo del commercio, fino ad arrivare alla piccola borghesia.

Un'attenta analisi dei flussi elettorali evidenzia una netta correlazione fra le attuali province a rilevante presenza leghista, e le antiche roccaforti della scomparsa DC, mentre assai meno significativi sono i risultati ottenuti dalla Lega nelle tradizionali zone rosse e di corposo attivismo missino. Le caratteristiche centriste della Lega Nord si evidenziano nelle elezioni per le amministrazioni locali, dove in svariati casi di ballottaggi fra candidati leghisti e di Forza Italia, si nota una spiccata tendenza degli elettori di sinistra a recarsi alle urne per sostenere il rappresentante della Lega contro quello delle destre.

Quarantacinque membri del partito, tra cui il segretario federale Umberto Bossi, sono stati reintrodotti nel registro degli indagati per attentato all'unità dello Stato; il reato era punibile con l'ergastolo secondo quanto prescriveva una norma del vigente Codice penale (1930) chiamato anche codice Rocco; il processo era stato sospeso nel 1996. Tuttavia nel frattempo è stato approvato un provvedimento che cancella il reato se non accompagnato da violenze.

La Lega Nord conta all'interno della propria organizzazione diverse associazioni di volontariato.

Tra le associazioni figurano i Padani nel Mondo, la Guardia Nazionale Padana, SportPadania, Padania Calcio, Associazione Liberi Padani Escursionisti, Padas, Automobil Club Padano, Autisti Padani, Eurocamp, Professionisti-Imprenditori Uniti, Collezionisti Padani, Arte Nord, Cattolici Padani, Centro Culturale "Roberto Ronchi"..

Alcune come la Onlus Copam, l'Umanitaria Padana, i Medici Padani sono impegnate a portare aiuto alle popolazioni bisognose del terzo mondo; le campagne sono svolte in modo particolare nei paesi in via di sviluppo e in quelli colpiti da eventi bellici e catastrofi naturali.

Altre associazioni si occupano di assistenza alle famiglie in disagio sociale, agli anziani, ai disabili (Padaniassistenza, Insieme nel Futuro), altre della difesa degli interessi morali ed economici delle donne padane e della tutela della famiglia (Donne Padane), altre sono dedicate alle iniziative a favore di bambini e genitori (Orsetti Padani, Scuola Bosina), alcune si occupano di ambiente (Padania Bella, Volontari Verdi, Padania Ambiente, Il Collare verde).

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Pedofilia

La pedofilia è una forma di devianza sessuale che consiste nell'attrazione sessuale da parte di un soggetto sessualmente maturo nei confronti di soggetti che invece non lo sono ancora, cioè in età pre-puberale, ossia bambini o preadolescenti non ancora sviluppati fisicamente. Benché non ci sia un limite d'età ben preciso, perché esso varia da persona a persona e da cultura a cultura, nel mondo occidentale tale limite oscilla generalmente tra i 12 e 15 anni.

La parola pedofilia deriva dal greco παις (fanciullo) e φιλία (amicizia, affetto). Un termine simile, di significato leggermente diverso ma correlato, è il termine pederastia.

In ambito psichiatrico è catalogata nel gruppo delle parafilie, ovvero tra i disturbi del desiderio sessuale. Nell'accezione comune, al di fuori dall’ambito psichiatrico, talvolta il termine pedofilia si discosta dal significato letterale e viene utilizzato per indicare quegli individui che abusano sessualmente di un bambino, o che commettono reati legati alla pedopornografia. Questo uso del termine è inesatto. La psichiatria e la criminologia distinguono i pedofili dai child molester (molestatori o persone che abusano di bambini). Le due categorie non sono coincidenti. La pedofilia è una preferenza sessuale dell’individuo o un disturbo psichico, non un reato. Il termine medico, infatti, definisce l’orientamento della libido del soggetto, non un comportamento oggettivo, e vi sono soggetti pedofili che non attuano condotte illecite, come si hanno casi di abusi su bambini compiuti da individui non affetti da pedofilia.

Spesso il termine pedofilia viene usato per definire un'intera tipologia di reati, cioè gli atti illeciti che sono conseguenza del desiderio sessuale pedofilo. Anche se questi atti illeciti possono comprendere atti gravissimi di violenza, il coinvolgimento del minore in attività sessuali - anche non caratterizzate da alcun tipo di violenza o minaccia - è di per sé considerato reato. "L'abuso sessuale costituisce sempre e comunque un attacco confusivo e destabilizzante alla personalità del minore e al suo percorso evolutivo" (cfr. Loredana Petrone in ).

