Mileto

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Inviato da amalia 26/03/2009 @ 12:21

Tags : mileto, calabria, italia

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Battaglia di Mileto

Ludwig von Hessen-Philippsthal.jpg

La battaglia di Mileto ebbe luogo il 28 maggio 1807 nel corso del tentativo dei Borbone di riconquistare la parte continentale del Regno di Napoli. Lo scontro vide i francesi, comandati dal generale Reynier, prevalere sull'esercito napoletano e conquistare il dominio della Calabria per circa un decennio. Si capovolsero gli equilibri di forza creatisi dopo la battaglia di Maida del 4 luglio 1806, dove i francesi erano stati sconfitti dagli anglo-napoletani. La regione era divenuta terreno di scontro tra due delle maggiori potenze europee che miravano al controllo del Mediterraneo: la Francia e l'Inghilterra, quest'ultima alleata dei Borboni.

La casa reale borbonica di fronte all'invasione francese si rifugiò in Sicilia da dove assieme agli inglesi fomentò in Calabria il brigantaggio che diede filo da torcere ai francesi e fu oggetto di una crudele azione repressiva condotta prevalentemente dal capitano Charles Antoine Manhès, già aiutante di campo di Gioacchino Murat. Nell'isola, protetti dalla flotta inglese, Ferdinando IV e la moglie Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, non rinunciavano alla riconquista del Regno, specie la regina che nutriva sentimenti di odio verso la Francia dove, durante la Rivoluzione, era stata ghigliottinata la sorella Maria Antonietta d'Austria. Fu la regina Maria Carolina che scelse come comandante dell'esercito borbonico il cugino Principe Philippsthal d'Hassia, che nel 1806 aveva difeso Gaeta dai francesi, e questi nel maggio del 1807 sbarcò in Calabria con l'intento di sconfiggere il nemico. Egli comandava circa 3.500 uomini, cui si aggiungevano truppe irregolari di massisti; tra i suoi ufficiali vi era il Colonnello Vito Nunziante. I francesi seguirono la tattica di arretrare davanti all'avanzata dei Borboni e concentrarono le loro truppe, circa 5.000 uomini, a Monteleone (odierna Vibo Valentia).

L'esercito francese inseguiva da un anno la rivincita ed il suo Comandante Generale Reynier, che era stato sconfitto a Maida l'anno precedente, prima di muovere all'attacco così parlò ai suoi soldati: «Il sangue dei vostri commilitoni grida vendetta. Non valore, non accorgimento ci mancò in Sant'Eufemia (Maida, a.d.r.) solo avemmo avversa la fortuna. Ma ora ella ci si mostra propizia, perché ingannatrice del nemico. Facile,certo,tornerà il vendicarci, il trionfare, purché ricordiate d'esser francesi». I tentativi di sbarco fatti nei giorni precedenti dai Borboni lungo la costa di Tropea erano stati respinti dalle guardie civiche dei Comuni costieri, e le azioni di disturbo intorno a Monteleone, condotte da bande di massisti comandate da noti briganti, come Francatrippa, ed affiancate da truppe regolari borboniche non avevano avuto migliore fortuna. Il Philippsthal si era spostato da Rosarno a Mileto con il suo esercito il 26 maggio del 1807. Dai giornali della battaglia e dalle relazioni redatte da ambo le parti, risultano gli errori che avrebbero commesso i Borboni. Infatti pare che il Colonnello Nunziante ed altri ufficiali avessero avvertito il Principe d'Hassia di lasciare la posizione di Mileto perché tatticamente sfavorita di fronte ad un eventuale attacco nemico, ma rimasero inascoltati e alle quattro e mezza del 28 maggio venne attaccato dai francesi sulle colline di Nao e Pizzinni, che sovrastano l'abitato di Mileto. Da qui la battaglia si trasferì nell'abitato di Mileto dove si combatté a colpi di fucile e all'arma bianca tra le case e nelle campagne a sud della cittadina. Lo scontro fu sanguinoso e l'esercito napoletano fu sbaragliato ed inseguito per Rosarno, Gioia Tauro e Seminara fino alle porte di Reggio Calabria. Altissima fu la percentuale dei morti rispetto al numero dei combattenti di circa diecimila uomini. Risulta dalle fonti che le sorti della battaglia si capovolsero quando la cavalleria borbonica lanciata all'attacco non superò l'impatto con lo schieramento di fanteria francese e ripiegò improvvisamente sulla propria prima linea travolgendola. Da questa il panico si propagò anche alla seconda linea che si diede ad una precipitosa e disordinata fuga incalzata dall'esercito e dalla cavalleria francesi. Ma quel che è peggio nel trambusto e nel fragore del combattimento le masse di irregolari si diedero a colpire e a saccheggiare i propri alleati borbonici e la sconfitta divenne presto una totale disfatta.

