Nassiriya

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Attentati di Nassiriya

Il Presidente Ciampi in visita ad Aureliano Amadei, uno dei feriti della troupe del regista Stefano Rolla

I militari italiani partecipanti alla missione militare in Iraq "Antica Babilonia", seguita alla seconda guerra del golfo, sono stati oggetto di alcuni attentati e agguati, che hanno provocato un totale di circa 50 vittime (di cui 25 italiani).

Nassiriya (più correttamente Nasiriya; in arabo: الناصرية, al-Nāṣiriyya) è una città irachena, capoluogo della regione irachena di Dhi Qar, sede di importanti giacimenti petroliferi.

Nel mese di marzo 2003 inizia l'operazione Iraqi Freedom (OIF), o seconda guerra del golfo, da parte di una coalizione composta principalmente degli eserciti britannico e statunitense e da altri Stati. Il 1 maggio 2003 la guerra è ufficialmente finita, anche se di fatto gli eserciti stranieri non hanno mai avuto il controllo pieno del territorio, subendo enormi perdite dovute ad attacchi ricorrenti.

La risoluzione ONU 1483 del 22 maggio 2003 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite invita tutti gli Stati a contribuire alla rinascita dell'Iraq, favorendo la sicurezza del popolo iracheno e lo sviluppo della nazione.

La missione termina il 1 dicembre 2006.

Il 12 novembre 2003 avviene il primo grave attentato di Nassiriya. Alle ore 10:40 ora locale (UTC +03:00), le 08:40 in Italia, un camion cisterna pieno di esplosivo scoppiò davanti la base militare italiana, provocando l'esplosione del deposito munizioni della base e la morte di diverse persone tra militari e civili. Il tentativo di Andrea Filippa,guardia all'ingresso della base "Maestrale", di fermare, con il mitragliatore pesante in dotazione, i due kamikaze risulta vano, anzi, gli attentatori risposero al fuoco con i kalashnikov. I primi soccorsi furono prestati dalla nuova polizia irachena e dai civili del luogo. Nell'esplosione rimase coinvolta anche la troupe del regista Stefano Rolla che si trovava sul luogo per girare uno sceneggiato sulla ricostruzione a Nassiriya da parte dei soldati italiani.

Inoltre provoca circa 140 feriti.

I caduti dell'Esercito Italiano appartenevano al Reggimento San Marco, alla Brigata Folgore, al Reggimento Trieste, al Reggimento Savoia, al Reggimento Trasimeno , al 13 Reggimento Carabinieri di Gorizia ed al 7º Reggimento Carabinieri "Trentino-Alto Adige" di Laives. Sono morti anche alcuni appartenenti alla Brigata Sassari che stavano scortando la troupe cinematografica di Stefano Rolla e 3 militari del 6° Reggimento Trasporti della Brigata Logistica di Proiezione, che stavano scortando il cooperatore internazionale Marco Beci.

La camera ardente per tutti gli italiani morti venne allestita nel Sacrario delle Bandiere del Vittoriano, dove fu oggetto di un lungo pellegrinaggio di cittadini. I funerali di Stato si svolsero il 18 novembre 2003 nella basilica di San Paolo fuori le mura, a Roma, officiati dal cardinale Camillo Ruini, alla presenza delle più alte autorità dello Stato, e con vasta e commossa partecipazione popolare; le salme giunsero nella basilica scortati da 40 corazzieri a cavallo. Per quel giorno fu proclamato il lutto nazionale.

Il Comando dell'Italian Joint Task Force (IJTF) si trovava a Tallil, a 7 chilometri da Nassiriya, vicino al Comando USA. Il Reggimento carabinieri MSU era diviso su due postazioni: la base "Maestrale", dove è avvenuto l'attentato, al centro di Nassiriya e durante il regime di Saddam Hussein era sede della Camera di Commercio. L'altra sede era la Base "Libeccio" o "Animal house", distante poche centinaia di metri dalla prima, e gravemente danneggiata anch'essa dall'esplosione. Era infatti intendimento dei Carabinieri, contrariamente alla scelta dell'Esercito di stabilirsi lontano per avere una maggiore cornice di sicurezza, posizionarsi nell'abitato per un maggior contatto con la popolazione. Due mesi dopo l'attentato, il Reggimento CC lasciò definitivamente anche la Base "Libeccio", trasferendosi alla base di "Camp Mittica" nell'ex aeroporto di Tallil, a 7 km da Nassiriya.

Due sono le inchieste aperte su questi fatti. Una avviata dalle autorità militari vuole scoprire se è stato fatto tutto il necessario per prevenire gli attacchi. Le due forze armate coinvolte sono giunte a conclusioni diverse; l'Esercito ha chiesto una consulenza al generale Antonio Quintana, secondo il quale sistemare la base al centro della città e senza un percorso obbligato a zig-zag per entrare all'interno di essa è stato un errore. Mentre per la commissione nominata dall'Arma dei Carabinieri e guidata dal generale Virgilio Chirieleison non ci sono state omissioni nell'organizzazione della sicurezza della base. Lo stesso Abu Omar al Kurdi, terrorista di al-Qāˁida reo confesso dell'organizzazione dell'attentato, ha affermato che era stata scelta la "Base Maestrale" in quanto si trovava lungo una strada principale che non poteva essere chiusa.

L'altra inchiesta è stata aperta dalla procura di Roma per cercare di individuare gli autori del gesto. Il suo lavoro non è facile dato che deve lavorare su un territorio straniero in cui le condizioni non sono stabili. L'unica cosa stabilita con certezza è che a scoppiare è stato un camion cisterna con 150-300 kg di tritolo mescolato a liquido infiammabile. Il 24 maggio 2007 il procuratore ha chiesto il rinvio a giudizio per due generali dell'esercito (i due comandanti che si sono avvicendati alla guida della Missione Antica Babilonia) ed un colonnello dei Carabinieri (il comandante pro tempore del Reggimento MSU) per il reato previsto dall'art. 98 del codice penale militare di guerra: omissione di provvedimenti per la difesa militare.

Si sospetta che Abū Musˁab al-Zarqāwī sia il mandante degli attentati, appoggiato dagli estremisti sunniti, mentre per la parte finanziaria si pensa ad un professore di teologia che lavora all'ateneo di Bagdad. Un'altra ipotesi porta verso il coinvolgimento di una cellula terroristica libanese molto vicina agli ambienti di al-Qāʿida, infatti le modalità dell'attacco ricordano altri attentati accaduti in Libano ed, inoltre, alcuni terroristi arrestati a Beirut avrebbero raccontato diversi particolari della strage di Nassiriya. Entrambe le piste portano, comunque, ad un coinvolgimento di persone venute da fuori della provincia di Dhī Qar a prevalenza sciita e questo confermerebbe quanto affermato dai vertici della base "Maestrale", cioè che non c'erano motivi particolari di preoccupazione in quanto la popolazione locale non era ostile verso i militari italiani e gli estremisti locali venivano monitorati con attenzione.

I morti ed i feriti dell'attentato sono stati insigniti della Croce d'Onore con una cerimonia tenutasi il 12 novembre 2005 presieduta dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

A Nassiriya, pochi mesi dopo l'attentato del 12 novembre 2003, il 6 aprile 2004, si ebbe uno scontro tra le nostre truppe e l'Esercito del Mahdi.

I militari italiani furono impegnati nella città in uno scontro della durata di 18 ore attorno a due ponti che permettono il passaggio del fiume, nel quale furono feriti lievemente undici bersaglieri; le perdite irachene furono di una quindicina di morti, tra cui sembra una donna e due bambini, e oltre 35 feriti.

La mattina del 27 aprile 2006 un convoglio formato da quattro mezzi militari italiani partì dalla base di Camp Mittica per raggiungere l'ufficio provinciale per il coordinamento dei pattugliamenti congiunti (Provincial joint operation center) come già avevano fatto molte altre volte. Alle 8:50 ora locale (le 6:50 in Italia) il secondo veicolo della colonna passa sopra all'ordigno posto nel centro della carreggiata. All'interno del mezzo, per cause legate con molta probabilità alla scelta di usare una tipologia di veicolo non adeguatamente protetto (VM90P), si sprigionano forti fiamme che causano la morte istantanea per shock termico di tre dei cinque militari presenti a bordo. Il maresciallo aiutante Carlo de Trizio ed il Maresciallo Aiutante Franco Lattanzio muoiono poco dopo, prima di riuscire a raggiungere l'ospedale. Il 7 maggio muore anche il maresciallo aiutante Enrico Frassanito rientrato a Verona, dopo le prime cure ricevute a Kuwait city; nell'attentato era rimasto gravemente ustionato.

All'interno della cappella all'ospedale militare del Celio, a Roma, è stata allestita la camera ardente per i militari Ciadelli, De Trizio e Lattanzio.

Il 2 maggio, giornata di lutto nazionale, si sono svolti nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri i funerali di Stato officiati da Monsignore Angelo Bagnasco, ordinario militare per l'Italia. Erano presenti il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi e le più alte autorità politiche e militari.

Durante il funerale privato del Maggiore Ciardelli (il giorno 3 maggio alle ore 11), nella chiesa di San Nicola a Pisa, si sono svolti anche i battesimi del figlio Niccolò e del nipote Matteo.

Come da prassi anche in questo caso sono due le inchieste aperte sull'attentato, una militare e l'altra della Procura di Roma, per accertare se sia stato fatto tutto il possibile per la sicurezza dei militari italiani.

Nelle prime ore dopo l'esplosione sono state diffuse due rivendicazioni. Una delle "Brigate dell'Imam Husayn", l'altra dell'"Esercito Islamico in Iraq" di cui fa parte Abū Musʿab al-Zarqāwī. La veridicità è ancora tutta da verificare.

Il 5 giugno 2006, nell'anniversario dell'Arma dei Carabinieri, avviene un altro attentato ai militari italiani in missione in Iraq. Alle 21:35 ora locale un ordigno, probabilmente comandato a distanza, è stato fatto scoppiare al passaggio di un mezzo blindato. L'esplosione è avvenuta a circa 100km a nord di Nassiriya. Il veicolo era in testa ad un convoglio diretto a Tallil; i primi soccorsi sono arrivati proprio da medici che appartenevano al convoglio.

Dopo ogni attentato si è levato inevitabile il dibattito politico sull'eventualità di ritirare le truppe dal teatro bellico iracheno. Le forze politiche sono essenzialmente divise tra il mantenimento finanziario del contingente in Iraq (Casa delle Libertà) e il ritiro (Unione). Sotto il governo Prodi si è avuto il ritiro delle truppe di stanza in Iraq per l'operazione Antica Babilonia, in verità già previsto negli ultimi mesi del Governo Berlusconi.

Una serie di inchieste giornalistiche e di interrogazioni parlamentari hanno confermato la presenza nella regione di Nassiriya di importanti giacimenti petroliferi, utilizzati da società italiane. Secondo un'inchiesta di Rainews del 2005, ripresa poi dai quotidiani nazionali , la regione ospita un giacimento da 2.5-3 miliardi di barili al giorno, un affare stimato in circa 300 miliari di dollari.

Il dato era contenuto in uno studio commissionato dal Ministero delle Attività Produttive sei mesi prima della guerra in Iraq e tenuto segreto al Parlamento italiano. La trasmissione ha dato luogo a delle interrogazioni parlamentari .

L'Italia aveva firmato un memorandum di intesa con Saddam Hussein, seguito da un Product Sharing Agreement, che affidava i pozzi petroliferi della regione in concessione a soggetti italiani.

I congiunti dei militari italiani caduti in servizio a Nassiriya, protestarono in varie occasioni per il mancato conferimento della medaglia d'oro al valor militare. Durante elezioni politiche del 2006, dopo il conferimento di tale onorificenza (anche se al valor civile) a Fabrizio Quattrocchi, la protesta venne ripresa e sostenuta da esponenti politici e giornalisti, alcuni dei quali colsero l'occasione per contestare l'assegnazione della medaglia a Quattrocchi.

Maria Cimino, madre del caporal maggiore capo scelto dell'Esercito Emanuele Ferraro, inviò una pubblica protesta al presidente Ciampi per lamentare la disparità di trattamento tenuta nei confronti di Fabrizio Quattrocchi rispetto ai caduti di Nassiriya. Analoga protesta giunse dal figlio del brigadiere dei Carabinieri Domenico Intravaia («Non capisco perché ai nostri caduti a Nassiriya venga ancora negata la medaglia d'oro al valor militare») e dalla sig.ra Paola Cohen Gialli, vedova del maresciallo dei Carabinieri Enzo Fregosi, entrambi caduti nel citato attentato di Nassiriya. La sig.ra Gialli dichiarò: «Sono incredula e amareggiata. Non ho nulla contro Quattrocchi, anzi. Ma noi stiamo conducendo questa battaglia da due anni e mezzo senza ottenere risposte. Mi sento presa in giro. A noi non interessa il lato finanziario della vicenda perché non vogliamo la medaglia d'oro per ottenere il vitalizio, ma per avere un riconoscimento perenne a chi è morto mentre serviva il proprio Paese e contribuiva a far rinascere la democrazia in Iraq. Ai nostri carabinieri non è stato dato niente e a Quattrocchi la medaglia d'oro. È un'assurdità».

I congiunti dei militari caduti a Nassirya hanno giudicato «insufficiente e artificiosa» l'attribuzione della Croce d'Onore, una decorazione istituita per l'occasione. Sostegno alle recriminazioni dei familiari dei caduti di Nassiriya è giunta anche da Rosa Villecco, vedova di Nicola Calipari e deputato dei democratici di sinistra, che in un'intervista televisiva a Mario Adinolfi, riguardo a Quattrocchi dichiarò che « trovato in Iraq per problemi di disoccupazione qui in Italia e non è la stessa cosa di chi era li a servire lo Stato, ecco perché il rammarico dei parenti delle vittime di Nassiriya è comprensibile».

Nel merito, si rammenta che le onorificenze al valor Militare e Civile vengono assegnate, secondo la legislazione italiana, quale riconoscimento degli «atti di insigne o eccezionale coraggio».

Per la parte superiore



Guerra d'Iraq

The logic of Iraq war by Latuff2.jpg

4.1455 U.S.A. 1705 U.K. 1305 altre nazioni 1.0032 mercenari Forze di sicurezza Irachena morti: 7.4602 Soldati della coalizione dispersi o catturati: 4 Soldati della coalizione feriti: 27.7672 U.S.A. circa 3002 U.K.

La guerra d'Iraq, o seconda guerra del Golfo, iniziò il 20 marzo 2003 con l'invasione dell'Iraq da parte di una coalizione formata da Stati Uniti d'America, Regno Unito, Australia, e Polonia, con contributi minori da parte di altri stati, tra cui l'Italia. Essa era stata preceduta da una lunga ostilità armata (iniziata nel 1990 con la guerra del Golfo) fra l'Iraq del dittatore Saddam Hussein e molti altri Stati (USA in primis).

Le truppe della coalizione prevalsero facilmente sull'esercito iracheno, tanto che il 1º maggio 2003 il presidente statunitense Bush proclamò concluse le operazioni militari su larga scala. Tuttavia, nonostante numerosi Paesi si siano uniti alla coalizione inviando contingenti militari, il conflitto prosegue. Esso si è trasformato in una guerra civile che vede da una parte le forze internazionali e il nuovo governo iracheno (e le milizie curde e sciite che lo appoggiano) e dall'altra un movimento di resistenza forte soprattutto nelle province centrali a prevalenza sunnita, di cui fanno parte blocchi disparati che vanno da ex-membri del partito Baʿth e dell'esercito, a gruppi religiosi, etnici o tribali e a gruppi apertamente terroristici legati ad al-Qāʿida. Dopo un drammatico incremento della violenza fra l'inizio del 2006 e la metà del 2007, durante il quale le tattiche di guerriglia e terrorismo adottate dalla resistenza hanno spinto sempre più nel caos buona parte dell'Iraq, negli ultimi mesi si è assistito ad un leggero miglioramento della situazione militare, per via dell'incremento delle truppe USA e della capacità del nuovo comandante americano (gen. Petraeus) di spezzare l'unità della resistenza sunnita attraverso alleanze con le sue componenti "tribali". Tuttavia lo stesso comando americano ammette che queste misure non sono sostenibili nel lungo periodo.

I tentativi di porre fine allo scontro attraverso un processo politico (come le elezioni del 2005) non hanno avuto esito: dopo la vittoria alle urne, sciiti e curdi hanno persino esacerbato il conflitto introducendo nella nuova costituzione misure contrarie agli interessi sunniti. I governi che si sono succeduti sono deboli ed incapaci di controllare persino i propri sostenitori: gli scontri armati fra milizie "filo-governative" (come a Basra, teatro di uno scontro fra fazioni sciite, o a Kirkuk, contesa fra Sciiti e Curdi) sono frequenti. Questi scontri e quelli con la resistenza sono accompagnati da episodi di pulizia etnica, che hanno spinto alcuni milioni di iracheni a fuggire dalle proprie case. Recentemente la situazione irachena è stata resa ancora più intricata da alcune incursioni turche nel nord del Paese, giustificate dall'asilo offerto dai Curdi iracheni a membri di organizzazioni (come il PKK) che sarebbero responsabili di atti terroristici in Turchia.

I costi umani della guerra non sono chiari: l'unico numero noto con una certa precisione è quello delle perdite della coalizione (4.188 morti ed oltre 28.000 feriti fino al 1 dicembre 2007), mentre per le perdite irachene si va dai circa 30.000 morti cui ha accennato il presidente Bush in un discorso del dicembre 2005, ai circa 650.000 stimati in uno studio apparso nell'ottobre 2006 sulla rivista medica Lancet.

Durante gli Anni '80 i rapporti fra l'Iraq di Saddam Hussein, gli Stati Uniti, i Paesi occidentali e le monarchie arabe della regione del Golfo Persico (Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Qatar, ecc.) furono sostanzialmente buoni per ragioni di realpolitik. Infatti, nonostante la sua brutalità e la sua contiguità politica con l'Unione Sovietica, il regime laico instaurato dal partito Baʿth era considerato un bastione contro l'espansione del regime islamico iraniano, con cui fu in guerra dal 1980 al 1988.

Nell'agosto 1990 l'invasione irachena del Kuwait spinse gli USA e i loro alleati a uno scontro frontale coll'Iraq. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dispose sanzioni economiche e più tardi autorizzò un intervento militare se gli Iracheni non si fossero ritirati dal Kuwait entro il 15 gennaio 1991. L'Iraq ignorò l'ultimatum e al suo scadere un'ampia coalizione guidata dagli USA scacciò gli Iracheni dal Kuwait (Prima guerra del Golfo).

Verso la fine degli anni '90 diversi intellettuali e politici americani (soprattutto i Neoconservatori) cominciarono a premere per un'invasione dell'Iraq. Molti di costoro erano vicini al Partito Repubblicano e la loro influenza crebbe enormemente con l'elezione (novembre 2000) del secondo presidente Bush. Nella nuova Amministrazione entrarono diversi fautori dell'invasione, fra cui il vicepresidente Cheney, il Segretario alla Difesa Rumsfeld e probabilmente lo stesso George Bush.

Inizialmente l'Iraq venne lasciato in disparte, forse perché la relativa debolezza politica del presidente non gli permetteva di ignorare le ragioni dei "realisti" (che temevano le conseguenze negative dell'invasione), rappresentati entro l'Amministrazione dal Segretario di Stato Colin Powell. Gli attentati dell'11 settembre 2001 gli permisero di uscire dall'impasse presentandosi come il presidente di una nazione già in guerra. Bush proclamò dapprima la cosiddetta guerra al terrorismo e poi enunciò la dottrina della guerra preventiva: gli USA non avrebbero atteso gli attacchi nemici, ma avrebbero usato la propria potenza militare per prevenirli.

È stato riferito che Bush pensasse subito all'Iraq, cambiando però idea quando si rese conto che gli attentati erano stati compiuti dal gruppo terrorista al-Qāʿida, capeggiato dal saudita Osāma bin Lāden. Bin Laden e i suoi avevano base in Afghanistan dove erano appoggiati dai Talebani, fazione che controllava gran parte del Paese. Poiché questi rifiutarono di consegnare bin Laden, gli USA si allearono con i loro nemici interni e li rovesciarono, installando a Kabul un governo filo-occidentale (dicembre 2001); bin Lāden riuscì a fuggire.

