Poste Italiane

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Inviato da david 16/03/2009 @ 17:12

Tags : poste italiane, amministrazioni pubbliche, politica

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Poste italiane

Automobile col logo Poste Italiane

Le Poste italiane S.p.A. sono la più importante azienda postale italiana. Nate come ente pubblico che gestiva in monopolio i servizi postali e telegrafici per conto dello Stato, oggi sono organizzate con questo nome in società per azioni, il cui capitale è detenuto dallo Stato italiano per il 65% e dalla Cassa depositi e prestiti per il 35%.

Ereditando l'impostazione iniziale delle "Poste di Sardegna", il corrispondente servizio del Regno di Sardegna, dopo l'unificazione, le poste furono costituite in ente nazionale, inglobando anche le aziende di servizi postali dei regni annessi.

Nel 1889 fu istituito un apposito Ministero delle Poste e Telegrafi, incaricato di dotare il territorio nazionale di una rete capillare di uffici presso i quali fosse possibile inoltrare e ricevere corrispondenza (anche telegrafica), effettuare e ricevere chiamate telefoniche e realizzare operazioni finanziarie e di gestione del risparmio; per un certo periodo, inoltre, gli uffici postali svolsero anche il ruolo di sportello per i nascenti servizi elettrici. Nel 1917 nasce il servizio dei conti correnti postali (noto, a partire dal 2000, con il nome BancoPosta). Per alcuni anni le Regie Poste disposero anche l'apertura di uffici postali italiani all'estero.

Con lo sviluppo dell'alfabetizzazione, l'entrata in guerra (la Grande guerra o prima guerra mondiale 1915-1918) e la creazione di nuovi prodotti come i francobolli commemorativi e le cartoline, i servizi postali crebbero in importanza e frequentazione presso l'utenza, garantendo uno sviluppo anche commerciale dell'ente, che ben presto avrebbe incluso fra i suoi servizi anche la posta aerea ed avrebbe operato in contiguità del ristrutturato servizio di posta militare.

Durante il fascismo il Ministero delle Poste e Telegrafi (cui si deve l'abbreviazione "PT") divenne un importante centro di potere, anche per la sua singolare capacità di controllo dei cittadini, messo a servizio della censura, e la rete di servizio venne potenziata con l'acquisizione e la realizzazione di strutture logistiche nuove e specializzate. Con lo sviluppo della telefonia e della radiofonia, il ministero inglobò l'Azienda di Stato per i servizi telefonici (A.S.S.T.) e la nascente EIAR, aziende che si affiancarono all'Ente postale nel costituire un fronte di enti statali gestori delle comunicazioni fra e verso i cittadini.

Dopo il secondo conflitto mondiale 1940-1945 le Poste crebbero anche nel valore delle operazioni finanziarie, perfezionando i servizi di risparmio (con i famosi libretti), con le emissioni di titoli, ed acquisendo a scapito del sistema bancario pressoché tutti i pagamenti e le riscossioni dello Stato.

All'inizio degli anni ‘90 tanto la Pubblica Amministrazione quanto il servizio postale italiano erano considerati un pezzo del Paese irrecuperabile rispetto ai principi di efficienza e redditività. Ovvero rappresentavano il simbolo stesso del vecchio, del fatiscente, del disagevole, insomma dell'inadeguatezza nell'erogazione di servizi essenziali rispetto a un sistema economico e sociale che richiedeva certezza dei tempi, qualità, sicurezza nelle transazioni. Il disavanzo di bilancio era ormai endemico così come l'aumento dei costi del personale che nel 1986 assorbivano circa il 93% (di cui il 16% per trattamenti di quiescenza) delle entrate correnti. La produttività per addetto dal 1970 al 1985 si era ridotta del 24% a discapito della qualità dei servizi erogati e con l'unica certezza che alla fine di ogni anno lo Stato interveniva finanziariamente per ripianare una situazione di deficit sempre più critica.

Gli elementi sin qui analizzati resero in definitiva la graduale privatizzazione di Poste una tappa quasi obbligata o quanto meno necessaria (l'alternativa poteva essere ad es. il taglio delle attività meno redditizie, abdicando a discapito del servizio universale) e spianarono la strada per un abbandono delle logiche pubblicistiche passate e per intraprendere un nuovo rapporto con lo Stato - costruito di fatto sul Contratto di Programma (Obbligo del Servizio Universale) - più prossimo a principi aziendali di maggiore autonomia tariffaria e relazioni con il personale meno politicizzato (fenomeno ridimensionato, ma nei fatti ancora presente).

Il bilancio per il 1997 chiudeva con una perdita di 777 miliardi, in recupero rispetto al rosso di 893 miliardi registrato nel 1996.

Nel novembre 1997, la Direttiva Prodi sui servizi postali assegna a Poste Italiane il compito di migliorare la qualità del servizio raggiungendo anche, tramite una nuova offerta di servizi, il pareggio dei costi di gestione della rete postale. Ciò avrebbe evitato, di conseguenza, tagli di personale e aumenti tariffari.

La Direttiva aveva lo scopo di eliminare le disfunzioni del servizio postale italiano, di rendere Poste Italiane un'azienda in grado di contribuire allo sviluppo del Paese, il tutto preservandone le caratteristiche sociali.

Nel febbraio 1998 il ministero del Tesoro (Governo Prodi I) nomina Corrado Passera amministratore delegato della neo-formata Poste Italiane SpA. Il piano industriale di Corrado Passera dal 1998 al 2002 realizzò un taglio del personale di 22.000 unità. D'altra parte, a detta di alcuni esponenti sindacali, si è verificata una precarizzazione dei contratti dei neoassunti, casi di dimissioni per mobbing diffuso e per il super-carico di lavoro, a causa di un eccesso di tagli al personale spinto che avrebbe fatto mancare anche quote di forza lavoro necessarie. Dal punto di vista dell'azienda, il Fondo Solidarietà ha rappresentato nel lungo termine un risparmio sul costo del lavoro, oltre ad abbassare l'età media del personale. Per 10 anni una quota statale e una trattenuta in busta paga ai neoassunti hanno finanziato gli ultimi due anni di contributi mancanti per il prepensionamento di migliaia di dipendenti. L'operazione, a costo zero per l'impresa, ha sostituito queste uscite con personale sotto i 24 anni con contratti triennali di apprendistato.

Con D.P.R. 298 del 2002 gli assegni postali sono stati equiparati a quelli bancari ai fini delle azioni di regresso e di protesto. Per agevolare ulteriormente l'accettazione degli assegni postali, Poste italiane ha siglato nel 2006 una convenzione con la società di garanzia assegni Centax, che favorisce l'utilizzo degli assegni postali come strumento di pagamento presso tutti gli esercizi commerciali che espongono il marchio Centax.

A partire dal 2005, un accordo con l'Agenzia delle Dogane ha permesso di delegare alle Poste italiane la gestione diretta dello sdoganamento dei pacchetti provenienti dall'estero, causando l'ira di molti utenti che si sono visti tassare (con la quota fissa di 5,50 €) anche pacchetti di valore inferiore alla franchigia precedentemente esistente. A partire dal 2006, è diventata poi drammatica la questione dell'importazione dei pacchi: a causa dell'inadeguatezza delle strutture allestite presso i gateway internazionali, i ritardi nelle consegne hanno cominciato ad assumere dimensioni dell'ordine di parecchi mesi, suscitando le vive proteste degli utenti del servizio e catturando l'attenzione di importanti organi di informazione. In particolare va menzionato il disservizio dei gateway di MILANO ROSERIO e Lonate Pozzolo che hanno accumulato ritardi nella consegna di oltre 6 mesi non fornendo, tra l'altro, nessuna spiegazione plausibile. Dal novembre 2006, i diritti di sdoganamento di 5,50€, giudicati illegittimi da molte associazioni di consumatori, sono stati abrogati, e le Poste italiane si sono impegnate a restituire le cifre versate nel frattempo. Nel Febbraio 2008 vengono distrutte 200 tonnellate di posta , forse per far fronte all'enorme massa di plichi e missive accumulate dai forti ritardi nella consegna, ma più probabilmente corrispondenza di detinatari trasferiti o sconosciuti, che vengono mandati al macero invece che rispediti al mittente.

A marzo 2007, le Poste annunciano di voler entrare nel mercato della telefonia mobile come Operatore virtuale di rete mobile; è la prima volta che un'azienda postale entra in tale campo. A fine aprile 2007 Poste italiane e Vodafone Italia hanno siglato l'accordo di collaborazione che apre le porte al lancio dell'operatore mobile virtuale sul mercato italiano. Grazie all'accordo, Vodafone metterà a disposizione di Poste italiane la propria infrastruttura di rete grazie alla quale l'Azienda sarà il primo gruppo postale al mondo ad entrare nella telefonia mobile. Vodafone Italia garantirà a Poste italiane l'accesso ad una gamma completa di servizi, dalla voce al sms, dal roaming al traffico dati. Vodafone ha inoltre realizzato la piattaforma che consentirà l'integrazione tra i sistemi. delle due aziende lasciando a Poste italiane la piena ed autonoma gestione del cliente. II servizio, operativo entro l'anno, sarà interamente gestito da Poste italiane che può contare su un'ampia e consolidata base clienti e una presenza capillare sul territorio nazionale di 14 mila uffici postali, oltre 40 mila sportelli e diversi canali di vendita tra cui il web a il call center, ai quali si aggiungerà presto il telefonino. Nella sua nuova veste di operatore mobile, Poste italiane utilizzerà il suo brand, sarà esclusivo titolare del rapporto con i Clienti, avrà a disposizione un prefisso dedicato a gestire tutte le attività commerciali e di assistenza clienti. Poste italiane potrà scegliere i servizi da offrire con decisioni e processi Completamente indipendenti e con una sua totale autonomia tariffaria. Dunque non solo voce e sms ma anche la possibilità di pagare bollettini, inviare telegrammi, lettere e raccomandate, pagare servizi di mobilità nel trasporto come taxi, bus, treno, inviare cartoline cartacee realizzate con mms e conoscere lo stato di un invio attraverso il servizio di tracciatura della corrispondenza.

Oggi Poste italiane S.p.A. è una società per azioni il cui capitale è posseduto per il 65% dal Ministero dell'Economia e delle Finanze (ex Tesoro) e per il restante 35% dalla CDP (Cassa Depositi e Prestiti, trasformata nel 2003 in SpA e partecipata anch'essa dal Tesoro per il 70% e dalle Fondazioni bancarie per il restante 30%). La società è posta sotto il controllo e la vigilanza del Ministero dello Sviluppo Economico, già Ministero delle Comunicazioni, ha un organico di circa 150.000 impiegati (nel 1990 si contavano oltre 237.000 dipendenti) ed un utile netto di 843,6 milioni di euro (bilancio Gruppo Poste Italiane 2007).

Nel 2011 è prevista in ambito UE la piena liberalizzazione del settore postale.

Nel 1967 imposero l'adozione del Codice di Avviamento Postale (C.A.P.), col quale il territorio nazionale fu suddiviso in partizioni identificate da un codice a 5 cifre, usato per la distribuzione meccanizzata della posta.

Vi è stato inoltre il cambiamento di CAP per 79 comuni e circa 2400 frazioni. Questa operazione ha fatto inoltre sparire i CAP "generici" in favore di CAP più specifici (ad esempio il CAP "generico" 00100 è stato soppresso in favore di CAP più specifici, come ad esempio 00192, 00195, ecc.). Poste italiane ha inoltre informato l'utenza che l'aggiornamento avverrà in futuro con cadenza annuale. Ha destato proteste la decisione dell'azienda di rendere a pagamento il nuovo database contenente i CAP.

Una novità del 2007 è che le spedizioni Postacelere 1 plus, Paccocelere 1 plus e Paccocelere Maxi nel caso la spedizione non vada a buon fine vengono reinoltrate al mittente con l'onere aggiuntivo delle spese di spedizione per il ritorno al mittente del collo pari a quanto già pagato per la spedizione al destinatario.

Poste Assicura S.p.A. è una società di Poste Vita e fornisce servizi di consulenza ed assistenza assicurativa alle società del gruppo.

Poste Assicura, nata nel 2002 come S.r.l., era inizialmente un'agenzia multimandataria che vendeva prodotti confezionati insieme ad altre compagnie di assicurazione con lo scopo di ottenere le migliori condizioni di mercato, senza avere i costi tipici delle società di assicurazioni come la gestione dei sinistri e quella attuariale. La vendita avveniva attraverso la rete degli uffici postali di Poste italiane, rappresentando così una dei primi esempi di bancassicurazione in Italia.

Dal 1º ottobre 2007 con l'iscrizione di Poste Italiane al Registro Unico degli Intermediari assicurativi, Poste Assicura ha cambiato oggetto sociale ed è diventata una società di service e i prodotti distribuiti sotto il marchio di Poste Assicura sono diventati di Poste Italiane.

Dal 2 marzo 2007 il nuovo amministratore delegato è Maria Bianca Farina.

