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Storia del Partito della Rifondazione Comunista (2001-2003)

Voce principale: Partito della Rifondazione Comunista.

La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 2001 al 2003 comprende il biennio in cui il segretario Fausto Bertinotti tenta di modificare l'identità del Prc, cerca un rapporto privilegiato con i movimenti esplosi nel G8 genovese e che si conclude con la fine delle ostilità con la coalizione de l'Ulivo.

Il 21 gennaio 2001 ricorrono gli 80 anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano. In quell'occasione Fausto Bertinotti tiene a Livorno un ampio discorso che culmina in una nuova parola d'ordine per il partito: «Sradichiamo dal nostro interno ogni residuo di stalinismo». Al contempo propone «una scelta netta: una rinascita marxiana», cioè tornare a Marx per uscire «dalla crisi del movimento comunista del Novecento». È la prima di una lunga serie di svolte che cambieranno in breve tempo il volto di Rifondazione.

Per il 13 maggio dello stesso anno sono previste le elezioni politiche. Dopo una lunga ed estenuante trattativa tra Ulivo e Prc, Rifondazione decide alla Camera dei Deputati di concorrere solo nella quota proporzionale (patto di «non belligeranza»), e di presentarsi comunque al Senato, ma come forza indipendente. I risultati non sono dei migliori, anche se si registra una lieve crescita e in ogni caso il Prc risulta l'unico partito fuori dai poli a superare agilmente lo sbarramento del 4%.

Tuttavia il centrosinistra perde e a Palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi. Al Senato il mancato accordo tra Ulivo e Prc, permette alla Casa delle Libertà di conquistare 40 seggi che, altrimenti, avrebbero impedito a Berlusconi di avere una maggioranza al Senato. Per questo motivo Bertinotti sarà oggetto di durissime critiche, ben interpretate in quei giorni dal regista Nanni Moretti che darà dell'«irresponsabile» al segretario rifondarolo.

Bertinotti intanto prosegue nella sua opera movimentista e al Cpn del 26 e 27 maggio 2001, dopo aver fatto il punto della situazione dopo il voto politico, propone di «dare vita ad una sorta di Costituente programmatica della sinistra alternativa», che «non si tratta di una somma, quanto di un processo di allargamento per contaminazione. In sostanza si tratta di dare vita a livello mondiale, europeo e italiano di una nuovo movimento radicalmente riformatore. Si tratta di rafforzare un nuovo movimento operaio, in relazione con i movimenti contestatori dell'assetto capitalistico della società, capace di produrre una nuova idea di governo dell'Italia e dell'Europa, in stretta connessione con l'idea di un superamento del capitalismo». Il tutto nell'ottica di «contribuire alla costruzione e alla connessione dei movimenti».

Gli stessi movimenti che di lì a poco verranno segnati per sempre dalla contestazione al G8 in programma a Genova per luglio.

Qui il Prc è parte integrante del Genoa Social Forum (vedi Fatti del G8 di Genova), aggregazione di associazioni anti-G8, creato da Vittorio Agnoletto, già esponente di Democrazia Proletaria e candidato dal Prc alla Camera due mesi prima.

Dopo i fatti di Genova, Rifondazione è certa che il «movimento dei movimenti» è un realtà cui rapportarsi. Ma per far ciò al segretario Bertinotti non basta aprire il Prc, serve una profonda e radicale rifondazione ideologica del partito, come già avvenuto con lo stalinismo.

E a settembre Bertinotti lo dice esplicitamente a una Festa di Liberazione a Meldola, in Romagna: «Non possiamo apparire come chi vuole conservare una pur grande storia, in cui ci sono state però anche delle tragedie, che ci rendono lontani rispetto a tanti che pure ascoltano con interesse ciò che diciamo». Dunque: «Liberiamoci dalle nostre scorie e cambiamo».

E un nuovo mutamento ideologico arriverà nel Cpn del 15 e 16 settembre, quattro giorni dopo gli attentati in Usa. Riflettendo a caldo sui fatti che stanno sconvolgendo il pianeta, il Prc approva un ordine del giorno dal titolo «No alla spirale guerra-terrorismo». Nel documento in pratica si condannano tanto gli attentati terroristici, quanto la conseguente guerra in Afghanistan voluta dagli Usa, ma, cosa anomala per un partito che si dice comunista, il tutto non viene letto con le categorie leniniste dell'imperialismo.

L'addio all'imperialismo è dunque la seconda svolta ideologica di un partito lanciato ormai come un treno verso un ripensamento totale della propria identità.

Intanto, il 6 settembre scoppia un piccolo caso quando il quotidiano La Stampa pubblica un virgolettato di Bertinotti che ai suoi avrebbe detto: «Fra cinque anni quando si tornerà a votare per forza di cose noi e la sinistra moderata dovremo presentarci insieme». Il giorno dopo Bertinotti smentisce, ma il quotidiano torinese replica che è tutto vero.

Una nuova polemica arriverà un mese dopo a causa di un'intervista che Bertinotti rilascia al Quotidiano Nazionale del 4 novembre. Dichiara Bertinotti: «Potrà sembrare paradossale ma Berlusconi sta facendo quelle cose che non hanno voluto fare Prodi, D'Alema e Amato e che si sono poi rivelate la pietra tombale dell'Ulivo».

Al Cpn del 15 e 16 dicembre arriva la rivoluzione: vengono approvate le 63 tesi su cui verterà il successivo V congresso del partito. A redigerle è Paolo Ferrero, già trotzkista all'opposizione nel partito, e ora l'uomo che Bertinotti ha voluto per far svoltare il partito. Le tesi sono approvate con 181 sì, 28 no e 45 astenuti, ma il Cpn è tutt'altro che tranquillo visto che le tesi toccano punti ideologici non da poco. L'ala destra ex-cossuttiana, "L'Ernesto", propone solo pochi emendamenti, ma cruciali; mentre i trotzkisti di Ferrando propongono 36 tesi alternative.

Il 4 aprile 2002 si apre così il V congresso del Prc, definito «della svolta a sinistra», e il cui slogan è «rifondazione, rifondazione, rifondazione». Nella sua relazione introduttiva, Fausto Bertinotti pone subito «il problema della costruzione, in rapporto con lo sviluppo del movimento, di un nuovo progetto politico», per «costruire nella società, in Italia e in Europa, un'alternativa di modello sociale e di democrazia, che può diventare anche alternativa di governo, fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle politiche neo-liberiste. E, contestualmente, si propone di rifondare la politica, dopo che essa è stata devastata dall'omologazione e dal pensiero unico del mercato, a partire dalla ripresa della sua ambizione più alta, quella di cambiare la società esistente, di trasformare la società capitalistica».

Bertinotti ribadisce anche che «lo stalinismo è incompatibile col comunismo». Se da un lato si chiude coi vecchi maestri sovietici, dall'altro se ne propongono di nuovi. La conclusione della relazione ne indica uno: Frei Betto. Chiude infatti Bertinotti: «Frei Betto (...) ci dice quale deve essere il nuovo mondo possibile: 'Proponiamo - ha scritto Frei Betto - di definire questa società con un termine che riassume, da circa due secoli, le aspirazioni dell'umanità a un nuovo modo di vivere, più libero, più ugualitario, più democratico e più solidale. Un termine che - come tutti gli altri ("libertà", "democrazia", ecc.) - è stato manipolato da interessi profondamente antipopolari e autoritari, ma che non per questo ha perduto il suo valore originario ed autentico: socialismo'. Vale anche per noi. Anche per noi il futuro si chiama socialismo».

Tuttavia non mancheranno delle polemiche sulle innovazioni apportate dal congresso, ma la maggioranza che guiderà il partito, resta sostanzialmente quella già uscita dal precedente congresso.

Dal 2001, gli Usa sono determinati nello sradicare il terrorismo ricorrendo alla guerra. Nel far ciò, l'amministrazione repubblicana di George W. Bush, trova un alleato fedelissimo nel governo italiano di Silvio Berlusconi. Il Prc si trova così in prima linea nel fronteggiare ogni logica guerrafondaia.

Primo banco di prova è l'Afghanistan, attaccato dagli Usa il 7 ottobre 2001.

Per far ciò Rifondazione si appella ripetutamente all'articolo 11 della Costituzione italiana, che impedisce all'Italia di fare guerre di aggressione, ma solo di difesa. Tuttavia il governo Berlusconi è determinato nell'inviare comunque delle truppe italiane in Afghanistan, un anno dopo l'attacco Usa.

Il 15 settembre 2002, dopo il Giubileo degli oppressi, il padre comboniano Alex Zanotelli con diverse associazioni, lancia la campagna "Pace da tutti i balconi!". In pratica si chiede a tutti i sinceri pacifisti di mettere nei balconi la bandiera della pace color arcobaleno o, in alternativa, un semplice lenzuolo bianco con su scritto PACE oppure NO ALLA GUERRA. L'iniziativa sarà un successo e anche il Prc aderisce con entusiasmo. Da allora la bandiera della pace sarà onnipresente in ogni lotta rifondarola contro la guerra, come di altri partiti della sinistra.

Il 3 ottobre a votare in Parlamento contro l'invio del contingente militare, saranno solo il Prc, il Pdci, i Verdi e parte dei Ds. Il movimento pacifista è in minoranza anche dentro l'opposizione di centrosinistra.

Ma ormai incombe la guerra in Iraq contro il suo presidente Saddam Hussein: il 16 ottobre Bush firma una risoluzione del Congresso che autorizza la guerra contro l'Iraq.

Il 19 febbraio 2003, il Prc presenta in Parlamento una sua mozione indipendente nella quale chiede un 'no' convinto contro ogni soluzione che preveda la guerra.

Il 5 marzo, Bertinotti aderisce, con altri esponenti politici e sindacali, a una giornata di digiuno indetta dal Vaticano «contro la guerra e il terrorismo».

Il 20 marzo l'Iraq è sotto attacco e vi resterà ufficialmente fino al 1° maggio. Seguirà una lunghissima guerriglia.

Il 3 aprile viene comunque approvata dal parlamento una mozione sulla guerra in Iraq. Il centrosinistra presenta tre mozioni distinte. Una di queste è presentata da Prc, Pdci e Verdi.

Il 12 ottobre il Prc partecipa alla tradizionale e cattolica Marcia della Pace Perugia-Assisi. L'evento si rinnoverà ogni 2 anni.

A questo punto Bertinotti è pronto a far sterzare il pacifismo di Rifondazione verso la nonviolenza.

Il 17 agosto 2001, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, spinge per un ripensamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa in imprese sopra i 15 dipendenti. Più precisamente Fazio chiede al governo «maggiore facilità sia nel licenziare che nell'assumere».

L'idea è accolta subito e favorevolmente sia dal ministro per le Attività Produttive, Antonio Marzano, sia dalla Confindustria presieduta da Antonio D'Amato; mentre un secco no arriva dai sindacati uniti. Bertinotti, chiamato in causa, dirà che la proposta di Fazio «è inaccettabile socialmente e inefficace economicamente».

Malgrado ciò, il governo e Confindustria ritengono che la flessibilità sia decisiva per il rilancio dell'economia nazionale, e inizia un lunghissimo braccio di ferro con i sindacati e l'opposizione in genere.

L'apice della conflittualità si raggiungerà con la manifestazione nazionale indetta dalla CGIL al Circo Massimo di Roma il 23 marzo 2002. Tre milioni di persone inondano la capitale, per ascoltare il segretario nazionale della CGIL, Sergio Cofferati, che parlerà dell'articolo 18 come di un «diritto fondamentale della persona». La manifestazione dà il LA allo sciopero generale del 16 aprile, che sarà di vaste dimensioni.

Il giorno dopo, 17 aprile, Fausto Bertinotti lancia dalla prima pagina di Liberazione, la proposta di raccogliere le firme per un referendum che estenda le tutele dell'articolo 18 anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Secondo Bertinotti, rifacendosi alle parole di Cofferati, la dignità del lavoratore non può fermarsi nelle aziende sopra i 15 dipendenti. Da qui l'idea del referendum estensivo.

È curioso notare come fu Bertinotti, da sindacalista, a negoziare, per conto della CGIL, la legge n. 108/1990: un provvedimento importante che rivisitò ampiamente la disciplina del recesso, istituendo per i dipendenti delle piccole imprese una tutela risarcitoria del licenziamento illegittimo, ben diversa dalla reintegra.

La proposta referendaria è accolta favorevolmente dai Verdi, dalla corrente Ds Socialismo 2000 di Cesare Salvi, dalla Fiom e da parte della CGIL (come Gian Paolo Patta).

Il 9 maggio inizia in sordina la raccolta delle firme che terminerà il 9 agosto a quota 700mila circa (ne bastavano 500mila). Contemporaneamente la CGIL il 1° agosto inizia una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sull'articolo 18, che si concluderà il 18 dicembre con la cifra record di 5.122.905 firme (ne bastavano 50mila).

Nel frattempo il governo Berlusconi, dopo un anno di scontri, rinuncia a modificare l'articolo 18, preferendo intervenire nella flessibilità in altro modo. Ma il 15 gennaio 2003, la Consulta dà il via libera al referendum estensivo che verrà fissato per il 15 e 16 giugno.

Dunque per 5 mesi l'articolo 18 torna nuovamente a essere argomento di dibattito politico. Bertinotti è attaccato da più fronti perché accusato di aver organizzato un referendum inutile o velleitario. La stessa CGIL reputa sbagliato il metodo referendario per risolvere la questione licenziamenti, ma alla fine darà indicazione di votare 'sì'.

Per il 'sì' sono quindi, oltre ai promotori, anche la CGIL e il Pdci. Gli altri sono per l'astensione che, se superiore al 50%, renderebbe nulla la consultazione. Lo stesso comitato per il 'no', di fatto si mosse per l'astensione.

Alle urne nessuna sorpresa: il referendum è nullo perché a votare va solo il 25,5% degli aventi diritto, contro il 50%+1 minimo richiesto dalla Costituzione. I "sì" saranno comunque 10.572.538, ma Bertinotti ammetterà il disastro.

Il 29 aprile 2003 avviene qualcosa di impensabile fino a qualche tempo prima. Alla Camera si vota sulle misure da prendere contro Cuba, colpevole in quei giorni di aver incarcerato 75 oppositori di destra e averne fucilato altri 3.

Vengono approntate 4 distinte mozioni dalla CdL, dall'Ulivo, dal Prc e dal Pdci. A sorpresa solo quella del Pdci non condanna Cuba e il suo presidente Fidel Castro. Le risoluzioni dell'Ulivo e di Rifondazione, pur non invocando le sanzioni, condannano entrambe il regime castrista. E l'Ulivo si astiene sulla mozione rifondarola, mentre vota contro quella dei Comunisti Italiani. Il Prc taglia i ponti anche col regime castrista.

L'atteggiamento del Prc verso Castro non piace però a una larghissima parte del partito. Il risultato è un Cpn rovente il 3 e 4 maggio. Bertinotti viene bersagliato da critiche di ogni sorta e si urla al tradimento della causa cubana. Il segretario si difende chiarendo che «la questione dell’atteggiamento da tenere sulla pena di morte non è solo una questione etica, ma anche politica. La pena di morte va rifiutata hic et nun, senza se e senza ma. Le divergenze sul comportamento da tenere nei confronti dei dissenzienti richiamano punti di vista diversi sul ruolo dello Stato, del partito, sulla costruzione del comunismo. Non credo che la divergenza verta sulla storia di Cuba».

Il 9 maggio esce un piccolo articolo di Fulvio Grimaldi (già giornalista del Tg3) su Liberazione per la rubrica Mondocane. La rubrica, pur essendo nata per trattare temi ambientali, quel giorno è una difesa di Castro e dei recenti fatti cubani. Il giorno dopo Grimaldi viene sostituito con Fabrizio Giovenale con la rubrica Rossoverde. Ufficialmente il motivo è che Grimaldi è andato fuori argomento, cosa comunque vera. Ma c'è chi dice che sia stato decisivo il contenuto di quell'ultimo Mondocane. In ogni caso la vicenda avrà strascichi polemici e giudiziari. Fulvio Grimaldi ha poi vinto la causa di lavoro contro il suo licenziamento da Liberazione.

Il caso Castro si riaprirà nel Prc in occasione della convocazione a L'Avana di più di 600 personalità di 70 paesi per un "Incontro Internazionale contro il terrorismo, per la verità e la giustizia" da tenersi il 2 e il 3 giugno 2005.

Per l'occasione, a rappresentare l'Italia, Cuba invita come partiti solo il Pdci ed esclude il Prc, ma accetta comunque una piccola delegazione della corrente rifondarola di Claudio Grassi. Altri inviti arriveranno al dj Red Ronnie e al giornalista Gianni Minà.

Il responsabile esteri Gennaro Migliore la prende molto male: «È un fatto singolare, grave e incongruo nei rapporti tra i nostri partiti, che sono stati sempre corretti e fondati sul rispetto reciproco e sulla non ingerenza interna. Rifondazione non è stata invitata e Grassi non la rappresenta». È comunque chiaro che Cuba non ha gradito l'atteggiamento del Prc verso le decisioni di Castro, ma Migliore non batte ciglio: «Rifondazione è solidale con le lotte del popolo cubano, ma rivendica la possibilità di criticare quanto non va in quella esperienza».

