Movimento per l'Autonomia

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Inviato da gort 10/04/2009 @ 00:09

Tags : movimento per l'autonomia, partiti politici, politica, mpa

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Il Movimento per l'Autonomia (MPA) nasce nel 2005 grazie all'impegno civile e politico dell'On Raffaele Lombardo, attuale Presidente della Regione Sicilia. Profondamente radicato nel territorio e vicino alle esigenze dei cittadini, il MPA ottiene il...
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Provenienza dei politici appartenenti al Movimento per l'Autonomia

Nel Movimento per l'Autonomia sono entrati a far parte molti esponenti della ex-Democrazia Cristiana (a loro volta transitati per l'UDC, come il leader Raffaele Lombardo, o nella Margherita) e parecchi ex-Socialisti (passati per Forza Italia, il Nuovo PSI e Nuova Sicilia), ma non solo, come testimonia questa lista.

Questo è un elenco di politici membri del MpA appartenuti o vicini (anche solo come elettori), in precedenza (cioè prima della fine della Prima Repubblica, nel triennio 1992-94), ad altri schieramenti politici (ordinati in funzione della loro precedente appartenenza). È una lista di deputati, senatori, euro-parlamentari, ministri, sottosegretari, presidenti di Regione e di provincia, consiglieri e assessori regionali di primo piano, sindaci di grandi città, nonché importanti membri degli organi dirigenti del partito.

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Movimento per l'Autonomia della Romagna

Il MAR (Movimento per l'Autonomia della Romagna) è un movimento culturale e di opinione rispettoso di tutte le ideologie politiche, fondato nel maggio 1990 dall'on. Stefano Servadei.

La sua funzione è quella di giungere alla creazione della Regione Romagna, mediante consultazione diretta dei cittadini tramite referendum, così come sancito dall'art. 132 della Costituzione.

Dal 14 maggio 2008 il coordinatore del MAR è Samuele Albonetti (Faenza, 1970). Succede a Paolo Gambi. Presidente dell'associazione è stato confermato il senatore Lorenzo Cappelli.

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Movimento per le Autonomie

Il Movimento per le Autonomie (MpA) è un partito politico italiano, fondato da Raffaele Lombardo il 30 aprile 2005, ispirato all'autonomismo ed al meridionalismo, con un orientamento marcatamente moderato e riformista. Centro propulsore e di maggior radicamento elettorale del movimento è la Sicilia, anche se fin dagli esordi s'è posto una più ampia dimensione "meridionale" (il Congresso Fondativo si è tenuto a Bari).

Il partito nasce da un dissenso interno all'UDC siciliana: Raffaele Lombardo, segretario regionale del partito, aveva intrapreso un cammino autonomista che doveva portare il partito di Casini ad una federazione di partiti regionali. Tale linea venne rigettata dai vertici nazionali e portò Lombardo a lasciare l'UDC, anche sotto la spinta della base del futuro Movimento per l'Autonomia. Raffaele Lombardo, all'epoca presidente della Provincia di Catania ed europarlamentare, lasciò il partito perché «ai partiti nazionali è stato pagato un tributo troppo alto e non sempre sono stati tutelati gli interessi della nostra terra». Intorno alla leadership di Lombardo il Movimento crebbe, sia sotto l'aspetto elettorale che sotto l'aspetto organizzativo e territoriale, accogliendo esponenti politici provenienti dalla nuova Democrazia Cristiana, dal Partito Socialista Italiano, dal Partito Liberale, dal Partito Comunista e da vari partiti di ispirazione meridionalista e federalista.

La nascita avviene nel 2005 e il primo banco di prova ufficiale sono le elezioni comunali di Catania, tenute nel mese di maggio, dove il movimento (che promuove 4 liste) appoggia la coalizione della Casa delle Libertà e col 20% contribuisce in modo determinante alla sua vittoria. Successivamente amplia le proprie fila, dichiarando la propria indipendenza da entrambi i poli della politica italiana.

Il successivo appuntamento elettorale sono state le elezioni amministrative di Messina, tenute in due turni fra novembre e dicembre 2005: l'Mpa si presenta con un proprio candidato a sindaco (che riscuote il 7%) e, al ballottaggio, non si schiera a sostegno di nessuno fra i due candidati delle coalizioni, che portò alla vittoria l'Unione|centrosinistra, dimostrando che al SUD senza il M.P.A. anche il forte centro destra perde.

Il congresso costitutivo del Movimento si svolge dal 16 al 18 dicembre a Bari: a dispetto delle voci non viene subito annunciata alcuna "scelta di campo" fra le due coalizioni nazionali di centro-destra e centro-sinistra, proponendosi di costruire un "terzo polo nazionale", pur cercando il dialogo con i candidati premier delle coalizioni (e non coi singoli leader di partito). In pratica, Lombardo tenta di aprire un confronto diretto con Silvio Berlusconi e Romano Prodi su una piattaforma programmatica. Il Movimento ribadisce la sua collocazione al Centro, ponendo come fondamentali impegni la valorizzazione dell'autonomia della Regione Siciliana e l'impegno verso il Mezzogiorno.

Nel 2006, l'MpA decide di sciogliere ogni riserva e di formalizzare la sua intesa con la Casa delle Libertà, raggiunta tramite un accordo con la Lega Nord Padania di Umberto Bossi per porre fine alla conflittualità tra autonomia e federalismo e trasformare i conflitti in sinergie e collaborazione tra nord e sud del paese. È il caso storico di un allargamento di vedute del Carroccio, che si apre alle energie del Meridione d'Italia. L'accordo viene formalizzato il 4 febbraio 2006 da Lombardo e dal coordinatore delle Segreterie nazionali della Lega il Ministro Roberto Calderoli: esso prende il nome di "Patto per le Autonomie".

L'accordo, che non è solo elettorale, ma rappresenta un progetto politico che va ben oltre il 9 aprile, aperto a tutte le forze che si riconoscono nel federalismo e nelle autonomie e che vogliono rappresentare il loro territorio, collabora anche col Partito Sardo d'Azione, che presenta suoi candidati nella lista per l'elezione della Camera dei deputati.

Lombardo sostiene di aver scartato l'ipotesi di un accordo con l'Unione, perché la coalizione di centrosinistra non avrebbe intenzione di inserire il ponte sullo Stretto di Messina nel programma di legislatura e per la contrarietà verso altri argomenti programmatici favoriti dalla coalizione di Romano Prodi.

Alle elezioni politiche del 2006, la lista Lega Nord-MPA raccoglie 182 mila voti (Camera) e 146 mila voti (Senato) nelle regioni meridionali. In Sicilia, la lista ottiene il 4,5% alla Camera (3 seggi) e il 4,1% al Senato (1 seggio).

In sede parlamentare, il MPA conta 5 deputati (che costituiscono una propria componente nel gruppo misto alla Camera), ossia Giovanni Roberto Di Mauro, Nicola Leanza, Carmelo Lo Monte, Giuseppe Maria Reina e Vincenzo Oliva (questi ultimi due eletti nelle liste di Forza Italia in Puglia e in Toscana, in forza dell'accordo sottoscritto). A fine legislatura diventano 7, con l'adesione di Riccardo Minardo e Ferdinando Latteri. Due sono, invece, i senatori che aderiscono al gruppo DC-PRI-IND-MPA: il siciliano Giovanni Pistorio e il friulano eletto in Liguria Giuseppe Saro.

Il 4 maggio 2006, in seguito all'incendio scoppiato nella raffineria ERG di Priolo Gargallo (SR), i deputati del MPA indicono una conferenza stampa con maschere antigas per manifestare la loro ferma opposizione alle politiche industriali di quello stabilimento petrolchimico e delle raffinerie in quel sito e in tanti altri luoghi della Sicilia e dell'Italia meridionale, richiedendo l'istituzione di una Commissione di inchiesta sull'inquinamento prodotto dalle fabbriche della zona. Reina, Lo Monte, Di Mauro e Oliva chiedono lo smantellamento degli impianti e la loro riconversione, nell'ottica di un insediamento industriale di qualità che rispetti il territorio e le popolazioni, che dia produzioni di alto livello ed occupazione qualificata, senza più inibire lo sviluppo turistico dei luoghi e danneggiare la salute dei cittadini. L'impegno per l'ambiente è rimasto uno delle priorità del movimento, che si batterà per contro l'impiego del Pet Coke a Gela e, più in generale, per uno sviluppo sostenibile.

