Livorno

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Tags : livorno, toscana, italia

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Livorno

Panorama di Livorno

Livorno è una città della Toscana di 160.991 abitanti, capoluogo della provincia omonima.

Situata lungo la costa del Mar Ligure, Livorno è uno dei più importanti porti italiani, sia come scalo commerciale che turistico, centro industriale di rilevanza nazionale e, tra tutte le città toscane, è solitamente ritenuta la più giovane, sebbene nel suo territorio siano presenti testimonianze storiche di epoche remote sopravvissute ai massicci bombardamenti della seconda guerra mondiale.

La città, sviluppatasi a partire dalla fine del XVI secolo per volontà dei Medici, è celebre per aver dato i natali a personalità di prestigio come Amedeo Modigliani, Pietro Mascagni, Giovanni Fattori e Carlo Azeglio Ciampi. In passato, fino ai primi anni del Novecento, è stata inoltre una meta turistica di rilevanza internazionale per la presenza di importanti stabilimenti balneari e termali, che conferirono alla città l'appellativo di Montecatini al mare.

Livorno, che alla fine del XIX secolo contava circa 100.000 abitanti ed era l'undicesima città d'Italia e la seconda della Toscana per popolazione, negli ultimi decenni è andata incontro ad un sensibile decremento del numero di abitanti, tanto che oggi risulta essere la terza città della Toscana dopo Firenze e Prato.

Il comune di Livorno ha una superficie di 104,79 km². La città si trova a 3 metri s.l.m. (quota in piazza del Municipio). Non vi sono corsi d'acqua rilevanti, a parte alcuni piccoli torrenti (Rio Ardenza, Rio Cigna, Rio Maggiore, Torrente Ugione). Il terreno è generalmente pianeggiante, salvo elevarsi a sud, dove inizia il sistema della Colline livornesi (quota massima 462 metri s.l.m. presso il Poggio Lecceta). Conseguentemente anche la costa, che da Marina di Carrara a Piombino è sempre bassa, si alza quasi a picco sul mare, nella zona detta del Romito. Il comune è classificato, allo stesso modo della maggior parte dei comuni toscani, con grado di sismicità 9 (categoria 2).

Il territorio comunale di Livorno comprende anche l'isola di Gorgona e le Secche della Meloria facenti parte del Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano. L'isola di Gorgona ha una superficie di 220 ettari e si trova a 37 chilometri dalla costa labronica.

Dal punto di vista geologico il territorio livornese ed i suoi dintorni sono caratterizzati da numerosi materiali come le arenarie ed i gabbri. In particolare, le colline alle spalle della città, presentano terre dalla intensa tonalità rossa; più in basso, la panchina livornese è formata da calcarenite color ocra. La parte settentrionale del comune invece fa parte della pianura alluvionale dell'Arno.

Il clima della città è di tipo mediterraneo, con estati mitigate dalla brezza marina (massima assoluta di +37 °C registrata dal Lamma nel luglio 1983) ed inverni non particolarmente freddi (minima storica di -7 °C registrata dal Lamma nel gennaio 1985). Le precipitazioni sono concentrate principalmente in primavera (massimo secondario) ed autunno.

Nella tabella sottostante sono riportati i valori medi.

Le origini di Livorno sono ignote e si perdono nelle leggende e nella mitologia. Nel 904 il toponimo "Livorna" è attestato per la prima volta con riferimento ad un pugno di case posizionate sulla costa del Mar Ligure, in una cala naturale, a pochi chilometri a sud della foce dell'Arno e di Pisa. Il progressivo interramento del vicino Porto Pisano, il grande sistema portuale della Repubblica di Pisa, coincise con l'affermazione del borgo labronico, che fu dotato, tra il XIII ed il XIV secolo di un sistema di fortificazioni e di un maestoso faro, noto col nome di Fanale dei Pisani.

Tramontata la Repubblica, Livorno fu venduta dapprima ai Visconti di Milano, e successivamente, nel 1407, ai genovesi, per passare, nel 1421 ai fiorentini. Nel XVI secolo i Medici, signori di Toscana, contribuirono in maniera determinante allo sviluppo di Livorno e del suo sistema portuale. Bernardo Buontalenti fu pertanto incaricato di progettare una nuova città fortificata intorno al nucleo originario dell'abitato labronico, con un imponente sistema di fossati e bastioni (si veda la voce Fosso Reale).

Il popolamento della città buontalentiana fu favorito dall'emanazione da parte dei granduchi di Toscana, tra il 1590 ed il 1603, delle cosiddette "Leggi Livornine", che istituivano il porto franco e garantivano, agli abitanti di Livorno, libertà di culto e di professione religiosa e politica a chiunque fosse stato ritenuto colpevole di qualsiasi reato (con alcune eccezioni, tra le quali l'assassinio e la "falsa moneta"). Queste leggi erano dirette soprattutto agli ebrei scacciati in quel periodo dalla penisola iberica. Arrivarono in molti, negli anni seguenti, soprattutto commercianti, e costituirono una florida ed operosa comunità ebraica di lingua spagnola e portoghese, che sarebbe poi durata per secoli. Gli ebrei vivevano liberi a Livorno, non rinchiusi in un ghetto, come invece avveniva nelle altre città d'Italia fino all'epoca dell'Unità d'Italia. Fra di essi ci furono molti cittadini illustri, tra i quali spicca sopra tutti il pittore Amedeo Modigliani. Dal punto di vista economico, l'istituzione del porto franco portò ad un proliferare di attività commerciali spesso legate alle intense attività portuali. Il porto e la città furono anche soggiorno di numerose altre comunità straniere che, a fini amministrativi, furono organizzate in "Nazioni" i cui membri, a differenza degli Ebrei, non erano ritenuti sudditi toscani (Inglesi, Olandesi, Francesi, Corsi, Ragusei, Greci, Armeni, Spagnoli, Portoghesi, Sardi, Svedesi, Danesi, Austriaci, Prussiani).

Nel XVIII secolo, la fine della dinastia medicea e l'avvento dei Lorena non ostacolarono l'espansione cittadina, con la formazione di grandi sobborghi suburbani a ridosso delle fortificazioni buontalentiane. Anche dal punto di vista culturale il Settecento portò ad un proliferare delle arti in genere ed in particolare dell'editoria; qui vennero pubblicati Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria (nel 1764, in forma anonima) e, nel 1770, la terza edizione dell'Encyclopédie ou Dictionnaire raisonnè des Sciences, des Arts et des Métiers di Diderot e D'Alembert, in una stamperia ricavata nel vecchio Bagno dei forzati.

Tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento la città subì l'assedio delle truppe francesi, capeggiate da Napoleone Bonaparte, degli Spagnoli e degli Inglesi. La Restaurazione e il ritorno al potere dei Lorena con Ferdinando III e poi Leopoldo II, permise la realizzazione di grandi opere pubbliche, come il completamento dell'Acquedotto di Colognole, mentre le fortificazioni medicee furono in gran parte smantellate per far posto ad eleganti palazzi della borghesia livornese.

Tuttavia i moti rivoluzionari del 1849 precedettero di pochi anni la definitiva annessione del Granducato di Toscana al Regno d'Italia. Con l'unità d'Italia, nel 1868 furono abolite le franchigie doganali di Livorno, che porteranno ad un drastico calo delle attività commerciali e dei traffici marittimi, ma la successiva fondazione del Cantiere navale Orlando farà cambiar volto alla città trasformandola rapidamente in un importante centro industriale. Sul finire del medesimo secolo, il prestigio della città, ormai prossima ai 100.000 abitanti, fu sancito dall'istituzione della celebre Accademia Navale. Uno dei primi cadetti dell'Accademia fu Manlio Garibaldi; per questo motivo, nel 1888, l'ultima moglie di Garibaldi e sua figlia Clelia Garibaldi presero casa all'Ardenza come il Generale stesso aveva raccomandato loro. Egli era molto legato a Livorno per diversi motivi, non ultimo la sua amicizia con i fratelli Orlando e la famiglia Sgarallino.

Livorno per il suo spirito imprenditoriale moderno che andò sempre più sviluppando nel corso del XIX secolo è stata spesso all'avanguardia rispetto alle altre città italiane nella realizzazione di nuove tecnologie. Si ricorda, al riguardo, che proprio a Livorno fu inaugurata nel 1844 una delle prime ferrovie italiane (la linea Leopolda che collegava la città a Pisa e Firenze in poco più di tre ore), nel 1847 venne installata con Pisa la prima linea telegrafica, nel 1881 vi arrivò la linea telefonica, nel 1888 fu aperta, in via Paolo Emilio Demi, la centrale elettrica (la quarta in Italia, poi di fatto sostituita dalla Centrale termoelettrica Marzocco, aperta nel 1907), nel 1889 i primi lampioni pubblici elettrici, nell'estate del 1897 si proiettò uno dei primi spettacoli cinematografici italiani all'"Eden" (attuale Terrazza Mascagni), nel 1899 entrò in funzione presso gli Spedali di Sant'Antonio il primo apparecchio a raggi X, nel 1903 l'illuminazione pubblica ad incandescenza elettrica ed infine dal 1906 la pavimentazione bituminosa per le strade.

Gli inizi del XX secolo portarono ad un fiorire di numerosi progetti architettonici ed urbanistici: dagli eleganti stabilimenti termali e balneari, che avevano fatto di Livorno una delle mete turistiche più ambite sin dalla prima metà dell'Ottocento, alla nuova stazione ferroviaria della linea Livorno - Cecina sino ai piani di risanamento del centro. Poco prima dell'avvento del Fascismo, Livorno fu teatro della fondazione del Partito Comunista Italiano (1921), a seguito della scissione della corrente di estrema sinistra dal Partito Socialista Italiano.