Grassi replicherà invece che «Rifondazione ha il dovere di essere più vicina a Cuba, al centro della politica di aggressione Usa e vittima di un drammatico embargo».

Sempre nel maggio 2003 il Prc è agitato da un'aspra polemica fra il direttore di Liberazione, Sandro Curzi, e Fausto Bertinotti. Il 29 maggio viene annunciato un improvviso cambio di direzione al Corriere della Sera, principale quotidiano italiano. Al posto di Ferruccio De Bortoli arriva Stefano Folli. In tanti parlano di un favore fatto al premier Berlusconi che non tollerava la linea editoriale spesso antigovernativa di De Bortoli, proprio nel quotidiano che influenza molto l'elettorato berlusconiano. Ne nascono pure degli scioperi dei giornalisti del Corriere. Anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana indirà uno sciopero generale di tutti i giornalisti italiani il 10 giugno per la libertà di informazione e l'indipendenza dei media, con particolare riguardo alla situazione del Corrierone. Davanti a questi fatti Curzi è per la denuncia del golpe berlusconiano al Corriere della Sera, mentre Bertinotti è per una linea più soft. Dichiarerà Bertinotti: «Al di là di una valutazione più compiuta sullo stato dell'editoria italiana e sul grado di autonomia di tutte le grandi testate giornalistiche vogliamo ora sottolineare soltanto il valore professionale di un giornalista come Stefano Folli, che si è sempre distinto per acume analitico e autonomia di giudizio, a lui i nostri auguri di buon lavoro». Un'aperta sconfessione di Curzi. Con Bertinotti e contro l'idea che Folli è un uomo di Berlusconi, si schierano penne di Liberazione come Rina Gagliardi (che è pure condirettrice), e Ritanna Armeni. Per entrambe Folli è un gran professionista subentrato a De Bortoli per mere ragioni editoriali e invitano i lettori a non pensare al complotto berlusconiano a tutti i costi.

Il 30 maggio esce un numero di Liberazione perfettamente allineato con Bertinotti, grazie a un colpo di mano della Gagliardi in assenza di Curzi. Ne nasce una bollente riunione spontanea della redazione. Il giorno dopo esce un giornale "sdoppiato" con due articoli, Curzi a pagina 2 e la Gagliardi a pagina 3 che se la prende con quel «pezzo della sinistra» dove «prevale un'"iperpoliticismo antiberlusconiano" che assume punte totalizzanti». Il giorno dopo Bertinotti sconfessa nuovamente Curzi dalle pagine de l'Unità: «Quando leggo sul mio giornale che Stefano Folli è un 'cerchiobottista' plasmabile dalla destra, non sono d'accordo e l'ho detto. In questo giudizio Liberazione ha fatto un errore».

Il 4 giugno si tiene un'assemblea voluta dal e con il segretario rifondarolo, la Direzione, la redazione, i collaboratori e i poligrafici di Liberazione. È un nulla di fatto, parzialmente sbloccato due giorni dopo quando il giornale decide di aderire allo sciopero del 10 della Fnsi, ma è una decisione che passa col voto contrario della Gagliardi e del vicedirettore Salvatore Cannavò. Quello stesso 6 giugno Curzi scrive a l'Unità. Nella lettera Curzi da un lato ribadisce la sua opposizione alla nomina di Folli alla direzione del Corsera, ma dall'altro denuncia come ormai Bertinotti cerca convergenze sempre più forti con Massimo D'Alema scavalcando non solo il Prc, ma anche il segretario Ds Fassino e il correntone Ds, interlocutori preziosi fino ad allora. Denuncia anche l'intervista del giorno prima a D'Alema pubblicata su Liberazione («Ripensare la terza via»). Un'intervista troppo bonaria, criticabile anche per la scelta di farla rivedere prima della pubblicazione a Bertinotti, poi a D'Alema, quindi di nuovo a Bertinotti.

Le polemiche vengono seppellite con al Direzione Nazionale del 24 giugno, ma la direzione Curzi ha ormai i mesi contati. Sandro Curzi lascerà Liberazione il 1° ottobre 2004, quando verrà accolta la sua proposta di nominare nuovo direttore Piero Sansonetti, in quel momento giornalista de l'Unità e iscritto ai Ds.

Nell'annunciare le sue dimissioni il 20 settembre, Curzi ringrazierà «la proprietà, dopo sei anni di direzione, per avermi concesso di non affrontare il settimo anno, sia per stanchezza, sia per evitare crisi matrimoniali. Inoltre mi piace pensare, d'accordo con il segretario, anche a una mia diversa utilizzazione nel partito».

Per Bertinotti il referendum sull'articolo 18 era anche l'occasione per vedere chi a sinistra stava da un lato e chi dall'altro, secondo la vecchia idea del Prc che in Italia esistono due sinistre (quella moderata dei Ds e quella radicale e antagonista del Prc).

Ma l'articolo 18, durante il 2002 ha creato una terza sinistra mediana, quella che riconosce e lancia Cofferati come proprio leader. La manifestazione del Circo Massimo, in effetti, aveva dimostrato che Cofferati era l'unica persona capace di aggregare tutta la sinistra italiana e proprio alla vigilia dello scadere del mandato di Cofferati alla guida della CGIL.

Il 21 settembre 2002 Cofferati lascia la CGIL, come da statuto, a Guglielmo Epifani e si ritrova libero e con un vasto popolo di sinistra in attesa di seguirlo anche in politica. Cofferati torna ufficialmente a lavorare alla Pirelli, ma fa poco per smentire sue ambizioni politiche e già il 27 settembre partecipa a una conferenza stampa in Campidoglio con Gino Strada, presidente di Emergency, che ha appena raccolto 140.000 firme contro un intervento militare in Iraq.

A fine 2002 Cofferati ormai si muove come un nuovo leader politico con gran disinvoltura. Un politico iscritto ai Ds, ma che non risparmia dure critiche al suo gruppo dirigente, tanto che il 24 ottobre Piero Fassino sbotta: «Non regge più la demagogia del dipendente della Pirelli che dall'alto giudica tutto e tutti. Cofferati si sporchi le mani come ce le sporchiamo tutti noi».

Il popolo di Cofferati è soprattutto quello che a partire dal febbraio 2002 è andato facendo opposizione al governo Berlusconi indipendentemente dai partiti, ma con grande partecipazione di massa e singolari forme di protesta: sono i girotondini che hanno in Nanni Moretti il loro guru principale.

I girotondini sono pronti ad appoggiare un movimento guidato da Cofferati, da testare magari alle elezioni europee del 2004. Si dichiarano disponibili, anche nei fatti, pure partiti come il Pdci e i Verdi, oltre, come è ovvio, alla corrente di sinistra dei Ds, ma anche riviste importanti come MicroMega e Il manifesto.

Questa galassia movimentista si dà così appuntamento a Firenze per il 10 gennaio 2003 per la manifestazione Politica e movimenti. Costruiamo insieme un futuro diverso. Parteciperanno in 10.000, Moretti e Cofferati compresi. Un successone che inquieta le dirigenze dei Ds e del Prc.

Ecco dunque costituita la «terza sinistra riformista», come la chiama Bertinotti (ma il neologismo appartiene al diessino Peppino Caldarola), che si colloca tra Ds e Prc, dando fastidio ad entrambi. I Ds si sentono infatti sempre più deboli e col terreno sotto i piedi venir meno, visto che la base diessina simpatizza ormai apertamente con Cofferati e Moretti. Il Prc invece si sente spiazzato dal fatto che l'insoddisfazione verso i Ds e la voglia di radicalità e movimentismo della sinistra diffusa, possa essere monopolizzata da Cofferati, anziché dal Prc e da Bertinotti, che da anni si preparava a questo "terremoto".

Dirà in quei giorni Bertinotti: «Una parte di quella che era la sinistra di governo cerca un nuovo protagonismo tentando di raggruppare l'area di movimento che ritiene più assimilabile. (...) Cofferati pensa che così sia possibile riqualificare l'Ulivo». E accusa: «A Cofferati rimprovero due cose: la prima è che per perseguire questo obiettivo divide il movimento, scegliendo solo gli interlocutori che gli sono più vicini, come dimostra il prossimo appuntamento di Firenze con Nanni Moretti, da cui è stato esclusa un vasta area di movimento. E invece la caratteristica fondante del movimento è la sua unitarietà nella pluralità». E, provocatoriamente, dice: «Io lo invito a fondare il partito del lavoro, lo sfido a mettere in piedi una formazione con cui finalmente ragionare alla costruzione di un'area della sinistra alternativa composta da movimenti, associazioni, giornali, da noi e anche da quel pezzo della sinistra che deciderà di distaccarsi dalle politiche moderate».

Il 9 gennaio Fassino tuonerà nuovamente: «C'è chi vuole destabilizzare i Ds, mandare a casa l'attuale gruppo dirigente e sfasciare tutto. È un modo di far politica di cui ho piene le tasche».

Il 12 gennaio sarà invece il presidente Ds D'Alema a parlare: «La sinistra ha bisogno di un federatore, non di un Gengis Khan». L'allusione è chiara.

In questo quadro il referendum sull'articolo 18 diventa l'arma perfetta per Ds e Prc per neutralizzare Cofferati. Per tutti è il momento di prendere posizione.

Il 29 aprile 2003 i Ds decidono di astenersi perché si è davanti a un referendum «dannoso e inutile». Cofferati troverà la soluzione «interessante».

Il 7 maggio la CGIL, pur non condividendo il referendum, decide di invitare a votare "sì".

Il 10 maggio Cofferati è a Bologna e definisce pubblicamente il referendum «un grave errore», incassando dure reazioni dai Cobas e da Rifondazione.

Il 12 maggio, con due interviste a la Repubblica e l'Unità, Cofferati chiarisce definitivamente: «Non andrò a votare». L'ex segretario generale della CGIL spiazza il suo popolo, mentre ritrova degli amici nei dirigenti diessini.

Il giorno dopo Liberazione titola dura: «Finisce la breve stagione della terza sinistra riformista».

Il referendum è perso, ma il mito di Cofferati è ormai evaporato.

Ds e Prc tirano definitivamente un sospiro di sollievo quando Cofferati esce di scena il 13 giugno accettando dai Ds la candidatura a sindaco di Bologna per le comunali 2004, e dando le proprie dimissioni dal direttivo CGIL e dalla fondazione "Giuseppe Di Vittorio".

Dopo il referendum il Prc non sarà più lo stesso e c'è chi imputa questo a un patto segreto stipulato tra D'Alema e Bertinotti per far fuori Cofferati, in cambio del ritorno del Prc nella coalizione di centrosinistra. Difficile confermare queste voci che hanno tanti indizi, ma nessuna prova certa. Tuttavia all'inizio del 2003 qualcosa nel Prc cambia, e in fretta.

Il 2 febbraio Bertinotti è a Perugia per una manifestazione pubblica del partito. Qui annuncia che «nelle elezioni amministrative Rifondazione comunista e il centrosinistra in genere vanno alleati, è sempre successo, anche quando rompemmo con Prodi. Questo per la semplice ragione che il governo locale è diverso dal governo nazionale»; dunque «cercheremo le alleanze con il centrosinistra, non solo con l'obiettivo di tentare di battere la destra, ma per pensare a nuove forme diverse di governo delle città». Fin qua tutto ordinario.

Il 6 marzo invece si arriva a una svolta storica: a Montecitorio tutti i leader de l'Ulivo tornano a sedersi a un tavolo con Bertinotti per un incontro di quasi due ore. Si discute su tutto: Rai, referendum, guerra, amministrative. L'incontro viene definito unanimemente positivo. E Bertinotti commenta su La Stampa: «Dobbiamo discutere oggi perché si determino le condizioni politiche che rendano possibile un'alleanza. Ma la partita è tutta aperta». E spiega: «È stato un incontro tra soggetti diversi e destinati a restare diversi. Ma stavolta il confronto tra noi e il centrosinistra, rispetto a tutti quelli passati, è reso diverso e può essere reso utile da due novità. Anzitutto, la crescita del movimento, che sta cambiando la geografia socio-politica del Paese. In secondo luogo, e lo dico senza malizia, l’articolazione dentro al centrosinistra che rende la posizione di Rifondazione non semplicemente esterna». E se qualcuno gli chiede cosa è cambiato rispetto al centrosinistra del 1996 o del 1998, Bertinotti risponde secco che «sono storie imparagonabili, non ci sono gradi riconoscibili di parentela: da allora è cambiato il mondo».

Si parla anche di un prossimo ritorno di Prodi alla guida del centrosinistra, una volta esaurito il suo mandato da presidente della Commissione europea nell'autunno 2004. Bertinotti parla chiaro: «Senza di noi Prodi non va lontano». Ed è vero. Il Prc del 2003 è in crisi di voti e iscritti, ma è pur sempre decisivo per battere le destre.

Il 16 maggio Bertinotti precisa la sua idea di accordo con l'Ulivo: «Rutelli dice che per vincere è necessario un 'patto trasparente' con Rifondazione? Dice una verità elementare. Noi siamo disponibili solo a un accordo di programma, non a riesumare vecchie formule come la desistenza». Per la prima volta dal 1994, Rifondazione si dichiara disponibile ad un accordo organico che può anche tradursi in una presenza del Prc in un prossimo governo di centrosinistra. Non, quindi, un semplice appoggio esterno.

Il 3 giugno si riunisce la segreteria Ds e D'Alema espone i termini dell'accordo col Prc dandolo di fatto per scontato.

Il 5 giugno Liberazione pubblica un'intervista di Rina Gagliardi a Massimo D'Alema, dal titolo «Ripensare la terza via». Non una intervista qualunque, perché D'Alema tende la mano al Prc per ritrovare un accordo di governo, e perché la Gagliardi è particolarmente affettuosa con l'ex premier diessino. Secondo D'Alema «le due sinistre devono riconoscersi, dialogare e non farsi del male. Ulivo e Rifondazione Comunista devono, quindi, trovare un accordo che non snaturi il Partito della Rifondazione Comunista e non offuschi il profilo rifomista e 'di governo' delle proposte dell'Ulivo». Gli risponde Bertinotti dal Friuli: «Per rilanciare l'Ulivo è necessario riaprire un confronto programmatico senza pregiudizi».

Il 17 giugno in un'intervista al Corriere della Sera, il presidente diessino della Campania, Antonio Bassolino, spiega che l'obiettivo è arrivare un Prc di governo: «Io dico che per battere il Polo bisognerà trovare un rapporto con le forze esterne all'Ulivo, e il rapporto con il Prc sarà essenziale. Ma siccome si tratta di vincere e poi di governare, è impensabile ripetere l'intesa elettorale del '96. Anche Bertinotti ne è consapevole, sa che è indispensabile un accordo politico e programmatico». Quindi «se vinceremo le elezioni, dovranno esserci anche ministri di Rifondazione nell'esecutivo. Questo è il passo in avanti che bisogna fare, anche se so bene quanto sarà complicato mettersi d'accordo». Il giorno dopo dalle colonne di Liberazione, Bertinotti apprezzerà.

Sempre il 17 giugno la Direzione Nazionale, riunita per analizzare il risultato referendario, dà il via libera alla ricerca di nuove intese con l'Ulivo, con 21 voti favorevoli e 5 contrari (Ferrando). Si astiene la corrente Grassi (11 voti), pur essendo sempre stata favorevole alla ricerca di intese con l'Ulivo, per «per una differenza sulle prospettive politiche». Secondo Grassi e gli altri 10 de l'Ernesto, «occorre evitare l'assunzione di decisioni affrettate. Sono passaggi delicatissimi che il partito deve poter discutere senza trovarsi di fronte a fatti compiuti. Su questo argomento la domanda che dobbiamo porci oggi è la seguente: sono maturate nello schieramento di centro-sinistra, sui nodi di fondo su cui ci siamo divisi in passato, delle posizioni diverse?».

Ferrando è invece più duro e chiede di «avviare immediatamente un congresso straordinario», ma il suo documento otterrà solo 3 voti favorevoli, 26 contrari e 2 astensioni.

Pertanto, come voleva Bertinotti, la Direzione Nazionale pone al partito l'obiettivo di «aprire, in un dibattito aperto, con le forze sociali ed il movimento, il tema di come qualificare e rendere efficace l'opposizione al governo delle destre. Le scorciatoie politiciste sono illusorie e non servono. Il toro va preso per le corna: come affrontare il tema decisivo di prospettare un'alternativa programmatica alle destre. Ne esistono le condizioni? Pensiamo di si, anche se l'esito non è scontato. Il nostro punto è sviluppare un'offensiva in questa direzione».

Anche il Cpn del 28 e 29 giugno sarà d'accordo, e stavolta il documento sarà votata da tutta la maggioranza uscita dall'ultimo congresso (68 sì, 14 no, 1 astensione). In apertura di Cpn, a proposito del futuro accordo di governo, Bertinotti dirà: «Vi sono però due rischi. Il primo: diventare la sinistra del centrosinistra. Il secondo: chiamarci fuori dalla politica, pensando che ormai l'alternanza ha vinto e dunque conviene ridurci a pratiche extraistituzionale. Entrambe queste strade sono errate e devastanti e non saprei indicare qual’è la peggiore. Dobbiamo allora pensare a un nostro protagonismo politico, anche per contribuire a superare le difficoltà interne al movimento».

