Matelica

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Tags : matelica, marche, italia

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Matelica

Matelica - Stemma

Matelica (Matélga nel dialetto locale) è un comune di 10.317 abitanti (2006) della provincia di Macerata.

Matelica è posta a 354 m s.l.m., nella vallata del fiume Esino, l'unica valle marchigiana che si sviluppa - almeno parzialmente - da nord a sud. Il territorio è in prevalenza collinare, con le montagne che la costeggiano ai lati della valle, tra cui il monte San Vicino.

Le origini della città di Matelica risalgono al Paleolitico. Gli umbri, popolazione indoeuropea, già nel 2000 a.C. si erano stanziati nella valle del fiume Esino, dove sorge la città. La nascita vera è propria del centro abitato è fatta risalire all’incontro delle popolazioni umbre, con quelle picene. I piceni, popolo proveniente dall’Abruzzo e dall’ascolano, costruirono il primo centro abitato vero e proprio, sfruttando i già presenti insediamenti primigeni. Con l’arrivo dei Romani, la città subì un rapido cambiamento; dopo la battaglia di Sentino, svoltasi a pochi chilometri da Matelica, la città fu assoggettata ai nuovi conquistatori. Le terre contigue alla città furono spartite tra i legionari veterani, e ci fu un rapido processo di romanizzazione di tutta la zona. Dopo la guerra sociale, la cittadinanza romana fu estesa prima ai Latini, poi agli Umbri e in seguito a tutta la penisola; nel 70 a.C. Matelica divenne municipio Romano, costruendo la propria struttura politica sulla riga di quella dell'Urbe: comandata da un duumviro, coadiuvato da cinque censori e da un Protettore che difendeva i diritti della città presso Roma. Matelica fu iscritta alla tribù Cornelia e nel 101 d.C. la città ospitò l’imperatore Traiano in partenza per la Dacia da Ancona. In seguito il generale Caio Arrio Clemente, che aveva visitato la città a seguito dell’imperatore, sarà nominato Curatore del municipio. Con l’avvento della cristianità sull’impero, Matelica fu sede vescovile sin dal 400 d.C. Il vescovo rimase l’unica autorità dopo la caduta dell’impero: la città si ritrovò soggetta a incursioni dei barbari, e la popolazione soffrì la fame per le carestie e le invasioni. Nel 552 la battaglia tra Totila e Narsete a Gualdo Tadino, fu decisiva per il futuro della città. La sconfitta dei goti, fece fuggire il loro re, che arrivò a Matelica dove morì e fu sepolto. I bizantini che lo inseguivano raggiunsero la città e la annessero al loro impero. Fino all’invasione dei Longobardi, la città visse un piccolo periodo di pace e prosperità. I nuovi invasori, sconfitti i bizantini, la distrussero nel 578 d.C. Da quel momento la città passò sotto la diocesi di Camerino.

Con l’arrivo dei Franchi, la città fu ricostruita, e dopo l’800 d.C. , come molte altre città, fu assoggettata a dei Conti, che rappresentavano l’imperatore del Sacro Romano Impero e poi il re d’Italia. La città, pur se formalmente sotto il dominio della Santa Sede fu incorporata nella Marca di Ancona e soggetta quindi al potere imperiale. Il più famoso di questi, il conte Attone, guidò, nel 964 a.C., una parte delle truppe di Ugo re d’Italia contro quelle del Duca di Spoleto Ascaro presso Camerino, dove entrambi persero la vita.

Quando l’Imperatore Federico Barbarossa tornò in Germania, Matelica si ribellò all’impero e scacciò i conti Ottoni, famiglia con capostipite il conte Attone di cui sopra, e si costituì libero comune, sorretto da due consoli di origine nobiliare. Il ritorno dell’imperatore in Italia provocò nuove guerre nella Marca e l’Arcivescovo di Magonza Cristiano rase al suolo la città nel 1174, fedele al papa Alessandro III. La comunità però venne a patti con i figli del conte Attone, che giurarono fedeltà e si impegnarono a proteggerla; in questo modo la città fu ricostruita, grazie anche all’appoggio dell’Imperatore Federico II di Svevia, pacificatosi con il papa nel 1185. Il conte Attone (discendente del conte di cui sopra) non si arrese e sfruttando la volontà di espansione della vicina Camerino, costruì una lega tra questa e i comuni di Fabriano, S.Severino, Tolentino, Cingoli, Recanati e Civitanova. Attaccati da nord e sud i matelicesi furono sopraffatti e la città distrutta per la terza volta nel 1199. Gli abitanti furono dispersi e vissero fuggiaschi tra i vari monti della zona. Appellatisi all’imperatore Ottone IV, nel 1209, ottennero il permesso di ricostruire la città e grazie al forte potere militare di Francesco d’Este, nominato curatore della Marca di Ancona, vi riuscirono. Dopo la ricostruzione, il paese era stato chiamato Nuovo Castello di Sant’Adriano, ma il vecchio nome tornò presto in auge; le lotte con gli altri comuni limitrofi continuarono per tutto il tredicesimo secolo. Diverse volte i matelicesi si scontrarono con Fabriano, e soprattutto con Camerino, mentre una forte alleanza fu stretta con San Severino. Nel 1259 dopo una provocazione di Camerino i matelicesi presero posizione tra i Ghibellini a favore di Manfredi e con le truppe di questi, comandate da Percivalle Doria distrussero la città, vendicando la distruzione di 60 anni prima. Matelica si dichiarò eternamente fedele al Re e alla morte di questi non esitò a imprigionare un ambasciatore papale pur di mantenere la parola. Clemente allora, tassò la città pesantemente, pena la distruzione e obbligò i matelicesi ad accettare un Podestà di nomina papale. Sotto le pesanti gabelle la città si impoverì rapidamente, contraendo debiti con gli altri paesi. Nel 1273 i matelicesi furono costretti a creare una truppa per soffocare la rivolta antipapale a Jesi, e per i successivi trenta anni combatterono quasi incessantemente con la vicina Camerino per la costruzione di castelli, per ridefinire i confini e per la volontà di questi di vendicarsi della distruzione subita.

Nei primi anni di questo secolo, Matelica stipulò un'alleanza di natura militare e amministrativa, sotto la supervisione del governatore pontificio, con le città di Fabriano, Camerino e S.Severino. Le quattro contraenti si impegnavano a prestarsi reciproco soccorso e aiuto, oltre a rispettare gli editti delle altre. Ciò non impedì alcune scaramucce, ma la rinnovata pace permise alla città di poter dedicarsi più volte alle rivolte intestine allo stato della chiesa, schierandosi talvolta con i Guelfi e altre con Ghibellini. Il Comune era retto, oltre che dal Podestà, dal Capitano del popolo e dal Consiglio degli Anziani. Da rilevare la partecipazione al governo della città dei Rettori e Consiglieri delle varie corporazioni artigianali costituenti il nucleo principale del Consiglio cittadino. Esse erano nove: Notari, Mercanti, Calzolai, Fabbri, Tornitori, Lanaiuoli, Falegnami, Sarti e Muratori. In questo periodo si formano le Società e Compagnie d'armi per la difesa e sicurezza della Città. Nel frattempo gli Ottoni si ristabilirono a Matelica iniziarono a intromettersi sempre più profondamente nella vita politica.

Alla fine del 1300 il vicariato della città fu affidato dal papa Bonifacio IX agli Ottoni. Questa famiglia, in un primo tempo lasciò invariata la struttura comunale, per poi lentamente sopprimerla e accentrare tutti i poteri in loro. Iniziarono una riforma fiscale, promossero lo sviluppo dell’industria della lana, della tintoria e della concia, restaurarono le mura, costruirono il campanile della cattedrale soprattutto sotto la guida di Alessandro Ottoni e tentarono più volte di definire una volta per tutte i confini con San Severino e Camerino. All’ inizio del sedicesimo secolo ampliarono pure i commerci e le strade, tanto che si potevano contare ben centodieci mercanti in città. Alcune scelte di natura ecclesiastica però irritarono il popolo e con la signoria di Anton Maria Ottoni iniziò il malcontento generale, dovuto soprattutto all’eccessiva crudeltà e tirannia di quest’ ultimo, che non esitava a incarcerare e uccidere i suoi avversari politici. A causa della loro condotta tirannica i rapporti con i matalicesi si erano fatti talmente tesi che alcuni cittadini, nel febbraio del 1545, ordinarono una congiura con lo scopo di uccidere alcuni membri della famiglia ma il complotto fu scoperto da un tale Falcone da Falconara. Dopo tante lotte, anche interne alla famiglia, e numerosi viaggi di delegazione dei cittadini a Roma, alla fine nel 1576 papa Gregorio XIII spogliò definitivamente gli Ottoni del vicariato. Nel 1578 Nicolò d’Aragona, governatore generale della Marca, prese possesso della Città in nome della Sede Apostolica. Matelica fu così governata da un Commissario Apostolico inviato dal Papa.