L’attrazione sessuale - in qualche misura - verso i bambini non è sufficiente per la diagnosi di pedofilia. La psichiatria (secondo il criterio DSM IV-TR) definisce pedofili solo quelle persone, aventi più di 16 anni, per le quali i bambini o le bambine costituiscono l’oggetto sessuale preferenziale, o unico. Occorre inoltre che il sintomo persista in modo continuativo per almeno 6 mesi. Non si considera pedofilia il caso di persone maggiorenni quando la differenza di età rispetto al minore è meno di 7 anni. Non sono da considerare pedofili i soggetti attratti principalmente da persone in fasce di età pari o superiori ai 12 anni circa, purché abbiano già raggiunto lo sviluppo puberale: l’attrazione per i teenagers è definita con i termini poco usati efebofilia e ninfofilia o «sindrome di Lolita».

Il criterio psichiatrico DSM prevede diverse specificazioni, la pedofilia può essere: di Tipo Esclusivo (attratto solo da bambini\e) oppure di Tipo Non Esclusivo (persona attratta anche da persone adulte); di Tipo Differenziato (attrazione solo per uno dei due sessi) oppure di Tipo Indifferenziato. L’attrazione per bambini maschi risulta mediamente più resistente fra i child molester: il tasso di recidiva dei soggetti attratti da bambini è circa doppio di quelli attratti da bambine. Tali aspetti sono anche meglio dettagliati nell'ambito della psicopatolgia sessuale dei "Sexual Offender", vale a dire di quella categoria di persone che a motivo della loro compulsività sessuale rientrano nelle casistiche giudiziarie e attuano comportamenti che vengono riconosciuti come penalmente rilevanti. Il Tipo Indifferenziato inoltre sembra essere mediamente più grave del Tipo Differenziato. Vi è inoltre una forma di pedofilia limitata all'Incesto (interesse rivolto solo a figli/e o a fratelli/sorelle).

D'altra parte, il criterio categoriale del DSM non considera l'aspetto dimensionale del disturbo: vale a dire che nell'ambito della stessa diagnosi esistono svariate manifestazioni di gravità della stessa che solamente un accurato esame della psicopatolgia sessuale è in grado di definire con precisione.

Gli psicologi distinguono tre tipologie di pedofilia: latente, attiva e killer.

La prima è quella caratterizzata da una morbosa passione per i ragazzini, che resta a livello di fantasie erotiche (latente viene dal verbo latino "lateo", cioè nascondo).

La pedofilia attiva, considerata il passo successivo di quella latente, è quella in cui si realizzano violenze psichiche o fisiche a danno dei bambini; ad esempio somministrando loro droga allo scopo di stordirli in modo da facilitare l'abuso sessuale.

Il tipo killer il pedofilo manifesta un lato un sadico il cui massimo godimento rappresenta la morte della vittima.

Reati di pedofilia si sono verificati in tutti i luoghi dove sono presenti bambini: famiglie, scuole d'infanzia, associazioni giovanili (in USA i boy-scouts), centri religiosi (seminari, oratori). Data l'estrema ampiezza di tipologie di reati, che talvolta non richiedono nemmeno il contatto fisico col bambino (es. esibizionismo, riproduzione di materiale pedopornografico, ecc.), la diffusione dei reati di pedofilia è considerata elevatissima. Secondo il MOIGE il 30% delle donne e il 15% degli uomini hanno subito atti illeciti da parte di pedofili.

Nel maggio 2007 tutti i media hanno parlato ripetutamente di notizie su reati svolti da membri del clero, sulla base del fatto che oltre 4000 sacerdoti sono stati accusati di abuso di minori in USA e Canada. Si tratta però del numero totale delle accuse raccolte in un arco di 50 anni e comprende non solo i casi di pedofilia in senso stretto, ma anche i rapporti con adolescenti minori di anni 18. Sino ad oggi le condanne per pedofilia hanno riguardato solo 40 casi su 4000. Su 'La Stampa' del 1 giugno 2007, p. 35, Filippo Di Giacomo conclude: «fonti non confessionali stabiliscono allo 0,3 per cento del clero la percentuale di infamia che si riferisce alla Chiesa Cattolica. Una percentuale del tutto simile a quella che colpisce i ministri di culto di altre confessioni religiose i quali forse perché non cattolici e perché operanti in terre anglosassoni , finiscono in tribunale ma vengono ignorati dai giornali». 0,3%, quindi, 3 sacerdoti ogni mille.

