Pena di morte

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Tags : pena di morte, giustizia, società

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Pena di morte

La pena di morte, chiamata anche pena capitale, è l'uccisione di un individuo ordinata da un tribunale in seguito ad una condanna. Ci sono paesi dove è prevista la pena di morte per reati considerati gravi, come omicidio ed alto tradimento; altri, invece, dove ritengono possibile la pena capitale non solo per gli omicidi, ma anche per l'esecuzione di altri crimini violenti, come la rapina e/o lo stupro.

Primo stato al mondo ad abolire la pena di morte fu, il 30 novembre 1786, il Granducato di Toscana con l'emanazione del nuovo codice penale toscano (Riforma criminale toscana o Leopoldina) firmato dal granduca Pietro Leopoldo (divenuto poi Leopoldo II del Sacro Romano Impero), influenzato dalle idee di pensatori come Cesare Beccaria; tale giornata è festa regionale in Toscana. Precedentemente una breve abolizione (o meglio una forte limitazione) avvenne in Russia nel 1753 per opera della zarina Elisabetta I. Se si considera l'abolizione "di fatto" lo stato abolizionista più antico è invece la Repubblica di San Marino, tuttora esistente: l'ultima esecuzione ufficiale risale al 1468, mentre l'abolizione definitiva fu sancita per legge nel 1865.

Esistono 83 Stati che prevedono effettivamente la pena di morte e 117 che non la prevedono o non vi fanno ricorso. Il 15 novembre 2007 la Terza commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti una risoluzione, fortemente sostenuta dall'Italia, che chiede la moratoria universale della pena di morte .

L'Assemblea Generale ha votato la risoluzione il 18 dicembre 2007 con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti. La moratoria è stata approvata con 5 voti in più rispetto alla votazione della Terza commissione il 17 novembre 2007.

La pena di morte è legale a livello federale, per alcuni reati. Dei 50 Stati degli USA, solo 15 non prevedono la pena di morte nel loro statuto: Alaska, Hawaii, Iowa, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia, Wisconsin, New Jersey e New Mexico (a questi va aggiunto il territorio del District of Columbia). In altri 3 stati la pena di morte non è più applicata dal 1976: Kansas, New Hampshire, New York (in quest'ultimo è anche stata dichiarata incostituzionale, e quindi non applicabile, ma non ancora formalmente abolita). Il Nebraska ha dichiarato incostituzionale la sedia elettrica, non la pena di morte in sè. Sono 18 Stati (più un Distretto Federale) a non contemplare, di legge o di fatto, la pena di morte.

In conclusione sono comunque 32 gli Stati che, più o meno regolarmente, applicano ancora l'esecuzione capitale ("pena di morte" in effetti in inglese si traduce capital punishment).

La pena di morte in Italia, tranne che per il regicidio, l'alto tradimento e delitti commessi in tempo di guerra, fu abolita la prima volta durante il Regno d'Italia, nel 1889, nel codice penale opera del ministro liberale Giuseppe Zanardelli. Fu reintrodotta dal regime fascista, abolita nel 1944 e ripristinata l'anno seguente; con l'avvento della Repubblica (1946) è stata espressamente vietata dalla costituzione del 1948, tranne casi previsti da leggi di guerra, anche se solo nel 1994 è stata abolita completamente, con l'eliminazione degli articoli riguardanti nel Codice Penale Militare di Guerra. L'ultima esecuzione è avvenuta in Italia nel 1947 . Nel 2007 è stata completamente espunta dalla Costituzione anche con riferimento alle leggi militari di guerra.

Nell'Antico Testamento (Genesi, cap.2, 12-15), esistono alcuni passi in cui Dio condanna la vendetta umana, minacciando punizioni peggiori ("sette volte" e "settanta volte sette") per chi avesse ucciso Caino e Lamek.

Diversi passi, in prevalenza dell'Antico Testamento, affermano la legittimità della pena di morte quando è violata la legge di Mosè. A questi si aggiungono gli episodi di guerra e della storia del popolo eletto, dove i nemici periscono per volontà divina. Riguardo alla violazione della legge ebraica, in Ebrei 10:28: "Quando qualcuno ha violato la legge di Mosè, viene messo a morte senza pietà sulla parola di due o tre testimoni". In Levitico 24:16 viene messo a morte "Chi bestemmia il nome del Signore", in Levitico 20:10 chi commette adulterio, in 27:29 "Nessuna persona votata allo sterminio potrà essere riscattata; dovrà essere messa a morte", e in Levitico 24:17 "Chi percuote a morte un uomo". In Esodo 21,17 viene messo a morte chi maledice il padre o la madre.

