Nick Mallett

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Inviato da gort 25/04/2009 @ 20:07

Tags : nick mallett, rugbysti, rugby, sport

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Nick Mallett

Nicholas Vivian Howard "Nick" Mallett (Hertford, 30 ottobre 1956) è un ex rugbista e allenatore di rugby sudafricano di origine britannica; già giocatore e poi allenatore degli Springboks, dal 1° novembre 2007 è commissario tecnico della Nazionale italiana di rugby.

Nato nel Regno Unito, Mallett si trasferì in Rhodesia con la sua famiglia quando aveva solo sei settimane. Si spostò poi a Città del Capo, in Sudafrica, nel 1963 quando suo padre Anthony Mallett venne nominato Rettore del Diocesan College, dopodiché Nick frequentò il St. Andrew's College di Grahamstown. Si laureò nell'Universita di Città del Capo nel 1977. Quando era studente universitario, decise di giocare per la squadra della Rugby Union del Western Province.

Nel 1979 Mallett ritornò in Inghilterra per frequentare l'Università di Oxford dove, oltre ad ottenere ulteriori lauree, vinse anche diversi premi sportivi per il Rugby e per il Cricket. Più tardi ritornò in Sudafrica, dove rappresentò le Provincie Occidentali durante le quattro vittorie in Currie Cup consecutive tra il 1982 e il 1985, oltre a giocare due partite negli Springboks nel 1984 contro i Giaguari Sudamericani.

Mallett lasciò di nuovo il Sudafrica nel 1985 per andare in Francia dove giocò a rugby e allenò fino al 1992 prima di tornare ancora in Sudafrica nel 1994 e diventare allenatore del False Bay Rugby Club fino al 1995.

Tra il 1995 e il 1996 Mallett inizio ad allenare i Boland prima di essere chiamato a diventare allenatore in seconda degli Springboks nel 1996 e poi diventare primo allenatore nel 1997.

Tra l'Agosto 1997 e il Dicembre 1998, sotto la sua guida, gli Springboks raggiunsero il record di 17 partite consecutive vinte. Nella serie positiva entravano la vittoria nel Tri Nations senza sconfitte, la sconfitta di diverse squadre con punteggi record tra cui la storica umiliazione della Francia per 52-10 a Parigi, la vittoria 68-10 contro la Scozia a Edimburgo, e le vittorie sull'Irlanda per 33-0 e sul Galles per 96-13. La serie positiva terminò il 5 dicembre 1998 quando gli Springboks, esausti, vennero sconfitti dall'Inghilterra a Twickenham alla fine di un lungo tour.

Dopo la serie positiva il rapporto tra Mallett e Gary Teichmann, probabilmente il capitano del Sudafrica con più successi, iniziò a decadere e Teichmann venne escluso, non senza critiche, dalla squadra per la Coppa del Mondo del 1999. Mallett stava perciò cercando un nuovo capitano e provo prima Corné Krige, poi Rassie Erasmus, Joost van der Westhuizen e pure André Vos. Questo diede luogo a un'instabilità nella squadra che portò a 4 sconfitte consecutive e più tardi all'eliminazione nelle semifinali della Coppa del Mondo ad opera dei futuri campioni del mondo dell'Australia. Nonostante il gioco scadente della squadra Mallett la portò ancora a due vittorie record, ovvero la vittoria con l'Italia per 101-0, tuttora la peggior sconfitta italiana, e con l'Inghilterra per 44-21 al mondiale, con il record di 5 drop segnati da Jannie de Beer.

Nel 2000, Mallett accusò la South Africa Rugby Football Union (SARFU) di "avidità" per aver venduto i biglietti per il Tri Nations a prezzi gonfiati. L'Esecutivo SARFU lo allontanò e il 27 settembre Mallett rassegnò le dimissioni.

Mallett ritornò nuovamente in Francia come allenatore dello Stade Français di Parigi, e lo portò a due vittorie consecutive, nel 2003 e nel 2004, del Top 14 prima di ritornare in Sudafrica per accettare il lavoro di Direttore di Rugby nelle Provincie Occidentali. All'inizio circolavano voci sulla possibilità che Mallett tornasse a guidare gli Springboks, ma le voci terminarono quando Jake White divenne il nuovo allenatore del Sudafrica.

Nonostante le performance scadenti e i conflitti interni delle sue squadre negli ultimi anni, Mallett rimane uno degli allenatori sudafricani più di successo di tutti i tempi, avendo vinto 27 delle 38 partite giocate e avendo creato numerosi nuovi record.

Secondo alcune voci era un possibile sostituto del tecnico uscente dell'Inghilterra Andy Robinson una posizione che però venne poi presa da Brian Ashton.

Nell'ottobre del 2007 ha accettato l'incarico di commissario tecnico della Nazionale Italiana. Mallet ha portato molte novità nella prima squadra azzurra rivoluzionando completamente la mediana e promuovendo molti giovani. Il suo esordio come allenatore è datato 2 febbraio 2008 nella partita del Sei Nazioni contro l'Irlanda. L'esordio è stato a dir poco ottimale, nonostante la sconfitta 16-11. Successivante Mallett ha subito giudizi alterni relativi soprattutto alle sue scelte di posizionamento in campo di alcuni giocatori. Il Sei Nazioni è però stato concluso al meglio evitando lo zero nel tabellino finale grazie alla vittoria nell'ultima gara del torneo contro la Scozia. La stagione successiva vede l'Italia effettuare vari Test Match contro squadre dell'emisfero sud raccogliendo solo sconfitte. Non da meno il 6 nazioni 2009 vede l'Italia sconfitta in tutte e cinque le partite, con Mallett spesso sotto accusa per le scelte di posizionare giocatori in ruoli non loro, e per aver fatto esprimere alla squadra un gioco eccessivamente rinunciatario.

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Nazionale di rugby XV dell'Inghilterra

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La Nazionale di rugby XV inglese (ingl. England national rugby union team) è la squadra nazionale maschile di Rugby Union (anche detto rugby XV o rugby a 15) che rappresenta l’Inghilterra in ambito internazionale; opera sotto la giurisdizione della Rugby Football Union.

Attiva dal 1871 (il primo incontro si tenne a Edimburgo il 27 marzo di quell’anno contro la Scozia e fu una sconfitta per 1-4), la Nazionale inglese è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni - nato nel 1883 come Home Nation Championship quando era disputato solo dalle quattro federazioni del Regno Unito sullo stesso modello del Torneo Interbritannico calcistico e divenuto poi Cinque Nazioni con l’ammissione della Francia - contro Galles, Irlanda, Scozia, la citata Francia e l’Italia, riportando complessivamente la vittoria (in tutte le sue denominazioni ufficiali) 35 volte, 10 delle quali ex-æquo con altre contendenti; in 12 edizioni, inoltre, ha riportato la vittoria finale vincendo tutte le gare (Grande Slam).

Finalista alla Coppa del Mondo di rugby 2007 (sconfitta dal Sudafrica), l’Inghilterra ha partecipato a tutte le edizioni di tale torneo, istituito dall’International Rugby Board nel 1987, e in altre due occasioni a parte la citata è giunta alla finale, vincendo quella del 2003 contro l’Australia e perdendo quella del 1991, sempre contro l’Australia. Attualmente l’Inghilterra occupa il 6° posto del ranking mondiale IRB dopo la Nuova Zelanda, il Sudafrica, l’Australia, l’Argentina e il Galles. Il commissario tecnico in carica è l’ex giocatore e campione del mondo nel 2003 Martin Johnson, che ricopre l’incarico dal 1° luglio 2008.

La storia della nazionale inglese di rugby a 15 coincide in larga parte con quella della disciplina stessa, almeno nella forma regolamentare con la quale è giunta fino ai giorni nostri.

Il gioco del rugby si diffuse nel Regno Unito nella prima metà del XIX secolo grazie agli ex alunni provenienti dalle scuole private inglesi, in particolare da quelle, giustappunto, di Rugby, la cittadina del Warwickshire a cui vengono attribuiti i natali della disciplina omonima. Essi portarono il gioco nelle università (il primo club accademico nacque a Oxford nel 1839), nella Capitale, che vide la nascita del suo primo club intorno al 1860, e nelle contee.

Il 26 gennaio 1871 la Rugby Football Union codificò le regole del gioco e il 27 marzo di quello stesso anno la neonata nazionale si confrontò con la Scozia a Edimburgo in quello che fu anche il primo match ufficiale internazionale della storia del rugby. Di fronte a un pubblico di circa 4.000 spettatori, gli scozzesi prevalsero grazie a una meta e a un drop tra i pali contro una meta inglese.

Quello contro la Scozia fu il primo di una lunga serie di confronti (125 a tutto il 2008, pari a quasi un quinto dei test match ufficiali disputati dagli inglesi) tra le due Nazionali britanniche, che vedono a tutt’oggi prevalere gli inglesi per 66 incontri a 42, più 17 pareggi.

Scozia e Inghilterra inaugurarono la consuetudine di incontrarsi almeno una volta l’anno, e infatti la prima occasione di rivincita fu il 5 febbraio 1872: a Londra gli inglesi vinsero 8-3 (3 mete di cui una trasformata e un drop a testa). Il terzo incontro fu disputato nel 1873 a Glasgow e si risolse in un pareggio per 0-0. Di nuovo a Londra, con una vittoria inglese, fu il quarto match tra le due nazionali (1874). La Nazionale di casa si impose per 3-1 (un drop inglese contro una meta scozzese).

L’anno successivo (15 febbraio 1875) l’Inghilterra tenne a battesimo l’Irlanda a Londra, battendola per 7-0 e la rivincita, che si tenne in dicembre, vide gli inglesi prevalere di nuovo. Fino al 1880 l’Inghilterra continuò ad avere regolari incontri con le nazionali scozzese e irlandese, sempre vinti. Nel 1879 Scozia e Inghilterra disputarono la prima edizione della Calcutta Cup (trofeo da mettersi in palio annualmente tra le due squadre in partita unica) e nel 1880 fu l’Inghilterra la prima ad aggiudicarsi il trofeo a Manchester, dopo il pareggio dell’anno prima a Glasgow.

Nel 1881 fu il Galles a esordire sulla scena internazionale, anche per esso fu l’Inghilterra la sua prima avversaria. A Londra, il 19 febbraio di quell’anno, la squadra di casa batté gli esordienti gallesi per 30-0, fino a quel momento il miglior risultato inglese. La rivincita in Galles, a Swansea, fu un’altra vittoria inglese anche se meno netta (10-0).

Nel 1883 prese vita il torneo tra le quattro Nazionali del Regno Unito, l’Home Championship: la prima vincitrice fu proprio l’Inghilterra, che nell’occasione fece punteggio pieno e portò a casa la Calcutta Cup.

Delle 23 edizioni dell’Home Championsip disputate fino al 1910, anno in cui il torneo fu aperto anche alla Francia divenendo Cinque Nazioni, l’Inghilterra ne vinse 6, di cui 2 a pari merito con la Scozia e riportando in due occasioni, la citata edizione inaugurale del 1883 e quella del 1891, il Grande Slam, riconoscimento riservato alla nazionale che vinca tutti gli incontri del torneo. Tra il 1896 e il 1901 invece vi fu uno tra i periodi più infruttuosi per la Nazionale: solo una vittoria nel torneo del 1897 e in quello del 1898 (poi interrotto) e due Whitewash (tre sconfitte su tre incontri) nel 1899 e 1901. Tale performance negativa fu replicata più tardi, nel 1905.

Non mancarono anche momenti di tensione: alla fine degli anni ottanta, feroci dispute di carattere regolamentare avevano posto l’Inghilterra in contrasto con le altre tre federazioni britanniche. Il culmine si ebbe nel 1888 a seguito della nascita dell’International Rugby Board (1886): gli inglesi chiedevano una maggiore rappresentatività in seno all’organizzazione, come condizione irrinunciabile per aderirvi; tali condizioni furono considerate inaccettabili dalle altre federazioni, quindi, di fronte all’ultimatum della neonata IRB di non disputare incontri internazionali contro federazioni non affiliate, nel 1889 e 1890 l’Inghilterra rimase fuori dall’Home Championship. Un arbitrato risolse nel 1890 quella che divenne famosa come la Grande Disputa: l’Inghilterra ebbe 6 rappresentanti nell’IRB e le altre tre federazioni britanniche ne ebbero 2 ciascuno, sì da impedire agli inglesi di cambiare unilateralmente i regolamenti, ma al contempo di inibire alle altre federazioni la possibilità di fare modifiche senza il consenso inglese. Questo permise il ritorno, nel 1891, dell’Inghilterra all’attività internazionale.

Il 1889 vide il primo incontro dell’Inghilterra contro una selezione esterna al Regno Unito: il 16 febbraio a Londra gli inglesi incontrarono e sconfissero per 7-0 i New Zealand Natives nel corso del primo tour europeo di questi ultimi.

Del 1905 è invece il primo match contro gli All Blacks neozelandesi, conclusosi con una sconfitta per 0-15, che non ammise rivincita fino al 1936, quando gli inglesi vinsero il loro primo incontro con gli oceanici; nel 1906 fu altresì il turno della prima volta contro la Francia, incontrata e battuta al Parco dei Principi di Parigi per 35-8 il 22 marzo 1906, nel quadro degli incontri dell’Home Championship di quell’anno. Ancora nel 1906 l’Inghilterra disputò il suo primo match contro il Sudafrica, a Londra: il risultato fu un pareggio per 3-3 (una meta per parte, nel frattempo portata a 3 punti). Fino al 1969 gli inglesi non riuscirono mai a sconfiggere gli Springboks. Fu una sconfitta anche l’esordio contro l’altra potenza oceanica, l’Australia: 3-9 fu il risultato con cui gli Wallabies sconfissero gli inglesi a Blackheat. In questo caso occorsero solo 19 anni per la rivincita: il secondo incontro, disputato nel 1928, vide l’Inghilterra prevalere per 18-11.

Il 1910 vide l’inaugurazione dello stadio di Twickenham, da allora la sede fissa della Nazionale inglese. L’impianto fu inaugurato con una vittoria sul Galles che significò anche la conquista del Cinque Nazioni di quell’anno.

La contemporanea ascesa del club dall’uniforme multicolore degli Harlequins, che per lungo tempo condivise con la Nazionale il terreno di gioco di Twickenham e che si caratterizzava per un gioco aggressivo e spettacolare, inaugurò un periodo d’oro per il rugby inglese che durò per tutto il quinquennio precedente alla Grande Guerra: l’Inghilterra non rivinse il titolo nel 1911, ma vinse ex-æquo con l’Irlanda quello del 1912 per poi conquistare a mani basse quelli del 1913 e 1914 con due Grandi Slam consecutivi. La guerra fermò l’attività internazionale e anche il periodo postbellico, con tutte le sue difficoltà, non permise di riprendere a giocare fino al 1921: in quell’anno l’Inghilterra, detentore dell’ultimo Cinque Nazioni disputato, mise a segno il terzo Grande Slam consecutivo e mantenne il trofeo. Con quella vittoria si chiuse così il primo mezzo secolo di vita della nazionale di rugby più antica del mondo.

Nelle 18 stagioni successive, l’Inghilterra consolidò la sua posizione predominante in seno alle quattro Home Nation e si propose come unica sfidante di rango sia nei confronti delle avversarie continentali (all’epoca, e per lungo tempo, di fatto solo la Francia) che, soprattutto, di quelle dell’emisfero meridionale (Sudafrica, Australia e in particolar modo Nuova Zelanda).

Il periodo tra le due guerre fu quello che vide il rugby XV coinvolto nella prima grande evoluzione tattica della sua storia: sostanzialmente immutato dalla fine del secolo XIX, quando i club del Nord si staccarono per dare vita alla variante professionistica del gioco, il Rugby League o rugby XIII, vide trasformato il ruolo di alcuni elementi fino ad allora sostanzialmente statici, come le terze linee, in giocatori dinamici capaci di proporre gioco. Il precursore e principale artefice di tale evoluzione fu la terza linea flanker Wavell Wakefield, per più di 10 stagioni giocatore di spicco degli Harlequins e della Nazionale, che in seguito divenne deputato alla Camera dei Comuni e presidente della Rugby Football Union. Il suo ruolo nello sport britannico gli fu riconosciuto in vita con il conferimento del titolo nobiliare di Lord e, postumo, con l’ingresso nella International Rugby Hall of Fame.

La squadra conquistò 4 tornei del Cinque Nazioni (1923, 1924, 1928 e 1930, i primi tre dei quali con il Grande Slam) e altrettanti Home Championship, così rinominato dopo l’espulsione della Francia per passaggio al professionismo nel 1931 (1932 ex æquo con l’Irlanda, 1934 e 1937 con la Triple Crown che di fatto, per l’assenza della Francia, significava anche il Grande Slam, e 1939 ex æquo con il Galles e, ancora, Irlanda).