Dopo la privatizzazione, seguendo l'esempio anche delle aziende europee similari, le Poste italiane hanno acquisito partecipazioni in aziende di trasporto di merci già attive sul territorio nazionale, ampliando ed integrando i servizi offerti alla clientela.

L' EBIT è di 1,77 miliardi, l' utile netto di 844 milioni. Il patrimonio netto ammonta a 3,07 miliardi e l'indebitamento finanziario netto è di 260,8 milioni. Nel 2007 ha occupato mediamente 155.736 dipendenti.

Solo Poste Italiane S.p.A. ha avuto ricavi per 9,80 miliardi, l'EBIT di 1,58 miliardi, un utile netto di 704 milioni, un patrimonio netto di 2,91 miliardi, un indebitamento finanziario netto di 876,2 milioni. Le partecipazioni detenute nelle società controllate valgono 1.05 miliardi di euro. Nel 2007 ha occupato mediamente 152.474 dipendenti. Dispone di 13944 uffici postali. Possiede immobili per un valore di 1.70 miliardi.

Per la parte superiore



Trieste

Panorama di Trieste

Trieste (Trieste in triestino, Trst in sloveno, serbo e croato, Triest in tergestino e tedesco, Tergeste/Tergestum in latino, Trieszt in ungherese) è un comune italiano di 208.599 abitanti, capoluogo dell'omonima provincia e della regione autonoma a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia.

La città è situata nell'estremo nord-est italiano, vicino al confine con la Slovenia, nella parte più settentrionale del Mare Adriatico e si affaccia sull'omonimo golfo. Il territorio cittadino è occupato prevalentemente da un pendio collinare che diventa montagna anche nelle zone limitrofe all'abitato; si trova ai piedi di un'imponente scarpata che dall'altopiano del Carso scende bruscamente verso il mare. Il monte Carso, a ridosso della città, raggiunge la quota di 458 metri sul livello del mare. Trieste è divisa in diverse zone climatiche a seconda della distanza dal mare o dell'altitudine.

Al di sotto delle arterie stradali cittadine scorrono corsi d'acqua che provengono dall'altopiano. Liberi un tempo di scorrere all'aperto, da quando la città si è sviluppata, a partire dalla seconda metà del 1700, vennero incanalati in apposite condutture ed ancora oggi percorrono i sotterranei delle odierne via Carducci, via Battisti o via delle Settefontane. A sud della città scorre il Rio Ospo che segna il confine geografico dell'Istria settentrionale.

Secondo la classificazione di Köppen, il clima di Trieste rientra nel tipo mediterraneo. Grazie ad una latitudine intermedia tra il polo e l'equatore e alla posizione rivierasca, la città di Trieste gode di un clima mite d'inverno e caldo, ma non torrido, d'estate. Relativamente al trentennio 1971-2000 la media annuale della temperatura è stata di 15,0 °C; le temperature medie del mese più freddo (gennaio) si sono aggirate attorno ai 6 C°, mentre nel mese più caldo (luglio) si sono attestate sui 24 °C. L'umidità media annuale è del 64% e risulta tra le più basse in Italia.

Come molte zone rivierasche, in inverno, ma non solo, il territorio di Trieste è talvolta investito da masse di aria fredda di origine continentale da Est-Nord-Est che allo sbocco in Adriatico raggiungono velocità notevoli con raffiche che in mare aperto possono superare i 50 nodi. Dati completi si possono trovare sulle voci relative alle singole stazioni.

Sin dal II millennio a.C. il territorio della provincia di Trieste fu sede di importanti insediamenti protostorici, i castellieri, villaggi arroccati sulle alture e protetti da fortificazioni in pietra, i cui abitanti appartenevano a popolazioni di probabile origine illirica e di stirpe indoeuropea. Fra il X e il IX secolo a.C. la popolazione autoctona entrò in contatto con un'altra etnia indoeuropea, i (Venetici, Heneti o Eneti), da cui venne notevolmente influenzata sotto il profilo culturale.

Tergeste si sviluppò e prosperò in epoca imperiale, imponendosi come uno dei porti più importanti dell'alto Adriatico sulla via Popilia-Annia. Il nucleo abitativo nel 33 a.C. venne cinto da alte mura (ancora visibile la porta meridionale, il cosiddetto Arco di Riccardo.) da Ottaviano Augusto (murum turresque fecit) e venne arricchito da importanti costruzioni quali il Foro ed il Teatro.

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, la città passò sotto il controllo di Bisanzio fino al 788, quando venne occupata dai franchi. Nel 1098 risultava già diocesi vescovile con il nome latino di Tergestum. Nel XII secolo divenne un comune libero e dopo secoli di battaglie contro la rivale Venezia, Trieste si pose sotto la protezione (1382) del duca d'Austria conservando però una certa autonomia fino al XVII secolo.

Nel 1719 divenne porto franco ed in quanto unico sbocco sul mare Adriatico dell'Impero Austriaco, Trieste fu oggetto di investimenti e si sviluppò diventando, nel 1867, capoluogo della regione del Litorale Adriatico dell'impero (l'"Adriatisches Küstenland"). Nonostante il suo stato privilegiato di unico porto commerciale della Cisleitana e primo porto dell'Austria-Ungheria, Trieste mantenne sempre in primo piano, nei secoli, i legami culturali con l'Italia; infatti, anche se la lingua ufficiale della burocrazia era il tedesco, l'italiano era la lingua del commercio e della cultura. Nel XVIII secolo il dialetto triestino (dialetto di tipo veneto) sostituì il tergestino, l'antico dialetto locale di tipo retoromanzo). Il triestino, parlato anche da scrittori e filosofi, continua ad essere tuttora l'idioma più usato in ambito familiare e in molti contesti sociali di natura informale e talvolta anche formale, affiancandosi, in una situazione di diglossia, all'italiano, lingua amministrativa e principale veicolo di comunicazione nei rapporti di carattere pubblico.

Trieste fu, assieme a Trento, il centro dell'irredentismo, movimento che, negli ultimi decenni del XIX secolo e agli inizi del XX aspirava a un congiungimento della città con l'Italia. Ad alimentare l'irredentismo triestino erano soprattutto le classi borghesi in ascesa (ivi compresa la facoltosa colonia ebraica), le cui potenzialità ed aspirazioni politiche non trovavano pieno soddisfacimento all'interno dell'Impero Austro-Ungarico. Quest'ultimo veniva visto da molti come un naturale protettore del gruppo etnico slavo presente sia in città che in quelle zone multietniche che costituivano il suo immediato retroterra (che iniziò ad essere definito in quegli anni con il termine di Venezia Giulia). In realtà agli inizi del Novecento il gruppo etnico sloveno era in piena ascesa demografica, sociale ed economica, e, secondo il censimento del 1910, costituiva circa la quarta parte dell'intera popolazione triestina. Ciò spiega come l'irredentismo assunse spesso, nella città giuliana, dei caratteri marcatamente anti-slavi che vennero perfettamente incarnati dalla figura di Ruggero Timeus. La convivenza fra i vari gruppi etnici che aveva da secoli contraddistinto la realtà sociale di Trieste (e di Gorizia) subì, pertanto, un generale deterioramento fin dagli anni che precedettero la prima guerra mondiale.

Nel 1918 il regio esercito entrò a Trieste acclamato dalla maggioranza della popolazione, che era di sentimenti italiani. La sicura imminente annessione della città e della Venezia Giulia all'Italia, fu però accompagnata da un ulteriore inasprimento dei rapporti tra il gruppo etnico italiano e quello sloveno, traducendosi talvolta anche in scontri armati. A tale proposito furono emblematici, il giorno 13 aprile 1920, i disordini scoppiati a Trieste in seguito di un attentato contro l'esercito italiano di stanza a Spalato, che aveva causato due vittime fra i militari. Durante i disordini, contraddistinti da un marcato carattere anti-slavo, un gruppo di squadristi triestini presidiò il Narodni dom (Casa Nazionale), centro culturale degli sloveni locali, che fu dato alle fiamme. «Il rogo...mostra con le fiamme, che ben si possono scorgere da diversi punti della città, la forza del fascismo in attesa».

Con la firma del Trattato di Rapallo del 1920, Trieste passò definitivamente all'Italia, inglobando, nel proprio territorio provinciale, zone dell'ex Contea di Gradisca, dell'Istria e della Carniola.

Il periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu segnato da numerose difficoltà per Trieste. L'economia della città fu colpita infatti dalla perdita del suo secolare entroterra economico; ne soffrì soprattutto l'attività portuale e commerciale, ma anche il settore finanziario. Trieste perse la sua tradizionale autonomia comunale e cambiò anche la propria configurazione linguistica e culturale; quasi la totalità della comunità germanofona lasciò infatti la città dopo l'annessione all'Italia. Con l'avvento del fascismo, moltissimi sloveni emigrarono nella vicina Jugoslavia, mentre l'uso pubblico delle lingue slovena e tedesca fu proibito. Dalla fine degli anni venti, cominciò l'attività sovversiva dell'organizzazione antifascista e irredentista sloveno-croata TIGR, con alcuni attentati dinamitardi anche nel centro cittadino.

Nonostante i problemi economici e il teso clima politico, la popolazione della città crebbe negli anni venti del Novecento, grazie soprattutto all'immigrazione da altre zone dell'Italia. La prima metà degli anni trenta furono invece anni di ristagno demografico, con una leggera flessione della popolazione dell'ordine di circa l'1% su base quinquennale (nel 1936 si contarono infatti quasi duemila abitanti in meno che nel 1931). Nello stesso periodo, e successivamente, fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, furono portate avanti alcune importanti opere urbanistiche; tra gli edifici importanti vanno ricordati il palazzo dell'Università e il Faro della vittoria. Con l'introduzione delle leggi razziali fasciste del 1938, la vita culturale e economica della città fu gravemente danneggiata dall'esclusione della comunità ebrea dalla vita pubblica. Le crescenti attività illegali del Partito comunista e di gruppi irredentisti sloveni preannunciavano il clima di scontro che avrebbe caratterizzato la vita politica della città nei due decenni successivi.

La Risiera fu uno dei tre principali campi di concentramento d'Italia, insieme a Fossoli e a Bolzano. Fu l'unico, però, ad essere dotato di un proprio forno crematorio, fatto poi saltare dai nazisti in fuga.

In seguito negli anni cinquanta fu usato come campo profughi per gli italiani che fuggivano dalla pulizia etnica partigiana comunista-Jugoslavia, è oggi museo.

L'insurrezione dei partigiani italiani e jugoslavi a Trieste fu molto particolare. Il 30 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale del quale era presidente don Edoardo Marzari, composto da tutte le forze politiche antifasciste con l'eccezione dei comunisti, proclamò l'insurrezione generale; al tempo stesso le brigate dei partigiani comunisti jugoslavi con l'appoggio del PCI attaccarono dall'altipiano. Gli scontri si registrarono principalmente nelle zone di Opicina (sull'altipiano carsico), del Porto Vecchio, del castello di San Giusto e dentro il Palazzo di Giustizia, in città. Tutto il resto della città fu liberato. Il comando tedesco si arrese solo il 2 maggio alle avanguardie neozelandesi, che precedettero di un giorno l'arrivo del generale Freyberg. Il 1° maggio i dirigenti delle brigate partigiane jugoslave di Tito giunsero a Trieste. Convocarono in tutta fretta un'assemblea cittadina composta da cittadini jugoslavi e da due italiani compiacenti. Quest'assemblea proclamò la liberazione della città, in modo da potersi presentare agli americani come i liberatori. Così facendo costrinsero i partigiani del CLN a rientrare nella clandestinità.

Gli jugoslavi issarono subito le bandiere jugoslave, simboli comunisti e il Tricolore con la stella rossa al centro. Le milizie jugoslave, giunte a Trieste a marce forzate per precedere gli anglo americani nella "liberazione" della Venezia Giulia, non contenevano nessuna unità partigiana italiana inserita nell'Esercito jugoslavo mandate a operare altrove. Gli alleati (nello specifico la Seconda divisione neozelandese, che fu la prima ad arrivare in città) presero atto che la liberazione fosse stata compiuta da parte dei titini, chiedendo e ottenendo in cambio la gestione diretta del porto e delle vie di comunicazione con l'Austria (infatti, non essendo ancora a conoscenza del suicidio di Hitler, gli alleati stavano preparando il passo ad un'invasione dell'Austria e quindi della Germania).

L'esercito jugoslavo assunse i pieni poteri. Nominarono un Commissario Politico, Franc Štoka, membro del partito comunista. Il 4 maggio vennero emanati dall'autorità jugoslava a Trieste, il Comando Città di Trieste (Kommando Mesta Trst) gli ordini 1, 2, 3 e 4 che proclamano lo stato di guerra, impongono il coprifuoco (a combattimenti terminati) e uniformano il fuso orario triestino a quello jugoslavo. Limitarono la circolazione dei veicoli. Prelevarono dalle case i cittadini italiani, in media un centinaio al giorno, non solo fascisti o collaborazionisti, ma anche molti Combattenti della Guerra di Liberazione. Agli occupatori interessava infatti dimostrare di essere stati i soli ad aver liberato il capoluogo giuliano.