Con Paolo V, nel 1618, Matelica fu affidata ad un Governatore indipendente da quello della Marca, con piena giurisdizione; e per questo riconoscimento lo stemma di Paolo V Borghese fu innalzato sulle porte dei principali edifici pubblici. Si conservò l'antica divisione della Città in quattro quartieri: Santa Maria, Campamante, Civita e Civitella. A capo d’ogni quartiere fu posto un Priore, facente parte di diritto del Consiglio generale. L'amministrazione della Città era retta da un Gonfaloniere e tre priori, eletti nel Consiglio generale. La popolazione accettò pacificamente il nuovo governo, nel quale vide un periodo di pace dopo secoli di lotte intestine. Nel 1692 la cittadinanza si riappacificò con i conti Ottoni, nominandoli cittadini onorari e nel 1761 la città fu ricreata sede vescovile, retta con la stessa importanza insieme a Fabriano.

L’arrivo dei francesi guidati da Napoleone soppresse il vescovado e con la liberalizzazione dei commerci introdotta, la città subì un forte declino industriale, soprattutto nel settore della lana. Il ritorno sotto lo stato pontificio fu quasi un sollievo per la popolazione, che tuttavia issò le bandiere tricolori durante i moti del 1848 sul palazzo del comune per solidarietà ai rivoltosi di tutta Italia. Dopo la battaglia di Castelfidardo in città furono esposte ancora una volta le bandiere e nel plebiscito il si all’unione al Regno D’Italia vinse a maggioranza schiacciate.

La nuova situazione riportò il libero commercio e l’attività da industriale divenne agricola, impoverendo parecchio tutta la popolazione. Durante la prima guerra mondiale furono molti i matelicesi a partire e la città subì, come tante altre, molti lutti. Durante la seconda guerra mondiale, Matelica ospitò un battaglione di soldati italiani che dopo l’armistizio furono nascosti dagli abitanti e assieme ai giovani del luogo e ad alcuni soldati stranieri formarono la resistenza locale. La guida spirituale dei partigiani Don Enrico Pocognoni, fu ucciso dai nazisti nel famoso Eccidio di Braccano il 24 marzo 1944. Dopo la guerra, grazie all’interessamento di Enrico Mattei l’attività industriale riprese prepotentemente e assieme a essa la valorizzazione del Verdicchio, che ha portato Matelica in tutte le enoteche d’Europa.

L’origine del nome Matelica è oscura e si perde nelle nebbie del tempo; in tutto il mondo non esiste nessun altro luogo o città con questo nome e rarissimi sono i nomi che terminano con la stessa desinenza. Il nome potrebbe essere di origine celtica e significare paese dei prati, dal celtico matten, prato. Ancora più azzardata è una supposta origine greca, essendo i greci stabilitisi nella vicina Ancona; dal greco matesis, studio, oppure, con più cognizione metelis, luogo di delizie. Se si considera l’antico nome dialettale Matelga, allora potrebbe essere interessante la parola teleg, che in molte lingue antichissime, come quelle semitiche, significa neve, e dunque luogo coperto di neve. Si potrebbe far risalire l’origine al latino, alla forma Mater Liquoris, madre delle acque, anche se nessun fiume nasce nel suo territorio, e soprattutto Plinio il Vecchio chiama la città Matilica Matilicatis, e dunque il nome le era già stato assegnato. Qualunque sia l’origine, il nome corretto oggi della città è Matélica , con la e chiusa, essendo Matilica - Matelica, come Firmum - Fermo, e il nome dei suoi abitanti matélicesi, che dall’unità d’Italia ha sostituito la forma semanticamente corretta matélicani.

L’edificio di proprietà della famiglia Scotti di Narni, parenti stretti degli Ottoni, fu acquistato dal comune di Matelica nel 1606 per avere uffici più funzionali. Al momento dell’acquisto il palazzo presentava gravi danni alle strutture principali che mettevano in serio rischio la sua stabilità e la sua permanenza nella piazza. Solo alla fine del secolo XIX, dopo un duro lavoro di noti architetti, il palazzo fu una realtà stabile e sicura. All’interno del palazzo si possono ammirare: la lapide di Caio Arrio, una tela raffigurante S. Onofrio di Salvatore Rosa. Sotto lo stemma del comune è rappresentata la vergine lauretana protettrice della città. Inoltre il comune vanta anche il possesso di una raccolta di disegni del ritrattista matelicese Raffaele Fidanza (1797-1846).

Il nome nacque dalla residenza nel palazzo del Luogotenente imperiale, che fu costruito su ordine di Ottone IV. Molte sono state le ristrutturazioni, sicuramente non tutte rispettose dello stile originario, ma ciò nonostante il palazzo offre alla piazza una nota positiva in più. Accorpata all’edificio è la Torre Civica, la cui base, per alcuni, potrebbe essere contemporanea dell’edificio, mentre per altri potrebbe risalire ad un’epoca antecedente il 1175. La torre fu sopraelevata alla fine del sec. XV, e successivamente, nel 1893, fu allargata alla base per problemi di stabilità.

Risale al 1805. La sua struttura a palchetti, tre ordini più il loggione, ha un aspetto molto elegante. La progettazione si deve al celebre Giuseppe Piermarini che fu architetto della Scala di Milano, mentre le decorazioni pittoriche databile tra il 1810 ed il 1812 è da attribuire al pittore Spiridione Mattei. Presso il teatro si conservano reperti archeologici relativi a resti d’abitazione dell’età del ferro e ad un impianto termale d’epoca Romana (I-II sec. d.C.). Oggi ospita la stagione teatrale della città.

Fu costruito nel 1472 per conto di Alessandro e Ranuccio Ottoni dagli architetti Costantino e Giovan Battista da Lugano. Il palazzo rinascimentale è antistante la piazza e contribuisce a renderla originale per la pluralità stilistica degli edifici che la circondano. Sul retro è presente un cortile che tramite una loggetta aerea ancora presente lo collegava a un’altra proprietà della famiglia.

Fiore all’occhiello della città, è uno dei più belli della nostra regione. Affonda la sua origine nel sec. XVII, allorché mons. Venanzio Filippo Piersanti, nato a Matelica nel 1688, inizia all’interno del suo palazzo una raccolta d’oggetti d’alto valore storico-culturale ed artistico. Il palazzo, è donato, nonostante tutto quello che esso già abbondantemente e di notevole valore conteneva, grazie ad un testamento nel 1901, per opera della marchesa Teresa Capaci Piersanti, al Capitolo e alla Cattedrale S. Maria. Tutti gli oggetti contenuti nel palazzo avevano in comune solo il carattere della pregevolezza, spaziando per ogni campo e settore, pittura, scultura, artigianato, stampa, e molto altro. Per quest’accostamento irrazionale d’opere e d’oggetti, anche pezzi archeologici, che il Museo ha acquistato una caratteristica ed originalità del tutto proprie ed interessanti. Con il passare degli anni il museo si è gradualmente arricchito di tele, pitture, sculture, grazie all’apporto di varie chiese locali, delle Confraternite, del Comune, e di recente per il dono del pittore locale Diego Pettinelli, consistente in 115 pastelli con vedute di Matelica e con un campionario di stoffe e di merletti di gran valore appartenenti alla famiglia Murani Mattozzi di Matelica, di alcuni abiti del seicento, settecento, ottocento. Negli ultimi anni è stata aperta al pubblico la nuova stanza degli argenti. Il museo si presenta lungo un itinerario comprendente tre sale a piano terra e ben sedici al primo piano e ospita anche molte curiosità; tra queste le stanze del palazzo legate più alla quotidianità, dalla cucina ai locali per la vinificazione: se il frantoio è andato perso, le cantine con relative attrezzature hanno conservato l'assetto originario. Mancano molti oggetti d'uso quotidiano, di cui un meticoloso inventario redatto nel 1763 fornisce tuttavia interessante testimonianza. Oltre agli oggetti da cucina, agli attrezzi per realizzare insaccati suini e a quelli per fare il pane, sono inventariati, sempre in un registro settecentesco, i capi di bestiame allevati nelle fattorie. Uno dei pezzi più singolari della collezione Piersanti è il Globo di Matelica.

