Parlamento

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Tags : parlamento, politica, parlamento europeo, unione europea, organizzazioni internazionali, esteri

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Parlamento

Il Palazzo di Westminster, sede del parlamento britannico.

Il parlamento è il corpo legislativo dello stato, ossia un organo complesso, costituito essenzialmente da uno o più organi collegiali di tipo assembleare (camere), la cui funzione legislativa, sebbene non unica, è approvare le leggi. Il nome deriva dalla parola francese parlement, riferita all'azione di parlare: un parlamento è quindi un luogo dove si discute, si dibatte per giungere a delle decisioni. Nelle repubbliche presidenziali il parlamento è tradizionalmente denominato congresso, secondo l'esempio statunitense.

Le federazioni hanno un parlamento federale e uno per ciascuno stato federato. Organi analoghi al parlamento sono spesso presenti anche in altri enti territoriali, ma in questo caso si usano di solito denominazioni diverse (frequentemente consiglio). Negli stati moderni il parlamento rappresenta la componente principale del potere legislativo, che in alcuni ordinamenti coincide con il parlamento dello stato centrale mentre in altri comprende anche i parlamenti degli stati federati o gli analoghi organi delle regioni o di altri enti territoriali dotati di autonomia legislativa.

La parola "parlamento" venne impiegata, per la prima volta, nella Chanson de Roland, sebbene il concetto che esprime - un'istituzione collegiale intermedia tra l'intero popolo costitutivo di una comunità e coloro i quali di questa comunità hanno la direzione - sia un dato comune di antropologia culturale, come testimoniano le assemblee, variamente denominate, delle poleis greche e il Senato Romano.

In una accezione molto più simile a quella moderna, il termine "parlamento" compare in Inghilterra nel 1248 per designare un'assemblea formata da due rami, uno ecclesiastico (vescovi e abati con il rango di barone) e uno laico (baroni diretti della Corona). A tale assemblea nel 1254 venne assicurata una stabile struttura, facendovi entrare anche i rappresentanti elettivi delle contee. Nel 1297, infine, con lo Statuto de tallagio non concedendo, si confermò il principio per cui ogni contribuzione poteva essere imposta solo dietro assenso comune degli "arcivescovi, vescovi ed altri prelati, conti, sovrani, uomini d'arme, borghesi, ed altri uomini liberi del regno nostro", nonché il diritto dell'assemblea elettiva a controllare la validità delle elezioni, sottraendo quindi agli agenti del Re tale privilegio. Come ben si vede, erano già presenti in nuce i moderni principi della sovranità ed indipendenza del parlamento.

Istituzioni simili al parlamento inglese ma con denominazioni diverse erano sorte anche in altre monarchie europee: si pensi agli Stati generali in Francia e nei Paesi Bassi, alle Cortes castigliane o alle Corts aragonesi. Anche queste erano articolate in più assemblee (tre o quattro) corrispondenti ai vari ordini in cui era divisa la società (ad esempio, in Francia: nobiltà, clero e terzo stato).

Va tenuto presente che nel corso del medioevo e dell'età moderna il termine "parlamento" ha assunto anche altri significati. Così in epoca comunale il parlamento o arengo era l'assemblea che riuniva tutti i cittadini del comune che godevano dei diritti politici; invece in Francia, durante l'Ancien régime, il parlement, sebbene sorto con caratteri non dissimili dal parlamento inglese, finì per diventare un'istituzione non rappresentativa con funzioni prevalentemente giurisdizionali.

L'esistenza del parlamento può essere considerata diretta conseguenza del principio di sovranità popolare (in Italia sancito dall'art. 1, secondo comma, della Costituzione: "La sovranità appartiene al popolo"); il suo ruolo è efficacemente descritto dalle parole di Hegel: "porticato tra lo Stato e la società civile".

Il parlamento nasce come organo in cui viene espresso il consenso all'attività impositiva del sovrano; è significativo, al riguardo, che nasca proprio in Inghilterra: per il diritto germanico, infatti, è attributo degli uomini liberi l'esenzione da ogni tributo, il quale, quindi, deve essere da costoro - o dai loro rappresentanti - autorizzato. Nel tempo i parlamenti hanno esteso le loro competenze e svolgono oggi funzioni di indirizzo politico, legislative, di coordinamento, di controllo e di garanzia costituzionale.

L'esistenza di un parlamento viene usualmente associata alla democrazia, in realtà non mancano regimi non democratici che possiedono un organo così denominato, con struttura e funzioni solitamente non dissimili da quelle dei parlamenti democratici. La differenza sostanziale con questi ultimi è che i parlamenti non democratici, anche quando sono elettivi, non sono eletti nell'ambito di una reale competizione tra più partiti: in certi casi un solo partito è autorizzato a presentare le candidature, in altri casi vi sono più partiti ma le condizioni in cui si svolgono le elezioni sono tali da assicurare la vittoria ad uno solo. In casi come questi il parlamento non è più il portavoce della volontà popolare ma, semplicemente, il luogo dove vengono ratificate le decisioni prese da chi detiene effettivamente il potere (organi del partito unico, giunta militare ecc.): la sottoposizione di tali decisioni al voto parlamentare ha il solo scopo di ostentare una parvenza di democraticità o un fittizio consenso popolare alle scelte del regime.

