Polizia

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Inviato da gort 06/03/2009 @ 02:07

Tags : polizia, ministero degli interni, governo berlusconi iv, politica

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Polizia di Stato

La Polizia di Stato dispone anche di un servizio marittimo, che svolge attività di vigilanza e soccorso alle dipendenze delle competenti Questure. A questo servizio si affianca il Reparto Operativo Sommozzatori, che ha sede alla Spezia

La Polizia di Stato è una forza di polizia italiana direttamente dipendente dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, che rappresenta l'apparato amministrativo centrale per mezzo del quale il Ministero dell'Interno (Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza) gestisce l'ordine pubblico e la pubblica sicurezza in Italia.

Nel 2005 la Polizia di Stato contava un totale di 105.324 persone così ripartite: 893 dirigenti, 1.839 vice questori, 723 commissari capi, 19.230 ispettori, 666 vice ispettori, 13.677 sovrintendenti, 38.976 assistenti, 29.320 agenti.

Le origini dell'amministrazione della pubblica sicurezza, in senso moderno, vengono fatte risalire al re Carlo Alberto, che la costituì nel 1848 come amministrazione civile.

Nella riorganizzazione dello stato sabaudo, alla diffusione territoriale delle forze di controllo militare, fu affiancata una struttura civile composta di delegati di polizia. Ben presto, la peculiarità delle esigenze di questi, unitamente all'osservazione di quanto andava sviluppandosi in altri stati, richiese l'istituzione di forze armate appositamente dedicate a funzioni di polizia, preferibilmente svincolate da taluni degli obblighi tipici delle forze militari tradizionali.

I primi corpi che diedero vita alla polizia dell'epoca furono la Milizia Comunale e la Guardia Nazionale. Successivamente, con la legge 11 luglio 1852, n. 1404, venne creato il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, che aveva due compagnie a Torino ed a Genova (oltre a qualche stazione). La legge 13 novembre 1859, n. 3720, ne estese la competenza territoriale a tutti gli stati (meno la Toscana) che via via andavano annettendosi al Regno di Sardegna; la stessa norma attribuiva il comando delle funzioni di pubblica sicurezza ai questori delle città capoluogo di provincia con più di 60.000 abitanti, e per la prima volta fu istituito il ruolo degli ispettori.

Il regio decreto 9 ottobre 1861, n. 255, creò la Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, potenziando quindi temporaneamente la struttura, allora cresciuta sino al rango di Divisione, ma l'anno successivo, con l'istituzione del Segretariato Generale del ministero dell'Interno, l'amministrazione fu ricondotta al rango di Divisione e posta sotto la responsabilità del Segretario Generale. Le attività del Corpo furono poi distinte, nel 1880, in polizia amministrativa, polizia giudiziaria e divisione affari riservati.

Con il regio decreto 3 luglio 1887, n. 4707, il governo De Pretis ripristinò la Direzione Generale. Nel dicembre del 1890 (ministro dell'Interno Francesco Crispi) dall'unione delle Milizie Comunali e del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, nacque il Corpo delle Guardie di Città.

Nel 1902, ad opera principalmente di Salvatore Ottolenghi, allievo di Cesare Lombroso, durante il Governo Giolitti II fu fondata la scuola di polizia scientifica, con a capo il suo fondatore, lo stesso Ottolenghi, primo studioso delle tecniche di investigazioni scientifiche.

Nel 1917 fu istituito l'UCI, ufficio centrale investigazioni, che raccoglieva in parte l'eredità della divisione affari riservati politici e che si sarebbe dedicata ad attività di controspionaggio; il comando fu assegnato al Gasti.

Nell'agosto del 1919, durante il Governo Nitti II, furono sciolte le Guardie di Città e furono costituiti il Corpo della Regia Guardia per la Pubblica Sicurezza (12 divisioni, 40.000 uomini), corpo a ordinamento militare deputato al mantenimento dell'ordine pubblico e alquanto svincolato da eventuali influenze della politica, e il Corpo degli Agenti Investigativi (8.000 uomini), specializzato in compiti di polizia giudiziaria.

Il 31 dicembre 1922 Benito Mussolini, capo del neonato governo, sciolse i due corpi (provocando reazioni violente di una certa gravità da parte delle truppe interessate), che furono poi assorbiti all'interno dell'Arma dei Reali Carabinieri. Nell'ambito della stessa manovra, veniva creata la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

Tra le molte ragioni che si sono prospettate per questa scelta, molti studiosi propendono per considerare più verosimile l'esigenza del nuovo presidente del consiglio di sottoporre a più facile controllo tutte le strutture dello stato (ciò che sarebbe stato poi di maggior evidenza quando tutte le amministrazioni fasciste vennero organizzate in forma paramilitare): se la truppa dei due corpi di polizia era certamente militare, la parte alta della catena gerarchica era invece civile, perciò non sottoposta ai rigori delle regolamentazioni cui soggiacevano gli uomini in divisa, primo fra tutti appunto la ferrea concatenazione gerarchica. Con l'unificazione nei Carabinieri sarebbe stato più facile il controllo su tutta la polizia attraverso il controllo della sola Arma, che Mussolini considerava alla sua portata. La costituzione della Milizia, sollecitata anche da Dino Grandi, rispondeva invece all'esigenza di inquadrare in forme legalmente accettabili (e anche contrabbandabili come grato "riconoscimento") le "truppe di fatto" degli squadristi.

Ciò malgrado, la distinzione di un'apposita funzione di polizia occorreva ancora al fascismo, potendosi però risolvere la questione con l'accentramento del comando presso il ministero dell'Interno, che avrebbe potuto disporre delle forze del ministero della guerra. Le cariche di diretta emanazione governativa furono perciò mantenute al loro posto, con anzi qualche piccolo intervento che dimostrava un'attenzione costante. Con il regio decreto 11 novembre 1923, n. 2395, la figura del Direttore Generale della Pubblica Sicurezza fu rinominata (senza altre sostanziali modificazioni) in "Intendente Generale della Polizia", subito ricorretta dal regio decreto 20 dicembre 1923, n. 2908, che la convertì all'ancora vigente denominazione di "Capo della Polizia".

Nell'aprile del 1925 fu (ri)costituito il Corpo degli Agenti di Pubblica Sicurezza, che riprendeva se non altro la tradizione dei disciolti corpi, in parte anche per riguadagnare il consenso presso le forze dell'ordine, molto abbassato dallo scioglimento precedente (che aveva collateralmente minato anche l'armonia interna fra i Carabinieri, nei quali erano stati indiscriminatamente versati gli ex-poliziotti) e dalla crescita del potere della Milizia, con la quale vi furono, durante il fascismo, numerose interferenze di competenze o di fatto. Alla ricostituzione del Corpo si giunse però anche perché i Carabinieri, di più antiche tradizioni, erano restati più fedeli alla corona e, si è sostenuto, il tentativo di guadagnarne il controllo fu fermato prima di scontrarsi con un'inopportuna sconfitta.

Nel 1926 fu nominato Capo della Polizia Arturo Bocchini, pochi giorni dopo la sua nomina fu emanato il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), che regolamentava con minuzia allora inusitata la vita quotidiana, e poco dopo ancora fu istituito il Tribunale Speciale (che aveva come compito la lotta agli oppositori politici) e fu reintrodotta la pena di morte.

Bocchini ebbe sempre come suprema missione la salvaguardia dell'incolumità del Duce e in questo compito tradusse la sua non comune capacità organizzativa creando nel 1930 l'OVRA (Organismo di Vigilanza per la Repressione dell'Antifascismo). Inoltre, introdusse notevoli modifiche organizzative e tecniche nel funzionamento delle questure (molte delle quali non soppresse in età repubblicana), così da poter allestire agevolmente una imponente raccolta di dati in tempo reale che a Palazzo Venezia venivano analizzati anche per monitorare il consenso popolare. Fra queste modifiche il cosiddetto "mattinale", rapporto burocratico contenente dati sulla forza presente e consuntivi dei fatti (crimini, incidenti, altri fatti di rilievo) della giornata precedente; per tradizione il mattinale è consegnato al destinatario (tipicamente il questore, ma anche responsabili di altri comandi) appunto al momento di prendere servizio la mattina, donde il nome.