A maggio 2006 si tengono le elezioni regionali siciliane, dove il MPA, schierato nel centrodestra a sostegno di Totò Cuffaro, si piazza come il terzo partito con il 12,5%, eleggendo 10 deputati all'Assemblea Regionale Siciliana. Leanza e Di Mauro vengono eletti deputati regionali e lasciano il posto alla Camera a Sebastiano Neri e Pietro Rao.

L'11 giugno l'MPA alle elezioni provinciali di Trapani arriva a contare 21.530 preferenze con il 9,56 % dei voti totali, contribuendo all'elezione del senatore di Forza Italia Antonio D'Alì come candidato unico della CDL (contraposto a Massimo Grillo candidato dell'Unione).

Il 30 luglio 2006 il MPA sigla un patto federativo con il neonato movimento "Nazionalisti Siciliani", il 21 novembre dello stasso anno raggiunge un'intesa politico-programmatica con Alleanza Siciliana di Nello Musumeci.

Il Movimento gioca una parte significativa nella crisi del "Governo Prodi", visto che per rafforzare la propria debole maggioranza al Senato, la coalizione de l'Unione ha tentato di coinvolgere i due senatori dell'MPA. In tale occasione il Movimento ha subordinato l'eventuale appoggio al governo ad un radicale cambiamento delle politiche per la Sicilia ed il Meridione, in particolare da un ripensamento sul Ponte sullo Stretto di Messina, opera che l'MPA ha sempre ritenuto fondamentale.

Nel marzo 2007 il Movimento sottoscrive un'intesa politico-programmatica per le elezioni comunali di Palermo, legando il proprio sostegno (che si rivelerà di nuovo decisivo) a Diego Cammarata ad un programma innovativo di decentramento, trasparenza e riforme. Nello stesso mese viene raggiunta un'intesa col Movimento Autonomista Toscano, nell'ottica della comune battaglia per il federalismo.

Nel gennaio 2008 aderiscono al Movimento gran parte degli esponenti dell'Italia di Mezzo, rappresentati, fra gli altri, dall'ex-Ministro Vincenzo Scotti.

Il 20 febbraio 2008, in vista delle elezioni politiche, anticipate per la fine del Governo Prodi II, il Movimento per l'Autonomia ha sottoscritto un accordo con il neonato Popolo della Libertà di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini per un'alleanza elettorale e politica sul modello dell'accordo omologo con la Lega Nord: l'Mpa ha presentato perciò il suo simbolo in tutte le regioni centro-meridionali, apparentato con il PdL, specularmente a quanto accaduto con la Lega Nord nel Settentrione (che ha infatti presentato il proprio simbolo dalla Toscana alla Val D'Aosta).

Alle elezioni politiche del 13-14 aprile, la coalizione tra Popolo delle Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia ha ottenuto la vittoria con il 46,81% alla Camera e il 47,32% al Senato, conquistando la maggioranza assoluta in entrambe le camere. Singolarmente, il Movimento per l'Autonomia ha ottenuto, su scala nazionale, l'1,13% alla Camera e l'1,08% al Senato.

Elegge quindi 8 deputati alla Camera e 2 senatori. Il Movimento riesce ad ottenere eletti, oltre che in Sicilia, in Campania, in Puglia ed in Calabria.

Dopo un ampio ed aspro confronto l'MPA riesce a raggiungere un obiettivo fondamentale, ottenendo la designazione del proprio leader Raffaele Lombardo a candidato unitario del centro-destra alla Presidenza della Regione Siciliana. Alle elezioni del 14 aprile 2008, Lombardo riceve un consenso plebiscitario (64% dei voti), che lo manda alla guida della Regione.

Il Movimento è entrato, coerentemente al risultato elettorale, a far parte della maggioranza che sostiene il IV governo Berlusconi. Sono membri dell'esecutivo per l'MPA Giuseppe Maria Reina (Sottosegretario alle Infrastrutture ed ai Trasporti) e Vincenzo Scotti (Sottosegretario agli Esteri). Motivi di attrito intervengono circa il decreto fiscale varato dal ministro dell'Economia Tremonti, che a detta dell'MPA toglie troppi fondi al Mezzogiorno per la copertura. Il 24 giugno 2008 il Movimento decide di non votare la fiducia posta dal Governo sul provvedimento se l'esecutivo non si impegnerà a ripristinare i trasferimenti. L'impegno viene sottoscritto e l'MPA accorda la fiducia. La situazione tuttavia si ripete in occasione della posizione della questione di fiducia sul decreto legge anticrisi il 13 gennaio 2009. Il gruppo alla Camera vota la fiducia al governo, ma si astiene dal voto finale sul provvedimento, lamentando uno squilibrio fra Nord e Sud nelle politiche governative, contrario a quanto stabilito nel programma elettorale, e chiedendo un cambio di passo.

Il secondo congresso del Movimento per l'Autonomia si è svolto a Roma il 27, 28 febbraio e 1 marzo 2009. In questa occasione il partito assume la nuova denominazione: Movimento per le Autonomie.

Alle elezioni europee del 2009 il MpA presenta una lista comune con La Destra di Francesco Storace.

° dati riferiti alla lista comune con la Lega Nord nelle regioni di competenza dell'MpA.

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Elezioni politiche italiane del 2008

Silvio Berlusconi - Capo della Coalizione composta da Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia

Le elezioni politiche italiane del 2008 per il rinnovo dei due rami del Parlamento italiano – la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica – si tennero domenica 13 e lunedì 14 aprile, a seguito dello scioglimento anticipato delle Camere avvenuto il 6 febbraio 2008. Le elezioni vennero vinte dalla coalizione composta da Il Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia, che ottenne la maggioranza relativa dei voti e, in base alla vigente legge elettorale del 2005, la maggioranza assoluta degli eletti.

Gli elettori chiamati a votare furono circa 50 milioni per la Camera e 46 per il Senato. Di questi, rispettivamente 47,3 e 43,3 milioni erano residenti nel territorio nazionale e rispettivamente 3 e 2,7 milioni all'estero. L'affluenza alle urne è stata nel complesso del 78,1% circa alla Camera e del 78,2% circa al Senato, in calo del 3,1% rispetto alle elezioni del 2006; nel territorio nazionale essa ha raggiunto l'80,5%, mentre all'estero si è attestata intorno al 40%.

La legge elettorale e la Costituzione prevedono l'assegnazione dei seggi (630 alla Camera, 315 al Senato) sulla base della popolazione così come risultante dell'ultimo censimento generale, cioè dal censimento nazionale del 2001. A questa norma si deroga solo per i cittadini italiani residenti all'estero. La legge che disciplina le elezioni per la circoscrizione estero prevede infatti l'aggiornamento dei dati sulla base dell'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (AIRE). Il giorno stesso dello scioglimento delle Camere il Presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio dei Ministri, firmò due decreti che specificavano la ripartizione dei seggi. Per quanto riguarda la Camera, tale suddivisione era tuttavia solo indicativa: i seggi assegnati infatti variarono per garantire la proporzionalità fra i risultati delle liste.

Il Consiglio dei Ministri approvò, in due sedute successive – una tenuta il 14 e l'altra il 15 febbraio –, un decreto legge che modificò parzialmente la normativa relativa agli adempimenti elettorali e all'esercizio del diritto di voto all'estero.

Il decreto era composto da 8 articoli. L'articolo 4, in particolare, prevedeva che fossero esonerati dall'obbligo di raccogliere le firme a sostegno delle candidature i partiti politici che fossero rappresentanti in una delle due Camere del parlamento italiano o nel parlamento europeo da almeno due componenti. Proprio questo articolo fu oggetto delle contestazioni de La Destra, che arrivò a chiedere al Presidente della Repubblica di non firmare il decreto, prima che si riunisse nuovamente il Consiglio dei Ministri per riesaminarlo.

La motivazione principale delle nuove norme risiedeva comunque nell'esigenza di riunificare le elezioni politiche con quelle amministrative (art.5). Secondo la legge vigente, infatti, le elezioni amministrative avrebbero dovuto tenersi fra il 15 aprile e il 15 giugno. Inizialmente numerosi partiti, fra cui Forza Italia, giudicarono inaccettabile il decreto e il governo sembrava intenzionato a non vararlo. Lo stesso Capo dello stato intervenne con un comunicato, a seguito di una lettera inviata a Napolitano dal presidente emerito Francesco Cossiga per ribadire che un decreto del genere sarebbe stato firmato solo in presenza di un ampio consenso parlamentare che coinvolgesse anche i partiti che fino ad allora avevano «rappresentato l'opposizione». L'accordo venne in seguito raggiunto.

