Rifondazione Comunista

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Tags : rifondazione comunista, partiti politici, politica

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Rifondazione Comunista Sammarinese

Voce principale: Lista partiti politici di San Marino.

Rifondazione Comunista Sammmarinese è un partito politico della Repubblica di San Marino.

Ispiratosi e strutturatosi sul modello del movimento italiano Rifondazione Comunista, RCS è nato nel 1992 per iniziativa di un gruppo di ex - iscritti, simpatizzanti ed elettori del disciolto Partito Comunista Sammarinese (PCS) che non si riconoscevano nel nuovo Partito Progressista Democratico Sammarinese (PPDS) nel quale era devoluto. Tra i primissimi fondatori e leader carismatico è stato Giuseppe Amici, già Capitano Reggente e Segretario di Stato per l'Industria.

Amici ha ricoperto l'incarico di Presidente del Partito dal 2002 fino al 2006.

Nelle Elezioni politiche sammarinesi del 2001 Rifondazione Comunista Sammmarinese totalizza 738 voti, il 3,38% del totale; qualche anno dopo, l'8 maggio 2004, al congresso di Roma, è uno tra i partiti fondatori del Partito della Sinistra Europea (SE).

Per le elezioni politiche sammarinesi del 4 giugno 2006 è entrato a far parte, assieme a Zona Franca di una alleanza politico-elettorale chiamata Sinistra Unita, alleanza che ha raccolto 1.911 voti ovvero l' 8,67% delle preferenze, conquistando così 5 dei 60 seggi del Consiglio Grande e Generale.

Segretario del Partito dal dicembre 1998 fino al luglio 2006 è stato Ivan Foschi, membro della Delegazione Parlamentare Sammarinese presso l'Assemblea Parlamentare dell'OSCE, che dal 27 luglio 2006 ricopre la carica di Segretario di Stato alla Giustizia, ai rapporti con le Giunte di Castello, all'Informazione e alla Pace.

A seguito delle dimissioni di Ivan Foschi per assumere l'incarico di Governo, il Partito è stato retto da una Segreteria collettiva composta da Angelo Della Valle, Luca Lazzari e Vanessa Muratori fino al IV Congresso svoltosi nel marzo 2007.

Attualmente il Segretario del Partito è Angelo Della Valle ed il Presidente è Natalina Sapigni.

Organo di stampa del movimento politico è il notiziario Rifondinforma.

Per la parte superiore



Partito della Rifondazione Comunista

Fausto Bertinotti

Il Partito della Rifondazione Comunista (PRC), o semplicemente Rifondazione Comunista, è un partito politico della sinistra radicale, movimentista e pacifista italiana, fondato nel 1991.

Nato in contrarietà allo scioglimento del Partito Comunista Italiano, ha intensificato gradualmente i suoi rapporti con i partiti del centro-sinistra, dapprima nell'Alleanza dei Progressisti (1994), poi attraverso patti di "desistenza" con L'Ulivo (1996). Ha fornito appoggio esterno al Governo Prodi I ma, dopo averne provocato la caduta, ha interrotto questa collaborazione per poi contribuire a fondare una nuova coalizione di centro-sinistra, L'Unione, nel 2005. Nel 2008, insieme agli altri partiti della sinistra radicale, ha promosso la formazione del cartello La Sinistra - l'Arcobaleno.

Il principale esponente del partito è stato Fausto Bertinotti, che ne è stato segretario per 12 anni (dal 1994 al 2006) fino alla sua elezione a Presidente della Camera dei Deputati nella XV Legislatura. Da luglio 2008 il segretario è Paolo Ferrero.

Gli iscritti al partito sotto i 30 anni si riuniscono nella struttura parallela dei Giovani Comunisti, ma il partito sostiene anche collettivi studenteschi e movimenti universitari.

Il PRC nasce inizialmente come Movimento per la Rifondazione Comunista (MRC) nel febbraio 1991 a Rimini dove si svolge il XX e ultimo congresso del Partito Comunista Italiano. I fondatori del MRC cercano di mantenere logo e denominazione del vecchio PCI, ma quest'ultimo si trasforma ufficialmente in Partito Democratico della Sinistra, che ne è l'erede legale. Così si opta per assumere, come nome del partito, quello della mozione che si opponeva allo scioglimento: "Rifondazione Comunista". Sergio Garavini viene eletto coordinatore nazionale.

Il PRC deve ben presto fare i conti con la fine dell'URSS e l'inizio di Mani Pulite, ma nonostante ciò i consensi sono stabili intorno al 6% e gli iscritti in crescita. Tuttavia col tempo si acuisce la spaccatura fra il segretario Garavini e il neo-eletto presidente Armando Cossutta. Garavini forza i meccanismi decisionali per imporre la sua linea politica e ben presto viene accusato di "leaderismo" dai cossuttiani. Nel maggio del 1993 la direzione nazionale boccia la proposta di Garavini di un'unità d'azione col PDS: la bocciatura suona come una sfiducia al segretario che a giugno rassegna le proprie dimissioni. Fino al secondo congresso il PRC viene retto da un direttorio e intanto, nel 1993, muore Lucio Libertini, suo prestigioso cofondatore.

Nel 1993 Fausto Bertinotti lascia polemicamente il PDS. Bertinotti è in quel momento il leader della corrente massimalista e minoritaria Essere sindacato della CGIL, ed è notoriamente ingraiano. Nel 1991, persa la battaglia contro lo scioglimento del PCI, come consigliato da Ingrao, aveva preferito rimanere nel PDS.

Inizialmente Bertinotti rifiuta una sua adesione al PRC; poi, il 17 settembre, avviene la svolta: Bertinotti è pronto ad aderirvi e Cossutta lo vuole subito segretario. Il 23 gennaio del 1994 Fausto Bertinotti diventa il secondo segretario di Rifondazione Comunista, grazie a un accordo tra Cossutta e Magri. Nel Comitato politico nazionale ottiene il voto favorevole di 160 membri su 193, un risultato che viene considerato dal politico lombardo estremamente positivo.

Di lì a poco ci sono le prime elezioni politiche con sistema maggioritario e il PRC aderisce all'Alleanza dei Progressisti che comprende otto partiti di sinistra. Alle elezioni raggiunge il 6% dei voti, ma la coalizione vincente è quella di centrodestra, che elegge Silvio Berlusconi Presidente del Consiglio. Il 12 giugno, le prime elezioni europee fruttano 6 europarlamentari ai comunisti. Il 17 dicembre il PRC propone una propria mozione di sfiducia contro il primo governo Berlusconi, in autonomia da quelle di Lega Nord-PPI e del PDS. Il 22 dicembre Berlusconi si dimette: secondo alcuni esponenti comunisti, tra cui Livio Maitan, questo è il primo grande risultato a livello nazionale raggiunto da Rifondazione.

Rifondazione Comunista è divisa sulla fase apertasi con le dimissioni di Berlusconi: nel gennaio del 1995 alla Camera 14 deputati, tra i quali Garavini e il capogruppo Famiano Crucianelli, votano la fiducia al governo di Lamberto Dini, ex ministro berlusconiano sostenuto dalla Lega Nord, dal PPI e dal PDS. Anche se i voti dei deputati comunisti non sono decisivi (il governo Dini si salva grazie all'astensione di molti parlamentari del centrodestra), all'interno del PRC scoppiano le polemiche riguardo la mancata osservazione dell'indicazione del partito da parte dei 14 politici.

Crucianelli si dimette da capogruppo e viene sostituito da Oliviero Diliberto. Nel frattempo i dissidenti (tra questi anche Nichi Vendola) sosterranno anche la manovra economica bis di Dini del marzo del 1995: il partito chiede un «confronto» con l'ala destra ribelle, ma a giugno 19 tra deputati, senatori ed europarlamentari, guidati da Sergio Garavini, escono dal PRC per dar vita al Movimento dei Comunisti Unitari, che tre anni dopo confluirà nei Democratici di Sinistra.

Alle elezioni regionali del 1995, Rifondazione sale all'8% grazie alla battaglia contro la riforma delle pensioni voluta dal governo Dini. Di conseguenza il centrosinistra si rende disponibile ad un accordo elettorale con il PRC per le politiche dell'anno successivo, a ciò si oppone la minoranza trotzkista guidata da Marco Ferrando.

Il 25 ottobre il centrodestra propone una mozione di sfiducia al governo, che passa per 9 voti grazie all'astensione del PRC, che aveva strappato al governo le dimissioni per il successivo dicembre. Il 6 dicembre Romano Prodi presenta il programma di governo della nuova coalizione di centrosinistra, denominata L'Ulivo: il PRC boccia il documento insieme ai Verdi. Nel febbraio del 1996, però, il Comitato politico nazionale del PRC approva un «patto di desistenza» con l'Ulivo: l'Ulivo rinuncia a presentarsi in 45 collegi maggioritari "sicuri", lasciandoli al PRC che però dovrà presentarsi col vecchio simbolo dell'Alleanza dei Progressisti.

Il 21 aprile il PRC ottiene il suo massimo storico (fino ad allora) e risulta decisivo alla Camera per dare una maggioranza al centrosinistra. Il PRC decide di dare un appoggio esterno (dunque senza ministri e sottosegretari) al neonato primo governo Prodi, solo la deputata Mara Malavenda vota contro il governo ed esce dal partito fondando i Cobas per l'Autorganizzazione.

Al III congresso del Prc, avvenuto nel dicembre del 1996, la mozione di Cossutta-Bertinotti favorevole a «influenzare l'esperienza del governo Prodi» ottiene l'85,48% dei consensi. Nel gennaio del 1997 Bertinotti, però, comincia a criticare l'operato del governo, in particolare sulle politiche per i metalmeccanici. Il 9 ottobre Diliberto presenta una risoluzione firmata anche da Bertinotti e Cossutta che boccia la finanziaria presentata dal governo. Prodi non aspetta il voto e va a rassegnare le dimissioni. La crisi di governo è formalmente aperta ma il 13 ottobre il PRC e Prodi fanno pace grazie alla mediazione del Presidente della Repubblica Scalfaro. Il PRC accetta le modifiche avanzate dal governo e l'esecutivo si impegna a varare una legge che riduca le ore settimanali di lavoro a 35 entro il 2001 e a garantire adeguate pensioni a chi ha svolto lavori usuranti. Tuttavia Bertinotti non è soddisfatto e Cossutta inizia a temere che il segretario voglia far cadere il governo e imprimere una svolta massimalista al partito.

Tra il dicembre del 1997 ed il gennaio del 1998 Rifondazione, il mensile del partito, diviene così luogo dello scontro tra la linea del presidente Cossutta e quella del segretario Bertinotti. La maggioranza del partito si divide tra cossuttiani, soprattutto militanti dell'ex PCI, e bertinottiani, prevalentemente ex militanti della cosiddetta "nuova sinistra" e del socialismo radicale (Dp, Psiup, ecc...). L'opposizione verte sia sul modo di gestire il partito, sia sul rapporto col governo, sia sulla linea politica. Il 3 settembre si decide di tenere il IV congresso nei primi mesi del 1999, per una trasparente resa dei conti fra le due sottocorrenti.

Il 16 settembre il governo presenta la finanziaria 1999. Bertinotti vuole chiudere col governo, Cossutta è per la trattativa. Nel Cpn del Prc del 3 e 4 ottobre, prevale la mozione anti-governativa di Bertinotti (188 voti), sostenuta anche da cossuttiani dissidenti e dai neotrotzkisti di Bandiera Rossa. La mozione Cossutta ottiene 112 voti, quella Ferrando, anch'essa anti-governativa, ottiene 24 voti. Il 5 ottobre Armando Cossutta si dimette da presidente del partito. Molti iscritti al partito si autoconvocarono, allora, presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma per impedire la rottura con il governo, ma Bertinotti è irremovibile.

