Papilloma virus

3.4109720885367 (1039)
Inviato da david 30/03/2009 @ 16:12

Tags : papilloma virus, virus, epidemie, salute

ultime notizie
L'Asp non effettua la vaccinazione anti-papilloma virus - LameziaWeb.biz
Lamezia Terme - In tutta la provincia di Catanzaro non viene effettuata ancora oggi (unico caso in Calabria ed in Italia) la vaccinazione anti-papilloma virus (Hpv). La denuncia, contenuta in una nota a firma del segretario provinciale della...
PARTICOLARE RIFERIMENTO E' STATO FATTO ALLA CAMPAGNA CONTRO IL ... - Cuneocronaca.it
Condotti dal direttore Giuseppe Grosso i quattro medici hanno parlato di vaccinazioni, con particolare riferimento alla campagna contro il “papilloma virus” lanciata dall'Asl lo scorso autunno. Ampio spazio è stato dedicato alla discussione di questo...
Hpv: test e vaccino, accoppiata vincente - Humanitas Salute
La parola ad Harald zur Hausen, che ha vinto il premio Nobel 2008 per la medicina per aver scoperto il legame tra il papilloma virus e il cancro. Il test per verificare l'infezione da Papilloma virus (Hpv), che causa tumori al collo dell'utero,...
SALUTE/SICILIA: AGGIUDICATA GARA VACCINO HPV, COSTERA' 43,55 EURO - Asca
(ASCA) - Palermo, 14 mag - Solo 43 euro e 45 centesimi, per ogni dose di vaccino contro il papilloma virus. E' questo il nuovo prezzo che la Regione siciliana paghera' alla Sanofi Pasteur dopo che oggi si e' proceduto alla aggiudicazione della gara a...
Proteggersi dal "papilloma virus" Il primo passo è la prevenzione - Il Giornale di Ragusa
Modica - “Come proteggersi dalle infezioni da Papillomavirus, responsabile del cancro del collo dell'utero” è stato il tema della conferenza informativa che si è tenuta ieri pomeriggio, a palazzo della cultura a Modica. Un tema importante che non tutti...
I tumori aumentano, la mortalità cala. Ecco come cambia il nemico ... - Gente Veneta
... dei virus, di cui si comincia a capire l'incidenza sempre più importante nella genesi della malattia; si è scoperto, per esempio, che anche i tumori della faringe, e non solo quelli del collo dell'utero, possono essere causati dal papilloma virus....
Monterosso Almo, alle scuole medie incontro sulla prevenzione del ... - Il Giornale di Ragusa
Monterosso – Interessante incontro sulla conoscenza e la prevenzione del tumore al collo dell'utero mediante vaccinazione anti papilloma virus quello svoltosi presso la Scuola Media dell'Istituto Comprensivo “M. Teresa di Calcutta” diretto dal prof....
Si vaccinano per l'HPV se lo consiglia la mamma - Sanihelp.it
Sanihelp.it - Si vaccinano più volentieri e più consapevolmente per il virus HPV le ragazze che hanno mamme interessate e sensibili al tema della prevenzione del cancro alla cervice: è quanto sostiene uno studio condotto presso il Kaiser Permanente di...
SALUTE: ALLA ROME RACE FOR THE CURE ANCHE TEST TUMORE COLLO UTERO - Asca
Il 16 maggio, dalle 9 alle 18, al Villaggio della Prevenzione sara' possibile effettuare gratuitamente il Test Hpv. L'ASL RM G mettera' a disposizione due camper: uno per la prevenzione del tumore del seno e uno, appunto, per lo screening con Test Hpv....
PAPILLOMA: MESSO A PUNTO TEST PER PREVENZIONE E DIAGNOSI PIÙ ACCURATA - Farmacia.it
FULL PAP test è il nuovo esame messo a punto dal Centro Analisi A.Fleming di Brescia, che associa in modo innovativo, il pap-test in fase liquida, il test molecolare per individuare il papilloma virus, causa del carcinoma del collo dell'utero,...

Oncoproteine del Papilloma Virus Umano

Le principali oncoproteine del Papilloma Virus umano (HPV) sono E6 ed E7 (sono acronime di early 6 e 7, vengono dette così perché vengo prodotte durante tutto il ciclo virale, immediatamente dopo l'infezione).

Esse servono si legano e inibiscono il retinoblastoma (una proteina che regola il numero di divisioni cellulari), causando mitosi cellulari incontrollate e cancro.

L'oncoproteina E7 è una piccola proteina idrosolubile di soltanto 98 amminoacidi, questo fa si che scatena scarse risposte immunitarie, per essere utilizzata come aptene fuso con una proteina più grande.

Siccome vengono prodotte durante tutto il ciclo virale vengono utilizzate come antigeni per vaccini terapeutici, cioè per persone che hanno già in atto infezioni di HPV.