Uno degli scopi dichiarati del provvedimento fu quello di consentire un risparmio di circa 400 milioni di euro.

Altri provvedimenti inseriti nel decreto riguardavano: l'aumento del numero dei componenti dei seggi per lo scrutinio dei voti della circoscrizione estero e diminuzione del numero di elettori per seggio (art.1), il voto di particolari categorie di cittadini temporaneamente all'estero (art. 2), la riconferma del diritto degli osservatori OSCE a entrare nei seggi (art. 3), oltre che alla previsione di personale di supporto per le commissioni elettorali circondariali (art.6).

Nel corso della conversione in legge il decreto fu modificato in modo da esentare dalla raccolta delle firme le formazioni rappresentate nel Parlamento – e non esclusivamente in una delle due Camere – con almeno due componenti.

Il 2 aprile, ad urne già aperte per gli italiani all'estero, fu resa nota una ordinanza della V sezione del Consiglio di Stato che, in via cautelare, ovvero senza entrare nel merito della questione, stabiliva sia la propria competenza a giudicare sugli atti amministrativi connessi al processo elettorale, sia la sospensione delle decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale e del Ministero dell'Interno, che avevano portato all'esclusione del simbolo della Democrazia Cristiana dalla competizione elettorale.

Nel testo dell'ordinanza, per giustificare la competenza del consiglio di stato, si fa riferimento ad una precedente decisione della Corte Costituzionale che, secondo il giudice amministrativo, avrebbe indicato la mancanza di una norma apposita per regolare i giudizi sul procedimento elettorale e che pertanto, considerato anche che la giunta delle elezioni della Camera dei Deputati aveva più volte dichiarato in precedenza di non avere alcuna titolarità di giudicare i rilievi mossi al processo elettorale preparatorio, spetterebbe alla giustizia amministrativa la competenza sulla questione. Il problema, che avrebbe potuto portare, secondo il ministro Giuliano Amato, ad un rinvio delle elezioni, non era quindi sul merito dell'ammissione del simbolo ma sul fatto che il Consiglio di Stato aveva invaso una sfera di giurisdizione che la legge prevede sia di competenza delle Camere.

Si deve ricordare, a questo proposito, che la legge elettorale vigente nel 2008 prevedeva che i giudizi sull'ammissibilità dei simboli, dati dal Ministero dell'Interno, fossero impugnabili davanti all'Ufficio elettorale centrale nazionale. Per questo motivo, ritenendo che la commissione centrale sia l'unico organo autorizzato a deliberare in materia elettorale, fatto salvo il giudizio definitivo dato dalle giunte delle elezioni di Camera e Senato, il ministro Amato diede mandato all'avvocatura dello Stato di presentare ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione per stabilire, a norma dell'articolo 326 del Codice di Procedura Civile, di chi fosse la competenza a giudicare. La Corte si riunì d'urgenza martedì 8 aprile per valutare i ricorsi del ministero. Prima della sentenza della Cassazione, il Consiglio di Stato era tornato a esprimersi l'8 aprile dichiarando decaduta l'ordinanza a causa della rinuncia a proseguire il giudizio da parte della lista. Lo stesso giorno il TAR del Lazio, altro organo di giustizia amministrativa come il Consiglio di Stato, aveva espresso un giudizio di merito dichiarandosi incompetente a decidere. La Cassazione, infine, dichiarò che la competenza in materia di tutto il processo elettorale, compresa la parte preparatoria, spetta in via esclusiva alle giunte delle elezioni di Camera e Senato, come previsto da alcuni commentatori sulla base dei precedenti.

In ogni caso la Costituzione italiana impone che le elezioni si tengano entro 70 giorni dallo scioglimento delle Camere, cioè entro il 16 aprile, mentre le legge elettorale imponeva che queste si tenessero di domenica e di lunedì: esse quindi non si sarebbero in nessun caso potute svolgere in una data posteriore a quella prevista.

Una settimana prima della data fissata per le votazioni in Italia, e quindi a votazioni già in corso all'estero, alcuni capi delle forze politiche, fra cui Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro, avevano segnalato che la composizione grafica delle schede elettorali, preparata secondo la legislazione elettorale vigente, avrebbe potuto generare confusione nell'elettore ed essere, quindi, responsabile dell'annullamento di alcuni voti.

In particolare veniva contestata la stampa dei simboli dei partiti coalizzati entro un'unica casella bianca, sul classico sfondo con tramatura grigia delle schede italiane, separati da una riga sottile. In tal modo, sempre secondo l'interpretazione data da chi non condivideva l'impostazione delle schede, l'elettore avrebbe potuto essere indotto a tracciare un unico segno su entrambi i simboli, annullando, di fatto, il proprio voto non essendo desumibile la lista a cui assegnare la preferenza. Le schede predisposte dal Ministero degli Affari Interni, come detto, erano identiche a quelle usate nella precedente competizione elettorale in occasione delle quali nessuna forza politica lamentò il problema poiché la struttura delle coalizioni (due sole grandi coalizioni con diverse liste, oltre a singole liste non coalizzate) era anzi evidenziata dal modello di scheda elettorale.

Nella discussione, che aveva assunto toni polemici, fu coinvolto il Presidente della Repubblica, che avendo ricevuto un appello diretto affinché intervenisse sul governo, aveva sollecitato il Ministero dell'Interno a fornire gli opportuni chiarimenti. Giuliano Amato, in risposta all'invito del capo dello stato, convocò una conferenza stampa per ribadire che la grafica delle schede era stata preparata seguendo rigorosamente la normativa vigente e che, anche volendo, non era più possibile intervenire essendo le procedure di votazione già in corso.

Il successivo 8 aprile, a cinque giorni dalle elezioni, il Ministero dell'Interno decise di far appendere in ogni sezione elettorale manifesti che invitano gli elettori ad esprimere il loro voto in modo chiaro, utilizzando lo slogan «un solo segno su un solo simbolo». Il Ministero aveva inoltre ribadito che, anche se il segno dovesse ricadere su più simboli, il voto deve essere conteggiato per la lista sul cui simbolo il segno stesso insiste maggiormente.

Rispetto alle precedenti elezioni gli schieramenti erano molto variati. Quelle che erano state le due grandi alleanze, nel 2006 e prima, erano già estinte, e i partiti al loro interno erano stati protagonisti di grandi mutazioni. Tendenza generalizzata fu la scomposizione in più liste, e l'accorpamento fra loro di forze politiche simili. All'elettore si presentava un quadro con un più vasto numero di schieramenti, ma al loro interno molto meno variegati ed anzi composti da singole liste – con le eccezioni delle coalizioni maggiori – con programmi unitari.

L'alleanza di centrosinistra L'Unione si sciolse con la caduta del governo Prodi, il 24 gennaio 2008, e le forze che l'avevano composta diedero vita a varie nuove formazioni. Il Partito Democratico decise di fare a meno della quasi totalità degli ex-alleati sia per le elezioni del Senato sia per quelle della Camera; inoltre, il partito precisò che avrebbe accettato alleanze solo con i partiti che avrebbero condiviso integralmente, e senza riserve, il proprio programma elettorale. Unica alleanza mantenuta dal PD fu, infine, quella con l'Italia dei Valori, che, secondo gli accordi, avrebbe mantenuto il proprio simbolo nella corsa elettorale per poi formare gruppi parlamentari unificati con il compagno di coalizione. I Radicali italiani, dopo una lunga trattativa, accettarono l'accordo proposto dal PD per inserire propri candidati nelle liste di quest'ultimo: la conseguenza fu che i Radicali formalmente non presentarono alcuna lista nonostante avessero presentato il proprio simbolo.

Altri quattro partiti: Rifondazione Comunista - Il Partito dei Comunisti Italiani - I Verdi - Sinistra Democratica colsero l'occasione per unificarsi sotto l'unica lista di La Sinistra L'Arcobaleno e per esprimere un'unica candidatura a Palazzo Chigi.