Il passo è ripreso nel Nuovo Testamento, da Marco 7,10: "...infatti disse: Onora tuo padre e tua madre, e chi maledice il padre e la madre sia messo a morte". In Numeri 35,30, si afferma che non si può accettare un prezzo di riscatto da un omicida: "Se uno uccide un altro, l'omicida sarà messo a morte in seguito a deposizione di testimoni, ma un unico testimone non basterà per condannare a morte una persona. Non accetterete prezzo di riscatto per la vita di un omicida, reo di morte, perché dovrà essere messo a morte".

La morte del colpevole avveniva per lapidazione. Questa forma di esecuzione coinvolge tutta la comunità locale adulta, che collettivamente è chiamata ad applicare la legge, e risparmia l'individuazione di un singolo come boia.

Sant'Agostino e San Tommaso d'Aquino sostengono la liceità della pena di morte sulla base del concetto della conservazione del bene comune. L'argomentazione di Tommaso d'Aquino è la seguente: come è lecito, anzi doveroso, estirpare un membro malato per salvare tutto il corpo, così quando una persona è divenuta un pericolo per la comunità o è causa di corruzione degli altri, essa viene eliminata per garantire la salvezza della comunità (Summa theologiae II-II, q. 29, artt. 37-42). Il teologo sosteneva tuttavia che la pena andasse inflitta solo al colpevole di gravissimi delitti, mentre all'epoca veniva utilizzata con facilità e grande discrezionalità.

Lo Stato pontificio ha mantenuto nel suo ordinamento la pena di morte fino al XX secolo, abolendola nel 1969, benché inapplicata dopo il 9 luglio 1870, data dell'ultima esecuzione capitale. Per la posizione attuale della Chiesa Cattolica, vedi più avanti.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (1997) parla della pena di morte all'interno della trattazione sul quinto comandamento, "Non uccidere", e più specificamente nel sottotitolo che tratta della legittima difesa.

Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'aggressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana.

La pena di morte in Città del Vaticano non era prevista per alcun reato già dal 1967, su iniziativa di papa Paolo VI; tuttavia venne rimossa dalla Legge fondamentale solo il 12 febbraio 2001, su iniziativa di Giovanni Paolo II.

L'opinione pubblica di molti Paesi è divisa. In quelli nei quali vige la pena di morte, primo fra tutti gli Stati Uniti, esiste un movimento che ne chiede l'abolizione. Viceversa, in altri nei quali tale pena non è contemplata dai codici, tra cui l'Italia, riaffiorano periodicamente, a seguito soprattutto di crimini particolarmente efferati, richieste per la sua reintroduzione nel Diritto penale (benché le vere e proprie richieste siano per lo più casi isolati). L'opinione pubblica contro la pena capitale si divide inoltre in abolizionisti (come Amnesty International) e sostenitori della moratoria (come l'associazione radicale Nessuno tocchi Caino). C'è chi considera la moratoria (ordinanza di sospensione), soprattutto a livello internazionale, un primo e migliore passo, poiché gli stati autoritari possono revocare l'abolizione, che comunque è più difficile da ottenere e non si può imporre o decidere da parte di organismi sovranazionali. Il 18 dicembre 2007 l'ONU, con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, ha approvato la Moratoria universale della pena di morte, promossa dall'Italia a partire dal 1994.

Si fanno sempre più vivi nel mondo i movimenti che chiedono l'abolizione della pena di morte in nome dei diritti umani.

Franz Kafka descrive nel racconto Nella colonia penale (1919) i tentativi che un ufficiale fa per convincere un esploratore a difendere l'esemplare procedura di esecuzione in uso nella colonia. Il vecchio comandante aveva inventato e realizzato una macchina che prima di finire il reo gli scriveva nella schiena con il suo proprio sangue la sentenza di condanna. Accortosi che tale procedura suscitava orrore sia all'esploratore sia al nuovo comandante della colonia, decide egli stesso di sottoporvisi. La macchina si guasterà e con l'ufficiale, ultimo suo sostenitore, moriranno l'antica procedura e il suo strumento.