L'affermazione del fascismo e l'ascesa politica di Costanzo Ciano portarono alla realizzazione di grandi opere pubbliche ed industriali (nuovo ospedale, impianti Stanic, Terrazza del lungomare, ecc.), all'ampliamento dei confini provinciali e, al contempo, all'ideazione di massicci e scellerati piani di sventramento per la città, che mutarono parte dell'antico assetto urbanistico.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale e i successivi bombardamenti causarono la distruzione di gran parte della città storica e la morte di numerosi civili: ingenti danni si registrarono anche nelle aree industriali e portuali, che furono tra i principali obbiettivi delle incursioni aeree. La città subì circa novanta incursioni aeree con conseguenti bombardamenti, tra questi quelli più gravi per danni provocati alla popolazione, edifici ed impianti industriali furono: 28 maggio 1943 (distruzioni del porto industriale e Stazione Marittima, area Stanic, quartiere Venezia, aree limitrofe al Voltone, fortezze), 28 giugno 1943 (stessi obiettivi e Stazione, lungomare ed Accademia Navale), 25 luglio 1943 (Voltone, quartiere industriale di Torretta), 14 aprile 1944 (Stazione e quartiere circostante, linea ferroviaria), 19 maggio 1944 (completa distruzione del centro storico), 7 giugno 1944 (completa distruzione dell'area industriale). Nel luglio 1944 la città fu liberata dall'ooccupazione tedesca. La ricostruzione postbellica durò molti anni: lo sminamento di alcune zone del centro cittadino terminò solo negli anni cinquanta, mentre la cinquecentesca Fortezza Nuova ospitò baracche di sfollati fino agli anni sessanta.

Livorno acquistò il volto di una città moderna e fortemente industrializzata, ma la crisi avviata dal disimpegno della partecipazione pubblica nei grandi centri industriali ha portato negli ultimi anni ad uno spostamento del baricentro economico dall'industria pesante alle piccole e medie imprese e al terziario.

Lo stemma si rifà ad uno più antico mostrante una torre in mezzo al mare e sormontato dalla lettera capitale latina "L". Nel 1605 il Gran Duca di Toscana Ferdinando I de' Medici concesse lo stemma attuale (riconosciuto poi dal Re d’Italia con decreto del 19 settembre 1929); mentre il 19 marzo 1606 la elevò al rango di città.

La "liburna" dei Romani, dalla quale potrebbe derivare il nome della città, era un’imbarcazione (brigantino o feluca): alcuni asseriscono che il primitivo stemma della città mostrava detta imbarcazione in luogo della fortezza. La parola "FIDES" pare una concessione della Repubblica Fiorentina a ricordo della fedeltà di Livorno contro l’armata che la assediò nel 1496 guidata dall'imperatore Massimiliano con Venezia e Genova alleate.

La città di Livorno è la XIXª tra le XXVII città decorate con Medaglia d'Oro come "Benemerite del Risorgimento nazionale" per le azioni altamente patriottiche compiute dalla città nel periodo del Risorgimento. Periodo, definito dalla Casa Savoia, compreso tra i moti insurrezionali del 1848 e la fine della prima guerra mondiale nel 1918.

Dopo le distruzioni subite nel corso della seconda guerra mondiale e le successive mutilazioni inflitte alla città con la ricostruzione, Livorno ha perso gran parte del suo retaggio storico, anche se resistono vestigia delle sue varie fasi: in particolare la struttura del centro cittadino, un pentagono fortificato costruito secondo i criteri della città ideale del Cinquecento. Numerose poi sono le chiese, i templi ed i cimiteri di diverse confessioni religiose, simbolo di un perfetto connubio di razze e popolazioni diverse, che hanno influito notevolmente nella cultura cittadina. Questo spirito di reciproca tolleranza, unito in passato alla politica illuminata dei granduchi di Toscana, creò infatti un'intensa attività culturale. Importanti librerie e prestigiosi teatri animavano la vita della città: qui ad esempio fu pubblicata la terza edizione dell'Encyclopédie, mentre numerosi letterati, come Tobias Smollett o Carlo Goldoni, soggiornarono nelle ville sorte nelle amene località intorno a Livorno. Grandi opere d'architettura di pubblica utilità sorsero poi nella prima metà dell'Ottocento, quando la città iniziò ad affermare una vocazione turistica che porterà all'apertura di molti stabilimenti balneari in cui ancor oggi si avvertono gli echi di una lontana Belle époque.

Dal punto di vista architettonico, le testimonianze d'epoche remote sono assai scarse. Resti di chiese medioevali si riscontrano soprattutto nella Cappella di Santo Stefano, nella chiesa di San Martino e nella Pieve di Limone. All'interno della cinquecentesca Fortezza Vecchia ancora sopravvivono strutture di epoca più antica, come il cosiddetto Mastio di Matilde ed i resti di fortificazioni pisane costruite su preesistenti insediamenti dell'età antica e preistorica. Non mancano alcune testimonianze dell'antico Porto Pisano, un tempo caratterizzato da numerosi torri, come quella, ormai ridotta ad un rudere, della Maltarchiata.

Il Quattrocento, che segnò l'inizio del dominio fiorentino, coincise con la costruzione della Torre del Marzocco, nella cui architettura è possibile cogliere un riferimento alla Torre dei Venti di Atene. Tuttavia, fu solo sul finire del XVI secolo che Livorno divenne una vera e propria città per volere dei Medici. Ai primi interventi tardorinascimentali, come il Palazzo Mediceo ed il Duomo, si affiancarono edifici caratterizzati dalla ricerca di un'estrema funzionalità, tutti ubicati all'interno del pentagono fortificato della città. Le fortificazioni rappresentano un altro aspetto importante dell'architettura cinquecentesca: alla citata Fortezza Vecchia, alcuni decenni dopo fece seguito la realizzazione del Fosso Reale e della Fortezza Nuova, secondo un disegno elaborato da diversi progettisti, tra i quali il più celebre fu Bernardo Buontalenti. All'esterno delle fortificazioni, dinnanzi al porto, fu quindi innalzato il Monumento dei Quattro mori, una notevole opera di Giovanni Bandini e Pietro Tacca destinata a omaggiare il granduca Ferdinando I de' Medici.

I semplici modelli architettonici del XVI secolo sopravvissero anche nel Seicento. Solo nel Settecento si affermarono i gusti tardobarocchi, riscontrabili nel Santuario di Montenero e nel quartiere della Venezia Nuova, dove sorsero la chiesa a pianta longitudinale di San Ferdinando (che ospita sculture di Giovanni Baratta) e quella centralizzata di Santa Caterina (dove in seguito fu collocata una tela del Vasari); tra gli edifici residenziali sono da segnalare il Palazzo Huigens e il vicino Palazzo delle Colonne di marmo, entrambi posti lungo la caratteristica via Borra.

L'Ottocento vide l'affermazione del neoclassicismo: uno dei primi esempi fu il Teatro San Marco (1806, con pitture di Luigi Ademollo), al quale fece seguito una serie di spazi teatrali e arene per spettacoli diurni; tra questi spicca il Teatro Goldoni, dove architettura ed ingegneria si fusero per dar vita ad una caratteristica e funzionale copertura vetrata della sala. Nella prima metà del medesimo secolo architetti quali Alessandro Gherardesca, Luigi de Cambray Digny, Pasquale Poccianti, Gaetano Gherardi, Giuseppe Cappellini, Angiolo della Valle e Luigi Bettarini contribuirono all'edificazione di acquedotti, chiese, palazzi, piazze di stampo neoclassico, che mutarono completamente l'aspetto dell'antica città buontalentiana e dei suoi sobborghi, portando alla formazione della cosiddetta Livorno polytéchnique. Tra le opere innalzate si ricordano, ad esempio, l'imponente chiesa del Soccorso, i Bagnetti della Puzzolente, la Pia Casa di Lavoro, la Stazione di Livorno San Marco, la sistemazione dell'odierna piazza Cavour, il Palazzo Maurogordato e la nuova cinta daziaria, di Alessandro Manetti e Carlo Reishammer, che delimitava l'area soggetta a porto franco. In ogni caso, l'edificio che meglio rappresenta l'Ottocento livornese è il Cisternone, che Pasquale Poccianti completò tra il 1829 ed il 1842 con chiari riferimenti all'architettura termale romana, al Pantheon e all'architettura rivoluzionaria di Étienne-Louis Boullée e Claude-Nicolas Ledoux. Tra le piazze l'intervento di maggior rilievo è la copertura del Fosso Reale con la creazione della piazza dei Granduchi (oggi piazza della Repubblica), dove furono erette le statue dei granduchi lorenersi; tra esse pregevole era il monumento a Leopoldo II, di Paolo Emilio Demi, che tuttavia fu danneggiato nel 1849 e sostituito con una seconda statua alcuni anni più tardi.

Nella pittura, la seconda metà dell'Ottocento fu immortalata nelle opere dei Macchiaioli e dei post-macchiaoli (oggi conservate al Museo civico Giovanni Fattori), mentre il Novecento portò alla formazione del cosiddetto Gruppo Labronico, del quale facevano parte artisti come Alfredo Müller, Renato Natali e Gino Romiti.

In architettura, il XX secolo, aperto con le opere vagamente Liberty di Angiolo Badaloni (come lo Stabilimento termale Acque della Salute, vicino al quale nel 1910 fu inaugurata l'elegante Stazione Centrale), si indirizzò, negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, sulla costruzione di strutture eclettiche (ad esempio il Palazzo della Galleria e, per certi versi, anche il nuovo complesso degli Spedali Riuniti) e di stampo più razionalista (come il Palazzo del Governo), ma il sontuoso Mausoleo della famiglia Ciano, che avrebbe dovuto dominare Livorno dal colle Monteburrone, non fu mai portato a termine. Gli eventi bellici causarono la quasi completa ricostruzione del centro cittadino, dove Luigi Vagnetti innalzò il suo controverso Palazzo Grande. Nei successivi anni sessanta si registra la costruzione di due importanti edifici: la nuova Sinagoga e il Grattacielo di piazza Matteotti, opera rispettivamente di Angelo Di Castro e di Giovanni Michelucci.

