Modena

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Tags : modena, emilia-romagna, italia

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Duomo di Modena

Un frammento marmoreo dalla Cattedrale vecchia

Il duomo di Modena è la prima chiesa della città e dell'Arcidiocesi di Modena-Nonantola. Capolavoro dello stile romanico, la cattedrale è stata edificata dall'architetto Lanfranco nel sito del sepolcro di san Geminiano, patrono di Modena, dove in precedenza, a partire dal V secolo, erano state già erette due chiese. Nella cripta del duomo si trovano le reliquie del santo, conservate in una semplice urna del IV secolo ricoperta da una lastra di pietra e sorretta da colonne di spoglio. Il sarcofago, custodito entro una teca di cristallo, viene aperto ogni anno in occasione della festa del santo stesso (31 gennaio) e le spoglie del santo, rivestite degli abiti vescovili con accanto il pastorale, vengono esposte alla devozione dei fedeli.

A fianco del duomo sorge la torre campanaria detta la Ghirlandina.

Il duomo di Modena, la Ghirlandina e la piazza Grande sono stati dichiarati patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 1997.

L'antica Mutina era una fiorente colonia romana sulla via Emilia, che nell'alto medioevo era andata quasi completamente distrutta a causa di invasioni, terremoti e di alluvioni, tanto che gli abitanti erano stati costretti ad abbandonare la città per trasferirsi in una località longobarda dotata di mura, che prese il nome di "Cittanova", oggi frazione del comune di Modena.

Il vescovo tuttavia continuò a risiedere presso la chiesa principale di Mutina, dove erano conservate le spoglie del santo patrono; col tempo attorno alla chiesa (che sorgeva all'esterno delle mura romane) si venne a formare un nucleo abitativo, che diventò, ed è ancora oggi, il centro di Modena, seguendo un andamento a raggiera lungo le vie d'acqua che attraversavano la città.

Nella metà dell'XI secolo la prima chiesa venne sostituita da una più grande, la quale tuttavia, per le scarse capacità dei costruttori, minacciava di crollare già verso la fine del secolo, quando il popolo decise di costruirne una nuova. In quel periodo, caratterizzato dalla lotta fra papato e impero per l'investitura dei vescovi, la città, pur facendo parte dei domini di Matilde di Canossa, era stata governata saldamente dal potente vescovo Eriberto, che però fu scomunicato nel 1081 da Gregorio VII per le sue simpatie per l'antipapa Clemente III e per l'imperatore. La sede vescovile restò allora vacante per diversi anni a causa dell'impossibilita per il papa di trovare un candidato gradito al popolo e al partito imperiale.

Il popolo, che avvertiva la necessità di mettere mano ad una nuova chiesa, approfittando anche dell'assenza del vescovo, decise di costruire una nuova grande cattedrale, cosicché quando il nuovo vescovo Dodone, nominato pur con qualche difficoltà nel 1100 da papa Urbano II, riuscì a farsi accettare da tutti e giunse a Modena, trovò il cantiere del nuovo Duomo già aperto.

La decisione presa dal popolo, in piena indipendenza rispetto ai poteri imperiali ed ecclesiastici, è indicativa dell'aspirazione all'autogoverno e alla libertà dei modenesi. Il Duomo rappresenta dunque il simbolo della rivendicazione di autonomia e libertà di una comunità devota ma insofferente allo strapotere sia imperiale che ecclesiastico, che sfociò qualche tempo dopo nella costituzione del libero Comune (1135).

Una lapide murata all'esterno dell'abside maggiore riporta come data di fondazione della nuova cattedrale modenese il 23 maggio 1099, e indica anche il nome dell'architetto, Lanfranco, maestro ingenio clarus doctus et aptus operis princeps huius rectorque magister ("famoso per ingegno, sapiente e esperto, direttore e maestro di questa costruzione").

La nuova cattedrale, secondo il documento di poco successivo al 1106 della Relatio de innovatione ecclesie Sancti Geminiani (del canonico Aimone, conservato nell'Archivio Capitolare), fu fortemente voluta dalla popolazione (quindi non solo dagli ecclesiastici) al posto della precedente chiesa, terminata appena trent'anni prima e situata in posizione sfasata, più o meno con le absidi dove oggi si trovano la facciata e la prima parte della navata. Si riporta anche come diede l'assenso all'opera ed il proprio appoggio anche la contessa Matilde di Canossa.

Lanfranco venne a Modena accompagnato da un gruppo di valenti muratori e lapicidi (i cosiddetti Maestri Comacini, cioè provenienti da località del lago di Como) che si misero subito al lavoro.

A Lanfranco si dovette affiancare presto lo scultore Wiligelmo, ricordato da un'analoga lapide sul lato opposto della chiesa, il quale non solo lavorò assieme ai suoi allievi e seguaci alla decorazione scultorea della chiesa, ma forse si occupò anche dell'architettura, iniziando i lavori dalla facciata, mentre Lanfranco (o comunque un altro gruppo di lavoro) partì dalle absidi.

La doppia partenza in senso inverso dei lavori è avallata, oltre che dalle due lapidi, anche da un'irregolarità, molto probabilmente dovuta a errori di calcolo, in quello che dovette essere il punto d'incontro: sul fianco meridionale verso la Piazza Grande la serie di loggette s'interrompe e si interpone una bifora, sormontata da un arco cieco più basso e stretto. La corda di questo arco misura 2,67 m., mentre tutte gli altri hanno una lunghezza di 3,74. Altrettanto si verifica sul fianco nord, dove però l'irregolarità è meno evidente perché mascherata da un successivo rimaneggiamento.

Questi errori di misurazione sono frequenti nelle costruzioni pre-romaniche, romaniche ed anche, seppur attenuate, in quelle gotiche: muri e pareti con qualche gobba, arcate e intercolumni di diverse dimensioni, decorazioni a fregio con sbalzi, ecc. Va osservato che gli architetti medievali non davano eccessivo valore alla simmetria e alle proporzioni, prevalendo su queste la ricerca dell'animazione plastica.

Per la costruzione del duomo attuale vennero usati in parte materiali ricavati dai ruderi di edifici di epoca romana. Quando ormai le fondamenta avevano raggiunto la superficie del suolo, ci si accorse che i materiali raccolti non sarebbero bastati per l'intera costruzione, ma, come afferma il cronista Aimone, "per divina ispirazione" si cominciò a scavare poco lontano dal cantiere mettendo in luce inaspettatamente una necropoli romana ricca di pietre e di marmi che, levigati o scolpiti, vennero utilizzati nella costruzione dell'edificio. Il largo impiego di marmi romani è evidenziato da figure e iscrizioni che si trovano qua e là nelle lastre che ricoprono il Duomo e la torre campanaria e dai leoni stilofori certamente di origine romana del portale maggiore e della Porta dei principi, i primi del genere a venire impiegati in un edificio medievale.

I lavori edili andarono avanti alacremente procedendo nel frattempo la demolizione di parti della vecchia cattedrale per fare posto alla nuova, sicché nel 1106 la costruzione era già coperta e si poté traslare il corpo del Santo patrono da ciò che restava ancora della vecchia chiesa dove era sepolto alla cripta della nuova basilica. Questa cerimonia avvenne in forma solenne alla presenza del papa Pasquale II, di vescovi e abati, della contessa Matilde e del popolo, attento e vigile durante la ricognizione del sepolcro e la traslazione nel timore che vi potessero essere furti di reliquie, allora oggetto di fiorente commercio.

Un terribile terremoto sconvolse nel 1117 l'area padana. Il duomo di Modena fu però risparmiato e ciò lo fece diventare motivo di ispirazione per gli architetti che costruirono e riammodernarono importanti edifici come le cattedrali di Ferrara, Piacenza, Parma o l'abbazia di Nonantola.

Demolita poi completamente la vecchia cattedrale, i lavori continuarono ed entro il terzo decennio del XII secolo il lavoro dei successori di Lanfranco e Wiligelmo si era concluso.

A Lanfranco e Wiligelmo subentrarono a partire dal 1167 alcuni seguaci e le maestranze campionesi, provenienti anch'esse dal nord della Lombardia, precisamente da Campione d'Italia, oggi enclave italiana in Svizzera, da cui il nome.

I Maestri Campionesi erano stati chiamati per completare la cattedrale e, soprattutto, per costruire la torre campanaria. A loro si devono buona parte delle decorazioni interne, ma anche diversi interventi strutturali quali l'apertura delle due porte della facciata ai lati del portale maggiore e la costruzione del grande rosone gotico al centro della facciata, che comportò un intervento al secondo piano del protiro del portale maggiore. Fu inoltre modificato il presbiterio, con la costruzione del mirabile pontile riccamente da loro decorato, e venne aperta la grandiosa Porta Regia sulla Piazza Grande, anch'essa non prevista da Lanfranco (il nome di Regia, non significa del re, ma deriva dal termine del latino medioevale rege che significa porta principale di un edificio), vicina alla Porta dei principi, anch'essa sulla piazza e già presente nel progetto iniziale, che trae il proprio nome dalla presenza di due principi nella decorazione dell'architrave. La monumentalità della Porta Regia conferì al fianco meridionale l'aspetto di una seconda facciata.

Ai Maestri Campionesi sono anche attribuibili gli Arcangeli Gabriele e Michele posti uno alla sommità del tetto della facciata e l'altro su quello dell'abside centrale. L'attività dei Campionesi continuò per tre generazioni, come testimonia nel 1322 la realizzazione del pulpito interno da parte di Enrico da Campione. Poiché le cronache registrano nel 1319 il compimento ad opera dello stesso Enrico da Campione della cuspide della Ghirlandina, si può datare intorno alla metà del XIV secolo la partenza dalla città dei Campionesi.

Gli interventi successivi più importanti sono nel XV secolo, quando fra il 1437 e il 1455 si nascose con volte a crociera l'originaria copertura a capriate lignee, forse voluta dai committenti timorosi che succedesse quanto era avvenuto alle volte del duomo precedente, che avevano palesato presto vistose lesioni.

Nel XVIII secolo venne modificata l'abside centrale della cripta, entro cui si trova il sepolcro di San Geminiano: grazie al lascito testamentario di un canonico le pareti vennero rivestite di marmi rari e preziosi, le finestre chiuse da preziose e sottili lastre di onice, le volte vennero rifatte e decorate con stucchi ed altri materiali. In quell'occasione fu fabbricato anche una nuova e preziosa urna funeraria del santo, mentre l'altare che la precede fu recintato con una balaustra marmorea.

Come recita una lapide murata a fianco dell'altare, vennero realizzati in quel periodo i candelabri e le lampade d'argento oggi conservati nel Museo del Duomo, offerti dall'allora duca di Modena Rinaldo I d'Este, che era stato cardinale rinunciatario della porpora per sposarsi ed assumere il governo della città, essendo morto senza lasciare figli legittimi suo fratello Alfonso IV d'Este.

Un altro intervento importante si ebbe dalla fine dell'Ottocento ai primi del Novecento quando si abbassò di una ventina di centimetri il pavimento per dare maggiore slancio all'interno e si liberarono i fianchi del Duomo delle costruzioni che, nel tempo, si erano venute ad appoggiarvisi, tra le quali i due muri trasversali dotati di archi a sesto acuto che collegavano il duomo alla Ghirlandina e alla sagrestia; in quell'occasione si costruì un nuovo passaggio sopraelevato per la sagrestia in uno stile che richiama il romanico.

In occasione di questo restauro si commissionò a un modesto pittore modenese l'incarico di dipingere l'interno superiore delle absidi ed egli assolse il compito effettuando affreschi che imitano i mosaici bizantini.

