Paterno

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Tags : paterno, basilicata, italia, paternò, sicilia

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Antonino Paternò Castello

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Antonino Paternò-Castello, 6° Marchese di San Giuliano (conosciuto come San Giuliano); Catania, 10 dicembre 1852 – Roma, 16 ottobre 1914) è stato un politico italiano. Dal 1905 al 1906 e dal 1910 al 1914 fu Ministro degli Esteri del Regno d’Italia.

Antonino Paternò Castello, marchese di San Giuliano era discendente da una antica famiglia (Paternò) di origine provenzale-catalana dell’XI secolo proveniente da Embrun, in Francia, e giunta in Sicilia al seguito dei re normanni. Il capostipite del ramo dei San Giuliano fu l'omonimo Antonino Paternò Castello, barone di Gallizzi e Mandrascate (1599-1659).

Antonino nacque a Catania il 10 dicembre 1852 dal matrimonio fra Benedetto, 5° Marchese di San Giuliano, e Donna Caterina Statella e Moncada, figlia di Don Antonio 12° Principe di Cassaro. Figlio unico, ebbe quali punti di riferimento culturali la madre, alla quale era molto affezionato, e la ricca biblioteca di Palazzo San Giuliano.

Il giovane San Giuliano riuscì presto a padroneggiare le principali lingue europee che affinò durante alcuni viaggi a Londra e a Vienna. Sposatosi con Enrichetta Statella dei conti di Castagneto, nello stesso 1875 si laureò in legge e, eletto consigliere comunale a Catania, ne divenne l’assessore alla Pubblica Amministrazione. La carica gli consentì di far trasferire in città da Parigi le ceneri del musicista Vincenzo Bellini. Molto ambizioso, divenne sindaco della città natale a 26 anni. Nel 1882 si fece promotore di un progetto per una grande linea ferroviaria circumetnea. Giudicata troppo dispendiosa, la ferrovia fu bocciata dai consiglieri (che optarono per una soluzione più modesta) e San Giuliano si dimise. Partì da Catania e l’anno dopo, a Roma, venne eletto deputato alla Camera.

Di area liberale, appoggiò tuttavia la politica di Francesco Crispi e nel 1892 divenne sottosegretario all’Agricoltura nel primo governo Giolitti. L’anno dopo scrisse Le condizioni presenti della Sicilia, in cui proponeva, per i latifondi mal diretti, l’espropriazione "forzata per pubblica utilità". L’iniziativa avrebbe creato una classe di "contadini-proprietari cointeressata alla conservazione dello Stato". Nel frattempo però il governo avrebbe dovuto, come fece, reprimere le organizzazioni di rivoltosi (i Fasci siciliani) per il mantenimento dell’ordine nell’isola.

Nel 1899 il Marchese ebbe l’incarico di Ministro delle Poste nel governo conservatore di Luigi Pelloux e nel 1905 entrò al Senato. In quegli anni compì diversi viaggi. Oltre all’Eritrea e alla Tunisia, nel 1904 visitò gli Stati Uniti d'America, che definì “la maggiore democrazia del mondo”, dalle possibilità “indefinite”.

Grazie a Giovanni Giolitti, fu per una prima volta Ministro degli Esteri dal 24 dicembre 1905 all’8 febbraio 1906 con il governo di sinistra di Alessandro Fortis. In quei quaranta giorni il neo-ministro impostò la linea di condotta dell’Italia alla conferenza di Algeciras. Tale linea, pur mantenendosi adeguatamente vicina alle posizioni degli alleati della Triplice Alleanza, determinò una svolta nella politica coloniale italiana. Non votando infatti contro le mire espansionistiche della Francia nei confronti del Marocco, l’Italia si procurò il benestare di Parigi per l’impresa di Libia.