Nonostante la campagna afghana non fosse conclusa, l'amministrazione Bush spostò rapidamente la propria attenzione ad altri Stati che riteneva pericolosi per la sicurezza statunitense: nel discorso sullo stato dell'Unione del gennaio 2002 Bush parlò del cosiddetto asse del male formato da paesi-canaglia quali Iran, Iraq e Corea del Nord, cui occorreva contrapporsi. Nella pratica, gli sforzi dell'amministrazione si indirizzarono soprattutto contro l'Iraq.

Così come non tutti i fautori della guerra condividevano tutte le ragioni elencate in precedenza, non tutti i suoi oppositori condividevano tutte le motivazioni appena esposte. Per esempio, è molto probabile che i governi francese, tedesco, russo e cinese non si siano opposti alla guerra per ragioni di principio, ma più probabilmente per timore dell'instabilità che una guerra avrebbe potuto portare nella regione medio-orientale e per ragioni inconfessate di opportunità economica, in quanto diverse compagnie di questi Paesi avevano stipulato accordi vantaggiosi per lo sfruttamento delle risorse petrolifere irachene, che sarebbero entrati in vigore quando le sanzioni internazionali fossero state abolite.

Dopo diversi anni dal rovesciamento del regime di Saddam Hussein molti degli argomenti di chi si opponeva al conflitto si sono rivelati realistici e fondati, mentre i vantaggi ("ufficiali" o meno) propagandati da chi era favorevole non sono stati conseguiti.

L'11 ottobre 2002 Bush ottenne dal Congresso l'autorizzazione all'uso della forza per "difendere la sicurezza nazionale degli USA contro la continua minaccia posta dall'Iraq; e per attuare tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU a questo riguardo". Bush avrebbe dovuto spingere il Consiglio di Sicurezza a prendere provvedimenti contro il mancato rispetto di 16 precedenti risoluzioni riguardanti l'Iraq; la forza sarebbe stata ammissibile solo dopo che egli avesse determinato che ulteriori sforzi diplomatici non sarebbero valsi a proteggere gli USA o ad attuare le risoluzioni. Tuttavia Bush non avrebbe avuto bisogno di ulteriori autorizzazioni, né del Congresso né dell'ONU.

Dopo alcune settimane di negoziati in seno al Consiglio gli USA ottennero l'approvazione unanime della risoluzione 1441 (8 novembre 2002), che offriva all'Iraq un'"ultima possibilità di adempiere ai propri obblighi in materia di disarmo" e minacciava "serie conseguenze" in caso contrario, fissando una serie di scadenze entro le quali il disarmo sarebbe dovuto procedere.

L'Iraq accettò la risoluzione, permettendo il ritorno degli ispettori e concedendo loro prerogative (come l'accesso illimitato ai "siti presidenziali") che aveva sempre negato. I capi degli ispettori, Hans Blix e Muḥammad al-Baradeʿī, presentarono diversi rapporti. Nel primo di questi (30 gennaio 2003) Blix sostenne che l'Iraq non aveva del tutto accettato i propri obblighi, pur non ponendo ostacoli diretti alle ispezioni; al-Baradeʿī (capo della AIEA e incaricato della distruzione del programma nucleare) sostenne che molto probabilmente l'Iraq non aveva un programma atomico degno di nota. Entrambi chiesero più tempo prima di dare un giudizio definitivo.

Il 5 febbraio il segretario di stato USA Colin Powell cercò di convincere il Consiglio ad autorizzare l'uso della forza poiché a suo dire l'Iraq aveva ancora una volta dimostrato di non rispettare le risoluzioni ONU; nel suo discorso egli discusse le prove dell'esistenza di WMD irachene. La sua tesi fu accolta freddamente e i suoi argomenti furono considerati molto deboli.

I successivi rapporti di Blix e al-Baradeʿī (14 febbraio e 7 marzo) furono più favorevoli all'Iraq, poiché parlavano di progressi, anche se diversi problemi restavano irrisolti, soprattutto nel campo delle armi chimiche: secondo Blix, sarebbero stati necessari parecchi mesi di ispezioni per venirne a capo.

Questi rapporti, uniti all'annuncio francese di un probabile veto, furono deleteri per i tentativi anglo-americani di ottenere un'ulteriore risoluzione che autorizzasse esplicitamente l'invasione. Nonostante forti pressioni statunitensi solo 4 dei 15 Stati presenti nel Consiglio (USA, Regno Unito, Spagna e Bulgaria) erano intenzionati ad approvare la risoluzione (Francia, Germania, Cina, Pakistan e Siria sembravano contrari, mentre Messico, Cile, Camerun, Angola, Guinea e Russia avevano posizioni più sfumate). La nuova risoluzione non fu quindi sottoposta al voto e Bush dichiarò che la diplomazia aveva fallito.

Dopo la caduta di Ṣaddām, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha unanimemente riconosciuto USA e Regno Unito quali potenze occupanti ed invitato i propri membri a contribuire alla stabilizzazione della situazione irachena e a favorire l'autogoverno iracheno (risoluzione 1483 del 22 maggio 2003). Successivamente diverse risoluzioni (tutte approvate senza voti contrari) hanno riconosciuto il nuovo governo iracheno.

Il braccio di ferro all'ONU fu accompagnato da manifestazioni di protesta in gran parte del mondo, notevoli sia per la grande partecipazione che per la loro estensione geografica. Anche se il commentatore del New York Times definì l'opinione pubblica mondiale l'unica "superpotenza" in grado di contrastare gli Stati Uniti, gli effetti pratici furono irrilevanti. Infatti esse non scalfirono la determinazione dell'amministrazione statunitense (il cui elettorato era in maggioranza favorevole alla guerra) e non riuscirono neppure a porre una pressione sufficiente su governi (come quello italiano e spagnolo) che appoggiavano l'invasione a dispetto dell'opposizione da parte delle rispettive opinioni pubbliche.

Fin da prima della controversia all'ONU, Bush e i suoi alleati (fra cui il premier britannico Tony Blair) avevano cercato di raccogliere una coalizione favorevole all'invasione dell'Iraq, per ottenere una risoluzione favorevole alla guerra, o perlomeno una certa copertura politica. Il rafforzamento militare della coalizione era secondario, in quanto nessun Paese "invitato" disponeva di forze confrontabili con quelle anglo-americane.

Il 27 marzo 2003 (cioè durante l'invasione) la Casa Bianca diffuse un elenco dei membri della coalizione, allora composta dai 49 paesi; il livello di coinvolgimento andava dalla partecipazione militare (Stati Uniti, Gran Bretagna, Polonia, Australia) al supporto logistico, al semplice appoggio politico. Bush definì questi Stati (molti dei quali inviarono poi in Iraq dei contingenti militari) come la "coalizione dei volenterosi" (coalition of the willing).

Molti tuttavia fecero notare l'assenza di paesi importanti come Francia e Germania e lo scarso contributo del mondo islamico, presente solo attraverso il Kuwait (che ricambiava l'aiuto ricevuto 12 anni prima facendo da base principale per l'attacco), la Turchia (che permise l'uso del proprio spazio aereo, ma non il transito della fanteria statunitense), l'Afghanistan, l'Azerbaijan e l'Uzbekistan (che diedero contributi simbolici).

A titolo di esempio, nel febbraio 2006 restavano in Iraq circa 140.000 soldati statunitensi e 8.000 soldati britannici, cui si aggiungevano 3 contingenti fra 1.000 e 5.000 uomini (Corea del Sud, Italia, Polonia) e altri 18 più piccoli. Le forze della coalizione erano americane per l'87%, britanniche per il 5% e di altre 21 nazioni per il rimanente 8%. Queste proporzioni erano rimaste grossomodo costanti fin dalla tarda primavera del 2003; tuttavia, a seguito del ritiro di diversi contingenti (fra cui quelli italiano) avvenuto durante il 2006 e dell'aumento (noto col termine inglese di surge) degli effettivi USA in Iraq, durante il 2007 il "peso" statunitense è stato ben superiore al 90%.

Per quanto il presidente statunitense Bush sostenesse che la decisione di invadere l'Iraq non fosse stata ancora presa, il comando americano cominciò con largo anticipo a pianificare l'invasione, inviando grandi forze in Kuwait. Nella primavera 2002 la stampa USA descrisse i probabili piani di attacco: una campagna relativamente breve ma molto massiccia di bombardamenti aerei (shock and awe) sarebbe stata combinata con la rapida avanzata di un esercito relativamente piccolo ma molto mobile, dotato dei più moderni mezzi. Il principale timore era che questa forza perdesse molti dei propri vantaggi se l'esercito iracheno si fosse asserragliato nelle città. Parecchi militari ritenevano quindi inadeguata sia la forza di 70.000 uomini proposta dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld (per confronto, l'esercito che nel 1991 aveva riconquistato il Kuwait era di oltre 500.000 uomini), sia le stime che parlavano di un'occupazione di circa un anno: ad esempio, il capo di stato maggiore dell'esercito USA, gen. Shinseki dichiarò di ritenere necessarie "diverse centinaia di migliaia di uomini" "per diversi anni". Alla fine gli USA e i loro alleati schierarono circa 250.000 uomini, metà dei quali marinai od aviatori.

Inoltre le incursioni aeree sulle no fly zones furono intensificate: già nel settembre 2002 furono condotte incursioni che coinvolsero oltre 100 aerei. Alla fine dell'autunno le truppe americane erano pronte all'invasione, prevista nei mesi relativamente freschi dell'inverno, ma che fu ritardata di alcuni mesi dal protrarsi della controversia all'ONU (forse perché la loro presenza minacciosa aveva spinto Saddam a piegarsi alle ispezioni).

La guerra iniziò la mattina del 20 marzo del 2003, poche ore dopo un ultimo rifiuto di Ṣaddām di abbandonare il potere e andare in esilio. La coalizione disponeva di un esercito di circa 260.000 uomini, cui si aggiungevano alcune decine di migliaia di componenti della milizia curda dei peshmerga. L'esercito iracheno contava invece poco meno di 400.000 uomini (di cui circa 60.000 guardie repubblicane), più circa 40.000 paramilitari dei Fedā'iyyīn Ṣaddām e ben 650.000 uomini ufficialmente parte della riserva. L'esercito iracheno era però male armato e scarsamente motivato; anche i reparti di élite della guardia repubblicana avevano mezzi piuttosto malconci (le sanzioni avevano impedito l'importazione di pezzi di ricambio). In effetti, gran parte delle unità irachene si disintegrarono prima di incontrare il nemico, per via dei bombardamenti, e dell'incompetenza o delle diserzioni dei loro comandanti (spesso corrotti dalla CIA).

L'attacco di terra fu quasi contemporaneo a quello aereo. Poiché la Turchia aveva negato il transito alla fanteria, quasi tutte le forze della coalizione partirono dal Kuwait, anche se nel nord una brigata di paracadutisti e diverse unità di forze speciali si unirono ai peshmerga.

L'avanzata fu rapida: già nella serata del 20 marzo le forze britanniche e i Marines avevano occupato il porto di Umm Qaṣr, impossessandosi dei giacimenti petroliferi del sud dell'Iraq, ed erano in prossimità di Basra (che però fu presa solo il 6 aprile); il grosso degli americani avanzò invece verso ovest e verso nord, evitando di prendere d'assalto le città salvo quando necessario per impossessarsi di ponti sul Tigri o sull'Eufrate. Gli Iracheni opposero resistenza per alcuni giorni nei pressi di Hilla e Karbala, aiutati da una tempesta di sabbia e dalla necessità americana di rifornire i propri mezzi. Tuttavia il 9 aprile, tre settimane dopo l'inizio dell'invasione, gli americani entrarono a Baghdad e le rimanenti difese irachene crollarono: il 10 aprile i Curdi entrarono a Kirkuk e infine il 15 aprile cadde anche la città natale del rais, Tikrīt.

Per quanto quasi tutti i membri del governo iracheno fossero sfuggiti alla cattura e ci fossero ancora combattimenti in corso, la rapida caduta di tutti i centri principali dell'Iraq sembrava dar ragione alle previsioni ottimistiche di coloro che avevano proposto la guerra; il 1º maggio 2003 il presidente Bush atterrò sulla portaerei Abraham Lincoln (che aveva partecipato alle operazioni in Iraq e stava rientrando alla base) e vi tenne un discorso avendo alle spalle uno striscione che diceva Missione Compiuta (Mission Accomplished). Nel discorso Bush proclamò la conclusione delle operazioni militari su larga scala in Iraq. Tuttavia nelle settimane successive in Iraq vi fu un drammatico aumento di tutti i tipi di crimini (dal saccheggio dei musei agli attacchi alle truppe della coalizione) per via della scarsità del personale dedicato a mantenere l'ordine e la sicurezza.

In teoria il regime di Saddam Hussein aveva imposto all'Iraq l'ideologia laica, nazionalista e con tendenze socialiste del partito Baʿth. In pratica la società irachena era ancora percorsa da divisioni etniche, religiose e persino tribali. Il regime sfruttava queste divisioni e praticava discriminazioni sistematiche fra i vari gruppi, favorendo grandemente la minoranza (circa 25% della popolazione irachena) araba sunnita e specialmente i clan originari di Tikrīt, città natale di Ṣaddām. Gran parte delle posizioni di una certa responsabilità (dirigenti del partito, funzionari governativi, ufficiali dell'esercito, ecc.) erano affidate a sunniti, possibilmente di tendenze laiche.

L'opposizione a Ṣaddām era particolarmente forte fra coloro che erano danneggiati da queste discriminazioni, ovvero fra gli sciiti (oltre il 50% della popolazione) e i curdi (circa il 20%).

Nella politica irachena le autorità ecclesiastiche svolgono un ruolo importante. Fra esse spiccano i grandi ayatollah sciiti di Najaf, che avevano goduto di una sia pur minima autonomia persino negli anni del regime. Il più importante di loro è ʿAlī al-Sīstānī, che nell'Iraq odierno riveste un ruolo somigliante a quello del papa nella politica italiana.

Nella primavera del 2004 gli americani decisero di non tollerare ulteriormente le attività dei seguaci di Muqtada al-Sadr e della sua milizia armata, l'Esercito del Mahdī. Il 4 aprile fu decisa la chiusura del loro giornale (al-Hawza), accusato di incitare alla violenza. Al-Sadr, temendo un'azione contro di sé e il suo gruppo, invitò la popolazione di Sadr-City (un popoloso sobborgo di Baghdad a forte prevalenza sciita, dove egli gode di grande supporto) a una protesta che degenerò in gravi incidenti, in cui morirono 8 soldati americani e alcune decine di seguaci di al-Sadr.

L'arresto di un suo vice confermò al-Sadr nei suoi timori, spingendolo a proclamare un'insurrezione: nei giorni successivi vi furono combattimenti in gran parte del sud sciita. La coalizione annunciò un mandato di cattura nei confronti di al-Sadr (accusato di essere il mandante di un omicidio), benché il ministro della Giustizia iracheno (nominato dalla coalizione stessa) negasse che il mandato fosse stato emesso. Nel frattempo, l'esercito del Mahdī aveva praticamente preso possesso di Sadr-City e di diverse città del sud, a volte con la connivenza delle autorità locali e della polizia, a volte dopo scontri armati. Esso ebbe qualche successo anche nelle città più importanti, dove erano stanziate le truppe della coalizione: il contingente ucraino fu costretto a lasciare la città di Qut, a Nassiriya gli italiani persero il controllo di parte della città, a Basra gli insorti riuscirono a occupare la sede del governatorato, mentre a Karbala polacchi e bulgari furono duramente impegnati ma riuscirono a mantenere il controllo. La "conquista" più importante e duratura delle forze di al-Sadr fu la città santa di Najaf, dove si recò lo stesso Muqtada, spostandosi dall'abituale sede di Kufa in un edificio prossimo alla tomba dell'Imām ʿAlī.

L'8 aprile la coalizione inviò rinforzi a sud, riprendendo quasi tutte le città: i sadristi generalmente preferirono evitare di scontrarsi con forze superiori alle proprie, abbandonando le posizioni e mescolandosi col resto della popolazione; solo Kufa, Najaf e Sadr-City restarono in mano all'esercito del Mahdī. Gli USA inviarono quindi 2.500 soldati a Najaf, col compito di catturare od uccidere Muqtada. Essi tuttavia non potevano usare i bombardamenti e le armi pesanti nella consueta misura, poiché avrebbero rischiato di uccidere l'ayatollah Sīstānī (che aveva sempre svolto un ruolo pacificatore) o di danneggiare i numerosi edifici sacri della città (la cui distruzione avrebbe potuto portare a un'insurrezione generale degli sciiti). Gli statunitensi sperarono dapprima che Sīstānī avrebbe costretto al-Sadr ad abbandonare Najaf, ma l'ayatollah temeva di scatenare uno scontro in seno agli sciiti e rimase neutrale. Lo stallo terminò a metà maggio, quando fu lanciato un sanguinoso attacco che danneggiò anche alcune moschee. Le ostilità ripresero in gran parte del sud, tanto che il 17 maggio gli italiani furono scacciati dal centro di Nassiriya (dove tornarono il giorno seguente grazie a un accordo negoziato), il che allentò leggermente la presa americana su Najaf.

Dopo circa tre settimane di combattimenti, il 6 giugno si giunse a una tregua: gli USA dichiararono di aver sconfitto militarmente l'Esercito del Mahdī, ma rinunciarono a catturare Muqtada al-Sadr in cambio del suo impegno a dissolvere la sua milizia e a partecipare al processo politico. Tuttavia nessuna delle due parti si fidava dell'altra, per cui al-Sadr continuò a controllare parti di Najaf e di altre città, mentre gli USA continuarono a circondare queste zone. All'inizio di agosto la tregua fu rotta e a Najaf si scatenò un nuovo conflitto fra i marines e i miliziani sadristi, spesso nelle vicinanze della tomba dell'Imām ʿAlī e in generale nella città vecchia. Dopo altre tre settimane di combattimenti, gli americani circondavano da vicino la tomba di ʿAlī e stavano considerando un assalto diretto, pur consapevoli dei rischi di insurrezione generale che esso comportava.

La situazione fu risolta da Sīstānī: egli era stato ricoverato per circa un mese in un ospedale di Londra, ma al suo ritorno in Iraq egli condusse una sorta di "marcia" pacifica su Najaf con lo scopo di fermare i combattimenti (25 agosto). Il giorno successivo Sīstānī negoziò una nuova tregua fra le due parti, sulla base dei termini della precedente. La principale novità di questi accordi fu che Sīstānī si fece garante del rispetto degli accordi, obbligando Muqtada a lasciare Najaf e gli americani a desistere dai loro tentativi di arrestarlo. Najaf passò sotto il controllo non della coalizione ma delle forze governative irachene, "coadiuvate" da altre milizie sciite (come quella del partito SCIRI) vicine a Sīstānī.

Il 30 gennaio 2005 il popolo iracheno scelse i 275 rappresentati della nuova Assemblea Nazionale Irachena. Questo voto rappresentò la primo elezione generale dall'invasione statunitense dell'Iraq nel 2003 e fu un passo importante nel passaggio del controllo del paese della coalizione occidentale agli Iracheni.

La nuova Assemblea temporanea ha il compito di scrivere una nuova e permanente costituzione per l'Iraq ed esercitare le funzioni legislative fino all'entrata in vigore della costituzione. Due partiti supportati dalla maggioranza sciita vinsero la maggioranza dei seggi, assieme ai partiti che rappresentano la comunità curda, anch'essa fortemente rappresentata. I sunniti boicottarono le elezioni e alcuni gruppi sunniti minacciarono violenze nel giorno delle votazioni. La votazione avvenne tuttavia senza grossi problemi.

I primi risultati del 3 febbraio mostrarono la vincita dell'Alleanza per l'Iraq unito, tacitamente appoggiata dal leader sciita Ayatollah Ali al-Sistani, con il 48% delle preferenze. La Alleanza democratica patriottica del Kurdistan si posizionò al secondo posto con il 26% dei voti. Il partito del primo ministro Ayad Allawi, la Lista irachena giunse terza con il 14%.

Il compito principale del parlamento eletto il 15 gennaio 2005 era di redigere una nuova costituzione. La Transitional Administrative Law (TAL) prevedeva che essa fosse approvata entro il 15 agosto, in modo da poterla sottoporre a referendum in ottobre. Queste scadenze si rivelarono difficili da rispettare, per motivi sia procedurali (la scelta della commissione che avrebbe redatto la costituzione richiese mesi di negoziati) che sostanziali (i due argomenti più dibattuti furono ruolo della religione islamica e la forma federale dello stato iracheno).