Nel 1936 si ricostruirono le guglie a loggetta che sovrastano i pilastri della facciata cadute per il terremoto del 1797 e mai ricollocate in loco. Nel 1944 una parte del lato sud venne parzialmente danneggiata da un bombardamento e presto restaurata. Alla fine del Novecento si provvide poi ad un'accurata pulitura delle sculture e della superficie esterna restituendo al Duomo il caratteristico colore bianco che era stato offuscato dalla polvere e dallo smog.

Sempre in questi anni, grazie ad un lascito testamentario, si sono potute costruire ed installare tre porte in bronzo per i portali della facciata. Queste porte non riscossero però l'approvazione di buona parte dei cittadini, che le giudicavano troppo moderne e non in armonia con la facciata. La polemica divampò ed investì anche la critica d'arte nazionale, cosicché il Capitolo del Duomo tornò sulla sua decisione, facendo rimuovere le porte in bronzo e rimettendo le vecchie e anonime porte in legno.

Attualmente sono in corso lavori di consolidamento delle fondamenta per prevenire possibili danni alla struttura. Si é infatti constatato qualche, sia pur lieve, cedimento e un avvicinamento millimetrico della Ghirlandina al Duomo, causati dal traffico che corre vicino o da un abbassamento della falda acquifera sottostante.

Tra il 2007 e il 2008 il duomo è sottoposto a restauro consolidativo. Sono state sostituite alcune travi portanti piuttosto degradate, e si sono riparate fessure nella muratura. Si è inoltre proceduto a restaurare il rosone, che si è constatato essere piuttosto traballante, sia per quanto riguarda le colonnine (smontate e rimontate una ad una) che per quanto riguarda le vetrate policrome quattrocentesche; queste ultime in particolare hanno subito approfondite analisi eseguite dall'università di Padova, volte ad identificare le parti non originali rimpiazzate spesso malamente col passare dei secoli (e delle guerre) da vetri di scarsa qualità, col fine di sostituirle definitivamente con materiali più consoni.

A tutt'oggi (settembre 2008) è iniziato il lento smantellamento dei ponteggi della fiancata settentrionale, completamente ristrutturata, ripulita e rinsaldata; per quanto riguarda la facciata si suppone che i ponteggi resteranno in piedi ancora per un po', in quanto è intenzione cogliere l'occasione per restaurare anche i bassorilievi di Wiligelmo raffiguranti le Storie della Genesi (lo necessitano soprattutto quelli ai fianchi del portale principale). Stessa sorte toccherà anche alla fiancata meridionale, quella che dà sulla Piazza Grande, anch'essa risultata bisognosa di cure e che quindi a breve verrà coperta.

La chiesa è a tre navate prive di transetto e con un presbiterio (l'area dove si trova l'altare liturgico) in posizione sopraelevata, che suggerisce la presenza della cripta. A ciascuna navata corrisponde un'abside. La copertura era anticamente a capriate lignee e venne sostituita con volte a crociera a sesto acuto soltanto durante il XV secolo.

La navata centrale presenta quattro grandi campate, di lunghezza doppia rispetto a quelle nelle navate laterali (che sono quindi otto).

Le pareti che separano le navate sono scandite da archi a tutto sesto, poggianti su pilastri compositi alternati a colonne, ed articolate da triplici arcate nel triforio, dove si simula un matroneo inesistente ripreso da modelli carolingi e ottoniani, e strette finestre nel cleristorio, dalle quali filtra la luce.

L'uso di pilastri e colonne alternati è di solito funzionale alla costruzione delle volte, perché le volte della campata centrale, più ampie e pesanti, poggiano su pilastri, mentre le volte delle navate laterali scaricano su colonne o pilastri più piccoli. Nel caso del Duomo di Modena, all'epoca della costruzione, la scelta fu puramente stilistica, essendo anticamente coperta da capriate. Esistevano comunque quattro campate già delimitate da arconi, che ancora attraversano la navata e che creavano un ritmo nella struttura parietale, sottolineato anche dalle paraste che prolungano i pilastri, dalle membrature degli archi a tutto sesto e dalle trifore.

All'esterno l'articolazione dello spazio riflette quella interna, una teoria di loggette ad altezza di "matroneo", cinge tutto il perimetro del Duomo, racchiuse da arcate cieche. Questo motivo dà ritmo all'edifico scandendo l'articolazione dello spazio con un gioco di chiaroscuri.

La facciata è a spioventi che riflettono la forma interna delle navate, con soffitti ad altezze diverse. Due poderose paraste dividono la facciata in tre campiture.

Il centro è dominato dal portale maggiore, sovrastato da un protiro a due piani con un'edicola dalla volta a botte. Il protiro è retto da due leoni stilofori (cioè reggenti una colonna ciascuno) di epoca verosimilmente antica (forse copie di sculture romane). Viene qui ripresa l'allegoria tipicamente greca che faceva della colonna un simbolo dell'uomo: la colonna è posta infatti sopra il leone e sormontata a sua volta dal protiro tridimensionale, che rappresenta la Trinità. Ciò voleva significare che l'uomo è un essere intermedio a metà strada tra la divinità e l'animalità. Questo motivo di derivazione classica si ripete poi tutt’intorno all’edificio. Lo stesso modello è ripreso anche nella Porta Regia sul fianco.

I portali sono leggermente strombati e non presentano le lunette, mentre sono decorati da sculture gli altri elementi. Numerosi rilievi, tra i quali le quattro celebri pannelli con le Storie della Genesi di Wiligelmo, decorano la facciata.

Il grande rosone venne aggiunto nel XIII secolo assieme ai due portali laterali, che comportarono lo spostamento dei pannelli di Wiligelmo.

Notevoli sono le porte laterali, due sul fianco sud nella piazza Grande ed una su quello nord.

La Porta regia non esisteva nel Duomo di Lanfranco ed è opera dei maestri campionesi, databile fra il 1209 e il 1231 mentre si svolgevano anche i lavori nel presbiterio. Presenta all'esterno alcuni gradini ed è di marmo rosa, diverso dal colore bianco della superficie del Duomo. Minore, rispetto alle altre porte, è la sua decorazione scultorea, mentre molto maggiore è la sua imponenza architettonica: a strombo, delimitato da una serie di colonne tutte diverse, di cui le due prime di diametro maggiore sono sorrette da due grandi leoni stilofori, che stringono la preda fra le zampe e rappresentano nell'iconografia medioevale la lotta fra il diavolo e l'uomo o fra questo e Dio. Il tutto è sormontata da un imponente protiro.

La più piccola Porta dei Principi è ornata nell'architrave da un bassorilievo raffigurante episodi della vita di San Geminiano.

Sullo stesso lato sporge un pulpito opera del 1500-1501 di Giacomo da Ferrara e Paolo di Giacomo che ha sulla cassa i simboli degli Evangelisti.

Sul fianco settentrionale, in via Lanfranco, si trova la Porta della Pescheria, sormontata dal protiro retto da due colonne su leoni stilofori, che ha negli stipiti bassorilievi ispirati ai dodici mesi dell’anno e tralci vegetali abitati da animali reali e fantastici.

Le sculture del Duomo di Modena sono parte integrante del complesso monumentale e costituiscono la più importante testimonianza del rinascere dell'arte scultorea su scala monumentale in Italia, punto di partenza per i successivi sviluppi artistici nel Nord-Italia e oltre. I rilievi di Wiligelmo ne fanno il caposcuola della scultura romanica in Italia.

Come altre grandi cattedrali romaniche o gotiche, il duomo di Modena è stato definito "la Bibbia di pietra" o "la Bibbia dei poveri", perché, coi suoi simboli e le sue decorazioni scultoree, consentiva ai poveri e a tutti gli analfabeti di ricevere l'istruzione religiosa.

Anche la decorazione del portale centrale è certamente di Wiligelmo. Tra le raffigurazioni c'è quella di un tralcio di vite abitato che si sviluppa sugli stipiti, sulla architrave e sull'archivolto a simboleggiare che il fedele sta entrando nella "vigna del Signore", cioè nella redenzione.

All'interno degli stipiti sono le dodici figure di profeti che previdero la venuta di Cristo e sono simboli delle fondamenta della Chiesa; pregevoli i telamoni alla base degli stipiti, i capitelli delle semicolonne elicoidali e i profeti Enoc ed Elia che sostengono l'iscrizione dedicatoria della chiesa. Sempre di questo scultore sono i due genietti alati appoggiati su fiaccole rovesciate, certamente ripresi da modelli dell'antichità che egli doveva aver visto sui sarcofagi riemersi dalla necropoli romana, simboli funerari della morte e del lutto; accanto a quello di sinistra un uccello, che viene identificato con l'ibis, simbolo del cattivo cristiano, o col pellicano, che si richiama alla resurrezione di Cristo.

Per rendersi conto dello stile immediatamente precedente a Wiligelmo si possono vedere i capitelli di anonimi maestri lombardi nella cripta della cattedrale. La sua opera scultorea colpì certamente anche i suoi contemporanei che nell'iscrizione della famosa lapide con la data di fondazione del Duomo (con Enoc e Elia di Wiligelmo stesso), aggiunsero in caratteri più piccoli le sue lodi in latino medievale: "inter scultores quanto sis dignus onore - claret scultura nunc Wiligelme tua".

I simboli degli Evangelisti (il leone di San Marco, l'angelo di San Matteo, l'aquila di San Giovanni e il bue di San Luca) che i Campionesi spostarono al di sopra del rosone, sono vicini stilisticamente a Wiligelmo, ma sono attribuiti a un allievo, detto Maestro degli Evangelisti, che evidenzia un gusto più raffinato della forma, a scapito del vigore del suo maestro.

Alcuni critici pensano di attribuire le storie di San Geminiano a Wiligelmo stesso in tarda età, almeno per alcune parti dei bassorilievi che rappresentano scena della vita di San Geminiano, ma tale attribuzione è da scartare per l'assenza della tensione e della forza plastica che anima la scultura di Wiligelmo sulla facciata. Qui lo scultore non è più coinvolto, è distaccato dai fatti che rappresenta, è quasi un cronista o un fotografo che ci dà una serie di istantanee.

La porta fu gravemente danneggiata dal bombardamento della città del 1944 e ricostruita fedelmente ricomponendo i molti pezzi in cui era ridotta raccolti con cura da un giornalista locale e poi conservati in attesa del restauro. Anche uno dei due leoni di origine romana fu colpito e poi fedelmente ricostruito.

Queste immagini di vivace sapore popolare sono collegate ad ammonimenti cristiani. Per esempio nella scena del Funerale della volpe, al quale presero parte galline e polli che non si accorsero che la volpe era invece viva e che furono mangiati rappresenta un ammonimento contro l'Anticristo; in un'altra un'oca toglie un ossicino dalla bocca di un lupo per venire poi divorata, citazione dal Fisiologo.

La presenza del ciclo arturiano sull'archivolto è la prima nel continente europeo ed è anteriore alle redazione scritta in francese del ciclo bretone. I personaggi presentano nomi di origine bretone (risalenti all'antico o medio bretone) . Simboleggiavano la difesa della chiesa da parte dei crociati e sicuramente si erano diffuse fino in Italia grazie alla popolarità raggiunta tra i pellegrini medievali.

La porta venne decorata da un allievo di Wiligelmo, detto Maestro di Artù. Anche questo scultore, pur apprezzabile, non ha la forza espressiva e la tensione del suo maestro: i suoi telamoni nei capitelli non sono schiacciati dal peso che sopportano come quelli di Wiligelmo, il lavoro nelle allegorie dei mesi non è più come quello di Adamo ed Eva della lastra della facciata una condanna in espiazione del peccato, così pure non vi è drammaticità nella cavalcata della leggenda di re Artù, più simile ad una passeggiata che ad una battaglia. Tutto è più sereno e meno drammatico, e il rilievo è più piatto. Questa minore tensione e partecipazione dell'artista rispetto a Wiligelmo hanno fatto pensare all'influsso dell'arte borgognona.