Ben disposte verso di lui furono da quel momento Francia e Gran Bretagna, Paesi dove, fra il 1906 e il 1910, ricoprì la carica di ambasciatore. Con tale mandato a Londra, nella primavera del 1909 ebbe l’occasione di accompagnare in una tappa del suo viaggio nel Mediterraneo il Re d’Inghilterra Edoardo VII. Rientrò, così, al fianco del sovrano più potente del mondo, a Catania dove fu accolto assieme al suo ospite con vive dimostrazioni di entusiasmo. Il personale trionfo del marchese fu coronato tuttavia qualche giorno dopo, quando i sovrani britannici furono accolti in Palazzo San Giuliano, per un tè.

Dopo l’esperienza diplomatica, il marchese, il 1° aprile 1910 fu nuovamente nominato Ministro degli Esteri, carica che avrebbe ricoperto fino al giorno della sua morte. Il governo di cui fece parte inizialmente fu quello del filofrancese conservatore Luigi Luzzatti.

Il problema più grave che San Giuliano si pose da subito fu di completare l’unità del Regno con i territori di lingua italiana (Trentino, Gorizia e Trieste) dell’Austria. Il marchese riteneva di poter risolvere questo problema pacificamente, contando cioè sull’articolo 7 della Triplice Alleanza, che prevedeva compensi territoriali per l’Italia in caso di espansione dell’Austria nei Balcani.

Una diversa occasione, però si andava profilando. A seguito della crisi di Agadir, che definì l’assegnazione del Marocco alla Francia, Roma riceveva tacitamente il via libera da Parigi e Londra per l’occupazione della Libia, territorio dell’Impero Ottomano. L’impresa, fermamente voluta da San Giuliano, rientrava in un contesto di spartizione coloniale delle coste del Mediterraneo fra le grandi potenze, ed era favorito dall’indebolimento ormai cronico dell’Impero Ottomano. Per il Ministro degli Esteri San Giuliano, fu il risultato di tre mesi di preparazione, in cui dovette seguire e prevedere la crisi di Agadir, tenere testa agli alleati e anche vincere le remore del presidente del consiglio Giolitti.

Dopo l’ultimatum del 28 settembre 1911 e lo sbarco delle truppe ialiane, con il passare delle settimane, forte della mediazione tedesca, San Giuliano si mostrò disposto a trattative che avrebbero formalmente lasciato alla Turchia la Libia, e che avrebbero concesso all’Italia una sorta di protettorato politico-economico. Di altro avviso fu invece Giolitti che pretese l’occupazione completa del territorio per poter instaurare qualsiasi forma di dominio l’Italia avesse voluto.

Costretto a rivedere le sue posizioni, e quelle dell’Italia, il marchese si trovò immediatamente in difficoltà con gli alleati, che erano molto vicini alla Turchia. L’Austria soprattutto si oppose all’occupazione delle isole turche nell’Egeo e il marchese fu costretto a minacciare la fine della Triplice Alleanza se all’Italia non fosse stato consentito di chiudere al più presto la guerra.

Nella primavera del 1912, consenziente l’Austria, l’Italia potette infine occupare le isole turche dalle quali partivano i rifornimenti per la guerriglia libica. Ma solo in autunno, scoppiata la Prima guerra balcanica con la dichiarazione di guerra di Montenegro, Serbia, Grecia e Bulgaria alla Turchia, nel timore che tutto l’impero fosse sul punto di crollare, Costantinopoli accettò la resa alle condizioni di Roma. Era il 18 ottobre 1912. L’Italia acquisì il Dodecanneso e la Libia, ma la guerriglia araba non fu mai sedata.

Fra l’impresa libica e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il marchese di San Giuliano si attivò per fare dell’Albania la diga contro l’affacciarsi nell’Adriatico meridionale di qualsiasi potenza ritenuta avversaria degli interessi italiani. Nel 1913, contribuì in modo decisivo al riscatto della nazione nei confronti della Turchia, cooperando alla sua indipendenza protetta e garantita dalle grandi potenze. Accettò anche l’ascesa al trono albanese del principe tedesco Guglielmo di Wied che giudicò non manovrabile dall’Austria, né dal clero, perché protestante.