Il testo non venne mai formalmente approvato dal Parlamento iracheno, che in settembre si limitò a un voto in cui si accettavano le decisioni della commissione; tuttavia questo voto avvenne prima che una versione definitiva fosse resa nota.

Il 15 ottobre 2005 la costituzione fu sottoposta a referendum. Sciiti e curdi votatono massicciamente a favore e a livello nazionale i "sì" furono circa il 78%. I sunniti presero parte al voto, sperando nella TAL, che prevedeva che se in 3 province i "no" fossero stati superiori ai 2/3, la costituzione sarebbe stata respinta indipendentemente dal totale nazionale. Questo tentativo fallì per poco: nelle due province di Anbar e Salahuddin i "no" furono ben superiori alla soglia dei 2/3, ma nella provincia di Ninevah la significativa presenza curda (e cristiana) ridusse i "no" al 55% dei voti della provincia.

A seguito della ratificazione della Costituzione irachena del 15 ottobre 2005, venne effettuata il 15 dicembre una elezione generale per eleggere un consiglio di 275 rappresentanti permanenti.

Le elezioni assegnarono i 230 seggi attraverso i 18 governatorati iracheni in base al numero dei votanti registrati nelle elezioni tenute a gennaio dello stesso anno, tra cui 59 seggi per il governatorato di Baghdad . I seggi relativi ad ogni governatorato sono stati assegnati alle liste attraverso un sistema sistema proporzionale. Oltre a questi, sono stati assegnati 45 seggi "di compensazione". L'affluenza è stata elevata, attorno al 70%. La Casa Bianca fu incoraggiata dagli scarsi incidenti avvenuti durante gli spogli.

La guerra irachena viene combattuta con mezzi estremamente brutali. Una parte consistente della resistenza non esita a compiere atti terroristici che provocano un gran numero di vittime civili, a volte senza neppure il pretesto di attaccare le forze della coalizione o del nuovo governo iracheno. Nonostante abbiano provocato un numero relativamente piccolo di vittime, in Occidente hanno avuto grande risonanza i rapimenti di personale occidentale, terminati in più di un caso con l'assassinio degli ostaggi (p.es. gli italiani Fabrizio Quattrocchi ed Enzo Baldoni), a volte in circostanze particolarmente raccapriccianti come quelle del filmato della decapitazione del civile americano Nick Berg.

Anche le truppe della coalizione e degli alleati iracheni non sono immuni da colpe. Il caso più noto in Occidente è quello della prigione di Abu Ghraib, dove numerosi prigionieri iracheni sono stati sottoposti a tortura da parte di soldati americani, ma vi sono stati numerose denunce di abusi, legate sia a episodi "sul terreno" che al frequente uso dell'arma aerea da parte dei comandi americani; la campagna di Fallūja del novembre 2004, che ha distrutto 2/3 degli edifici della città senza tener conto dell'eventuale presenza di civili è uno degli esempi più citati.

Un caso più recente è il cosiddetto massacro di Haditha, in cui il 19 novembre 2005 una squadra di Marines avrebbe assassinato 24 civili iracheni disarmati in risposta ad un attacco contro truppe statunitensi. Se confermato, il fatto costituirebbe un crimine di guerra. Esso sarà oggetto di un processo in cui gli imputati rischiano la pena di morte.

Infine, le varie milizie irachene (siano esse sciite, sunnite, curde o persino governative) sono ritenute responsabili di campagne di omicidi mirati o di vera e propria pulizia etnica (specialmente in città contese come Kirkūk; nel giugno 2006 il governo iracheno ha stimato che 180.000 persone siano state costrette a lasciare le proprie case in episodi del genere, ma l'ONU sostiene che oltre un milione di iracheni abbiano lasciato il Paese). Nel dicembre 2005 l'ex primo ministro Iyād ʿAllāwī descrisse gli abusi della polizia del nuovo governo iracheno come "peggiori di quelli di Saddam". Poche settimane dopo questo giudizio è stato almeno parzialmente confermato dalla scoperta da parte americana di una prigione dove i corpi speciali del governo iracheno (fortemente infiltrati dalle milizie sciite) sottoponevano sistematicamente a tortura dei prigionieri sunniti.

L'Italia non prese parte all'invasione dell'Iraq ma fornì appoggio politico e logistico all'operazione, tanto da essere inserita dalla Casa Bianca nella lista dei membri della "Coalition of the willing". Un contingente italiano di circa 3.200 uomini venne inviato in Iraq poco tempo dopo la fine ufficiale delle operazioni militari su larga scala (annuncio di Bush del 1º maggio 2003); i suoi compiti primari erano il mantenimento della pace e la protezione delle operazioni umanitarie effettuate da organizzazioni come la Croce Rossa Italiana.

I soldati italiani furono schierati nel sud sciita, un'area relativamente tranquilla rispetto alle province sunnite e alla capitale Baghdad; la principale sede del contingente era la città di Nāṣiriyya, dove l'italiana Barbara Contini fu posta dalla CPA a capo dell'amministrazione civile incaricata della ricostruzione.

Ciò non evitò che il 12 novembre 2003 i soldati italiani fossero oggetto di un attentato kamikaze, nel quale 19 dei 23 morti furono italiani, militari e civili.

Successivamente, nel corso dei combattimenti fra i miliziani sciiti dell'Esercito del Mahdī e le truppe della coalizione (primavera-estate 2004) si registrarono scontri anche nel settore italiano. A Nāṣiriyya il 6 aprile 2004, i militari italiani furono impegnati nella città in uno scontro della durata di 5 ore nel quale furono feriti undici bersaglieri, fortunatamente in modo lieve; le perdite irachene furono di una quindicina di morti, tra cui sembra una donna e due bambini, e oltre 35 feriti.

Gli italiani furono coinvolti in altri due scontri militari, a maggio e a settembre dello stesso anno. Nel primo di questi due scontri morì Matteo Vanzan, Primo Caporalmaggiore del corpo dei Lagunari, colpito da una scheggia di granata da mortaio.

Nel 2006 la missione italiana è stata oggetto di diversi attentati, due dei quali hanno assassinato quattro soldati: il 27 aprile morirono Franco Lattanzio, Carlo De Trizio e Nicola Ciardelli, mentre il 6 giugno fu ucciso Alessandro Pibiri.

Il 21 settembre 2006 si è svolta a Nassiriya una cerimonia in cui il Ministro della difesa Arturo Parisi ha ufficialmente passato le consegne per le operazioni di sicurezza nell'intera provincia di Dhi Qar dal contingente italiano alle truppe irachene. La cerimonia ha ufficializzato l'inizio del ritiro totale dei militari italiani (già ridotti a circa 1.600 uomini), completato i primi del dicembre 2006.

Secondo un rapporto dell'Iraq Body Count della metà del 2005, il contingente italiano in Iraq ha ucciso 20 civili iracheni.

La partecipazione italiana alla coalizione fu piuttosto impopolare presso l'opinione pubblica italiana.

L'invio dei militari fu deciso dal voto unanime della maggioranza di governo di Silvio Berlusconi (il quale sostenne - durante la campagna elettorale del 2005 - di aver cercato senza successo di convincere alla rinuncia il presidente statunitense) cui si unirono i parlamentari dell'UDEUR, in contrasto col resto del centro-sinistra.

All'inizio del 2006 il governo Berlusconi aveva annunciato di essere intenzionato a ritirare dall'Iraq il contingente italiano entro il mese di novembre. Questo calendario è stato sostanzialmente rispettato dal governo di Romano Prodi, che gli è succeduto nel maggio 2006, terminando il ritiro il 2 dicembre 2006.

La prima conseguenza dell'invasione fu la demolizione dell'apparato statuale iracheno e lo scatenamento di una micidiale guerra civile in quasi tutto il territorio del paese. Dopo la caduta del regime (9 aprile 2003), causata dall'ingresso delle truppe corazzate americane a Baghdad, iniziarono violenze dilaganti in tutto il paese, con numerose depredazioni nella zona della capitale, specie nei palazzi presidenziali di Saddam Hussein e anche nel museo archeologico della città (da cui sparirono svariate migliaia di pezzi).

A partire dal 1º maggio 2003, giorno in cui il presidente degli Stati Uniti ha proclamato la fine della guerra, le forze militari d'occupazione sono state fatte oggetto di un continuo stillicidio di attentati suicidi dinamitardi da parte di una guerriglia organizzata da radicali islamici e ex sostenitori del regime di Hussein. Nel solo mese di maggio 2003 i soldati americani uccisi furono 24.

Da allora le vittime hanno continuato a salire, fino a raggiungere le attuali 3728 vittime tra soldati americani e alleati (marzo 2003-25 maggio 2007). Subito dopo l'occupazione del paese George Bush ha dato il potere a un provvisorio militare capeggiato dal generale americano Paul Bremer.

Durante il 2004 sono stati uccisi in un bombardamento missilistico i due figli di Saddam Hussein, Uday e Qusay, e nel dicembre del medesimo anno egli stesso è stato catturato da truppe speciali americane con un blitz a Tikrit all'interno di un suo rifugio sotterraneo.

Preso in custodia dalle forze delle coalizione, dopo una breve detenzione,è stato consegnato insieme ad altri 7 imputati al giudizio di un Tribunale Speciale Iracheno formato da suoi connazionali per l'eccidio di 148 sciiti a Dujayl nel 1982.

Secondo un rapporto del Pentagono pubblicato il 13 ottobre 2005 e citato da Le Monde il 10 novembre, gli Iracheni uccisi o feriti dopo il 1º gennaio 2004 sono stati 26 000.

Nel settembre 2005 negli Stati Uniti è stato pubblicato il dossier "The Iraq Quagmire" riguardante i costi economici e sociali della guerra in Iraq.

L'elenco delle perdite USA non è esaustivo, dato che non comprende coloro che non sono morti in scontri col nemico (ad es. i 135 soldati che secondo icasualties.org si sarebbero suicidati durante la loro permanenza in Iraq), né le morti in cui la permanenza in Iraq sia solo una concausa (ad es. psicologica). Fonti giornalistiche affermano circa un quinto dei soldati USA di ritorno dall'Iraq (e dall'Afghanistan) soffre di una qualche forma di "post-traumatic stress disorder" o "profonda depressione", spesso associati a "sospetto trauma cerebrale"; questo disordini sarebbero all'origine dell'altissimo numero di suicidi (6.250 nel solo 2005) fra i veterani di guerra americani.

L'incertezza diventa molto più grande quando si passa a esaminare le perdite irachene e le cose peggiorano ulteriormente quando si cerchi di separare le vittime civili da quelle dei combattenti (militari, poliziotti, miliziani, guerriglieri, terroristi), tanto più che le truppe della USA hanno deciso di non fornire cifre sistematiche sulle vittime delle operazioni.

Probabilmente questa stima ha valore solo come limite inferiore al numero di morti, anche perché non può tener conto degli avvenimenti successivi al dicembre 2005.

I morti dell'esercito di Saddam sono stimati fra 7.600 e 10.800.

Per quel che riguarda le truppe (esercito, polizia ecc.) irachene uccise in scontri durante i 49 mesi di presenza americana, il sito Icasualties.org riporta un totale di 6 786 soldati o poliziotti uccisi fino alla meta di maggio 2007. Questo numero è teoricamente solido in quanto generalmente queste morti sono annunciate dal ministero dell'interno iracheno; tuttavia esistono sospetti che il ministero stesso cerchi di minimizzare le proprie perdite per ragioni politiche.

Si stima che le perdite subite dalle forze del nuovo iracheno (polizia ed esercito) ammontino ad almeno 7.479 morti.

Il numero più alto di vittime della guerra si trova però fra i civili iracheni; anche qui vi è tuttavia una significativa incertezza. Una delle fonti più citate al riguardo è il sito Iraq Body Count, che (il 15 maggio 2007) forniva una cifra minima di oltre 63.000 civili uccisi, ricavando questo numero dai soli rapporti della stampa in lingua inglese che siano confermati da almeno due diverse fonti. Questo numero è chiaramente un limite inferiore; tuttavia esso non comprende esclusivamente dei civili.

Non vi sono praticamente stime dei morti causati dalla guerra fra le file della resistenza e delle varie milizie legate ai gruppi etnico-religiosi iracheni (peshmerga curdi, milizia Badr, Esercito del Mahdī ecc.). La wikipedia inglese fornisce comunque un limite inferiore di 9.446 morti "da una lista incompleta di rapporti"; ma è difficile credere che la cifra reale non sia significativamente più alta (ad esempio perché, visti i differenti armamenti, è inverosimile che le perdite della guerriglia non siano molto superiori ai 10.000 uomini perduti complessive della coalizione e del nuovo governo). È possibile che questa cifra sia bassa perché molte di queste morti sono classificate come quelle di "civili" dalle fonti utilizzate, per esempio, dall'Iraq Body Count.

Il numero minimo cui si giunge sommando le perdite dell'esercito di Saddām e quelle registrate dall'Iraq Body Count è di circa 68.000 morti fra gli iracheni; questa è certamente una sottostima, sia perché la stampa occidentale non è in grado di documentare tutte le uccisioni, sia perché, se è vero che questi numeri includono anche perdite non civili, è molto improbabile che tengano conto di tutte queste perdite.

Questa ipotesi è rafforzata da due studi apparsi nell'ottobre 2004 e nell'ottobre 2006 sulla rivista medica The Lancet. Entrambi analizzano il tasso di mortalità in Iraq, misurandone l'aumento rispetto al periodo precedente alla guerra. Il primo trova che nei 18 mesi fra l'invasione e la sua effettuazione (agosto-settembre 2004) vi sarebbero state circa 100.000 morti "in eccesso" rispetto a quanto sarebbe avvenuto in assenza dell'invasione. Il secondo stima che nei 40 mesi fra l'invasione ed i rilevamenti (maggio-luglio 2006) vi siano state circa 650.000 morti "in eccesso", in gran parte (600.000) dovute ad atti violenti. La metodologia utilizzata è imprecisa e vi è una rilevante incertezza statistica (per il secondo studio l'intervallo di confidenza al 95% va da 420.000 a 790.000 morti); tuttavia essa è ritenuta fra le migliori possibili in situazioni di conflitto (Iraq, Bosnia, Rwanda, Darfur ecc.) e dal punto di vista metodologico le critiche rivolte a questo studio sono infondate. D'altra parte, l'enorme differenza con le stime fornite dall'Iraq Body Count (che nel periodo corrispondente stimava meno di 50.000 morti) è molto difficile da spiegare.

L'ONU sostiene che nel corso del 2006 vi siano state almeno 34.452 morti violente. Una semplice estrapolazione porterebbe ad un totale di circa 130.000 morti violente dall'inizio dell'invasione, un numero che si colloca a mezza strada fra le stime dell'Iraq Body Count e quelle dello studio di The Lancet. Il governo iracheno ha contestato queste cifre sostenendo che sono esagerate, per quanto il 9 novembre lo stesso ministro della sanità iracheno ʿAlī al-Shemārī avesse dichiarato di ritenere che il totale delle vittime irachene ammonti a circa 150.000 (non è chiaro se questa dichiarazione sia basata su dati raccolti dal ministero o sia solo una valutazione personale).

A fine marzo 2008 il costo complessivo dei 5 anni di guerra per le finanze statunitensi supera i 500 miliardi dollari, con un incremento mensile di oltre 340 milioni di dollari. I morti statunitensi hanno superato il 24 marzo 2008 la cifra totale di 4.000.

Sempre nel maggio 2008, Joseph Stiglitz (Nobel per l'economia 2001), ha dichiarato al Washington Post che la guerra in Iraq costerà al popolo americano tremila miliardi di dollari.

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Storia del Partito della Rifondazione Comunista (2001-2003)

Voce principale: Partito della Rifondazione Comunista.

La Storia del Partito della Rifondazione Comunista dal 2001 al 2003 comprende il biennio in cui il segretario Fausto Bertinotti tenta di modificare l'identità del Prc, cerca un rapporto privilegiato con i movimenti esplosi nel G8 genovese e che si conclude con la fine delle ostilità con la coalizione de l'Ulivo.

Il 21 gennaio 2001 ricorrono gli 80 anni dalla fondazione del Partito Comunista Italiano. In quell'occasione Fausto Bertinotti tiene a Livorno un ampio discorso che culmina in una nuova parola d'ordine per il partito: «Sradichiamo dal nostro interno ogni residuo di stalinismo». Al contempo propone «una scelta netta: una rinascita marxiana», cioè tornare a Marx per uscire «dalla crisi del movimento comunista del Novecento». È la prima di una lunga serie di svolte che cambieranno in breve tempo il volto di Rifondazione.

Per il 13 maggio dello stesso anno sono previste le elezioni politiche. Dopo una lunga ed estenuante trattativa tra Ulivo e Prc, Rifondazione decide alla Camera dei Deputati di concorrere solo nella quota proporzionale (patto di «non belligeranza»), e di presentarsi comunque al Senato, ma come forza indipendente. I risultati non sono dei migliori, anche se si registra una lieve crescita e in ogni caso il Prc risulta l'unico partito fuori dai poli a superare agilmente lo sbarramento del 4%.

Tuttavia il centrosinistra perde e a Palazzo Chigi torna Silvio Berlusconi. Al Senato il mancato accordo tra Ulivo e Prc, permette alla Casa delle Libertà di conquistare 40 seggi che, altrimenti, avrebbero impedito a Berlusconi di avere una maggioranza al Senato. Per questo motivo Bertinotti sarà oggetto di durissime critiche, ben interpretate in quei giorni dal regista Nanni Moretti che darà dell'«irresponsabile» al segretario rifondarolo.

Bertinotti intanto prosegue nella sua opera movimentista e al Cpn del 26 e 27 maggio 2001, dopo aver fatto il punto della situazione dopo il voto politico, propone di «dare vita ad una sorta di Costituente programmatica della sinistra alternativa», che «non si tratta di una somma, quanto di un processo di allargamento per contaminazione. In sostanza si tratta di dare vita a livello mondiale, europeo e italiano di una nuovo movimento radicalmente riformatore. Si tratta di rafforzare un nuovo movimento operaio, in relazione con i movimenti contestatori dell'assetto capitalistico della società, capace di produrre una nuova idea di governo dell'Italia e dell'Europa, in stretta connessione con l'idea di un superamento del capitalismo». Il tutto nell'ottica di «contribuire alla costruzione e alla connessione dei movimenti».

Gli stessi movimenti che di lì a poco verranno segnati per sempre dalla contestazione al G8 in programma a Genova per luglio.

Qui il Prc è parte integrante del Genoa Social Forum (vedi Fatti del G8 di Genova), aggregazione di associazioni anti-G8, creato da Vittorio Agnoletto, già esponente di Democrazia Proletaria e candidato dal Prc alla Camera due mesi prima.

Dopo i fatti di Genova, Rifondazione è certa che il «movimento dei movimenti» è un realtà cui rapportarsi. Ma per far ciò al segretario Bertinotti non basta aprire il Prc, serve una profonda e radicale rifondazione ideologica del partito, come già avvenuto con lo stalinismo.

E a settembre Bertinotti lo dice esplicitamente a una Festa di Liberazione a Meldola, in Romagna: «Non possiamo apparire come chi vuole conservare una pur grande storia, in cui ci sono state però anche delle tragedie, che ci rendono lontani rispetto a tanti che pure ascoltano con interesse ciò che diciamo». Dunque: «Liberiamoci dalle nostre scorie e cambiamo».

E un nuovo mutamento ideologico arriverà nel Cpn del 15 e 16 settembre, quattro giorni dopo gli attentati in Usa. Riflettendo a caldo sui fatti che stanno sconvolgendo il pianeta, il Prc approva un ordine del giorno dal titolo «No alla spirale guerra-terrorismo». Nel documento in pratica si condannano tanto gli attentati terroristici, quanto la conseguente guerra in Afghanistan voluta dagli Usa, ma, cosa anomala per un partito che si dice comunista, il tutto non viene letto con le categorie leniniste dell'imperialismo.

L'addio all'imperialismo è dunque la seconda svolta ideologica di un partito lanciato ormai come un treno verso un ripensamento totale della propria identità.

