Proprietà intellettuale

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Tags : proprietà intellettuale, diritto, società, business intelligence, economia

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Proprietà intellettuale

Con proprietà intellettuale si indica l'apparato di principi giuridici che mirano a tutelare i frutti dell'inventiva e dell'ingegno umani; sulla base di questi principi, la legge attribuisce a creatori e inventori un vero e proprio monopolio nello sfruttamento delle loro creazioni/invenzioni e pone nelle loro mani alcuni strumenti legali per tutelarsi da eventuali abusi da parte di soggetti non autorizzati.

Tradizionalmente, la dicitura "proprietà intellettuale" indica un sistema di tutela giuridica dei beni immateriali che hanno una sempre maggiore rilevanza economica: ci si riferisce cioè ai frutti dell'attività creativa/inventiva umana come ad esempio le opere artistiche e letterarie, le invenzioni industriali e i modelli di utilità, il design, i marchi. Quindi, al concetto di proprietà intellettuale fanno capo le tre grandi aree del diritto d'autore, del diritto dei brevetti e del diritto dei marchi.

Nella dottrina giuridica più recente, tuttavia, sono state avanzate alcune critiche al termine “proprietà intellettuale” poiché porterebbe a sovrapporre impropriamente concetti squisitamente contemporanei (come opera dell'ingegno, invenzione, marchio, brand, design, concorrenza) con concetti relativi alla proprietà in senso più classico (cioè quella relativa ai beni materiali, ereditata dal diritto romano). Dunque si tende a parlare più opportunamente di “proprietà industriale”.

Non a caso, il nuovo assetto normativo di riferimento (cioè il Decreto Legislativo n. 30 del 2005) è stato intitolato “Codice della proprietà industriale”: testo unico che raccoglie tutte le norme attinenti al campo dei brevetti e dei marchi. Resta fuori da questa opera di codificazione la normativa sul diritto d'autore, il cui riferimento è ancora la legge n. 633 del 1941, con le successive e numerose modifiche. Dal punto di vista processuale, tuttavia c'è una assimilazione data dal costituirsi di Sezioni specializzate per la proprietà industriale ed intellettuale. L'unificazione processuale comporta una profonda assimilazione anche degli istituti di diritto sostanziale.

Volendo poi aggiungere un ulteriore spunto, nel caso si voglia approfondire ulteriormente la dibattuta questione, si potrebbe notare che la distinzione fra "proprietà industriale" e "proprietà intellettuale" è molto meno usata all'estero di quanto lo sia in Italia, soprattutto nei paesi di lingua anglosassone, ma non solo, nei quali si tende spesso a far rientrare anche brevetti, modelli, marchi ed altre analoghe privative nell'alveo, per così dire, della "proprietà intellettuale".

Molti autori contemporanei si sono occupati di una rivisitazione dei principi che sono a fondamento del sistema di proprietà intellettuale, sull'onda dell'innovazione tecnologica e digitale degli ultimi decenni. Fino a pochi anni fa, infatti, non era concepibile un'opera dell'ingegno (ad esempio un romanzo) scollegata dal suo supporto fisico (cioè il libro cartaceo); con l'avvento della tecnologia digitale invece l'opera tende a de-materializzarsi e ad essere totalmente indipendente dal supporto fisico. Ciò ovviamente ha sconquassato equilibri economici e giuridici che si erano stabilizzati ormai da secoli. Ma se il mondo della scienza giuridica (della sociologia e della filosofia del diritto) ha studiato con grande fascino questa rivoluzione, il mondo del diritto applicato (le leggi e la prassi contrattuale) ha cercato in tutti i modi di contrastare questa tendenza e di riaffermare con fermezza il modello tradizionale, radicato sull'inscindibilità fra opera e supporto materiale. Tuttavia, l'osservazione dell'attuale panorama delle comunicazioni e della circolazione di informazioni e di contenuti creativi dimostra l'ormai inarrestabilità del fenomeno.

Studiosi e intellettuali di fama internazionale si sono da un lato fatti interpreti e portavoce di queste nuove istanze culturali e sociali, dall'altro lato hanno proposto modelli alternativi, che fungessero da spiraglio e paradigma innovativo. Il fenomeno più interessante in questo senso è quello che viene definito in senso ampio “copyleft”, ovvero un modello alternativo di gestione dei diritti d'autore grazie al quale il detentore dei diritti, attraverso l'applicazione di specifiche licenze, concede una serie di libertà agli utenti dell'opera. Questo modello alternativo è nato e si è sviluppato principalmente nell'ambito informatico (con i movimenti Software libero e Open Source), ma negli ultimi anni si è esteso a tutto il mondo delle opere dell'ingegno (con i movimenti Creative Commons, OpenAccess, Opencontent etc.).