Costantemente animato dall’idea di completare l’unità del Paese, San Giuliano guardò d’altro canto con sospetto all’annessione di territori etnicamente estranei. Quando nella primavera del 1914, proprio l'Albania sembrò crollare sotto il peso del suo artificioso assetto politico, l’ambasciatore tedesco in Italia Hans Flotow propose al marchese la spartizione del Paese fra Italia e Austria. San Giuliano rifiutò dichiarando che sarebbe stato un grave errore incorporare un territorio alla ricerca della propria unità nazionale e per di più balcanico. Nel caso l’Albania settentrionale fosse diventata austriaca, il compenso per l’Italia si sarebbe dovuto cercare nell’ambito dei territori italiani dell’Austria.

Dopo l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando il 28 giugno 1914, di fronte al profilarsi di un conflitto europeo e alla quasi certezza che Vienna non avrebbe ceduto sulle province italiane neanche in caso di un appoggio militare di Roma, prevalse in San Giuliano la linea della pace.

Il suo pragmatismo divenne proverbiale quando, dopo la consegna dell’ultimatum austriaco alla Serbia il 23 luglio, propose che i serbi pronunciassero «il semplice monosillabo sì» alle richieste dell'Austria. Aggiungendo: «che i serbi accettino, pronti a non eseguire ciò che hanno accettato». L’Austria sarebbe stata diplomaticamente spiazzata e ci sarebbe stato il tempo di organizzare una conferenza internazionale sulla Serbia.

Inoltre, consigliò al ministro degli esteri inglese Edward Grey di dichiarare fermamente che la Gran Bretagna sarebbe intervenuta nel conflitto a fianco della Francia. Tale notizia avrebbe convinto i tedeschi a non scendere in campo. Ma il giorno dell’ultimatum austriaco alla Serbia, Grey dichiarò proprio il contrario, e cioè che la Gran Bretagna avrebbe potuto lasciare che la guerra restasse confinata a quattro grandi potenze: Francia e Russia contro Germania e Austria, illudendo così il Kaiser Guglielmo II di avere mano libera contro la Francia.

Di fronte al precipitare degli eventi, il 31 luglio 1914, al Consiglio dei Ministri, San Giuliano espose la sua convinzione che l’Italia sarebbe dovuta rimanere neutrale, almeno nelle prime fasi dell’imminente conflitto. Ciò non voleva però dire uscire dall’alleanza con Austria e Germania. Il governo, secondo il Ministro degli Esteri, doveva tenere conto dell’avversione degli italiani per una guerra a fianco di Vienna e delle alte probabilità di un intervento della Gran Bretagna nel conflitto a sostegno di Francia e Russia. Ciò voleva dire, per la penisola italiana, esporsi alla maggiore potenza navale del mondo. Infine, il governo doveva dichiarare la sua neutralità per le precarie condizioni dell’esercito, completamente da riorganizzare. Era quindi una fortuna, concluse San Giuliano, che anche lo spirito difensivo della Triplice Alleanza e l’articolo 7, esonerassero l’Italia dall’obbligo di unirsi a Austria e Germania.

Ma decisiva, per San Giuliano, fu la volontà degli alleati di non voler compensare l’Italia in caso di entrata in guerra e comunque non con province italiane in territorio asburgico. In perfetto accordo con il Presidente del Consiglio Antonio Salandra, San Giuliano proclamò la neutralità dell’Italia il 3 agosto 1914, lo stesso giorno della dichiarazione di guerra della Germania alla Francia.

L'indomani la Gran Bretagna dichiarava guerra alla Germania.

Nonostante tutto San Giuliano continuò a definirsi “triplicista”, sostenitore cioè della Triplice Alleanza. Gli eventi bellici iniziali sostenevano questa convinzione: la Germania sembrava destinata a battere la Francia e l’Austria accusava notevoli difficoltà contro la Russia. Il dopoguerra avrebbe visto una Germania potente e amica dell’Italia ed un’Austria stremata e ridimensionata. In una situazione del genere il gesto inconsulto di Vienna sarebbe stato pagato anche con la cessione del Trentino all’Italia. Cessione che sarebbe stata legittimata dalle forze italiane completamente intatte.

