Molfetta

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Inviato da david 17/04/2009 @ 20:07

Tags : molfetta, puglia, italia

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Molfetta

Panorama di Molfetta

Molfetta è una città in provincia di Bari, protesa sul mare Adriatico, la cui popolazione conta circa 59.905 abitanti .

Tra la metà del XIX secolo e la fine degli anni sessanta del secolo scorso è stata uno dei più importanti centri portuali (soprattutto relativamente allo sviluppo cantieristico e peschereccio) ed industriali della Puglia.

Il suo territorio si estende verso l'entroterra murgiano ad una quota media di 18 metri sul livello del mare e confina ad est con quello di Giovinazzo, ad ovest con quello di Bisceglie, a sud con quello di Terlizzi e risulta abitato sin dalle ere preistoriche. A tale periodo risalgono, infatti, gli insediamenti più antichi (necropoli e tracce di capanne) rinvenuti nell'area circostante (fondo Azzollini e viciniori) il sito archeologico-naturalistico del Pulo, dolina carsica di crollo a circa un chilometro e mezzo dal centro urbano.

Pur non annoverando vere e proprie "frazioni", nelle immediate vicinanze del centro abitato sono sorti, in epoche differenti, alcuni borghi-satellite, ciascuno di origine diversa dall'altro. Si tratta del nucleo residenziale (inizialmente stagionale) della "Madonna delle Rose", sorto attorno alla omonima chiesetta turrita (munita di caditoia) e meta di un culto molto radicato nella popolazione molfettese, del quartiere CEP di Molfetta, nei pressi del Santuario (oggi Basilica) della Madonna dei Martiri, e del cosiddetto "Villaggio Belgiovine", dal nome dell'ingegnere-imprenditore che lo costruì, alla fine degli anni Sessanta.

Attorno alla chiesetta della Madonna delle Rose si é sviluppata, soprattutto a partire dal XIX secolo, una fiorente comunità costituita più che altro dalle famiglie borghesi che avevano in quella località la propria casina di campagna, quale una sorta di "status symbol" ante litteram, dove trascorrere i mesi estivi e far crescere i bambini a contatto con la natura e in condizioni più protette e più salubri che non all'interno del tessuto cittadino.

A partire dagli anni Settanta sui due alberi di Eucaliptus presenti nella piazzetta antistante la chiesa si é naturalizzata una colonia di parrocchetti dal collare, pappagallini verdi di cui una o più coppie avevano riconquistato la libertà (da qualcuno che in precedenza le aveva tenute in cattività), che si sono successivamente diffusi sul territorio, fino a raggiungere, all'inizio del III millennio, una copertura territoriale che spazia da Palese a Barletta, lungo la costa, e nell'entroterra fino ed oltre Ruvo di Puglia.

Il nucleo medievale della città, formatosi su una breve penisola che si distende tra il porto e il mare aperto, presenta una pianta a spina di pesce con strade strette e ricurve, tipica di molti centri costieri del basso Adriatico.

Molfetta, con la sua storia millenaria, le sue peculiarità, i suoi tanti pregi nascosti tra i suoi i monumenti e le sue vie, è una città ricca di interesse non solo dal punto di vista archeologico, ma anche urbanistico, artistico, storico, naturalistico e sociale.

Molfetta è sede vescovile della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi.

Molfetta, che dista 25 km da Bari, per il fatto di essere bagnata dal Mar Adriatico ha da sempre avuto con il Mare un rapporto privilegiato, ma è anche stata circondata da un territorio a vocazione prevalentemente agricola, almeno fino al termine del XX secolo, prima che la nuova zona industriale (ASI) (ancora in grande crescita finché non sarà stata realizzata la terza ed ultima zona (PIP) prevista) ne stravolgesse la destinazione.

La campagna, infatti, prevalentemente coltivata ad uliveto spesso misto a mandorleto e con rari appezzamenti in cui fino agli anni '60 si coltivava la vite, si è lentamente trasformata. Da alcuni decenni si sono diffuse la floricoltura (in serre) e la coltivazione in serra anche degli ortaggi mentre vaste aree costiere, specialmente verso Bisceglie, da oltre un secolo coltivate ad orto, stanno inesorabilmente mutando la propria destinazione, sia sotto la enorme pressione che l'imprenditoria edile esercita sul territorio, sia alla luce delle inevitabili trasformazioni che il piano per il nuovo porto, avviato nella primavera del 2008, comporterà. Le fonti di reddito della popolazione sono legate, oltre che all'agricoltura (oggi in fortissimo calo), anche al settore marittimo ed industriale, nonché edile. Come già accennato, è in via di completamento, a pochi km dalla città in direzione Bisceglie, la zona industriale (trainanti, si sono rivelati i settori dell’abbigliamento, delle scarpe, metalmeccanico, alimentare, caseario). Nei primi mesi del 2008 é stato completato ed aperto al pubblico uno dei più grandi centri commerciali italiani. Riconosciuta e popolare per la cittadinanza molfettese è la festa patronale della Madonna dei Martiri che si tiene l’8 settembre con la tradizionale sagra a mare ed anche le suggestive processioni pasquali che ripercorrono le tappe simboliche della quaresima e della passione di Gesù Cristo. I luoghi di maggiore attrazione in occasione delle festività religiose sono il Duomo vecchio, il centro storico, la Cattedrale, la Basilica della Madonna dei Martiri, le chiese di San Pietro, del Purgatorio e di Santo Stefano, mentre mete di rilassanti e tonificanti passeggiate sono lo storico porto e infine il Pulo di Molfetta, dolina carsica al cui interno e nei cui pressi (cosiddetto fondo Azzollini ed altri) sono stati trovati reperti archeologici che testimoniano di una presenza antropica risalente al neolitico. Questa ridente e operosa città pugliese si é trovata a dover fronteggiare tre principali questioni che ne minavano lo sviluppo e l’espansione. La prima era costituita dalla carenza di alloggi: a partire dagli anni '90, infatti, la popolazione si è ridotta quasi del 10% in conseguenza dello spostamento di numerose famiglie molfettesi, trasferitesi nei paesi limitrofi dove hanno trovato dimora a prezzi più modici di quelli praticati a livello cittadino. Altra problematica è la carenza di posti di lavoro: molti giovani sono costretti ad emigrare al nord Italia per trovare lavoro nel campo dell'edilizia e dell’industria. Infine la pericolosa fuga dei cervelli: molti laureati, ricercatori, architetti e medici sono costretti al trasferimento nel nord Europa e negli Stati Uniti, non riuscendo nella loro città a soddisfare le proprie aspettative professionali.

Molfetta, che si affaccia sul Mar Adriatico, si trova, a 25 chilometri (distanza ferroviaria tra le stazioni centrali) a nord ovest di Bari, stretta tra Bisceglie a nord-ovest e Giovinazzo a sud-est, in posizione praticamente baricentrica rispetto all'andamento della costa adriatica della Puglia. Sorta anticamente sull’isoletta di Sant'Andrea, protesa nel mare quasi a sfidarlo, si estende attualmente lungo la costa per circa 3,5 chilometri a levante e per circa altrettanti a ponente rispetto al nucleo antico ed al porto. La città vecchia dista tra i 2,0 ed i 2,4 km dall'ultima zona "167" delimitata dal tracciato della nuova Strada Statale 16 (1990). L'ubicazione strategica della località permette di raggiungere agevolmente tutti i capoluoghi non solo della regione, ma anche della vicina Basilicata (soprattutto Matera) nonché la stessa Napoli, già capitale del borbonico Regno delle Due Sicilie. Dal punto di vista geomorfologico, il territorio di Molfetta é costituito dalle bancate calcaree del Cretaceo inferiore, piuttosto profondamente carsificate come dimostrato dal sito naturalistico-archeologico del Pulo e dalle profonde voragini carsiche in cui ci si imbatte molto spesso durante gli scavi per la realizzazione dei piani di fondazione dei nuovi edifici, concentrate in particolare lungo i margini delle lame che lo solcano in direzione mediamente perpendicolare alla costa. Le lame stesse costituiscono di per sè un forte indizio di presenza di forme carsificate.

Il diretto contatto col mare e la mancanza di alture rilevanti sono alla base del clima particolarmente mite e scarso di precipitazioni della città di Molfetta. Tuttavia gli sbalzi di temperatura sono repentini e notevoli, a causa dell'afflusso dei venti freddi balcanici e per gli improvvisi acquazzoni, solitamente di breve durata, che periodicamente colpiscono la cittadina, dando un qualche respiro all'economia rurale, storicamente assetata di acqua. Tipica la terminologia che indica, nell'idioma locale, l'effetto che questi acquazzoni, così come le piogge di notevole durata (più giorni), rare per il vero, producono sul terreno agrario, cioè la cosiddetta mena, che descrive l'effetto strisciante del ruscellamento (erosione del suolo) e che non ha, nella lingua italiana, un corrispettivo altrettanto pregnante.

Vento dominante (cioè di intensità maggiore in assoluto) è la tramontana, mentre il primato di vento regnante è conteso dal maestrale e dal grecale (con una prevalenza per il primo), che sono gli altri venti che spirano dai quadranti settentrionali. Periodicamente, poi, Molfetta è battuta da improvvisi e forti (anche se di breve durata) venti di scirocco (da sud-est), d’ostro (da sud) e di libeccio, localmente detto favonio (da sud-ovest).

Il clima "percepito", come quello delle città viciniori che affacciano al mare Adriatico, è caratterizzato da una notevole umidità che lo rende particolarmente afoso, nella stagione estiva, e poco ideale (tutto l'anno) per chi soffre di dolori articolari.