Intanto, il 6 settembre scoppia un piccolo caso quando il quotidiano La Stampa pubblica un virgolettato di Bertinotti che ai suoi avrebbe detto: «Fra cinque anni quando si tornerà a votare per forza di cose noi e la sinistra moderata dovremo presentarci insieme». Il giorno dopo Bertinotti smentisce, ma il quotidiano torinese replica che è tutto vero.

Una nuova polemica arriverà un mese dopo a causa di un'intervista che Bertinotti rilascia al Quotidiano Nazionale del 4 novembre. Dichiara Bertinotti: «Potrà sembrare paradossale ma Berlusconi sta facendo quelle cose che non hanno voluto fare Prodi, D'Alema e Amato e che si sono poi rivelate la pietra tombale dell'Ulivo».

Al Cpn del 15 e 16 dicembre arriva la rivoluzione: vengono approvate le 63 tesi su cui verterà il successivo V congresso del partito. A redigerle è Paolo Ferrero, già trotzkista all'opposizione nel partito, e ora l'uomo che Bertinotti ha voluto per far svoltare il partito. Le tesi sono approvate con 181 sì, 28 no e 45 astenuti, ma il Cpn è tutt'altro che tranquillo visto che le tesi toccano punti ideologici non da poco. L'ala destra ex-cossuttiana, "L'Ernesto", propone solo pochi emendamenti, ma cruciali; mentre i trotzkisti di Ferrando propongono 36 tesi alternative.

Il 4 aprile 2002 si apre così il V congresso del Prc, definito «della svolta a sinistra», e il cui slogan è «rifondazione, rifondazione, rifondazione». Nella sua relazione introduttiva, Fausto Bertinotti pone subito «il problema della costruzione, in rapporto con lo sviluppo del movimento, di un nuovo progetto politico», per «costruire nella società, in Italia e in Europa, un'alternativa di modello sociale e di democrazia, che può diventare anche alternativa di governo, fondata sulla duplice discriminante del no alla guerra e alle politiche neo-liberiste. E, contestualmente, si propone di rifondare la politica, dopo che essa è stata devastata dall'omologazione e dal pensiero unico del mercato, a partire dalla ripresa della sua ambizione più alta, quella di cambiare la società esistente, di trasformare la società capitalistica».

Bertinotti ribadisce anche che «lo stalinismo è incompatibile col comunismo». Se da un lato si chiude coi vecchi maestri sovietici, dall'altro se ne propongono di nuovi. La conclusione della relazione ne indica uno: Frei Betto. Chiude infatti Bertinotti: «Frei Betto (...) ci dice quale deve essere il nuovo mondo possibile: 'Proponiamo - ha scritto Frei Betto - di definire questa società con un termine che riassume, da circa due secoli, le aspirazioni dell'umanità a un nuovo modo di vivere, più libero, più ugualitario, più democratico e più solidale. Un termine che - come tutti gli altri ("libertà", "democrazia", ecc.) - è stato manipolato da interessi profondamente antipopolari e autoritari, ma che non per questo ha perduto il suo valore originario ed autentico: socialismo'. Vale anche per noi. Anche per noi il futuro si chiama socialismo».

Tuttavia non mancheranno delle polemiche sulle innovazioni apportate dal congresso, ma la maggioranza che guiderà il partito, resta sostanzialmente quella già uscita dal precedente congresso.

Dal 2001, gli Usa sono determinati nello sradicare il terrorismo ricorrendo alla guerra. Nel far ciò, l'amministrazione repubblicana di George W. Bush, trova un alleato fedelissimo nel governo italiano di Silvio Berlusconi. Il Prc si trova così in prima linea nel fronteggiare ogni logica guerrafondaia.

Primo banco di prova è l'Afghanistan, attaccato dagli Usa il 7 ottobre 2001.

Per far ciò Rifondazione si appella ripetutamente all'articolo 11 della Costituzione italiana, che impedisce all'Italia di fare guerre di aggressione, ma solo di difesa. Tuttavia il governo Berlusconi è determinato nell'inviare comunque delle truppe italiane in Afghanistan, un anno dopo l'attacco Usa.

Il 15 settembre 2002, dopo il Giubileo degli oppressi, il padre comboniano Alex Zanotelli con diverse associazioni, lancia la campagna "Pace da tutti i balconi!". In pratica si chiede a tutti i sinceri pacifisti di mettere nei balconi la bandiera della pace color arcobaleno o, in alternativa, un semplice lenzuolo bianco con su scritto PACE oppure NO ALLA GUERRA. L'iniziativa sarà un successo e anche il Prc aderisce con entusiasmo. Da allora la bandiera della pace sarà onnipresente in ogni lotta rifondarola contro la guerra, come di altri partiti della sinistra.

Il 3 ottobre a votare in Parlamento contro l'invio del contingente militare, saranno solo il Prc, il Pdci, i Verdi e parte dei Ds. Il movimento pacifista è in minoranza anche dentro l'opposizione di centrosinistra.

Ma ormai incombe la guerra in Iraq contro il suo presidente Saddam Hussein: il 16 ottobre Bush firma una risoluzione del Congresso che autorizza la guerra contro l'Iraq.

Il 19 febbraio 2003, il Prc presenta in Parlamento una sua mozione indipendente nella quale chiede un 'no' convinto contro ogni soluzione che preveda la guerra.

Il 5 marzo, Bertinotti aderisce, con altri esponenti politici e sindacali, a una giornata di digiuno indetta dal Vaticano «contro la guerra e il terrorismo».

Il 20 marzo l'Iraq è sotto attacco e vi resterà ufficialmente fino al 1° maggio. Seguirà una lunghissima guerriglia.

Il 3 aprile viene comunque approvata dal parlamento una mozione sulla guerra in Iraq. Il centrosinistra presenta tre mozioni distinte. Una di queste è presentata da Prc, Pdci e Verdi.

Il 12 ottobre il Prc partecipa alla tradizionale e cattolica Marcia della Pace Perugia-Assisi. L'evento si rinnoverà ogni 2 anni.

A questo punto Bertinotti è pronto a far sterzare il pacifismo di Rifondazione verso la nonviolenza.

Il 17 agosto 2001, il governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, spinge per un ripensamento dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, quello che impedisce i licenziamenti senza giusta causa in imprese sopra i 15 dipendenti. Più precisamente Fazio chiede al governo «maggiore facilità sia nel licenziare che nell'assumere».

L'idea è accolta subito e favorevolmente sia dal ministro per le Attività Produttive, Antonio Marzano, sia dalla Confindustria presieduta da Antonio D'Amato; mentre un secco no arriva dai sindacati uniti. Bertinotti, chiamato in causa, dirà che la proposta di Fazio «è inaccettabile socialmente e inefficace economicamente».

Malgrado ciò, il governo e Confindustria ritengono che la flessibilità sia decisiva per il rilancio dell'economia nazionale, e inizia un lunghissimo braccio di ferro con i sindacati e l'opposizione in genere.

L'apice della conflittualità si raggiungerà con la manifestazione nazionale indetta dalla CGIL al Circo Massimo di Roma il 23 marzo 2002. Tre milioni di persone inondano la capitale, per ascoltare il segretario nazionale della CGIL, Sergio Cofferati, che parlerà dell'articolo 18 come di un «diritto fondamentale della persona». La manifestazione dà il LA allo sciopero generale del 16 aprile, che sarà di vaste dimensioni.

Il giorno dopo, 17 aprile, Fausto Bertinotti lancia dalla prima pagina di Liberazione, la proposta di raccogliere le firme per un referendum che estenda le tutele dell'articolo 18 anche alle aziende sotto i 15 dipendenti. Secondo Bertinotti, rifacendosi alle parole di Cofferati, la dignità del lavoratore non può fermarsi nelle aziende sopra i 15 dipendenti. Da qui l'idea del referendum estensivo.

È curioso notare come fu Bertinotti, da sindacalista, a negoziare, per conto della CGIL, la legge n. 108/1990: un provvedimento importante che rivisitò ampiamente la disciplina del recesso, istituendo per i dipendenti delle piccole imprese una tutela risarcitoria del licenziamento illegittimo, ben diversa dalla reintegra.

La proposta referendaria è accolta favorevolmente dai Verdi, dalla corrente Ds Socialismo 2000 di Cesare Salvi, dalla Fiom e da parte della CGIL (come Gian Paolo Patta).

Il 9 maggio inizia in sordina la raccolta delle firme che terminerà il 9 agosto a quota 700mila circa (ne bastavano 500mila). Contemporaneamente la CGIL il 1° agosto inizia una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare sull'articolo 18, che si concluderà il 18 dicembre con la cifra record di 5.122.905 firme (ne bastavano 50mila).

Nel frattempo il governo Berlusconi, dopo un anno di scontri, rinuncia a modificare l'articolo 18, preferendo intervenire nella flessibilità in altro modo. Ma il 15 gennaio 2003, la Consulta dà il via libera al referendum estensivo che verrà fissato per il 15 e 16 giugno.

Dunque per 5 mesi l'articolo 18 torna nuovamente a essere argomento di dibattito politico. Bertinotti è attaccato da più fronti perché accusato di aver organizzato un referendum inutile o velleitario. La stessa CGIL reputa sbagliato il metodo referendario per risolvere la questione licenziamenti, ma alla fine darà indicazione di votare 'sì'.

Per il 'sì' sono quindi, oltre ai promotori, anche la CGIL e il Pdci. Gli altri sono per l'astensione che, se superiore al 50%, renderebbe nulla la consultazione. Lo stesso comitato per il 'no', di fatto si mosse per l'astensione.

Alle urne nessuna sorpresa: il referendum è nullo perché a votare va solo il 25,5% degli aventi diritto, contro il 50%+1 minimo richiesto dalla Costituzione. I "sì" saranno comunque 10.572.538, ma Bertinotti ammetterà il disastro.

Il 29 aprile 2003 avviene qualcosa di impensabile fino a qualche tempo prima. Alla Camera si vota sulle misure da prendere contro Cuba, colpevole in quei giorni di aver incarcerato 75 oppositori di destra e averne fucilato altri 3.

Vengono approntate 4 distinte mozioni dalla CdL, dall'Ulivo, dal Prc e dal Pdci. A sorpresa solo quella del Pdci non condanna Cuba e il suo presidente Fidel Castro. Le risoluzioni dell'Ulivo e di Rifondazione, pur non invocando le sanzioni, condannano entrambe il regime castrista. E l'Ulivo si astiene sulla mozione rifondarola, mentre vota contro quella dei Comunisti Italiani. Il Prc taglia i ponti anche col regime castrista.

L'atteggiamento del Prc verso Castro non piace però a una larghissima parte del partito. Il risultato è un Cpn rovente il 3 e 4 maggio. Bertinotti viene bersagliato da critiche di ogni sorta e si urla al tradimento della causa cubana. Il segretario si difende chiarendo che «la questione dell’atteggiamento da tenere sulla pena di morte non è solo una questione etica, ma anche politica. La pena di morte va rifiutata hic et nun, senza se e senza ma. Le divergenze sul comportamento da tenere nei confronti dei dissenzienti richiamano punti di vista diversi sul ruolo dello Stato, del partito, sulla costruzione del comunismo. Non credo che la divergenza verta sulla storia di Cuba».

Il 9 maggio esce un piccolo articolo di Fulvio Grimaldi (già giornalista del Tg3) su Liberazione per la rubrica Mondocane. La rubrica, pur essendo nata per trattare temi ambientali, quel giorno è una difesa di Castro e dei recenti fatti cubani. Il giorno dopo Grimaldi viene sostituito con Fabrizio Giovenale con la rubrica Rossoverde. Ufficialmente il motivo è che Grimaldi è andato fuori argomento, cosa comunque vera. Ma c'è chi dice che sia stato decisivo il contenuto di quell'ultimo Mondocane. In ogni caso la vicenda avrà strascichi polemici e giudiziari. Fulvio Grimaldi ha poi vinto la causa di lavoro contro il suo licenziamento da Liberazione.

Il caso Castro si riaprirà nel Prc in occasione della convocazione a L'Avana di più di 600 personalità di 70 paesi per un "Incontro Internazionale contro il terrorismo, per la verità e la giustizia" da tenersi il 2 e il 3 giugno 2005.

Per l'occasione, a rappresentare l'Italia, Cuba invita come partiti solo il Pdci ed esclude il Prc, ma accetta comunque una piccola delegazione della corrente rifondarola di Claudio Grassi. Altri inviti arriveranno al dj Red Ronnie e al giornalista Gianni Minà.

Il responsabile esteri Gennaro Migliore la prende molto male: «È un fatto singolare, grave e incongruo nei rapporti tra i nostri partiti, che sono stati sempre corretti e fondati sul rispetto reciproco e sulla non ingerenza interna. Rifondazione non è stata invitata e Grassi non la rappresenta». È comunque chiaro che Cuba non ha gradito l'atteggiamento del Prc verso le decisioni di Castro, ma Migliore non batte ciglio: «Rifondazione è solidale con le lotte del popolo cubano, ma rivendica la possibilità di criticare quanto non va in quella esperienza».

Grassi replicherà invece che «Rifondazione ha il dovere di essere più vicina a Cuba, al centro della politica di aggressione Usa e vittima di un drammatico embargo».

Sempre nel maggio 2003 il Prc è agitato da un'aspra polemica fra il direttore di Liberazione, Sandro Curzi, e Fausto Bertinotti. Il 29 maggio viene annunciato un improvviso cambio di direzione al Corriere della Sera, principale quotidiano italiano. Al posto di Ferruccio De Bortoli arriva Stefano Folli. In tanti parlano di un favore fatto al premier Berlusconi che non tollerava la linea editoriale spesso antigovernativa di De Bortoli, proprio nel quotidiano che influenza molto l'elettorato berlusconiano. Ne nascono pure degli scioperi dei giornalisti del Corriere. Anche la Federazione Nazionale della Stampa Italiana indirà uno sciopero generale di tutti i giornalisti italiani il 10 giugno per la libertà di informazione e l'indipendenza dei media, con particolare riguardo alla situazione del Corrierone. Davanti a questi fatti Curzi è per la denuncia del golpe berlusconiano al Corriere della Sera, mentre Bertinotti è per una linea più soft. Dichiarerà Bertinotti: «Al di là di una valutazione più compiuta sullo stato dell'editoria italiana e sul grado di autonomia di tutte le grandi testate giornalistiche vogliamo ora sottolineare soltanto il valore professionale di un giornalista come Stefano Folli, che si è sempre distinto per acume analitico e autonomia di giudizio, a lui i nostri auguri di buon lavoro». Un'aperta sconfessione di Curzi. Con Bertinotti e contro l'idea che Folli è un uomo di Berlusconi, si schierano penne di Liberazione come Rina Gagliardi (che è pure condirettrice), e Ritanna Armeni. Per entrambe Folli è un gran professionista subentrato a De Bortoli per mere ragioni editoriali e invitano i lettori a non pensare al complotto berlusconiano a tutti i costi.

Il 30 maggio esce un numero di Liberazione perfettamente allineato con Bertinotti, grazie a un colpo di mano della Gagliardi in assenza di Curzi. Ne nasce una bollente riunione spontanea della redazione. Il giorno dopo esce un giornale "sdoppiato" con due articoli, Curzi a pagina 2 e la Gagliardi a pagina 3 che se la prende con quel «pezzo della sinistra» dove «prevale un'"iperpoliticismo antiberlusconiano" che assume punte totalizzanti». Il giorno dopo Bertinotti sconfessa nuovamente Curzi dalle pagine de l'Unità: «Quando leggo sul mio giornale che Stefano Folli è un 'cerchiobottista' plasmabile dalla destra, non sono d'accordo e l'ho detto. In questo giudizio Liberazione ha fatto un errore».

Il 4 giugno si tiene un'assemblea voluta dal e con il segretario rifondarolo, la Direzione, la redazione, i collaboratori e i poligrafici di Liberazione. È un nulla di fatto, parzialmente sbloccato due giorni dopo quando il giornale decide di aderire allo sciopero del 10 della Fnsi, ma è una decisione che passa col voto contrario della Gagliardi e del vicedirettore Salvatore Cannavò. Quello stesso 6 giugno Curzi scrive a l'Unità. Nella lettera Curzi da un lato ribadisce la sua opposizione alla nomina di Folli alla direzione del Corsera, ma dall'altro denuncia come ormai Bertinotti cerca convergenze sempre più forti con Massimo D'Alema scavalcando non solo il Prc, ma anche il segretario Ds Fassino e il correntone Ds, interlocutori preziosi fino ad allora. Denuncia anche l'intervista del giorno prima a D'Alema pubblicata su Liberazione («Ripensare la terza via»). Un'intervista troppo bonaria, criticabile anche per la scelta di farla rivedere prima della pubblicazione a Bertinotti, poi a D'Alema, quindi di nuovo a Bertinotti.

Le polemiche vengono seppellite con al Direzione Nazionale del 24 giugno, ma la direzione Curzi ha ormai i mesi contati. Sandro Curzi lascerà Liberazione il 1° ottobre 2004, quando verrà accolta la sua proposta di nominare nuovo direttore Piero Sansonetti, in quel momento giornalista de l'Unità e iscritto ai Ds.

Nell'annunciare le sue dimissioni il 20 settembre, Curzi ringrazierà «la proprietà, dopo sei anni di direzione, per avermi concesso di non affrontare il settimo anno, sia per stanchezza, sia per evitare crisi matrimoniali. Inoltre mi piace pensare, d'accordo con il segretario, anche a una mia diversa utilizzazione nel partito».

Per Bertinotti il referendum sull'articolo 18 era anche l'occasione per vedere chi a sinistra stava da un lato e chi dall'altro, secondo la vecchia idea del Prc che in Italia esistono due sinistre (quella moderata dei Ds e quella radicale e antagonista del Prc).

Ma l'articolo 18, durante il 2002 ha creato una terza sinistra mediana, quella che riconosce e lancia Cofferati come proprio leader. La manifestazione del Circo Massimo, in effetti, aveva dimostrato che Cofferati era l'unica persona capace di aggregare tutta la sinistra italiana e proprio alla vigilia dello scadere del mandato di Cofferati alla guida della CGIL.

Il 21 settembre 2002 Cofferati lascia la CGIL, come da statuto, a Guglielmo Epifani e si ritrova libero e con un vasto popolo di sinistra in attesa di seguirlo anche in politica. Cofferati torna ufficialmente a lavorare alla Pirelli, ma fa poco per smentire sue ambizioni politiche e già il 27 settembre partecipa a una conferenza stampa in Campidoglio con Gino Strada, presidente di Emergency, che ha appena raccolto 140.000 firme contro un intervento militare in Iraq.

A fine 2002 Cofferati ormai si muove come un nuovo leader politico con gran disinvoltura. Un politico iscritto ai Ds, ma che non risparmia dure critiche al suo gruppo dirigente, tanto che il 24 ottobre Piero Fassino sbotta: «Non regge più la demagogia del dipendente della Pirelli che dall'alto giudica tutto e tutti. Cofferati si sporchi le mani come ce le sporchiamo tutti noi».

Il popolo di Cofferati è soprattutto quello che a partire dal febbraio 2002 è andato facendo opposizione al governo Berlusconi indipendentemente dai partiti, ma con grande partecipazione di massa e singolari forme di protesta: sono i girotondini che hanno in Nanni Moretti il loro guru principale.

I girotondini sono pronti ad appoggiare un movimento guidato da Cofferati, da testare magari alle elezioni europee del 2004. Si dichiarano disponibili, anche nei fatti, pure partiti come il Pdci e i Verdi, oltre, come è ovvio, alla corrente di sinistra dei Ds, ma anche riviste importanti come MicroMega e Il manifesto.

Questa galassia movimentista si dà così appuntamento a Firenze per il 10 gennaio 2003 per la manifestazione Politica e movimenti. Costruiamo insieme un futuro diverso. Parteciperanno in 10.000, Moretti e Cofferati compresi. Un successone che inquieta le dirigenze dei Ds e del Prc.

Ecco dunque costituita la «terza sinistra riformista», come la chiama Bertinotti (ma il neologismo appartiene al diessino Peppino Caldarola), che si colloca tra Ds e Prc, dando fastidio ad entrambi. I Ds si sentono infatti sempre più deboli e col terreno sotto i piedi venir meno, visto che la base diessina simpatizza ormai apertamente con Cofferati e Moretti. Il Prc invece si sente spiazzato dal fatto che l'insoddisfazione verso i Ds e la voglia di radicalità e movimentismo della sinistra diffusa, possa essere monopolizzata da Cofferati, anziché dal Prc e da Bertinotti, che da anni si preparava a questo "terremoto".