L'otto maggio proclamarono Trieste città autonoma in seno alla Settima Repubblica Federativa di Jugoslavia. Sugli edifici pubblici fecero sventolare la bandiera Jugoslava affiancata dal tricolore con una stella rossa al centro. In città la popolazione viveva nel terrore. Presto si scoprì dove andavano a finire i prelevati: nelle foibe o nei campi di concentramento, come quello di Borovnica. Arresti indiscriminati, confische, requisizioni, ruberie e violenze d'ogni genere, terrorizzarono ed esasperarono i triestini che invano sollecitarono l'intervento del Comando Alleato. Il comando alleato e quello jugoslavo raggiunsero infine un accordo provvisorio sull'occupazione di Trieste. Il 9 giugno 1945 a Belgrado, Tito, verificato che Stalin non era disposto a sostenerlo, concluse l'accordo con il generale Alexander che portò le truppe jugoslave a ritirarsi dietro la linea Morgan. Gli alleati assunsero allora il controllo della città.

Le rivendicazioni jugoslave e italiane nonché l'importanza del porto di Trieste per gli Alleati furono la spinta nel 1947, sotto l'egida dell'ONU, alla istituzione del "Territorio libero di Trieste" (TLT), uno stato cuscinetto. Per l'impossibilità di nominare un Governatore scelto in accordo tra angloamericani e sovietici, il TLT rimase diviso in due zone d'occupazione militare: la Zona A amministrata dagli Alleati e la Zona B amministrata dagli jugoslavi. Questa situazione continuò fino al 1954 quando il problema venne risolto semplicemente spartendo il territorio libero di Trieste secondo le due zone già assegnate: anzi, furono incorporate alla Jugoslavia alcuni villaggi (Albaro Vescovà, San Servolo, Crevatini, Plavia e Valle Oltra) del comune di Muggia, arrivando fino ai monti che sovrastano la periferia della città. Tale situazione provvisoria fu resa definitiva nel 1975, col Trattato di Osimo intercorso tra Italia e la allora Jugoslavia.

Alcuni movimenti locali rimarcano tuttavia che gli articoli del Trattato di Pace - firmato e ratificato dall'Italia e dalle 21 nazioni ammesse alla Conferenza di Parigi del 1947 - che istituivano il TLT, de jure mai sono stati abrogati. Recentemente, rispondendo a una loro petizione, il Segretariato delle Nazioni Unite ha confermato per iscritto che tuttora qualsiasi Paese membro dell'ONU potrebbe richiedere la messa all'ordine del giorno della designazione del Governatore del Territorio Libero.

Fra la metà del XVIII e gli inizi del XX secolo Trieste conobbe un'epoca caratterizzata da un notevole sviluppo economico accompagnato da una crescita demografica molto sostenuta, che permise alla città di passare dalle poche migliaia di residenti del periodo 1730-1740 agli oltre 220.000 del 1910. Con la fine della prima guerra mondiale e il congiungimento di Trieste all'Italia, il capoluogo giuliano assisté a un progressivo ristagno della propria popolazione a causa delle mutate condizioni geopolitiche in cui si era venuto a trovare alla fine della Grande guerra. Da principale emporio dell'Impero Austro-Ungarico la città e il suo porto erano passati infatti ad occupare una posizione periferica dell'allora Regno d'Italia.

All'indomani della seconda guerra mondiale in città si verificò un altro mutamento delle dinamiche demografiche che l'avevano caratterizzata fino ad allora: l'esodo di molti italiani dalle terre dell'Istria ebbe infatti come meta Trieste, che conobbe ancora una volta di un'impennata della popolazione residente, oltre a profonde trasformazioni della propria composizione etnica e del tessuto sociale urbano. In quegli stessi anni, e in particolare a partire dal 1954, con la fine del TLT, oltre 20.000 triestini, spinti da motivazioni economiche ma anche di indole politica, scelsero l'emigrazione, dirigendosi principalmente in Australia, Canada e Sudamerica. Durante gli anni cinquanta e sessanta gli abitanti si mantennero costantemente al di sopra delle 270.000 unità.

Da quel momento la città ha assistito a una progressiva diminuzione della propria popolazione. Le condizioni geo-politiche nuovamente mutate, la mancanza di un entroterra ampio che le desse respiro e la progressiva chiusura di molte attività economiche (come i cantieri navali San Marco) hanno costretto ampi strati di popolazione a trasferirsi altrove alla ricerca di lavoro.

Ne è conseguito un decremento della natalità e un progressivo invecchiamento della popolazione residente con cali demografici che per lungo tempo hanno raggiunto e superato le 2000 unità all'anno.

Nonostante la ripresa cui abbiamo fatto accenno, la città continua ad essere in testa alle classifiche italiane per anzianità della popolazione.

Trieste è un crocevia di culture e religioni, conseguenza sia della sua posizione geografica di "frontiera" sia delle vicissitudini storiche che ne hanno fatto un punto di incontro di molti popoli; infatti quasi ogni etnia e ogni movimento religioso ha un proprio luogo di culto. Nella città di Trieste attualmente sono presenti accanto agli italiani numerosi gruppi etnici minoritari (tra cui croati, serbi, rumeni, greci, austriaci, tedeschi, sloveni e gruppi di recente insediamento tra i quali arabi, albanesi, cinesi, africani e sudamericani).

Nel vasto territorio comunale di Trieste, il cui contado si spinge fino al confine con la Slovenia, si incontrano altresì località dell'altopiano carsico in cui vive una minoranza di lingua e cultura slovena, tutelata da apposite normative, la quale dispone di una propria rete scolastica, di proprie organizzazioni culturali e sportive e di propri movimenti politici. La comunità slovena è stimata in circa il 5,7% della popolazione del comune.

È altresì da notare che al di là del confine avviene la stessa cosa in senso inverso, cioè è presente la comunità istriana di lingua italiana che mantiene stretti legami culturali con la madrepatria ed in particolare con la città di Trieste, ma che non gode di eguali tutele nella regione litoraneo-montana croata.

Fino alla prima guerra mondiale la comunità di lingua tedesca superava il 5% della popolazione del comune, poi si ridusse drasticamente a causa del trasferimento in Austria di molti impiegati pubblici. La comunità slovena, presente nella città fin dal medioevo, raggiungeva il 25% della popolazione del comune (revisione del censimento 1910). Durante il ventennio fascista fu proibito agli sloveni di usare la propria lingua e in molti casi vennero italianizzati i cognomi. Attualmente, tuttavia, nel centro urbano tedeschi e sloveni sono superati in consistenza da altre comunità, in particolare dalle nutrite comunità cinese (attiva nel commercio) e serba (lavoratori nell'edilizia).

Prima della seconda guerra mondiale e della conseguente occupazione nazista, inoltre, esisteva anche una florida comunità ebraica (nel 1931 i residenti di religione ebraica erano 4.671, di cui 3.234 aventi la cittadinanza italiana). Questa si è progressivamente ridotta e attualmente conta circa 700 membri.

A Trieste si trova la sede della CEI (Central European Initiative), un ente internazionale con lo scopo di favorire la cooperazione e lo sviluppo nell'Europa centrale; vi fanno parte 17 paesi dall'Italia alla Bielorussia.

Nella città, sede universitaria dal 1924, trovano luogo numerose organizzazioni scientifiche internazionali e il principale parco scientifico italiano. Trieste infatti è diventata nota come Città della scienza e ospita una comunità scientifica ed universitaria molto conosciuta e rinomata all'estero che richiama ogni anno migliaia di studenti da tutto il mondo e di tutte le culture. Da notare in campo scientifico sono il sincrotrone ELETTRA, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) ed il Centro Internazionale di Fisica Teorica.

I musei del comune di Trieste comprendono il "Museo Revoltella - Galleria d'arte moderna", i "Civici musei di storia ed arte", una rete ("museo multiplo") di undici istituzioni museali triestine (Museo di storia ed arte e orto lapidario", Museo del Castello e Armeria", Lapidario tergestino, Museo d'arte orientale, Museo teatrale "Carlo Schmidl", Museo di guerra per la pace "Diego de Henriquez" Museo della Risiera di San Sabba, Museo di storia patria, Museo Morpurgo de Nilma, Museo Sartorio, Museo del Risorgimento e Sacrario Oberdan e Museo postale e telegrafico della Mitteleuropa (in collaborazione con le Poste italiane) e i "Civici musei scientifici", costituiti da quattro istituzioni (Museo civico di storia naturale, Acquario marino, Museo del mare e Orto botanico). Altri tre musei fanno parte del "Servizio bibliotecario urbano" (Museo Sveviano, Museo petrarchesco piccolomineo e Museo Joyce Museum), a cui si aggiungono due biblioteche (Biblioteca civica "Attilio Hortis"" e Biblioteca comunale del popolo "Pier Antonio Quarantotti Gambini", l'Archivio diplomatico e l'Archivio storico).

Lo Stadio Nereo Rocco, inaugurato nel 1992, ospita infine una serie di opere d'arte contemporanea, vincitrici di un apposito concorso (Nike, di Paolo Borghi primo classificto, ed opere di Nino Perizi, Marino Cassetti e Franco Chersicola, Livio Schiozzi, Claudio Sivini, Carlo Ciussi, Luciano Del Zotto, Gianni Borta, Enzo Mari e Francesco Scarpabolla. Per il "Polo natatorio" Davide Rivalta ha scolpito l'Ippopotamo in equilibrio sulla sfera.

L'ambiente culturale mitteleuropeo e la particolare storia di Trieste hanno favorito fin dall'Ottocento l'affermazione di scrittori triestini e l'arrivo di importanti autori stranieri che nella Città vissero a lungo. L'elenco di sotto comprende i più importanti scrittori nativi di Trieste e altri scrittori celebri che vissero e scrissero le loro maggiori opere nel capoluogo giuliano.

Dal 2007 in città si svolge il Premio Letterario Nazionale "Città di Trieste". Durante l'evento tra gli altri viene assegnato il "Città di Trieste" riconoscimento alla carriera per la letteratura, il cinema e il teatro con la consegna dell'Alabarda d'oro, scultura realizzata dal celebre artista triestino Bruno Chersicla.

Sono molti i triestini celebri nell'ambito di storia, cultura, scienza, sport.

Le attività commerciali e industriali della città sono ancora legate, anche se in misura minore rispetto al passato, al porto, in costante declino dal ricongiungimento di Trieste all'Italia. Nonostante l'incidenza negativa di quest'ultimo sul piano economico e occupazionale, la popolazione triestina gode di un alto tenore di vita (nel 2008 la Provincia di Trieste era seconda in Italia dopo quella di Milano) e di elevati livelli di reddito.

Nel settore dell'industria ci sono stabilimenti che trattano la meccanica industriale e navale (cantieri), la metallurgia (ferriera), in funzione dalla fine del '800. Uno dei principali insediamenti industriali è la fabbrica della Wärtsilä Italia, ex Grandi Motori Trieste, il più grande stabilimento per la produzione di motori navali in Europa e uno dei più importanti di componenti per centrali elettriche. Lo stabilimento, in continua crescita, ha ricevuto anche delle commesse per le ricostruzioni di centrali in Iraq. Sempre in ambito navale, Trieste è anche sede del gruppo Fincantieri (con cantieri presenti in Italia, Germania e USA), leader mondiale nella costruzione di navi da crociera e in ascesa nel settore della marina militare.

Grazie allo sviluppo dell'industria meccanica favorito dai numerosi cantieri navali, a partire dai primi anni del XX secolo vennero fondate società per la produzione di veivoli e autoveicoli, raggiungendo il massimo sviluppo a partire dal 1922, con l'insediamento di uno stabilimento della Ford e della sede legale della filiale italiana, per poi vedere chiudere le attività produttive dal 1931 in poi a causa delle pressioni della Fiat al regime fascista. Le ultime imprese attive nella produzione di autoveicoli chiusero nel secondo dopoguerra.

A Trieste si trovano anche i laboratori della Alcatel e della Telit, importanti compagnie operante nel settore delle telecomunicazioni.

Nel settore alimentare possiamo ricordare importanti società come Illy (caffè), Principe e Sfreddo (salumi), Parovel, Potocco, Pasta Zara, Stock. Sono di fondazione triestina anche la Hausbrandt (caffè) e la Dreher.

Oltre il 90% di tutte le aziende industriali e buona parte di quelle artigianali trovano la loro sede nella zona industriale sita nelle valli di Zaule e delle Noghere, a cavallo dei Comuni di Trieste, Muggia e San Dorligo della Valle/Dolina, amministrata dall'EZIT.

A Trieste è presente un settore avanzato della ricerca scientifica, un Sincrotrone, un centro Avanzato di Fisica Teorica, e terziario avanzato.

La città è sede di compagnie assicurative, fondate a Trieste nel periodo Asburgico : come Generali, SASA Assicurazioni, RAS e Lloyd Adriatico (ora di proprietà di Allianz Italia Spa).

Nella zona di Trieste è, in discussione su pressione della Regione, la costruzione di uno o due gassificatori di GNL: uno a terra in zona Zaule ed uno fuori costa nel Golfo di Trieste.