Il 9 ottobre il capogruppo alla Camera, Oliviero Diliberto, annuncia che la maggioranza assoluta del Gruppo parlamentare comunista avrebbe votato a favore del governo Prodi. Bertinotti si dichiara invece per la sfiducia e Diliberto ha il compito di spiegare a Montecitorio i motivi per cui Rifondazione non rinnova la fiducia all'esecutivo, scelta che lui per primo non condivide. Al termine delle dichiarazioni di voto e delle operazioni di conta, il governo cade per un solo voto. Due giorni dopo i sostenitori della mozione di Cossutta abbandonarono il PRC per dare vita al Partito dei Comunisti Italiani. Si procedette così alla costituzione di nuovi governi di centro-sinistra, prima a guida di Massimo D'Alema poi di Giuliano Amato, sostenuti organicamente dal PdCI, ma non dal PRC.

La fuoriuscita dei Comunisti Italiani spinge Rifondazione a sviluppare un nuovo corso più movimentista secondo le idee ingraiane e massimaliste del suo leader. La scissione cossuttiana indebolì il partito di voti, iscritti e risorse economiche, tanto che viene sospesa la pubblicazione di Rifondazione.

Nel 1999 si svolge il IV congresso del Prc che vede presentate due mozioni: quella del segretario, sostenuta da bertinottiani, ex-cossuttiani e maitaniani (Bandiera Rossa), e quella trotzkista radicale di Ferrando, Grisolia e Ricci. La prima mozione passa con l'84% dei voti. Per la prima volta la parola "Rifondazione" fa ingresso nel simbolo del partito. Bertinotti non chiude però del tutto le porte al centro-sinistra, soprattutto a livello locale. A giugno le elezioni europee del 1999 sono un fiasco, il PRC ottiene il 4% dei voti (contro l'8% delle politiche). Il calo è solo in parte spiegato dal 2% del Pdci. Nel Cpn del 4 luglio, Bertinotti avanza l'idea di un «forum» aperto alla «sinistra antagonista ed ai movimenti anti-liberisti».

Il PRC non riesce, però, a cogliere l'ampiezza del "fenomeno movimenti", tanto che a Seattle per protestare contro il terzo meeting dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, sarà presente la sola presidente dei Verdi, Grazia Francescato. Il Prc non parteciperà, del resto, ad analoghi momenti organizzati dal "popolo di Seattle" durante il 2000. Il Prc preferisce puntare molto sulla Conferenza intergovernativa dell'Unione Europea di Nizza del dicembre 2000. Il successo dell'iniziativa, alla quale partecipano solo PRC e Verdi, permise al partito di guardare in modo nuovo al rapporto con i movimenti.

In aprile, alle elezioni regionali il PRC preferisce fare accordi di desistenza con il centrosinistra in tutte le regioni tranne che in Toscana, ma in Lombardia molti dirigenti locali di Rifondazione non sostengono il candidato dell'Ulivo Mino Martinazzoli e preferiscono schierarsi con Nerio Nesi del Pdci; cosa analoga accade in Piemonte dove alcuni rifondini votano la verde Francesca Calvo e non l'ulivista Livia Turco). Ciò nonostante la Casa delle Libertà, la nuova coalizione del centrodestra, vince in ben 8 regioni su 15.

Dopo la contestazione di Nizza e con l'avvicinarsi del ritorno del centrodestra al governo, Bertinotti decide di puntare ideologicamente verso un partito più marxista e meno leninista, più movimentista e di opposizione. Si va quindi verso una rifondazione del partito su basi totalmente nuove. Il disegno del segretario non è esplicitato subito e si concretizza per tappe. A prima tappa è il 21 gennaio del 2001, quando in occasione degli ottant'anni dalla fondazione del Pci, a Livorno Bertinotti chiede ai militanti di riscoprire la radice marxista, ma di sradicare dal partito qualsiasi residuo di stalinismo.

Il 13 maggio dello stesso anno sono previste le elezioni politiche: dopo una lunga trattativa tra Ulivo e PRC, Rifondazione decide alla Camera di concorrere solo nella quota proporzionale (patto di "non belligeranza"), e di presentarsi al Senato come forza indipendente. I risultati non sono dei migliori, anche se il Prc risulta l'unico partito fuori dai poli a superare lo sbarramento del 4% (ottenne infatti il 5%), ma al Senato il mancato accordo tra Ulivo e Prc permette ai conservatori di conquistare ben 40 seggi. Per questo motivo il Prc sarà oggetto di durissime critiche da parte del centrosinistra.

Il Prc continua nel dialogo con i movimenti e si rende tra i principali protagonisti del del Genoa Social Forum (vedi Fatti del G8 di Genova), aggregazione di associazioni anti-G8, il cui portavoce è Vittorio Agnoletto, già candidato dal Prc alla Camera e proveniente da Dp. Gli scontri di Genova e i suoi giovani anticapitalisti sembrano indicare definitivamente al gruppo dirigente del Prc lo sbocco naturale del bertinottismo: i movimenti no-global.

Più tardi la stagione delle guerre Usa (Afghanistan, Iraq) accentua nel PRC l'antimilitarismo e il pacifismo, tanto che il 5 marzo 2003, Bertinotti aderisce, con altri esponenti politici e sindacali, a una giornata di digiuno indetta dal Vaticano «contro la guerra e il terrorismo». Dal 14 ottobre 2001 il PRC partecipa stabilmente alla tradizionale Marcia per la pace Perugia-Assisi e Bertinotti spinge affinché il pacifismo di Rifondazione approdi alla vera e propria nonviolenza.

Al Cpn del 15 e 16 dicembre 2001 vengono intanto approvate le 63 tesi su cui verterà il successivo V congresso del partito. A redigerle è Paolo Ferrero, già trotzkista all'opposizione nel partito, e ora l'uomo che Bertinotti ha voluto per far svoltare il partito.

Il 4 aprile del 2002 si apre così il V congresso del Prc. Nella sua relazione introduttiva, Fausto Bertinotti pone subito «il problema della costruzione di un nuovo progetto politico», per «costruire un'alternativa di modello sociale e di democrazia, che può diventare anche alternativa di governo, fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle politiche neo-liberiste. E, contestualmente, si propone di rifondare la politica, a partire dalla ripresa della sua ambizione più alta, quella di trasformare la società capitalistica», Bertinotti ribadisce anche che «lo stalinismo è incompatibile col comunismo» e pone come alternativa il modello proposto da Frei Betto.

Sul fronte lavoro, il Prc si impegna per la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che dal 17 agosto 2001 Banca d'Italia, Confindustria e Governo spingono per l'abrogazione. Bertinotti lancia la proposta di un referendum che estenda le tutele dell'articolo 18 anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. La proposta referendaria è accolta favorevolmente dai Verdi, dalla corrente Ds Socialismo 2000 di Cesare Salvi, dalla Fiom e da parte della Cgil. Nel frattempo, dopo la grande mobilitazione sindacale guidata dalla Cgil del marzo 2002, il governo Berlusconi rinuncia a modificare l'articolo 18. Tuttavia la consultazione referendaria si terrà comunque nel giugno 2003 risultando però nulla data la scarsa aflfuenza alle urne (25,5% degli aventi diritto, 10.572.538 i "sì").

Nel medesimo periodo nel PRC nascono prese di posizione contro Cuba: il 29 aprile del 2003 alla Camera si vota sulle misure da prendere contro lo stato caraibico che in quei giorni aveva incarcerato 75 oppositori di destra e ne aveva fucilato altri 3, rei di aver dirottato un traghetto nel porto de L'Avana.

Vengono approntate 4 distinte mozioni dalla CdL, dall'Ulivo, dal Prc e dal Pdci. Solo quella del Pdci non condanna Cuba. Le risoluzioni dell'Ulivo e di Rifondazione, pur non invocando le sanzioni, condannano entrambe il regime castrista. Il Prc, in tal modo, inizia l'allontanamento dal governo di Fidel Castro.

Nel Cpn del 3 e 4 maggio, Bertinotti viene bersagliato da forti critiche per la scelta su Cuba. Il segretario chiarisce che «la questione sulla pena di morte non è solo una questione etica, ma anche politica. La pena di morte va rifiutata hic et nunc, senza se e senza ma. Non credo che la divergenza verta sulla storia di Cuba».

Il 9 maggio esce su Liberazione un articolo di Fulvio Grimaldi (già giornalista del Tg3) in difesa di Fidel Castro. Il giorno dopo Grimaldi viene sostituito con Fabrizio Giovenale. Il caso Castro si riaprirà nel Prc in occasione della convocazione a L'Avana di più di 600 personalità di 70 paesi per un "Incontro Internazionale contro il terrorismo, per la verità e la giustizia" da tenersi nel giugno del 2005. A rappresentare l'Italia, Cuba invita solo il Pdci ed esclude il Prc, ma accetta comunque una delegazione della corrente L'Ernesto, guidata da Claudio Grassi. Il responsabile esteri Gennaro Migliore afferma: «È un fatto singolare, grave e incongruo nei rapporti tra i nostri partiti, che sono stati sempre corretti. Rifondazione è solidale con le lotte del popolo cubano, ma rivendica la possibilità di criticare quanto non va in quella esperienza».

Verso l'Ulivo invece è disgelo: il 6 marzo 2003 a Montecitorio tutti i leader de L'Ulivo tornano a sedersi a un tavolo con Bertinotti. Alla fine dell'incontro con L'Ulivo, vengono anche costituite tre commissioni paritetiche per creare delle prime convergenze di programma. Il 16 maggio Bertinotti precisa la sua idea di accordo organico con L'Ulivo: «Siamo disponibili solo a un accordo di programma, non a riesumare vecchie formule come la desistenza».

Il 17 giugno la Direzione Nazionale del Partito, riunita per analizzare il risultato referendario, dà il via libera alla ricerca di nuove intese con l'Ulivo, con 21 voti favorevoli, 5 contrari (tutti della corrente Ferrando), e 10 astenuti. Ferrando è contrario e chiede di «avviare immediatamente un congresso straordinario». Anche il Cpn del 28 e 29 giugno sarà d'accordo, e stavolta il documento sarà votato da tutta la maggioranza uscita dall'ultimo congresso (68 sì, 14 no, 1 astensione). Viene così definitivamente abbandonata l'idea lanciata nel 2000 di «rompere la gabbia del centrosinistra». Secondo i bertinottiani perché questa è stata rotta, mentre per le opposizioni interne così facendo il Prc accetta di entrare nella gabbia e in modo docile.

Pochi mesi dopo Bertinotti imprime l'accelerazione sulla rifondazione del partito e fa definitivamente sterzare il partito verso la nonviolenza, generando lacerazioni consistenti nel Partito.

Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non è una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Del progetto il Partito è pressoché all'oscuro e ne avrà piena conoscenza solo il giorno della fondazione del Partito della Sinistra Europea, il 10 gennaio del 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg fondò con Karl Liebknecht il Partito Comunista Tedesco.

A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso Bertinotti per il Prc perché è «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio.