Poco prima, il 26 giugno, esce su Europa, quotidiano de La margherita, una lunghissima intervista a Bertinotti. Il centro dell'Ulivo si interroga su chi sia oggi Bertinotti e il Prc, ricordando quel che successe nel 1998, ma il clima è cordialissimo e Bertinotti spiega il perché oggi il Prc cerca un accordo di governo con un ragionamento che resterà immutato anche in interviste e interventi successivi.

Secondo il segretario del Prc è emerso un grande problema per il suo partito come per tutto il centrosinistra: «Abbiamo imparato che raggiungere dei risultati è improbo, anche quando il paese è percorso da importanti movimenti sociali e civili: hai grandi maggioranze contro la guerra e la guerra la fanno lo stesso, senza pagare dazio; hai in piedi un grande movimento sui temi del lavoro e il governo fa leggi pericolosissime come il decreto Maroni; fai battaglie sui diritti, come quella sull’articolo 18 nelle piccole imprese e perdi, anche se vedi l’insediamento storico del Pci ritrovarsi nella geografia di quel Sì. Insomma, abbiamo di fronte un problema che noi prima leggevamo come un problema di Rifondazione, e invece evidentemente lo è per tutto il campo progressista e dei movimenti: come si fa a passare da una fase di affermazione della propria esistenza a una fase di riattivazione di un processo di cambiamento». In pratica l'idea che si possano ottenere dei cambiamenti, grazie alla mobilitazione di grandi masse o grazie a un Prc fortissimo, anche se isolato, s'è rivelata sterile. Occorre dunque un accordo di governo, cosa praticabile perché «i movimenti hanno cambiato la costituzione materiale del centrosinistra italiano, pur senza cambiarne la geografia formale». In origine, infatti, l'Ulivo «si dava come compito di temperare il governo della guerra dell’Impero e di stemperare – come sono riusciti a fare – qualsiasi conflitto sociale. È stato così dai Balcani all'Afghanistan», ma «adesso ci stanno ripensando». Pertanto «le cose cambiano, io ne prendo atto. E so anche perché cambiano. Non soltanto perché la globalizzazione sta in realtà uccidendo la sovranità popolare e il tessuto solidaristico, e ha un così forte segno di guerra, ma anche perché nel suo momento di partenza prometteva e regalava all’Occidente e soprattutto agli Stati Uniti il più alto periodo di crescita economica della storia recente. E invece adesso sta infliggendo a Usa, Europa e Giappone la crisi più lunga che si ricordi». Anche il confine tra le posizioni del Prc e quelle uliviste sembrano molto più sfumate: «C'è una discontinuità evidente ai miei occhi rispetto a quando l’Ulivo era, per me, alcuni signori coi quali io trattavo o rompevo. Oggi questo sarebbe impossibile perché il centrosinistra su tutte le questioni o si esprime in maniera plurale oppure non si esprime proprio. La geografia è cambiata e la linea di confine sui temi che ci stanno a cuore non è più tra noi e il centrosinistra, ma all’interno del centrosinistra, e in maniera molto irregolare. La sinistra Ds su molte cose è più vicina a noi che alla leadership del suo partito, i Verdi sono stabilmente collocati in una posizione più contigua alla nostra. E anche la Margherita a me pare una formazione politica stellare...». Bertinotti arriva così alla conclusione di rivedere completamente i suoi schemi, per cui «la costruzione della sinistra alternativa non è più un a priori del processo di confronto programmatico 'tra molti', ma ne è l'esito. Arrivo a dire che la novità per noi è questa: che rinunciamo ad avere chiara la meta in termini di schieramenti organizzativi. Lo schema delle due sinistre, che era anche il mio, non funziona più. Continuo a pensare che ci sia bisogno, in Europa, di una sinistra anticapitalista radicale, ma le forme della sua organizzazione e anche del suo rapporto con il centrosinistra non sono precostituite». Quanto al Prc, anch'esso giura che cambierà e, aggiunge «credo che Rifondazione debba stare dentro una struttura più ampia ma che non si possa rinunciare all'ambizione di pensarsi comunisti».

Il giorno dopo esce un'altra intervista su Il Messaggero, in cui Bertinotti parla de La Margherita come di una «presenza è fondamentale nella coalizione. (...) Proprio ora non dobbiamo essere manichei».

Viene così definitivamente abbandonata l'idea lanciata nel 2000 di «rompere la gabbia del centrosinistra». Secondo i bertinottiani perché essa è stata rotta; mentre per le opposizioni interne così facendo il Prc accetta di entrare nella gabbia e pure in modo docile.

Il 17 settembre si tiene un incontro fra tutti i responsabili del lavoro degli otto partiti del centrosinistra (Udeur, Dl, Idv, Sdi, Ds, Verdi, Prc, Pdci) dove si parla di politica industriale, occupazione, Stato sociale e pensioni, erosione salariale e democrazia sindacale. Si sottoscriverà anche un documento comune.

Il 18 settembre Bertinotti chiede alle opposizioni di unirsi per aprire la fase politica che porti alla caduta del governo Berlusconi.

La chiamata non cade nel vuoto e il 23 settembre si tiene un incontro tra Rifondazione Comunista, l'Italia dei Valori e le forze dell'Ulivo nella sede del gruppo Ds al Senato. Con questo incontro, per Bertinotti «si è aperta una nuova fase», in pratica «è finito il ciclo di un centrosinistra e Rifondazione che si confrontano e si è aperto quello del rapporto di tutte le opposizioni per la ricerca di un'alleanza per battere il governo».

All'inizio del 2004, tutto il Prc è coinvolto dal segretario Bertinotti in un dibattito che avrà eco anche all'esterno del partito, sull'opportunità di assumere la nonviolenza come unico strumento di lotta coerentemente comunista. In realtà il dibattito parte da lontano.

Il Prc è parte attiva delle proteste del G8 genovese del 2001 che degenerano in scontri violenti fra forze dell'ordine e manifestanti. Molti allora puntarono il dito su come molti dei manifestanti fossero dei violenti e come molti di questi violenti fossero rifondaroli.

Il 29 luglio 2001 dalle pagine di Liberazione, Bertinotti chiama a raccolta il partito per partecipare alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, sostenendo che «questo è un appuntamento tradizionale per il movimento pacifista, ma che oggi deve assumere il carattere di una nuova tappa per il rafforzamento di un movimento vasto, articolato, multiculturale, non violento e di massa, contro la guerra e il liberismo che aumenta nel mondo intero le povertà e le ingiustizie».

È chiara dunque la volontà di coniugare la lotta newglobal con un pacifismo nonviolento, soprattutto per sconfessare chi vuole i rifondaroli dei violenti.

Questo tipo di insinuazioni porterà Bertinotti a rilascia un'intervista al Corriere della Sera del 5 agosto 2001 in cui sbotta: «Accusarci di complicità con i violenti di Genova è un'autentica menzogna e anche una mascalzonata. A dimostrarlo ci sono le dichiarazioni, gli atti e i comportamenti di Rifondazione: tutti improntati alla non violenza. Prima, durante e dopo il G8». In effetti nulla nello statuto del Prc incita i propri iscritti alla violenza, né esistono discorsi di altissimi dirigenti che abbiano mai elogiato la violenza, ma è vero anche il contrario: la nonviolenza non è ufficialmente prevista e incoraggiata nella prassi del partito.

Nella medesima intervista, Bertinotti si colloca fra «chi ricorre a forme di disubbidienza civile che si trovano perfino nella tradizione gandhiana. Chiarito questo, non ho alcun imbarazzo a dichiarare la mia radicale opposizione a ogni forma di violenza, comprese certe dichiarazioni».

La questione sarà ripresa nel Cpn del 15 e 16 settembre, anche alla luce della violenza del terrorismo islamico. Bertinotti concluderà perentorio: «La ricerca sulla nonviolenza è decisiva per costruire 'una nuova arma' contro la società capitalista», anche in nome di un «comunismo come liberazione dell'uomo».

Per Bertinotti e suoi la nonviolenza è dunque fondamentale, e tornerà a ripeterlo qua e là, ma in realtà il partito ancora non affronta la questione che, in effetti, è estranea alla storia del movimento comunista che anzi ha sempre visto il mito della Rivoluzione, come un mito di violenza a fin di bene e «levatrice della storia».

Al V congresso del 2002, la nonviolenza è introdotta con la tesi di maggioranza n. 39: «La nonviolenza, pratica di lotta non distruttiva e, insieme, disubbidienza a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia con l'anima profonda del movimento e dall'altra più efficace per combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e neppure della forza, ma all'opposto gestione altra, e più alta, del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede un'organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare. Essa è parte integrante di quella riforma della politica - che riguarda i partiti come i movimenti - che implica il rifiuto di ogni militarizzazione del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato d'identità. In questo senso, nell'epoca della globalizzazione neoliberista, la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità, ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza, insomma, dell'umanità».

Tuttavia il congresso approva un nuovo Statuto per il partito che non prevede nessuna norma che faccia dei rifondaroli dei nonviolenti. La nonviolenza resta così solo una tesi di una mozione congressuale, seppur di maggioranza. Per Bertinotti non è ancora abbastanza, forse perché ancora il movimento viene associato alla violenza dall'opinione pubblica.

L'occasione di riaprire il dibattito, si ripresenta il 24 ottobre 2003 con l'arresto di otto appartenenti alle Brigate Rosse che hanno operato tra il 1999 e il 2002.

Alcuni fanno notare come fra gli arrestati vi siano degli iscritti al sindacato.

A commento della notizia, la Repubblica esce il 31 ottobre con un'intervista a Sergio Segio, 22 anni di carcere per terrorismo rosso e fondatore di Prima Linea. Segio scuote la sinistra lanciando l'allarme che «le Brigate rosse, sebbene ne siano componente ultra-minoritaria, sono e coabitano nel Movimento, hanno infiltrato il sindacalismo di base. Sono interne ai loro luoghi, alle loro sedi, al loro dibattito politico. E non sono affatto "nuove". Sono la fotografia di un passaggio di testimone tra generazioni nell'assoluta continuità di una matrice ideologica che non ha rifiutato il concetto di violenza politica, ma la conserva come opzione concreta, se non assoluta». Per Segio infatti «l'intero Movimento, in tutte le sue componenti, è contemporaneamente vittima ma anche opzione della violenza brigatista, perché possibile bacino di reclutamento. Non aprire su questo una dura battaglia politica che affermi l'impraticabilità e il carattere eticamente e storicamente inaccettabile della lotta armata, significa o non comprendere la delicatezza del passaggio che stiamo vivendo o non saperlo dire. Il che, politicamente, è la stessa e identica cosa». E questo avviene «perché i nodi teorici, propri della sinistra, della presa del potere e della violenza politica, non sono stati sciolti. La posso dire anche così: la parola d'ordine 'Guerra alla Guerra' del documento di rivendicazione D'Antona è il titolo polveroso di un pamphlet socialista del secolo scorso».

A Segio replica Bertinotti su la Repubblica del 2 novembre. Per Bertinotti «non c'è alcun dubbio che il tema del rapporto tra lotta armata e cultura politica può essere una straordinaria occasione offerta alla sinistra e non solo per affrontare un nodo cruciale della cultura del '900. La violenza». Tuttavia «la lunga esperienza torinese mi ha insegnato che il terrorismo nasce in una sfera autonoma della politica. Non sono la società e il conflitto che generano la lotta armata. Semmai, e al contrario, è nella società che si pongono le condizioni perché quel virus si infiltri».

Va però notato che «tutti i pensieri forti, religiosi e politici, contengono un irrisolto problema con la violenza. Noi siamo figli oltre che del crocifisso, della Bibbia. Ed è nella Bibbia che troviamo l'idea dell'annientamento del nemico. Le culture terzomondiste sono imbevute di violenza, lì dove arrivano a teorizzare che 'l'identità del colonizzato passa per l'uccisione del colono'. Nell'intera storia del movimento operaio è presente la distruzione dell'avversario. Dunque, tutti e ripeto tutti, sono chiamati oggi a fare i conti con il concetto di violenza. A me, la prima volta, lo insegnò Pietro Ingrao. Vent'anni fa. Ingrao era presidente della Camera e venne alla Fiat, a Torino. Ora, non ricordo esattamente la circostanza. Se dopo la scoperta che uno dei nostri delegati apparteneva alle Br o dopo l'ennesimo, sanguinoso, agguato. Mi sembra di vederla ancora quella sala sprofondata in un silenzio sospeso e Pietro svelarci la più semplice e decisiva delle verità. Disse: 'Noi siamo nati per dare valore alla vita. Le lotte della classe operaia hanno lo scopo di migliorare, anche solo di un nulla, la vita di ciascuno di noi. Vi pare che si possa accettare sia pure in ipotesi il progetto o l'idea di chi vuole cancellarne anche soltanto una di vita?'. Ecco, Ingrao già allora demoliva due capisaldi di una certa cultura socialista e comunista del Novecento. Primo: che il valore della vita di una persona debba essere misurato in quanto simbolo del potere che rappresenta. Secondo: che nella lotta all'eversione si possa procedere per aggregazioni omogenee, dunque in ordine sparso. Le cose non stanno così. Il terrorismo è il nemico di tutti. E tutti insieme lo si combatte».

Da allora «il Brecht che diceva 'vogliamo un mondo gentile, ma per averlo non possiamo essere gentili', non mi appartiene più, né appartiene più alla storia della sinistra e del Movimento di questo secolo. Perché oggi, la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza. In un mondo in cui la violenza si riassume nel binomio guerra preventiva-terrorismo, non può aver diritto di cittadinanza alcuna violenza politica. Perché in quel binomio è inevitabilmente risucchiata».

Pertanto il Movimento non ha e non avrà mai a che fare con la violenza «per un motivo molto semplice. Questi ragazzi sono estranei alla storia del Novecento. Sono di un'altra era. Gli è estraneo il concetto operaio del potere come terreno di conquista prima che di cambiamento. Il loro Palazzo d'Inverno non è Palazzo Chigi. Sono privi dell'idea stessa di avanguardia. No, il Movimento è antidoto a quel virus. Bisogna solo aiutarlo e ascoltarlo».

Dieci giorni dopo l'Italia è sconvolta dagli attentati di Nassiriya del 12 novembre 2003. Risulta definitivamente chiaro a tutti che la guerra in Iraq è continuata anche dopo il 1° maggio 2003, seppur sotto forma di guerriglia e attentati più o meno grandi.

Pochi giorni dopo alcuni inneggiano alla «resistenza degli iracheni contro l'occupazione Usa» scandendo anche slogan come «dieci, cento, mille Nassiriya», parafrasando una famosa parola d'ordine di Ernesto Guevara che nel 1967 proponeva di creare «due, tre, molti Vietnam».

Intanto il Campo Antimperialista, nato come campeggio sopra Assisi e ora piccolo coordinamento unitario di movimenti di sinistra e di estrema destra di vari paesi, lancia tre iniziative a sostegno della resistenza irachena. La prima prevede la sottoscrizione di 10€ da inviare all'Assemblea Nazionale Palestinese; la seconda è una raccolta firme per la liberazione di Tariq Aziz; la terza prevede invece una manifestazione di solidarietà da tenersi a Roma per il 13 dicembre, che poi vedrà la partecipazione di 300 persone, egemonizzata da "Sinistra nazionale".

Quest'ultima iniziativa, essendo aperta a chiunque condivida la piattaforma, viene anche sottoscritta da esponenti di Rifondazione, anche importanti, ma dopo i fatti di Nassiriya monta una polemica contro il Campo Antimperialista, il quale pare preveda dentro anche elementi del neofascismo italiano.

Alla richiesta se i rifondaroli possono partecipare alla manifestazione del 13 dicembre, Bertinotti risponde il 22 novembre: «Abbiamo chiesto con molta fermezza, a tutti i firmatari di quell'appello iscritti a rifondazione di ritirare la loro firma, sia se fosse a titolo personale e tanto più quando è in una veste in qualunque modo ufficiale di partito o istituzionale. Una risposta semplice: no! non è compatibile l'adesione a rifondazione comunista con la sottoscrizione di documenti di questo tipo».

Spiegazioni più articolate sull'idea di nonviolenza e comunismo, Bertinotti le dà grazie a due lettere indirizzate al segretario del Prc dal fondatore di Lotta Continua, Adriano Sofri (l'Unità 2 novembre 2003), e dal sociologo operaista Marco Revelli (Carta 13 novembre 2003). Le risposte di Bertinotti saranno pubblicate sugli stessi giornali rispettivamente il 9 e il 27 novembre.

Mentre la lettera di Sofri prende spunto da un'intervista rilasciata da Bertinotti al Quotidiano Nazionale del 21 ottobre, quella di Revelli dalla già citata replica di Bertinotti a Segio.

I contenuti di entrambe le risposte (almeno per quanto riguarda il tema della nonviolenza) saranno meglio sintetizzate in una lettera che Bertinotti invia a Paolo Mieli e pubblicata sul Corriere della Sera dell'11 dicembre, dove sono presenti anche dei riferimenti espliciti allo scambio di lettere con Sofri e Revelli.