I due momenti memorabili di quel periodo furono tuttavia, indubbiamente, la vittoria di Twickenham per 18-11 contro l’Australia del 7 gennaio 1928 e, soprattutto, il netto 13-0 che gli inglesi imposero nello stesso stadio alla Nuova Zelanda il 4 gennaio 1936 davanti a 70.000 spettatori, per quella che a tutt’oggi rimane l’affermazione più netta dei Lions sugli All Blacks. Due mete furono marcate da un personaggio singolare, il principe russo naturalizzato britannico Aleksandr Obolenskij, che disputò in tutta la sua carriera internazionale solo quattro incontri per l’Inghilterra e morì a soli 24 anni per un incidente aereo durante la guerra. La vittoria inglese, tra l’altro, impedì ai neozelandesi di fare il pieno contro tutte e quattro le nazionali delle Isole Britanniche durante il loro tour europeo del 1935/36. Unico motivo di rammarico di quel periodo fu la sconfitta interna contro i sudafricani (occorsa esattamente tra le due vittorie summenzionate, il 2 gennaio 1932) incontrati nel corso del loro tour del 1931/32: a Twickenham gli Springboks si imposero 7-0.

La vittoria nel Cinque Nazioni del 1939 fu comunque, e per lungo tempo, l’ultimo atto del rugby inglese e, più in generale, continentale, a causa della guerra incombente, e che esplose il 1° settembre successivo.

Nel 1947 riprese l’attività internazionale dell’Inghilterra e delle altre nazionali delle Isole Britanniche. Riprese l’Home Championship, nuovamente nominato Cinque Nazioni per via della riammissione della Francia, che i Lions vinsero a pari merito del Galles. L’anno successivo gli inglesi evitarono il Whitewash solo grazie a un pareggio, ma in generale il team non ebbe grandi risultati nei primi anni cinquanta: nel loro tour del 1951/52 gli Springboks sconfissero 8-3 gli inglesi a Twickenham il 5 gennaio 1952; nel 1953 gli inglesi riuscirono invece a rivincere il Cinque Nazioni senza perdere un incontro (unica mancata vittoria, il pareggio contro il Galles) e, nel 1957, fecero il Grande Slam. La vittoria fu confermata anche l’anno succesivo, sebbene solo con due vittorie e due pareggi.

L’Inghilterra aprì gli anni sessanta ancora contro il Sudafrica impegnato nel suo tour 1960/61 e fu ancora una volta una sconfitta, per 0-5 a Twickenham il 7 gennaio 1961. In quel periodo, a dominare il Cinque Nazioni era la Francia che vinse quattro edizioni consecutive dal 1959 al 1962, una delle quali ex æquo con la stessa Inghilterra. I Lions interruppero la striscia francese nel 1963 per quello che fu l’ultimo torneo conquistato nel decennio.

Sempre nel 1963 la squadra partì per un minitour nell’emisfero meridionale, perdendo contro la Nuova Zelanda due volte, per 11-21 (25 maggio) e 6-9 (1° giugno) e poi contro l’Australia 9-18 (4 giugno). Quando l’anno seguente gli All Blacks restituirono la visita nel corso del loro tour 1963/64, si imposero anche a Twickenham per 14-0.

L’anno peggiore del decennio fu il 1966 che vide l’Inghilterra senza vittorie: solo un pareggio (6-6) contro l’Irlanda nel Cinque Nazioni. Unico motivo di soddisfazione, la prima vittoria contro il Sudafrica, a Twickenham il 20 dicembre 1969 per 11-8, sotto la guida di Don White, il primo allenatore ufficialmente investito della carica di Commissario Tecnico della Nazionale.

La Nazionale inglese compì i suoi cent’anni di vita nel 1971 e la celebrazione coincise con una tribolata e faticatissima vittoria a Tokyo contro il Giappone (6-3). Fu, quel decennio, tra i più duri per il rugby inglese e, più in generale, quello britannico. Se da un lato, infatti, gli inglesi riportarono vittorie di prestigio contro Sudafrica (18-9, 3 giugno 1972), Nuova Zelanda (16-10, 15 settembre 1973) e Australia (23-6, 3 gennaio 1976), il sempre crescente conflitto tra il governo di Londra e gli indipendentisti dell’Irlanda del Nord provocò gravi ripercussioni anche sugli eventi sportivi.

Già il Torneo Interbritannico di calcio era stato messo a rischio, ma il Cinque Nazioni era più esposto in quanto rappresentava la più importante manifestazione rugbystica europea dell’epoca: dopo il Bloody Sunday (30 gennaio 1972) e il conseguente attentato incendiario all'ambasciata britannica a Dublino, i rugbysti britannici ricevettero lettere minatorie e i giocatori di Galles e Scozia si rifiutarono di disputare le loro gare esterne in Irlanda. L’anno successivo, invece, l’Inghilterra decise di andare a Dublino a disputare il suo incontro, e ricevette una standing ovation di cinque minuti. Nonostante la sconfitta per 9-18 il capitano inglese John Pullin rilasciò una dichiarazione nel dopopartita che divenne famosa: «Non saremo un gran che, ma almeno a giocare ci veniamo». Particolare curioso, a tutt’oggi rimasto caso unico nella storia della competizione, quell’edizione del Cinque Nazioni fu vinta ex æquo da tutte e cinque le partecipanti, che chiusero ciascuna con due vittorie e due sconfitte.

Il giocatore di spicco in quel decennio difficile fu Bill Beaumont: questi, seconda linea del Fylde, divenne capitano e leader della Nazionale, che guidò al Grande Slam nel Cinque Nazioni 1980, il primo dopo 23 edizioni. Convocato anche nei British Lions, fu il primo inglese dopo 50 anni a vestire la fascia da capitano di tale selezione in un test match ufficiale.

A parte il Grande Slam e la summenzionata edizione del 1973, la vittoria inglese del 1980 fu notevole in quanto l’ultima edizione vinta in solitaria risaliva al 1963. Tuttavia, nonostante le premesse, l’Inghilterra non vinse nulla per tutto il decennio (il successivo Cinque Nazioni arrivò solo nel 1991). Gli anni ottanta videro anche il primo test match ufficiale dell’Inghilterra contro l’Argentina a Buenos Aires (19-19 il risultato dell’incontro disputatosi il 30 maggio 1981) e alcuni dei più insoliti episodi avvenuti intorno alla Nazionale: il 3 gennaio 1982, nell'intervallo del vittorioso match contro l’Australia (15-11), la (all’epoca) ventiquattrenne Erica Roe si produsse in uno streaking (attraversamento di corsa del campo di gioco senza indumenti addosso) sull’erba di Twickenham che la rese famosa e che la consegnò alla cronaca come autrice della più famosa corsa svestita della storia del rugby; successivamente, nel Cinque Nazioni, nel pranzo post-vittoria contro la Francia a Parigi, fu offerto un flacone-regalo di colonia a ciascun giocatore. La seconda linea Maurice Colclough svuotò il flacone, lo riempì di vino bianco e se lo bevve tutto, inducendo un suo compagno di squadra, Colin Smart, a pensare che anche il flacone a lui destinato contenesse vino. Quindi lo bevve tutto d’un fiato ed entro un’ora si ritrovò all’ospedale per una lavanda gastrica. Un altro compagno di squadra commentò: «Immagino che Colin non se la sia passata bene, però aveva l’alito più profumato che io abbia mai sentito».

Nel 1983 arrivò anche il Cucchiaio di Legno al Cinque Nazioni, frutto di un pari e tre sconfitte: salvò parzialmente l’annata la vittoria (19 novembre) per 15-9 contro gli All Blacks a Twickenham; l’anno successivo, tuttavia, durante un loro tour in Sudafrica, gli inglesi persero due incontri contro gli Springboks (15-33 il 2 giugno a Port Elizabeth e 9-35 il 9 giugno 1984 a Johannesburg; inoltre il 3 novembre l’Australia vinse 19-3 a Twickenham . Anche il 1985, a parte l’incerto andamento nel Cinque Nazioni, vide la squadra inglese sconfitta in due top match, durante il loro tour oceanico, dagli All Blacks, per 13-18 (1° giugno) e per 15-42 (8 giugno).

L’IRB, nel frattempo, aveva istituito la Coppa del Mondo di rugby: l’Inghilterra fu tra le selezioni ammesse d’ufficio all’edizione inaugurale di tale competizione, programmata per il 1987 congiuntamente in Australia e Nuova Zelanda.

La neonata Coppa del Mondo rispecchiava l’intento della IRB di istituire un banco di prova sul quale - a cadenza predefinita - le varie squadre nazionali del mondo potessero stabilire un termine di confronto avente caratteristiche di inequivocabilità (e quindi, in un dato lasso di tempo e nelle stesse condizioni ambientali, slegate da tornei a inviti o a partecipazione limitata, nonché i vari tour) e, cosa più importante, sancire ufficialmente quale nazionale potesse avere il diritto a fregiarsi del titolo di campione del mondo, riconoscimento fino ad allora inesistente e affidato a vaghe, ed estemporanee, classifiche di rendimento.

La prima Coppa del Mondo vide l’Inghilterra affrontare il girone di qualificazione contro Australia, Giappone e Stati Uniti. I risultati furono rispettivamente 6-19, 60-7 e 34-6, che diedero ai Lions la qualificazione come secondi del girone. Successivamente, ai quarti di finale, gli inglesi furono sconfitti per 3-16 dal Galles ed eliminati.

La seconda Coppa del Mondo fu organizzata proprio in Inghilterra (con alcuni incontri ospitati da Francia, Galles e Scozia), e la squadra di casa vi arrivò al termine di un triennio con luci e ombre: sette vittorie in tre edizioni complessive del Cinque Nazioni (uno dei quali, quello del 1990, vinto dalla Scozia con il Grande Slam) e due sconfitte in altrettanti test match contro l’Australia nel 1988 (19-28 il 29 maggio e 8-28 il 12 giugno), parzialmente riscattate dalla rivincita inglese sugli Wallabies a Twickenham (28-19, 5 novembre). Il 1991 per contro iniziò bene, con la conquista del Cinque Nazioni con il Grande Slam, anche se nel prosieguo di stagione giunse un’inaspettata sconfitta a Buenos Aires contro una squadra di dilettanti argentini.

Il primo girone della Coppa del Mondo vide l’Inghilterra opposta a Nuova Zelanda, Italia e Stati Uniti. Sconfitta nel top match per 12-18 dagli All Blacks, la squadra si riprese contro l’Italia (in quello che fu il primo incontro ufficialmente riconosciuto come test match dall’IRB tra le due Nazionali) per 36-6 e successivamente, battendo gli Stati Uniti 37-9, incassò la qualificazione ai quarti. Lì incontrò la Francia al Parco dei Principi di Parigi e, al termine di una partita accesissima e caratterizzata da strascichi fortemente polemici, prevalse 19-10. La successiva partita, di semifinale, vide gli inglesi opposti agli ultrarivali scozzesi nella loro roccaforte di Murrayfield a Edimburgo: i Lions la espugnarono vincendo 9-6 e raggiunsero la finale di Twickenham dove trovarono l’Australia. Davanti a spalti gremiti di tifosi inglesi, la Nazionale di casa perse 6-12 e il titolo di campione del mondo andò agli Wallabies.

Il quadriennio che accompagnò l’Inghilterra alla III Coppa del Mondo iniziò con il secondo consecutivo Grande Slam, al Cinque Nazioni 1992, bissato proprio nell’anno della competizione, nel 1995. Nel mezzo, tre sconfitte e cinque vittorie complessivamente tra le edizioni 1993 e 1994, più due vittorie di prestigio a Twickenham, la prima contro il Sudafrica - che si riaffacciava sul grande palcoscenico dopo l’esclusione internazionale dovuta al regime di apartheid - per 33-16 il 14 novembre 2002, la seconda contro gli All Blacks per 15-9 il 27 novembre 1993; il 1994, inoltre, si chiuse con solo due sconfitte, quella nel Cinque Nazioni e la rivincita contro il Sudafrica, che passò per 15-32 a Twickenham il 4 giugno 1994.

L’IRB, per celebrare la fine dell’apartheid in Sudafrica, decise di affidare a quel Paese l’organizzazione della Coppa del Mondo 1995. L’Inghilterra fu sorteggiata, in prima fase, nel girone insieme con Argentina, Samoa e Italia. I Lions dovettero venire a capo di due incontri molto combattuti, sia contro i Pumas (sconfitti 24-18) che contro gli Azzurri (27-20) per giungere alla qualificazione ai quarti, ai quali accedettero come primi del girone dopo la vittoria su Samoa per 44-22. Il successivo turno diede agli inglesi l’occasione di prendersi la rivincita sugli Wallabies, vincitori della finale di quattro anni prima: gli australiani furono sconfitti per 25-22 e ad attendere l’Inghilterra in semifinale vi furono gli All Blacks che batterono i Lions per 45-29. Mentre il Sudafrica batteva i neozelandesi in finale, l’Inghilterra perdeva anche la finale per il terzo posto contro la Francia.

Il 26 agosto 1995 l’International Rugby Board decretò la fine delle restrizioni al professionismo nel rugby XV; se da un lato la manovra aveva lo scopo di mettere fine a equivoci come lo pseudo-dilettantismo (di giocatori formalmente dilettanti ma spesso retribuiti sottobanco), dall’altro si prefiggeva quello, ben più importante, di contrastare l’avanzata del rugby XIII (nato alla fine del XIX secolo come risposta e opposizione professionistica proprio al rugby XV), soprattutto nei Paesi dove esso era maggiormente diffuso (Australia, nord del Regno Unito, Sudafrica). In particolare, il campionato d’eccellenza di rugby XIII australiano, il Super League, costituiva un forte richiamo per i giocatori di rugby XV per via degli alti ingaggi che esso garantiva. Il primo atto del rugby XV professionistico fu l’istituzione nell’Emisfero Sud, a livello di club, del SANZAR, un campionato di Lega trasversale gestito dalle federazioni di Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda; a livello internazionale, invece, il Tri Nations, disputato dalle tre Nazionali. Per quanto riguarda invece le Isole Britanniche, il passaggio al professionismo significò anche la migrazione al rugby XV (o la mancata emigrazione da esso) di giocatori di rilievo internazionale: il caso più famoso di tutti fu quello di Jason Robinson, che da rugbysta a XIII disputò incontri internazionali sia per il Regno Unito che per l’Inghilterra, giungendo anche a disputare la finale di Coppa del Mondo di tale disciplina e poi, migrato al rugby XV, ne vinse la relativa Coppa del Mondo con la Nazionale inglese.

Il cammino di avvicinamento alla Coppa del 1999 fu uno dei più criticati e sofferti della Nazionale del dopoguerra: dapprima insorsero problemi con le altre federazioni a causa dell’accordo stipulato tra la BSkyB di Rupert Murdoch e la Rugby Football Union per la trasmissione degli incontri interni della Nazionale inglese nel Cinque Nazioni: in pratica le gare casalinghe dell’Inghilterra furono rese disponibili solo a pagamento, mentre quelle delle altre squadre britanniche continuarono ad andare in onda sui canali della BBC. Questo spinse le altre federazioni a minacciare quella inglese di espellerla da future edizioni del torneo per rimpiazzarla con l’Italia, che già da tempo aveva avanzato formale richiesta di entrare a far parte della competizione come partecipante fissa. La minaccia successivamente rientrò a fronte dell’impegno, alla scadenza del contratto con BSkyB, di contrattare collettivamente i diritti televisivi del torneo.

Ma un altro problema, ben più serio, sopravvenne a complicare l’attività internazionale della Federazione: a partire dall’avvento del professionismo nel rugby XV britannico, i giocatori nel giro della Nazionale furono coinvolti nella battaglia politico-sportiva tra i loro club d’appartenenza e la Rugby Football Union; tale conflitto fu chiamato Clubs vs. country e riguardò essenzialmente gli indennizzi dovuti ai club per l’utilizzo dei loro uomini in Nazionale. La prima grossa occasione di scontro si ebbe in vista del tour nell’Emisfero Sud del 1998, quando numerosi club inglesi di Premiership si rifiutarono di liberare i propri giocatori per la Nazionale. Toccò in sorte alla vecchia gloria Clive Woodward (già facente parte del XV vincitore del Grande Slam nel Cinque Nazioni 1980), promosso C.T. un anno prima, di guidare l’Inghilterra attraverso quello che divenne «il tour infernale»: se a fine 1997 l’Inghilterra era riuscita a pareggiare con un tutto sommato soddisfacente 26-26 a Twickenham contro la Nuova Zelanda (6 dicembre) dopo che gli stessi All Blacks avevano vinto 25-8 due settimane prima a Manchester (22 novembre), nel tour che partì a giugno 1998, che faceva seguito alla perdita del Cinque Nazioni per mano della Francia, a causa della mancata concessione di numerosi giocatori da parte dei club Woodward fu costretto ad allestire una formazione d’emergenza la quale, se pure riuscì a non crollare contro gli All Blacks (22-64 il risultato finale) e a limitare i danni contro gli Springboks (0-18), non riuscì tuttavia a evitare all’Inghilterra la sconfitta più umiliante della sua storia, un disastroso 0-76 incassato dall’Australia a Brisbane il 6 giugno 1998.