La fondazione della SE lascia buona parte del Partito contrariata, prevalentemente perché l'adesione non è preventivamente passata per gli organi decisionali del Partito (in primo luogo il CPN). Il malumore emergerà nella Direzione Nazionale del 28 gennaio, dove l'adesione alla SE passa con appena 21 sì, 17 no (tra cui due "bertinottiani") e un'astensione. Il 6 e 7 marzo tocca al Cpn la decisione definitiva. La maggioranza si sfalda e vengono presentati 5 documenti. Il documento del segretario passa comunque con 67 sì e 53 no. Viene così modificato anche il simbolo del Prc, dove viene aggiunta un'"unghia" rossa con scritto Sinistra Europea. Nello stesso Cpn passa anche la linea di proseguire l'unità d'azione col centrosinistra con 82 sì ("bertinottiani" e "grassiani").

Con questo voto positivo, il Prc può partecipare l'8 e 9 maggio a Roma al Congresso fondativo della SE, dove Fausto Bertinotti viene eletto presidente all'unanimità.

L'11 ottobre del 2004 tutti i partiti dell'Ulivo decidono di allargare la coalizione all'Italia dei Valori e a Rifondazione Comunista e danno vita alla Grande Alleanza Democratica (Gad).

Contestualmente la neonata Gad decide di tenere delle elezioni primarie per trovare un proprio leader «entro febbraio» 2005.

Durante l'autunno 2004, Bertinotti incomincia un duro braccio di ferro con la Gad per imporre la candidatura di Nichi Vendola a Presidente della Regione Puglia, in alternativa a quella dell'esponente della Margherita Francesco Boccia. Il 20 dicembre si arriva al compromesso di organizzare delle elezioni primarie in Puglia tra Boccia e Vendola per il 16 gennaio 2005. A sorpresa vince Vendola, seppur di strettissima misura e nonostante il fatto che tutti gli altri partiti del centrosinistra, compreso il Pdci, si fossero schierati col suo rivale.

Due giorni dopo, 18 gennaio, la Gad a Roma decide di rinviare le primarie nazionali a maggio. Bertinotti lancia con decisione la sua candidatura, mentre si aggiungono anche quelle di Alfonso Pecoraro Scanio e di Antonio Di Pietro.

Nel mezzo si svolgono le regionali in 14 regioni il 3 e il 4 aprile e un nuovo cambio di nome: la Gad diventa l'Unione. L'Unione vince in 12 regioni su 14, compresa la Puglia con Vendola, che diventa il primo presidente di regione della storia del Prc.

In ottobre la partecipazione alle elezioni primarie per il candidato dell'Unione alla presidenza del Consiglio sarà superiore di sette volte rispetto ai pronostici, ma Bertinotti arriva secondo dietro Prodi, raccogliendo 631.592 voti ovvero il 14,7% dei votanti, un risultato che viene giudicato dagli analisti leggermente negativo, creando ulteriori malumori nell'opposizione del partito.

Dal 2004 il Prc si ritrova diviso in due su moltissime questioni e Bertinotti riesce a far passare le sue proposte in Dn e Cpn con margini molto ristretti. In un simile clima, il VI congresso si pone come un vero e proprio regolamento di conti fra correnti. Nel Cpn del 30 e 31 ottobre la maggioranza decide di andare a un congresso a mozioni contrapposte, scontentando l'Ernesto che chiedeva un congresso a tesi emendabili.

Il Cpn del 20 e 21 novembre licenzia ben 5 documenti congressuali, rappresentativi delle 5 anime del partito. La mozione congressuale ("L'alternativa di società") di Bertinotti ottengono il 59% dei voti. La tesi vincente dei bertinottiani si presenta in forma molto snella e conferma tutte le svolte degli ultimi anni. I congressi di circolo si giocano in un clima teso e di sospetto, perché le minoranze denunciano un aumento imprevisto e eccessivo di tesserati che, a loro dire, servono a far vincere agilmente il congresso a Bertinotti.

Il 3 marzo al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, si apre quello che verrà da molti ricordato come il congresso più violento del Prc. Bertinotti può contare su 409 delegati, Grassi su 181, Ferrando e Malabarba su 45 ciascuno e Bellotti su 11. Bertinotti apre assicurando che è l'ultima volta che si fa eleggere segretario e che punta a un «ricambio generazionale» con i giovani che non hanno conosciuto il Partito Comunista Italiano o Democrazia Proletaria. Negli stessi giorni del congresso, Pietro Ingrao e Pietro Folena (Ds) si avvicinano a Rifondazione, il primo aderendovi. Bertinotti viene rieletto dal Cpn con 143 sì, 85 no e 2 astenuti (30 i non partecipanti al voto), nonostante le 4 minoranze abbiano poi deciso di coalizzarsi quando hanno saputo che la segreteria non sarebbe stata più unitaria (cioè rappresentativa di tutte e 5 le mozioni), ma solo di esponenti vicini al nuovo segretario. In ogni caso il congresso dà il via libero definitivo al Prc di essere forza di governo in caso di vittoria de l'Unione nel 2006.

Alla fine del 2005, dopo tre legislature, viene ripristinata una legge elettorale proporzionale, da sempre gradita al Prc, ma stavolta con liste bloccate. Il Cpn del Prc, a maggioranza, approva le candidature del partito, tra cui vari indipendenti, come Francesco Caruso, noto leader no-global, e la transgender Vladimiro Guadagno in arte Vladimir Luxuria. Alle minoranze (rappresentative di oltre il 40,5 del partito) vengono anche assicurati 9 candidati sicuramente vittoriosi pari al 14% degli eletti totali. Trova posto in Senato anche Marco Ferrando, capofila della minoranza troskista. La candidatura di Ferrando farà più discutere, perché questi dichiarerà - in una intervista al Corriere della Sera - di stare dalla parte dei resistenti iracheni anche quando sparano contro gli italiani. La segreteria nazionale escluderà allora Ferrando dalle elezioni, sostituendolo con la pacifista Lidia Menapace.

Alle elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006, l'Unione ottiene una vittoria di misura e Rifondazione Comunista ottiene un grande successo al Senato della Repubblica con il 7,4%, mentre alla Camera dei Deputati conferma la sua forza con il 5,8%.

Grazie alla nuova legge elettorale, Rifondazione è la lista che più ha guadagnato in termini di seggi: 52 in più rispetto al 2001, (41 deputati e 27 senatori). In Basilicata, per la prima volta, il Prc elegge un senatore ed in Sardegna passa dal 4% all'8,2%. Nelle aree metropolitane ottiene risultati migliori che in quelle rurali, ad esempio a Napoli il Prc ha ottenuto il 9,7%. In alcune province il Prc si posiziona come secondo partito dell'Unione, sorpassando la Margherita: è successo a Roma, con il 9,4% di preferenze al Senato (7,9% alla Camera), a Livorno che supera il 18%, a Massa con il 15%, a Firenze con l'11%, a Pisa con il 12%, a Perugia e a Lucca con il 10%.

Fausto Bertinotti il 29 aprile viene eletto Presidente della Camera dei deputati alla quarta votazione. A seguito della sua elezione, il Cpn del 7 maggio elegge Franco Giordano nuovo Segretario Nazionale del Partito.

L'entrata al governo non piace alla sinistra del Prc in particolare a Progetto Comunista, la corrente del partito con le posizioni più estreme, contraria alla coalizione de L'Unione e trotskista, il suo portavoce era Marco Ferrando. Nel congresso del 2002 raccolse oltre l'11% dei consensi presentandosi insieme con il gruppo denominato FalceMartello. Riferimento internazionale dell'area era il Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, organizzazione trotzkista scissasi dal Segretariato Unificato nel 1997 con sede a Buenos Aires. Al sesto congresso ha ottenuto il 6,5% dei voti. Con la candidatura a parlamentare (poi ritirata dagli organismi dirigenti nazionali del PRC) di Marco Ferrando, l'area si divise. Alcuni, infatti, capeggiati da Francesco Ricci fondarono un nuovo gruppo: PC-ROL.

Il 22 aprile 2006 il PRC perderà l'area PC-ROL (poi Partito di Alternativa Comunista), quindi il 18 giugno fuoriesce il gruppo fedele a Ferrando che darà vita al Partito Comunista dei Lavoratori, infine nel dicembre 2006 il Partito perde il gruppo guidato da Luigi Izzo (Progetto Comunista -Area Programmatica, scissosi da Progetto Comunista nel 2003) che prenderà il nome di Associazione Unità Comunista; della terza mozione del VI Congresso rimarrà nel Partito solo il gruppo guidato da Marco Veruggio, Alì Ghaderi e Bruno Manganaro che non condividendo la scissione si costituiscono nell'area Controcorrente.

Il 17 maggio 2006 nasce il governo Prodi II e, per la prima volta in 15 anni di vita, Rifondazione aderisce direttamente con una sua delegazione ad un esecutivo.

Unico ministro di Rifondazione è Paolo Ferrero, con delega alla Solidarietà Sociale. Patrizia Sentinelli è viceministro agli Esteri; mentre i 6 sottosegretari sono Alfonso Gianni (Attività Produttive), Franco Bonato (Interno), Danielle Mazzonis (Beni Culturali), Donatella Linguiti (Pari Opportunità), Laura Marchetti (Ambiente) e Rosa Rinaldi (Lavoro). Il nuovo presidente del gruppo alla Camera è Gennaro Migliore. Al Senato capogruppo è Giovanni Russo Spena.

Il PRC non vive una fase serena. Da subito, infatti, vengono al pettine i nodi della difficile convivenza tra le istanze di chi come il Prc si fa portatore di politiche di marcata discontinuità col passato, e chi invece preferisce attuare politiche più moderate. Malgrado il programma comune de l'Unione, il Prc percepisce ben presto di essere in difficoltà, stritolata tra lealtà istituzionale (rafforzata dalla delicata presenza di Bertinotti alla presidenza della Camera) e di coalizione, e lealtà verso il proprio elettorato di riferimento.

Chi maldigerisce la situazione lo manifesta subito: il 19 luglio si dimette da deputato Paolo Cacciari che, insieme ad altri rifondaroli di minoranza, aveva dichiarato di essere pronto a votare contro il rifinanziamento delle missioni all'estero. Nascono i cosiddetti "senatori dissidenti" che sarebbero poi stati minacciati di espulsione dal segretario Giordano. Le dimissioni di Cacciari vengono però respinte dai suoi colleghi.

Poco dopo tornano le manifestazioni di piazza contro la legge finanziaria del 2007. Vi partecipano, non senza polemiche, esponenti di Rifondazione.

Per riportare la quiete nel partito, a dicembre viene lanciata l'idea di una "Conferenza Nazionale di Organizzazione" per la fine di marzo del 2007, nell'intento di svolgere delle assemblee di partito di ogni grado come in un congresso, dove poter però verificare lo stato di salute del partito stesso.

Il 21 febbraio 2007 Prodi si dimette e segue una crisi di una settimana, causata dalla mancata approvazione al Senato dell'ordine del giorno sulla politica estera. La bocciatura avviene sostanzialmente per il mancato appoggio di tre senatori a vita, ma non erano mancate le strumentalizzazioni per la non partecipazione al voto del senatore di Rifondazione e storico esponente dell'area Sinistra Critica Franco Turigliatto, uscito polemicamente dall'Aula insieme al senatore Fernando Rossi. Il senatore viene quindi sanzionato con la pena massima dell'allontanamento dal Partito per due anni (art. 52 dello Statuto del Prc) (viene dunque espulso) dal partito. Il senatore Turigliatto decide dunque le sue dimissioni da senatore inviando una lettera al Presidente Marini, poco tempo dopo però ritira le sue dimissioni (dopo che un'assemblea della sua corrente glielo aveva richiesto) e conserva dunque il seggio in Senato.