Quest'ultima lettera scaturisce dalla lettura dell'editoriale di Ernesto Galli della Loggia per il Corsera del 9 dicembre, dal titolo «Il comunismo del gulag». Qui Galli della Loggia argomenta che «la storia del gulag (uso il nome della parte per il tutto) dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non solo la dimensione repressivo-omicida è stata consustanziale al comunismo fin dall'inizio della sua versione russa (il meccanismo del terrore si mise in moto già nelle prime settimane del 1918) e dunque indipendentemente dallo 'stalinismo, ma indica altresì che quella dimensione è sempre stata e continua a essere propria del comunismo in ognuna delle sue varie incarnazioni: dalla Cina, a Cuba, al Vietnam. Il gulag, insomma, con la sua diffusione planetaria, ingenera inevitabilmente il sospetto che sia proprio il comunismo in quanto tale, il comunismo in tutte le sue versioni, l'origine del male». Eppure «il gulag e la sua storia sono rimasti un tabù, a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio e ancora 'lotta insieme a noi mentre, da più di dieci anni, come è ovvio, il socialismo riformista è ancora al palo di partenza». Bisognerebbe «comprendere e dire a piena voce che quell'idea era destinata per sua natura, e dunque dappertutto e fin dall'inizio, a produrre gli orrori che per l'appunto ha prodotto; e di conseguenza avrebbe richiesto di porre in una luce comunque moralmente problematica l'adesione ad essa, a prescindere dalle intenzioni e dagli atti. Nulla di tutto ciò è invece avvenuto: il gulag e la sua storia sono rimasti un tabù, a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio e ancora 'lotta insieme a noi' mentre, da più di dieci anni, come è ovvio, il socialismo riformista è ancora al palo di partenza».

Nella sua lettera, dunque, Bertinotti si dà da fare «per spiegare il motivo per cui il comunismo e la non violnza che nel passato sono apparsi e sono stati antinomici, oggi, non possono che vivere insieme». Per il leader del Prc «nel tempo della guerra e del terrorismo non è possibile parlare di comunismo se non si sradica da esso ogni riferimento alla violenza. E non si può parlare, in un mondo così organicamente ingiusto, di non violenza se non all'interno della rinascita di un'ipotesi di trasformazione della società. Oggi la guerra e il terrorismo ci stanno conducendo in una crisi di civiltà che può avere conseguente devastanti per l'umanità. Ne ho parlato in un recente dibattito con Adriano Sofri anch'egli convinto che, oggi, per il pianeta esista la possibilità di catastrofe. All'origine di questa crisi c'è la modernizzazione capitalistica che non si è rivelata portatrice di progresso e di benessere, ma per la prima volta nella storia dell'umanità ha separato l'innovazione dal progresso sociale e civile e dal miglioramento della condizione di vita degli uomini, delle donne e della natura. Questa crisi ha una ratio. Essa deriva da uno sfruttamento che si è dilatato oltre i confini del '900 e che non coinvolge solo il proletariato classicamente inteso, ma le persone, la natura, l'ambiente. Il fattore ordinatore del mondo, quello con cui si impone questo sfruttamento dilatato, è la guerra. È attraverso la guerra che la modernizzazione capitalistica pensa di imporre le sue regole, le regole del mercato, dell'impresa. La questione del comunismo del nostro tempo nasce da qui, ma per essere affrontata richiede delle significative rotture con la sua storia. Oggi parlare di comunismo significa, infatti, rompere con almeno tre idee-forza del '900».

Dunque «credo anche che qui ed ora la non violenza sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la radicalità di quel processo di trasformazione sociale che chiamiamo comunismo», non solo per quanto detto sopra, ma anche perché i mezzi violenti «sono del tutto inefficaci. Non riescono a produrre neppure nell'immaginario di chi vuole un cambiamento un'idea di alternativa di società perché riconducono inevitabilmente alla guerra e al terrorismo e alle due idee regressive di società che esse sottendono».

Da qui la sfida neocomunista di «chi non rinuncia alla costruzione di una società alternativa al capitalismo. Perché questo rimane il punto dell'oggi che nessun passato per quanto terribile può seppellire. Anche perché la storia grande del movimento operaio e dei marxismi non si è esaurita nella tragedia del "comunismo reale" e rende possibile, oltreché necessario, discernere in essa ciò che è vivo e ciò che è morto».

Il 28 settembre 2003, a Marghera, quartiere operaio di Mestre (VE) si svolge una cerimonia di rinominazione del piazzale Niccolò Tommaseo in piazzale "Martiri giuliano dalmati delle foibe".

La decisione era stata presa nel 1998 dal consiglio comunale di centrosinistra, senza obiezioni dalla federazione veneziana di Rifondazione Comunista, presente anche nella giunta comunale veneziana.

Tuttavia durante la cerimonia (alla quale partecipa soddisfatta anche Alleanza Nazionale) un gruppo di rifondaroli insieme ad ambientalisti, Comunisti Italiani, sindacalisti Cobas e antifascisti vari, organizzano una contestazione con un sit-in e uno striscione con scritto "vergogna", essendo infatti contrari a ogni «revisionismo fascista».

La cosa non piace né ai dirigenti del Prc, né a dei giovani di centri sociali vicini, arrivati anche da Padova. Fra questi vi sono anche i Disobbedienti di Luca Casarini. La contestazione degenera nello scontro fisico tra Disobbedienti, contestatori di sinistra e giovani di destra, e non mancano i feriti in ospedale.

Il giorno dopo Casarini chiarisce che «siamo contro il fascismo ma pure contro lo stalinismo che Pettenò (consigliere comunale del Prc, ndr) e una parte di Rifondazione vorrebbe rivalutare negando addirittura che le foibe sono state un genocidio. Da una parte Berlusconi vuol far rientrare Mussolini dalla finestra e dall'altra Pettenò Stalin. Per noi è la stessa cosa».

Idee analoghe sulle foibe le esprimerà nelle stesse ore il segretario regionale del Prc Veneto Gino Sperandio, ma troverà «risibile qualsiasi giustificazione dell'aggressione subita dai compagni del Prc facendo apparire i contestatori dell'intitolazione ai martiri delle foibe come degli stalinisti che tentavano di giustificare i crimini avvenuti in Istria e Dalmazia alla fine della guerra contro il nazi-fascismo. Non vogliamo lasciare dubbio alcuno sulla nostra cultura politica: per noi le foibe furono uno dei più odiosi episodi di barbarie che, tra le molte macerie dell'esperienza del cosiddetto 'socialismo reale', furono prodotte».

Anche la segreteria nazionale si schiera con Sperandio, per voce di Patrizia Sentinelli. Dunque sui fatti delle foibe, il Prc ha per la prima volta una posizione ufficiale a livello nazionale.

Ma questa non è né apprezzata né condivisa da tutto il corpo del partito. Prova emblematica è la lettera di Igor Canciani, segretario provinciale del Prc Trieste, pubblicata su Liberazione (dove nel frattempo era scoppiato un vivace dibattito) del 5 ottobre. Canciani trova «francamente incomprensibile e del tutto fuori luogo la necessità, nostra, di rimarcare la nostra distanza da episodi di barbarie ascrivibili al cosiddetto 'socialismo reale' o quello di ribadire, in questa occasione, il rifiuto della connessione tra Rifondazione ed ogni forma di residuo stalinista, poiché la vicenda delle foibe con lo stalinismo non c'entra assolutamente. Sull'argomento esiste una copiosa e riconosciuta storiografia ufficiale, esiste una storiografia revisionista di destra (che purtroppo ha attecchito o quantomeno sta traendo in inganno molta gente inconsapevole e non informata), ma esiste anche una relazione predisposta da una commissione italo-slovena di storici (nominati dai rispettivi governi) che ha fornito un prezioso contributo di conoscenza in materia. E guarda caso, proprio il lavoro della commissione di storici, invocato per anni dalla destra più oltranzista, è stato dalla stessa sconfessato, anche perché proprio sulle foibe gli esiti della ricerca e le conclusioni della commissione ridimensionano di parecchio la portata e la rilevanza della questione».

Per Canciani le foibe restano «un atto ingiusto ed esecrabile», ma «non si trattò di eccidio o di pulizia etnica, ma di reazione ad un ventennio di occupazione fascista e di soprusi e di violenze».

Canciani chiude chiedendo di «iniziare una discussione di merito su un tema che, lo dico con grande rammarico, è del tutto assente al nostro interno e rischia di formare mere posizioni ideologiche».

E in effetti la discussione ci sarà. Il Prc Veneto il 13 dicembre organizza un convegno dal titolo La guerra è orrore. Le foibe tra fascismo, guerra e resistenza, all'interno dell'Aula Magna della facoltà di Architettura della IUAV di Venezia. Gino Sperandio, Segretario Regionale PRC Veneto, terrà la relazione introduttiva del convegno che sarà articolato in due sessioni. Al mattino sono previsti gli interventi dei professori Jože Pirjevec e Anna Maria Vinci (Università di Trieste), Predrag Matvejevic (Università di Roma), Inoslav Bešker (Università di Zagabria), Angelo d'Orsi (Università di Torino). Partecipano anche i giornalisti Giacomo Scotti di Rijeka o Fiume, e Lidia Menapace.

Ma a fare scalpore saranno le conclusioni pomeridiane affidate a Fausto Bertinotti.

Premesso infatti che i rifondaroli sono e restano «radicalmente antifascisti», per Bertinotti l'antifascismo è soprattutto «l'unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile», ma anche rifiuto del revisionismo storico, quel fenomeno cioè per cui «c'è anche del bene nel fascismo e c'è un po' di male nella resistenza». Un revisionismo «non innocente», dietro il quale si scorge il «tentativo di tirare una riga nella storia del Paese al di là della quale c'è la cancellazione di ogni ideologia, di ogni pensiero forte e la riduzione della politica a variante interna del dominio del mercato dell'impresa».

Ma Bertinotti non si accontenta di una «denuncia dei crimini del fascismo», magari per «rassicurare la tua identità e la tua esistenza». Il punto non è il ventennio: «Oggi, battere il fascismo - parlo del fascismo come lo abbiamo conosciuto alcuni decenni fa, non parlo delle politiche fascistizzanti, o degli elementi fascistoidi che persistono - battere quel fascismo è fin troppo facile. È capace perfino Fini. (...) I nostri avversari oggi, in questa fase della storia, sono la guerra e il terrorismo».

Uno scenario nuovo che porta quindi a delle novità: «Questa coppia guerra-terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza, questa realtà, ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito. Noi non possiamo pensare di battere questa violenza monopolizzata con la guerra. La violenza, in ogni sua variante, quale che sia il giudizio morale, risulta inefficace perché viene riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuorigioco la politica. Questa coppia costringe a ripensare la nostra storia per trovare le forze e i modi per batterla. È una lotta di civiltà, è una lotta nella quale lo stesso importante problema della trasformazione prende corpo in modo inedito. Oggi, di fronte alla possibilità di una catastrofe dell’umanità, siamo obbligati ad indagare sulla violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi o nel futuro dell’umanità».

Si potrebbe allora indagare sulla violenza della bomba atomica di Hiroshima per sconfiggere la violenza nazista. «Un passaggio drammatico, terribile. La violenza per battere la morte produce altra morte. Era legittima Hiroshima? (...) E ancora, noi - nel senso di movimento operaio che non siamo né Auschwitz né Hiroshima, in quel contesto siamo stati angeli? Noi, intesi come soggetti della storia, siamo stati contaminati da quella violenza?».

Per uscire da simili dilemmi, Bertinotti crede «abbia ragione un grande intellettuale come Walter Benjamin quando dice: rapportiamoci col passato con il balzo di tigre, torniamo indietro per scattare di nuovo in avanti verso il futuro. E allora, nelle tracce di resistenza alla violenza in nome della liberazione noi dobbiamo attingere per compiere questo salto».

A questo punto, «per liberarci dalla violenza», Bertinotti rievoca la Resistenza partigiana al nazi-fascismo in termini inediti per un leader comunista. Di quella guerra, Bertinotti decide di rievocare quel «lato che è rimasto in ombra, che è quello delle relazioni quotidiane, del tentativo di sottrarsi ad una violenza che pareva insormontabile. Questa dimensione c'era, anche se mi guarderei bene dal dire che era prevaricante rispetto a quella del conflitto, di un conflitto drammatico e tragico. Ma pensiamo a Cesare Pavese, ai passaggi nei suoi libri che riguardano il momento della resistenza, il suo orrore per la morte e per il sangue. C'era un ritrarsi, un senso di inadeguatezza, un timore. Pure era un partigiano. (...) Non sto dicendo che in quel momento, in quei momenti così terribili, non si doveva premere il grilletto. Sto dicendo un’altra cosa. Sto dicendo che non dobbiamo mettere sullo stesso piano quello che è e che si sente come dovere di fronte alla storia e il tuo essere umano, la tua umanità, politica e culturale. Che una distanza critica va presa, con coraggio. Che la tua umanità va salvaguardata».

Così la Resistenza c'è stata tramandata da partigiani che «come tutti, hanno sensibilità diverse»: da un lato chi con pudore non voleva più ricordare quella violenza, dall'altro chi per anni ha continuato a vantare l'eroismo di quei giorni.

«Noi, noi allora giovani, eravamo affascinati da entrambi gli atteggiamenti, da quelli guerreschi, eroici, di chi raccontava ancora con orgoglio quelle gesta e da quelli più silenziosi esplicitamente o implicitamente critici non nei confronti di quei gesti, ma di quella violenza che continuava a vivere in una cornice guerresca. Ma in realtà sul lato non militare di quella resistenza non si è indagato abbastanza. Abbiamo preferito fare un’operazione di 'angelizzazione' della nostra parte. Sfidati dalla brutalità del fascismo e dalla sua violenza, abbiamo preferito pensare che un’alternativa umana ad esso fosse già compiuta dopo esserci liberati da quel terribile evento. Questa retorica e questa angelizzazione non ci hanno aiutato ad indagare nella nostra storia per ricavarne risultati per il futuro. Hanno invece fatto sì che da un lato disperdessimo le lezioni più straordinarie che dentro quel percorso potevano annunciare il futuro, e, dall’altro, che negassimo le violenze della nostra storia e della nostra parte».

Questo concetto inedito di «angelizzazione» sarà uno dei passaggi più contestati dai rifondaroli che non si riconosceranno nelle parole del segretario.

È a questo punto che Bertinotti analizza le foibe, ovvero «un groviglio, un concentrato di violenza che ha investito la Venezia Giulia nella transizione tra guerra e dopo guerra».

Fu genocidio indiscriminato o eccidio di pochi fascisti? Per Bertinotti sarebbe una inutile questione di numeri. Più che altro le foibe avvengono per «il trapasso cruento di potere tra regimi contrapposti».

Se è vera la tesi che le foibe avvennero perché gli slavi erano in preda «di una sorta di furore popolare, una specie di riscatto da una lunga storia di violenze, un’imitazione delle violenze subite», allora si è davanti alla vecchia idea di Jean Paul Sartre per cui «il colono non può esistere, non può ricostruire la sua identità se non con la uccisione del colonizzatore». Ma in verità dietro quel furore, Bertinotti vi vede la «storica idea di conquista del potere, di costruzione dello Stato attraverso l’annientamento dei nemici», e poiché «gran parte della storia delle costruzioni statuali del movimento operaio nel '900 è passata attraverso l'idea della distruzione fisica del nemico, (...) noi dobbiamo avere il coraggio non solo, come stiamo facendo, di dire la verità, ma - e su questo punto insisto - di non trovare alcun elemento di giustificazione nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare l'orrore che vi fu dopo». L'allusione ai metodi rivoluzionari sovietici è evidente.

A questo punto seguono le riflessioni su guerra e terrorismo che non aggiungono nulla di nuovo a quanto Bertinotti aveva detto in passato, ma che sono comunque un modo per ritornare sulle lotte operaie del Novecento: «Io credo, che nel '900 noi abbiamo perso. Ha perso la nostra gente, la nostra storia, la nostra cultura politica. Nel '900, il secolo in cui si è realizzata il più grande tentativo di scalata al cielo e di ascesa delle masse nella politica, e il tentativo del proletariato di superare la società capitalistica, cioè la società dello sfruttamento e dell’alienazione, noi abbiamo perso. La partita nel '900 si è conclusa con una sconfitta». Una sconfitta che viene indagata da Bertinotti per dubbi: «In quel '900 nella nostra storia c'era anche qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che era proprio necessario massacrarli quelli di Kronstad? Siamo così sicuri che per salvare il nuovo stato post rivoluzionario andavano massacrati? E siamo così sicuri che per difendere la rivoluzione bisognava costruire degli stati autoritari? Siamo sicuri che lo stalinismo fosse proprio la risposta necessaria a quella fase? E che il mantenimento delle tracce dello stalinismo che si sono da lì irradiate non siano state un elemento, invece, di corrompimento drammatico dell’alternativa possibile e necessaria del comunismo al capitalismo? E siamo così convinti che il gulag o non esistevano oppure erano solo un modo per tenere a freno gli egoismi di popolazioni che non capivano il comunismo? Oppure invece era una modalità attraverso la quale una idea nata per liberare si rovesciava nel suo contrario in un regime oppressivo? Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse».

