Magenta

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Tags : magenta, lombardia, italia

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Magenta (MI)

Panorama di Magenta (MI)

Magenta è un comune di 23.361 abitanti della provincia di Milano.

L'origine del paese va probabilmente collocata attorno al V secolo a.C. quando alcune tribù di Galli Insubri stabilì un proprio villaggio nei pressi del punto strategico del Ticino. Quando i Romani conquistarono il territorio nel 222 a.C., l'accampamento fortificato si trovava ad essere l'ultimo centro abitato prima del valico del fiume, in prossimità dell'allora "vadum Tercantinum" (Trecate). Dopo la parentesi delle invasioni barbariche, Magenta si trovò sotto il dominio longobardo, dipendente dalla vicina Corbetta che svolgeva allora da centro essenziale per i vicini villaggi. Della signoria degli arcivescovi milanesi affermatasi nel X sec. dovette probabilmente risentire anche Magenta, anche se non ci è giunta alcuna traccia di un possibile castello, e solo studi successivi hanno fatto ritenere che la fortificazione dovesse situarsi presso l'attuale piazza principale. Nel 1162 la città venne saccheggiata da Federico Barbarossa e rasa al suolo come rappresaglia contro i ribelli comuni lombardi. Uno scenario analogo si ripropose nel 1356 quando le armate avverse ai visconti, saccheggiarono il villaggio. Da segnalare nel 1310 la presenza dell'Imperatore Arrigo VII sul suolo magentino, bloccato secondo la leggenda da una tremenda nevicata mentre si recava a Milano; a seguito della grande ospitalità accordata all'imperatore dagli abitanti del luogo, egli innalzò il luogo alla dignità di borgo coi privilegi di godere di una guardia armata e di istituire un mercato che, dal 1410, si svolge puntualmente ogni lunedì. Nel 1396 numerosi territori della città furono donati da Gian Galeazzo Visconti ai monaci della Certosa di Pavia che ne migliorarono l'agricoltura e lo sfruttamento dei terreni.

All'estinzione della casata dei Visconti, il borgo passò dapprima agli Sforza e poi a Carlo V di Spagna con il resto del milanese: Magenta, nel 1619, divenne feudo del Conte Luigi Melzi (già dal 1572 si ricorda un tentativo di concessione al giureconsulto milanese Guido Cusani, che però aveva rifiutato la carica). Durante il XVII nel Ducato di Milano imperversò la peste ed anche Magenta rimase colpita dall'epidemia.

Nel 1706 il Ducato di Milano passò nelle mani degli Asburgo d'Austria, che lo tennero sino al 1859. Nel 1743, con solenne bolla pontificia, Papa Benedetto XIV elevò la parrocchia di San Martino di Magenta a sede prepositurale e al titolo di collegiata con erezione di un capitolo di canonici, svincolandola così per sempre dalla giurisdizione plebana della vicina Corbetta. Il dominio napoleonico fu contraddistinto da iniziali slanci di entusiasmo per i nuovi ideali rivoluzionari, ma venne ben presto ripudiato come tirannia. A questo periodo risale la costruzione di un ponte ancora oggi esistente sul Ticino. Nel 1816 venne soppresso il capitolo della collegiata, rimase così solamente la prepositura.

Magenta è soprattutto nota per la battaglia che ebbe luogo il 4 giugno 1859, durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, combattuta tra i piemontesi e i loro alleati francesi contro gli austro-ungarici; fu vinta dai franco-piemontesi e aprì la strada alla conquista della Lombardia. La battaglia si svolse nel territorio dell'odierno comune di Magenta e del comune adiacente di Boffalora. Prende il nome di Magenta il colore rosso-viola, probabilmente con riferimento alle divise di quel colore indossate dal reparto di zuavi francesi che combatté nella battaglia.

L'area del magentino venne rivalutata dal 1836 quando, con la costruzione di una dogana sul fiume Ticino, in prossimità del ponte napoleonico, nacque l'agglomerato urbano di Pontenuovo che venne ad unirsi a Magenta. Fu questo uno dei periodi di rinascita del comune di Magenta che sostituì gradatamente ma progressivamente gran parte dell'agricoltura con le prime industrie tessili ed alimentari. L'unico scontento degli abitanti fu quello di essere inclusi dal governo austriaco nella provincia di Pavia, anziché con la vicina Milano con cui il borgo aveva rapporti secolari. Alla fine del XIX sec. Magenta comprendeva già un ospedale locale costruito con la munificenza dei benefattori Giovanni Giacobbe e Giuseppe Fornaroli, a cui la struttura venne intitolata. Il 1947 vide Magenta elevata al rango di città, con decreto del capo dello Stato Enrico De Nicola.

L'origine del nome è tradizionalmente attribuita all'Imperatore Massenzio, in onore del quale l'abitato prese il nome di "castrum Maxentiae". Un'altra ipotesi farebbe invece derivare il nome di Magenta dalla storpiatura del termine latino "mansio", ovvero luogo di sosta lungo la via consolare prima di attraversare il confine naturale del Ticino.

L'idea di costruire un nuovo tempio per Magenta fu avanzata da Don Cesare Tragella (prevosto del paese dal 1885 al 1910) per assolvere a due doveri: la necessità di dare alla cittadinanza, in continua crescita, un nuovo tempio e la commemorazione dei caduti per la gloriosa battaglia del 4 giugno 1859, il cui successo coinvolgeva ancora attivamente i magentini. Il progetto della chiesa, dedicata a San Martino e San Gioacchino, fu affidato all'architetto Alfonso Parrocchetti che ne fece un'opera neorinascimentale, impostata su una navata centrale più ampia e due laterali più strette e più basse, con una lunghezza di 87 metri, una lunghezza al transetto di 30 metri e l'altezza della cupola di 57 metri, dimensioni che la rendono la più ampia della diocesi dopo il duomo di Milano.

La prima pietra venne posata nel 1893 e, superate le difficoltà tecniche ed economiche grazie alla manovalanza gratuita fornita dai parrocchiani, i lavori di costruzione della struttura furono terminati nel 1901, permettendo la celebrazione della prima messa su un altare improvvisato. La monumentale opera venne consacrata il 24 ottobre 1903 dal Cardinale Andrea Ferrari il quale tuttavia vietò il trasporto delle ossa dei caduti della battaglia all'interno della chiesa, facendo così venire a meno uno dei motivi principali che avevano portato all'edificazione della struttura.

Il complesso architettonico fu dotato di una torre campanaria alta 72 metri anch'essa in stile neorinascimentale italiano, opera del prof. Benedetti per la parte artistica e dell'ing. Monti per la parte strutturale. Inaugurata nel 1913 dal Cardinale Ferrari, venne dotata di otto campane, sei delle quali provenienti dall'antica Chiesa di S.Martino a cui erano state donate dall'Arciduca Massimilano d'Asburgo nel 1859; asportate dalla milizia fascista nel 1943, un nuovo concerto campanario venne restituito alla comunità il 12 ottobre 1947 in occasione dell'attribuzione del titolo di città a Magenta.

I lavori di costruzione della facciata, progettata dall'architetto Mariani, iniziarono nel 1932 e terminarono solo nel 1959 per le difficoltà economiche derivate dalla mancanza di fondi e dagli eventi bellici. La facciata venne inaugrata il 4 giugno dello stesso anno dall'Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (futuro Papa Paolo VI); il 3 marzo 1948 arrivò il riconoscimento ecclesiastico da parte del Papa Pio XII con l'elevazione della chiesa a Basilica Minore Romana.

L'ingresso centrale è dotato di un portale ad arco poggiante su quattro colonne in stile corinzio; nella lunetta che le sovrasta trova posto un bassorilievo raffigurante il battesimo di San Martino, mentre ai lati delle stesse sono collocate nelle rispettive nicchie le statue degli apostoli Pietro e Paolo.