Se l'elezione del parlamento avviene nel contesto di una competizione tra partiti, gli eletti apparterranno molto probabilmente a partiti diversi. In questo caso, di regola, emerge un partito o una coalizione di partiti che controlla la maggioranza dei voti: la maggioranza parlamentare; in contrapposizione ad essa, i rimanenti partiti costituiscono l'opposizione. Va notato che mentre la maggioranza è caratterizzata da una certa omogeneità e unità di azione tra i partiti che la compongono, lo stesso non è necessariamente vero per l'opposizione, che può essere costituita da partiti in netto contrasto tra loro (si pensi ad una maggioranza di centro a fronte della quale l'opposizione è costituita da partiti di destra e sinistra); solo nei sistemi bipartitici o, quantomeno, bipolari l'opposizione presenta un'omogeneità e unità d'azione paragonabile a quella della maggioranza, tanto che in questi sistemi si può configurare il ruolo del leader dell'opposizione.

Nelle forme di governo in cui esiste un rapporto fiduciario tra parlamento e governo, la maggioranza parlamentare coincide tendenzialmente con la maggioranza di governo, ossia con il partito o la coalizione di partiti che sostiene il governo. Ciò non è invece necessariamente vero nelle forme di governo dove detto rapporto fiduciario non esiste: in questo caso è possibile, e fisiologico, che i partiti che costituiscono la maggioranza parlamentare siano diversi da quelli che sostengono il governo.

Se il parlamento è articolato in più camere, è possibile che le maggioranze parlamentari siano diverse. Si tratta di un'evenienza piuttosto rara e, di per sè, fonte di possibili disfunzioni, almeno laddove le camere hanno uguali poteri.

Costituente essenziale del parlamento è un organo collegiale di tipo assembleare detto camera. Si distinguono parlamenti monocamerali, bicamerali e multicamerali secondo che siano costituiti da una, due o più di due camere. I parlamenti multicamerali sono stati molto rari nella storia e attualmente nessuno stato ha un parlamento di questo tipo .

Se il parlamento è costituito da due camere, una viene tradizionalmente denominata camera alta, l'altra camera bassa. Nella pratica la denominazione ufficiale attribuita alle camere varia da ordinamento ad ordinamento: per la camera bassa (o per l'unica camera dei parlamenti monocamerali) le denominazioni più utilizzate sono camera dei rappresentanti, camera dei deputati, assemblea legislativa, assemblea nazionale, dieta ecc. e rappresentanti o deputati sono per lo più detti i suoi membri; per la camera alta la denominazione di gran lunga più utilizzata è senato, i cui membri sono detti senatori; in certi ordinamenti federali la camera alta è detta consiglio degli stati e consiglieri i suoi membri.

La camera bassa ha usualmente un centinaio di membri nei paesi con popolazione attorno ai tre milioni di abitanti; raramente ha più di 400-600 membri, anche nei paesi di maggiori dimensioni. In tutti gli ordinamenti, con l'unica eccezione di quello britannico, la camera alta ha un numero minore di membri rispetto alla camera bassa.

Nei parlamenti bicamerali alcune deliberazioni possono essere assunte da un collegio costituito dalle due camere riunite in seduta comune. In particolare, le camere eleggono in seduta comune il presidente della repubblica e le altre cariche dello stato per le quali è prevista l'elezione parlamentare. In alcuni ordinamenti le camere deliberano in seduta comune sulle questioni per le quali si sono già pronunciate separatamente in modo discordante.

Oltre che con la deliberazione in seduta comune, i contrasti tra le camere possono essere risolti con diverse modalità. In alcuni ordinamenti la questione è deferita ad un commissione bicamerale affinché elabori un testo di compromesso, da sottoporre all'approvazione delle due camere; in altri ordinamenti, tra cui quello italiano, la questione è sottoposta reiteratamente al voto delle due camere sinché non si arriva ad una deliberazione concorde (cosiddetta navetta parlamentare).

Nei parlamenti democratici almeno una delle camere, e precisamente la camera bassa, è eletta dal popolo. In realtà, negli ordinamenti attuali, con la notevole eccezione della Camera dei Lord britannica e di alcuni stati ex domini britannici, come il Canada, anche la camera alta è ormai elettiva, seppur con modalità differenziate rispetto alla camera bassa, ad esempio prevedendo un'età minima più elevata per votare o essere eletti, un diverso sistema elettorale, diversi collegi elettorali. In alcuni ordinamenti (ad esempio in Francia) la camera alta è eletta in modo indiretto, dai cosiddetti grandi elettori, a loro volta eletti dal popolo, mentre in certe federazioni i membri della camera alta sono eletti dai parlamenti degli stati federati.

L'elettorato attivo del parlamento è uno dei principali diritti politici ed è andato col tempo estendendosi in tutti gli ordinamenti: inizialmente, nell'XIX secolo, era limitato ai cittadini che possedevano un certo censo, di solito commisurato all'ammontare dei tributi versati (suffragio censitario), in seguito taluni ordinamenti lo hanno esteso ai cittadini che avevano un certo grado d'istruzione (suffragio capacitario), infine è stato esteso, nel XX secolo, a tutti i cittadini, dapprima di sesso maschile e poi d'ambo i sessi (suffragio universale). Attualmente è adottato quasi ovunque in suffragio universale: l'elettorato attivo è riconosciuto a tutti i cittadini al disopra di una certa età (la maggiore età o, in qualche ordinamento, un'età leggermente superiore); se tale età è differenziata per le due camere, è maggiore quella prevista per la camera alta.

In genere l'elettorato passivo viene riconosciuto a coloro cui spetta l'elettorato attivo, prevedendo tuttavia un'età minima superiore.

I membri del parlamento sono eletti per un periodo di tempo determinato, per lo più cinque anni, che prende il nome di legislatura. Lo scioglimento anticipato della camera, intervenuto prima di tale termine, ne determina però la decadenza e l'indizione di nuove elezioni. In alcuni sistemi il potere di sciogliere le camere (o anche una sola di esse) è attribuito al primo ministro; in altri spetta invece al consiglio dei ministri o, più frequentemente, al capo dello stato, su proposta del primo ministro o di sua iniziativa; vi sono anche ordinamenti nei quali lo scioglimenti è deliberato dalla stessa camera (autoscioglimento). In ogni caso, lo scioglimento è un istituto proprio delle forme di governo in cui esiste un rapporto fiduciario tra parlamento e governo: parlamentare e semipresidenziale; non esiste in altre forme di governo e, in particolare, in quella presidenziale.