Un'organizzazione specializzata delle Nazioni Unite, l'Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (o WIPO in inglese, acronimo di 'World Intellectual Property Organization') si occupa della negoziazione di nuovi trattati sulla materia e è responsabile del registro internazionale dei brevetti.

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Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale

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La World Intellectual Property Organization (WIPO, in italiano Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale, in francese Organisation mondiale de la propriété intellectuelle o OMPI) è una delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite. La WIPO è stata creata nel 1967 con la finalità di incoraggiare l'attività creativa e promuovere la protezione della proprietà intellettuale nel mondo.

La WIPO conta attualmente 183 stati membri, regola 23 trattati internazionali ed ha sede a Ginevra, in Svizzera. L'attuale direttore generale della WIPO è Kamil Idris.

Il predecessore della WIPO fu il BIRPI (Bureaux Internationaux Réunis pour la Protection de la Propriété Intellectuelle, ovvero Ufficio Internazionale Unito per la Protezione della Proprietà Intellettuale), che era stato istituito nel 1893 per amministrare la Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche e la Convenzione di Parigi per la protezione della proprietà industriale.

La WIPO venne creata formalmente dalla Convenzione per l'istituzione dell'Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (Firmata a Stoccolma il 14 luglio 1967 e emendata il 28 settembre 1979). In base all'articolo 3 di questa convenzione, la WIPO cerca di "promuovere la protezione della proprietà intellettuale in tutto il mondo". La WIPO divenne un'agenzia specializzata dell'ONU nel 1974.

Contrariamente ad altri enti delle Nazioni Unite, la WIPO dispone di risorse finanziarie significative, indipendenti dai contributi dei suoi stati membri. Per il 2006, oltre il 90% delle sue entrate di circa 500 milioni di franchi svizzeri, è stato generato dalla raccolta delle rette da parte dell'International Bureau (IB) tramite i sistemi di registrazione e iscrizione della proprietà intellettuale da esso amministrati (il Patent Cooperation Treaty, il Sistema Madrid per i marchi registrati e il Sistema L'Aja per i progetti industriali).

Come per tutti i forum multi-governativi delle Nazioni Unite, la WIPO non è un organo eletto. Alcuni sostengono che la WIPO non agisce quindi nell'interesse dei cittadini, dato che i rappresentanti dei suoi stati membri o non democratici o agenzie di governo altamente astratte che subiscono solo le azioni di lobbying delle grandi industrie. La WIPO solitamente cerca di prendere le sue decisioni per consenso, ma in ogni votazione, ogni stato membro ha diritto ad un solo voto, indipendentemente dalla popolazione o dal contributo ai finanziamenti. Tutto ciò è molto importante, perché esiste un significativo North-South divide nelle politiche della proprietà intellettuale. Negli anni '80, ciò ha portato negli Stati Uniti negli altri paesi sviluppati alla genesi di forum per la transizione degli standard sulle impostazioni della proprietà intellettuale di WIPO e in generale sulle tariffe doganali e il commercio, che in seguito evolsero nella Organizzazione mondiale del commercio, dove il Nord ha avuto il maggior controllo dell'agenda. Gran parte del lavoro è stato fatto attraverso commissioni, incluso ad esempio lo Standing Committee on Patents (SCP), la Standing Committee on Copyright and Related Rights (SCCR),la Advisory Committee on Enforcement (ACE), e la Intergovernmental Committee (IGC) on Access to Genetic Resources, Traditional Knowledge and Folklore, ed il Working Group on Reform of the Patent Cooperation Treaty Nell'ottobre del 2004 la WIPO si accordò per offrire una proposta all'Argentina ed al Brasile, "Proposal for the Establishment of a Development Agenda for WIPO", dalla dichiarazione di Ginevra sul futuro del WIPO. Questa proposta era spinta dai paesi sviluppati e da un grande contingene della società civile. Un certo numero di organismi della società civile hanno lavorato su un progetto di "Accesso alla Conoscenza" , o A2K, trattato che vorrebbero venisse introdotto.