Sopra il portale è scolpito il rosone raffigurante la glori del santo ed ai lati di questo sono presenti le statue dei vescovi milanesi S.Ambrogio e S.Carlo Borromeo. L'altare maggiore, progettato dall'architetto Parrocchetti, è un'importante opera realizzata con marmi policromi ed una mensa poggiante su quattro colonne di marmo bianco, tra le quali si trova un bassorilievo di metallo raffigurante l'ultima cena ed il ciborio, sormontato da una statua del Cristo risorto. Nel braccio sinistro del transetto si trova la cappella dedicata alla Madonna del Rosario progettata sempre dal Parrocchetti; l'altare fu realizzato in legno dall'artigiano Galli.

Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, minori, dedicate a San Francesco ed a San Giuseppe. Nel braccio destro del transetto è situata la Cappella di Santa Crescenzia, opera del Parrocchetti; l'altare fu realizzato dall'artigiano Miramonti in legno dipinto, come pure l'urna contenente i resti della martire. Ai lati di questa cappella ve ne sono altre due, più piccole, dedicate al Sacro Cuore ed al Santo Crocifisso. Il complesso architettonico della basilica può dirsi completamente realizzato negli anni '60 del XX sec. con la realizzazione del pavimento marmoreo, con l'ampliamento dell'altare maggiore e con la collocazione della nuova mensa rivolta verso i fedeli.

Tra i numerosi affreschi che arricchiscono la basilica, si ricordano quelli realizzati all'inizio del XX sec. dal prof. Valtorta e dai suoi discepoli. La cupola viene affrescata invece dal prof. Conconi di Como negli anni '60 con profeti maggiori e minori e con i quattro evangelisti. All'ingresso della basilica, una pregevole opera dell'artigiano Corneo supporta l'antico organo Prestinari, inaugurato nel 1860 e trasferito nella nuova basilica nel 1902.

Nella Basilica di San Martino, ha attualmente sede il Decanato di Magenta che a livello di gestione dell'Arcidiocesi di Milano, costituisce uno dei moderni compartimenti territoriali del milanese, che va a sostituire alcune antiche funzioni della vicina Pieve di Corbetta.

La data di fondazione del Monastero di S. Maria Assunta dei Padri Celestini di Magenta, non è riportata in alcun documento archivistico. La fondazione risalirebbe però al XIV sec. e due sono le notizie che lo fanno supporre: nel 1398 il Monastero è riportato tra le "domus" della Pieve di Corbetta come "Ecclesia Sanctae Mariae Celestinorum de Mazenta" e, sempre nel 1398, la chiesetta di S.Maria dei Celestini viene stimata in lire 20 e soldi 17. La costuzione del campanile, caratterizzato da una meridiana, risalirebbe invece alla fine del XV sec. La volta dell'unica navata, crollata in parte nel 1937 è stata rifatta negli anni 1938-1939; la facciata è del 1938. La chiesa di origine romanica presenta degli interni barocchi. La chiesa è famosa soprattutto per due tavole di Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, datate 1501 e conservate nella terza cappella a sinistra, entrando. Fino a qualche anno fa queste tavole erano ritenute opere della scuola di Bernardino Luini, ma recenti studi ne hanno smentito la paternità assegnandola ad un Bergognone della piena maturità, accogliendo le ispirazioni leonardesche e bramantesche. Curiosamente l'artista ha lasciato sulla prima tavola un'impronta digitale che si nota vicino alla porta d'accesso interna al portico dello sfondo del "Cristo Flagellato".

La sua origine risale alla seconda metà del XV sec., periodo in cui in Italia si diffonde il culto dei SS. Rocco e Sebastiano. Il primo documento che ne riporta l'esistenza è datato 24 agosto 1524 ed è il testamento del nobile Antonio Capelli di Chieri che lascia a questa chiesa parte delle proprie sostanze. Nel 1571 vi si insedia la Scuola dei Disciplinati per ordine di S. Carlo Borromeo. Nel 1701, in occasione di una visita pastorale, si rileva per la prima volta la presenza di una cappella dedicata a San Giovanni Battista. Due anni più tardi avviene il riconoscimento ecclesiastico delle reliquie di San Silvano e San Simpliciano conservate nella chiesa magentina ed esposte alla venerazione dei fedeli. La facciata, piuttosto semplice, è articolata verticalmente su tre piani e completata ai lati del timpano da due obelischi barocchi. La navata interna è coperta da una volta a botte, suddivisa in tre campate. Una particolare attenzione merita l'organo, pregevole opera dei fratelli Prestinari di Magenta risalente, come citato da una targa, al 18 novembre 1878. Il secondo giorno del mese di Settembre viene festeggiato il rione di S.Rocco, quartiere adiacente all'omonima Chiesa.

Meglio conosciuta con il nome di "Chiesa di San Girolamo Emiliani", la struttura del tempio cristiano risale ad epoche moderne: la prima pietra dello stabile, venne posta il 29 giugno 1963 dal vicario episopale Mons. Giuseppe Schiavini e la struttura risultava già terminata nel 1965 quando il Cardinale milanese Giovanni Colombo, il 10 settembre, la dedicò ai Santi Giovanni Battista e Girolamo Emiliani, affidandone nel contempo la gestione alla congregazione dei Padri Somaschi che già nella vicina Corbetta godevano di un radicato centro d'influenza. La chiesa venne ufficialmente consacrata solo il 28 Settembre 1980 per mano del Cardinale Carlo Maria Martini. La struttura interna, realizzata in grandi campate in cemento armato, si presenta ampia e spaziosa, caratterizzata da una grande navata centrale e da due piccole navate laterali, decorate con finestre dipinte con scene religiose. La chiesa accoglie anche dodici grandi quadroni che rappresentano la vita di San Girolamo Emiliani. Sempre nell'arte pittorica, di dimensioni imponenti (quasi 8 metri di altezza) è il dipinto dell'ultima cena che campeggia sopra l'altare maggiore.

La Chiesa della Sacra Famiglia, rappresenta un altro dei nuovi edifici di culto presenti in Magenta. La posa della prima pietra della cappella, avvenne il 10 maggio 1987 e lo stabile venne inaugurato al culto già il 29 ottobre 1988. La funzione del nuovo edificio era quella di sopperire alle esigenze spirituali del nuovo quartiere che proprio in quegli anni andava sorgendo nell'area. Attiguo alla chiesa è stato anche eretto un oratorio per i giovani del quartiere, dedicato al Cardinale milanese Alfredo Ildefonso Schuster.

L'interno della chiesa presenta una struttura ad un'unica navata con soffitto a vela che culmina in un timpano sul quale si trova una finestra a croce che prende luce da un'apertura sovrastante. L'altare, in marmo, è posto in un presbiterio semicircolare sostenuto da colonne e corredato da una grande vetrata retrostante, gittante sul parco retrostante, caratterizzato dalla forte presenza di abeti.

Lungo le pareti della chiesa si trovano anche numerose vetrate policrome a soggetti sacri realizzate da artisti locali che danno ampia luce all'interno della struttura. Di fianco al portone d'ingresso si trova anche una piccola cappella dedicata appunto alla Sacra Famiglia dove trovano posto una statua di Gesù, una della Madonna e una di San Giuseppe.

Nel 1587 e nel 1597 testimonianze ricordano che presso la città di Magenta si trovava una cappella dedicata a San Biagio che vessava però in pessime condizioni. La situazione dell'oratorio "campestre" peggiora negli anni segenti sino al 1636 quando l'oratorio viene nuovamente riedificato a spese dell'Abate Faustino Mazenta, che aveva incaricato del restauro il "Mastro di Muro" Giuseppe Chiovetta (l'evento è ancora oggi ricordato da una lapide interna). L'opera di restauro e la costruzione di una sagrestia, sono ampiamente elogiati in una visita pastorale del 1644. In questa occasione vengono menzionate due tavole di Melchiorre Gherardini ancora oggi presenti nell'oratorio.