Lo scioglimento delle camere può avere due diverse finalità: se in parlamento esiste una maggioranza stabile che sostiene il governo (come avviene, tipicamente, nei sistemi bipartitici), può essere deciso per andare alle elezioni in un momento di congiuntura politica favorevole allo stesso governo, che potrebbe non ripetersi alla scadenza naturale del mandato. Invece, se in parlamento non si riesce a formare una maggioranza in grado di sostenere il governo (come può avvenire nei sistemi multipartitici), lo scioglimento è un modo per superare l'impasse venutosi a creare, sottoponendo le forze politiche al giudizio dell'elettorato nell'auspicio che dalle elezioni emerga una maggioranza.

Un caso particolare di scioglimento del parlamento è quello previsto nelle costituzioni che hanno adottato l'elezione popolare diretta del primo ministro, secondo quella variante della forma di governo parlamentare che alcuni autori hanno denominato neoparlamentare. In questo caso il voto di sfiducia del parlamento nei confronti del governo, se determina le dimissioni di quest'ultimo, determina anche l'automatico scioglimento dello stesso parlamento; d'altra parte, l'elezione simultanea del primo ministro e del parlamento dovrebbe assicurare un certo allineamento politico tra i due organi e prevenire crisi di governo.

Ciascuna camera elegge tra i propri membri il presidente che nei parlamenti dei paesi anglosassoni, in particolar modo nelle camere basse, è di solito denominato speaker (portavoce). Per l'elezione del presidente è usualmente richiesta una maggioranza qualificata, a sottolineare l'imparzialità che connota il suo ruolo. In molti ordinamenti - ma non in quelli anglosassoni - il presidente è affiancato da vicepresidenti ed eventualmente da segretari e, in alcuni ordinamenti, tra cui quello francese e quello italiano, da questori, anch'essi eletti dalla camera tra i propri membri, che assieme al presidente costituiscono un organo collegiale, l'ufficio di presidenza o praesidium.

Nelle camere non elettive il presidente di solito non è eletto dai membri ma nominato dal capo dello stato. Negli Stati Uniti, così come in altre repubbliche presidenziali, soprattutto latinoamericane, che hanno seguito il modello statunitense, presidente di diritto della camera alta è il vicepresidente della repubblica o, a livello statale, il luogotenente governatore.

Il presidente convoca le sedute della camera e ne dirige lo svolgimento, anche con poteri disciplinari e di polizia, assicurando, in particolare, l'ordinato svolgimento dei dibattiti e delle votazioni, di cui proclama il risultato. Tali funzioni dovrebbero essere svolte in modo imparziale nei confronti di maggioranza e opposizione, a prescindere dalla parte politica nella quale il presidente si riconosce; di fatto, mentre in certi sistemi (ad esempio quello britannico) è richiesta al presidente una rigorosa imparzialità, in altri (come quello statunitense) gli è concesso un ruolo più partigiano.

Dal presidente dipendono gli uffici che supportano il funzionamento della camera, separati dalla pubblica amministrazione e diretti da un alto funzionario che nei paesi anglosassoni è usualmente denominato clerk mentre altrove è per lo più denominato segretario generale.

In vari ordinamenti il presidente, oltre alle funzioni quale organo interno della camera, ne ha altre proprie, ad esempio quella di nominare i titolari di alcuni organi di cui si vuole assicurare l'imparzialità (come le autorità indipendenti). Negli ordinamenti repubblicani i presidenti delle camere hanno funzioni vicarie del presidente della repubblica in mancanza del vicepresidente; in questo caso, se il parlamento è bicamerale, primo in ordine di successione è di solito il presidente della camera alta.

Le commissioni hanno un'organizzazione interna analoga a quella della camera, con un proprio presidente, eventualmente affiancato da un ufficio di presidenza, e possono essere a loro volta articolate in sottocommissioni.

Ciascuna camera si articola in gruppi secondo l'appartenenza partitica dei suoi membri: normalmente tutti i parlamentari che appartengono ad un determinato partito costituiscono un gruppo, sicché questo è la proiezione del partito nel parlamento (il cosiddetto parlamentary party dei sistemi anglosassoni). Può anche accadere che più partiti costituiscono un gruppo unico, di solito nell'ambito di una coalizione o come passo verso la fusione.

In molti parlamenti i gruppi hanno una disciplina ufficiale; un'eccezione è rappresentata dai parlamenti anglosassoni, dove i gruppi, pur avendo una rilevanza politica non inferiore a quella di altri parlamenti, non sono ufficialmente previsti dalle norme che disciplinano l'organizzazione e il funzionamento delle camere. Dove i gruppi hanno un ruolo ufficiale è di solito previsto un numero minimo di membri per la loro costituzione; i parlamentari che, per questo motivo, non riescono a costituire un gruppo o che, comunque, non aderiscano ad alcun gruppo, vanno a costituire il gruppo misto.

In certi paesi, tra cui quelli anglosassoni e quelli scandinavi, il ruolo di leader del partito coincide con quello di leader del suo gruppo parlamentare (della camera bassa, se il parlamento è bicamerale), tanto che, spesso, viene eletto da quest'ultimo. Altrove, invece, il gruppo parlamentare elegge un proprio leader (capogruppo o presidente) distinto dal leader del partito.