E allora «le foibe ci possono capitare addosso non solo per imbarbarimento indotto dall’avversario, ma perché nessuna cultura forte è immune dalla propensione fondamentalista. Tanto più pensiamo di avere un’idea del mondo, tanto più è radicata l’idea di alternativa, di diversità, di un altro mondo possibile, tanto più è alto il rischio che si possa accedere alla scorciatoia fondamentalistica di imporre con ogni mezzo questo esito. È in questo modo che chi pensa di dover esportare una civiltà fa la guerra. Vorrei poter dire anche ai compagni più avversi a questa linea di ricerca, che come vedete non è vero che noi vogliamo disfarci del passato, ma vogliamo scegliere un lato del nostro passato contro un altro ed esaltarlo al punto da farlo diventare una pratica sociale, politica e culturale. Nessuno di noi propone di ricominciare da capo».

Per Bertinotti è dunque arrivato il momento di fare «una revisione coraggiosa» sull'«idea del potere» e sull'«idea della violenza» che hanno caratterizzato l'Unione Sovietica e che Rifondazione si ritrova in eredità. «È questo, io credo, il passaggio che noi siamo chiamati a fare, non per essere meno comunisti, ma semplicemente per cercare di essere comunisti».

Osservando infine come tanto la guerra degli stati, quanto le violenze terroriste, sono organizzate e portate avanti da oligarchie che escludono le masse dalla politica, Bertinotti chiude ricordando come «noi pensiamo che la partita la debbano giocare le moltitudini, le masse e le classi, non lo stato maggiore. Questo è il punto chiave. Se c’è uno stato maggiore c’è un regime possibile di guerra. Allora, quelle che appaiono culture deboli e soggetti deboli, noi dovremo saperlo per nostra storia, sono i portatori del futuro. (...) Ma perché la periferia diventi il centro bisogna che la radicalità sia iscritta in una pratica di nonviolenza. Il massimo di radicalità oggi si può esprimere solo con la nonviolenza, altrimenti retrocede immediatamente a braccio armato e si inserisce nella dialettica guerra-terrorismo. Diventa la fine della politica. (...) Se oggi dovessimo accettare la violenza essa ammazzerebbe soprattutto noi. Per questo, io credo, noi dobbiamo liberarcene facendo i conti interamente con la nostra storia».

Il tentativo di dare uno sbocco nonviolento ai metodi di lotta di Rifondazione, si accompagna con la continua ricerca di un rapporto migliore con la religione e col cattolicesimo in particolare.

Del resto il movimento pacifista ha una lunga tradizione cristiana e la stessa Marcia della Pace Perugia-Assisi, alla quale partecipa il Prc dal 2001, è di matrice cristiana.

Anche il successo delle bandiere arcobaleno della pace nel 2003 si deve a quel cattolicesimo che è sempre pronto a dire no alla guerra, come i missionari comboniani.

L'avvicinamento al cristianesimo non è comunque facile per un partito che discende da Karl Marx che notoriamente vedeva la religione come «oppio dei popoli».

Lo stesso Bertinotti è ateo come tantissimi nel suo partito, e papa Giovanni Paolo II è noto per le sue battaglie anticomuniste.

Malgrado ciò il Prc deciderà di essere presente alla prima visita in assoluto di un pontefice al Parlamento italiano riunito in seduta comune il 14 novembre 2002. Cosa che invece non farà il Partito dei Comunisti Italiani per sottolineare «sottolineare come la separazione tra confessione religiosa e istituzioni dovrebbe essere (ancora) a fondamento dei principi di uno Stato laico. Non solo sulla carta, come indubitabilmente è nel nostro Paese, ma anche nella rappresentazione politico-simbolica, nel messaggio sociale, nella comunicazione mediatica». Idea non condivisa da Bertinotti: «Noi non siamo fra coloro che non approvano o contestano la visita in parlamento di Karol Wojtyla proprio perché abbiamo convinzioni profonde sulla laicità dello Stato».

Bertinotti si dirà emozionato della visita di Karol Wojtyla: «Un uomo laico della sinistra comunista come me ha, rispetto alle posizioni di questo autorevolissimo e straordinario uomo di chiesa, punti di consenso e di dissenso. Ma l'emozione resta».

Il 16 ottobre Bertinotti sarà tra i tanti che invieranno auguri a Wojtyla per i suoi 25 anni di pontificato. Per l'occasione esce infatti un editoriale di Bertinotti per Liberazione (che per l'occasione dedicherà quattro pagine all'evento).

Nel suo messaggio di auguri, Bertinotti tenta di accreditare il papa polacco come un grande anticapitalista, più che come il noto anticomunista.

Nello stesso tempo, il giornale ufficiale della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ospita un articolo di Sandro Curzi.

In questo quadro non stupisce la posizione prudente di Bertinotti quando scoppia il caso di Ofena (AQ). Il 22 ottobre 2003, infatti, il giudice Mario Montanaro, del tribunale de L'Aquila, stabilisce la rimozione del crocifisso dalla scuola materna ed elementare "Silveri" di Ofena, accogliendo un'istanza di Adel Smith, presidente dell'Unione dei musulmani d'Italia, in nome della laicità della scuola pubblica.

Sul caso, che accenderà aspre polemiche, Bertinotti dirà per Il Giornale del 30 ottobre che «la politica deve stare un passo indietro rispetto a discussioni così controverse. (...) Se dovessimo decidere ex novo, non metterei nessun segno religioso. Ma un conto è mettere, uno è togliere. E io avrei qualche difficoltà a togliere il crocifisso».

Il 24 dicembre 2003 Liberazione approfondisce l'imminente festività del Natale con un articolo di Ritanna Armeni che riabilita la religione, come mai nessuna forza comunista aveva mai fatto, almeno non così esplicitamente. Scrive l'Armeni: «Oggi non ci sentiremmo di dire che 'la religione è l'oppio dei popoli' o che è una forma di nevrosi. Come ci sembrerebbe limitativo abolire l'analisi e la comprensione in nome di un laicismo che tutto azzera e controlla, di cui è un esempio la recente proposta di legge francese (voluta dal governo e dalla sinistra) che chiede l'abolizione dei simboli religiosi nelle scuole per preservare la laicità dello Stato repubblicano. La religione, le religioni sono una ricchezza, sono cultura, arte, socialità, capacità di cambiamento. Che cosa sarebbe stata la poesia degli inizi della lingua italiana senza la religione? E riusciamo ad immaginare il Rinascimento e le opere pittoriche dei grandi senza di essa?».

L'operazione è comunque sempre giustificata come un modo nuovo di essere rivoluzionari, pacifisti e nonviolenti. Tanto è vero che per l'Armeni la religione va vista come «un messaggio di pace e non di guerra, di dialogo e non di contrapposizione. Possiamo scoprire quanto di quel messaggio è stato compreso e quanto tradito. Possiamo trovare il messaggio rivoluzionario che ogni religione contiene. Possiamo farlo se siamo interessati ad esso e se pensiamo che la costruzione di un nuovo mondo debba tener conto anche della convivenza fra le religioni e non pensare semplicemente di abolirle».

Tuttavia non tarderanno ad arrivare tantissime lettere di protesta di lettori più vicini al lascito di Marx. A risposta di queste lettere, la Gagliardi replicherà con argomenti movimentisti («l'unica grande forza dinamica, capace di muovere grandi masse, è oggi la religione»).

Le conclusioni di Bertinotti al convegno sulle foibe vengono pubblicate su Liberazione del 4 gennaio 2004. Tre giorni dopo sullo stesso esce un'intervista a Pietro Ingrao a commento delle parole di Bertinotti. Ingrao dirà: «Mi ha colpito il ragionamento che propone sul pacifismo e sulla lotta armata. In questo testo, non c'è solo la netta condanna dello stalinismo, ma qualcosa che va oltre: la capacità di rompere uno schema - anche un immaginario - che era profondamente radicato in tutti noi, nella stessa tradizione leninista. Questo schema è quello della rivoluzione come assalto armato al Palazzo d'inverno, come il momento nel quale scatta la necessità dell'ora X, dell'attacco finale al potere. (...) C'era in noi - voglio dire - la persuasione profonda della dura necessità della lotta armata, che era tornata con forza nella tragedia degli anni '30. E non eravamo affascinati da una frase marxiana (la violenza come 'levatrice della storia') di cui eravamo intrisi anche nei momenti più intensi della lotta per il disarmo?».

Sono parole pesanti dette da un uomo che pesa ancora presso buona parte della sinistra e che inevitabilmente riaprono il dibattito su comunismo e nonviolenza, ma stavolta in modo definitivo.

Tra gennaio e marzo sia Liberazione che il manifesto, pubblicano le opinioni di vari esponenti rifondaroli o vicini a Rifondazione e lettere di semplici lettori, dimostrando che non tutti concordano con Bertinotti e Ingrao, ma anche che tanti altri accolgono la novità nonviolenta in modo entusiasta.

Per rafforzare il sostegno a Bertinotti, Ingrao tornerà sull'argomento altre due volte, mentre Bertinotti vi ritornerà con un'intervista pubblicata sul Corsera del 14 gennaio, dove dichiarerà che «alle manifestazioni si va a mani nude e a volto scoperto».

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Unire la Sinistra

Unire la Sinistra è un partito politico italiano nato l'8 febbraio 2009 da una costola del Partito dei Comunisti Italiani guidata dall'ex-ministro Katia Bellillo e dal parlamentare europeo Umberto Guidoni sconfitti al V Congresso del luglio precedente.

Alla destra del PdCI durante il Comitato Centrale del 10-11 maggio 2008, si va formando una nuova area che fa riferimento a Katia Bellillo, Umberto Guidoni e Luca Robotti in opposizione al mutato atteggiamento del partito nei confronti dell'alleanza col Partito Democratico. Infatti la Bellillo e Guidoni non condividono l'abbandono della peculiare specificità del PdCI: essere sinistra di governo con una cultura costituzionalista, preferendo di fatto la ripresa della strada della Sinistra Arcobaleno in contrasto alla proposta di costituente dei comunisti.

Di lì a breve, il 27 maggio, il gruppo guidato dall'ex Ministro Bellillo e dall'europarlamentare Umberto Guidoni apre un proprio blog (unirelasinistra.net) e si decide a dare battaglia congressuale.

Al successivo Comitato Centrale del 7 e 8 giugno si decide di rinnovare il sistema dell'inemendabilità dei documenti politici congressuali. Il documento presentato dalla segreteria cerca di fare una sintesi del dibattito interno e alla fine vede d'accordo Rizzo «al 70%», mentre la Bellillo va per la sua strada e presenta un documento alternativo. Per la prima volta un congresso PdCI è chiamato a scegliere fra due proposte politiche, perdippiù fortemente alternative. Da un lato il documento di maggioranza Ricostruire la sinistra. Comuniste e comunisti, cominciamo da noi, dall'altro il documento di minoranza Una necessità per il paese: unire la sinistra.

Su 28.926 iscritti del 2007, al voto nei congressi parteciperanno in 3.868 (13,37%). La mozione 1 raccoglierà 3.259 voti (84,26% dei votanti), mentre la mozione 2 si fermerà a 513 voti (13,26%). Gli astenuti saranno 96 (2,48%).

Dal 18 al 20 luglio si celebra così il V congresso che si conclude con una frattura con i sostenitori della seconda mozione. Questi infatti non optano per la scissione, ma decidono ugualmente di costituirsi in associazione come Unire la sinistra per perseguire la propria linea politica per una «costituente di sinistra» insieme ai promotori di Sinistra Democratica e all'area di Rifondazione per la Sinistra che fa capo a Nichi Vendola. Decidono altresì di rifiutare i 27 posti su 531 (5,08%) loro assegnati dal congresso nel nuovo Comitato Centrale, come quelli di qualunque altro organismo centrale.

Dal 20 settembre partecipa attivamente a tutti gli appuntamenti della costituente della sinistra.

Il 10 ottobre si costituisce formalmente in associazione e avvia un proprio tesseramento.

L'8 febbraio 2009 Unire la Sinistra si scinde all'unanimità dal PdCI per lavorare a un nuovo soggetto unitario della sinistra (costituente della sinistra) con Sinistra Democratica e il Movimento per la Sinistra di Vendola.

Per le elezioni europee del 2009 UlS si presenterà insieme a Sinistra Democratica, ai Verdi, al Partito Socialista e al Movimento per la Sinistra nella lista Sinistra e libertà.

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Oliviero Diliberto

Oliviero Diliberto a Trento.JPG

Componente - I Commissione (Affari costituzionali, della presidenza del consiglio e interni).

Oliviero Diliberto (Cagliari, 13 ottobre 1956) è un politico, giurista e docente italiano. Attualmente ricopre il ruolo di segretario nazionale del PdCI con un passato prima nel Partito Comunista Italiano e poi nel PRC.

Figlio di una famiglia della buona borghesia cagliaritana, laureato in giurisprudenza, è professore ordinario di Diritto romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università La Sapienza di Roma. Pur avendo discusso una tesi sull'origine della giurisdizione ecclesiastica è particolarmente rinomato come romanista di fama nazionale. Diliberto esercita il suo incarico di docente universitario gratuitamente. In passato è stato anche docente di Diritto Romano (e delegato all'argomento Diritto delle Persone in Istituzioni di Diritto Romano) presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Cagliari, sua città natale.

A 13 anni iniziò la militanza politica studentesca, avvicinandosi presto al PCI. Dell'esperienza giovanile ha detto "Non avevo nessuna passione per le esperienze cinesi. Assistevo allibito alle eterne discussioni sul Libretto Rosso di Mao. Non avevo nemmeno il mito del Che". Si iscrisse poi nel 1974 alla FGCI, il ramo giovanile del partito comunista.

Nel 1991, allo scioglimento del PCI, confluì in Rifondazione. Ha diretto dal 1994 al 1995 il settimanale del Prc Liberazione (oggi quotidiano) ed è autore di numerosi saggi. Ricopriva il ruolo di capogruppo alla Camera, quando ha lasciato il PRC nel 1998, nell'ambito della scissione che ha portato alla nascita del PdCI, in quanto contrario alla decisione bertinottiana di sfiduciare il governo Prodi.

È deputato dal 1994, è quindi alla sua quarta legislatura. Alle elezioni politiche del 2006 è stato capolista del suo partito in tutte le circoscrizioni per la Camera, ricevendo un nuovo mandato parlamentare dalla maggioranza di esse.

È stato Ministro di Grazia e Giustizia nel governo guidato da D'Alema dall'ottobre del 1998 alla primavera del 2000, contribuendo (insieme a tutto il suo nuovo partito) a salvare la maggioranza di centrosinistra dopo che il PRC decise di non appoggiare anche gli altri esecutivi ulivisti.

Nella veste di Ministro della Giustizia ha ottenuto il rimpatrio di Silvia Baraldini, italiana residente negli Stati Uniti, affinché potesse scontare in Italia il resto della pena carceraria comminatale negli USA. Il provvedimento era da tempo invocato da molti, soprattutto a sinistra, ma avversato da altri e foriero di critiche. Alcune di queste hanno riguardato le ingenti spese sostenute, viste anche le costose misure di sicurezza adottate per il suo trasferimento su richiesta degli Stati Uniti che ritenevano la Baraldini assai pericolosa. Non è accertato se lo Stato Italiano abbia pagato anche alcune multe. Il caso è interessante anche sotto il profilo giuridico perché potrebbe sancire, per analogia, un precedente utile anche ad altri cittadini italiani detenuti all'estero.

Concluso l'incarico ministeriale, è stato eletto segretario nazionale del suo partito.

Nel novembre 2004 in occasione di una sua visita in Libano, ha suscitato critiche l'incontro con il segretario degli Hezbollah, lo shaykh Ḥasan Naṣrallāh. Ferma la reazione di condanna delle autorità israeliane, che per voce dell'ambasciatore in Italia Ehud Gol, esprime «disgusto e ripugnanza» per l'episodio, per «il desiderio di Diliberto di intrattenere relazioni con quella organizzazione terroristica e assassina».

Si distingue per il suo impegno nel sostenere i movimenti pacifisti, attraverso dichiarazioni, organizzazione e partecipazione a manifestazioni ed, ovviamente, attività parlamentare, con lo scopo di ottenere il ritiro di alcune missioni militari italiane, ritenute funzionali alle mire espansionistiche degli USA, in particolare di quella in Iraq che ritiene violi la legalità internazionale, riconoscendole solo il merito di aver assicurato ad un tribunale il deposto dittatore Ṣaddām Ḥusayn. Ciononostante Diliberto ed il suo partito, assieme agli altri partiti della sinistra governativa, hanno votato più volte a favore del rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan nel periodo 2006-2007 pur di non mettere in pericolo il Governo Prodi.

Al termine delle elezioni comunali del 2006 viene eletto consigliere comunale a Roma con 1476 voti, carica che lascia subito dopo per non accumulare incarichi istituzionali e lasciare posto ad altre persone, al suo posto subentra Fabio Nobile, segretario dei Comunisti Italiani di Roma. Oggi è l'unico leader della sinistra che si richiama alla storia politica del Partito Comunista Italiano e, in particolare, alla figura storica e politica di Enrico Berlinguer. Già dal 2001, si è fatto promotore della realizzazione di soggetto politico unitario della Sinistra, che, nella sua idea originale, avrebbe compreso il PdCI, PRC, Verdi, i fuoriusciti dai DS e l'SDI di Boselli. Questo progetto, anche grazie alla forte spinta in questo senso, venuta dal IV congresso del suo partito, è sfociato nella costituzione de La Sinistra-L'arcobaleno, che comprende PdCI, PRC, Verdi e Sinistra Democratica.