Trieste è un importante nodo di comunicazioni tra l'Italia e tutta l'Europa dell'est.

È raggiungibile in automobile dall'autostrada A4 Venezia – Trieste (interessata negli ultimi tempi da un progetto di allargamento a tre corsie per ogni senso di marcia visto l'aumento sensibile del flusso veicolare negli ultimi anni) attraverso il primo svincolo presso Sistiana da cui ci si collega alla Strada regionale 14 e si può ammirare il paesaggio sul golfo dalla cosiddetta Strada Costiera. Dopo questa uscita l'autostrada prende il nome di Raccordo Autostradale 13. Altre uscite sono nei pressi di Prosecco ed è stato ultimato e aperto al traffico a novembre 2008 l'ultimo tratto Padriciano – Cattinara. La città è collegata anche alla rete autostradale Slovena. Verso Lubiana il transito avviene attraverso il vecchio valico confinario di Fernetti, mentre verso l'Istria avviene attraverso la bretella verso il valico di Rabuiese che collega la città alla rete autostradale verso Capodistria e Pola.

Il sistema delle infrastrutture stradali è ampiamente sfruttato dall'Autostazione di Trieste che garantisce collegamenti in pulmann quotidiani per numerosi centri urbani di Slovenia, Croazia, Serbia e la capitale bulgara Sofia, mentre alcune autolinee collegano, con una frequenza minore, la città con altri stati dei Balcani.

Trieste è servita dalle linee per Venezia e Udine della Rete ferroviaria italiana che la collegano con il resto del paese; l'austroungarica Ferrovia Meridionale collega la città con Lubiana e Vienna, mentre la Ferrovia Transalpina raggiunge l'attuale Repubblica Ceca. Il traffico passeggeri di Trieste è concentrato nella Stazione Centrale con collegamenti quotidiani (EurostarCity, Intercity Plus, Intercity Notte) verso le maggiori località italiane. La società Cisalpino raggiunge Basilea. I treni Euronight per l'Est Europa fermano a Villa Opicina.

Dal porto di Trieste partono quotidianamente numerosi treni merci e le cosiddette RoLa (Rollende Autobahn, "autostrade viaggianti"). Le principali destinazioni sono, in Europa: Salisburgo, Villach, Linz, Vienna, Lovosice, Brno, Bratislava, Budapest, Monaco di Baviera e Ulma. In Italia i treni servono Bologna, Milano e Padova, mentre navette merci collegano il porto con l'interporto di Cervignano del Friuli. Sono in corso d'organizzazione sevizi analoghi con gli autoporti di Fernetti e Gorizia.

Trieste è anche attraversata dal cosiddetto Corridoio 5, un corridoio paneuropeo che percorre l'intera Europa da Lisbona a Kiev. Nell'ambito dello sviluppo di questa direttrice sono in progetto opere per il miglioramento della mobilità europea, tra cui il tracciato AV - AC Venezia - Trieste, attualmente in fase di approfondimento delle condizioni progettuali (ipotesi di tracciato con affiancamento Autostrada A4), che comprende anche il progetto sotterraneo Ronchi dei Legionari - Trieste, in fase di modifica dopo la bocciatura nella valutazione di impatto ambientale.

Sono allo studio anche diverse ipotesi per il tracciato Trieste - Divaccia (Slovenia), la tratta transfrontaliera, probabilmente tutta in galleria sotterranea che, attraversata la città, si collegherà alla bretella ferroviaria proveniente da Capodistria per poi dirigersi verso Lubiana.

Trieste si serve dell'Aeroporto di Ronchi dei Legionari, unico scalo regionale.

Trieste ha un porto di notevoli dimensioni con diversi terminal, da quello container, alle banchine per i traffici Ro-Ro con la Turchia, principale "porta" europea dei prodotti turchi, fondamentali per lo scalo. Rilevanti anche la movimentazione del caffè (un terzo delle importazioni nazionali) e il terminal petrolifero, da cui parte l'oleodotto Transalpino, che rifornisce Austria, Baviera e Repubblica Ceca. Riguardo al traffico passeggeri è in crescita l'attività croceristica che porta ogni estate più di 100.000 passeggeri. È prevista la costruzione della Piattaforma Logistica, uno snodo intermodale porto - ferrovia che riguarderà l'attuale settore del Porto Nuovo dove attualmente sorge la Ferriera di Servola.

Il sistema dei trasporti di Trieste è gestito dalla Trieste Trasporti ed è ben sviluppato e distribuito su tutto il territorio comunale e provinciale. La rete di autobus comprende le linee cosiddette "urbane", il cui percorso rimane all'interno del territorio cittadino, nonché diverse linee che collegano la città alle sue frazioni come Basovizza, Prosecco o Opicina sull'altopiano carsico, e l'unica tranvia rimasta in funzione, il tram de Opcina. Altre linee coprono l'intero territorio provinciale raggiungendo Muggia e Sistiana. Dal primo settembre 2008 la Trieste Trasporti ha istituito una linea internazionale che collega la città con Sesana al prezzo di un biglietto autobus orario (1,00 €).

Trieste ha una lunga tradizione nei collegamenti via mare, che servono la città e le zone limitrofe sia nella regione Friuli-Venezia Giulia e l'Istria. Tali linee cessarono di operare nella seconda metà degli anni settanta del XX secolo, per essere ripristinate solo a partire dell'estate 1999. La Trieste Trasporti organizza attualmente le linee di navigazione con il capoluogo verso la cittadina istriana di Muggia e nel periodo estivo sono attivi altri collegamenti verso Barcola e Grignano. Questi servizi sono però curati da compagnie di navigazione locali.

Sempre durante il periodo estivo è attivo un collegamento marittimo gestito dall'APT con la cittadina di Grado.

La società Ustica Lines, invece, ha in gestione il sistema di collegamenti con la costa istriana, con aliscafi veloci che raggiungono Portorose, Parenzo e Rovigno.

Le distanze sono calcolate dal centro città.

Nel Giro d'Italia 2009 Trieste è arrivo della 2ª tappa, da Jesolo.

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E. A. Mario

E. A. Mario

E.A. Mario, nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta (Napoli, 5 maggio 1884 – Napoli, 24 giugno 1961), è stato un paroliere italiano, autore di numerose canzoni di grande successo, come La leggenda del Piave.

I brani furono composti in parte in lingua italiana, altri in lingua napoletana; di essi, quasi sempre, scriveva sia i testi che la musica.

È sicuramente da annoverare, insieme a Salvatore Di Giacomo, Ernesto Murolo e Libero Bovio, tra i massimi esponenenti della canzone napoletana della prima metà del Novecento ed uno dei protagonisti indiscussi della canzone italiana dal primo dopoguerra agli anni cinquanta, sia per la grandissima produzione - dovuta alla sua felice ed inesauribile vena poetica - che alla qualità delle sue opere.

Il futuro E.A. Mario nacque da una modesta famiglia di Pellezzano (SA), in un basso di Vico Tutti i Santi, in uno dei quartieri più popolari della città, quartiere Vicaria. Il padre, Michele Gaeta, era barbiere e la madre, Maria della Monica, una casalinga.

Il retrobottega della barberia del padre era tutta la loro casa. Un locale dove vivevano molte persone di famiglia; il fratello Ciccillo, le sorelle Agata e Anna, lui, la madre ed il padre. In altre due piccole stanzette, tre zie ed uno zio.

Si sposò nel 1919 con Adelina, figlia di un'attrice molto famosa all'epoca, Leonilde Gaglianone. Il loro fidanzamento fu brevissimo, durò infatti appena tre mesi. Dal loro matrimonio nacquero poi tre figlie; Delia, Italia e Bruna .

Nella sua giovinezza frequentò e fu molto benvoluto da un altro grande poeta e commediografo napoletano, Eduardo Scarpetta, genitore di quella felice stirpe di talenti che furono poi i fratelli Eduardo, Peppino e Titina De Filippo.

Collaborò molto con il massimo editore napoletano dell'epoca; Ferdinando Bideri, che fu editore anche di Gabriele D'Annunzio.

Non divenne mai ricco ed agiato poiché, molto presto, a causa di una grave malattia della moglie, e per poter provvedere la sostentamento della sua famiglia, decise di vendere i diritti di tutte le sue canzoni ad una casa editrice di Milano, ricevendo poi, negli anni successivi, solo una piccolissima percentuale.

Fu un appassionato ed accanito lettore di libri, specie di quelli storici, per cui si ritrovò a formarsi una grande cultura, molto ricca e pluridisciplinare.

Un suo vezzo era, di tanto in tanto, arricchire la sua dialettica con citazioni sempre precise.

In gioventù riuscì persino ad iscriversi all'Istituto nautico ma, non potendo il padre sostenerlo negli studi, poiché le tasse risultavano troppo impegnative per la modesta economia familiare, non poté mai diventare capitano di lungo corso.

Quando aveva circa dieci, undici anni, un giorno capitò che, un posteggiatore, entrato nel negozio di barbiere del padre, per radersi o per farsi tagliare i capelli, dimenticò un mandolino sulla sedia e, fu proprio con quello strumento, strimpellando piano piano, giorno dopo giorno, che imparò ad usarlo ed a tirare poi fuori tante bellissime melodie. Suonava bene il mandolino ed imparò la musica grazie ad una pubblicazione settimanale della Casa Editrice Sonzogno, "La musica senza maestro". L'intera raccolta è tutt'ora in possesso della figlia Bruna.

Molti lo chiamavano "Maestro" ma, lui, pur essendolo di fatto divenuto, per riservatezza si scherniva dicendo di non esserlo.

Egli componeva la melodia, l'armonia completa di motivo, e in seguito un bravo maestro esperto gli trascriveva le partiture senza cambiare quasi mai nulla del motivo originale che a lui veniva naturale far scivolare così, come richiedeva la canzone, sui testi precisi nel ritmo che, già all'abbozzo, risultavano perfetti e facili da trascrivere sul pentagramma.

Giovanissimo si impiegò nelle Regie Poste Italiane a Napoli, lavorando negli uffici di Palazzo Gravina, zona di Monteoliveto, vecchia sede delle Poste Napoletane, dove già un tempo - alcuni anni prima di lui - lavorò come telegrafista un'altra grande scrittrice napoletana, Matilde Serao.

Gaeta fu assegnato allo sportello delle raccomandate e dei vaglia, dove, dopo poco tempo, fece un incontro fortunato. Un giorno, riconobbe davanti a lui, avendone letto il cognome come mittente di una raccomandata, il musicista Raffaele Segrè, noto compositore di canzonette dell'epoca.

Con la sfrontatezza e la sincerità propria del suo carattere e della sua giovanissima età, ebbe a dirgli: "Maestro, le vostre musiche sono bellissime ma i testi sono tante papucchielle!".

Il musicista, risentito, stava quasi per rispondergli in malo modo ma le molte persone presenti ed i colleghi del poeta, che già lo conoscevano molto bene, gli fecero capire che il ragazzo era molto bravo poeticamente: " Professò, chisto è uno ca 'e poesia se ne intende!".

Il Segrè allora, preso da un'istintiva simpatia, gli lanciò una sfida: "Facimme 'na cosa, scrivetemi voi un testo, una poesia ed io, se sarà bella, ve la musicherò!".

Fu così che nacque la sua prima canzone in dialetto napoletano, "Cara mamma", pubblicata dalla Casa editrice Ricordi.

La sua attività di Poeta iniziò nel 1902 a Genova ed a Bergamo. A Genova conobbe Alessandro Sacheri, giornalista e redattore capo del "Il Lavoro" che, resosi conto del valore del giovanotto (aveva 18 anni), gli diede il suo primo lavoro da giornalista. Il giovane talento scelse di utilizzare lo pseudonimo di "Hermes" utilizzato alternativamente con "Ermes".

Grazie alla cultura molto varia che si era costruito leggendo tantissimo era in grado di scrivere articoli su vari argomenti che poi riusciva a pubblicare in diversi giornali. Dalle Poste fu successivamente allontanato per "scarso rendimento, poiché l'impiegato postale era in realtà Giovanni Gaeta, assentatosi in apparenza senza giusti motivi. Ma successivamente, accertato che Giovanni Gaeta altri non era che il celebre E.A.Mario, fu reintegrato perché tutti erano orgogliosi di lui. Nelle Poste, quindi, finì con il lavorare per tutta la vita.

Fu una persona di grande cultura musicale e letteraria.

La sua generosità e la grande disponibilità, sempre disinteressata, verso gli altri, il suo carattere e la sua sensibilità, lo resero oggetto di grande stima e di profondo affetto, da parte di tutti coloro che ebbero modo di frequentarlo.

In molti cercarono d'imitarlo, ma il talento poetico e musicale non s'improvvisa.

Anche il grande Totò, agli inizi della sua carriera, nel tentativo di cambiare genere di spettacolo, scrisse e recitò "Vicoli", una parodia della canzone "Vipera" di E.A. Mario.