La funzione legislativa è quella che più tradizionalmente viene associata al parlamento e consiste nella produzione di norme giuridiche generali ed astratte, che vanno a costituire l'ordinamento giuridico, attraverso un apposito atto normativo, la legge,. Tuttavia in certi casi il parlamento esercita funzioni non normative (ad esempio, amministrative) con atti aventi forma di legge: si è di fronte allora a leggi meramente formali, poiché questi atti della legge hanno la forma (e la forza) ma non il contenuto (esempio tipico di legge meramente formale è, in molti ordinamenti, tra i quali quello italiano, la legge di approvazione del bilancio dello stato).

In tutti gli ordinamenti le leggi possono essere proposte dai singoli membri della camera o, in qualche caso, da un certo numero di essi. In molti ordinamenti - con la notevole eccezione degli Stati Uniti e di altre repubbliche presidenziali - le leggi possono inoltre essere proposte dal governo (in alcuni ordinamenti, tra cui quello italiano, con l'autorizzazione del capo dello stato): anzi, laddove la maggioranza parlamentare sostiene il governo, come avviene necessariamente nei sistemi parlamentari, gran parte delle leggi approvate dal parlamento è d'iniziativa governativa. Oltre quelli citati possono esserci altri soggetti cui è attribuita l'iniziativa legislativa, secondo scelte alquanto variabili da ordinamento ad ordinamento: un certo numero di elettori (iniziativa popolare), gli stati o le regioni oppure un certo numero di essi nei sistemi federali o regionali, organi di rappresentanza delle forze economiche e sociali (quale il CNEL italiano) ecc.

I parlamenti monocamerali non impiegano molto a formulare una legge ed approvarla poiché il tutto si svolge all'interno di una sola Camera. Nei parlamenti con il bicameralismo perfetto, invece, la proposta di legge viene sottoposta a modifiche e votazioni in entrambe le Camere, che, se non trovano un accordo, generalmente convocano una Commissione congiunta con membri di entrambe le Camere a discutere sulla legge per trovare un accordo. Il testo della Commissione viene presentato a una delle due Camere per la votazione e l'invio alla seconda Camera. I parlamenti con bicameralismo imperfetto la situazione varia da ordinamento a ordinamento, in Francia, l'Assemblea Nazionale ha il potere di pronunciarsi definitivamente su un testo di legge, anche senza l'approvazione del Senato. In Germania invece, il Bundestag ha più o meno le funzioni della Camera dei Comuni britannica. Il Bundestag infatti, ha quasi tutto il potere legislativo, che però, a differenza dell'ordinamento britannico, può essere ostacolato dal Bundesrat. Inoltre, alcuni determinati tipi di legge (amministrazione del territorio, controllo di determinati fiumi ecc..) hanno bisogno dell'approvazione di entrambe le Camere. Le leggi passano dal Presidente che può decidere di inviarle nuovamente al Parlamento per una nuova discussione. Nei sistemi parlamentari, se la legge non è stata modificata, il Presidente è obbligato a firmarla, in quelli presidenziali che seguono il modello americano, il Presidente è obbligato a firmarla solo se a maggioranza dei due terzi ad entrambe le Camere.

Negli ordinamenti a costituzione rigida le leggi sono subordinate, nella gerarchia delle fonti del diritto, alla costituzione e alle leggi che la modificano o integrano (leggi costituzionali). Mentre la costituzione è di solito adottata da un organo ad hoc, l'assemblea costituente, le leggi costituzionali sono di solito approvarte dal parlamento con una procedura aggravata rispetto a quella prevista per le leggi ordinarie. Negli ordinamenti a costituzione flessibile, invece, la costituzione è posta allo stesso rango delle leggi, sicché può sempre essere modificata o integrata da queste.

In alcuni ordinamenti (ad esempio in Francia e Spagna) esiste inoltre una fonte di tipo legislativo (legge organica) adottata dal parlamento con procedura aggravata che ha rango gerarchico superiore alla legge ma subordinato alla costitituzione e alle leggi costituzionali, alla quale sono riservate determinate materie.

Le leggi costituzionali ed organiche sono adottate secondo procedure analoghe a quelle delle leggi ordinarie, salvi gli aggravamenti previsti dalla costituzione che possono consistere, ad esempio, nella necessità di una maggioranza qualificata (quale quella dei 2/3 o dei 3/4) per l'approvazione oppure di una doppia approvazione.

Va notato che, anche nei sistemi a bicameralismo imperfetto, alle due camere sono generalmente riconosciuti uguali poteri quando si tratta di approvare leggi costituzionali od organiche.

Ciascuna camera approva il proprio regolamento, un atto normativo con il quale disciplina la propria organizzazione interna e il proprio funzionamento. Tali regolamenti, a differenza degli omonimi atti adottati dal potere esecutivo, non sono, nella maggioranza degli ordinamenti, subordinati alle leggi nella gerarchia delle fonti del diritto ma posti sullo stesso piano: i rapporti tra legge e regolamento parlamentare non sono, quindi, regolati dal principio di gerarchia ma da quello di competenza, nel senso che la legge non può invadere la sfera di competenza specificamente attribuita al regolamento e quest'ultimo non può disciplinare materie che fuoriescano da tale sfera. In alcuni ordinamenti, ad esempio quello francese, i regolamenti parlamentari sono invece subordinati alla legge.

Generalmente le camere hanno specifiche commissioni incaricate di sottoporre all'assemblea i regolamenti da approvare e le eventuali modifiche agli stessi, nonché della loro interpretazione.