Il Globo di Matelica è una sfera di marmo bianco cristallino scoperto nel 1985 e rappresenta un singolare modello di orologio solare giunto a noi dall'antichità. Il marmo con cui è stato realizzato è greco e proviene forse dalla cava di Afrodisias (zona di Efeso) oggi Turchia. Si tratta di un marmo particolare, composto da grossi cristalli, che luccicano quando sono esposti ad una fonte di luce. La sua circonferenza misura 93 cm, molto vicina a quella di due "cubiti fileterei" (un cubito filetereo corrispondeva a 46,83 cm), da cui si ricava il diametro che è di 29,6 cm, che, guarda caso, corrisponde esattamente a quella di un "piede attico". La sfera è divisa esattamente a metà da una incisione, allo stesso modo di come l’Equatore divide la Terra. L’emisfero superiore è a sua volta diviso a metà da un altro solco, che interseca un foro, situato approssimativamente sulla sommità del Globo, ed il centro di tre cerchi concentrici (calotte sferiche) di vario diametro. Queste 3 circonferenze sono a loro volta intersecate al loro centro da un arco di cerchio avente il raggio di misura uguale a quello più grande. Attorno a queste circonferenze sono ancora visibili delle parole incise in antico alfabeto greco; sulla sommità dell’emisfero superiore sono presenti 13 fori, di cui 3, quello sommitale e i due posti lungo il solco che divide a metà il Globo, hanno un diametro superiore agli altri. Accanto ad ogni foro sono state incise altrettante lettere dell’alfabeto greco antico. Infine nella parte inferiore del Globo è stata scavata una depressione conica terminante in un grosso foro rettangolare, che serviva a fissare la sfera su una base.Il globo è costruito per funzionare a una latitudine di circa 43°, come quella di Matelica, di conseguenza, esso è stato costruito proprio per la città. Perché sia stato fatto, da chi, e come mai i greci si siano interessati tanto a Matelica resta un mistero.

La prima cattedrale di Matelica, la Pieve era eretta nel cuore storico della città. Essa decadde quando venne meno la sede vescovile e fu demolita nel 1530. Ad essa era già subentrata verso la metà del XV secolo la chiesa di Santa Maria della Piazza, che poi divenne cattedrale con il nome di S. Maria Assunta 1785. Al di là delle supposizioni, per altro logiche, secondo le quali la posizione attuale non corrisponde con quell’originaria, come l’antico e primitivo campanile della fine del XV secolo; starebbe a dimostrare con la sua posizione irregolare rispetto al resto del complesso che gli interventi di ristrutturazione eseguiti nel tempo hanno rispettosamente conservato la fisionomia preesistente. Tra le eccellenti opere d’arte che la con cattedrale vanta, si evidenzia, per la finezza della lavorazione il piccolo e prezioso Crocifisso settecentesco il legno e argento del forlivese Giovanni Giardini.

Costruita nel 1255, dell’antica fattura non rimane più nulla; il più antico segno è il campanile, databile nel XV secolo, mentre sono evidenti gli interventi ristrutturali operati nel tempo, che hanno dato alla chiese uno stile barocco, quasi rococò. Alla chiesa vi è annesso il monastero delle clarisse più antico di Matelica, ed anche il più famoso per il ricordo della Beata Mattia Nazzarei (1253-1320) che lì visse santamente. Il monastero e la chiesa vantano tele di pregevole esecuzione. Particolarmente apprezzabili: la Croce del XIII secolo, dipinta da anonimo marchigiano; una Madonna col Bambino di fine XIII secolo ed un’altra del XV secolo attribuita al cosiddetto Maestro della Culla appartenente alla cerchia di Gentile da Fabriano. Sotto l’altare della chiesa si conserva e si venera, ancora oggi, il corpo della Beata Mattia.

Sorge sulla Piazza omonima. L'edificio primitivo (1240-'60) era in stile romanico come si arguisce dal portale e dalla trifora, ora nascosta dietro l'attico. L'attuale prospetto, rimaneggiato e incompleto, risale alla prima metà del sec. XVIII, mentre la scalinata è del 1970. Nell'atrio del muro, a destra, una piccola lapide, con figura in rilievo di un ecclesiastico in paramenti sacri e con le braccia allargate. La scritta sopra il capo (S: DOPI: LAPI) è interpretata: SIGNUM DOMINI LAPI (sigillo del signor Lapi) e questo rappresenterebbe un abate dell'antico Monastero di Roti, nei pressi di Braccano. Nell'interno la navata, in leggero barocco (prima metà del settecento), s'impone per affascinante grandiosità e per notevoli opere d'arte: confessionali in noce a colonnine tortili del '600; via Crucis, eseguite tra il 1740-1750; medaglioni dei primi decenni dell'ottocento, attribuiti al francescano Padre Antonio Favini (1749-1843).Tela di Marco Palmezzano 1502 (Madonna col Bambino sul trono). Sulle pareti del coro, interessanti frammenti di affreschi di scuola giottesco-marchigiana con Storie della vita di san Francesco.

Con la sua mole proporzionata ed elegante, domina la Piazza E. Mattei, completandone l'armonia tra gli edifici che la contornano. Sorse nel 1690 con le offerte dei cittadini sull'area di una Chiesa più antica dedicata a S. Sebastiano, patrono della città. Fu consacrata nel 1715. A croce greca, nella sua misurata eleganza racchiude dei buoni quadri tra cui, il "Crocifisso ed Anime Purganti" di Salvator Rosa. Nella cappella a sinistra è collocata una statua di S.Sebastiano di fattura rinascimentale, datata 1585. In sagrestia vi sono due quadri con parti napoletane, databili alla fine del '600, e raffiguranti la "Madonna con S. Francesco di Paola", il primo e la "Madonna e Santi" il secondo, un tempo collocati sugli altari laterali della Chiesa. Merita considerazione anche un’immagine della "Madonna della Misericordia", posta su un antiestetico ornamento, un tempo oggetto di particolare devozione. L'organo, di modeste proporzioni, è opera del Fedeli.

Risale al sec. XIV; la facciata si orna di un ricco portale romanico, inclinato in avanti. L'interno, rinnovato nel sec. XVII, è a pianta basilicale a tre navate su pilastri, sovrastato da cupoletta. Nel presbiterio, a destra, Noli me tangere, tela d’Ercole Ramazzani; a sinistra, Cristo sotto il torchio, tela seicentesca d'ignoto, d'eccezionale iconografia. In fondo alla navata sinistra, Madonna col Bambino e santi, tela del Ramazzani (firmata e datata 1588); sull'altare del transetto sinistro, Estasi di S. Francesco attribuita al Guercino; al terzo altare sinistro, Crocifisso ligneo intagliato del sec. XV.

Fu edificata a metà del sec. XVII per generosità del matelicese Ottaviano Grassetti nei confronti dei Padri Filippini che, Giunti a Matelica nel 1640 vivevano in stretti e vecchi spazi. L’esterno della facciata si presenta in mattoni con richiami borrominiani; il prospetto posteriore presenta un luminoso e vivace punto di vista architettonico. Tutti gli elementi d’eccessivo barocchismo sono opera del primo restauro effettuato un secolo dopo la sua prima costruzione. All’interno si trova il pregiatissimo Crocifisso, proveniente dalla vicinissima Chiesa di S. Giovanni, opera quattrocentesca di scultura lignea. In onore di quest’Ultimo, si svolgono a Matelica, le Feste Triennali nelle quali si venera il Crocifisso che è portato di sera in sera in tutte le chiese matelicesi. Altre pregevoli opere presenti nel tempio sono: un S. Filippo, già sull’altare maggiore, che adora la Vergine d’Emilio Savonazzi (158-1660); la Madonna dello Scalpore, ed altre pitture di scuola romana del ‘600e ‘700. Inoltre prezioso è il capolavoro di Pierleone Grezzi, di cui si conserva, nel Museo Piersanti, una stampa del 1725 illustrante, il concilio lateranense, relativo al miracolo di S. Filippo, raffigurante il cardinale Orsini salvato dal terremoto.

Voluta fortemente dal Parroco Franco Paglioni, la chiesa è stata consegnata ai propri fedeli l'8 dicembre 2000. La sua struttura è completamente in cemento armato, l'esterno è in mattoncino e il tetto in legno.