Anche ne Il processo (1925) si descrive la condanna a morte di una persona.

Una ricostruzione della pena di morte in Italia, sotto il profilo giuridico, la si può ritrovare nel testo di Italo Mereu, La morte come pena, pubblicato nel 1982 e ripubblicato in periodi più recenti.

Lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, condannato a morte ma in seguito graziato, nei primi capitoli de L'idiota fa pronunciare al protagonista del romanzo una violenta requisitoria contro la pena di morte.

Tolkien, cattolico, pensa che solo Dio possa togliere o dare la vita.

Tra i romanzi dedicati alla campagna contro la pena di morte da segnalare "La Penna di Donney - Miracolo d'amore", pubblicato a fine 2005 da Rubbettino Editore, scritto da Ruggero Pegna, in cui l' autore, colpito da una improvvisa leucemia acuta, s'immagina nella sua camera d' ospedale come un detenuto innocente condannato a morte, recluso in una prigione americana.

Anche il cinema si è spesso battuto contro la pena di morte, o ne ha parlato nelle sue trame. Di seguito ecco un elenco di film che trattano l'argomento.

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Pena di morte in Germania

La pena di morte in Germania venne applicata fin dal Medioevo. Fu cancellata dall'ordinamento giudiziario della Repubblica Federale, fin dal 1949, mentre nella Repubblica Democratica Tedesca fu abolita nel 1987.

Al momento della fondazione del secondo Reich tedesco, la situazione giuridica riguardante la pena di morte non era unitaria in tutti gli stati tedeschi. Alcuni stati (Brema, Oldenburgo e Sassonia) l'avevano abrogata in seguito alla rivoluzione del 1848/49. A partire dal 1871, si risolse il problema dichiarandola applicabile in tutto il territorio dell'impero come pena per il regicidio (omicidio del Kaiser o di altro sovrano tedesco), anche solo tentato. Come modalità di esecuzione venne stabilita la decapitazione, mentre solo in Baviera venne praticata la fucilazione tra il 1920 ed il 1923. A partire dal 1877, le esecuzioni non vennero più eseguite in pubblico.

Agli inizi della Repubblica di Weimar la pena di morte venne posta in discussione, perché gli omicidi politici di sinistra venivano puniti più frequentemente con la pena di morte rispetto ad episodi analoghi di destra. Il numero di esecuzioni si ridusse poi progressivamente e si limitò principalmente alla punizione di delitti clamorosi come quelli dei serial killer Fritz Haarmann (1925) e Peter Kürten (1931). Una richiesta di abolizione della pena di morte, avanzata dal partito socialdemocratico tedesco (SPD) nel 1927, non trovò seguito al Reichstag nella commissione per la riforma del diritto penale.

Immediatamente dopo la presa del potere da parte dei nazisti, il 29 marzo 1933 venne approvata la Legge del Reich sulla comminazione e sull'applicazione della pena di morte (Reichsgesetz über Verhängung und Vollzug der Todesstrafe).

Grande clamore suscitò l'esecuzione di Marinus van der Lubbe il 10 gennaio 1934, il quale era stato condannato per l'incendio del Reichstag: nel momento in cui il fatto venne compiuto l'incendio doloso non comportava la pena di morte, ma quest'ultima venne introdotta retroattivamente per il caso concreto, cosicché venne pronunciata una sentenza in pieno spregio del fondamentale principio di irretroattività della legge penale sfavorevole al reo.

Il commissario del Reich per la giustizia Hans Frank descrisse al Congresso del Partito nel settembre 1934 la "indiscriminata applicazione della pena di morte" come una grande conquista del sistema giuridico nazista.

Per mezzo di numerosi decreti, tra cui quello contro i nemici pubblici del 5 settembre 1939, il numero dei reati sanzionati con la pena di morte venne esteso sempre di più. A partire dal 1944 la pena di morte poteva essere applicata per qualsiasi crimine, valendo come unico criterio ormai solamente il "sano sentimento del popolo". Illuminante al riguardo è un'affermazione di Hitler del 1942: "dopo 10 anni di penitenziario un individuo è comunque perso per la società. Un elemento del genere o lo si mette in un campo di concentramento o lo si uccide. Ultimamente quest'ultima modalità è più importante, a scopo deterrente".