Dal punto di vista operativo, con la conquista delle colonie, Bocchini ideò un apposito mini-corpo di polizia per i nuovi territori, il Corpo di Polizia Coloniale, poi rinominato Polizia dell'Africa Italiana (PAI) dotato di uniformi ed equipaggiamenti inconsueti, riecheggiati dalle esperienze degli esploratori inglesi, e munito in anteprima dell'appena sfornata mitraglietta Beretta MAB 38, caratterizzata da una sorta di radiatore per il raffreddamento della canna.

Bocchini fu un Capo della Polizia assai particolare, che riuscì a gestire praticamente da solo un'organizzazione presto ritornata imponente e delicatissima, un corpo il cui controllo era ovviamente essenziale per la buona tenuta del governo e che pare egli stesso abbia voluto ricreare, dopo il discioglimento del '22, al fine di costituirne una sorta di armata a disposizione del governo (il quale peraltro già aveva inquadrato nella Milizia elementi dello squadrismo). La polizia dunque era fedele al governo, i Carabinieri al Re. Bocchini fu perciò il vero autore di una duplicazione delle strutture nazionali militari e di polizia (e di intelligence) che rappresentava al meglio la ragione dei sostanziali equilibri fra la corona ed il fez. In questo ruolo Bocchini era uno dei pilastri fondamentali su cui poggiava l'edificio del regime. Bocchini fu incaricato di eseguire le schedature più delicate degli esponenti più in vista della società italiana del periodo, contribuendo alla creazione del famoso "archivio segreto" di Mussolini. Fu ancora Bocchini a riportare personalmente al Duce il gravissimo malcontento popolare causato dalle leggi razziali.

A questo proposito si ebbe, fra i tanti caduti della Polizia (attraverso le sue varie denominazioni), il nobile caso, non unico, di Giovanni Palatucci, funzionario dell'Ufficio Stranieri di Fiume, che impedì la deportazione di migliaia di ebrei e che per questo fu deportato egli stesso, morendo a Mauthausen.

Morto Bocchini in circostanze che qualcuno ha considerato "non limpide" (anche perché di pochissimo successive alla sua presentazione di un'informativa nella quale si ammoniva Mussolini sullo scarsissimo consenso delle forze armate e della popolazione dinanzi alla prospettiva di seguire la Germania nella guerra), gli successe Carmine Senise, che secondo alcuni era uomo di Badoglio, cioè del Re. Anche Senise, in verità, era conscio del malcontento e anzi previde la possibile destituzione del Duce da parte del Re, ma riuscì a mantenere la sua figura ben distinta dal regime.

La guerra condusse le forze di polizia ad aggiornare le proprie finalità d'impiego, per far fronte a situazioni di ordine pubblico ovviamente eccezionali. In questo, è stato notato, lo zelo repressivo fu portato quasi fisiologicamente a scadere, registrandosi un infinito numero di reati comuni commessi per reali cause di grave necessità, mentre per quanto riguardava i reati politici la competenza era stata quasi completamente ceduta alle forze militari. Molto personale richiese l'arruolamento temporaneo in corpi militari per combattere.

Senise fu sostituito nell'aprile del 1943, in occasione di un generale rimpasto delle cariche istituzionali voluto da Mussolini; questo rimpasto (che privava la corona di un uomo sempre più fidato su una poltrona tanto delicata) è stato considerato da alcuni storici il vero momento in cui dal Quirinale si decise, avvicinando Dino Grandi, di liberarsi di Mussolini. È vero del resto, che dopo il 25 luglio, Senise fu subito rinominato da Badoglio Capo della Polizia. Va menzionato che Senise fu una delle pochissime autorità che non seguirono il Re e Badoglio nella fuga al Sud dopo l'armistizio di Cassibile e che per questo fu catturato a Roma dai tedeschi (da Erich Priebke) e fu deportato in un lager dal quale fu liberato alla fine della guerra.

Il 6 settembre 1943, quando l'armistizio di Cassibile era già stato firmato in segreto, prima che ne fosse data notizia pubblica era stata sciolta la Milizia, restituendo alla polizia tutte le sue principali funzioni.

Il 2 novembre 1944, con un decreto legislativo luogotenenziale, venne nuovamente istituito il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, che aveva stavolta status di corpo militare, interrompendo la tradizione che aveva visto la polizia sempre come corpo civile armato (salvo nel periodo del breve assorbimento nell'Arma dei Carabinieri).

La fine della guerra fu preceduta e seguita da situazioni di grave disagio dell'amministrazione, non in grado di assolvere ai suoi doveri istituzionali con risultati soddisfacenti. La divisione del Paese e la guerra civile, insieme al diffuso banditismo, impedivano di considerare l'Italia un paese "sicuro". In più, la polizia sotto la guida di Bocchini si era legata assai intimamente alle vicende governative, e quindi non riscuoteva più l'opportuna fiducia popolare. Poco prima della liberazione, fu perciò necessario impartire il divieto di appartenenza a partiti politici o sindacati per tutti gli appartenenti al Corpo, onde fugare il sospetto che l'attività di polizia potesse ancora subire "orientamenti". Alla spontanea copiosa effiorescenza di problemi, si univa anche il discusso utilizzo della polizia da parte del governo Badoglio, che ne fece un uso improntato ad un concetto alquanto spiccio sul modo di contrastare i moti di piazza ed i tafferugli: le animosità venivano sedate con frequente uso delle armi, provocando decine di morti che, malgrado i tempi fossero già abbondantemente insanguinati per loro conto, destarono vasta riprovazione nella società civile.

Nonostante la gravità della situazione generale, nel 1945 si diede vita alle specialità della Polizia Ferroviaria e della Polizia Stradale, il cui primo compartimento fu insediato presso la questura di Milano.

Il dicastero dell'Interno, dopo la liberazione, fu assunto da Giuseppe Romita, che fece anch'egli un uso della polizia in seguito considerato discutibile da molte parti. Fu Romita a istituire la "Celere" , forza di pronto impiego per l'ordine pubblico. La Celere fu munita dei primi manganelli di legno e di alcune jeep avute in dono dall'esercito americano.

Romita, orgoglioso della sua creatura, volse grandi attenzioni alla Celere, che impiegò in modo ancora una volta spiccio e, talvolta, disinvolto: in occasione del referendum istituzionale del 1946 per l'opzione fra monarchia e repubblica, la parte monarchica levò gravissime accuse contro la polizia che avrebbe, secondo questa parte, ostacolato la libera tenuta dei suoi comizi, impedendo di fatto la corretta rappresentazione delle ragioni sabaude.

La nomina a Minitro dell'interno di Mario Scelba, nel 1947, ebbe un effetto elevato nella rapida riorganizzazione della Polizia. Furono dimissionati elementi introdotti alla fine della guerra, la cosidetta Polizia Ausiliaria, e curata la fedeltà allo Stato e alla democrazia.

La Celere, però, crebbe ancora, perfezionando l'equipaggiamento (fu dotata di mitragliatrici pesanti ed addirittura di mortai) e distinguendosi come un vero e proprio reparto di pronto impiego militare, idoneo a situazioni belliche che l'insorgente guerra fredda rendeva non improbabili. Allo stesso tempo, l'organizzazione dell'amministrazione veniva rivista e talune specialità venivano distinte in separati servizi direttamente dipendenti dalla direzione generale. Erano fra questi la polizia postale, la polizia stradale, la polizia ferroviaria e la polizia di frontiera.