È comunque una svolta. Da un lato la parte più radicale del Prc solidarizza con Turigliatto ritenendo eccessivo il ricorso all'allontamento e allargando il divario con la maggioranza bertinottiana, dall'altra quest'ultima capisce che sarà dura se non impossibile continuare a stare al governo (nel frattempo ripresosi) con tali fibrillazioni interne ed esterne. Così, dopo 10 mesi di silenzio, Bertinotti decide di riprendere in mano la situazione e di proporre una soluzione.

Il 25 febbraio Bertinotti lancia infatti dalla prima pagina di Liberazione l'idea di riunire la sinistra per rafforzarla, cosa che Rifondazione voleva in verità già concretizzare con la fondazione della sezione italiana della Sinistra Europea. La novità consiste però nel non escludere il Pdci, come finora era accaduto, ponendo l'idea di un'unità generica, che non implichi la Se, come da anni chiedeva il partito di Diliberto.

Alla Conferenza di organizzazione le minoranze interne al partito pongono alcune questioni critiche: Essere Comunisti si spacca e l'area de "L'Ernesto" (dal nome della rivista, erede dell'esperienza di "Interstampa") si organizza autonomamente. Sinistra Critica, chiamata anche Erre (dalla rivista), che aveva come leader l'ex - senatore Luigi Malabarba ed erede della corrente fondata da Livio Maitan Bandiera rossa (dal nome della rivista), e contraria già nel 2004 all'entrata del PRC in un possibile governo di centrosinistra l'(11 giugno) inizia il percorso politico che porterà alla fuoriuscita dal partito. Il riferimento internazionale della corrente (che sostiene la scissione dal PRC) è il Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, una delle maggiori organizzazioni internazionali trotzkiste. Nell'ultimo congresso a cui si era presentata si era attestata al 6,5%.

Si vanno delineando due tendenze, una legata alla volontà di Fausto Bertinotti di lavorare per un nuovo partito di sinistra che nasca dalla fusione dei partiti a sinistra del costituendo Partito Democratico, superando così il Prc, ma anche la stessa sezione italiana della Sinistra Europea, la quale finalmente vede la luce il 17 giugno e altri esponenti della maggioranza interna, più vicini al segretario Giordano, e le minoranze seppur con diversi accenti, che preferiscono una prospettiva di confederazione che concretizzi l'unità a sinistra, ma senza arrivare a uno scioglimento dei partiti esistenti.

Alle amministrative 2007, Rifondazione subisce varie sconfitte passando mediamente dal 6% al 4% e perdendo alle provinciali circa 30.000 voti; il 9 giugno fallisce il sit-in a Roma, insieme alle altre forze della sinistra di governo, contro la visita del Presidente degli Stati Uniti Bush. Tale destino non coglie invece un'analoga manifestazione cui partecipa la maggior parte dei militanti del PRC. I due episodi rafforzano gli antigovernativi di Rifondazione, mettendo a dura prova la linea di maggioranza.

L'annuncio della nascita del Partito Democratico (PD), per il mese di ottobre 2007, favorisce un nuovo avvicinamento tra le formazioni a sinistra dei Ds, Rifondazione innanzitutto, ma anche il Pdci, i Verdi e Sinistra Democratica. La necessità di costituire un'azione politica unitaria che raccolga le istanze della sinistra italiana approda nella creazione di un «cantiere per l'unità a sinistra».

Il partito, dai vertici fino a un gran numero di strutture e militanti di base, aderisce alla manifestazione nazionale, convocata dai giornali Liberazione, Il Manifesto, Carta e da 15 personalità della sinistra, che si svolge a Roma il 20 ottobre 2007. All'iniziativa, appoggiata da Rifondazione e dal Pdci, partecipano all'incirca un milione di persone, unite nella richiesta di una svolta a sinistra da parte del governo Prodi, soprattutto sul tema del lavoro e delle pensioni.

Dopo alcuni mesi il cantiere della sinistra, definito giornalisticamente "Cosa Rossa", ha una forte accelerazione e culmina l'8 e 9 dicembre 2007 con l'Assemblea della Sinistra e degli Ecologisti, durante la quale viene varata la nuova federazione La Sinistra - l'Arcobaleno che vede uniti sotto un unico simbolo i quattro partiti di Prc, Pdci, Sd e Verdi.

A gennaio 2008 cade il Governo Prodi, in seguito al mancato ottenimento della fiducia in Senato, per il voto contrario dell'UDEUR e di altri senatori. Il Prc si dichiara disponibile alla formazione di un governo istituzionale che possa modificare la legge elettorale vigente, pur affermando la propria contrarietà alla formazione di nuove maggioranze che includano i partiti della Casa delle Libertà. In un'intervista, Franco Giordano dichiara che non sarebbero state più possibili alleanze con il centro moderato, definito trasformista.

La campagna elettorale parte il 9 febbraio in corrispondenza dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori tenutasi a Torino presso il Parco della Pellerina.

Il PRC si presenta nel cartello della Sinistra Arcobaleno, guidato da Fausto Bertinotti come "candidato premier", per la prima volta senza la falce e il martello. Ma il progetto registra un clamoroso insuccesso, travolto dal bipolarismo accentuato fra il Partito Democratico e il Popolo della Libertà, da un marcato astensionismo e da un'emorragia di voti verso formazioni di diversa natura. Ottiene soltanto il 3% dei voti, insufficienti a superare la soglia di sbarramento e lasciando così PRC, PdCI, Verdi e SD senza alcuna rappresentanza parlamentare nazionale. Bertinotti, come annunciato già in apertura di campagna elettorale, dichiara la sua indisponibilità ad assumere altri incarichi di direzione politica. Il 19 aprile il segretario Giordano si presenta dimissionario rimettendo il proprio mandato al Cpn che affida la guida del PRC a un Comitato di Gestione composto da 12 persone (il portavoce è individuato in Maurizio Acerbo), incaricato di traghettare il partito verso il VII Congresso. L'ex maggioranza bertinottiana di Venezia si presenta divisa su tre documenti distinti, di cui uno, Disarmare Innovare Rifondare Sito ufficiale, non darà mai vita ad una corrente per bocca del suo stesso promotore Walter De Cesaris, ex coordinatore della segreteria uscita dal Congresso di Venezia. Altro esponente di spicco del documento congressuale era Franco Russo, che aveva presentato un documento analogo al Cpn del 20 aprile 2008. L'area proponeva di celebrare un congresso non deliberativo ma di riflessione sulla sconfitta e che attraverso una gestione collegiale eviti spaccature e frazionismi. Ha raccolto appena l'1,52% dei voti congressuali contribuendo all'approvazione del documento finale del Congresso (pro-Ferrero), ma non votando per l'elezione del segetario in CPN.

Il VII congresso si svolge a Chianciano Terme dal 24 al 27 luglio 2008 con cinque mozioni che dimostrano l'esistenza di un forte dibattito interno, alla luce delle scelte maturate negli ultimi anni dal partito. Lo scontro per la segreteria è tra Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, sostenuto dalla parte più consistente della vecchia dirigenza del partito, la maggior parte dei cosiddetti ex bertinottiani, e l'ex ministro Paolo Ferrero (anche lui sostenuto, in parte, da alcuni ex bertinottiani, favorevoli però ad una profonda autocritica rispetto alla passata gestione del partito). Il primo ritiene che si debba proseguire con gli sforzi per costruire un nuovo soggetto politico della sinistra. Il secondo sostiene che bisogna ripartire dalla difesa del PRC e del suo progetto originario.

All'inizio del congresso la mozione Vendola si presenta con la maggioranza relativa, ma lo scontro si acuisce nei giorni di dibattito mentre le minoranze si coalizzano attorno alla linea di Ferrero che, il 27 luglio, viene approvata con il 53% dei voti (342 delegati su 646). Lo stesso giorno Ferrero viene proclamato segretario con il 51% dei voti (142 su 280). Il risultato viene raggiunto a seguito di un accordo fra la mozione Ferrero-Grassi, (che da sola si presentava con il 40,3%), l'Ernesto di Fosco Giannini (7,7%) e i trotskisti di FalceMartello (3,2%) guidati da Claudio Bellotti. Il neo-segretario Ferrero spiegherà che l'accordo è fondato su tre elementi: «Rifondazione c'è oggi e domani; rilancio di un'opposizione sociale al governo Berlusconi; maggiore autonomia dal Partito Democratico». Per la prima volta la dirigenza bertinottiana è in minoranza.

Il 13 settembre 2008 vengono eletti i nuovi organismi dirigenti del partito.

La nuova gestione del partito si propone di dar vita ad una stagione di lotta che porti di nuovo il Partito della Rifondazione Comunista nelle strade e nelle piazze: il PRC si schiera a fianco delle rivendicazioni studentesche contro i provvedimenti del Ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini e delle lotte sindacali come lo sciopero generale indetto dalla sola CGIL il 12 dicembre 2008. Significativo è stato anche l'apporto dato alla raccolta firme per il referendum sul Lodo Alfano.

Nonostante gli inviti a una gestione unitaria del partito, la neonata minoranza vendoliana Rifondazione per la Sinistra (RPS), entra in conflitto con la maggioranza accusata di voler fare tabula rasa delle rielaborazioni attuate durante la segreteria di Bertinotti. In modo particolare da settembre si apre un conflitto molto duro intorno a Liberazione che secondo la maggioranza non corrisponde minimamente alla linea del partito, configurandosi come voce della minoranza vendoliana. Motivando il provvedimento con la crisi di vendite, la dirigenza del partito sostituisce il direttore Piero Sansonetti durante la Direzione Nazionale del 12 gennaio 2009. La risposta della minoranza è immediata: 25 memdri su 28 di RPS si dimettono dalla Dn e inizia il percorso, più volte rallentato o negato, di una scissione per perseguire il progetto della costituente della sinistra, in sintonia con Sinistra Democratica.

Il 21 gennaio 2009 Vendola annuncia, a titolo personale, la sua uscita da Rifondazione, in attesa che altri facciano altrettanto durante il seminario di RPS a Chianciano il 24 e 25 gennaio.

Il 24 gennaio infatti si ufficializza la scissione dal PRC. I principali esponenti della Rifondazione per la Sinistra che aderiscono al neo Movimento per la Sinistra sono Franco Giordano, Gennaro Migliore, Alfonso Gianni ed il leader Nichi Vendola. Come preannunciato i principali esponenti che avevano aderito alla mozione di Vendola che rimangono invece all'interno di Rifondazione sono l'ex vice-presidente del Senato Milziade Caprili, l'europarlamentare Giusto Catania e Augusto Rocchi con lo scopo proseguire le battaglie di RPS. Fausto Bertinotti ha annunciato che non rinnoverà la propria iscrizione al PRC ma che non aderirà al Movimento per la Sinistra, dando comunque l'appoggio a questo soggetto.

Rifondazione nasceva con l'intento di proseguire l'attività del disciolto Pci, ma voleva altresì raccogliere gli eredi della tradizione politica della sinistra alternativa. Col tempo sono nati scontri sul profilo politico e culturale da dare al nuovo partito e da ciò sono spesso nate scissioni e miniscissioni. Le più sostanziose sono state quelle dei Comunisti Unitari (poi confluiti nei DS), del Pdci, quest'ultima ha dato vita a un partito realmente duraturo e concorrenziale per il Prc.

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Storia del Partito della Rifondazione Comunista (2004-2006)

Voce principale: Partito della Rifondazione Comunista.