In base alle statistiche ufficiali, dal 1933 al 1945 vennero pronunciate 16.560 condanne a morte, di cui circa 12.000 vennero eseguite. 664 condanne a morte vennero pronunciate prima della guerra, 15.896 durante la seconda guerra mondiale. Il solo Volksgerichtshof (Tribunale del Popolo) comminò 5.243 condanne a morte. A queste si aggiunsero circa 20.000 condanne a morte pronunciate dalle corti marziali.

La maggior parte delle sentenze venne eseguita mediante decapitazione con accetta. Pure usuale era l'impiccagione, specialmente nei casi di alto tradimento o di esecuzioni di massa. In seguito al fallito attentato del 20 luglio contro Hitler vennero pronunciate parecchie condanne a morte e con modalità particolarmente cruente (impiccagione all'uncino del macellaio, strangolamento con corde di pianoforte). Ciò avvenne per ordine di Hitler, che fece addirittura riprendere e fotografare le esecuzioni. Molte condanne a morte vennero eseguite soprattutto nel penitenziario di Plötzensee, fino anche a 142 in un giorno solo. Il più famigerato e attivo boia del Terzo Reich fu Johann Reichhart.

Soltanto il 28 gennaio 1985 il Bundestag tedesco annullò in via generale la legittimità delle condanne a morte pronunciate dal Volksgerichtshof. Dal 28 maggio 1998 tali pronunce sono state dichiarate per legge "assassini giudiziari" (Justizmorde).

Nella Zona di Occupazione Sovietica (in tedesco Sowjetische Besatzungszone o SBZ) vennero comminate dal 1945 al 1949, anno di costituzione della Repubblica Democratica Tedesca (Deutsche Demokratische Republik o DDR), 121 condanne a morte da parte delle autorità tedesche, delle quali 47 furono eseguite (in un ulteriore caso non è ancora stato chiarito se l'esecuzione sia avvenuta o meno). Dalla fondazione della DDR vi furono 227 sentenze di condanna a morte passate in giudicato, di cui 166 furono eseguite.

Non è noto quante sentenze di pena di morte siano state comminate negli anni '40 e '50 dalle truppe di occupazione sovietiche ed eseguite a mezzo fucilazione. Si stima che ve ne siano state alcune centinaia. Tra il gennaio 1947 e il gennaio 1950 la pena di morte in URSS venne tuttavia abolita, cosicché anche nelle zone di occupazione sovietica le condanne a morte pronunciate in quegli anni furono commutate in ergastolo o 25 anni di reclusione.

Nella Repubblica Democratica Tedesca la pena di morte poteva essere applicata per assassinio e crimini di guerra, ma anche nei casi di spionaggio, sabotaggio e dei cosiddetti "delitti controrivoluzionari". Inizialmente veniva eseguita tramite decapitazione con la ghigliottina, mentre dal 1966 con un colpo alla nuca da distanza ravvicinata senza preavviso.

Fino al 1960 la maggior parte delle esecuzioni ebbe luogo a Dresda, ma anche nei penitenziari di Brandeburgo e Francoforte sull'Oder. La ghigliottina di Dresda era stata installata durante il Terzo Reich nel cortile interno del tribunale provinciale situato nel Münchner Platz, poi sotterrata in una cava di pietra poco prima della fine della guerra nei pressi di Kamenz (nella Lusazia occidentale) ed infine recuperata dopo la fine della guerra. Fino al 1956 vi furono eseguite delle esecuzioni, finché l'anno successivo l'edificio fu rilevato dal politecnico di Dresda. Oggi in quel luogo si erge un monumento in ricordo delle esecuzioni. A partire dal 1960 tutte le esecuzioni ebbero luogo a Lipsia nel carcere della Alfred-Kästner-Straße.

Dal 1970 la pena di morte venne applicata ormai in rari casi, quasi esclusivamente in casi di spionaggio. L'ultima condanna a morte venne eseguita il 26 giugno 1981 sull'ufficiale della Stasi Werner Teske; l'ultima condanna a morte di un civile risaliva invece al 15 settembre 1972, quando venne giustiziato l'infanticida Erwin Hagedorn di Eberswalde.