Il vernacolo livornese è fondamentalmente una variante del toscano nord-occidentale (parlato anche nelle province di Pisa e Lucca), ma se ne discosta per certi tratti tipici della pronuncia, i più appariscenti dei quali sono alcune vocali molto aperte e la /k/ singola intervocalica che viene completamente elisa (e non soltanto aspirata, come accade nella maggior parte delle parlate toscane), mentre quella doppia rimane tale. Per esempio la frase "la mia casa" diviene la mi' 'asa, mentre invece la frase "vado a casa" rimane tale perché nella pronuncia italiana la "c" è raddoppiata (vado a ccasa); anche in una frase come "Il cane abbaia" la "c" rimane integra perché non è intervocalica.

Del tutto peculiare è anche la frequente interiezione "dé", da non confondere col "deh" esortativo italiano, ormai desueto. Al contrario, il "dé" livornese è praticamente onnipresente, e può assumere un vasto spettro di significati, spesso decodificabili solo mediante l'intonazione. Assieme al "dé" spesso troviamo il termine "boia", che viene usato come esclamazione ("Boiadé").

Inoltre, il lessico contiene tracce (vocaboli e locuzioni) di alcune delle numerose lingue parlate dalle comunità ospitate da Livorno attraverso i secoli: ad esempio talvolta i piedi vengono detti "le fétte" parafrasando alla buona il vocabolo inglese "feet", tale interpretazione deriva dal periodo della seconda guerra mondiale, in quanto i soldati americani presenti a Livorno utilizzavano l'inglese per parlare con i livornesi, conoscendo solo poche parole di italiano. Ad esempio, per dire "Hai i piedi grandi" si può sentir dire "Ciai dù fètte paiono zattere". E a tal proposito, la grafìa livornese corretta "ci hai" e "ci hanno" sarà sempre "ciai" (pron. ciài) e "cianno" (pron. ciànno), mai "c'hai", che equivale foneticamente a "kai". Altro esempio di storpiatura postbellica rimasta nel livornese è quella dei cartelli con su scritto "don't trespassing" (non oltrepassare) ad argine delle zone minate del centro. Ancora ai giorni nostri si usa la locuzione "lèvati da tre passi" per invitare qualcuno ad andare a quel paese o più semplicemente a spostarsi. Va anche notata la presenza, in seno alla numerosa presenza ebraica, del bagitto, ormai però relegato ai pochi che ne conservano ricordo.

Altra particolarità, stavolta retorica, è l'uso di una forma di ironia che consiste nell'uso di locuzioni iperboliche con una determinata intonazione, per significare l'esatto opposto: ad esempio, "e sei parigino!", per intendere che l'interlocutore è tutt'altro che proveniente da Parigi (città dell'eleganza e del buon gusto per antonomasia).

Grande rappresentanza del vernacolo livornese viene data anche dal Vernacoliere, mensile di satira politica/sociale diretto da Mario Cardinali, che include varie rubriche di attualità, vignette, fumetti, posta dei lettori tutte (o quasi) rigorosamente in vernacolo livornese. Il mensile non solo è apprezzato e diffuso a livello locale, ma è seguito da appassionati del genere in tutta Italia.

Storicamente, il cosmopolitismo rappresenta un aspetto importante della società livornese. Infatti, la Costituizione Livornina del 1593 favorì l'afflusso in città di "Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portoghesi, Greci, Todeschi, ed Italiani, Hebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, et altri Stati". Nel 1601 gli ebrei erano 114; mezzo secolo dopo ammontavano già a 3300 e nel 1808 erano quasi 5000, tanto che Johann Caspar, padre del celebre Johann Wolfgang von Goethe, definì Livorno il Paradiso degli ebrei. La comunità, che oggi si attesta su 700 persone, lasciò segni importanti della propria presenza a partire dalla grande Sinagoga; disponevano inoltre di numerosi cimiteri e istituirono il primo monte di pietà.

Sul finire del XVI secolo anche i greci fondarono un primo nucleo nei pressi della chiesa di San Jacopo in Acquaviva. Erano specializzati nella marineria e tra il 1601 ed il 1606 costruirono la loro chiesa di rito unito. Nel Settecento giunsero a Livorno numerosi greci dell'Epiro, che però si differenziarono dai loro connazionali edificando una chiesa di rito greco-scismatico. Gli ortodossi, circa 200 persone, esclusero dalla comunità tutti coloro che avevano mogli o figli non ortodossi, ma la misura non impedì una lenta integrazione con gli italiani.

Sin dal XVII secolo, con l'affermazione di Livorno (Leghorn) quale emporio del Mediterraneo, notevole fu l'affluenza britannica. Un secolo più tardi, intorno al 1750, la comunità contava circa 500 persone. Nell'Ottocento gli inglesi avevano due cimiteri (il vecchio Cimitero inglese di via Verdi ed il nuovo di via Pera) ed una chiesa anglicana, mentre gli scozzesi innalzarono la loro chiesa presbiteriana (ora dei valdesi). Anche alcune ville suburbane appertennerò a famiglie inglesi: è il caso di Villa Gower, situata nella frazione di Castellaccio, e di Villa Henderson.

Al Seicento risale anche il primo statuto della nazione olandese, i cui membri erano presenti a Livorno soprattutto per il fiorente dinamismo commerciale della città. La comunità era inizialmente cattolica, ma nel tempo la componente protestante aumentò sensibilmente. Nel 1832 la "nazione olandese-alemanna" contava 25 membri, con due soli olandesi, mentre il resto era formato soprattutto da svizzeri e bavaresi. I principali segni della loro presenza sono il cimitero di via Mastacchi, costruito in sostituzione di una precedente area cimiteriale oggi scomparsa, e il Tempio della Congregazione Olandese Alemanna, oggi in completa rovina.

Non mancavano poi i francesi, la cui presenza però era meno avvertita in quanto essi erano di religione cattolica, e gli armeni, che nel 1689 erano circa 70. La maggior parte degli armeni, che nel Seicento vestivano con caratteristici turbanti, era cattolica; nel 1701 ebbero il permesso di edificare la propria chiesa nazionale, oggi trasformata in un centro interculturale dopo le distruzioni subite nel corso della seconda guerra mondiale. Disponevano anche di un cimitero, del quale restano poche tracce.

Altre presenze importanti furono quelle dei maroniti, che dal 1888 ebbero una cappella in via Mangini, e dei turchi. In particolare, gli ottomani, catturati durante le battaglie navali, erano detenuti nel Bagno dei forzati. Nel 1689 erano 845 e avevano diritto ad un vestito nuovo all'anno, "tre pani al giorno con sue minestre", e, in caso di gravi malattie, di essere curati all'ospedale cittadino. Avevano inoltre una serie di botteghe fuori dal Bagno e potevano vendere l'acqua o prestare la loro attività in qualità di facchini. Successivamente affluirono a Livorno numerosi mercanti ottomani e la loro presenza è attestata da alcune lapidi sepolcrali sormontate da una mezzaluna nel Cimitero comunale dei Lupi.

Al 31 dicembre 2007 gli stranieri regolari residenti a Livorno ammontano a 7.116 unità, pari a circa il 4,5% della popolazione livornese. Le comunità più numerose risultano quella rumena e quella albanese con circa 1200 residenti ciascuna.

Sono inoltre presenti biblioteche presso le strutture museali (ad esempio nel Museo di storia naturale del Mediterraneo), nella sede della fondazione L.E.M. (Livorno Euro Mediterranea), nel Seminario Gavi, in alcune circoscrizioni cittadine (in particolare la Biblioteca Igiene e Sanità pubblica della Circoscrizione IV), nell'Archivio di Stato ed in alcuni istituti scolastici.

Inoltre l'Università di Pisa organizza nella sede distaccata di Livorno il corso di laurea triennale in "Economia e legistazione dei sistemi logistici".

Prima delle distruzioni belliche del 1943, Livorno ha ospitato una decina di teatri ed arene, nonché una serie di spazi teatrali minori. La seconda guerra mondiale ha cancellato gran parte di questo patrimonio: infatti, i bombardamenti colpirono inesorabilmente il Teatro San Marco, il Rossini e il Teatro degli Avvalorati, mentre nei decenni successivi fu raso al suolo il grande Politeama. Oggi, dell'antico patrimonio teatrale resta solo il Goldoni, riportato agli antichi splendori dopo un lungo restauro conclusosi nel 2004.

Nel secondo dopoguerra furono tuttavia innalzate nuove strutture, come il Cinema Teatro Grande, la Gran Guardia e il Cinema Odeon, delle quali solo la prima risulta ancora in attività, sebbene sia stata riconvertita in una multisala.

Con questa immagine, drammatica, spaventosa per certi versi, ma incredibilmente reale e sublime, Livorno è conosciuta in tutto il mondo attraverso l’opera di uno dei più grandi pittori dell’Ottocento italiano: Giovanni Fattori, maestro della corrente “verista” dei Macchiaioli nata a Firenze intorno agli anni sessanta dell’Ottocento e sviluppatasi sulla costa labronica proprio nel periodo in cui nacque un altro livornese, fuggito poi a Parigi, destinato a sconvolgere l’arte europea: Amedeo Modigliani. Ne La libecciata (1880-85), ma già ne La Rotonda dei bagni Palmieri (1866), così come in molti altri dipinti macchiaioli, Livorno è ritratta con la sua luce accecante resa visivamente, secondo le teorie della macchia, con un contrasto di macchie di colore e chiaroscuro ottenute attraverso la cosiddetta “tecnica dello specchio nero”.