Rieletto alla Camera dei Deputati nel aprile del 2006, è stato componente della I Commissione della Camera, Affari Costituzionali. Nel novembre 2007 è l'unico dirigente comunista italiano a recarsi a Mosca, per le celebrazioni in onore del 90° anniversario della rivoluzione d'ottobre. In tale occasione ha destato polemiche la sua affermazione di voler portare a Roma la mummia di Lenin nel caso che il Cremlino prendesse la decisione di rimuoverla dal celebre mausoleo dove è esposta al pubblico.

Dal dicembre 2007 guida il suo partito all'adesione alla confederazione della sinistra, "La Sinistra, l'Arcobaleno", con PRC, Verdi e Sinistra Democratica, movimento che tarda la sua nascita a causa della imminente crisi del governo Prodi. Nel corso di interviste ripropone, ad ogni modo, la riunificazione dei comunisti, Partito della Rifondazione Comunista con il Partito dei Comunisti Italiani. Inoltre aggiunge, che da anni propone a Fausto Bertinotti di guidare una coalizione dei partiti della sinistra, nonostante le diversità con Diliberto e i comunisti, in quanto unico leader in grado di tenere insieme le componenti socialiste, socialdemocratiche e comuniste.

Il 7 marzo 2008 ha rinunciato a ricandidarsi alla Camera per lasciare il posto di capolista in Piemonte a Ciro Argentino, operaio della Thyssen Krupp e dirigente locale del partito. Per 14 anni di attività parlamentare, ha ricevuto una liquidazione di 131.608 euro e gli è stato assegnato un vitalizio mensile di 6217 euro.

Dopo la sconfitta elettorale della Sinistra Arcobaleno, ritiene necessaria una riunificazione dei due maggiori partiti comunisti: Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista.

Il 1° aprile 2009 durante un'intervista a Night Line, una trasmissione di SKY TG24, ha affermato: «Come Berlusconi ha in odio il comunismo, così noi abbiamo in odio Berlusconi. Noi siamo gli unici che abbiamo il coraggio di dirlo in modo esplicito e di affrontare Berlusconi. Mi ricordo che due anni fa fui l'unico ad affrontare e sconfiggere Berlusconi in un dibattito televisivo» .

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La Sinistra - l'Arcobaleno

Esso si poneva come obiettivo primario la formazione di un soggetto unitario e plurale della sinistra italiana, in alternativa al Partito Democratico.

Si dichiarava inoltre aperta ai movimenti operanti nella variegata società e facenti riferimento ai valori e temi cari all'estrema sinistra italiana. Il nome Sinistra Arcobaleno rappresentava le varie anime che compongono la coalizione, ovvero le storiche forze dell'estrema sinistra italiana e il mondo ambientalista. In particolare il nome la Sinistra si ispirava all'equivalente tedesco Die Linke, mentre l'Arcobaleno era il nome alternativo proposto dai Verdi.

Il simbolo grafico comune della nuova formazione era stato presentato il 5 dicembre 2007 ed era costituito da un arcobaleno che rappresentava le istanze e le anime della sinistra ed era anche un riferimento al ruolo centrale ricoperto recentemente dal movimento pacifista e alla protesta contro la guerra in Iraq.

Già nel 2000, la direzione del Pdci aveva proposto una «confederazione» tra Ds, Prc, Pdci, Verdi e Sdi che riunisse tutti i soggetti politici a sinistra di quel centro progressista che poi sarebbe divenuto La Margherita.

Tale proposta fu però accolta freddamente tanto da Rifondazione, che riteneva tale eventualità meno importante rispetto alla comunione con i movimenti, che dai Ds, determinati a ricercare alleanze con i partiti di centro.

Tra il 2003 e il 2006 tentativi di unità a sinistra saranno il Forum Per una Alternativa Programmatica di Governo e la Camera di consultazione della sinistra, ma entrambi naufragheranno per l'incapacità di pervenire a una più sostanziale unità politica.

Dal 2004 Rifondazione Comunista avvia la costruzione della sezione italiana della Sinistra Europea, un soggetto che avrebbe visto il Prc unirsi alla galassia della sinistra più o meno radicale, ma non ad altri partiti come Pdci e Verdi.

Per le elezioni politiche del 2006 è ancora il PdCI a puntare sull'unificazione a sinistra, presentando per il Senato liste comuni con i Verdi.

L'idea di un'unità politica a sinistra prenderà corpo più seriamente dopo la crisi del governo Prodi II (febbraio 2007), quando Bertinotti constata che «dobbiamo parlare della “massa critica” cioè della possibilità di creare tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica» e dunque «non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati». Potrebbe sembrare la riproposizione della sezione italiana della Se, ma invece a sorpresa questa non viene mai menzionata, anzi Bertinotti avverte che «bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto prevalentemente sin qui. Cioè l’ingegneria organizzativa dei partiti, che viene dopo l’ingegneria istituzionale eccetera. È stato sempre così in questi anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi di divisione del potere... Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti...». Commenterà Diliberto: Bertinotti «per la prima volta ha aperto a un terreno comune di lavoro politico».

Il successivo IV Congresso dei Ds che decreta la nascita del Partito Democratico e la contestuale scissione della componente facente capo a Fabio Mussi che si rifonda come movimento di Sinistra Democratica, dà definitivamente avvio al processo che porterà in pochi mesi alla creazione de la Sinistra l'Arcobaleno.

Il processo di unificazione della sinistra prende formalmente il via il 31 maggio 2007, con una riunione dei segretari e dei capigruppo dei quattro partiti interessati. A tale riunione fa seguito il 7 giugno 2007 a Roma, la prima assemblea pubblica dei parlamentari di PRC, PdCI, Verdi e SD. Ben 142 parlamentari si riuniscono per delineare una posizione politica comune per avere più voce all'interno della coalizione.

Il 22 giugno i ministri di Prc, Pdci, Verdi e Sd scrivono una lettera al presidente Prodi: per la prima volta i 4 ministri della sinistra si coordinano su una linea di politica economica unica .

Fra il 4 e l'11 luglio i segretari lavorano alla costruzione di una grande manifestazione da svolgere a ottobre che sia l'avvio di una fase di unità più concreta e che porti a liste uniche per le successive elezioni amministrative. Ma la propulsione definitiva per una manifestazione il 20 ottobre arriverà da un appello dei quattro periodici dei partiti e da il manifeto il 3 agosto.

Il giorno prima, 2 agosto, viene pubblicato un forum fra i quattro segretari (ma per i Verdi c'è Angelo Bonelli). È la prova che l'unità marcia comunque spedita.

Contemporaneamente su tutto il territorio si svolgono per mesi a livello locale decine di assemblee per la costruzione della «sinistra unita e plurale» che metta insieme l'esperienza di gruppi di persone che si impegnano nell'area delle formazioni politiche di provenienza. Si sviluppa anche il fenomeno delle «case della sinistra», cioè la «struttura di base della Sinistra Europea, luogo aperto al confronto e al dialogo con altre esperienze della sinistra politica e sociale, con movimenti, associazioni, comitati, nuovo spazio pubblico della politica come partecipazione ed autorganizzazione, luoghi del fare società, costruire vertenze, dare servizi, autorganizzare forme collettive di solidarietà (i gruppi di acquisto solidale, l’altraeconomia, i comitati contro gli sfratti, i migranti, ecc.) e di esperienze originali, legate al territorio, alle sue culture, alle pratiche di movimento concrete», come definite da Walter De Cesaris nella sua relazione alla Conferenza d'Organizzazione del Prc il 31 marzo 2007.

Tuttavia da subito il 20 ottobre è osteggiato dalla Cgil e ciò ha un effetto negativo su Sd che inizia subito a meditare di defilarsi, malgrado molti suoi dirigenti e militanti vi abbiano aderito. E anche i Verdi faranno altrettanto.

A rasserenare il clima arriva il 14 settembre l'annuncio congiunto di Giordano e Mussi di indire degli «Stati generali della sinistra» subito dopo la manifestazione del 20 ottobre. Il 6 ottobre Giordano rilancia l'idea degli Stati generali da tenersi «entro dicembre» davanti al Cpn del Prc.

Il 20 ottobre, malgrado le defezioni più moderate e il biasimo di Cgil e Partito Democratico, sarà un successo di circa un milione di manifestanti.

Il 24 ottobre 2007 Mussi, Giordano, Pecoraro Scanio e Diliberto, in un vertice programmano per l'8 e il 9 dicembre 2007 l'Assemblea generale della Sinistra e degli Ecologisti, il cui scopo è l'individuazione di un iter che possa portare alla federazione dei quattro partiti o a un partito unitario.

I quattro leader della sinistra decidono inoltre di proporre ai rispettivi gruppi parlamentari di federarsi, per poter fare un lavoro comune e poter parlare con una voce unica.

Infine, nel vertice si prende la decisione di costituire un coordinamento nazionale, composto dai quattro segretari e da altri esponenti delle quattro forze politiche, che possa gestire la fase attuale del processo unitario. Si prevede quindi che le 4 formazioni prendano parte insieme alle prossime amministrative.

Il 30 novembre il Prc attiva il sito ufficiale degli Stati generali (www.lassemblea.it).

L'8 e il 9 dicembre 2007 si è tenuta, presso la Nuova Fiera di Roma, l'assemblea della Sinistra e degli Ecologisti, che ha dato vita al nuovo soggetto politico de la Sinistra/l'Arcobaleno.

La prima giornata è stata caratterizzata da nove workshop tematici aperti, che hanno elaborato propri documenti politici, confluiti nella Dichiarazione d'intenti comune .

Nella seconda giornata si è tenuta l'assemblea plenaria aperta. Si sono susseguiti numerosi interventi da parte di singoli militanti, rappresentanti di libere associazioni, dei segretari dei quattro partiti e di Pietro Ingrao.

Dopo l'assemblea è stata prevista un'ampia consultazione popolare sulla Dichiarazione d'intenti e sulle varie idee, proposte, programmi uscite dall'assemblea generale.

All'assemblea non ha partecipato una parte di Rifondazione Comunista, infatti l'area di Sinistra Critica ha confermato di non seguire il resto del partito nel nuovo progetto politico, ma ha deciso di lanciare una «costituente anticapitalista» con tutte le forze sociali, politiche, sindacali e movimenti che vogliono collocarsi all'opposizione "di sinistra" all'Unione.

In seguito alla caduta del Governo Prodi II, datata 24 gennaio 2008, e dello scioglimento delle Camere dopo il fallimento del tentativo di formare un Governo Marini, i leader, i capigruppo e i ministri dei quattro partiti della Sinistra Arcobaleno hanno maturato, dopo un vertice avvenuto il 5 febbraio 2008, la scelta irreversibile di presentarsi con liste unitarie alla tornata elettorale imminente e di proporre come leader della federazione e candidato premier l'ex Segretario di Rifondazione Fausto Bertinotti. Nello stesso periodo Franco Giordano ha inoltre lanciato un appello al Partito Democratico perché venisse stipulato un "accordo alla luce del sole" al fine di evitare l'eccessiva egemonia del Centro Destra; la proposta è però stata respinta dal segretario del PD Walter Veltroni e dalla classe dirigente del Partito Democratico. La Sinistra si è presentata quindi con il simbolo "La Sinistra l'Arcobaleno" e senza alleanze alle elezioni del 13 e 14 aprile 2008.

Il 19 febbraio si raggiunge un accordo sulla composizione delle liste unitarie: l'intesa prevede che i prossimi gruppi parlamentari di Camera e Senato abbiano una rappresentanza del Prc al 45 per cento, di Verdi e Pdci al 19 e di Sd al 17.

La nuova formazione la Sinistra l'Arcobaleno, il cui candidato premier è l'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, ha impostato la propria campagna elettorale sui temi tradizionalmente cari alle forze discendenti dal movimento operaio (lavoro, salari, pensioni) con l'aggiunta della lotta contro la precarietà a cui vengono unite le tematiche ambientaliste apportate dalla federazione dei Verdi, l'impegno per la pace, per i diritti civili e la tutela della laicità dello Stato.

A tutto questo si univa la promessa di una forte opposizione ad un eventuale governo di larghe intese, di cui Bertinotti si è dichiarato strenuo oppositore.

Alle elezioni politiche del 14 aprile 2008, la Sinistra l'Arcobaleno, al di sotto di ogni previsione, si è attestata attorno al 3% sia alla Camera che al Senato non superando le soglie di sbarramento e non eleggendo dunque alcun deputato o senatore. Fausto Bertinotti ha annunciato le proprie dimissioni da leader politico della Sinistra l'Arcobaleno e da dirigente di Rifondazione Comunista.

A seguito del fallimento elettorale, il PdCI annuncia l'abbandono del progetto elettorale della Sinistra Arcobaleno e propone una costituente dei partiti comunisti italiani.

Anche all'interno dei Verdi e del PRC vi è una spaccatura tra chi propone il rilancio del soggetto unitario e chi il suo abbandono; solo SD rimane interamente favorevole alla prima ipotesi, anche per effetto delle scissioni che ne hanno caratterizzato la breve storia.

L'esperienza de la Sinistra l'Arcobaleno viene rivendicata dai sostenitori della creazione di un nuovo partito unitario della sinistra che hanno dato vita all'associazione Per La Sinistra, cui hanno aderito Sinistra Democratica, gli ex bertinottiani di Rifondazione Comunista che dopo essere usciti sconfitti dal VII Congresso del partito si sono ufficialmente scissi divenendo Movimento per la Sinistra, e l'ex corrente del Partito dei Comunisti Italiani Unire la Sinistra, anch'essa scissasi per contribuire al nuovo processo costituente.

I partiti aderenti all'associazione Per La Sinistra trovano un'intesa con la Federazione dei Verdi e il Partito Socialista con i quali si presenteranno alle prossime Elezioni europee del 2009 con la lista Sinistra e Libertà.

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Storia del Partito della Rifondazione Comunista (1998-2000)

Voce principale: Partito della Rifondazione Comunista.

La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 1998 al 2000 comprende la fase successiva alla scissione del Pdci fino all'emergere del cosiddetto movimento newglobal di Seattle, che consoliderà nel Prc una definitiva prospettiva movimentista.

Il 13 novembre viene arrestato all'aeroporto di Fiumicino di Roma, Abdullah Öcalan detto Apo, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk).

Öcalan ha un passaporto falso ed è accusato di due omicidi da giudici turchi e tedeschi e, per questo, in Turchia rischia la pena di morte.

Ricoverato per un malore all'ospedale militare del Celio, Öcalan chiede asilo politico all'Italia e il 14 novembre riceve la solidarietà dei curdi di tutta Europa venuti a manifestare davanti all'ospedale.

Il governo turco chiede immediatamente l'estradizione, ma quello italiano dichiara il 16 che sulla materia si esprimerà il tribunale di Roma.

Il 18 il segretario del Prc, Fausto Bertinotti, con il verde, Carlo Ripa di Meana, presentano all'europarlamento una risoluzione nella quale si chiede all'Italia di «non accogliere la domanda di estradizione civile della Turchia» e, al governo turco, di «mettere fine alla politica di repressione delle aspirazioni di libertà e autonomia del popolo curdo».

Una posizione motivata dalla solidarietà del Prc verso i curdi fin dal 1996 in quanto «popolo oppresso». Una posizione mantenuta anche dal Partito dei Comunisti Italiani. Dura invece è l'ostilità del centrodestra che preme per espellere Öcalan perché ritenuto un terrorista. Per il responsabile Esteri di Rifondazione, Ramon Mantovani, invece il Pkk è «un movimento di liberazione che si trova contro uno dei più potenti eserciti dell'area mediorentale», ma che ha comunque delle «intenzioni pacifiche».

Il 20 novembre la corte d'appello di Roma decide che Öcalan può rimanere nella Capitale, a patto che sia sempre reperibile e non svolga attività antiturca. La Turchia minaccia ritorsioni e chiede aiuto alla Nato.

Il 25 novembre Mantovani ammette di aver viaggiato con Öcalan nell'aereo che da Mosca lo ha portato a Roma.

Il 16 dicembre la corte d'appello di Roma annulla l'obbligo di dimora per Öcalan, vista anche la revoca del mandato di cattura della Germania. Öcalan resta comunque sorvegliato.

Il 16 gennaio 1999 Öcalan lascia l'Italia per destinazione ignota. Un mese dopo sarà catturato dai servizi segreti turchi presso l'ambasciata greca della capitale kenyota per esser poi condannato a morte in Turchia. Nel 2002 la pena gli viene commutata in ergastolo.

Il voto del 4 ottobre 1998 in Cpn rivoluzionava il partito. Non solo perché portò alla scissione di 30mila rifondaroli circa, soprattutto dirigenti e parlamentari, ma anche perché rendeva superato il III congresso di quasi due anni prima.

Va però osservato che il Prc non si chiudeva a riccio e non diveniva un partito di pura opposizione, perché a livello locale continuò ad appoggiare, dove possibile, giunte regionali, provinciali e comunali dell'Ulivo.

Pur rimanendo il patrimonio del Prc totalmente in mano al partito, il fortissimo esodo degli eletti verso il Pdci, provocò nell'immediato la chiusura del mensile Rifondazione.

Soprattutto fece scalpore il fatto che i trotzkisti di Bandiera Rossa, capeggiati da Livio Maitan, per la prima volta appoggiassero la maggioranza del partito e, di fatto, divenissero indispensabili per dare una nuova solida maggioranza al segretario. Segretario da questo momento in poi solitario, visto che la carica del presidente non sarà mai più ripristinata.