L'ultimo intervento della scuola di Wiligelmo nei lavori di decorazione del Duomo prima dell'avvento dei Campionesi è quello relativo alle otto metope poste al disopra dei contrafforti esterni, opera di un seguace di Wiligelmo chiamato Maestro delle metope (1130 circa). Per sottrarle all'usura del tempo, furono trasportate nel Museo del Duomo e sostituite in loco da copie nel 1950. Vi sono raffigurate scene curiose, un vero unicum, con figure fantastiche in atteggiamenti originali e talora acrobatici, come le due donne sedute una delle quali è a testa all'ingiù. Si pensa che raffigurino gli abitanti delle regioni più remote della Terra, in attesa di ricevere il messaggio dell'evangelizzazione. Sono opera certamente di un grande scultore che, nella fermezza dei volumi e qualche altra consonanza si può ancora riferire a Wiligelmo, ma la resa è più minuziosa e raffinata, come nelle figurine su avorio: egli aveva ormai introdotto nella tradizione della scuola modenese elementi della scultura borgognona.

La scuola modenese degli allievi di Wiligelmo fu molto importante e influente nel nord d'Italia, come ad esempio nella chiesa abbaziale di San Silvestro nella vicina Nonantola.

Dopo Lanfranco e Wiligelmo, tra il XII e il XIV secolo il Duomo fu abbellito dai ripetuti interventi architettonici e scultorei di Anselmo da Campione e dei suoi allievi.

Oltre al rosone, l'altro intervento importante dei Campionesi, attribuito anch'esso ad Anselmo, è quello relativo al presbiterio sopraelevato, con la costruzione del pontile aggettante e sorretto da colonne che a loro volta poggiano su telamoni seduti e curvi sotto il peso e da leoni stilofori digrignanti e accucciati sulla preda. I capitelli delle colonne e delle mensole a sostegno del pontile sono attribuite ad Anselmo e ideologicamente si rifanno all'aspettativa di salvezza con le Storie di Daniele e Abacuc, le Storie di San Lorenzo, Sansone che smascella il leone e un Acrobata.

Di queste sculture non è noto l'autore che viene quindi chiamato Maestro della Passione. Il suo stile viene accostato a quello dei contemporanei scultori provenzali, così come quello degli allievi di Wiligelmo è avvicinato agli scultori borgognoni. Certamente nel Medioevo, grazie soprattutto ai grandi pellegrinaggi a Santiago de Compostela e Roma, i rapporti fra scuole diverse potevano verificarsi più facilmente di quel che oggi si potrebbe pensare nelle condizioni di allora. Va anche sottolineato il fatto che queste famiglie o compagnie di operatori edili, terminato il lavoro in una località che poteva interessare per la durata generazioni diverse, non si fermavano in quel posto, ma emigravano verso luoghi dove vi fossero nuove possibilità di lavoro. Non va escluso quindi che scultori lombardi abbiano operato anche in altre nazioni e, viceversa, scultori francesi abbiano operato in Italia.

Non è certamente di Wiligelmo, e nemmeno di un maestro campionese, l'altorilievo di Cristo in trono entro una mandorla posto al di sopra del rosone della facciata e sovrastato da una specie di baldacchino che, per motivi stilistici, è attribuito ad un Maestro del Redentore vissuto molto dopo gli inizi del XIII secolo.

Una lastra di marmo bianco posta dopo la Porta Regia, opera di Agostino di Duccio, è divisa in quattro parti, datata e firmata (1442), e tratta lo stesso argomento delle Storie di San Geminiano, limitando però la rappresentazione alla guarigione della figlia dell'imperatore e alla consegna dei doni, a cui si aggiungono le miracolose esequie del Santo alla presenza di San Severo, vescovo di Ravenna e la liberazione di Modena da Attila, che fa parte dell'agiografia tradizionale di San Geminiano: il Santo fece scendere sulla città all'improvviso una fittissima nebbia sì da occultare Modena ad Attila, che procedette senza entrarvi; dal punto di vista storico questo miracolo è improbabile, dal momento che Attila non si avvicinò a Modena e nemmeno oltrepassò il Po, essendosi fermato al Ticino, dove accettò la pace propostagli dal papa Leone, e anche a causa della stanchezza dei suoi uomini rientrò in Germania.

L'interno in mattoni rossi, suggestivo nella sua semplice austerità, conserva varie opere d'arte. Tra navata centrale e cripta è posto il pontile decorato dei Campionesi. Il pulpito centrale di Enrico da Campione (1322) è ornato di statuine in terracotta opera di plastici modenesi aggiunte nei secoli successivi. Pende sopra il pontile un notevole crocifisso ligneo dorato del XIII secolo.

Subito dopo l'ingresso nella navata settentrionale si erge a grandezza naturale e con le vesti e le insegne vescovili la statua lignea di San Geminiano, forse del XIV secolo, opera di un ignoto scultore. Più avanti sempre nella stessa navata il cosiddetto Altare delle statuine, una grandiosa ancona di terracotta risalente alla prima metà del Quattrocento, a forma di polittico gotico, opera di Michele di Niccolò Dini, detto anche Michele dello Scalcagna o Michele da Firenze, con figure di santi entro nicchie, una predella con scene della vita di Gesù e un alto e slanciato coronamento di pinnacoli. Al centro sopra l'altare è un piccolo dipinto su pietra della Madonna, in origine posto all'esterno.

Più avanti verso la Porta della Pescheria è la Pala di San Sebastiano della prima metà del Cinquecento di Dosso Dossi, considerata uno dei capolavori d'arte sacra del pittore. Mostra il santo quasi in estasi nonostante il martirio, che rivolge il capo alla Madonna e ai Santi su una nuvola che lo sovrasta. Evidenti sono gli influssi coloristici di Tiziano. Proseguendo ancora nella navata verso il presbiterio si può notare il sepolcro monumentale dell'abile condottiero di famiglia nobile modenese Claudio Rangoni, che fu al servizio dei Veneziani ed anche del re di Francia Francesco I e morì a soli 28 anni; risale a circa il 1542 e fu costruito su disegno di Giulio Romano.

All'inizio del presbiterio, già collocata all'esterno del Duomo presso la torre campanaria e trasferita all'interno nel 1897, si trova la statua di Agostino di Duccio che rappresenta il miracolo del Santo patrono che salva un bambino caduto dalla Ghirlandina acciuffandolo per i capelli (1442 circa).

Nel presbiterio si trova anche il mirabile coro ligneo intarsiato del 1461-1465 opera degli esponenti di una dinastia di provetti ebanisti, i fratelli Cristoforo e Lorenzo Canozi, detti da Lendinara. Dotati di una tecnica raffinata dimostrano negli stalli intarsiati abilità compositiva e notevoli doti prospettiche derivate dagli studi di Piero della Francesca. Di Cristoforo sono anche i quattro pannelli intarsiati in legno appesi alle pareti del presbiterio che si caratterizzano per la capacità di rappresentare le fisionomie dei ritratti dei quattro Evangelisti oggetto degli intarsi. Degli ultimi decenni del Trecento è il polittico del pittore modenese Serafino de' Serafini situato nell'abside di sinistra e rappresentante l'Incoronazione della Vergine, la crocefissione e Santi.

Sotto al polittico si trova una lastra marmorea con la croce e animali che si fronteggiano del IX secolo, che proviene dalla prima cattedrale poi andata distrutta.

All'ingresso della navata meridionale si trova un grande affresco attribuito a Cristoforo da Lendinara che, oltre che intarsiatore, fu anche pittore. L'affresco risalente circa al 1472-1476, fu scoperto casualmente nel 1822, ed è stato in parte danneggiato dai bombardamenti del 1944. Desumibile stilisticamente da Piero della Francesca contiene una Madonna aureolata d'oro che spicca fra Santi; in alto è rappresentato il Giudizio universale.

Più avanti si trova il presepe di Begarelli (1527), dalla notevole finezza nelle molte figure ispirate all'arte classica e dalla composizione scenografica; alle figure, già dipinte di bianco per simulare il marmo, in un recente restauro (che ha suscitato qualche critica dei modenesi, sempre attenti alle vicende del loro Duomo), è stato tolto il colore bianco, e ora appaiono del colore naturale della terracotta.

Vicino si trova anche il monumento funerario di Francesco Maria Molza, poeta di nobile famiglia modenese, opera del 1516 di Bartolomeo Spani che lavorò anche a Reggio Emilia e a Roma.

La cripta è una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate, cui si accede dalla navata centrale del Duomo scendendo alcuni gradini. Ad eccezione della parte con il sepolcro di San Geminiano modificata nel 1700, è rimasta inalterata da quando venne costruita tra il 1099 e il 1106.

Vi si trova la Madonna col Bambino, una servetta e due santi, forse raffiguranti i coniugi Porrini committenti del gruppo di terracotta dipinta di Guido Mazzoni del 1480. È detto gruppo Porrini o, anche, Madonna della Pappa per il gesto familiare della goffa fantesca che soffia su una ciotola per rendere la temperatura della pappa al giusto valore prima di darla al Bambino. Notevole è l'originalità del tema trattato ed il realismo delle figure di dimensioni uguali al vero.

Sono da ammirare i capitelli delle numerose colonne, tutti diversi per forma e dimensioni: pochi sono in stile corinzio, gli altri sono con leoni, sirene, animali fantasiosi ed uno con la Storia di San Lorenzo. Alcuni caratteri formali li assimilano alla scultura preromanica lombarda, si può quindi concludere che sono opera dei lapicidi che scesero a Modena al seguito di Lanfranco, i cosiddetti Maestri Comacini.

Sul pavimento e sulle pareti numerose lapidi funerarie portano i nomi dei vescovi di Modena qui sepolti accanto al loro santo predecessore. Una lapide posta sulla parete a fianco del gruppo della Madonna della pappa è la pietra tombale, rozzamente incisa, di una certa Gundeberga, "donna nobile e generosa", morta nel 570 e quindi proveniente dalla prima chiesa di San Geminiano.

Il Duomo di Modena è una testimonianza unica e straordinariamente ben conservata dello stile romanico in generale, sia all'esterno che all'interno. Fin dall'epoca dei Campionesi infatti, vennero sì inseriti alcuni elementi formali gotici, ma ciò si accorda perfettamente al romanico di Lanfranco e Wiligelmo, che domina incontrastato.

Il Duomo di Modena non subì questa sorte a causa del tempo, relativamente breve per quell'epoca, impiegato per il suo compimento, che non comportò il mutare dei gusti estetici del popolo e degli artisti, che non avrebbero sopportato la continuazione dei lavori secondo forme ormai passate di moda e non più gradite. Risale infatti al 1184 la definitiva consacrazione da parte di papa Lucio III, ad attestare che il Duomo era ormai completato in tutte le sue parti.

Restano altre cattedrali romaniche a Pavia, a Fidenza, a Piacenza, ecc., ma sono più tarde, mentre una diretta filiazione del suo stile è la Basilica di San Zeno a Verona, dove sono citati quasi tutti gli elementi architettonici, dalla facciata a spioventi tripartita, alla galleria di loggette (sebbene qui interpretata con doppie colonnine), ai grandi pannelli scultorei accanto al portale.

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Modena City Ramblers

I Modena City Ramblers (anche nella forma abbreviata M.C.R.) sono un gruppo musicale italiano nato nel 1991.

Autodefiniscono il proprio genere come combat folk, dichiarando sin dall'esordio il proprio amore per il folk irlandese, le cui sonorità rimangono comunque anche dopo il passaggio ad altri generi, soprattutto il rock.