Dirà in quei giorni Bertinotti: «Una parte di quella che era la sinistra di governo cerca un nuovo protagonismo tentando di raggruppare l'area di movimento che ritiene più assimilabile. (...) Cofferati pensa che così sia possibile riqualificare l'Ulivo». E accusa: «A Cofferati rimprovero due cose: la prima è che per perseguire questo obiettivo divide il movimento, scegliendo solo gli interlocutori che gli sono più vicini, come dimostra il prossimo appuntamento di Firenze con Nanni Moretti, da cui è stato esclusa un vasta area di movimento. E invece la caratteristica fondante del movimento è la sua unitarietà nella pluralità». E, provocatoriamente, dice: «Io lo invito a fondare il partito del lavoro, lo sfido a mettere in piedi una formazione con cui finalmente ragionare alla costruzione di un'area della sinistra alternativa composta da movimenti, associazioni, giornali, da noi e anche da quel pezzo della sinistra che deciderà di distaccarsi dalle politiche moderate».

Il 9 gennaio Fassino tuonerà nuovamente: «C'è chi vuole destabilizzare i Ds, mandare a casa l'attuale gruppo dirigente e sfasciare tutto. È un modo di far politica di cui ho piene le tasche».

Il 12 gennaio sarà invece il presidente Ds D'Alema a parlare: «La sinistra ha bisogno di un federatore, non di un Gengis Khan». L'allusione è chiara.

In questo quadro il referendum sull'articolo 18 diventa l'arma perfetta per Ds e Prc per neutralizzare Cofferati. Per tutti è il momento di prendere posizione.

Il 29 aprile 2003 i Ds decidono di astenersi perché si è davanti a un referendum «dannoso e inutile». Cofferati troverà la soluzione «interessante».

Il 7 maggio la CGIL, pur non condividendo il referendum, decide di invitare a votare "sì".

Il 10 maggio Cofferati è a Bologna e definisce pubblicamente il referendum «un grave errore», incassando dure reazioni dai Cobas e da Rifondazione.

Il 12 maggio, con due interviste a la Repubblica e l'Unità, Cofferati chiarisce definitivamente: «Non andrò a votare». L'ex segretario generale della CGIL spiazza il suo popolo, mentre ritrova degli amici nei dirigenti diessini.

Il giorno dopo Liberazione titola dura: «Finisce la breve stagione della terza sinistra riformista».

Il referendum è perso, ma il mito di Cofferati è ormai evaporato.

Ds e Prc tirano definitivamente un sospiro di sollievo quando Cofferati esce di scena il 13 giugno accettando dai Ds la candidatura a sindaco di Bologna per le comunali 2004, e dando le proprie dimissioni dal direttivo CGIL e dalla fondazione "Giuseppe Di Vittorio".

Dopo il referendum il Prc non sarà più lo stesso e c'è chi imputa questo a un patto segreto stipulato tra D'Alema e Bertinotti per far fuori Cofferati, in cambio del ritorno del Prc nella coalizione di centrosinistra. Difficile confermare queste voci che hanno tanti indizi, ma nessuna prova certa. Tuttavia all'inizio del 2003 qualcosa nel Prc cambia, e in fretta.

Il 2 febbraio Bertinotti è a Perugia per una manifestazione pubblica del partito. Qui annuncia che «nelle elezioni amministrative Rifondazione comunista e il centrosinistra in genere vanno alleati, è sempre successo, anche quando rompemmo con Prodi. Questo per la semplice ragione che il governo locale è diverso dal governo nazionale»; dunque «cercheremo le alleanze con il centrosinistra, non solo con l'obiettivo di tentare di battere la destra, ma per pensare a nuove forme diverse di governo delle città». Fin qua tutto ordinario.

Il 6 marzo invece si arriva a una svolta storica: a Montecitorio tutti i leader de l'Ulivo tornano a sedersi a un tavolo con Bertinotti per un incontro di quasi due ore. Si discute su tutto: Rai, referendum, guerra, amministrative. L'incontro viene definito unanimemente positivo. E Bertinotti commenta su La Stampa: «Dobbiamo discutere oggi perché si determino le condizioni politiche che rendano possibile un'alleanza. Ma la partita è tutta aperta». E spiega: «È stato un incontro tra soggetti diversi e destinati a restare diversi. Ma stavolta il confronto tra noi e il centrosinistra, rispetto a tutti quelli passati, è reso diverso e può essere reso utile da due novità. Anzitutto, la crescita del movimento, che sta cambiando la geografia socio-politica del Paese. In secondo luogo, e lo dico senza malizia, l’articolazione dentro al centrosinistra che rende la posizione di Rifondazione non semplicemente esterna». E se qualcuno gli chiede cosa è cambiato rispetto al centrosinistra del 1996 o del 1998, Bertinotti risponde secco che «sono storie imparagonabili, non ci sono gradi riconoscibili di parentela: da allora è cambiato il mondo».

Si parla anche di un prossimo ritorno di Prodi alla guida del centrosinistra, una volta esaurito il suo mandato da presidente della Commissione europea nell'autunno 2004. Bertinotti parla chiaro: «Senza di noi Prodi non va lontano». Ed è vero. Il Prc del 2003 è in crisi di voti e iscritti, ma è pur sempre decisivo per battere le destre.

Il 16 maggio Bertinotti precisa la sua idea di accordo con l'Ulivo: «Rutelli dice che per vincere è necessario un 'patto trasparente' con Rifondazione? Dice una verità elementare. Noi siamo disponibili solo a un accordo di programma, non a riesumare vecchie formule come la desistenza». Per la prima volta dal 1994, Rifondazione si dichiara disponibile ad un accordo organico che può anche tradursi in una presenza del Prc in un prossimo governo di centrosinistra. Non, quindi, un semplice appoggio esterno.

Il 3 giugno si riunisce la segreteria Ds e D'Alema espone i termini dell'accordo col Prc dandolo di fatto per scontato.

Il 5 giugno Liberazione pubblica un'intervista di Rina Gagliardi a Massimo D'Alema, dal titolo «Ripensare la terza via». Non una intervista qualunque, perché D'Alema tende la mano al Prc per ritrovare un accordo di governo, e perché la Gagliardi è particolarmente affettuosa con l'ex premier diessino. Secondo D'Alema «le due sinistre devono riconoscersi, dialogare e non farsi del male. Ulivo e Rifondazione Comunista devono, quindi, trovare un accordo che non snaturi il Partito della Rifondazione Comunista e non offuschi il profilo rifomista e 'di governo' delle proposte dell'Ulivo». Gli risponde Bertinotti dal Friuli: «Per rilanciare l'Ulivo è necessario riaprire un confronto programmatico senza pregiudizi».

Il 17 giugno in un'intervista al Corriere della Sera, il presidente diessino della Campania, Antonio Bassolino, spiega che l'obiettivo è arrivare un Prc di governo: «Io dico che per battere il Polo bisognerà trovare un rapporto con le forze esterne all'Ulivo, e il rapporto con il Prc sarà essenziale. Ma siccome si tratta di vincere e poi di governare, è impensabile ripetere l'intesa elettorale del '96. Anche Bertinotti ne è consapevole, sa che è indispensabile un accordo politico e programmatico». Quindi «se vinceremo le elezioni, dovranno esserci anche ministri di Rifondazione nell'esecutivo. Questo è il passo in avanti che bisogna fare, anche se so bene quanto sarà complicato mettersi d'accordo». Il giorno dopo dalle colonne di Liberazione, Bertinotti apprezzerà.

Sempre il 17 giugno la Direzione Nazionale, riunita per analizzare il risultato referendario, dà il via libera alla ricerca di nuove intese con l'Ulivo, con 21 voti favorevoli e 5 contrari (Ferrando). Si astiene la corrente Grassi (11 voti), pur essendo sempre stata favorevole alla ricerca di intese con l'Ulivo, per «per una differenza sulle prospettive politiche». Secondo Grassi e gli altri 10 de l'Ernesto, «occorre evitare l'assunzione di decisioni affrettate. Sono passaggi delicatissimi che il partito deve poter discutere senza trovarsi di fronte a fatti compiuti. Su questo argomento la domanda che dobbiamo porci oggi è la seguente: sono maturate nello schieramento di centro-sinistra, sui nodi di fondo su cui ci siamo divisi in passato, delle posizioni diverse?».

Ferrando è invece più duro e chiede di «avviare immediatamente un congresso straordinario», ma il suo documento otterrà solo 3 voti favorevoli, 26 contrari e 2 astensioni.

Pertanto, come voleva Bertinotti, la Direzione Nazionale pone al partito l'obiettivo di «aprire, in un dibattito aperto, con le forze sociali ed il movimento, il tema di come qualificare e rendere efficace l'opposizione al governo delle destre. Le scorciatoie politiciste sono illusorie e non servono. Il toro va preso per le corna: come affrontare il tema decisivo di prospettare un'alternativa programmatica alle destre. Ne esistono le condizioni? Pensiamo di si, anche se l'esito non è scontato. Il nostro punto è sviluppare un'offensiva in questa direzione».

Anche il Cpn del 28 e 29 giugno sarà d'accordo, e stavolta il documento sarà votata da tutta la maggioranza uscita dall'ultimo congresso (68 sì, 14 no, 1 astensione). In apertura di Cpn, a proposito del futuro accordo di governo, Bertinotti dirà: «Vi sono però due rischi. Il primo: diventare la sinistra del centrosinistra. Il secondo: chiamarci fuori dalla politica, pensando che ormai l'alternanza ha vinto e dunque conviene ridurci a pratiche extraistituzionale. Entrambe queste strade sono errate e devastanti e non saprei indicare qual’è la peggiore. Dobbiamo allora pensare a un nostro protagonismo politico, anche per contribuire a superare le difficoltà interne al movimento».

Poco prima, il 26 giugno, esce su Europa, quotidiano de La margherita, una lunghissima intervista a Bertinotti. Il centro dell'Ulivo si interroga su chi sia oggi Bertinotti e il Prc, ricordando quel che successe nel 1998, ma il clima è cordialissimo e Bertinotti spiega il perché oggi il Prc cerca un accordo di governo con un ragionamento che resterà immutato anche in interviste e interventi successivi.

Secondo il segretario del Prc è emerso un grande problema per il suo partito come per tutto il centrosinistra: «Abbiamo imparato che raggiungere dei risultati è improbo, anche quando il paese è percorso da importanti movimenti sociali e civili: hai grandi maggioranze contro la guerra e la guerra la fanno lo stesso, senza pagare dazio; hai in piedi un grande movimento sui temi del lavoro e il governo fa leggi pericolosissime come il decreto Maroni; fai battaglie sui diritti, come quella sull’articolo 18 nelle piccole imprese e perdi, anche se vedi l’insediamento storico del Pci ritrovarsi nella geografia di quel Sì. Insomma, abbiamo di fronte un problema che noi prima leggevamo come un problema di Rifondazione, e invece evidentemente lo è per tutto il campo progressista e dei movimenti: come si fa a passare da una fase di affermazione della propria esistenza a una fase di riattivazione di un processo di cambiamento». In pratica l'idea che si possano ottenere dei cambiamenti, grazie alla mobilitazione di grandi masse o grazie a un Prc fortissimo, anche se isolato, s'è rivelata sterile. Occorre dunque un accordo di governo, cosa praticabile perché «i movimenti hanno cambiato la costituzione materiale del centrosinistra italiano, pur senza cambiarne la geografia formale». In origine, infatti, l'Ulivo «si dava come compito di temperare il governo della guerra dell’Impero e di stemperare – come sono riusciti a fare – qualsiasi conflitto sociale. È stato così dai Balcani all'Afghanistan», ma «adesso ci stanno ripensando». Pertanto «le cose cambiano, io ne prendo atto. E so anche perché cambiano. Non soltanto perché la globalizzazione sta in realtà uccidendo la sovranità popolare e il tessuto solidaristico, e ha un così forte segno di guerra, ma anche perché nel suo momento di partenza prometteva e regalava all’Occidente e soprattutto agli Stati Uniti il più alto periodo di crescita economica della storia recente. E invece adesso sta infliggendo a Usa, Europa e Giappone la crisi più lunga che si ricordi». Anche il confine tra le posizioni del Prc e quelle uliviste sembrano molto più sfumate: «C'è una discontinuità evidente ai miei occhi rispetto a quando l’Ulivo era, per me, alcuni signori coi quali io trattavo o rompevo. Oggi questo sarebbe impossibile perché il centrosinistra su tutte le questioni o si esprime in maniera plurale oppure non si esprime proprio. La geografia è cambiata e la linea di confine sui temi che ci stanno a cuore non è più tra noi e il centrosinistra, ma all’interno del centrosinistra, e in maniera molto irregolare. La sinistra Ds su molte cose è più vicina a noi che alla leadership del suo partito, i Verdi sono stabilmente collocati in una posizione più contigua alla nostra. E anche la Margherita a me pare una formazione politica stellare...». Bertinotti arriva così alla conclusione di rivedere completamente i suoi schemi, per cui «la costruzione della sinistra alternativa non è più un a priori del processo di confronto programmatico 'tra molti', ma ne è l'esito. Arrivo a dire che la novità per noi è questa: che rinunciamo ad avere chiara la meta in termini di schieramenti organizzativi. Lo schema delle due sinistre, che era anche il mio, non funziona più. Continuo a pensare che ci sia bisogno, in Europa, di una sinistra anticapitalista radicale, ma le forme della sua organizzazione e anche del suo rapporto con il centrosinistra non sono precostituite». Quanto al Prc, anch'esso giura che cambierà e, aggiunge «credo che Rifondazione debba stare dentro una struttura più ampia ma che non si possa rinunciare all'ambizione di pensarsi comunisti».

Il giorno dopo esce un'altra intervista su Il Messaggero, in cui Bertinotti parla de La Margherita come di una «presenza è fondamentale nella coalizione. (...) Proprio ora non dobbiamo essere manichei».

Viene così definitivamente abbandonata l'idea lanciata nel 2000 di «rompere la gabbia del centrosinistra». Secondo i bertinottiani perché essa è stata rotta; mentre per le opposizioni interne così facendo il Prc accetta di entrare nella gabbia e pure in modo docile.

Il 17 settembre si tiene un incontro fra tutti i responsabili del lavoro degli otto partiti del centrosinistra (Udeur, Dl, Idv, Sdi, Ds, Verdi, Prc, Pdci) dove si parla di politica industriale, occupazione, Stato sociale e pensioni, erosione salariale e democrazia sindacale. Si sottoscriverà anche un documento comune.

Il 18 settembre Bertinotti chiede alle opposizioni di unirsi per aprire la fase politica che porti alla caduta del governo Berlusconi.

La chiamata non cade nel vuoto e il 23 settembre si tiene un incontro tra Rifondazione Comunista, l'Italia dei Valori e le forze dell'Ulivo nella sede del gruppo Ds al Senato. Con questo incontro, per Bertinotti «si è aperta una nuova fase», in pratica «è finito il ciclo di un centrosinistra e Rifondazione che si confrontano e si è aperto quello del rapporto di tutte le opposizioni per la ricerca di un'alleanza per battere il governo».

All'inizio del 2004, tutto il Prc è coinvolto dal segretario Bertinotti in un dibattito che avrà eco anche all'esterno del partito, sull'opportunità di assumere la nonviolenza come unico strumento di lotta coerentemente comunista. In realtà il dibattito parte da lontano.

Il Prc è parte attiva delle proteste del G8 genovese del 2001 che degenerano in scontri violenti fra forze dell'ordine e manifestanti. Molti allora puntarono il dito su come molti dei manifestanti fossero dei violenti e come molti di questi violenti fossero rifondaroli.

Il 29 luglio 2001 dalle pagine di Liberazione, Bertinotti chiama a raccolta il partito per partecipare alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, sostenendo che «questo è un appuntamento tradizionale per il movimento pacifista, ma che oggi deve assumere il carattere di una nuova tappa per il rafforzamento di un movimento vasto, articolato, multiculturale, non violento e di massa, contro la guerra e il liberismo che aumenta nel mondo intero le povertà e le ingiustizie».

È chiara dunque la volontà di coniugare la lotta newglobal con un pacifismo nonviolento, soprattutto per sconfessare chi vuole i rifondaroli dei violenti.

Questo tipo di insinuazioni porterà Bertinotti a rilascia un'intervista al Corriere della Sera del 5 agosto 2001 in cui sbotta: «Accusarci di complicità con i violenti di Genova è un'autentica menzogna e anche una mascalzonata. A dimostrarlo ci sono le dichiarazioni, gli atti e i comportamenti di Rifondazione: tutti improntati alla non violenza. Prima, durante e dopo il G8». In effetti nulla nello statuto del Prc incita i propri iscritti alla violenza, né esistono discorsi di altissimi dirigenti che abbiano mai elogiato la violenza, ma è vero anche il contrario: la nonviolenza non è ufficialmente prevista e incoraggiata nella prassi del partito.

Nella medesima intervista, Bertinotti si colloca fra «chi ricorre a forme di disubbidienza civile che si trovano perfino nella tradizione gandhiana. Chiarito questo, non ho alcun imbarazzo a dichiarare la mia radicale opposizione a ogni forma di violenza, comprese certe dichiarazioni».

La questione sarà ripresa nel Cpn del 15 e 16 settembre, anche alla luce della violenza del terrorismo islamico. Bertinotti concluderà perentorio: «La ricerca sulla nonviolenza è decisiva per costruire 'una nuova arma' contro la società capitalista», anche in nome di un «comunismo come liberazione dell'uomo».

Per Bertinotti e suoi la nonviolenza è dunque fondamentale, e tornerà a ripeterlo qua e là, ma in realtà il partito ancora non affronta la questione che, in effetti, è estranea alla storia del movimento comunista che anzi ha sempre visto il mito della Rivoluzione, come un mito di violenza a fin di bene e «levatrice della storia».

Al V congresso del 2002, la nonviolenza è introdotta con la tesi di maggioranza n. 39: «La nonviolenza, pratica di lotta non distruttiva e, insieme, disubbidienza a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia con l'anima profonda del movimento e dall'altra più efficace per combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e neppure della forza, ma all'opposto gestione altra, e più alta, del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede un'organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare. Essa è parte integrante di quella riforma della politica - che riguarda i partiti come i movimenti - che implica il rifiuto di ogni militarizzazione del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato d'identità. In questo senso, nell'epoca della globalizzazione neoliberista, la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità, ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza, insomma, dell'umanità».

Tuttavia il congresso approva un nuovo Statuto per il partito che non prevede nessuna norma che faccia dei rifondaroli dei nonviolenti. La nonviolenza resta così solo una tesi di una mozione congressuale, seppur di maggioranza. Per Bertinotti non è ancora abbastanza, forse perché ancora il movimento viene associato alla violenza dall'opinione pubblica.

L'occasione di riaprire il dibattito, si ripresenta il 24 ottobre 2003 con l'arresto di otto appartenenti alle Brigate Rosse che hanno operato tra il 1999 e il 2002.

Alcuni fanno notare come fra gli arrestati vi siano degli iscritti al sindacato.

A commento della notizia, la Repubblica esce il 31 ottobre con un'intervista a Sergio Segio, 22 anni di carcere per terrorismo rosso e fondatore di Prima Linea. Segio scuote la sinistra lanciando l'allarme che «le Brigate rosse, sebbene ne siano componente ultra-minoritaria, sono e coabitano nel Movimento, hanno infiltrato il sindacalismo di base. Sono interne ai loro luoghi, alle loro sedi, al loro dibattito politico. E non sono affatto "nuove". Sono la fotografia di un passaggio di testimone tra generazioni nell'assoluta continuità di una matrice ideologica che non ha rifiutato il concetto di violenza politica, ma la conserva come opzione concreta, se non assoluta». Per Segio infatti «l'intero Movimento, in tutte le sue componenti, è contemporaneamente vittima ma anche opzione della violenza brigatista, perché possibile bacino di reclutamento. Non aprire su questo una dura battaglia politica che affermi l'impraticabilità e il carattere eticamente e storicamente inaccettabile della lotta armata, significa o non comprendere la delicatezza del passaggio che stiamo vivendo o non saperlo dire. Il che, politicamente, è la stessa e identica cosa». E questo avviene «perché i nodi teorici, propri della sinistra, della presa del potere e della violenza politica, non sono stati sciolti. La posso dire anche così: la parola d'ordine 'Guerra alla Guerra' del documento di rivendicazione D'Antona è il titolo polveroso di un pamphlet socialista del secolo scorso».