Ma la Livorno artistica non è soltanto Ottocento, Macchiaioli e Modigliani. Essendo una città portuale, ricca a partire dal XVI secolo sia di scambi commerciali che culturali, è stata per centinaia di anni il crocevia di opere d’arte e il luogo dove molti artisti, non soltanto labronici, hanno operato chiamati a corte prima dai Medici e poi dai Lorena. Le più antiche tracce di arte pittorica ancora esistenti appartengono al Basso medioevo e in particolare agli inizi del XIV secolo, periodo al quale risalgono sia i due santi agostiniani della chiesa di San Jacopo in Acquaviva (attribuiti, se non a Giotto stesso, quasi sicuramente alla sua bottega), sia la Pala di Santa Giulia presente in un'antica pieve di Livorno e oggi collocata nella Confraternita omonima.

Del secolo successivo troviamo invece il Cristo coronato di spine del Beato Angelico (proprietà della parrocchia di Santa Maria del Soccorso e oggi esposto nel Duomo), la Madonna Dantesca del Maestro della Natività di Castello (scuola di Filippo Lippi), oggi al Museo civico Giovanni Fattori, e la Pala con Santa Lucia collocata in San Giovanni.

Ma, come detto, è a partire dal finire del Cinquecento, con la nascita medicea di Livorno città-porto del Granducato di Toscana, che l’arte labronica comincia a muoversi e ad animarsi. Il Seicento vede operare importanti pittori fiorentini e toscani come Matteo Rosselli, Domenico Cresti detto Il Passignano (alla cui scuola è attribuito il dipinto della Sacra Famiglia, oggi nella chiesa di Santa Caterina, e di parte delle tele sul soffitto del Duomo insieme a Jacopo Chimenti) e il pisano Pietro Ciafferi, autore con Filippo Franchini (probabilmente livornese) e il perugino Agostino Tassi di alcuni degli affreschi che ornavano le facciate dei palazzi dell’attuale via Grande.

Nel secolo successivo la Livorno dell’Illuminismo annovera la presenza non soltanto di molti importanti artisti europei come Alessandro e Tommaso Gherardini ed il belga François Riviere attivo nella chiesa degli Armeni, ma anche di alcuni celebri scultori e architetti nati in città o trapiantati a Livorno, tra cui Giovanni del Fantasia (autore ad esempio della chiesa del Luogo Pio), Giovanni Baratta (scultore in varie chiese della città tra cui San Ferdinando), e Antonio Corazzi (architetto in Polonia, ricordato per alcuni edifici pubblici).

Un discorso a parte va fatto per Giuseppe Maria Terreni, nato a Livorno nel 1739, celebre pittore attivo principalmente in Toscana e autore di molte vedute di città del Granducato e di alcuni affreschi nel Santuario di Montenero e in altre chiese cittadine. Un dipinto a lui attribuito, Festa al Santuario di Montenero (1770), si trova oggi alla Albright-Knox Art Gallery di Buffalo probabilmente esportato nel Nuovo Mondo attraverso uno dei tanti scambi commerciali che il porto di Livorno intraprendeva tra Sette e Ottocento con gli Stati Uniti d'America.

I nomi citati sono soltanto alcuni dei molti artisti che hanno avuto contatti, diretti o indiretti, con la città labronica e la cui storia serve per dimostrare che l’arte livornese ha una tradizione radicata sin dal Cinquecento ed un’eredità importante che prosegue per tutto il Novecento e va oltre i Macchiaioli, con i Postmacchiaioli, tra cui Giovanni Bartolena e Ulvi Liegi (quest’ultimo vicino all'espressionismo Fauves), il Divisionismo di Plinio Nomellini, e molti altri artisti come Renato Natali e Mario Madiai che fanno della luce e dell’ispirazione labronica uno strumento di raffinatezza pittorica. Grande importanza hanno avuto le avanguardie artistiche, che sorsero numerose nel secondo dopoguerra, tra cui si cita l'Eaismo, ideato da Voltolino Fontani.

In pochi conoscono l’intenso rapporto che Livorno ha avuto nella storia del Cinema, un rapporto fatto di film, studi cinematografici e prime nazionali.

Livorno ha dato tanto alla Settima Arte e viceversa, in una città che fu scelta dai fratelli Lumière durante la loro prima tourné transalpina grazie alla sua fama turistica e culturale. Il 30 giugno 1896 il biglietto costava 50 centesimi e la coda all’ingresso del parco dell’Eden (attuale Terrazza Mascagni) sarebbe aumentata giorno dopo giorno; bambini, mamme, letterati, curiosi, politici, tutti in fila per assistere ad una delle magiche proiezioni ancora ignari del potenziale che il Cinema avrebbe acquisito molto velocemente. Livorno viene ammaliata dal futuristico marchingegno che riesce a proiettare immagini in movimento, immagini che nei primi filmati Lumière erano esclusivamente documentaristiche e riprendevano la vita di tutti i giorni.

Ai primi decenni del Novecento risalgono i primi generi cinematografici narrativi e Livorno fu scelta quale sede dell’anteprima del primo film di finzione italiano: La presa di Roma, di Filoteo Alberini (1905). Per un evento così importante fu scelta ancora una volta la città labronica perché in quegli anni, dopo l’avvento delle prime sale stabili di proiezione, era all’avanguardia sia per qualità che per numero di sale cinematografiche in Italia: al 1907 se ne contavano infatti ben 15 con una media di una sala ogni 7.163 abitanti.

Ma torniamo alla Livorno location cinematografica. Una storia che, dopo il filmato che documentava il varo della Corazzata Varese (1897), cominciò nel 1926, quando Fred Niblo ambientò alcune scene del suo Ben-Hur alla Meloria e a largo del Molo Novo. La città, con il mare, la sua luce, l’alto numero di giorni di sole, era perfetta per i set cinematografici ed inoltre, nella vicina Tirrenia, nel 1934 (tre anni prima di Cinecittà) vennero fondati i primi studi cinematografici italiani detti della Pisorno, rimasti attivi fino al 1969 con oltre 150 film all'attivo.

Successivamente, nel 1936 Mervyn LeRoy ricostruì lo skyline di Livorno ad Hollywood per il film Avorio nero, così come farà Luchino Visconti nel 1957 per Le notti bianche, pellicola ambientata nei surreali scenari di una suggestiva Venezia Nuova. Livorno divenne il set per film come Il pirata sono io di Mario Mattoli (1940), Tombolo, paradiso nero di Giorgio Ferroni (1947) con Aldo Fabrizi, Senza pietà di Alberto Lattuada (1948), Imbarco a mezzanotte (1952) di Joseph Losey; il mare labronico fu scenario ideale per Calafuria (1942), Cuori sul mare (1949) e Ragazze al mare (1954) di Giuliano Biagetti.

Notevoli furono le pellicoli girate a partire dagli anni sessanta, che coincisero con gli anni di Castiglioncello, a sud di Livorno, capitale balneare del cinema italiano, allegro centro estivo dove si ritrovavano i più grandi divi del cinema. A Livorno vennero girati Tutti a casa (1960), Il sorpasso (1962), Mare matto (1962) e molti altri. Questo intenso rapporto continuò nei decenni successivi con film d’autore come Viaggio con Anita di Mario Monicelli (1978) e film più commerciali come ad esempio Ricchi, ricchissimi, praticamente in mutande (1981), fino ad arrivare al pluripremiato Ovosodo di Paolo Virzì (che nel 1997 vinse il Gran Premio della Giuria alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia), e ai più recenti L'amore ritrovato di Carlo Mazzacurati e 13dici a tavola di Enrico Oldoini (2004).

Segue l'elenco dei film girati, anche solo parzialmente, a Livorno e nei dintorni.

La cucina tradizionale di Livorno è stata definita da Aldo Santini come rissosa e popolaresca in quanto riflette il carattere originario della popolazione povera della città nei secoli XVII e XVIII, proveniente da varie parti del Mediterraneo in fuga dalla legge o dalle persecuzioni religiose. La tradizione culinaria cittadina si è mantenuta relativamente intatta fino alla seconda guerra mondiale, ma in seguito, con le mutate condizioni socio-economiche, molti piatti sono scomparsi e molti altri sono stati banalizzati.

I piatti principali sono naturalmente a base di pesce e vedono un uso notevole del pomodoro, introdotto a Livorno dagli ebrei sefarditi; esempi tipici sono il baccalà alla livornese, le triglie alla livornese e il cacciucco, il piatto più famoso della città. Sempre a base di pesce numerosi altri piatti "minori": oltre a vari altri modi di cucinare baccalà, stoccafisso e triglie, si ricordano piatti a base di cee (lo stadio larvale delle anguille), acciughe, sarde, tonno, palombo, bivalvi, crostacei, cefalopodi e pesci vari.

Di derivazione ebraica sono anche molti piatti tradizionali della vecchia cucina livornese, come il cuscussù, il pollo in galantina, le triglie alla mosaica, l'impannata di pesce, i carciofi ripieni, oltre a dolci come la cotognata, le roschette e le uova filate.

Ancora più caratteristici sono i piatti "poveri", tanto che costituiscono una sorta di sottogenere della cucina livornese, e che un tempo venivano consumati dallo strato più indigente della popolazione. Appartengono a questo sottogenere il bordatino, l'inno di Garibaldi, il picchiante con le patate, la francesina, il cavolo strascicato, la favetta, i fagioli con le cotenne, le boghe al pomodoro, gli zerri sotto il pesto, la minestra sulla palla, le acciughe alla povera, la salvia fritta, le patate rifatte e infine la minestra sui discorsi e il brodo di sassi, due piatti che si possono classificare come i più "poveri" di tutti.

All'estremo opposto si trovavano i piatti della cucina "ricca" dell'aristocrazia mercantile cittadina: il ragno alla Larderel, le ostriche alla livornese, il timballo di murena alla Pancaldi, le orate fredde all'Ardenza, il minestrone alla livornese.