La Chiesa di San Biagio non subisce alcun mutamento architettonico sino al 1879, anno in cui il Marchese Giuseppe Mazenta, morendo, lascia in eredità sia la chiesa che l'edificio del cappellano con annesso giardino all'Ordine delle Figlie della Carità Canossiana, affinché vi possano edificare un convento. Si deve all'iniziativa di questo ordine l'attuale conservazione dell'edificio, come pure la conservazione dell'antica tradizione di esporre al bacio dei fedeli le reliquie del santo.

In questa chiesa si è svolto il matrimonio tra Santa Gianna Beretta Molla e il marito Pietro.

Il Palazzo Crivelli Pecchio Martinoni è oggi uno degli esempi di palazzo cittadino conservati nel pieno centro della città di Magenta. Attualmente occupato dagli uffici comunali, esso conserva la tipica struttura a "U" che rappresenta la parte più antica del complesso degli uffici, che è ubicata tra Piazza Formenti, Via 4 giugno e Via Volta, risalente alla prima metà del XVII secolo. Nel 1701 si sa che la casa fu portata in dote dall’ultima discendente della famiglia magentina dei Crivelli, grazie al matrimonio col Conte Pecchio. La casa passò successivamente (1783) alla famiglia Martignoni che la vendette all'amministrazione comunale di Magenta nel 1898. Gli stabili vennero suddivisi in due destinazioni diverse: l'antica filanda annessa alla casa divenne sede di una Scuola Elementare (rimasta attiva sino al 1983 ed oggi sostituita dal Liceo Classico "S. Quasimodo"), mentre il palazzo vero e proprio venne riservato a sede del Comune di Magenta.

Edificata nel XV secolo nel suo nucleo originario, è uno dei più significativi esempi di casa nobiliare di Magenta. Sebbene modificata parzialmente nel corso del Settecento, la costruzione conserva alcuni tratti tipici dell'architettura rinascimentale come le monofore in cotto, il rivestimento murario losangato e una bellissima cappa di camino sporgente (una delle poche rimaste originali; un'altro raro esempio lo si può ammirare nella vicina città di Corbetta nella Villa Pisani Dossi). La casa è stata completamente ristrutturata nel 1976. Sorge in Via Mazzini.

Edificato nella seconda metà del XVIII sec., è costituito dal tipico schema a corte con una facciata barocca movimentata dalla presenza di finestre e balconi che danno sull'antistante Via Garibaldi. Curiosa è l'area del portone che viene sovente ricordata per la presenza di ricche stuccature tipiche del barocchetto, colorate con colori brillanti che sono stati ritrovati sotto le successive ridipitture in occasione dei recenti restauri che hanno interessato la struttura.

Il nucleo principale della villa risale al XVI secolo e la struttura venne edificata per volere della famiglia Melzi d'Eril, Conti di Magenta che divennero feudatari di questo borgo. La villa venne mantenuta come sede principale della famiglia essenzialmente sino alla fine del XVIII secolo quando Francesco III, 9° Conte di Magenta, divenuto dapprima Presidente della Repubblica Cisalpina e poi fervido sostenitore di Napoleone in Italia non ottenne anche il Ducato di Lodi, il che pose il suo interesse verso altri centri della politica lombarda. La struttura sorge in Via Roma.

Villa Naj-Oleari venne costruita all'inizio del Novecento come abitazione per la famiglia Naj-Oleari, proprietaria dell'omonimo stabilimento tessile che aveva sede a Magenta, nei pressi della villa stessa. Il complesso residenziale, secondo lo schema primo novecentesco, era una struttura a villino di forme classiche neorinascimentali, in pietra, affrescato al suo interno ed immerso in un grande parco. Donata al comune di Magenta, la villa è stata sede della biblioteca comunale ed oggi è utilizzata come luogo di ritrovo di alcune associazioni magentine.

Le prime notizie della villa risalgono al 1664 quando l'edificio, già di proprietà della famiglia Borri di Corbetta, fu ipotecato a favore di Clara Pedra Borgazzi a garanzia dei numerosi debiti che Francesco Borri aveva contratto nei confronti della nobildonna milanese. Nel 1690 Maddalena Borri, erede di Francesco, cedeva definitivamente la proprietà a Carlo Domenico Borgazzi, figlio ed erede di Clara Petra, assieme ad altri beni al fine di estinguere il debito accumulato dal padre.

La stima fatta dall'ingegnere collegiato di Milano Giuseppe Maria Ceriani, allegata all'atto notarile, contiene una lunga e minuziosa descrizione della villa. L'edificio si articolava su più corpi di fabbrica: un'antica parte della casa (non più esistente) si prospettava sull'attuale via 4 giugno con un portone d'ingresso dal quale avevano accesso le carrozze. Disposta su due piani, la costruzione comprendeva una legnaia ed un fienile collocati a destra del portone; una scala conduceva ai piani superiori dove si trovavano alcune camere. Un secondo corpo di fabbrica (l'attuale Casa Giacobbe), era posto perpendicolarmente ai locali d'ingresso secondo uno schema ad "L", caratterizzato al piano terra da un portico sul quale si apriva il salone principale della villa, caratterizzato da un bellissimo camino in pietra scolpita raffigurante il mito di Orfeo e lo stemma della casata dei Borri.

A sinistra di questo si trovavano due sale adibite a cucina e lavanderia. Il piano superiore era occupato dalle camere. Un terzo corpo di fabbrica oggi distrutto accoglieva invece un torchio con una torretta che fungeva da colombaia. Nel 1723, in occasione del catasto voluto da Carlo VI, fu stesa la prima carta catastale di Magenta dove già risultava chiaramente la costruzione. Nel 1768 Giovanni Battista Borgazzi eredità la casa per poi passare qualche tempo dopo al ragioniere Filippo Viganò di Milano, che nel maggio del 1820 vendette tutti i suoi beni a Magenta, a Giovanni Andrea De Andrea, anch'egli residente in Milano. All'atto di vendita è legata una permuta dei beni eseguita dall'ingegner Paolo Bianchi nel 1818. Nel 1833 il proprietario morì lasciando i suoi beni in eredità alle figlie e ad alcuni suoi nipoti; nelle successive ripartizioni la villa andò alla figlia Agostina De Andrea, sposata con l'avvocato Giovanni Giacobbe (padre), a cui risulta intestata la casa nel 1841. Al 1854 risale un nuovo rilevamento catastale che però non mostra significative variazioni rispetto alla struttura del Settecento.

Personaggio di spicco che abitò la villa fu Donna Maria Porro Lambertenghi, moglie di Giovanni Giacobbe (padre), figlia del Marchese Giberto Porro Lambertenghi che ebbe come precettore Silvio Pellico.

Quartier generale austriaco durante la battaglia del 1859 venne assaltata dai franco - piemontesi nel tentativo di scuotere il comando avversario. Mentre tutta la villa è stata recentemente ristrutturata, la facciata sul giardino, conserva infatti ancora oggi i fori dei proiettili e delle cannonate dello scontro. L'avvocato Giovanni Giacobbe incaricò il pittore Giacomo Campi di decorare il porticato della villa con un ciclo pittorico in cui si racconta la campagna militare del 1859. L'opera venne terminata, come documenta la firma, nel 1897.