Tuttavia, alla politica della neutralità “triplicista” si affiancò una graduale apertura nei confronti dell’Intesa. Avvicinamento che sarebbe stato utile nell'eventualità di un cambiamento della situazione militare. Fra i tre, il governo scelto da San Giuliano fu quello britannico, l’unico di cui il marchese si fidasse per mantenere la segretezza delle trattative. Già l’11 agosto 1914 il Ministro degli Esteri stilò un telegramma di istruzioni per l’ambasciatore a Londra Guglielmo Imperiali. Si trattava del seguente progetto in nove punti.

In caso di entrata in guerra dell’Italia a fianco dell’Intesa, le quattro potenze (Francia, Gran Bretagna, Russia e Italia ) non avrebbero stipulato pace separata. Le flotte inglese e francese, assieme a quella italiana avrebbero sùbito stanato e distrutto la flotta austriaca in Adriatico. Conseguita la vittoria, l’Italia avrebbe ricevuto Trieste e il Trentino sino al Brennero. In più, in caso di crollo dell’Impero Ottomano, all’Italia sarebbe spettata la zona di Adalia (anche solo in forma di concessioni economiche). Quanto all’Albania, poteva essere divisa fra Serbia e Grecia, ma Valona sarebbe stata eretta a città autonoma e internazionale. Dal punto di vista economico San Giuliano prevedeva per l’Italia una parte dell’eventuale indennità di guerra, corrispondente ai suoi sforzi bellici. Infine, nel dopoguerra, le quattro potenze avrebbero dovuto sorvegliare sul mantenimento dello status quo costituito.

Con questo documento, iniziò il percorso che avrebbe condotto l’Italia, nove mesi dopo, al Patto di Londra.

Fino alla morte, San Giuliano sostenne che per intervenire nella Grande Guerra a fianco dell’Intesa, l’Italia aveva bisogno che si verificassero tre situazioni: una morale, e cioè un casus belli contro l’Austria; una tecnica: la riorganizzazione dell’esercito; e una finanziaria: rimpinguare le casse dello Stato.

Da anni malato di gotta, il marchese negli ultimi mesi di vita fu costretto all’immobilità. Viveva già da tempo al Palazzo della Consulta a Roma, sede del Ministero degli Esteri, dove morì alle 14,20 del 16 ottobre 1914. Il suo successore, Sidney Sonnino, ereditò la sua linea politica. Poco più di sette mesi dopo l’Italia entrava in guerra contro l’Austria.

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Paterno (PZ)

Panorama di Paterno (PZ)

Paterno è un comune di 3.546 abitanti della provincia di Potenza. Il territorio ha una superficie di 39.25 km², è attraversato dal fiume Agri e confina a nord con Marsico Nuovo, a nord-est con Marsicovetere e a sud con Tramutola. Divenne comune nel 1973: era infatti una frazione di Marsico Nuovo.

Nella fase di transizione dall’età della pietra lavorata a quella del bronzo (eneolitico), sull’altura della Civita, tra il XIV e l’XI secolo, abitarono pastori transumanti appartenenti alla cosiddetta cultura appenninica. Appartenenti allo stesso ceppo etnico degli abitatori di Murgia Sant'Angelo di Moliterno, attraverso le valli fluviali interne, operarono una serie di scambi con il Vallo di Diano e con la costa ionica. Ne sono testimonianza i rinvenimenti ceramici che associano agli elementi decorativi del Puntinato quelli spiraliformi della cultura greca.

In epoca romana numerosi insediamenti a carattere sparso sorsero nella sottostante pianura e videro la presenza di alcune ville patrizie. Di una di esse sono stati ritrovati i resti in località Aggia. L’abbondanza delle acque favorì il concentrarsi della popolazione soprattutto nel rione "Tempa", dove successivamente venne costruita la chiesa matrice.

Le orde saracene che, sul declinare del I millennio, distrussero Grumentum, costrinsero anche gli abitanti di Paterno ad aggregarsi a quelli di Marsico Nuovo e Marsicovetere.