La pena di morte nella DDR venne abolita ufficialmente solamente nel 1987 come "regalo" per la prevista visita di stato del presidente Honecker a Bonn: il 17 luglio il Consiglio di Stato della DDR annunciò tale abolizione nell'ambito di un'ampia amnistia. La decisione fu poi ratificata dall'Assemblea del Popolo con una legge nel dicembre dello stesso anno.

Colpisce l'estrema segretezza di tutte le esecuzioni dal 1949 alla dissoluzione della DDR nel 1990. Persino in caso di condanne a morte pronunciate pubblicamente si tenne sempre segreta l'esecuzione della stessa. Persino negli atti di morte dei giustiziati venne fatta figurare come causa del decesso una "insufficienza cardiaca". L'entità e la tipologia delle esecuzioni vennero alla luce solamente dopo la riunificazione delle Germanie.

Tra il 1945 ed il 1949 vennero eseguite le ultime condanne a morte sul territorio della futura Repubblica Federale Tedesca, principalmente per punire nell'ambito del Processo di Norimberga i gerarchi nazisti che si erano macchiati di crimini di guerra e contro l'umanità. D'altronde vi furono anche numerose condanne ed esecuzioni di altri criminali. Nei penitenziari americani in Germania Ovest (come quello di Landsberg am Lech) vennero eseguite fino al 1951 condanne a morte.

I Länder Baden, Baviera, Brema e Assia si diedero una propria costituzione tra il 1946 ed il 1947, ancora prima della carta costituzionale (Grundgesetz) tedesca. Questi stati, pur mantenendo la pena di morte, cessarono di applicarla fino al 1949. La Renania-Palatinato emanò ancora condanne a morte, che però non vennero più eseguite nonostante che fosse stata già procurata la ghigliottina. L'ultima condanna a morte venne eseguita sul territorio della Germania Ovest a Tubinga il 18 febbraio 1949 sull'assassino ventottenne Richard Schuh, dopo che l'allora presidente dello stato di Württemberg-Hohenzollern, Gebhard Müller, aveva respinto la sua richiesta di grazia. Müller divenne in seguito presidente del Baden-Württemberg e poi presidente della Corte costituzionale tedesca.

Berlino Ovest non era compresa, a causa del suo particolare status di città sotto controllo alleato, nell'ambito di validità del Grundgesetz tedesco. L'ultima condanna a morte venne eseguita il 12 maggio 1949 contro il ventiquattrenne Berthold Wehmeyer, reo di omicidio e rapina a mano armata.

Con la costituzione della Repubblica Federale Tedesca nel 1949 entrò in vigore il Grundgesetz come suprema fonte del diritto. Il suo articolo 102 stabilisce in modo lapidario che "la pena di morte è abolita".

L'iniziativa per l'abolizione della pena di morte provenne da Hans-Christoph Seebohm, che la propose per la prima volta il 6 dicembre 1948 durante la discussione del Grundgesetz. Seebohm era cofondatore del Partito Tedesco (Deutsche Partei) e mirava a proteggere con questo divieto soprattutto i criminali di guerra dei tempi anteriori al 1945.

Il socialdemocratico Friedrich Wilhelm Wagner richiese con successo l'abrogazione della pena di morte nel Consiglio Parlamentare. Dopo l'entrata in vigore del Grundgesetz, la pena capitale non poté più essere né pronunciata né applicata. Le leggi penali dei singoli ordinamenti statali vennero così private di efficacia.

Nel 1949, immediatamente dopo la costituzione della RFT, alcuni rappresentanti tedeschi si recarono dall'alto commissario per la Germania, John J. McCloy, per protestare contro l'esecuzione della pena capitale contro criminali di guerra, in quanto quest'ultima non era più in vigore in Germania.

Formalmente la pena di morte per omicidio venne sostituita nel 1953 con la pena dell'ergastolo.

Il 20 gennaio 1951 Berlino Ovest abolì per legge la pena di morte. La costituzione bavarese continuò a contenere la norma secondo la quale l'esecuzione della pena di morte necessitava di una conferma da parte del governo del Land, che venne abolita per mezzo di un referendum solamente l'8 febbraio 1998. Anche nella costituzione del Saarland, che aderì alla RFT solamente nel 1957, esisteva fino al 1956 un'analoga disposizione. Al contrario, ancora oggi sussiste nella costituzione dell'Assia l'ormai superata disposizione che prevede che una sentenza di condanna a morte possa essere eseguita solamente in presenza di una legge penale e di un delitto particolarmente grave.