La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 2004 al 2006 comprende il biennio nel quale il Prc esce dal suo isolamento per fondare a livello nazionale l'alleanza dell'Unione e per fondare a livello europeo il Partito della Sinistra Europea. È l'ultima fase di opposizione ai governi di Silvio Berlusconi.

Dalla fine del 2002, Bertinotti intesse dialoghi coi leader europei dei partiti antiliberisti di varia estrazione. L'obiettivo è quello di fondare «un partito europeo di sinistra alternativa». Non una nuova internazionale "europea" di partiti comunisti, visto che è aperto anche a partiti socialisti massimalisti. Lo spiega bene Ramon Mantovani nel 2003: «Non ci sarà mai un'altra Internazionale comunista. Almeno, noi non vi parteciperemo. Le relazioni tra partiti devono esistere sulla base della politica, non dell'ideologia».

Del progetto il partito è pressoché all'oscuro e ne avrà ampia notizia il giorno dopo la fondazione del Partito della Sinistra Europea, che avverrà il 10 gennaio 2004 a Berlino, nella stessa stanza dove nella notte di capodanno del 1918 Rosa Luxemburg assieme a Karl Liebknecht fondò il Partito Comunista Tedesco.

A firmare l'appello fondativo saranno 11 partiti su 19 presenti, compreso il Prc, che Bertinotti leggerà come «una rottura di continuità con il passato, che non può limitarsi a rinnegare stalinismo e leninismo, ma che introduce la nonviolenza come elemento di riforma del comunismo medesimo». Si decide altresì, su idea di Bertinotti, di recarsi ad omaggiare la tomba della Luxemburg («è difficile trovare un'immagine più pulita e indiscutibile, priva di ogni elemento negativo, di quella di Rosa Luxemburg»), e di ripetere l'iniziativa ogni anno nella seconda settimana di gennaio (la Luxemburg morì il 16 gennaio).

Al suo ritorno in Italia, Bertinotti trova mezzo partito contrariato per l'adesione alla Se avvenuta per iniziativa del solo segretario e senza la consultazione di organi dirigenti anche minimi, come la segreteria nazionale.

Il malumore sarà evidente nella Direzione Nazionale del 28 gennaio, dove l'adesione alla Se passa con appena 21 sì, 17 no (tra cui due bertinottiani) e un'astensione polemica. Ma per Bertinotti tanto peggio, tanto meglio: «Dissensi rilevanti significano che la scelta è veramente innovativa».

Il 6 e 7 marzo tocca al Cpn la decisione definitiva. La maggioranza si sfalda e vengono presentati 5 documenti. Il documento del segretario passa comunque con 67 sì e 53 no. Viene così modificato anche il simbolo del Prc, dove viene aggiunta a sinistra un'"unghia" rossa con scritto Sinistra Europea. Nello stesso Cpn passa anche la linea di proseguire l'unità d'azione col centrosinistra con 82 sì (bertinottiani e grassiani).

Con questo voto positivo, il Prc può partecipare l'8 e il 9 maggio a Roma al congresso fondativo della Se, dove Fausto Bertinotti viene eletto presidente all'unanimità.

Dopo due anni di svolte, innovazioni, discussioni, e soprattutto dopo che il 2003 ha visto cambiare ideologicamente e strategicamente il Prc di 180°, in tanti cominciano a chiedersi dove vuole arrivare la rifondazione bertinottiana del comunismo.

A riguardo è fondamentale un articolo de la Repubblica del 27 dicembre 2003 ripubblicato su Liberazione il giorno dopo. Un articolo che fa un bilancio delle svolte bertinottiane ricollegandole a quelle compiute dal Partito Socialdemocratico Tedesco (Spd) nel 1959 al congresso di Bad Godesberg, che resero la Spd un partito che abbandonava la prospettiva rivoluzionaria per abbracciare il riformismo (vedi anche socialdemocrazia).

Il giudizio del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari non è diverso da quello che vanno maturando altri osservatori esterni sia di destra che di sinistra. Secondo l'autore Goffredo De Marchis, Bertinotti ha intrapeso una «lunga marcia lenta e problematica, a volte noiosa», per «rimanere comunisti di nome ed esserlo sempre meno di fatto». Per cui «sempre di più di comunista Bertinotti lascia che nella vicenda il Prc rimanga soltanto il nome. Viene reciso il cordone ombelicale con l'ideologia, con il 'grande cambiamento promesso' nel nome del quale il comunismo ha perpetrato i suoi 'orrori'». Del resto, nel cercare di avvicinare i newglobal al Prc, «l'iconografia comunista appare dunque un peso e quello spazio lasciato libero dall'uscita di scena di Sergio Cofferati candidato a Bologna va guidato con parole d'ordine chiare (la non violenza) ma con il massimo di apertura e indefinitezza».

Dopo questo articolo, i più conservatori nel partito vedono la fondazione della Se come un nuovo campanello d'allarme. Anche i Comunisti Italiani ironizzano chiedendosi se «Bertinotti si stia occhettizzando», con riferimento, più che a Bad Godesgerg, alla svolta della Bolognina che trasformò il Pci in Pds.

I conservatori grideranno definitivamente al pericolo di una liquidazione dell'ideologia comunista dopo un'intervista di Valentino Parlato a Bertinotti pubblicata su il manifesto in occasione dell'80° anniversario della morte di Lenin (21 gennaio 2004).

Esordisce Bertinotti: «Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi leader del movimento operaio del '900, siano morti e non solo fisicamente. Oggi sarebbe grottesco richiamarsi all'uno o all'altro». E aggiunge: «Vorrei vederlo in faccia uno che oggi dica: voglio fare un partito marxista o leninista e che voglia mettere questa definizione nel suo statuto». Ma chiude ricordando che «a Berlino sono andato a rendere un omaggio riconoscente a Rosa Luxemburg, e sono pronto anche a rendere omaggio al mausoleo di Lenin. Sono disponibile, ma se uno mi impone di leggere un solo libro per continuare a camminare, scelgo Marx».

Commenterà più in là Parlato: «L'uscita di Bertinotti mi ricorda quella di Bettino Craxi su Proudhon. Si scomodano i princìpi per un'operazione politica, la cui sostanza è di respingere tutta la tradizione comunista».

Secondo Marco Ferrando si è davanti a «una copertura culturale per la svolta di governo». Bertinotti «sconfina nella metafisica celeste», per offrire ai poteri forti un'immagine «accattivante in vista di un coinvolgimento del Prc in un governo di centrosinistra. È paradossale che mentre si celebra la rottura con la cultura del potere, che è poi una rottura con il marxismo, ci si prepari a chiedere posti nel nuovo governo di centrosinistra e, di fatto, a cancellare l’opposizione comunista in Italia». Bertinotti «punterebbe, in accordo con D'Alema, a spartirsi le spoglie del cofferatismo».

Per Grassi invece è giusto «cercare un'intesa possibile con il centrosinistra e contemporaneamente mantenere la nostra identità comunista. Un conto è rivisitare criticamente la storia del Novecento, un altro è liquidarla frettolosamente. Se è un errore pensare che tutto è scritto, non meno grave è non avere più punti di riferimento».

Il 14 febbraio 2004 nascono gli Autoconvocati del Prc, ovvero un gruppo di militanti e dirigenti laziali che si oppongono a Bertinotti, alla Se e alla svolta nonviolenta. Nati come piccolo gruppo, arriveranno ad avere simpatizzanti in tutta Italia aldilà delle divisioni correntizie del partito. Loro portavoce sarà Germano Monti.

Gli Autoconvocati terranno la loro I assemblea nazionale il 21 marzo a Roma, e ne seguirà una seconda a Parma il 18 aprile, e una terza e una quarta a Roma, rispettivamente l'8 maggio e il 4 giugno.

Gli Autoconvocati faranno parlare di sé nei giornali, irritando non poco il segretario Bertinotti, quando il 7 maggio fanno irruzione nel salone della Stampa Estera a Roma, dove è in corso la presentazione del nuovo Partito della Sinistra Europea da parte di Fausto Bertinotti, Lidia Menapace, Raniero La Valle, Luisa Morgantini e Vittorio Agnoletto.

Il tutto avviene con uno striscione e volantini col simbolo (vecchio) del Prc e la scritta BERTINOT IN MY NAME, rifacendosi a un fortunato slogan pacifista contro la guerra in Iraq (not in my name).

Ufficialmente «gli Autoconvocati si propongono la riaffermazione delle ragioni fondanti di un partito autenticamente antagonista, nato in contrapposizione - e non in continuità - con la svolta occhettiana della Bolognina che pose fine all'esistenza del Pci», ma nell'immediato si propongono piccole battaglie simboliche. Avrà, per esempio, successo il ricorso che presentano alla Commissione Nazionale di Garanzia per dichiarare illegittimo l'uso del nuovo simbolo "europeo" del Prc, in quanto introdotto senza un passaggio congressuale, ma con un semplice Cpn. La Cng gli darà ragione il 14 settembre, a elezioni europee svolte e alla vigilia del VI congresso rifondarolo.

In vista delle elezioni europee del 2004, la Direzione Nazionale si riunisce il 23 marzo per approvare le liste e chi orientativamente far diventare europarlamentare del Prc. L'ipotesi condivisa è di riconfermare i quattro seggi, malgrado il calo di delegati europei spettanti all'Italia.

Bertinotti è capolista ovunque e ha deciso di lasciare la Camera dei Deputati per l'europarlamento, dove intende andarci con Vittorio Agnoletto, il responsabile ambiente Roberto Musacchio e la pacifista Luisa Morgantini. La proposta passa con appena 17 sì contro 14 no.

Stavolta l'area de l'Ernesto si richiama fuori dalla maggioranza perché «non è una proposta che tiene conto delle pluralità politiche presenti nel partito». Anche le altre correnti concordano. Si contesta in pratica che si vuole eleggere solo bertinottiani (Musacchio) e troppi indipendenti (Agnoletto e Morgantini), per di più bertinottiani di fatto.

Superato, seppur di misura, anche questo scoglio, i veri problemi arriveranno dopo il voto del 12 e 13 giugno, quando si scoprirà non solo che è scattato un quinto seggio nella circoscrizione di Sicilia e Sardegna, ma che in quella del centro Italia, Nunzio D'Erme è risultato il terzo rifondatore più votato (22.944 preferenze) dopo Bertinotti e la Morgantini e, nella sola Roma è il più votato (13.000 circa) dopo Bertinotti.

In quel momento D'Erme è consigliere comunale a Roma come indipendente del Prc e la sua candidatura all'europarlamento rientrava in quel piano coerente di dare spazio ai movimenti, visto che D'Erme è il leader dei Disobbedienti romani e punto di riferimento del centro sociale "Corto circuito".

Sulla base dell'ottimo risultato, D'Erme chiede di essere eletto attraverso un gioco di rinunce da parte di Bertinotti e Morgantini che sarebbero comunque eletti, seppur a spese di altri. Bertinotti, che ufficialmente è l'unico vincitore dei 5 seggi, è però deciso a seguire la falsariga decisa in Dn a marzo, ma così facendo rischia di penalizzare il rapporto con i disobbedienti. Ma se si cede a D'Erme si priverebbe di rappresentanza il sud (dove l'eletto sarebbe Nichi Vendola,) e in Europa ci sarebbero ben tre indipendenti su cinque rifondatori eletti.

Il 16 giugno, alla vigilia della Dn che dovrà discutere dei risultati elettorali, Nunzio D'Erme si dimette da consigliere comunale. Intanto anche dalla Sicilia si propone di fare in modo di eleggere il segretario regionale del Prc Sicilia, Giusto Catania, arrivato terzo ad appena 51 voti dalla seconda che, anche qui, è la Morgantini.