Con l’invasione dei Normanni Paterno risorse come centro autonomo ma annessa alla giurisdizione di Marsico Nuovo, di cui ha condiviso le sorti sino all’età moderna. Nel corso del XIX secolo Paterno fu soggetta a vari eventi calamitosi: epidemia di colera (1837); frana provocata dallo straripamento dei laghi Mandrano e Mandranello (1840); frana di "Pietra Maura" (1843); terremoto del 16 dicembre 1857.

Durante il brigantaggio post-unitario numerosi suoi cittadini si diedero alla macchia, organizzandosi anche in bande. Ne ricordiamo solo alcuni dai soprannomi pittoreschi: Aliano Federico (capobanda), Parisi Giuseppe (capobanda, alias Peppullo), Bove Francesco (alias Zucaro), D’Agrosa Raffaele (alias Petenchino), Marsicovetere Michele (alias Naca-Naca).

Con la prima grande emigrazione (1880-1900) il centro si spopolò di circa 1.500 unità.

Frazione di Marsico Nuovo sino al 4 maggio 1973, data in cui ottenne l’autonomia amministrativa con legge regionale n° 8.

Secondo alcuni deriva da "paternicum" che significa "terra dei padri”. Il Racioppi contesta questa etimologia e fa derivare il nome da patria, da cui, nel basso latino, si ebbe patriensis, patrense e infine paternese. Per altri deriverebbe dal console romano Paterno. Una spiegazione più convincente lo fa derivare dalla forma verbale latina patere, ossia essere aperto, aprirsi, più il suffisso –ernum. Quest’ultimo è proprio di luoghi ove si svolge una qualche attività, come Salerno (ove si lavora il sale), Picerno (ove si lavora la pece), Moliterno (ove si munge il latte). Quindi Paterno sarebbe "luogo ove si lavora all’aperto" e ciò, forse, con allusione all’antico sito della Civita.

Sorgente “Sorgitora (980 m s.l.m.), strada comunale, km 6.00. Da via Acquareggente, proseguendo per via Pioniello, dopo un percorso stretto e tortuoso, risalendo le pendici de “Il Monte”, si giunge alla “Sorgitora”. Sul rilievo montuoso, costituito da rocce calcaree affioranti, esistono fenomeni di carsismo (inghiottitoi).

Alle ore 21.12’.56” del 16 dicembre 1857 uno spaventoso terremoto colpì la popolazione della Basilicata e delle regioni confinanti. Per la Val d'Agri fu una vera e propria catastrofe. Gli abitanti di Paterno il giorno successivo, decisero di portare in processione la statua della Madonna del Carmine per le strade del paese. La leggenda narra che non appena la processione giunse nei pressi dell’attuale rione Pantano, la Madonna, di fronte alle case distrutte e ai carri pieni di cadaveri, girò il volto e i suoi occhi versarono sangue. L’evento miracoloso viene ricordato ogni anno il 17 dicembre.

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Paternò

Panorama di Paternò

Paternò (Patennò in Lingua siciliana) è un comune con 49.250 abitanti (fonte ISTAT, maggio 2007), della provincia di Catania.

Il sito di Paternò è stato occupato oltre 3500 anni prima della nascita di Cristo, quando nel vulcanetto preistorico che sovrasta la città si insediarono i primi abitanti. La cittadina che sorse era di origine Sicana, nonostante fosse in territorio dei Siculi, e fin dall'inizio prese il nome di Inessa. Relativamente poco tempo dopo, alcuni abitanti provenienti da Catania, che in quel tempo si chiamava Aitna, chiamarono l'antica Paternò Inessa-Aitna. Da qui il nome Paternò che forse deriva da Paeter Aitnaion, cioè la "Rocca degli Etnei". Nel territorio paternese, però, con molta probabilità esistevano due città, infatti non c'era solo Inessa-Aitna, ma molti autori indicano anche la presenza di Hybla Mayor o Galeatis, che sorgeva nella parte a Nord-Ovest dell'attuale città. Città di media importanza durante il periodo greco e romano si spopolò quasi del tutto nei tre secoli precedenti l'anno mille. Nel periodo della dominazione saracena il borgo era chiamato Batarnù. In seguito alla conquista normanna iniziata negli anni '40 del XI secolo, il sito venne denominato Paternionis, e iniziò un periodo di grande splendore civico ed economico, giacché la città fu sede di re e regine. I territori di Paternò, infatti, furono inseriti nella cosiddetta Camera Reginale che venne costituita da Federico III d'Aragona come dono di nozze alla consorte Eleonora d'Angiò e che poi venne ereditata dalle Regine che si susseguirono, sino alla sua abolizione. Il periodo di magnificenza di Paternò durò fino al XV secolo, quando la città venne infeudata e ne iniziò un lento ma inarrestabile declino.