Allo stesso artista si devono altri pregevoli lavori come il famoso "Brindisi della riconciliazione" tra un soldato austriaco ed uno francese, affrescato nel grande camino della villa, dipinto successivamente, nel 1918. Anche per il museo patriottico ordinato dal figlio Gianfranco, Tenente di Cavalleria, la famiglia si avvalse dell'opera del Campi che decorò il frontone e la porta d'ingresso. Di queste ultime opere però non rimane nulla, in quanto sono andate distrutte con la ristrutturazione degli anni '70 del XX sec. Nel 1921, dopo la morte del figlio, Giovanni Giacobbe donò alla città di Magenta i cimeli della battaglia del 1859 e dieci anni più tardi, nel 1931 il Podestà di Magenta, Giuseppe Brocca, afidò le preziose memorie al museo del risorgimento di Milano.

Nel 1935 la villa fu acquistata da comune e nello stesso anno vennero abbattuti i corpi di fabbrica adiacenti alla via 4 giugno e l'ala anticamente occupata dal torchio. Di quest'ultima fu risparmiata solo la bassa parete con l'ampia arcata attraverso la quale si accedeva ad una palestra coperta per i balilla, costruita dal 1936.

La villa è attualmente sede delle associazioni storiche magentine, apprezzato centro e motore delle iniziative culturali della città.

Sita in via Garibaldi, n.91, la struttura ha origini piuttosto antiche. Di certo, si sa che tra il XVI ed il XVII secolo era compresa entro le proprietà della famiglia Medici, i quali successivamente la vendettero ad altri proprietari, sin quando non vi si instaurò il Forno Coperativo Ambrosiano, centro direzionale dei lavori agricoli dell'area.

La cosiddetta Casa Spreafico Martinoni consiste in un complesso di tre edifici cinquecenteschi situati in via Garibaldi che, in tempi diversi, vennero acquistati dalle famiglie Spreafico e Martinoni. La struttura originaria è stata ad oggi parzialmente variata dalle aggiunte ottocentesche.

Sita anch'essa in via Garibaldi, la Casa Croce Piazza Lombardi venne edificata nel XVII secolo e successivamente ampliata col passare dei secoli. Variazioni significative provengono alla strutura dal XIX secolo quando la famiglia Frigerio, proprietaria degli stabili, adibisce alcuni locali rustici interni alla produzione della seta attraverso l'allevamento dei bachi da seta, avviando una produzione famigliare.

L’edificio, ubicato in via Roma, n. 18, ha una pianta rimasta pressoché identica all'originale, risalente con tutta probabilità al Seicento.

Di Casa Miramonti, si sa che nel XVII lo stabile era compreso nelle proprietà della famiglia Crivelli (e spettava come diritto al beneficiario dell’Abbazia di Santa Maria della Pace di Milano). La famiglia Miramonti acquistò lo stabile nel XVIII secolo nel 1700 trasformandone i locali rustici in locali d’abitazione. La casa si trova tra via Pretorio (la cosiddetta piassa de’ puj) e via Manzoni.

La costruzione risale al XVII secolo e la denominazione di Casa Albasino gli pervenne nel 1713 quando i proprietari dello stabile, la famiglia De Zecchi, lasciò in eredità la proprietà alla famiglia Albasino, che successivamente frazionò la proprietà per esigenze d'eredità. Una parte dell'abitazione signorile è stata recentemente ristrutturata.

Il complesso di Casa De Ambrosis, consiste in un bloccodi due edifici situati lungo la via Garibaldi ed acquistati nel 1704 dal nobile Francesco Antonio De Ambrosis che si preoccupò non solo di ampliare le strutture, ma anche di adornarle con elementi strutturali e decorativi. Malgrado questo, l'aspetto attuale ha risentito degli influssi di ristrutturazione ottocenteschi.

Edificata con tutta probabilità nel Settecento, divenne sede principale delle abitazioni dei Crivelli prima e dei Redenaschi poi. Nel XIX subì i mutamenti più radicali che fecero divenire lo stabile una vera e propria villa. All'estinzione della famiglia Brocca, ultima proprietaria, nel 1950, lo stabile venne lottizzato ed in parte venne acquistato dal comune. Attualmente la casa è sede dell'AVIS cittadina e di altre associazioni di volontariato del territorio, oltre che da un asilo nido.

Col nome di Casa Monti, si identificano oggi una serie di edifici collocati lungo via 4 giugno, all'angolo con Piazza Liberazione e via Roma. Questi stabili vennero edificate nella prima metà del XVIII secolo e vennero istituite come beneficio della chiesa milanese di San Francesco, divenendo in seguito proprietà della famiglia Monti. All'interno del complesso si trova ancora oggi la base di una cappella che un tempo ivi sorgeva, dedicata a San Francesco.

Come indica il nome stesso, questa abitazione sita in via 4 giugno, era un tempo di proprietà del Monastero dei Santi Cosma e Damiano alla Scala, che sorgeva a Milano, nei pressi dell'area dell'attuale teatro omonimo. A partire dal 1750 la parte inferiore dell'abitazione divenne abitazione privata, mentre la loggia venne murata per ricavarne altri locali d'abitazione.

Villa Stoppa-Colombo (detta semplicemente Villa Colombo) è un villino costruito nella prima metà del XX secolo, presso la stazione ferroviaria. La struttura si presenta come uno corpo centrale sviluppato su tre piani e munito di torretta belvedere corredata da trifore. Il complesso è inserito all'interno di una vasta cornice di verde pubblico che oggi è stato adibito a parco per la cittadinanza. La villa venne eretta per volere della famiglia Stoppa, commerciante locale, e poi donata al comune di Magenta nel 1997 dalla signora Stoppa al fine di erigervi un asilo comunale per il quartiere (progetto in seguito decaduto). Oggi il villino è sede di numerose associazioni come l'Associazione Nazionale Carabinieri e l'Associazione Ragazzi di Magenta, oltre ad essere sovente sede di mostre e convegni.

Una finestrella circolare sta in cima all'edificio che è coperto di pietra beola. Si accede all'interno per quattro porte sormontate da una figura di donna che distribuisce corone d'alloro. L'interno ha forma di croce latina: le pareti sono ricoperte di lapidi di bronzo con i nomi dei caduti francesi. Una speciale è riservata al gen. Espinasse, morto poco dopo la battaglia, un'altra è riservata al gen. Clér, morto nel combattimento a Pontevecchio. Le lapidi vennero fuse a Milano, mentre la volta rappresenta un cielo stellato. Nel mezzo del pavimento si apre un foro circolare: da esso si scende nella cripta sotterranea le cui pareti sono tappezzate da ossa umane. Il numero di teschi passa i cinquemila. Due scheletri occupano una parte del suolo: quello di un ungherese e quello di uno zuavo francese. Una scala praticata nello spessore del pilastro, conduce alla sommità dell'edificio da dove si può godere uno stupendo panorama della città. Il complesso venne inaugurato nel 1904 da Vittorio Emanuele III.

All'indomani della morte del generale Mac Mahon, il parroco di Magenta, Don Cesare Targella e il sindaco Brocca, dopo aver presenziato alle esequie in Notre Dame a Parigi, prospettarono l'idea di dedicargli un monumento. L'opera venne affidata allo scultore cremonese Luigi Secchi che la portò a compimento nel 1895, realizzando una statua in bronzo dell'altezza di tre metri. L'archietetto Beltrami, già autore del restauro del Castello Sforzesco di Milano, ha disegnato il piedistallo in pietra di Rezzato (altro tre metri e mezzo), che porta incisi sui tre lati luoghi e date di nascita e di morte del generale e degli altri alti ufficiali. Alla cerimonia d'inaugurazione presenziarono rappresentanze italiane e francesi tra cui i rispettivi capi di stato, Vittorio Emanuele III di Savoia ed Émile Loubet, occasione nella quale viene per l'appunto coniata una medaglia commemorativa dell'evento, ricavata dalle monete da 1 centesimo italiane, sovrastampate sul retro con l'effige del presidente francese; sul davanti già figurava l'immagine di Vittorio Emanuele III.

