Michele Ferrero

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Inviato da amalia 02/04/2009 @ 12:20

Tags : michele ferrero, ferrero, agroalimentare, economia

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Michele Ferrero

Michele Ferrero (Dogliani, 26 aprile 1925) è un imprenditore italiano.

È proprietario del gruppo di famiglia: la multinazionale Ferrero che attualmente è il quarto produttore mondiale nell'area dolciari.

Nella classifica degli uomini più ricchi d'Italia secondo Forbes Michele Ferrero risulta essere al 1° posto in Italia ed al 40° nel mondo, con un patrimonio stimato in 9,5 miliardi di dollari.

Figlio del fondatore dell'azienda Pietro Ferrero, Michele entra fin da giovane nella gestione operativa, tuttavia alla morte del padre, avvenuta nel 1949, non assume la direzione che passa invece allo zio Giovanni, fratello del padre e alla vedova Piera Cillario.

L'abilità manageriale di Michele Ferrero appare evidente in alcune scelte vincenti con la creazione e esaltazione di marchi impresa, come Nutella a partire dal 1964 e Kinder Cioccolato dal 1968. Oltre all'apertura di stabilimenti produttivi e di rappresentanza in molte nazioni europee e, successivamente, esportando i prodotti ed il marchio Ferrero oltreoceano.

In Italia nei primi anni '70 l'azienda investe molto nella pubblicità televisiva del primo spazio appositamente creato: Carosello. Attualmente la Ferrero risulta essere tra i principali investitori in pubblicità e sponsorizzazioni di avvenimenti sportivi.

Il gruppo di Michele Ferrero detiene diversi marchi commerciali, molto famosi. Oltre alla già citata linea di prodotti Kinder Cioccolato e la crema Nutella ricordiamo i cioccolatini Mon Cherì, Ferrero Rocher e Pocket Coffee, la bevanda Estathè e le mentine Tic Tac.

Dal 6 giugno 1997 alla guida dell'azienda subentrano ufficialmente i figli Pietro e Giovanni Ferrero che diventano Chief executive officer.

In questo periodo,il suo nome gira sui giornali mondiali per la possibile acquisizione dell'Ac Milan ancora nelle mani di Silvio Berlusconi.

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Ferrero

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La Ferrero S.p.A. è un'industria multinazionale italiana, fondata da Pietro Ferrero nel 1946 e specializzata in prodotti dolciari. La sede direzionale si trova a Pino Torinese.

Ferrero Spa è posseduta al 100% dalla “P.Ferrero & C.”, che fa capo a sua volta alla capogruppo Ferrero International SA che ha sede in Lussemburgo.

Attualmente Ferrero si colloca al 4º posto per fatturato fra le industrie dolciarie mondiali, dopo Nestlé, Mars ed Altria/Philip Morris group. Il fatturato consolidato del gruppo dell'ultimo periodo è stato di circa 5,6 miliardi di euro.

Nel mondo sono occupati oltre 19.600 dipendenti con 17 stabilimenti per la produzione. Dieci di questi stabilimenti sono distribuiti in Europa e i rimanenti sette rispettivamente in Argentina, Australia, Brasile, Ecuador, Porto Rico, Canada e Stati Uniti.

Nel 1942 Pietro Ferrero apre un laboratorio per i dolci ad Alba, in via Rattazzi. La moglie Piera Cillario gestisce una grande pasticceria soprannominata Biffi con riferimento a quella di Milano. L'idea di sfruttare le nocciole, largamente disponibili in loco e dal costo contenuto per quegli anni (in piena Seconda guerra mondiale) è una necessità e una geniale idea.

Nel 1946 Pietro inventa una crema a base di nocciole e la chiama Pasta Gianduja e poi Giandujot, associandola foneticamente alla famosa maschera carnevalesca. Si trattava di un impasto di crema confezionato in carta stagnola che si poteva facilmente trasportare per essere tagliato e spalmato sul pane. Ne produsse una piccola quantità da vendere ai negozianti di Alba, riscuotendo un enorme e inatteso successo del consumatore. Il prodotto era apprezzato ed economico. La richiesta era talmente alta che una produzione artigianale non era più possibile.