L’Inghilterra fallì anche nell’ultimo Cinque Nazioni, quello del 1999 (l’anno successivo divenne Sei Nazioni con l’arrivo dell’Italia), che andò agli scozzesi. La IV Coppa del Mondo fu organizzata dal Galles, con incontri anche in Scozia, Francia e nella stessa Inghilterra la cui Nazionale, quindi, giocava praticamente in casa. In effetti gli incontri dei Lions nella fase a gironi furono disputati a Twickenham: opposta a Italia, Tonga e Nuova Zelanda ebbe vita facile contro le prime due, vincendo rispettivamente per 67-7 e 101-10, ma cedette agli All Blacks 16-30, cosa questa che la costrinse allo spareggio tra le seconde per l’accesso ai quarti di finale.

Superato l’ostacolo-Figi (45-24), l’Inghilterra si fermò ai quarti a Parigi contro il Sudafrica (21-44) e a disputarsi la finale a Cardiff furono Australia e Francia, vittoriose rispettivamente su Springboks e All Blacks. Alla fine gli oceanici si laurearono campioni del mondo per la seconda volta.

Un deciso cambio di rotta avvenne nel 2000: il primo torneo a chiamarsi Sei Nazioni fu vinto dai Lions nonostante la sconfitta finale contro la Scozia per 13-19 che impedì loro di conseguire il primo Grande Slam da 5 incontri.

AUSTRALIA - INGHILTERRA 17-20 d.t.s.

Marcatori: 6’ Tuqiri mt; 11’, 20’, 28’ e 82’ Wilkinson c.p.; 38’ Robinson mt.; 47’, 61’ e 80’ Flately c.p; 100’ Wilkinson drop.

AUSTRALIA: Rogers, Sailor, Mortlock, Flatley, Tuqiri, Larkham, Gregan, Lyons, Waugh, G. Smith, Sharpe, Harrison, Baxter, Cannon, Young. A disposizione: Paul, Dunning. Giffin, Cockbain, Whitaker, Giteau, Roff. C.T.: Eddie Jones.

INGHILTERRA: Lewsey, Robinson, Greenwood, Tindall, Cohen, Wilkinson, Dawson, Dallaglio, Back, Hill, Kay, Johnson, Vickery, Thompson, Woodman. A disposizione: West, Leonard, Corry, Moody, Bracken, Catt, Balshaw. C.T.: Clive Woodward.

Arbitro: André Watson.

A causa di un’epidemia di afta epizootica nel Regno Unito, il Sei Nazioni 2001 fu dilazionato e le ultime partite vennero disputate in settembre e ottobre: l’Inghilterra rivinse il titolo, ma anche in tale occasione senza il Grande Slam a causa dell’incontro perso contro l’Irlanda a Lansdowne Road.

Nel frattempo, la polemica tra club e Federazione non accennava a diminuire, quindi la Rugby Football Union diede vita nel 2001, di concerto con i principali club inglesi, a England Rugby, un organismo di coordinamento dei club e dell’attività internazionale. Federazione e club si accordarono per fissare un tetto massimo al numero di incontri internazionali stagionali per i giocatori d’élite (un gruppo di 50/60 rugbysti scelti dalla federazione), al fine di ridurne al minimo il rischio di logorìo e infortuni; fu altresì prevista contropartita economica verso i club a titolo di indennizzo. Con queste premesse il C.T. Woodward poté lavorare su un gruppo scelto di giocatori e preparare la squadra in vista della Coppa del 2003.

Nel 2002, la Francia vinse il torneo e il Grande Slam, ma l’Inghilterra, seconda, vinse il Triple Crown. In quello stesso giugno la squadra, capitanata da Phil Vickery e con cinque nuove leve, andò a Buenos Aires a battere una forte Argentina 26-18 e, nel successivo novembre, riportò un prestigioso filotto, inanellando a Twickenham tre convincenti vittorie contro le altrettante potenze dell’emisfero sud: prima fu la volta degli All Blacks, sconfitti il 9 novembre per 31-28, poi degli Wallabies campioni del mondo, battuti una settimana più tardi per 32-31 con l’esterno Ben Cohen (nipote del calciatore George Cohen che vinse il campionato del mondo 1966 con la nazionale inglese di calcio) sugli scudi e autore delle due mete inglesi; infine il 23 novembre fu il turno degli Springboks, addirittura umiliati con un 53-3 che rappresenta tuttora la miglior vittoria inglese contro i sudafricani.

Il 2003 si aprì con il Grande Slam nel Sei Nazioni e il 1° posto nel ranking mondiale IRB: dopo aver battuto nella gara d’apertura la Francia detentrice del trofeo e il Galles, l’Inghilterra sconfisse le altre tre avversarie realizzando sempre almeno 40 punti. A confermare l’eccellente preparazione tecnica e lo stato di forma giunsero in giugno le vittorie, nel tour premondiale, in casa della Nuova Zelanda a Wellington per 15-13 e dell’Australia a Melbourne per 25-14.

Con tali credenziali, l’Inghilterra si presentò alla Coppa del mondo 2003 in Australia tra le favorite alla vittoria finale. In effetti, già fin dal girone di qualificazione, nella nuova formula a cinque squadre, la squadra fece subito capire di non essere intenzionata a far concessioni a chicchessia: dopo aver sconfitto la Georgia 84-6, i Lions affrontarono e sconfissero il Sudafrica 25-6 guadagnando virtualmente il primo posto del girone già dopo due incontri. A conti fatti risultò più impegnativa la partita contro Samoa, vinta per 35-22, prima di chiudere con un 111-13 all’Uruguay che non ammise repliche.

Opposta nei quarti di finale al Galles, l’Inghilterra vinse il derby interbritannico per 28-17 e si apprestò a disputare la sua terza semifinale in cinque edizioni. Ad attenderla c’era la Francia, che quattro anni prima era arrivata fino alla finale: 24-7 fu il punteggio con cui i Lions superarono i Bleus e conquistarono il diritto alla finale, dove trovarono i padroni di casa dell’Australia.

Il 22 novembre 2003 andò in scena a Sydney un incontro di alto tasso tecnico, spettacolare ed emozionale dinanzi a 83.000 spettatori: subito sotto 0-5 per una meta di Tuqiri, l’Inghilterra ribaltò a suo favore la situazione con tre piazzati di Wilkinson, poi una meta di Robinson fissò il punteggio sul 14-5 prima dell’intervallo. I Lions dovettero subire nella ripresa il ritorno degli Wallabies, che con tre piazzati di Flately si portarono in parità 14-14. Il risultato non si mosse più fino alla fine, quindi fu necessario andare ai tempi supplementari: Wilkinson portò di nuovo l’Inghilterra avanti sul 17-14, ma un ennesimo piazzato di Flately ripristinò ulteriormente la parità. Quando mancavano 26 secondi al termine del secondo tempo supplementare, un drop tra i pali di Wilkinson da 30 metri fissò il risultato sul 20-17 per gli inglesi e diede loro la prima Coppa del mondo della loro storia. Migliaia di tifosi festeggiarono a Heathrow lo sbarco dei giocatori della Nazionale e due settimane dopo, l’8 dicembre, fu decretata una giornata nazionale di festa in tutta l’Inghilterra: tra una folla di più di 500.000 persone la squadra sfilò per le vie di Londra su un bus scoperto, e fu ricevuta prima da Tony Blair a Downing Street e poi dalla Regina Elisabetta a Buckingham Palace.

Il quadriennio appena chiusosi trionfalmente con la Coppa del Mondo e la conferma del primo posto nel ranking IFB, vide l’Inghilterra vincere 29 delle 34 partite disputate, incluse due vittorie a testa contro le tre big dell’emisfero meridionale nonché tre conquiste su quattro edizioni del Sei Nazioni di cui una con il Grande Slam.

Numerosi giocatori, nell’anno successivo alla vittoria in Coppa del Mondo, annunciarono il ritiro dalla Nazionale; tra questi il capitano Martin Johnson, Lawrence Dallaglio e lo stesso allenatore Clive Woodward.

La decisione del C.T. di dimettersi fece seguito a quello che egli ritenne il mancato rispetto dei patti stabiliti con il citato accordo tra club e Federazione: nonostante la relativa libertà di azione di cui egli aveva goduto grazie a tale accordo fosse stata fondamentale per la conquista della Coppa del 2003, appena un anno più tardi Woodward lamentò di non avere più spazio per pianificare gli allenamenti e impostare gli schemi di gioco, nonché per familiarizzare con i giocatori: «Ho chiesto di più e mi hanno dato di meno», disse Woodward nell’intervista in cui manifestava l’intenzione di dimettersi dall’incarico di C.T.. Nella decisione ebbe il suo peso anche un 2004 non esaltante, iniziato con un Sei Nazioni chiuso al terzo posto con due sconfitte. L’eredità di Woodward fu raccolta dal suo secondo, Andy Robinson, già facente parte della vittoriosa spedizione in Australia.

La prima campagna di Robinson, il Sei Nazioni 2005, fu persino meno fruttuosa della precedente: tre sconfitte su cinque incontri e quarto posto generale. Il cattivo rendimento dei giocatori nazionali influì pure sull’andamento del tour dei British Lions in Nuova Zelanda: diversi inglesi erano in campo quando gli All Blacks batterono i British Lions tre volte, a Christchurch, Wellington e Auckland rispettivamente per 21-3, 48-18 e 38-19 tra giugno e luglio 2005. A risollevare l’annata, la vittoria contro i finalisti di due anni prima, gli australiani, a Twickenham, per 26-16, anche se una settimana più tardi, in visita in Inghilterra, gli All Blacks batterono i Lions a casa loro per 23-19.

Nonostante il promettente avvio del Sei Nazioni 2006 (vittoria contro il Galles), il torneo non fu dei migliori per l’Inghilterra. Una vittoria giudicata poco convincente a Roma contro l’Italia (31-16) fu il prologo di due sconfitte consecutive contro Scozia e Francia; Robinson decise quindi di cambiare metà squadra per l’ultimo incontro: ma, anche con sette elementi nuovi, non evitò la sconfitta contro l’Irlanda.

A seguito di tali performance negative, la RFU tagliò quasi tutto lo staff tecnico del manager Andy Robinson che, se pure mantenne il suo incarico, si vide affiancare dalla neoistituita figura dell’Élite Rugby Director, una sorta di supervisore sotto la cui tutela Robinson era di fatto posto. Dopo aver vagliato le ipotesi Clive Woodward e Nick Mallett (Springbok divenuto nel dicembre 2007 tecnico della Nazionale italiana), alla fine la federazione inglese affidò tale nuovo incarico a Rob Andrew e, al contempo, affiancò a Robinson un nuovo staff, composto da John Wells (allenatore degli avanti), Mike Ford (allenatore della difesa) e Brian Ashton (allenatore dell’attacco). Con tale management la Nazionale inglese affrontò un minitour in Australia perdendo due incontri su due, l’11 e il 17 giugno, entrambi al Telstra, rispettivamente 3-34 e 18-43. Con tali due sconfitte la serie negativa dell’Inghilterra si allungò a cinque incontri, la peggiore dal 1984.

A novembre, nei consueti test match di chiusura d’anno, l’Inghilterra ospitò a Twickenham la Nuova Zelanda, l’Argentina e (due volte) il Sudafrica. Gli incontri con i primi due avversari si risolsero in altrettante, ennesime, sconfitte, rispettivamente per 20-41 e 18-25 (la prima sconfitta interna contro i sudamericani). La vittoria nel terzo test match contro gli Springboks per 23-21 salvò l’Inghilterra dal record negativo di otto sconfitte consecutive, ma la ripetizione dell’incontro una settimana più tardi, risoltosi in un netto 14-25 spinse di fatto Robinson, con un saldo complessivo di 13 sconfitte su 22 incontri condotti da allenatore capo, a rassegnare le proprie dimissioni dall’incarico.

Anche Robinson, come Woodward, non mancò di criticare il comportamento dei club e il mancato rispetto dei patti con la federazione: il tecnico uscente attribuì infatti buona parte della responsabilità delle scarse prestazioni della Nazionale alla mancanza di controllo sui giocatori a sua disposizione.

Il posto lasciato libero da Robinson fu preso da Brian Ashton il 20 dicembre successivo, cui fu demandato il compito di accompagnare la squadra verso la VI Coppa del Mondo con un titolo di campioni in carica da difendere.

Questi, il cui primo banco di prova fu il Sei Nazioni 2007, al momento di convocare la rosa ufficiale per il torneo, annunciò la sua intenzione di comunicare i nomi dei giocatori prescelti in largo anticipo su ogni incontro, nella speranza che i loro club di appartenenza non li utilizzassero nel weekend immediatamente precedente all’incontro stesso. Il torneo iniziò in maniera convincente contro la Scozia (battuta 42-20 a Twickenham). Ma già il secondo match, contro l’Italia, mise in mostra le difficoltà della squadra, che vinse con un 20-7 visto come un successo da parte azzurra, sensazione confermata dallo stesso tecnico Ashton e da Jonny Wilkinson, che riconobbero agli italiani il merito di aver creato loro molti problemi durante l'incontro, in ragione anche della minor pressione che gravava sul XV di Berbizier. Tale faticata vittoria fece da prologo al rovescio di Dublino per 13-43 (la sconfitta con il massimo scarto contro gli irlandesi) e a poco servì la vittoria contro la Francia, che si aggiudicò alla fine il torneo: nell’ultimo incontro l’Inghilterra perse contro il Galles e terminò terza, a soli due punti dall’Italia, quarta con due vittorie. A incrementare i dubbi sulla capacità inglese di difendere efficacemente il titolo di quattro anni prima, giunsero due pesanti sconfitte in altrettanti test match in Sudafrica contro gli Springboks, 10-58 il 26 maggio a Bloemfontein e 22-55 il successivo 2 giugno a Pretoria. Gli ultimi atti prima della Coppa del Mondo in Francia furono una schiacciante vittoria contro il Galles il 4 agosto a Twickenham seguita pochi giorni dopo da una doppia sconfitta, nella stessa Twickenham e poi a Saint-Denis, rispettivamente per 15-21 e 9-22 contro i rivali d’Oltremanica.

In occasione della Coppa del Mondo la RFU e i club di Premiership addivennero a un nuovo accordo, simile a quello del 2001, e Ashton potè così diramare le convocazioni ufficiali per il torneo alla fine dei test match di avvicinamento.

Sorteggiata nella prima fase della Coppa in un girone che la vedeva insieme al citato Sudafrica, agli Stati Uniti, a Samoa e a Tonga, l’Inghilterra esordì a Lens con un incerto 28-10 sulla nazionale americana che sollevò più di un dubbio, che trovò poi conferma nell’incontro-verità che vide i Lions opposti ai sudafricani: a Saint-Denis gli Springboks inflissero un umiliante 36-0 alla Nazionale di Ashton, facendo persino sorgere dubbi sull’effettiva possibilità di superare la prima fase del torneo. Le vittorie contro Samoa per 44-22 e, successivamente, Tonga per 36-20 assicurarono agli inglesi il passaggio agli ottavi di finale, sebbene ad attenderli vi fosse l’Australia finalista del 2003 e in attesa di rivincita. A Marsiglia, un’Inghilterra del tutto diversa da quella della prima fase, invece, tenne il campo per tutto l’incontro e concesse pochissimo agli Wallabies: questi realizzarono e trasformarono una meta, ma a parte quello non furono in grado di andare oltre a un piazzato tra i pali. Gli inglesi, invece, misero a segno quattro calci piazzati con i quali portarono a casa l’incontro con il punteggio di misura di 12-10 e dunque rimanendo quantomeno tra le prime 4 del mondo. In semifinale a Saint-Denis trovarono la Nazionale di casa, che viaggiava sull’onda emotiva susseguente all’eliminazione inflitta agli All Blacks una settimana prima. Un’Inghilterra fisica, opposta a una Francia che tentava il gioco di fino, alla fine prevalse 14-9 grazie anche alla meta nei primissimi minuti di Lewsey che segnò la differenza di punteggio, essendosi il resto dell’incontro sostanzialmente tenuto su un piano di parità, con tre piazzati francesi contro due piazzati e un drop inglese dell’onnipresente Jonny Wilkinson recordman di punti in tutta la storia della Coppa del Mondo.