Sin dai tempi in cui suonano solo musica irlandese, i Modena City Ramblers, come già i Pogues, utilizzano brani strumentali della tradizione popolare (irlandese, scozzese, celtica, e poi anche klezmer, balcanica, italiana...) come basi per loro brani o come riff o come assolo. Talvolta l'origine di questi brani è sconosciuta.

I Modena City Ramblers nascono nel 1991 da un gruppo di amici intenzionati a suonare la musica irlandese, senza alcuna pretesa.

Ne fanno parte "Albertone" Morselli, Giovanni Rubbiani e "Albertino"' Cottica già dei Lontano da dove, Chris Dennis ex Nomadi, Filippo Chieli, Franchino D'Aniello e Luciano Gaetani dell'Abazia dei folli. Il 17 marzo 1991, ricorrenza di San Patrizio, in occasione di un concerto in un locale di Modena, viene deciso il nome Modena City Ramblers: un omaggio ai Dublin City Ramblers, una specie di gruppo di "liscio irlandese", senza dimenticare le radici emiliane.. Il nome probabilmente deriva originariamente dal gruppo folk americano New Lost City Ramblers, formatosi nel 1958 a New York.

Nel 1992 arriva il bassista Massimo Ghiacci (ex Plutonium 99). La sera del 1 marzo viene effettuata la prima registrazione del gruppo nel disco On the First Day of March...Live Demo. Durante un concerto al Kalinka, un locale di Carpi, sale sul palco per la prima volta a cantare The Wild Rover Stefano "Cisco" Bellotti.. In questo periodo i Modena City Ramblers non sono un ensemble convenzionale ma una compagnia aperta (elemento che rimarrà in qualche modo in tutta la storia dei Ramblers, tanto che tutti i membri che hanno poi abbandonato la "formazione effettiva", eccetto Alberto Morselli, continuano a collaborare con il gruppo). Il concerto più importante è l'apertura del concerto dei Pogues a Modena, il repertorio si arricchisce, vengono accostati ai tradizionali irlandesi brani popolari italiani: Bella ciao, Fischia il vento, Contessa.

Nel 1993 i Modena City Ramblers mettono ordine in una formazione troppo caotica: "Albertone" Morselli e Cisco alla voce, Giovanni Rubbiani alla chitarra, "Albertino" Cottica alla fisarmonica, Franchino D'Aniello ai fiati, Luciano Gaetani al banjo, bouzouki, mandolino, Massimo "Ice" Ghiacci al basso, Marco Michelini (anch’egli ex dell'Abazia dei folli) al violino e Vania Buzzini al bodhran e ai cori. Registrano il demo Combat Folk sotto la produzione di Arcangelo "Kaba" Cavazzuti.

Nel 1994 pubblicano per la etichetta indipendente Helter Skelter di Roma Riportando tutto a casa. Al disco partecipano inoltre come ospiti gli ex Chris Dennis, Filippo Chieli e Vania Buzzini. Compare l’utilizzo del dialetto in alcune canzoni (I funerali di Berlinguer e The great song of indifference, cover di Bob Geldof) anche sull’onda dei torinesi Mau Mau; stilisticamente, non più solo Pogues e Waterboys ma anche Les Negresses Vertes e Mano Negra. Molto importante l’apporto dato da Albertino e Giovanni nella scrittura dei brani.

Il disco è un vero e proprio manifesto della cultura musicale del gruppo, si passa dall'Irlanda magica di In un giorno di pioggia alle terribili esperienze di casa nostra di Quarant'anni senza dimenticare la spensieratezza dei testi disimpegnati (The great song of indifference) e la dolcezza di Ninnananna. Il disco viene ripubblicato dalla Mescal, e viene aggiunta il bicchiere dell’addio in cui appare Bob Geldof, che verrà distribuito gratuitamente come singolo ai concerti a chi avesse la versione precedente del disco; fa inoltre il suo ingresso il primo batterista dei M.C.R. Roberto Zeno.

In questo periodo (1994-1995) i M.C.R. partecipano ad alcuni album: I disertori, tributo ad Ivano Fossati con Gli amanti d'Irlanda; a Tributo ad Augusto (Daolio) con L'atomica cinese, a Materiale resistente con Bella ciao compilation prodotta da Giovanni Lindo Ferretti dei C.S.I. insieme a gruppi del calibro di Africa Unite, Mau Mau, Gang e Skiantos, per il 50° anniversario della Liberazione. Alla fine dell'estate Albertone lascia il gruppo per disaccordi politici e musicali con il resto del gruppo, Cisco rimane l’unica voce.

Nel 1996 viene alla luce il secondo disco La grande famiglia con interventi di Paolo Rossi, Mara Redeghieri degli Ustmamò, Marino e Sandro Severini dei Gang. All’inizio del tour abbandonano il gruppo Gaetani e Michelini, che non accettano di lasciare i loro lavori (rispettivamente psicologo e impiegato in banca), sostituiti rispettivamente da Massimo Giuntini e Francesco Moneti, entrambi degli aretini Casa del Vento. Prendono parte al concerto del Primo maggio a Piazza S. Giovanni, a Roma e fanno una decina di date con Paolo Rossi.

Nel 1997 incidono Terra e libertà, che risente fortemente dei viaggi compiuti da Cisco in Patagonia e da Alberto e Giovanni in Messico e a Cuba, e chiaramente ispirato all’opera di Gabriel Garcia Marquez. I M.C.R. lavorano per sei mesi in sala prove. Al concetto del disco hanno contribuito anche gli incontri con Luis Sepúlveda, Paco Taibo o Daniel Chavarria, conosciuti nel 1997 grazie ai festival di letteratura, mentre sul piano musicale il modello sono i Mano Negra. La tournée si svolge nei palazzetti e culmina a Dicembre, quando suonano a Cuba davanti a 100.000 persone.

Nel 1998 il gruppo ha bisogno di recuperare una dimensione più "intima" del live e porta il tour nei club. A ottobre al Sisten Irish Pub di Novellara viene registrato Raccolti, album acustico con quindici classici e tre inediti (Notturno Camden Lock, A gh'è chi g'a' e La fiola dal paisan). Seguono nel 1999 un breve tour nei teatri senza Giuntini ma con ospite Luciano Gaetani: dieci brani dai concerti di Rimini e La Spezia, tra cui lo strumentale Richard Dwyer's Set e L'atomica cinese, finiscono ne Il resto raccolto, CD a tiratura limitata solo per il fan club.

I Ramblers compiono un viaggio in Irlanda per lavorare al quarto album, e poi all'Esagono dove incidono Fuori campo. Lo stile Ramblers non è più solo combat folk, ma come suggeriscono loro stessi nel titolo di una canzone di quest'album è celtica patchanka: non rinnegano le radici irlandesi, ma vi aggiungono quel meticciato musicale denominato patchanka dai Mano Negra. Il giorno dell’uscita dell’album Giovanni Rubbiani annuncia l’abbandono del gruppo. L'ultimo concerto con Giovanni come membro della società Modena City Ramblers è quello del capodanno del 2000 in Piazza Grande a Modena, insieme a Goran Bregović. Giovanni Rubbiani andrà a fondare i Caravane de Ville. Nel novembre 1999 viene pubblicato Combat Folk - L’italia ai tempi dei Modena City Ramblers, un libro firmato da Paolo Ferrari e Paolo Verri in cui il gruppo racconta la propria esperienza. I M.C.R. incidono Madre Terra per A come Ambiente, una compilation del quotidiano La Stampa.

Nel maggio 2000 anche Albertino abbandona i Modena City Ramblers, per dedicarsi al progetto, già attivo da tempo, dei Fiamma Fumana. Nel tour estivo ritornano Luciano Gaetani e Massimo Giuntini e fa il suo ingresso come membro effettivo, dopo 5 album all’attivo come produttore, Kaba, come secondo batterista-percussionista. In autunno il viaggio in Sud Africa, per una collaborazione con la band etno-folk-fusion Landscape Prayers (Lontano e Un mondo che balla). Massimo Ghiacci e Franco D'Aniello producono Pazienza santa dei Paulem di cui fa parte anche l'ex rambler Luciano Gaetani.

Nel febbraio 2001 Cisco incide con gli amici Casa del Vento il disco 900. Nella primavera del 2001 nasce il progetto Gang City Ramblers che congiunge due generazioni di combat-(folk)-rockers i Modena City Ramblers con i Gang dei fratelli Severini, sullo stesso palco a interpretare brani delle due formazioni. Il 25 aprile dello stesso anno i due gruppi si esibiscono in un indimenticabile concerto a Macerata in una Piazza Mazzini stracolma di oltre 6.000 persone arrivate da tutti gli angoli della Regione.

I M.C.R. si chiudono poi in studio a Napoli prodotti da Enzo Soulfingers Rizzo per l’album Radio Rebelde, il primo non prodotto da Kaba, che verrà pubblicato nel febbraio 2002. Il disco risente dei fatti del G8 di Genova e dell'11 settembre. Dopo il ritiro di Massimo Giuntini, si aggiunge Luca “Gabibbo“ Giacometti, ex Mocogno Rovers e membro dei Cormac. Durante il tour invernale è ospite anche Giovanni Rubbiani.

Nel gennaio 2003 suonano in Chiapas e Guatemala, c'è infine l'innesto del fisarmonicista Daniele Contardo (già Abesibè e Tupamaros).

Nel 2004 pubblicano l'EP Gocce, legato al progetto della Coop Acqua per la pace, che contiene l’inedito Al Fiòmm, presente anche nel successivo album in una diversa produzione. Sotto la guida di Max Casacci dei Subsonica i Ramblers incidono ¡Viva la vida, muera la muerte!. Sempre nel 2004 viene pubblicato un DVD, Clan banlieue - Grande famiglia in movimento, con interviste, filmati storici dal vivo e non, e tutti i videoclip.

Nel 2005, come ideale continuazione di Materiale resistente, i M.C.R. chiamano a raccolta gli amici e registrano un album di canti sulla Resistenza: Appunti partigiani, in cui rileggono brani propri, tradizionali e di altri gruppi in chiave Ramblers. L’album esce in aprile, nel 60° anniversario della Liberazione. La canzone Ebano vince il premio Amnesty – Voci per la libertà, assegnato da Amnesty International.

Dopo 14 anni Stefano "Cisco" Bellotti lascia il gruppo, ma i Ramblers non si perdono d’animo, non fanno provini ma chiamano a dividere la pesante eredità di Cisco due amici: il sassolese Davide "Dudu" Morandi (ex Mocogno Rovers) già presente nei cori di Riportando tutto a casa e nella foto di copertina di La grande famiglia, che aveva già cantato dal vivo con i Ramblers agli esordi , e la correggese Betty Vezzani, che ha cantato con i Cormac e nel progetto folk Beyond the wire con Luca Giacometti , oltre allo spettacolo Le Ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini, musicato da Giovanna Marini. Per testare la nuova formazione i M.C.R. fanno una breve tournée nei club che vede il battesimo al Fuori Orario di Taneto di Gattatico (RE) il 3 marzo 2006.

Durante il tradizionale concerto del 1° maggio a Roma il gruppo si esibisce cantando la tradizionale canzone di protesta del movimento operaio "Contessa" (nel loro repertorio sin dal demo tape Combat Folk, ma da tempo abbandonata dal vivo perché ritenuta ambigua ) cambiando le parole di alcune strofe, attenuandone i caratteri più duri del linguaggio che la caratterizza. Dopo il concerto è nata una polemica sulla modifica del testo, soprattutto dopo l'intervento dell'autore della canzone Paolo Pietrangeli che in un articolo su Liberazione prendeva le distanze dall'iniziativa dichiarando di aver negato sin dall'inizio il consenso ai Modena City Ramblers per qualsiasi modifica al testo. Dopo questo episodio il gruppo ha definitivamente eliminato Contessa dal suo repertorio live, nel disco successivo pubblicano "Mia dolce rivoluzionaria", una canzone che contrappone alla ortodossia di Contessa la posizione dei Ramblers: ora servono nuove parole perché la risposta ora è più complicata.