In quello stesso anno nasce l'azienda "Ferrero" che dovette subito incrementare il livello di produzione ed assumere nuovi lavoratori. La conduzione è familiare e Giovanni Ferrero, il fratello minore di Pietro, si assume l'onere di organizzare la vendita dei prodotti. Invece di affidare la distribuzione ad altri nasce una propria rete di distribuzione diretta: dalla fabbrica al rivenditore.

Nel settembre del 1948 un'alluvione allaga lo stabilimento che rimane isolato. I dipendenti in prima persona collaboreranno al ripristino della normalità e alla ripresa della produzione. Il 2 marzo del 1949 avviene il primo lutto in azienda: muore Pietro Ferrero.

Nel 1950 entra ufficialmente in azienda Giovanni che diventa socio della Società in nome collettivo P. Ferrero & C. di Cillario Piera vedova Ferrero e Ferrero Michele. Nel 1956 la Ferrero apre il primo stabilimento estero, a Stadtallendorf, un piccolo paese a 150 km da Francoforte in Germania con 5 dipendenti che presto diventano 60. Il prodotto principale è la "Creamalba" e successivamente vi sarà prodotto il cioccolatino "Mon cherì".

Nell'ottobre del 1957 muore Giovanni Ferrero e di conseguenza la responsabilità del gruppo passa a Michele Ferrero, il nipote. La vedova, Ottavia Amerio, per qualche tempo ancora rimane socia in azienda. Intanto l'azienda si espande e nel 1960 apre il secondo stabilimento italiano a Pozzuolo Martesana, in provincia di Milano a cui seguirà un sito produttivo a Avellino, nel Sud del Paese.

Il 20 aprile 1964 la crema di nocciole cambia formula, densità e nome. Nasce ufficialmente la Nutella. Tale prodotto accresce il successo dell'industria dolciaria al di fuori dei confini nazionali, giungendo prima in Europa e poi in tutto il mondo. Nello stesso anno il centro direzionale viene posto a Pino Torinese.

Nel 1968 apre il primo stabilimento in Francia. A seguire aprono altri stabilimenti e sedi commerciali in Olanda, Belgio, Svizzera, Danimarca e Inghilterra. Viene inaugurata la linea di prodotto "Kinder Cioccolato". L'anno seguente la Ferrero si espande oltre oceano aprendo un ufficio di rappresentanza a New York. A seguire apriranno sedi produttive in Austria, Irlanda, Porto Rico ed Ecuador. La produzione è ormai mondiale.

Il quinquennio 1971-1976 rappresenta il periodo d'oro di Carosello e Ferrero è una delle principali aziende che utilizzano i primi spazi pubblicitari in TV. Per pubblicizzare Nutella viene scelta una serie d'animazione con disegni dei fratelli Toni e Nino Pagot: Il gigante Amico.

Nel 1983 Nasce la "Fondazione Ferrero" dall'idea di Michele e Maria Franca Ferrero. Lo scopo è quello di raccogliere e mantenere saldi legami tra l'azienda, i suoi dipendenti e chi ha lasciato l'azienda raggiungendo l'età della pensione. La fondazione si propone come ente culturale e sociale. Nel 1991 la fondazione viene riconosciuta come "Ente morale".

Nel 1987 inizia l'attività produttiva del nuovo stabilimento di Balvano, in Basilicata, e nel 1994 viene inaugurata un'altra sede a Sant'Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino. Seguiranno nel tempo l'apertura di sedi commerciali estere nell'Est dell'Europa: Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria. In Polonia viene inaugurato un nuovo stabilimento produttivo a Belsk Duży. A novembre un'alluvione inonda Alba e nuovamente lo stabilimento Piemontese si trova in difficoltà, ma queste sono subito superate anche grazie all'intervento degli stessi dipendenti che in quel momento si trovavano in fabbrica e non solo.

Gli investimenti danno i loro frutti: nel 1996 il fatturato globale dell'azienda raggiunge i 7.500 miliardi di lire e i dipendenti superano 14.000 unità e nello stesso anno, in occasione del cinquantesimo anniversario della nascita della Ferrero, l'azienda pubblica un libro autocelebrativo in cui viene ripercorsa la storia e l'evoluzione del prestigioso marchio piemontese.

Dal 6 giugno 1997 alla guida dell'azienda subentrano ufficialmente i figli Pietro e Giovanni che diventano Chief executive officer. Approda quindi al comando la "terza generazione" dei Ferrero.