Lo stemma della città di Molfetta è costituito da una banda di colore bianco o argento in cui sono incise le lettere S. P. Q. M., il cui significato è Senatus - Populus - Que - Melphictiensis, il tutto inserito in un campo rosso sostenuto da due ramoscelli (l'ulivo a destra e l'alloro a sinistra). Nell'estremità superiore, c'è la corona della città rappresentata da un una cinta muraria e da otto torri, di cui cinque visibili.

La definizione di SPQM si conforma all'omologo "SPQR" proprio dell'emblema della città di Roma e fu aggiunto allo stemma nel 1911 su ordinanza dell'amministrazione comunale capeggiata dal sindaco Felice Fiore.

Il Capitano di guerra del governo imperiale Ferdinando di Capua (incaricato di capeggiare le operazioni di difesa), all'udire il suono di una tromba - segno di richiesta di resa da parte dei nemici - giungere da una galera approdata nel porto molfettese, si attivò nell’organizzazione della difesa per cui fu respinto l’ultimatum.

L'attacco iniziò, dopo varie ore spese in sberleffi vicendevoli, per mano veneziana quando i medesimi decisero, chi scavalcando le fortificazioni, chi intrufolandosi di nascosto attraverso il canale di scolo nei pressi del Duomo, di irrompere in città. Nonostante la valorosa e strenue resistenza opposta da Ferdinando di Capua assieme a pochi animosi popolani, la città fu invasa dai francesi. Quantunque Caracciolo avesse ormai preso possesso del luogo, nelle ore successive continuarono intrepidi a combattere alcuni irriducibili molfettesi che arrivarono ad eliminare svariati soldati occupatori.

Queste uccisioni provocarono le ire dei conquistatori che per tre giorni misero a ferro e fuoco la città, dal 18 al 20 luglio 1529. Molti rivoluzionari furono arsi vivi e le strade erano intasate dai cadaveri. I danni per la città furono incalcolabili. Su una popolazione di 5000 residenti si contarono almeno 1000 morti.

Fonti documentali certe attestano l'esistenza di insediamenti in questa località già in epoca preistorica. Nel corso dei secoli Molfetta ha conosciuto le dominazioni di longobardi, bizantini, normanni, svevi, angioini e aragonesi.

L'origine della città risale presumibilmente all'era romana. Alcuni ritrovamenti fanno pensare all'esistenza di un villaggio di pescatori già intorno al IV secolo a.C. Questa ipotesi sembra essere verosimile tanto più che, per la sua posizione, il villaggio offriva un ottimo approdo per il commercio con Rubo (Ruvo di Puglia). La prima indicazione sull'esistenza di un villaggio tra Turenum (Trani) e Natiolum (Giovinazzo) si ritrova nel Itinerarium Provinciarum Antonini Augusti, che data del 217 a.C. Questo luogo era denominato Respa, probabilmente un'erronea trascrizione del toponimo Melpha, che faceva riferimento a un piccolo villaggio di pescatori.

Il primo documento ufficiale che cita la città risale al 925. Questo documento certifica l'esistenza di una civitas, denominata Melfi, situata su di un'isola chiamata Sant'Andrea. L'antico villaggio di pescatori si sviluppò ulteriormente sotto il dominio bizantino e fu successivamente conquistato dai Longobardi, che l'annessero al Ducato di Benevento. La città fu ripetutamente assaltata dai Saraceni, ma resistette, grazie anche alle portentose mura di cui si era, nel frattempo, munita. Come piccolo porto indipendente, Molfetta commerciava con altri mercati del Mediterraneo, tra cui Venezia, Alessandria d'Egitto, Costantinopoli, Amalfi e Ragusa (Croazia).

Dei contrasti tra Bizantini, Saraceni e Longobardi approfittarono i Normanni i quali, guidati da Guglielmo d'Altavilla, si mossero alla conquista dell'Italia meridionale giungendo anche a Molfetta. Quest'ultima, benché assoggettata, riuscì a preservare una certa autonomia che le consentì di favorire lo sviluppo, specie marittimo.

La crescita risalente a questo periodo portò la città a divenire protagonista del commercio verso Oriente. Il transito dei pellegrini verso la Terra Santa durante le Crociate e l'approdo di questi presso l'Ospedale di Santa Maria dei Martiri diedero alla città una rilevanza europea. Uno di questi pellegrini, Corrado di Baviera, divenne poi il patrono della città.

Dall'XI secolo Molfetta è sede vescovile.

Dopo essere stata dominio svevo durante tutti i secoli XII e XIII, Molfetta fu sotto gli Angioini e continuò a mantenere la propria indipendenza.

Con il passaggio del potere della città dai Durazzo agli Aragonesi, la situazione precipitò, in conseguenza dei difficili rapporti e dei contrasti tra francesi, spagnoli e italiani. Questa situazione portò a guerre e devastazioni in tutto il sud Italia, tra cui il sacco di Molfetta da parte dei francesi tra il 18 e il 19 luglio 1529. Questo episodio marcò notevolmente la città, ostacolandone la rinascita per lungo tempo.

Con il trattato di Utrecht del 1714, che pose fine alla guerra tra Filippo V e gli stati d'Europa, il Regno di Napoli cessò di essere dominio spagnolo e divenne dominio austriaco. Iniziò così l'occupazione austriaca di Molfetta.

Dopo un avvicendamento di potere tra francesi e austriaci, la località seguì le vicissitudini dell'Italia unita. Nell'ottobre del 1860 infatti si tenne nella Piazza Municipio di Molfetta, il plebiscito per l'annessione del Regno delle due Sicilie al governo di Vittorio Emanuele II, il cui scontato esito decretò l'annessione del regno all'Italia unificata.

Assai grande fu il tributo di vite umane che la città pugliese dové subire durante la prima guerra mondiale offrendo alla patria il sacrificio di 500 concittadini, tra cui quello del maggiore Domenico Picca. Dopo alcuni mesi dall'inizio della guerra, la città subì un cannoneggiamento da parte di una unità della marina austriaca e successivamente subì un attacco aereo, che produsse alcune vittime fra la popolazione civile.

La cittadinanza molfettese seppe dare il suo valoroso contributo alla causa della patria anche durante la seconda guerra mondiale in cui si distinse per la lotta di liberazione.

Il dialetto molfettese si distingue dalle caratteristiche linguistiche della provincia di Bari per l'utilizzo di tutte le "e" chiuse che rendono la cadenza una cantilena a volte simpatica, altre buffa. Ovviamente, il fatto che il dialetto sia largamente parlato, non solo dagli anziani, ma anche dai giovani, soprattutto quelli più ostili agli insegnamenti scolastici, crea una dipendenza quasi inalienabile tra le tipiche espressioni dialettali e quell'italiano tutt'altro che dantesco. Lo scioglilingua utilizzato per testare la "pugliesità" di un soggetto trova la sua variante nel molfettese "Ci n'ame sciaje scimeninn, ci nen ame sciaje nen simm scenn" (se dobbiamo andarcene, andiamocene, se non ce ne dobbiamo andare, non ce ne andiamo). A differenza del dialetto barese, quello parlato a Molfetta un'aggiunta costante della "a", soprattutto, prima della vocale "u". Ad esempio: sciut ⇒ sciAut (andato); jun ⇒ Aun (uno); pajur ⇒ pagAur (paura).

Il comune di Molfetta ha fatto registrare nel censimento del 1991 una popolazione pari a 66.839 abitanti. Nel censimento del 2001 ha fatto registrare una popolazione pari a 62.546 abitanti, mostrando quindi nel decennio 1991 - 2001 una variazione percentuale di abitanti pari al -6%.

Gli abitanti, in base ai dati di quel censimento, sono distribuiti in 21.859 nuclei familiari con una media per nucleo familiare di 2,86 componenti.

A partire dal 2001 il Comune di Molfetta ha aderito al Progetto Città Sane dell'OMS, dando inizio ad una serie di monitoraggi costanti sugli indicatori designati dalla stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, periodicamente raccolti e pubblicati nel Profilo di Salute della Città (il primo dei quali è stato edito nel 2003), nei quali il fattore demografico è di fondamentale importanza.

La città di Molfetta si presenta urbanisticamente distinta, a livello macroscopico, in due parti: il nucleo storico (la città intra moenia), la cui origine certa risale al Medioevo, sviluppatosi su una penisoletta collegata alla terraferma da un piccolo istmo, e una zona più moderna, a sua volta costituita dalle espansioni datate con le successive epoche storiche nelle varie direttrici sud, ovest ed est, prima fino al limite fisico della linea ferroviaria, ed ampliandosi progressivamente in epoche più recenti (dagli anni ottanta in poi) fino all'ultima fase attuale di completamento entro il nastro stradale della nuova Statale 16 e sui margini della principale asta di compluvio che interessa il territorio molfettese che è la Lama detta cupa, la quale incanala, fino al recapito finale in mare in corrispondenza della prima Cala, gli apporti di acque meteoriche provenienti dall'entroterra murgiano.

Il centro storico è nettamente distinto dalla città extra moenia - sviluppatasi, soprattutto a partire dalla seconda metà del XVII secolo, per formare la città come appare oggigiorno - attraverso la cosiddetta muraglia, antica e massiccia fortificazione di origine medievale. Tale separazione è fisicamente sottolineata dall'asse stradale del Corso Dante Alighieri, già detto Borgo, ricavato dall'interrimento (XVIII-XIX secolo) dell'antico canale marino che si incuneava ai lati dell'istmo separando quasi integralmente la penisoletta dalla terraferma, come si evince dall'osservazione delle antiche stampe raffiguranti le prime, rudimentali, testimonianze di planimetrie della città.

Il confine nord dell'abitato storico è costituito dal mare Adriatico: questa circostanza nei secoli passati ha consentito una naturale difesa dagli attacchi provenienti da quella direzione, soprattutto da parte della pirateria turca. Ma proprio per questo motivo, una volta venuto meno il pericolo, a partire dal XVIII secolo, e quando contemporaneamente si è innescato il processo di sviluppo ed espansione dell'abitato fuori delle mura, il nucleo storico è rimasto emarginato rispetto alle zone di espansione invece che inglobato in essa.