Nel 1918, nella notte del 23 giugno, poco dopo il termine della battaglia del solstizio, in seguito alla resistenza, la riscossa e la vittoria italiana sul Piave, scrisse di getto i versi e la musica de La leggenda del Piave, che gli procurò subito una grande notorietà.

La canzone fu a torto considerata l'inno nazionale italiano, poiché esprimeva la rabbia e l'amarezza per la disfatta di Caporetto e l'orgoglio per la grande riscossa e la vittoria sul fronte veneto.

La leggenda del Piave solo per caso non divenne l'inno nazionale italiano definitivo. Solo perché ad Alcide De Gasperi, che l'aveva convocato a Roma, per chiedergli di scrivere l'inno ufficiale per la Democrazia Cristiana, facendogli intendere che avrebbe, con grande piacere, appoggiato la candidatura della sua canzone, nella scelta dell'inno della Patria, E.A. Mario rispose che non se la sentiva, perché lui non scriveva su commissione ma solo per ispirazione, solo col cuore. Alcide De Gasperi ci rimase molto male e, all'occasione, non fece avanzare la candidatura della Leggenda del Piave.

Egli volle rendere un tributo alla amata Patria: di tutte le medaglie che aveva ricevuto dai comuni interessati, le prime cento le donò "alla Patria", assieme alle fedi nuziali sua e di sua moglie, nel novembre del 1941. Le altre che gli restarono furono poi rubate dopo la sua morte, nel maggio 1974 nella casa di una delle figlie, esclusa la Commenda in oro che gli aveva consegnato il re Vittorio Emanuele ed i gemelli in oro donati dall'ex re Umberto II in occasione del suo settantesimo compleanno. Questi cimeli sono attualmente conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli, Lucchesi Palli, nella sala a lui intitolata e dedicata.

La leggenda del piave è stata riproposta come inno nazionale il 21 luglio del 2008 da Umberto Bossi.

Nel 1904, Giovanni Gaeta adottò per la prima volta lo pseudonimo di E.A. Mario, che gli avrebbe poi portato tanta fortuna facendolo diventare famoso in tutto il mondo con le sue canzoni. Il suo nome d'arte E.A. Mario, è la composizione di varie scelte. “E” deriva dal suo primo pseudonimo Ermes (o Ermete), “A” fu scelto come segno di riconoscimento e stima verso Alessandro Sacheri, giornalista e scrittore, suo amico fraterno, nonché caporedattore del giornale Il Lavoro di Genova, che gli pubblicò i primi lavori di scrittore. Mario stava ad indicare il patriota Alberto Mario, che fu suo idolo nella giovinezza, trascorsa con grande passione Mazziniana e, forse, anche perché gli piaceva lo pseudonimo con il quale si firmava la poetessa polacca, direttrice del periodico Il Ventesimo di Bergamo Maria Clarvy. Il suo pseudonimo fu adottato per la prima volta nel 1904, nella pubblicazione della sua prima canzone in vernacolo napoletano, intitolata Cara mamma, della quale si è detto in precedenza presso l'Editore Ricordi di Milano.

Agli inizi della sua carriera,era solito firmare i suoi lavori con il suo vero nome; Giovanni Gaeta. Nutriva in quel periodo, una grande ammirazione per il Carducci e per Mazzini, ai quali spesso dedicava i suoi versi.

Una delle sue prime composizioni in lingua, nel 1905, fu proprio la sua Canzone a Mazzini, con prefazione della poetessa veneta Vittoria Aganoor Pompilj, un poemetto di 999 novenari, che gli procurò anche un “amichevole richiamo” da Mario Rapisardi, appassionato mazziniano.

Ciò però non lo distolse dal desiderio di portare la prima copia del suo lavoro, direttamente sulla tomba di Mazzini a Staglieno, in segno di grande ammirazione.

Nella sua attività di poeta e compositore, esplose tutta la carica vulcanica della sua viscerale napoletanità. Nella sua lunga carriera, scrisse oltre 2.000 canzoni e molte di queste le musicò anche.

La versatilità del suo genio artistico, lo portava a toccare, con eguale abilità, tutte le varie sfaccettature di quel prisma luminoso che è l'arte letteraria; saggi storici, novelle, poesie, canzoni.

La sua passione per le poesie e la sua vena ricca ed inesauribile, oltre che di grandissimo spessore e qualità, finezza ed originalità, lo portarono ad essere, nella storia della letteratura partenopea, uno degli autori più produttivi e fecondi; un gigante ed un punto di riferimento, diventando poi, con il tempo, un vero monumento artistico.

Incisioni famose di sue canzoni sono, le interpretazioni di Santa Lucia luntana di Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Franco Ricci, Gilda Mignonette, Francesco Albanese, registrate sui vecchi supporti in vinile a 78 giri.

In seguito molte delle sue canzoni più famose, vennero registrate ed interpretate dai più grandi tenori di tutti i tempi, quali, tra gli altri; Giuseppe Di Stefano, Mario Del Monaco, José Carreras, Plácido Domingo, fino al grande Luciano Pavarotti.

Le sue canzoni hanno fatto parte del repertorio dei maggiori cantanti napoletani di varie generazioni, da Massimo Ranieri a Mario Merola, da Peppino Di Capri a Roberto Murolo, Mario Abbate, Sergio Bruni e tanti altri ancora.

La famosa canzone Tammuriata nera, della quale E.A. Mario compose la musica, nacque da una circostanza assai curiosa avvenuta nel 1945. Edoardo Nicolardi, amico di E.A. Mario, nonché dirigente amministrativo del famoso ospedale napoletano Loreto Mare, un giorno vide un particolare trambusto nel reparto maternità. Ciò che suscitò tanta meraviglia fu una ragazza napoletana che aveva partorito un bambino di colore. Il caso però non rimase isolato, vi furono altre ragazza che partorirono bambini frutto di relazioni con soldati afro-americani.

Quando la sera i due amici si ritrovarono a casa di E.A. Mario, (i due, oltre che essere amici e colleghi, stavano per diventare anche consuoceri, poiché Italia terza figlia di E.A.Mario, doveva di lì a poco sposare Ottavio, figlio del Nicolardi), si resero subito conto della svolta epocale che quel fatto rappresentava ed E.A.Mario esclamò commosso: "È 'na mamma curaggiosa! È 'na mamma chiena 'e core! Edua', facimmo 'sta canzone!". E fu così che sull'onda della commozione, con spirito partenopeo, sull'immediatezza dei versi del Nicolardi, dettati di getto, e l'istintiva melodia di E.A. Mario, nacque quella canzone che è diventata poi, famosa in tutto il mondo.

Nel 1922, il re Vittorio Emanuele espresse il desiderio di conoscerlo, avendo avuto modo di ascoltare per la prima volta La leggenda del Piave, in occasione dell'arrivo al Vittoriano, a Roma, della salma del Milite Ignoto.

E fu in quella occasione che il Re, entusiasta, chiese chi fosse l'autore e lo convocò al Quirinale.

Saputo che l'autore era un impiegato delle Regie Poste Italiane, diede l'incarico al ministro delle Poste Giuffrida, che con orgoglioso interessamento lo fece cercare. Il poeta si presentò al Quirinale, al cospetto del Re che gli conferì personalmente l'onorificenza insignendolo della Commenda della Corona, assieme alla sua ammirazione ed a parole di lode. Un ministro gli disse che la sua canzone era servita a dare coraggio ai nostri soldati più di un qualsiasi pur bravo generale.

Quando per strada incontrava dei soldati, questi gli facevano il saluto militare.

A Santacroce del Montello (TV), il carillon del campanile, suona ancora oggi, ad ogni mezzogiorno, le note de “ La leggenda del Piave”.

L'ultima sua abitazione, in fitto, fu quella del Viale Elena, oggi Viale Antonio Gramsci , dove poi morì. A ricordarlo vi è affissa una lapide. La moglie morì pochi mesi prima di lui. Le figlie, giacché il poeta era molto malato, per non dargli un ulteriore dispiacere, gli nascosero la morte della moglie, conoscendo il suo profondo affetto per lei e lo fecero scendere al piano di sotto, nell'abitazione dell'altra figlia.

Da quel momento, lui che già parlava pochissimo, con la sua voce ormai roca, non parlò più e incominciò a lasciarsi morire piano piano.

Finì il 24 giugno 1961, giorno del suo onomastico. Aveva 77 anni.

Un'altra targa bellissima e famosa, che ricorda uno dei suoi più grandi succesi mondiali, oltre che l'emigrazione di tanti napoletani, è quella fatta apporre sopra la scaletta al Borgo Marinaro. Non ci sono elogi e commemorazioni, solo i primi due versi di “ Santa Lucia luntana”.

In molte città italiane esistono oggi, strade, piazze e scuole che ricordano il poeta E.A. Mario .

Nell'olimpo degli autori napoletani di poesie e di canzoni, E.A. Mario occupa, sicuramente, un posto di grande rilievo.

Le sue più famose canzoni, specie quelle napoletane, hanno fatto il giro del mondo, dando un notevole contributo alla diffusione della musica partenopea in ogni angolo della terra.

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Piaggio Liberty

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Il Liberty è uno scooter a ruote alte moderno e molto richiesto, prodotto dalla casa Piaggio di Pontedera.

Nato come ciclomotore da 50cc nel 1997 era fortemente innovativo e si è presto imposto come "ruote alte" fra i più quotati del mercato; merito di una linea giovane e dinamica, e buona qualità costruttiva con prezzo ragionevole.

Disponibile fino al 2003 anche con motore da 125 e 150cc, ha subito un profondo restyling che dal 2004 in poi ha permesso la continuazione del successo, eliminando il 150cc in favore del 200cc.

Attualmente la cilindrata da 50cc è disponibile sia in versione con motore a due tempi che con motore a quattro tempi. Le cilindrate superiori sono invece esclusivamente del secondo tipo. La pedana piuttosto bassa permette di appoggiare agevolmente i piedi per terra ed è avvantaggiato nel traffico da un peso contenuto (87,88,99,99 e 105kg rispettivamente i modelli 50 2t, 50 4t, 125 4t, 150 4t e 200 4t).

A partire da metà anno 2006 è entrata in commercio la versione sportiva, il Liberty S, caratterizzato da una carenatura simile al Beverly 125 e da una strumentazione inedita. È stato aggiornato ulteriormente in modo leggero nel 2007 riportando la motorizzazione 150 al posto del 200cc.

Tratto peculiare, nella sua categoria, è l'attenzione per il dettaglio e la evidente ricerca di presentare finiture accattivanti e curate unitamente a tessuti sella originali.

La versione da 125cc è anche stata scelta da Poste Italiane quale motocicletta destinata alla distribuzione della corrispondenza ma alcuni dei 27.000 pezzi forniti sono stati oggetto di malfunzionamenti e hanno dovuto essere modificati in garanzia .

Il liberty dispone per tutte le versioni di un motore monocilindrico raffreddato ad aria, "LEADER" per il 125 e il 150cc e "HI-PER" per i 50cc. Rientra nella categoria di scooter a ruota alta. Le dimensioni delle ruote variano a seconda delle versioni, in particolare le ruote anteriori sono sempre di 16 pollici per tutte le versioni, mentre nelle versioni con motore di 50cc la ruota posteriore e' di 16 pollici, e nelle altre versioni è presente una ruota posteriore di 14 pollici per far spazio ai motori di cilindrata superiore.

La presenza di ruote alte limita la capacita' del vano sottosella che può contenere vari oggetti e solo un casco jet; in compenso il capiente serbatoio garantisce buona autonomia.

Per la parte superiore



Francobollo

Sir Rowland Hill, l'inventore del francobollo

Il francobollo è una carta-valori emessa da una amministrazione postale che rappresenta la prova del pagamento anticipato per servizi quali la spedizione di una lettera o di un pacco ad un destinatario.

Prima dell'introduzione dei francobolli il porto era pagato dal destinatario e non dal mittente. L'applicazione del francobollo sull'oggetto da spedire deve essere fatta dal mittente o dagli uffici postali su richiesta del mittente. La contraffazione dei francobolli è un reato.

Ideato dall'inglese Rowland Hill, tradizionalmente il francobollo è un piccolo rettangolo di carta che si incolla alla busta. In rari casi sono stati prodotti francobolli di altre forme, rotondi (Nuova Zelanda), triangolari, pentagonali o di forma non geometrica come nel caso dei francobolli a forma di frutta di Sierra Leone e Tonga. Raramente sono stati anche prodotti francobolli non di carta, come i francobolli della Svizzera fatti parzialmente di pizzo o della DDR composti soltanto di materiali sintetici.

Nel corso dei secoli il francobollo è stato preceduto da numerosi precursori. Già nel 1653, il gestore della posta cittadina di Parigi, Jean-Jacques Renouard de Villayer, aveva creato il billet de port payé, una striscia di carta simile a un francobollo che, in assenza di una superficie adesiva, doveva essere fissato alla missiva per mezzo di un fermaglio o di un filo. Tutti gli esemplari di questi billets sono andati perduti.