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Dichiarazione di Ginevra sul futuro dell'organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale

La dichiarazione di Ginevra sul futuro dell'organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (in inglese: Geneva Declaration on the Future of the World Intellectual Property Organization) è un documento firmato nel 2004 da centinaia di organizzazioni non profit, scienziati, accademici ed altre personalità per sollecitare l'Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale (OMPI) a tener conto delle esigenze dei Paesi in via di sviluppo in tema di legislazione sulla proprietà intellettuale, nonché a considerare quest'ultima non come fine a sé stessa, ma come uno dei tanti mezzi per lo sviluppo.

La Dichiarazione scaturì tra il 13 e 14 settembre 2004 da un dibattito sul futuro dell'OMPI nel corso del TransAtlantic Consumer Dialogue a Ginevra, in Svizzera. In essa i firmatari sollecitarono l'OMPI ad abbandonare l'attuale politica di estensione dei diritti esclusivi senza riguardo al costo sociale e piuttosto suggerirono di giungere ad un compromesso tra il dominio pubblico e la concorrenza da un lato e la proprietà intellettuale dall'altro.

Lo stesso documento appoggia espressamente la recente proposta, da parte dell'Argentina e del Brasile, di stabilire un'agenda per lo sviluppo per l'OMPI.

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Giornata Mondiale della Proprietà Intellettuale

La Giornata Mondiale della Proprietà Intellettuale viene celebrata dal 2001.

Questo evento è stato creato dall'Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale. Il giorno 26 aprile è stato scelto in quanto data della Convenzione sulla Proprietà Intellettuale entrata in vigore nel 1970.

Ogni anno, l'evento è associato ad un messaggio.

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Diritto cinese

National Emblem of the People's Republic of China.svg

Il diritto cinese riguarda lo studio della scienza giuridica relativa alla storia, la tradizione e l'attuale ordinamento vigente nella Repubblica Popolare Cinese.

La Cina ha una tradizione giuridica di circa 4.000 anni, in gran parte di norme scritte. Fino al XX secolo l'esperienza giuridica cinese si è formata in maniera totalmente indipendente dalle esperienze occidentali e si presentava decisamente differente.

Il prima pietra miliare del diritto cinese è il Fajing, il "Classico delle Leggi", risalente al I millennio a.C. e composto da Li Kui, seguito poi dal Qinlü ("Legge dello stato Qin"), compilato basandosi sul primo. Se il primo è stato importante storicamente e culturalmente, il secondo lo è stato politicamente in quanto è stato il primo diritto unitario cinese in sostituzione a quello variegato dei vari regni. Durante il periodo della dinastia Tang il diritto cinese era abbastanza evoluto da poter influenzare quello dei vicini regni, come Giappone, Corea e Vietnam, in particolare nella distinzione tra i "riti" (li) e le "punizioni" (xing). Era un diritto decisamente iniquo e poco sviluppato, creato quasi esclusivamente per far fronte a illeciti di natura criminale.

Il diritto tradizionale cinese è basato su due tipi di fonti, i li e i fa, i primi di origine morale gli altri di origine normativa. La prima forma, basata sugli insegnamenti di Confucio, non concepiva diritti ma solo doveri verso la società o aspetti di essa, come la famiglia; i fa si accostano molto di più all'idea di legge occidentale, ma non hanno avuto sempre un indirizzo univoco, essendosi discostati ad esempio da i li durante la dinastia Qin che ordinò la cancellazione dei libri relativi al confucianesimo, ed avendo invece trovato una forma di raccordo durante quella Han. Il sistema antico era molto chiuso e vedeva la Cina al centro del mondo, oltre che contribuì a plasmare la mentalità cinese, tuttora rimasta, che la legge sia un precetto assoluto e allo stesso tempo un modello di comportamento.

C'è da rilevare che, a contrario di quanto si possa credere, i cinesi scrivevano le proprie leggi sin dai tempi antichi, particolarità che li accosta, per periodo storico e caratteristica, ai Romani. Dal VII secolo in poi infatti si sono succeduti vari codici, che loro chiamano lü, a carattere però essenzialmente penale. Nulla hanno a che vedere con i codici europei come quello francese, italiano o tedesco, dato che mai si sono occupati di organizzare lo Stato o le varie amministrazioni. Solitamente si trattava di una copia del codice precedente il quale conteneva alcuni precetti, solitamente penali, che comunque prevedevano poi una pena da infliggere, debitamente aggiornato a seconda dell'evoluzione sociale e culturale.