A Segio replica Bertinotti su la Repubblica del 2 novembre. Per Bertinotti «non c'è alcun dubbio che il tema del rapporto tra lotta armata e cultura politica può essere una straordinaria occasione offerta alla sinistra e non solo per affrontare un nodo cruciale della cultura del '900. La violenza». Tuttavia «la lunga esperienza torinese mi ha insegnato che il terrorismo nasce in una sfera autonoma della politica. Non sono la società e il conflitto che generano la lotta armata. Semmai, e al contrario, è nella società che si pongono le condizioni perché quel virus si infiltri».

Va però notato che «tutti i pensieri forti, religiosi e politici, contengono un irrisolto problema con la violenza. Noi siamo figli oltre che del crocifisso, della Bibbia. Ed è nella Bibbia che troviamo l'idea dell'annientamento del nemico. Le culture terzomondiste sono imbevute di violenza, lì dove arrivano a teorizzare che 'l'identità del colonizzato passa per l'uccisione del colono'. Nell'intera storia del movimento operaio è presente la distruzione dell'avversario. Dunque, tutti e ripeto tutti, sono chiamati oggi a fare i conti con il concetto di violenza. A me, la prima volta, lo insegnò Pietro Ingrao. Vent'anni fa. Ingrao era presidente della Camera e venne alla Fiat, a Torino. Ora, non ricordo esattamente la circostanza. Se dopo la scoperta che uno dei nostri delegati apparteneva alle Br o dopo l'ennesimo, sanguinoso, agguato. Mi sembra di vederla ancora quella sala sprofondata in un silenzio sospeso e Pietro svelarci la più semplice e decisiva delle verità. Disse: 'Noi siamo nati per dare valore alla vita. Le lotte della classe operaia hanno lo scopo di migliorare, anche solo di un nulla, la vita di ciascuno di noi. Vi pare che si possa accettare sia pure in ipotesi il progetto o l'idea di chi vuole cancellarne anche soltanto una di vita?'. Ecco, Ingrao già allora demoliva due capisaldi di una certa cultura socialista e comunista del Novecento. Primo: che il valore della vita di una persona debba essere misurato in quanto simbolo del potere che rappresenta. Secondo: che nella lotta all'eversione si possa procedere per aggregazioni omogenee, dunque in ordine sparso. Le cose non stanno così. Il terrorismo è il nemico di tutti. E tutti insieme lo si combatte».

Da allora «il Brecht che diceva 'vogliamo un mondo gentile, ma per averlo non possiamo essere gentili', non mi appartiene più, né appartiene più alla storia della sinistra e del Movimento di questo secolo. Perché oggi, la scelta non può essere altra che respingere ogni atto di violenza. In un mondo in cui la violenza si riassume nel binomio guerra preventiva-terrorismo, non può aver diritto di cittadinanza alcuna violenza politica. Perché in quel binomio è inevitabilmente risucchiata».

Pertanto il Movimento non ha e non avrà mai a che fare con la violenza «per un motivo molto semplice. Questi ragazzi sono estranei alla storia del Novecento. Sono di un'altra era. Gli è estraneo il concetto operaio del potere come terreno di conquista prima che di cambiamento. Il loro Palazzo d'Inverno non è Palazzo Chigi. Sono privi dell'idea stessa di avanguardia. No, il Movimento è antidoto a quel virus. Bisogna solo aiutarlo e ascoltarlo».

Dieci giorni dopo l'Italia è sconvolta dagli attentati di Nassiriya del 12 novembre 2003. Risulta definitivamente chiaro a tutti che la guerra in Iraq è continuata anche dopo il 1° maggio 2003, seppur sotto forma di guerriglia e attentati più o meno grandi.

Pochi giorni dopo alcuni inneggiano alla «resistenza degli iracheni contro l'occupazione Usa» scandendo anche slogan come «dieci, cento, mille Nassiriya», parafrasando una famosa parola d'ordine di Ernesto Guevara che nel 1967 proponeva di creare «due, tre, molti Vietnam».

Intanto il Campo Antimperialista, nato come campeggio sopra Assisi e ora piccolo coordinamento unitario di movimenti di sinistra e di estrema destra di vari paesi, lancia tre iniziative a sostegno della resistenza irachena. La prima prevede la sottoscrizione di 10€ da inviare all'Assemblea Nazionale Palestinese; la seconda è una raccolta firme per la liberazione di Tariq Aziz; la terza prevede invece una manifestazione di solidarietà da tenersi a Roma per il 13 dicembre, che poi vedrà la partecipazione di 300 persone, egemonizzata da "Sinistra nazionale".

Quest'ultima iniziativa, essendo aperta a chiunque condivida la piattaforma, viene anche sottoscritta da esponenti di Rifondazione, anche importanti, ma dopo i fatti di Nassiriya monta una polemica contro il Campo Antimperialista, il quale pare preveda dentro anche elementi del neofascismo italiano.

Alla richiesta se i rifondaroli possono partecipare alla manifestazione del 13 dicembre, Bertinotti risponde il 22 novembre: «Abbiamo chiesto con molta fermezza, a tutti i firmatari di quell'appello iscritti a rifondazione di ritirare la loro firma, sia se fosse a titolo personale e tanto più quando è in una veste in qualunque modo ufficiale di partito o istituzionale. Una risposta semplice: no! non è compatibile l'adesione a rifondazione comunista con la sottoscrizione di documenti di questo tipo».

Spiegazioni più articolate sull'idea di nonviolenza e comunismo, Bertinotti le dà grazie a due lettere indirizzate al segretario del Prc dal fondatore di Lotta Continua, Adriano Sofri (l'Unità 2 novembre 2003), e dal sociologo operaista Marco Revelli (Carta 13 novembre 2003). Le risposte di Bertinotti saranno pubblicate sugli stessi giornali rispettivamente il 9 e il 27 novembre.

Mentre la lettera di Sofri prende spunto da un'intervista rilasciata da Bertinotti al Quotidiano Nazionale del 21 ottobre, quella di Revelli dalla già citata replica di Bertinotti a Segio.

I contenuti di entrambe le risposte (almeno per quanto riguarda il tema della nonviolenza) saranno meglio sintetizzate in una lettera che Bertinotti invia a Paolo Mieli e pubblicata sul Corriere della Sera dell'11 dicembre, dove sono presenti anche dei riferimenti espliciti allo scambio di lettere con Sofri e Revelli.

Quest'ultima lettera scaturisce dalla lettura dell'editoriale di Ernesto Galli della Loggia per il Corsera del 9 dicembre, dal titolo «Il comunismo del gulag». Qui Galli della Loggia argomenta che «la storia del gulag (uso il nome della parte per il tutto) dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non solo la dimensione repressivo-omicida è stata consustanziale al comunismo fin dall'inizio della sua versione russa (il meccanismo del terrore si mise in moto già nelle prime settimane del 1918) e dunque indipendentemente dallo 'stalinismo, ma indica altresì che quella dimensione è sempre stata e continua a essere propria del comunismo in ognuna delle sue varie incarnazioni: dalla Cina, a Cuba, al Vietnam. Il gulag, insomma, con la sua diffusione planetaria, ingenera inevitabilmente il sospetto che sia proprio il comunismo in quanto tale, il comunismo in tutte le sue versioni, l'origine del male». Eppure «il gulag e la sua storia sono rimasti un tabù, a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio e ancora 'lotta insieme a noi mentre, da più di dieci anni, come è ovvio, il socialismo riformista è ancora al palo di partenza». Bisognerebbe «comprendere e dire a piena voce che quell'idea era destinata per sua natura, e dunque dappertutto e fin dall'inizio, a produrre gli orrori che per l'appunto ha prodotto; e di conseguenza avrebbe richiesto di porre in una luce comunque moralmente problematica l'adesione ad essa, a prescindere dalle intenzioni e dagli atti. Nulla di tutto ciò è invece avvenuto: il gulag e la sua storia sono rimasti un tabù, a sinistra il comunismo conserva il suo prestigio e ancora 'lotta insieme a noi' mentre, da più di dieci anni, come è ovvio, il socialismo riformista è ancora al palo di partenza».

Nella sua lettera, dunque, Bertinotti si dà da fare «per spiegare il motivo per cui il comunismo e la non violnza che nel passato sono apparsi e sono stati antinomici, oggi, non possono che vivere insieme». Per il leader del Prc «nel tempo della guerra e del terrorismo non è possibile parlare di comunismo se non si sradica da esso ogni riferimento alla violenza. E non si può parlare, in un mondo così organicamente ingiusto, di non violenza se non all'interno della rinascita di un'ipotesi di trasformazione della società. Oggi la guerra e il terrorismo ci stanno conducendo in una crisi di civiltà che può avere conseguente devastanti per l'umanità. Ne ho parlato in un recente dibattito con Adriano Sofri anch'egli convinto che, oggi, per il pianeta esista la possibilità di catastrofe. All'origine di questa crisi c'è la modernizzazione capitalistica che non si è rivelata portatrice di progresso e di benessere, ma per la prima volta nella storia dell'umanità ha separato l'innovazione dal progresso sociale e civile e dal miglioramento della condizione di vita degli uomini, delle donne e della natura. Questa crisi ha una ratio. Essa deriva da uno sfruttamento che si è dilatato oltre i confini del '900 e che non coinvolge solo il proletariato classicamente inteso, ma le persone, la natura, l'ambiente. Il fattore ordinatore del mondo, quello con cui si impone questo sfruttamento dilatato, è la guerra. È attraverso la guerra che la modernizzazione capitalistica pensa di imporre le sue regole, le regole del mercato, dell'impresa. La questione del comunismo del nostro tempo nasce da qui, ma per essere affrontata richiede delle significative rotture con la sua storia. Oggi parlare di comunismo significa, infatti, rompere con almeno tre idee-forza del '900».

Dunque «credo anche che qui ed ora la non violenza sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la radicalità di quel processo di trasformazione sociale che chiamiamo comunismo», non solo per quanto detto sopra, ma anche perché i mezzi violenti «sono del tutto inefficaci. Non riescono a produrre neppure nell'immaginario di chi vuole un cambiamento un'idea di alternativa di società perché riconducono inevitabilmente alla guerra e al terrorismo e alle due idee regressive di società che esse sottendono».

Da qui la sfida neocomunista di «chi non rinuncia alla costruzione di una società alternativa al capitalismo. Perché questo rimane il punto dell'oggi che nessun passato per quanto terribile può seppellire. Anche perché la storia grande del movimento operaio e dei marxismi non si è esaurita nella tragedia del "comunismo reale" e rende possibile, oltreché necessario, discernere in essa ciò che è vivo e ciò che è morto».

Il 28 settembre 2003, a Marghera, quartiere operaio di Mestre (VE) si svolge una cerimonia di rinominazione del piazzale Niccolò Tommaseo in piazzale "Martiri giuliano dalmati delle foibe".

La decisione era stata presa nel 1998 dal consiglio comunale di centrosinistra, senza obiezioni dalla federazione veneziana di Rifondazione Comunista, presente anche nella giunta comunale veneziana.

Tuttavia durante la cerimonia (alla quale partecipa soddisfatta anche Alleanza Nazionale) un gruppo di rifondaroli insieme ad ambientalisti, Comunisti Italiani, sindacalisti Cobas e antifascisti vari, organizzano una contestazione con un sit-in e uno striscione con scritto "vergogna", essendo infatti contrari a ogni «revisionismo fascista».

La cosa non piace né ai dirigenti del Prc, né a dei giovani di centri sociali vicini, arrivati anche da Padova. Fra questi vi sono anche i Disobbedienti di Luca Casarini. La contestazione degenera nello scontro fisico tra Disobbedienti, contestatori di sinistra e giovani di destra, e non mancano i feriti in ospedale.

Il giorno dopo Casarini chiarisce che «siamo contro il fascismo ma pure contro lo stalinismo che Pettenò (consigliere comunale del Prc, ndr) e una parte di Rifondazione vorrebbe rivalutare negando addirittura che le foibe sono state un genocidio. Da una parte Berlusconi vuol far rientrare Mussolini dalla finestra e dall'altra Pettenò Stalin. Per noi è la stessa cosa».

Idee analoghe sulle foibe le esprimerà nelle stesse ore il segretario regionale del Prc Veneto Gino Sperandio, ma troverà «risibile qualsiasi giustificazione dell'aggressione subita dai compagni del Prc facendo apparire i contestatori dell'intitolazione ai martiri delle foibe come degli stalinisti che tentavano di giustificare i crimini avvenuti in Istria e Dalmazia alla fine della guerra contro il nazi-fascismo. Non vogliamo lasciare dubbio alcuno sulla nostra cultura politica: per noi le foibe furono uno dei più odiosi episodi di barbarie che, tra le molte macerie dell'esperienza del cosiddetto 'socialismo reale', furono prodotte».

Anche la segreteria nazionale si schiera con Sperandio, per voce di Patrizia Sentinelli. Dunque sui fatti delle foibe, il Prc ha per la prima volta una posizione ufficiale a livello nazionale.

Ma questa non è né apprezzata né condivisa da tutto il corpo del partito. Prova emblematica è la lettera di Igor Canciani, segretario provinciale del Prc Trieste, pubblicata su Liberazione (dove nel frattempo era scoppiato un vivace dibattito) del 5 ottobre. Canciani trova «francamente incomprensibile e del tutto fuori luogo la necessità, nostra, di rimarcare la nostra distanza da episodi di barbarie ascrivibili al cosiddetto 'socialismo reale' o quello di ribadire, in questa occasione, il rifiuto della connessione tra Rifondazione ed ogni forma di residuo stalinista, poiché la vicenda delle foibe con lo stalinismo non c'entra assolutamente. Sull'argomento esiste una copiosa e riconosciuta storiografia ufficiale, esiste una storiografia revisionista di destra (che purtroppo ha attecchito o quantomeno sta traendo in inganno molta gente inconsapevole e non informata), ma esiste anche una relazione predisposta da una commissione italo-slovena di storici (nominati dai rispettivi governi) che ha fornito un prezioso contributo di conoscenza in materia. E guarda caso, proprio il lavoro della commissione di storici, invocato per anni dalla destra più oltranzista, è stato dalla stessa sconfessato, anche perché proprio sulle foibe gli esiti della ricerca e le conclusioni della commissione ridimensionano di parecchio la portata e la rilevanza della questione».

Per Canciani le foibe restano «un atto ingiusto ed esecrabile», ma «non si trattò di eccidio o di pulizia etnica, ma di reazione ad un ventennio di occupazione fascista e di soprusi e di violenze».

Canciani chiude chiedendo di «iniziare una discussione di merito su un tema che, lo dico con grande rammarico, è del tutto assente al nostro interno e rischia di formare mere posizioni ideologiche».

E in effetti la discussione ci sarà. Il Prc Veneto il 13 dicembre organizza un convegno dal titolo La guerra è orrore. Le foibe tra fascismo, guerra e resistenza, all'interno dell'Aula Magna della facoltà di Architettura della IUAV di Venezia. Gino Sperandio, Segretario Regionale PRC Veneto, terrà la relazione introduttiva del convegno che sarà articolato in due sessioni. Al mattino sono previsti gli interventi dei professori Jože Pirjevec e Anna Maria Vinci (Università di Trieste), Predrag Matvejevic (Università di Roma), Inoslav Bešker (Università di Zagabria), Angelo d'Orsi (Università di Torino). Partecipano anche i giornalisti Giacomo Scotti di Rijeka o Fiume, e Lidia Menapace.

Ma a fare scalpore saranno le conclusioni pomeridiane affidate a Fausto Bertinotti.

Premesso infatti che i rifondaroli sono e restano «radicalmente antifascisti», per Bertinotti l'antifascismo è soprattutto «l'unica religione civile del paese, l'unica capace di costruire una convivenza civile», ma anche rifiuto del revisionismo storico, quel fenomeno cioè per cui «c'è anche del bene nel fascismo e c'è un po' di male nella resistenza». Un revisionismo «non innocente», dietro il quale si scorge il «tentativo di tirare una riga nella storia del Paese al di là della quale c'è la cancellazione di ogni ideologia, di ogni pensiero forte e la riduzione della politica a variante interna del dominio del mercato dell'impresa».

Ma Bertinotti non si accontenta di una «denuncia dei crimini del fascismo», magari per «rassicurare la tua identità e la tua esistenza». Il punto non è il ventennio: «Oggi, battere il fascismo - parlo del fascismo come lo abbiamo conosciuto alcuni decenni fa, non parlo delle politiche fascistizzanti, o degli elementi fascistoidi che persistono - battere quel fascismo è fin troppo facile. È capace perfino Fini. (...) I nostri avversari oggi, in questa fase della storia, sono la guerra e il terrorismo».

Uno scenario nuovo che porta quindi a delle novità: «Questa coppia guerra-terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza, questa realtà, ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito. Noi non possiamo pensare di battere questa violenza monopolizzata con la guerra. La violenza, in ogni sua variante, quale che sia il giudizio morale, risulta inefficace perché viene riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuorigioco la politica. Questa coppia costringe a ripensare la nostra storia per trovare le forze e i modi per batterla. È una lotta di civiltà, è una lotta nella quale lo stesso importante problema della trasformazione prende corpo in modo inedito. Oggi, di fronte alla possibilità di una catastrofe dell’umanità, siamo obbligati ad indagare sulla violenza, sul suo ruolo nella storia, sul suo ruolo oggi o nel futuro dell’umanità».

Si potrebbe allora indagare sulla violenza della bomba atomica di Hiroshima per sconfiggere la violenza nazista. «Un passaggio drammatico, terribile. La violenza per battere la morte produce altra morte. Era legittima Hiroshima? (...) E ancora, noi - nel senso di movimento operaio che non siamo né Auschwitz né Hiroshima, in quel contesto siamo stati angeli? Noi, intesi come soggetti della storia, siamo stati contaminati da quella violenza?».

Per uscire da simili dilemmi, Bertinotti crede «abbia ragione un grande intellettuale come Walter Benjamin quando dice: rapportiamoci col passato con il balzo di tigre, torniamo indietro per scattare di nuovo in avanti verso il futuro. E allora, nelle tracce di resistenza alla violenza in nome della liberazione noi dobbiamo attingere per compiere questo salto».

A questo punto, «per liberarci dalla violenza», Bertinotti rievoca la Resistenza partigiana al nazi-fascismo in termini inediti per un leader comunista. Di quella guerra, Bertinotti decide di rievocare quel «lato che è rimasto in ombra, che è quello delle relazioni quotidiane, del tentativo di sottrarsi ad una violenza che pareva insormontabile. Questa dimensione c'era, anche se mi guarderei bene dal dire che era prevaricante rispetto a quella del conflitto, di un conflitto drammatico e tragico. Ma pensiamo a Cesare Pavese, ai passaggi nei suoi libri che riguardano il momento della resistenza, il suo orrore per la morte e per il sangue. C'era un ritrarsi, un senso di inadeguatezza, un timore. Pure era un partigiano. (...) Non sto dicendo che in quel momento, in quei momenti così terribili, non si doveva premere il grilletto. Sto dicendo un’altra cosa. Sto dicendo che non dobbiamo mettere sullo stesso piano quello che è e che si sente come dovere di fronte alla storia e il tuo essere umano, la tua umanità, politica e culturale. Che una distanza critica va presa, con coraggio. Che la tua umanità va salvaguardata».

Così la Resistenza c'è stata tramandata da partigiani che «come tutti, hanno sensibilità diverse»: da un lato chi con pudore non voleva più ricordare quella violenza, dall'altro chi per anni ha continuato a vantare l'eroismo di quei giorni.