A partire dal XIX secolo, infatti, inizia il progressivo degrado della città vecchia, che raggiunge la sua massima espressione con il crollo, con vittime, avvenuto in Via Macina nel 1964 che porta al suo pressoché totale svuotamento con il trasferimento in blocco nel quartiere CEP (Case Edilizia Popolare) di Molfetta degli ultimi abitanti residenti.

Solo nel primo decennio del XXI secolo si è in presenza di evidenti segni di un consistente processo di recupero, avviatosi a partire dagli anni ottanta che sta restituendo dignità e vita allo storico centro antico dove sono state riaperte quasi tutte le antiche strade che erano state chiuse a causa del pericolo di crolli.

Fra le bellezze naturalistiche da ammirare nella cittadina pugliese, è sicuramente il Pulo, sprofondamento carsico a pianta sub-circolare, con diametro variabile tra un minimo di 170 ad un massimo di circa 180 metri, un perimetro che supera i 500 metri ed una profondità intorno ai 30 metri nel punto di maggior dislivello. Sul bordo superiore sono stati ritrovati i resti di un villaggio neolitico: da questa località provengono reperti, soprattutto vasi e strumenti rudimentali neolitici (denominati tipo Molfetta e presenti in tutto il Mar Mediterraneo) ed altresì resti umani risalenti ad età della pietra precedenti, ed anche alla (successiva) età del bronzo.

Il nucleo antico detto Isola di Sant'Andrea forma il primo nucleo urbano attorno al III secolo ed è caratterizzato da una singolare pianta a spina di pesce: qui sorge il Duomo di San Corrado, la più grande chiesa a (tre) cupole in asse del romanico pugliese coronate da due torri campanarie, edificato tra XI e XII secolo. Sempre nel centro antico è situata la barocca Chiesa di San Pietro eretta su una precedente chiesa romanica. Da notare le mura verso terra rimaste nel loro tracciato. Subito fuori dalle mura sorge la grandiosa Cattedrale intitolata all'Assunta, ex convento dei Gesuiti, dove sono poste le ossa del patrono della città San Corrado, con busto in argento e oro di scuola napoletana. Di particolare attenzione è un grande quadro del celeberrimo Corrado Giaquinto, pittore molfettese del seicento, a cui é intitolata la Pinacoteca Provinciale di Bari.

Nei pressi della cattedrale sorge la chiesa del Purgatorio, e, sempre lungo lo stesso asse viario del cosiddetto "borgo" (oggi Via Dante), ma più spostate verso la antica Porta principale del centro storico (quella che si apriva su Via Piazza) sono quelle dedicate a Sant'Anna e al protomartire Santo Stefano, luoghi di profonda religiosità in particolari periodi dell'anno. Poco più distante da queste, in direzione di uscita, verso Bisceglie, dalla Molfetta storica, sorge la chiesa di San Domenico, con annesso convento, oggi riadattato a contenitore culturale (biblioteca, museo e sala conferenze) col nome, ripreso dai documenti d'archivio, di Fabbrica di San Domenico.

Altro luogo interessante è il cosiddetto Calvario, un tempietto gotico in pietra calcarea, costruito nel 1856 su progetto dell'architetto De Judicibus. Esso si erge a tre livelli su pianta ottagonale, con ciascun piano coronato da una selva di cuspidi e pinnacoli. Alto 20 metri, possiede una guglia sommitale che desta ammirazione e lo rende unico per davvero rispetto agli altri tempietti ad analoga destinazione presenti nei comuni limitrofi, sia per la soluzione scenografica che per la sua leggiadria strutturale.

A circa 2 km dalla città, in direzione di Bisceglie si trova la basilica-santuario della Madonna dei Martiri. L'impianto attuale della chiesa insiste parzialmente sulla vecchia chiesa dell'XI secolo, di cui resta solo una cupola e la struttura sottostante, dove oggi sorge l'altare. Su un fianco della chiesa é addossato l'Ospedaletto dei Crociati, sempre dell'XI secolo, unico superstite dei due presenti nel complesso della Madonna dei Martiri dopo le ristrutturazioni ottocentesche.

Di grande rilevanza storica, culturale ed economica dell'hinterland molfettese, sono state nel Medioevo e all'incirca fino al XVIII secolo le torri disseminate nel territorio rurale di Molfetta e raggruppate lungo tre immaginarie direttrici che sono Molfetta-Bitonto, Molfetta-Terlizzi e Molfetta-Ruvo-Corato.

Verso Bisceglie ed in prossimità del confine con il suo territorio, si erge a picco sul mare (su uno spuntone di costa rocciosa oggi in erosione) una di esse, la cosiddetta Torre Calderina, torre costiera del XV secolo, particolarmente importante in quanto posizionata in un luogo strategico poiché da essa era possibile il collegamento visivo con il Castel del Monte e quindi comunicare per tempo anche agli abitati non rivieraschi più interni (verso Andria e oltre ancora, sino all'altopiano murgiano) il sopraggiungere di eventuali incursioni dal mare. Essa faceva parte, infatti, del complesso sistema di torri di avvistamento di cui l'agro molfettese risulta particolarmente ricco. Inoltre si trova al centro dell'omonima area protetta, proposta come SIC (cioè Sito di Importanza Comunitaria) dalla Comunità Europea.

Altre torri costiere di cui si ha notizia sono: il Torrione Passari, inglobato nell'antichissima cinta muraria a mare della città vecchia, e la arcinota, anche se demolita da tempo immemore, Torre Gavetone, presso il confine con Giovinazzo, il cui toponimo è rimasto ad indicare una delle più apprezzate spiagge libere superstiti lungo la costa molfettese.

Per quanto riguarda invece l'agro vero e proprio, a partire dalla torre difensiva (perché munita di "caditoia") che costituisce il campanile della antica chiesa del borgo rurale della Madonna delle Rose, troviamo lungo l'asse viario del Mino i complessi di Torre Cicaloria, Torre Cascione, ed i Casali Mino, Villafranca e L'Alfiere.

Leggermente più spostate ad ovest verso la direttrice per Terlizzi della strada Santa Lucia si incontrano le Torri del Gallo, Villotta, Falcone e Sgammirra, quest'ultima così detta perché (forse a causa di un terremoto) di essa non rimane che il rudere costituito da una intera parete rimasta in piedi e sostenuta lateralmente dai soli monconi angolari.

Ancora più a ponente, lungo l'asse della strada comunale Coppe (antica strada per Corato), infine, troviamo il rudere della Torre della Dogana che dà il nome alla contrada di Chiusa della torre (inglobata nei capannoni industriali della zona ASI - Area Sviluppo Industriale - sul versante della strada vicinale Il Casale), ormai addossata al recentissimo Centro Commerciale IPERCOOP - La Mongolfiera. Più avanti, prossima alla direttrice della strada vicinale Fondo Favale, troneggia la bellissima Torre del Cavaliere costeggiata dal tracciato autostradale della A14, Torre di Pettine e la celeberrima masseria fortificata di Casale Navarrino, nei pressi del confine sud-occidentale dell'agro, alla confluenza con i territori dei comuni di Terlizzi e Bisceglie.

Il Duomo di San Corrado, originariamente dedicato a Maria SS. Assunta in Cielo, è situato ai margini dell'antico borgo di Molfetta, di fronte al porto. Costruito fra il 1150 e la fine del 1200, costituisce un singolare esempio dell’architettura romanico-pugliese. Essa è infatti la maggiore delle chiese romaniche con la navata centrale coperta a cupole in asse (tre, nel caso specifico) impostate su tamburo a pianta esagonale, rispetto alle altre (comprese le quattro Basiliche Palatine) aventi la copertura del tipo a capriate e tegole sovrapposte.

La costruzione, a pianta basilicale asimmetrica, è diviso in tre navate da pilastri cruciformi con colonne addossate e la navata centrale presenta una copertura a tre cupole in asse, come già riportato, di altezza variabile (quella centrale è considerevolmente più alta delle due di estremità), mentre le navate laterali sono coperte con tetti spioventi, ad una falda ciascuna, con tegole costituite da chiancarelle della stessa tipologia della copertura dei famosi trulli della valle d'Itria. Stesso tipo di chiancarelle, assemblate a punta di diamante con sei falde convergenti al centro verso l'alto per ciascuna cupola (allo scopo di assecondare la pianta esagonale dei tamburi di base), ricopre le tre cupole centrali.

La facciata rivolta a occidente, che oggi appare quella principale, è spoglia, a differenza di quella di mezzogiorno, che presenta tre finestre tardo rinascimentali, stemmi di alti prelati, una immagine di papa Innocenzo VIII e le statue di San Corrado e San Nicola. Ciò si spiega col fatto che all'epoca della costruzione e fino al 1882 quella facciata, così come tutto il prospetto occidentale della città vecchia erano a picco sul mare, così come testimoniato dalle rare fotografie antecedenti alla costruzione della Banchina Seminario, in coincidenza con la costituzione della prima tranche del nuovo porto, cioè quello attuale (2007), conclusasi intorno al 1882, appunto.

Il complesso strutturale è serrato tra due, maestose e leggiadre allo stesso tempo, torri campanarie. Queste (quella di mezzogiorno detta campanaria perché sede fisica del campanile, l'altra, più prossima al lato mare, di vedetta perché utilizzata a tale scopo per il preventivo avvistamento di eventuali incursioni saracene) sono gemelle, di base quadrata, a tre ripiani, alte 39 metri, aperte sui quattro lati da finestre bifore e monofore.