Si presentò senza alcun alleato anche il Partito Comunista dei Lavoratori, nato da dissidenti di Rifondazione Comunista. Il movimento Sinistra critica, nato anch'esso da una scissione di Rifondazione Comunista, decise di presentarsi senza alleati alle elezioni con il proprio simbolo e una propria candidatura per la Presidenza del Consiglio.

Il Partito Socialista, che aveva sostenuto il Governo Prodi, aveva avuto da subito l'intenzione di presentare il proprio simbolo nella competizione e questa fu la ragione principale del mancato accordo con il Partito Democratico che aveva, invece, chiesto al Partito Socialista di sciogliersi e convergere nel Pd.

L'Unione democratica scelse per correre da sola alle elezioni con un proprio candidato premier, così come Movimento politico dei cittadini, movimento che, come il precedente, sorse dallo sgretolamento dell'Unione al Senato nel corso della precedente legislatura, e che presentò una propria lista.

La Südtiroler Volkspartei non entrò in nessuna coalizione per la Camera dei Deputati; tuttavia, limitatamente ai collegi del Senato in Trentino-Alto Adige, strinse un'alleanza, il cosiddetto Patto di Salorno, con il PD, l'Italia dei Valori, il Partito Socialista e alcune liste locali: nei due collegi di in cui la SVP era più forte la lista si presentò autonomamente, mentre negli altri quattro i candidati corsero sotto il simbolo di SVP-Insieme per le Autonomie.

L'UDEUR, abbandonato definitivamente il campo del centro-sinistra, e posizionatosi al centro, nonostante qualche perplessità iniziale, aveva preso la decisione di presentarsi senza entrare in nessuna coalizione candidando Clemente Mastella alla presidenza del Consiglio dei Ministri; tuttavia, in seguito, lo stesso leader del partito annunciò il ritiro della propria candidatura.

Per quanto riguarda il centro-destra, anche nel campo della ex-Casa delle Libertà lo scenario proposto agli elettori risultò mutato rispetto a quello del 2006. Dopo la scelta del Partito Democratico di correre in una coalizione ristretta, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini decisero che i rispettivi partiti, Forza Italia e Alleanza Nazionale, si sarebbero presentati sotto l'unico simbolo del Popolo della Libertà, in coalizione con la Lega Nord, che avrebbe presentato le sue liste solo al Centro-Nord, e con il Movimento per l'Autonomia, che lo avrebbe fatto nelle altre regioni.La trattativa con l'MpA a livello nazionale fu dominata dal tema della scelta candidature per la presidenza della Regione Sicilia che si svolsero contestualmente.

Varie formazioni minori diedero, poi, il proprio assenso all'ingresso nel Popolo della Libertà, come la DC per le Autonomie, i Liberaldemocratici (fuoriusciti dallo schieramento di centro-sinistra) e Azione Sociale.

Inizialmente anche la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza aveva espresso la volontà di coalizzarsi al Senato con il Popolo delle Libertà ma il suo simbolo fu ritenuto troppo simile a quello dell'Unione di Centro e quindi bocciato dal Ministero, il cui giudizio fu successivamente confermato dalla Commissione Centrale elettorale della Cassazione con una decisione che fu poi l'origine della vicenda giudiziaria già discussa precedentemente.

Il movimento La Destra, in disaccordo con la strategia di Berlusconi di creare un partito unico, aveva annunciato l'intenzione di presentare una propria lista e un proprio candidato premier; questo nonostante, in un primo momento, i dirigenti del partito avessero sperato in un cambiamento della strategia del leader del PdL. Solo il perdurare della situazione di stallo li convinse a procedere e a stringere un accordo col Movimento Sociale Fiamma Tricolore: i due partiti presentarono un'unica lista, convergendo sul candidato premier già indicato da La Destra. Discorso a parte per Forza Nuova, che decise fin dalla notizia dello scioglimento delle Camere di correre in solitaria con il proprio simbolo.

Anche all'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC) fu proposto di confluire nel Popolo della Libertà, prospettiva che l'UDC, nonostante una spaccatura dovuta alla scelta singoli esponenti come Carlo Giovanardi di aderire al PdL, non condivise: l'UDC quindi si presentò indipendentemente, con un proprio candidato premier. Nelle settimane di consultazioni presidenziali, il brusco ritorno di Pier Ferdinando Casini su posizioni consonanti con quelle di Forza Italia aveva provocato una scissione interna all'UDC: Bruno Tabacci e Mario Baccini avevano dato vita ad un nuovo movimento politico chiamato la Rosa Bianca, a ciò aveva aderito anche l'ex sindacalista Savino Pezzotta, e che si era dichiarato pronto a presentare un proprio candidato premier. Tuttavia a seguito della scelta dell'UDC di non coalizzarsi o confluire nel PdL, i due partiti scelsero di presentare una lista comune, l'Unione di Centro, con un unico candidato alla presidenza del consiglio.

Alcuni esponenti singoli del centrodestra, come Giuliano Ferrara che aveva nei giorni precedenti alla campagna elettorale esortato il paese a dibattere sull'opportunità di una moratoria sull'applicazione della legge sull'aborto, presentarono una lista che nel simbolo recava la scritta «Aborto? No, grazie».

La legge elettorale in vigore richiedeva alle forze politiche di presentare i propri programmi contestualmente ai simboli elettorali: per questo tutte le forze politiche e le coalizioni rappresentate in parlamento pubblicarono i loro programmi elettorali entro la prima decade di marzo. In rapporto ai due programmi presentanti per le elezioni politiche italiane del 2006 una differenza evidente fu che nessuno degli schieramenti ripropose programmi lunghi ed estremamente dettagliati come quello presentato dall'Unione nelle consultazioni precedenti.

Confrontando i programmi delle maggiori forze politiche si possono notare analogie di proposte per quanto riguarda, ad esempio, la necessità di investire su scuola, università e ricerca - seppur con diverse sfumature quanto al metodo migliore per farlo - mentre le differenze più profonde si registrano nel campo dell'economia - per cui alcune liste proposero la nazionalizzazione delle imprese mentre altre la loro completa privatizzazione - e dei cosiddetti temi eticamente sensibili; in particolare non manca in nessun programma un riferimento al problema della regolamentazione delle convivenze. Anche l'equilibrio fra la tutela ambientale, la ricerca di nuove fonti energetiche - compreso l'utilizzo dell'energia nucleare che fu più o meno esplicitamente proposto in alcuni casi - e la riqualificazione della rete infrastrutturale sono temi presenti sostanzialmente in tutti i programmi delle principali liste che furono presenti nella competizioni elettorale, così come sono una costante gli impegni per l'efficienza della giustizia e dell'apparato amministrativo, per la riduzione dei costi della politica e per una maggiore sicurezza.

La sorte della compagnia di bandiera italiana si intrecciò con quella della campagna elettorale. Il governo, già prima dello scioglimento delle camere, aveva dato il proprio parere favorevole ad una trattativa commerciale esclusiva con Air France-KLM. Tuttavia, dopo le dimissioni dell'esecutivo, da parte delle forze di opposizione della XV legislatura giunse la richiesta di astenersi dal proseguire la trattativa. Tale richiesta fu motivata dall'esigenza di rimettere la scelta ad un governo politicamente legittimato, dovendo il governo dimissionario limitarsi al disbrigo degli affari correnti. Tuttavia il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa e il premier Romano Prodi replicarono di non poter garantire che la compagnia non sarebbe andata in fallimento in caso di una dilazione di due mesi, e che tale prospettiva, che avrebbe scaricato i costi sull'azionista statale, a loro parare, rendeva totalmente legittima l'attività dell'esecutivo.

Dopo l'inizio della campagna elettorale vera e propria, il tema tornò al centro dell'attenzione, grazie anche alla difficoltà intrinseca della trattativa che vedeva contrapposti a diverso titolo, governo, acquirenti e sindacati, nonché gli stessi enti locali lombardi, per il tramite della SEA. Ai problemi che una situazione di questo genere poteva comportare, dal punto di vista squisitamente finanziario, se ne aggiunsero altri, dovuti al crescere continuo dell'interesse dei candidati a capo delle forze politiche per la questione. In particolare il dibattito si focalizzò attorno alla possibilità che si potesse materializzare un gruppo di imprenditori italiani che facesse una controproposta rispetto a quella del vettore francese. Tale cordata avrebbe dovuto sostenere l'originario progetto di Airone di acquisizione di Alitalia. In conseguenza del dibattito sviluppatosi durante la campagna, anche a causa della possibilità concreta che alcuni degli interventi avrebbero rispecchiato la linea politica del futuro governo, di cui Air France comunque si era impegnata a chiedere il gradimento prima di procedere con l'acquisto, il titolo in borsa fu caratterizzato da un'altissima volatilità, tanto da essere più volte sospeso.