Già il 27 marzo 1950 il parlamento federale tedesco dovette occuparsi di una proposta di legge per la reintroduzione della pena di morte, avanzata da un partito conservatore della Baviera. Il suo deputato Hermann Etzel motivò la proposta come segue: "Come può una società desistere dall'applicare a queste belve la pena di morte? Rinunciarvi è in questo caso l'espressione di una malintesa umanità". Intesi erano i nazisti che avevano contribuito alla Shoah, tuttavia all'epoca la proposta non ottenne né la maggioranza semplice, né la richiesta maggioranza qualificata di due terzi.

Nel 1952 il Partito Tedesco rinnovò la richiesta di reintroduzione della pena di morte, a favore della quale si espressero nei comizi elettorali anche il cancelliere Adenauer e il futuro ministro della giustizia Richard Jaeger (entrambi cristiano-democratici). Al contrario, il ministro della giustizia Thomas Dehler, appartenente al partito liberale FDP, espresse l'opinione maggioritaria: "Una volta che si schiera fondamentalmente a favore della pena di morte, allora la soglia decisiva è varcata".

Nonostante i cristiano-democratici avessero tentato in seguito più volte di reintrodurre la pena capitale, il tema non ebbe più seguito nel Bundestag. Tuttavia, nel 1960 un sondaggio rivelò che oltre il 70% dei tedeschi erano a favore della pena di morte per normali delinquenti. Anche di fronte agli atti terroristici compiuti dalla RAF negli anni 70, parte della popolazione chiese la reintroduzione della pena di morte, richiesta che però non venne presa in esame dal parlamento.

Attualmente il ripristino della pena capitale in Germania sarebbe in contrasto con l'ordinamento costituzionale vigente e con ciò nullo, in quanto qualsiasi eventuale atto normativo si porrebbe in contrasto con l'art. 102 del Grundgesetz, che sancisce l'abrogazione incondizionata della pena di morte. Con ciò il Grundgesetz va oltre la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che ammette la pena capitale in caso di guerra o di immediato pericolo di guerra.

Tra gli studiosi di giurisprudenza e scienze politiche è dibattuta la questione se (e in che misura) l'art. 102 del Grundgesetz possa essere emendato o abrogato in modo da permettere la reintroduzione della pena di morte. Per una siffatta revisione costituzionale l'art. 79 della stessa costituzione prevede una maggioranza di due terzi sia al Bundestag sia al Bundesrat. Alcuni autori argomentano tuttavia che tale modifica non sia possibile senza violare la solenne affermazione della dignità umana formulata nell'art. 1 del Grundgesetz: in tal caso si tratterebbe di una norma "blindata" e potenzialmente eterna. Allacciando l'inammissibilità della pena capitale alla garanzia costituzionale della dignità umana, tale impostazione escluderebbe a priori la pena di morte in qualsiasi circostanza e renderebbe conseguentemente l'art. 102 puramente ridondante e in un certo senso superfluo.

Un'altra dottrina sostiene invece che l'incompatibilità tra pena di morte e dignità umana non possa essere stabilita in eterno dal punto di vista giurisprudenziale. Al contrario, essa sostiene che proprio con l'espressa abolizione mediante un articolo separato i padri costituenti abbiano voluto svincolare la tematica della pena di morte dalla solenne garanzia dell'art.1.

A causa di questa incertezza riguardo il rango costituzionale del divieto della pena di morte è stata posta in discussione anche la legittimità costituzionale dell'ergastolo. Come pena assoluta, irrevocabile ed inappellabile l'ergastolo non sarebbe lecito secondo il sistema giuridico tedesco, dato che una pena deve essere sempre valutata nei suoi effetti e, se del caso, modificata. La recente normativa e prassi sull'istituto della "particolare gravità della colpa" non è ancora stata verificata dal punto di vista costituzionale; la sua valutazione giuridica e sociopolitica rimane quindi aperta e continua a essere oggetto di discussione.

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Uso della pena di morte nel mondo

In epoche passate la pena di morte era utilizzata in quasi tutti gli Stati. In epoca moderna il primo Stato che l'abolì fu il granducato di Toscana nel 1786. Nel XIX secolo essa fu abolita dal Venezuela nel 1863 e dal Regno d'Italia nel 1889 (dove fu però reintrodotta durante il fascismo, per essere definitivamente abolita dalla Costituzione repubblicana).