La finale non ripeté il copione dell’incontro precedente tra le due squadre: a differenza di quello, infatti, non fu realizzata alcuna meta (solo una, inglese, di Cueto, che fu annullata dall’arbitro Rolland in seguito a una controversa analisi del filmato che non aiutava a chiarire se al momento di realizzare Cueto fosse dentro il campo con ogni parte del corpo) e il risultato fu affidato al piede dei due specialisti, Montgomery per i sudafricani e, di nuovo, Wilkinson per gli inglesi: con cinque piazzati a due vinse il Sudafrica 15-6, ma all’Inghilterra fu ciononostante riconosciuto che il solo aver raggiunto la finale, visto il quadriennio terribile che aveva preceduto la Coppa del Mondo, era stato di per sé un risultato di tutto rispetto.

Il contratto di Brian Ashton, scaduto il 20 dicembre 2007 è stato rinnovato dalla federazione dopo una serie di consultazioni con gli allenatori di club inglesi. Questi ultimi in particolare hanno espresso il loro consenso alla permanenza del tecnico alla guida della Nazionale, specialmente per essere riuscito a portare la squadra in finale tra molte difficoltà: il manager degli Wasps Shaun Edwards, in un’intervista al Daily Telegraph, ha sostenuto che «…sarebbe stata un’ingiustizia licenziarli dopo che avevano raggiunto la finale di Coppa del Mondo». Il primo impegno successivo alla Coppa del Mondo è stato il Sei Nazioni (febbraio/marzo 2008), che ha visto la Nazionale inglese chiudere al secondo posto a pari merito con la Francia con tre vittorie e due sconfitte un torneo dominato dal Galles che ha realizzato il Grande Slam.

Dopo tale risultato, il direttore dell’area rugbystica della Rugby Football Union, Rob Andrew, ha deciso di affidare la squadra a un nuovo tecnico, proponendo al contempo ad Ashton l’incarico di allenatore capo del centro tecnico nazionale federale della RFU. Le preferenze di Andrew sono ricadute sull’ex nazionale Martin Johnson il quale ha accettato l’incarico premettendo di non poter dare la propria disponibilità prima del 1° luglio 2008, per stare vicino alla moglie, in attesa della nascita del secondo figlio della coppia. Quindi il tour estivo di giugno in Nuova Zelanda, risoltosi in due sconfitte in altrettanti test match contro gli All Blacks, è stato guidato dallo stesso Andrew.

Per quanto concerne gli ulteriori test stagionali, in autunno sono attese a Twickenham varie selezioni dell’Emisfero Sud: l’8 novembre è previsto un match non ufficiale contro le Isole del Pacifico, mentre il 15, il 22 e il 29 successivi saranno ospiti dell’Inghilterra rispettivamente l’Australia, il Sudafrica e la Nuova Zelanda.

Riguardo invece la Coppa del Mondo 2011 in programma in Nuova Zelanda, l’Inghilterra è già sicura della presenza alla fase finale di tale competizione, essendosi qualificata tra le migliori 12 squadre dell'edizione 2007.

A differenza delle altre due maggiori federazioni sportive inglesi, quella calcistica e di cricket, che adottarono nei loro stemmi i Tre Leoni Plantageneti (v. e v.), quella rugbystica prese a simbolo la rosa rossa della casata dei Lancaster, uno dei rami discendenti dai Plantageneti: l’altro ramo, gli York, invece, aveva come simbolo una rosa bianca. Entrambe le casate diedero diversi sovrani all’Inghilterra (due per tutti, Enrico IV per i Lancaster e Riccardo III per gli York) e si affrontarono in un lungo conflitto per il trono inglese, passato alla storia come Guerra delle due rose. Sebbene i due rami familiari alla fine del conflitto si fossero praticamente annientati a vicenda, fu un Lancaster - l’ultimo, Enrico VII, avo di Elisabetta I - che, sposando l’ultima discendente della famiglia rivale, Elisabetta di York, finì di fatto il conflitto e diede origine alla dinastia dei Tudor, che diede continuità al trono d’Inghilterra. La scelta della rosa rossa deriva dal fatto che, sebbene tale matrimonio avesse riunito i due rami familiari - ragion per cui sarebbe stato più logico adottare una rosa metà bianca e metà rossa - il nome tramandato in via maschile fu quello dei Lancaster, da cui la scelta di utilizzare la rosa rossa come simbolo di continuità.

La forma e il disegno della rosa subìrono fin dai primi anni di vita della Nazionale diverse modifiche, finché nel 1920 essi ricevettero un tratto definito, che è quello che fu utilizzato fino a metà degli anni novanta. Si suppone che tale disegno sia opera di Alfred Wright, un dipendente della Rugby Football Union. Il disegno attuale risale al 1997, quando tutta l’uniforme di gioco fu sottoposta a restyling in concomitanza dell’avvento del nuovo fornitore di equipaggiamento sportivo, la statunitense Nike.

L’attuale tenuta di gioco della Nazionale inglese prevede maglia, pantaloncini e calzettoni completamente bianchi, eccezion fatta per una banda diagonale frontale sulla maglietta (della stessa tonalità di rosso della Croce di S. Giorgio, la bandiera inglese) che parte dalla spalla destra e termina sul fianco sinistro. Fino a qualche anno addietro i calzettoni erano blu marino, che era anche il colore della tenuta da trasferta fino al 2007. Da tale data, invece, la tenuta alternativa è identica alla prima, ma a colori invertiti, per cui è completamente rossa con una banda bianca sulla maglietta. La scelta ha sollevato numerose critiche da parte dei tifosi, che obiettano che tale nuova tenuta non fa risaltare la rosa rossa sul petto come faceva invece la maglia completamente blu marino.

La tenuta attuale fu presentata alla vigilia della Coppa del Mondo 2007: quella bianca esordì il 4 agosto contro il Galles, mentre quella rossa contro la Francia fu indossata per la prima volta il successivo 18 agosto.

Dal 1910 il terreno casalingo della Nazionale di rugby è lo stadio di Twickenham (situato nell’omonimo quartiere di Londra), nel quale, salvo rare eccezioni, la squadra ha da allora sempre disputato gli incontri interni, assumendo la funzione che lo stadio di Wembley ha per la Nazionale di calcio. Più raramente, altre città inglesi hanno ospitato le partite casalinghe dell’Inghilterra, una tra tutte Manchester.

Il primo terreno di gioco dei rugbysti inglesi fu il campo conosciuto come The Oval, costruito nel 1845 e che vanta un singolare primato: esso ha infatti ospitato il primo incontro interno delle Nazionali inglesi di rugby XV, di calcio e di cricket (e, in effetti, l’Oval è un campo in erba nato proprio per quest’ultima disciplina). Nell’occasione, l’esordio interno della Nazionale di rugby coincise con la seconda partita di tale selezione, avendo essa disputato la sua prima assoluta in Scozia.

Per un certo periodo, inoltre, prima della costruzione di Twickenham, fu utilizzato Richardson’s Field, un terreno nel quartiere londinese di Blackheath, sede della squadra di rugby ufficialmente documentabile come più antica d’Inghilterra (1858), il Blackheat Rugby Club.

Lo stadio di Twickenham è capace di 82.000 posti a sedere e in passato è stato usato anche per concerti (Iron Maiden, U2, Rolling Stones, etc.); tra eventi sportivi di altre discipline si segnalano anche alcune finali della Challenge Cup di rugby XIII prima che tale competizione migrasse nel rinnovato Wembley.

Nel 1991 lo stadio ospitò diverse partite, inclusa la finale, della Coppa del Mondo di rugby che si tenne in Inghilterra; ospitò anche diversi incontri dell’edizione del 1999 sebbene, in quest’ultimo caso, a organizzare formalmente la manifestazione fosse la federazione gallese.

La Nazionale inglese di rugby ha disputato al 30 giugno 2008 616 incontri. Di questi, 607 sono considerati test match ufficiali dalla IRB e catalogati come Full International (ovvero, a livello di rappresentative maggiori ufficiali di federazioni nazionali). In tali test match, il record di presenze appartiene a Jason Leonard che, dal 1990 al 2004, assommò 114 incontri. Il record di marcature appartiene invece a un giocatore tuttora in attività, Jonny Wilkinson, con 1.032. Questi detiene, tra l’altro, il record assoluto di punti segnati nella Coppa del Mondo di rugby: 246 in 3 edizioni complessive disputate. Rory Underwood detiene invece il record di mete segnate per la Nazionale inglese, 49.

L’avversario incontrato più di frequente è la Scozia (peraltro in scena proprio contro l’Inghilterra nel primo incontro internazionale assoluto della storia del rugby): le due Nazionali si sono incontrate almeno una volta per stagione sportiva, per un totale fino ad oggi di 125 incontri. Il più recente incontro tra le due Nazionali si è tenuto a Edimburgo l’8 marzo 2008 e, oltre a essere valido per il Sei Nazioni, ha assegnato anche la Calcutta Cup: gli scozzesi hanno vinto l’incontro 15-9. A seguire per numero di incontri disputati, le altre Nazionali delle Isole Britanniche: l’Irlanda è stata affrontata 121 volte, il Galles 117. Il Sudafrica fu l’avversario contro cui l’Inghilterra dovette attendere il maggior lasso di tempo prima di vincere il suo primo incontro: ciò infatti accadde il 20 dicembre 1969, 63 anni e 12 giorni dalla prima volta in cui le due Nazionali si incontrarono (8 dicembre 1906).

Dei 9 incontri non ufficiali, 3 sono stati disputati contro i New Zealand Māori (2 vittorie e 1 sconfitta, primo incontro il 16 febbraio 1889, ultimo il 9 giugno 2003) e 6 contro i Barbarians (2 vittorie e 4 sconfitte, primo incontro il 29 settembre 1990, ultimo il 28 maggio 2005).

Quattro ex-giocatori inglesi sono stati ammessi nell’International Rugby Hall of Fame: oltre ai citati Sir Wavell Wakefield e Bill Beaumont, anche Martin Johnson e Jason Leonard (recordman di presenze nella Nazionale inglese e convocato in 4 edizioni della Coppa del Mondo, dal 1991 al 2003). Quello che segue è un elenco dei giocatori - in attività o ritirati - che abbiano fatto parte della Nazionale inglese. Qualora tuttora in attività, sono indicati coloro che si sono ritirati dall’attività internazionale oppure non siano stati più chiamati in Nazionale. Vengono elencati in questa lista coloro tra la cui prima e ultima partita in Nazionale sia passato un periodo minimo di tre anni, corrispondente all’incirca a 25-30 incontri (l’Home Championsip - Cinque o Sei Nazioni, un numero variabile di test-match e/o i tour, per un ammontare variabile di 8/10 incontri l’anno).

Per i giocatori ancora disponibili alla chiamata in Nazionale, si rimanda alla sottostante sezione Rosa attuale.

Quella riportata è la lista dei commissari tecnici della Nazionale inglese. Il primo commissario tecnico ufficialmente investito di tale funzione fu Don White, nel 1969.

L’attuale commissario tecnico è Brian Ashton, già facente parte dello staff di Clive Woodward, che ne prese il posto il 20 dicembre 2006 con un contratto annuale, rinnovato il 20 dicembre 2007. La lista è aggiornata al 15 marzo 2008.

Quella che segue è la rosa più recente della Nazionale inglese: si tratta di quella ufficialmente convocata il 12 maggio 2008 per il tour estivo in Nuova Zelanda del giugno successivo.

Per la parte superiore



Nazionale di rugby XV dell'Italia

Una fase di Scozia - Italia 18-16 alla Coppa del Mondo di rugby 2007.

La Nazionale italiana di rugby XV è la selezione maschile di rugby a 15 (o Rugby union) che rappresenta l’Italia in ambito internazionale. Attiva dal 1929, opera sotto la giurisdizione della Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale italiana è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni, che la vede di fronte alle migliori compagini nazionali europee: Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia. In precedenza, fino al 1997, fu impegnata nel Campionato Europeo sotto le sue varie denominazioni (Torneo FIRA, Coppa delle Nazioni, Coppa FIRA), torneo del quale vinse proprio l’ultima edizione alla quale partecipò, nel biennio 1995/97.

Inoltre, fin dalla sua prima edizione (1987), l’Italia è sempre stata presente alla Coppa del Mondo di rugby, competizione nella quale non è mai, tuttavia, riuscita a superare la prima fase a gironi.

Ammessa fin dal 2000 nel novero delle Nazioni di prima fascia (gruppo che comprende le squadre del Sei Nazioni, quelle del Tri Nations e l’Argentina), al 15 dicembre 2008 l’Italia occupa l’11° posto del ranking dell’International Rugby Board.

Dal novembre 2007 il commissario tecnico è il sudafricano Nick Mallett, subentrato al francese Pierre Berbizier.

Il rugby, al pari del calcio, si fece conoscere in Italia verso la fine del XIX secolo, portato dai britannici che facevano scalo al porto di Genova; la diffusione massiccia del gioco, comunque, fu dovuta all’opera di un pioniere italiano emigrato in Francia, Stefano Bellandi; questi, nato nel 1892 in provincia di Cremona, dovette rientrare in Italia per svolgere il servizio militare e, avendo conosciuto il rugby in Francia, si adoperò per diffonderlo anche in patria.

Con l’ausilio di un amico francese che viveva a Milano Bellandi riuscì a mettere in piedi una sezione rugbistica presso l’Unione Sportiva Milanese, storica società calcistica oramai scomparsa, che all’epoca competeva nel campionato nazionale al pari delle concittadine Inter (con la quale poi si fuse alla fine degli anni venti) e Milan. Tuttavia, già nella primavera del 1910, a Torino, si era tenuto un incontro secondo le regole del rugby tra due compagini calcistiche non italiane, il Servette di Ginevra e il Racing Club di Parigi; sulla scia di tale evento era nato anche il primo club rugbistico italiano, il Rugby Club Torino, scioltosi dopo un solo incontro, disputato contro la Pro Vercelli, club calcistico tra i più forti dell’epoca. Benché, quindi, Torino vanti la primogenitura del rugby in Italia, fu a Milano che la nuova disciplina ebbe il suo pieno sviluppo.

Il primo incontro dell’U.S. Milanese si tenne all’Arena Civica di Milano il 2 aprile 1911 contro una compagine francese, che si impose 15-0; ma, come riportò la Gazzetta dello Sport, gli spettatori furono entusiasti dello spettacolo, tanto che poco meno di un anno dopo, agli inizi del 1912, la squadra milanese organizzò un altro incontro, a Vercelli, contro l’U.S. Chambéry. Anche in tale occasione si trattò di una sconfitta, anche se di minore entità (i francesi vinsero 12-3). Poi giunse la Grande guerra e di rugby in tutta Europa si ricominciò a parlare a partire dai primi anni venti.

Dopo il conflitto fu, ancora, Stefano Bellandi a tentare di rilanciare la disciplina: chiese ospitalità allo Sport Club Italia, del cui presidente Algiso Rampoldi era amico e, con la collaborazione di alcuni amici, rimise in piedi una squadra rugbistica, benché raffazzonata ed estemporanea, che si fece comunque conoscere dal grande pubblico grazie alla stampa; il 26 luglio 1927 fu alfine costituito un comitato di propaganda che costituì il preludio alla nascita di una federazione nazionale che disciplinasse l’attività rugbistica, nel frattempo diffusasi in tutta la penisola (a parte Milano, anche Torino, Udine, Roma, Napoli e altre città). Il 26 luglio 1928 a Roma vide la luce la Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale nacque quasi contemporaneamente all’istituzione del primo campionato italiano: il 20 maggio 1929, allo Stadio dell’Esposizione del Montjuïc di Barcellona, vi fu l’esordio contro l’altrettanto debuttante selezione spagnola, arbitro il francese Brutus. Gli iberici (in realtà una selezione catalana ufficialmente rivestita con i colori della Spagna) si imposero 9-0 e un anno più tardi, il 29 maggio 1930, restituirono la visita per quello che fu il primo incontro interno dell’Italia. A Milano gli Azzurri, per l’occasione ancora in maglia quasi completamente bianca, vinsero 3-0. Gli uomini di quel primo incontro di Barcellona furono Dondana, Cesani, Dora, Vinci II, Vinci III, Vinci IV, Modonesi, Balducci, Paselli, Raffo, Allevi, Barzaghi, Altissimi, Bottonelli, Bricchi. Roma e Milano si divisero in parti uguali la rappresentanza: sei atleti dalla Capitale, sponda Lazio, inclusi i fratelli Vinci, altrettanti dall’ex U.S. Milanese, oramai fusa con l’Ambrosiana-Inter. Brescia contribuì con due uomini; ma il capitano proveniva dalla Michelin Torino (Dondana).