Nel corso della campagna, furono espresse almeno tre posizioni distinte: la posizione sostenuta da Silvio Berlusconi, ovvero quella di stimolare, contando anche sul suo doppio ruolo di imprenditore e politico, l'interesse dell'imprenditoria italiana; al contrario, la coalizione guidata da Walter Veltroni, si dichiarò sempre pronta a rispettare le scelte del mercato, non escludendo a priori la vendita ad un gruppo italiano se le condizioni dell'offerta, che comunque non fu ufficialmente presentata prima delle elezioni, fossero risultate migliori. Una terza opzione quella rappresentata dalla lista a sostegno di Fausto Bertinotti che sostenne la possibilità che fosse lo stato a farsi carico della sorte del risanamento della compagnia almeno provvisoriamente. Le posizioni dei tre personaggi politici suscitarono a più riprese, e a vario titolo, la reazione di sostegno o di disapprovazione da parte delle forze politiche concorrenti.

Nelle settimane precedenti alla presentazione delle liste elettorali tutti i principali partiti discussero sull'opportunità e sulle modalità per evitare la candidatura di cittadini condannati, o indagati, nelle proprie liste.

Il dibattito ricalcò quello mai completamente sopito nato a seguito, sia della raccomandazione Commissione parlamentare antimafia di un codice di autoregolamentazione per le elezioni amministrative del 2007, sia della raccolta firme promossa da Beppe Grillo per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare dall'emblematico titolo "parlamento pulito" che prevedeva, fra l'altro, l'incandidabilità per i condannati in qualunque grado di giudizio indipendentemente dalla gravità del reato.

Il Partito Democratico, dopo aver già approvato un proprio Codice etico in materia, dichiarò – facendo proprio un tema dell'alleata Italia dei Valori – che non avrebbe candidato nessuno che fosse stato condannato in primo grado, cioè anche prima che la sentenza fosse stata definitivamente confermata.

Su proposta di Alleanza Nazionale, il cui leader aveva chiesto "liste pulite", anche Il Popolo della Libertà comunicò di voler impedire la candidatura dei condannati, purché non si trattasse di condanne avvenute a seguito di «processi politici». A tale dichiarazione ne seguì un'altra che precisava che in ogni caso non era ipotizzabile trattare come condannato chi non avesse superato tutti e tre i gradi di giudizio.

Per quanto riguarda la Sinistra Arcobaleno, il segretario di Rifondazione comunista dichiarò che era «necessario un codice etico» proponendo l'adozione di quello già varato dalla commissione antimafia in occasione delle precedenti amministrative.

Pochi secondi dopo la chiusura dei seggi furono diffusi gli exit poll per la Camera dei Deputati. Essi assegnavano la vittoria al Popolo delle Libertà ma con un margine ridotto di vantaggio: 42% alla coalizione che sosteneva Silvio Berlusconi e 40% a quella che sosteneva Walter Veltroni. Pur avendo correttamente predetto la vittoria del centrodestra, come nel 2006 gli exit poll presentavano errori elevati rispetto al dato reale (-5% per la coalizione di centrodestra, +2,5% per quella di centrosinistra). Inoltre sovrastimavano sia il Partito Democratico, che venne erroneamente indicato come primo partito italiano, sia la Sinistra Arcobaleno, cui fu assegnata una percentuale di voti che pareva sufficiente ad assicurare l'elezione di alcuni suoi parlamentari.

I risultati delle elezioni politiche furono diffusi, a titolo provvisorio, dal Ministero dell'Interno, man mano che le prefetture ricevevano i verbali delle sezioni elettorali. I risultati definitivi, salvo reclami esaminati dalla giunte per le elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, furono forniti dalla Commissione elettorale centrale istituita presso la Suprema Corte di Cassazione. A seguito della proclamazione dei risultati nazionali, le singole commissioni elettorali circoscrizionali proclamarono i candidati eletti. La composizione del plenum di entrambe le assemblee legislative nella XVI Legislatura, tuttavia, fu definita solo dopo che i parlamentari eletti in più circoscrizioni decisero per quale seggio optare lasciando che i primi dei non eletti nelle altre circoscrizioni accedessero in loro vece in Parlamento.

I risultati elettorali hanno consegnato alle aule parlamentari una composizione di eletti che non vede rappresentanze dei partiti della sinistra tradizionale - socialisti e comunisti - per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana e dopo più di un secolo, se si esclude il ventennio di dittatura fascista. Questo dato, anticipato già dalle prime proiezioni dopo l'inizio dello scrutinio, era inatteso in quanto i sondaggi pre-elettorali avevano fatto ritenere che almeno La Sinistra - L'Arcobaleno riuscisse a superare la soglia di sbarramento alla Camera e potesse aspirare ad eleggere propri rappresentanti anche al Senato. La pesante sconfitta subita dalla lista, che è stata votata da circa un quarto del proprio bacino elettorale, è stata addebitata dagli esperti di flussi elettorali principalmente ad un travaso di consensi in favore del Partito Democratico e in misura minore all'astensionismo. Ciò ha determinato l'abbandono del progetto di costituzione di una formazione unitaria e in alcuni casi anche il ribaltamento dei rapporti di forza all'interno dei singoli partiti.

Il processo di ridimensionamento drastico del bacino elettorale e la conseguente perdita della rappresentanza parlamentare, in ogni caso, è stato un processo che ha riguardato quasi tutti i partiti minori, fatti salvi quelli rappresentativi delle minoranze linguistiche e l'UDC. I flussi elettorali sembrano infatti aver premiato solo le due coalizioni maggiori che hanno ottenuto il voto di grandissima parte dell'elettorato. Il Popolo della Libertà, pur essendosi imposto come partito di maggioranza relativa, ha confermato la percentuale di consensi ottenuta nelle precedenti elezioni dalle forze che lo hanno composto, subendo invece un calo in termini di voti assoluti a causa della minor affluenza elettorale. D'altra parte, il centrosinistra, considerato nel suo insieme, ha subito una netta diminuzione nelle preferenze elettorali.

Nella coalizione vincente del centro-destra ha suscitato sorpresa la significativa crescita elettorale della Lega Nord che, pur non essendo presente in circa metà delle circoscrizioni, ha superato a livello nazionale l'8% dei voti, quasi raddoppiando i consensi ottenuti alle elezioni politiche del 2006 ed imponendosi come primo partito in vaste aree del Veneto e della Lombardia, rafforzando la sua posizione comunque in tutto il nord Italia. In termini di voti, per la Lega Nord si è trattato del miglior risultato di sempre dopo quello delle elezioni politiche del 1996; in termini di seggi, invece, l'affermazione elettorale ha reso i parlamentari leghisti per la prima volta determinanti per la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, accrescendo anche in termini programmatici l'influenza del partito sull'esecutivo. In particolare alcuni commentatori hanno evidenziato il legame che sembra esistere fra la crescita dei consensi per la Lega Nord soprattutto nelle zone dell'Italia Settentrionale a maggiore tradizione operaia, in concomitanza con l'indebolimento delle forze di sinistra.

La nuova legislatura, infine, si segnala per un aumento della rappresentanza femminile che comunque è rimasta ben lontana dalla soglia della parità, nonostante quelle per la XVI legislatura siano state le seconde elezioni dopo la modifica della Costituzione che ha stabilito l'obbligo per la Repubblica di promuovere le pari opportunità fra i sessi, anche in ambito politico.

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Giovanni Pistorio

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Giovanni Pistorio (Catania, 7 agosto 1960) è un politico italiano.

Già impegnato nella Democrazia Cristiana, aderisce al progetto del Centro Cristiano Democratico (CCD) con il quale viene eletto all'Assemblea Regionale Siciliana nel 2001. Aderisce all'UDC, nel 2004 diventa assessore regionale alla Sanità.

Nel 2005 prende parte alla fondazione del Movimento per l'Autonomia e alle elezioni politiche del 2006 viene eletto senatore per le liste del MPA in Sicilia. Dal marzo 2007 è segretario alla Presidenza del Senato.