L'idea del Teatro Sociale Lirico Drammatico si concretizzò quando alcuni appartenenti alla "Società 4 giugno 1859" acquistarono un terreno del Cav. Luigi Cassola sull'allora Corso Vittoria in Magenta. La maggior iniziativa vide in campo Gianfranco Giacobbe, ma il giorno precedente la prima adunanza degli azionisti, moriva in un incidente a Milano il 30 marzo 1902 in un incidente. Fu l'avv. Giovanni Giacobbe, suo padre, che per ricordare il figlio e dar corpo ai desideri dei magentini riaccese l'iniziativa con cospicue donazioni. Il progetto fu affidato all'architetto Menni. La prima pietra venne posata il 7 marzo 1903 ed il teatro, inaugurato ufficialmente il 4 giugno 1904, era un tempo considerato l'anticamera del teatro milanese de La Scala. All'inaugurazione intervenne anche il tenore Francesco Tamagno, primo Otello di Giuseppe Verdi, che ne calcò per primo il palcoscenico con Adele Borghi ed Emilia Corsi, voci di primo piano della lirica di allora. Il soffitto è decorato con un grande affresco di Giacomo Campi che rappresenta la visita di Arrigo VII a Magenta (fatto storico realmente accaduto nel 1310 - nel dipinto si può scorgere anche l'attuale campanile della chiesa di Santa Maria Assunta), sopra il quale si staglia un insieme armonico di nuvole, putti, poeti e l'esaltazione del teatro e delle manifestazioni artistiche ad esso collegate. Vi si distingue anche una rappresentazione della chiesa di Santa Maria Assunta, Dante Alighieri, Virgilio e un simpatico teatrino di marionette intitolato a Giuseppe Verdi. Il teatro è stato recentemente restaurato nel 2004, in occasione del centenario dell'inaugurazione, e riportato al suo antico splendore con la proposta di una interessante stagione teatrale da rinnovarsi ogni anno, che comprende concerti, opera, brani di operetta e varietà.

La fondazione dell'originaria struttura dell'ospedale, risale al 1876 quando il cav. Giovanni Giacobbe fece un'offerta di 20.000 lire a favore del comune, da spendere entro tre anni, per la costruzione di una struttura ospedaliera a vantaggio dei malati meno abbienti del comune. A questa azione benevola, si affiancò l'opera del Marchese Giuseppe Maria Mazenta, che proprio in quello stesso anno donò uno dei propri terreni, denominato "Vigna Rossa" per l'erezione del complesso ospedaliero. Il 2 dicembre 1877 venne posata la prima pietra dell’ospedale e il 25 luglio 1880 l'opera venne ufficialmente inaugurata anche se come semplice ambulatorio. Fu a partire dal 1896 che, grazie al benestante Giuseppe Fornaroli (deceduto in Milano, lasciando il proprio patrimonio all'ospedale ed all'asilo infantile di Magenta), che si poté compiere l'opera definitivamente. La struttura venne ampliata nel 1904 per dare spazio a nuove esigenze per i malati, sino agli anni '70 quando la struttura originaria venne dichiarata incapace di ospitare nuove degenze e la sede dell'ospedale venne costruita ex novo in un'area più consona. Lo stabile rimase pressoché abbandonato allo stato di rudere sino in tempi recenti quando parte di esso è stata ristutturata e in gran parte abbattuta per far spazio ad una struttura medica per l'accoglienza degli anziani e per l'elaborazione di alcune analisi.

Con il nome di Cappella votiva si indica oggi a Magenta il piccolo tempietto dorico costruito dall'architetto magentino Ugo Maria Sommaruga nei pressi del locale camposanto, dopo una lunga infilata di 220 cipressi, a ricordare i caduti che la città di Magenta ha avuto nella Prima Guerra Mondiale. Il Monumento alla Vittoria, posto nell'attuale Piazza Vittorio Veneto, è un altro monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale, pregevole opera scultorea in bronzo dell'artista Giannino Castiglioni, consistente in un enorme blocco di pietra sul quale sta un altrettanto imponente gruppo bronzeo rappresentante appunto la divinizzazione della Vittoria. Entrambi i monumenti vennero inaugurati da Vittorio Emanuele III il 26 aprile 1925.

Nata come residenza di caccia di Vittorio Emanuele II nella seconda metà dell'Ottocento, la tenuta "La Fagiana" si trova sul territorio del comune di Magenta, in località Pontevecchio. Vasta 1574 ettari ed estesa per una lunghezza di più di dieci chilometri sulla sponda sinistra del Ticino, da Casate a Robecco, è divenuta una delle più importanti riserve della zona arricchendosi di numerosissime specie arboree e faunistiche. Al suo interno si trova un'interessante Museo del Bracconaggio che racconta in parte la storia della caccia nel Ticino dal XV sec. sino ai giorni nostri. Le zone boschive sono corredate di stupendi viali per il passeggio e per le uscite in bicicletta.

Durante la seconda guerra mondiale, nel periodo dell'occupazione tedesca e della Repubblica Sociale Italiana, la famiglia ebrea milanese dei Molho, proprietaria di una fabbrica di minuterie metalliche a Magenta, fu salvata dai propri dipendenti, membri delle famiglie Cerioli e Vaiani. Dapprima fu trovato un alloggio in una cascina isolata, quindi una stanza segreta fu ricavata nel vasto magazzino al primo piano della fabbrica, ove i Molho (genitori e due bambini) poterono rimanere nascosti fino alla Liberazione. Per questo loro impegno di solidarietà, il 22 dicembre 1997, l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme ha conferito l'alta onorificenza dei Giusti tra le Nazioni a Angelo Cerioli, alla figlia Dina Cerioli, ai generi Antonio Garbini e Battista Magna e alla cognata Caterina Vaiani. Il 20 luglio 2000, il Parlamento Italiano ha istituito il Giorno della Memoria a ricordo sia delle vittime dell'Olocausto sia di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.

Sul territorio operano poi una serie di associazioni per la promozione del territorio come la sede della locale della Pro Loco o l'associazione giovanile "Ragazzi di Magenta" che annualmente organizza l'evento "MAGENTART", una delle maggiori adunanze dell'area di talenti artistici, letterati e musicali.

Nella città sono presenti scuole di diverso ordine e grado. Partendo dalle scuole materne ed elementari, è possibile giungere fino al termine dell'istruzione media superiore.

Magenta è stata da sempre un punto di passaggio tra i due nodi principali dell'economia italiana, Milano e Torino, anche se solo negli ultimi due secoli si è sviluppato un sistema stradario efficiente che facesse della città un centro facilmente raggiungibile.

Nel 1809 iniziarono i lavori a Boffalora per la costruzione del ponte in muratura sul Ticino che rendesse continua la direttrice Milano - Magenta - Novara - Vercelli - Torino; il tutto terminò nel 1830. Successivamente nel 1879 venne inaugurata la famosa tramvia a vapore "Gamba de Legn" che collegava Magenta con Milano e che per oltre mezzo secolo ha influenzato lo sviluppo economico di un paese che fino alla fine dell'ottocento era prevalentemente agricolo ma che ben presto avrebbe accolto sul suo territorio varie fabbriche ed aziende riducendo notevolmente il pendolarismo verso Milano e le altre città industrializzate e introducendo piano piano il trasporto su auto.

Attualmente la città è posta sulla linea di trasporti pubblici Milano-Torino ed usufruisce di una stazione ferroviaria non lontana dal centro storico. La Strada Statale 11 costituisce un'infrastruttura fondamentale per l'economia del paese.

Magenta è raggiugibile:.

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Battaglia di Magenta

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Voce principale: Seconda guerra di indipendenza.

La battaglia di Magenta è un episodio della seconda guerra di indipendenza italiana. Fu combattuta il 4 giugno 1859 a Magenta, fra 55.792 austriaci e 47.517 franco-piemontesi.