Nell'interno il corredo artistico è scarno ma essenziale; un fonte battesimale del 1518, un prezioso paliotto con bassorilievo del XIV secolo, un pluteo in pietra del XII secolo che rappresenta una cerimonia pontificale e il Redentore del XIII secolo. Caratteristica è l'acquasantiera raffigurante un uomo, probabilmente saraceno, che regge un bacile in cui nuota un pesce, simbolo ricorrente nell'iconografia religiosa.

In origine il Duomo fu dedicato a Maria SS. Assunta e fu l'unica parrocchia esistente a Molfetta fino al 1671. Nel 1785 la sede della Cattedrale fu trasferita all'attuale Cattedrale di Maria SS. Assunta in Cielo e da allora il Duomo Vecchio prese il nome del patrono San Corrado.

La Cattedrale di Maria SS. Assunta - la cui maestosa facciata ultimata nel 1744, dopo anni di lavori iniziati nel 1699 e proseguiti nel XVIII secolo - fu edificata come chiesa annessa al collegio dei Gesuiti.

Sulla suddetta facciata, in alto, è collocata una grande statua marmorea di Sant'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù. Responsabili della costruzione dell'edificio furono i padri Gesuiti fino al 1773; successivamente venne sottoposta a lunghi restauri durante i quali fu ampliata l'abside, furono rifatti la pavimentazione, la sagrestia e il battistero e fu eretto il campanile.

Divenuta Cattedrale nel 1785, essendo ormai il Duomo di San Corrado divenuto insufficiente alle esigenze di culto dell'aumentata popolazione, in essa si conservano, in un'urna d'argento, le spoglie del patrono san Corrado di Baviera.

Fra le altre opere custodite nella Cattedrale ricordiamo la Dormitio Mariae attribuita allo Scacco (XVI secolo), il monumento sepolcrale del naturalista e storico molfettese Giuseppe Maria Giovene, posto a sinistra dell'altare dedicato a San Corrado e su questo la magnifica tela del Giaquinto raffigurante l'Assunzione della Madonna in cielo.

La costruzione del nucleo primitivo della chiesa (corrispondente, nell'assetto odierno, alla sola area occupata dall'altare maggiore) ebbe inizio nel 1162 su commissione di Guglielmo II il Normanno.

La chiesa attuale, infatti, non coincide con quella originaria, avendo, la costruzione, subito nel corso dei secoli vari ampliamenti e modificazioni.

La Chiesa, proclamata Basilica Pontificia Minore nel 1987, accoglie al suo interno pregevoli dipinti tra i quali encomiabile una immagine della Madonna dei Martiri, trasportata dai Crociati nel 1188, particolarmente cara ai molfettesi, in special modo ai marinai. Altre opere artistiche conservate nell’edificio religioso sono: la Madonna del Rosario risalente al 1574 e attribuita a Michele Damasceno, la Visitazione di Maria, la Morte di San Giuseppe, un’Adorazione dei Magi e una statua lignea di Maria SS. dei Martiri eseguita nel 1840.

A destra dell'altare maggiore, in una angusta cripta cui si accede scendendo alcuni ripidi gradini in pietra, è situata una riproduzione estremamente suggestiva e realistica del Santo Sepolcro, realizzata a spese del molfettese Bernardino Lepore nel 1503 con 62 pietre, si dice, da lui portate dalla Terrasanta. Accanto alla chiesa è situato un edificio a tre corsie impropriamente detto "Ospedale dei Crociati"; presumibilmente trattasi dell'"Ospizio dei Crociati", edificato nel 1095, dove si fermavano i pellegrini di passaggio a Molfetta durante il viaggio di ritorno dalla Terrasanta. Ospedale é qui da intendersi nel senso etimologico di hospitalis (da hospes, hospitis = ospite), luogo di accoglienza e ristoro, per il corpo e per la mente.

Costruita in pietra locale dal 1645 al 1655 e consacrata nel 1667, la chiesa presenta una magnifica facciata in stile tardo-rinascimentale, su cui si apre un unico portale di ingresso, fiancheggiato da quattro statue collocate in nicchie dei Santi: Pietro, Stefano, Paolo e Lorenzo. All'interno del tempio sono custodite tele di Bernardo Cavallino (XVII secolo) e di Corrado Giaquinto oltre che la statua dell'Addolorata (che viene recata in processione il venerdì di Passione) e le sei statue in cartapesta, tutte opere dello scultore cittadino Giulio Cozzoli, culminanti nello struggente gruppo della cosiddetta "Pietà", che vanno in processione il Sabato Santo. Questa chiesa, che esercita un fascino indiscutibile su gran parte della popolazione molfettese, é fatta oggetto di un culto intenso da devoti provenienti anche dagli stati esteri verso i quali sono emigrate molte famiglie nei tempi passati e la devozione si é tramandata di padre in figlio. Ciò é dovuto sicuramente al culto particolarmente partecipato che ispira la presenza delle statue dell'Addolorata e soprattutto della Pietà (ispirata da quella più famosa del Michelangelo) che é il fulcro della processione in cui culminano, il Sabato Santo, le celebrazioni della Settimana Santa, prima della Veglia Pasquale.

Questa chiesa ha la particolarità, non essendo una "parrocchia", che é l'unica nella quale possono essere celebrate le esequie funebri di domenica, poiché nelle altre non si possono interrompere le funzioni domenicali.

Uno dei luoghi più frequentati del centro cittadino è l'ampia Piazza Garibaldi, riaperta al pubblico nel 2007 dopo un restauro durato parecchi anni. Di forma sub-trapezoidale, è connotata da un variegato connubio di vegetazione e di percorsi pedonali e zone riservate ai bambini, con numerose specie arboree che forniscono un confortante sfondo verde all'attivo, caotico e spesso congestionato centro cittadino. Il lato meridionale della piazza è sottolineato dall'ottocentesca edicola in stile gotico del Calvario con alle spalle la antica Chiesa di San Bernardino, risalente al 1451, mentre a ponente essa è chiusa dal monumentale prospetto ottocentesco (opera, così come il già citato Calvario, dell'Architetto De Judicibus molto attivo a Molfetta nel XIX secolo) del settecentesco Seminario Vescovile adiacente alla coeva Cattedrale. Da non dimenticare, al centro della Villa Comunale, lo splendido Monumento ai Caduti della Prima guerra mondiale, opera mirabile del celebre scultore cittadino Giulio Cozzoli, costituito da un gruppo bronzeo che rappresenta la Vittoria Alata nell'atto di sorreggere un fante caduto sul campo di battaglia, che si erge su un basamento in marmo sui cui prospetti laterali e posteriore sono inseriti i bassorilievi bronzei che recano scolpite scene di guerra con protagoniste le diverse forze armate che presero parte a quel conflitto.

Altre piazze di Molfetta sono: Piazza Vittorio Emanuele II, Piazza Margherita di Savoia, Piazza Aldo Moro (già Piazza Stazione), Piazza Principe di Napoli e Piazza delle Erbe (già sedi di storici mercati rionali smantellati nel primo lustro del Terzo Millennio), Piazza Roma, Piazza Paradiso, Piazzetta San Michele, Piazza Immacolata, Piazza Mentana e le minori Largo S.Angelo e Largo Domenico Picca nel nucleo sei-settecentesco della città; Piazzetta Giovene, Piazza Baccarini, Largo Fornari nelle espansioni di fine ottocento - prima metà del novecento e, nelle zone di più recente urbanizzazione (anni settanta - ottanta): Piazza 1º maggio, Piazza Gramsci (sede di un mercato rionale).

Le principali strade cittadine sono Corso Umberto I, l'isola pedonale meta privilegiata dello shopping cittadino e dello struscio domenicale assieme al Corso Dante (già Borgo) ed a tutta l'area circostante il porto (le Banchine San Domenico e Seminario, nonché, soprattutto nelle belle giornate, i bracci stessi del porto, in particolare dalla Capitaneria (sede della Guardia Costiera) al faro e, sul lato prospiciente il Santuario della Madonna dei Martiri, il molo Pennello) e poi Corso Margherita di Savoia, Via Sergio Pansini, Via Roma, Via Baccarini, Via Tenente Fiorino, Via De Luca, Via Massimo D'Azeglio, Via Galileo Galilei, Corso Fornari ed il Lungomare Marcantonio Colonna da cui si può ammirare il panorama sul mare verso Giovinazzo e uno dei più suggestivi scorci del centro storico, vale a dire il suo prospetto a picco sul mare chiuso dalla tondeggiante sagoma del torrione Passari. Altre vie nodali della città sono: Via Madonna dei Martiri, Via G. Mameli, Via Guglielmo Marconi, Via Felice Cavallotti, Via Alessandro Volta, Via Bari, Via Domenico Picca, Via Annunziata, Via Paniscotti, Viale Pio XI, Viale Don Minzoni, Viale Martiri della Resistenza.