È uscito un libro dal titolo Atti impuri nell'anno 2009 che riporta cifre aggiornate sulla pedofilia nella Chiesa americana. Tra il 1950 e il 2004 si sono registrati undicimila casi documentati di abusi sessuali su minori i cui autori sono preti. Mediamente i preti diocesani implicati negli abusi sono il 4,3 per cento. Alcun anni hanno prodotto percentuali molto alte di preti pedofili. Nel 1963, 1966, 1970, 1970 e nel 1974 si è arrivati all'otto per cento di predatori diocesani, fino al nove per cento del 1975.

Nel libro si fanno anche delle estrapolazioni su quelli che possono essere i limiti del fenomeno pedofilia (abusi su minori) nella Chiesa e si stima che i casi sono stimabili in quaranta-sessantamila che farebbero salire il tasso dei preti abusanti a percentuali altissime.

È indispensabile però mettere in conto il fatto che molto spesso è estremamente difficile sia verificare sia smentire le accuse di pedofilia. Altri autori, quindi, giungono a conclusioni diametralmente opposte. Secondo Fabrizio Tonello: "meno di cento bambini viene rapito ogni anno e quasi nessuno di questi rapimenti ha a che fare con crimini a sfondo sessuale". Anche il grande numero di accuse di pedofilia sarebbe spesso dovuto a isteria collettiva. Un grande numero di condanne di innocenti o di assoluzioni solo dopo anni di indagini e processi sono citati in siti vicini agli accusati.

La castrazione chimica è un trattamento farmacologico, che dovrebbe dissuadere il pedofilo da recidive eliminando la libido connessa all'atto violento ed è utilizzato in diversi paesi, spesso in combinazione con misure di sospensione condizionale della pena. Nel corso del 2005, l'allora ministro delle riforme Roberto Calderoli ne ripropose l'utilizzo in Italia.

La castrazione chimica elimina la libido connessa con gli atti sessuali, solamente in via temporanea.

L'accettazione di questa pratica è spesso la premessa di una libertà condizionale, anche se il trattamento farmacologico potrebbe non essere ripetuto, con il rischio di reiterazione del reato.

In altre parole, è necessaria un'assunzione puntuale e prolungata nel tempo dei farmaci inibitori degli ormoni sessuali, non priva di conseguenze fisiologiche, maggiori di una castrazione chirurgica.

Negli USA è in vigore c.d. "Legge Megan", che prende il nome da Megan Kanka, bimba di sette anni rapita, violentata e uccisa nel 1994 da un vicino di casa pluripregiudicato per reati sessuali su minori. La legge prevede che chiunque venga condannato per qualsiasi genere di reato a sfondo sessuale perda essenzialmente ogni diritto alla Privacy per un periodo variabile, da un minimo di 10 anni dalla data del rilascio fino a tutta la vita, con l'obbligo di registrare presso le Forze dell'ordine il proprio domicilio e i propri spostamenti, il divieto assoluto di frequentare, o risiedere nelle vicinanze di, luoghi abitualmente frequentati da minori o dal genere di persona normalmente bersaglio dei propri crimini, e in taluni casi l'affissione di tali dati in un registro pubblicamente consultabile; alcune municipalità statunitensi offrono la possibilità a chiunque di accedere a tali dati tramite appositi siti Internet. L'applicazione di questa legge è ancora fonte di un aspro dibattito negli USA. Un'ampia parte dell'opinione pubblica la sostiene basandosi sul fatto che i predatori sessuali tendono ad un alto grado di recidivia; tuttavia alcuni Stati e comunità ancora rifiutano di applicarla, sulla base del fatto che interessa persone che hanno pagato il loro debito con la società scontando una pena detentiva, e che la violazione della loro privacy può mettere essi e le loro famiglie in pericolo di ritorsioni.