Nel dicembre 1959 nacque il Corpo di Polizia Femminile, composto evidentemente di personale femminile e dedicato a tematiche delicate e di grande rilievo morale, come la protezione della donna e la tutela dei minori; il corpo, parallelo alla polizia "tradizionale", aveva anche la funzione pratica di supportare questa per alcuni compiti che non era possibile affidare agli uomini, come ad esempio la perquisizione corporale delle donne. La quasi contemporanea introduzione della discussa legge Merlin, entrata in vigore nel settembre dell'anno prima e regolatrice della materia della prostituzione, contribuì ad un incremento delle competenze e delle esigenze di organico, rendendo il Corpo femminile di ancor più immediata utilità.

Gli anni sessanta, dominati per la storia dai movimenti giovanili e dai cambiamenti della società, che al rifiorire dell'economia univa la revisione dei rapporti sociali, furono guidati nella polizia dalla figura del prefetto Angelo Vicari, che vi lasciò una traccia di fondamentale importanza.

Con Vicari nacque la polizia criminale (criminalpol), inizialmente come una divisione per il coordinamento (concetto ancora una volta mutuato da altri corpi stranieri) dell'Interpol con alcuni servizi investigativi interni. Si ebbe inoltre una revisione dell'organizzazione delle scuole di istruzione, costituite in divisione autonoma, e la trasformazione della Scuola Superiore di Polizia nell'Accademia di Polizia. In questa si formavano gli ufficiali militari, poiché l'amministrazione risultava divisa, nelle carriere, nella formazione e nelle mansioni, fra le funzioni militari e quelle più propriamente di polizia, ciò che determinava che i funzionari di carriera civile (carriera prefettizia) comandassero dalle questure la forza in armi.

Ad ogni buon conto, gli ufficiali "militari" furono addestrati e gestiti in modo affine agli ufficiali dei Carabinieri e, come per questi, una scelta selezione ne veniva anche inviata presso la Scuola di Guerra, per l'esigenza di mantenere aggiornata e coordinata la potenzialità di impiego bellico del Corpo (e soggettivamente per l'accesso ai gradi più elevati).

A questa particolare situazione delle forze di polizia si era giunti per poter interpretare "all'italiana" le rigide disposizioni del "diktat", il trattato di pace che imponeva una pesante limitazione del numero di soldati che l'Italia poteva arruolare: con la militarizzazione delle polizie, che non erano state considerate dal trattato, i poliziotti potevano fungere da soldati "aggiuntivi", eludendo furbescamente le clausole della resa e rendendo al Paese le truppe che Roma riteneva necessarie. Oltre a ciò, i costi per il mantenimento di organici tanto ampi si giustificavano sia con la disponibilità di forze di polizia capaci di assicurare una certa solidità al sistema, sia con una sorta di intervento di solidarietà (con l'arruolamento di disoccupati) che era anche facilitazione per certe forme di clientelismo politico (e dunque indiretto sostegno di consenso).

La polizia però non era solo un centro di raccolta di braccianti che la crisi dell'agricoltura spingeva verso l'emigrazione e costringeva in lavori nuovi, mal pagati e poco gratificanti: se da un lato questo mostrava d'essere, dall'altro crebbe tecnicamente e presto guadagnò presso la popolazione, che pure nutriva quasi assoluta fiducia nei Carabinieri, una nuova gratificante reputazione di efficacia. Lo storico fisiologico antagonismo con l'Arma fu svolto nei termini di competizione tecnologica, e fu l'epoca d'oro, per alcuni quasi mitologica, della trasformazione della polizia in un corpo di sofisticata efficienza. Nacquero numerose specialità, mentre le questure specializzavano apposite squadre dedicate ad alcune tipologie d'impiego: le squadre volanti, mobili, omicidi e molte altre, distinte per competenze.

Complice un certo gusto giornalistico, che versava nei quotidiani gli echi della moda letteraria noir, grande enfasi fu dedicata alla polizia che ogni giorno ispirava le fantasie della gente comune. Dalle pagine della cronaca, che resero avvincenti anche paludati fogli sempre più politicizzati, si evocavano nomi di poliziotti che quotidianamente compivano azioni degne della cinematografia in voga e fra tutti va forse ricordato il nome del maresciallo Armando Spatafora, detto "Armandino", unico autorizzato alla guida in servizio dell'unica Ferrari (250 GTE), nera, in dotazione alla Squadra Mobile di Roma. Le "mirabolanti imprese" del maresciallo, che diedero origine a surreali leggende metropolitane come il famoso inseguimento giù per la scalinata di Trinità dei Monti, rappresentavano un lato spettacolare del Corpo che tuttora ne costituisce un fascino sui generis.

Agevolavano il lavoro dei tanti colleghi di Spatafora alcuni ritrovati come la radio, che cambiò il modo di intendere il pattugliamento stradale. La prima centrale radio fu insediata alla questura di Milano, dove fu installato un gigantesco apparecchio "Westinghouse 21" di fabbricazione americana; l'iniziale della marca ("W") veniva resa nel codice radiofonico come "Doppia Vela" e "Doppia Vela 21" divenne perciò il nome in codice della centrale, mentre le auto desumevano i loro nominativi in codice radio dalla marca degli apparecchi di bordo, "Iris". La centrale era in realtà una sala operativa alla quale cominciarono ad affluire tutte le informazioni necessarie per un pronto intervento nelle aree urbane di competenza, e presto sarebbe diventata il terminale del numero unico di pronto soccorso, il 113.

Non versava però in buone acque finanziarie l'economato dell'amministrazione, che faticava a far fronte alle nuove esigenze che la realtà quotidiana, le promesse elettorali e gli accordi con le altre polizie e con l'Interpol imponevano. La "moderna" pistola Beretta modello "51", che come il nome indica era già da qualche tempo disponibile, tardava a sostituire la vecchia "34" (e la sua versione aggiornata, la "35") e laddove vi riusciva, vi erano talvolta problemi per le cartucce nell'innovativo calibro "9 mm Parabellum". Ancor peggio andava per i moschetti, gli obsoleti Beretta MAB, i cui caricatori restavano spesso vuoti e la cui funzione era spesso solo quella della deterrenza visiva, essendo del tutto innocui per mancanza di proiettili.

L'evoluzione delle tecnologie fu attentamente seguita anche dalla criminalità, che cominciava ad organizzarsi e che presto avrebbe scalzato le forze di polizia dal controllo di alcune parti del territorio. La vecchia "mala" si urbanizzò e si trasformò in una sorta di reticolo che restava sotterraneo rispetto alla vita quotidiana, alla quale affiorava per compiere rapine, omicidi ed estorsioni, per poi subito reimmergersi nell'anonimato delle nuove città metropolitane. La polizia, per ovvie ragioni costituita di selezionata "brava gente", faticò a trovare punti di contatto utili per la prevenzione e per la repressione, perdendo terreno in favore dei delinquenti nonostante i molti sforzi compiuti.

Gli anni settanta videro il Corpo, oltre gli omologhi reparti dei Carabinieri, sotto impegno e pressione operative di gravità paragonabile a uno stato di assedio.

In questo decennio si ebbero infatti vertiginose espansioni del crimine, che raggiunse numeri di tragica pericolosità contemporaneamente in molte "specialità", fra le quali (ma non solo) terrorismo, tentativi di golpe, banditismo (sequestri di persona), contrabbando, traffico di stupefacenti, rapine, estorsioni, grassazioni di mafia, insorgenza del racket e dell'usura, oltre all'effervescenza politica che per molti anni si tradusse in quotidiani scontri armati fra giovani di opposte fazioni e fra questi e la Polizia.

Quest'ultimo punto fu forse il filo conduttore del travagliato decennio e trasse origine dagli echi del "maggio francese" (1968), giunti in Italia con un certo ritardo. I movimenti spontanei studenteschi, per lo più inquadrabili in un'area, pur di incerti termini, di sinistra, assunse il ruolo di opposizione ad un sistema la cui effettiva e sostanziale democraticità veniva seriamente posta in discussione. La fresca consapevolezza di essere restati invischiati nella prima ondata della modificazione in senso schiettamente capitalistico e consumistico del sistema economico, fu svolta nel senso di combattere lo stato che propugnava tale sistema attraverso le sue istituzioni ed i suoi simboli, il più evidente dei quali - e forse il più immediatamente attaccabile - era appunto la polizia (in questa intendendosi anche l'Arma).

