Reflex digitale

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Inviato da david 10/03/2009 @ 16:09

Tags : reflex digitale, fotocamere digitali, fotografia, digitale, high tech

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Reflex digitale pieno formato

Nikon D3

Una Reflex digitale pieno formato è una fotocamera Digital Single Lens Reflex equipaggiata con un sensore fotografico che è delle stesse dimensioni del negativo da 35mm delle fotocamere analogiche. Questo è in contrasto con la grande maggioranza delle fotocamere digitali sia compatte che reflex oggi in commercio, che sono equipaggiate da sensori più piccoli ed economici.

Sono in commercio solo pochi modelli di fotocamere di alto livello che montano il sensore pieno formato.

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Astrofotografia

Reflex digitale dedicata all'astrofotografia

L'astrofotografia, o fotografia astronomica è la fotografia usata per riprendere corpi celesti. Le tecniche astrofotografiche possono impiegare fotocamere digitali, sensori elettronici, o fotocamere con pellicola chimica.

Nella fotografia classica gli obiettivi fotografici sono caratterizzati da focali contenute (da 18mm per i grandangolari ai 400mm per i teleobiettivi) e luminosità elevate (da basi di f1.2 a f5.6) per consentire riprese con tempi di esposizione ridotti (tipicamente minori di 1/60"). Nella fotografia astronomica si usano tipicamente focali maggiori (maggiori ingrandimenti) e luminosità minori (per ridurre i costi), questo, unito al fatto di dover riprendere oggetti piuttosto deboli richiede tempi di esposizione superiori al secondo.

Esposizioni prolungate con lunghe focali richiedono treppiedi molto solidi e meccaniche di precisione, infatti, la sfera celeste ruota attorno alle nostre teste ogni giorno portandosi dietro Sole, Luna, pianeti e tutte le stelle, e questo richiede al fotografo di compensare detto moto, tramite apposite montature dette equatoriali, in modo da evitare gli altrimenti inevitabili mossi nelle riprese fotografiche. Quanto detto è vero sia per le riprese di oggetti deboli come ammassi stellari, nebulose o galiassie che per le riprese ad alta risoluzione come quelle lunari e planetarie. Nelle riprese profonde infatti si usano bassi ingrandimenti ma elevati tempi di esposizione mentre per le foto ad alta risoluzione si usano altissimi ingrandimenti ed esposizioni più brevi.

L'astrofotografia è sorta nei primi anni dell'800 con le prime applicazioni in campo astronomico di immagini della Luna, del Sole e di altri pochi oggetti luminosi. Agli inizi la sensibilità delle pellicole chimiche consentiva solo scarsi risultati, col passare del tempo poi, l'avanzamento tecnico permise di migliorare la qualità delle immagine, aumentando la sensibilità delle pellicole, che ne permise una sempre maggiore applicazione. La tecnica fotografica divenne quindi, col tempo considerata, necessaria per lo studio astronomico. Essa permise di scoprire svariati oggetti deboli del cielo, ma anche di ampliare la gamma di studi, come le applicazioni con grandi lastre fotografiche per fotografare ampie porzioni di cielo.

L'abbattimento dei costi di produzione permise lo sviluppo della fotografia anche in campo amatoriale, avvicinando il mondo degli astrofili ad un ambito in genere appannaggio degli scienziati e astronomi professionisti. In questo modo si ebbe un notevole contributo nella ricerca di comete, supernovae, asteroidi ecc.

Negli anni ottanta del novecento cominciarono a diffondersi i primi CCD presso gli osservatori astronomici. Questo strumento digitale consentiva enormi vantaggi pratici, in termini di sensibilità del sensore, qualità delle informazioni e tempo di ripresa. Negli anni novanta iniziò l'accesso di questa tecnologia anche ad astronomi disposti a spendere parecchio economicamente, ottenendo un enorme salto di qualità. Ma con l'avvento delle webcam l'accesso da parte al digitale divenne notevole grazie all'abbattimento dei costi e ad un rapporto qualità/prezzo conveniente. Stesso discorso per l'introduzione delle fotocamere digitali, specie per le reflex, le quali montando un sensore ormai del tutto competitivo con la qualità delle vecchie pellicole, ha permesso l'attuale rivoluzione del settore.

La più semplice tecnica astrofotografica, utilizzata in genere dal neofita, è quella della semplice foto con treppiede fotografico. Questo mezzo ha il pregio della semplicità ma anche il problema di non consentire l'inseguimento del cielo il quale potrebbe risultare "mosso".

Una tipologia di foto infatti sono le cosiddette "strisciate", riprendendo una porzione di cielo per un tempo prolungato si visualizza lo spostamento apparente delle stelle in porzioni di arco. Questa tecnica oltre a visualizzate il moto degli astri permette di individuare le meteore. Esse infatti appariranno come una traccia diversa da tutte le altre.

Sempre con il treppiede, utilizzando pellicole molto sensibili, oppure tramite una reflex digitale opportunamente settata, è possibile catturare le principali stelle e le costellazioni, mantenendo il tempo di esposizione basso, al di sotto dei 4 minuti. Con questo tempo il moto apparente del cielo non presenta ancora l'effetto "mosso", pertanto è possibile ottenere ottime fotografie.

Per evitare l'effetto "mosso" del cielo, si utilizza una montatura equatoriale motorizzata; in questo caso i tempi di esposizione possono prolungarsi per delle ore senza grossi problemi per il risultato finale. La macchina fotografica può essere montata su un semplice astroinseguitore, ossia una montatura equatoriale adatta per fotografia, oppure sfruttare un telescopio equatoriale. In questo caso esistono due modalità di fotografia, quella in parallelo e quella a fuoco diretto.

Con questa tecnica il corpo macchina viene fissato al telescopio mediante un adattatore. La macchina fotografica sfrutta un proprio obiettivo con cui inquadra la porzione di cielo preferita. Strettamente connesso all'obiettivo e all'ingrandimento prodotto, si avrà quindi una crescente esigenza di precisione per ottenere immagini stellari puntiformi. In questo modo è possibile fotografare qualsiasi oggetto luminoso e non: dalla luna, ai pianeti, sino agli oggetti del profondo cielo.