L'interazione con genitori e psicologi può indurre nel bambino la formazione di falsi ricordi (vedi nel seguito di questa voce). A seguito di gravi errori giudiziari, che avevano provocato danni morali e materiali gravissimi agli innocenti accusati (l'esempio più clamoroso, negli Stati Uniti, è stato quello del Caso McMartin), è stato messo a punto un protocollo, che prescrive le attenzioni da seguire nell'interrogatorio del bambino (Carta di Noto del 9 giugno 1996, aggiornata il 7 luglio 2002). La valutazione della cura, con cui questo protocollo è stato effettivamente applicato è parte essenziale di ogni nuovo caso giudiziario in Italia, relativo a bambini nell'età della Scuola d'Infanzia.

Freud affermò che i traumi infantili in generale sono inguaribili e lasciano ferite che non rimarginano più e che provocano, negli adulti con una storia di abusi nella loro infanzia, una molteplicità di fenomeni a carico della sfera emotiva, relazionale, sociale, comportamentale di varia profondità.

Tale fatto determina due elementi di rilievo per la legislazione in materia: da un lato evidenzia la gravità del danno subito dal bambino (e quindi della colpa del reo), dall'altro lascia intuire la difficoltà di stabilire capacità di intendere e di volere del reo, in quanto è possibile che sia affetto da turbe psichiche (o raptus improvvisi) a causa di violenze pregresse subite nell'infanzia. D'altra parte la complessità del problema emerge chiaramente in ambito clinico a fronte delle difficoltà nelle quali si vengono a trovare i professionisti (psichiatri e psicologi) che trattano le persone affette da pedofilia.

L'Organizzazione mondiale della sanità classifica la pedofilia fra i disturbi del comportamento sessuale, senza peraltro escludere una responsabilità penale nell'atto.

Molti accusati di pedofilia sono stati assolti nonostante testimonianze oculari (il ricordo vivo e particolareggiato dei minorenni coinvolti), rivelatesi poi non attendibili e in contrasto con i riscontri probatori.

In psicologia, è noto che una persona può avere un ricordo molto vivo e dettagliato di eventi, che sinceramente crede che siano accaduti, ma che non si sono mai verificati in realtà. Perciò, anche se la testimonianza proviene da un bambino, che non può avere interesse a testimoniare il falso, le indagini devono trovare riscontri probatori oggettivi, per non fondare la pubblica accusa solo sulla base di testimonianze oculari.

Le accuse di pedofilia talora rivolte da bambini minorenni nei confronti dei genitori potrebbero rientrare in «sogni ad occhi aperti», che sono un appagamento compensativo nell'immaginazione di desideri che il bambino avverte come pericolosi, reprime e tende a dimenticare. La soddisfazione avviene in un modo semplice, producendo un ricordo che è identico a quello che si sarebbe voluto che accadesse nella realtà. Quando la personalità diviene più forte, nell'adulto, la compensazione e rimozione divengono più capaci di soddisfare un desiderio in modo diverso dalla volontà iniziale, ma con azioni nella vita reale, senza forzare la memoria e i ricordi.

La tesi di Sigmund Freud e della figlia Anna (che parlò più esplicitamente di queste fantasie infantili) è stata a volte portata come prova nei tribunali per smentire accuse di pedofilia.

Presunti abusi infantili sono anche riemersi nella memoria di migliaia di pazienti adulti sottoposti a psicoterapia o altre cure analoghe, determinando un vivace dibattito scientifico sulla loro attendibilità e un seguito di contenziosi legali.

Il principio che informa la legislazione è l'indipendenza degli Stati Sovrani, che emanano leggi nel loro ordinamento giuridico. Uno stesso reato potrebbe in uno Stato appartenere alla sfera del diritto penale e in un altro essere punito con sanzioni amministrative. Vediamo il caso dei rapporti fra la giustizia italiana e quelle estere per reati di pedofilia. La nostra legge persegue anche i reati compiuti all'estero: gli italiani che compiono turismo sessuale potrebbero essere inquisiti nello Stato estero, su denuncia delle vittime, e poi in Italia, d'ufficio dalla magistratura. Le autorità competenti straniere non sono obbligate dal diritto internazionale a dare comunicazione dei fatti alla magistratura italiana perché avvii un procedimento, né a fornire prove, atti processuali in caso di rogatoria, né collaborazione nelle indagini delle forze di polizia. Analogo discorso, vale per la magistratura italiana nei confronti delle leggi e autorità competenti del Paese in cui è stato commesso il reato. Un eventuale coordinamento può essere stabilito tramite un accordo bilaterale.