Dai primi disordini scoppiati alla facoltà di architettura di Roma (Valle Giulia), si passò a violenze stradali di crescente frequenza in tutte le principali città italiane, che vedevano la polizia costretta in pratica ad organizzare vere e proprie azioni anti-guerriglia, rinfrescando peraltro, e non senza vantaggio, tattiche e strategie dell'esercito della Roma imperiale (ad esempio la testudo, formazione di militi che univa gli scudi per proteggersi dal lancio di oggetti contundenti). Fu accelerato lo studio dei proiettili lacrimogeni, sorta di granate capaci di sprigionare appunto gas lacrimogeno, e per questo i reparti di ordine pubblico furono nuovamente muniti del mai tramontato "Moschetto 91", cui veniva applicato un piccolo tromboncino per questo tipo di lanci. Furono prestamente (e costosamente) blindate auto e furgoni (poi chiamati direttamente "blindati"), si trovarono i fondi di bilancio per le pallottole e si introdusse la mitraglietta corta Beretta M12, furono riveduti integralmente i servizi di antisabotaggio e scorta, e le schedature "politiche" furono potenziate come non era accaduto nemmeno nella polizia di Bocchini. Avvennero, d'altro canto, dei casi di violenze e repressioni dei movimenti da parte delle forze di polizia che fecero eco negli anni a seguire.

Da un punto di vista squisitamente di immagine, le uniformi vennero unificate: se prima le forze impiegate in ordine pubblico indossavano il grigioverde, lasciando alle altre la "spezzata" (giubba blu e pantaloni grigio azzurri), tutte ora indossavano quest'ultima ed anche i veicoli (prima grigi per l'ordine pubblico e verdi, anzi "verdoni", per il resto) furono tutti riverniciati con l'innovativa livrea bianco-celeste. Scomparvero le differenze fra le uniformi degli ufficiali e quelle del personale dei ruoli inferiori (sebbene di recente siano state reintrodotte piccole differenze, ad esempio per gli alamari).

Si ebbe, nel cuore della sinistra, tra le altre, la voce contraria di Pier Paolo Pasolini, il quale con cruda onestà riconobbe nei poliziotti, arruolati fra talvolta pericolanti soglie dell'alfabetizzazione, incolpevolmente e spesso inconsapevolmente inviati contro i manifestanti, i veri concreti titolari dei diritti di quel proletariato in nome del quale le azioni di guerriglia venivano scagliate - segnalava il poeta - da giovani "figli di papà", intenti a combattere pubblicamente una borghesia che forniva loro l'usbergo al quale privatamente rincasavano.

Indubbiamente, restano di piena vividezza nel dibattito politico i molti casi tuttora controversi, che furono erti a ragioni di bandiera: la morte di Giuseppe Pinelli, ad esempio, come quella del commissario Luigi Calabresi, già al momento in cui avvennero lasciavano prevedere che i rapporti fra una parte della cittadinanza e le istituzioni si sarebbero pesantemente incrinati.

Ma gli eventi riuscirono a superare le previsioni ed il terrorismo prese piede, da destra e da sinistra, con stragi, attentati, omicidi ed altri crimini (fra i quali le rapine per autofinanziamento), conferendo al decennio il funesto titolo di "anni di piombo". In questi, la polizia, intesa nell'insieme delle forze dell'ordine, lasciò un gravissimo tributo di vite umane, riguadagnando col sangue la solidarietà della popolazione.

L'emergenza fu affrontata dai governi in carica con alcune manovre legislative, che conferivano più elastici poteri agli agenti (ad esempio in materia di fermo di polizia ), arroventandosi la polemica sulla legge Reale e sulla supposta "svolta autoritaria", mentre amministrativamente furono ristrutturate le branche dedicate alla lotta al terrorismo. Nacque l'UCIGOS, operante sul territorio attraverso le DIGOS di ciascuna questura ed attraverso i NOCS, corpo d'élite di pronto impiego per operazioni speciali.

Nel 1977 la legge di riordino dei servizi segreti, che da un lato ne centralizzava al governo il controllo politico diretto con la sottomissione al CESIS, ma dall'altro apriva a facilitazioni operative per il coordinamento dell'azione dei servizi e delle polizie, aprì la speranza degli operatori alla prospettiva di una riforma anche della polizia. Funzionari ed agenti reclamavano dallo stato, con voce sempre più pressante, una revisione delle condizioni di lavoro, di inquadramento di carriera, di snellimento e facilitazione delle mansioni, oltre ad un miglior rispetto della incombenza di sacrificio in cui si trovavano, peraltro per stipendi indecorosi, per ragione di professione.

La legge n. 121 del 1° aprile 1981 nacque per rispondere ad alcune di quelle istanze.

Con la riforma imposta dalla legge n. 121, queste tre diverse componenti furono fuse nella Polizia di Stato, "corpo civile militarmente organizzato" per la tutela dello Stato e dei cittadini da reati e turbative dell'ordine pubblico. La nuova Polizia diveniva un corpo civile a tutti gli effetti (gli alamari non avevano più la stella, simbolo dei corpi militari, sostituita dal monogramma "RI"), aperto a uomini e donne. Il divieto di far parte e di iscriversi a organizzazioni politiche o sindacali fu in parte mitigato dalla possibilità di costituire sindacati interni, i più rappresentativi dei quali presto divennero il SIULP (Sindacato Italiano Unitario Lavoratori Polizia), emanazione delle grandi confederazioni sindacali, ed il SAP (Sindacato Autonomo di Polizia), collocato su una posizione di equidistanza dalle forze politiche e sociali. .

I gradi furono rinominati, i ruoli ristrutturati con la ri-creazione del ruolo Ispettori, inserito fra quello dei Sovrintendenti (in precedenza Sottufficiali) e quello dei Funzionari (in precedenza Ufficiali).

La riforma ha previsto l'organizzazione del personale in 3 differenti ruoli organizzativi: ruolo di polizia, ruolo tecnico/tecnico-scientifico e ruolo sanitario.

Aquila eretta dorata, con scudo cremisi e monogramma "RI", sormontata da torre trimerlata.

Mostrine con fiamma dorata su campo cremisi alla base della quale vi è il monogramma "RI"; lunghe e ricamate per i funzionari, corte e ricamate per gli Ispettori Superiori con qualifica di Sostituto Commissario e di metallo per il restante personale di Polizia. .

Come previsto dalle regole dell'ordinamento ministeriale, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza è organizzato in Direzioni centrali e in Uffici di pari livello, anche a carattere interforze.

Queste ultime sono state soppresse alla fine dell'anno 2007.

La Polizia di Stato, come ogni amministrazione e categoria statale, possiede anche diversi sindacati; i principali sono il Siulp (area Cisl), il Sap (autonomi), il Silp (Cgil) e la Uilps (Uil). Altra importante organizzazione sindacale di polizia è il Coisp.

Di recente è stato riformato il ruolo dei funzionari e dei dirigenti. L'art. 32 del decreto legislativo 298 del 2000 "Riordino del reclutamento, dello stato giuridico e dell'avanzamento degli ufficiali dell'Arma dei carabinieri, a norma dell'articolo 1 della legge 31 marzo 2000, n. 78", ha fissato la seguente equiparazione tra gradi e qualifiche: a) generale di corpo d'armata: dirigente generale di livello B; b) generale di divisione: dirigente generale; c) generale di brigata: dirigente superiore; d) colonnello: primo dirigente; e) tenente colonnello-maggiore: vice questore aggiunto; f) capitano: commissario capo; g) tenente: commissario. Il grado di commissario (corrispondente a Tenente) è previsto solo durante la frequenza del corso biennale presso l'istituto superiore di Polizia. Al termine dei due anni si assume il grado-funzione di commissario capo (corrispondente a Capitano) mentre il grado di vice-questore aggiunto corrisponde a quello di Maggiore/tenente colonnello. Col passaggio di grado a primo dirigente (corrispondente a colonnello) si ha la qualifica dirigenziale, che prosegue con dirigente superiore (generale di brigata) e con le qualifiche di dirigente generale della Polizia di Stato e dirigente generale della Polizia di Stato di livello B.