Del periodo medievale sono presenti tuttora interessanti testimonianze tra cui il magnifico Castello, dalla carattestica forma a Parallelepipedo, simile ai donjon francesi ed ai castelli scozzesi fortificati nello stesso periodo. Caratteristico anche il convento di S. Francesco, la chiesa della Gancia e tutto il borgo. Della dominazione normanna si possono, addirittura intravedere ancora gli influssi in chiave antropologica, come la presenza di alcuni tratti fisici caratteristici delle popolazioni nordiche in una parte della popolazione. Uno dei problemi principali del paese tra fine '800 e inizi '900 era quello di essere una zona malarica, problema da tempo risolto, giacché ormai sono state del tutto bonificate le zone paludose nella Piana di Catania.

Lo sviluppo urbanistico della città ha avuto una grande accelerazione negli anni '60 e '70 del secolo scorso, periodo in cui la "geografia" urbana e stradale della città si è meglio definita secondo gli standard moderni e meglio adattata alle esigenze delle nuove classi emergenti della borghesia medio-alta. Accanto al "salotto" classico della antica e suggestiva Via Vittorio Emanuele ricca di dimore patrizie (detta "strada dritta" per via della sua struttura lineare) si affianca, a partire dagli anni '70, la Via Emanuele Bellia (più larga della "strada dritta"). Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, la città è cresciuta notevolmente, vivendo il fenomeno di una selvaggia edilizia civile abusiva, la quale ha creato dal nulla interi quartieri, e deturpando perfino alcuni angoli del Centro storico e della stessa Collina monumentale. Negli anni '80 la città subisce nuove spinte centrifughe che la portano ad una successiva espansione verso il fronte orientale a partire dal Corso Italia e dal Corso Del Popolo che vedono il fiorire di nuove palazzine e ampliamenti delle strade con l'aggiunta di viali alberati e giardini. Il complesso di Piazza Della Repubblica ospita poi l'edificio del Municipio (un moderno edificio di 10 piani) e i relativi uffici nelle vicinanze della scuola media statale Don Milani e del suo ampio auditorium. Gli ultimi anni '90 hanno visto lo sviluppo delle più lontane periferie e la riqualificazione di alcuni spazi della ricca Via Emanuele Bellia (come lo spazio verde con parcheggio creato nella Piazza dei Caduti di Nassiriya dietro Piazza Della Regione).