Vi sono tuttavia casi di Paesi che eseguono sporadicamente o sistematicamente esecuzioni in maniera extra-giudiziale al di fuori quindi della loro stessa struttura giuridica.

Esecuzioni nel 2006: Stati Uniti (52).

Esecuzioni nel 2006: Repubblica Popolare della Cina (1.010), Indonesia (?), Iran (177), Iraq (65), Giappone (4), Pakistan (82), Singapore (?).

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Pena di morte nella Repubblica Popolare Cinese

La Repubblica Popolare Cinese è uno dei paesi in cui è applicata la pena di morte come sanzione ordinariamente prevista dal locale codice penale.

Secondo molti osservatori, sebbene in mancanza di dati oggettivi, la Cina sarebbe il paese col maggior numero assoluto di esecuzioni capitali, seguita dall'Iran come dato numerico assoluto, mentre sarebbe seconda solo a Singapore come numero di esecuzioni in percentuale sulla popolazione.

Una piena conoscenza del fenomeno, è stato sostenuto, sarebbe impossibile sia a causa del forte controllo governativo sull'informazione, sia a causa della strutturazione non centralizzata (almeno a questi fini) del sistema giudiziario nazionale, essendo le pene capitali irrogate autonomamente da tribunali la cui giurisdizione sarebbe paragonabile per estensione e per abitanti ad una media regione italiana. La maggior parte delle informazioni in argomento derivano da studi di organizzazioni non governative come Amnesty International o Nessuno tocchi Caino. I dati numerici sono tuttavia assai differenti a seconda delle varie ricostruzioni.

Il codice penale cinese prevede un numero elevato di reati la cui sanzione prevista sia la pena capitale. In totale, secondo alcune ricostruzioni, vi sarebbero circa una settantina di fattispecie criminali così sanzionate; il codice penale del 1997 ha elencato almeno 68 reati capitali (ci sono delle discrepanze, certi dicono che ce ne sono una settantina, altri 80; questa differenza è dovuta alla censura che c'è in Cina su questo argomento) rispetto ai 28 di quello del 1979. Nel 1995 c'era stata comunque una riforma che aveva elevato a circa 74 (anche qui discrepanze, certi dicono fossero 68) i reati che prevedevano la pena di morte, tra cui diffusione della superstizione, contraffazione e speculazione.

Oltre ad una nutrita serie di reati violenti che comprendono le lesioni personali, il sequestro di persona, lo schiavismo, la rapina e l'omicidio (anche quello colposo), vi si notano fattispecie che riflettono le peculiarità culturali di quel paese; in campo di reati sociali, ad esempio, sono così puniti il gioco d'azzardo e la bigamia.

Numerosi reati economici e tributari sono puniti con la pena di morte; fra questi la frode fiscale, il contrabbando, la falsa fatturazione, i reati contro il patrimonio dello stato (compresi impossessamento di beni archeologici, corruzione, concussione) e lo spaccio di banconote false.

Quanto ai reati a sfondo sessuale, oltre allo stupro soggiacciono alla medesima previsione anche il lenocinio e lo sfruttamento della prostituzione, ma anche la diffusione di materiale pornografico.

Questi dati sono ovviamente incompleti, perché in Cina la pena di morte è un segreto di Stato e i tribunali pubblicano solo le sentenze che non provocano tante opposizioni da parte di organizzazioni internazionali. Il numero di esecuzioni riferito da Chen Zhonglin (delegato del Congresso Nazionale del Popolo nel marzo 2004) è di circa 10.000 all'anno e dal 1998 al 2001, durante la campagna "colpire duro" erano state giustiziate 60.000 persone, ovvero 15.000 all'anno, e si presume che quelle non rese note siano per reati "modesti" o politici (pornografia, governo di gioco d'azzardo, ecc..). Successivamente sono trapelate altre notizie: il 27 febbraio 2006 viene riferito che avvengono 8.000 esecuzioni all'anno; il 15 marzo 2007 Liu Jiachen, ex parlamentare, dice che il numero di condanne a morte nel 2006 in Cina è il più basso degli ultimi 10 anni; il 7 giugno 2007 John Kamm, presidente della fondazione Dui Hua annuncia che le esecuzioni negli ultimi anni sono diminuite del 40% circa (probabilmente dal 2001, quando Pechino è stata decisa sede delle Olimpiadi) per un totale di circa 7.500 all'anno (evitando, di conseguenza, l'uccisione di 25.000 persone), mentre rispetto a 10 anni prima sono diminuite addirittura del 50% (erano dunque 15.000 all'anno); il giorno seguente il presidente della Corte suprema del popolo cinese rende noto che le esecuzioni nei primi 5 mesi dell'anno sono state inferiori del 10% rispetto agli stessi del 2006; il 28 marzo 2008 la fondazione Dui Hua riferisce che le persone giustiziate nel 2007 sono state circa 6.000, ovvero il 25/30% in meno rispetto al 2006.