In tutti i sistemi democratici il parlamento svolge funzioni di indirizzo politico la cui incisività, tuttavia, varia con la forma di governo adottata: i sistemi parlamentari e semi-presidenziali, infatti, sono caratterizzati dal rapporto fiduciario esistente tra governo e parlamento, mentre nella repubblica presidenziale e nella monarchia costituzionale tale rapporto non sussiste. Oltre al rapporto fiduciario con il governo in tutti i sistemi, compresi quelli presidenziali, il parlamento dispone di una serie di strumenti per incidere sull'indirizzo politico: tra questi rientra la stessa funzione legislativa, visto che la legge, nello stato di diritto, ispirato al principio di legalità, può vincolare l'attività degli altri poteri dello stato. Anche i poteri di controllo sul governo, di cui dispongono tutti i parlamenti democratici, possono essere considerati uno strumento attraverso il quale il parlamento partecipa alla definizione dell'indirizzo politico.

Nei sistemi parlamentari e semipresidenziali il governo deve avere la fiducia del parlamento. In alcuni ordinamenti (tra cui quello italiano) questo comporta che il primo ministro, nominato dal capo dello stato, deve sottoporre il proprio programma di governo al voto di fiducia del parlamento e, nel caso non lo ottenga, si deve dimettere. In molti altri ordinamenti, invece, la fiducia al momento della nomina è presunta, sicché non è necessario un voto di fiducia preliminare; in altri ancora, infine, il voto di fiducia è sostituito da un voto d'investitura del parlamento prima della nomina da parte del capo dello stato o, addirittura, è prevista l'elezione del primo ministro da parte del parlamento.

In tutti i sistemi parlamentari e semi-presidenziali il venir meno della fiducia del parlamento, che si manifesta nel voto di sfiducia (o, più esattamente, nel voto favorevole su di una mozione di sfiducia proposta da membri del parlamento o nel voto sfavorevole su una questione di fiducia posta dallo stesso governo) comporta l'obbligo di dimissioni del governo (la cosiddetta crisi di governo). Va aggiunto che di solito il governo si dimette già nel momento in cui, essendo venuto a mancare l'appoggio di uno o più partiti della sua coalizione, ritiene di aver perso la maggioranza in parlamento, evitando così di sottoporsi al voto di sfiducia (si parla, in questo caso, di crisi di governo extraparlamentare).

In alcuni ordinamenti (ad esempio quello tedesco), il rapporto di fiducia intercorre tra primo ministro e parlamento mentre in altri, più numerosi (ad esempio quello italiano), intercorre tra l'intero governo e il parlamento: la prima soluzione, ovviamente, tende ad accentuare la posizione di preminenza del primo ministro, poiché in questo modo i ministri dipendono direttamente solo da lui; la seconda soluzione, invece, accentua la collegialità del governo. Un'altra variabile riguarda quali camere nei parlamenti bicamerali sono coinvolte nel rapporto fiduciario: in alcuni ordinamenti (ad esempio quello britannico) è richiesta la fiducia della sola camera bassa, in altri (ad esempio quello italiano) la fiducia di entrambe le camere.

La necessità che il primo ministro abbia la fiducia del parlamento limita considerevolmente l'effettivo margine di scelta del capo dello stato al momento della nomina. In particolare, nei sistemi bipartitici o bipolari il capo dello stato non può far altro che nominare primo ministro il leader del partito o della coalizione che, avendo vinto le elezioni, ha la maggioranza in parlamento. Nei sistemi multipartitici, invece, il capo dello stato mantiene un più ampio margine di scelta, soprattutto quando non si delinea in parlamento una coalizione di maggioranza in grado di sostenere il governo.

In alcuni sistemi (tipicamente quelli che seguono il cosiddetto sistema Westminster) il primo ministro, come del resto gli altri ministri, deve essere membro del parlamento; in altri (tra i quali quello italiano) può esserlo o meno, ma di fatto normalmente lo è; infine, in alcuni sistemi (tra i quali quello francese e molte altre repubbliche semi-presidenziali) il primo ministro non può essere membro del parlamento e, se lo è, deve dimettersi al momento della nomina.

Autorizzazioni alla ratifica dei trattati internazionali.

Per la parte superiore



Parlamento europeo

Il logo del Parlamento Europeo

Il Parlamento europeo è l'assemblea parlamentare dell'Unione europea, l'unica sua istituzione ad essere eletta direttamente dagli europei. Insieme al Consiglio dell'Unione europea, costituisce una delle due camere che esercitano il potere legislativo nell'Unione. Tuttavia, i loro poteri non sono identici (c.d. bicameralismo imperfetto), e devono convivere coi poteri che il Trattato riserva agli Stati membri. Il Parlamento ha la propria sede ufficiale a Strasburgo, ove avvengono quasi tutte le sessioni plenarie, ma si riunisce anche a Bruxelles e in Lussemburgo. Per numero di votanti, più di 342 milioni, esso è la seconda più grande assemblea parlamentare al mondo tra quelle scelte tramite elezioni democratiche, dopo la Camera del Popolo dell'India. Ogni cinque anni a partire dal 1979, si tengono le elezioni contemporaneamente in tutti gli Stati membri per eleggere gli eurodeputati, attualmente 785 che rappresentano circa 492 milioni di abitanti. I nuovi Stati membri che entrano a far parte dell'Unione europea nel corso della legislatura, eleggono i loro deputati, il cui mandato termina alla fine della stessa, o tramite nomina parlamentare oppure tramite apposite elezioni popolari. Le settime elezioni del Parlamento europeo si terranno nel giugno 2009.

Nasce in origine come Assemblea Comune della CECA il 10 settembre 1952 con sede a Strasburgo. Conta 78 membri indicati dai governi degli allora 6 stati membri, previa consultazione dei rispettivi parlamenti nazionali.

Il 19 marzo 1958, a seguito dei Trattati di Roma dell'anno prima, nasce l'Assemblea Parlamentare Europea, sempre con sede a Strasburgo, ma allargata a 142 membri eletti con le stesse modalità della precedente Assemblea della CECA.