Di notevole interesse architettonico sono alcuni edifici della Collina Storica tra cui la Chiesa Madre eretta in epoca normanna e rimaneggiata nel 1342, intitolata a S. Maria dell'Alto, è stata profondamente modificata agli inizi del XVIII secolo, periodo in cui fu variato anche l'orientamento dell'ingresso e gli interni vennero adeguati allo stile dell'epoca, il barocco. Molto interessante anche il complesso di San Francesco alla Collina, del 1346, con la pregevole chiesa (dell'XI secolo) dalle caratteristiche architettoniche marcatamente gotiche, brevi lacerti di pregevoli affreschi e alcuni residui dell'apparato decorativo barocco. Poco lontana, la chiesa di Cristo al Monte modificata nel XVIII secolo secondo lo stile rococò. Sulle pendici del colle si trova la chiesa di S. Maria della Valle di Iosaphat (o della Gancia) fatta edificare nel 1092 dalla contessa Adelasia con uno splendido portale gotico. Il monumento più rilevante dell'intero territorio è sicuramente il Castello Normanno fatto erigere nel 1072 dal conte Ruggero e in seguito più volte rimaneggiato. Realizzata nel XVIII secolo, risulta di grande impatto scenografico la Scalinata della Matrice, che collega il sagrato della Chiesa Madre con la Porta del Borgo, che è ubicata nella parte mediana della collina storica ed era l'antico ingresso principale alla cinta muraria medievale. Appena fuori dalla Porta del Borgo si trova il Palazzo Moncada appartenuto alla potente famiglia di origine spagnola che per molto tempo fu la feudataria della Città. Nella città bassa, che si sviluppò a partire dal XVI secolo alla base del colle, sorgono altri importanti monumenti tra i quali spiccano il complesso dell'ex monastero della Santissima Annunziata,dove si conserva lo splendido Olio su tavola della Madonna dell'Itria, opera cinquecentesca della famosa pittrice Sofonisba Anguissola, che visse a Paternò, la chiesa di Santa Barbara e la chiesa di Santa Caterina d'Alessandria. Nella zona di nuova espansione, a nord-est dell'abitato, merita una visita la moderna Chiesa di San Francesco all'Annunziata dei Cappuccini (1987), coi preziosi bronzi del Tesei e lo splendido Mosaico del Cantico delle Creature (1989) del grande artista Ugolino da Belluno.

Dall'antico vulcanetto, ormai estinto, dove sorgono i più importanti monumenti cittadini è possibile ammirare l'Etna e la valle del Simeto, con i rigogliosi agrumeti e le aree protette di Ponte Barca e di Pietralunga. Particolarmente importanti sono anche le fonti di acqua gassata disseminate per il territorio e la perenne eruzione delle "Salinelle", vulcanetti di fango legati all'attività sismica del vulcano siciliano.

Uno dei paternesi che la storia ci tramanda come illustre protagonista delle vicende a lui contemporanee fu il geografo Giovan Battista Nicolosi (1610-1670), che prestò la sua opera di studioso presso la corte vaticana. Tra i nomi di illustri studiosi paternesi sono da menzionare Mons. Gaetano Emanuele Savasta (1865-1922), sacerdote e studioso, massimo storiografo di Paternò. Emanuele Rapisarda (1900-1989) insigne latinista e docente all'Università di Catania. Altro insigne studioso e docente universitario contemporaneo è Salvo Randazzo (1960), storico del Diritto romano e professore di Fondamenti del diritto europeo e Antropologia giuridica. Insegna nell'Università di Bari 'Jean Monnet' ed è stato visiting professor presso università americane ed australiane. Tra i figli dimenticati dalla natia patria ricordiamo anche Michele Carascosa (1774-1853), a soli 22 anni era già capitano dell'esercito borbonico per diventare successivamente generale di quello napoleonico, servì sotto il comando di Murat, la sua figura è da ricordare tra le più valorose del sud Italia agli albori del risorgimento. Tra le figure più rilevanti anche lo storico Vincenzo Fallica (1940), noto per i suoi studi sulla Sicilia, in particolar modo sulla Regina Bianca di Navarra. Molto apprezzate, inoltre, le sue ricerche sulla Catania Risorgimentale. Un aspetto che i libri di storia non trattano. Di prossima presentazione un importante studio sui Monasteri Benedettini della Provincia di Catania. Figura importante per l'attività culturale paternese è Angelino Cunsolo, fondatore della testata giornalistica "La gazzetta dell'Etna" e del prestigioso Premio "Tirsi Etneo", nonché autore di testi di patrie memorie (Note storiche di Paternò), di raccolte poetiche e racconti (Don Cesare). Notevole è poi l'attività letteraria di altre figure: Barbaro Conti (1930) è poeta e ricercatore, autore di vari libri relativi a personaggi e vicende della città («Canto per il mio paese», «I castelli di Paternò, Adrano, Motta S. Anastasia»; «Umili e illustri, penne e pennelli, onorevoli e poverelli»; «Il culto ecumenico di S. Barbara»), nonché di una «Enciclopedia dal paleolitico ai nostri *giorni» in parecchi volumi; Carmelo Ciccia (1934), italianista e latinista, è autore di una serie di pubblicazioni, in cui ha affrontato sia problematiche relative alla città («I cognomi di Paternò»; «Il mito d'Ibla nella letteratura e nell'arte»; «Il suono delle campane a Paternò intorno alla metà del sec. XX», «Ioannes Baptista Nicolosius geographus insignis»), sia scrittori e momenti della letteratura italiana, con particolare riguardo a Dante, impegnandosi pure nella narrativa con alcuni volumi dài «Storie paesane», che prendono l’avvio dai bombardamenti di Paternò del 1943 e che sono state tradotte all’estero. In campo musicale meritano una citazione particolare il tenore Giulio Crimi (1885-1939) e i cantastorie Ciccio Busacca (1925-1984) e Vito Santangelo (1939- ).