Il 3 novembre 2006 esce l'album Dopo il lungo inverno sotto la produzione di Peter Walsh, che vede ospiti Terry Woods (componente dei The Pogues, già membro degli Sweeney's Men e Steeleye Span), la brass band macedone Original Kocani Orkestar, Massimiliano Fabianelli, fisarmonicista con i Ramblers in tour l'anno precedente, il quartetto d’archi reggiano Koiné di cui fa parte Filippo Chieli, la cantante Lucia Tarì e l'armonicista Enzo Ciliberti.

Nel febbraio 2007 i Ramblers tornano in studio insieme a Terry Woods, presso il Bunker di Rubiera, per incidere il loro primo disco destinato al mercato straniero (cui era stato dato il titolo provvisorio: Tunes from the Bunker): conterrà alcune canzoni dei Ramblers, vecchie e nuove, tra cui Bella ciao, tradotte in inglese e spagnolo, cantate da Betty Vezzani e Davide Morandi. Ospite ancora Massimiliano Fabianelli, Franco D'Aniello suona per la prima volta il sassofono.

Nel marzo 2007 viene pubblicato Tre colori, il nuovo album del cantautore rock Graziano Romani, che vede i Ramblers ospiti, sia come singoli che nella formazione completa, nei brani Corre buon sangue, Stesso viaggio stessa città, Spiriti liberi.

Il 6 ottobre 2007 muore in un incidente stradale Luca "Gabibbo" Giacometti. Il 13 ottobre 2007 a Castelnuovo Rangone (MO), per commemorare la scomparsa di Luca Giacometti, Davide Morandi, Franco D'Aniello e Massimo Ghiacci partecipano come ospiti ad un concerto dell'ex cantante Stefano "Cisco" Bellotti. Davide e Cisco duettano di nuovo sullo stesso palco.

Il 25 gennaio 2008 è uscito in Italia distribuito da Mescal e in Olanda, Svizzera, Francia, Lussemburgo, Austria e Germania, distribuito da Universal il primo disco dei MCR destinato al mercato straniero, dal titolo Bella ciao - Italian Combat Folk for the Masses e prodotto da Terry Woods, contenente brani dei MCR riarrangiati, reincisi, in alcuni casi tradotti in inglese, più un inedito: il tradizionale americano di evidente origine irlandese Roisin the Bow. In primavera intraprenderanno un tour che li porterà in numerose capitali europee. Nel marzo 2009 è prevista l'uscita di un nuovo disco di inediti Onda libera, accompagnato da un DVD che conterrà i brani registrati dal vivo il 5 febbraio 6 febbraio 2009 presso il Piccolo Teatro della Martesana di Cassina de' Pecchi (Milano).

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Modena

Panorama di Modena

Modena (Mòdna in modenese, dall'etrusco Mutna, mutato poi in Mutina dai romani) è un comune di circa 180 mila abitanti capoluogo dell'omonima provincia. È stata capitale dal 1598 e per diversi secoli del ducato degli Este (fino all'annessione al Regno d'Italia nel 1859) ed è un'antica sede universitaria ed arcivescovile. Dal 1947 la città è anche sede dell'Accademia Militare dell'Esercito e dell'Arma dei Carabinieri.

Il Duomo, la Torre Civica (Ghirlandina) e la Piazza Grande della città sono state dichiarate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

La città si trova circa al centro della provincia di cui è capoluogo, nella Val Padana. Due fiumi la circondano senza peraltro attraversarla: il Secchia e il Panaro, la cui importanza per la città è testimoniata anche dalla presenza della Fontana dei due fiumi, dello scultore modenese Giuseppe Graziosi, situata in Largo Garibaldi.

Nasce all'interno della città il canale Naviglio, che sfocia nel fiume Panaro all'altezza di Bomporto.

Le prime propaggini dell'appennino modenese si trovano circa 10 km a sud della città, già fuori del territorio comunale.

La città, e soprattutto la sua area metropolitana, è economicamente una delle maggiori realtà europee. Infatti, nella provincia hanno sede importanti industrie alimentari (tra cui Grandi Salumifici Italiani, Cremonini e Fini, centri di produzione del Parmigiano Reggiano e della lavorazione del maiale - a cui Castelnuovo Rangone, il cuore di questo settore, ha dedicato addirittura un monumento -), metalmeccaniche (Modena può essere considerata la capitale mondiale dell'automobilismo sportivo con le sedi della Ferrari a Maranello, della Maserati in città, De Tomaso in periferia e Pagani a San Cesario, e fino a pochi anni fa, la Bugatti a Campogalliano), delle ceramiche (Sassuolo), tessili (Carpi) e del settore biomedico (Mirandola).

Fino alla metà del XIX secolo, la città aveva due darsene: una interna alle mura, nell'attuale Corso Vittorio Emanuele, ed una esterna (il bacino) all'altezza del cavalcaferrovia della Sacca, interrata nel 1936. Dei canali di Modena rimane traccia nei nomi delle strade, in particolare nel Centro Storico: esistono infatti vie chiamate Canal Grande, Canal Chiaro, Canalino, Canaletto e così via.

Nel 1949 venne costruito, subito fuori delle mura, un Aerautodromo, con le funzioni di pista di volo per usi commerciali e pista di gare internazionali di auto e moto e di prova per le industrie automobilistiche locali di allora (Ferrari, Maserati e Stanguellini). È rimasto in uso sino al 1962 ma anche molto oltre per le gare motociclistiche ed esibizioni varie attinenti ai motori. Ora al suo posto vi è un grande parco dedicato ad Enzo Ferrari.

Il clima è tipicamente padano con influssi subcontinentali, con inverni freddi e nebbiosi (temperature medie minime sotto lo zero), e moderatamente nevosi con 25 cm medi annui di accumulo, ed estati afose con punte massime ben al di sopra di 35°.

Anticamente fu un insediamento etrusco, poi gallico (Galli Boi), quindi, nel 183 a.C., colonia romana, col nome di Mutina. Questo toponimo viene messo in relazione con l'etrusco "mutna", o "mutana", "tomba", a sua volta forse derivato da una radice anteriore che dà nome ad un "rialzo di terreno", una "collina". Successivamente Modena venne abbandonata fra il V e il VII secolo, causa le numerose inondazioni dei fiumi Secchia e Panaro, gli abitanti si rifugiarono nel vicino borgo più a ovest, Cittanova. Tornò a ripopolarsi gradualmente intorno alla sede vescovile, che aveva assunto la guida della città ed il vescovo Leodoino la fece cingere di mura nell'891. Durante la signoria dei vescovi, venne eretta la nuova cattedrale. Il potere vescovile ebbe termine con l'autonomia comunale nel 1135 ma, nel 1249, con la battaglia di Fossalta, Modena ghibellina venne sconfitta da Bologna guelfa e, nel 1288, si consegnò agli Estensi di Ferrara. Ma Modena diventa veramente la 'città estense' solo dopo il 1598, quando il duca Cesare trasferisce da Ferrara a Modena la capitale del suo ducato. Uno Stato destinato a barcamenarsi con alterne fortune nelle lotte tra le potenze italiane ed europee, e che malgrado le ripetute occupazioni da parte degli eserciti stranieri (i francesi nel 1702; gli austriaci nel 1742) resisterà fino all'unificazione dell'Italia, con una sola interruzione nel periodo napoleonico. Il Risorgimento fu particolarmente appoggiato dai Modenesi, come Ciro Menotti e i numerosi gruppi mazziniani e carbonari della città che votarono compattamente per l'Unità d'Italia nel 1860.

Tra fine Ottocento e inizio Novecento l'Emilia (e in particolare la provincia di Modena) divenne un baluardo socialista prima e comunista poi. Il fenomeno dell'occupazione delle terre fu molto forte e si scontrò con l'indiscriminata violenza fascista. Negli anni Quaranta, Modena e i suoi comuni dovettero sopportare distruzioni, massacri, saccheggi, umiliazioni ad opera degli occupanti tedeschi e della milizia fascista. Nonostante tutto ciò che fu riversato sulle genti della zona non si riuscì a stroncare il fenomeno della Resistenza attiva da parte della stragrande maggioranza della popolazione. A Modena,ma anche in quasi tutte le città dell'Emilia Romagna, esiste un monumento a partigiani rimasti uccisi durante la resistenza.La resistenza nell'entroterra modenese si macchiò di efferati crimini noti ai più come "eccidi partigiani",dopo il 25 Aprile del '45, i partigiani prelevavano dalle case o dai luoghi di lavoro tutte le persone che avevano avuto simpatie per il regime fascista e le fucilavano. Chiaramente furono uccisi centinaia di innocenti colpevoli solo di non aver aderito alla resistenza. Dopo la guerra quella zona che per i vent'anni del regime veniva chiamato "Il triangoo Nero" prese il nome di "Triangolo Rosso" per via del proliferare di Cooperative fondate da ex partigiani.

Le trivelle, come strumenti utilizzati per scavare i pozzi, alludono alla grande ricchezza d'acqua del territorio modenese, un tempo ricco di canali e affioramenti spontanei (fontanazzi). Questa abbondanza è andata decrescendo a partire dalla seconda metà del XX secolo, soprattutto a causa dello sfruttmento a fini industriali e abitativi della falda freatica, che ne ha provocato l'abbassamento.

La frase latina "Avia pervia" significa "Rendiamo facili le cose difficili": probabilmente ideato dal letterrato Giovanni Maria Barbieri nel 1561, fu ufficialmente adottato nel secolo diciassettesimo, quando il sigillo accompagnato dalle trivelle e dal motto venne apposto ad un codice degli statuti dei calzolai..

Eretta nel 1617 su una chiesa precedente di cui si hanno notizie già dal Duecento. Attribuita erroneamente al grande architetto modenese Guarino Guarini, il quale nacque però sette anni più tardi. In realtà l'esecuzione della chiesa fu affidata a Paolo Reggiano e in seguito a Bernardo Castagnini, con cui il giovane Guarini forse collaborò. La chiesa, è impreziosita da una tela di Guercino (nella prima cappella a sinistra) e dagli affreschi di Sigismondo Caula (con architetture dipinte di Sebastiano Sansone), raffiguranti le vite dei santi Vincenzo e Gaetano di Thiene, fondatore dell'ordine dei Teatini a cui la chiesa era stata affidata (la cupola, affrescata dallo stesso Caula e Tommaso Costa, è stata distrutta durante la guerra in un bombardamento).

San Vincenzo è la sede dei monumenti funebri dei duchi estensi.

È una delle chiese più antiche della città (se ne ha notizia dal 1153). Ma l'edificio conserva ben poco della sua struttura originale: oltre alla muratura della metà inferiore della chiesa, nella facciata è possibile distinguere la traccia di un'antica porta romanica poi chiusa, di cui rimangono i semplicissimi capitelli in cotto e parte dell'arco a tutto sesto, ed inoltre tracce della decorazione a denti di sega del sottotetto sinistro e dell'oculo centrale, mentre la torre massiccia al fianco dell'edificio (che forse nel medioevo faceva parte di un castello) è mozza a una certa altezza.

Più che per la sua rilevanza monumentale, l'importanza della chiesa è dovuta al fatto di essere stata la sede parrocchiale e la dimora di Ludovico Antonio Muratori, il grande storico modenese, che ne fu "prevosto" (parroco) dal 1716 al 1750. Per sua stessa volontà, Muratori, al tempo già studioso e scrittore di fama, si fece assegnare "la cura delle anime" di quello che era uno dei quartieri più poveri e malmessi della città. La chiesa stessa, in pessime condizioni, fu ricostruita dalle fondamenta, e Muratori vi fece aggiungere il coro. All'interno si trova un ciclo di dipinti del Seicento e del Settecento su San Sebastiano, opera di Bernardino Cervi e Francesco Vellani.