Il rapporto fra l'ordinamento giuridico della Chiesa Cattolica, il diritto canonico, e il diritto penale degli stati laici è cosa molto differente dal rapporto fra le legislazioni di stati diversi, sopra descritto. Il diritto canonico si interessa dei peccati, mentre il codice penale ha a che vedere solo con i reati. Per lo più i reati sono anche peccati, e nel caso della pedofilia peccati gravissimi, ma si tratta di cose concettualmente diverse.

E' indispensabile non confondere sul piano giuridico la Chiesa Cattolica con il Vaticano. La Chiesa è una comunità internazionale (articolata in chiese nazionali) retta da una "costituzione" (il diritto canonico, appunto), che gioca un ruolo identico a quello svolto dallo statuto di qualunque associazione. La Città del Vaticano, invece, è uno Stato, una monarchia assoluta, dotata di un territorio e di un proprio sistema legislativo e in quanto tale ha in comune con la Chiesa Cattolica solo il fatto di essere guidato dal Papa e nulla più.

Come tutte le comunità, la Chiesa ha stabilito anche delle regole per sospendere o escludere i membri indegni e dei tribunali per applicare queste regole (in una associazione è il collegio dei probiviri). Chi abbia commesso un grave crimine, come ad esempio di pedofilia, sarà sottoposto dallo stato (o dagli stati) competenti a processo penale e simultaneamente sarà sottoposto a un giudizio da parte delle comunità a cui appartiene. Si tratta di giudizi autonomi sia nei tempi di svolgimento del processo sia nel verdetto.

Nella chiesa cattolica la repressione dei crimini più infamanti contro i sacramenti e contro la morale, fra cui la pedofilia, è regolata dalla De Delictis Gravioribus, che ha sostituito nel 2001 la Crimen Sollicitationis a seguito della riforma del codice di Diritto Canonico.

Già la Crimen Sollicitationis equiparava la pedofilia, dal punto di vista penale, ai casi più gravi di molestie sessuali durante il Sacramento della Penitenza (§73); per questi reati è prevista la pena massima possibile, cioè la riduzione allo stato laicale (§61).

È previsto l'insediamento nella diocesi interessata di un tribunale ad hoc presieduto dal vescovo e composto di soli sacerdoti esperti di diritto canonico (non di avvocati rotali laici). Le sedute sono a porte chiuse e gli atti del processo secretati, data la natura infamante delle accuse. L'eventuale verdetto di condanna, però, è ampiamente diffuso per consentire l'implementazione delle pene (sospensione a divinis, scomunica, ecc.). Il secondo grado di appello è presso la Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma.

Il tribunale ecclesiastico, data la sua natura e finalità, non ha autorità per chiedere al colpevole di costituirsi presso le autorità civili e subire anche un processo da parte dello Stato, né a membri del tribunale o a testimoni oculari di denunciare il fatto.

Resta naturalmente per tutti l'obbligo morale grave di fare tutto quanto è possibile per impedire che eventuali atti di pedofilia vengano ripetuti. Perciò i dettami del "diritto divino naturale" (uno dei fondamenti del diritto canonico) comportano l'obbligo perentorio di denunciare il presunto reo alle istituzioni ecclesiali. Lo stesso obbligo morale sussiste implicitamente verso i tribunali civili, fatte salve le notizie coperte da segreto pontificio (cioè quelle acquisite dalle udienze del processo: ad esempio una eventuale confessione del reo), che sono coperte dal segreto del confessionale, e fatto salvo il diritto di autotutela di vittime e testimoni, spesso riluttanti a procedere a denunce penali.

Gli Stati laici riconoscono sia l'autonomia del diritto canonico sia la legittimità del segreto del confessionale e in genere non sottopongono a processo quanti erano a conoscenza di reati di pedofilia o altri reati e non li hanno denunciati. Ovviamente gli stessi sacerdoti o vescovi, se esecutori di atti penalmente rilevanti, sono assoggettati come chiunque al giudizio delle corti statali, secondo quanto è previsto dall'ordinamento giuridico di ogni nazione.

I documenti elaborati in precedenza si spingevano a un invito a «collaborare con la giustizia», su richiesta dell'autorità e ad indagini avviate, non parlando di obbligo di intraprendere un'iniziativa penale.

Non vi sono encicliche o altri documenti scritti, che affermano il principio della collaborazione con le autorità giudiziarie.

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Source : Wikipedia