Si suole far cessare il diritto antico cinese con l'evento chiamato Guerra dell'Oppio (1842). Fattore determinante furono i rapporti tra Cina e i Paesi Occidentali, in particolare l'Impero Britannico che siglò il Trattato di Nanchino a fronte del quale ricevette fino al 1999 il porto di Hong Kong. Grazie a questo evento cominciò un'occidentalizzazione del diritto cinese. Fu nel XX secolo che iniziò uno studio approfondito dei sistemi occidentali e le varie codificazioni che susseguirono erano sostanzialmente basate sulle esperienze tedesca e giapponese. Nonostante la legislazione varata non ebbe mai una gran effettività date le turbolenze successive tra nazionalisti e comunisti.

Con l'avvento della Repubblica Popolare Cinese tutte le codificazioni preesistenti vennero però abrogate. L'eredità giuridica di quella esperienze rimase nella Repubblica di Cina, dove tutt'oggi la realtà normativa attuale è figlia di quell'elaborazione.

Nell'ultimo periodo vengono elaborati tre concetti che rivoluzionano l'impostazione giuridica cinese: l'ereditarietà di altre forme di diritto, soprattutto quello romano; il significato sociale di quest'ultimo in un'ottica di mercato e la sua razionalità anche qualora uno stato socialista non lo ammettesse. Partendo da questi presupposti (e facilitati dall'introduzione successiva della proprietà individuale) i giuristi cinesi si sforzano di armonizzare il loro sistema a quello di impronta romanistica (sia di common law che di civil law) predominante in ambito di mercati internazionali.

L'organo legislativo cinese è l'Assemblea Popolare Nazionale (APN) e precisamente dal suo Comitato Permanente. Le leggi emanate da questo organo non devono essere contrarie alla Costituzione e le leggi: tuttavia non esiste una Corte Suprema, simile all'italiana Corte Costituzionale come in gran parte dei paesi occidentali in quanto questa funzione è svolta dalla stessa APN.

La giurisprudenza svolge un compito di mera applicazione delle norme, in quanto l'interpretazione e la creazione del diritto sono riservati all'Assemblea.

Il diritto cinese, specialmente in ambito civile, è composto da un vasto e complicato reticolo di norme. La norma primaria è la Costituzione, quinta in ordine di creazione e ferma al 1982. Dopodiché ci sono le leggi dell'ANP, i regolamenti amministrativi del Consiglio e le leggi particolari degli enti territoriali.

Non esiste un codice civile effettivo in quanto la situazione socio-economica dello Stato non è mai stata stabile ma molto mutevole: si è preferito quindi creare leggi ad hoc sul diritto di famiglia, sul diritto industriale eccetera in base al momento e in base alla necessità. Una sorta di codice civile embrionale è costituita dai Principi Generali del Diritto Civile, corpus legislativo composto da 156 articoli entrato in vigore nel 1987.

È interessante notare come in Cina esista anche il diritto economico, completamente assorbito da quello civile in Italia ed in altri paesi occidentali: questa ragione si spiega col fatto che lo Stato interviene direttamente sugli aspetti economici della nazione, soprattutto coi cosiddetti "piani statali direttivi". C'è da ricordare infatti che gran parte del settore industriale cinese è prettamente di natura pubblica e controllata.

Anche l'ordine gerarchico delle fonti ha generato spesso perplessità e situazioni caotiche dato che non era minimamente disciplinato fino agli anni '80. Una prima bozza di organizzazione è stata fornita dai Principi generali del Diritto Civile del 1986, che hanno posto la Costituzione come fonte primaria. Una metodica e definitiva sistemazione della gerarchia delle fonti è stata poi infine apprestata dalla Legge sulla legislazione del 2000 che ha confermato il ruolo primario e fondamentale della Costituzione, alla quale sono sottoposti nell'ordine le leggi nazionali emanate dall'ANP, i regolamenti amministrativi centrali, le leggi emanate dalle Assemblee provinciali e municipali. Ruolo importante hanno le leggi emanate dalle Assemblee delle Regioni Autonome, le quali possono essere anche difformi dalle leggi nazionali ma mai in contrasto, ovviamente, alla Costituzione. La "Legge sulla legislazione" pone poi altri criteri interpretativi: la legge speciale ad esempio prevale su quella generale, salvo quando previsto diversamente, così come quella successiva abroga quella precedente.