Il 30 marzo 1962 l'Assemblea muta nome in Parlamento Europeo che dal 1º gennaio 1973 lievitò a 198 membri per l'entrata di Danimarca, Regno Unito e Irlanda.

Il 20 settembre 1976 il Consiglio Europeo decide a Bruxelles di rendere il Parlamento Europeo eleggibile a suffragio universale diretto. Il testo entra in vigore il 1º luglio 1978 e le prime elezioni vengono celebrate nel giugno 1979. I membri passarono a quota 410.

I membri dell'Europarlamento passeranno poi a 434 (1984), 518 (1989), 567 (1994), 626 (1995), 732 (2004), 785 (2007). Per il 2009 è prevista una riduzione a 736 membri.

Il Parlamento europeo esercita tre poteri fondamentali: il potere legislativo, il potere di bilancio e il potere di controllo democratico.

Parlamento europeo e Consiglio dei ministri approvano congiuntamente le leggi proposte dalla Commissione europea. Benché ufficialmente il potere di iniziativa legislativa spetti alla Commissione, il Parlamento europeo può comunque chiedere alla Commissione di presentare adeguate proposte legislative mediante raccomandazioni. In questo modo, il Parlamento può esercitare il suo potere politico di impulso legislativo.

Il potere legislativo del Parlamento europeo è limitato rispetto a quello dei Parlamenti degli Stati membri, e non rispetta la separazione fra poteri. L'iniziativa legislativa spetta alla Commissione, il Parlamento Europeo deve comunque essere consultato sui provvedimenti legislativi più importanti. Fino al 1987 ovvero precedentemente l'AUE, la legislazione di competenza del PE era soggetta alla sola procedura di consultazione. Con l'AUE sono state create due nuove procedure: la procedura di cooperazione e la procedura di parere conforme. Il Trattato di Maastricht ne ha aggiunto una terza, la procedura di codecisione, quella che offre al PE i poteri decisionali più ampi.

Nell’esercizio del suo potere di bilancio, il Parlamento europeo ogni anno, a dicembre, stabilisce il bilancio dell'anno successivo. Il progetto di bilancio, presentato dalla Commissione, viene esaminato congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio ma il Parlamento ha anche la facoltà di respingere, per importanti motivi, il progetto. Il PE ha inoltre il diritto di proporre modifiche alla spesa obbligatoria e il diritto di proporre emendamenti alla spesa non obbligatoria del Bilancio.

In questo caso, la procedura di bilancio deve ricominciare da capo. Il Parlamento europeo esercita inoltre un controllo democratico sull'attività comunitaria, soprattutto tramite l'istituzione di temporanee commissioni d'inchiesta.

Il Parlamento ha inoltre il compito di votare la fiducia alla Commissione nel suo insieme, dopo aver ascoltato le audizioni dei singoli commissari designati, e può quindi esercitare un'eventuale "mozione di censura" verso la Commissione, che viene ridisegnata e sottoposta a nuova votazione. Qualunque nuova adesione di uno stato all'Unione europea, nonché la maggior parte degli accordi internazionali, deve ricevere l’approvazione del Parlamento.

Il Parlamento europeo ha fatto valere questi poteri in diverse occasioni. Per esempio, nel marzo 1999 la Commissione guidata da Jacques Santer fu costretta alle dimissioni, quando fu chiaro che le mancava la fiducia del Parlamento per la gestione del bilancio comunitario.

1-esercitare il controllo politico della commissione- può votare mozioni di censura e proporre interrogazioni scritte e orali; 2-esaminare le proposte della commissione- e partecipare al consiglio dell'unione europea; 3-insieme al consiglio dell'unione europea può approvare il bilancio annuale politico sulla comunità; 4-nominare un mediatore- che ha il compito di ricevere i reclami dei cittadini dell'unione; 5-istituire commissioni temporanee d'inchiesta.

Il Parlamento europeo si riunisce e delibera in sedute aperte al pubblico. Tutte le sue risoluzioni e discussioni sono pubblicate sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea. I deputati europei si riuniscono in seduta plenaria una settimana al mese (tornata) nella sede di Strasburgo. Alcune tornate supplementari di due giorni si svolgono a Bruxelles. Gli eurodeputati si avvalgono della collaborazione del Segretariato generale del Parlamento e degli assistenti parlamentari. Il Segretariato generale del Parlamento ha sede a Lussemburgo. Due settimane al mese sono invece riservate alle riunioni delle commissioni parlamentari che si tengono a Bruxelles. La settimana restante è dedicata alle riunioni dei singoli gruppi politici. La maggior parte dei deputati è iscritta ad un gruppo politico: prima del voto della plenaria sulle relazioni preparate dalle commissioni parlamentari, i gruppi politici ne esaminano il contenuto e spesso presentano emendamenti. Le venti commissioni parlamentari preparano i lavori delle tornate del Parlamento. Le commissioni elaborano e approvano relazioni sulle proposte legislative e relazioni di iniziativa.

I partiti politici nel Parlamento europeo sono organizzati in gruppi parlamentari.

Dal 1993 un cittadino europeo ha diritto di votare e di candidarsi alle elezioni europee e municipali in uno stato membro diverso da quello di origine (ex art 18, comma 2 del Trattato di Maastricht).

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Parlamento francese (antico)

Lit de justice del re Carlo VII al parlamento di Parigi, nel 1450

Un parlamento era una Corte sovrana – corte superiore a partire dal 1661 – sotto l'Ancien Régime. I parlamenti possedevano anche dei poteri politici ed amministrativi.