Bertinotti prende tempo, ma alla fine, il 23 giugno decide: il quinto eletto sarà Vendola, Bertinotti si fa eleggere nelle isole e la Morgantini al centro Italia.

D'Erme è furente: «Usciamo da Rifondazione comunista e io rimetterò il mio mandato nelle mani del nostro popolo». E rimarca all'Ansa: «Sono stato tra i cinque più votati di Prc alle ultime elezioni ma Rifondazione non ha saputo riconoscere l'enorme valore di questa vittoria, privilegiando una scelta di partito» perché «quando si va al governo i movimenti diventano un problema di ordine pubblico, almeno secondo quella che è l'idea nella loro testa, che è meglio non ci sia». Il movimento dei Disobbedienti diramerà un comunicato dove definiranno la mancata elezione di D'Erme «uno schiaffo politico al movimento, un errore gravissimo che segna profondamente il rapporto con il partito della Rifondazione Comunista».

Tuttavia la vicenda avrà un esito imprevisto.

Il 16 luglio la Corte di Cassazione decide di assegnare i seggi europei del Prc per sorteggio, perché Bertinotti ha reso noto alla suprema corte l'opzione di farsi eleggere nella circoscrizione insulare quel giorno stesso, anziché entro il 14 luglio, come prescriveva la legge. Dunque il sorteggio decide che Bertinotti rappresenterà il sud, sbarrando la strada per l'Europa a Vendola, il quale aveva già dato le dimissioni da deputato alla Camera.

Il sorteggio non è applicato alla Morgantini, che aveva reso noto in tempo di optare per la circoscrizione centro, dunque il quinto eletto è Giusto Catania.

Il 30 giugno 2004 il Consiglio europeo designa José Manuel Durão Barroso alla presidenza della Commissione Europea. Per il presidente Romano Prodi si avvicina il suo ultimo giorno di lavoro in Unione Europea, ovvero il 31 ottobre.

Tuttavia già da un anno Prodi è tornato a occuparsi di politica italiana, seppur non a tempo pieno. Così mentre iniziano le procedure per la formazione della nuova commissione Barroso, il 26 luglio Prodi da Padova lancia l'idea di scegliere il leader del centrosinistra italiano attraverso delle elezioni primarie, anche se tacitamente tutti sono d'accordo nel tornare ad affidare questo ruolo allo stesso Prodi. L'idea piace a l'Ulivo unanimemente (fatto salvo qualche distinguo), ma non suscita entusiasmi.

Bertinotti, due giorni dopo a la Repubblica, dirà che «il referendum su una sola persona non è democratico», che è «un'anomalia», per cui «se davvero si volessero fare le primarie, la questione andrebbe risolta con un'iniezione di democrazia. Diventa cioè necessario un altro candidato, al limite un uomo della sinistra alternativa, un candidato che sia la bandiera di una democrazia vivace. (...) In una situazione di questo genere posso pensare di candidarmi io come espressione della sinistra alternativa». Ma Bertinotti precisa di non sentire il «bisogno di primarie sulla leadership quanto sui contenuti programmatici».

Il 12 agosto riconfermerà tutto al Corriere della Sera, ma aggiungerà che per «primarie sul programma» intende agire «come si fa in fabbrica di fronte ad un accordo sindacale. Si sottopone al voto una piattaforma che comprende i punti più importanti e, dopo un confronto democratico, vince la maggioranza. Sarebbe bello se si pronunciassero tutti gli elettori delle opposizioni. Se poi risulta troppo complicato si eleggano i delegati. Ma non solo dei partiti: anche quelli dei movimenti e dei governi locali». E se Bertinotti dovesse perdere anche su temi come la guerra e le pensioni, «accetteremmo». Aggiunge anche che «non entrerò» in un futuro governo di centrosinistra, «ma il partito ci sarà», magari con ministri al welfare o all'economia.

La solita metà del Prc non bertinottiana, reagisce molto male a queste parole, perché indisponibile ad accettare il vincolo di maggioranza su temi come la pace e perché si dà ormai per scontata la presenza del Prc in un futuro governo di centrosinistra, senza che il partito si sia espresso in merito.

Due giorni dopo, dalle pagine de il manifesto, Bertinotti non nasconde l'irritazione: «Quelle polemiche io proprio non le capisco. Ma riconosco che forse si tratta di una questione di pelle: io vengo dalla cultura degli anni '70 e del sindacato dei consigli. Per me la partecipazione è l'elemento centrale nella definizione di una politica». Dunque nella definizione del programma sarà «il popolo elettore della coalizione» a essere «sovrano», pertanto «io, che non accetto di essere messo in minoranza in una riunione dei leader di partito, posso accettare di essere messo in minoranza, su singoli punti, dal popolo elettore» e «direi che su pochi temi come su questo possiamo avere un'ambizione egemonica di tutte le culture pacifiste. Non della sola Rifondazione, ma di tutte le culture pacifiste».

Tra le minoranza l'intervista non suona come un chiarimento, anzi! Ma tanta ostilità di Grassi, Ferrando e altri, è anche il sintomo che si sta per avvicinare un nuovo congresso.

Bertinotti ormai va deciso per la sua strada e su la Repubblica del 2 settembre torna nuovamente a far infuriare le minoranze confermando che «non io ma altri qualificati esponenti di Rifondazione dovranno certamente far parte del governo. E in posizioni non secondarie. Penso anche alla possibilità della istituzione di nuovi ministeri. Ricorderai certamente che il primo centrosinistra inventò non a caso, un ministero della Programmazione che prima non esisteva. Ma di questo ci sarà tempo per discutere». E conferma anche che «il comunismo è da reinventare».

Poi, il 7 settembre a Baghdad vengono rapite Simona Pari e Simona Torretta, giovani volontarie italiane di Un ponte per.... La vicenda si risolverà positivamente il 28 settembre, ma sarà la causa di nuove polemiche dentro il Prc, nate con un'ennesima intervista del segretario Bertinotti su la Repubblica del 9 settembre, il giorno dopo un vertice di tutti i partiti col governo per risolvere felicemente il sequestro.

Analizzata la situazione, Bertinotti ritiene che «in questi casi c'è un'urgenza temporale e di valori che impone una gerarchia, una scelta. Al primo posto c'è la salvezza delle volontarie. La priorità è trattare, trattare, trattare» e, di conseguenza, va accantonata la richiesta di ritiro delle truppe italiana dall'Iraq. Ma a fare discutere sarà soprattutto la distinzione per cui «c'è una Resistenza con la 'r' maiuscola come quella italiana. E ci sono le resistenze con la 'r' minuscola. La prima ha sconfitto il fascismo e dato una Costituzione repubblicana all'Italia, quella irachena, mi riferisco a chi è fuori dal terrorismo, può essere legittima perché lì si vive un'occupazione ma non contiene in sé la soluzione del problema».

Quanto alle primarie, la situazione sembra sbloccarsi l'11 ottobre. Quel giorno, alla presenza di Prodi, tutti i partiti de l'Ulivo decidono di allargare la coalizione all'Italia dei Valori e a Rifondazione Comunista. Muore l'Ulivo e nasce la Grande Alleanza Democratica (Gad).

Contestualmente la neonata Gad decide di tenere delle elezioni primarie per trovare un proprio leader «entro febbraio» 2005.

Curiosamente il nome Gad ricorda la proposta di Bertinotti del 26 agosto scorso su Avvenimenti di chiamare l'unione delle opposizioni col termine di «Coalizione Democratica».

Durante l'autunno 2004, Bertinotti incomincia un duro braccio di ferro con la Gad per imporre la candidatura di Nichi Vendola come Presidente della Regione Puglia, in alternativa a quella del margheritino Francesco Boccia, che pure in un primo tempo aveva avuto pure il placet del Prc.

La Gad pugliese è in stallo e per uscirne, il 20 dicembre si arriva al compromesso di organizzare delle elezioni primarie tra Boccia e Vendola per il 16 gennaio 2005. Una soluzione che fino al giorno prima non vedeva d'accordo Bertinotti che era arrivato a minacciare la sua uscita dalla Gad.

La soluzione primarie per dei candidati presidenti per le imminenti elezioni regionali del 2005, era già stata battuta in Calabria il 28 novembre, ma allora s'era trattato di primarie con grandi elettori, in Puglia invece sono aperte a tutti gli elettori pugliesi.

Bertinotti fino al giorno prima è pessimista: «Domani si faranno le primarie, sono una cosa che ci riguarda perché mette di fronte a un contrasto la possibilità di chiamare gli elettori a pronunciare le proprie parole. Vale sul terreno economico come sul terreno politico. Ma manca la forza di una opposizione».

E invece a sorpresa vince Vendola, seppur si strettissima misura e con una partecipazione al voto scarsa.

Due giorni dopo, 18 gennaio, la Gad a Roma decide di rinviare le primarie nazionali a maggio. E Bertinotti non ritira la sua candidatura, mentre si aggiungono anche quelle di Alfonso Pecoraro Scanio e di Antonio Di Pietro.

Nel mezzo si svolgono le regionali in 14 regioni il 3 e il 4 aprile e un nuovo cambio di nome: la Gad diventa l'Unione, nome che piace molto a Bertinotti («mi piace molto, riecheggia anche cose antiche ma ci proietta nel futuro, l'Unione ricorda le Unions, che rappresentano la storia antica della nostra gente e come ricordava un famosissimo slogan, l'unione fa la forza».

Ad aprile l'Unione vince in 12 regioni su 14, compresa la Puglia con Vendola che però è l'unico a vincere con una percentuale inferiore al 50% e senza essere accompagnato da un successo del Prc che in Puglia perde voti. Nelle altre regioni il Prc non va meglio.

Visto il trionfo, Prodi il 5 aprile dichiara che «le primarie non servono più» perché «erano utili in caso di difficoltà elettorali, tali da mettere in discussione appunto la figura del leader«. Bertinotti lo troverà «un errore».

Ma a sorpresa la figura del leader viene rimessa subito in discussione ne La Margherita, dove la componente prodiana finisce in minoranza rispetto a quella rutelliana. Si rischia la scissione e, per scongiurarla, il 20 giugno si decide di fissare definitivamente le primarie nazionali per 16 ottobre.

Le minoranze del Prc non condividono l'entusiasmo del loro segretario verso lo strumento delle primarie, ma decidono ugualmente di appoggiarlo.

Bertinotti, vista la lezione pugliese, stavolta ci crede e si lancia in una campagna elettorale molto dispendiosa quanto originale. A far notizia è soprattutto l'idea di distribuire dei classici post-it della 3M con prestampato un voglio che il cittadino può completare con un proprio desiderio da tramutare in una voce del programma del futuro governo Bertinotti.

Il segretario del Prc, pur non ponendo «limiti alla Provvidenza», punta ad almeno il 12% dei voti (il doppio delle ultime percentuali del Prc, visto che qui non concorre la CdL), ma il vero obbiettivo dichiarato è quello, se proprio si venisse sconfitti, di «spostare a sinistra l'asse dell'Unione», al momento della stesura del programma, dove Bertinotti non conterebbe più come semplice segretario di partito, ma come leader di un'area di sinistra radicale più vasta.

Tuttavia Prodi aveva già precisato che chi vinceva, guadagnava anche il diritto di dire l'ultima sul programma de l'Unione.