La prima causa della sconfitta borbonica viene fatta risalire alla inferiorità strutturale dell'esercito borbonico,che aveva un'organizzazione di tipo feudale; si trattava di un apparato in grado di controllare le ribellioni interne ma inadeguato a fronteggiare sul campo un esercito organizzato come quello napoleonico che per un quindicennio sconfisse gli eserciti delle potenze europee. Ma altri elementi che portarono il Principe D'Hassia alla sconfitta possono individuarsi nell'assenza sul campo degli alleati inglesi (che erano stati presenti a Maida nel 1806) e nel fatto che il piano predisposto dallo stato maggiore borbonico per riconquistare il Regno di Napoli non ebbe attuazione. Questo piano si articolava sull'impiego di cinque corpi di spedizione che avrebbero dovuto attuare una manovra avvolgente e nello stesso tempo suscitare una sollevazione generale delle popolazioni meridionali per giungere all'annientamento dei francesi. Per ragioni politiche diverse il piano non ebbe attuazione e l'esercito napoletano andò incontro ad una carneficina annunciata. Tuttavia l'esercito napoletano combatté con tale valore e così numerosi erano i focolai di resistenza antifrancese che, dopo la battaglia di Mileto, Napoleone decise di abbandonare l'idea di conquistare la Sicilia. Ferdinando IV, che poi assunse il nome di Ferdinando I, ritornò sul trono dopo il Congresso di Vienna del 1815. Infatti alla caduta dell'impero napoleonico, il tentativo di Gioacchino Murat di riconquistare il Regno di Napoli fallì miseramente, poiché egli fu preso e fucilato nel castello di Pizzo il 13 ottobre del 1815 dopo un processo sommario.

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Isidoro di Mileto

Isidoro di Mileto (442 – 537) fu un architetto che insieme ad Antemio di Tralle progettò la Basilica di Hagia Sophia nell'odierna Istanbul. In realtà esisteva anche un Isidoro da Mileto il vecchio, che pure lavorarò alla costruzione di Hagia Sophia.

L'imperatore Giustiniano I decise di ricostruire la basilica a Costantinopoli nel quarto secolo. Non si sa bene quale fu il lavoro di Isidoro il vecchio. Si sa che aiutò Giustiniano nella ricostruzione delle fortificazioni a Dara, in Siria. Fu conosciuto soprattutto come grande matematico.

Isidoro il giovane invece innalzò la colossale cupola (una delle più grandi del mondo) dopo un terremoto che l'aveva distrutta nel 558. Quando la costruì venne più alta di prima, ma con meno spinta. Il metodo usato erano i pennacchi, utilizzati ancora oggi. La Basilica fu successivamente distrutta durante la rivolta di Nika del 532. Nello stesso progetto fu incaricato anche Antemio di Tralle.

In precedenza aveva insegnato fisica ad Alessandria d'Egitto ed in seguito a Costantinopoli.

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Aspasia di Mileto

Erma marmorea nei Musei Vaticani, copia romana da originale greco del V secolo a.C.

Aspasia di Mileto (c. 470 a.C. – c. 400 a.C.), universalmente nota come Aspasia (greco: Ἀσπασία), era una donna ionia che, originaria di Mileto, visse ad Atene. Seguendo una tradizione storica e letteraria a lei spesso avversa, il suo personaggio viene spesso ricondotto, in maniera riduttiva, alla figura sociale dell'etéra.

Considerata la concubina di Pericle, fu da questi sposata dopo una lunga convivenza. Proprio un legame così consolidato appare incompatibile con le tesi che la vedrebbero una semplice etera.

Aspasia ebbe da Pericle un figlio, il cui nome viene tramandato come Pericle il giovane che, eccezionalmente, fu iscritto nelle liste dei cittadini: la legge, infatti, non concedeva lo status di ateniese a chi fosse nato da donne straniere. Aspasia, donna colta, era nota per la sua saggezza: consigliava Pericle nelle scelte politiche e il suo parere era molto influente. Ciò le conferiva un ruolo che la rendeva invisa a molti. Plutarco, pur dando conto di tradizioni a lei sfavorevoli, la definisce sapiente e versata nella politica ed amata da Pericle per tutta la vita. Riporta alcuni fonti, provenienti da ambienti socratici, che ne delineano il ruolo prestigioso di maestra di retorica per uomini di spicco della società del tempo, incluso lo stesso Pericle. Tra questi è Platone nel suo Menesseno (235e) che, più oltre (236b, 236c), ci svela anche un inedito rapporto con Socrate, della quale fu maestra, persino severa se non esitava a redarguirlo quando si rivelava lento nell'apprendere. Dagli stessi ambienti ci viene conferma dalla testimonianza di Senofonte nei cui Memorabilia Aspasia appare come maestra di Socrate, per bocca dello stesso filosofo.

Come altre persone dell'entourage di Pericle (basti ricordare Fidia ed Anassagora), anch'ella pagò lo scotto di essere bersaglio di accuse tendenti a screditare l'uomo politico. Ma nel suo caso, alle accuse mossegli, non doveva essere sicuramente estraneo lo sconcerto che, nella società ateniese, doveva ingenerare una figura libera, pubblica e autorevole come quella di Aspasia. Seguendo Plutarco, Aspasia fu tacciata pubblicamente di empietà e prossenetismo, accuse che la misero a rischio dell'esilio o della pena capitale e da cui lo stesso Pericle riuscì a sottrarla.

Aspasia, donna greca maestra di filosofi non è unica nel suo genere, potendosi ricordarla affianco ad altre due figure. La prima è la famosa Diotima, sacerdotessa di Mantinea, autorevole maestra di Socrate nella Teoria dell'Eros, esposta nel Simposio platonico (201d – 212c). La seconda è la servetta di Tracia, illetterata ma saggia e audace a tal punto da saper porgere uno spiritoso insegnamento persino a un Talete che assorto nelle sue osservazioni astronomiche, rimane buffamente prigioniero di un pozzo, come ricordato nel Teeteto platonico.

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Cadmo di Mileto

Cadmo di Mileto è stato uno storico greco probabilmente vissuto nel VI secolo a.C..

Le fonti relative alla sua vita e alla sua personalità sono assai poche ed incerte; l'unica fonte sicura, che lo colloca storicamente, è la sua opera: "La colonizzazione di Mileto e di tutta la Ionia", andata però perduta.

Tranne queste scarne e ridotte notizie di lui non si conosce niente altro.

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Source : Wikipedia