La crescita economica dell'azienda non si ferma: se nel 2000 il fatturato tocca quota 4 miliardi di euro (con più 16.000 dipendenti), nel 2006 cresce a 5,6 miliardi di euro ed i lavoratori giungono a 19.600 unità. Le società operative sono 36 e gli stabilimenti di produzione 15, l'ultimo dei quali a Brantford (Canada).

I progressi finanziari vengono confermati dalla classifica degli uomini più ricchi d'Italia secondo Forbes, pubblicata nel 2008: in essa Michele Ferrero e famiglia risultano essere al 1º posto in Italia ed al 68º nel mondo.

Quando l'azienda assunse il livello di industria diversificò la produzione con altri dolci: quelli a base di cioccolato, i prodotti "da forno" (brioche e snack) sino alle caramelle e alle bevande.

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Vicenda SME

La SME, Società Meridionale di Elettricità, operò nel settore elettrico, nel Sud d'Italia, per molti decenni.

Al momento della nazionalizzazione dell'energia elettrica la SME fu espropriata come le altre aziende elettriche, ed indennizzata con denaro contante, che impegnò in gran parte nel settore agro-alimentare, con l'intenzione di diventare un polo agro-alimentare, dove fare profitti ed anche agevolare la commercializzazione e la trasformazione dei prodotti agricoli. Raccolse una serie di marchi, una serie di aziende che agevolavano la trasformazione dei prodotti agro-alimentari, Alemagna, Bertolli, Cirio, Mellin, Motta, Star, Surgela.

Tuttavia senza un grande successo in termini di bilancio. Si perse così l'occasione di avere un grande gruppo agro-alimentare italiano in grado di competere sui mercati esteri alla pari dei colossi del settore.

Nel 1985 il governo italiano, di cui era primo ministro Bettino Craxi, decise la privatizzazione del comparto agro-alimentare dell'IRI, nel quadro della privatizzazione di alcune partecipazioni statali definite non strategiche. In particolare le aziende del comparto agro-alimentare presentavano bilanci non positivi, solo nel 1984 la SME era giunta all'attivo, la SIDALM sempre negativa. Il consiglio di amministrazione dell'IRI fu incaricato della attuazione della decisione, attuando trattative e accordi preliminari in tal senso, da presentare al governo al quale permaneva la decisione finale.

In attuazione di tale direttiva l’IRI sondò il mondo imprenditoriale per verificare la disponibilità all'acquisto. Furono informati ad esempio la famiglia Fossati, Pietro Barilla, Michele Ferrero e Silvio Berlusconi, i quali risposero che potevano essere di loro interesse solo alcuni rami dell'azienda, che l'intero gruppo era troppo grande e caro. L'unico disposto ad accollarsi l'intero acquisto della SME-SIDALM risultò De Benedetti. Le quotazioni di borsa di quel periodo valutavano la partecipazione dell'IRI a circa 500 miliardi.

Il 29 aprile 1985 Prodi, in qualità di presidente dell'IRI, e Carlo De Benedetti in qualità di presidente della Buitoni, stipulavano un accordo preliminare per la vendita del pacchetto di maggioranza, 64,36% del capitale sociale, della SME, finanziaria del settore agro-alimentare dell’IRI, per 437 miliardi di lire da pagare in 4 rate, entro fine Dicembre 1986; tale dilazione al tasso del 14% semplice portava il valore della transazione a 497 miliardi. Questo prezzo corrispondeva ad un prezzo di lire 1.107 per azione; la quotazione di borsa era di lire 1.275 per azione. Buitoni avrebbe avuto il 51%, mentre il rimanente 13,36% sarebbe andato a Mediobanca e Imi. Faceva parte dell'accordo anche la vendita dell'IRI alla Buitoni dell'intero capitale sociale della SIDALM (panettoni e cioccolattini Motta e Alemagna) per 1 lira (aveva un valore di avviamento negativo).

Il documento prevedeva che entro il 7 maggio successivo il presidente dell'IRI avrebbe presentato l'accordo al consiglio d'amministrazione dell'IRI con suo parere positivo, e avrebbe richiesto all'autorità di governo la necessaria approvazione. Della trattative erano stati informati solo il comitato di presidenza dell'IRI e il ministro delle partecipazioni statali Clelio Darida.