Il Capo della Polizia ed I tre Vice Capi (Vicario, Attvita' Coordinamento e Forze di Polziia, Direttore Centrale Polizia Criminale) appartengono al ruolo dei Prefetti della Repubblica, quindi non alla Polizia di Stato. Esiste il solo obbligo di legge per cui il Vice Capo Vicario provenga dal ruolo della Polizia di Stato prima della nomina a Prefetto.

La riorganizzazione della Polizia di Stato ha consentito il potenziamento e la ulteriore specializzazione di diverse branche operative, distinte in apposte divisioni o reparti di "specialità".

Attualmente la Polizia di Stato ha un organico fissato con legge dello stato della consistenza di 115.000 uomini (di cui 105.000 poliziotti del ruolo operativo e 10.000 poliziotti appartenenti al ruolo tecnico-scientifico e sanitario) ma a causa delle carenze di quest'ultimo ha oggi un organico di circa 105.000 unità, il 30% delle quali sono donne. Poco meno di 6.000 operatori sono distaccati in funzioni tecniche, destinate a fornire supporto logistico e di assistenza tecnica al restante personale.

Circa 2.000 agenti sono assegnati al servizio di "poliziotto di quartiere".

La Polizia di Stato impiega oggigiorno diverse autovetture italiane, dalle Fiat Punto 60 alle nuove Alfa Romeo 159 2.4 JTD, ed estere, come le Subaru Legacy SW e Forester. Vengono usate anche vetture di altre case che generalmente si vedono sulle autostrade e che sono fornite dalle stesse società autostradali. Nel maggio 2004 sono state donate dalla Lamborghini due Gallardo, dotate di motore v10 e 520cv, con la classica livrea bianco/blu e vari accessori opzionali (tra cui un contenitore per il trasporto di organi e un defibrillatore). Le vetture vengono utilizzata sull'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria e sulla A14 Bologna-Taranto.

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Polizia Penitenziaria

Agenti di Polizia Penitenziaria

La Polizia Penitenziaria è una delle cinque Forze di Polizia dello Stato Italiano. Così come la Polizia di Stato ed il Corpo Forestale dello Stato, il Corpo di Polizia Penitenziaria è una Forza di Polizia civile ad ordinamento civile, altresì nota come "Corpo militarmente organizzato". Quest'ultima definizione non implica la militarità del Corpo, ma l'organizzazione che si rifà chiaramente ad una struttura militare. Per quanto concerne la definizione di "ordinamento speciale" si deve al fatto che il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria (nonché quello della Polizia di Stato e del Corpo Forestale dello Stato) è differente dal personale di qualsiasi altro ente civile o militare della Repubblica Italiana.

Svolge compiti di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza legati al settore penitenziario ed alla gestione delle persone sottoposte a provvedimenti di restrizione o limitazione della libertà personale ma non solo: espleta attività di polizia stradale ai sensi dell'art. 12 del Codice della strada, partecipa al mantenimento dell'ordine pubblico, svolge attività di polizia giudiziaria e pubblica sicurezza anche al di fuori dell'ambiente penitenziario, così come tutte le altre forze di polizia, svolge attività di scorta a tutela di personalità istituzionali (Ministro della Giustizia, Sottosegretari di Stato) e di magistrati.

Il numero d'agenti appartenenti alla Polizia Penitenziaria è di 46.411 a fronte dei 48.509 necessari per far funzionare i 207 penitenziari italiani .

La Banda si esibisce in occasione delle celebrazioni più importanti nella vita delle istituzioni: essa rappresenta il Corpo di Polizia Penitenziaria in occasione di manifestazioni pubbliche nazionali e internazionali.

L'elevato livello artistico raggiunto dal complesso bandistico contribuisce a diffondere l'immagine del Corpo ed a rappresentarlo degnamente in occasione di manifestazioni pubbliche nelle quali la presenza di essa è in sintonia con le finalità istituzionali del Corpo di Polizia Penitenziaria, riscuotendo unanime apprezzamento dalla critica e un grande successo di pubblico.

Tra le numerose partecipazioni ad eventi prestigiosi della vita istituzionale, culturale e sportiva del nostro Paese, si segnala il concerto tenuto dalla Banda il 6 luglio 1992 nell'ambito del Festival dei Due Mondi di Spoleto, nella spettacolare cornice dell'Anfiteatro Romano. La Banda si è esibita anche in occasione dei Campionati Mondiali di Nuoto, a Roma, ai Campionati Mondiali Militari ed ai Giochi Mondiali delle Polizie. Tra le uscite pubbliche della Banda, particolarmente apprezzato è stato il Concerto tenuto presso il Teatro dell'Opera di Roma, il 7 aprile 1999, alla presenza del Ministro di Grazia e Giustizia.

La Banda della Polizia Penitenziaria ha sede a Portici, presso la Scuola di Formazione ed Aggiornamento del Corpo di Polizia e del Personale dell'Amministrazione Penitenziaria, ospitata nel prestigioso Palazzo Valle, già sede delle guardie del corpo di Ferdinando IV di Borbone, re delle Due Sicilie.

Da non dimenticare che L'Amministrazione Penitenziaria ha avviato, dal maggio 2000, un piano di cooperazione con la missione internazionale delle Nazioni Unite in Kosovo.

Un contingente di Polizia Penitenziaria è stato assegnato al Penal Management Division Kosovo Correctional - Missione ONU (UNMIK) ed impiegato presso l'istituto penitenziario di Dubrava, il più grande dei Balcani, in attività particolarmente sensibili, come la sorveglianza dell'intercinta (outside security), servizi di traduzione di detenuti e affiancamento degli operatori penitenziari kosovari nei vari servizi (training in service).

Nel marzo 2002 il contingente ha avuto l'incarico straordinario di effettuare la traduzione dalle prigioni della Serbia dei circa 165 detenuti di etnia albanese/kosovara.

Alla fine del primo semestre di impiego, i componenti del contingente di Polizia Penitenziaria sono stati insigniti della "medaglia della pace", speciale onorificenza delle Nazioni Unite.

Tra non molto alla Polizia Penitenziaria verranno affidati anche i domiciliari e tutte le attività relative al controllo della Banca Nazionale del DNA, strumento che verrà gestito da personale tecnico del Corpo appositamente preparato. Dunque, anche la Polizia Penitenziaria avrà, come tutte le altre polizie italiane ed europee, un proprio comparto gestito da personale del Corpo inserito in ruolo tecnici.

Va ricordato in oltre che, nel 1997 sulla base di indicazioni già contenute in un decreto del 1994, è nato il Gruppo Operativo Mobile meglio conosciuto come GOM (composto da 600 unità), ossia un gruppo scelto di agenti di Polizia Penitenziaria aveti il compito del mantenimento dell'ordine e della disciplina negli istituti penitenziari, con priorità a interventi in occasione di gravi situazioni di turbamento; a cui competono anche i servizi di tutela e scorta del personale in servizio presso l'Amministrazione penitenziaria ed il Ministero della Giustizia esposto a particolari situazioni di rischio personale (effettuati dal Nucleo Tutela e Scorte costituito da circa 50 unità), la traduzione di tutti i detenuti "collaboratori di giustizia", ad altissimo rischio.