Per la parte superiore



Virus del papilloma umano

Modello 3D del Virus del papilloma

Il papilloma virus umano o HPV (acronimo di Human Papilloma Virus) è un virus appartenente al gruppo dei papovavirus, è un virus nudo, quindi senza pericapside, dotato di genoma a DNA circolare a doppio filamento. Appena entrato dentro le cellule fa esprimere alcuni geni detti "early" (indicati con la lettera E) che servono a modificare il metabolismo della cellula infettata per metterlo al servizio dell'HPV, il quale poco prima della fuoriuscita dalla cellula fa sintetizzare altre proteine dette "late" (indicate con la lettera L) che sono in particolare due proteine strutturali, che associandosi tra loro formano la struttura icosaedrica del capside virale (formato da 72 capsomeri). Le infezioni da HPV sono estremamente diffuse e possono causare malattie della pelle e delle mucose.

Le proteine precoci del virus hanno lo scopo di favorire la crescita e la divisione della cellula; HPV può infatti replicare solo nelle cellule in replicazione, in quanto non codifica per una sua DNA polimerasi e ha bisogno della polimerasi della cellula ospite (che viene sintetizzata nelle cellule in attiva divisione). Le cellule bersaglio del virus sono per questo gli epiteli della cute e delle mucose, che si rigenerano in continuazione. A seconda del luogo dell'infezione si avranno dunque verruche nella cute e papillomi nelle mucose. La patogenesi è dunque la crescita cellulare indotta dal virus negli strati basale e spinoso degli epiteli.

Si conoscono oltre 100 tipi di HPV, dei quali la maggior parte causa malattie non gravi, quali ad esempio le verruche cutanee. Alcuni tipi di HPV possono tuttavia causare tumori benigni quale il condiloma genitale e anche maligni quale il cancro al collo dell'utero, al cavo orale, all'ano, all'esofago , alla laringe . I condilomi, generalmente provocate dal virus HPV, sono dell'escrescenze della pelle di tipo verrucoso che colpiscono di preferenza le zone genitali, sia nel maschio (glande, meno frequentemente sotto il prepuzio, corpo del pene e scroto) sia nella femmina (perineo, vulva, vagina e cervice uterina).

Tutti i tumori del collo dell'utero sono causati dall'HPV. I tipi di virus del papilloma umano possono venir suddivisi in HPV a basso rischio che attacano la cute (6, 11, 42, 43, 44) e HPV ad alto rischio che attaccano le mucose(16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 68). Si calcola che oltre il 70% delle donne contragga un'infezione genitale da HPV nel corso della propria vita, ma la grande maggioranza di queste infezioni é destinata a scomparire spontaneamente nel corso di pochi mesi grazie al loro sistema immunitario. Solo in caso di persistenza nel tempo di infezioni di HPV ad alto rischio oncogenico è possibile, in una minoranza dei casi e nel corso di parecchi anni, lo sviluppo di un tumore maligno del collo uterino.

I tipi pericolosi di HPV (16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 68) si differenziano da quelli innocui (6, 11, 42, 43, 44) sia in base al sito di azione (i primi attaccano le mucose e i secondi la cute) sia in base ad alcune mutazioni dell'oncoproteina E7 (early 7). Questa differente pericolosità è dovuta al fatto che le mucose sono molto più sensibili della pelle alle infezioni di HPV perché la minore robustezza delle membrane cellulari delle cellule delle mucose facilita l'ingresso dei virus all'interno delle stesse, ed in più le oncoproteine E7 dei Papilloma Virus pericolosi hanno delle mutazioni amminoacidiche che permettono un legame e un'inibizione migliore del retinoblastoma rispetto agli E7 dei tipi non pericolosi. Ad esempio la differenza amminoacidica principale tra l'E7 dell'HPV 16 (pericoloso) e 6 (non pericoloso) è un acido aspartico in posizione 21 presente nel primo invece di una glicina presente nel secondo, questa sola differenza da sola fa si che la prima proteina abbia una capacità ligante (e quindi di causare il cancro) del 41% superiore alla seconda .

Una volta che l'HPV è entrato dentro la cellula fa sintetizzare alla cellula infettata due proteine chiamate E6 e E7, che si legano e inibiscono la RB protein (una proteina che serve a regolare le mitosi cellulari), il che causa divisioni cellulari incontrollate. Si pensa che questi cambiamenti fisiologici che vengono dati alle cellule infettate servano al virus per diffondersi meglio.

Gli HPV si contraggono tramite contatto diretto (sessuale, orale e cutaneo). Non sono presenti in liquidi biologici quali sangue o sperma. Il rischio di contrarre una infezione da HPV aumenta con il numero dei partner sessuali, ed é massimo nell'età più giovanile (20-35 anni). Il virus è più frequentemente trovato tra le popolazione promiscue e in condizioni precarie di igiene. L'uso del profilattico non pare avere azione protettiva completa in quanto l'infezione è spesso diffusa anche alla cute della vulva e perineo.