«Noi, noi allora giovani, eravamo affascinati da entrambi gli atteggiamenti, da quelli guerreschi, eroici, di chi raccontava ancora con orgoglio quelle gesta e da quelli più silenziosi esplicitamente o implicitamente critici non nei confronti di quei gesti, ma di quella violenza che continuava a vivere in una cornice guerresca. Ma in realtà sul lato non militare di quella resistenza non si è indagato abbastanza. Abbiamo preferito fare un’operazione di 'angelizzazione' della nostra parte. Sfidati dalla brutalità del fascismo e dalla sua violenza, abbiamo preferito pensare che un’alternativa umana ad esso fosse già compiuta dopo esserci liberati da quel terribile evento. Questa retorica e questa angelizzazione non ci hanno aiutato ad indagare nella nostra storia per ricavarne risultati per il futuro. Hanno invece fatto sì che da un lato disperdessimo le lezioni più straordinarie che dentro quel percorso potevano annunciare il futuro, e, dall’altro, che negassimo le violenze della nostra storia e della nostra parte».

Questo concetto inedito di «angelizzazione» sarà uno dei passaggi più contestati dai rifondaroli che non si riconosceranno nelle parole del segretario.

È a questo punto che Bertinotti analizza le foibe, ovvero «un groviglio, un concentrato di violenza che ha investito la Venezia Giulia nella transizione tra guerra e dopo guerra».

Fu genocidio indiscriminato o eccidio di pochi fascisti? Per Bertinotti sarebbe una inutile questione di numeri. Più che altro le foibe avvengono per «il trapasso cruento di potere tra regimi contrapposti».

Se è vera la tesi che le foibe avvennero perché gli slavi erano in preda «di una sorta di furore popolare, una specie di riscatto da una lunga storia di violenze, un’imitazione delle violenze subite», allora si è davanti alla vecchia idea di Jean Paul Sartre per cui «il colono non può esistere, non può ricostruire la sua identità se non con la uccisione del colonizzatore». Ma in verità dietro quel furore, Bertinotti vi vede la «storica idea di conquista del potere, di costruzione dello Stato attraverso l’annientamento dei nemici», e poiché «gran parte della storia delle costruzioni statuali del movimento operaio nel '900 è passata attraverso l'idea della distruzione fisica del nemico, (...) noi dobbiamo avere il coraggio non solo, come stiamo facendo, di dire la verità, ma - e su questo punto insisto - di non trovare alcun elemento di giustificazione nell'orrore che gli oppressori avevano realizzato precedentemente per giustificare l'orrore che vi fu dopo». L'allusione ai metodi rivoluzionari sovietici è evidente.

A questo punto seguono le riflessioni su guerra e terrorismo che non aggiungono nulla di nuovo a quanto Bertinotti aveva detto in passato, ma che sono comunque un modo per ritornare sulle lotte operaie del Novecento: «Io credo, che nel '900 noi abbiamo perso. Ha perso la nostra gente, la nostra storia, la nostra cultura politica. Nel '900, il secolo in cui si è realizzata il più grande tentativo di scalata al cielo e di ascesa delle masse nella politica, e il tentativo del proletariato di superare la società capitalistica, cioè la società dello sfruttamento e dell’alienazione, noi abbiamo perso. La partita nel '900 si è conclusa con una sconfitta». Una sconfitta che viene indagata da Bertinotti per dubbi: «In quel '900 nella nostra storia c'era anche qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che era proprio necessario massacrarli quelli di Kronstad? Siamo così sicuri che per salvare il nuovo stato post rivoluzionario andavano massacrati? E siamo così sicuri che per difendere la rivoluzione bisognava costruire degli stati autoritari? Siamo sicuri che lo stalinismo fosse proprio la risposta necessaria a quella fase? E che il mantenimento delle tracce dello stalinismo che si sono da lì irradiate non siano state un elemento, invece, di corrompimento drammatico dell’alternativa possibile e necessaria del comunismo al capitalismo? E siamo così convinti che il gulag o non esistevano oppure erano solo un modo per tenere a freno gli egoismi di popolazioni che non capivano il comunismo? Oppure invece era una modalità attraverso la quale una idea nata per liberare si rovesciava nel suo contrario in un regime oppressivo? Quando parliamo di gulag parliamo di 20 milioni di persone sterminate, di cui la metà comunisti. Vorrei che qualche brivido ci attraversasse».

E allora «le foibe ci possono capitare addosso non solo per imbarbarimento indotto dall’avversario, ma perché nessuna cultura forte è immune dalla propensione fondamentalista. Tanto più pensiamo di avere un’idea del mondo, tanto più è radicata l’idea di alternativa, di diversità, di un altro mondo possibile, tanto più è alto il rischio che si possa accedere alla scorciatoia fondamentalistica di imporre con ogni mezzo questo esito. È in questo modo che chi pensa di dover esportare una civiltà fa la guerra. Vorrei poter dire anche ai compagni più avversi a questa linea di ricerca, che come vedete non è vero che noi vogliamo disfarci del passato, ma vogliamo scegliere un lato del nostro passato contro un altro ed esaltarlo al punto da farlo diventare una pratica sociale, politica e culturale. Nessuno di noi propone di ricominciare da capo».

Per Bertinotti è dunque arrivato il momento di fare «una revisione coraggiosa» sull'«idea del potere» e sull'«idea della violenza» che hanno caratterizzato l'Unione Sovietica e che Rifondazione si ritrova in eredità. «È questo, io credo, il passaggio che noi siamo chiamati a fare, non per essere meno comunisti, ma semplicemente per cercare di essere comunisti».

Osservando infine come tanto la guerra degli stati, quanto le violenze terroriste, sono organizzate e portate avanti da oligarchie che escludono le masse dalla politica, Bertinotti chiude ricordando come «noi pensiamo che la partita la debbano giocare le moltitudini, le masse e le classi, non lo stato maggiore. Questo è il punto chiave. Se c’è uno stato maggiore c’è un regime possibile di guerra. Allora, quelle che appaiono culture deboli e soggetti deboli, noi dovremo saperlo per nostra storia, sono i portatori del futuro. (...) Ma perché la periferia diventi il centro bisogna che la radicalità sia iscritta in una pratica di nonviolenza. Il massimo di radicalità oggi si può esprimere solo con la nonviolenza, altrimenti retrocede immediatamente a braccio armato e si inserisce nella dialettica guerra-terrorismo. Diventa la fine della politica. (...) Se oggi dovessimo accettare la violenza essa ammazzerebbe soprattutto noi. Per questo, io credo, noi dobbiamo liberarcene facendo i conti interamente con la nostra storia».

Il tentativo di dare uno sbocco nonviolento ai metodi di lotta di Rifondazione, si accompagna con la continua ricerca di un rapporto migliore con la religione e col cattolicesimo in particolare.

Del resto il movimento pacifista ha una lunga tradizione cristiana e la stessa Marcia della Pace Perugia-Assisi, alla quale partecipa il Prc dal 2001, è di matrice cristiana.

Anche il successo delle bandiere arcobaleno della pace nel 2003 si deve a quel cattolicesimo che è sempre pronto a dire no alla guerra, come i missionari comboniani.

L'avvicinamento al cristianesimo non è comunque facile per un partito che discende da Karl Marx che notoriamente vedeva la religione come «oppio dei popoli».

Lo stesso Bertinotti è ateo come tantissimi nel suo partito, e papa Giovanni Paolo II è noto per le sue battaglie anticomuniste.

Malgrado ciò il Prc deciderà di essere presente alla prima visita in assoluto di un pontefice al Parlamento italiano riunito in seduta comune il 14 novembre 2002. Cosa che invece non farà il Partito dei Comunisti Italiani per sottolineare «sottolineare come la separazione tra confessione religiosa e istituzioni dovrebbe essere (ancora) a fondamento dei principi di uno Stato laico. Non solo sulla carta, come indubitabilmente è nel nostro Paese, ma anche nella rappresentazione politico-simbolica, nel messaggio sociale, nella comunicazione mediatica». Idea non condivisa da Bertinotti: «Noi non siamo fra coloro che non approvano o contestano la visita in parlamento di Karol Wojtyla proprio perché abbiamo convinzioni profonde sulla laicità dello Stato».

Bertinotti si dirà emozionato della visita di Karol Wojtyla: «Un uomo laico della sinistra comunista come me ha, rispetto alle posizioni di questo autorevolissimo e straordinario uomo di chiesa, punti di consenso e di dissenso. Ma l'emozione resta».

Il 16 ottobre Bertinotti sarà tra i tanti che invieranno auguri a Wojtyla per i suoi 25 anni di pontificato. Per l'occasione esce infatti un editoriale di Bertinotti per Liberazione (che per l'occasione dedicherà quattro pagine all'evento).

Nel suo messaggio di auguri, Bertinotti tenta di accreditare il papa polacco come un grande anticapitalista, più che come il noto anticomunista.

Nello stesso tempo, il giornale ufficiale della Santa Sede, l'Osservatore Romano, ospita un articolo di Sandro Curzi.

In questo quadro non stupisce la posizione prudente di Bertinotti quando scoppia il caso di Ofena (AQ). Il 22 ottobre 2003, infatti, il giudice Mario Montanaro, del tribunale de L'Aquila, stabilisce la rimozione del crocifisso dalla scuola materna ed elementare "Silveri" di Ofena, accogliendo un'istanza di Adel Smith, presidente dell'Unione dei musulmani d'Italia, in nome della laicità della scuola pubblica.

Sul caso, che accenderà aspre polemiche, Bertinotti dirà per Il Giornale del 30 ottobre che «la politica deve stare un passo indietro rispetto a discussioni così controverse. (...) Se dovessimo decidere ex novo, non metterei nessun segno religioso. Ma un conto è mettere, uno è togliere. E io avrei qualche difficoltà a togliere il crocifisso».

Il 24 dicembre 2003 Liberazione approfondisce l'imminente festività del Natale con un articolo di Ritanna Armeni che riabilita la religione, come mai nessuna forza comunista aveva mai fatto, almeno non così esplicitamente. Scrive l'Armeni: «Oggi non ci sentiremmo di dire che 'la religione è l'oppio dei popoli' o che è una forma di nevrosi. Come ci sembrerebbe limitativo abolire l'analisi e la comprensione in nome di un laicismo che tutto azzera e controlla, di cui è un esempio la recente proposta di legge francese (voluta dal governo e dalla sinistra) che chiede l'abolizione dei simboli religiosi nelle scuole per preservare la laicità dello Stato repubblicano. La religione, le religioni sono una ricchezza, sono cultura, arte, socialità, capacità di cambiamento. Che cosa sarebbe stata la poesia degli inizi della lingua italiana senza la religione? E riusciamo ad immaginare il Rinascimento e le opere pittoriche dei grandi senza di essa?».

L'operazione è comunque sempre giustificata come un modo nuovo di essere rivoluzionari, pacifisti e nonviolenti. Tanto è vero che per l'Armeni la religione va vista come «un messaggio di pace e non di guerra, di dialogo e non di contrapposizione. Possiamo scoprire quanto di quel messaggio è stato compreso e quanto tradito. Possiamo trovare il messaggio rivoluzionario che ogni religione contiene. Possiamo farlo se siamo interessati ad esso e se pensiamo che la costruzione di un nuovo mondo debba tener conto anche della convivenza fra le religioni e non pensare semplicemente di abolirle».

Tuttavia non tarderanno ad arrivare tantissime lettere di protesta di lettori più vicini al lascito di Marx. A risposta di queste lettere, la Gagliardi replicherà con argomenti movimentisti («l'unica grande forza dinamica, capace di muovere grandi masse, è oggi la religione»).

Le conclusioni di Bertinotti al convegno sulle foibe vengono pubblicate su Liberazione del 4 gennaio 2004. Tre giorni dopo sullo stesso esce un'intervista a Pietro Ingrao a commento delle parole di Bertinotti. Ingrao dirà: «Mi ha colpito il ragionamento che propone sul pacifismo e sulla lotta armata. In questo testo, non c'è solo la netta condanna dello stalinismo, ma qualcosa che va oltre: la capacità di rompere uno schema - anche un immaginario - che era profondamente radicato in tutti noi, nella stessa tradizione leninista. Questo schema è quello della rivoluzione come assalto armato al Palazzo d'inverno, come il momento nel quale scatta la necessità dell'ora X, dell'attacco finale al potere. (...) C'era in noi - voglio dire - la persuasione profonda della dura necessità della lotta armata, che era tornata con forza nella tragedia degli anni '30. E non eravamo affascinati da una frase marxiana (la violenza come 'levatrice della storia') di cui eravamo intrisi anche nei momenti più intensi della lotta per il disarmo?».

Sono parole pesanti dette da un uomo che pesa ancora presso buona parte della sinistra e che inevitabilmente riaprono il dibattito su comunismo e nonviolenza, ma stavolta in modo definitivo.

Tra gennaio e marzo sia Liberazione che il manifesto, pubblicano le opinioni di vari esponenti rifondaroli o vicini a Rifondazione e lettere di semplici lettori, dimostrando che non tutti concordano con Bertinotti e Ingrao, ma anche che tanti altri accolgono la novità nonviolenta in modo entusiasta.

Per rafforzare il sostegno a Bertinotti, Ingrao tornerà sull'argomento altre due volte, mentre Bertinotti vi ritornerà con un'intervista pubblicata sul Corsera del 14 gennaio, dove dichiarerà che «alle manifestazioni si va a mani nude e a volto scoperto».

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Marco Ferrando

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Marco Ferrando (Genova, 18 luglio 1954) è un politico italiano.

Nato a Genova il 18 luglio del 1954, professore di storia e filosofia al liceo scientifico statale Arturo Issel di Finale Ligure (SV). La sua vita politica iniziò nel 1970, quando entrò a far parte di Lotta Comunista, partito extraparlamentare che si richiama al leninismo e alla sinistra comunista; Ferrando ne uscì nel 1972, mentre nel 1975 si avvicinò al comunismo trockijsta.

Appartenente all'Organizzazione trotzkista internazionale denominata Lega comunista rivoluzionaria IV internazionale, diretta da Livio Maitan e sezione italiana del Segretariato Unificato della IV internazionale.

Nel 1987 era delegato dei Cobas scuola.

Successivamente Ferrando diresse, con Franco Grisolia e Fernando Visentin, il Gruppo Bolscevico-Leninista, attivo a Milano e a Genova; quando un'altra formazione separatasi dai GCR, la Lega Comunista, si sciolse nel 1989 in Democrazia Proletaria (DP), un nucleo di militanti milanesi di quest'organizzazione si unificò con il gruppo di Ferrando creando la Lega Operaia Rivoluzionaria, più tardi assorbita dai GCR, che cambiarono nome in Lega comunista rivoluzionaria IV internazionale (LCR). All'interno della LCR, attiva a Torino, Milano, Brescia, Pordenone, Livorno, Roma, Taranto e altre città, Ferrando e Grisolia costituirono una minoranza rispetto al gruppo dirigente principale, legato a Livio Maitan e Franco Turigliatto.

Nel 1989 la LCR confluì in DP, e Ferrando fu segretario della federazione di Savona del partito, da cui coordinò la costituzione di un "coordinamento" per raggruppare tutti i comunisti locali, compresi molti militanti e dirigenti del Partito Comunista Italiano (PCI) in disfacimento, ostili alla svolta del segretario Achille Occhetto.

Nel 1991 intanto DP si sciolse nel Partito della Rifondazione Comunista (PRC), in cui fin dal 1992 Ferrando e Grisolia hanno fatto parte, con la loro componente derivata dalla sinistra della LCR, dell'area di minoranza del PRC, contraria al gruppo dirigente prima di Sergio Garavini e poi di Fausto Bertinotti.

Nel 1999 si costituì un'area programmatica denominata "Associazione Marxista Rivoluzionaria Progetto Comunista": Ferrando e Grisolia ne erano a capo, ma ne facevano parte anche diverse altre componenti, tra cui un'area napoletana di sinistra (di Luigi Izzo, Anna Ceprano, Pasquale D'Angelo) e il gruppo FalceMartello (di Claudio Bellotti e Alessandro Giardiello). Così il gruppo di Ferrando si denominò Proposta per la Rifondazione Comunista, continuando ad avere maggior peso in Progetto Comunista. Dal 2001 non hanno più fatto parte dell'area sia il gruppo di Izzo (che continuò tuttavia a chiamarsi Area Programmatica Progetto Comunista) sia il piccolo gruppo di FalceMartello.

Nel V congresso del PRC (2002) FalceMartello e "Proposta" sostennero una sola mozione (che raccolse l'11% dei consensi), ma nel VI congresso (2005) si presentarono separate: la componente di Bellotti (che prese circa l'1,7% dei consensi) si allontanò definitivamente dall'"AMR Progetto Comunista", di cui "Proposta" assunse il nome, raccogliendo il 6,5% dei voti di mozione.

Il 21 gennaio del 2006 Marco Ferrando fu candidato dal gruppo dirigente di maggioranza, in occasione delle imminenti elezioni politiche, nelle liste del PRC al Senato (nel collegio dell'Abruzzo). In conseguenza di questa decisione, si verificò una scissione da parte di un gruppo di militanti di Progetto Comunista, guidati dal cremonese Francesco Ricci, che a breve sarebbero usciti da Rifondazione Comunista per lanciare il movimento costituente per un nuovo partito comunista, Progetto Comunista - Rifondare l'Opposizione dei Lavoratori. La candidatura di Ferrando suscitò intanto curiosità e scetticismo da parte dei mass-media. Pur non essendo il solo delle mozioni critiche PRC a essere in lista (con lui gli esponenti de "L'Ernesto" Claudio Grassi, Alberto Burgio, Fosco Giannini, Gian Luigi Pegolo e Marilde Provera, con quelli di "Sinistra Critica" Luigi Malabarba, Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto), egli era il solo (assieme alla quinta mozione "Rompere con Prodi e preparare l'alternativa operaia", presentata da FalceMartello) a rifiutare dichiaratamente ogni convergenza programmatica con L'Unione guidata da Romano Prodi, particolarmente con la coalizione de L'Ulivo (maggioranza DS e Margherita), denunciando fortemente una vicinanza di quest'ultimo ai vertici di Confindustria (soprattutto a Luca Cordero di Montezemolo), alle grandi imprese e al sistema bancario (anche alla luce dalla vicenda Bancopoli).

Rifiutando anche la politica di concertazione del sindacato della CGIL e la disponibilità ad accettare guerre avallate dall'ONU o di carattere "umanitario" (come quella del Kosovo, appoggiata dal governo D'Alema nel 1999), chiariva anche la sua posizione in tema di politica estera. Il 10 febbraio su "Libero" Gennaro Sangiuliano pubblicò alcuni estratti di un libro di Marco Ferrando, intitolato "L'altra Rifondazione", edizioni Giovanetalpa, e un profilo del "candidato" al Senato. Gli estratti dal libro di Ferrando danno giudizi fortemente critici nei confronti dello Stato di Israele e del leader del Prc Fausto Bertinotti. L'articolo di "Libero", il giorno dopo, finì sul tavolo della direzione di Rifondazione, che convocata per altri motivi discute del "caso". Il 13 febbraio 2006, in un'intervista al Corriere della Sera, Ferrando discute con l'intervistatore della Guerra in Iraq mostrandosi convinto, ferma restando la sua contrarietà agli atti di terrorismo di matrice fondamentalista, del diritto alla legittima resistenza dei popoli aggrediti contro i contingenti militari, anche quello italiano; inoltre, accennando alla Strage di Nassiriya in cui morirono 19 italiani (molti dei quali carabinieri), denunciò anche un collegamento tra l'invio di militari nella città irachena e gli interessi dell'ENI per motivi di sfruttamento di pozzi di petrolio. L'intervista fu intitolata, in sintesi, "Sparare ai nostri soldati? Un diritto degli iracheni" Ferrando: Nassiriya fu un caso di resistenza armata; Ferrando contestò una non-attinenza dello stesso titolo con il contenuto dell'intervista.

Il caso suscitò furiose polemiche nel mondo politico e dell'informazione, in merito alla già aperta questione dei cosiddetti "candidati impresentabili", come Vladimir Luxuria e Francesco Caruso (con il PRC) o come gli esponenti di estrema destra Pino Rauti, Adriano Tilgher, Roberto Fiore (con la Casa delle Libertà).

Libero, quotidiano vicino al centro-destra, riportò – oltre al titolo dell'intervista – anche parte del contenuto di un suo libro risalente al 2003, riconducibile alle stesse posizioni; il direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli espresse il suo sdegno, mentre giornalisti di centro-sinistra come Michele Serra (La Repubblica) temevano che per l'episodio ci sarebbe stato un calo di voti de L'Unione in favore della coalizione di Silvio Berlusconi.