Il Corpo di Polizia Penitenziaria è l'erede del Corpo delle Guardie Carcerarie, creato nel 1873, poi riformato nel Corpo degli Agenti di Custodia (1890), ad ordinamento militare; l'amministrazione sarebbe passata nel 1922 dal Ministero dell'Interno al Ministero di Grazia e Giustizia. Nel 1990, con la legge n. 395 del 15 dicembre, il Corpo ha assunto la nuova denominazione ed è stato smilitarizzato. Vi sono confluiti gli appartenenti e le dotazioni dell'ex Corpo degli Agenti di Custodia e, in parte, le ex-Vigilatrici Penitenziarie.

I compiti istituzionali sono descritti nell'art. 5 della detta Legge, che stabilisce che il Corpo di Polizia Penitenziaria, ora amministrato dal Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, espleta quanto stabilito sia dall'ordinamento penitenziario (legge n. 354 del 1975) e dal suo regolamento attualmente in vigore (D.P.R. 230/2000), nonché da quanto previsto dalla stessa legge n. 395.

Il Corpo garantisce l'esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, garantisce l'ordine pubblico e la tutela della sicurezza all'interno degli istituti, partecipa alle attività di osservazione e trattamento dei detenuti; inoltre, espleta servizi di ordine e sicurezza pubblica e di pubblico soccorso, nonché di Traduzione dei ristretti, da Istituto ad Istituto, presso le aule giudiziarie per lo svolgimento dei processi e presso i luoghi esterni di cura, ed in caso di ricovero espleta il servizio di Piantonamenti (attribuzioni precedentemente della Polizia di Stato e dei Carabinieri).

Gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria sono Agenti e Ufficiali di Pubblica Sicurezza e di Polizia Giudiziaria. Numerosi sono ormai i servizi, oltre a quelli istituzionali più noti, svolti dal Corpo. Dall'ordine pubblico (su richiesta del Prefetto), al controllo degli arresti domiciliari, a compiti di sorveglianza e scorta di obiettivi sensibili e personalità sottoposti a misure di protezione (Ministro della Giustizia, Magistrati, collaboratori di giustizia, etc.), ed entro breve è prevista anche l'istituzionalizzazione dei ruoli tecnici, come avviene negli altri corpi di polizia. Al Corpo di Polizia Penitenziaria appartengono i gruppi sportivi Astrea e Fiamme Azzurre.

Con Decreto, pubblicato sul Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia del 31 marzo 2004, il Ministro della Giustizia ha dato attuazione al D.Lgs. del 21 maggio 2000, n. 146, concernente la individuazione dei compiti e delle mansioni degli appartenenti ai Ruoli Direttivi Ordinario e Speciale del Corpo di Polizia Penitenziaria. Inoltre, un decreto ministeriale del 14 giugno del 2007 ha istituito un Nucleo Investigativo Centrale, un servizio centrale di polizia giudiziaria che svolge in via continuativa e prioritaria le funzioni di cui all'art. 55 del Codice di Procedura Penale, alle dipendenze funzionali e sotto la direzione dell'Autorità Giudiziaria, per fatti di reato commessi in ambito penitenziario o, comunque, direttamente collegati all'ambito penitenziario. Un ulteriore passo in avanti di una Forza di Polizia che può essere senza alcun dubbio considerata di altissimo livello, per la difficoltà e la cospicuità dei compiti ad essa affidati.

La Polizia Penitenziaria, dopo la riforma del 1990, ha abbandonato le vecchie divise grigio-verdi del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia, per indossare uniformi blu e tute operative dello stesso colore.

L'uniforme invernale consta di giacca con bottoni argentati e fregio del Corpo con spalline con bordo azzurro, pantaloni dello stesso colore, e camicia manica lunga di colore azzurro e cravatta dello stesso colore. Il vestiario comprende anche una giacca a vento in goretex munita di ampie tasche e spalline bordate di celeste. La giacca è munita di termofodera in pile, comodamente staccabile e indossabile come corpetto.

L'uniforme ordinaria estiva invece è composta da camicia azzurra con maniche corte, con taschini sul petto e bottoncini argentati con fregio, pantaloni di cotone blu e cintura con fibbia e fregio di colore blu. Con queste uniformi sono previsti basco azzurro con fregio, oppure berretto rigido blu con fregio.

La tuta operativa invernale consta di una giubba di colore blu, pantalone dello stesso colore con termofedera staccabile anche la giubba è munita di termofodera, comodamente staccabile e indossabile come corpetto-gilet essendo possibile rimuovere le maniche mediante cerniere lampo interne.

La tuta operativa estiva è composta da pantaloni di colore blu (quelli invernali senza termofedera) ed una polo con cerniera di colore azzurro.

Stivaletti invernali (tipo polacchine) per l'ordinaria, ed anfibi per l'operativa.

Sarebbe auspicabile l'utilizzo di queste tute anche all'interno delle Sezioni Detentive, dato che l'uniforme ordinaria con il passare del tempo risultata scomoda e poco funzionale per il tipo di servizio svolto dagli agenti.

Vi sono poi anche capi di vestiario come il maglione blu a V con toppe di rinforzo su spalle/gomiti e scritta "Polizia Penitenziaria" da indossare in luogo della giacca e per i soli servizi interni, un maglione sottogiacca blu a scollo a V, il maglione a collo alto con cerniera lampo, un cappotto a doppia abbottonatura (in verità poco utilizzato) e tutti gli accessori per le uniformi di servizio.

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Polizia

Polizia locale a cavallo a Firenze

Il termine polizia è in genere usato ad indicare il complesso delle attività istituzionali di gestione delle comunità umane organizzate, derivando il nome e l'origine storica del concetto dallo sviluppo della polis della Grecia antica. In senso storico si tratta dunque di un concetto di molto prossimo a quello di governo, inteso come potere esecutivo, gestore dell'autorità conferitagli dalla comunità di riferimento al fine dell'amministrazione della cosa pubblica e spesso in funzione del bene comune. Ed è concetto affine anche a quello della pubblica sicurezza, uno degli elementi costituzionali del contratto sociale ed una delle tematiche che più direttamente legano il concetto originario di polizia con quello moderno.

Nel senso moderno, e (attualmente) più diffusamente corrente, si intende infatti per "polizia" un generico corpo istituzionale preposto alla tutela dell'ordine pubblico contro gli attentati che questo potrebbe patire dalla condotta illegale di alcuni individui o da eventi fortuiti, che minerebbero appunto la sicurezza pubblica. Tipicamente una polizia dedica una quota maggioritaria delle proprie attività alla prevenzione ed alla repressione del crimine, ma in genere vi è sempre anche una parallela funzione di pubblico soccorso per situazioni di emergenza.

Quasi tutti gli ordinamenti nazionali degli stati moderni prevedono l'istituzione e l'impiego di corpi di polizia, con differenziazioni che tengono conto delle relative specificità culturali (ed eventualmente anche religiose - ad esempio in regimi di teocrazia) e giuridiche. Le polizie sono gli enti precipuamente delegati a ricevere le funzioni di polizia e ad assolvervi.

La funzione di polizia, per come generalmente la si intende in sistemi di cultura occidentale dei tempi nostri, attiene eminentemente alla lotta al crimine, individuale od organizzato. Non è raro, anzi, vedere che del termine "polizia" si abbia anche normativamente un uso squisitamente limitato alle funzioni di tutela del rispetto ordinamentale. La polizia - così individuata - opera di fatto principalmente perché l'ordinamento ottenga il rispetto della collettività interessata attraverso l'osservanza delle leggi preposte a regolamentarne la vita, rispetto che perciò si esplicita tanto nell'induzione ad una condotta comportamentale "corretta" che nella punizione dei comportamenti "scorretti". In questo applica il complesso delle sue potenzialità operative, al fine di prevenire la commissione e la perpetrazione di atti e fatti costituenti crimine (o comunque turbativa dell'ordine pubblico) ed allo scopo di perseguire gli esecutori di eventuali atti e fatti illeciti. È in questo senso che (almeno nei sistemi di diritto latino) si suole distinguere rispettivamente fra polizia di prevenzione e polizia giudiziaria.