L'infezione da HPV è asintomatica nella maggior parte dei casi. In alcuni casi, si può invece manifestare con condilomi in sede genitale (pene e vulva, perineo). Le lesioni da HPV del collo uterino possono essere riconosciute mediante il Pap test, la colposcopia o tecniche di patologia molecolare, e le lesioni del pene mediante la penescopia.

Come in molte infezioni virali, la terapia dell'HPV é spesso problematica. Poiché tuttavia la maggior parte delle infezioni da HPV regredisce spontaneamente, solo una minoranza dei casi richiederà un trattamento. Nei casi di infezione persistente del collo uterino, non esistono attualmente trattamenti non invasivi di elevata efficacia. Nel caso l'infezione sia associata a modificazioni precancerose dell'epitelio, possono essere prese in considerazione la laserterapia o la conizzazione. Per la rimozione dei condilomi acuminati della vulva, pene o perineo si può ricorrere al laser, all'elettrocoaugulazione, alla crioterapia o ad applicazioni di podofillina.

Ogni anno, in Italia, sono circa 3.500 le donne che si ammalano di cancro del collo dell’utero. Quasi la metà muore. Nel Mondo ogni anno 400.000 donne si ammalano e la metà di loro muore. Si stima che il 75% della popolazione entri in contatto con il virus almeno una volta durante la sua vita.

Nel caso dell'HPV ci sono due strategie vaccinative: preventiva e terapeutica. La prima si interessa di prevenire l'insorgenza delle infezioni, la seconda (ancora a un livello sperimentale) di curarle una volta che queste sono già in atto.

Per quanto riguarda la prima strategia è già presente sul mercato, e viene distribuito gratuitamente alle ragazze di età inferiore ai 12 anni, un vaccino transgenico contenente due proteine del capside virale degli HPV 16 e 18 (responsabili del 70 % dei tumori al collo dell'utero), si tratta quindi di involucri proteici (L1 e L2) detti PLV (particles like viruses) ossia particelle simili ai virus, ovviamente è un vaccino assolutamente sicuro perché completamente privo di virus veri e propri, ha un'efficacia pressocchè totale nell'impedire l'infezione di HPV 16 e 18, tuttavia è inefficace nel curare le infezioni già in atto dei suddetti virus, perché le proteine L1 e L2 sono prodotte solo in una piccola frazione di tempo dell'infezione (quando il virus passa da una cellula uccisa all'altra).

Secondo recenti studi il virus del papilloma umano potrebbe avere un ruolo nella patogenesi di diverse malattie croniche infiammatorie e autoimmuni, tra cui la sclerosi multipla, la sindrome di Kawasaki, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide.

Per la parte superiore



Organismo geneticamente modificato

GloFish®, pesci d'acquario resi fosforescenti tramite transgenesi. Sono i primi animali da compagnia GM.

Un organismo geneticamente modificato (OGM) è un essere vivente che possiede un patrimonio genetico modificato tramite tecniche di ingegneria genetica, che consentono l'aggiunta, l'eliminazione o la modifica di elementi genici.

Con il termine Organismo Geneticamente Modificato si intendono soltanto gli organismi in cui parte del genoma sia stato modificato tramite le moderne tecniche di ingegneria genetica. Non sono considerati "organismi geneticamente modificati" tutti quegli organismi il cui patrimonio genetico viene modificato a seguito di processi spontanei (modificazioni e trasferimento di materiale genetico avvengono infatti in natura in molteplici occasioni e tali processi sono all'origine della diversità della vita sulla terra), o indotti dall'uomo tramite altre tecniche che non sono incluse nella definizione data dalla normativa di riferimento (ad esempio con radiazioni ionizzanti o mutageni chimici).

Gli OGM vengono spesso indicati come organismi transgenici: i due termini non sono sinonimi in quanto il termine transgenesi si riferisce all'inserimento, nel genoma di un dato organismo, di geni provenienti da un organismo di specie diversa. Sono invece definiti OGM anche quegli organismi che risultano da modificazioni che non prevedono l'inserimento di alcun gene (es. sono OGM anche gli organismi dal cui genoma sono stati tolti dei geni), così come gli organismi in cui il materiale genetico inserito proviene da un organismo "donatore" della stessa specie. In questo secondo caso alcuni studiosi parlano di organismi cisgenici.

Sono esclusi dalla definizione gli organismi ottenuti per mutagenesi o fusione cellulare di cellule vegetali di organismi che possono scambiare materiale genetico anche con metodi di riproduzione tradizionali, a condizione che non comportino l'impiego di molecole di acido nucleico ricombinante.