Palazzo Giovene, cinquecentesco edificio oggi sede dell'amministrazione comunale, fu acquisito dall’omonima famiglia nel 1772. La facciata rinascimentale è caratterizzata da un importante portale costituito da una struttura in bassorilievo, munita di architrave, con effetto di "trompe l'oeil", terminante alla quota del marcadavanzale del piano superiore, con il portone inserito in un arco a tutto sesto; questo è incorniciato, lateralmente, da due piedistalli che reggono due colonne ioniche, sopra i quali si distinguono la statua di un guerriero e quella di un musico, rispettivamente alla destra ed alla sinistra di chi entra. Nel XIX secolo era stato dotato di un terzo piano fuori terra che costituì una delle principali cause del dissesto strutturale che lo rese inutilizzaabile per buona parte del XX secolo. Tale inutile, anzi dannosa, superfetazione fu demolita nel 1965, quindi il palazzo ha subito profondi interventi di restauro tra il 1976 ed il 1981. Il palazzo ospita, oltre la sede del Consiglio Comunale, anche, nel piano interrato, una Galleria di Arte Contemporanea dove sono conservate opere di importanti artisti locali, ed al piano terra la sala stampa annessa alla "sala Giunta", nonché una collezione di modelli in scala medio-grande dei più caratteristici mezzi da trasporto trainati da cavalli che erano tipici del territorio prima della diffusione dell'automobile e dei mezzi consimili, oltre all'Ufficio per le Relazioni col Pubblico. Nella sala del Consiglio hanno trovato posto, lungo le pareti, i ritratti della Galleria degli Uomini illustri Molfettesi che prima del restauro di questo edificio erano esposti, stretti uno accanto all'altro, alla quota di imposta della volta a padiglione nella sala degli specchi del vecchio palazzo del Municipio, all'isolato accanto a questa ultima sede.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale obbligò nel 1915 lo spostamento della sede del Seminario Regionale, fondato nel 1908 da Papa Pio X, da Lecce a Molfetta. Dopo un ulteriore e breve spostamento di sede a Terlizzi, il Seminario Regionale fece ritorno a Molfetta nel 1918 nei locali del Seminario Vescovile, dove rimase fino al 1925. Tuttavia esigenze di nuovi spazi costrinsero la progettazione di un nuovo Seminario. I lavori, iniziati nel 1925, si protrassero per un anno e mezzo; l'inaugurazione del nuovo Seminario Regionale, intitolato a Pio XI avvenne il 4 novembre 1926.

Dotato di una facciata sobria e dignitosa, il Palazzo del Seminario Regionale presenta un interno molto spazioso, da cui si diparte un massiccio scalone centrale, lateralmente al quale si accede ad un porticato che introduce ad un chiostro delimitato da colonne di stile romanico. Al centro di questo è collocata una fontana in ferro fuso costituita da due vasche sovrapposte. Il Seminario, in cui i giovani di tutta la Puglia vengono formati in vista dell'Ordine sacro del presbiterato, ospita al suo interno, dal 1957, anche una biblioteca e una ricca raccolta museale.

Di particolare interesse a Molfetta il così detto Pulo, grande sprofondamento di origine carsica localizzato a pochi chilometri dal centro urbano di Molfetta.

A seguito del terremoto in Irpinia, del 23 novembre del 1980, la cavità carsica appena fuori l'abitato, e che da diversi anni veniva utilizzato nel periodo natalizio come ideale cornice scenografica per la messa in scena del "presepio vivente", fu dichiarata inagibile e chiusa alla pubblica fruizione per motivi di sicurezza. Finalmente nel 1995 si sono potuti iniziare i lavori di ristrutturazione per far fronte ai danni causati dalle scosse.

Con il termine Pulo si indicano generalmente doline carsiche di grandi dimensioni munite di almeno un inghiottitoio, che può essere palese od occulto. In particolare il Pulo di Molfetta si differenzia dagli altri per essere una dolina di crollo, originata dal collasso della volta di una grande cavità sotterranea o di più grotte in epoche successive.

Le pareti del Pulo sono costellate da numerose cavità e cunicoli che denotano l'intensa attività carsica di cui sono state protagoniste insieme al potente acquifero di cui verosimilmente facevano parte. In tutte le grotte, però, essendo assente lo stillicidio delle acque, non si rinvengono formazioni di stalattiti e stalagmiti. Il salnitro che si rinviene nelle grotte sotto forma di incrostazioni ed efflorescenze biancastre, che rivestono vaste superfici all'interno delle stesse, ne fece per pochi decenni, tra il 1785 ed i primi del XIX secolo, una "miniera" di questo materiale che le contemporanee ricerche nel mondo della Chimica degli Elementi avevano individuato come componente essenziale della polvere da sparo. Pertanto, su Regio decreto del sovrano Borbone dell'epoca, fu autorizzata la costruzione in loco di una "nitriera", cioè di una fabbrica di polvere da sparo, proprio a pochi passi dal luogo di estrazione, poiché era particolarmente idoneo sia per motivi di sicurezza delle lavorazioni (lontano dal centro abitato), sia per motivi militari, essendo il sito sufficientemente occultato alla vista dei più.

Il Pulo inoltre è caratterizzato da vegetazione spontanea esclusiva di questo habitat (mirabilmente classificata dal botanico molfettese G. Muscati) accanto a piante introdotte dall'uomo nel corso dei millenni (melograni, fichi, fichi d'India, ecc.).

Molfetta è raggiungibile: - a mezzo automobilistico, attraverso l'autostrada A 14 Bologna-Taranto, l'autostrada A 16 Bari-Napoli, la strada statale 16 Bologna-Lecce, la strada provinciale 112 (da Terlzzi) e da tutti i paesi limitrofi: Giovinazzo e Bisceglie attraverso il tracciato della vecchia Statale 16, Ruvo mediante la relativa strada comunale e Corato dalla strada vicinale Coppe, - a mezzo ferroviario, con fermata presso la locale stazione delle Ferrovie dello Stato. - Non disponendo, poi, di aeroporto nel proprio territorio, Molfetta può tuttavia godere dello scalo di Bari-Palese dal quale dista poco più di 20 km (molto meno, in linea d'aria).

Il primo vero e funzionale porto di cui la città di Molfetta poté godere fu eretto verso il 1550, per volontà di Carlo V, allorquando si effettuarono lavori di ampliamento e di riparazione del vecchio molo, all'epoca (e fino alla prima metà del XIX secolo) localizzato presso la Cala San Giacomo, insenatura naturale subito a nord del Santuario della Madonna dei Martiri.

Agli anni che intercorrono fra il 1841 e il 1849 risale la costruzione dei primi due moli indipendenti di San Corrado e San Michele. Eretto nel 1857 il faro e dopo che si ebbe provveduto al congiungimento dei succitati due moli nel 1880, nel 1882 si diede inizio all’edificazione del molo foraneo. Alcune eccezionali mareggiate, verificatesi fra il 1910 e il 1949, resero necessario un generale riassetto del porto e perciò si decise la costruzione una diga di protezione in direzione nord-est del porto.

Il moderno porto di Molfetta, esteso per 364.000 m² e suddiviso in un bacino esterno di 229.000 m² e un avamporto interno, ha uno sviluppo costiero di 2.355 m, di cui 1.395 rappresentati da banchine operative. Del porto - dotato peraltro di una diga foranea, realizzata nel 1951, che offre riparo dai venti di maestrale e tramontana e che funge da frangiflutti - il più ampio molo è senz’altro quello di levante, lungo 950 m, che si articola in tre bracci: Molo San Corrado, Molo San Michele e Molo San Vincenzo, detto anche foraneo. Nel febbraio 2008 sono iniziati i lavori per il nuovo porto commerciale.

Il porto ospita, oltre a navi mercantili e a piccole imbarcazioni da diporto, i motopescherecci che hanno reso famosa nel mondo la marineria molfettese, che ormeggiano presso i moli San Michele, San Corrado e San Domenico. Vi sono inoltre 5 banchine galleggianti destinate alle barchette da pesca con 140 punti di attracco totali.

La gastronomia molfettese è molto vasta, comprende piatti semplici, rustici, e piatti più raffinati, atti a conquistare l'interesse ed il piacere dei buongustai. Essendo Molfetta una città marittima, i piatti tradizionali Molfettesi non possono che essere a base di pesce; tra questi ricordiamo il famoso "ci(e)mbott(e)" che consiste in una zuppa di pesce fresco di scoglio cotto in acqua aggiunta ad un soffritto di pomodori freschi, aglio e prezzemolo in olio extravergine d'oliva.

Consuetudine alimentare dei molfettesi, tranne che nel periodo in cui vige il fermo biologico, è mangiare sia frutti di mare (dai ricci alle cozze, dalle capesante alle ostriche, dai taratuffi alle cozze pelose, ecc.) che pesce crudo. Alici crude intere (quelle più minuscole) o spinate (talvolta marinate mettendole a macerare in olio e limone), le "am(e)rosche" (piccolissimi pesciolini, poco più che avannotti), le "agh(e)stenèdde" (triglie di piccolissima taglia, dette cosi' perché si pescavano tra la fine di agosto e la metà di settembre), "al(e)cedd(e)" e "sarachedd(e)" (alici e salacchine), "pulp' a' tenèri(e)dde" (piccoli polpi che vengono inteneriti arricciandoli a mano) ed infine "salìp(e)ce" (piccoli gamberetti) sono tutti usualmente consumati senza cottura.

Tra i primi piatti caratteristici troviamo gli "strascenète" (orecchiette), pasta a base di semola, che vengono principalmente preparate con cime di rapa o al ragù di maiale. Troviamo anche "u' tridde", una pasta per brodo fatta a mano con semola, uova, prezzemolo e formaggio, che si presenta in sfoglie sottili spezzettate a mano. Le altre specialità molfettesi vengono preparate in occasione delle festività. Per la Pasqua troviamo "la scarcèdd(e)", un dolce cui si danno le forme più varie (sempre attinenti al periodo pasquale) fatto di pasta frolla farcito con marmellate (di fichi, di ciliegie o di uva) rigorosamente fatte in casa e pasta di mandorle e ricoperto di zucchero fondente, decorato con confetti di vari colori, ovetti di cioccolato o anche uova sode.

Una tradizione gastronomica che si rinnova ogni anno il Venerdì Santo è mangiare "u pizzari(e)dde", filoncino farcito con tonno e capperi. Per il periodo natalizio vengono preparati diverse varietà di dolci, principalmente a base di pasta di mandorle e pasta frolla tra cui "cart(e)ddate", "calz(e)ngicchie", "ses(e)mi(e)dde", "spume di mandorla", "occhi di Santa Lucia", "mestazzul(e)", "canigliate" e piccole imitazioni di frutti a base di "pasta reale". Non ultimo l'ottimo, raffinatissimo, "latte di mandorle".