Nonostante una polemica di carattere politico-organizzativo che portò allo scioglimento della F.I.R., alla sua successiva ricostituzione come Federazione Italiana della Palla Ovale e poi, ancora, per ragioni autarchiche, come Federazione Italiana Rugbi, nel quinquennio successivo la Nazionale si confrontò con le più forti selezioni dell’Europa continentale (le quattro britanniche dell’IRB costituendo di fatto una realtà a loro stante), Cecoslovacchia (sconfitta due volte, a Milano e Praga, nel corso del 1933), Romania (vittoria a Milano per 7-0 nel 1934) e Catalogna (pareggio per 5-5 a Barcellona nel 1934).

Prima sconfitta dopo l’esordio, a Roma nel 1935 contro la Francia che, fino al 1983, fu l’unica squadra di alto livello fuori dall’IRB e, fino al 1988, l’unica del Cinque Nazioni, a concedere all’Italia test match ufficiali.

Il 2 gennaio 1934 l’Italia, la Francia e la Germania, capifila di un fronte che propugnava la formazione di una federazione internazionale alternativa all’IRB, istituirono a Parigi insieme ad altre federazioni nazionali europee la Fédération Internationale de Rugby Amateur o FIRA. La neonata associazione istituì un torneo, originariamente chiamato Torneo FIRA (poi Coppa delle Nazioni e Coppa FIRA), di fatto un campionato europeo di rugby a cui l’Italia prese parte fino al 1997.

La Nazionale italiana prese parte a due delle tre edizioni del Torneo FIRA d’anteguerra, classificandosi in un’occasione terza, nell’altra seconda. Entrambi i trofei furono vinti dalla Francia, che peraltro si impose in 25 edizioni sulle 30 in totale cui prese parte.

L’attività proseguì per quanto possibile durante la guerra: il campionato si tenne fino al 1943 e la Nazionale andò avanti fino al maggio del 1942; l’ultimo incontro disputato prima di una lunga interruzione internazionale che durò fino al 1948 fu a Milano contro la Romania. Del resto, lo stesso regime fascista, dopo aver malvisto tale disciplina in quanto di derivazione inglese, decise di promuoverlo a tutti i livelli quale esempio di cameratismo e spirito di combattimento; Achille Starace, segretario del PNF, sostenne che «Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista». Uno dei fattori ritenuti frenanti d’una possibile ulteriore diffusione del movimento rugbistico nel dopoguerra viene identificato proprio in tale politicizzazione della disciplina, alla quale a lungo fu attribuita l’etichetta di “sport fascista”.

Il ritorno alla normalità dopo la guerra avvenne a tappe: il campionato riprese nel 1946, l’attività internazionale, con il Cinque Nazioni, nel 1947, ma la Nazionale italiana dovette attendere fino al marzo 1948 per tornare in campo: alla guida tecnica, nei primi 13 anni di attività, vi erano stati 12 avvicendamenti tecnici, al ritmo di uno all’anno di media, con 11 tecnici coinvolti.

In realtà, si trattava spesso di affiancamenti o di ritorni (il francese Julien Saby, per esempio, uno degli artefici dello sviluppo tecnico del rugby in Italia, ebbe tre mandati di cui due in coppia con un altro tecnico; lo stesso Luigi Bricchi ebbe 8 mandati di cui 6 affiancato a uno o più colleghi).

Nel 1947 la squadra fu affidata all’ex nazionale Tommaso Fattori, già giocatore di Lazio, Roma e Milano e futuro tecnico dell’Aquila.

Questi guidò la squadra in due incontri, entrambi nel 1948, con la Francia B (sconfitta a Rovigo per 6-39) e con la Cecoslovacchia (vittoria a Parma per 17-0). Ma le differenze tra la miglior formazione continentale, la Francia, e l’Italia (e a sua volta tra la stessa Italia e le altre avversarie), erano palesi: gli Azzurri riuscivano a tenere il passo con le altre formazioni europee, ma non a battere i transalpini, neppure quando questi schieravano la loro formazione non ottimale. A dispetto della crescita del gioco nel suo triangolo d’elezione tra Treviso, Padova e Rovigo, con punte d’eccellenza in seguito anche a Napoli, Roma, Parma e L'Aquila, la Nazionale non riuscì per lungo tempo a rendersi competitiva fuori dall’ambito della Coppa delle Nazioni / Coppa FIRA, nella quale era sempre la Francia a dominare: fino al 1968 non si fece sfuggire un’edizione del torneo europeo e, in aggiunta a ciò, era l’unica continentale a confrontarsi annualmente con le quattro britanniche nel Cinque Nazioni.

A contrastare l’Italia a livello continentale era invece la Romania, che aveva visto a partire dal 1950 un numero sempre crescente di praticanti: erano 1.500 dopo la guerra; 13.500, nove volte tanto, alla fine degli anni settanta e che contese, spesso strappandola loro, agli Azzurri la piazza d’onore nella Coppa delle Nazioni, e riuscendo perfino a battere i francesi, cosa che all’Italia riuscì solo molto più avanti.

Apparve chiaro che, quindi, solo un confronto con le nazioni più all’avanguardia poteva dare al rugby italiano occasioni di crescita, e nel 1956 fu organizzato un tour informale (non conteggiabile come tale in quanto non previde alcun test match) in Gran Bretagna: tre incontri che si risolsero in altrettante sconfitte per la Nazionale, contro i gallesi dello Swansea (5-14) e del Cardiff (2-8) e i londinesi Harlequins per 14-15, tutto sommato una sconfitta meno pesante del temuto; il tour fu ripetuto due anni dopo e, proprio nell’ultima partita della serie, che faceva seguito a due sconfitte, contro le Contee Londinesi per 3-9 e il Blackrock per 8-18, l’Italia vinse 5-3 contro gli irlandesi del Cork; quanto ai test match nel periodo intorno a tali tour, si registrarono tutte vittorie (Germania Ovest (12-3 nel 1956, 8-0 nel 1957, 11-5 nel 1960), Cecoslovacchia e Romania, ma contro la Francia ancora quattro sconfitte (3-16 nel 1956, 6-38 nel 1957, 3-11 nel 1958 e 0-22 nel 1959).

La situazione profilatasi circa un decennio prima, all’inizio degli anni sessanta era ormai consolidata e tale rimase praticamente per il trentennio successivo: sempre fuori portata le Isole Britanniche, almeno a livello di rappresentative nazionali, il termine di confronto per tutto il resto d’Europa era la Francia, unica selezione del continente ammessa a competere su base annuale con le quattro Home Nation d’Oltremanica da un lato, e dall’altro impegnata nella Coppa delle Nazioni. A seguire l’Italia, sempre regolarmente sconfitta dalla Francia, a contendersi la seconda piazza di norma con la Romania, ed entrambe un gradino sopra il resto dei contendenti europei. Tuttavia, il 14 aprile 1963, l’Italia fu a un passo dall’interrompere la supremazia francese: a Grenoble, nell’incontro che vide l’esordio in azzurro di Marco Bollesan, la squadra conduceva 12-6 a pochi minuti dal termine. Una meta trasformata dei francesi (all’epoca valida 5 punti) portò il punteggio sul 12-11, e un calcio di punizione ribaltò proprio sul finale lo score, che alla fine fu 12-14.

Tale impresa mancata di poco parve a tutti il preludio a un effettivo salto di qualità che tuttavia non giunse.

La FIRA mise mano nel 1965 al torneo europeo dandogli il nome di Coppa delle Nazioni e strutturandolo in divisioni: l’Italia entrò nella 1ª divisione del torneo 1965/66, piazzandosi seconda e perdendo come di consueto (0-21) l’incontro con la Francia, all’Arenaccia di Napoli. Ma fu l’edizione successiva, quella del 1966/67, che frustrò le ambizioni italiane di proporsi a livelli più alti: la squadra vinse solo l’incontro con il Portogallo (peraltro con un sofferto 6-3), ma perse 3-24 contro la Romania e 13-60 contro la Francia. Da allora e per 28 anni (e per 30 nel torneo), la federazione francese non concesse più all’Italia il test match e le schierò contro solo la sua Nazionale “A”.

La cosa più grave, tuttavia, fu che l’Italia, a causa di tali risultati, retrocesse in 2ª divisione europea, quindi fuori anche dai match più importanti: scelse quindi di non partecipare alla Coppa delle Nazioni successiva, preferendo impegnarsi nel 1968 in alcuni incontri con Portogallo (17-3) e Germania Ovest (22-14); l’incontro con la Jugoslavia di fine d’anno (22-3) fu invece valido per la 2ª divisione della Coppa delle Nazioni 1968/69, che l’Italia vinse per riproporsi nella massima serie per l’edizione successiva; tuttavia, la Federazione giunse alla conclusione che, al fine di allargare l’esperienza internazionale dell’Italia, era necessario farla uscire dall’Europa. Nel 1970 fu così organizzato il primo tour ufficiale azzurro, in Madagascar, capitano Bollesan: furono 2 test match contro i malgasci, il 24 e 31 maggio, entrambi vinti.

Tre anni più tardi l’esperienza fu ripetuta in maniera più estesa: la Nazionale, sempre con Bollesan capitano, si recò in tour in Africa meridionale (Sudafrica e Rhodesia, come si chiamava allora lo Zimbabwe), per disputare diversi incontri tra cui un test match internazionale, contro la Rhodesia a Salisbury (sconfitta 4-42), ma a spiccare fu la vittoria di Port Elizabeth per 24-4 sui South African Leopards, di fatto la Nazionale sudafricana coloured. L’importanza di tale tour, che vide per la prima volta il rugby italiano protagonista di un’affermazione di prestigio in un Paese di lunga tradizione nella disciplina, è riconosciuta tutt’oggi, tanto che quella spedizione è tuttora vista come una pietra miliare del rugby nazionale.

Nel frattempo, nel rinnovato torneo europeo, rinominato da Coppa delle Nazioni a Coppa FIRA, l’Italia non era presente, in quanto retrocessa nuovamente nel 1971; non tornò nella massima serie che nel 1974. Affidata al gallese Roy Bish, primo britannico dopo John Thomas (C.T. dell’esordio azzurro e per un incontro solo) a guidare la Nazionale, la squadra si classificò terza nel torneo 1974/75, mettendo in mostra notevoli progressi nel gioco e nei risultati come il pareggio (3-3) contro la Romania, vincitrice del torneo e capace pochi mesi prima di battere la Nazionale maggiore francese.

Da registrare nel biennio due tour nel Regno Unito, nel 1974 in Inghilterra (tre sconfitte contro altrettante selezioni di contea) e nel 1975 in Inghilterra e Scozia (una vittoria e due sconfitte, una delle quali, a Newcastle upon Tyne, contro l’Inghilterra U-23 per 13-29).

Dopo il secondo posto nella Coppa FIRA 1975/76, conquistato grazie alla vittoria sulla Romania, alla fine del 1976 vi fu anche un match (non ufficiale) contro l’Australia a Milano, che gli Azzurri persero con un tutto sommato soddisfacente 15-16; tale vittoria sfiorata alimentò speranze, presto vanificate dall’andamento della disastrosa Coppa FIRA 1976/77. La sconfitta contro il Marocco portò alle dimissioni di Bish e all’affidamento della squadra a Isidoro Quaglio, giocatore internazionale fino alla stagione precedente e tra i protagonisti del tour del 1973. L’Italia batté la Polonia (2 aprile 1977, 29-3), ma il 1° maggio successivo fu travolta 0-69 dalla Romania, peggior passivo azzurro per i successivi 22 anni. La sconfitta provocò anche l’esonero di Quaglio dopo soli due incontri e meno di un mese d’incarico.

A partire dal 1970 la Nazionale italiana ha affrontato diversi tour, a ritmo più o meno triennale e, a partire dall’ingresso nel Sei Nazioni (2000), annuale. Già nel 1956 e 1958 era uscita fuori dai confini nazionali per due brevi puntate nel Regno Unito, ma si trattava di incontri non ufficiali. Il primo tour con un test match ufficiale fu quello del 1970 in Madagascar.

Fu, quello, il periodo in cui i club del campionato italiano iniziarono a ingaggiare rugbisti da altre federazioni, talora oriundi, più spesso veri e propri stranieri: una Nazionale, ribattezzata XV del Presidente, formata da 12 italiani e 3 stranieri militanti in serie A (i sudafricani Dirk Naudè e Nelson Babrow e il francese Guy Pardiés), incontrò a fine 1977, a Padova, un XV della Nuova Zelanda per un incontro senza valenza di test match, ma comunque incoraggiante per le ridotte dimensioni della sconfitta (9-15); nel 1978 la Nazionale fu affidata a un giovane tecnico all’epoca trentacinquenne, il francese Pierre Villepreux, che il 24 ottobre esordì sulla panchina azzurra a Rovigo guidando la squadra a una convincente vittoria per 19-6 contro l’Argentina. Tra i risultati da segnalare di quel periodo anche il pareggio di Brescia per 6-6 contro l’Inghilterra U-23 (16 maggio 1979) e la sconfitta per 12-18 contro il XV nazionale neozelandese (ribattezzato All Blacks) in un match senza valenza di test disputato sempre a Rovigo il 28 novembre 1979.

Villepreux guidò nel 1980 anche un tour in Oceania e Nord America; i test match disputati furono solo due, a Suva contro Figi (sconfitta 3-16) e ad Avarua contro le Isole Cook (sconfitta 6-15), ma tra i due test vi fu un ben più rilevante incontro, sebbene non ufficiale, contro la Nuova Zelanda Junior, perso ad Auckland per 13-30.

Un nuovo tour senza test match, fu organizzato nel 1981 in Australia: nove incontri, di cui sette vinti e due persi, uno contro la selezione del Queensland, l’altro contro la squadra oggi nota come Brumbies. Il contratto di Villepreux giunse a scadenza e la squadra passò alla coppia Pulli - Paladini, che esordirono in Coppa FIRA 1981/82 con un pareggio 12-12 a Mosca contro l’URSS, per proseguire con una netta vittoria sulla Germania Ovest e una, altrettanto convincente, contro la Romania. L’Italia perse per l’ennesima volta contro la Francia A, ma si assicurò comunque il secondo posto finale.

Nell’edizione successiva, l’Italia riuscì addirittura a classificarsi davanti agli eterni rivali francesi: fu infatti seconda con tre vittorie, un pareggio (per 6-6 a Rovigo contro la squadra A francese, che ormai da 16 anni non concedeva più agli Azzurri il test match) e una sconfitta, contro la Romania. La Coppa 1983/84, invece, vide l’Italia piazzarsi terza per differenza punti nei confronti della Romania (tre vittorie e due sconfitte ciascuna).

Quello a cavallo degli anni settanta e ottanta fu uno dei periodi migliori, per risultati e crescita complessiva a livello internazionale, del primo mezzo secolo di vita della Nazionale: a coronamento di tali progressi vi fu il primo incontro ufficiale con una Nazionale dell’International Rugby Board: fu a Rovigo, al “Battaglini”, che il 22 ottobre 1983 l’Australia scese in campo contro gli Azzurri. L’incontro terminò 29-7 per gli Wallabies, con 5 mete contro una (di Zanon, cui si affiancò nello score Stefano Bettarello che trasformò un calcio piazzato), ma al di là della sconfitta tale partita ha tuttora il valore, per il rugby italiano, di primo passo mosso verso l’ingresso nel club delle grandi Nazionali dell’IRB.

Il 22 marzo 1985 a Parigi l’International Rugby Board, per contrastare il rischio, ventilato da un imprenditore televisivo australiano, della nascita di una competizione internazionale (professionistica) parallela all’attività ufficiale (dilettantistica), decise di istituire un banco di prova comune per tutte le Nazionali, al fine di stabilire una graduatoria che andasse al di là dei risultati dei singoli tour stagionali. Nacque così la Coppa del Mondo di rugby, inizialmente pensata come manifestazione riservata alle sole Federazioni iscritte all’IRB ma che, in fase di votazione istitutiva, fu allargata alle Nazioni emergenti per iniziativa del presidente della FFR Albert Ferrasse, che a tale apertura subordinò il suo voto favorevole alla nascita della competizione. L’Italia (per la quale detto allargamento fu ininfluente, in quanto presente nel nucleo iniziale di 8 Federazioni invitate alla prima edizione) intensificò la sua attività internazionale di alto livello: oramai la presenza di una competizione ufficiale di portata mondiale costituiva un appuntamento ineludibile per chiunque, sia per le Nazionali dell’IRB (le quattro britanniche, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Francia, nel frattempo entrata nel 1978) che per coloro che aspiravano a entrarvi. La stessa Italia era ormai in procinto di aderire all’IRB, organismo nel quale fu ammessa ufficialmente dal 1987 e, dal 1991, anche con diritto di voto.

L’organizzazione della prima edizione della Coppa del Mondo, programmata per il 1987, fu assegnata congiuntamente all’Australia e alla Nuova Zelanda, ovverosia le due Federazioni più interessate dal rischio-emorragia.