La chiesa, con annessa canonica (dove Muratori visse attendendo alle sue opere più celebri), costituisce oggi il complesso dell'Aedes Muratoriana ("Casa del Muratori"), sede della Deputazione di Storia patria e del Museo Muratoriano. Testimonianza di affetto dei modenesi per uno dei suoi cittadini più illustri è il monumento a L. A. Muratori, che sorge poco lontano, sull'omonimo Largo che si affaccia sulla via Emilia. Scolpito da Adeodato Malatesta, che non volle ricevere compenso, il monumento ritrae lo storico in un atteggiamento pensieroso, ma riesce anche a suggerirne la profonda umanità.

La chiesa del Voto, che sorge sulla via Emilia di fronte a Corso Duomo e quindi a poca distanza da questo, prende il nome da un voto del Comune modenese e del duca Francesco I d'Este fatto nel 1630, quando la città fu investita da una gravissima epidemia di peste che, secondo un cronista, giunse a causare fino a duecento morti al giorno. Il voto del Comune fu appunto di costruire, se e quando fosse cessata l'epidemia, una chiesa che, per interessamento del duca (durante la peste rifugiatosi con la corte sulle colline del Reggiano), fu dedicata alla Madonna della Ghiara, protettrice di Reggio (che, a differenza di Modena, fu soltanto sfiorata dall'epidemia).

Non appena questa finì, a mantenimento del voto, su disegno dell'architetto modenese Cristoforo Galaverna, nel 1634 s'iniziò la costruzione della chiesa in uno stile piuttosto ibrido e sormontata da una cupola. Fu commissionata anche al pittore Lodovico Lana una grande pala che si trova ancora all'interno assieme ad altri dipinti e rappresenta nella parte inferiore scene della peste e in quella superiore la Vergine col Bambino con santi, angeli e su un piatto è l'offerta della città riconoscibile dalle torri del duomo e del palazzo comunale.

Di fianco al palazzo dei Musei si affaccia sul piazzale Sant'Agostino questa chiesa (chiamata anche Pantheon Atestinum in quanto inizialmente scelta come sede di sepoltura dei duchi d'Este, dei quali narra le glorie nei numerosissimi dipinti), che, eretta nel Trecento (nel sito di una precedente "chiesa degli agostiniani" fondata nel 1245) e recante ancora sul fianco sinistro numerose tracce di quell'epoca , ha pero' attualmente una spiccata fisionomia seicentesca. Essa fu infatti profondamente modificata nel 1663, per volere della duchessa Laura Martinozzi,che volle che fossero qui celebrati i solenni funerali del duca Alfonso IV suo marito: la sobria struttura trecentesca è ornata da una ricca decorazione di stucchi e da un pregevole soffitto a cassettoni, sul quale più artisti dipinsero ritratti di nobili e santi. Spicca invece per intensità drammatica il gruppo scultoreo in terracotta della Deposizione della Croce (1476), capolavoro del modenese Antonio Begarelli (nella prima cappella a destra). Altra traccia visibile dell'antica chiesa, conservata all'interno, è l'affresco trecentesco della Madonna della consolazione, di Tommaso da Modena: una Maria ritratta con delicata naturalezza nell'atto di allattare il bambino.

Unica chiesa antica modenese completamente isolata (ossia senza edifici sorti addosso ai suoi muri), se si eccettua il Duomo, è posta all'angolo tra via Emilia e l'odierna Piazza Matteotti. Sorta sul luogo di una più antica chiesa dedicata a San Michele, fu ricostruita nel Cinquecento, ma rivela nei decori e nella struttura (la cupola, ellittica e non circolare) le profonde modifiche subite nel Settecento. Notevole l'organo costruito dal grande liutaio Agostino Traeri.

Fino a pochi anni fa la chiesa conteneva il capolavoro dello scultore cinquecentesco modenese Guido Mazzoni, la Deposizione dalla croce (1476), un gruppo di statue in terracotta policrome particolarmente interessanti.

I frati francescani arrivarono a Modena molto presto: si ha notizia di un convento fuori le mura già nel 1221, quando Francesco d'Assisi era ancora vivo. L'attuale chiesa fu costruita molto lentamente, a partire dal 1244, e due secoli dopo non era ancora terminata. Di sobrio stile gotico all'esterno, le cui tracce restano visibili sul fianco settentrionale, ma principalmente nella facciata, che ha mantenuto pressoche' integra la sua struttura, (ma in parte è dovuto a ristrutturazioni ottocentesche), all'interno e' piuttosto rimaneggiata, ed ospita uno dei capolavori del Begarelli, la Deposizione del Cristo dalla Croce: un gruppo di tredici statue "fotografate" in un momento intensamente drammatico. Fronteggia la facciata della chiesa una piacevole fontana con statua di San Francesco, opera di Giuseppe Graziosi (1920).

La tradizione vuole che la Chiesa sorga nel sito di un antichissimo tempio a Giove Capitolino. La chiesa attuale è stata però edificata a partire dal 1476, secondo un progetto dell'architetto Pietro Barabani di Carpi, accanto a un'antica abbazia benedettina fondata fuori le mura della città nel 996. Si tratta di un bell'esempio di architettura rinascimentale a Modena (oltre che di una delle più belle chiese in città), impreziosita all'interno da un organo cinquecentesco, con intagli in legno dorato e portelli molto ben dipinti, da una Madonna attribuita a Giovanni Battista Salvi detto il Sassoferrato, e soprattutto dalle numerose opere in terracotta realizzate dal Begarelli: i sei santi disposti intorno alla navata centrale, la Pietà e soprattutto il cosiddetto Apogeo Begarelliano, un gruppo raffigurante l'ascensione della Madonna tra i santi Pietro, Paolo, Benedetto e Geminiano. Il notevole campanile a vela fu eretto nel 1629.

È conosciuta anche come "Santuario della Beata Vergine Ausiliatrice del Popolo modenese", secondo il nome che le era attribuito fino ad un secolo fa. La Beata Vergine Ausiliatrice è naturalmente l'immagine della Madonna presente sull'altare maggiore. Quest'ultimo fu realizzato in marmi policromi da Antonio Loraghi (1666).

La chiesa è degna di nota per la sua pianta a croce greca (cioè composta di quattro bracci della stessa dimensione). Fu realizzata a partire dal 1647 da un progetto di Gaspare Vigarani e Cristoforo Malagola detto il Galaverna.

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Il dialetto locale, a cui già Dante Alighieri nel lontano Trecento rimproverava gli accenti bruschi e "inurbani", è stato ormai sostituito dall'italiano, anche se ha lasciato tracce caratteristiche nella cadenza un po' strascicata dei modenesi; solo qualche anziano, oggi, lo parla ancora coi propri coetanei ed è ben difficile sentire una persona giovane conversare fluentemente in modenese.

La Biblioteca Estense oltre a volumi di ogni tipo per la consultazione e lo studio Ha una collezione di manoscritti, carte geografiche, spartiti musicali, xilografie, incisioni in rame e antichi libri a stampa tra le più grandi e importanti d'Italia, visibili in una mostra permanente all'interno della biblioteca. Fra tutti occorre ricordare i due volumi della Bibbia di Borso d'Este, uno dei testi miniati piu famosi al mondo, le cui sgargianti miniature opera di Taddeo Crivelli ed altri sono considerate uno dei capolavori assoluti dell'arte del Quattrocento, e il De Sphaera, unanimemente considerato il più bel libro astrologico del Rinascimento italiano: miniato per la corte di Milano (reca infatti lo stemma Visconti-Sforza sulla copertina) forse da Cristoforo De Predis, pervenne agli Estensi di Ferrara nell'ambito dei frequenti interscambi con la corte sforzesca.

Modena può vantare un ateneo fondato nel 1175 che attualmente ha assunto il nome di Università degli studi di Modena e Reggio Emilia.

Il Piazzale Sant'Agostino, posto a ridosso dell'omonima porta (abbattuta nel secolo scorso), è un esempio di architettura urbanistica del Settecento. Qui Francesco III d'Este fece costruire due grandi edifici con finalità sociali: nel lato settentrionale l'Ospedale (che fino a poco tempo fa è stato sede di uno degli ospedali modenesi sostituito oggi da un moderno ospedale nella frazione di Baggiovara); di fronte l'imponente Albergo dei poveri, inaugurato nel 1771, che un secolo più tardi fu trasformato dal Comune di Modena nell'odierno Palazzo dei Musei.

Il palazzo ospita infatti i più importanti musei della città: oltre al Museo d'arte medievale e moderna, al Museo Civico del Risorgimento, al Museo Lapidario Estense, alla Gipsoteca Graziosi e al Museo Archeologico Etnologico, è possibile visitare la Biblioteca estense e la Galleria Estense, le due preziose raccolte che testimoniano la passione per le arti e la cultura della casa d'Este: entrambe furono trasportate da Ferrara alla fine del Cinquecento, quando Modena divenne la capitale del Ducato.

La Galleria Estense, nazionale, è forse il maggiore tesoro portato dai duchi d'Este a Modena: tanto che alla grande collezione fece ricorso il duca Francesco III, che nel 1746 sanò il dissestato bilancio del ducato vendendo al re di Polonia i cento quadri stimati più importanti. Malgrado la perdita di queste opere (oggi per lo più a Dresda) essa rimane una delle più importanti collezioni pubbliche italiane, ospitando opere di Tintoretto, Paolo Veronese, Guido Reni, Jacopo Bassano, Correggio, Cosmè Tura, Tommaso da Modena, Lorenzo di Credi, Jacopo Palma il giovane, Dosso Dossi, il Guercino, i fratelli Carracci, i primitivi emiliani e il celebre Trittico di El Greco. Ma le opere più celebri sono i due ritratti del duca Francesco I d'Este: il busto in marmo del Bernini e la tela di Velázquez. La galleria espone anche oggetti antichi etruschi e romani, ceramiche, esempi del medagliere estense, strumenti musicali fra cui la famosa Arpa Estense.

Altra pregevole raccolta è quella della Banca Popolare dell'Emilia Romagna.

Sono presenti in città il teatro Storchi e il teatro delle passioni, entrambi dedicati alla prosa e facenti parte dell'ERT (Emilia Romagna Teatro). Tutte le altre rappresentazioni (opera, musica classica, balletto) vengono ospitate presso il Teatro comunale Luciano Pavarotti. Nel teatro San Giovanni Bosco, teatro Sacro Cuore e teatro della Cittadella vengono tenute rappresentazioni da parte di gruppi di teatranti locali aventi ad oggetto, in alcuni casi, sperimentazioni (ad esempio match di improvvisazione teatrale).

Modena è al centro di una fortunatissima porzione della Pianura padana in cui si estende l'area di produzione tipica del formaggio Parmigiano-Reggiano e del Prosciutto di Modena. Queste due glorie della gastronomia nazionale illustrano alla perfezione i caratteri della cucina modenese, basata sul formaggio e soprattutto sul maiale, l'animale d'allevamento più diffuso nella zona.

Oltre al prosciutto, che è più sapido rispetto a quello di Parma, tanti sono gli insaccati di suino che meritano di essere assaggiati: citiamo i salami, la mortadella, la coppa di testa e i ciccioli. Due piatti tipici della stagione invernale, ma che è possibile trovare per buona parte dell'anno nelle trattorie come nelle case modenesi, sono lo zampone, ottenuto con carne macinata di maiale insaccata nella cotica della zampa anteriore, ed il cotechino, dalla lavorazione piuttosto simile, ma diverso per forma e cotenna. Ma dal maiale si ottiene anche lo strutto indispensabile per il tipico gnocco fritto: una focaccia fritta quadrata che si accompagna molto bene ai salumi. Originaria dell'Appennino (ma gustata volentieri in tutta la provincia) è invece la crescentina, detta anche tigella, cotta sulla pietra nella caratteristica forma rotonda. Anche in questo caso formaggio, salumi e pesto modenese, ossia lardo misto a rosmarino e aglio, sono l'ideale complemento.