Riguardo alle modalità esecutive, ne esistono due: la fucilazione, che è la più applicata, e l'iniezione letale. La fucilazione è spesso collettiva, nel senso che più condannati vengono fucilati contemporaneamente.

L'iniezione letale è stata introdotta nel codice penale del 1997 perché considerata più umana e meno brutale della fucilazione. Oggi il numero delle esecuzioni tramite iniezione letale sta quasi per eguagliare quello delle fucilazioni. Alcuni resoconti giornalistici hanno segnalato che vi sarebbe una camera della morte allestita su un furgone appositamente attrezzato di produzione italiana (Iveco), che viaggiando nel territorio nazionale consentirebbe di eseguire le condanne usando una struttura mobile, con notevole risparmio di costi (particolare riportato dal programma Report di Rai Tre).

In passato vi erano - secondo Wang JanCheng, docente di giurisprudenza presso l'Università di Pechino - 5 modalità di esecuzioni capitali, alcuni dei quali assai crudeli, come l'asportazione della pelle o lo squartamento (il corpo veniva legato a quattro cavalli fatti partire improvvisamente in diverse direzioni).

Il codice penale tuttora vigente in Cina non è del tutto conosciuto e la versione data contrasta con la realtà (per esempio c'è scritto che solo i casi di furto di armi, di denaro da istituzioni finanziarie e di tesori nazionali comportano la pena di morte, ma il 28 settembre 1998 c'è stata un'esecuzione per furto di 60 yuan (7,2 $); dice che per causare morte tramite incidente di traffico da una pena massima dell'ergastolo, mentre nel 1998 c'è stata una condanna a morte per questo; la bigamia porta alla morte, mentre lì viene messa come pena massima 2 anni di carcere; dice che solo la lesione seria è punibile con la morte, invece nel 1998 2 esecuzioni per lesione minore; dice che solo lo stupro di minori di 14 anni o di donne in pubblico è punibile con la morte, mentre nel 2000 c'è stata una condanna a morte per stupro di una ragazzina di 16 anni; la fonte di questo codice è penale è questa).

Amnesty ha riferito che ci sono discrepanze sul numero di reati capitali in Cina, ma la maggior parte delle fonti parla di 68 reati capitali in 45 articoli. Inoltre da allora sono stati aggiunti altri reati punibili con la morte. Il 15 luglio 1987 la Corte Suprema del Popolo ha stabilito essere reato capitale la caccia o l'uccisione di specie protette. Nel luglio 1990 Lin Zhu, vicepresidente della Corte Suprema del Popolo ha annunciato che il lenocinio e altri reati legati alla protituzione e la produzione, il traffico o l'esposizione di materiale pornografico sono punibili con la morte (dopo che nel 1989 per questi reati era stato messo l'ergastolo).

Queste decisioni rimasero valide anche con la riforma del 1997, anche se ufficialmente da quell'anno non si sono registrate condanne a morte o esecuzioni per pornografia: il 24 febbraio 1995 una persona è stata condannata a morte con sospensione e un'altra giustiziata per organizzazione di circoli pornografici. Oltretutto, l'oscenità grave è diventato reato capitale.

Nel 2001 la rivelazione di segreti di stato tramite internet e la pirateria informatica sono diventati punibili con la morte.

Nel 2003 la diffusione di SARS o l'uscita di quarantena se si è infetti da questo virus e la produzione o la vendita di sostanze tossiche sono diventati reati capitali.

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Source : Wikipedia