Vi sono però anche piatti che ricorrono a elementi di "terra" (carne e verdure) e che naturalmente risentono della tradizione gastronomica di altre parti della Toscana: la torta di ceci, il castagnaccio, i batuffoli, pasta e ceci, la zuppa di verdure e fagioli, la panzanella, i carciofi ritti, l'agnello in fricassea, il riso con i fagioli rossi, la peperonata, le polpette alla livornese, la ricotta briaa.

Fra i dolci si ricordano anche la stiacciata alla livornese, la ciambella all'anice, le frittelle di farina dolce, il bollo, i frati e i chicchi di menta. Alcuni di questi purtroppo sono in disuso come ad esempio i "chicchi di menta" o i "panini al ramerino".

Molto spesso le specialità gastronomiche erano legate a festività religiose o laiche; infatti ogni piatto o dolce veniva preparato tradizionalmente per una particolare occasione. Ad esempio per le feste di Santa Caterina e di San Nicola veniva offerto il castagnaccio, per San Giuseppe le frittelle dolci di riso, per Santa Giulia le fragole, e dal 1690 circa è invalso l'uso della schiacciata di Pasqua. A giugno per la fiera di Salviano si offrono i baccelli e in settembre, per la festa dalla Madonna, semi salati e lupini.

Infine due bevande tipiche, di forte grado alcolico: la persiana (a base di anice e estratto di menta, quasi scomparsa) e il ponce. Quest'ultimo in particolare si dice sia stato conosciuto tramite la comunità anglosassone ed adattato al gusto locale. A base di caffè caldo viene servito corretto con rhum o limone con largo uso della fantasia popolare fino ad arrivare ad aggiungervi il pepe di Caienna; le numerose varianti conosciute sono al mandarino, corretto, testa di moro, torpedine, frustato, amabile, sottozucchero.

Livorno ospita un gran numero di eventi e manifestazioni, alcune delle quali hanno rilevanza nazionale, come il "Premio Ciampi", un concorso musicale indetto in ricordo del cantautore labronico Piero Ciampi; esso è riservato alle nuove generazioni di musicisti, ma in qualità di ospiti hanno partecipato artisti quali Carmen Consoli, Nada, Luciano Ligabue ed altri. Inoltre, a partire dall'estate 2008, la città ha ospitato l'"Italia Wave Love Festival", una manifestazione incentrata principalmente sulla musica rock e alla quale hanno partecipato diversi gruppi musicali come i The Chemical Brothers.

Di grande richiamo sono anche gli eventi sportivi legati al Trofeo "Accademia Navale", un punto d'incontro per appassionati di vela che si svolge a Livorno dal 1981 (dal 1984 con cadenza annuale, nel periodo di aprile-maggio); parallelamente alle regate, alle quali partecipano equipaggi internazionali, la manifestazione è collegata ad una serie di eventi che si tengono nelle aree del Porto Mediceo.

Sempre in estate si tiene una manifestazione folkoristica, "Effetto Venezia", che anima uno dei quartieri più antichi e caratteristici della città, quello della Venezia Nuova, con spettacoli, iniziative culturali e mercatini che si snodano lungo i fossi ed i canali del rione.

L'avvio dello sviluppo urbanistico di Livorno coincise con il piano redatto da Bernardo Buontalenti nella seconda metà del XVI secolo: fino ad allora infatti il piccolo borgo labronico era costituito da un pugno di case poste attorno ad una piccola insenatura lungo l'asse viario della via San Giovanni; borgo poi fortificato nel 1392 con mura di pietra e rafforzate nel XVI secolo tra tre bastioni angolari. Il progetto buontalentiano per la nuova città voluta dai Medici era caratterizzato da una serie di possenti fortificazioni circondate da un fossato, che conferiva alla città una forma pentagonale. In fase realizzativa il disegno fu però mutato dal Cogorano per dare maggiore importanza alla Fortezza Nuova e con l'inserimento di ulteriori manufatti militari. Al centro dell'abitato fu innalzato il Duomo, aperto su una vasta piazza d'armi (attuale piazza Grande).

All'inizio del Seicento le Leggi Livornine richiamarono in città numerosi abitanti, tanto che si rese necessario costruire, dal 1629, un nuovo quartiere posto a nord, nelle aree comprese tra le fortezze Nuova e Vecchia; la zona, attraversata da molti canali e dal fossato difensivo della città pentagonale, assunse pertanto il nome di Venezia Nuova. Un secondo ampliamento del medesimo quartiere venne messo in atto pochi decenni dopo, intorno al XVIII secolo; lungo i canali della Venezia, posti in diretta comunicazione col porto, sorsero pertanto numerosi magazzini, ubicati al di sotto del piano stradale.

Successivamente, il 16 dicembre 1776, il granduca Pietro Leopoldo abolì il divieto di costruire nelle immediate vicinanze delle fortificazioni (le cosiddette Spianate). L'iniziativa granducale portò ad uno sviluppo dei quartieri esterni alla città pentagonale con la costituzione dei primi sobborghi extraurbani lungo le direttrici delle strade maggiori (Borgo Reale, l'Origine, Borgo dei Cappuccini, Borgo San Jacopo). I primi importanti piani per l'assetto urbanistico dei sobborghi risalgono agli anni venti dell'Ottocento, quando Luigi de Cambray Digny stese i progetti per il quartiere del Casone, nella zona dell'attuale piazza Cavour. La realizzazione della cinta daziaria, decisa nel 1834, chiuse insieme la città e sobborghi; parallelamente Luigi Bettarini lavorò allo smantellamento dei baluardi medicei lungo il Fosso Reale e realizzò la grande piazza oggi nota come piazza della Repubblica che insieme alla coeva piazza del Casone, (oggi piazza Cavour), fungevano da cerniera tra la città vecchia e nuova. Frattanto, intorno alla metà del secolo, lo sviluppo delle attività legate alla villeggiatura e agli stabilimenti balneari diedero avvio alla formazione una elegante passeggiata a mare, che dal primo tratto fino a San Jacopo, raggiunse dapprima l'antico borgo di Ardenza e, successivamente, a fine secolo,Antignano. L'ultimo periodo del granducato lorenese fu caratterizzato anche da un potenziamento delle infrastrutture portuali ed industriali, nelle aree a nord della città (Porto Nuovo, Diga Curvilinea).

All'inizio del Novecento, le precarie condizioni igieniche di alcuni isolati del centro furono motivo del loro abbattimento (quartieri Sant'Antonio, Venezia Nuova, dietro il Duomo) e la successiva edificazione di un nuovo quartiere popolare nei pressi della nuova Stazione Centrale. L'avvento del Fascismo coincise con l'affermazione industriale della città, mentre nuovi quartieri per gli operai, costituiti da alloggi supereconomici, sorsero nelle aree a ridosso degli stessi stabilimenti industriali (Torretta, Shangay). Questi infelici modelli urbanistici e architettonici furono ripresi nell'immediato dopoguerra, quando, nell'emergenza dovuta alla carenza di abitazioni, si innalzarono i quartieri delle Sorgenti e Corea. Frattanto il centro storico, duramente colpito dai bombardamenti del 1943, fu quasi interamente ricostruito con scarso rispetto per le strutture preesistenti e per gli antichi allineamenti stradali.

In periferia, un primo intervento urbanistico di un certo rilievo, nel quale si osserva un superamento degli schemi di derivazione prebellica, è da ricercare in quello promosso dall'INA-Casa nel citato quartiere Sorgenti, a margine del primo insediamento precedentemente costruito dal Comune. Un ulteriore miglioramento degli standard edilizi ed urbanistici si concretizzò nel quartiere Coteto, realizzato a partire dal 1956 ad opera di un gruppo di progettisti guidati da Raffaello Fagnoni. Nel 1958, malgrado che il Piano Regolatore Generale elaborato in quegli anni da Edoardo Detti prevedesse il mantenimento di una fascia verde tra la città e il borgo di Ardenza, sulle anzidette aree fu approvata, su pressione del Ministero dei Lavori Pubblici, la costruzione del quartiere denominato "La Rosa" , la cui progettazione fu coordinata da Luigi Moretti; l'abitato, posto a cavallo della via Aurelia, venne caratterizzato dalla presenza di due torri di tredici piani ciascuna e da lunghi edifici su pilotis disposti lungo le vie laterali. Ancora un piano di espansione, teso a saldare la città alle località suburbane, fu avviato negli anni settanta del medesimo secolo, quando cominciarono i lavori per l'urbanizzazione delle aree attorno a Salviano. Più recenti invece i quartieri di La Leccia e La Scopaia, sorti nella fascia situata tra Livorno e le colline. Di fatto, tutti questi ampliamenti hanno saldato definitavamente la città a quelli che un tempo erano i borghi esterni di Ardenza, Antignano, Montenero, Salviano e Collinaia.

Successivamente, sul finire degli novanta l'amministrazione comunale ha avviato i lavori per il nuovo comparto di "Porta a Terra", una vasta cittadella commerciale che è andata ad inserirsi tra la Stazione Centrale e il nuovo palazzetto dello sport fino a saturare la zona tra la ferrovia e la tangenziale Variante Aurelia. I cantieri relativi alle principali strutture (centro commerciale, cinema multisala e alcune torri di oltre dieci piani, in una delle quali è situato un albergo) sono stati portati a termine nei primi anni del nuovo millennio; ciò nonostante il progetto per la realizzazione di un sottopassaggio stradale sulla vicina linea ferroviaria, atto a collegare direttamente Porta a Terra con il viale Carducci, non ha ancora avuto seguito.

Infine, al 2007 risale l'avvio della costruzione, nelle aree in parte dismesse dell'ex Cantiere navale Fratelli Orlando (ora Cantieri Benetti), della "Porta a Mare", un quartiere residenziale e commerciale che sorgerà a margine del nuovo porto turistico.

Ad oggi, il territorio comunale è diviso in cinque circoscrizioni, indicate con un numero.