Tradizionalmente conteso con l'antica ed eterna rivale Bologna è il tortellino, un quadretto di pasta sfoglia ripiegati su un trito di maiale, prosciutto e parmigiano reggiano (anche se le ricette variano spesso di famiglia in famiglia). Tipico delle zone montane in particolare di Guiglia, Zocca, Marano sul Panaro, Serramazzoni è anche il borlengo sottilissima sfoglia ottenuta cuocendo in un'apposita piastra (la "ròla") un impasto di acqua e sale, detto "colla", condito, una volta cotto, prevalentemente con la "cunza", il pesto, altrimenti gustato con salumi, formaggi, e talvolta anche con marmellate o creme al cioccolato.

Ma la provincia di Modena è giustamente famosa per altri due prodotti tipici della tradizione: l'aceto balsamico e il vino lambrusco. Il primo si ottiene con le uve locali, in particolare l'uva trebbiano della zona collinare intorno a Spilamberto, e una sapiente lavorazione che prevede una complicata serie di passaggi tra botti di legni diversi (comunemente cinque). Di aceto balsamico esistono due tipi denominati il primo "Aceto balsamico tradizionale di Modena" il più costoso invecchiato anche più di venticinque anni prodotto con i metodi tradizionali e quello comunemente denominato "Aceto balsamico di Modena", un normale condimento a base di una mistura di aceto di vino e mosto cotto, prodotto industrialmente e meno costoso. Quanto al lambrusco, è forse il più celebre dei vini rossi frizzanti. Gli intenditori sanno distinguere al primo sorso le differenti varietà: il Lambrusco di Sorbara (prodotto nella pianura) ha un aroma più delicato e un profumo di violetta; il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro (prodotto sulla collina) ha una gradazione più alta e una caratteristica schiuma rossa. Si tratta in entrambi i casi di un vivace vino da pasto che va bevuto rapidamente, prima che svapori: non è un vino d'annata, anzi, esso dà il meglio di sé a un anno dall'imbottigliamento, mentre il novello è un vino ideale per i brindisi e i festeggiamenti. Infine vi è il Lambrusco Salamino di Santa Croce, prodotto in tutta la parte nord ed ovest (al di sopra della via Emilia) della provincia, dal saporepiù armonioso e lievemente tannico. Si dice che il lambrusco 'soffra' particolarmente i trasporti: perciò esso dovrebbe essere gustato appieno soltanto nel territorio modenese. Il che non gli ha impedito di essere commercializzato con successo un po' in tutto il mondo (anche se questa grande diffusione ha significato forse un abbassamento della qualità).

I liquori i più tipici sono certo il Sassolino ed il nocino. Il primo è tipico della zona di Sassuolo, da cui prende il nome, ed ha un sapore intenso di anice, mentre il nocino ha diffusione ormai regionale, ed dotato di marchio di tutela; è un infuso in alcool dei malli verdi delle noci, che si raccomanda per il sapore intenso e le proprietà digestive.

L'elenco che segue riporta una lista di personaggi noti, ognuno nel proprio campo, che hanno in comune il fatto di essere legati alla città di Modena o che hanno operato in modo particolarmente significativo nella città e nella sua provincia.

Questo aspetto del carattere modenese è ben rappresentato dalla maschera della città: il Sandrone ("Sandròun"): e non è certo un caso se tra tante manifestazioni della tradizione il carnevale è quella che conserva a tutt'oggi la maggior visibilità. Sull'origine di Sandrone vi sono varie teorie. Pare che a ogni carnevale il duca invitasse ai festeggiamenti di corte un contadino per il gusto di metterne in ridicolo la dabbenaggine e la grossolanità. Le cose cambiarono però quando a corte fu chiamato un tale Alessandro Pavironi, di Bosco di Sotto, che alle imbarazzanti domande dei convitati, escogitate proprio per metterlo in ridicolo, rispose con un'arguzia e un buon senso rimasti memorabili. Da allora la figura del "Sandrone" divenne l'emblema della saggezza del mondo contadino, contrapposto alle sofisticherie della città, dei ricchi e dei nobili.

La leggenda è simile a quella di tante fiabe popolari. Di certo vi è soltanto che il personaggio di Sandrone era già popolare nella prima metà del secolo scorso, portato sulle scene da una dinastia di attori e burattinai che si esibirono con successo anche presso la corte estense.

Ancora oggi, secondo la tradizione (tenuta in vita dalla "compagnia del Sandrone"), ogni anno il giovedì grasso Sandrone arriva a Modena. Lo accompagnano la moglie, la robusta Pulonia, e il figlio Sgorghìguelo: insieme la "famiglia Pavironica" sfila dalla stazione fino a Piazza Grande, dove i modenesi si affollano per assistere allo "sproloquio": il discorso dei tre (pronunciato nientemeno che dal balcone del Palazzo Comunale e rigorosamente in dialetto modenese!), ricco di commenti arguti sulla vita cittadina e bonarie critiche all'amministrazione.

L'area metropolitana di Modena, seppure non costituisca una realtà istituzionalizzata (non esiste nessun organo sovracomunale che la rappresenti, situazione comune a tutte le aree metropolitane italiane), è una realtà vissuta ogni giorno da centinaia di migliaia di persone che si spostano all'interno di essa per lavorare, fare acquisti, vivere e divertirsi.

A differenza di molti agglomerati basati solo sulla continuità urbana, l'area metropolitana di Modena è definita anche da collegamenti regolari e costanti tra le sue parti. La mobilità è garantita dal trasporto urbano ed extraurbano della locale azienda di trasporto (ATCM) e dalla ferrovia Modena-Sassuolo, che collega le due stazioni della città e prosegue fino al nuovo polo ospedaliero di Baggiovara, continuando poi fino ai centri di Formigine, Casinalbo e Sassuolo. Altrettanto utilizzate anche le linee ferroviarie Modena-Carpi (con fermate a Soliera, e prosecuzione per Rolo-Novi-Fabbrico) e Modena-Rubiera (RE).

Il totale dell'area ha una popolazione di 407.858 e comprende la città di Modena, la sua periferia e le città di Soliera, Carpi, Rolo (RE), Novi, Fabbrico (RE), Campogalliano, Castelfranco Emilia, Rubiera (RE), Formigine, Maranello, Fiorano e Sassuolo.

Modena costituisce un fondamentale nodo autostradale e stradale a livello nazionale: è proprio qui che nasce infatti l'Autostrada A22 del Brennero, unico collegamento stradale diretto tra Italia e centro Europa, e sempre a Modena essa si unisce con l'Autostrada A1 del Sole.

La stazione di Modena si trova sulla linea Milano - Bologna, ed è capolinea della linea per Mantova e Verona e della linea FER per Sassuolo.

In passato Modena era al centro di un fitto sistema di trasporti su rotaia che la collegavano al restante territorio provinciale con tre linee ferroviarie e due tranvie a vapore. Altre due linee ferroviarie vennero progettate ma mai realizzate completamente.

Il trasporto pubblico urbano è gestito dalla ATCM.

Le società sportive che si distinguono in un panorama molto ricco e variegato sono il Modena FC nel calcio, il Modena Baseball nel baseball e la Pallavolo Modena nella pallavolo, disciplina della quale, la città e la provincia si possono ritenere "culla" a livello nazionale e non solo. Negli ultimi tempi si è inoltre vista nascere una forte tradizione di arti marziali nella città, grazie anche ad atleti che hanno ottenuto riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. In particolare è ben radicato l'insegnamento del judo, con diversi sportivi di livello elevato.

Importante, data la loro notorietà internazionale, la presenza o la nascita in città e nelle zone limitrofe di numerose case automobilistiche (Ferrari, Maserati, Pagani, De Tomaso, Bugatti) che fanno di Modena la capitale mondiale dell'automobilismo sportivo.

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Modena Football Club

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Il Modena Football Club è la principale società calcistica di Modena. Fondata nel 1912, attualmente milita in Serie B.

Inizia così la storia del Modena Football Club.

Nei primi anni di vita, il Modena sfiorò subito l'impresa di portarsi a casa la Coppa Federale (l'antenata della Coppa Italia) già nel 1916, durante la Grande Guerra. Pochi anni dopo, a guerra finita, i canarini sfiorarono addirittura il primo scudetto, quando nella stagione 1924/25 il Modena chiuse al 2° posto con un solo punto di distacco dal fortissimo Genoa, e con risultati clamorosi tra cui un clamoroso 5-0 rifilato all'Inter. Fece molto scalpore, poi, l'esordio in Serie A di Alfredo Mazzoni a soli 16 anni.

Mentre cominciava il primo flusso di calciatori stranieri (particolarmente di quelli ungheresi), nel 1932 arrivò la prima retrocessione in Serie B, cui il Modena non seppe reagire: due secondi posti consecutivi, poi il 3° nel 1935, sembrava una maledizione. Arrivò intanto l'inaugurazione del nuovo stadio, nel 1936, intitolato a Cesare Marzari (poi rinominato Alberto Braglia), giocatore gialloblu caduto nella Guerra d'Etiopia. In quegli anni cambiò anche la denominazione di Modena F.C. in Modena Calcio, per seguire le direttive del regime che rifiutava ogni stranierismo.

Nel campionato 1937/1938 vi fu il ritorno in serie A, mentre l'anno successivo il Modena si salvò per un solo punto. Nella stagione 1939-40 comparvero anche i numeri sulle maglie dei giocatori. La squadra venne rinnovata ma gli acquisti si rivelarono al di sotto delle aspettative e così fu di nuovo Serie B.

Nel periodo bellico, furono diversi i giocatori che il Modena riuscì a lanciare: Vittorio e Lucidio Sentimenti, Alberto Braglia, Maino Neri ed Ermanno Malinverni e Otello Zironi, detto "La Gazzella". Tra gli stenti dovuti alla guerra, il Modena si barcamenò tra la A e la B, in attesa di tempi migliori.

Tempi migliori che coincisero con la fine della Seconda Guerra Mondiale: nella stagione 1946/47 il Modena infatti chiuse al terzo posto in Serie A, dietro all’imprendibile Grande Torino ed alla Juventus, che chiuse avanti di soli due punti; fu quello il miglior campionato di A del Modena, che in casa ottenne anche risultati clamorosi come il 6-1 inflitto al Napoli, e le vittorie su Juventus, Inter, Roma e le “doppiette” (vittorie in casa e trasferta) rifilate alla Lazio ed alla Fiorentina.

L’anno successivo, il Modena chiuse al 5° posto e, con diversi giocatori che ormai facevano parte della Nazionale italiana, come Enzo Menegotti, Francesco Pernigo, Maino Neri e Valerio Cassani, tutti presenti al torneo di calcio della Olimpiadi di Londra del 1948, sembrava destinato ad entrare tra le grandi del calcio italiano, che proprio in quegli anni cominciano a costruire le loro imprese calcistiche.

Ma le vicessitudini societarie, culminate nelle dimissioni del presidente prima e dell'allenatore dei miracoli poi, non permisero di continuaro il sogno, che diventò incubo quando, appena un anno dopo, la squadra chiuse al penultimo posto e si trovò in Serie B.