Nel luglio 1858 Cavour incontra segretamente Napoleone III a Plombières-les-Bains: secondo gli accordi stipulati, la Francia aiuterà il Piemonte in caso di attacco austriaco e, a guerra vinta, l'Italia dovrà essere divisa in tre regni organizzati in una confederazione sotto la presidenza onoraria del Papa (progetto poi non attuato). La cessione di Nizza e della Savoia sarà il prezzo territoriale dell'aiuto francese. Il 10 dicembre Francia e Piemonte stringono un formale trattato d'alleanza.

Le eco sono immense in tutta la penisola: i lombardi manifestano il loro entusiasmo, mentre i volontari passano il Ticino per unirsi ai piemontesi. Il 23 aprile l'Austria invia un ultimatum al Piemonte intimandone il disarmo entro tre giorni: è l'occasione pazientemente attesa da Cavour per iniziare la guerra.

Scaduto il tempo previsto, gli austriaci invadono il Piemonte con l'intenzione di sconfiggere l'esercito sabaudo prima dell'arrivo dell'alleato francese. I piemontesi ostacolano l'avanzata del maresciallo Ferencz Gyulaj allagando le risaie della Lomellina e del vercellese; i francesi, attraverso il colle del Moncenisio e da Genova raggiungono rapidamente il campo di battaglia. Il 20 maggio gli austriaci sono battuti a Montebello.

Mentre Gyulaj attende con il grosso delle truppe intorno a Piacenza, Napoleone III lo trae in inganno oltrepassando il Po a Casale Monferrato e spostando velocemente l'armata francese dalla zona di Alessandria a quella di Novara per puntare verso Milano. Solo dopo le sconfitte subite il 30 e il 31 maggio a Vinzaglio e a Palestro, il comando austroungarico si accorge del tranello e ordina che il grosso dell'esercito sia spostato, attraverso Vigevano e Abbiategrasso, dalla Lomellina a Magenta. Gli austriaci retrocedono stabilendo così una linea difensiva tra il Naviglio Grande ed il Ticino; facendo saltare il grande ponte napoleonico di Boffalora sopra Ticino, tra Magenta e Trecate, che però resiste ed in parte rimane transitabile.

La notte tra il 2 ed il 3 giugno il genio francese, protetto dall'artiglieria, getta un ponte di barche di 180 metri di fronte a Turbigo: inizia così il passaggio del II Corpo d'armata che sostiene i primi scontri a Turbigo e Robecchetto. La mattina del 4 il generale Mac Mahon divide le sue truppe in due colonne dirigendo la Seconda Divisione guidata dal generale Espinasse verso Marcallo con Casone e la Prima Divisione di De La Moutterouge verso Boffalora sopra Ticino. Intanto le truppe austroungariche tardano ad arrivare ed il generale austriaco Clam-Gallas dispone le sue forze a triangolo con i vertici a Magenta, Marcallo e Boffalora.

Non appena Napoleone III sente tuonare il cannone, dal suo osservatorio nella torre di San Martino di Trecate, convinto che l'attacco di Mac Mahon sia in atto, ordina alle truppe in attesa presso il Ticino di muoversi verso i ponti del Naviglio di Boffalora, Ponte Vecchio e Ponte Nuovo. Gli austriaci fanno saltare i primi due; il ponte della dogana con quello della ferrovia, poco più a valle, rimangono così l'unico passaggio per raggiungere la sponda sinistra del canale. Ma Mac Mahon è fermo in attesa di coordinare i movimenti delle sue colonne e il III° Corpo d'Armata francese tarda a giungere da Novara sul campo di battaglia.

Comincia, intanto, ad arrivare da Abbiategrasso il grosso delle truppe austriache il cui ingresso in linea rende la situazione critica per i francesi a tal punto che a Vienna viene inviato un telegramma che annuncia una schiacciante vittoria. Dopo accaniti combattimenti dall'esito incerto i francesi riescono a passare sul Ponte Nuovo solo quando gli austriaci, minacciati sul fianco destro da Mac Mahon, che ha risposto all'attacco a Boffalora, si ritirano attestandosi a Magenta. Nei combattimenti cade il generale francese Cler.

La battaglia divampa anche attorno alla stazione ferroviaria di Magenta; gli austriaci si ritirano nelle abitazioni civili sperando di difendere il territorio metro a metro. Il generale Espinasse viene colpito nei pressi di Casa Giacobbe, ma la sua colonna e quella di Mac Mahon, con una manovra "a tenaglia", attaccano il nemico trincerato nella cittadina. Verso sera i bersaglieri della Divisione del generale Fanti giungono a coprire il lato sinistro degli alleati. Gyulaj decide di optare per la ritirata momentanea meditando su un contrattacco che non avverrà. Alla sera del 4 giugno, dopo la vittoriosa battaglia, l'imperatore Napoleone III nomina Mac Mahon Maresciallo di Francia e Duca di Magenta. L'8 giugno gli alleati con Vittorio Emanuele II e l'imperatore francese entrano vincitori in Milano, sfilando sotto l'Arco della Pace in corso Sempione.

Le prime notizie della villa risalgono al 1664 quando l'edificio, già di proprietà della famiglia Borri di Corbetta, fu ipotecato a favore di Clara Pedra Borgazzi a garanzia dei numerosi debiti che Francesco Borri aveva contratto nei confronti della nobildonna milanese. Nel 1690 Maddalena Borri, erede di Francesco, cedeva definitivamente la proprietà a Carlo Domenico Borgazzi, figlio ed erede di Clara Petra, assieme ad altri beni al fine di estinguere il debito accumulato dal padre.

La stima fatta dall'ingegnere collegiato di Milano Giuseppe Maria Ceriani, allegata all'atto notarile, contiene una lunga e minuziosa descrizione della villa. L'edificio si articolava su più corpi di fabbrica: un'antica parte della casa (non più esistente) si prospettava sull'attuale via 4 giugno con un portone d'ingresso dal quale avevano accesso le carrozze. Disposta su due piani, la costruzione comprendeva una legnaia ed un fienile collocati a destra del portone; una scala conduceva ai piani superiori dove si trovavano alcune camere. Un secondo corpo di fabbrica (l'attuale Casa Giacobbe), era posto perpendicolarmente ai locali d'ingresso secondo uno schema ad "L", caratterizzato al piano terra da un portico sul quale si apriva il salone principale della villa, caratterizzato da un bellissimo camino in pietra scolpita raffigurante il mito di Orfeo e lo stemma della casata dei Borri.

A sinistra di questo si trovavano due sale adibite a cucina e lavanderia. Il piano superiore era occupato dalle camere. Un terzo corpo di fabbrica oggi distrutto accoglieva invece un torchio con una torretta che fungeva da colombaia. Nel 1723, in occasione del catasto voluto da Carlo VI, fu stesa la prima carta catastale di Magenta dove già risultava chiaramente la costruzione. Nel 1768 Giovanni Battista Borgazzi eredità la casa per poi passare qualche tempo dopo al ragioniere Filippo Viganò di Milano, che nel maggio del 1820 vendette tutti i suoi beni a Magenta, a Giovanni Andrea De Andrea, anch'egli residente in Milano. All'atto di vendita è legata una permuta dei beni eseguita dall'ingegner Paolo Bianchi nel 1818. Nel 1833 il proprietario morì lasciando i suoi beni in eredità alle figlie e ad alcuni suoi nipoti; nelle successive ripartizioni la villa andò alla figlia Agostina De Andrea, sposata con l'avvocato Giovanni Giacobbe (padre), a cui risulta intestata la casa nel 1841. Al 1854 risale un nuovo rilevamento catastale che però non mostra significative variazioni rispetto alla struttura del Settecento.