I borghi suburbani rappresentano gli antichi villaggi sviluppatisi nel tempo all'esterno della città fortificata di Livorno; nel corso del Novecento questi centri, già parte integrante del territorio comunale labronico, furono definitivamente saldati alla città con la costruzione di nuovi quartieri intermedi, ultimo tra tutti quello del cosiddetto "Nuovo Centro" (o quartiere San Martino), un insediamento commerciale e residenziale di prossima realizzazione.

Storicamente, il commercio, legato allo sviluppo portuale e alla presenza di mercanti d'origine straniera, ha sempre rappresentato una delle principali vocazioni della città. Dal periodo mediceo sino a tutto l'Ottocento, emblema di questo dinamismo è stata la via Grande, già via Ferdinanda, da sempre descritta come il centro pulsante del commercio cittadino. Successivamente, la crisi legata all'abolizione del porto franco, il venir meno dell'apporto economico delle numerose comunità straniere e la conseguente riconversione industriale hanno portato, tra l'inizio del Novecento e la seconda guerra mondiale ad un rapido mutamento degli scenari. Ciò nonostante molti esercizi storici hanno continuato la loro attività fino ai giorni nostri; un caso del tutto particolare è quello, ad esempio, del mercato di piazza Cavallotti, l'antica piazza delle Erbe, da sempre frequentatissimo luogo di commercio e che ha mantenuto inalterata la sua funzione nonostante la totale ricostruzione della zona a seguito degli eventi bellici. Nei pressi della medesima piazza sorge inoltre il Mercato delle vettovaglie, imponente struttura realizzata sul finire del XIX secolo per migliorare le condizioni del commercio alimentare.

Negli ultimi anni invece si è registrato un notevole sviluppo delle medie e delle grandi strutture di vendita (supermercati, ipermercati e grandi magazzini), che hanno determinato una densità, stimata sulla base dell'intera provincia, di ben 1,30 grandi esercizi ogni 10.000 abitanti, dato che al gennaio 2002 poneva Livorno e il suo territorio ai vertici delle classifiche nazionali; la densità si è ulteriormente rafforzata in tempi ancora più recenti grazie all'apertura del nuovo centro commerciale Fonti del Corallo, ubicato nella nuova urbanizzazione di Porta a Terra, alle spalle della stazione ferroviaria labronica.

L'ascesa di Livorno ai vertici dell'industria italiana risale alla metà dell'Ottocento, quando le prime fabbriche sorsero nelle aree a nord della città, poste nelle vicinanza del porto e della prima linea ferroviaria della Toscana. Alla fondazione del Cantiere navale Fratelli Orlando (1866), fecero seguito alcune industrie legate al settore navale, come la Società Metallurgica Italiana (1885), dove erano occupati circa 600 operai. Importante fu anche il settore vetrario, con la Società Italiana Balzaretti Modigliani e C., che nei primi anni del Novecento contava oltre 400 dipendenti.

L'avvento del Fascismo e le agevolazioni introdotte dopo la crisi del 1929 portarono alla fondazione di nuove fabbriche, tra le quali si ricordano la Motofides, per la produzione di siluri, e la grande raffineria ANIC (in seguito nota come STANIC), posta al confine tra i comuni di Livorno e Collesalvetti. I bombardamenti della seconda guerra mondiale causarono danni ingentissimi anche agli impianti industriali, tanto che nel dopoguerra molti stabilimenti non ripresero più l'attività. Anche il Cantiere navale Orlando attraversò un periodo di forte crisi e circa 1000 dei suoi operai furono pertanto assorbiti da un nuovo stabilimento di carpenteria metallica, la C.M.F., nell'abitato di Guasticce, frazione di Collesalvetti.

Oggi, con la chiusura della maggior parte dei grandi impianti (ad eccezione di quello petrolchimico), l'attività industriale è caratterizzata soprattutto dalle piccole e medie imprese. Il Cantiere Orlando, passato sotto il controllo del gruppo Azimut Benetti, è stato invece riconvertito alla produzione di lussuosi yacht. Sul territorio, alle spalle del porto, è inoltre presente la grande Centrale termoelettrica Marzocco.

Il territorio comunale livornese è raccordato all'Autostrada A12 (Genova - Rosignano Marittimo) tramite una tangenziale a quattro corsie, la Variante Aurelia, che si snoda ad est della città, da Stagno (Collesalvetti) sino al quartiere di Antignano; qui, in località Maroccone, la tangenziale si immette nella via Aurelia, raggiungendo quindi la frazione di Quercianella, da dove poi, in località Chioma, prosegue per Rosignano Marittimo come superstrada a quattro corsie. Da anni è allo studio il progetto di completamento della Variante Aurelia nella tratta Chioma - Maroccone, il cosiddetto Lotto Zero, ma i lavori non sono mai stati cominciati, causando così notevoli congestionamenti del traffico soprattutto in estate, quando sulla costa si riversano numerosi bagnanti.

Altro importante asse è la Strada di grande comunicazione Firenze-Pisa-Livorno, che collega la città labronica, ed in particolare il suo porto, con l'entroterra: è una strada a quattro corsie, che si snoda a nord del territorio comunale, lambendo poi l'abitato di Stagno.

Infine, Livorno è attraversata dalla via Aurelia (Strada Statale 1), che nel tratto urbano, dopo aver superato a sud i quartieri di Ardenza e Antignano, segue il percorso dei viali di circonvallazione, portati a quattro corsie fino alla zona industriale a nord della città, al confine col territorio comunale di Collesalvetti.

Livorno è percorsa dalla Linea Tirrenica Pisa-Roma, attiva sin dalla prima metà dell'Ottocento nella tratta tra le stazioni di Livorno San Marco e la Stazione Leopolda di Pisa. Tuttavia, nel 1867 Roma veniva unita a Livorno mediante un tracciato interno, che dopo Cecina proseguiva verso Collesalvetti, da dove si ricollegava così a Livorno; pochi anni dopo, quando Collesalvetti fu unita direttamente a Pisa, la città labronica si trovò di fatto esclusa dalla linea principale. Solo nel 1910 fu inaugurata la linea costiera Livorno-Vada-Cecina e con essa la nuova Stazione Centrale (attualmente frequentata annualmente da 5.300.000 passeggeri) , che relegò quella storica di San Marco a ruoli sempre meno importanti.

Oltre altre citate stazioni, nel territorio comunale livornese insistono altri scali, alcuni dei quali ad uso esclusivo delle merci attorno al porto e altri, nei quartieri di Ardenza, Antignano e nella frazione di Quercianella adibiti ai passeggeri; importante scalo merci è la stazione di Livorno Calambrone, situata a ridosso delle aree portuali e dalla quale parte il raccordo con l'Interporto toscano Amerigo Vespucci di Guasticce, ricavato dall'antica tratta Livorno - Collesalvetti.

Infine, un caso particolare era costituito dalla Ferrovia Pisa - Tirrenia - Livorno, inaugurata nel 1932 a seguito dell'espansione del litorale pisano. A Livorno, il capolinea era posto presso l'ex Barriera Margherita, nei pressi dell'Accademia Navale e da qui si portava verso Stagno seguendo il percorso dei viali di circonvallazione. L'avanzata del trasporto su gomma portò ad una chiusura della linea nel 1960, anche se molte sono state le ipotesi per una sua riapertura.

Il porto di Livorno è, sin dalle sue origini, uno dei più importanti del Mediterraneo: può movimentare qualsiasi tipo di merce, da quella liquida a quella solida in rinfusa, alle automobili,ai prodotti congelati, alla frutta, agli impianti destinati alle imprese industriali, ma soprattutto movimenta migliaia di containers in arrivo ed in partenza per tutto il mondo.

Inoltre il porto labronico è anche un frequentato scalo passeggeri, capace di ospitare anche i più grandi transatlantici del mondo, come il "Queen Mary 2", che ha fatto di Livorno una rotta abituale. Al consueto traffico passeggeri, interessato ai traghetti, si è aggiunto, negli ultimi anni, quello crocieristico, con circa 350 navi l'anno e più di 250.000 croceristi in transito; si calcola che in totale il porto abbia circa due milioni di utenti annui.

La città dispone anche di porticcioli per imbarcazioni da diporto: oltre al porto "Nazario Sauro", situato nei pressi dello scalo maggiore, altri approdi si trovano nei quartieri di Ardenza, Antignano e nella frazione di Quercianella. I fossi medicei ospitano pure un gran numero di imbarcazioni di modeste dimensioni.

Livorno, pur non ospitando alcun aeroporto all'interno del proprio territorio comunale, si trova a circa venti chilometri dall'Aeroporto Galileo Galilei di Pisa, il più importante della Toscana e tra i principali dell'Italia centrale. L'Azienda Trasporti Livornese mette a disposizione un servizio navetta di pullman (a pagamento) dalla Stazione FS di Livorno C.le all'Aeroporto di Pisa con fermata intermedia a Stagno, frazione di Collesalvetti.

Il servizio di trasporto pubblico è affidato all'Azienda Trasporti Livornese, che, oltre ad assicurare i servizi urbani, collega direttamente Livorno a Pisa e alle altre località della Provincia. Le linee tranviarie e quelle del filobus, attive rispettivamente sino alla seconda guerra mondiale e fino ai primi anni settanta anni del Novecento, sono state sostituite con i tradizionali autobus. La stessa ATL ha in gestione la Funicolare di Montenero, attiva sin dal 1908 per collegare la parte bassa dell'abitato con il santuario mariano. Nel territorio comunale sussistono inoltre un servizio taxi, autonoleggi e noleggio di biciclette e motorini.

È all'attenzione del Consiglio Comunale l'attuazione di una linea metropolitana di superficie che collegherebbe (tramite mezzi su rotaia, con la collaborazione anche di Trenitalia) la Stazione Centrale con la Stazione Marittima, restaurando la vecchia linea ferroviaria. La tratta prevede le seguenti fermate intermedie: Stazione di Livorno Centrale (capolinea); Livorno Calambrone, Livorno San Marco, Stazione Marittima (capolinea). Il progetto è stato inserito nel Piano Regolatore della mobilità nel giugno 2008.