Poco distante dall’ormai demolita Porta della Valle, sorse nel 1529. Le ridotte dimensioni la qualificano immediatamente come cappella votiva edificata dalla comunità per impetrare l’allontanamento della peste. L’impianto planimetrico è a croce greca con un soffitto a crociera composita stellare. Un recente restauro ha eliminato la tinteggiatura scoprendo il mattoncino con un procedimento che, se esalta le caratteristiche strutturali del tempietto, non rispetta molto la realtà storica dell’edificio che, appartiene al secolo XVI. Modificato dunque l’interno nelle sue caratteristiche coloristiche, rimane interessantissima la struttura esterne dalla quale traspare la dinamica costruttiva dell’insieme: un cubo inserito in un impianto a croce greca. Ne deriva una scansione tripartita dei muri perimetrali in profondità, scansione che, ripetuta su tutte e quattro le fronti del tempio. Si qualifica dall’esterno come struttura organicamente articolata nell’ambito di un sistema composto che prevede una forte spinta dinamica all’interno di un telaio rigidamente geometrico.

Sorge appena fuori delle mura castellane dalla parte del quartiere della vecchia. La chiesa fu completamente ricostruita nei primi decenni del secolo XVIII, utilizzando però gli elementi d’arredo sacro della chiesa precedente. In questo modo si è salvato, ed è tuttora visibile, il prezioso altare ligneo attribuito a Paris Scipione. Il monastero fu trasformato in Ospedale per invalidi nel 1870 e ancora oggi ospita una Casa di Riposo per anziani.

A Braccano, la più grande frazione del comune, posta sulla strada che da Matelica giunge al monte San Vicino, sono presenti dei murales. Questi murales, di origine recente, voluti dall'amministrazione comunale, sono stati eseguiti dagli allievi delle accademie di Brera, Urbino e Macerata sui muri esterni delle case, delle stalle e dei fienili presenti nella frazione. Ad oggi sono presenti oltre 50 murales, dipinti in tempi diversi.

L'economia si è trasformata da prevalentemente agricola a industriale nell'ultimo secolo. I campi coltivati circondano la città, e l'attività principale è la produzione di uva da vino. L'industria si è molto sviluppata con l'aiuto di Enrico Mattei, e la città può vantare alcune grandi fabbriche e aziende che spaziano dai settori dell'informatica (Halley informatica, leader nel settore di software per comuni), a quello delle bombole di gas (grazie alle fabbriche Merloni), alla sartoria (ultimo residuo dell'attività tessile, oggi di proprietà del Gruppo Armani), ai prodotti chimici (come la Fidea) oltre a molte piccole imprese locali. Recentemente la città ha avuto un vero e proprio boom economico commerciale, con l'apertura nel giro di tre anni di due centri commerciali, un multisala, e diversi nuovi negozi nel centro storico, soprattutto per la sua posizione centrale tra la zona dell'entroterra maceratese e il fabrianese.

Il vino è sempre stato uno dei prodotti tipici di Matelica, a partire dal famoso Verdicchio, vitigno che, in tutto il mondo,cresce solamente nella valle dell'Esino.

È stato riconosciuto vino a DOC il 21 luglio 1967, il primo nelle Marche. La disposizione Nord-Sud della valle, la sinclinale camerte, impedisce l'arrivo degli influssi mitiganti marini generando un microclima mediterraneo-continentale caratterizzato da maggiori escursioni termiche dalla notte al giorno e dall'Estate all'Inverno. L'effetto di questo clima dà origine ad un'uva ricca di estratti, aromi primari, zuccheri e polifenoli, che si traduce poi in un vino dotato di un elevato corpo che conferisce una particolare attitudine all'invecchiamento. Il Verdicchio si presenta dal colore brillante, paglierino tenue, il profumo delicato con fragranze fresche e persistenti di frutta non completamente matura. Al sapore è asciutto, morbido, armonico, con retrogusto gradevolmente amarognolo. È presente anche in versione riserva, passito e spumante. Diverse volte è arrivato tra i primi bianchi d'Europa e d'Italia, ai concorsi appositi.

Queste due DOC, sono riconosciute in tutta la provincia di Ancona e nei territori del Verdicchio di Matelica. L'esino bianco è composto da uve verdiccho almeno al 50% e il rosso da uve sangiovese e montepulciano almeno al 60%.

Questa DOC è prodotta in tutta la zona collinare della provincia di Macerata. Il bianco è prodotto all'80% da uve maceratino, mentre il rosso con almeno il 50% di sangiovese. Sono entrambi vini giovani e leggeri.

Oltre alle specialità tipiche marchigiane, tra le specialità locali ricordiamo le tagliatelle fatte in casa al sugo di papera, gli strozzapreti grosse tagliatelle fatte senza uova, la panzanella, pane bagnato con acqua sale, pepe, olio, aceto, pezzemolo, la pulenta, e naturalmente i vincisgrassi. Tra i secondi tradizionale è la grigliata di carne, oltre alle varie preparazioni di pesce, tra i contorni particolari sono i ròscani verdure filiformi amarognole.Tra i dolci da ricordare la frusténga, bassa torta di cereali con fichi, mele, noci con alchermes e rum, la crescia fojata, uno strudel ripieno di frutta e noci, e le pizze di pasqua, specie di panettone con aromi particolari, mangiato durante la Pasqua.

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Verdicchio di Matelica passito

Il Verdicchio di Matelica passito è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Ancona e Macerata.

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Verdicchio di Matelica spumante

Il Verdicchio di Matelica spumante è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Ancona e Macerata.

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Verdicchio di Matelica riserva

Il Verdicchio di Matelica riserva è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Ancona e Macerata.

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Verdicchio di Matelica

Il Verdicchio di Matelica è un vino DOC la cui produzione è consentita nelle province di Ancona e Macerata.

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Fabriano

Panorama di Fabriano

Fabriano (in dialetto locale Favrià) è un comune di 31.414 abitanti in provincia di Ancona.

Il territorio cittadino è posto a 325 m s.l.m., in una vallata costellata da dolci colline e circondata da monti dell'Appennino umbro-marchigiano centrale e della dorsale marchigiana su cui svettano a nord-nord ovest: il monte Nebbiano (790 m), il monte Strega (1276 m), il monte Catria (1701 m); ad ovest troviamo: il monte Cucco (1566 m); mentre ad est: il monte San Vicino (1479 m); infine a sud-sud ovest: il monte Nero (1424 m) ed il monte Maggio (1361 m). Da quest'ultimo ha origine il torrente Giano che attraversa la città di Fabriano e si unisce poi al fiume Esino all'altezza della frazione di Borgo Tufico.

Altre vette elevate presenti nel territorio comunale, o confinanti, sono: nero (1411 m), purello (1405 m), l'uomo di Sasso (1391 m), le senate (1326 m), culumeo (1251 m), antensa (1228 m), giuoco del pallone (1227 m), montarone (1209 m), lo spicchio (1200 m), testagrossa (1174 m), sasso barbano (1160 m) e puro (1155 m).

Alcuni affermano che il vocabolo "Fabriano" trae origine da "Faberius", proprietario del fondo su cui si eresse la città stessa. Faberius divenne nel medioevo "Fabriano", anche perché era molto sviluppata in città l'attività dei fabbri. Anche lo stemma cittadino, infatti, sin dal XIII secolo, ha come emblema un fabbro che batte il ferro su di un'incudine.

II territorio di Fabriano si trova a cavallo dell'Appennino umbro-marchigiano e per la sua felice posizione favorì fin dalla preistoria l'insediamento di comunità stabili. Numerose infatti le testimonianze di tale antropizzazione risalenti sin dal paleolitico. Nell'età del ferro si diffusero ampiamente, la civiltà picena e quella umbra, autoctone, mentre nel corso del IV secolo a.C. vi si attestarono i galli senoni, di origine celtica. Dopo la conquista romana si svilupparono Attidium (Attiggio), già umbra, e Tuficum (Albacina), che raggiunsero la massima floridezza nel II-III secolo d.C.

Le invasioni barbariche dei secoli seguenti (V-VI) causarono il lento abbandono dei due municipi. Fu durante i secoli V-IX d.C. che gli Attidiati, secondo la tradizione, si rifugiarono in parte a sud-est verso il futuro castello di Collamato e, per la maggior parte, nella futura valle di Fabriano dove, con l'apporto di un altro popolo proveniente da Tuficum per lo stesso motivo, dettero vita al primo nucleo della città di Fabriano e ad alcune ville (oggi chiamate frazioni). Il primo nucleo della futura Fabriano, il castello di Castelvecchio, forse fu addirittura fondato nel 411 d.C. subito dopo le invasioni barbariche. Da qui l'appellativo "Attidium mater Fabriani". La popolazione di Tuficum, inoltre, originò vari villaggi: Castelletta, Albacina e Moscano, oggi frazioni di Fabriano.