La modificazione del genoma degli esseri viventi da parte dell'uomo è una pratica antichissima. Essa può essere fatta risalire a circa 14.000 anni fa con l'addomesticamento del cane. Le modificazioni genetiche indotte in tal modo sono state però in larga parte inconsapevoli ed è solo a partire dalla prima metà del 1900 che l'uomo ha preso coscienza dell'effetto a livello genetico indotto dai propri programmi di selezione.

I metodi utilizzati tradizionalmente per modificare il patrimonio genetico degli esseri viventi sono essenzialmente due: la mutagenesi e l'incrocio.

La mutagenesi è un fenomeno che è strutturalmente presente, anche se a bassa frequenza, in tutti gli esseri viventi ed è basato sulle imprecisioni o gli errori di replicazione del genoma durante i processi di divisione cellulare. Le mutazioni vengono poi sottoposte a selezione o dall'ambiente o dall'uomo e se vantaggiose vengono mantenute nella popolazione. Nei programmi di miglioramento genetico, la frequenza con cui avvengono queste mutazioni viene generalmente amplificata utilizzando radiazioni o agenti chimici mutageni. Le mutazioni, che possono interessare una singola base del DNA o anche intere porzioni di cromosomi (inserzioni, traslocazioni, duplicazioni e delezioni), hanno portato nel tempo ad evidenti modifiche fenotipiche negli esseri viventi (si pensi alla diversità tra le varie razze canine). L'uomo, nei secoli, ha sfruttato la variabilità prodotta dalle mutazioni (quale ad esempio l'incapacità di perdere i semi da parte della spiga del frumento) per selezionare e costruire molte cultivar e razze animali oggi fondamentali per la sua sopravvivenza. Un esempio storico di mutazioni indotte dall'uomo ai fini del miglioramento genetico è rappresentato dalla varietà di frumento "Creso", ottenuto per irradiazione dall'ENEA. Esso è stato negli anni ottanta una delle varietà di punta per la produzione di pasta (circa 1 spaghetto su 4) ed è oggi uno dei genitori delle attuali varietà commerciali. Un altro esempio è dato dalla differenza tra mais giallo e mais bianco che è riconducibile alla mutazione di un singolo gene.

L'incrocio è invece una tecnica che permette di unire le caratteristiche presenti in due individui diversi, anche non appartenenti alla medesima specie, grazie al rimescolamento dei loro genomi sfruttando la riproduzione sessuale. In tal modo sono stati prodotti il mulo o il bardotto, ma anche gli ibridi oggi utilizzati per le produzioni animali e vegetali. Il vantaggio di tale tecnica è la possibilità, una volta identificata fenotipicamente una caratteristica di interesse in una razza o in una varietà (ad esempio la resistenza ad una malattia), di trasferirla in un'altra attraverso incroci mirati.

La differenza sostanziale tra queste due tecniche di miglioramento genetico e l'ingegneria genetica (alla base dello sviluppo degli OGM) sta nella modalità con cui l'uomo induce le modificazioni genetiche. Nel caso della mutazione o dell'incrocio viene infatti effettuata una selezione fenotipica, in base a caratteristiche visibili, all'interno di popolazioni molto grandi (alcune decine di migliaia nelle piante e alcune centinaia negli animali).

Nell'ingegneria genetica invece è possibile "progettare" deterministicamente la modifica genetica da effettuare. Inoltre, una volta ottenuto un certo numero di organismi geneticamente modificati, essendo questi geneticamente distinguibili dagli altri, possono venire selezionati genotipicamente, ovvero in base alle loro caratteristiche genetiche, e non più unicamente fenotipicamente come accade invece per le tecniche tradizionali, per le quali non è possibile conoscere a priori le modificazioni genetiche indotte.

Il primo OGM moderno fu ottenuto nel 1973 da. Stanley Cohen (Stanford University School of Medicine) e Herbert Boyer (University of California, San Francisco). I due ricercatori, grazie all'uso combinato delle nuove tecniche di biologia molecolare che si stavano sviluppando in diversi laboratori, come l'uso dell'enzima ligasi (1967), degli enzimi di restrizione e della trasformazione batterica (1970-72), riuscirono per primi a clonare un gene di rana all'interno del batterio Escherichia coli, dimostrando che era possibile trasferire materiale genetico da un organismo ad un altro tramite l'utilizzo di vettori plasmidici in grado di autoreplicarsi, abbattendo di fatto le barriere specie-specifiche .

Questi risultati ebbero un tale impatto da indurre la comunità scientifica ad autoimporre nel 1974 una moratoria internazionale sull'uso della tecnica del DNA ricombinante per valutare la nuova tecnologia ed i suoi possibili rischi. Quello stesso anno fu la Conferenza di Asilomar, tenutasi a Pacific Grove (California) a concludere che gli esperimenti sul DNA ricombinante potessero procedere a patto che rispettassero severe linee guida, poi redatte dai National Institutes of Health (NIH) ed accettate dalla comunità scientifica. Queste linee guida, pubblicate per la prima volta nel 1976 e successivamente aggiornate, sono tuttora seguite dai laboratori che effettuano esperimenti di trasformazione genica .