Inizialmente, i principali impianti sportivi sorsero nella zona di Ardenza. Qui, nel 1894, fu inaugurato l'Ippodromo "Federico Caprilli", immerso nel parco di Villa Letizia. Successivamente, proprio nell'area compresa tra l'ippodromo e l'Accademia Navale, fu costruito lo Stadio comunale "A. Picchi" (1933-1935): nel medesimo periodo, l'Unione Sportiva Livorno sfiorò la vittoria nel campionato di calcio di Serie A, giungendo seconda alle spalle del Torino. Inoltre, questi erano gli anni in cui i principali piloti automobilistici del tempo si sfidavano sull'impegnativo Circuito di Montenero, un tracciato ricavato dalla normale viabilità stradale che da Ardenza saliva fino al colle di Montenero.

Nel secondo dopoguerra, l'area intorno allo stadio fu ancora interessata dalla costruzione di impianti sportivi: agli anni settanta risale il Palasport "Bruno Macchia", teatro, nel decennio sucessivo, della fortunata stagione del basket a Livorno. Ben presto la struttura si rivelò insoddisfacente, tanto che sul finire degli anni ottanta fu intrapresa la realizzazione di un palazzetto più grande nella zona alle spalle della Stazione Centrale (l'opera, polifunzionale, è stata completata solo nel 2004).

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Comunità Ebraica di Livorno

L'antica Sinagoga

La Comunità Ebraica di Livorno era costituita, alla sua origine, prevalentemente da ebrei di origine portoghese/spagnola (Sefarditi) che, fin dalla fondazione della città, costituiscono una componente importante della vita cittadina. Oggi è una delle 21 comunità ebraiche italiane riunite nell'UCEI. Attuale presidente è Samuel Zarrugh.

Le "Costituzioni Livornine" del 1591 e 1593 comprendevano agevolazioni in favore degli ebrei ispano-portoghesi che erano stati espulsi dalla penisola iberica alla fine del XV secolo (Marranos). Tali norme , finalizzate ad attirarne a Livorno il maggior numero possibile, erano state emanate appunto perché le loro capacità e le loro esperienze commerciali venivano giudicate utili allo sviluppo della città e riuscirono pienamente nel loro obiettivo.

Livorno, porto creato pressoché dal nulla, divenne in breve uno degli scali principali di tutto il Mediterraneo: il governo granducale aveva concesso a Livorno il privilegio di essere "porto franco", al fine di favorire attività come il commercio di intermediazione e di deposito fra gli scali di Levante, le piazze d'Italia e del Nord Europa. In tale commercio gli Ebrei Livornesi si dedicarono con profitto. La "Nazione Ebrea" giunse a rappresentare circa il 10% della cittadinanza livornese.

Nel corso del XVIII secolo la situazione politico-economica nell'area Mediterranea subì profondi cambiamenti in conseguenza dei quali i traffici da e per il porto di Livorno si indirizzarono prevalentemente verso le sponde dell'Africa Settentrionale. Livorno divenne piazza di riferimento per gli scambi con i paesi del Maghreb, nei quali il commercio era in gran parte in mano agli ebrei, che importavano cereali, corallo, pellami, piume di struzzo, ed esportavano tessuti e manufatti vari. Dopo il 1830, anche per effetto dell'occupazione francese di Algeri, i traffici della città accentuarono il loro declino e con essi iniziò il declino della Nazione Ebrea di Livorno.

Era passato quasi un secolo dalla forzata conversione degli ebrei del regno di Spagna come unico mezzo per evitare l'espulsione. I provvedimenti antisemiti del re del Portogallo, alla fine del Cinquecento, furono più drastici di quelli spagnoli del 1492: si trattava di convertirsi o perire. Numerosissimi furono i convertiti in apparenza, che conservarono nel proprio seno la fede dei padri. L'Inquisizione però perseguitava al pari degli eretici questi cristiani, chiamati con grande disprezzo marrani (Marranos). Livorno offrì un luogo in cui, come scrive Gabriele Bedarida: "v'era garanzia per i marrani (o cripto-giudei) di praticare liberamente l'Ebraismo senza venir inquietati dall'inquisizione; v'era libertà di studiare e conseguire titoli accademici, di possedere beni immobili, di risiedere in quartiere aperto (a Livorno non vi fu mai ghetto), di stabilirsi in città e liberamente partirne con i propri beni, di stampare libri ebraici, di amministrare autonomamente la giustizia nelle cause fra ebrei. L'istituto della ballottazione, e cioè l'approvazione da parte dei Massari della Nazione dei nuovi arrivati che ne facevano richiesta conferiva ipso facto la qualifica di suddito toscano e permetteva di fruire all'estero della protezione diplomatica. Ciò spiega il gran numero di ebrei in tutto il bacino del Mediterraneo che furono o sono tuttora registrati come "livornesi".

La Comunità ebraica prosperò per numero, per ricchezza, per importanza culturale, grazie appunto alla possibilità di occupazione che la città di Livorno nel XVI secolo riusciva ad offrire. La normativa speciale concessa dal Granduca di Toscana non solo permise alla città di accogliere genti diverse per ragioni etniche o religiose ma anche di favorire la pacifica convivenza tra di esse che la resero una meta desiderabile per tante minoranze (chiamate "Nazioni"). In breve la "Nazione Ebrea" divenne presto la più numerosa e la più importante dal punto di vista economico tra le comunità estere. A differenza delle altre Nazioni, quella ebrea è riconosciuta come suddita toscana a tutti gli effetti, pur avendo dei propri rappresentanti ed una sua giurisdizione separata con proprie leggi e propri magistrati, i Massari, che esercitano l'applicazione del diritto secondo la legge mosaica e talmudica. La comunità era amministrata da una circoscritta oligarchia di dieci Massari, nominati dallo stesso granduca, tra i sessanta membri ereditari. Tale situazioe rimase sostanzialmente immutata fino al 1769, quando nonostante le proteste, la scelta della loro magistratura fu ampliata anche ad altre famiglie israelite come quelle di origine italiana, fino ad allora praticamente escluse. Nonostante alcuni episodi di insofferenza da parte del popolo, gli ebrei a Livorno avevano grandissima libertà se si pensa che, unico esempio in Europa, non hanno mai avuto un ghetto chiuso, ma un proprio quartiere raccolto intorno alla Sinagoga (I quattro canti degli ebrei).

Secondo alcune stime fatte in vari tempi si calcolò che verso il 1689 vi fossero a Livorno circa 5.000 israeliti, intorno al 1740 circa 9.000 e nel 1837 oltre 4.100 solo nel loro quartiere. Del resto la numerosa presenza della comunità è testimoniata anche dai vari cimiteri posseduti nei secoli (dietro il Pontino fino alla fine del XVII secolo, nell'area dell'attuale I.T.I. ove è sempre presente una lastra sepolcrale fino al XIX secolo, sul viale I. Nievo ed infine presso il cimitero della Cigna).

Una riforma emanata dal Granduca Cosimo III del 1715 portò ad una trasformazione della struttura degli organi dirigenti della comunità da una di tipo comunitario ad una di tipo aristocratico: essa riservava al Granduca il diritto di scegliere 5 Massari, l'esecutivo, e le altre cariche della Nazione.La riforma era stata sollecitata dal gruppo originario di origine portoghese che voleva conservare il suo predominio nella comunità e vedeva minacciato il suo predominio dall'affluenza di ebrei del Nord Africa ed italiani.

L'epoca napoleonica introdusse una ventata di riforma anche nel regime interno della "Nazione". Anche dopo la Restaurazione del 1814 no fu possibile tornare alle antiche strutture ed a tutti i mercanti di qualunque origine fu permesso l'accesso alle cariche pubbliche della comunità.

L'antico predominio dell'elemento iberico tuttavia mantenne alcune sue forme. Tuttavia , la tradizione portoghese si mantenne nel rituale, rimasto invariato fino ad oggi, nella lingua, appunto il portoghese, che si parlò e si scrisse fino all'inizio del secolo scorso. In questa lingua venivano pubblicati, dalla tribuna della Sinagoga, i decreti dei Massari e si tenevano i sermoni dei rabbini.

Il clima di tolleranza e i privilegi di cui la comunità ebraica godeva favorirono la fioritura degli studi ebraici. In questo campo Livorno si affermò per almeno tre secoli come città ideale: rabbini e studiosi vi accorrevano e vi trovavano un ambiente favorevole, oltre che mecenati disposti ad aiutarli ed a finanziare studi e pubblicazioni, istituti d'istruzione ed accademie talmudiche, ognuna delle quali dotata di una biblioteca ben fornita.

Tra i rabbini di chiara fama che abitarono o soggiornarono a lungo a Livorno figurano, tra gli altri, Malachi' Accoen, Abram Isaac Castello, Jacob Sasportas, David Nieto, Chaim Josef David Azulai, Israel Costa e Elia Benamozegh. Accanto alla scuola del Talmùd e della Toràh fiorirono anche varie accademie talmudiche e letterarie private.

Le persecuzioni operate dal regime fascista non risparmiarono la popolazione ebraica livornese, che dovette pagare prezzi durissimi in termini di vite umane e di sofferenze subite. Furono oltre un centinaio i livornesi ebrei deportati, consegnati ai nazisti da fascisti italiani su delazione o sulla base delle liste stilate dalla Questura. Meno d'una decina tornarono. I bombardamenti a cui Livorno fu sottoposta durante la seconda guerra mondiale, inoltre, provocarono la distruzione della splendida Sinagoga storica e di gran parte dei suoi preziosissimi arredi. I lavori per la nuova sinagoga vennero appaltati nel 1958; il progetto venne affidato all'architetto Angelo Di Castro di Roma, che ideò una grandiosa costruzione in cemento armato le cui forme sono ispirate alla Tenda del deserto in ricordo dell'Esodo. Al suo interno l'edificio contiene una pregevole arca lignea barocca proveniente da Pesaro e due splendidi parati antichi. I cimeli salvatisi dalla distruzione durante la seconda guerra mondiale sono custoditi presso il Museo Ebraico di Via Micali, al numero 21.