Fabriano fece parte del Ducato di Spoleto, dal 571 fino alla sconfitta dei longobardi ad opera di Carlo Magno nel 773, e sorsero numerosi castelli dei piccoli feudatari locali e altrettanto numerosi monasteri benedettini che acquisirono gradualmente notevole importanza spirituale ed economica, risultando determinanti per lo sviluppo e la storia del territorio fabrianese.

Le prime menzioni storiche del castellum Fabriani sono del 1040-1041. Circa un secolo dopo sono ricordati entrambi i "castra Fabriani" (1160), i quali ancora più tardi, nel secolo XIII, si distinguevano con i nomi di Castrum vetus e Castrum novum (o Podium) ciascuno formato da un nucleo centrale fortificato, detto castellare, difeso da fossati, da mura e circondato da borghi murati. Dalla fusione di questi due castelli posti sulla riva destra del fiume Giano, in posizione dominante: Castelvecchio e Poggio, ha avuto origine la città il cui sviluppo fu assai rapido. Dal VIII secolo Fabriano è sottoposta ad un governo feudale. Nel 1234 Fabriano diviene libero comune, elesse le sue magistrature ed acquistò gradatamente un nuovo volto; si svilupparono nel centro storico cantieri architettonici e pittorici di fondamentale importanza per la nascita di quella scuola artistica che, nel secolo successivo, raggiungerà il suo apice con Allegretto Nuzi e Gentile da Fabriano. Si tratta di un governo aristocratico di consoli, affiancato però da apposito Consiglio che in pratica ne limitava l'indipendenza.

Nel 1300 il comune, ormai forte ed affermato, prese parte attiva alla politica medievale partecipando alla lotta tra Guelfi e Ghibellini, finché a partire dal 1378, la potente famiglia ghibellina dei Chiavelli riuscì ad imporre la propria signoria a Fabriano; nonostante l'instabilità politica, poté godere di notevole prosperità economica. Dopo l'eccidio dei Chiavelli (1435) e un breve periodo di sottomissione a Francesco Sforza (1435-1444), la città venne annessa allo Stato Pontificio. Nel 1515 la città venne saccheggiata dagli Spagnoli per dissensi tra i fabrianesi e papa Leone X. In questo periodo emerge la figura del capitano Giovanbattista Zobicco. Si adoperò, addestrando alle armi i giovani, ad organizzare una difesa, affinché la città avesse una valida protezione in caso di necessità. Nel 1519 mons. Pietro Paolo Venanzi, promosse la spedizione armata contro la ribelle Fabriano. Nonostante il successo militare esterno di Fabriano, incerta rimase la situazione all'interno della città a causa di tumulti, uccisioni e dimissioni. Papa Leone X, temendo che Fabriano diventasse troppo potente, inviò nel fabrianese un commissario speciale per sedare i disordini e preparare la pacificazione delle fazioni diverse. Chiamò poi a Roma Zobicco, pare con promessa di perdono. Forse per un ulteriore comportamento ostile dello Zobicco, questo venne imprigionato e dopo strazianti torture venne decapitato. Dopo altre lotte interne, si ebbe a Fabriano, il governo del cardinale Giulio de' Medici e nel 1527 si può dire che le discordie fossero terminate. Fu promossa la pace generale e così Fabriano poté di nuovo ritornare a godere di una certa prosperità economica. I secoli che seguirono (XVII - XVIII) sono da molti definiti di decadenza. Nel 1728, Fabriano, posta sotto un governatore prelato, fu elevata da papa Benedetto XIII a diocesi con Camerino e a città. Nel 1785 fu da papa Pio VI riconfermata diocesi in unione alla sola Matelica a parità di diritti. Nel 1798 fu proclamata la Repubblica Romana dal generale Berthier e la città di Fabriano svincolatosi dalla dipendenza papale, ne fece parte, ma per un breve periodo dato che nel 1800, ritornerà sotto il governo restaurato della Chiesa.

Ma fu per pochi anni ancora, perché nel 1808 la città fu annessa al Regno italico, assumendo il nome di Capoluogo del IV Distretto sotto il Dipartimento di Macerata. Dopo la parentesi napoleonica periodo nel quale furono soppressi molti ordini religiosi e conventi, la città passò nel 1813 sotto il governo provvisorio di Napoli, guidato da Gioacchino Murat, per poi cadere nel 1814 sotto il tirannico dispotismo austriaco. Nel 1815 ritornò alle dipendenze della Chiesa, che inviò in città un suo governatore civile. Nel 1847 hanno inizio i lavori (ultimati nel 1852) per la costruzione di un teatro, che prenderà il nome di "Camurio".

Il 29 aprile 1866 viene inaugurata la linea ferroviaria Ancona - Foligno prima, e Fabriano - Urbino poi. Intuibile l'influenza che avranno sullo sviluppo delle industrie e il commercio locale. Durante l'ultima guerra mondiale, la linea Fabriano - Urbino fu riattivata fino a Pergola. Il 14 settembre 1860 entrando per la Porta del Borgo le truppe sabaude, al comando del generale Cialdini, liberarono la città, riunendola (dopo il solenne plebiscito del 4 novembre successivo che registrò 2354 voti favorevoli contro 2 contrari) al Regno d'Italia sotto Vittorio Emanuele II. Nel 1863 si incendia il teatro Camurio, ma nel 1870 si inizierà la costruzione dell'attuale teatro Gentile, terminato nel 1884 ed inaugurato con l'opera "L'Aida". Il 1874 è la data che segna l'insediamento definitivo dell'Ospedale Civile di Fabriano nell'attuale sito. Durante l'estate del 1878 il campo già dei Camaldolesi ed Agostinani viene adattato a giardino pubblico. Nel 1885 si inaugura il tratto ferroviario Albacina - Macerata.

Nel 1930 Aristide Merloni inizia, ad Albacina, con una modesta fabbrica di bilance, un'attività che gradualmente si svilupperà fino a diventare un complesso industriale di fama mondiale. Il 1944, durante la seconda guerra mondiale, fu un anno tragico per la città di Fabriano. Su essa piovvero ben 55 bombardamenti causando centinaia di morti, altrettanti feriti e gravissimi danni materiali. Nella notte tra il 12 e 13 luglio 1944 i tedeschi abbandonarono la città, ma non completamente il territorio. Alle 10,30 del mattino le strade cittadine sono già attraversate, tra la acclamazione della gente festante, da autoblinde anglo-americane. Sul balcone del Comune vennero issate le bandiere inglese, americana, russa e italiana, a significare l'avvenuta presa di possesso della città. Il 15 luglio 1944 si costituì la prima Giunta Comunale con il sindaco Luigi Bennani (PSI).

Il 26 settembre 1997 due terribili scosse di terremoto (7-8 grado della scala Mercalli il primo e 8-9 grado il secondo) si abbattono sulle Marche e sull'Umbria. Segue per lunghissimi mesi uno sciame di scosse sismiche, anche forti. Gravissime le conseguenze. Per limitarci alla zona di Fabriano, oltre al panico e caos più che motivati, si registra una vittima. Nel 2007 i danni sono stati quasi completamente riparati con il risultato che la città ed il suo centro storico medievale sono tornati a brillare di particolare splendore.

Il Palazzo del Podestà è uno splendido edificio pubblico ed ha una sua peculiarità tipologica "a ponte", in ricordo della colmata dell'antico fiume cittadino, che scorreva sotto di esso, e dell'unificazione dei quattro quartieri cittadini. Eretto nel 1255, interamente in pietra bianca di Vallemontagnana, modificato più volte, è costituito di tre corpi di fabbrica dei quali, quello centrale, presenta il caratteristico voltone ogivale di sottopasso della strada e le eleganti trifore.

Al di sotto dell'arcone restano interessanti affreschi (XIII-XIV secolo) che rappresentano scene di guerrieri in battaglia e una enigmatica ruota della fortuna mossa da una figura femminile.

La fontana Sturinalto fu commissionata a Jacopo di Grondolo nel 1285, l'architetto che aveva progettato la fontana maggiore di Perugia. Non a caso la fontana fabrianese, cosiddetta "Sturinalto", è una copia di minori dimensioni ma di grande eleganza, della straordinaria fontana umbra decorata da Nicola e Giovanni Pisano.