Per mantenere sotto controllo l'inseguimento della montatura viene utilizzato un reticolo illuminato da applicare all'oculare del telescopio. Esso permette di mantenere all'interno di un campo ristretto una stella di riferimento con cui si possono eseguire le relative correzioni.

In questo caso la fotografia è ottenuta smontando l'obiettivo della macchina fotografica (generalmente una reflex) ed adattando il corpo macchina direttamente al fuoco del telescopio, utilizzando il tubo ottico come se fosse un qualsiasi obiettivo fotografico. Il vantaggio di questa tecnica è quello di poter sfruttare l'intero diametro dello strumento a disposizione: questo porta ad una maggiore nitidezza e risoluzione dei dettagli, non raggiungibile con i normali obiettivi fotografici.

L'astrofotografia è praticata a livello amatoriale tramite strumenti piuttosto precisi. Essenziale è certamente la presenza di una montatura stabile e ben bilanciata e la possibilità di eseguire tutte le correzioni di inseguimento necessarie.

L'astrofotografia tramite reflex analogica mantiene ancora il suo fascino, seppure essa comincia ad essere sempre più soppiantata dal digitale. La foto analogica comunque mantiene per certi versi la sua validità, seppure le pellicole soffrono del difetto di reciprocità, per cui dopo un certo tempo di esposizione, la pellicola fotografica va in saturazione e non si impressiona più. Per questo motivo è necessario saper scegliere la giusta pellicola in base al soggetto da fotografare. Questo aspetto costituisce più di ogni altro un limite oggettivo a questo metodo di ripresa.

Anche con una fotocamera digitale, per i modelli compatti è possibile eseguire interessanti foto astronomiche. Sui soggetti che richiedono tempi di esposizione brevi la qualità è ottima. È possibile eseguire foto sia con il metodo della proiezione d'oculare che a fuoco diretto, qualora si abbiano gli opportuni adattatori.

La reflex digitale sostituisce ormai completamente il metodo analogico. Esistono in commercio persino dei modelli dedicati alla fotografia astronomica. Il metodo di ripresa è uguale a quello tradizionale, col vantaggio di visualizzare subito il soggetto ottenuto. Tuttavia proprio per ovviare al problema di un uso così "spinto" è importante applicare il metodo del dark frame il quale rende l'immagine astronomica perfetta.

La webcam viene utilizzata esclusivamente con i metodi di proiezione d'oculare o fuoco diretto. È uno strumento molto in voga tra gli astrofili perché il rapporto qualità/prezzo risulta essere molto conveniente. Specie nella ripresa dei pianeti, sfruttando la velocità di ripresa in frame al secondo, è possibile da un filmato congelare un'unica immagine quasi esente dalle deformazioni del seeing. Grazie alla tecnica di modifica introdotta da Steve Chambers, le webcam Vesta e Toucam della Philips, nonché altri modelli, vengono modificate affinché la velocità di scorrimento dei frame venga rallentata. In questo modo la webcam aumenta la propria sensibilità divenendo un piccolo CCD sfruttabile con gli oggetti del profondo cielo.

Il CCD è considerato attualmente lo strumento di eccellenza per l'astrofotografia. Esso viene utilizzato al fuoco diretto di un telescopio, consentendo di ottenere immagini di altissima qualità. Il suo utilizzo è tuttavia moderatamente complesso poiché richiede una serie di pre-regolazioni necessarie alla calibrazione del sensore. Anche il telescopio deve essere perfettamente funzionante e allineato. Il principio di funzionamento è sostanzialmente uguale a quello delle webcam, ossia quello di ottenere un filmato in cui i singoli frame posseggono ampi tempi di esposizione.

L'ottenimento dell'immagine definitiva, nel caso del CCD come di una webcam, richiede una certa conoscenza nell'ambito dell'elaborazione digitale delle immagini, tramite l'uso di appositi software.

In astronomia, la fotografia differenzia le proprie tecniche e gli strumenti in base ai soggetti da inquadrare.

Per immagine a grande campo si intende una vasta porzione di cielo notturno: una o più costellazioni, la Via Lattea, grandi nebulose diffuse, e così via.

Le fotografie di immagini a grande campo si possono eseguire nelle forme più semplici mantenendo bassi i tempi di esposizione, usando un semplice treppiede fotografico. Tuttavia per ottenere un'immagine più completa è necessario utilizzare una montatura equatoriale motorizzata per inseguire l'oggetto.

Sebbene sia tecnicamente molto semplice se confrontata ad altri tipi di fotografia astronomica, ottenere un'immagine a grande campo che non si limiti a riprodurre le costellazioni ma che mostri tutta la sua potenziale spettacolarità richiede un cielo particolarmente buio, quasi privo di inquinamento luminoso, condizione che spesso costringe professionisti o semplici appassionati a lunghe trasferte alla ricerca delle migliori condizioni.

La Luna è un soggetto relativamente semplice da fotografare, i tempi di esposizione sono piuttosto brevi, in frazioni di secondo. La fotografia può avvenire sia con obiettivi fotografici che inquadrino l'intera estensione della luna (utile anche per foto di eclissi), oppure tramite telescopio inquadrando porzioni se non dettagli come crateri, mari, fratture ecc.

Oltre alla fotografia tradizionale, è possibile sfruttare una fotocamera digitale compatta per proiezione di oculare, una webcam o reflex digitale(DSLR).

Con una semplice webcam è possibile riprendere una grande quantità di fotogrammi che, allineati e mediati con opportuni programmi, permettono di ottenere immagini di eccezionale dettaglio, eliminando statisticamente gli "errori" dovuti al rumore del sensore. Utilizzando una reflex digitale e procedendo in un modo simile a quello utilizzato dalla webcam, è possibile ottenere grandi immagini ad alta risoluzione e con poco rumore in crominanza. Ciò permette, attraverso un opportuno trattamento numerico, di esaltare i naturali colori della superficie lunare al punto da renderli chiaramente visibili.