Per la vigilia del Santo Natale il menù tradizionale comprende: rape bollite condite con olio e limone, frittelle o "calzone" (focaccia ripiena con cipolle lessate, olive, cavolfiori, merluzzo e vari condimenti). Durante i vari periodi dell'anno, secondo le stagioni, le massaie molfettesi usano preparare delle conserve sott'olio con pomodori, peperoni, melanzane e carciofi.

Il Museo-Pinacoteca "Achille Salvucci" è situato nei locali del Seminario Vescovile, nel centro storico della città, restaurato e destinato a tale utilizzo nell'ultimo decennio del XX secolo. Il museo ospita reperti provenienti da varie campagne di scavo effettuate sull'onda degli "entusiasmi ottocenteschi", nel Pulo ed in altri siti archeologici circostanti. Il primo nucleo museale è da ricondurre all'operato degli ecclesiastici molfettesi, i quali accumularono il materiale archeologico proveniente dal Pulo; in seguito nel 1881 il vescovo diocesano Filippo Giudice Caracciolo espose alla pubblica fruizione i reperti. Il secondo nucleo del Museo è legato al nome di un altro insigne sacerdote, Francesco Samarelli, che tra il 1908 e il 1910 scandagliò alcune località nell'agro di Molfetta rinvenendo manufatti litici e ceramici cronologicamente e culturalmente assimilabili a quelli del Pulo. Dopo un lungo periodo di stasi, il 23 ottobre 1976 si istituì con decreto il Museo Diocesano, aperto al pubblico dal 1980.

Allestita nel 1996 nel Palazzo Comunale, la raccolta comprende circa 60 opere di artisti, molti provenienti da Molfetta. Accanto a Maestri di fama internazionale, come Renato Guttuso, l'esposizione comprende opere di artisti molfettesi a cominciare da Michele e Liborio Romano, Franco d'Ingeo, Natale Addamiano, Michele Paloscia e Anna Rita Spezzacatena. Un'intera sala è dedicata a Leonardo Minervini dove sono esposti 11 dipinti tra cui il "Ritratto di Minervini" realizzato dal suo maestro Carlo Siviero nel 1936.

La Biblioteca Comunale, intitolata al suo fondatore l’arcidiacono Giovanni Panunzio (1828 - 1913), promotore dell’istruzione pubblica a Molfetta e primo preside del locale Liceo Classico.

Panunzio donò la propria biblioteca al Comune che, con atto dell’8 aprile 1922, la acquisì aggiungendovi i circa 1500 volumi appartenuti alle case religiose soppresse e le destinò, come sede provvisoria, alcune aule del Liceo con l’impegno di costruire una sede apposita.

Ordinato e catalogato il patrimonio librario, la biblioteca fu aperta al pubblico nel 1927. A causa degli eventi bellici, nel 1944 fu trasferita in un seminterrato di via Vittorio Emanuele.

Ripresa l’attività nel 1951, la biblioteca da allora continua ad operare e ad adempiere al tuo ruolo di depositaria della cultura locale. Essa infatti è l'unica regolarmente e continuativamente aperta al pubblico e costituisce il principale punto di riferimento per la documentazione e l’informazione non solo nel proprio ambito territoriale. Quella comunale è una biblioteca ad indirizzo prevalentemente umanistico caratterizzata dalla stratificazione di fondi librari eterogenei, provenienti dalle varie donazioni susseguitesi nel tempo.

Uno dei motori dell’economia molfettese è, fin dalle origini, l'attività peschereccia, oggi in triste declino per le mutate condizioni socio-economiche. Per quanto attiene al settore primario, la città inoltre contava su un'industria attivamente sviluppata nei settori: agricolo, ortofrutticolo, oleario, della floricoltura, dei derivati degli olii al solfuro (olio di sansa), delle tegole in cotto. In via di trasformazione e sviluppo, sono, poi, i settori informatico e commerciale soprattutto verso i Paesi Emergenti, mentre le industrie cantieristica, enologica, e delle paste alimentari, un tempo fiorenti, ora segnano il passo, vinte dalla concorrenza a livello nazionale. L'unico in grado di far fronte all'agguerrita concorrenza, nonostante la drastica riduzione degli uliveti a causa della costruzione della Zona ASI, è il settore oleario, con la presenza di due oleifici cooperativi e di vari impianti oggi ubicati quasi tutti nell'Area di Sviluppo Industriale. Divengono sempre meno, tuttavia, le produzioni di olio extravergine di oliva, retaggio di un passato ben più ricco, dato l'altissimo numero di antichi frantoi oleari presenti nel tessuto cittadino, anche in zone molto centrali della città, almeno fino a tutto il primo dopoguerra. Degna di nota è, poi, la produzione di olio biologico di altissima qualità (premiato a più riprese nelle manifestazioni ad esso dedicato). Sempre maggiore importanza assume la floricoltura.

Come predetto primaria è stata, fino all'ultimo decennio del XX secolo, l'attività del porto il cui sviluppo non si è limitato al settore ittico, bensì anche in quelli: cantieristico, commerciale e nautico da diporto. La pesca, polo storicamente trainante, nonostante le note difficoltà che ne hanno frenato negli ultimi anni la tenuta, ha sempre rappresentato uno degli assi primari dell’economia cittadina.

Altro settore sviluppato dell'economia molfettese è quello della speculazione edilizia. Pur in drammatico calo demografico (la città contava meno di 60.000 abitanti nel 2001 )il centro pugliese ha dato slancio ad un imponente piano edile teso all'edificazione di numerosi alloggi ed aree residenziali sufficienti ad ospitare una popolazione di 120.000 abitanti secondo le antiche previsioni del piano regolatore. Quantunque i risultati immediati siano piuttosto deludenti, si intravede l'esplosione della bolla speculativa che negli anni passati aveva fatto di Molfetta una delle città con i valori immobiliari più alti della Puglia.

La ridotta estensione dell’agro di Molfetta e la sua bassa coltivabilità hanno molto limitato e penalizzato l’espansione agricola, che non ha quindi mai avuto un particolare rilievo economico, a parte alcune produzioni mirate come quella olivicola (a tutt'oggi ancora la sussistenza di numerose famiglie è affidata alla stagionalità della raccolta delle olive da olio) ed a colture orticole di nicchia, come quella dei cosiddetti cas(e)ridde, anche questa, ormai "esportata" nel Leccese. Infine, ma non ultimo, favorito da un lacerante abusivismo diffuso e dai ripetuti condoni, negli ultimi anni si assiste al fenomeno che sta rendendo la campagna sempre di più simile ad una città diffusa. Lo sviluppo e l'espansione della Zona artigianale e boaria prima, e dell'ASI (Area di Sviluppo Industriale), poi, hanno dato il colpo finale, decimando in maniera significativa gli uliveti a nord-ovest dell'abitato, fino al confine con il territorio (e l'area industriale) di Bisceglie.

Si auspica che con l'apertura del nuovo mercato ortofrutticolo si ingeneri una generosa crescita del settore primario assicurandogli una nuova e superiore importanza.

Analogamente si spera che anche la recente e controversa apertura della Città della Moda (o Molfetta Outlet o, ancora, cosiddetto Fashion District) ed il recentissimo lancio del Centro Commerciale Ipercoop-Mongolfiera possano contribuire ad un incremento del prodotto cittadino lordo senza peraltro penalizzare i commercianti del settore presenti con le loro aziende, spesso da anni, nel tessuto urbano.

Le sorti dell'economia molfettese sono oggi affidate all’incremento industriale sia per la possibilità di produrre nuova occupazione, sia per l'occasione di impiegare risorse umane e finanziarie presenti a diversi gradi sul territorio.

I molfettesi attribuiscono una attenzione tutta particolare al culto delle tradizioni pasquali, adeguatamente celebrate e che portano in paese un clima di preghiera e riflessione. La Quaresima è ricca di momenti di celebrazione, che si concentrano nelle chiese di Santo Stefano, a cura dell'omonima confraternita, e del Purgatorio, a cura dell'Arciconfraternita della Morte.

I primi quattro venerdì di Quaresima, nella chiesa di Santo Stefano, si contemplano i misteri del dolore: Gesù che prega nell'orto degli ulivi, Gesù flagellato, Gesù coronato di spine, Gesù sale al Calvario carico della Croce. In queste celebrazioni, viene proposto l'ascolto di meditazioni cantate e non su questi misteri.

Le prime quattro domeniche di Quaresima, presso la chiesa del Purgatorio si tiene, invece, il Pio Esercizio in onore della Pietà. Anche in questa occasione viene proposto l'ascolto di meditazioni cantate e non. Durante il corso della Quaresima, la banda cittadina esegue, presso la sua sede, le prove delle marce funebri che fanno da accompagnamento alla tre processioni della Settimana Santa. Le marce funebri sono in parte di autori locali (Valente, Calò, Peruzzi tra i più noti, tutti di fine '800) ed in parte di autori di fama nazionale come Chopin, Giuseppe Verdi, Gioachino Rossini, Raffaele Caravaglios, Vella, Petrella. Hanno un andamento molto orecchiabile e conciliano sia col clima di preghiera e di devozione, sia col passo ondeggiante e molto corto dei portatori dei simulacri.

La città di Molfetta ha un antico e forte legame con il mare e sin dalla prima metà del XIX secolo i lavoratori del mare hanno eletto la Madonna dei Martiri, venerata nell’omonimo santuario, a loro protettrice. Quello molfettese è infatti un popolo marinaio: migliaia erano i molfettesi impiegati nella flotta peschereccia locale che comprendeva centinaia di battelli. L’8 settembre 1846 la statua della Vergine, opera dello scultore napoletano Giuseppe Verzella, fu posta su due bilancelle a vela e trasportata fino alla banchina dell'antico Seminario, accanto al "Duomo vecchio".