Altri francobolli ante litteram sono documentati in Gran Bretagna: il sistema di prezzo unitario per la posta locale escogitato dai mercanti William Dockwra e Robert Murray ed adottato dalla Penny Post londinese a partire dal 1680 riscosse un tale successo che il duca di York vide minacciato il proprio monopolio postale. Fu così che in seguito alle proteste del duca la Penny Post fu obbligata a cessare l'iniziativa dopo appena due anni, venendo inglobata nel General Post Office. Alcuni esemplari dei francobolli triangolari di quel periodo sono conservati negli archivi, mentre quattro esemplari risultano in possesso di collezionisti.

All'inizio del XIX secolo apparvero in alcune città i precursori delle cartoline e buste preaffrancate. Nel Regno di Sardegna per esempio fece la sua apparizione nel 1818 la "carta postale bollata", un foglio di carta da corrispondenza con la tassa di porto prepagata, ribattezzato "cavallino" in quanto raffigurante un messaggero a cavallo, mentre nel 1821 vennero adottate in Gran Bretagna le cartoline preaffrancate di risposta allegate ai giornali. Come primi valori postali preaffrancati valgono tuttavia le letter sheets emesse a Sydney nel 1838.

La nascita del francobollo vero e proprio è legata alla riforma delle Poste della Gran Bretagna voluta da Rowland Hill nel 1837. L'intuizione di Sir Rowland Hill fu quella del servizio postale prepagato, in cui la riscossione della tariffa postale non avvenisse al momento del ricevimento, bensì all'atto della spedizione a spese del mittente. Hill comprese anche che l'introduzione di tariffe basse e uniformi, in base al peso piuttosto che alla distanza, avrebbe favorito l'aumento del traffico postale ricompensando ampiamente i minori introiti derivanti dalla riduzione stessa. Nel 1837 fece quindi pubblicare a sue spese il libretto "Post Office Reform: its Importance and Practicability", con cui rese noto al parlamento inglese il suo pensiero riformatore.

Il progetto si scontrò però con l'ostilità preconcetta del Post Office, che non accettò l'intrusione di un estraneo quale era considerato Rowland Hill. Tuttavia, anche grazie alle pressioni della classe mercantile e creditizia, il 26 dicembre del 1839 il parlamento britannico approvò la riforma e rese necessaria la realizzazione dei francobolli. Sir Rowland Hill suggerì come questi ultimi dovessero essere dei pezzi di carta di dimensioni sufficienti ad accogliere una stampa e dotati sul retro di una soluzione glutinosa idonea all'incollaggio degli stessi, come prova dell'avvenuto pagamento della tariffa postale.

Nel settembre del 1839 venne bandito un concorso pubblico, che invitava la popolazione al suggerimento del modo in cui il francobollo dovesse essere. Giunsero in commissione 2600 proposte, delle quali nessuna ebbe il favore del riformatore: Hill decise quindi che si sarebbe occupato personalmente dell'ideazione del francobollo assieme al suo staff. Come soggetto fu scelto il profilo della Regina Vittoria, tratto da una medaglia coniata alcuni anni prima, mentre per evitare contraffazioni la testa fu stampata su un fondo cesellato costituito da losanghe molto fitte. Il 6 maggio 1840 entrò così in vigore il primo francobollo del mondo, che passò poi alla storia come Penny Black. Otto anni dopo, nel 1848, l'ingegnere Henry Archer inventò invece la perforazione meccanica del francobollo, completando così la genesi del francobollo dentellato così come è noto oggi.

La grande praticità del mezzo, coniugata con la riforma postale di Hill, garantì in breve tempo al francobollo un successo su scala mondiale. Nel giro di pochi anni altre amministrazioni postali seguirono l'esempio inglese e così, nel marzo 1843, la Svizzera del (cantone di Zurigo) fu il secondo stato al mondo ad emettere francobolli. A seguire fu sorprendentemente il Brasile, con l'emissione della serie detta "occhi di bue" il 1º agosto dello stesso anno, nonché i cantoni di Ginevra (ottobre 1843) e Basilea (luglio 1845). Quest'ultima emissione diede alla Svizzera il primato nell'emissione di francobolli colorati e tematici con la famosa "Colomba di Basilea". Nel 1847 fu poi il turno degli Stati Uniti d'America, che iniziarono l'emissione di francobolli con un valore da 5 centesimi e l'effigie di Benjamin Franklin. Dal 1849 in poi tutti gli stati europei adottarono uno dopo l'altro il francobollo.

Nel 1847 le autorità di Mauritius, allora possedimento britannico, volendosi dotare dei loro primi francobolli, si aggiudicarono il primato del primo clamoroso errore di stampa, emettendo una serie del tutto simile al Penny Black ma su fondo vermiglio o indaco e con l'erronea dicitura di "Post Office" anziché "Post Paid", ossia di "Ufficio Postale" al posto di "Porto Pagato". Questi sono oggi tra i più rari francobolli del mondo, in quanto furono subito ritirati: ne rimangono rispettivamente 14 e 12 esemplari per i due colori.

Il 1º luglio del 1855 la Svezia, nell'emettere il suo primo francobollo del valore di 3 skilling, commise la prima non conformità tra decreto di emissione (che lo aveva previsto verde) e stampa effettiva (che fu in giallo), regalando così alla storia uno dei più rari francobolli del mondo.

L'errore più celebre in Italia riguarda il Gronchi rosa, emesso per l'occasione della visita in Perù del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, che riporta i confini del Perù in modo errato e che per questo venne ritirato dal commercio pochissimi giorni dopo la messa in vendita, venendo sostituito dal comune "Gronchi grigio".

Il francobollo fece la sua prima comparsa in Italia il 1º giugno del 1850, quando il Regno Lombardo-Veneto emise la sua prima serie denominata "Aquila Bicipite", che comprendeva cinque valori diversi. Nel giro di pochi mesi anche gli altri stati italiani preunitari si dotarono di francobolli: il 1º gennaio 1851 il Regno di Sardegna diede alle stampe la sua prima serie, recante l'effigie di Vittorio Emanuele II, mentre il 1º aprile successivo fu la volta del Granducato di Toscana con una serie di sei valori in crazie che raffiguravano il marzocco, stemma del granducato. Gli altri stati preunitari seguirono a ruota: il 1º gennaio 1852 lo Stato Pontificio e nel giugno dello stesso anno il Ducato di Modena e il Ducato di Parma.

L'ultimo degli antichi stati italiani ad adottare il francobollo fu il Regno delle Due Sicilie (1858), con una serie di 7 valori in grana, tutti di colore rosa. Di questi, il ½ grana rosa (detto "Trinacria") divenne una grande rarità dopo che il governo garibaldino appena insediatosi a Napoli ne riprese la lastra di stampa per trasformare il valore in ½ tornese ed usando l'azzurro al posto del rosa. Tale francobollo, rimasto in circolazione per un solo mese, è tra i più rari della storia postale italiana.

In seguito all'unità d'Italia, vennero estesi ai nuovi possedimenti sabaudi i francobolli del Regno di Sardegna, per cui il primo francobollo sardo (il 5 centesimi nero del gennaio 1851) è considerato anche il primo francobollo veramente "italiano". La prima emissione postunitaria avvenne tuttavia il 24 febbraio 1862, quando venne posto in circolazione il 10 centesimi bistro con l'effigie di Vittorio Emanuele II, analogo a quello sardo del 1855 ma dotato di dentellatura. Il 1º dicembre 1863 vide infine la luce la prima serie espressamente studiata per coprire le tariffe postali del Regno d'Italia, che fu curiosamente stampata in Inghilterra dalla tipografia De La Rue.

Con la rapida diffusione dell'utilizzo dei francobolli nacque in breve tempo anche il fenomeno del loro collezionismo, la filatelia. Fu il collezionista francese Georges Herpin a coniare nel 1864 il termine "filatelista", neologismo di etimologia greca che significa "amante dell'assenza di tassa": un concetto forse un po' arido per descrivere la passione di molti filatelici, ma che si impose rapidamente in moltissime lingue del mondo.

Inizialmente i francobolli venivano recuperati dalla corrispondenza e utilizzati a scopo anche decorativo, finché fecero la loro comparsa i primi albi per collezionisti (il primo nel 1860), e il francobollo divenne un bene con un valore collezionistico separato da quello nominale. Risale al 1861 il primo catalogo di francobolli, mentre il 15 dicembre 1862 uscì la prima copia del Monthly Advertiser, la prima rivista specializzata in campo filatelico. Dato che ai primordi della storia postale le emissioni di francobolli erano di rara frequenza e limitate a poche nazioni, i primi filatelici si dedicarono alle raccolte generali di francobolli provenienti da tutto il mondo - una cosa oggi impensabile vista l'enorme quantità di francobolli che vengono emessi annualmente.

Ai primi ausili pratici per filatelisti si affiancarono le prime riunioni di collezionisti: già nel 1856 ebbero luogo negli Stati Uniti le prime riunioni di filatelisti, mentre al 1866, sempre negli USA, risale la fondazione della Excelsior Stamp Association, la prima associazione filatelica del mondo.

Conseguenza inevitabile della diffusione dei valori bollati furono anche i primi casi di falsificazione, che si ebbero poco dopo l'introduzione del primo francobollo nel 1840. Oltre ai francobolli materialmente falsi, vennero escogitate delle contraffazioni di francobolli veri: ad esempio, vennero effettuate modifiche cromatiche o manipolazioni delle cifre ad imitazione di francobolli con valori più alti. Un'altra forma di falsificazione fu il reimpiego di francobolli usati resi come nuovi in seguito al lavaggio chimico dell'annullo.

Per ovviare a questi inconvenienti le autorità postali introdussero presto dei sistemi antifalsificazione. Se fin dalla prima emissione inglese - su indicazione di Rowland Hill - i francobolli erano stati dotati di filigrana, in seguito vennero ad aggiungersi ulteriori tecniche quali l'utilizzo di carta colorata, di carta bianca con fili di seta colorata (ad es. in Baviera, Württemberg e Svizzera) e di strisce laccate (volte a impedire la rimozione del timbro postale).

Nel corso della prima guerra mondiale si scoprirono le potenzialità dei francobolli come mezzi di propaganda. Inizialmente - con vere e proprie operazioni di spionaggio - si ricorse alla falsificazione di francobolli esteri e alla loro diffusione in territorio nemico a scopo propagandistico, mentre con l'avvento dei totalitarismi i francobolli vennero impiegati soprattutto sul fronte interno per rafforzare il consenso delle varie dittature. Nacquero così le serie dell'Italia fascista (famose quelle del decennale della Marcia su Roma e quella commemorativa dell'Impero), seguite a ruota dalla Germania nazista (effigie del Führer) e dalle altre dittature sul suolo europeo.

Durante la seconda guerra mondiale la propaganda sui francobolli divenne propaganda di guerra, e si moltiplicarono le emissioni "a tema" contenenti l'elogio della guerra o la condanna del nemico (serie "Due popoli, una guerra" del Regno d'Italia e francobolli della RSI con la dicitura "hostium rabies diruit"). Con la guerra fredda, i francobolli propagandistici ricomparvero ad esaltazione dei regimi più disparati, in particolare degli stati del Patto di Varsavia, per poi estendersi a tutti i casi di culto della personalità (Ceauşescu e Kim Il Sung). In termini più moderati, il francobollo ha comunque rivestito fin dalla sua origine un certo ruolo celebrativo, in quanto per tutto il XIX secolo la raffigurazione di regnanti o allegorie di nazioni costituì il motivo assolutamente dominante.

La maggior parte dei francobolli ha una forma rettangolare o quadrata. Il primo francobollo a non rispettare questo standard fu il triangolare emesso nel 1853 dal Capo di Buona Speranza. Esistono poi francobolli a forma di frutta, di cuore, di rombo, di stemma araldico. Non vi è una regola prefissata in quanto sono le varie politiche di marketing filatelico dei paesi emittenti a deciderne, di volta in volta, la forma geometrica.

La vignetta è la parte illustrata del francobollo che viene stampata. Normalmente contiene le indicazioni dello stato emittente ed il valore nominale di affrancatura. Solo la Gran Bretagna non indica esplicitamente lo stato emittente, sostituito dal profilo del sovrano regnante. Questa è una prerogativa esclusiva del Regno Unito alla quale non rinuncia dal lontano 1840 in quanto è la nazione che ha "inventato" il francobollo.

Solitamente la vignetta rispetta la forma del francobollo, ma in alcuni casi questa consuetudine non è rispettata. La vignetta può essere istituzionale quando è formata dai simboli delle istituzioni dello stato emittente, come ad esempio, avveniva durante il Regno d'Italia quando si imprimeva l'effigie del sovrano; può essere commemorativa se intende ricordare la ricorrenza di un avvenimento o un personaggio storico; può essere propagandistica come nel caso di quei francobolli che portano un messaggio politico o di solidarietà.