Il principale settore produttivo era quello della produzione, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli. Oggi il settore piu' sviluppato è sicuramente il terziario.

Molto ricercata la prelibatissima pasticceria locale, nonché i prodotti di culinari, tra cui i famosi Larunchi, cioè le rane, il cui utilizzo in cucina sembra derivi dagli influssi francesi sulla cucina locale in seguito alla loro dominazione.

Sferro è la principale frazione del comune di Paternò. È uno dei più importanti centri agrumicoli della piana di Catania. Vi si svolse una battaglia tra britannici e tedeschi nel corso della seconda guerra mondiale.

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Ignazio Paternò Castello

Principe di Biscari.jpg

Ignazio Paternò-Castello, quinto principe di Biscari (1719 – 1786), è stato un archeologo e mecenate italiano.

Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari, era discendente da una antica famiglia (Paternò) di origine provenzale-catalana dell’XI secolo proveniente da Embrun, in Francia, e giunta in Sicilia al seguito dei re normanni. Il capostipite del ramo dei Biscari fu Agatino Paternò Castello, 1° Principe di Biscari (1594-1675).

Fu tra i fautori della riscoperta dell'Anfiteatro di Catania, della vecchia curia e di alcune terme. Il suo palazzo si trova presso il porto (Palazzo Biscari alla Marina), mentre era proprietario di un grande giardino extra moenia, chiamato il Labirinto, che avrebbe successivamente costituito il primo nucleo del Giardino Bellini. Fece ristrutturare il Palazzo Biscari, che adibì a museo e fu visitato da Brydone nel 1771, Goethe nel 1787 e da Vivant Denon.

Promosse gli scavi a Camarina, Siracusa, Lentini e Taormina e anche la costruzione di un ponte sul Simeto. Descrisse le sue scoperte archeologiche in un volume intitolato Viaggio per tutte le antichità della Sicilia, pubblicato a Napoli nel 1781.

La fama del Principe era molto vasta, e numerose accademie italiane ed estere procedevano a nominarlo loro socio: nel 1757 l’Accademia del Buon Gusto e quella degli Ereini di Palermo, nel 1762 la Società degli Antiquari di Londra, nel 1772 l’Accademia dei Trasformati di Noto, nel 1773 la Società dei Palladi di Catania, nel 1775 l’Accademia dei Botanofili di Cortona, nel 1776 l'Accademia dei Georgofili di Firenze, l'Accademia della Crusca e quella dei Pericolanti Peloritani di Messina, nel 1777 l’Accademia degli Ereini-Hymerei di Caltanissetta, nel 1778 l’Académie Royale des Belles-lettres, Sciences et Arts di Bordeaux, nella quale prese il posto del defunto Voltaire, nel 1779 l’Accademia di Scienze Scienze e Belle Lettere di Napoli, nel 1783 l’Accademia degli Speculatori di Lecce, e nel 1784 la Nuova Reale Accademia di Firenze.

A Catania fondò e finanziò l'Accademia degli Etnei.

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