Da questa iniziale consuetudine prese piede la tradizione della Sagra a mare, che si ripete annualmente con grandissimo concorso di popolo, compreso un numero considerevole di emigrati, che per l’occasione tornano da tutto il mondo nel paese natio. Anche oggi che, con la crisi, il numero dei pescherecci si é paurosamente assottigliato, il privilegio di essere scelti per il percorso a mare della processione costituisce motivo di orgoglio, ma anche di grande responsabilità, per gli equipaggi delle barche prescelte. La festa della Madonna, come da quel lontano 1846, si esplica in tre giorni della prima decade di settembre (7, 8, 9) e coincide con la Fiera di Molfetta, accordata nel 1395 da Ladislao di Durazzo. Occasione per secoli di proficui scambi commerciali, la Fiera della Madonna dei Martiri si è trasformata, negli anni del "benessere", in una variopinta e gioiosa festa cittadina che culmina, nelle serate principali, con un appassionante concorso di fuochi pirotecnici tra i migliori maestri artigiani del settore. Tale spettacolo coinvolge ogni anno migliaia di persone di tutte le età, anche provenienti da altre città, disposte ad affrontare ingorghi paurosi e code snervanti, pur di riuscire a conquistare il posto più idoneo per goderlo al meglio e commentarlo poi con grande competenza.

Lo Stadio Comunale Paolo Poli, in cui gareggia la squadra cittadina del Molfetta Calcio, fu realizzato nel 1923 sul suolo della vetreria del padre di Paolo Poli; la struttura è intitolata a quest’ultimo, eroicamente scomparso durante il primo conflitto mondiale. Nel 1953 fu realizzata ed inaugurata la tribuna dello stadio con solenne celebrazione di monsignor Achille Salvucci e di Giosuè Poli, fratello di Paolo. Nell’estate del 1994 venne altresì realizzato un nuovo e moderno impianto di illuminazione (inaugurato in un incontro con l'andriese Fidelis Andria) che diede lustro allo storico stadio. L’impianto, di forma ovoidale in quanto comprende, all'esterno del campo di calcio vero e proprio, una pista di atletica, è munito di una grossa gradinata, del settore dedicato ai tifosi delle squadre ospiti e di un’ampia tribuna.

All'interno della suo ampio recinto delimitato da un'alta muratura in tufo trovano spazio anche gli impianti gestiti dal locale circolo del Tennis, il Tennis Club Molfetta, consistenti in due campi in terra rossa, spogliatoi e una modesta struttura a gradinata.

Dal 2003 Molfetta si è finalmente dotata anche di una piscina comunale che è stata immediatamente fatta propria dai cittadini che l'attendevano da tempo immemorabile.

Molfetta, già dotata di due palazzetti dello Sport, il primo, del tutto insufficiente per le esigenze della cittadinanza, ubicato nei pressi del Campo Sportivo Paolo Poli e l'altro, dedicato in particolare agli incontri di Basket e di Hockey su pista, era carente di una struttura dimensionata in maniera tale da poter accogliere sia il vasto pubblico che segue le locali compagini, sia manifestazioni di più ampio respiro.

Questa annosa carenza si è colmata con il completamento, nel 2004, del nuovissimo Palazzetto dello Sport "Giosuè Poli", ubicato nella prima zona 167, tra via Terlizzi e via Ruvo, tra la via dedicata ai Martiri di Via Fani e la Parrocchia di S. Achille, punto di riferimento religioso del quartiere.

La Molfetta Calcio - in origine Molfetta Sportiva, fondata nel 1917 e che giunse a livelli agonistici a cui nessun'altra associazione sportiva calcistica cittadina è più approdata – nacque negli anni novanta sotto la presidenza di Sergio Azzollini.

Ad oggi il Mofetta Calcio milita nel campionato d’eccellenza regionale, riscuotendo soddisfacenti successi sportivi.

Il 25 giugno i due presidenti, Spezzacatena e De Nicolò, hanno ceduto il titolo sportivo di Eccellenza all'ASD Putignano per 100.000 €, lasciando la tifoseria in mano alle altre squadre minori del paese, il Bari Sport e il Milan Club in Seconda Categoria, il Mazzola, il Kaleidos, il Libertas Sparlotti, il Virtus e l'Atletico in Terza, nell'ultima serie.

La Nuova Virtus Molfetta (nota attualmente come Centro Auto Ford Molfetta), massima squadra di basket cittadina, nacque nel 1998, grazie ad un gruppo di appassionati di basket , guidati da Andrea Bellifemine, Pietro Stoia, Leonardo Scardigno e Pinuccio Facchini.

L'associazione esordì nel campionato di Promozione maschile nella stagione 1999-2000, con 21 successi in 22 incontri, ma venne sconfitta nella finale play-off contro l’Olimpia Altamura.

Nella stagione successiva la Virtus riuscì ad essere promossa in serie D, sconfiggendo la Fortitudo Trani in finale.

Con l'acquisto da parte della dirigenza dei diritti di accesso alla serie C1 di una squadra tarantina, la Virtus Molfetta è riuscita dopo pochi anni ad essere promossa nel campionato superiore di B2.

Nella stagione 2006/2007 la Virtus, nonostante fosse matricola nel nuovo campionato, è riuscita ad approdare sino alle semifinali non riuscendo tuttavia a superarle in quanto eliminata dalla Mach20 Potenza.

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Cappella Madonna della Rosa (Molfetta)

La Cappella della Madonna della Rosa si trova a Molfetta.

La chiesa-torre della Madonna della Rosa, dotata di caditoia, pozzo, cisterna è situata a Molfetta sulla via del Mino, sulla provinciale per Bitonto, risale al primo Cinquecento. Lo si deduce da una notizia riportata da Francesco Samarelli nell’opuscolo Chiese e cappelle esistenti a Molfetta (1941), dove si legge che nel biennio 1549-1550 le entrate e le uscite all’amministrazione della chiesetta erano sottoposte al visto di un “razionale” (oggi diremmo contabile o revisore dei conti).

Chi s’incaricava di rappresentare un ente o un ordine, di trattarne gli affari e provvedere alle necessità dei beni posseduti, erano i procuratori. Per conto del Capitolo della Cattedrale nel 1581 i procuratori di S. Maria della Rosa erano i canonici Cesare Monno e Giovan Battista Schifosa, che il 30 marzo di quell’anno dichiararono di aver ricevuto dal “sacristano” don Giovanni di Pinto un calice, sul cui pomo c’era il nome di don Renzo Volpicella, un camice di tela con l’amitto e una pianeta di “ormesino verde” per officiare nella cappella rurale. É quanto si ricava da una ricevuta dell’Archivio Diocesano, rinvenuta nell’aprile 1982 dall’insegnante Elena Altomare e passata a don Leonardo Minervini, che lo pubblicò sul settimanale “Luce e Vita” con una breve premessa.

Perché la chiesetta ha quell’intitolazione? Ce lo spiega Antonio Salvemini nel suo Saggio storico della città di Molfetta (1878): “Vien detta della Rosa per ragione delle rose che la Madre ed il Figlio hanno nelle mani e che simboleggiano quella rosa dell’ardente carità materna che Maria dimostra continuamente di avere verso dei suoi figli, come la saluta la Chiesa tuttodì nei divini ufficii col titolo di Rosa mistica”.

La meditazione e l’ascesi possibili nel raccoglimento della cappella immersa nel silenzio dei campi spiegano la richiesta di concessione della chiesa-torre, per la fondazione e l’uso di una grancia gerolamina, avanzata nel XVII secolo al Capitolo molfettese da parte di eremiti di S. Girolamo forestieri. Addirittura – ci fanno sapere Corrado Pappagallo e Corrado Pisani – nel 1649 un genovese, Giovanni Sambuceto, volle per testamento essere sepolto nella chiesetta di S. Maria della Rosa, lasciando un’elemosina di quattro ducati e mezzo e fra Giovan Lonardo Sciancalepore, che serviva nella cappella. E le sue volontà testamentarie furono rigorosamente rispettate, visto che nel primo “Registro dei morti” della Cattedrale, sotto lo stesso anno, risulta una inumazione in Sancta Maria rosarum, come desumo da un libro di don Luigi de Palma sulla Confraternita della Morte.

É la prima volta che il titolo della chiesa riporta il plurale “delle rose”, perché di solito si riscontra, come s’è visto, il singolare. E il dato è confermato dal dialetto, che ammette soltanto Mêdónnë dë la Róësë (Madonna della Rosa), appunto. Il dialetto, a sua volta, richiama la tradizione popolare della gita fuori porta a la Mêdónnë dë la Róësë, di cui abbiamo notizie certe dal primo Ottocento.

Nel 1842 l’usanza era già consolidata, come documenta Michele Romano nel suo saggio storico: “Nel terzo giorno dopo la Pasqua si accorre alla Madonna della Rosa, senza intervento del Clero, ma del popolo”. Infatti, il martedì di Pasqua, posto fra le ricorrenze religiose come Aqua sapientiae, col bel tempo era d’obbligo la scampagnata a S. Maria della Rosa, per divertirsi e mangiare il calzone, l’agnello al forno e la frutta secca.

In seguito alle innovazioni liturgiche introdotte da Pio XII alla fine del 1955 per la celebrazione della Settimana Santa, la tradizionale passeggiata campestre è stata anticipata alla Pasquetta, venendo a coincidere, anche per motivi legati alla ridistribuzione delle ferie lavorative, col Lunedì dell'Angelo. Questa è la prima delle cosiddette fiëstë dë rë nëcìëddë o dë rë scarcìëddë (feste delle nocelle o delle scarselle), che vanno pure sotto il nome di fiëstë chênnêràutë (feste goderecce), dove le nocciole, le novelline americane e le scarselle la fanno da padrone.

Attualmente è sede della omonima parrocchia Madonna della Rosa alle prese con la costruzione del nuovo complesso parrocchiale.

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Pulo di Molfetta

L'ampio anfiteatro naturale del Pulo di Molfetta.