Esponenti della Cdl quali Gianfranco Fini, Giorgio La Malfa e Sandro Bondi, nonché il senatore a vita Francesco Cossiga contestarono allo schieramento d'opposizione la presenza di Ferrando in uno dei partiti dell'Unione, considerandolo un "impresentabile" filo-terrorista. Dello stesso tono le reazioni di esponenti di centro-sinistra come Clemente Mastella, Francesco Rutelli e Massimo D'Alema, oltre allo stesso Prodi, che chiesero a Bertinotti maggiore affidabilità e responsabilità. Anche il padre di Domenico Intravia, uno dei carabinieri morti a Nassiriya, chiese al centro-sinistra di scusarsi.

Mentre Franco Giordano e Gennaro Migliore (PRC) criticavano il loro compagno di partito, Fausto Bertinotti e il responsabile dell'Area Organizzazione del partito Francesco Ferrara esclusero Marco Ferrando dalle liste di Rifondazione (rimpiazzandolo con la pacifista e femminista Lidia Menapace), rimproverandogli aspramente l'incompatibilità delle sue idee con le tesi non violente della maggioranza. Questa decisione, presa dalla sola segreteria del partito, è stata considerata da più parti in contrasto con le norme democratiche interne; si sarebbero poi dimostrati inutili i tentativi di diversi dirigenti del PRC (come Grassi e Malabarba), di alcuni candidati alla Camera e di vari esponenti sindacali (appartenenti a CGIL, CUB e COBAS) di far riammettere tra i candidati il capo della minoranza.

Più tardi, in trasmissioni come Matrix, Ferrando ebbe modo di confermare la sua contrarietà al terrorismo e anche di parlare della "pietas" da lui provata dopo aver appreso della morte, nell'attentato, del marito carabiniere di una sua ex alunna di liceo, dicendo anche che il lutto è un'altra cosa. Dichiarò di non voler retrocedere su posizioni secondo lui comuni a tutte le aree critiche di Rifondazione (circa il 41% del partito). Accennò, come nell'intervista, anche a dati del Ministero delle Attività Produttive relativi agli interessi dell'ENI sull'area di Nassiriya, che confermerebbero un'inutile esposizione a rischi dei carabinieri poi deceduti.

Dopo l'eliminazione dalle liste di Ferrando, Bertinotti fu lodato da Prodi e da Mastella, che lo propose come Presidente della Camera (carica che in effetti avrebbe ricoperto dall'aprile 2006). D'Alema ironizzò sul dirigente trotskista («mi chiedo chi lo abbia mandato per far vincere le elezioni a Berlusconi») e quotidiani come Il Riformista e Il Corriere solidarizzarono e si congratularono col segretario di Rifondazione. Ferrando e la corrente di "Progetto" accusarono Bertinotti di aver di fatto subordinato l'autonomia del partito a pressioni provenienti da ambo i poli per divenire partito di governo (inseparabile dal futuro Partito Democratico e orientato verso posizioni socialdemocratiche) e di non aver sottoposto a verifica interna il Programma di governo dell'Unione.

Il 7 maggio 2006, "Progetto" presentò al Comitato politico nazionale del PRC sia un Ordine del giorno legato alla missione militare italiana in Afghanistan (in cui si impegnava il partito a votare contro un suo rifinanziamento) sia la candidatura (presentata provocatoriamente, data la scontata non elezione) di Ferrando alla segreteria, alternativa a quella di Franco Giordano.

Mentre altri due ordini del giorno venivano approvati, il terzo (di Ferrando) venne respinto non solo dalla maggioranza del partito ma anche da due minoranze – "L'Ernesto" (Grassi) e "Sinistra Critica" (Cannavò) – che precedentemente si erano dichiarate contrarie alla partecipazione in un esecutivo di centro-sinistra; queste votarono anche a favore dell'elezione di Giordano, pur con qualche perplessità. Rimase solo la corrente della AMR "Progetto" Comunista a votare l'Odg sull'Afghanistan. Così Ferrando criticò sia le aree di Grassi e Cannavò (accusate di trasformismo) e la maggioranza di Giordano, rea a suo dire di un "tradimento" nei confronti del movimento per la pace.

Il 19 maggio 2006, poche ore prima dello scontato voto di fiducia dei senatori del PRC al secondo governo Prodi, 6 membri del Comitato Politico Nazionale del PRC (Verrugio rimarrà nel PRC) appartenenti alla corrente abbandonano il partito, con l'intento di fondare una nuova forza politica "di sinistra e di opposizione" legata ai valori per i quali Rifondazione sarebbe nata nel '91.

Il 18 giugno, ad appena un mese dall'uscita ufficiale dal PRC, al teatro Barberini di Roma, si tiene il Meeting di fondazione che dà l'avvio ufficiale alla fase costituente del movimento che si trasformerà poi in Partito, al Congresso di Rimini nei primi di gennaio del 2008.

Il nome definitivo è Partito Comunista dei Lavoratori.

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Fabrizio Quattrocchi

Fabrizio Quattrocchi (Genova, 9 maggio 1968 – Iraq, 14 aprile 2004) è stato un componente italiano di una compagnia militare privata, rapito in Iraq e ucciso durante la prigionia da miliziani del gruppo autoproclamatosi "Falangi Verdi di Maometto". Venne insignito nel marzo 2006 della medaglia d'oro al valor civile alla memoria.

Genovese, Quattrocchi fu impegnato fino al 2000 nell'attività di famiglia, una panetteria di via San Martino, nei pressi dell'omonimo ospedale, insieme ai genitori, ad un fratello e ad una sorella. Dopo la morte del capofamiglia tale attività cessò, con la vendita dell'esercizio.

Venuta meno la principale fonte di sostentamento Fabrizio Quattrocchi, appassionato di arti marziali, e praticante il Tae Kwon Do prese a seguire corsi di addestramento per prepararsi al lavoro di guardia del corpo e addetto alla sicurezza nei locali notturni, secondo quanto in seguito dichiarato dal fratello e dalla fidanzata.

Per un periodo seguì corsi di addestramento e lavorò per l'Ibsa, società di sicurezza e formazione di body-guard, ora liquidata, della quale erano titolari Roberto Gobbi e Spartaco Bertoletti, che fu rappresentante in Italia di un'analoga società internazionale, di nome IBSSA (simile a quello della società genovese), con sede a Budapest e centro operativo in Israele.

Secondo Gobbi, Fabrizio Quattrocchi si sarebbe recato in Iraq in seguito dell'accettazione (ottobre 2003) del suo curriculum da parte di un non meglio individuato "mercenario genovese" impegnato nel reclutamento per l'Iraq per istruire personale locale alle tecniche di sicurezza e proteggere manager, magistrati, strutture d'interesse strategico, quali gli oleodotti. La partenza per il paese in guerra era avvenuta nel novembre del 2003, per un compenso mensile –sempre secondo quanto dichiarato dal Gobbi alla stampa– variabile (a seconda delle condizioni di rischio) tra i seimila ed i novemila dollari.

L'unica testimonianza giornalistica nota e diretta sull'attività svolta in Iraq da Fabrizio Quattrocchi è offerta dal periodico di approfondimento televisivo della RTSI, (Radio Televisione della Svizzera Italiana) "Falò" che, nel programma andato in onda il 14 maggio 2004, ha presentato un ampio servizio (circa 39 minuti) in esclusiva dedicato alle guardie di sicurezza private operanti in Iraq.

L'inchiesta giornalistica –curata in origine dalla Televisione Svizzera francese e mai ritrasmessa in Italia, benché diffusa in italiano dalla RTSI e contenente le uniche immagini disponibili di Fabrizio Quattrocchi libero in Iraq– è stata realizzata direttamente nel paese arabo, e si chiude con un'ampia sezione (circa otto minuti) dedicata alla Presidium Corporation, la compagnia di sicurezza italiana presso la quale operava Quattrocchi.

Le immagini, girate qualche tempo prima del rapimento di Quattrocchi, sono state riprese nella zona di Baghdad a bordo o nei pressi di un fuoristrada Galloper bianco impiegato dalla Presidium.

Il capo squadra, Paolo Simeone, ivi appare accompagnato da una persona identificata come Luigi e dallo stesso Quattrocchi, che compare armato in diverse inquadrature mentre sorveglia la scena dell'intervista realizzata dalla televisione svizzera e poi mentre i tre si esercitano, in una zona extraurbana, al tiro con il fucile.

Paolo Simeone –intervistato– assicura che la Presidium, a differenza di altre compagnie di sicurezza private, operanti all'epoca in Iraq, non si occupa né dell'addestramento delle Forze Armate irachene né opera in azioni di combattimento a fianco degli statunitensi, limitandosi a svolgere missioni dedicate alla protezione di persone e di infrastrutture commissionate da clienti statunitensi.

Simeone, 32 anni all'epoca dell'intervista, sostiene di aver operato in Somalia come effettivo della Legione Straniera e in seguito, in Kosovo, in Angola e in Afghanistan.

Alla domanda del giornalista «Si considera un mercenario?», Simeone risponde: «Mercenario mi sembra un po' una parolaccia, ma, dato che mettiamo a rischio la nostra vita per proteggere persone e infrastrutture come professione, percependo quindi un regolare stipendio, possiamo essere definiti come tali». E ancora: «Mettere la nostra vita in pericolo è presupposto fondamentale della nostra professione».

Fabrizio Quattrocchi, che durante le riprese ha accompagnato con Simeone e Luigi i giornalisti svizzeri, viene definito nel servizio come il più discreto tra gli interlocutori da essi incontrati durante la loro inchiesta in Iraq.

Nelle immagini disponibili Quattrocchi appare con un giubbotto antiproiettile indossato su una maglietta dello stesso colore di quella visibile nelle immagini diffuse dai suoi rapitori prima del suo assassinio.

Quattrocchi fu preso in ostaggio insieme ai colleghi Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio da militanti iracheni non identificati.

La situazione dell'Iraq in quel periodo era molto difficile: il paese arabo, occupato militarmente già da un anno a seguito dell'invasione condotta dagli Stati Uniti era tutt'altro che pacificato. Pur non partecipando alle prime fasi del conflitto che aveva condotto in breve tempo (1° maggio 2003) al dissolversi dell'esercito iracheno e alla caduta di Saddam Hussein, l'Italia aveva accettato di far parte della "coalizione dei volonterosi" guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna e, a seguito delle risoluzioni ONU 1483, 1500 e 1511 del 22 maggio 2003, era presente in Iraq dal 15 luglio dello stesso anno con oltre 3.000 militari in un'operazione di peacekeeping denominata Antica Babilonia.

A seguito dell'invasione erano giunte in Iraq anche decine di migliaia di guardie, assunte da numerose compagnie private (contractors), sia statunitensi che di altri Paesi, per affiancare gli eserciti regolari nelle operazioni di controllo del territorio e per la protezione del personale e delle installazioni civili e militari. Gli Stati Uniti, la forza capofila della coalizione, avevano fornito alle guardie le apposite credenziali e le avevano dotate delle armi, nel quadro di una vasta operazione di outsourcing (esternalizzazione) delle proprie attività sul territorio iracheno.

Le quattro guardie italiane quindi, benché assunte da una "compagnia di sicurezza" fondata da italiani (la Presidium Corporation), stavano operando al servizio dell'esercito statunitense in Iraq, eludendo così –in ragione del loro status– gli obblighi legali stabiliti dalle convenzioni internazionali, cui sono invece legati per definizione i militari impegnati dalla potenza occupante. Per questo stato di cose, la situazione dei rapiti fu da subito ritenuta delicata e pericolosa.

Il reclutatore dei quattro rapiti, Giampiero Spinelli, socio della Presidium corporation, individuato come responsabile del loro invio in Iraq, è stato indagato dalla magistratura italiana ai sensi dell'art.288 del c.p..

I rapitori lanciarono all'Italia un ultimatum: chiesero al Governo il ritiro delle truppe dall'Iraq, e le scuse per alcune frasi che avrebbero offeso l'Islam. L'ultimatum fu rifiutato.

Cupertino, Agliana e Stefio furono liberati l'8 giugno 2004, dopo 58 giorni di prigionia.

Non sono tuttora completamente chiari i motivi per cui i rapitori decisero di uccidere Fabrizio Quattrocchi, lasciando in vita i suoi colleghi, ma si conoscono i suoi ultimi momenti di vita, registrati su video. Nel giugno del 2004 il quotidiano londinese Sunday Times pubblicò un'intervista a un iracheno, il cui nome di battaglia è Abu Yussuf, dichiaratosi membro del gruppo di rapitori dei quattro italiani. Yussuf dichiarò di aver girato personalmente il video dell'uccisione dell'italiano.

Secondo Yussuf, Quattrocchi, ormai consapevole del suo destino, avrebbe chiesto perché intendevano ucciderlo. «Per chiedere al governo italiano di ritirare le truppe», sarebbe stata la risposta. L'italiano avrebbe replicato: «È inutile, il mio governo non tratterà mai con voi per salvare le nostre vite». I rapitori allora lo costrinsero a inginocchiarsi in una fossa, bendato e con le mani legate.

Il racconto di Yussuf prosegue: «Quattrocchi mi disse: "Tu che parli italiano concedimi un desiderio, toglimi la benda e fammi morire come un italiano"» –Maurizio Agliana, collega di prigionia di Quattrocchi, confermò in seguito l'effettiva presenza tra i rapitori di almeno una persona in grado di capire e parlare un minimo di italiano– «Voleva guardarci negli occhi mentre gli sparavamo». Ma mentre reiterava la richiesta di togliere la benda, l'ostaggio fu colpito mortalmente alla testa. Secondo Yussuf «Quattrocchi fu ucciso con la sua pistola, ma con una pallottola irachena». Successivamente, un video dell'uccisione fu spedito alla tv del Qatar Al-Jazira, che si è sempre rifiutata di mandarlo in onda sostenendo che fosse «troppo macabro», nonostante la stessa emittente avesse già trasmesso ripetutamente scene di vittime di guerra e filmati di esecuzioni.

Stando alla versione di Yussuf, per liberare gli altri tre ostaggi furono pagati 4 milioni di dollari. La versione ufficiale della liberazione di Cupertino, Agliana e Stefio parla invece di un blitz incruento da parte delle truppe americane.

Secondo un'altra versione, diffusa in Italia anche da esponenti del governo allora in carica e della maggioranza che lo sosteneva, la vittima domandò di potersi liberare del panno che ne avvolgeva il capo e disse «Adesso vi faccio vedere come muore un italiano».

Subito dopo la trasmissione del filmato, l'allora direttore del TG1 Clemente Mimun intervistò in diretta il compagno di prigionia Maurizio Agliana e la sorella di Fabrizio, Graziella Quattrocchi.

Sul video diffuso dal TG1 furono sollevati dubbi anche a seguito della testimonianza di Margherita Boniver, allora sottosegretario di Stato agli Affari esteri, la quale sostenne che il filmato originale pervenuto ad Al Jazira –e da lei visionato nel maggio 2004, durante una visita in Qatar– fosse «diverso» da quello mandato in onda nel 2006.

A seguito di una trattativa condotta anche tramite la Croce Rossa Italiana in Iraq, i resti di Fabrizio Quattrocchi sono stati ritrovati il 21 maggio 2004 nelle vicinanze dell'ospedale gestito a Baghdad dalla CRI da un intermediario con il quale erano entrati in contatto esponenti del consiglio degli Ulema sunniti iracheni.

Prima del trasferimento della salma in in Italia, l'esito di esami sul DNA eseguito dal Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS), in poche ore, su campioni biologici provenienti dalla salma confrontati inviati a Roma tramite plico diplomatico con il bulbo di un capello ritrovato in un casco da motociclista lasciato dalla vittima a Genova avrebbe confermato, già il 23 maggio 2006, che le spoglie fatte rinvenire fossero proprio quelle di Quattrocchi. Il giorno successivo ulteriori test effettuati presso l'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Roma avrebbero fornito analoghi risultati.

Emergevano frattanto particolari macabri: secondo i medici legali il corpo dell'ucciso sarebbe stato quasi certamente abbandonato e attaccato da animali, unica spiegazione plausibile per il fatto che il cadavere fosse del tutto ossificato a soli 40 giorni dalla morte. Tale tesi era inoltre supportata dalla mancanza di gran parte del cranio, delle braccia e delle costole e dalle profonde lacerazioni a carico degli indumenti indossati dalla vittima. A gettare un'ombra sulla versione ufficiale –che ha sempre parlato di un singolo colpo alla testa come causa della morte– la notizia, emersa dalle dichiarazioni degli anatomopatologi incaricati, che i colpi sarebbero stati due, uno al torace e l'altro alla testa.

Tuttavia il 25 maggio, poco dopo l'arrivo dei poveri resti dell'ucciso a Roma, la famiglia Quattrocchi bloccava il trasferimento a Genova della bara contenente i resti del loro congiunto; l'avvocato Aurelio Di Rella spiegava che «la famiglia chiede che la salma non venga trasferita a Genova sino a definizione degli accertamenti e non comprende le ragioni della fretta con la quale si sta operando». Dopo ulteriori esami, conclusi il 27 maggio, che confermavano l'identità del cadavere, i funerali si sono svolti, in forma solenne, il 29 maggio nella cattedrale di Genova.

La destra italiana, in particolare Alleanza Nazionale, assurse Quattrocchi a simbolo di eroismo per la sua ostentazione di fierezza nazionale, chiedendo il conferimento di una decorazione alla memoria .

Con decreto del 13 marzo 2006, su proposta del Ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, il Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi conferì a Fabrizio Quattrocchi la medaglia d'oro al valor civile.

Il conferimento della medaglia, avvenuto durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2006, suscitò vive proteste da parte di congiunti dei militari italiani caduti in servizio a Nassiriya, non insigniti di una decorazione di pari prestigio.

I congiunti dei militari caduti a Nassirya hanno percepito come insufficiente ed artificiosa la "Croce d'Onore", loro attribuita, una decorazione istituita per l'occasione. La Croce d'Onore non è neppure presente tra le decorazioni elencate presso il sito del Quirinale dedicato alle Onorificenze italiane, né i cognomi dei caduti di Nassiriya sono inclusi tra i titolari d'onorificenze contenuti nel catalogo online, che raccoglie persino le migliaia di cittadini insigniti del titolo di cavaliere del lavoro.

Solidarietà alla posizione dei familiari dei caduti di Nassiriya fu espressa anche da esponenti politici e da giornalisti, come Giuliana Sgrena, affermando che Quattrocchi non meritava alcuna onorificenza. e da Rosa Villecco, vedova di Nicola Calipari e deputato dei democratici di sinistra, che in un'intervista televisiva a Mario Adinolfi dichiarò che Quattrocchi « trovato in Iraq per problemi di disoccupazione qui in Italia e non è la stessa cosa di chi era li a servire lo Stato, ecco perché il rammarico dei parenti delle vittime di Nassiriya è comprensibile» e, riguardo alla famosa frase pronunciata in punto di morte, «viene caricata di significati, ma non è lì la dignità di un Paese». Per quanto riguarda il conferimento dell'onorificenza, infine, la sig.ra Villecco affermò che «La destra attualmente ha bisogno di creare eroi, ma è sbagliato servirsi di un ragazzo che era semplicemente andato a cercarsi un lavoro».

Nel merito, si rammenta che le onorificenze al valor Militare e Civile vengono assegnate, secondo la legislazione italiana, quale riconoscimento degli «atti di insigne o eccezionale coraggio».

Il 27 settembre 2007 la procura della Repubblica presso il tribunale di Bari ha richiesto il rinvio a giudizio per Giampiero Spinelli e per Salvatore Stefio –quest'ultimo rapito con Quattrocchi– in quanto ritenuti responsabili di arruolamenti o armamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero (art. 288 C.P.) nei confronti di Maurizio Agliana, Umberto Cupertino e Fabrizio Quattrocchi.

Per lo Spinelli il GIP di Bari aveva deciso, sulla base del medesimo reato, il divieto di espatrio per sei mesi, ma il provvedimento era stato annullato, il 18 ottobre 2007, dal tribunale del Riesame.

Il 17 aprile 2008 il GUP di Bari ha rinviato a giudizio Spinelli e Stefio, mantenendo invariato il capo d'accusa. L'inizio del processo è stato fissato per il 3 luglio 2008, avanti alla Corte d'Assise di Bari.

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Source : Wikipedia