Dal 1976 ad oggi gli OGM sono passati dallo stato di mera possibilità tecnologica ad una realtà. Si sono dovuti attendere infatti solo due anni da Asilomar per avere il primo prodotto ad uso commerciale derivato da un OGM. La Genentech, fondata da Herbert Boyer, è riuscita infatti a produrre attraverso E. coli importanti proteine umane ricombinanti: la somatostatina (1977) e l'insulina (1978), il farmaco biotecnologico più noto, che è stato commercializzato a partire dal 1981. La commercializzazione dell'insulina ha segnato un cambiamento epocale per l'industria del farmaco, aprendo il settore biotecnologico (precedentemente confinato nei laboratori di ricerca) all'industrializzazione, e rivoluzionando il processo di drug discovery e lo sviluppo di nuove terapie non invasive.

Poco dopo lo sviluppo dell'insulina ricombinante, nel 1983 si ebbe negli Stati Uniti la prima battaglia sul rilascio nell'ambiente di organismi geneticamente modificati. Al centro del dibattito la sperimentazione dei cosiddetti batteri ice-minus, una variante di Pseudomonas syringae incapace di produrre la proteina di superficie che facilita la formazione dei cristalli di ghiaccio. I ricercatori della Advanced Genetic Sciencies e della University of California, Berkeley svilupparono questa variante allo scopo di introdurla nel terreno per proteggere le piante dal gelo. La richiesta di effettuare esperimenti in campo aperto con questo OGM scatenò una forte contestazione da parte degli ambientalisti. Solo dopo una battaglia legale durata tre anni, nel 1986 i batteri ice-minus furono i primi OGM ad uscire dai laboratori ed essere introdotti nell'ambiente. Pochi anni dopo si scoprì che questa variante esisteva anche in natura e l'azienda detentrice del brevetto, visto il contesto non favorevole agli OGM, decise di proseguire gli esperimenti solo sulla variante naturale. Gli ice-minus ricombinanti non vennero mai commercializzati .

Dopo più di 30 anni dalla Conferenza di Asilomar, all'alba del XXI secolo si conoscono molte delle potenzialità e dei limiti di questa tecnologia e, in molti casi, si dispone dei protocolli di gestione necessari a consentirne una applicazione in sicurezza. In particolare il Protocollo di Cartagena, ratificato nel 2000, si pone come strumento internazionale per la protezione della biodiversità dai possibili rischi derivanti dalla diffusione dei prodotti delle nuove tecnologie.

Ad oggi la tecnica del DNA ricombinante è stata utilizzata non solo per la produzione di nuovi farmaci, ma anche di enzimi per ridurre l'impatto ambientale dell'industria, piante e animali con caratteristiche migliorative in termini di resistenza alla malattie o di performance produttive e ambientali, ma anche organismi quali l'oncotopo, usato nella ricerca sul cancro, che hanno portato con sé importanti quesiti etici oltre ad aver aperto la strada a dispute per l'uso a fini sperimentali o commerciali delle innovazioni scientifiche. La possibilità di brevettare gli OGM ha acceso un forte dibattito sulla proprietà intellettuale delle risorse genetiche del pianeta e sulla liceità di una ricerca e di un'industria che non si ponga anche dei limiti etici o che non sappia mettersi in ascolto delle domande presenti nell'opinione pubblica creando consenso attorno alle proprie iniziative di ricerca e business. Non da ultimo esistono perplessità sulla creazione di essere umani geneticamente modificati.

La commercializzazione degli OGM sta conquistando anche altri tipologie di mercati: nel 2003 a Taiwan furono venduti i primi animali GM a scopo domestico: si trattò di un centinaio di pesci d'acquario resi fluorescenti tramite l'inserimento di geni di medusa. Nel dicembre 2003 la vendita di pesci fluorescenti è stata permessa anche negli Stati Uniti, dopo che la Food and Drug Administration ne dichiarò la non rilevanza a scopi alimentari di questi pesci, mentre ne è tuttora vietata la loro introduzione in Europa.

Gli OGM sono oggi utilizzati principalmente nell'ambito dell'alimentazione, dell'agricoltura, della medicina, della ricerca, e dell'industria.

Le tecniche per ottenere gli OGM sono relativamente recenti. Oggi sono presenti sul mercato unicamente OGM che presentano modifiche circoscritte a caratteri di natura mendeliana, ovvero caratteri facilmente controllabili tramite l'inserimento di uno o pochi geni che servono a fornire direttamente una data caratteristica (es. resistenza a una malattia). L'esponenziale aumento di informazioni rese disponibili nell'ultimo decennio dalla genomica consente però di mettere a punto organismi che presentino modifiche genetiche molto complesse su caratteri quantitativi (es. resistenza agli stress, produzione).