Il Pulo di Molfetta è una caratteristica dolina da crollo di origine carsica che si trova a circa 1,5 km dal centro della città di Molfetta, in direzione sud-ovest, creatasi per il cedimento della volta di una o più grotte sprofondate in tempi geologici lontani. La causa è da attribuirsi probabilmente ad un forte sisma oppure all'eccessivo assottigliamento del tetto, provocato da una imponente erosione carsica, tale da non consentire più la resistenza statica al peso delle rocce sovrastanti. Tale processo é tuttora "in fieri" ed é per questo che alla prossima riapertura del sito al pubblico sarà espressamente vietato non solo entrare nelle grotte, ma anche accostarsi alle pareti (dalle quali il rischio di caduta pietre é sempre presente, anche per la semplice azione meccanica dei rami mossi dal vento o per l'accidentale passaggio di piccoli animali, anche semplicemente di una lucertola!).

Questa grande voragine si apre, improvvisamente, tra i campi coltivati, nel suolo calcareo con le pareti praticamente verticali che mostrano con grande evidenza le ordinate giaciture delle stratificazioni geologiche sovrappostesi durante il lunghissimo processo di deposizione e successiva diagenizzazione dei sedimenti calcarei che originarono la formazione del basamento calcareo la cui emersione ha dato origine alla Puglia, processo che viene concordemente datato dai geologi tra i 250 milioni ed i 60 milioni di anni fa. Nelle pareti a strapiombo si aprono gli spechi di innumerevoli grotte su vari livelli, molte delle quali intercomunicanti anche in senso verticale, tutte censite e catalogate con rigore scientifico nel corso degli studi che, a varie riprese, hanno interessato questo sito sin dal XVIII secolo.

Nel Neolitico il sito archeologico del Pulo di Molfetta era luogo piuttosto frequentato da popolazioni che vivevano nei pressi della dolina, probabilmente in capanne, come si evince dai numerosi resti rinvenuti nei dintorni, soprattutto nel cosiddetto fondo Azzollini, dal nome del proprietario del terreno in cui nel 1800 avvenne la interessante scoperta archeologica. Ancora degna di nota è la circostanza che verso il termine del XVIII secolo sull'erboso fondo del Pulo fu autorizzata dal governo borbonico una nitriera, cioè una vera e propria fabbrica - i cui resti sono stati oggetto di un recente restauro - in cui veniva prodotta polvere da sparo a partire dal salnitro, sale contenente azoto (N) e potassio (K), individuato tra i sedimenti del sito dal canonico Giuseppe Maria Giovene, grande studioso naturalista, molto attivo in quei tempi di grande influenza del Positivismo.

In seguito al disastroso terremoto del 23 novembre 1980, noto come il terremoto dell'Irpinia, i cui effetti si fecero sentire in maniera pesante anche a tanti chilometri di distanza, nelle grotte si verificarono numerosi crolli e cedimenti strutturali che ne minarono l'assetto statico tanto da determinarne la chiusura al pubblico. Successivamente si ebbe l'intervento da parte degli Enti competenti al fine della messa in sicurezza del sito e del suo recupero funzionale alla fruizione da parte del pubblico, prevista per la fine del 2008.

La sua forma è subcircolare, appena ellittica, con diametro variabile da un massimo di circa 180 m a un minimo intorno ai 170 m). La profondità massima è di circa 30 m . La sua relativa vicinanza alla costa (poco meno di un chilometro, in linea d'aria) fa sì che il livello della falda acquifera sottostante si attesti a non oltre 10 m al di sotto del piano di sedime attuale, come verificato da recenti studi effettuati nel corso del restauro storico-archeologico e recupero funzionale ad opera dell'Amministrazione Provinciale e raccolti nel testo pubblicato nel 2007 a cura della dott.ssa Francesca Radina, a documentazione del lavoro svolto, riportato nelle note a seguire.

Esso é il più piccolo dei tre più noti "puli" della provincia di Bari, ma non per questo meno interessante. Le pareti sono costituite da calcari del cretaceo, mentre sul fondo della dolina la roccia calcarea residuale dei crolli è ricoperta da spessi strati di materiale detritico e alluvionale (che ne occultano la naturale via di allontanamento delle acque meteoriche, generalmente costituita da un inghiottitoio) accumulatosi non solo nel corso delle ere geologiche, ma anche ad opera della intensa opera estrattiva della "nitriera" a cavallo degli ultimi anni del XVIII secolo ed il primo decennio del XIX, anche se si puo' dire che dopo soli sette anni, dal 1784 (gennaio) al 1791, l'attività estrattiva non sia stata più economicamente remunerativa. Non si può escludere che l'attività di cava sia stata estesa anche ad un versante della dolina, precisamente quello che si presenta con una pendenza più addolcita, rispetto a quella delle pareti contigue, quasi tutte strapiombanti. Tale ipotesi deriva da una immagine dei luoghi giuntaci attraverso uno degli "schizzi" disegnati dall'illustratore inglese Hawkins durante la visita svolta nel 1788 insieme ad un suo connazionale ed allo studioso naturalista tedesco Zimmermann, sotto la guida dell'instancabile canonico Giovene.

Catasto dell'Agenzia del Territorio di Bari.

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Bisceglie

Panorama di Bisceglie

Bisceglie ("Vscègghiə" nel dialetto locale) è un comune di oltre 54mila abitanti della provincia di Barletta-Andria-Trani, posto a 16 m s. l. m. sulla costa del basso Adriatico. Rispetto al capoluogo di regione, Bari, è situato ad una distanza di circa 34,5 km. È un importante centro agricolo, con industrie manifatturiere. Sono fiorenti le attività commerciali e turistiche.

Il clima è mite di tipo mediterraneo.

Il comune fino al giugno 2009 rientra nella provincia di Bari e da tale data confluirà nella nuova provincia di Barletta-Andria-Trani.

Il territorio di Bisceglie fu abitato sin da epoche remote, tesi affermata dalla presenza di numerosi dolmen, il più notevole dei quali é quello della "Chianca". La città, fondata dai Normanni nell'XI secolo, fu assoggettata nel 1042 al dominio di Roberto il Guiscardo, che la donò a Pietro, Conte di Trani. Ebbe floridezza nel periodo Angioino, in feudo ai del Balzo, attraverso una cospicua flotta mercantile con cui commerciava oltre che con i centri costieri del basso Adriatico, anche con i principali porti della Dalmazia e con Trieste. Spentasi questa famiglia, passò a Lucrezia Borgia e dopo la morte di suo marito, Alfonso d'Aragona, al loro figlio Rodrigo.

Nel 1512 tornò alla corona spagnola che la ampliò attraverso un nuovo sistema di fortificazioni. Notevoli sono le testimonianze dell'illustre passato: la chiesa di Santa Margherita del XII secolo in stile romanico pugliese, il castello normanno con la torre maestra, l'abazia di S. Adoeno del XI secolo, e la cattedrale in stile romanico pugliese, iniziata alla fine del sec. XI e consacrata nel 1295, recentemente restaurata.

È rappresentato da una quercia dorata disposta su uno scudo rosso sovrastato da una corona e racchiuso da un incrocio di rami di alloro (sinistra) e di quercia (destra) annodati da un tricolore alla base. La quercia, che rimanda anche ad una possibile origine etimologica del nome Bisceglie, fu donata alla città come simbolo di fedeltà da Carlo II d'Angiò.

Le ipotesi riguardo l'etimologia del nome Bisceglie sono principalmente due: una attribuibile a Pompeo Sarnelli, vescovo di Bisceglie, che avanzò l'ipotesi del nome "vigiliae", ossia "sentinella", attribuitole dai Romani per il suo ruolo di vedetta sull'Adriatico (tuttavia la presenza militare in zona, in epoca romana, non è mai stata accertata); l'altra riguarderebbe una trasposizione erronea della voce dialettale "vescègghie", ossia viscile, varietà di quercia diffusa nella zona.

Tra le località di interesse naturalistico si cita la Zona Pantano-Ripalta, inserita nel Foglio 177 tav. IV S.O. della Carta d'Italia (I.G.M.). Essa occupa un’area pari a 685 ettari nel territorio costiero tra i comuni di Bisceglie e Molfetta (BA). La zona è definita e descritta nel Decreto Ministeriale del 1° agosto 1985, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana del 06/02/1986, n. 30 (dichiarazione di notevole interesse pubblico di una zona costiera a sud di Bisceglie sita nei comuni di Bisceglie e di Molfetta).

Rappresenta, a seguito della sua sostanziale integrità paesaggistica, un elemento morfologico e strutturale di grande importanza per la definizione olistica del paesaggio costiero e carsico pugliese. Il paesaggio vegetale, guardato nel suo insieme, è caratterizzato da campi agricoli: dominano l’olivo, il mandorlo, i vigneti con impianto a tendone e gli orti disalberati, segno evidente che la mano dei coltivatori ha contribuito non poco a trasformare il luogo, un tempo completamente ricoperto da vegetazione tipica delle zone umide e della macchia mediterranea.

Lo scenario è inesorabilmente destinato a cambiare in quanto i campi coltivati sono progressivamente abbandonati e sostituiti da ampie distese d’erbacce o da villini abbelliti da piante ornamentali di pregio, ma estranee all'ambiente tipico del litorale pugliese.

Bisceglie ha una squadra di calcio che milita in Eccellenza, una squadra di calcio a cinque in serie A nazionale (Bisceglie Calcio a 5), ed una in B nazionale (Olimpiadi calcio a 5), diverse squadre di basket, la A.S.D. Olimpia Bisceglie, in serie C dilettanti maschile, la Top Service Bisceglie, in Promozione maschile, la "Tonino Caggianelli", in serie B femminile e Prima Divisione maschile e una squadra di pallavolo femminile (A.S.D. Sportilia volley) in serie C.

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Source : Wikipedia