Dopo la votazione di Parigi fu la Rugby Football Union la prima Federazione a organizzare un incontro con gli Azzurri, sebbene non ancora in un test match. Tornata nel prestigioso stadio di Twickenham dopo 29 anni, l’Italia perse 9-21 contro l’Inghilterra B; in seguito, in giugno, la squadra sostenne due test contro lo Zimbabwe riportando altrettante vittorie, per 25-6 a Bulawayo e per 12-10 una settimana più tardi ad Harare.

Il 10 maggio 1986, a Roma, l’Italia ricambiò l’ospitalità degli inglesi, anche in tale occasione per un match senza valore di test. Il risultato fu però di rilievo, un pareggio 15-15 che rimane tuttora il migliore contro una selezione internazionale dell’Inghilterra. Il 1° giugno successivo, in tour a Brisbane per ricambiare la visita degli australiani, l’Italia perse dagli Wallabies per 18-39. Per i successivi 12 mesi quello fu l’ultimo test match di alto livello, visto che, nelle more della Coppa del Mondo, vi era la partecipazione alla Coppa FIRA da onorare.

Il 22 maggio 1987 è una data storica per il rugby e, a suo modo, anche per l’Italia: si tratta infatti del giorno dell’incontro inaugurale della prima Coppa del Mondo di rugby, e a disputarlo fu proprio la Nazionale azzurra, guidata dalla panchina da Marco Bollesan, opposta ad Auckland ai padroni di casa neozelandesi in quello che fu visto subito come un incontro proibitivo: come da previsione, infatti, gli All Blacks vinsero, e largamente, imponendosi 70-6; sebbene il rugby italiano fosse in crescita, il divario con le migliori Nazionali del mondo era ancora grande, e i dettagli del punteggio servono a mostrare la differenza di prestazioni: a fronte del calcio piazzato e del drop messi a segno dall’Italia, gli All Blacks marcarono 12 mete (all’epoca valevoli ancora 4 punti ciascuna) di cui 8 trasformate, e due calci piazzati.

L’Italia compromise buona parte delle sue chance di qualificazione ai quarti di finale a causa di un’ulteriore sconfitta (16-25) contro l’Argentina, maturata al termine di un incontro sostanzialmente pari nell’andamento del gioco alla mano (due mete, di cui una trasformata, per parte) ma in cui i sudamericani prevalsero in quello al piede (cinque calci piazzati contro due italiani): l’ultimo incontro con Figi fu vinto per 18-15 ma, a causa del quoziente mete sfavorevole rispetto alla selezione oceanica, quest’ultima, a pari punti di Italia e Argentina, si qualificò a scapito di queste.

Bollesan lasciò la panchina azzurra a fine 1988 e fu sostituito da Loreto Cucchiarelli, il cui interregno durò solo sette incontri, ma caratterizzato da tre test match importanti: una sconfitta contro l’Australia a Roma il 3 dicembre, poi il 31 dicembre successivo, a Dublino, il primo incontro ufficiale contro una Nazionale delle Isole Britanniche, l’Irlanda (sconfitta per 15-31, con 5 mete a 1 per gli irlandesi) e un’ulteriore sconfitta a Buenos Aires per 16-21 il 24 giugno 1989 contro l’Argentina, incontro ancora una volta sostanzialmente pareggiato alla mano ma perso al piede (una meta e quattro piazzati azzurri contro una meta trasformata e cinque piazzati dei Pumas).

A ulteriore dimostrazione della crescita del movimento rugbistico e del rispetto acquisito anche in ambito internazionale, figura la chiamata dei Barbarians, il prestigioso club inglese a inviti, al primo italiano: fu Stefano Bettarello (n. 1958) che, nei tour pasquali 1987 e 1988, fu schierato in totale 4 volte, marcando 43 punti. Per 9 anni Bettarello rimase l’unico azzurro a essere invitato dal club a maglie bianconere.

Da quel momento l’attività internazionale dell’Italia, al pari di quella delle altre federazioni di vertice, fu rimodulata in funzione della cadenza quadriennale della Coppa del Mondo e, dal punto di vista tecnico, dalla necessità di intensificare i confronti con le squadre più rappresentative dell’International Rugby Board. La Coppa del Mondo di rugby 1991 che si tenne in Inghilterra vide una Nazionale, guidata dal francese Bertrand Fourcade, opposta nel primo turno a Stati Uniti, Inghilterra (per il primo test match ufficiale tra le due Nazionali) e Nuova Zelanda; vinto il primo incontro per 30-9, gli Azzurri persero secondo pronostico gli altri due, per 6-36 contro l’Inghilterra e con un più che onorevole 21-31 contro la Nuova Zelanda; si tratta tuttora del miglior passivo italiano contro gli All Blacks.

Dopo Fourcade, fu il turno di un altro francese, Georges Coste, il quale si propose di continuare sulla strada tecnica impostata dal suo predecessore, in particolare per quanto riguardava il gioco dei tre quarti, ancora non al livello delle prime linee. Furono quattro le vittorie iniziali del neotecnico, tutte in Coppa FIRA 1992/94, di cui una di prestigio assoluto: l’11 novembre 1993, a Treviso, l’Italia batté 16-9 la Francia A1. Sebbene non ancora test match, il segnale fu forte, anche perché gli Azzurri terminarono il campionato europeo a pari punti dei transalpini, i quali prevalsero solo per la differenza punti marcati / subìti. L’estate del 1994 vide la squadra in tour in Australia: due sconfitte che comunque segnarono un passo avanti essendo giunte con scarti ridotti in rapporto al valore dell’avversaria: la prima di misura a Brisbane per 20-23 con due mete a una per gli Wallabies e la seconda a Melbourne per 7-20 con una meta per parte e cinque piazzati australiani a due. Il 12 ottobre successivo giunse anche il primo test match contro un’altra del Cinque Nazioni, il Galles: a Cardiff i britannici vinsero 29-19.

I progressi derivanti dal disputare incontri d’alto livello furono evidenti: a Treviso, il 6 maggio 1995, l’Italia sconfisse per la prima volta in un test match una Nazionale storica delle Isole Britanniche, l’Irlanda, per 22-12. La Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica, lì organizzata per celebrare il rientro nella comunità internazionale di quel Paese a seguito del superamento dell’apartheid, vide di nuovo l’Italia eliminata al primo turno, con una sconfitta preventivabile contro l’Inghilterra, anche se per 20-27, e una contro una squadra alla portata degli Azzurri, Samoa che, nell’incontro d’esordio, vinse 42-18 rendendo così vana la successiva vittoria di prestigio contro l’Argentina nell’ultima gara del girone. Se il cammino d’avvicinamento alle migliori squadre europee procedeva, sia pur lentamente, il divario con l’Emisfero Sud era ancora notevole: nell’autunno del 1995 la Nuova Zelanda, al “Dall’Ara” di Bologna, passò 70-6 sopra l’Italia, marcando 10 mete (a zero) con nove giocatori diversi; tuttavia, poche settimane dopo, allo Stadio Olimpico di Roma, il Sudafrica neo-campione del mondo, nel primo test match ufficiale concesso agli Azzurri, vinse 40-21, marcando solo una meta in più degli italiani (3 contro 2).

Alla fine del 1995 l’Italia aveva così incontrato almeno una volta tutte le squadre del Tri Nations (senza vittorie) e quattro del Cinque Nazioni, con una vittoria. Solo la Scozia - che peraltro perse a Rieti a inizio 1996 un incontro che non figura nell’elenco dei test match perché la squadra britannica si presentò come Scozia B - ancora non aveva incontrato ufficialmente gli Azzurri. Il primo test del 1996 fu a Cardiff: i gallesi conducevano 28-3 a metà gara, ma un parziale azzurro di 23-3 in venticinque minuti del secondo tempo portò il risultato a 31-26, punteggio che costituì la base per iniziare a parlare seriamente, per l’Italia, di ammissione al Cinque Nazioni, cosa perfino impensabile solo un quinquennio prima.

Marcatori: 5’ Francescato mt. (tr. Dominguez); 14’ mt. tecn. Francia (tr. Aucagne), 17’, 30’, 62’ e 68’ Dominguez c.p.; 20’, 24’ Aucagne c.p.; 34’ Gardner mt. (tr. Dominguez); 52’ e 82’ Bondouy mt. (2 tr. Aucagne); 56’ Croci mt. (tr. Dominguez); 74’ Vaccari mt. (tr. Dominguez); 79’ Sadourny mt.

FRANCIA: Sadourny, Ougier, Delaigue, Bondouy, Saint-André, Aucagne, Accoceberry, Costes, Pelous, Benetton, Miorin (Betsen), Merle, Tournaire, Dal Maso (Ibañez), de Rougemont. Allenatore: Jean-Claude Skrela.

ITALIA: Pértile; Vaccari, Bordon, I. Francescato (24’ Mazzariol), Marcello Cuttitta; Domínguez, Troncon (39’ e 42’ Guidi); Gardner, Giovanelli, Sgorlon; Cristofoletto, Croci; Properzi, Orlandi, Massimo Cuttitta. Allenatore: Georges Coste.

Il 1996 fu un anno importante per il rugby mondiale: l’International Rugby Board, infatti, in agosto aprì la strada al professionismo nella disciplina che, fino ad allora, era vissuta su alcuni equivoci circa i rimborsi-spese dei giocatori e forme più o meno occulte di pagamento; la FIRA smise di essere l’associazione di fatto alternativa all’IRB per divenirne la filiale europea, e così tutte le organizzazioni continentali di categoria; presidente della federazione italiana fu eletto Giancarlo Dondi che, come primo passo per rilanciare il ruolo del rugby italiano e della Nazionale, iniziò a porre in sede internazionale la questione della presenza permanente dell’Italia in un torneo di alto livello, segnatamente il Cinque Nazioni. A rafforzare la sua posizione, i risultati che stavano giungendo nel corso dell’anno: in testa a punteggio pieno nel proprio girone della Coppa FIRA 1995/97, competizione che agli Azzurri andava sempre più stretta, tanto da spingere la Federazione a comportarsi come la Francia e inviare la Squadra Emergenti a battere 107-19 la Polonia, oramai l’Italia (come peraltro la Francia, la quale tuttavia era impegnata sia nel Cinque Nazioni che nella Coppa FIRA), orientata ai grandi tornei come la Coppa del Mondo, necessitava di confrontarsi con le Nazioni più abituate a competere ad alti livelli.

Esaurita la formalità della Coppa FIRA (64-3 al Portogallo) e in attesa della finale, il 1996 dell’Italia fu denso di appuntamenti di rilievo. Detto del Galles, il resto della stagione azzurra vide solo avversari di spessore: di nuovo il Galles il 5 ottobre allo Stadio Olimpico di Roma (sconfitta 22-31), sconfitta anche a Padova 18-40 contro un’Australia forte di suo, ma alla quale il pessimo arbitraggio dello statunitense Sorenson, verosimilmente non abituato a incontri di un certo livello, diede vantaggi non richiesti e non necessari; sconfitta 21-54 anche a Twickenham contro l’Inghilterra ed esordio, infine, a Murrayfield per un 22-29 subìto a opera della Scozia, Nazionale che completava il quadro delle avversarie di alto livello incontrate dagli Azzurri in almeno un test match.

Il rugby XV vanta circa 3 milioni di praticanti in tutto il mondo, una cifra relativamente esigua in relazione ad altri sport; in ragione di ciò succede spesso che la passione rugbistica coinvolga più membri della stessa famiglia, oppure si tramandi per generazioni. Se è vero un po’ dovunque (in Francia vi sono gli esempi di Jean-Claude Skrela, ex rugbista e allenatore, e di suo figlio David, attuale Nazionale francese, oppure i fratelli inglesi Rory e Tony Underwood), in Italia vi sono state in passato, e tuttora vi sono, numerosi giocatori appartenenti alla stessa famiglia. I fratelli Vinci, di Roma (Piero, Paolo, Eugenio e Francesco), disputarono l’incontro d’esordio della Nazionale a Barcellona nel 1929; più avanti, i fratelli Battaglini: Francesco e Mario “Maci”, i fratelli Bettarello, Ottorino e Romano, quest’ultimo padre di Stefano, il primo azzurro a vestire la maglia dei Barbarians. Ancora, i Checchinato, Giancarlo (padre) e Carlo (figlio), e poi Pierluigi (padre) e Valerio Bernabò (figlio).

Tra i vari fratelli presenti contemporaneamente in Nazionale hanno figurato anche tre coppie di gemelli: si tratta dei Romano, Pietro e Guido, i Fedrigo, Adriano e Paolo e, più recentemente, i gemelli Cuttitta, Massimo e Marcello.

La famiglia più numerosa del rugby italiano recente è sicuramente quella dei Francescato, con quattro fratelli, tutti internazionali: Bruno, Luigi, detto Nello, Rino e il più giovane, Ivan, morto nel 1999 a soli 32 anni.

A titolo statistico, nel primo incontro della Coppa del Mondo tra Nuova Zelanda e Italia scesero in campo due coppie di gemelli: i citati Massimo e Marcello Cuttitta per l’Italia, e Alan e Gary Whetton per gli All Blacks.

Attualmente la famiglia più famosa in azzurro è quella dei fratelli Bergamasco, Mauro e Mirco, a loro volta figli di Arturo, 4 volte Nazionale negli anni settanta.

Infine, con la crescente diffusione della disciplina anche tra le ragazze, il rugby non viene più tramandato solo per via maschile. È il caso per esempio degli aquilani Cucchiella: il padre, Giancarlo, 25 incontri in Nazionale e la partecipazione alla Coppa del Mondo di rugby 1987; sua figlia Elisa, pilone con 20 presenze nella Nazionale femminile. Da notare anche la nascita di coppie di rugbisti: per esempio, Elisa Facchini, 29 presenze a tutto il 2008 e mediano di mischia delle Red Panthers di Treviso, è moglie dell’ex nazionale Matteo Mazzantini, azzurro alla Coppa del Mondo di rugby 2003.

Il 1997 fu l’anno in cui l’Italia iniziò il raccolto di tutto quanto era stato seminato nei dieci anni precedenti: nel primo test match di stagione, il 4 gennaio, gli Azzurri si recarono al Lansdowne Road di Dublino a battere l’Irlanda 37-29, punteggio che descrive solo in parte l’andamento del gioco sul campo: l’Italia mise a terra quattro mete contro solo una degli irlandesi, i quali ridussero il passivo con 8 calci piazzati; eroe di giornata fu Diego Domínguez, autore di 22 punti (una meta, quattro trasformazioni e tre piazzati); gli altri uomini ad andare a meta furono Paolo Vaccari (2) e Massimo Cuttitta (1).

Giunse poi il giorno della finale della Coppa Europa, da disputarsi tra Italia e Francia, che avevano vinto a punteggio pieno i loro rispettivi gironi, nei quali in totale le squadre maggiori erano state schierate tre volte (due volte l’Italia, lasciando gli altri due incontri agli Emergenti e alla Nazionale A, addirittura una sola la Francia, che in due occasioni mandò la Militare e in un’altra la squadra B). A guidare la Francia era Jean-Claude Skrela, assistito dall’ex C.T. azzurro Villepreux: il presidente della FFR, Bernard Lapasset, per via di una promessa fatta tempo prima a Dondi, concesse per il match la squadra migliore, quella che aveva appena vinto il Cinque Nazioni 1997 con il Grande Slam, e lo riconobbe come test ufficiale. Per il gioco dell’alternanza delle sedi, quell’anno l’incontro si tenne in casa dei francesi: dopo aver giocato ad Auckland, a Brisbane e a Melbourne, all’Arms Park di Cardiff, al Murrayfield di Edimburgo, al Lansdowne Road e perfino a Twickenham, l’Italia era ancora una volta tenuta fuori dal Parco dei Principi di Parigi, lo stadio dove la Francia disputava gli incontri del Cinque Nazioni; la sede scelta fu lo stadio Lesdiguières di Grenoble.

Il 22 marzo 1997 si tenne l’ultimo atto della Coppa FIRA, e l’Italia, andando contro pronostico, si impose con un 40-32 che a sei minuti dalla fine era ancora un 40-20, frutto di quattro mete di quattro marcatori diversi: Ivan Francescato, Paolo Vaccari, Julian Gardner e Giambattista Croci. Il piede di Diego Domínguez fece il resto, trasformando tra i pali tutte le mete e mettendo a segno anche quattro calci piazzati. La meta di Croci, frutto di un lavoro di squadra che coinvolse numerosi giocatori, è rimasta nella storia recente del rugby italiano come il momento di svolta di tutto il movimento: se il giornalista sportivo Alfio Caruso aveva definito, anni prima, il mondo del rugby italiano come una “parrocchia”, a sottintenderne il carattere élitario e tutto sommato localistico, anni dopo, nel 2005, il giocatore marchigiano, nella vita di tutti i giorni funzionario di banca, si vide attribuire dal giornalista di Repubblica Corrado Sannucci il titolo di autore « della meta più bella del rugby italiano ma anche la più importante perché è quella che ha strappato il rugby italiano dalle parrocchie per consegnarlo alla BBC».