Il valore nominale di affrancatura attribuisce al francobollo un preciso valore nella moneta in corso nello stato emittente. Per questo motivo i francobolli hanno anche un limitato uso come "moneta di scambio". Spesso, oltre al valore nominale vi è indicato un sovrapprezzo in beneficenza. In Italia nel 1910, l'emissione della serie detta "Garibaldi" fece coincidere l'inizio delle emissioni di vignette commemorative, con l'uso del sovrapprezzo che era a favore del Comitato Nazionale dei Festeggiamenti per il cinquantenario dell'unificazione del Paese. Nel 2006 la Repubblica Italiana ha emesso un valore da Euro 0,60 con sovrapprezzo di Euro 0,30 a favore dell'Associazione Pro Lotta ai Tumori del Seno. Il 17 novembre 2005 la Repubblica di San Marino, ha emesso un francobollo che non indica il valore nominale, sostituito da un breve testo che chiarifica l'uso. Nel 1953 il Vietnam del Nord ha emesso una serie di francobolli che non esprimeva il valore nominale in moneta corrente ma in chili di riso. La vignetta indica un contadino intento alla coltivazione del cereale con quattro misure differenti da 6 etti a 5 chili.

Nella storia della stampa dei francobolli sono stati usati tutti i tipi di carta e spesso per l'emissione di uno stesso francobollo sono stati usati tipi di carta differente. In alcuni francobolli sono impastati nella carta fili di seta o altra stoffa al posto della filigrana che ne consente l'identificazione dalle contraffazioni. Negli ultimi decenni viene utilizzata la carta fluorescente affinché le obliteratrici automatiche siano in grado di riconoscere ed annullare il francobollo. La carta non è però essenziale nella fabbricazione di un francobollo in quanto esistono valori su pergamena, su lamine metalliche, su stoffa, su legno, ecc. Ad esempio è noto il francobollo di stoffa e merletto emesso dalla Repubblica Italiana nel 2005 per celebrare l'Arte del Merletto.

La filigrana è un dislivello nello spessore della carta del francobollo che ne determina un disegno leggibile controluce. Non tutti i francobolli hanno la filigrana. Spesso esistono francobolli della stessa emissione ma con filigrane diverse. Negli ultimi anni la filigrana è quasi caduta in disuso. In origine era uno degli elementi che serviva a garantire la sicurezza anticontraffazione nei francobolli. In Italia fu introdotta nel 1863 dalle Regie Poste, per opera dell'ingegner Perazzi, che aveva ideato la filigrana "corona" da usare in contemporanea con la stampa di un fondo di sicurezza. Nel 1945 la Repubblica Italiana introdusse la filigrana "ruota alata" e nel 1955 venne introdotta la filigrana "tappeto di stelle". La fornitura della carta fu affidata alla Cartiera Miliani di Fabriano che era così impegnata alla fabbricazione delle bobine utilizzando il sistema "in tondo". Con tale sistema la pasta cellulosa idonea alla fabbricazione della carta, è fatta passare su un tamburo costituito da un reticolo di rame che ad essiccamento avvenuto, lascia impresso il dislivello voluto e forma appunto la filigrana. La Repubblica di San Marino utilizzò le stesse filigrane dell'Italia fino al 1961, quando decise di adottare un proprio simbolo: la filigrana tre penne. Lo strumento utilizzato per esaminare la filigrana si chiama filigranoscopio.

La gomma è quella parte retrostante la vignetta che viene umidificata per attaccare il francobollo all'oggetto da inoltrare per posta. Non tutti i francobolli possiedono la gomma. Naturalmente non la possiedono più i francobolli timbrati che sono stati staccati dalla busta dopo apposito bagno in acqua e poi quelli che sono stati emessi fin dall'inizio senza. In filatelia, si distinguono i francobolli nuovi con gomma integra da quelli con traccia di linguella. La linguella è una piccola striscia di carta gommata di pergamino che viene applicata dal collezionista al verso del francobollo per farlo aderire su una pagina dell'album. Questa è una pratica oggi desueta in quanto la presenza di una traccia di linguella sul francobollo induce un deprezzamento di oltre la metà del valore.

Per questo motivo talvolta, per fare scomparire la traccia della linguella dal retro del francobollo, alcune persone prive di scrupoli, eseguono la rigommatura del francobollo per venderlo ad un prezzo maggiorato. Questa tecnica consiste nell'apporre un nuovo strato di gomma sul retro del francobollo. Il metodo più semplice per accorgersi della rigommatura è passare con delicatezza un dito lungo i dentelli: in genere questi sono più duri e rigidi rispetto ai dentelli di un francobollo non rigommato. Altra tecnica più sicura è quella di osservare al buio con una lampada di wood il verso del francobollo. In casi dubbi è meglio far periziare l'esemplare da un perito filatelico legalmente riconosciuto.

La dentellatura è quella perforazione della carta che consente un'agevole separazione degli esemplari stampati sullo stesso foglio. Il "passo" della dentellatura si misura con un apposito strumento detto odontometro. Esistono vari tipi di perforazioni a seconda del perforatore che è stato utilizzato.

I valori indicati nelle scale dell'odontometro rappresentano un rapporto matematico di 20/n dove "20" sono i millimetri presi in considerazione sul francobollo ed "n" indica l'esatta distanza fra i centri di due perforazioni.

I valori postali si dividono in due grandi categorie: i francobolli ordinari e quelli commemorativi. Entrambe le tipologie possono essere usate per affrancare la normale posta ordinaria ovvero le lettere e le cartoline che circolano quotidianamente in grandi quantità.

Il primo francobollo commemorativo mondiale fu emesso dal Perù nel 1871 per commemorare la ferrovia Lima-Callao. I primi francobolli commemorativi italiani furono emessi nel 1910 per commemorare il 50° anniversario della liberazione della Sicilia per opera di Garibaldi e il plebiscito in Italia Meridionale. La serie completa è di quattro valori ed è quotata ottimamente centrata ben 4.800 €.

Vengono utilizzati per affrancare la corrispondenza inoltrata a mezzo aeroplano. La storia della Posta Aerea inizia nel 1870/71 con i famosi "Ballons Montés" ovvero con le lettere uscite dalle mura di Parigi mediante mongolfiere, durante l'assedio Prussiano. Il primo vero e proprio francobollo di Posta Aerea è stato emesso dall'Italia nel 1917 per affrancare la corrispondenza dell'"Esperimento di Posta Aerea / Torino-Roma-Roma-Torino" ottenuto soprastampando il valore da 25 centesimi espresso. Il volo doveva aver luogo inizialmente il 20 maggio, ma a causa delle avverse condizioni atmosferiche fu spostato al 22 maggio. L'aereo usato fu un biplano Pomicio PC progettato per azioni di guerra ma adatto anche alle ricognizioni aree. Il motore era un Fiat da 260 cavalli che consentiva il raggiungimento di 184 Km orari. Era pilotato dal tenente Mario De Bernardi ed aveva in consegna circa 200 Kg di corrispondenza prevalentemente composta di messaggi diretti al Presidente del Consiglio, al Sindaco di Roma ed al Papa Benedetto XV. All'atterraggio il carico postale fu poi consegnato agli incaricati addetti allo smistamento di Roma Centro. Il volo di ritorno fu compiuto il successivo 26 maggio 1917 con un carico di alcune centinaia di quotidiani affrancati.

Nel 1922 fu previsto il collegamento postale aereo tra Roma e Costantinopoli ed allo scopo fu sovrastampato il francobollo espresso da 25 centesimi rosa con la dicitura "Servizio Aereo Speciale Piastre 15" e la riproduzione di un aereo. L'iniziativa fu annullata per cause non chiare ed i francobolli subito ritirati e distrutti ad eccezione di 5/6 esemplari già posti in vendita. Questo è oggi uno dei più rari francobolli della collezione degli "Uffici Postali Italiani all'Estero" ed è quotato 275.000 €.

Dal 17 dicembre 1930 al 16 gennaio 1931 fu compiuta dal Generale Italo Balbo la prima crociera aerea transatlantica Roma - Rio De Janeiro e per l'occasione fu emesso, con tiratura di 200.000 esemplari, un particolare francobollo di posta aerea che aveva validità limitata alla crociera stessa (successivamente ben 180.000 esemplari vennero inceneriti). La squadriglia era composta da 12 Idrovolanti S55. La vignetta raffigurava gli idrovolanti in volo e sullo sfondo la costellazione della Croce del Sud composta di sei stelle. Su alcuni di questi valori, solo 1 su 200, un errore della stampa fece apparire una settima stella, andando così a costituire una pregiata varietà tra i 20.000 esemplari ancora esistenti. Fu nuovamente il generale Balbo a guidare la squadriglia che nel 1933 compì la più imponente delle trasvolate oceaniche di tutti i tempi, con ben 25 idrovolanti ed il più lungo percorso fino ad allora effettuato: la crociera Nord-Atlantica. Per questa nuova impresa furono emessi appositi valori in "trittico". Erano francobolli di Posta Aerea così chiamati perché composti da tre parti distaccabili. Nella centrale vi era raffigurato il Re Vittorio Emanuele III ed aveva un valore di Lire 5,25. La pala destra aveva un valore di 44,75 Lire o di 19,75 Lire. Nella pala sinistra vi era raffigurata la bandiera italiana con lo stemma sabaudo ed era una bandella senza valore con sovrastampata l'iniziale del cognome di ognuno dei piloti. Nel volo di ritorno da New York, era previsto l'uso di 500 francobolli che sulla pala destra recavano la sovrastampa "Volo di Ritorno NEW YORK-ROMA". Il Postmaster General americano non fece in tempo ad autorizzarne l'uso ed i valori rimasero inutilizzati andando a costituire uno dei pochi casi di valori regolarmente emessi e non usati. Oggi il "trittico del volo di ritorno" è tra i pezzi più ambiti dai collezionisti di tutto il mondo ed è quotato 57.000 € (quotazione del catalogo Sassone 2009 per francobolli senza linguella).

Nel 1973 la Repubblica Italiana ha emesso l'ultimo francobollo espressamente concepito per la posta aerea. Il valore era da 150 Lire e faceva parte della serie commemorativa del "cinquantenario dell'aeronautica militare" emessa il 28 marzo.

Sono francobolli con un valore nominale pari alla soprattassa da aggiungere alla tariffa ordinaria affinché una lettera sia inoltrata con maggior celerità. Il primo francobollo che indicasse una maggiore celerità di recapito, fu emesso nel 1855 in Australia, dallo Stato di Victoria. Era un esemplare del valore di 6 pence con l'effigie della Regina e la dicitura "Too Late".

L'Italia ha emesso francobolli speciali per questo servizio dal 1903 al 1976 e gli ultimi francobolli per espresso furono dichiarati fuori corso il 13 maggio del 1992. Il servizio espresso delle Poste Italiane fu istituito con la legge 12 marzo 1890, ma il primo francobollo speciale fu emesso solo il 1 giugno 1903 con valore di 25 centesimi e riportava la dicitura "ESPRESSO" e l'effigie del Re Vittorio Emanuele III. Nel 1946 la Repubblica Italiana emise i francobolli per espresso in contemporanea con l'emissione di posta ordinaria detta "Democratica" . La serie comprendeva 7 valori, dal 5 Lire al 60 Lire. La vignetta del 5 Lire raffigurava un piede con un calzare alato ideato da Paolo Paschetto.

Sono stati emessi come sovrattassa per il servizio di posta pneumatica, che era effettuabile solo in alcune grandi città. Il sistema consisteva in una rete di tubazioni nel quale l'aria compressa sospingeva alcune capsule contenenti la corrispondenza. La posta pneumatica venne ideata dall'ingegnere danese Meldhurst , la prima applicazione pratica fu effettuata a Londra nel 1853 per la trasmissione di telegrammi ai membri dello Stock Exchange. Il primo paese al mondo ad emettere apposita carta valori per la posta pneumatica fu l'Austria nel 1875 con i suoi "Pneumatischer Brief", seguita dalla Francia nel 1880 con l'emissione di speciali foglietti detti "Carte pneumatique ferme".

In Italia la posta pneumatica venne istituita nel 1907 con la legge 111 del 24 marzo ed uno stanziamento di un milione di lire per dodici chilometri di tubi pneumatici a Roma, nove a Milano e diciassette a Napoli. Oltre agli uffici postali era consentito l'allaccio anche a banche e grandi ditte. Inizialmente il servizio venne utilizzato solo per l'inoltro di telegrammi ed espressi e fu aperto al pubblico nel 1912. Nel 1913 venne approntato il primo francobollo di posta pneumatica con un valore nominale di 10 c. e l'effigie di Re Vittorio Emanuele III incisa da Alberto Repettati. Nel 1933 i francobolli pneumatici furono sostituiti con due valori, uno ad effigie di Dante Alighieri ed uno con il ritratto di Galileo Galilei. Il 1° febbraio 1946 la Repubblica Italiana aumenta la tariffa ma sostanzialmente i francobolli rimangono quelli studiati per il Regno d'Italia. Bisogna aspettare il 25 marzo 1947 per una nuova emissione repubblicana con due tagli: da 3 e 5 Lire. L'immagine era quella della Minerva su bozzetto di Renato Garassi.

Il servizio di posta pneumatica cessa definitivamente nel 1981 e il 13 maggio 1992 tutti i francobolli di posta pneumatica vennero posti fuori corso.