Gli OGM vengono ottenuti attraverso l'uso di tecniche di ingegneria genetica che permettono di inserire, all'interno del genoma di un organismo, frammenti di DNA provenienti anche da altri organismi. Il DNA così ottenuto è definito DNA ricombinante. I frammenti di DNA da inserire vengono estratti dal genoma di origine attraverso l'uso di enzimi di restrizione, che funzionano come vere e proprie forbici molecolari, e inseriti in un vettore ricevente grazie ad un altro enzima: la DNA ligasi. I vettori possono essere sia piccole molecole circolari di DNA, i plasmidi che possono accogliere frammenti fino a circa 15.000 paia di basi, sia alcune strutture derivate da virus, in grado di contenere quantità maggiori di materiale genetico (fino a circa 70.000). Esistono inoltre vettori che rappresentano dei veri e propri cromosomi artificiali ad esempio in lievito (noti come YAC, dall'inglese Yeast Artificial Chromosomes) o in batteri (BAC, Bacterial Artificial Chromosomes) che permettono l'inserimento di oltre 300.000 paia di basi - cioè oltre lo 0,01% del genoma di un mammifero.

Per inserire nuovi frammenti di DNA negli organismi si usano dei "vettori". I vettori sono generalmente piccole molecole circolari di DNA, i plasmidi, o strutture derivate da virus in grado di immagazzinare materiale genetico.

Sono tre i processi attraverso cui è possibile modificare il genoma batterico.

Per inserire il segmento di DNA che codifichi il gene voluto, è necessario conoscere la funzione dei geni su cui si sta operando. Nei batteri, è relativamente semplice identificare la funzione di un gene specifico: i ricercatori a tale scopo sono soliti realizzare dei ceppi batterici cosiddetti knock out. In questi ceppi viene eliminato il DNA relativo al gene d'interesse: osservando le conseguenze sulla vita del batterio, è possibile identificare la funzione del gene stesso.

L'uso di knock out è molto diffuso, non solo per i procarioti. È possibile realizzare knock out in numerosi organismi modello. Il gene responsabile della fibrosi cistica, ad esempio, è stato individuato in topi knock-out: una volta individuato il presunto gene della fibrosi cistica (chiamato CFTR) nell'uomo, i ricercatori hanno individuato l'omologo nel genoma del topo, ne hanno fatto un knock out verificando poi che senza tale gene il topo presentava tutti i sintomi clinici della malattia.

La principale tecnica di modificazione genetica per le piante è legata alla capacità naturale del batterio Agrobacterium tumefaciens di infettare piante e causare una crescita paragonabile a quella tumorale presente negli animali, tale patologia è nota come "galla del colletto". A. tumefaciens è in grado di infettare la pianta trasferendo un plasmide che è in grado di integrarsi nel genoma dell'ospite. Il plasmide contiene diversi geni che, una volta "letti" dalla pianta, generano la galla e producono nutrienti per il batterio consentendone la crescita. Diversi scienziati, a partire dalla seconda metà degli anni sessanta, hanno contribuito a comprendere il meccanismo e le condizioni attraverso cui tale plasmide viene trasferito ed integrato nel genoma della pianta: tra questi Jeff Schell, Marc Van Montagu, Georges Morel, Mary-Dell Chilton e Jacques Tempé. Grazie a tali scoperte, a partire dal 1983 è stato possibile trasformare le conoscenze biologiche acquisite, in tecniche biotecnologiche e quindi sviluppare versioni del plasmide "disarmate", ovvero senza i geni che davano origine alla malattia, in cui erano invece presenti geni di interesse, permettendo così di produrre le prime piante transgeniche, oggi molto utilizzate per fini di ricerca o agro-alimentari.

Un altro processo largamente utilizzato per produrre piante OGM è il metodo biolistico (anche detto gene gun o particle gun), che permette di "sparare" microproiettili ricoperti di DNA all'interno delle cellule vegetali. Tale metodo è stato utilizzato, ad esempio, per la produzione del più comune cereale OGM, il Mon810.

Le tecniche biolistiche sono spesso utilizzate per piante monocotiledoni, mentre A.tumefaciens ed altri agrobatteri sono utilizzati per modificare dicotiledoni, anche se recentemente sono stati messi a punto ceppi di questo batterio in grado di trasformare anche le monocotiledoni.

Queste tecniche sono in generale complementari e non sostitutive di quelle, più empiriche, già sviluppate all'interno del millenario processo di "umanizzazione" delle piante di interesse agro-alimentare che oggi si trovano sulle nostre tavole: il loro patrimonio genetico ha infatti subito nel corso del tempo modifiche genetiche rilevanti con tecniche convenzionali (oppure, si potrebbe dire, biotecnologie classiche), che hanno dato origine alla stessa agricoltura: selezione artificiale o, più recentemente, l'induzione di mutazioni per mezzo di raggi X o raggi gamma.