La fotografia tradizionale, ma anche quella digitale, in genere non rende a sufficienza ciò che risulta visibile all'oculare. Dovendo usare necessariamente un telescopio ad alti ingrandimenti per visualizzare la superficie del pianeta, enfatizza anche il seeing e le derive d'immagine all'interno dell'oculare. Pertanto l'unione di questi problemi determina immagini a basso contrasto e scarsa qualità.

Il migliore metodo attualmente in uso è quello della ripresa su webcam, il quale permette di riprendere lunghi filmati del pianeta. Estraendo poi i singoli fotogrammi, selezionando quelli di migliore qualità, allineandoli e mediandoli attraverso opportuni programmi, è possibile eliminare statisticamente gli errori dovuti a seeing (a patto che non sia troppo scarso...) e al rumore termico ed elettronico del sensore (dark frame).

Il Sole è un soggetto che necessita di un filtro solare, e come per la luna di bassi tempi di esposizione. Sfruttando filtri come l'Hα, possono essere evidenziate strutture altrimenti invisibili. Anche la webcam è efficace con il Sole, permettendo d'ottenere immagini ravvicinate di dettagli come le macchie solari.

L'astrofotografia del profondo cielo necessita di maggiore esperienza. In questo caso, trattando con tempi di esposizione prolungati, è necessario mantenere una grande precisione nella compensazione della rotazione terrestre (si parla di inseguimento del telescopio) ed una giusta calibrazione dello strumento ottico.

Elemento essenziale è l'assenza di inquinamento luminoso che determina una diminuzione del contrasto delle immagini e uno schiarimento dello sfondo del cielo. Inoltre può essere molto utile l'impiego di opportuni filtri adatti ad enfatizzare gli oggetti, in base alla tipologia: nebulosa planetaria, nebulosa ad emissione, galassia, ammasso stellare. Queste foto possono essere eseguite con tutti gli strumenti a disposizione: Reflex analogica e digitale, webcam e soprattutto CCD.

La fotografia cometaria è complicata da un elemento ulteriore di difficoltà, il moto relativo della cometa. Essendo un oggetto veloce, ma soprattutto relativamente vicino alla terra, esso presenta un moto relativo rispetto le stelle, percepibile con un tempo di esposizione prolungato. L'astro infatti risulterà mosso rispetto il fondo del cielo. Pertanto è necessario effettuare l'inseguimento e le correzioni, sulla cometa e non sulle stelle.

Le eclissi presentano un problema legato alla variazione di luce nel tempo. Dall'inizio del fenomeno sino alla fase di luminosità, è necessario mutare i tempi di esposizione dello scatto. Inoltre nella fase di totalità di un eclissi di sole, è opportuno togliere il filtro solare di protezione ed eseguire la foto a luce naturale.

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Olympus

Olympus Six

La Olympus Corporation (オリンパス株式会社) è una società giapponese specializzata nelle apparecchiature ottiche e fotografiche. Fondata nel 1919, ha la propria sede centrale a Tokyo. La Olympus ha una storia di grande innovazione nella progettazione di fotocamere e obiettivi, e occupa tutt'ora una posizione importante sul mercato della fotografia, insieme a colossi come Nikon e Canon.

La fabbrica Olympus Optical Co. ha segnato la storia della fotografía con l'introduzione di modelli rivoluzionari, a partire dalla celeberrima Pen, la mezzo formato, fino alla famiglia delle OM (Olympus Maitani) cosi come le sue compatte. La miniaturizzazione dei componenti ed un uso razionale dell'elettronica erano le costanti della filosofia costruttiva della casa giapponese. La Olympus fu fondata nel mese di ottobre del 1919 sul nome di Takachiho Seisakusho, ed era un'industria finalizzata alla produzione di microscopi. Nei primi anni si dedicó esclusivamente alla fabbricazione di strumenti ottici di precisione e nel 1936 presentò al pubblico la sua prima fotocamera denominata "Semi-Olympus" dotata di un obiettivo 75 mm Zuiko a focale 4,5 - il primo - fabbricato dalla stessa casa, e di un otturatore Compur di fabbricazione tedesca. Era in grado di scattare 16 foto in formato 4,5x6 cm su una pellicola da 120 mm. La fotocamera era dotata di un soffietto anteriore (folding) esattamente come le fotocamere tedesche della Zeiss Ikon.

Nel 1937 venne introdotto il modello Olympus Standard, dotata di telemetro e obiettivi intercambiabili il cui aspetto esteriore ricordava la Contax. Quest'ultima però scattava in formato 4 x 5 cm su pellicola da 127 mm. Questa fotocamera è stata molto importante per la storia della casa giapponese sia per la concezione innovativa sia perché ne furono costruiti soltanto dieci esemplari che oggi sono in mano ai collezionisti, così rara che James McKeown, uno dei più celebri esperti della Guida delle Macchine Fotografiche Antiche e Classiche ha detto che "Si tratta di un modello estremamente raro. Se ne trovate uno in vendita state pronti ad affrontare una battaglia con almeno una dozzina di Samurai per ottenerlo.".

L'anno seguente (1938), la Olympus fabbricò il primo modello completamente giapponese dotata di un robusto otturatore Koho che sostituiva il tedesco Compur. Quando il Giappone entrò in guerra nel 1941 con l'attacco della base americana di Pearl Harbor l'industria giapponese fu costretta ad adattare la produzione allo sforzo bellico e la Olympus si dedicò a produrre strumenti ottici per le armi. Nel 1942 l'industria cambiò il proprio nome in Takachiho Kogaku Kogyo Co. Lt.. Nel mese di maggio del 1945 un raid delle fortezze volanti della US Air Force distrusse la fabbrica degli otturatori Koho, cosa che rese molto più duro lo sforzo di risollevare l'azienda nel dopoguerra. Durante l'embargo, ad un mese dalla resa del Giappone, a settembre del 1945, la produzione degli otturatori riprendeva.