La polizia inglese è stata una delle prime organizzazioni istituzionali di polizia in senso moderno, avendo introdotto un concetto (mai più tramontato) di polizia metropolitana già nel Seicento. Ma il concetto di polizia così come la intendiamo oggi è databile al 1821, quando in Inghilterra nacque "Scotland Yard" (che prese però tale nome solo nel 1829). Prima di tale data i compiti di polizia erano affidati a dei "retti cittadini" (quello che oggi chiameremmo "protezione civile") secondo il Codice di Winchester del 1285. Il tradizionale "Bobby" è una delle figure più caratteristiche e note del variegato settore degli operatori di polizia.

La prevenzione della perpetrazione di delitti o comunque di illeciti viene in genere svolta attraverso attività di programmazione culturale, lo studio di accorgimenti politico-giuridico-pragmatici che rendano l'eventuale crimine assai difficoltoso da perpetrare oppure scarsamente conveniente, investigazione dei soggetti indiziariamente ritenuti probabilmente propensi a delinquere e loro neutralizzazione possibilmente prima che l'illecito sia commesso o prima che esso possa produrre effetti nocivi.

L'ausilio normativo è uno dei supporti più efficaci, ma anche una delle condizioni necessarie, per l'azione di polizia preventiva; ad esempio, la discussa previsione (comune a molti ordinamenti) di una fattispecie delittuosa come l'associazione per delinquere, che a talune condizioni sancisce l'illiceità del mero progetto di crimine, senza necessariamente attendere che un reato sia commesso per aversi illegalità. È in genere una norma ritenuta di ausilio alle attività di prevenzione poiché consente di prevenire la commissione del reato attraverso la punibilità del suo mero progetto, ed è strumento che assume valore di utilità ordinamentale quando appunto si possa applicarla per impedire il reato attraverso la punizione dell'organizzazione delle fasi preparatorie pratiche dello stesso.

Altrettanto, la norma di molti ordinamenti che prevede l'obbligo ricadente su taluni soggetti (a seconda delle fattispecie ciascun singolo cittadino o solo gli operatori di polizia) di impedire la continuazione dei reati in corso (interrompendone la perpetrazione, se del caso interferendo sull'azione criminosa), ovvero di impedire l'aggravio delle ulteriori possibili conseguenze nocive, è un altro segnale di un'impostazione giuridica per la quale rilevi in senso proficuo per l'ordinamento interessato l'azione preventiva, in quanto preferibile - si deduce - a quella repressiva.

Gli ordinamenti in genere riconoscono infatti - almeno in via formale - valore preferenziale alla prevenzione, non mancando del resto chi abbia rilevato che ciascun successo di polizia giudiziaria in fondo non sia che una dichiarazione espressa di sconfitta del sistema, che non avrebbe saputo impedire che il reato fosse commesso: ogni volta che un reo sia arrestato, e magari condannato, il sistema avrebbe perso - in questa visione - la sua battaglia per garantire alla collettività una vita sociale priva di irregolarità, ciò che ogni contratto sociale parrebbe invece costituzionalmente assicurare. La prevenzione sarebbe, in una simile visione - insieme costituzionalistica e legittimistica - la funzione più propria dell'attività di polizia: lo stato dovrebbe educare i cittadini alla legalità, fruttusamente ottenendone ottemperanza alle regole ed astinenza dalla soluzione prevaricante.

Là dove fallisse l'attività preventiva, si avrebbe perpetrazione di illeciti, ed allora entrerebbe in campo la funzione di repressione, affidata nei paesi di diritto latino agli incaricati delle funzioni di polizia giudiziaria, la quale si fa missione di assicurare i responsabili degli illeciti alla giustizia, poiché la funzione di polizia - esecutiva - in ottemperanza della legge si sottomette alla funzione giudiziaria - amministrativa (della giustizia) - che a sua volta opera anch'essa in ottemperanza della legge, la quale identifica infine la funzione regolatrice legislativa, armonizzando la distribuzione delle autorità sociali.

La polizia giudiziaria, valendosi anch'essa di strumenti normativi e di tecniche ed accorgimenti pratici, opera per assicurare all'ordinamento la punizione dei soggetti ritenuti responsabili di illecito, non sottoponendoli a diretto giudizio, bensì rimettendoli alla valutazione delle autorità competenti, che sono le autorità giudiziaria dalle quali estensivamente mutua la sua denominazione.

È però forse questa la polizia più immediatamente a tutti riconoscibile, quella che interviene frapponendo la forza della legge (eventualmente anche supportata da tecnica militare - o equipollente) alla violenza, forza antagonistica, della prevaricazione. È in pratica quella polizia che interviene non appena abbia "notitia criminis" per fare in modo che il crimine non si perfezioni, limitando per quanto possibile la sua esecuzione al mero tentativo, oppure, ove non riuscisse, assicurando che i responsabili ne siano acquisiti alla disponibilità dell'autorità che dovrà giudicarli, sperabilmente in caso di flagranza o (in subordine) a posteriori per effetto tipicamente di azioni di investigazione.

La polizia giudiziaria è in genere, come anche nell'ordinamento italiano, funzione che si traduce in apposite e delicate attribuzioni giuridiche, che conferiscono agli investiti facoltà e potestà speciali, ovviamente non spettanti al cittadino comune. Queste attribuzioni si tengono precisamente distinte dalle attribuzioni di pubblica sicurezza: ad esse si ricollega la previsione dell’articolo 109 della Costituzione italiana, che conferisce all’autorità giudiziaria il potere di disporre “direttamente” della polizia giudiziaria.

Si tratta di una previsione che negli ultimi anni ha rappresentato il crinale di una contrapposizione assai aspra tra Esecutivo e Giudiziario in Italia. In vari casi la magistratura italiana ha fatto valere la subordinazione funzionale della polizia giudiziaria ad essa, in presenza del diverso ed opposto vincolo derivante alla stessa dalla subordinazione gerarchica al Ministro dell’interno: ciò ha prodotto conflitti anche a livello istituzionale, come nel caso della perquisizione di Villa La Certosa e nel caso del processo a Niccolò Pollari per il caso Abu Omar, ma anche nella vicenda del processo a Palermo al generale Mori per la mancata tempestiva perquisizione del covo di Riina.

Nei sistemi occidentali sono in genere istituite anche altre funzioni di polizia meno note, ma di non minore rilievo per la vita delle comunità di riferimento. Si tratta di funzioni dedicate alla tutela del rispetto ordinamentale per questioni di magari più pratica consistenza, di più minuziosa individuazione e solitamente di minore drammaticità sociale, ciò nonostante di più immediato contatto.

La prima fra queste è la polizia amministrativa, che si occupa di regolamentare aspetti pratici della vita comune in genere incentrati sulla garanzia di rispetto di normazioni burocratiche, tecnologiche, commerciali, e genericamente pratiche, affinché tutta l'opera di regolamentazione legiferata per ordinare azioni più normalmente ascrivibili alla quotidianità possa godere di altrettanto efficace garanzia di correttezza.

Altre funzioni di polizia a competenza speciale sono ad esempio la polizia sanitaria, la polizia urbanistica, la polizia urbana.

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Polizia municipale

Polizia municipale a cavallo in Piazza della Signoria a Firenze

La polizia municipale (il cui nome, per tutta l'Italia, è in corso di modificazione in polizia locale), è costituita in Corpi o Servizi dipendenti direttamente dai Comuni; la vecchia denominazione di Vigile Urbano tutt'oggi viene impropriamente utilizzata in Italia per indicare l'appartenente alla Polizia Municipale, che più correttamente va denominato "Agente di Polizia Municipale" o "Agente di Polizia Locale".