Sulla scia del successo in Coppa Europa, anche a livello internazionale ci si accorse dei rugbisti italiani: Massimo Cuttitta, dieci anni dopo il precursore Bettarello, fu invitato nei Barbarians; già l’anno precedente due azzurri erano stati chiamati dal prestigioso club inglese, ma si trattava di Julian Gardner e Mark Giacheri, rispettivamente un naturalizzato e un oriundo australiano. Insieme a Cuttitta furono chiamati anche Diego Domínguez, Alessandro Troncon e Paolo Vaccari; l’anno successivo toccò anche al gemello di Massimo, Marcello Cuttitta, poi a Luca Martin e Massimo Giovanelli. Anche i club dei vari campionati esteri misero gli occhi sui giocatori italiani; se è vero che già a partire dagli anni cinquanta vi erano atleti italiani impegnati in Francia (Mario Battaglini al Tolone, Francesco Zani all’Agen e Sergio Lanfranchi al Grenoble per 15 anni dal 1946 al 1961 e Isidoro Quaglio al Bourgoin-Jailleu per una stagione), la rarità di casi poteva essere vista fino ad allora come l’eccezione di un rugby generalmente ritenuto non adatto all’esportazione; invece, solo per rimanere al 1997, Domínguez lasciò l’Amatori Milano per andare nello Stade Français fino a fine carriera; Massimo Cuttitta fu ingaggiato dai londinesi Harlequins; Cristian Stoica e, poco dopo, anche Massimo Giovanelli, al Narbona; Orazio Arancio e Stefano Bordon al Tolone.

Nei test di fine 1997 - inizio 1998 l’Italia perse a Bologna 31-62 contro il Sudafrica, ma prima di Natale, sempre a Bologna, sconfisse 37-22 l’Irlanda e, a gennaio 1998, la Scozia 25-22. Tali due vittorie capitarono a cavallo della decisione più importante per il rugby nazionale: il comitato del Cinque Nazioni, riunitosi a Parigi il 16 gennaio 1998, decise di ammettere l’Italia al torneo a partire dal 2000.

Rimaneva un biennio prima del Sei Nazioni 2000, da onorare in primis con le qualificazioni alla Coppa del Mondo di rugby 1999: a novembre 1998 l’Italia fu impegnata a Huddersfield in un girone a tre che comprendeva anche i Paesi Bassi e i padroni di casa dell’Inghilterra, nel quale bastava il secondo posto per accedere alla fase finale della Coppa; preventivabile la vittoria italiana sui Paesi Bassi (67-7), altrettanto preventivabile, ma niente affatto scontata la sconfitta contro gli inglesi (15-23), con una meta di Troncon non convalidata dall’arbitro e, al contrario, una inglese irregolare ma assegnata. Ciononostante l’Italia staccò il biglietto per la Coppa da disputarsi in Galles l’anno successivo, e curò la preparazione con una serie di test match con avversarie di livello: sconfitta ad apertura d’anno contro la Francia XV a Genova (24-49), sconfitte di fila a Murrayfield contro la Scozia (12-30), a Treviso contro il Galles (21-60), al Lansdowne Road contro l’Irlanda (30-39) per giungere, in pieno caos organizzativo, al tour in Sudafrica: una serie di dissidi tra Georges Coste e la Federazione, e i club che riluttavano a cedere i giocatori migliori alla Nazionale (visto il nuovo status di professionisti, che rendeva i giocatori patrimonio anche economico delle loro società d’appartenenza), portò a una spedizione disastrosa, che si risolse in uno 3-74 nel primo incontro con gli Springboks a Port Elizabeth, e a un umiliante 0-101 una settimana più tardi a Durban, la peggior sconfitta della storia del rugby internazionale azzurro. Ormai ingestibile la situazione, Coste lasciò la Nazionale e la squadra venne affidata al suo secondo, l’ex azzurro Massimo Mascioletti. Questi ebbe il compito di guidare la squadra alla Coppa del Mondo di rugby 1999. Opposta in prima fase di nuovo a Inghilterra e Nuova Zelanda (più Tonga), l’Italia si rese protagonista della peggior Coppa del Mondo della sua storia: sconfitta 7-67 dall’Inghilterra, perse anche 25-28 da Tonga per chiudere con un 3-101 che in termini numerici non equivalse la sconfitta contro il Sudafrica di pochi mesi prima solo per un calcio piazzato di Domínguez: per il resto furono 12 mete neozelandesi di cui 11 trasformate, più 3 calci piazzati.

L’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni coincise anche con una profonda ristrutturazione del rugby europeo: la FIRA cambiò nome in FIRA - AER (Association Européenne de Rugby, Associazione europea rugby ); Italia e Francia abbandonarono definitivamente il torneo continentale, rinominato dal 2000 Campionato europeo per Nazioni, che rimase così riservato solamente alle squadre di seconda fascia, in tal modo ufficializzando l’ingresso dell’Italia tra le sei federazioni con il ranking europeo più alto.

Dopo la Coppa del Mondo, anche Mascioletti lasciò la panchina azzurra, che fu affidata all’ex All Black Brad Johnstone. Questi guidò la Nazionale al suo primo Sei Nazioni, e l’esordio fu dei più incoraggianti: il 5 febbraio 2000, allo Stadio Flaminio di Roma, l’Italia batté la Scozia 34-20 e riuscì nell’impresa di evitare il Whitewash nell’anno di esordio (cosa che occorse invece alla Francia, nel Cinque Nazioni 1910, il suo primo). Dopo quella vittoria, tuttavia, vi furono 14 sconfitte consecutive nel torneo, le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse in bianco.

Nonostante i tentativi di Johnstone - che ereditava una Nazionale in gran parte figlia della tradizione rugbistica francese - di impartire alla squadra una disciplina di tipo anglosassone, tale atteggiamento fu visto da personaggi storici del rugby, come Marco Bollesan, ex giocatore e allenatore della Nazionale e dirigente federale, come penalizzante per i rugbisti italiani, oltreché foriero di scelte sbagliate. Le critiche nascevano dal fatto che, a detta di Bollesan, pur avendo Johnstone una squadra competitiva, egli non riusciva a farla esprimere al meglio per errori nella gestione degli uomini a livello, più che tecnico, caratteriale e psicologico. Nell’autunno del 2001 fu affiancato a Johnstone un altro All Black, John Kirwan, che da giocatore vinse la Coppa del Mondo nel 1987 e che disputò diverse stagioni sportive in Italia. Dopo qualche mese di gestione congiunta, e dopo il Sei Nazioni 2002 concluso di nuovo con il Whitewash, Johnstone fu esonerato e Kirwan divenne C.T. titolare. Questi mise subito in evidenza i punti da lui ritenuti deboli sui quali lavorare, in particolare per quanto riguardava il superamento della mentalità in base alla quale i giocatori si consideravano già sconfitti prima di entrare in campo contro un’avversaria più quotata.

Kirwan portò avanti il 2002 con buoni risultati per quanto riguardava la qualificazione alla Coppa del Mondo di rugby 2003 in Australia (vittorie contro Spagna 50-3 e Romania 25-17), ma risultati incerti nei test con le squadre di alto livello: 10-64 a Hamilton contro gli All Blacks e, nella sessione autunnale, 6-36 dall’Argentina al Flaminio e 3-34 dall’Australia al Ferraris di Genova.

Nel Sei Nazioni 2003 l’Italia colse la sua seconda vittoria in assoluto nel torneo, a Roma contro il Galles (30-22) ancora una volta alla 1ª giornata. A differenza di quella di tre anni prima, la vittoria del 2003 fu utile per non relegare l’Italia all’ultimo posto, che fu lasciato ai gallesi, i quali incassarono Cucchiaio di legno e Whitewash. Tuttavia il percorso dopo il Sei Nazioni 2003 non fu agevole: sconfitta in agosto a Murrayfield 15-47 contro la Scozia e 6-61 a Limerick contro l’Irlanda. Alla Coppa del Mondo in Australia, dopo la preventivabile sconfitta per l’ennesima volta contro gli All Blacks (7-70), giunsero le vittorie contro Tonga (36-12) e Canada (19-14); la sfida contro il Galles divenne decisiva per un eventuale accesso ai quarti di finale, ma i britannici vinsero 27-15 e per l’Italia sfumò ancora l’obiettivo di andare oltre il primo turno, obiettivo peraltro meno impensabile che nelle precedenti edizioni.

Anche nel Sei Nazioni 2004 l’Italia evitò sia il Whitewash che il Cucchiaio di Legno, che furono appannaggio della Scozia, battuta nella 3ª giornata del torneo; nel prosieguo della stagione, gli Azzurri presero parte solo a test match di medio-basso livello (vittorie contro Romania, Giappone, Canada e Stati Uniti), oltre alla sconfitta 10-59 al Flaminio contro la Nuova Zelanda in tour nell’Emisfero Nord.

Il Whitewash nel Sei Nazioni 2005 costò tuttavia il posto da C.T. a Kirwan che, ad aprile, fu sostitutito dal francese Pierre Berbizier, ex nazionale nel ruolo di mediano di mischia; questi si prefisse come obiettivo primario quello di riportare il rugby italiano nel suo alveo culturale, figlio della subdiffusione della disciplina in tutta Europa a opera dei francesi, e di cercare di favorire lo sviluppo di un’identità nazionale del gioco.

Il resto del 2005 fu intenso per quanto riguardò i test match: 6, di cui 3 contro l’Argentina, due nella sessione estiva in Sudamerica (sconfitta a Salta per 21-35 e vittoria a Córdoba per 30-29, prima volta dell’Italia in casa dei Pumas ) e uno in quella autunnale (sconfitta interna a Genova per 22-39; uno ciascuno contro Australia (21-69 a Melbourne), Tonga (48-0 a Prato) e Figi (23-8 a Monza).

Il Sei Nazioni 2006 vide di nuovo l’Italia all’ultimo posto, con Cucchiaio di legno ma senza Whitewash. Per la prima volta, infatti, gli Azzurri pareggiarono un match del torneo e, cosa statisticamente più notevole, ciò avvenne fuori casa, a Cardiff contro il Galles (18-18). Particolare ancora più rilevante, l’Italia terminò con una differenza punti fatti-subiti di -53, la migliore da quando iniziò la partecipazione al torneo, e superiore di 32 punti rispetto alla performance fin lì meno negativa (-85 nel 2003) nonché quasi il doppio di quella conseguita nelle altre edizioni (da -122 del 2000 al -101 del 2001, passando per -113, -110 e -103). I test di vertice quell’anno furono quelli autunnali al Flaminio contro Australia (una convincente sconfitta 18-25 al termine di un incontro che gli Azzurri conducevano 15-13 all’intervallo) e Argentina (sconfitta 16-23); per il resto vittorie contro Giappone, Portogallo, Russia e Canada.

Il XV di Berbizier iniziò a raccogliere i frutti del lungo lavoro nel corso del Sei Nazioni 2007: pur sconfitta all’esordio dalla Francia per 3-39, l’Italia si recò, per il turno successivo, a Twickenham a disputare un incontro di grande spessore agonistico, risultando alla fine sconfitta per 7-20, ma al contempo autrice, per ammissione stessa degli inglesi, di una prestazione capace di creare molti problemi alla squadra britannica, secondo il C.T. Brian Ashton grazie alla minor pressione che gravava sugli Azzurri, ma soprattutto, a detta del capitano inglese Phil Vickery, a un energico pacchetto di mischia messo in campo da Berbizier.

La giornata successiva vide l’Italia cogliere la prima vittoria esterna della sua ancor breve storia nel Sei Nazioni: allo stadio di Murrayfield di Edimburgo, dopo soli 6 minuti di gioco, gli Azzurri conducevano già 21-0, grazie a tre mete di rapina, di Mauro Bergamasco dopo soli 19” di gioco, di Scanavacca al 3’ e una terza di Robertson al 6’, e trasformate dal piede dello stesso Scanavacca, autore nel corso dell’incontro di altri 9 punti su calcio piazzato. Alla fine dell’incontro il punteggio fu 37-17 per via di una meta quasi allo scadere di Troncon, trasformata ancora una volta da Scanavacca (uomo-partita con 22 punti); all’uscita della squadra dal campo, l’intero stadio le tributò un lungo applauso.

L’Italia non si fermò lì. Due settimane più tardi, nella 4ª giornata del torneo, ricevette in casa il Galles e, sul finire di un incontro combattutissimo condotto dalla formazione britannica fino a pochi minuti dal termine, Mauro Bergamasco realizzò la meta che significava il sorpasso nel punteggio: 23-20 e seconda vittoria consecutiva nel Sei Nazioni; particolare ancor più notevole, con una partita ancora da giocare l’Italia aveva ancora la possibilità, dal punto di vista matematico, di vincere il torneo: infatti in quel momento la classifica vedeva in testa Francia (a cui poi andò la vittoria finale), Inghilterra e Irlanda con 6 punti, e a seguire l’Italia con 4, che nell’ultimo turno attendeva al Flaminio proprio l’Irlanda, che comunque vinse l’incontro; ad ogni modo, la vittoria finale del Sei Nazioni 2007 passò attraverso la prestazione degli Azzurri che persero 24-51 lasciando la differenza-punti irlandese invariata rispetto a quella francese (vincitrice 46-19 sulla Scozia); la Francia vinse il Sei Nazioni per una miglior differenza-punti, +69 rispetto a +65 dell'Irlanda.

La squadra che andò in Francia a disputare la VI Coppa del Mondo aveva, quindi, fondate speranze di raggiungere i quarti di finale, obiettivo sempre fallito nelle cinque edizioni precedenti: il girone a cinque in cui era inserita la squadra azzurra vedeva come avversarie, in ordine di calendario, Nuova Zelanda, Romania, Portogallo e Scozia: in pratica, scontato il primo posto degli All Blacks, rimaneva un posto da disputarsi tra Scozia e, appunto, Italia. L’esordio a Marsiglia contro i neozelandesi fu duro, sconfitta 14-76, ma con all’attivo due mete realizzate e una terza dapprima convalidata e poi annullata dall’arbitro. A seguire, sofferta vittoria 24-18 contro la Romania e, poi, senza strafare, contro il Portogallo (31-5). L’ultimo incontro, al “Geoffroy-Guichard” di Saint-Étienne, fu quello decisivo, e l’Italia ebbe pure la possibilità di vincerlo: con la Scozia avanti di 2 (16-18) quasi allo scadere, David Bortolussi sbagliò il calcio piazzato che avrebbe potuto portare in vantaggio gli Azzurri e verosimilmente dar loro vittoria finale e qualificazione. Così non fu e l’Italia fu di nuovo eliminata al termine della prima fase. Berbizier, che già aveva annunciato la fine del suo impegno dopo la Coppa del Mondo, cessò dal suo incarico il 30 settembre 2007, il giorno dopo la sconfitta contro la Scozia.

Per i quattro anni che separano l’Italia dalla Coppa del Mondo di rugby 2011 in programma in Nuova Zelanda, la Federazione Italiana Rugby ha affidato dal 1° novembre 2007 l’incarico di commissario tecnico della Nazionale all’ex rugbista sudafricano Nick Mallett, già allenatore degli Springboks che inflissero all’Italia il 101-0 di Durban del 1999. La squadra è già qualificata alla VII Coppa del Mondo in quanto classificatasi tra le 12 migliori dell’edizione 2007 (le otto quartifinaliste più le migliori terze di ogni girone di prima fase). Il primo banco di prova della Nazionale di Mallett è stato il Sei Nazioni 2008; un esordio positivo contro l’Irlanda al Croke Park di Dublino (sconfitta 11-16 con una meta per parte e una trasformazione e un piazzato a vantaggio degli irlandesi) che ha fatto da preludio a una sconfitta interna per 19-23 contro l’Inghilterra, giudicata per la prima volta un’occasione persa in quanto più frutto degli errori italiani che dell’abilità degli inglesi. Lo scarto di soli 4 punti rappresenta il miglior risultato nei test match contro la nazionale inglese, dalla quale l’Italia è sempre stata sconfitta.