Nella primavera del 1946 la Takachiho Co. tornava sul mercato con il modello Olympus Six che utilizzava alcuni pezzi già prodotti prima della guerra. Gli otturatori erano sia Koho sia i nuovi Copal prodotti dalla Copal Koki Co. Il modello Six, con le sue 5 varianti, restò in produzione fino al 1957. Ricordiamo che nel 1949 la fabbrica cambiò la denominazione sociale in Olympus Optical Co. (in giapponese Olympus Kogaku Kogyo), così come oggi la conosciamo.

Nel 1950, Tatsuro Uji della Olympus, che aveva lavorato in collaborazione con il Dr. Hayashida dell'Ospedale Universitario di Tokio, disegno la prima "gastro-camera", ovvero il primo gastroscopio al mondo che permetteva di realizzare foto all'interno dello stomaco attraverso una sonda grazie alla scoperta delle fibre ottiche.

Il successo delle fotocamere bi-ottica per il formato 120 mm disegnate nel 1929 per la tedesca Frank & Heidecke sulla sua Rolleiflex indusse la Olympus ad attivare una equipe di lavoro per studiare la possibilità di realizzare un modello simile. Nel 1952 fu presentata la Olympus Flex che fu la prima di questo tipo di tutto il Giappone. Nel 1959 per competere con la Rolleiflex 44 ad esposizione automatica la Olympus lanciò la Eyeflex con fotocellula al selenio, ma solo come prototipo.

Dopo l'embargo la Olympus aveva la necessità di riacquisire credibilità e di riaffermare il marchio per commercializzare le sue fotocamere 35 mm, il formato che adotto in maniera tardiva rispetto agli altri fabbricanti. Nel 1946 iniziarono gli studi ed entro il 1948-49 furono prodotti vari prototipi per il formato 24 x 32 mm, che sembrava il formato ideale per utilizzare il negativo intero e stamparlo senza margini su un foglio da 20 x 25 cm (anche la Nikon I del 1949 usava lo stesso formato). Dal 1949 i modelli Olympus adottarono il 35 mm.

Nel 1949 compare la nuova Olympus 35 IV nata dalla modifica della Olympus 35. La fotocamera è dotata di mirino interno e accessoriata con un otturatore Copal. Lo spazio lasciato libero dal mirino e la slitta porta-flash sono le nuove evidenti caratteristiche. Sulla parte superiore, di fronte alla slitta, è posizionato il numero di serie della fotocamera e vi è inciso il nome Olympus 35. Se guardiamo la macchina fotografica di fronte possiamo vedere sulla destra, sul dorso, la scritta MADE IN OCCUPIED JAPAN incisa a pressione sulla pelle. L’obiettivo è uno ZUIKO 3,5/ 4 cm con diaframma 3,5 - 4 - 5,8 - 8 -11 e 16. L’otturatore Copal doveva essere pre-tensionato prima dello scatto. Il dorso è attaccato al fondo del coperchio e può essere rimosso tutto insieme.

Nel 1953 arriva nei negozi la Olympus 35 IVa. I tempi di esposizione adesso vanno da B - 1 a 1/300 sec. La vecchia scritta impressa sulla pelle MADE IN OCCUPIED JAPAN è stata cambiata in MADE IN JAPAN. Tutte le altre caratteristiche tecniche sono rimaste immutate.

Nel 1962 venne introdotta la Olympus S Electro Set. Tale fotocamera era dotata dello stesso corpo della Auto Eye. La finestrella di plastica diventa lunga quanto la fotocamera che è dotata di un esposimetro al selenio e di una messa a fuoco. Come obiettivo adoperava il G. Zuiko 1:1,8 f=4,2 cm.

Nel 1963 appare, quale unica novità per quell’anno, la Olympus – SC. La fotocamera era molto simile alla Olympus – S ma era dotata di un moderno esposimetro al Cds (Solfuro di Cadmio). Per il funzionamento dell’esposimetro era necessaria una batteria del tipo HD 1,35 V che era alloggiata in un piccolo scomparto nella parte inferiore della fotocamera. La grande finestra dell’esposimetro dei modelli precedenti si riduce fino ad un piccolo oblò tondo.

Nel 1965 apparve, in un nuovo corpo, e con un nuovo design della parte superiore, la Olympus 35 LE. La fotocamera rappresentava un passo avanti nel design con gli angoli che apparivano molto più retti. Come la Olympus S, la 35 LE era dotata di un esposimetro al Cds (Solfuro di Cadmio) accoppiato con l’otturatore automatico Seikosha-ES. Questo otturatore permetteva di impostare automaticamente tempi di esposizione da 1/25 a 1/500 sec. Nuovo era anche l’auto-scatto la cui leva era posizionata sulla parte frontale della fotocamera.

Nel 1967 seguì una fotocamera simile alla Olympus 35 LE, la Olympus 35 LC La 35 LC era una fotocamera manuale con esposimetro al Solfuro di Cadmio e mirino di messa a fuoco accoppiato. Per l’esatta esposizione l’ago dell’indicatore della luce doveva essere posizionato tra i due segni aggiustando i tempi ed i diaframmi. L’indicatore era in una piccola finestra sulla parte superiore, e si vedeva anche attraverso il mirino. Per le misurazioni spot deve essere pre-selezionato un pulsante sulla parte posteriore della fotocamera. Sul lato, sotto la leva di riavvolgimento, c’era lo spinotto del flash e un altro era presente nel contatto centrale della slitta portaflash.

Olympus fu per anni sinonimo di mezzo formato, con fotocamere a pellicola da 35 mm che adoperano mezzo fotogramma ovvero il formato 18 x 24 mm. La serie, denominata Pen, fu fabbricata a partire dal 1959 e durò fino agli anni '80, includendo una famosissima versione reflex con ottiche intercambiabili. La Leica ne aveva fabbricato una versione a metà degli anni '50 in Canada, la Leica 72, la cui produzione fu molto limitata e non ebbe alcun esito commerciale.

Invece le Olympus a mezzo formato si diffusero rapidamente in quanto di costruzione solida e di disegno estremamente compatto. Con un solo rullino si potevano ottenere 72 fotografie. I designers della Olympus avevano inventato una fotocamera che chiunque poteva portare con sé comodamente e che poteva essere impiegata senza fatica e senza vibrazioni grazie ai suoi automatismi "con la stessa naturalezza con la quale su usa una penna", secondo le parole di Eiichi Sakurai. Da qui il suo nome: Pen (penna in inglese).