Palazzo del Comune (1350 ca., ricostruito nel 1690) Antica dimora dei Chiavelli, signori della città fino al 1435, conserva l'androne voltato a crociera nel XIV secolo e, nel cortile, il lapidarium con epigrafi e cippi provenienti dai municipi romani di Attidium (Attiggio), Tuficum (Borgo Tufico) e Sentinum (Sassoferrato).

Ex ospedale di S.Maria del Buon Gesù (1456) Fondato da San Giacomo della Marca nel 1456 per riunirvi gli ospedali cittadini, è un elegante esempio di architettura tardogotica. Nella chiesa annessa è venerato il pregevole stendardo della Madonna del Buon Gesù, dipinto intorno al 1460 dal Maestro di Staffolo. Allo stesso pittore si debbono gli affreschi visibili sotto il portico. All'interno la chiesa conserva affreschi del fiorentino Andrea Boscoli, realizzati agli inizi del XVII secolo.

Cattedrale di San Venanzio (XIV e XVII secolo) Chiesa matrice di Fabriano, ampliata nella seconda metà del XIV secolo, fu ricostruita dall'architetto urbinate Muzio Oddi tra il 1607 e il 1617. A questa fase risale la pregevole decorazione interna con stucchi del ticinese Francesco Selva. Della fabbrica trecentesca, invece, la Cattedrale conserva l'abside poligonale, il chiostro e la cappella di San Lorenzo affrescata da Allegretto di Nuzio (1360 ca.).

Il museo ha la sua sede all'interno di uno dei più bei complessi monumentali della città di Fabriano, l'antico convento di San Domenico. Qui è stata ricostruita fedelmente una cartiera medievale dove mastri cartai illustrano le antiche tecniche di produzione della preziosa carta filigranata a mano. Un viaggio affascinante nel mondo della carta, nella Città che ne è stata e resta la sua capitale (olim cartam undique fudit).

All'interno del Museo si può partecipare ad attività didattiche, anche residenziali, relative alla lavorazione di carte a mano filigranate. La visita al Museo della Carta e della Filigrana, della durata di 1 ora circa, include una dimostrazione dal vivo della produzione della carta a mano, la visione di forme e filigrane antiche, e un audiovisivo sulla storia della carta a Fabriano.

La chiesa di Santa Lucia Novella, ricostruita dopo il terremoto del 1741, della fabbrica gotica (1365 ca.) conserva l'architettura esterna, caratterizzata anche da una elegante abside poligonale, dove si scorge in rilievo lo stemma della famiglia signorile dei Chiavelli. Le cappelle gotiche e la sacrestia, vantano una ricca e importante decorazione ad affresco di Allegretto di Nuzio e della sua scuola (seconda metà del XIV secolo). Nel convento di San Domenico (Museo della Carta) si possono ammirare i due pregevoli chiostri quattrocenteschi e, nell'interno, l'importante decorazione della sala capitolare dipinta intorno al 1480 da Antonio da Fabriano, per la cui iconografia il pittore si è ispirato alla decorazione del convento domenicano di San Marco a Firenze realizzata da Beato Angelico.

Piacevole esempio di decorazione rococò. Restaurata all'inizio del secolo XX e riaperta al culto dopo aver subito un'opera di ristrutturazione dovuta ai gravi danni subiti a causa del sisma del 1997.

Anticamente dedicata ai SS.Giuseppe e Francesco, dal 1628 Oratorio di S.Filippo Neri, conserva tele di Sebastiano Conca (1676-1764 ), Giovanni Loreti (1686-1760), di Giovanni Marchesi (1699-1771). Nella sagrestia affreschi del fabrianese Giuseppe Malatesta e figli (1650-1719).

Edificato nella metà del ‘400 su progetto del celebre architetto rinascimentale Bernardo Rossellino, giunto a Fabriano nel 1450 insieme a papa Niccolò V ed alla sua corte, che si rifugiò a Fabriano per sfuggire alla peste, il loggiato fu pensato per collegare l'imponente chiesa di San Francesco (edificata nel 1292 e demolita nel 1864) alla scenografica piazza del Comune. Fu prolungato alla fine del 1600, con l'aggiunta di sette arcate alle primitive dodici. Nel 1790 fu collegato al contiguo Palazzo Comunale.

L'oratorio fu decorato alla fine del XVI secolo con un prezioso ciclo affrescato, raffiguranti le opere di Misericordia Spirituale e Corporale, realizzati dal pittore manierista urbinate Filippo Bellini. Il portale gotico in pietra proviene dall'ex monastero di Sant’Antonio fuori le mura.

Chiesa abbaziale benedettina, fu ampliata nel 1481 e quasi completamente ricostruita dopo il 1741. All'interno, pregevole esempio di stile tardo barocco, sono conservati gli stalli lignei del coro (1642) e interessanti dipinti opera di Pasqualino Rossi e l'organo di Gaetano Callido (1790). Nella cripta è conservato il sarcofago marmoreo con le reliquie di S.Romualdo, fondatore dell'Ordine Camaldolese. Interessante il chiostro, di elegante stile rinascimentale, realizzato nel sec. XVI. Riaperta al culto dopo i restauri dovuti al sisma del 1997.

Vi si possono ammirare pregevoli opere lignee, un Crocifisso di fine ‘300 di scuola tedesca, una "Ecce Homo" quattrocentesco ed un affresco del sec. XV attribuito al Maestro di Staffolo. Molto cara alla devozione perché vi si conservano frammenti della Scala Santa di Roma.

Della fabbrica medievale, oltre all'architettura esterna e al pregevole portale (fine XIII secolo), si conservano le due importanti cappelle gotiche interamente affrescate agli inizi del XIV secolo dal Maestro di Sant’Emiliano, pittore di scuola giottesca riminese. Nel chiostro si conserva l'oratorio dei Beati Becchetti, che conserva un interessante Lignu Vitae, dipinto dall'importante pittore tardogotico Lorenzo Salimbeni da San Severino Marche (inizi XV secolo).

Situata a Castelvecchio, dove sorgeva l'antichissima Chiesa di S.Giorgio, è officiata dai P.P.Minori Conventuali. In essa ebbero sepoltura Guido e Chiavello Chiavelli signori di Fabriano (secoli XIV-XV ). All'interno opere di G.Cades (Roma 1750-1799) provenienti dalla Chiesa di S.Francesco non più esistente. All'interno dell'ex-monastero il chiostro, in laterizio, edificato probabilmente nel 1473 data scolpita nello stemma degli Olivetani situato sul fianco destro della chiesa.

Fondata dai Benedettini nella seconda metà del sec. XII, la chiesa collegiata fu ricostruita a partire dal 1630 su disegno del pisano Michele Buti. Notevole la facciata in laterizio, con loggia superiore a tre archi. Della chiesa medievale è visibile un affresco di Francescuccio di Cecco Ghissi (seconda metà del XIV secolo) e l'importante scultura lignea trecentesca, raffigurante San Nicola da Bari, realizzata dal Maestro dei Magi di Fabriano. Insieme alla Cattedrale, la chiesa vanta la più ricca e importante collezione di tele manieriste e barocche: basterà ricordare i dipinti di Filippo Bellini (fine sec. XVI), Andrea Sacchi (sec. XVII), Giacinto Brandi (sec. XVII) e il celebre San Michele Arcangelo, magistrale opera del Guercino. Da visitare anche l'elegante chiostro barocco.

Affresco raffigurante la Vergine col Bambino circondata da Angeli di Ottaviano Nelli (1405 circa) restaurato nel 1993.

Lo splendido edificio pubblico ha una sua peculiarità tipologica "a ponte", in ricordo della colmata dell'antico fiume cittadino, che scorreva sotto di esso, e dell'unificazione dei quattro quartieri cittadini. Eretto nel 1255, interamente in pietra bianca di Vallemontagnana, modificato più volte, è costituito di tre corpi di fabbrica dei quali, quello centrale, presenta il caratteristico voltone ogivale di sottopasso della strada e le eleganti trifore. Al di sotto dell'arcone restano interessanti affreschi (sec. XIII-XIV) che rappresentano scene di guerrieri in battaglia e una enigmatica ruota della fortuna mossa da una figura femminile.

La fontana fu commissionata a Jacopo di Grondolo nel 1285, l'architetto che aveva progettato la fontana maggiore di Perugia. Non a caso la fontana fabrianese, cosiddetta "Sturinalto", è una copia di minori dimensioni ma di grande eleganza, della straordinaria fontana umbra decorata da Nicola e Giovanni Pisano.

Antica dimora dei Chiavelli, signori della città fino al 1435, conserva l'androne voltato a crociera nel XIV secolo e, nel cortile, il lapidarium con epigrafi e cippi provenienti dai municipi romani di Attidium (Attiggio), Tuficum (Borgo Tufico) e Sentinum (Sassoferrato).