Altra fonte primaria del diritto, accanto alla Costituzione, sono il Partito Comunista, l'ideale socialista, il pensiero di Mao e di Deng Xiaping, la morale etica eccetera. Previsione dalla forte componente ideologica e politica.

Comparati a un codice civile occidentale, questi principi appaiono come una forma embrionale di un codice completo. La Cina ha provato a redigere una fonte normativa di questo tipo sin dagli anni '40, ma le successive relazioni diplomatiche e problematiche interne hanno da sempre arginato o quantomeno ostacolato la formazione di un corpus civile concreto. Con la fine della Grande Rivoluzione Culturale si è provveduto a ricominciare i lavori per organizzare quantomeno un regime provvisorio: tuttavia l'esecutivo e l'ANP cinesi si sono trovati di fronte, a causa dei mutamenti sociali ed economici intrapresi, a dover emanare leggi civili per materie che necessitavano urgentemente.

Allo stato attuale quindi i Principi Generali si occupano, di ciò che non era stato previsto normativamente in precedenza e sono stati poi integrati da successive norme speciali: la situazione è decisamente caotica e frammentata. Nondimeno l'importanza di questo incompleto corpus è fondamentale nell'evoluzione giuridica cinese dato che ha comunque dato un'organizzazione sistematica a vari principi di diritto civile importati dall'esperienza giuridica occidentale.

La legge sui contratti del 1999 è l'attuale testo normativo della materia contrattuale. Soppianta quello che viene definito il Tripode, ovvero tre leggi emanate in materia contrattuale precedentemente a fronte dell'apertura ai mercati della Cina. È divisa in una parte speciale di otto capitoli ed una speciale di sedici, per un totale di più di 400 articoli.

È interessante notare come figura centrale di questa legge sia lo hetong ("contratto") in chiave molto simile a quella occidentale. La prima parte della legge si sofferma su principi di tradizione meramente romanistica, come la posizione paritetica dei soggetti, il principio di equità, il principio della buona fede e quello di liceità. Seguono poi le disposizione relative alla forma, alla capacità giuridica, gli elementi. Tra gli elementi, spiccano quello della proposta e l'accettazione, che bastano da soli a porre in essere un negozio giuridico. Vengono poi disciplinati il ritiro della proposta o dell'accettazione, le nullità e annullabilità del contratto, l'esecuzione e infine la responsabilità per inadempimento.

La Cina ha recepito negli ultimi anni un'importante figura del diritto anglosassone (presente anche in Italia), ovvero quella del trust. Dopo alcune bozze legislative, la normativa è entrata in vigore il 1 ottobre 2001. La legge, suddivisa in 74 articoli e 7 capitoli, compie numerose deleghe al Consiglio di Stato per le misure da attuare relative all'organizzazione e gestione delle società fiduciarie.

Un dato interessante da osservare è che il diritto cinese ha recepito più che il modello originario dei sistemi di common law, quello del trust internazionale e l'ha disciplinato prendendo ispirazione dai modelli giapponese e coreano, dandogli un'impronta decisamente incline ai sistemi di civil law. Si parla del cosiddetto trust amorfo, creato da giuristi continentali ed anglosassoni in seno alla Convenzione dell'Aja, che prevede in varie ipotesi non un trasferimento di proprietà, strettamente necessario nel diritto inglese, ma la nascita d'un rapporto obbligatorio.

La propensione di introdurre uno strumento così diverso nel proprio sistema, fortemente caldeggiata dagli esperti di diritto cinesi, va fatta risalire a tre importanti considerazioni: i benefici nel settore finanziario e la loro continua evoluzione, la mancanza (ora sopperita) di una normativa sui diritti reali e gli intrecci giuridici e culturali di Hong Kong. Più in particolare la figura del trust ben si rapporta con quel pragmatismo giuridico, deprecato da molti e che ha per base il ragionamento la legge come strumento dello sviluppo economico.

In virtù del suo sistema che affonda le radici nell'ideale socialista, la proprietà individuale in Cina è una questione veramente complessa e articolata.

Fino ai tempi di Mao la proprietà individuale non era ammessa ed era riservata esclusivamente allo Stato. Con l'apertura del socialismo di mercato la proprietà individuale ha avuto sempre più spazio, ma solo per alcuni frangenti espressamente previsti dalla legge.