Viene rieletto senatore alle elezioni politiche del 2008 e viene eletto capogruppo del gruppo Misto del Senato della Repubblica.

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Lorenzo Bodega

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Lorenzo Bodega (Lecco, 11 luglio 1959) è un politico italiano.

Laureato in architettura, prima di entrare in politica ha lavorato come tecnico comunale e funzionario pubblico presso il Municipio di Castello di Brianza (Lc). Esponente della Lega Nord Lega Lombarda Padania, è stato assessore all'urbanistica a Lecco dal 1993 al 1997 nella giunta monocolore Lega guidata da Giuseppe Pogliani e primo cittadino del capoluogo manzoniano dal 1997 fino all'aprile 2006. A lui è succeduta la sua collega di partito Antonella Faggi, sostenuta dai partiti della Casa delle Libertà.

Per le elezioni politiche del 2006 si è candidato alla Camera nella circoscrizione Lombardia 2 per la lista "Lega Nord Padania - Movimento per l'Autonomia": risulta essere il primo dei non eletti, ma approda lo stesso a Montecitorio a seguito della rinuncia del Segretario federale leghista Umberto Bossi, che preferisce optare per il Parlamento europeo.

Alle legislative del 2008 è eletto al Senato della Repubblica con la lista della Lega Nord.

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Casa delle Libertà

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La Casa delle Libertà (CdL) è stata la coalizione del centro-destra italiano, fondata nel 2000 e guidata da Silvio Berlusconi.

La coalizione venne costituita alla vigilia delle elezioni politiche del 2001 sulla base dei precedenti accordi che avevano riunito, nel 1994 e nel 1996 i partiti di centro-destra sotto le insegne del Polo delle Libertà e del Polo del Buon Governo. La Casa delle Libertà fu al governo dell'Italia nel quinquennio 2001-2006 e diede origine ad un governo (il Governo Berlusconi II) che risulterà il più longevo della storia della Repubblica.

La CdL riceve anche l'appoggio (nel 2006) di: Partito Liberale Italiano, Pensionati Uniti, Verdi Verdi, No euro, SOS Italia, Italia di Nuovo, i partiti autonomisti sardi Partito Sardo d'Azione e Riformatori Sardi, i movimenti regionali siciliani Patto per la Sicilia, Nuova Sicilia e Patto Cristiano Esteso. In occasione delle elezioni comunali di Milano del 2006 aderisce alla coalizione anche Vittorio Sgarbi con il suo movimento Liberal Sgarbi. All'indomani delle elezioni, a novembre 2006, rientra a far parte della CdL il Partito Pensionati di Carlo Fatuzzo che, alle elezioni politiche, aveva appoggiato invece il centrosinistra.

Nei mesi successivi alla sconfitta del 2006, l'UDC dichiara di voler adottare una linea politica autonoma e si discosta dalle posizioni della Casa delle Libertà, ritenendo che gli schemi della CdL appartengano soltanto al passato e non ad un'ottica del presente (si dissocia in particolar modo dalla linea politica della Lega Nord).

Sempre in seguito alle elezioni politiche del 2006, il Nuovo PSI di De Michelis si dichiara indipendente dalle due coalizioni; ad aprile 2007, non senza polemiche interne, il partito appoggia l'iniziativa dello SDI di dar vita ad una Costituente Socialista, riavvicinandosi al centrosinistra. Alla fine la componente maggioritaria di De Michelis decide di abbandonare il partito a Stefano Caldoro e confluire a sinistra (come già fatto due anni prima dalla corrente di Bobo Craxi).

La Casa delle Libertà nasce come prosecuzione dell'esperienza delle precedenti coalizioni di centrodestra presentate sullo scenario politico italiano nel 1994 e nel 1996, riconosciute sotto il nome di "Polo", Polo delle Libertà, Polo del Buon Governo e Polo per le Libertà.

Essa è frutto di un rinnovato accordo tra partiti stabilmente alleati (FI-AN-CCD-CDU) e la Lega Nord, che precedentemente (sostenendo le tesi della secessione del Nord dal resto dell'Italia) aveva tentato una strada autonoma. L'accordo (quando, cioè, la Lega abbandona i suoi propositi secessionisti e si concentra sul federalismo) viene concretizzato già in occasione delle elezioni regionali del 2000, che costituiscono il preludio della complessiva esperienza dell'anno seguente.

Il momento culminante dell'esperienza della CdL è fornito dalle elezioni politiche del 2001, nelle quali la coalizione riesce a superare lo schieramento dell'Ulivo (che propone come candidato premier Francesco Rutelli), dopo aver siglato un "Contratto con gli Italiani" contenente i principali punti d'impegno del nuovo governo.

Tra novembre e dicembre 2007 l'esperienza della coalizione viene dichiarata conclusa dai leader dei principali partiti aderenti, dopo che già il partito dell'UDC si era già sfilato subito dopo le elezioni politiche del 2006. Silvio Berlusconi ricostituisce prontamente una formazione di centro-destra, cui gli elettori moderati assegnano il nome di Popolo della Libertà. La nuova coalizione vince le elezioni politiche del 2008.

Il Governo Berlusconi II all'inizio della sua attività deve fronteggiare la crisi internazionale dovuta alle ripercussioni dell'11 settembre 2001 e ai nuovi scenari del terrorismo internazionale. Appoggia l'attacco americano alle milizie talebane in Afghanistan e, più tardi, la guerra in Iraq contro il dittatore Saddam Hussein avanzata dagli Stati Uniti d'America.

Queste alcune delle principali azioni del Governo della CdL.

Approvata nel novembre 2005, la riforma costituzionale introduce la c.d. devolution (o devoluzione), che affida alle Regioni un campo specifico di legislazione (potere esclusivo) per realizzare gli interessi dei cittadini in base alle peculiarità territoriali, ma pur sempre nel rispetto di un interesse nazionale. La riforma si propone di ridurre il numero dei parlamentari (-175 fra Camera e Senato) e di porre fine al bicameralismo perfetto (accusato di rallentare l'azione parlamentare), dando vita al Senato Federale (che sarebbe dovuto andare in vigore dal 2011) da eleggere contestualmente ai Consigli Regionali.

La riforma vuole attribuire inoltre maggiori poteri al premier, denominato Primo Ministro in luogo di Presidente del Consiglio, attribuendogli alcune competenze che attualmente sono prerogativa del Presidente della Repubblica, il cui ruolo di garante degli equilibri costituzionali esce significativamente ridimensionato con minimi poteri di controllo. Approvata dai soli parlamentari della coalizione di centrodestra con un quorum inferiore ai due terzi dei parlamentari, la riforma costituzionale della Cdl è stata perciò subordinata all'approvazione da parte del corpo elettorale in un referendum che ha avuto luogo il 25 e 26 giugno 2006. Il referendum ha sancito la vittoria dei "No" con una larga maggioranza (61,3%), azzerando di fatto la riforma.

È la cosiddetta Riforma Moratti, che prende il nome dal ministro dell'Istruzione Letizia Moratti. Questa riforma innalza l'obbligo formativo all'età di 18 anni, introduce lo studio dell'inglese e dell'informatica sin dall'inizio del ciclo scolastico.

Il Governo ha attuato una riforma delle tasse che introduce una serie di fasce, a seconda del reddito familiare, in base alle quali sono stabiliti sgravi corrispondenti.

La legge 30/2003 detta legge Biagi (dal nome del giuslavorista Marco Biagi ucciso dalle Brigate Rosse) o legge Maroni (da Roberto Maroni, ministro del Lavoro del secondo governo Berlusconi e del terzo governo Berlusconi, introduce numerose novità e modifiche alla legislazione sul mercato del lavoro in Italia (in particolare, allo Statuto dei lavoratori), già abbondantemente modificata in precedenza dalle iniziative legislative di Tiziano Treu, ministro del Lavoro nel primo Governo Prodi.

Introduce nuove forme di flessibilità e nuove tipologie contrattuali, al fine di incentivare l'ingresso nel mondo del lavoro; trasforma anche alcune tipologie già esistenti, quali il contratto di collaborazione coordinata e continuativa, che diviene contratto di collaborazione a progetto (con alcune tutele in più rispetto alla forma precedente, ad esempio riguardo la maternità).