Per cinque anni gli ingegneri della Olympus lavorarono alla progettazione di un sistema che doveva rivoluzionare il disegno stesso delle fotocamere reflex: all'appuntamento con Photokina del 1972 vide la luce per la prima volta la Olympus M-1 (ribattezzata OM-1 l'anno seguente in seguito alle pressioni della Leitz che aveva già registrato quel nome per la Leica). Le sue dimensioni ed il suo peso erano inferiori di circa il 35% rispetto a qualsiasi altra fotocamera di questo tipo, tutti i meccanismi ed i controlli erano stati ridisegnati per eliminare qualsiasi complicazione, inoltre il suo funzionamento era estremamente silenzioso, cosa che fu poi seguita da tutti i modelli successivi di casa Olympus.

Prima della nascita della serie OM le fotocamere 35 mm dotate di molte funzioni ed automatismi erano molto voluminose e pesanti, tanto che se ne perdeva il concetto di versatilità del formato (più piccolo del 120 mm). Fu allora che la Olympus optó per la miniaturizzazione dei componenti, la razionalizzazione dell'elettronica e, nel modello seguente, la OM-2, offrì una soluzione non meno rivoluzionaria di misurazione della luce: la fotocellula posta direttamente sul piano focale la cui superficie rifletteva la luce attraverso l'obiettivo e, in esposizione automatica, la misurazione continua sulla pellicola invece di passare dal pentaprisma. Questo si rivelò uno dei sistemi migliori di misurazione TTL (Through-the-lens) (la Leica, per la M6, impiega un sistema identico).

Nel 1990, ancora una volta, la Olympus ha voluto fare un passo in avanti rispetto a tutti gli altri costruttori, sebbene spinta da esigenze di riconquista del mercato semi-professionale, con l'introduzione della serie IS. Tale serie, che in Giappone veniva commercializzata con il nome "L", era caratterizzata da un corpo estremamente innovativo, ergonomico e motorizzato ed un'ottica di alta qualità zoom a comando elettronico autofocus. Le fotocamere di questa serie vennero definite come "bridge cameras" ovvero quel collegamento che mancava tra le reflex professionali e le compatte sofisticate. Furono prodotte, com'è tradizione della casa giapponese, due distinte linee. I modelli più avanzati furono denominati iS-1000 (L-1 in Giappone e iS-1 in US), iS-2000 (L-2 in Giappone e iS-2 in US) e iS-3000 (L-3 in Giappone e iS-3 in US). La fascia più economica comprendeva i modelli 100. 200 e 300.

Anche per le compatte la Olympus ha segnato il cammino da seguire per tutta l'industria fotografica, con modelli dal design compatto e dotate di molteplici automatismi. La Olympus XA, all'inizio degli anni ottanta, fu adottata come seconda fotocamera da molti fotografi per il fatto che occupava appena più spazio di un portasigari ma era dotata di una grandissima qualità ottica e permetteva di affrontare in sicurezza tutte le situazioni impreviste. Era dotata di un copri-obiettivo stilizzato, il cui design è stato adottato da tutta la serie XA e da altri modelli tra i quali la Stylus (mju) del 1991, una fotocamera rivoluzionaria con obiettivo da 35 mm f:3,5 e 6 modalità di scatto del flash e dotata di pannello LCD. La Stylus, per l'eleganza delle sue linee, era la preferita dalle donne. Nel 1993 fu presentata la Stylus Zoom 35-70 e nel 1997 si fece un altro passo in avanti con la Stylus Zoom 115, che era dotata di un potente zoom da 38-115 mm. Nello stesso anno fu lanciata la EPIC, una compatta con obiettivo a focale f:2,8 che le permette di fare foto in qualsiasi condizione di luce. Oggi, dopo oltre dieci anni, la linea Stylus continua ad essere la più venduta delle compatte 35 mm di Olympus, nella sue versioni EPIC.

Olympus nel 2003 ha messo sul mercato la sua prima reflex digitale ( E-1 ), basata sullo standard Quattro Terzi (Four Thirds), che era stato presentato nel 2002. Questo standard consentirebbe, secondo i progettisti, una ottimizzazione delle prestazioni fotografiche e favorirebbe la realizzazione di corpi macchina e ottiche molto compatti, come nella più classica "tradizione" Olympus.

Capostipiti del sistema 4/3 sono state la reflex professionale E-1 con sensore Kodak da 5 mpx a pentaprisma tradizionale e corpo metallico tropicalizzato, la reflex E-300 con sensore da 8 mpx dotata di prisma di Porro la reflex E-500 con sensore da 8 mpx e sistema a pentaspecchio e la E-330, la prima reflex digitale con preview dell'immagine sul display.

Ad oggi (febbraio 2009) la serie E comprende i modelli E-420 (la reflex digitale più compatta sul mercato), E-520 (con corpo stabilizzato), E-30 (con schermo live-view orientabile), e la professionale E-3.

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Canon EOS 5D Mark II

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La Canon EOS 5D Mark II è una fotocamera reflex digitale (DSLR) da 21,1 megapixel prodotta da Canon. Successiva alla EOS 5D, fu annunciata il 17 settembre 2008.

La 5D Mark II è la prima fotocamera della serie EOS ad essere provvista di funzioni per la registrazione del video. E' possibile effettuare fotografie durante la ripresa video, ma la fotocamera sospende la registrazione fino a che non è stata catturato l'ultimo scatto fotografico.

La batteria agli ioni di litio della 5D Mark II (LP-E6) ha una capacità di 1800 mAh. La stessa batteria contiene un microprocessore con codice identificativo atto a riportare lo stato di carica e le condizioni della batteria sul display della fotocamera. Il "battery info" della 5D Mark II è in grado di leggere contemporaneamente lo stato di ben 6 batterie.