Vengono utilizzati per il pagamento della speciale tassa stabilita per la spedizione dei pacchi postali. In Italia furono introdotti dal Regno d'Italia con la legge postale del maggio 1862, ma la prima serie di francobolli appositi fu emessa solo nel 1884. Tre anni dopo, per comodità del pubblico e del servizio, furono emesse speciali cartoline che riproducevano gli stessi francobolli con identico soggetto. Nel 1914 venne emesso un nuovo tipo di francobolli per pacchi che aveva la caratteristica di essere diviso in due sezioni. Quella di sinistra doveva essere apposta sul bollettino e quella di destra sulla ricevuta. Dopo la proclamazione della Repubblica continuarono ad essere emessi sostituendo però la simbologia sabauda con un corno postale sulla parte di sinistra ed una stella su quella di destra. Nel 1954 fu emesso il valore da Lire 1.000 raffigurante un "cavallino" del Regno di Sardegna. Questo è il più raro francobollo della Repubblica Italiana ed è quotato circa 5.000 €. Nel 1972 furono emessi gli ultimi due francobolli per i pacchi postali.

Una tipologia leggermente differente dai francobolli per i Pacchi Postali è quella del trasporto pacchi in concessione da parte di spedizionieri privati. Essi hanno un aspetto simile a quello dei pacchi postali, con due sezioni separate. La normativa ha origine nel 1923, ma i primi francobolli risalgono al 1 luglio 1953, con l'emissione di quattro francobolli da L. 40, 50, 75 e 110. L'ultima emissione risale al 1984 con un francobollo da L. 3.000.

Questi francobolli presentano un'appendice con una inserzione pubblicitaria autorizzata dall'amministrazione emittente. In Italia i francobolli pubblicitari furono autorizzati dal ministero delle Poste in data 20 settembre 1923 il quale stabiliva che le appendici pubblicitarie avrebbero dovuto essere separabili dai francobolli mediante perforazione. Questo punto non fu messo in atto. Gli inserzionisti avrebbero dovuto pagare ogni 5 lire per 1000 esemplari ed era obbligatorio impegnarsi per un quantitativo minimo di 100.000 esemplari. I primi francobolli uscirono nel novembre del 1924. La concessione fu abrogata il 7 luglio 1925 e dopo quella data i francobolli restarono in corso fino ad esaurimento. Questo tipo di francobollo era riservato solo alla corrispondenza diretta all'interno del territorio nazionale.

Il primo francobollo italiano sovrastampato è stato il 15 centesimi azzurro emesso nel dicembre del 1863 con l'effigie di Vittorio Emanuele II, nel quale con una barra curvata in colore bruno scuro (e per questo denominato "ferro di cavallo") venne ricoperto il precedente valore nominale. Questo aumento tariffario da 15 a 20 centesimi si rese necessario per sostenere le ingenti spese derivate dalla III Guerra d'Indipendenza. L'espediente fu trovato dall'Ing. Costantino Perazzi che in questo modo riutilizzò ben 100 milioni di esemplari giacenti nel magazzino dell'Officina Carte Valori di Torino. Visto che questa era una soprastampa che aumentava il valore nominale del francobollo (mentre la regola generale stabiliva di soprastampare un valore inferiore per evitare le inevitabili falsificazioni) proprio per evitare falsificazioni, il Direttore Generale delle Poste Conte Barbavara di Gravellona inserì alcuni segni segreti.

Una delle soprastampe più curiose dei tempi moderni è invece quella effettuata nel 1961 dall'Isola di St. Helena per aiutare gli abitanti dell'Isola di Tristan da Cunha lì rifugiatisi a seguito di una eruzione vulcanica. Allo scopo vennero sovrastampate con sovrapprezzo 1736 serie complete, ma quando l'amministrazione postale della Gran Bretagna si accorse che il sistema monetario delle due isole era differente alcune serie erano già state distribuite. Infatti, mentre a St. Helena era in uso la Sterlina, a Tristan da Cunha circolava il Rand sudafricano. Nel 2005 una serie di 4 valori di questi rari sovrastampati venne battuta in asta pubblica per circa 6.000 Euro.

Quando i francobolli presentano vari tipi di errori, si parla di varietà. La presenza di una varietà produce un aumento spesso considerevole del valore di un francobollo. Elenchiamo qui di seguito i principali tipi di varietà che si possono riscontrare.

La scelta se raccogliere i propri francobolli nuovi o usati è strettamente personale. Nei decenni passati c'era una predilezione per il francobollo usato mentre oggi si è più orientati verso la raccolta del francobollo nuovo.

Il francobollo è venduto allo stato di nuovo con gomma dall'ufficio postale. Il collezionista può conservarlo così senza che sia stato spedito, all'interno di un album a taschine oppure lo può applicare ai fogli tramite una linguella adesiva (metodo oggi decisamente sconsigliato). Quest'ultimo metodo era molto usato nel passato e tali francobolli vengono definiti come linguellati o con traccia di linguella. Questa traccia attualmente deprezza e di molto il valore del francobollo.

Può capitare anche che i francobolli attaccati ai fogli si incollino oppure vengano usati ma non annullati; in questo caso il francobollo una volta lavato risulta allo stato di nuovo senza gomma. I francobolli in questo stato sono poco apprezzati dai collezionisti e presentano una grossa decurtazione di valore.

Il francobollo può poi essere collezionato usato dopo che è stato utilizzato su un documento postale. Il collezionista in questo caso può anche tenere il documento intero (Francobollo su lettera) oppure staccarlo dal supporto cartaceo. Esistono anche i francobolli usati con timbri di favore cioè francobolli nuovi annullati al solo scopo di averli usati per la propria collezione. Questi francobolli truccati valgono molto poco.

Conservare un francobollo su busta può essere molto ingombrante e quindi talvolta si preferisce conservare il francobollo su frammento, meglio se ha l'annullo intero.

Spesso quando si riceve un francobollo si controlla che nella propria collezione non sia doppio. Il controllo si realizza confrontando le immagini, l'operazione viene svolta in molti casi frettolosamente.

Attenzione però. In realtà i francobolli potrebbero essere diversi.

La disamina va rivolta prima di tutto alla vignetta perché spesso ci sono piccoli particolari che differenziano il francobollo (ad esempio le varietà di riporto o delle tavole di stampa). Altro caso è la differenza di dentellatura che si può facilmente verificare utilizzando uno strumento denominato odontometro. Un'attenzione maggiore va prestata per valutare la differenza dei francobolli stampati da due diverse stamperie, in questo caso a volte i nomi delle ditte sono stampati in piccolo sotto la vignetta. Un'altra differenza, è il diverso tipo di stampa. In questo caso bisogna distinguere la Calcografia, l'Offset, il Rotocalco, la Litografia e la stampa Tipografica. Inoltre, a volte i francobolli sono stati emessi in periodi diversi con una differente filigrana. Può quindi capitare che francobolli apparentemente identici siano in realtà differenti. Tali francobolli hanno anche una diversa valutazione economica.

Il francobollo italiano più caro è l'80 centesimi del Governo Provvisorio del Ducato di Parma emesso nel 1859. Rappresenta la cifra del valore in una cornice ottagonale ed è di colore ocra. Allo stato di usato è quotato attualmente 350.000 €. Se ne conoscono solamente cinque esemplari sciolti e uno su busta.

Il francobollo più costoso al mondo è un esemplare sperimentale da 1 centesimo che raffigura Benjamin Franklin. Emesso degli Stati Uniti d'America è denominato "Z grill" poiché al verso presenta una griglia in rilievo di mm. 11 x 14 che serviva a far assorbire di più l'inchiostro dei timbri e quindi per evitare frodi postali. In un'asta del 2005 negli USA è stato aggiudicato per circa 3.000.000 $. Se ne conoscono solamente due esemplari, uno è conservato in una collezione privata mentre l'altro è custodito presso la New York Public Library.

La qualità è il parametro fondamentale per determinare il valore di un francobollo. Per i francobolli nuovi si basa sulla freschezza della gomma al verso, la quale può spesso si può essere deteriorata da una cattiva conservazione in ambiente umido, con creazione di punti di ossidazione o più estesi ingiallimenti.

Occorre chiarire che nella nostra collezione personale possiamo inserire tutti i francobolli che vogliamo. Ogni singolo francobollo è un vero e proprio frammento di storia unica ed irripetibile indipendentemente dallo stato di conservazione. Va però fatto notare che in filatelia (commercio, scambio, esposizioni) i francobolli rotti o difettosi non hanno praticamente valore ad eccezione dei francobolli frazionati per l'uso postale e delle grandi rarità che una bassa percentuale di valore (5 - 10%) la conservano ugualmente.

Tra la filatelia propriamente detta, la storia postale e la marcofilia, esiste un tipo di collezione comune che è quello delle ‘’’buste primo giorno’’’ o ‘’’first day cover‘’’. Queste sono buste speciali che presentano un francobollo applicato ed annullato con un timbro particolare nel suo primo giorno di emissione.

Gli interi postali, sono quelle cartoline, buste, biglietti o aerogrammi preaffrancati in genere con lembi ripiegabili. L'affrancatura, che somiglia ad un francobollo è già stampata sul recto. Non bisogna mai ritagliare questa impronta di affrancatura poiché l'Intero Postale ha valore solo se conservato nella sua interezza.

Gli strumenti indispensabili per praticare la filatelia sono: la lente di ingrandimento, le pinzette, l’odontometro, il filigranoscopio, gli album e il catalogo.

Utile al Collezionista è anche la consultazione dei Cataloghi d'Asta e dei Listini di vendita per verificare il reale valore dei francobolli sul mercato e per potersi regolare all'atto di una eventuale compra-vendita. Alcune valutazioni infatti possono essere soggette a speculazioni momentanee. Anche i cataloghi sono soggetti a oscillazioni nelle quotazioni e per questo motivo hanno revisioni annuali. È importante sottolineare che è necessario utilizzare queste fonti come puramente indicative poiché molte sono le variabili da applicare per ogni singolo esemplare (ad esempio la centratura e lo stato di conservazione).

Il francobollo si presta ottimamente nel suggerire costantemente la conoscenza di argomenti di ogni tipo, della storia, della geografia, della vita di personaggi famosi, e in genere per approfondire ogni branca dello scibile umano. Perciò il francobollo ha trovato spesso un uso didattico, sia nella scuola che nello studio personale. Molto attivo in questo ramo fu il pedagogista Michele Giampietro, che ha lasciato anche una ricca bibliografia. In particolare, la filatelia è molto consigliata nei bambini nella fascia di età tra i 6 e i 14 anni come motore fondamentale della conoscenza che viene presentata semplicemente come un bel gioco.

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Teatro della Concordia

Il Teatro della Concordia di Monte Castello di Vibio è il più piccolo teatro del mondo, tra quelli pubblici e aventi una stagione teatrale. Solamente 99 posti, suddivisi tra palchi e platea, esattamente 37 in platea e 62 sui palchetti: la sala occupa un'area di 68 m², la scena 50 m² e l'atrio 29 m².

Il Teatro fu costruito all'inizio dell'Ottocento per volontà di nove benestanti famiglie Montecastellesi e, inaugurato nel 1808, venne affrescato da Luigi Agretti, pittore spezzino all'epoca non ancora quindicenne, in vacanza nel paesino umbro e il cui padre Cesare aveva già realizzato le decorazioni, il telone e i fondali del teatro.

Nel 1927 i proprietari del teatro fondarono l'Accademia dei soci del Teatro della Concordia, una società costituita per la gestione del teatro stesso. Nel 1951 il teatro fu chiuso per inagibilità. Trent'anni dopo, nel 1981, fu espropriato dal comune e quindi restaurato, anche grazie a finanziamenti comunitari. Il restauro, che ha consentito di conservare la struttura lignea che sorregge i palchi ed è stato diretto dagli architetti Paolo Leonelli e Mario Struzzi, è durato sette anni e si è concluso nel 1993. Nello stesso anno la gestione è stata affidata per la gestione alla neo-costituita Società del Teatro della Concordia. Il teatro è tuttora utilizzato non solo per la stagione teatrale ma anche per convegni, meeting e per matrimoni civili.

Nel 1997 è stato gemellato con il Teatro Farnese di Parma, il più grande del mondo con ben 4000 posti, oggi non agibile.

Il 7 settembre 2002 il teatro è stato celebrato con un francobollo delle poste italiane da 0,41 euro.

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SDA Express Courier

SDA Express Courier è un'azienda del Gruppo Poste Italiane. Specializzata nel settore del trasporto di merci, nella gestione logistica, distributiva e per la vendita a distanza. Nata nel 1984 a Roma si è diffusa sul territorio nazionale prima di essere inglobata nel Gruppo PT nel 1998. Per le Poste Italiane svolge anche il servizio di presa e consegna a domicilio dei pacchi postali.

Tra le poche società di trasporto espresso operanti in Italia anche di proprietà nazionale, per le spedizioni in campo internazionale si allaccia alla rete di un altro corriere internazionale espresso, FedEx.

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Source : Wikipedia