Il consiglio di amministrazione dell'IRI, del quale solo il comitato di presidenza già era informato della trattativa, approvò il 7 maggio.

Il governo, del quale solo Darida era al corrente della trattativa, richiese una verifica sull'opportunità dell'operazione e Bettino Craxi dichiarò : "Se ciò che ci viene proposto risulterà un buon affare lo faremo. Se no, no". Si poneva quindi un problema di valutazione economica e sociale. Il governo aveva tuttavia un termine temporale entro il quale esprimere parere negativo o positivo.

Nel frattempo la notizia della trattative era diventata pubblica ed anche i valori economici.

L'Iri su direttiva del Ministero Partecipazioni Statali e del CIPI cominciò l'esame comparato delle offerte, ma arrivò la decisione del governo.

Il governo, dopo aver analizzato la situazione, anche alla luce delle situazioni occupazionali, pareri sindacali, e di politica generale, non diede la prescritta autorizzazione di vendita a nessuno dei potenziali compratori e ritenne di mantenere la SME nell'ambito pubblico.

Il 15 giugno la vendita della Sme viene annullata con un decreto; la Sme non venne venduta né a De Benedetti né alla cordata Barilla-Ferrero-Fininvest, né a nessuno degli altri concorrenti.

Questo nonostante l'aumento dell'importo conseguibile, in seguito alle nuove offerte.

Il gruppo Buitoni, che aveva siglato con l'IRI l'accordo preliminare di acquisto, ricorse alla magistratura sostenendo che l'accordo preliminare fosse valido indipendentemente dal nulla Osta Governativo, l'intervento delle cordate concorrenti fosse strumentale in quanto le offerte stesse non si erano poi trasformate in nessun atto concreto.

Il governo ritenne di mantenere la SME nell'ambito pubblico e furono fatti dei tentativi di potenziare la SME, in funzione di Polo-Agroalimentare, con un certo moderato successo. Negli anni successivi le aziende del comparto agro-alimentare furono potenziate con investimenti di centinaia di miliardi per farle diventare un buon polo Agro-Alimentare al servizio della Agricoltura Italiana.

Nel 1993 Prodi, ritornò alla guida dell'Iri sotto il governo di Carlo Azeglio Ciampi. Per diminuire il complesso del debito pubblico fu ripreso il progetto di riduzione dell'apparato dell'IRI; la SME e diverse altre società dell'IRI furono vendute; l'Iri stesso venne smantellato. Il miglioramento della efficienza della SME, avvenuto negli anni dal 1985 al 1995, e le diverse condizioni industriali e finanziarie intercorse in dieci anni, permisero di arrivare alle vendite frazionate di Italgel (437 miliardi), Cirio-Bertolli-De Rica (310 miliardi) (acquirente Fisvi di Carlo Saverio Lamiranda) e GS e Autogrill (704 miliardi), oltre ad altre quote che fruttarono un totale di 2.044 miliardi di lire. La vendita successiva fruttò oltre quattro volte il prezzo che l'IRI (e dunque lo stato) avrebbe ottenuto sotto la guida Prodi. Anche applicando alcuni correttori finanziari, i ricavi ottenuti dalla vendita posticipata della SME furono di oltre il 30% maggiori che non nel caso proposto da Prodi.

A distanza di dieci anni dal primo tentativo di vendita il prezzo ottenuto fu più elevato e non fu realizzato un polo Agro-Alimentare Italiano.

Secondo una ricostruzione politica non da tutti condivisa, la vera motivazione dell'ostilità del governo Craxi non era per la vendita in se, ma per il fatto che la vendita potesse andare ad accrescere il potere economico e di pressione del gruppo De Benedetti (coproprietario del gruppo Espresso) che insieme a Ciriaco De Mita configurava il cosiddetto partito trasversale, contrapposto al cosiddetto CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) che si andava formando e che alla fine prevalse.

A parziale conferma di ciò lo stesso Berlusconi, sentito al Processo SME, dichiarò Craxi mi pregò in modo molto affettuoso, ma pressante, di mettermi in campo con la mia concretezza per bloccare un'operazione nata nel segreto, e inaccettabile.