I parlamenti funzionavano come Corti d'Appello e di Cassazione, sia in materia civile che penale, per i casi concernenti il terzo stato, ma anche come tribunale di giurisdizione speciale di prima istanza per le cause che coinvolgevano i membri della nobiltà francese.

Ciononostante questa superiorità non era assoluta, poiché il re poteva sempre avocare a sé la giurisdizione cioè togliere ad un parlamento o ad una qualsiasi corte un caso e farlo giudicare definitivamente dal suo Consiglio del re. Era comunque una procedura molto rara. In queste occasioni il parlamento aveva il diritto di rimostranza, cioè poteva emettere delle osservazioni sulla legalità nei testi che doveva registrare. Questo diritto aveva lo scopo di permettere ai parlamenti di verificare la concordanza dell'editto o dell'ordinanza con il diritto precedente, con i privilegi ed i costumi della provincia, ma anche con i principi generali del diritto. A poco a poco i parlamentari utilizzarono questo diritto per diventare un contro-potere difronte a quello monarchico. In caso di rifiuto della registrazione, il re poteva indirizzare al parlamento degli "ordini di interinazione" e, in caso di rigetto dei medesimi, di imporre la sua decisione al parlamento presiedendo lui stesso un lit de justice. La decisione regale era quindi registrata con la dizione «per espressa disposizione del re» .

Questo sistema giudiziario funzionava con un proprio personale di funzionari, cioè di agenti amministrativi proprietari della carica, che formavano la cosiddetta noblesse de robe (nobiltà di toga ), in contrapposizione alla noblesse d'epée (nobiltà di spada). Si distinguevano consiglieri e presidenti che si riunivano per i giudizi in camere diverse: la Grand-chambre per i casi più importanti, La Tournelle per i casi penali, la Chambre de la marée per le vertenze legate al commercio del pesce. Il parlamento di Parigi comprendeva anche i pari di Francia fino alla fine del XII secolo.

All'inizio del Medioevo la Corte del re (Curia Regis) assisteva il re negli affari del regno. Ma lo sviluppo del potere regale rese necessaria la separazione della Curia Regis in tre organismi distinti: il Consiglio del Re, per la politica, la Camera dei conti, per i problemi finanziari, ed il Parlamento per l'amministrazione della giustizia. Questa fu l'origine del Parlamento di Parigi, nel XIII secolo, che ebbe giurisdizione sull'intero regno fino al XV secolo. I chierici ne furono esclusi nel 1319 e l'organizzazione definitiva avvenne con ordinanza dell'11 marzo 1345. A partire dal 1422 furono creati nuovi parlamenti territoriali: quello di Tolosa, quello di Bordeaux e successivamente nei grandi feudi connessi al patrimonio della corona. In tutto, tredici parlamenti furono istituiti tra il XIII ed il XVIII secolo. I parlamenti, ed in particolare quello di Parigi, costituirono sempre un appoggio al regno di fronte al papato in difesa della Chiesa gallicana. Durante le guerre di religione essi si opposero alla Riforma tridentina in Francia, poiché questa rafforzava il potere papale. Alla fine delle guerre di religione Enrico IV istituì parlamenti a lui fedeli (quello di Parigi ebbe il suo corrispondente fedele al re in Tours). Poco a poco i parlamentari passarono dall'uno all'altro.

I diritti di registrazione e di rimostranza consentirono ai parlamenti, e principalmente a quello di Parigi, di rivendicare un potere di controllo sulla monarchia. Precisamente fu questo il caso della Fronda parlamentare fra il 1648 al 1652, quando il parlamento di Parigi rivendicò il diritto di controllare le finanze del regno, cercando così di ottenere le competenze del Parlamento inglese, una delle cui Camere, la Camera dei Comuni, era composta di membri eletti a differenza di quelli francesi, composti da funzionari le cui cariche erano ereditarie.

Nel 1673 Luigi XIV vietò ai parlamenti di effettuare qualsiasi rilievo prima della registrazione di un editto, il che mise il bavaglio ai parlamenti durante tutto il suo regno. I parlamenti risollevarono la testa dopo la sua morte, nel 1715, negoziando il loro diritto alla rimostranza con il reggente in nome di Luigi XV, principe Filippo II d'Orléans (1674 – 1723) al quale essi attribuirono, all'apertura del testamento del defunto re, i poteri che quest'ultimo, zio del reggente, aveva fortemente limitato.

A partire dal 1750 i parlamenti bloccarono le riforme del potere regio, in particolare il principio di eguaglianza di fronte al fisco. La crisi che si verificò nel corso della Guerra dei Sette Anni mise in luce per prima l'attrito fra le contrastanti esigenze esistenti in Francia, quella di Luigi XV di pretendere le prestazioni di opere gratuite e un'attenta osservanza della fiscalità regia, con gli intendenti, e la strenua difesa nobiliare delle prerogative e dei privilegi riconquistati nel 1715. Il caso emerse nel Parlamento di Rennes dove fu palese lo scontro tra l'intendente regio, il marchese d'Aguillon, ed il presidente del Parlamento Louis Renè de la Chalotais, in seguito alla pretese regia di imporre delle prestazioni d'opera gratuite, per la costruzione di una efficiente rete stradale che consentisse spostamenti più agili verso la Bretagna, lavoro per il quale il Parlamento reclamò la propria autorizzazione, come privilegio che la corona si accingeva a violare. Ma Luigi XV era ormai deciso a limitare i Parlamenti: nel 1770 il cancelliere de Maupeou, di recente nomina, avocò la questione dell'intendente d'Aguillon ed emise un lit de justice ("discorso della flagellazione") letta nel Parlamento parigino il 3 marzo 1766 con la quale iniziò l'opera di limatura dei poteri palramentari. Con l'aiuto di Maupeo il sovrano Luigi XV tolse al parlamento di Parigi ed a quelli delle province le loro attribuzioni in materia di politica e le divise fra sei Consigli superiori. Tuttavia, nel 1774 Luigi XVI, dietro consiglio di Maurepas commise l'errore di far rimettere in funzione i parlamenti, incaricando il nuovo cancelliere Lamoignon. Luigi XVI fece da allora sempre marcia indietro di fronte alla loro opposizione. Essi ebbero un ruolo importante durante la Rivoluzione francese e furono sostenuti da una parte del popolo contro il «dispotismo» regale. Impedendo ogni riforma da parte del re, spianarono la strada alla Rivoluzione della quale furono le prime vittime: dal 1790 i parlamenti furono sostituiti da giudici di nomina statale.