La 5D Mark II è la prima DSLR dotata di modalità di registrazione video a risoluzione 1080p, la seconda in assoluto dopo la Nikon D90 che non supera la risoluzione 720p. I filmati possono raggiungere la dimensione massima di 4GB, approssimativamente 12 minuti in 16:9 HD (1920x1080) o 24 minuti in 4:3 SD (640x480). Alla base di questi limiti sta la massima dimensione (per ogni file) supportata dal filesystem FAT32 usato nelle Compact Flash. Esiste inoltre un limite temporale assoluto per singolo video di 29 minuti e 59 secondi. Le registrazioni vengono effettuate in formato Quicktime MOV con compressione video H.264/MPG-4 e audio PCM non compresso. I bitrate sono approssimativamente di 38 e 17 megabit/sec rispettivamente per la modalità HD ed SD. Il microfono incorporato è mono, ma è supportato l'audio stereo tramite microfono esterno collegato all'entrata jack audio. Quando si registra per lungo tempo, in particolare in ambienti molto caldi, potrebbe verificarsi un aumento del rumore video dovuto a un surriscaldamento del CMOS.

I primi acquirenti della fotocamera riportarono la presenza di pixel neri nelle situazioni di elevato contrasto. Agli inizi del 2009 la casa madre rilasciò un aggiornamento per il firmware (v. 1.0.7) al fine di correggere il problema.

Con questo modello di fotocamera è stata scattata, per la prima volta da una fotocamera digitale, la foto ufficiale di un presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

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RAW (fotografia)

Il formato RAW è un particolare metodo di memorizzazione dei dati descrittori di un'immagine. Ciò permette di non avere perdite di qualità della registrazione su un qualsiasi supporto rispetto ai segnali catturati dal sensore e successivamente composti per interpolazione dal processore d’immagine della fotocamera nelle sue tre componenti fondamentali RGB (RED, GREEN, BLUE).

La risoluzione massima reale dell'immagine rimane quella determinata dalle caratteristiche del sensore installato nella fotocamera digitale. La metodica RAW è per lo più utilizzata nelle macchine fotografiche Reflex digitali di alto livello, ma anche in quelle compatte di fascia alta, le cosiddette "formato bridge" o "prosumer" (contrazione dei due termini "professional" e "consumer"), o ancora, chiamate "SLR-like" (simile a una Single Lens Reflex).

Il termine inglese RAW - che fra i diversi significati che esso assume, qui interessano quelli che rimandano al concetto di "non elaborato", "non raffinato", "grezzo" - sta ad indicare che l'immagine catturata dal sensore CCD o CMOS della macchina fotografica, viene registrata nella sua forma originaria, numerica, cioè dopo essere stata solo convertita da analogico a digitale, senza nessuna ulteriore elaborazione da parte della fotocamera. Nel formato RAW vengono registrati quindi, i dati monocromatici grezzi indicanti l'informazione di intensità luminosa incidente sui singoli photodetector R, sui singoli photodetector G e sui singoli photodetector B. Questa descrizione è valida nel caso di un sensore con CFA (Color Filter Array) di tipo bayer RGB, mentre nel caso il CFA sia di tipo diverso, ad esempio RGB-E (Red, Green, Blue, Emerald) quadricromatico, l'eventuale file RAW che si forma, conterrà le quattro informazioni monocromatiche separate, derivanti dai photodetector che registrano i quattro colori.

Per una comprensione ottimale delle descrizioni che seguono è utile fare una distinzione concettuale fra pixel, photodetector (da intendere come elemento unitario fotosensibile) e photosite. Per questo si rimanda alla voce correlata Fotografia digitale nella sezione Numero di Pixel e qualità delle immagini.

Il sistema ottico della fotocamera focalizza l'immagine da riprendere sulla superficie del sensore. Questo è formato da milioni di elementi a semiconduttore sensibili alla luce (photodetector). Ognuno di questi è collocato in un photosite (luogo fisico del sensore dove si catturano i dettagli elementari dell'immagine) ed è la base da cui successivamente si formerà il pixel. La superficie è ricoperta dal Color Filter Array il quale ha il compito di separare e distribuire le tre componenti cromatiche su photosites (pixel) diversi del sensore. Nel 50% dei photosite (pixel) arriva la componente verde (G), nel 25% arriva la componente blu (B) e nella stessa quantità del 25% la componente rossa (R). Ad esempio, in un ipotetico sensore di 256 photosite, 128 photosite saranno investiti dalla componente verde della luce della scena ripresa, mentre 64 photosite saranno investiti dalla componente blu e i rimanenti i 64 photosite dalla componente rossa. I filtri sui singoli photosite sono distribuiti in modo omogeneo e geometricamente regolare.

In questo modo ogni photodetector registra il segnale relativo ad una sola componente delle tre RGB che compongono l'immagine. In uscita dal sensore devono confluire i segnali analogici o "R", o "G", o "B" di ogni photodetector che portano le relative informazioni. Precisamente in un sensore da 9 MP nominali, la massima risoluzione possibile è di 3.488 x 2.616 photodetectors (pixels) per un totale di 9.124.608 photodetectors. Vi saranno dunque segnali analogici "R" che riguarderanno le informazioni di 2.281.152 photodetectors, segnali analogici "B" che riguarderanno, anche loro, le informazioni di 2.281.152 photodetectors e segnali analogici "G" che riguarderanno le informazioni di 4.562.304 photodetectors del sensore. Il segnale analogico di ogni photodetector viene campionato a 10, 12, 14 o anche 16 bits così che il segnale che descrive l’intera sua scala di luminosità dal nero al massimo consentito "R", "G" o "B" viene trasformato in un'informazione binaria appunto a 10, 12, 14 o 16 bit. Questo significa che, per ogni photodetector, il numero binario, ad esempio a 16 bit, generato dalla conversione A/D indica un livello di intensità individuato fra 65.536 possibilità, all’interno dell’intera gradazione di luminosità (dal nero al valore massimo luminosità di ogni specifico colore primario "R" o "G" o "B") di quel particolare photodetector.