È opportuno sottolineare che i Comuni possono organizzare dei consorzi al fine di assicurare il servizio di polizia municipale oppure, sebbene in rari casi, non fornirlo proprio. È la discrezionalità della sussidiarietà dei servizi forniti in base all’ordinamento delle autonomie locali Decreto Legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

Con lo Statuto nel Regno di Sardegna (1848), e con la Legge Comunale e Provinciale (1859), venne sancita a livello legislativo la possibilità per questi enti di dotarsi di proprie guardie, per vigilare sul rispetto dei propri atti normativi con l’autorizzazione dei Governatori provinciali che potevano anche rifiutare la costituzione dei servizi . Con le leggi di Pubblica Sicurezza (1859), invece, ci furono le prime attribuzioni di funzioni in materia di pubblica sicurezza alle guardie municipali. Raggiunta l’unità d’Italia, questo modello venne esteso anche al resto dei territori annessi, nei quali, per altro, già esistevano corpi di Guardie Civiche. Nel 1907 Giovanni Giolitti, ministro dell'interno del proprio governo, provvide a regolare la materia riunendo le “Guardie di Città” nel Corpo degli Ufficiali ed Agenti della Pubblica Sicurezza R.D. 01 agosto 1907 n.690 , riconoscendo ai comuni di poter provvedere alla vigilanza dei regolamenti locali a mezzo proprio personale che doveva essere preventivamente riconosciuto in possesso di titoli e requisiti necessari. La disciplina dei vigili era sottoposta ai prefetti ed il servizio era disposto dai questori delle province R.D.L.26 settembre 1935 n.1952. Questo comportava che di fatto il vigile, pur pagato dai comuni, veniva impiegato con modalità che non riflettevano le sue necessità, oppure alcuni prefetti imponevano la nomina di vigili a Comuni che non ne avevano necessità, gravando così sulle magre risorse locali. I comuni affiancarono al neonato corpo delle "Guardie Agenti per la Pubblica Sicurezza", le Guardie Rurali, Campestri, Urbane, ed ottennero le proprie Guardie Daziarie con compiti di vigilanza sui regolamenti comunali in materia corrispondente, ma orientati soprattutto nell’ambito delle zone agresti, e le ultime con finalità di accertare il pagamento dei tributi municipali nel movimento delle merci. Con lo sviluppo esponenziale della circolazione automobilistica nei centri urbani, alle Guardie Civiche venne anche affidato un ruolo di primo piano nella regolamentazione e controllo del traffico nei centri abitati, ruolo che tuttora identifica nell’immaginario collettivo questa figura professionale. Significativa è l’istituzione della rotonda elevata in piazza Venezia a Roma a ricordo di quello che furono i primi vigili del traffico. Dai primi del ‘900, come abbiamo già detto a seguito della “riforma Ricasoli” i corpi delle Guardie Civiche assunsero più spesso la denominazione di Vigili Urbani, termine con il quale vennero identificati fino all’approvazione della Legge 07 marzo 1986 n° 65, con la quale assunsero la denominazione odierna di Agenti di Polizia Municipale.

L'evoluzione della categoria sta a sottolineare i compiti inerenti la vigilanza urbana e territoriale a livello comunale, rispetto alle Forze di Polizia statali, ed anche l'avere acquisito una propria identità ed autonomia disciplinare e di servizio. Gli Agenti ed Ufficiali appartenenti alla Polizia Municipale svolgono attività di prevenzione e repressione in campo amministrativo e penale, con particolare attitudine ed attenzione verso problemi riguardanti il rispetto dei Regolamenti Locali e delle Ordinanze del Sindaco, delle norme che regolano la circolazione stradale, ispezioni in esercizi commerciali, pubblici esercizi e circoli privati e problemi inerenti l'inquinamento e l'abusivismo edilizio, nonché l'esecuzione del T.S.O. e degli accertamenti anagrafici (nei Comandi più grandi - per esempio nelle grandi città - vi è l’istituzione di nuclei specializzati nella lotta al degrado urbano, nell’attività investigativa, nella polizia tributaria, inoltre, in molti comandi, sono istituiti reparti cinofili che affiancano le altre unità per finalità di controllo del territorio. Da annoverare anche il Reparto Elicotteristi della Polizia di Roma in attività nei cieli della capitale al servizio della cittadinanza).

La Polizia Municipale espleta indagini di Polizia Giudiziaria, rivestendo i suoi appartenenti, a seconda del grado, le qualifiche di Agenti o Ufficiali di Polizia Giudiziaria (in questo caso nei limiti delle proprie attribuzioni) meglio statuite all'art.57 co. 2° e 3° c.p.p..

La Polizia Municipale è regolata dalla Legge Quadro sull'ordinamento della Polizia Municipale Legge 07 marzo 1986 n° 65, che rimette l'organizzazione del Servizio alla Regione territorialmente competente, che provvede con leggi regionali, tra le quali si ricordano: la L.R. n. 02/2005 del Lazio, o la Legge Regionale n. 24/2003 dell'Emilia Romagna, la Legge Regionale n. 4/2003 della Lombardia, o ancora la Legge Regionale n. 58/1987 del Piemonte, la Legge Regionale n. 40/1988 per il Veneto o la Legge Regionale n. 24/1990 per la Calabria.

Gli Agenti ed Ufficiali appartenenti alla Polizia Municipale rivestono, nell'ambito del territorio di competenza, la qualità di Agenti di Polizia Stradale, ai sensi dell'art. 12 co. I° lett. f) Codice della Strada Decreto Legislativo n.285/1992, nell'ambito del territorio di competenza (ovvero quello dell'Ente di appartenenza)e, a seconda del grado e quando sono in servizio, di Agenti o Ufficiali di Polizia Giudiziaria, in quest'ultimo caso limitatamente alla sfera delle proprie competenze, per cui sono riconosciuti tali dall'art. 57 co. II° e III° del Codice di Procedura Penale, in riferimento all'art. 5 co. I° lettera a) della Legge n. 65/1986.

A seconda delle scelte politiche e operative dei singoli Comuni, agli Agenti o Ufficiali di Polizia Municipale può essere conferita la qualità di Agenti di Pubblica Sicurezza, secondo le modalità stabilite dall'art. 3 L. 65/1986, su richiesta del Sindaco al Prefetto, in funzione ausiliaria alle Forze di Polizia dello Stato. Il Prefetto, visti i requisiti degli Agenti o Ufficiali appartenenti alla Polizia Municipale, cui deve essere attribuita la qualità, provvede con Decreto. Quando al Poliziotto Municipale sono riconosciute tutte e tre le “qualità” di Ufficiale o Agente di P.G., di Agente di P.S. e di Agente di Polizia Stradale, questi percepisce un'indennità pari all’80% di quella prevista all’art.43 della Legge quadro della Polizia di Stato.

Nell'esercizio delle funzioni di Agente e di Ufficiale di Polizia Giudiziaria, e di Agente di Pubblica Sicurezza, il Poliziotto Municipale, viene messo a disposizione dal Sindaco, e in questo caso dipende operativamente dalla competente Autorità Giudiziaria o di Pubblica Sicurezza, nel rispetto di eventuali intese fra le dette Autorità e il Sindaco, esclusivamente per specifiche operazioni preventivamente concordate e previo richiesta motivata.

La nomina ad Agente di Pubblica Sicurezza, ai sensi dell'art.3 L. 65/1986, non abilita automaticamente anche al porto dell'arma ma consente la frequentazione di un corso di abilitazione all’uso delle armi presso i Tiro a Segno Nazionale che rilasciano l’abilitazione. L’arma assegnata dal Sindaco, secondo le modalità stabilite con regolamento dell'Ente, secondo il D.M.04 marzo 1987 n.145, può essere portata nell'ambito del territorio di appartenenza, anche al di fuori del servizio. Tuttavia, ai sensi dell'art.8 del D.M.04 marzo 1987 n.145 è consentito, a detti Poliziotti Municipali, il porto dell'arma nei comuni in cui svolgono compiti di collegamento o comunque per raggiungere, dal proprio domicilio, il luogo di servizio, e viceversa.

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Source : Wikipedia