La legge, nella sua iniziale presentazione, chiedeva anche, in via sperimentale e per un periodo oscillante tra i due e i quattro anni, la sospensione dell'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in alcuni casi specifici e numericamente limitati. Successivamente, anche a causa di forte pressioni dal parte del mondo del lavoro dipendente e grandi manifestazioni sindacali, il governo ha ritirato questa particolare proposta.

Prevede una nuova serie di requisiti a partire dal 2010. L'obiettivo dichiarato dal governo è quello di poter continuare a garantire il sistema pensionistico, riuscendo a fronteggiare l'aumento della durata della vita, l'invecchiamento della popolazione e il calo demografico.

La cosiddetta legge Bossi-Fini, stilata con l'intento di limitare l'immigrazione clandestina, prevede che l'espulsione, emessa in via amministrativa dal Prefetto della Provincia dove viene rintracciato lo straniero clandestino, sia immediatamente eseguita con l'accompagnamento alla frontiera da parte della forza pubblica.

È la cosiddetta legge Gasparri sul sistema radiotelevisivo che introduce il "digitale terrestre". Introduce un Sistema integrato delle comunicazioni, il quale prevede che nessun operatore possa conseguire ricavi superiori al 20% delle risorse complessive del Sic, o controllare più del 20% dei programmi televisivi o radiofonici irradiati attraverso frequenze terrestri. Prevede limiti alla pubblicità e dà l'avvio alla privatizzazione della RAI, attraverso la fusione tra "Rai spa" e "Rai Holding".

Approvata a luglio 2005, introduce la separazione delle cariche tra pubblico ministero e giudice, prevede l'avanzamento in carriera dei magistrati non solo per anzianità ma anche per meriti a concorso e una riorganizzazione delle procure.

Dopo tre anni dall'insediamento del governo della CdL, arriva il primo appuntamento elettorale che coinvolge l'intero Paese e che ripropone il tema del confronto fra le coalizioni. Alle elezioni europee del 2004, i partiti della coalizione si presentano in calo rispetto ai risultati trionfalistici del 2001 e i due poli della politica italiana escono sostanzialmente a parità di consensi, oscillando entrambi intorno al 45%. A far registrare il calo maggiore è Forza Italia che, fondata precedentemente sull'immagine del suo leader, paga il prezzo più grosso per qualche malcontento sull'azione di governo: FI è in calo soprattutto al centro-sud e si attesta al 21% a livello nazionale (alle precedenti europee e alle politiche aveva toccato il 29%).

Il calo di consensi si rende evidente nel 2005, in occasione delle elezioni regionali che consegnano la vittoria alla nuova coalizione di centrosinistra, L'Unione, vittoriosa in 12 regioni su 14. Berlusconi si attribuisce il grave errore di non aver preso parte alla campagna elettorale. La CdL si aggiudica soltanto il governo di Lombardia e Veneto e, pertanto, si impone una indispendabile aria di cambiamento: UDC e AN annunciano il ritiro dei loro ministri dal governo, criticando la predominanza dell'asse Forza Italia - Lega Nord (cosiddetto "Asse del Nord" Bossi-Tremonti). Berlusconi si dimette e costituisce un nuovo governo (il Berlusconi III) che ritrova l'unità della coalizione, istituendo un nuovo ministero ad hoc per il Mezzogiorno, il Ministero della Coesione Territoriale.

Nell'ultima fase della legislatura, la coalizione lavora per presentare ai cittadini i bilanci del quinquennio e ripresentarsi al nuovo appuntamento con le elezioni politiche.

Ad ottobre 2005, viene approvata una riforma elettorale che reintroduce il sistema proporzionale, a dodici anni dall'entrata in vigore del sistema maggioritario.

Viene introdotta la figura del leader della coalizione, al quale si ricollegano una serie di liste (bloccate) che si ripartiscono i seggi disponibili in maniera proporzionale, con un premio di maggioranza alla coalizione vincitrice che garantisca la governabilità. Lo sbarramento (per i partiti coalizzati) è del 2% alla Camera e del 3% al Senato. Al Senato, inoltre, il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale.

L'approvazione di questa legge provoca le dimissioni di Marco Follini da segretario dell'UDC, che aveva sollecitato una legge proporzionale che non prevedesse liste bloccate. Follini era stato più volte in contrasto con Berlusconi e, nell'estate 2005, si era fatto sostenitore di un cambiamento di leadership e di impostazione generale della CdL. La guida dell'Udc viene assunta da Lorenzo Cesa. Nel marzo 2006, uno degli estensori materiali della riforma elettorale, Roberto Calderoli, ha definito la legge "una porcata" (da ciò il soprannome, dato alla legge, di "Porcellum", in opposizione alla precedente detta il "Mattarellum").

In vista dell'appuntamento elettorale 2006, la CdL, sfruttando la nuova logica proporzionale, annuncia la cosiddetta "tattica delle tre punte" per sconfiggere il centrosinistra guidato da Romano Prodi. In caso di vittoria, proporranno al Capo dello Stato la nomina a Presidente del Consiglio del leader del partito che avrà conseguito più voti: si impegnano in prima persona il premier Berlusconi, il ministro degli esteri Fini e il presidente della Camera Casini (che rappresentano rispettivamente FI, AN e UDC), i quali inseriscono nei simboli elettorali i loro cognomi.

Nel deposito dei contrassegni elettorali viene però indicato Berlusconi come capo unico della coalizione, come richiesto anche dalla nuova legge elettorale che obbliga all'indicazione del candidato premier.

La campagna elettorale per le elezioni politiche del 2006 è una delle più accese di tutta la storia. Berlusconi e la CdL devono portare il conto di un'azione di governo ininterrotta che è durata cinque anni e che ora deve presentarsi al giudizio degli elettori. Lo sfidante è Romano Prodi, che si presenta con una coalizione di centrosinistra rinnovata, chiamata L'Unione, e fa leva sui presunti risultati negativi ottenuti dal centrodestra in questi anni.

Berlusconi partecipa a due confronti televisivi ufficiali col suo sfidante (con regole di ispirazione USA). Durante il secondo di essi accusa la sinistra di essere divisa sui principali temi dell'economia, accusa il suo sfidante di essere solo un'immagine da presentare al paese per vincere le elezioni e che non ha alcun potere reale sulla coalizione che gli sta alle spalle, fa un intervento all'assemblea di Confindustria e sceglie, come chiusura della campagna, di lanciare agli italiani la proposta dell'abolizione dell'ICI sulla prima casa.

Anche grazie a questa campagna, la Casa delle Libertà riesce a riconquistare consensi e Forza Italia ottiene un risultato in ascesa rispetto alle previsioni. La CdL, comunque, esce sconfitta dalle urne: alla Camera dei deputati il centrosinistra ottiene, con 24.755 voti in più, il premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale appena entrata in vigore. Al Senato, la situazione è ribaltata: la CdL ottiene nel complesso circa 147.000 voti in più (il 49,57% contro il 49,16%), ma con l'apporto del voto della circoscrizione Estero, l'Unione riesce comunque ad avere due seggi in più (158 - 156).

Forza Italia si conferma il primo partito italiano con una percentuale di consensi di circa il 24%; nel centrodestra seguono Alleanza Nazionale (12,4%), l'UDC (6,8%) e la Lega Nord in alleanza col Movimento per l'Autonomia (4,5%). L'unica altra lista che riesce ad eleggere parlamentari è l'aggregazione costituita dalla Democrazia Cristiana per le Autonomie e dal Nuovo PSI che, seppure con un risultato dello 0,7%, partecipa alla ripartizione dei seggi della Camera in qualità di "miglior perdente" (lista che ha conquistato il maggior numero di voti al di sotto dello sbarramento del 2%).

Nell'immediato dopo-elezioni, Berlusconi e la CdL contestano sonoramente il risultato delle urne, parlando di presunti brogli elettorali nei seggi che avrebbero portato voti al centrosinistra, affermando di non accettare il risultato finché non venisse fatto un riconteggio globale delle schede e arrivando persino a ipotizzare il varo di un decreto legge che imponesse un riesame di tutte le schede nulle, ipotesi non prevista dalla legge vigente e che trova la netta contrarietà del Presidente della Repubblica Ciampi e la freddezza del Ministro dell'Interno Pisanu, i quali fin dalla chiusura delle urne avevano tenuto a sottolineare l'assoluta correttezza delle consultazioni elettorali.