I segnali analogici in uscita dai photdetectors del sensore dopo la loro conversione in digitale possono andare in due direzioni diverse a seconda della impostazione della fotocamera: o verso il processore d’immagine interno che, attraverso l’algoritmo di interpolazione (demosaicizzazione), ricostruisce le due componenti mancanti su ogni photosite, oppure questi dati “grezzi” possono venire registrati appunto nel file RAW. Usando ancora come esempio un sensore di 3.488 x 2.616 pixels (9 MP nominali), la dimensione minima del file RAW sarà di 18.249.216 byte (8 bit= 1 byte; 1 pixel campionato a 16 bit= 2 byte). Normalmente il file RAW relativo è leggermente più ampio perché esso, oltre alle informazioni digitali, dati sui pixels, contiene anche i codici di formato del file, dati cioè che permettono l'identificazione del file (header) e dunque la sua leggibilità.

Alcuni produttori oltre al Color Filter Array a tre colori (RGB) adottano Color Filter Array che fanno uso anche di altri colori (vedi la Sony con il modello DSC-F828 che usa un filter Array a quattro colori: RGB+E (Rosso/Verde/Blu + Smeraldo). Vi sono poi sensori come i FOVEON che non hanno nessun Color Filter Array, ma adottano una tecnica in grado di recepire le tre componenti RGB necessarie per formare l’immagine direttamente su ogni photosite. Questo particolare sensore è formato da tre elementi fotosensibili a semiconduttore (photodetectors), distribuiti in ogni photosite su tre livelli diversi, ognuno di essi è attivato da una componente R, G o B diversa. Dato che ogni photosite ha tutte e tre le componenti, non c'è necessità di ricavare per ogni photosite le due componenti mancanti perché sono tutte registrate.

L'algoritmo di interpolazione più usato consente la demosaicizzazione dell'immagine originaria calcolando i dati dei due colori mancanti a partire dal colore e intensità dei photosites adiacenti aventi lo stesso colore di quello da calcolare. Ad esempio in un photosite blu si deve calcolare la componente verde e rossa. Per il calcolo della componente mancante verde, il processore d'immagine calcola, per quel photosite, la media fra i valori di intensità del verde di 2 o più photosite adiacenti che hanno registrato il verde: il valore ottenuto sarà la componente verde di quel photosite. Allo stesso modo farà per la componente rossa: il valore ottenuto sarà la componente rossa di quel photosite. A questo punto per quel photosite si hanno a disposizione i dati numerici delle tre componenti RGB, dati che, uniti in una stringa numerica, prendono il nome di pixel e descrivono contemporaneamente cromaticità e luminosità di quel punto dell'immagine .

Il risultato finale è che solo una componente del pixel è letta dal sensore (singolo photodetector), mentre le due rimanenti sono solo stimate.

Nei software applicativi di elaborazione delle immagini digitali, i valori numerici relativi alla componente rossa di ogni pixel dell'immagine, prende il nome di "canale del rosso"; così i valori numerici della componente verde di ogni pixel dell'immagine prendono il nome di "canale del verde" e lo stesso si dice per tutti valori numerici relativi alla componente blu dei pixels che vengono chiamati "canale del blu".

Per una registrazione in JPG il campionamento base è a 8 bit per ognuno dei canali RGB, fatto, questo, che comporta un numero binario di 24 bit per ogni pixel (8 bit x 3 canali su ogni pixel). Il valore di 24 bit rappresenta - come vedremo nel paragrafo successivo - la profondità colore.

La tecnica di compressione JPG è una tecnica di compressione di tipo lossy cioè con perdita di informazione rispetto all'immagine originaria di partenza. L’immagine registrata con questo sistema perde dei dati che corrispondono normalmente a dettagli dell’immagine poco significativi. La quantità e la tipologia dei dati che vengono persi, tuttavia, è determinata in modo tale che essi riguardano parti che normalmente non sono facilmente percettibili da un osservatore. Nella quasi totalità dei casi di foto compresse dalla fotocamera in JPG, la qualità di stampa rimane comunque buona. In generale, adottando uno stesso procedimento di stampa fotografica, la qualità delle stampe è tanto migliore quanto più piccola è la dimensione della stampa. Per stampe professionali di elevata qualità e/o di grandi dimensioni, infatti, si preferisce la gestione dei file grafici in formati non compressi o compressi con tecnica lossless (senza perdita di dati).

Il formato JPG inoltre non consente, fra l'altro, troppe elaborazioni successive delle immagini, a meno di accettare perdite di informazioni che di volta in volta si sommano nei salvataggi successivi. Se una fotocamera registra direttamente in JPG e l'immagine deve subire delle elaborazioni è bene salvarla immediatamente in un formato lossless come può essere il TIFF, il BMP, ecc. e solo quando il processo di elaborazione è terminato si può fare un salvataggio in JPG per l'archiviazione o, se il caso lo richiede, l'eventuale stampa.

Se si adotta la modalità RGB e si campiona a 8 bit il segnale in uscita da ogni photodetector, la profondità colore del file grafico che si andrà a formare sarà di 24 bit, così come se il campionamento è avvenuto a 12 bit, il file grafico avrà una profondità colore di 36 bit. La profondità colore è un indice della capacità che ha il metodo di registrazione dei files di rappresentare sfumature piccolissime di colore. In un’immagine maggiore è la profondità colore, maggiore sarà il numero dei livelli di intensità distinguibili su ognuno dei tre canali RGB e di conseguenza maggiore il dettaglio cromatico dell’immagine. Con una profondità colore di 36 bit ogni pixel infatti è individuato da un solo valore cromatico su 68.719.476.736 parti in cui viene suddiviso l'intervallo spettrale della luce visibile (dal rosso cupo al violetto) catturato dal sensore.