Personaggio di spicco che abitò la villa fu Donna Maria Porro Lambertenghi, moglie di Giovanni Giacobbe (padre), figlia del Marchese Giberto Porro Lambertenghi che ebbe come precettore Silvio Pellico.

Quartier generale austriaco durante la battaglia del 1859 venne assaltata dai franco - piemontesi nel tentativo di scuotere il comando avversario. Mentre tutta la villa è stata recentemente ristrutturata, la facciata sul giardino, conserva infatti ancora oggi i fori dei proiettili e delle cannonate dello scontro. L'avvocato Giovanni Giacobbe incaricò il pittore Giacomo Campi di decorare il porticato della villa con un ciclo pittorico in cui si racconta la campagna militare del 1859. L'opera venne terminata, come documenta la firma, nel 1897.

Allo stesso artista si devono altri pregevoli lavori come il famoso "Brindisi della riconciliazione" tra un soldato austriaco ed uno francese, affrescato nel grande camino della villa, dipinto successivamente, nel 1918. Anche per il museo patriottico ordinato dal figlio Gianfranco, Tenente di Cavalleria, la famiglia si avvalse dell'opera del Campi che decorò il frontone e la porta d'ingresso. Di queste ultime opere però non rimane nulla, in quanto sono andate distrutte con la ristrutturazione degli anni '70 del XX sec. Nel 1921, dopo la morte del figlio, Giovanni Giacobbe donò alla città di Magenta i cimeli della battaglia del 1859 e dieci anni più tardi, nel 1931 il Podestà di Magenta, Giuseppe Brocca, afidò le preziose memorie al museo del risorgimento di Milano.

Nel 1935 la villa fu acquistata da comune e nello stesso anno vennero abbattuti i corpi di fabbrica adiacenti alla via 4 giugno e l'ala anticamente occupata dal torchio. Di quest'ultima fu risparmiata solo la bassa parete con l'ampia arcata attraverso la quale si accedeva ad una palestra coperta per i balilla, costruita dal 1936.

La villa è attualmente sede delle associazioni storiche magentine, apprezzato centro e motore delle iniziative culturali della città.

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Ponte Vecchio (Magenta)

La Chiesa Parrocchiale dei Santi Carlo e Luigi a Ponte Vecchio di Magenta

Ponte Vecchio o Pontevecchio (Punt Vecc in dialetto locale) è una frazione di Magenta (MI) in provincia di Milano distante circa 2 km dal centro storico del comune di appartenenza. Essa consta di 600 abitanti circa.

Il borgo di Ponte Vecchio è caratterizzato da un ambiente prevalentemente pianeggiante, tipico della Pianura padana, prevalentemente adatto a coltivazioni, che occupano quasi i 3/4 del territorio della frazione. Idrograficamente è da segnalare la presenza di una grande fonte d'acqua contraddistinta dalla presenza del Naviglio Grande che corre in centro al paese.

Il territorio di Ponte Vecchio confina ad ovest ed a sud con Magenta, a est col fiume Ticino e col confine piemontese, a nord con la frazione magentina di Ponte Nuovo.

Magenta è il centro di maggior rilievo più vicino alla frazione.

L'appellativo di "Ponte vecchio" dato alla frazione, viene conferito al borgo per la prima volta nell'Ottocento quando venne per l'appunto costruito un nuovo ponte sul Naviglio che fece si che il seicentesco ponte del borgo di Ponte Vecchio assumesse appunto la denominazione di ponte vecchio per distinguerlo dal nuovo.

La frazione ha iniziato infatti il proprio sviluppo agricolo proprio nel XVII secolo, sorgendo attorno al ponte costruito all'epoca dall'amministrazione spagnola del Ducato di Milano, con la costruzione delle prime corti rurali.

A dire la verità, è emerso che i primi insediamenti nell'area risalirebbero perlomeno all'epoca medioevale quando, ancor prima della costruzione di ponte in solido granito, si trovava una passerella di legno, sopravvissuta nei rapporti d'epoca sino al Seicento.

Con la creazione di un passaggio stabile ed obbligato che collegasse i commerci tra Piemonte e Lombardia, il piccolo borgo conobbe un notevole sviluppo soprattutto agricolo e commerciale, conservando la propria sfera rurale sino al Novecento.

Durante la battaglia di Magenta, la posizione strategica di Pontevecchio fu aspramente disputata dalle contrapposte forze austriache e franco-sarde, che più volte riuscirono a conquistarla e più volte dovettero cederla. Fondamentale per gli austriaci era mantenere il controllo dell'abitato di Pontevecchio allo scopo di aver una testa di ponte sulla riva destra del Naviglio Grande e tentare l'aggiramento dello schieramento francese.

Ormai privi delle forze necessarie per l'ennesimo assalto, dopo l'ultima riconquista francese, gli austriaci si affidarono alla personale iniziativa del colonnello Edelsheim che decise di tentare una carica di cavalleria, nonostante le strade dell'abitato non fossero il terreno adatto a questo tipo di operazione. Sotto il comando di Leopold Edelsheim, gli squadroni del 10º reggimento si lanciarono in una disperata carica all'arma bianca che riusci a travolgere le linee nemiche, pagando un impressionante prezzo di vite umane. Pochissimi tra gli ufficiali dei drappelli tornarono senza ferite. Molti non tornarono.

Senza il seguito della fanteria austriaca, i varchi causati dalle cariche vennero ben presto richiusi, rendendo vano il sacrificio del 10º reggimento. In verità, la vittoria venne comunque sfiorata, visto che uno degli squadroni penetrò tanto in profondità lo schieramento franco-sardo da investire lo stato maggiore del generale Canrobert, riuscendo a eliminare due alti ufficiali. Lo stesso Canrobert si salvò miracolosamente, lasciando nelle mani di un ussaro austriaco il colletto della sua divisa, grazie allo scarto e alla fuga repentini del suo cavallo imbizzarrito.

La Chiesa Parrocchiale dei Santi Carlo e Luigi venne eretta nel 1928 per sopperire alle esigenze della frazione di Pontevecchio di Magenta, situata molto distante dal centro cittadino. La struttura venne completata nel 1938 ed a quell'anno risale la prima nomina di un parroco effettivo (23 febbraio).

La chiesa parrocchiale, riprende uno stile piuttosto antico, con una tipica facciata mista di mattoni e pietre calcaree a creare un gustoso gioco di toni chiaroscuri che bene accolgono il rosone centrale in vetri policromi.

Sempre sulla facciata si trovano dei mosaici che rappresentano i Santi Pietro e Paolo e nella lunetta sopra il portale d'ingresso, leggermente strombato, si trova San Carlo Borromeo con San Luigi Gonzaga nell'atto di comunicare un'appestato.

L'interno, anch'esso in mattoni e pietre calcaree, è costituito da un prevalente stile romanico e da uno splendido altare in armonia con le decorazioni, realizzato in polvere di marmo con una grande statua rappresentante il Gesù del Sacro Cuore. Il soffitto è decorato con grandi capriate lignee e nel presbiterio, l'area è illuminata attraverso due grandi vetrate policrome che rappresentano Santa Maria Goretti e San Francesco Saverio.

A completare la struttura, nel giardino presso il tempio cristiano, si trova il campanile, realizzato in mattoni a vista, alla cui base si trova un memoriale dei caduti delle guerre mondiali.

Non distante dal medesimo asse della chiesa parrocchiale di Pontevecchio, si trova l'antica chiesa parrocchiale di Ponte Vecchio, dedicata al culto della Beata Vergine Maria.

Il tempio cristiano, edificato nel XVIII secolo, ha una forma singolare in quanto si articola su un corpo centrale di forma circolare che si sviluppa a cilindro, ed un corpo d'ingresso di forma quadrangolare che costituisce l'ingresso.