Non soddisfatti di tale verifica, Berlusconi e la CdL dichiarano di voler ricorrere alla Giunta per le elezioni, promettendo che, nel caso in cui la Giunta arrivasse a dimostrare che quei 24.755 voti non esistono e che le elezioni in realtà sono state vinte dalla CdL, si sarebbero appellati al Capo dello Stato per chiedergli un immediato ritorno alle urne. Tuttavia, in seguito alle due successive sconfitte elettorali, in occasione delle elezioni amministrative di maggio e del referendum costituzionale di giugno, la CdL concentra maggiormente la strategia di opposizione sul piano dei programmi.

Nell'autunno del 2006 le Giunte per le elezioni della Camera e del Senato stabiliscono un riconteggio parziale delle schede (metodo a campione).

La neo-costituita maggioranza, guidata da Romano Prodi, è chiamata, nel giro di pochi mesi, al banco di prova con la elaborazione della prima Legge Finanziaria. La Casa delle Libertà, il 2 dicembre 2006 organizza una imponente manifestazione di piazza, a Roma, in Piazza San Giovanni, dove, secondo le stime degli organizzatori, si radunano circa 2.200.000 persone (di cui 700 mila in Piazza San Giovanni, secondo stime provenienti da ambienti delle forze dell'ordine). L'obiettivo è di protestare contro la politica del governo e quella che viene definita la finanziaria delle tasse. Berlusconi lancia proposte di unità e preannuncia la nascita di un movimento unitario del centrodestra. Dal palco intervengono anche Gianfranco Fini e Umberto Bossi.

Aderiscono alla manifestazione, con tanto di leader chiamati sul palco da Berlusconi, anche la DCA, il MPA, i Pensionati, Fiamma Tricolore e Azione Sociale e i Riformatori Liberali. L'UDC, invece, non vi partecipa e organizza invece una manifestazione parallela e contemporanea, a Palermo, dove viene affermato che "esistono due opposizioni al centro-sinistra", una, quella dei moderati rappresentata appunto dall'UDC, l'altra, quella delle forze di destra che si avviano - seppur con dei distinguo - alla costituzione di una federazione di partiti, definita da Berlusconi come la Federazione delle Libertà. Diversa è invece la posizione di Nuovo PSI e PRI che, anziché scendere in piazza, annunciano una proposta di legge per riscrivere le regole della struttura della Finanziaria.

Con i distinguo sulla manifestazione contro la Finanziaria, si apre la fase di allontanamento dell'UDC dalla Casa delle Libertà, ritenuta dal leader Casini e dal segretario Lorenzo Cesa un'esperienza conclusa, puntando piuttosto alla nascita di un nuovo soggetto spiccatamente di centro ma pur sempre alternativo alla sinistra, continuando a dichiarare la sua opposizione al Governo Prodi.

In Parlamento continua a votare insieme alla Casa delle Libertà per la maggior parte delle votazioni tranne ad esempio nella votazione per il rifinanziamento delle missioni all'estero del 27 marzo 2007. In questo caso l'UDC, distinguendosi dal resto dell'opposizione, vota insieme al governo a favore del rifinanziamento delle missioni umanitarie italiane all'estero (in primis quella in Afghanistan). Gli altri esponenti della CdL invece si astengono per dissociarsi dalla politica estera del governo e per voler mettere alla prova il centrosinistra, che al Senato rischiava di non avere la maggioranza a causa di paventate defezioni di esponenti della sinistra radicale.

Nonostante i distinguo l'UDC ha deciso di presentarsi unita al resto della CdL alle elezioni amministrative del maggio 2007.

Nel novembre 2007 la CdL raggiunge una fase molto critica: fallisce la caduta del governo Prodi II, individuata come certa da Silvio Berlusconi agli alleati in una data tra il 14 e il 15 novembre, in occasione del delicato passaggio della Finanziaria al Senato. A seguito di questo fatto, la Lega Nord, l'UDC e soprattutto Alleanza Nazionale rivolgono pesantissime critiche a Forza Italia e alla strategia di opposizione portata avanti da Silvio Berlusconi, e raccolgono l'invito di Veltroni, leader del Partito Democratico, ad approvare insieme alcune riforme istituzionali, in primis quella elettorale. Tra il 16 ed il 17 novembre sia Gianfranco Fini (AN), sia Pierferdinando Casini (UDC), sia Umberto Bossi (LN) danno un giudizio negativo lla strategia berlusconiana sino a quel momento seguita, per l'assenza di risultati ottenuti. A questo si aggiunge l'ira del leader di AN per la campagna-stampa che alcuni mezzi di comunicazione vicini al "Biscione" avrebbero organizzato a danno della sua immagine pubblica.

A stretto giro, il 18 novembre 2007, Berlusconi stesso annuncia la nascita di una nuova formazione politica, il partito del "Popolo della Libertà", e lo scioglimento di Forza Italia a seguito di un'iniziativa di raccolta firme a favore di elezioni anticipate, tenutasi in quegli stessi giorni. Con il "lancio" del nuovo partito, Berlusconi dichiara conclusa l'esperienza della Casa delle Libertà (perché "vecchia" e "disomogenea") e del bipolarismo italiano. Inoltre, fissando la nascita della nuova formazione politica il 2 dicembre 2007, anniversario della manifestazione del 2006 del centrodestra contro il governo di Romano Prodi, il Cavaliere (cambiando la propria tattica d'opposizione) abbandona il rifiuto di ogni dialogo con la maggioranza e si dichiara disposto a discutere con Veltroni di legge elettorale.

Lo stesso giorno e nei giorni successivi, hanno respinto l'adesione al progetto berlusconiano tutti gli alleati maggiori della CdL: l'UDC, la Lega e Alleanza Nazionale. Hanno invece manifestato interesse all'ingresso nel nuovo partito di Berlusconi alcuni movimenti minori della Cdl, tra cui la Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi, e anche alcuni esponenti dell'UDC come Carlo Giovanardi e Francesco D'Onofrio.

Con lo strappo di Berlusconi ed il suo passaggio da una strategia politica bipolare ad una partitica, si può ritenere conclusa la coalizione della Casa delle Libertà, come confermano anche le dure dichiarazioni di Berlusconi in tal senso. Infatti, già il 25 novembre 2007 (a pochi giorni dagli avvenimenti di cui sopra), il Cavaliere si è riferito in un pubblico discorso agli ex-alleati CdL come «un ectoplasma» che gli ha impedito di governare e di vincere nel 1996 e nel 2006, ed all'alleanza stessa come un'esperienza conclusa. La risposta a stretto giro di Lorenzo Cesa, secondo cui le mancate vittorie elettorali fossero invece state provocate dall'eccessiva cura di Berlusconi per i propri interessi privati, ha segnato la conferma di una frattura ormai avvenuta.

Il 24 gennaio 2008 il Senato sfiducia il Governo Prodi II, con 161 voti contrari contro 156 favorevoli. L'inizio delle consultazioni da parte del Capo dello Stato Giorgio Napolitano determinano all'unanimità la richiesta di immediate elezioni anticipate da parte dei quattro leader della Casa delle Libertà (definiti dal leghista Roberto Maroni i "soci fondatori"), che si trovano concordi anche nel dare pieno sostegno alla candidatura di Silvio Berlusconi come Presidente del Consiglio. Le consultazioni danno esisto negativo e il Capo dello Stato indice nuove elezioni.

L'8 febbraio Berlusconi e Fini hanno annunciano che in occasione delle elezioni del 13 e 14 aprile FI e AN si presenteranno sotto la lista unica de Il Popolo della Libertà e in Parlamento formeranno un gruppo unico. Fini dopo aver rifiutato a novembre di entrare nel Popolo della Libertà decide di aderirvi per semplificare il quadro politico.

La Lega Nord ha annunciato che, data la propria natura di partito non nazionale ma territorialmente radicato nel Nord Italia, si alleerà col PdL senza confluirvi, e presenterà liste solamente nelle circoscrizioni del Centro-Nord, cioè laddove ha i numeri più alti, lasciando che al Sud si presentino solo quelle del PdL e si eviti quindi anche un'eccessiva dispersione di voti. Successivamente Berlusconi ha trovato un accordo di coalizione con il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, che si presenterà solo nel Centro-Sud .

Per le elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 non si può quindi parlare più di Casa della Libertà. Il Popolo della Libertà, alleato con la Lega Nord e il Movimento per l'Autonomia, costituisce di fatto la naturale evoluzione della CdL verso il soggetto unitario del centro-destra.

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