Sicuramente i campi in cui le piante transgeniche vengono usate maggiormente a fini sperimentali è quello dei vaccini (sono state prodotte piante con antigeni di tantissimi agenti eziologici di malattie quali ad esempio AIDS , papilloma virus , epatiti , carie dentale, vaiolo), biorisanamento di siti contaminati, genomica funzionale (per scoprire cioè le funzioni di geni e proteine poco conosciute).

Diverse tecniche sono utilizzate per la produzione di animali transgenici. Il primo esperimento di successo di transgenesi animale fu ottenuto utilizzando un retrovirus . Questa tecnica si ispira a un fenomeno che avviene in natura: durante le infezioni virali, l’RNA dei retrovirus entra nella cellula dell’animale infetto, viene modificato in DNA e integrato nel genoma dell’ospite. Questa proprietà fa del retrovirus un buon vettore per materiale genetico, anche se questa tecnica presenta alcune limitazioni. Altri esperimenti hanno usato cellule staminali embrionali o germinali, ma il trasferimento nucleare (la tecnica utilizzata per la produzione della pecora Dolly) associato alla manipolazione in vitro di colture cellulari è attualmente la tecnica più in uso .

I punti maggiormente controversi in relazione all'uso degli OGM in ambito agroalimentare riguardano i potenziali rischi per l'ambiente o per la salute umana e animale, la possibilità di coesistenza tra colture OGM e non-OGM e l'impatto economico-sociale della loro introduzione in aree rurali, soprattutto in paesi in via di sviluppo.

Oltre ai rischi ambientali e per la salute, valutabili attraverso la ricerca scientifica, l'introduzione di organismi geneticamente modificati (in particolare nel settore agroalimentare) può avere potenziali conseguenze economiche e sociali sullo sviluppo delle aree ad economia agricola in cui vengono coltivati. Tutti questi diversi elementi di rischio sono al centro di accesi dibattiti in corso a livelli nazionali e internazionali, creando spesso forti polarizzazioni all'interno dell'opinione pubblica e sollevato dibattiti anche nella comunità scientifica.

Tra i temi più dibattuti, oltre ai paventati rischi sopra descritti, vi sono la legittimità di brevettare sequenze genetiche e gli organismi geneticamente modificati, pratica attualmente possibile in gran parte dei paesi sviluppati ed impegnati nella ricerca genetica, anche se con diverse limitazioni, e le implicazioni etiche legate all'uso di animali ingegnerizzati per fini sperimentali (ad esempio l'oncotopo), o all'uso di cellule embrionali umane a fini di ricerca (trasformazione, clonazione, chimerizzazione).

In molti Paesi del mondo esiste un quadro di riferimento normativo che regola il settore OGM, per garantire la biosicurezza, ossia un utilizzo in rispetto dei necessari livelli di sicurezza ambientale, della salute umana e di quella animale. I principi legislativi di riferimento a livello internazionale in tema di biosicurezza sono contenuti all'interno del Protocollo di Cartagena.

L'Italia ha recepito la direttiva 2001/18/CE attraverso il decreto legislativo 224/2003.

Per la parte superiore



Papilloma

Il papilloma è un tumore benigno, che tuttavia in certi casi può presentare cellule maligne, che può svilupparsi nella cute o in una mucosa (specialmente laringe e vescica).

È costituito da una proliferazione epiteliale su un supporto connettivo vascolarizzato.