La partecipazione al voto sarà superiore di sette volte rispetto ai pronostici, ma per Bertinotti sarà un risultato molto deludente: arriva secondo dietro Prodi, raccogliendo appena 631.592 voti (14,7%). Un buco nell'acqua, rispetto alle proprie ambizioni, che scateneranno durissime critiche dalle minoranze nel partito.

Come si è già detto, il Prc del 2004 è ormai definitivamente spaccato in due su tutto, e Bertinotti riesce a far passare le sue proposte in Dn e Cpn con margini molto ristretti.

In un simile clima, il VI congresso si pone come un vero e proprio regolamento di conti fra correnti.

Il dibattito congressuale, inoltre, non parte nel migliore dei modi. Bertinotti infatti decide di pubblicare su Liberazione del 12 settembre 2004 le 15 tesi per il congresso, ufficialmente come «contributo» personale. Ma le minoranze interpretano il gesto come un'arroganza del segretario che apre a sorpresa un dibattito congressuale delicato e senza prima passare dalle sedi deputate alle discussioni di partito.

Nella Direzione Nazionale del 21 settembre, a proposito del perché delle tesi su Liberazione, dirà che «lo abbiamo fatto per offrire un contributo di discussione a tutto campo e favorire una discussione libera, fuori da steccati di appartenenze. Con spirito aperto e costruttivo, dovremo farne una discussione aperta anche su Liberazione che rappresenta uno strumento essenziale per il Partito».

A tempo da record, le 15 tesi iniziano a circolare in piccoli libretti blu in tutte le sedi del Prc. Nel Cpn del 30 e 31 ottobre la maggioranza decide di andare a un congresso a mozioni contrapposte, scontentando l'Ernesto che chiedeva un congresso a tesi emendabili.

Il Cpn del 20 e 21 novembre licenzia ben 5 documenti congressuali, rappresentativi delle 5 macroanime del partito . Le 15 tesi di Bertinotti diventano mozione congressuale (L'alternativa di società), con appena il 56% dei voti.

I congressi di circolo si giocano in un clima teso e di sospetto, perché le minoranze denunciano un aumento imprevisto ed eccessivo di tesserati che, a loro dire, servono a far vincere agilmente il congresso a Bertinotti .

Non aiuta poi un'intervista rilasciata dal segretario su l'Unità del 10 gennaio in cui dichiara secco: «Vorrei che fosse chiaro che il congresso decide con il 51%. È nella sua potestà, altrimenti si toglie legittimità e valore al voto degli iscritti al partito. Garantire che la maggioranza farà vivere la sua linea è un elemento di responsabilità necessaria per dare dignità al voto di ogni iscritto. (...) Io non sono un segretario di sintesi. Quella della sintesi è una categoria che non mi appartiene. Un partito, come ogni organismo democratico, è meglio se riesce ad essere il più unitario e convergente possibile in una scelta. Ma in ogni caso vale la democrazia: si scelgono e si praticano con nettezza delle scelte e ci si espone alla verifica del congresso, che dirà se la linea costruita ha il consenso oppure no. Ma se si supera il 50% vuol dire che il consenso ce l’ha, punto, si governa il partito e si porta avanti quella linea».

Le tesi vincente dei bertinottiani si presenta in forma molto snella e conferma tutte le svolte degli ultimi anni.

Il 3 marzo al Palazzo del Cinema del Lido di Venezia, si apre quello che verrà ricordato come il congresso più violento del Prc. Bertinotti può contare su 409 delegati, Grassi su 181, Ferrando e Malabarba su 45 ciascuno e Bellotti su 11.

Bertinotti apre avvertendo che è l'ultima volta che si fa eleggere segretario e che punta a un «ricambio generazionale» con i giovani che non hanno conosciuto il Pci o Dp.

Poi la sorpresa, Pietro Ingrao manda una lettera con la quale annuncia che si iscriverà al Prc. Il 9 aprile anche Pietro Folena si avvicinerà a Rifondazione, ma da indipendente.

Il giorno dopo però prende la parola l'attore Leo Gullotta per leggere delle lettere di partigiani. Un gruppo inizia a contestarlo e a rinfacciargli la sua recente partecipazione da protagonista al film per la Tv Il cuore nel pozzo sulle foibe. Bertinotti scorgerà un'«insopportabile grado di intolleranza in questo partito».

Dopo giorni di dibattito duro, nelle sue conclusioni, il 6 marzo, Bertinotti non potrà fare a meno di dire che è stato un «congresso aspro di cui mi piacerebbe si dimenticassero le volgarità, le rozzezze, le aggressioni».

Alle accuse di chi vede nel Prc un partito sempre meno comunista, risponde: «In questo partito si parla spesso come se solo qualcuno fosse comunista. In questo partito siamo tutti comunisti e comuniste, anzi bisognerebbe ricordare che non c’è penuria perché in Italia sono due i partiti che si dicono comunisti e forse una domanda opportuna è perché noi siamo qui e non là e la mia risposta a questa domanda è una nuova domanda. Vi chiedo e chiedo a tutti noi, cosa saremmo noi oggi senza quelle che sono chiamate le svolte, senza la rottura contro lo stalinismo, senza la scelta di Genova e il movimento, senza la critica del potere, senza la nonviolenza, senza la sinistra europea, senza la proposizione della sinistra alternativa?».

Commenterà Prodi: «Bertinotti ha presentato il progetto di un partito riformista che vuole far parte dell'Unione».

Bertinotti viene rieletto dal Cpn con 143 sì, 85 no e 2 astenuti (30 non hanno partecipato al voto), nonostante le 4 minoranze abbiano poi deciso di coalizzarsi quando hanno saputo che la segreteria sarebbe stata non più unitaria (cioè rappresentativa di tutte e 5 le mozioni), ma di soli bertinottiani.

Archiviate le elezioni regionali del 2005, il Prc inizia la lunga marcia verso le elezioni politiche del 2006.

Il 26 giugno 2005 nell'inserto Queer di Liberazione, viene pubblicato un articolo che creerà nuove scosse nel partito. Titolo: L'ano tra sesso e rivoluzione. Sottotitolo: Che cosa si nasconde dietro la negazione del piacere anale? Si può relegare a un fatto solo privato? La vera rivoluzione diceva Parinetto passa da qui, suscitando anche le ire del comunismo ortodosso.

L'articolo è dello scrittore Aldo Nove ed è dedicato alle teorie del filosofo Luciano Parinetto, il quale sosteneva che «la rivoluzione proletaria passa anche attraverso il buco del culo». Proteste furibonde alle quali Nove sarà costretto a replicare su Liberazione del 29 giugno.

Ancora proteste susciterà il 7 luglio l'astensione dei senatori del Prc sulla legge che introduce il reato dell'infibulazione e le mutilazioni femminili. Secondo i senatori si rischiava di appoggiare «una norma che si limita a reprimere, senza garantire la concreta possibilità a donne e bambine destinate a essere sacrificate di sfuggire al loro destino», si chiedeva cioè non solo di riconoscere il reato dell'infibulazione, ma anche «di concedere permessi di soggiorno e protezione alle vittime di queste pratiche e di riconoscere il diritto di asilo a donne, adolescenti e bambine che rischiano di subire la mutilazione genitale». Rifiutate le richieste del Prc, è nata l'idea dell'astensione. Ma per altri si è «scritto una pagina vergognosa che offende tutte le donne».

Il 17 novembre sul Corriere della Sera, viene pubblicata un'intervista a Bertinotti sulla proposta di Enrico Boselli di rivedere il Concordato Stato-Chiesa. Dice Bertinotti: «Se qualcuno mi chiedesse: inseriresti il Concordato nell'agenda delle urgenze? No, non la inserirei, non mi sembra sia tra le priorità dell'Italia. Stesso discorso per l'Otto per mille. Bisognerà invece aprire una discussione su come garantire laicità e convivenza a uno Stato sempre più multireligioso, multietnico, multiculturale. Creare un cortocircuito e partire da un punto conclusivo, segnato dalla storia passata come il Concordato o l'otto per mille sarebbe un errore. Per farmi capire meglio: per la mia storia personale non toglierei mai un crocifisso da un'aula che lo ospita da anni. Semmai procederei per aggiunta».

Due giorni dopo dalle stesse colonne il direttore di Liberazione Sansonetti non ci sta: «Mi sembra una strategia al ribasso. Meglio mettere nel pacchetto delle nostre proposte anche la revisione del Concordato e dell'8 per mille. Lo dico perché siamo di fronte a una Chiesa che esercita una visibile ingerenza. Poi, nella trattativa con gli alleati, vedremo come andrà a finire. (...) Capisco i suoi timori. Però credo che questa volta abbia fatto troppe concessioni alla Chiesa».

Ma il vero scossone arriva col Cpn del 26 novembre. Qui Bertinotti lancia l'idea di «determinare una precipitazione nella costruzione della sinistra di alternativa. Il tempo dell'attesa e della discussione astratta è finito. Proponiamo quindi un salto: l'avvio di una fase per una prima configurazione della sinistra di alternativa attraverso una proposta compiuta in un tempo breve, concentrato e definito (due, tre mesi). Cosa non proponiamo? La federazione tra forze politiche, peggio che mai, una federazione tra forze politiche a fini elettorali. (...) Proponiamo, al contrario, di dare vita a una soggettività politica condivisa tra forze differenti, che si sono incontrate in questi anni in un comune percorso dentro i movimenti e, in questa fase recente, dentro il confronto delle primarie. Una aggregazione per la quale non è sufficiente un'intesa programmatica ma serve una cultura politica condivisa e che trova come riferimento l'irruzione dei movimenti e gli elementi di innovazione che Rifondazione ha contribuito a promuovere. Su questa base condivisa la sinistra critica può ridefinirsi in un rapporto di connessione stabile. I riferimenti per questa costruzione sono rappresentati dal Partito della Sinistra Europea e dalla straordinaria esperienza delle primarie. (...) Ciò che proponiamo, per dirla con una sintesi, è la costituzione di una Sezione italiana del Partito della Sinistra Europea nella quale il Partito della Rifondazione Comunista, soggettività (in quanto tali o nelle loro espressioni più rilevanti) che sono disponibili a questa esperienza, singole personalità che già hanno aderito alla Sinistra Europea o che intendano farlo, possano incontrarsi, darsi una configurazione e compiere un percorso comune».

Con voci diverse, le opposizioni interne non vedono di buon occhio la costruzione della Se-Sezione italiana, né tanto meno il presunto successo di Bertinotti alle primarie. Comunque sia la proposta Bertinotti passa con 108 voti favorevoli.

Pochi giorni dopo, Bertinotti parte in visita ufficiale in Cina. È una visita ufficiale e cordiale, dove però il Prc prende le distanze dal comunismo cinese e viceversa.

L'11 gennaio 2006 viene presentata la bozza del programma di governo dell'Unione. Al Pdci non piace e non lo firma, poco dopo fanno altrettanto Prc e Verdi.

Il 9 febbraio Bertinotti è ospite di Maurizio Costanzo su Canale 5 e garantisce che «il prossimo governo, se sarà del centrosinistra, resterà in carica per tutti i 5 anni previsti», anzi «durerà tre legislature».

L'11 febbraio la Direzione Nazionale dà il via libera alla sottoscrizione del programma dell'Unione. Le opposizioni interne votano contro.

Il 19 marzo Bertinotti annuncia l'ultima svolta, anzi la «svolta delle svolte», come la chiamerà lui stesso, in occasione della manifestazione di presentazione dei candidati per le elezioni politiche e del progetto della Sezione Italiana della Se.