Anche gli altri diritti reali hanno avuto col tempo riconoscimenti parziali o totali a seconda dei casi, ma la situazione era decisamente ambigua. A porre un primo assetto definitivo ed esaustivo della materia è intervenuta l'importante legge approvata il 16 marzo 2007.

La proprietà immobiliare è una questione decisamente complicata in Cina. Innanzitutto un privato, sia persona fisica, giuridica, cinese o straniera, non può essere mai proprietario di un terreno. Il terreno è proprietà esclusiva dello Stato. Un privato può però ottenere in uso un dato terreno tramite due modalità: allocazione e concessione.

Il primo caso, l'allocazione, è molto simile ad un usufrutto illimitato: solitamente concessa per uso non privato e gratuitamente o quasi, da comunque poche garanzie al beneficiario. Il terreno è espropriabile dello Stato per qualsiasi motivo senza indennità e non è cedibile a nessuno.

Il secondo caso, la concessione, è molto più oneroso per il privato in quanto deve versare una quota canone ma concede l'uso effettivo del terreno, il quale può essere ceduto anche ad altri. Tuttavia la concessione è regolata da un contratto periodico che ha una determinata scadenza. Questo aspetto è molto rilevante in caso di investimenti da parte di società estere che, a volte ignare del regime della proprietà cinese, non sanno che dopo un determinato lasso di tempo potrebbero perdere un terreno per scadenza del termine. In caso di espropriazione da parte dello Stato del terreno prima della scadenza del termine è prevista un'indennità al cittadino.

In entrambi i casi, anche se il terreno è dello Stato perennemente, il privato può chiedere di poter costruire sopra. Se ottiene la licenza, quanto costruito è di esclusiva proprietà del privato.

La proprietà intellettuale è stata da sempre un notevole problema in Cina, specialmente in tempi più remoti. L'investitore straniero soprattutto era spesso scoraggiato dalla totale mancanza di tutela in questo ambito. Con l'ingresso della Cina nel WTO anche la proprietà intellettuale ha cominciato ad avere una sua disciplina, anche se tutt'oggi la portata effettiva della tutela giuridica offerta rimane problematica.

Una delle più importanti normative in materia è quella dei marchi, entrata in vigore per la prima volta nel 1982 e rivista varie volte, l'ultima nel 2001. A questa si aggiunge il regolamento attuativo per i marchi, e la legge sulla concorrenza sleale. C'è comunque da precisare che la Cina ha partecipato a quasi tutte le stipule per trattati e organizzazioni internazionali relative ai marchi.

Uno dei problemi più ingenti sui marchi in Cina è il regime di riconoscimento: non si basa sul preuso, ma esclusivamente sulla data di registrazione. Questo ha portato tanti cinesi a registrare nel proprio Registro nazionale marchi di organizzazioni estere che presumibilmente avrebbero investito in Cina, privandole del loro segno distintivo e sparando prezzi altissimi per rivendere ciò che in realtà era loro. Questo accade tutt'oggi anche se è prevista la possibilità di chiedere la cancellazione del marchio vantando il pre-uso: tuttavia è una procedura molto lunga, fastidiosa e costosa.

Altro problema è la lingua: essendo una lingua molto diversa da quelle occidentali, il cinese può creare molti problemi a livello di suono. È una lingua infatti fonetica, dove i toni della voce possono dare significati di parole scritte diversamente o viceversa scritte ugualmente. Il pericolo maggiore è che un cinese possa generare confusione dando un nome scritto diverso ad un prodotto ma che si pronuncia sostanzialmente con toni simili.

Per registrare un marchio in Cina si può ricorrere o ad un'agenzia per la registrazione diretta nel Registro cinese (società straniere non possono intraprendere rapporti diretti con le autorità cinesi), salvo il caso delle Foreign Invested E. (FIE), oppure tramite registrazione internazionale.

Il marchio è tutelabile sia in sede amministrativa, sia in sede giudiziale, sia infine in una sede più particolare, offerta dalla guardia doganale. Il primo procedimento è quello preferito e più diffuso, in quanto è molto breve, poco costoso e azionabile anche senza prove evidenti, basta il semplice sospetto per attivare le ispezioni necessarie. I problemi che comporta è la poca efficenza il alcuni casi e l'esiguo importo fissato di base per i risarcimenti non determinabili (500.000 RMB). Le decisioni dell'organo amministrativo sono appellabili entro 15 giorni al grado superiore e nei tribunali civili. Il procedimento giudiziale è più lento, costoso e soprattutto meno competente, anche se sta conoscendo una buona evoluzione. Si adisce questa via essenzialmente per ottenere risarcimenti più corposi o quando la situazione è decisamente complessa e necessita di un accertamento giuridico. Si può avviare sia un procedimento civile che penale, ma qualora coesistano il risarcimento è stabilito in via penale. Chi utilizza un marchio altrui slealmente rischia anche 7 anni di carcere. L'ultima protezione non riguarda un procedimento ma una tutela di tipo pratico: il soggetto può infatti registrarsi, mediato, alla GAC cinese che effettua spesso controlli ferrei alle dogane e può distruggere o sanzionare importazioni illecite, anche relativamente ai marchi.