Fondato da San Giacomo della Marca nel 1456 per riunirvi gli ospedali cittadini, è un elegante esempio di architettura tardogotica. Nella chiesa annessa è venerato il pregevole stendardo della Madonna del Buon Gesù, dipinto intorno al 1460 dal Maestro di Staffolo. Allo stesso pittore si debbono gli affreschi visibili sotto il portico. All'interno la chiesa conserva affreschi del fiorentino Andrea Boscoli, realizzati agli inizi del XVII secolo.

Chiesa matrice di Fabriano, ampliata nella seconda metà del XIV secolo, fu ricostruita dall'architetto urbinate Muzio Oddi tra il 1607 e il 1617. A questa fase risale la pregevole decorazione interna con stucchi del ticinese Francesco Selva. Della fabbrica trecentesca, invece, la Cattedrale conserva l'abside poligonale, il chiostro e la cappella di San Lorenzo affrescata da Allegretto di Nuzio (1360 ca.). Altri affreschi di scuola fabrianese del XIV e XV secolo sono visibili in altri ambienti della chiesa, importanti sono i resti delle storie della Croce commissionate al folignate Giovanni di Corraduccio (1415). La Cattedrale è un importante ‘museo’ di dipinti manieristi e barocchi. Tra le opere più mportanti ricordiamo le tele di Gregorio Preti, di Salvator Rosa, Giovan Francesco Guerrieri, Giuseppe Puglia e altri. Il celebre pittore caravaggesco, Orazio Gentileschi, è l'autore delle preziose storie della Passione e della mirabile Crocifissione su tela (1620 ca).

Notevole monumento dal ricco interno barocco ampio e luminoso, è a navata unica, decorata da pregevoli stucchi e affreschi. Fondata da San Silvestro Guzzolini nel 1244, oggi è il monastero principale della Congregazione dei Silvestrini, ampliata nel 1290, fu ricostruita alla fine del ‘500. Elementi dell'edificio gotico sono murati sul fianco della chiesa. La facciata in cotto è del 1764. All'interno si conservano una scultura in pietra di Martino da Cingoli (fine sec. XIII) raffigurante il Beato Giovanni dal Bastone. Gli stalli lignei del coro, in origine in Cattedrale, sono una preziosa testimonianza d'intaglio fiorentino di epoca tardogotica. Preziose le testimonianze figurative databili tra ‘500 e ‘700 con opere di un Simone de Magistris, Orazio Gentileschi, Pasqualino Rossi, Giacinto Brandi, Francesco Vanni e altri.

L'oratorio presenta uno straordinario soffitto a cassettoni, intagliato e decorato in oro zecchino agli inizi del Seicento dallo scultore francese lungamente attivo a Roma, Leonardo Scaglia. Alle pareti il ciclo di tele dedicato alla vita della Vergine è opera di Francesco Bastari (inizio XVII secolo).

Parte di un antico ospedale situato nella piazza del Mercato (attuale Piazza Garibaldi), centro economico della città nel Medioevo, conserva sulla facciata emblemi in pietra dell'Arte dei Calzolai e un affresco, di un allievo di Allegretto di Nuzio databile all'ultimo quarto del ‘300. Di fronte è visibile la pregevole fontana della piazza (seconda metà del XV secolo).

Dedicata all'importante storico dell'arte, Bruno Molajoli (m. 1986), nato a Fabriano. Conserva una delle più importanti collezioni d'arte medievale delle Marche. La Pinacoteca vanta preziosi dipinti su tavola e affreschi di Allegretto di Nuzi, Maestro di Staffolo, Antonio da Fabriano, Ottaviano Nelli, Orazio Gentileschi, Andrea Boscoli e altri. Importante e ricca la collezione di sculture lignee trecentesche del Maestro dei Magi di Fabriano e del Maestro dei Beati Becchetti e la serie di arazzi fiamminghi databili tra il XVI e il XVII secolo.

Antico ospedale trecentesco la chiesa conserva importanti affreschi del Maestro di Campodonico (1342), geniale interprete della lezione di Giotto, di Allegretto di Nuzio e la Maddalena penitente, indiscusso capolavoro di Orazio Gentileschi.

È stato uno dei maggiori esponenti del gotico internazionale. La sua formazione avvenne probabilmente nel clima del gotico presente in area marchigiana tra Fabriano, Camerino e San Severino, ma ben presto abbandonò le Marche, lavorando nei maggiori centri dell’Italia centro-settentrionale: Firenze, Siena, Roma, Orvieto, Perugia, Venezia. Questo girovagare lo portò a conoscere ed assimilare diverse influenze dell’arte del suo tempo: nella sua pittura si riscontano elementi di cultura francese, fiamminga e tedesca, nonché, non ultimi, anche elementi della tradizione giottesca. Gentile non fu un innovatore o uno sperimentatore, ma la sua arte fu lo specchio fedele del gusto del tempo, che chiedeva opere di preziosa fattura non necessariamente di razionale costruzione. La prima opera nota è la «Madonna e santi», realizzata a Perugia ma oggi conservata a Berlino. Sono andati perduti quasi tutti gli affreschi da lui realizzati, in particolare nella basilica di San Marco a Venezia e Brescia, sopravvivono diverse tavole che ci danno comunque una conoscenza sufficiente del suo linguaggio pittorico: tra questi il «polittico di Valle Romita» conservato a Brera, e il «Polittico Quaratesi», oggi smembrato tra gli Uffizi (Firenze) e National Gallery (Londra). La sua opera più celebre è la tavola realizzata nel 1423 per la cappella di Palla Strozzi in Santa Trinità di Firenze, oggi conservata agli Uffizi: l’« Adorazione dei Magi». In questa celebre tavola Gentile compone quasi un’antologia delle sue diverse componenti stilistiche, armonizzate in un’opera di grande suggestione. Concluse la sua attività a Roma dove, al servizio di papa Martino V, realizzò diverse opere, tra cui un ciclo di affreschi in San Giovanni in Laterano. Questo ciclo, oggi perduto, fu completato da Pisanello a causa della morte di Gentile. La pittura di Gentile ebbe una influenza notevole su molti pittori italiani del Quattrocento, tra cui il veneziano Jacopo Bellini o il ferrarese Cosmè Tura, innestando i suoi elementi stilistici tardogotici anche nella formazione dei primi artisti rinascimentali.

Attivo nella seconda metà del XV secolo, è uno dei maggiori pittori del ‘400 marchigiano. Documentato a Genova nel 1448, dove si formò a contatto con Donato De’ Bardi e le opere dei maestri fiamminghi come Van Eyck, il capolavoro di Antonio è il "San Girolamo nello studio" (1451) oggi nel Museo Walters di Baltimora. A Fabriano sono visibili opere di Antonio, nell'atrio di Palazzo Baravelli (p.zza G.B. Miliani), e in Pinacoteca.

Il Teatro Gentile (1869-84) ricostruito dopo un incendio dall'architetto Petrini, il nuovo teatro, inaugurato nel maggio del 1884 ed intitolato a Gentile da Fabriano, ha una facciata neoclassica e un'ampia sala a ferro di cavallo caratterizzata da quattro ordini di palco e loggione balconato. Il sipario è una pregevole opera del bolognese Luigi Serra. Considerato uno dei teatri più belli ed eleganti delle Marche è noto e apprezzato, in Italia e all'estero, per l'acustica eccellente. Scelto per questo motivo da numerosi artisti e orchestre per ospitarvi sedute d'incisione, ogni anno ospita prestigiose stagioni di prosa, musica sinfonica, spettacoli comici. Al suo interno è stato girato il film L'assassino ha riservato nove poltrone del 1974.