Cossutta inoltre non era uscito dal partito seguito da tutti i suoi, perché alcuni condividevano la linea del segretario e altri, pur condividendo la mozione Cossutta, non erano favorevoli a una scissione. Dunque bisognava tener conto di come amalgamarli coi trotzkisti.

A questo punto il IV congresso serviva non più per un confronto fra cossuttiani e bertinottiani, ma per "rifondare" letteralmente il partito, simbolo compreso. Una rifondazione che, forse per caso, avverrà al Palacongressi di Rimini.

Il 20 dicembre 1998, a chiusura del tesseramento 1999 utile per il congresso, risultano 73.892 iscritti e di questi voterà il 46,96%.

Nei primissimi mesi del 1999 si tengono 2302 congressi di circolo su 2375 circoli dove si fronteggiano due mozioni: il documento Un'alternativa di società presentato da Fausto Bertinotti, Aurelio Crippa, Paolo Ferrero, Franco Giordano, Claudio Grassi, Graziella Mascia; e il documenta alternativo Per un progetto comunista presentato da Marco Ferrando, Franco Grisolia, Francesco Ricci. Al documento bertinottiano andranno 28.361 voti (84,07%), mentre i trotzkisti di Ferrando raccoglieranno 5.375 voti (15,93%).

Il 18 marzo 1999, primo giorno congressuale, viene approvato il nuovo simbolo del partito, dove fa il suo ingresso la parola "rifondazione".

Il partito, com'era prevedibile, segna una svolta movimentista, ma lascia comunque aperta una porta al centrosinistra. Dirà Bertinotti a conclusione del congresso (21 marzo): «Dobbiamo saper essere radicali e aperti. Aperti ad altri paradigmi di interpretazione della realtà (...). Per questo ci rivolgiamo alla sinistra critica, a quella che sta nel sociale o fuori del sindacato confederale, ma anche a forze sensibili che sono dentro la maggioranza di governo. Dobbiamo puntare a uno schieramento articolato, non pesato per quantità ma per qualità di contributo, dalla Sinistra verde al Manifesto, dalla sinistra sindacale ai sindacati di base, dai centri sociali alle tute bianche. Con tutte queste forze noi dobbiamo condurre un’analisi critica e raggiungere un programma comune per l’azione».

A giugno le elezioni europee del 1999 sono un fiasco. Percentualmente il partito è dimezzato, mentre in voti assoluti emerge che c'è chi non vota più né Prc, né Pdci. Unica consolazione per il Prc è l'essere grande il doppio circa del Pdci.

Il 4 luglio, al termine di un Cpn, Bertinotti avanza l'idea di un un «forum» aperto alla «sinistra antagonista ed ai movimenti antiliberisti».

Malgrado i buoni propositi movimentisti, il privilegio di essere l'unica forza parlamentare di sinistra all'opposizione, e l'aver avuto la conferma dalle europee di essere un partito comunque in piedi, il Prc è chiuso in un angolo. Il 6 novembre 1999, in apertura di Cpn, Bertinotti ammette: «La situazione dei movimenti è ancora molto arretrata nel nostro paese». E per uscire dall'accerchiamento propone di «favorire nuovi ingressi nel nostro partito, come quello dei compagni della sinistra verde, per contribuire alla nostra stessa innovazione». Bertinotti in quella sede lancia anche un «invito a dare vita a una Consulta permanente rivolta a organizzazioni, movimenti, singole personalità che, sulla base del reciproco riconoscimento della rispettiva condizione (chi, appunto, di partito, chi di movimento, di associazione, o individuale) conduce una ricerca e innova una proposta di iniziativa politica».

Bertinotti non ha però capito che forse qualcosa è cambiato a livello globale. La prova arriva per tanti inaspettata in occasione del terzo meeting dell'Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle in Usa dal 29 novembre al 4 dicembre 1999. In quell'occasione tanti movimenti e semplici cittadini antiliberisti, ambientalisti e new-global in genere, si danno appuntamento per protestare scatenando un dura battaglia per le strade di Seattle. Unica italiana presente nel cosiddetto popolo di Seattle è Grazia Francescato della Federazione dei Verdi, la quale prima di partire aveva lanciato un appello pubblico per trovare tra i partiti altri partner di lotta.

Il 7 dicembre il commento più lucido sui fatti di Seattle, sarà fatto dalle colonne de la Repubblica, non da Bertinotti, ma da Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord: «La sinistra di D'Alema non è più la vera sinistra. Dopo Seattle, dove il globalismo ha dovuto segnare il passo, si apre una nuova fase. La storia non è morta, la dialettica prende altre strade. Oggi la vera sinistra sono i verdi di Seattle, sono certi pezzi dei cattolici, non gli ex comunisti che fanno il gioco della grande finanza».

Poco giorni dopo, l'11 dicembre, in occasione di una manifestazione romana contro il ministro Luigi Berlinguer e in difesa della scuola pubblica, Bertinotti sfila con accanto Giorgio La Malfa e dichiara: «Seattle fa scuola. Questo slogan è un riassunto di quanto sta avvenendo. A Seattle c'era un movimento contro la globalizzazione, qui la logica è la difesa di un luogo pubblico contro la privatizzazione».

Nel corso del 2000 ci furono tante altre "Seattle", altre occasioni per protestare contro l'Omc e altri istituzioni simili, ma il Prc preferisce puntare molto sulla Conferenza intergovernativa dell'Ue che doveva approvare la Carta dei diritti fondamentali dei cittadini comunitari (primo nucleo di costituzione europea). La conferenza ebbe luogo a Nizza dal 6 all'8 dicembre 2000. Il successo della protesta e la presenza solitaria di Prc e Verdi galvanizza Bertinotti che, rivolgendosi al centrosinistra, dichiara: «Se non annusano il vento che tira, finisce che chiudono bottega».

Intanto però in aprile si erano tenute le elezioni regionali del 2000 che avevano visto il Prc accordarsi con l'Ulivo per candidati unici, ma anche una forte affermazione della neonata Casa delle Libertà, la nuova coalizione del centrodestra di Silvio Berlusconi.

Per la parte superiore



Uniti a Sinistra

Uniti a Sinistra (Uas) è un'associazione politica fondata a Roma il 9 luglio 2005 dai parlamentari Pietro Folena, Francesco Martone (indipendenti di Rifondazione Comunista) e Antonello Falomi (de Il Cantiere per il Bene Comune di Achille Occhetto). Al progetto vi aderirono subito anche alcuni sindacalisti della Cgil, come il segretario confederale Paolo Nerozzi, Gianni Rinaldini della Fiom, Enrico Panini (segretario generale della Flc) e Carlo Podda (funzione pubblica).

La sua costituzione effettiva avviene però solo il 7 settembre 2006.

L'associazione sostiene di avere 300 circoli sparsi in tutta Italia e di poter contare su 10-20mila iscritti.

La nascita di Uniti a Sinistra è preceduta tre mesi prima dall'addio di Pietro Folena ai Democratici di Sinistra. Con una lettera al segretario Piero Fassino su l'Unità dell'11 aprile 2005, Folena si separa dai Ds dove militava nel Correntone di Fabio Mussi.

Le dimissioni dai Ds per Folena coincidono col suo passaggio da indipendente nelle file del Partito della Rifondazione Comunista, evento scandito da una lettera aperta al segretario Fausto Bertinotti su Liberazione del 13 aprile 2005. Quello stesso giorno su la Repubblica confidava che il suo «è un innamoramento per Bertinotti, una fascinazione, un atto di fiducia e di affetto per il coraggio di Fausto». Il giorno dopo sempre su Liberazione non si fa attendere la risposta di Bertinotti dove, tra l'altro, dice che la «Sinistra Europea e sinistra di alternativa sono per noi momenti di una costruzione che cerca di mettere in relazione soggettività politiche di partito e di loro componenti, associazioni, realtà del conflitto di lavoro, espressioni del mondo della cultura».

Da qui ha origine la partecipazione di Folena a varie assemblee per «promuovere un grande trasversalismo di sinistra, che non tocchi le appartenenze partitiche, ma lavori per l’avvenire, e cioè per un nuovo soggetto politico di una sinistra senza aggettivi», un'idea non a caso molto simile a quella di Bertinotti per la Sinistra Europea.

Si comincia a Roma il 12 maggio per battezzare l'associazione Sinistra Romana di Alessandro Cardulli, quindi a Brindisi il 16 maggio e a Napoli il 19 maggio, sempre alla presenza di alti dirigenti del Prc, come Bertinotti nel caso di Roma. Il 30 maggio sarà la volta di Milano dove si tiene un'assemblea indetta da AltraLombardia con Vittorio Agnoletto e Nichi Vendola, mentre il 7 giugno Folena è a Marsala con Francesco Forgione.

Sulla scorta di questi incontri, il 29 giugno Folena lancia dalle colonne de il manifesto la proposta di partecipare alla fondazione di Uniti a Sinistra per il successivo 9 luglio. L'idea resta quella di innescare a sinistra «un processo federativo caldo, non freddo; dal basso, non dall’altro; che mescoli e meticci», e tuttavia è al contempo bocciata la proposta di confederazione della sinistra del Partito dei Comunisti Italiani.

Il 5 luglio viene divulgato l'appello di Uniti a Sinistra, dove tra l'altro si afferma che «la formazione della Sinistra Europea apre una prospettiva nuova e importante, oltre l’orizzonte delle tradizionali forze comuniste».

Il 20 settembre Folena invita a votare per Bertinotti premier alle elezioni primarie de L'Unione del 16 ottobre 2005. E in polemica col Pdci ricorda che «non credo che dobbiamo rifare in provetta e dall’alto il Pci. Dobbiamo lavorare –ed è un’impresa di lena più lunga, a cui la rete Uniti a sinistra, con tante aree sindacali e di movimento, si sta dedicando- per una sinistra radicalmente nuova, del lavoro, dei beni comuni, della partecipazione. Oltre quell’orizzonte statuale che ha segnato la sinistra del 900, verso un’idea di pubblico, di sociale, di politico che trovi il suo fondamento nella vita delle donne e degli uomini». Al contempo Folena chiarisce che organizzativamente «noi di “Uniti a sinistra” guardiamo con grande interesse all’esperienza della Linke tedesca, nella quale sono confluiti un partito radicale come la Pds e una nuova formazione (la Wasg) che ha le sue radici nella sinistra della socialdemocrazia e nel sindacato. Un progetto non identico ma molto simile a ciò che stiamo mettendo in campo cercando di dare risposta alla domanda di sinistra manifestatasi con i grandi movimenti di questi anni. Serve davvero questa nuova sinistra. Ma per farla non bastano le aggregazioni elettorali, le “biciclette” (come quella tra Federazione dei Verdi e Pdci) che mettono tra parentesi le divergenze strategiche (basti ricordare che Pecoraro Scanio presentò la sua candidatura alle primarie come “anticomunista”) per rispondere all’immediato problema elettorale di superare la soglia di sbarramento. Occorre al contrario procedere “dal basso”, dalla sinistra diffusa, dai movimenti, dal sindacato. Porsi l’obiettivo di far nascere, a sinistra, una nuova soggettività politica e una nuova cultura politica figlia di questo secolo e non di quello passato».

Il risultato di Bertinotti alle primarie sarà giudicato da molti deludete e scatenerà un certo dibattito dentro il Prc. Folena si sente in dovere di intervenire «da compagno di strada di una comune battaglia» a difesa del segretario del Prc dalle pagine di Liberazione del 19 ottobre, sostenendo comunque che «con le primarie, è nata una singolare e nuova soggettività politica. Non un partito, ma col partito, o comunque con le sue parti maggioritarie, una galassia di comitati, gruppi, singoli, aree autogestite –di cultura cristiana, socialdemocratica e laburista, ambientalista e dei movimenti» ovvero «la galassia Bertinotti».

Il 26 novembre 2005 Bertinotti annuncia al Comitato Politico Nazionale del Prc l'intenzione di voler costruire la «sezione italiana del Partito della Sinistra Europea», per aggregare il Prc a tutto quel mondo di sinistra che le ruota attorno. Come Uniti a Sinistra. Non a caso due giorni dopo Bertinotti partecipa a un'assemblea con Uniti a Sinistra e Sinistra Romana per avviare il suo progetto. L'associazione di Folena è subito d'accordo e il 22 dicembre partecipa al seminario che avvia il «cantiere della costruzione della Sinistra Europea in Italia».

Il 26 gennaio 2006 nasce il quotidiano on-line Rosso di Sera che si rivolge a tutta l'area della futura Se ed è promosso proprio da Uas.

Per le elezioni politiche del 2006 il Prc riconosce il diritto di ospitalità a Uniti a Sinistra candidando Pietro Folena in Puglia e Molise subito sotto il capolista Bertinotti; Antonello Falomi in Calabria, Francesco Martone in Sardegna, quest'ultimo però al Senato. Saranno tutti eletti e Folena diverrà presidente della Commissione cultura alla Camera.

Intanto il 18 e 19 marzo 2006 si tiene l'assemblea politico programmatica della sezione italiana del Partito della Sinistra Europea, un ulteriore passo verso la costituzione effettiva. Folena palesa l'entusiasmo di Uas su Liberazione spiegando che per il futuro prossimo l'associazione «ha chiesto all’Esecutivo del partito della Sinistra europea di poter diventare “osservatore”. Nella missione di “Uniti a sinistra” c’è l’appuntamento per costruire un nuovo soggetto politico della sinistra all’indomani delle elezioni. In particolare questa rete si è data per aprile l’avvento di una assemblea nazionale che dovrebbe decidere le modalità attraverso cui farsi protagonista di questo processo. Poi, essendo “Uniti a sinistra” una rete, molte associazione che ne fanno parte già sono entrate a pieno titolo nella Sinistra europea, ad esempio la “Sinistra romana” e “Punto Rosso”, che raccoglie altre componenti di sinistra e cattoliche, soprattutto al Nord». All'assemblea folena terrà un'ampia relazione sul «socialismo del XXI secolo», idea cara a Bertinotti.

Un mese dopo le elezioni si tiene una nuova assemblea nazionale che stavolta ha una certo eco nella stampa, tanto che Falomi viene intervistato lo stesso giorno da la Repubblica e da il manifesto. A chi lo intervista ribadisce le linee guida ideali di Uas dell'ultimo anno e per la prima volta chiarisce che nella futura Se, Uas «si propone come la componente laburista, vicina al sindacato e ai movimenti» e confida di far da «ponte» a quella sinistra Ds che non vuole confluire nel Partito Democratico prossimo venturo: «se conosco bene i compagni della Cgil, del correntone Ds, posso facilmente prevedere che sono pii interessati a essere parte attiva di una forza di sinistra che non a fare la minoranza interna di un partito moderato. Noi di Rifondazione e di “Uniti a sinistra” abbiamo cominciato a costruire una nuova sinistra, quella alternativa».

In occasione dell'assemblea del 13 maggio, si avvicina a Uas anche Maura Cossutta, che in gennaio aveva rotto col Pdci. Viene altresì approvato lo statuto dell'associazione.

A questo punto inizia la seconda fase dell'associazione, quella cioè di stringere rapporti più stretti con associazioni di sinistra affini con l'unico obiettivo di chiedere la costruzione di un nuovo soggetto che unifichi la sinistra, che presumibilmente dovrebbe rimanere la sezione italiana della Sinistra Europea.

In tal senso si comincia col seminario del 14 e 15 luglio 2006 a Titignano-Orvieto, dove si incontrano Uas, l’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra di Aldo Tortorella e Piero Di Siena, e l'Associazione RossoVerde di Alessio D'Amato e Gianfranco Pagliarulo, col sostegno della Fiom di Gianni Rinaldini.

Dal seminario ne viene fuori pure un libro-manifesto.

Il caso vuole che proprio da Orvieto tre mesi dopo (16 ottobre), si svolga un seminario dal quale parte un'improvvisa accelerazione per la fusione di Ds e Dl nel Pd. Di conseguenza Uas inizia a marcare più strettamente i Ds di sinistra nella speranza di una corposa scissione verso la Se («Nessuno, ora, chiede alle Sinistre Ds di aderire alla Sinistra Europea. Ma alle compagne e ai compagni più scettici dico che il nostro incontro forse non è per domani mattina, ma sicuramente ci sarà e credo presto»).

Intanto però qualcuno si defila: il 23 ottobre dall'Associazione Rossoverde di D'Amato fuoriesce l'associazione Sinistra RossoVerde di Pagliarulo ed Ermanno Eugeni in dissenso sull'ipotesi che il soggetto unico della sinistra debba necessariamente coincidere subito con la sezione italiana della Se. Srv «guarda con interesse a Sinistra Europea ma non entra per ora a far parte della sua fase costituente» perché bisogna «evitare di schierarsi frettolosamente e di dar vita a precipitazioni organizzative».

Il 7 novembre viene presentato da Uas, Ars e Rv in un conferenza stampa congiunta il documento congiunto del «dopo Orvieto» Una sinistra nuova per rispondere alle sfide del mondo contemporaneo.