Secondo il segretario rifondarolo «abbiamo bisogno di una forte ipotesi revisionistica, ovvero ripensare tutto l'impianto culturale della nostra storia» per «mettere al centro non più il lavoro ma i lavoratori», cioè sostituire il concetto di «classe con quello di persona».

Ricorda come «nella nostra storia troppo spesso l'uguaglianza ha fatto premio sulla libertà». E per questo «la nuova cultura politica di questo Partito della Sinistra Europea deve saper conciliare le due cose molto di più e meglio di quanto in passato abbia fatto il movimento operaio. La libertà della persona non è una concessione all'avversario ma un concetto fondamentale per qualsiasi sinistra moderna», che, quindi, «dovrà magari recuperare il Marx della critica allo sfruttamento e all'alienazione che negli ultimi venticinque anni è stato rimosso», ma per poi «oltrepassarlo. E immettere dentro si sé elementi nuovi, la comunità, la persona, la libertà appunto».

Di fatto Bertinotti rinnega il comunismo per allargare il bacino di voti a una sinistra più generica: «Io mi rendo conto che il mio Partito, Rifondazione comunista, non basta. E allora mi apro al meticciato con associazioni, movimenti, persone che in questi anni si sono appunto mosse a sinistra, contro la guerra, contro il liberismo, sull'ambiente, sui diritti civili, ma che in un partito che si chiama comunista non entrerebbero mai. E allora sono io che mi dichiaro disposto a entrare in un nuovo soggetto politico, un partito che si dia l'obiettivo di creare una Sinistra alternativa europea».

In tutto questo, per Bertinotti occorre «riuscire a dotarci di una nuova armatura teorica, culturale, politica che ci consenta di guardare non solo al domani ma anche al dopo. Per la sinistra il governo è un passaggio difficile, potremmo definirlo una traversata nel deserto. Più acqua ci portiamo dietro, meglio la facciamo».

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Storia del Partito della Rifondazione Comunista (1998-2000)

Voce principale: Partito della Rifondazione Comunista.

La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 1998 al 2000 comprende la fase successiva alla scissione del Pdci fino all'emergere del cosiddetto movimento newglobal di Seattle, che consoliderà nel Prc una definitiva prospettiva movimentista.

Il 13 novembre viene arrestato all'aeroporto di Fiumicino di Roma, Abdullah Öcalan detto Apo, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Öcalan ha un passaporto falso ed è accusato di due omicidi da giudici turchi e tedeschi e, per questo, in Turchia rischia la pena di morte.

Ricoverato per un malore all'ospedale militare del Celio, Öcalan chiede asilo politico all'Italia e il 14 novembre riceve la solidarietà dei curdi di tutta Europa venuti a manifestare davanti all'ospedale.

Il governo turco chiede immediatamente l'estradizione, ma quello italiano dichiara il 16 che sulla materia si esprimerà il tribunale di Roma.

Il 18 il segretario del Prc, Fausto Bertinotti, con il verde, Carlo Ripa di Meana, presentano all'europarlamento una risoluzione nella quale si chiede all'Italia di «non accogliere la domanda di estradizione civile della Turchia» e, al governo turco, di «mettere fine alla politica di repressione delle aspirazioni di libertà e autonomia del popolo curdo».

Una posizione motivata dalla solidarietà del Prc verso i curdi fin dal 1996 in quanto «popolo oppresso». Una posizione mantenuta anche dal Partito dei Comunisti Italiani. Dura invece è l'ostilità del centrodestra che preme per espellere Öcalan perché ritenuto un terrorista. Per il responsabile Esteri di Rifondazione, Ramon Mantovani, invece il Pkk è «un movimento di liberazione che si trova contro uno dei più potenti eserciti dell'area mediorentale», ma che ha comunque delle «intenzioni pacifiche».

Il 20 novembre la corte d'appello di Roma decide che Öcalan può rimanere nella Capitale, a patto che sia sempre reperibile e non svolga attività antiturca. La Turchia minaccia ritorsioni e chiede aiuto alla Nato.

Il 25 novembre Mantovani ammette di aver viaggiato con Öcalan nell'aereo che da Mosca lo ha portato a Roma.

Il 16 dicembre la corte d'appello di Roma annulla l'obbligo di dimora per Öcalan, vista anche la revoca del mandato di cattura della Germania. Öcalan resta comunque sorvegliato.

Il 16 gennaio 1999 Öcalan lascia l'Italia per destinazione ignota. Un mese dopo sarà catturato dai servizi segreti turchi presso l'ambasciata greca della capitale kenyota per esser poi condannato a morte in Turchia. Nel 2002 la pena gli viene commutata in ergastolo.

Il voto del 4 ottobre 1998 in Cpn rivoluzionava il partito. Non solo perché portò alla scissione di 30mila rifondaroli circa, soprattutto dirigenti e parlamentari, ma anche perché rendeva superato il III congresso di quasi due anni prima.

Va però osservato che il Prc non si chiudeva a riccio e non diveniva un partito di pura opposizione, perché a livello locale continuò ad appoggiare, dove possibile, giunte regionali, provinciali e comunali dell'Ulivo.

Pur rimanendo il patrimonio del Prc totalmente in mano al partito, il fortissimo esodo degli eletti verso il Pdci, provocò nell'immediato la chiusura del mensile Rifondazione.

Soprattutto fece scalpore il fatto che i trotzkisti di Bandiera Rossa, capeggiati da Livio Maitan, per la prima volta appoggiassero la maggioranza del partito e, di fatto, divenissero indispensabili per dare una nuova solida maggioranza al segretario. Segretario da questo momento in poi solitario, visto che la carica del presidente non sarà mai più ripristinata.

Cossutta inoltre non era uscito dal partito seguito da tutti i suoi, perché alcuni condividevano la linea del segretario e altri, pur condividendo la mozione Cossutta, non erano favorevoli a una scissione. Dunque bisognava tener conto di come amalgamarli coi trotzkisti.

A questo punto il IV congresso serviva non più per un confronto fra cossuttiani e bertinottiani, ma per "rifondare" letteralmente il partito, simbolo compreso. Una rifondazione che, forse per caso, avverrà al Palacongressi di Rimini.

Il 20 dicembre 1998, a chiusura del tesseramento 1999 utile per il congresso, risultano 73.892 iscritti e di questi voterà il 46,96%.

Nei primissimi mesi del 1999 si tengono 2302 congressi di circolo su 2375 circoli dove si fronteggiano due mozioni: il documento Un'alternativa di società presentato da Fausto Bertinotti, Aurelio Crippa, Paolo Ferrero, Franco Giordano, Claudio Grassi, Graziella Mascia; e il documenta alternativo Per un progetto comunista presentato da Marco Ferrando, Franco Grisolia, Francesco Ricci. Al documento bertinottiano andranno 28.361 voti (84,07%), mentre i trotzkisti di Ferrando raccoglieranno 5.375 voti (15,93%).

Il 18 marzo 1999, primo giorno congressuale, viene approvato il nuovo simbolo del partito, dove fa il suo ingresso la parola "rifondazione".

Il partito, com'era prevedibile, segna una svolta movimentista, ma lascia comunque aperta una porta al centrosinistra. Dirà Bertinotti a conclusione del congresso (21 marzo): «Dobbiamo saper essere radicali e aperti. Aperti ad altri paradigmi di interpretazione della realtà (...). Per questo ci rivolgiamo alla sinistra critica, a quella che sta nel sociale o fuori del sindacato confederale, ma anche a forze sensibili che sono dentro la maggioranza di governo. Dobbiamo puntare a uno schieramento articolato, non pesato per quantità ma per qualità di contributo, dalla Sinistra verde al Manifesto, dalla sinistra sindacale ai sindacati di base, dai centri sociali alle tute bianche. Con tutte queste forze noi dobbiamo condurre un’analisi critica e raggiungere un programma comune per l’azione».

A giugno le elezioni europee del 1999 sono un fiasco. Percentualmente il partito è dimezzato, mentre in voti assoluti emerge che c'è chi non vota più né Prc, né Pdci. Unica consolazione per il Prc è l'essere grande il doppio circa del Pdci.

Il 4 luglio, al termine di un Cpn, Bertinotti avanza l'idea di un un «forum» aperto alla «sinistra antagonista ed ai movimenti antiliberisti».

Malgrado i buoni propositi movimentisti, il privilegio di essere l'unica forza parlamentare di sinistra all'opposizione, e l'aver avuto la conferma dalle europee di essere un partito comunque in piedi, il Prc è chiuso in un angolo. Il 6 novembre 1999, in apertura di Cpn, Bertinotti ammette: «La situazione dei movimenti è ancora molto arretrata nel nostro paese». E per uscire dall'accerchiamento propone di «favorire nuovi ingressi nel nostro partito, come quello dei compagni della sinistra verde, per contribuire alla nostra stessa innovazione». Bertinotti in quella sede lancia anche un «invito a dare vita a una Consulta permanente rivolta a organizzazioni, movimenti, singole personalità che, sulla base del reciproco riconoscimento della rispettiva condizione (chi, appunto, di partito, chi di movimento, di associazione, o individuale) conduce una ricerca e innova una proposta di iniziativa politica».

Bertinotti non ha però capito che forse qualcosa è cambiato a livello globale. La prova arriva per tanti inaspettata in occasione del terzo meeting dell'Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle in Usa dal 29 novembre al 4 dicembre 1999. In quell'occasione tanti movimenti e semplici cittadini antiliberisti, ambientalisti e new-global in genere, si danno appuntamento per protestare scatenando un dura battaglia per le strade di Seattle. Unica italiana presente nel cosiddetto popolo di Seattle è Grazia Francescato della Federazione dei Verdi, la quale prima di partire aveva lanciato un appello pubblico per trovare tra i partiti altri partner di lotta.

Il 7 dicembre il commento più lucido sui fatti di Seattle, sarà fatto dalle colonne de la Repubblica, non da Bertinotti, ma da Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord: «La sinistra di D'Alema non è più la vera sinistra. Dopo Seattle, dove il globalismo ha dovuto segnare il passo, si apre una nuova fase. La storia non è morta, la dialettica prende altre strade. Oggi la vera sinistra sono i verdi di Seattle, sono certi pezzi dei cattolici, non gli ex comunisti che fanno il gioco della grande finanza».

Poco giorni dopo, l'11 dicembre, in occasione di una manifestazione romana contro il ministro Luigi Berlinguer e in difesa della scuola pubblica, Bertinotti sfila con accanto Giorgio La Malfa e dichiara: «Seattle fa scuola. Questo slogan è un riassunto di quanto sta avvenendo. A Seattle c'era un movimento contro la globalizzazione, qui la logica è la difesa di un luogo pubblico contro la privatizzazione».

Nel corso del 2000 ci furono tante altre "Seattle", altre occasioni per protestare contro l'Omc e altri istituzioni simili, ma il Prc preferisce puntare molto sulla Conferenza intergovernativa dell'Ue che doveva approvare la Carta dei diritti fondamentali dei cittadini comunitari (primo nucleo di costituzione europea). La conferenza ebbe luogo a Nizza dal 6 all'8 dicembre 2000. Il successo della protesta e la presenza solitaria di Prc e Verdi galvanizza Bertinotti che, rivolgendosi al centrosinistra, dichiara: «Se non annusano il vento che tira, finisce che chiudono bottega».

Intanto però in aprile si erano tenute le elezioni regionali del 2000 che avevano visto il Prc accordarsi con l'Ulivo per candidati unici, ma anche una forte affermazione della neonata Casa delle Libertà, la nuova coalizione del centrodestra di Silvio Berlusconi.

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Source : Wikipedia