La sede della chiesa parrocchiale venne posta nella nuova chiesa dei Santi Pietro e Paolo edificata nel 1928, di poco distante, quando questa chiesa divenne insufficiente a contenere il sempre maggiore affluso di fedeli abitanti nella frazione. Essa assunse così il valore di memoriale e cappella dedicata ai defunti della Battaglia di Magenta, che anche a Ponte Vecchio ebbe degli scontri.

Nella piazza antistante, infatti, una colonna granitica ricorda i nomi dei caduti a Ponte Vecchio durante gli scontri del 1859.

Al fianco della chiesa si trova anche un campanile di mattoni al concerto di quattro campane.

Villa Castiglioni venne eretta nel primo Seicento su terreni di proprietà della famiglia Crivelli, che qui stabilì una delle proprie residenze magentine. L'erezione della costruzione avvenne in un punto strategico per la famiglia, ovvero vicino all'importantissimo ponte costruito sul Naviglio Grande e risalente al 1612 (quello attualmente visibile risale al 1859 e venne ricostruito dopo la famosa Battaglia di Magenta, che coinvolse anche questi luoghi) La villa venne successivamente venduta alla curia milanese nel 1637 che ne fece una residenza estiva per gli arcivescovi. La villa passò nel 1799 (alla secolarizzazione dei beni ecclesiastici della chiesa milanese) alla famiglia Castiglioni, e fu protagonista anche dei tragici eventi della Battaglia di Magenta, ospitando Napoleone III che dalla torretta della villa osservò lo svolgersi dello scontro il 4 giugno 1859. Attualmente la villa è sede del Parco della Valle del Ticino.

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Stade Numa-Daly Magenta

Stade Numa-Daly Magenta è uno stadio di Nouméa, Nuova Caledonia. È attualmente utilizzato soprattutto per le partite di calcio. Lo stadio può contenere fino a 16.000 persone.

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Magenta (Francia)

Magenta (Francia)

Magenta è un comune francese di 1.920 abitanti situato nel dipartimento della Marna nella regione della Champagne-Ardenne.

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Ponte Nuovo (Magenta)

Presa di Boffalora, uno dei momenti della Battaglia di Magenta

Ponte Nuovo o Pontenuovo (Punt Neouf in dialetto locale) è una frazione di Magenta in provincia di Milano distante 3,80 km dal centro storico del comune di appartenenza. Essa consta di 1500 abitanti circa.

Il borgo di Ponte Nuovo è caratterizzato da un ambiente prevalentemente pianeggiante, tipico della Pianura padana, con avvallamenti solo nei pressi del Naviglio Grande, prevalentemente adatto a boschi o coltivazioni, che occupano quasi i 2/4 del territorio della frazione. Idrograficamente è notevole la presenza del Naviglio Grande che costituisce l'aspetto tipoico della conformazione del borgo.

Il territorio di Ponte Nuovo confina ad ovest con Magenta, a sud con la frazione magentina di Ponte Vecchio, a est col fiume Ticino e col confine piemontese, a nord con Boffalora sopra Ticino.

Magenta è il centro di maggior rilievo più vicino alla frazione.

Ponte Nuovo di Magenta è soprattutto noto per la battaglia che ebbe luogo il 4 giugno 1859, durante la Seconda Guerra d'Indipendenza, combattuta tra i piemontesi e i loro alleati francesi contro gli austro-ungarici; fu vinta dai franco-piemontesi e aprì la strada alla conquista della Lombardia. La battaglia si svolse nel territorio dell'odierno comune di Magenta e del comune adiacente di Boffalora. Prende il nome di Magenta il colore rosso-viola, probabilmente con riferimento alle divise di quel colore indossate dal reparto di zuavi francesi che combatté nella battaglia.

Il borgo di Ponte Nuovo è la più giovane tra le poche frazioni del comune di Magenta. Esso è sorto a partire dal 1808, ovvero dall'anno della costruzione del ponte napoleonico sul Ticino che consentiva un rapido collegamento tra Milano e il Piemonte. Ovviamente, questo utilizzo strategico del territorio, portò alla costruzione poco dopo di un ponte simile sul Naviglio Grande, chesi trovava a scorrere all'estremo del territorio magentino, proprio nella località che venne definita Ponte Nuovo, per distinguerla dalla frazione di Ponte Vecchio, ove si trovava un ponte seicentesco già utilizzato per passare il Naviglio da una sponda all'altra.

Rilevante fu in quest'epoca la costruzione della dogana austriaca (1836), divenuta in seguito nota per essere stata uno dei principali luoghi di scontro della famosa Battaglia di Magenta nonché, successivamente, sede della famosa fabbrica di fiammiferi S.A.F.F.A..

In tempi più recenti, la frazione è divenuta famosa per essere stata la residenza di Santa Gianna Beretta Molla e del marito Pietro, il quale era dirigente proprio della società SAFFA.

La Chiesa di San Giuseppe lavoratore è la chiesa parrocchiale di Pontenuovo di Magenta. La cappella venne eretta in epoche precedenti, ma essa si presentava perlopiù come una chiesa sussidiaria della Basilica di San Martino di Magenta, rimanendo tale sino al 1984 quando gli venne affidato un parroco che operasse stabilmente per le esigenze spirituali della frazione.

La Chiesa della Madonna del Buon Consiglio, è una piccola cappella della frazione di Ponte Nuovo di Magenta. Essa sorse a metà del XX secolo come luogo di culto per il villaggio di operai della già citata fabbrica SAFFA ed ebbe anche lo scopo di commemorari i defunti negli scontri del 4 giugno 1859. Per questi motivi, la cappella venne eretta non distante dal luogo degli scontri, lungo l'asse stradale che conduce all'ex dogana austriaca ed al ponte sul Naviglio Grande. Esternamente, la cappella si presenta in stile neogotico, con un portale ligneo a sesto acuto contornato da un rivestimento in cotto a vista, elemento fondamentale che riprende la maggior parte delle decorazioni della chiesetta. L'interno, ampiamente decorato, presenta un altare marmoreo con inserti in ottone e bronzo dorato, il tutto sovrastato da una statua della Madonna. L'ambiente prende luce dalla presenza di alcuni finestroni decorati con vetri policromi istoriati. La chiesa è divenuta famosa soprattutto per essere stata uno dei luoghi di culto preferiti da Santa Gianna Beretta Molla, la quale si recava in preghiera in questo luogo sacro tutte le mattine.

La struttura della dogana austriaca che ancora oggi sorge in posizione strategica presso il ponte sul Naviglio Grande, costituì dalla sua fondazione al 1859 uno dei punti obbligati di passaggio per quanti volessero valicare il confine tra il Regno Lombardo-Veneto ed il Regno di Sardegna. La struttura era costituita da un complesso di edifici che comprendevano una caserma propriamente detta, comprendente una vasta area e circondata da spesse mura di difesa che confinavano con l'alzaia del Naviglio, uffici doganali ed un portico per le ispezioni.

Sul lato opposto si trovavano invece gli edifici residenziali del comandante della dogana e della sua famiglia, oltre alle case degli ufficiali di posto ed alle residenze degli impiegati. Tutte queste strutture si sono conservate praticamente intatte dal 1836, anno in cui venne fondata la dogana per merito dell'Imperatore Ferdinando I d'Austria.

Fu questo complesso, dopo la storica Battaglia di Magenta a fornire una delle basi per la creazione del villaggio operaio della fabbrica SAFFA, la quale venne rilevata dall'industriale garibaldino Giacomo Medici.

Oggi, sulla facciata del portico delle ispezioni doganali, si trova una targa commemorativa degli eventi del 4 giugno 1859 che consacrarono la vittoria dei franco-piemontesi in un punto strategico che permise non solo l'ingresso alla città di Magenta, ma anche il successivo passaggio a Milano, compiendo il primo passo verso l'unità nazionale.

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Source : Wikipedia