Alla III Assemblea del 25 novembre 2006 Folena fa il punto sullo stato dell'associazione: «Contiamo quasi 15.000 aderenti individuali e 250 associazioni o circoli di Uas; in Liguria si è formata l’originale esperienza di Unione a Sinistra, con quasi tutta la sinistra Ds che ha fatto la scelta di quest’associazione legata alla nostra rete; in Lombardia abbiamo siglato un patto federativo tra Unaltralombardia e Uas; così in Sardegna tra il Movimento Sardista, erede di Lussu, e Uas; in Emilia-Romagna si è formata la Sinistra Er, promossa fra gli altri da Tiziano Rinaldini; in Piemonte è in atto un originale processo di aggregazione; in Abruzzo e in Umbria recentemente ci sono stati spostamenti molto significativi dai Ds. Nelle altre regioni, come è noto siamo partiti prima, e in modo largo. Si configura così un movimento a rete, di carattere nazionale, ma molto federalistico, privo di quell’apparato e di quella rappresentanza centrale che strozzano il radicamento diffuso. Dall’altro lato abbiamo strutturato il rapporto con l’Ars e con Rossoverde, e oggi siamo chiamati –con la prossima iniziativa congiunta del 10 dicembre sul manifesto comune- a allargare questo rapporto alle associazioni territoriali e locali. La sinistra nuova, infatti, o nasce nei territori o non nasce».

In effetti il 10 dicembre ha luogo un incontro pubblico dove col pretesto di dibattere sul documento del dopo Orvieto, si cerca di dialogare con la sinistra Ds e possibilmente convincerla ad aderire al progetto Se. Folena nutre speranze, anche perché «una sinistra nuova, almeno negli intenti c’è già: non a caso il nostro documento e quello delle sinistre Ds convergono su molti punti, a partire dalla proposta di un nuovo soggetto unitario della sinistra». In effetti nella mozione Mussi per il IV Congresso dei Ds è scritto: «Noi indichiamo l’obiettivo di una più grande e unitaria forza della sinistra».

Il 21 febbraio 2007 avviene però un fatto destinato a cambiare ogni progetto politico. Quel giorno infatti il governo Prodi II si dimette per essere stato sconfitto al Senato in materia di politica estera. Il governo ritornerà al suo posto e il 2 marzo la crisi è chiusa positivamente, ma ormai qualcosa si è rotto.

Da qui il presidente della Camera Fausto Bertinotti sente sia che il suo rapporto politico con Prodi è logoro e ininfluente, sia che è urgente parlare a tutta la sinistra con un'intervista su Liberazione del 26 febbraio. In essa Bertinotti constata che «dobbiamo parlare della “massa critica” cioè della possibilità di creare tendenza. Non esiste ancora, nella sinistra radicale, un soggetto in grado di misurarsi su questa dimensione, di raggiungere la massa critica» e dunque «non c’è nessun’altra possibilità che la ricostruzione di soggetti politici organizzati». Potrebbe sembrare la riproposizione della sezione italiana della Se, ma invece a sorpresa questa non viene mai menzionata, anzi Bertinotti avverte che «bisogna sganciarsi da quello che è stato fatto prevalentemente sin qui. Cioè l’ingegneria organizzativa dei partiti, che viene dopo l’ingegneria istituzionale eccetera. È stato sempre così in questi anni. La politica che riesce solo a pensare a come disegnare e assestare se stessa: quale legge elettorale, quale geografia dei partiti, quali meccanismi di divisione del potere... Resta fuori il rapporto con i popoli, con i movimenti, e il problema di quale cultura serve per affrontare un progetto politico e sociale di società. Mi piacerebbe se i vari pezzi della sinistra riuscissero a concentrarsi su questo, a produrre idee su questi problemi invece di perdere tempo a progettare nuovi schemi, nuove architetture di partiti...». Commenterà Diliberto: Bertinotti «per la prima volta ha aperto a un terreno comune di lavoro politico».

Il giorno dopo su il manifesto Folena fa suo il nuovo concetto di «massa critica», ma lo declina nel senso classico della Se. Per Folena occorre uscire dalla crisi di governo e della sinistra al governo «con l’accelerazione della svolta politica verso un nuovo soggetto della sinistra. Non parlo solo di tempi, ma di soggettività. A giugno, secondo l’ipotesi che è stata avanzata, non può nascere una Sinistra europea che sia o anche solo che venga percepita come Rifondazione con un altro nome. Deve nascere una cosa nuova che abbia l’ambizione di competere con i moderati dell’Unione, che si senta maggioritaria e non “testimone”. Un soggetto che sappia fare egemonia nella politica e nella società. Un soggetto “affidabile” sia perché capace di tenere fede, fino in fondo, alle aspettative degli elettori che nel senso di avere la capacità di fare massa critica, di essere “efficace” e cioè credibile verso fasce di elettorato potenziali. Un soggetto che sia, nel territorio dei non luoghi, luogo comune delle sinistre, molteplice e comunitario: una casa della sinistra, moderna casa del popolo o camera del lavoro, luogo di identità, di autorganizzazione, di cultura, luogo socialista».

In effetti sul momento la situazione è ambigua. Il Pdci non è mai stato preso in considerazione nel progetto Se, e perché il Pdci non condivideva l'impianto teorico noncomunista e perché il Prc non ha mai fatto pace con i Comunisti Italiani dai tempi della scissione (1998). Dunque a molti pare strano che Bertinotti apra al Pdci e alla storica proposta di quel partito di unire tutta la sinistra.

Da qui lo sbandamento: Bertinotti vuole accantonare la Se per qualcos'altro di più ampio (la massa critica unita)? Il segretario del Prc Franco Giordano il 2 marzo ritiene che ancora si è nel campo della Se. Sulla stessa linea si attesta anche Folena che su Liberazione scrive che c'è «una altrettanto forte aspettativa che la Sinistra europea sia quel nuovo soggetto che ci permetta di acquisire una credibilità e una forza che Rifondazione da sola oggi non è in grado di esprimere».

Il giorno dopo invece Marco Rizzo è di parere diverso: «Dopo molti anni, finalmente Bertinotti mostra di non credere più all'autosufficienza del Prc ed ha rinunciato al progetto della Sinistra europea». Prova ne è il fatto che «nell'intervista a Liberazione non ne ha fatto cenno. Dunque, vuol dire che ha accettato la nostra proposta: quella di dar vita a una Confederazione della sinistra».

Il 4 marzo esce una nuova intervista a Bertinotti e sembra accreditata la lettura di Rizzo quando precisa che «il mio invito è di ricominciare a discutere per verificare se oltre alle differenze abbiamo anche un destino comune».

Di lì a poco altri due fatti nuovi: la sinistra Ds è pronta alla scissione alla fine del loro IV Congresso nazionale per incompatibilità col progetto del Partito Democratico, mentre il Prc tiene la sua III Conferenza di Organizzazione. Del primo fenomeno Folena non nasconde che «non può che farmi piacere» e invita i mussiani a riflettere sulla Sinistra Europea come alternativa europea al Pse.

Il 31 marzo Folena partecipa alla Conferenza di Organizzazione del Prc portando i saluti di Uas. Folena si dimostra scettico su un'unità a sinistra onnicomprensiva, e resta affezionato al vecchio progetto della Se. Per il presidente di Uas «Non mi interessa stabilire chi aveva ragione nel 1921 né riunire tutti coloro che traggono origine da quella storia. Non serve e sarebbe incomprensibile mettere insieme cose troppo diverse. Ma unire quanti hanno rivisto criticamente il comunismo sulla base dell’esperienza dei movimenti con coloro che – io mi metto tra questi – sulla stessa base hanno aperto una riflessione sui limiti della socialdemocrazia e ancora quanti vengono da culture del tutto diverse e nuove (come l’ambientalismo) credo sia un’occasione storica». Folena sembra alludere alle differenze culturali tra il Pdci e il resto della sinistra.

L'Uas torna in assembla nazionale il 29 aprile successivo e l'11 maggio è l'occasione per il Forum nazionale Per la Sinistra con i consueti alleati Ars, Sr, RossoVerdi, ma anche Armando Cossutta, che ha definitivamente lasciato il Pdci il mese prima. Il giorno dopo un altro evento unitario simile, si tratta di Coprire un vuoto a sinistra, organizzato dal gruppo occhettiano de Il Cantiere per il bene comune.

A questo punto i processi unitari a sinistra diventano due. Quello della sezione italiana della Se è ormai giunto a compimento, mentre dal 31 maggio ha inzio quello che in sei mesi darà vita a la Sinistra l'Arcobaleno.

Il 16 e 17 giugno si tiene a battesimo «dopo mille travagli» la sezione italiana della Sinistra Europea e Uas è ovviamente tra i soggetti cofondatori.

Il Prc pur essendo promotore primo della Se, non ha mai potuto contare al suo interno sul favore di tutto il partito. La Se piace solo alla maggioranza bertinottiana, gli altri ne sono ostili e si ha orrore all'idea che la nascita della Se a giugno possa essere l'inizio della fine del Prc come partito comunista autonomo. Su questo Folena interviene il 21 giugno su Liberazione e difendendo l'operato della maggioranza rifondarola lancia la parola d'ordine di andare «oltre»: «Dice giustamente Fabio Mussi che occorre uscire dalle trincee. Tutti noi. Preferisco dire: andare oltre. La Sinistra democratica oltre quella del socialismo europeo (che non è un monolite depositario della Verità, ma un aggregato di tanti socialismi), Rifondazione, i Verdi e il Pdci oltre la tentazione di mantenere i propri (legittimi, ci mancherebbe) confini. Il Prc ha già compiuto un primo parziale passo significativo e non scontato in tale direzione con la proposta della Sinistra europea. Io vi partecipo come tappa per costruire una sinistra senza aggettivi. Nessuno intima al PRC di sciogliersi. Ma avevo capito che il PRC stava dentro questo processo proprio con la consapevolezza che si è esaurita una fase, fondata sulla propria autosufficienza e, da Genova in poi, se ne è aperta un’altra. Ricollocare l’esperienza storica del PRC in un alveo più grande, cominciando dall’esperienza di Sinistra Europea non vuol dire sciogliersi, ma piuttosto evitare che si disperda un grande patrimonio. Si deve avere allora avere il coraggio di fare quel passo in più e di dire che alle prossime elezioni amministrative ci sarà un solo simbolo e una sola lista di tutta la sinistra e poco dopo un solo soggetto, così come hanno fatto i nostri compagni in Germania. So che su questo percorso vi sono ostacoli non semplici da superare. Ma proprio per questo è venuto il momento di indicare chiaramente la meta e i tempi per raggiungerla».

Dinita l'estate 2007 anche Uas accetta di partecipare alla costruzione de la Sinistra l'Arcobaleno e il 20 ottobre è tra i soggetti che scende in piazza per chiedere al governo di spostarsi più a sinistra. Lo striscione dice «Sinistra subito».

Il 22 novembre Folena chiarisce come l'Uas vede il rapporto tra Se e Sa, e cioè il primo deve essere l'embrione propulsivo del secondo: «l’idea ispiratrice della Sinistra europea (Se) dobbiamo portarla dentro un progetto più largo.

Quando iniziammo il percorso della Se dicemmo che non bastava l’accordo di gruppi dirigenti, dicemmo che avremmo dovuto creare un soggetto plurale e unitario, dicemmo che la partecipazione era il pilastro sul quale fondarla e che il mescolarsi di idee e soggetti era il suo vero cemento. Lo stesso dev’essere per la sinistra che dobbiamo contribuire a costruire. Per questo, più che di “cosa rossa”, preferisco parlare di “casa rossa” (e verde, e arcobaleno). Per dare il senso di un soggetto che sia un luogo accogliente. Le unità di base del nuovo soggetto devono somigliare più alla case del popolo che alle tradizionali sezioni. Devono essere luoghi sempre aperti, in cui il popolo della sinistra possa sentirsi, per l’appunto a casa propria. Sia i militanti dei partiti che quelli dei movimenti, delle associazioni e i tanti che non hanno tessere. La Se ha oggi la straordinaria occasione di usare se stessa come materiale di costruzione di una nuova casa».

L'1 e il 2 dicembre si tiene la II Assemblea nazionale della Se d'Italia. L'8 e 9 dicembre si tengono gli Stati Generali che danno vita alla Sa.

Nel gennaio 2008 una nuova e definitiva crisi del governo Prodi II e le conseguenti elezioni politiche anticipate, precipita il percorso unitario della sinistra. L'Uas si unisce a una settantina di associazioni (tutte di area Se) e, dopo circa un mese di lavoro, il 10 febbraio nasce il Movimento per la Sinistra l'Arcobaleno. Viene anche lanciato un tesseramento individuale alla Sa che prenderà il via il 1° marzo.

Il 14 aprile la Sinistra l'Arcobaleno avrà un risultato disastroso e non eleggerà nessuno.

Il 15 aprile Folena dice la sua sul dopo voto: «Su queste macerie non si costruisce niente. Non credo nelle sconfitte salutari. E soprattutto non vedo chi, e come possa avviare un processo di ricostruzione dall’interno delle quattro forze travolte da questo tornado. Comincia un quinquennio in cui la destra non farà gli errori del passato, e in cui il PD cercherà di coprire il vuoto che noi abbiamo lasciato a sinistra. Solo una radicale lontananza da chi ha guidato i partiti della sinistra in questi anni, un diverso rapporto con le anime di sinistra del PD e il senso di una missione da compiere nella costruzione della sinistra nei posti di lavoro e nella società, può permettere di avviare una nuova impresa dall’esito incertissimo».

Il 22 giugno si tiene un'assemblea promossa da associazioni e movimenti della sinistra per costruire «la sinistra del fare». L'obiettivo è sempre quella di unire la sinistra, ma stavolta Folena pone «tre necessità urgenti. La prima, è quella della battaglia culturale. Si tratta di ripartire persino dai fondamenti: le idee di eguaglianza e quelle di libertà, i valori della democrazia. Partendo dalla formazione alla politica dei giovani, dal coinvolgimento del lavoro culturale, per lo più precario, delle scuole, delle università, dei centri di ricerca e di cultura, dei produttori di arte, scienza, sapere. La seconda è quella di dotarsi di nuovi strumenti di diffusione di queste idee, partendo dalla rivoluzione digitale in atto e dalle enormi potenzialità nell’uso libero e non proprietario della rete. La terza è quella, appunto, del fare (...). Fare sinistra: costruendo mutualismo, associazionismo politico, difesa di interessi concreti (salario e contrasto al carovita, mutui, casa, lotta al precariato, beni comuni, università popolare, corsi di cultura); aprendo nel territorio le case della sinistra, luoghi non partitici, in cui possano vivere famiglie politiche diverse, e si possano ricostruire elementi di comunità attorno a valori democratici. Ma soprattutto, ora, occorre –a fronte dell’afasia delle opposizioni parlamentari e dei rischi di autismo di quelle extraparlamentari- prendere in mano la bandiera di un’azione, qui ed ora, di difesa di interessi oggi gravemente colpiti».

La fase di Orvieto, della Se d'Italia e del Movimento per la Sa (Msa) è così superata nel nuovo Movimento Politico per la Sinistra (il nuovo nome assunto dall'Msa con l'assemblea del 22 giugno), come viene scritto esplicitamente nel documento dell'assemblea fondativa: «È necessario intanto lasciarsi alle spalle la Sinistra l’Arcobaleno. La stessa esperienza di Sinistra Europea-sezione italiana, a cui molte delle associazioni che hanno dato vita al nostro movimento hanno partecipato, nelle condizioni che si sono determinate con la campagna elettorale e il risultato del voto è irriproducibile. La situazione impone una netta soluzione di continuità, una riformulazione del patto tra di noi e di quello, poi, con le forze politiche della sinistra in base alle linee tracciate in questo documento, una riaffermazione priva di ogni equivoco sulla necessità che la sinistra italiana dia vita a un nuovo soggetto politico, unitario e plurale, che è l’obiettivo per cui lavoriamo».

Folena il 28 giugno partecipa e prende la parola alla I Assemblea nazionale di Sinistra Democratica e, seppur molto critico, lascia intendere di apprezzare l'idea del movimento di promuovere una «costituente di sinistra», ma questa si inceppa quando al VII Congresso del Prc a fine luglio i bertinottiani dopo 14 anni perdono la maggioranza proprio perché volevano che il Prc aderisse alla costituente di sinistra. Folena commenta amaro che si «chiude un ciclo», quello della «stagione che aveva immaginato possibile una forza politica oltre la storia del comunismo (si aggiungeva, non so con quanta conoscenza e convinzione, oltre la storia del socialismo)». Resta pertanto «interessante la sfida che propongono da un lato Fava e SD, e dall’altro le associazioni e i movimenti (tra cui il nostro, Uniti a Sinistra). Si può provare a far partire dal basso la costituente di una lista di sinistra per le europee, formata con le primarie e fatta di giovani, lavoratori, donne – non condizionata dal ceto politico sconfitto ad aprile –, che raccolga il testimone della nuova politica».

Il 12 e 13 luglio la V Assemblea Nazionale di Uas fa propria la linea della nuova sinistra del fare che reintroduca delle nuove mutue di soccorso. vengono anche eletti nuovi portavoce del movimento Roberto Mastroianni e il leaderdel Movimento Sardista Claudio Cugusi.

Come Movimento Politico per la Sinistra, l'Uas ha lanciato un appello per la manifestazione dell'11 ottobre 2008 che in settembre viene sottoscritta grossomodo da tutta l'area politica dell'ex-Sa.

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