Come detto sopra, ciò che si registra nel formato RAW sono i segnali digitali a 10, 12, 14 o 16 bit relativi ad ogni pixel del sensore provenienti dalla conversione da analogico a digitale del segnale di ogni photodetector. La registrazione in formato RAW può avvenire senza alcuna compressione, o con una compressione lossless del file del formato RAW, ovvero senza perdita di dati relativi a dettagli di immagine. Tale caratteristica riduce sensibilmente, ma molto meno del JPG, la dimensione del file da registrare. Ogni dettaglio dell’immagine catturata dal sensore viene così registrato e ricostruito senza nessuna perdita in fase di decompressione, esattamente come fanno i programmi di compressione dati che lavorano con i formati ZIP, RAR, ecc. dove nessun dato deve essere perso, pena l’impossibilità di usare i dati decompressi. La registrazione dei dati in uscita dal sensore senza perdita di informazioni e con una elevata profondità colore (dettaglio cromatico), fra l’altro, permette di elaborare l’immagine con un campo di variazione delle regolazioni (esposizione, bilanciamento del bianco, contrasto, ecc) molto maggiore rispetto alla registrazione con altri formati compressi anche di tipo “lossless”. Dunque con una maggiore profondità colore si ha una maggiore potenzialità di elaborazione delle immagini e quindi si sfruttano al massimo le capacità del sensore e dell'ottica.

La scrittura e lettura dei file in formato RAW è decisamente più lenta rispetto a quella in formato JPG a causa della maggiore quantità di dati da muovere (in lettura o in scrittura). Questo rende più difficoltosa l'archiviazione dei file e la loro successiva visione. Per facilitare gli utilizzatori, alcuni produttori di fotocamere digitali hanno inserito il doppio formato di registrazione negli apparecchi. Questo consente di leggere l'immagine registrata in formato JPG con una buona velocità (ad es. nelle operazioni di selezione ed archiviazione delle immagini). Mentre è sempre possibile poter utilizzare il formato RAW in caso di bisogno, ad esempio, per la correzione della esposizione. Lo sfruttamento di questa possibilità, com'è ovvio, richiede il trasferimento di una maggiore quantità di dati sui supporti di memoria (con il conseguente allungamento del tempo di memorizzazione), inoltre comporta l'occupazione di uno spazio maggiore di memoria. Ma tale limite non rappresenta un grosso problema visto il continuo incremento di velocità di scrittura delle schede di memoria, ed il loro costo specifico in €/MB che progressivamente diminuisce.

Vi sono almeno due modalità con la quale si realizza la doppia registrazione di RAW + JPG.

Con questi files si può inoltre procedere all'estrazione del file-anteprima JPG integrato nel file RAW, registrando quindi un file JPG separato (operazione realizzabile spesso usando lo stesso software proprietario di conversione). Se non si estrae il file JPG dal file RAW e non lo si scrive come file separato i programmi di gestione delle risorse dei PC continueranno ad individuare un solo file che è quello in formato RAW uscito dalla fotocamera, benché la visualizzazione dell'anteprima avvenga rapidamente con l'estrazione da dentro il file RAW della componente JPG.

Per alcuni software di elaborazione delle immagini, è sufficiente scaricare dei plug-in specifici al fine di consentire al programma di leggere il file RAW e salvarlo in un formato che garantisca l'interscambio delle immagini. La caratteristica da considerare adeguatamente quando si usano software non proprietari per elaborare immagini registrate in RAW riguarda la possibilità che questi non riescano ad utilizzare tutti i codici descrittori del file che gli garantiscono tutte le potenzialità d'uso,nonché i codici descrittori dell'impostazione della ripresa dell'immagine (metadati Exif) fra i quali ad esempio quelli relativi ai settaggi delle singole macchine. E questa perdita di metadati può comportare la perdita di flessibilità nella gestione dell'immagine.

Il formato RAW può essere paragonato, per molti versi, al negativo delle macchine a pellicola. Infatti così come da un negativo su pellicola possono essere realizzate diverse soluzioni cromatiche dell'immagine senza alterare il negativo stesso, anche da un file RAW si possono ottenere, tramite tecniche di post-produzione digitale, molteplici "versioni" dell'originale senza alterare minimamente l'originale in RAW. Inoltre l'immagine grezza rilevata dal sensore e memorizzata in RAW senza nessuna elaborazione, è composta sia dai pixel immagine, caratterizzati dai difetti intrinseci del sensore, sia dal rumore elettronico prodotto dall'attività elettronica dell'apparato. Ciò significa che la stessa immagine ripresa da macchine anche della stessa marca e stesso modello, ma con sensori necessariamente diversi e memorizzate in formato RAW, saranno, ad una analisi in dettaglio dei pixel, diverse una dall'altra così come lo sono i negativi della stessa immagine ripresa con la stessa macchina, ma con pellicole diverse sia pur con le stesse caratteristiche chimiche. Questa peculiarità della memorizzazione in RAW potrà forse consentire la certificazione del copyright anche per immagini digitali a patto di poter dimostrare di possederne gli originali RAW così come il copyright delle immagini su pellicola presuppone il possesso dei negativi originali.

Tuttavia, poiché l'immagine di un file RAW può subire anche elaborazioni molto radicali, come la riduzione calibrata del rumore elettronico (primariamente di origine termica che si genera quasi totalmente nel sensore stesso), o l'eliminazione in essa dei difetti specifici dei sensori come possono essere gli hot pixels; e ancora salvataggi successivi in un formato compresso di tipo lossy come il JPG o interpolazioni per ridimensionare le immagini che portano ad una perdita irrimediabile dei dettagli, si pone un serio problema di metodo per l'analisi comparativa dei dati. Affinché tale analisi possa avere valore in un procedimento legale, occorre perlomeno che le procedure con cui effettuare una possibile perizia - procedure da definire in un ambito di informatica forense - siano prima codificate e poi accettate in ambito giudiziario, stabilendo fra l'altro un criterio per accettare la comparazione fra supporti diversi, oltre che limiti statistici di corrispondenza fra pixel o gruppi di pixel o aree delle immagini comparate.

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Contax

Contax fu una marca di macchine fotografiche celebre per le sue uniche e talvolta insolite tecniche innovative e per l'ampia gamma di lenti Zeiss.

La fotocamera Contax N Digital (uscita sul mercato nel 2000) è stata la prima fotocamera reflex digitale con un sensore CCD avente dimensioni 24x36mm, quindi identiche a quelle del classico fotogramma della pellicola.

Il nome della società fu scelto dopo un sondaggio tra i suoi dipendenti.

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Source : Wikipedia