Fabriano è famosa nel mondo per la produzione cartiera fin dal XIII secolo. Non si hanno documenti precisi sull'origine della lavorazione della carta, ma è del tutto probabile che già dalla fine del XII secolo in città si producesse la carta "bambagina", ottenuta con le fibre dei cenci di lino. Fabriano fu una delle più antiche città italiane produttrici di carta: i fabrianesi inventarono la pila idraulica a magli, la filigrana e la collatura con gelatina animale. Grazie a queste innovazioni l'industria ebbe grande sviluppo nei secoli XIV e XV, quando si contavano almeno 40 botteghe. Nella seconda metà del 1300 le industrie locali producevano un milione di fogli l'anno, che prendevano la via di Venezia, Firenze e di altre città, anche d'oltremare, del mondo allora conosciuto. Dopo un periodo di progressivo decadimento dal 1780, grazie a Pietro Miliani, che diede un nuovo impulso a questa attività, Fabriano tornò ad essere la città della carta, specializzandosi nelle carte valori, che ancora oggi sono le più ricercate. Oltre che per la produzione della carta, fin dal basso medioevo Fabriano eccelleva in numerose altre attività artigianali. Oggi la città ha un carattere prevalentemente industriale con imprese in ogni campo, tra cui però primeggiano alcune di fama internazionale: le storiche Cartiere Miliani, le industrie di elettrodomestici Merloni (Indesit, MTS, Antonio Merloni) e le industrie produttrici di cappe aspiranti per cucine (Faber, Elica, Best). Notevole anche la lavorazione dei salumi: rinomato il salame Fabriano, tipico salame coi lardelli marchigiano, da sempre sulle tavole dei buongustai oggi in fase di rilancio grazie al Consorzio di Produzione e Tutela da poco costituito.

L'area situata a sud-ovest di Fabriano, compresa nel bacino montano dell'Esino, si presenta ricca di biotipi naturali ancora ben conservati e rappresentativi dell'ambiente del medio Appennino centrale. Il sentiero dell'aula verde si snoda all'interno della valle di Valleremita che si sviluppa tra i versanti sud-est del monte Rogedano (917 m) e nord-ovest del monte Puro (1155 m), facente parte della dorsale umbro-marchigiana. La dorsale umbro-marchigiana sulla quale si sviluppa la valle di Valleremita è prevalentemente costituita da terreni mesozoici a base per lo più calcarea e comprende anche limitate aree collinari con terreni marnosi miocenici.

All'estremità nord-occidentale del territorio comunale di Fabriano, confinante con la sua frazione di Rucce, è situata la frazione di Piaggiasecca (in territorio di Sassoferrato). Già meta di escursionisti fin dagli anni '30 del XX secolo, come riporta la Guida del Touring Club per le Marche,a pag. 316, edita nel 1936, la frazione è luogo di passaggio obbligato per gli escursionisti del Monte Cucco (situato in territorio di Costacciaro, Umbria) attraverso il Passo Porraia, dal quale si accede anche alla Valle delle Prigioni e alla Forra di Rio Freddo. In bici è possibile percorrere agevolmente il sentiero che porta a Val di Ranco. Panorama di Piaggiasecca, a destra, con Rucce a sinistra, e tra i due il Fosso Paccone, che divide i territori dei due comuni di Fabriano, a sinistra, e Sassoferrato a destra.

La zona è molto ricca di boschi di latifoglie caducifoglie che si presentano in composizioni floristiche diverse. Al centro della valle si sviluppa un bosco di Faggio, Acero riccio e Acero di monte. Sui versanti della valle e al di sopra della Faggeta sono presenti boschi per lo più costituiti da Carpino nero, Orniello, Acero napoletano e Roverella. Questo tipo di bosco è arricchito anche dalla presenza dell'unica specie arborea sempreverde diffusa spontaneamente nell'area: il Leccio.

La distribuzione delle diverse specie viventi sul territorio è condizionata dall'azione di alcuni fattori ecologici, capaci di influire direttamente sugli organismi almeno in una fase della loro vita. Essi si distinguono in abiotici (clima, luce, temperatura, terreno) e biotici dovuti all'attività degli organismi (rapporti di predazione, parassitismo, competizione). A Valleremita la distribuzione della vegetazione risente essenzialmente dell'azione delle caratteristiche climatiche: la stretta configurazione della valle impedisce infatti il soleggiamento della parte più interna, dove il clima rimane umido e fresco, consentendo lo sviluppo di boschi di Faggio a quote di gran lunga inferiori alla normale fascia altimetrica da essi generalmente occupata. Dove il soleggiamento è maggiore si distribuiscono gli orno-ostrieti. La situazione della vegetazione non è stabile nel tempo, tende ad evolvere spontaneamente.

Partendo dalla frazione di Nebbiano, è possibile scalare il monte di Nebbiano fino a raggiungere la croce sulla cima (790 m.).

In conseguenza di ciò, la sola allusione al nome di Fabriano in contesti umoristici o satirici bastava a suscitare l'ilarità dell'uditorio per via dell'evidente allusione alla locuzione suddetta. Si può vedere, ad esempio, la figura di Donna Fabia Fabron de Fabrian di Carlo Porta, che prende di mira la prosopopea delle gran dame di un mondo superato. Lo stesso Porta usa il nome di Fabriano nella veduta accezione.

La marcetta del Pelago può essere considerato "l'inno nazionale" di Fabriano. Dal sito Fabriano storica, sezione Curiosità, è possibile scaricareil file audio.

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Ottoni (famiglia)

La famiglia degli Ottoni è una delle più importanti famiglie nobili delle Marche che dominò la parte sud della regione fondando a Matelica una signoria indipendente dal XII al XVI secolo.

La famiglia apparve sulla scena marchigiana all'inizio del XII secolo con il conte Morico, nominato dall'imperatore Conte Imperiale in Matelica.

Nel XV secolo la famigla assunse, per concessione di Papa Eugenio IV il titolo di Marchese della Marca di Ancona arrivando di fatto a dominare tutto il sud delle Marche e parte dell'Umbria. In questo periodo la famiglia espresse due noti capitani di ventura: Giacomo e Francesco Ottoni.

Pirro, fu l'ultimo signore Sovrano di Matelica dal 1564 ma fu deposto dal Pontefice nel 1566, dopo varie proteste dei cittadini di Matelica a causa della dispotica e sanguinaria dominazione della famiglia, soprattutto da parte di Gian MAria Ottoni. Ripristinato sul trono il 20 dicembre 1572 vendette il 4 maggio 1576 ogni feudo a Giacomo Boncompagni, Duca di Sora.

La famiglia si estinse all'inizio del XVIII secolo, dopo essersi riappacificata con la cittadinanza matelicese.

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Diocesi di Fabriano-Matelica

La diocesi di Fabriano-Matelica (in latino: Dioecesis Fabrianensis-Mathelicensis) è una sede della Chiesa cattolica suffraganea dell'arcidiocesi di Ancona-Osimo appartenente alla regione ecclesiastica Marche. Nel 2006 contava 52.000 battezzati su 54.850 abitanti. È attualmente retta dal vescovo Giancarlo Vecerrica.

La diocesi si estende sul territorio di 6 comuni marchigiani: 5 in provincia di Ancona (Cerreto d'Esi, Fabriano, Genga, Sassoferrato e la frazione Domo di Serra San Quirico) e uno in provincia di Macerata (Matelica).

La sede vescovile è la città di Fabriano, dove si trova la basilica cattedrale di San Venanzio Martire; a Matelica si trova la concattedrale di Santa Maria Assunta.

Il territorio è suddiviso in 58 parrocchie raggruppate in 4 vicarie: di Cerreto d'Esi, di Fabriano, di Matelica e di Sassoferrato-Genga.

La città di Matelica fu sede vescovile già nel V secolo: si tramandano i nomi dei vescovi Equizio, presente al sinodo celebrato a Roma nel 487 da papa Felice II, e Fiorenzo, che nel 551 sottoscrisse a Costantinopoli la condanna pronunciata da papa Vigilio contro Teodoro di Cesarea. La diocesi cessò di esistere al tempo della discesa dei Longobardi in Italia: nel 578 Matelica passò sotto la giurisdizione del vescovo di Camerino.

Nel concistoro del 15 novembre 1728 papa Benedetto XIII concesse a Fabriano il titolo di città e la dignità di sede vescovile ed eresse la chiesa di San Venanzio in cattedrale: la diocesi di Fabriano, il cui territorio era stato ricavato dalla diocesi di Camerino (oggi arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche), venne unita aeque principaliter a Camerino.

Con bolla dell'8 luglio 1785 papa Pio VI restaurò l'antica sede vescovile di Matelica e unì il suo territorio alla diocesi di Fabriano, sottratta alla giurisdizione del vescovo di Camerino: la diocesi di Fabriano, unita aeque principaliter a quella di Matelica, venne dichiarata immediatamente soggetta alla Santa Sede.

Il 30 settembre 1986 la Congregazione per i Vescovi ha dichiarato la plena unione delle sedi episcopali e la diocesi ha assunto il titolo di Fabriano-Matelica.

La diocesi al termine dell'anno 2006 su una popolazione di 54.850 persone contava 52.000 battezzati, corrispondenti al 94,8% del totale.

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Source : Wikipedia