A quel punto, dopo due partite, Mallett ha dato realizzazione pratica al programma che aveva annunciato in federazione al momento di assumere l’incarico, e cioè dar spazio ai giovani rugbisti italiani cresciuti nei vivai nazionali. In quest’ottica va letto l’utilizzo fin dal primo minuto del match contro il Galles di due elementi del Benetton Treviso, l’apertura Andrea Marcato, praticamente al suo secondo esordio, visto che aveva disputato il - fino ad allora - suo unico incontro in Nazionale nel 2006 sotto la gestione Berbizier, e l’ala Alberto Sgarbi, che aveva esordito come sostituto nel precedente incontro con gli inglesi. Nonostante la sconfitta a Cardiff (8-47) contro un forte Galles che ha vinto, alla fine, il torneo con il Grande Slam, la stessa linea è stata perseguita anche a Saint-Denis contro la Francia: 13-25 il risultato finale, che ancora a pochi minuti dal termine era 13-18 (8 punti di Marcato). Infine, a Roma, nell’ultima giornata del torneo, vittoria 23-20 contro la Scozia (con un drop all’80’ ancora di Marcato) che, se non è servita a evitare il cucchiaio di legno (l’Italia si è classificata ultima per differenza punti fatti-subìti peggiore rispetto alla stessa Scozia), ha risparmiato alla squadra il quarto Whitewash dopo quelli del 2001, 2002 e 2005, e l’ha tenuta a punti per la terza edizione di seguito.

Nel prosieguo del 2008 l’Italia ha intrapreso un mini tour estivo nell’Emisfero Sud con due test match, il primo il 21 giugno contro il Sudafrica a Città del Capo (considerato, nonostante la sconfitta 0-26, soddisfacente sotto il punto di vista del carattere e della fase difensiva, laddove al contrario non sono mancate note di disappunto per la Nazionale campione del mondo, da parte della stampa sia italiana che sudafricana) e il secondo il 28 giugno a Córdoba contro l’Argentina, tenutosi ancora una volta nel segno di Andrea Marcato, trasformatore all’80’ della meta realizzata poco prima da Ghiraldini e che 11-12 a 13-12 per gli Azzurri.

Nel mese di novembre si sono tenuti tre test match, l’8 a Padova contro l’Australia (sconfitta 20-30 maturata negli ultimi minuti di una partita fino ad allora in bilico sul 20-20, il 15 a Torino di nuovo contro l’Argentina (sconfitta 14-22 al termine di una prova non convincente della difesa, sovrastata da quella dei Pumas ) e il 22 a Reggio Emilia contro i Pacific Islanders (sconfitta 17-25 frutto di un’eccessiva deconcentrazione nel primo tempo, chiusosi 10-22).

Dopo i citati match l’Italia, che in giugno era risalita fino al 10° posto del ranking IRB, è tornata a occupare l’11° posto con il quale aveva iniziato l’anno. Un’ulteriore posizione è stata persa dopo il Whitewash nel Sei Nazioni 2009, chiuso dall’Italia senza vittorie e con due sole mete all’attivo (contro Inghilterra all’esordio e Francia nell’ultimo incontro).

La maglia della Nazionale, come gran parte delle tenute degli sportivi che rappresentano l’Italia a livello internazionale, è azzurra, anche se la tonalità è spesso variata nel corso degli anni.

All’inizio della sua avventura internazionale, come del resto anche per quella della Nazionale di calcio, gli atleti del rugby vestivano una maglia quasi completamente bianca, adottando poi più avanti un celestino sempre più carico fino ad arrivare al blu Savoia, che è il colore al quale si uniformarono generalmente le selezioni rappresentanti di qualsiasi disciplina sportiva. Tale colore deriva da quello del bordo che circonda l’emblema di casa Savoia, all’epoca regnante in Italia.

A completare la tenuta, i calzettoni, che riprendono i colori della maglia, e i calzoncini, bianchi. La tenuta alternativa è speculare alla prima: calzoncini azzurri, maglia e calzettoni bianchi.

Con il passare degli anni la tenuta, una volta stabilizzatasi sul colore, non ha subìto significativi cambiamenti di foggia: sostanzialmente la maglietta è sempre rimasta con il collo a “V” con un colletto bianco, e il suo colore è stato sempre di un azzurro scuro.

Più recentemente il nuovo sponsor tecnico della Nazionale, la Kappa, ha abbandonato il collo a V e ha introdotto un colore che si differenzia da quello di altre rappresentative nazionali, per esempio quella di calcio: laddove in quest’ultima l’azzurro tende più al blu, nel caso della Nazionale di rugby vira più verso il celeste.

Dal 23 gennaio 2007 lo sponsor della Nazionale italiana è l’istituto di credito Cariparma (già Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza), facente capo al gruppo bancario francese Crédit Agricole. L’accordo, della durata di tre anni, prevede anche la titolazione dei test match che vedono l’Italia come Paese ospitante, i quali quindi prendono il nome di Cariparma Test Match. Il 26 maggio 2008 l’accordo di sponsorizzazione è stato successivamente prolungato fino a tutto il 2011.

La Nazionale disputò il suo primo incontro nel 1929, che le cronache dell’epoca erano use riportare come “Anno VII Era Fascista”. Per questo motivo, il simbolo della squadra era lo stemma di casa Savoia caricato da un fascio littorio ricamato in oro. Tale fu il simbolo della Nazionale di rugby e, più in generale, di qualsiasi rappresentativa sportiva italiana a livello internazionale, fino alla caduta del fascismo. Con la successiva abrogazione della monarchia nel 1946 venne abbandonato anche l'emblema reale e adottato uno scudetto tricolore con due foglie gialle alla base e, a sormontare il tutto, la scritta “ITALIA” su sfondo azzurro. A chiudere in basso lo stemma, un drappo azzurro con l’acronimo F.I.R..

Ancora oggi questo è lo stemma che figura sulle maglie, anche se è stato soggetto anch’esso a restyling: nel corso degli anni la doratura delle foglie è variata dal bruno al dorato acceso. Attualmente le foglie alla base dello scudetto tricolore sono bronzee, così come il testo delle scritte e il bordo dello scudetto.

Da notare che, a differenza dello stemma riportato sulle maglie della propria Nazionale, il logo della Federazione riporta l’acronimo F.I.R. in testa, sopra lo scudetto tricolore, mentre la scritta “ITALIA” compare in basso, sul drappo azzurro.

Sebbene formalmente non esista uno stadio nazionale propriamente detto, per le gare più importanti (Sei Nazioni, test match di alto livello) l’impianto d’elezione della Nazionale italiana è lo Stadio Flaminio di Roma, utilizzato per la prima volta nel 1935 (all’epoca con il nome di “Stadio del Partito Nazionale Fascista”) per l’incontro con un XV della Francia non valido come test.

Il primo incontro interno in assoluto fu disputato, come detto, nel 1930 all’Arena Civica di Milano. Ancora nel 1935 la rappresentativa della Catalogna fu ospite allo stadio Marassi (Luigi Ferraris) di Genova. Nel dopoguerra, frequentemente utilizzati furono Treviso (Stadio di Monigo), Rovigo (Comunale, poi rinominato Battaglini), Napoli (Arenaccia) e, più recentemente, L'Aquila (Fattori), Udine (Gerli), Bologna (Arcoveggio). Anche Catania (Maria Goretti), più sporadicamente, ha ospitato incontri della Nazionale.

A Padova, una delle capitali del rugby italiano, tre stadi hanno ospitato la Nazionale: il Plebiscito, che è attualmente lo stadio del Petrarca, l’Euganeo, costruito nel 1994 e impianto casalingo del Calcio Padova, e lo Stadio Appiani, storico impianto che ospitò nel 1977 il citato incontro tra il XV del Presidente e gli All Blacks.

Lo Stadio Olimpico di Roma ospitò due incontri, uno dei quali, quello del 1995 tra Italia e Sudafrica, valido come primo test match tra le due Nazionali. L’altro fu un anno più tardi, tra Italia e Galles.

Comunque, anche nell’era del Sei Nazioni, la Nazionale ha affrontato test match in varie sedi: tra quelle non citate in precedenza Asti, Benevento, Biella, Monza, Parma e Prato (tali sedi soprattutto per gli incontri di qualificazione alla Coppa del Mondo). Quello disputato il 15 novembre 2008 contro l’Argentina è il primo test match della Nazionale italiana a Torino, città nella quale, singolarmente, non ha mai giocato a livello ufficiale pur essendo lì nato il primo club italiano di rugby.

La Nazionale italiana di rugby ha disputato al 22 novembre 2008 375 incontri contro selezioni internazionali. Di questi, 326 sono considerati full international. Gli altri 49 sono stati disputati contro selezioni non classificate come Nazionali maggiori o rappresentative di una Federazione, come i Barbarians, gli African Leopards, la Francia B, XV o Espoirs, etc. Vi sono poi altri incontri, non classificati come internazionali, disputati durante i tour in Africa del 1973 e in Gran Bretagna nel 1974, che videro come avversari selezioni provinciali o di contea quali le Province del Transvaal, del Natal e dell’Orange in Sudafrica o le contee del Middlesex, del Sussex o dell’Oxfordshire in Inghilterra. Ai fini statistici vengono considerate solo le performance relative ai 324 incontri full international, salvo alcune eccezioni, quale ad esempio l’incontro del novembre 2008 contro i Pacific Islanders, selezione internazionale oceanica, classificato come test match.

In tali incontri il record di presenze appartiene ad Alessandro Troncon. Questi vanta 101 incontri dal 1994 al 2007, con la partecipazione in quattro consecutive Coppe del Mondo, dal 1995 al 2007 e a sei tornei del Sei Nazioni, dal 2000 al 2003 e poi nel 2005 e 2007. Il record di punti segnati è appannaggio dell'italo-argentino Diego Domínguez con 971 punti in 73 incontri. Domínguez conta anche 27 punti marcati in precedenza con la Nazionale dell’Argentina; la somma totale lo porta a detenere attualmente il posto di terzo miglior marcatore internazionale dopo l’inglese Jonny Wilkinson (1.099) e il gallese Neil Jenkins (1.030). Infine, il record di mete appartiene a Marcello Cuttitta, con 25, seguìto da Paolo Vaccari con 22. Entrambi facevano parte della squadra che vinse la Coppa FIRA nel 1997 sconfiggendo la Francia a Grenoble.

L’avversario incontrato più di frequente è la Romania, in ragione della concomitante presenza del torneo europeo della FIRA; a seguire, la Francia (30 volte in full international con una vittoria, quella citata del 1997), la Spagna (che esordì insieme all'Italia, visto che entrambe disputarono tra di esse il loro primo incontro internazionale) e la Germania (compreso il periodo in cui era Germania Ovest).

A parte le Isole Cook (un incontro) e Samoa, le uniche nazioni che l’Italia non è finora mai riuscita a battere sono quelle che vantano almeno un titolo mondiale, ovvero le tre dell’Emisfero Sud (Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica) più l’Inghilterra. Per quanto riguarda le altre squadre del Sei Nazioni, l’Italia vanta, a parte la citata vittoria contro la Francia (tuttavia ottenuta nel 1997, quando l’Italia non disputava ancora il torneo), tre vittorie contro l’Irlanda (nessuna di esse nel torneo, tuttavia), cinque contro la Scozia (di cui due prima del Sei Nazioni) e due contro il Galles (entrambe nel Sei Nazioni).

Sono qui di seguito elencati tutti i giocatori che hanno preso parte alle varie edizioni della Coppa del Mondo; sono inoltre menzionati quei giocatori protagonisti di episodi rilevanti che hanno visto protagonista la Nazionale italiana, come per esempio quelli che conquistarono la Coppa FIRA 1995/97, i più rappresentativi di coloro che presero parte ai tour del 1973 in Africa meridionale e del 1980 in Oceania.

Nell’elenco figura anche Paolo Rosi (1924-1997), già Nazionale negli anni quaranta e cinquanta del XX secolo. Poi passato alla carriera giornalistica come commentatore televisivo, Paolo Rosi disputò 12 incontri in Nazionale e fu il primo italiano a essere invitato in una selezione internazionale europea per affrontare un XV dell’Inghilterra.

Per i giocatori ancora in attività non compresi nel presente elenco si rimanda alla sezione “Rosa attuale”, più in basso.

Quella che segue è la rosa più recente della Nazionale italiana, convocata dal tecnico Nick Mallett per il torneo del Sei Nazioni 2009.

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Il 1999 nel rugby

Il 1999 è l'anno della quarta edizione della Coppa del Mondo, ospitata dal Galles, con incontri negli altri paesi britannici e in Francia: il successo è per l'Australia che bissa il successo del 1991 davanti alla Francia, capace di superare in semifinale i favoriti All Blacks.

L'ulitmo "Cinque Nazioni" va alla Scozia, grazie anche all'incredile successo del Galles sull'Inghilterra nell'ultima partita.

La Nuova Zelanda si aggiudica il Trinations, davanti ad un Sudafrica che aperso lo smalto dell'anno precedente a cusa dei dissidi tra Nick Mallett e alcuni giocatori e ad un Australia alale rpese con infortuni vari.

L'Italia, dopo i progressi degli anni precedenti, vive un anno disastroso con sconfitte in serie contro le grandi squadre e un mondiale pessimo.

Viaggio al contrario rispetto alla tradizione per il Sudafrica, che si reca in Galles per inaugurare il nuovo stadio che ospiterà al finale di Cardiff.

Nel rugby a 15 è tradizione che a fine anno (ottobre-dicembre) si disputino una serie di incontri internazionali che gli europei chiamano "Autumn International" e gli appasionati dell'emisfero sud "Springtime tour". In aprticoalre le nazionali dell'emisfero Sud si recano in tour in Europa.

Nel 1999 però tale tradizione non è stata rispettata in quanto nello stesso periodo i è disputa la Coppa del Mondo e dunque si son disputati solo match secondari.

In anticipo sull'entrata ufficiale, gli azzurri affrontano tra la fine del 1998 e il marzo del 1999 tutte le future avversarie. Dopo il match di novembre a Huddersfield con l'Inghilterra, si affronatno le altre. A dire il vero la Francia che arriva a Genova è una selezione non ufficiale, poiché non sono disponibili i giocatori delle squadre impegnate nelle coppe europee.

A Genova, gli azzurri giocano pochi giorni dopo l'improvvisa scomparsa di Ivan Francescato, dopo un primo tempo alla pari, gli azzurri crollano sotto i colpi dei Francesi. Il disastro procede con Scozia e Galles.

Solo a Dublino le cose vanno meglio, ma dopo un primo tempo in vantaggio, giocato a favore di vento, gli azzurri crollano.

La squadra è in piena crisi, Georges Coste ha annunciato che lascerà la squadra dopo i mondiali, rinunciando ad un rinnovo a cui avrebbe avuto diritto. Dilaniata da faide interne, da problemi economici relativi ai premi, ma soprattutto dall'invecchiamento di molti giocatori non sostituiti degnamente, almeno per il momento, la squadra perde colpi e subisce rovesci clamorosi.

Dopo il tour la federazione decide, di affidare la squadra a Massimo Mascioletti nominando Georges Coste coordinatore delle nazionali, ruolo simbolico che il francese lascerà presto. Non si risolvono le questioni economiche e i problemi di spogliatoio. Al torneo dell'Aquila, gli azzurri conquistano le uniche due vittorie dell'anno contro le modestissime squadre di Spagna e Uruguay, ma crollano nel secondo tempo contro le Figi, del futuro C.T. azzurro Brad Johnstone.

Ai mondiali si va tra i proclami, ma dopo pochi minuti, contro gli inglesi, si capisce che sarà un disastro. L'esordio con l'Inghilterra è drammatico (7-67), si perde anche contro Tonga (25-28), quando nel recupero un drop ci condanna ad una sconfitta imprevista. Contro gli All Blacks non c'è partita (3-101) per i poveri azzurri che chiudono un anno da incubo. La federazione esonera Mascioletti ed ingaggia Brad Johnstone come nuovo C.T..

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Luciano Orquera

Luciano Orquera (Córdoba, 12 ottobre 1981) è un rugbista italiano di origine argentina, che nella stagione 2008/09 milita nel Brive nel ruolo di apertura.

Luciano Orquera è nato a Córdoba da una famiglia di origini italiane. Proveniente dal club cittadino del Palermo Bajo RC, Orquera si trasferì in Italia nel 2001, ingaggiato dal Mirano; l'ingresso nel Super 10 avvenne un biennio più tardi, nelle file del Petrarca, nel quale si alternò nel ruolo di apertura con Andrea Marcato (dualismo che ricorre tuttora in Nazionale).

Nel 2004 il C.T. John Kirwan fece esordire Orquera in azzurro contro il Canada; successivamente lo schierò da titolare in tutto il Sei Nazioni 2005; con l’avvento di Pierre Berbizier sulla panchina italiana Orquera non fu più convocato per circa due anni, anche se poi, in prossimità della Coppa del Mondo di rugby 2007, il tecnico francese lo preselezionò, tuttavia non includendolo nella rosa finale che prese parte alla competizione.

Dal 2005 Orquera gioca in Francia, dapprima nell’Auch e, attualmente, nel Brive; il nuovo C.T. della Nazionale Nick Mallett non ha potuto convocare, causa infortunio, il giocatore per i test di metà anno a casa di Sudafrica e Argentina, tuttavia lo ha incluso in quelli di fine anno, in due dei quali è stato schierato quale subentro ad Andrea Marcato.

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Source : Wikipedia