Le accuse che sono state rivolte a Prodi riguardano il prezzo stabilito nel 1985 per la vendita dell’intero complesso alimentare dell’IRI, SME-SIDALM. I detrattori hanno sempre sostenuto che fosse troppo basso. L'offerta era di 437 miliardi di lire da pagare entro la fine dell'anno successivo; tale dilazione al tasso del 14% semplice portava il valore della transazione a 497 miliardi. Questo corrispondeva ad un prezzo di lire 1.107 per azione; la quotazione di borsa era di lire 1.275 per azione.

Prima di decidere la vendita, fu eseguita una perizia commissionata dall'IRI ai professori dell'università Bocconi di Milano, Roberto Poli e Luigi Guatri, due dei maggiori esperti di assets aziendali. I due periti valutarono l'intero valore della SME circa 700 miliardi. Il 64,3%, cioè la quota in vendita, corrispondeva a 448 miliardi, valutati 497 miliardi in quanto quota di controllo.

Gli stessi azionisti della IAR conclusero una perizia interna: Ferrero valutò 735 miliardi il 100% della SME, la Barilla 765 miliardi. Quindi la quota in gioco del 64,3% ammontava a 492 miliardi per la Barilla e 472,6 per la Ferrero, perfettamente in linea con le decisioni dei periti della Bocconi.

Le trattative furono condotte dall'IRI con la consulenza di Mediobanca, alla quale andava, assieme all'IMI, il 13,36% della SME, e la diretta partecipazione di Enrico Cuccia, Silvio Salteri e Vincenzo Maranghi che siglarono l'accordo. La valutazione del prezzo di vendita pari a 1.106,9 lire per azione, fu effettuata da Roberto Poli, professore di ragioneria generale alla Cattolica di Milano. Venne chiesto un ulteriore parere anche al rettore della Bocconi, Luigi Guatri, che "confermò la congruità del prezzo pattuito per la cessione". Lo stesso imprenditore Silvio Berlusconi aveva espresso in data 3 aprile a Giuseppe Rasero, amministratore delegato della Sme, la sua convinzione che la valutazione complessiva di 500 miliardi per la Sme fosse troppo cara e al di fuori delle sue possibilità.

Tuttavia le polemiche si trascinarono a lungo ed in seguito ad esse le privatizzazioni successive vennero effettuate con Offerta Pubblica di Vendita.

Il ricorso del gruppo Buitoni fu respinto dai tre gradi di Giudizio, Tribunale, Corte di Appello, Cassazione.

Nei confronti del primo grado di giudizio, ci furono sospetti che diedero origine a un processo. Il tribunale di Roma, guidato da Filippo Verde, aveva dato ragione all'IRI. La sentenza costituì successivamente materia di indagine per il Processo SME che stabilì ci fosse stata corruzione in atti giudiziari.

Il giudice Filippo Verde venne assolto con la motivazione : "perché il fatto non sussiste".

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Leonardo Del Vecchio

Leonardo Del Vecchio (Milano, 22 maggio 1935) è un imprenditore italiano.

È il fondatore e il presidente di Luxottica, la più grande azienda di occhiali di lusso e da sole del mondo con sede principale ad Agordo in provincia di Belluno. Secondo la rivista Forbes, è il secondo uomo più ricco d'Italia, dopo Michele Ferrero e Silvio Berlusconi, con un patrimonio netto di 6,3 miliardi di dollari (Forbes, 2009) e 71° nella classifica mondiale (sempre Forbes 2009).

È inoltre un importante azionista delle Assicurazioni Generali all'interno della quale svolge anche la funzione di Consigliere.

Nato a Milano ma bellunese di adozione trascorse i suoi primi anni, orfano, nel collegio dei Martinitt. Diventa poi apprendista in una fabbrica di stampi per ricambi automobilistici e montature per occhiali, in qualità di incisore. Nel 1958 ad Agordo in provincia di Belluno si mette in proprio, aprendo una bottega in cui si occupava sempre di occhiali. Nel 1999 viene accreditato con un MBA ad Honorem in International Business dalla MIB School of Management di Trieste e nel 2006 (21 marzo) gli viene conferita la Laurea honoris causa in Ingegneria dei materiali dal Politecnico di Milano. Nel 2008 è stato condannato, in primo grado, a pagare più di 20 milioni di euro per frode fiscale.

La Delfin S.à.r.l. possiede anche partecipazioni inferiori al 2% in Unicredit e Assicurazioni Generali.

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Source : Wikipedia