Il Modena provò subito a ritornare nella massima serie, ma chiuse solo al 5° posto. Ci riprovò l'anno dopo, nella stagione 1950-51, ma riuscì solo a sfiorare l'impresa, con un beffardo 3° posto. Ed ebbe così inizio la grande fuga dei talenti modenesi nelle squadre più blasonate: fu il caso, tra i tanti di Maino Neri, di Sergio Brighenti e di Giorgio Ghezzi. I risultati cominciarono a risentirne: un 8° e due 10° posti consecutivi cominciarano a ridimensionare i progetti modenesi, che solo lievemente tornarono felici quando nella stagione 1954/55 giunse di nuovo 3°.

Intanto, le finanze cominciavano a ristagnare. Il Modena sembrava sul punto di collassare quando l'azienda Zenit si offrì come sponsor della squadra. Fu una manna dal cielo: 100 milioni di lire (una cifra colossale per l'epoca) per la campagna acquisti per tentare la scalata alla serie A. Soldi spesi con accuratezza, che diedero risultati immediati nella prima parte della stagione. Poi, un girone di ritorno disatroso, costrinse il Modena ad "accontentarsi" del 7° posto. Ma l'anno dopo, ancora con la Zenit come sponsor, andò ancora peggio: 14° posto e retrocessione evitata per pochi punti. La Zenit si ritirò, al Modena non restò che vendere il vendibile e sperare in qualche giovane promessa, ma non ci fu scampo: senza più soldi né giocatori di valore, chiuse penultima in classifica e sprofondò per la prima volta in Serie C.

È curioso come da due fatti così apparentemente tragici per la società modenese possa nascere una piccola impresa: nonostante infatti il ritiro dei finanziamenti della Zenit e la retrocessione in C, il nuovo organico modenese compì un doppio salto: vincitore della serie C 1960-61 e 3° nella serie B 1962, appaiato al Napoli, appena vincitore della Coppa Italia del '62.

Fu una magnifica avventura, che non sopravvisse ai suoi protagonisti: il primo anno la salvezza fu tuttavia tranquilla, grazie ai gol del centravanti della Nazionale brasiliana Cinesinho, ma nell’anno successivo le cose si complicarono: alla fine del campionato, il Modena era 15° ma a pari punti con la Sampdoria, contro la quale si giocò la permanenza in A. Lo spareggio si giocò il 7 giugno 1964 a Milano, campo neutro: Sampdoria – Modena 2-0 e fine del sogno. Il Modena tornava in B.

La Serie B intanto si era fatta più dura, e lo dimostrò subito. Nei sette anni di B successivi il Modena raggiunse, come massimo traguardo, il 6° posto, lontanissimo dalla lotta per la promozione. In compenso, sfiorò la retrocessione nel campionato 1968/69, quando si salvò solo per miracolo e chiuse 17°. Era l’inizio degli anni più duri.

La lunga parentesi della Serie B finì nel campionato 1971-72, quando il Modena chiuse all’ultimo posto e precipitò in Serie C. Inizialmente, si verificò comunque l’ottimismo della prima retrocessione in B, quando si pensava che per il Modena sarebbe stata una passeggiata o poco più. Invece gli ci vollero tre anni per risalire, quando finalmente vinse il campionato 1974/75.

Due campionati “anonimi” del Modena (un 8° ed un 12° posto) sembravano il preludio di un lungo periodo di militanza in cadetteria. Invece, un’ennesima crisi finanziaria portò la squadra sull’orlo del fallimento, e di conseguenza la squadra fu smantellata. Imbottita di giovani di belle speranze ma di poco bagaglio tecnico, il Modena affondò prima in C1 (come si era chiamata in quegli anni la serie C) e l'anno successivo addirittura in C2 (ossia la vecchia serie D).

La Serie C2 fu comunque un’esperienza passeggera: la crisi societaria fu risolta con l'ingresso dell'industriale Bergamini e grazie all'esplosione di un giovane talento, Stefano Cuoghi, al primo tentativo la vittoria del campionato della stagione 1979/80 fu assicurata, e la C1 riconquistata e considerata come nuovo trampolino per la B.

La tifoseria però è costretta a subire diverse delusioni: dopo il 12° nel nella stagione '80/'81, l'anno dopo il Modena chiude 3° per un solo punto (i playoff non esistono ancora) ed è costretto a ricominciare tutto da capo. La società intanto aveva cambiato proprietà: era entrato Francesco Farina e rimarrà alla direzione per i successivi 15 anni.

Arrivano i primi due trofei: il Modena si aggiudica infatti il Trofeo Anglo-Italiano del 1981 e del 1982, battendo in finale, rispettivamente, gli inglesi del Poole Town e quelli del Sutton United. Ma le vittorie non seguono invece in campionato, dove il Modena giunge 11°, 10° ed 8° nei tre anni a seguire. Finalmente, nel campionato 1985/86, arriva la promozione in B. Ma dopo una salvezza facile, nel campionato 1987/88 arriva la nuova retrocessione. La A sembra ormai un miraggio sempre più lontano.

Gli anni Novanta si aprono con la vittoria del campionato di Serie C1 che vale così il ritorno in Serie B, realizzando il record assoluto (ancora in vigore) del minor numero di reti subite da una squadra in un campionato professionistico italiano (solo 9). Dopo tre salvezze abbastanza tranquille, nella stagione 1993/94, il Modena chiude al 18° posto e torna in C1. Nella stagione successiva 1994/95 la squadra precipitò inaspettatamente in C2, dopo aver perso i play-out con la Massese. Fortunatamente i canarini rimasero per pochissime settimane in quarta serie: il Crevalcore, salvatosi sul campo, rinunciò alla C1 e incappò nella radiazione, consentendo il ripescaggio del Modena. La proprietà della squadra passa al Conte Degli Albertini e la presidenza di Mauro Bassinghi. Gli anni successivi furono caratterizzati da vicende societarie e tecniche e dir poco burrascose sino all'acquisto della squadra da parte dell'imprenditore Luigi Montagnani nel 1997.

Dopo un'annata interlocutoria tenta la scalata alla B nella stagione 1998/99, quando arriva al 4° posto ma viene sconfitto nella finale playoff dal Lumezzane, che aveva chiuso al 5° posto.

Dopo una salvezza ottenuta grazie all'arrivo a metà stagione del tecnico Gianni De Biasi, il Modena nella stagione successiva vince il campionato e torna in B (vincendo anche la Supercoppa di Lega Serie C1, primo trofeo della squadra).

L'anno dopo, mantenendo sostanzialmente la stessa squadra della stagione precedente, i gialloblù centrano la seconda promozione consecutiva e rivedono la massima serie dopo 38 anni di assenza. Nel frattempo, a febbraio, con la squadra lanciatissima verso la serie A, la società era stata rilevata dall'imprenditore Romano Amadei.

Nella stagione 2002/2003 la salvezza non è facile ed arriva solo all'ultima giornata, quando il Modena arriva a quota 38 insieme ad Empoli, Reggina ed Atalanta. Tuttavia, la classifica avulsa salva gli emiliani ed i toscani, lasciando l'ingrato compito dello spareggio salvezza nelle mani di bergamaschi e calabresi. Per onor di cronaca, furono poi questi ultimi a salvarsi.

La retrocessione però è solo rinviata alla stagione 2003/04, con il Modena che chiude terzultimo a quota 30 punti. Viene inoltre condannato a subire un punto di penalizzazione (da scontare però l’anno dopo in B) per una presunta combine avvenuta durante una partita dell'anno precedente. L'operazione giudiziaria, che coinvolge diverse squadre, tocca il Modena solo di striscio, ma sarà l'anticipo dell'operazione "Calciopoli" che due anni dopo scuoterà il calcio italiano fino alle fondamenta.

L'anno successivo è turbolento: il Modena chiude ad un punto dai playoff, ossia per il punto di penalizzazione inflittogli all’inizio del campionato. E questo saprà ancor più di rammarico per quanto avverrà dopo: il Genoa e l'Empoli chiudono al 1° ed al 2° posto, mentre il Torino batte in finale playoff il Perugia e sale anch'esso in Serie A. Ma poco dopo, a causa di una combine scoperta tra Genoa e Venezia, la prima viene retrocessa d'ufficio (la seconda invece, già retrocessa sul campo, fallisce e quindi si "salva" dalla pena). Ma anche il Torino fallisce per debiti, e la stessa sorte tocca al Perugia che aveva perso la finale contro i granata. Dunque, i posti in A rimasti vuoti diventano due: la F.I.G.C. promuove così d'ufficio le due squadre che avevano disputato e perso le semifinali playoff: Treviso ed Ascoli. Per il Modena quindi, quel punto di penalità risulterà, per uno scherzo del destino, decisivo.

Nella stagione 2005/06, il Modena, forte di un centravanti come Cristian Bucchi, capace di segnare 30 gol (capocannoniere e miglior realizzatore stagionale di sempre del Modena), è stato in corsa per la promozione diretta per diverse giornate, non aggiudicandosela, ma giungendo comunque agli spareggi. Nelle semifinali degli spareggi promozione è stato poi eliminato dal Mantova, che, a sua volta, ha poi perso la finale contro il Torino.

L'anno dopo, con un organico indebolito dalla cessione di Cristian Bucchi e dopo una partenza abbastanza positiva in Coppa Italia (eliminato al terzo turno dal Genoa), il Modena è passato dalla lotta per la A a quella per evitare la C. Tuttavia, l'obiettivo è stato conseguito, grazie anche al cambio di rotta avvenuto con l'arrivo di Bortolo Mutti come allenatore.

Sciagurata partenza dei gialloblù che, dopo una brutta serie di sconfitte consecutive ad inizio stagione, prima di cogliere una vittoria devono attendere ben 8 giornate (1 a 0 con il Piacenza, il 12 ottobre); ma le responsabilità non sono tutte della squadra. Infatti la partenza è fortemente condizionata dai molti errori arbitrali che penalizzano gli emiliani in più occasioni, dalla poco lungimirante gestione della squadra nella fase del mercato estivo e da una serie di infortuni. La situazione societaria rimane costante, ma si comincia ad intravedere uno spiraglio grazie all'arrivo in società di Gianni Gibellini (noto imprenditore modenese), che tenta di riportare un po' di passione all'interno dell'ambiente. Il patron Romano Amadei non esce dal suo isolamento volontario ed anzi delega i compiti di direttore generale proprio a Gibellini. Questi cerca di coinvolgere altri imprenditori locali ad entrare nella dirigenza del Modena per subentrare ad Amadei, il quale, nel frattempo, dichiara che, dalla fine del campionato, non darà più la propria disponibilità a ricoprire il ruolo di proprietario del Modena. La squadra si rinforza in autunno con l'aiuto di Gibellini: in ottobre arriva Pedro De Oliveira, svincolatosi dal CFR Cluj, squadra Campione di Romania e, a novembre, i disoccupati Daniele Amerini (ex gialloblù) e Daniele Daino.

All'inizio del girone di ritorno la squadra si trova all'ultimo posto in classifica, ed il mercato non ha apportato nessuna modifica sostanziale alla rosa: torna a Modena l'esterno Domenico Giampà (svincolatosi dalla Salernitana). A fare le spese della precaria situazione di classifica della squadra è l'allenatore Daniele Zoratto, già in discussione da qualche tempo, viene esonerato ed al suo posto il Modena lascia il vice Luigi Apolloni.

In 88 stagioni sportive disputate a livello nazionale dalla fine della Prima guerra mondiale, compresi 11 tornei di Prima Categoria Nazionale e Prima Divisione e Divisione Nazionale (A), e 1 campionato di Serie C2. In precedenza il Modena aveva partecipato a tre tornei di Prima Categoria dei Comitati Regionali Veneto e Lombardo.

Miglior marcatore: Renato Brighenti I, 81 reti. Miglior cannoniere stagionale in serie B: Christian Bucchi, 29 reti (2005/06). Numero maggiore di presenze: Renato Braglia, 499.

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