Da non confondere, per le donne, il papilloma virus con il papilloma alla vescica. Il primo è una infezione che riguarda l’utero. Il secondo è un tumore che, come sopra specificato, può essere benigno o, anche, contenere cellule maligne. Fra tutti i tipi di cancro che si possono contrarre questo, forse, ha dei requisiti che possono consolare. Nel caso in cui, infatti, siano presenti cellule maligne e di seguito all’operazione si debba pertanto fare la chemio, non si hanno come conseguenza tutti i danni e i disturbi in genere indotti da queste terapie (mal di stomaco, perdita dei capelli, altro). La chemio, nel caso del papilloma alla vescica, viene introdotta all’interno della stessa con una speciale cannula (minimo fastidio). Quindi, dopo due ore, si elimina per vie naturali. Conseguenze nessuna: né mal di stomaco, né perdita dei capelli, né altro. Raramente qualche disturbo collaterale (per esempio bruciori alle mucose della bocca). Nel caso peggiore, ossia quando la vescica è stata invasa dal tumore maligno, possono seguire due tipi di operazione: a) il rifacimento totale della vescica, che comporta come conseguenza l’obbligarsi ad urinare ogni ora e mezzo circa, in quanto la vescica “rifatta” si dilata facilmente, con conseguenti danni b) l’inserimento di un cateterino in un certo punto tra fianco e ventre, all’estremità del quale è posta una piccola borsa che riceve l’urina. Con una fascia elastica a tenere il tutto, ci si può abituare a sostenere un accettabile livello di vita. Il caso a), ossia quello del rifacimento totale della vescica, ha un altro punto a sfavore, laddove si consideri che, in caso di recidiva all’uretra, non è più possibile operare. Una volta asportato per via interna il tumore, nel caso sia constatata la presenza di cellule maligne, oltre alla chemio ci si dovrà sottoporre a controlli periodici: inizialmente più frequenti, poi portati ad un anno di distanza l’uno dall’altro. Questi controlli sono: 1) La cistoscopia: in alcuni ospedali, come alla Columbus di Roma, viene fatta in day hospital con o senza sedazione, a richiesta del paziente. La cistoscopia vede all’interno della vescica 2) ecografia renale e vescicole: questa analisi controlla reni e vescica 3) citologia urinaria fatta su 3 campioni: rileva l’eventuale presenza di cellule maligne nell’uretra. Va aggiunto che, sebbene il lato negativo del papilloma sia l’alto tasso di recidive, altro lato positivo –oltre a quello già citato della chemio che non dà disturbi – è che assai raramente si riforma al di fuori della vescica, ossia in reni, vescica o uretra.

Ma cosa è il cistoscopio? Di quanti e quali tipi ce ne sono? Diamo qui una risposta sicuramente sommaria, ma quanto basta ai “pazienti”.

Il cistoscopio è in sostanza una piccola telecamera. Quello rigido, in particolare, ha una sezione più o meno grande a seconda che sia per bambini o per adulti. La telecamera ha una focale, un po’ come nelle macchine fotografiche: la focale “70” è la migliore, perché consente di vedere “tutto intorno” con una semplice rotazione sull’asse. Le focali più ridotte –ad esempio la “30”- costringono il medico a forzare lo strumento in diagonale un po’ da tutti i lati, forzando l’uretra. Non succede nulla di grave, ma per certo si creano delle microlesioni, e i bruciori quando si urina sono maggiori e durano più a lungo. Ci sono cistoscopi flessibili e cistoscopi rigidi. I primi vengono usati per gli uomini, in quanto il cistoscopio, per raggiungere la vescica, negli uomini deve compiere un percorso non rettilineo. Nelle donne il percorso è breve e dritto: ecco perché per loro si usa il cistoscopio rigido. Inoltre il cistoscopio rigido alla sommità è rastremato, ed il suo inserimento nell’uretra risulta più naturale. Normalmente è più che sufficiente l’anestesia locale.

La mia prima cistoscopia è un disastro. La sedia su cui mi si chiede di accomodarmi è di plastica, e tra la mia pelle e la plastica non c’è nemmeno uno straccetto di carta, e prima di me ci sono state lì almeno altre due persone. Entrando e avvicinandomi noto che ai piedi della sedia, dove cade il liquido che viene immesso nella vescica per dilatarla e poter ben guardare, sta stagnando un liquido giallognolo. Chiedo al dottore più vicino se sia urina, e lui, tranquillo, mi dice che no, è il disinfettante “usato prima”. Io penso che non è carino farmi trovare nel bacile il disinfettante usato per il signore che è entrato prima, ma che fare? Vado avanti e, come già detto, mi siedo a diretto contatto con una sedia su cui si sono già strofinate altre terga. Mi metto nella posizione “tipo ginecologia” e aspetto. Finalmente entra il professore e chiede la focale “70”. Io all’epoca non sapevo cosa questo significasse. Il tecnico, tranquillamente, gli spiega che la “70” è rotta, e che c’è solo la “30”, e lo fa ad alta voce, perché tanto il paziente non capisce mai nulla: dunque dov’è il problema?. Va bene, dice il professore. E si procede. Devo dire che l’anestesia locale funziona abbastanza bene. Perciò non ho grossi problemi fino a quando lascio la sedia, mi rivesto, esco dalla sala medica e scopro che l’unico bagno al piano è inservibile. Scendo le scale fino al primo piano pregando di trovare un bagno libero. E così per mia fortuna è. Ovviamente non sono più tornata in quell’Ospedale. Per il secondo controllo mi reco in un altro dove le cose sono decisamente migliorate, anche se sono stata servita sempre con la focale “30”. Ho poi cambiato, per la terza ed ultima volta, perché il secondo Ospedale era troppo lontano da casa mia. Nel terzo Ospedale, la clinica Columbus, ho finalmente trovato un servizio avanzato: non solo la focale “70” (i bruciori sono infatti durati meno di 24 ore, mentre nei primi due casi si erano protratti per tre giorni), ma anche una leggera sedazione: per chi la vuole.

Per la parte superiore



Source : Wikipedia