A fronte di ogni parlamento l'anno in cui fu istituito.

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Parlamento della Romania

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Prima delle modifiche alla Costituzione nel 2003, le due camere avevano uguali poteri. Il testo di una legge doveva essere approvato da entrambe le camere e se il testo veniva modificato, veniva istituita una commissione speciale (comisie de mediere) formata da deputati e senatori, che "negoziava" e mediava tra le due camere per formare il testo della futura legge. Il rapporto di questa commissione doveva essere poi approvato dal Parlamento in seduta plenaria. Dopo il referendum del 2003, una legge deve ancora essere approvata da entrambe le camere, ma in alcune materie, una camera è "superiore" all'altra, e viene chiamata "camera della decisione" ("cameră decizională").

Entrambe le camere hanno sede al Palazzo del Parlamento, a Bucarest.

La storia del Parlamento della Romania inizia in Valacchia, dove fu adottato un documento costituzionale, il Regolamentul Organic (Statuto organico); l'anno successivo, questo statuto fu adottato anche dalla Moldavia: la regolazione organica gettò le fondamenta per le istituzioni parlamentari nei principati rumeni.

La Convenzione di Parigi del 19 agosto 1858 e specialmente lo Statutului Dezvoltător ("Statuto di Sviluppo") di quella convenzione (che introdusse un parlamento bicamerale, fondando il Corpul Ponderator, poi chiamato Senat), adottò l'iniziativa del principe (Domnitor) Alexandru Ioan Cuza, con un plebiscito nel 1864 che allargò il principio della rappresentanza nazionale. Sotto il regime politico stabilito dalla Convenzione di Parigi, il potere legislativo andò incontro a un processo di modernizzazione, e iniziò a operare in accordo alle organizzazioni e ai modi di funzionamento dei Parlamenti dell'Europa occidentale dell'epoca. Nell'età moderna si giunse all'Unione dei Due Principati nel 1859 e con il Parlamento rumeno fu dichiarata la Dichiarazione di Indipendenza della Romania il 10 maggio 1877 e nel 1920 furono firmati i documenti di unione con la Transilvania e la Bessarabia, sotto il Trattato di Trianon, dando inizio alla Grande Romania.

Nel febbraio 1938, nella caotica situazione politica che avrebbe portato alla seconda guerra mondiale, il re Carlo II di Romania, che aveva sempre teso a sopraffare il Parlamento, impose un governo di monarchia autoritaria. Con la dittatura reale, il parlamento divenne un corpo puramente decorativo, privato dei suoi attributi essenziali.

Carlo abdicò nel settembre 1940 e lo Stato Legionario Nazionale fascista sospese il Parlamento. Lo Stato Legionario Nazionale durò meno di cinque mesi, ma fu succeduto dalla dittatura militare di Ion Antonescu, pertanto il Parlamento rimase sospeso. Dopo il 23 agosto 1944 il Parlamento fu riorganizzato come singolo corpo legislativo, e la Camera dei Deputati cambiò con la costituzione del 1948 in una Grande Assemblea Nazionale, un corpo puramente formale totalmente subordinato al potere del partito comunista rumeno.

La rivoluzione in Romania del dicembre 1989 aprì la strada ai romeni per la restaurazione di un pluralismo politico, per una democrazia elettorale che rispettasse i diritti umani e che osservasse la separazione dei poteri e la responsabilità dei governanti verso le istituzioni. Grazie alle carte firmate dal governo provvisorio rivoluzionario, la Romania è tornata ad essere un sistema parlamentare bicamerale, e tutti questi cambiamenti si possono trovare nella nuova Costituzione approvata con un referendum nel 1991.

In più di un decennio di transizione post-comunista, la Camera dei Deputati e il Senato hanno adottato numerose leggi e regolamenti atti alla riforma dell'intera società su base democratica, garantendo il rispetto dei diritti umani fondamentali, promuovendo la riforma e la privatizzazione, consolidando il mercato economico: tutto questo ha portato all'integrazione della Romania all'interno della NATO e dell'Unione Europea, dove è entrata il 1º gennaio 2007.

Prima delle modifiche alla Costituzione nel 2003, le due camere avevano uguali poteri. Il testo di una legge doveva essere approvato da entrambe le camere e se il testo veniva modificato, veniva istituita una commissione speciale (comisie de mediere) formata da deputati e senatori, che "negoziava" e mediava tra le due camere per formare il testo della futura legge. Il rapporto di questa commissione doveva essere poi approvato dal Parlamento in seduta plenaria. Questa procedura alla francese si dimostrò estremamente lunga e inefficiente, rispetto alle aspirazioni della Romania alla democrazia. Dopo il referendum del 2003, una legge deve ancora essere approvata da entrambe le camere, ma in alcune materie, una camera è "superiore" all'altra, e viene chiamata "camera della decisione" ("cameră decizională"). Il Senato è anche detto camera alta, mentre la Camera dei Deputati è detta camera bassa.

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Source : Wikipedia