La normativa dei brevetti, emanata nel 1984 e regolamentata per l'attuazione nel 2001, non differisce molto da quella internazionale: sono anche in Cina previsti design e invenzioni. Prevede sostanzialmente gli stessi tipi di tutela del marchio anche se con sanzioni meno ingenti.

L'unico aspetto che si differenzia dal diritto italiano e internazionale è la possibilità della licenza obbligatoria ad un terzo che per tre anni abbia senza successo richiesto la licenza al titolare del diritto offrendo situazioni di vantaggio.

La normativa del diritto d'autore è decisamente recente (elaborata nel 2001 e finita di attuare nel 2004) e improntata sulla legislazione internazionale, quindi molto simile a quella degli Stati occidentali e completa.

Il matrimonio in Cina ricalca le stesse funzioni e le stesse prerogative del matrimonio occidentale di derivazione romanistica, ma si discosta per alcune differenze sensibili. Anche in Cina il matrimonio è l'unione tra un uomo ed una donna al fine di procreare figli e creare un nucleo familiare. Si riconosce e sancisce l'esclusività del matrimonio, pertanto si tutela la monogamia e vieta la bigamia (o peggio poligamia). Uno degli aspetti che più colpisce il giurista estero è la stretta correlazione tra matrimonio e controllo delle nascite: l'età minima per contrarre matrimonio è infatti molto più elevata rispetto ai paesi occidentali, potendo sposarsi l'uomo a 22 anni e la donna a 20. Le autorità cinesi scoraggiano inoltre matrimoni in giovane età, mentre pongono agevolazioni per i matrimoni in età avanzata: il motivo è semplice, andando avanti con gli anni la possibilità di fare più di un figlio si riduce sensibilmente. È da ricordare inoltre che il governo attua delle politiche di agevolazione per le famiglie che hanno un figlio (o un numero ridotto di figli a seconda delle aree) e, al contrario, di sanzioni piuttosto ingenti per chi trasgredisce questa regola sociale (rigorosamente imposta dall'art.25 della Costituzione).

I coniugi hanno gli stessi diritti e doveri di gran parte degli ordinamenti mondiali: correttezza, vita in comune e obbligo del mantenimento di figli e del coniuge più debole. Hanno parità di diritti e doveri ed eguaglianza sociale e in famiglia.

In Cina è previsto il divorzio: per ottenerlo i due coniugi devono recarsi dove hanno contratto matrimonio e presentare richiesta formale. Qualora sia un divorzio consensuale, presentano domanda congiunta che verrà analizzata dalle Autorità ed eventualmente accolta. Per i divorzi richiesti da una sola parte o comunque non consensuali, sia avvia un procedimento più articolato ma sostanzialmente non molto difforme da quello italiano, con due fasi di tentativo di conciliazione dei coniugi e poi la sentenza costitutiva che scioglie gli effetti matrimoniali. Non può chiedere il divorzio il marito se la moglie è incinta, ha partorito da meno di un anno o ha interrotto la gravidanza da sei mesi.

Il matrimonio è nullo se contratto senza l'altrui volontà, senza i requisiti di età o contro le disposizioni di legge (quindi con parenti in linea diretta e affini entro il terzo grado). È annullabile entro un anno se contratto con la violenza altrui o se la persona non era libera.

Moccia Luigi, Profili emergenti del sistema giuridico cinese, Philos, Roma 1999.

Antonelli Federico Roberto, Storia e diritto commerciale nella Cina contemporanea, Bagatto libri, 2007.

Antonelli Federico Roberto, La “Legge sulla legislazione” ed il problema delle fonti nel diritto cinese, in Mondo cinese 119 (2004), 23-36.

Cavalieri Renzo, La legge e il rito, Milano 1999.

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Source : Wikipedia