In un momento drammatico della storia d'Italia, l'immediato dopoguerra, grave in particolare per l'abbandono del precedente rabbino capo di Roma, la comunità ebraica di Livorno dette all'Italia il nuovo Rabbino capo, Elio Toaff, nato proprio a Livorno e che in tale città aveva compiuto gli studi rabbinici. La comunità ebraica livornese oggi conta circa 700 persone.

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Porto di Livorno

Scorcio del porto labronico

Il porto di Livorno, situato sul Mar Ligure, è il principale porto della Toscana ed uno dei più importanti porti italiani e dell'intero Mar Mediterraneo, sia per il traffico passeggeri che, soprattutto, per quello merci (che si attestano ad oltre 32 milioni di tonnellate per l'anno 2007).

Lo scalo livornese in origine era posto ai margini di Porto Pisano, il complesso sistema portuale che si estendeva tra l'allora villaggio labronico e Pisa. Con il lento decadimento della Repubblica pisana e la sempre più scarsa manutenzione per le sue strutture portuali, la piccola insenatura posta presso Livorno assunse maggiore rilevanza.

Il primo importante potenziamento dello scalo labronico si ebbe nei primi anni del XV secolo, quando i Genovesi, divenuti padroni del castello di Livorno, realizzarono una piccola darsena interna, nota come Porticciolo dei Genovesi; un canale navigabile collegava la darsena, posta all'altezza dell'attuale piazza Grande, con il mare, in corrispondenza del nucleo originiario della futura Fortezza Vecchia.

Nel 1421 Livorno passò sotto il dominio della Repubblica di Firenze e, pochi anni dopo, il porto fu dotato di una imponente torre (la Torre del Marzocco), nel luogo in cui si trovavano numerosi torri di epoca pisana, come il Magnale e la Maltarchiata.

Tuttavia un amplimanto delle strutture portuali si registra solo a partire dal Cinquecento, sotto la spinta del granduca Ferdinando I de' Medici, che decretò la realizzazione dell'attuale Darsena Vecchia, nello specchio d'acqua a margine della fortezza medicea; i lavori, secondo le cronache, furono terminati in soli cinque giorni poiché vi lavorarono ininterrottamente ben cinquemila uomini. Lo sviluppo portuale procedette di pari passo alla pianificazione urbanistica della città, il cui impianto originario fu ideato da Bernardo Buontalenti.

Sotto Cosimo II, all'inizio del Seicento, il porto fu dotato di un vasto bacino aperto verso nord, ai cui lavori presero parte Claudio Cogorano, Antonio Cantagallna e Robert Dudley. L'intero scalo fu circondato da possenti bastioni, direttamente collegati alle fortificazioni della città poste lungo il Fosso Reale; invece, più a sud si trovava il Lazzaretto di San Rocco. Anche i traffici portuali risentirono dell'entrata in funzione del cosiddetto Molo di Cosimo: una serie di normative regolavano nei dettagli tutte le operazioni portuali, dall'ormeggio delle navi allo scarico e carico delle merci. Le imbarcazioni erano infatti tenute a disporsi per file (o "andane") lungo il molo, in un ordine stabilito dalla specifica tipologia delle navi; il carico delle merci avveniva per mezzo di imbarcazioni più piccole, i navicelli, i cui carichi erano severamente controllati dalle autorità al fine dell'esanzione dei diritti di stallaggio. Inoltre, proprio in questo periodo, lo scienziato pisano Galileo Galilei giunse nel porto di Livorno per effetturare alcuni esperimenti sul cannocchiale.

L'assetto portuale rimase sostanzialmente immutato sino alla metà del XIX secolo, quando furono avviati i lavori di espansione verso nord; la crescita urbanistica della città, l'apertura della Ferrovia Leopolda tra Livorno e Firenze ed il sorgere delle prime attività industriali, favorirono il concretizzarsi di importanti progetti. Intorno al 1858 l'ingegnere francese Vittorio Poirel, che già aveva lavorato al porto di Algeri, realizzò la Diga Curvilinea nelle acque antistanti l'antico Porto Mediceo ed altri lavori furono portati a termine negli anni che precedettero la fine del Granducato di Toscana e l'annessione al Regno d'Italia.

Tuttavia, la crisi dovuta all'abolizione del porto franco e la realizzazione della linea linea Pisa - Roma via Collesalvetti, che escludeva di fatto Livorno dalla direttrice principale, causarono una flessione dei traffici portuali. L'economia cittadina fu caratterizzata da una riconversione industriale, con l'apertura del Cantiere navale Orlando e di altre attività ad esso connesse; la presenza del cantiere portò al riassetto dell'area del Lazzaretto di San Rocco, dove venne ampliata la darsena antistante (la Darsena Nuova). Frattanto, nel 1881 furono approvati i finanziamenti per la nuova Diga della Vegliaia e per il completamento del bacino di carenaggio; inoltre, poco dopo furono finanziati altri lavori, ma la cifra si rivelò sufficiente solo per allargare una banchina del Porto Mediceo (l'Andana degli Anelli), che fu completata tra il 1894 ed il 1895.

Ciò nonostante, un documento del 1906 rilevava le difficili condizioni nelle quali versava il porto di Livorno, ovvero: l'impossibilità di utilizzare come scalo lo specchio d'acqua delimitato dalla Diga Curvilinea, la riduzione del bacino interno al Porto Mediceo per l'allargamento dell'Andana degli Anelli, la scarsità dei fondali, le difficoltà legate all'ingresso in porto a causa delle ridotte dimensioni della Diga della Vegliaia e la non trascurabile mancanza di mezzi meccanici per il movimento delle merci. Per sbloccare la situazione furono stanziati alcuni fondi e al contempo vennero analizzati diversi progetti per il potenziamento del porto labronico: il dibattito interno alle istituzioni portò all'approvazione del progetto redatto dall'ingegner Cozza, che interessava le aree a nord dell'abitato. I lavori furono avviati il 3 luglio del 1910, lo stesso giorno nel quale fu inaugurata la stazione ferroviaria sulla nuova linea Pisa - Livorno - Roma.

Pochi anni dopo, nel 1919, fu avanzata una nuova proposta dall'ingegner Coen Cagli che ipotizzava la costruzione di un bacino interno posto a ridosso della crescente area industriale e della linea ferroviaria Livorno - Pisa, nei pressi del Canale dei Navicelli. A differenza del progetto Cozza, che disegnava una serie di moli allineati lungo la costa, l'ipotesi di un porto interno favoriva i collegamenti con le attività industriali della zona, non aveva bisogno dell'ampliamento delle dighe verso nord ed inoltre non pregiudicava l'eventuale sviluppo lungo la costa del precedente piano. Il progetto Coen Cagli fu approvato nel 1923 e fu portato a termine nei successivi anni trenta. L'ampliamento del porto favorì, anche grazie ad alcuni incentivi promossi da una legge nazionale, lo sviluppo industriale della città, che interessò ben presto tutto il territorio compreso tra la Stazione di Livorno San Marco ed il confine comunale, spingendosi fino a lambire l'abitato di Stagno, nel comune di Collesalvetti, nei pressi del quale fu costruita una vasta raffineria.

Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, il porto di Livorno fu oggetto di pesanti bombardamenti aerei, che distrussero la maggior parte delle strutture e danneggiarono diversi manufatti storici, come la Torre del Magnale e la Fortezza Vecchia; non secondaria fu poi l'opera dei guastatori tedeschi in ritirata, che causarono la perdita del monumentale Fanale. Gli eventi bellici travolsero anche l'elegante Palazzo della Sanità (prima metà del XIX secolo), eretto su disegno di Giovanni Pacini, di fianco alla suddetta Fortezza Vecchia, per il controllo delle operazioni sanitarie; caratterizzato da un elegante porticato lungo il mare, era stato ampliato nel 1863 ed in seguito era divenuto sede dell'ufficio del capitano del porto.

Per la ricostruzione e la ripresa dei traffici furono stanziati alcuni finanziamenti che permisero di far fronte alle prime emergenze: i lavori cominciarono nel 1946, ma non senza difficoltà, tanto che, due anni dopo, la mancanza di un'adeguata illuminazione rendeva ancora molto complesse le manovre di attracco durante la notte.

Negli anni sessanta, dopo un periodo di crescita, lo scalo labronico risentì negativamente dell'insufficienza dei fondali, che solo in due punti raggiungevano i 12 metri. Fu quindi redatto un nuovo piano regolatore ad opera dell'ingegner Vian, che fu presentato solo nel 1965, quando del precedente progetto di Coen Cagli erano stati realizzati solo il canale d'accesso, la Darsena numero 1 ed il Canale industriale; il piano proposto da Vian prevedeva la costruzione di nuove banchine e l'escavo dei fondali fino a 15 metri. Il progetto tuttavia subì numerose critiche a causa dei costi elevati di realizzazione (circa 65 miliardi di Lire) e non fu attuato.

Ciò nonostante, nel decennio successivo, fu redatto il progetto esecutivo della Darsena Toscana, un vasto bacino compreso tra il Canale Scolmatore e la bocca d'accesso al porto; i lavori della darsena, che coincisero con l'affermazione del trasporto delle merci su container, portarono alla formazione di ampie banchine con fondali di 12 metri.

Parallelamente, nel 1975, entrò in funzione il nuovo bacino di carenaggio, la cui realizzazione era stata prefista sin dal 1962; la struttura, lunga 350 metri e larga 56, fu aperta nei pressi del ricostruito Fanale ed in breve divenne un punto di riferimento per le riparazioni navali a livello nazionale.

All'inizio del nuovo millennio si registra l'esecuzione del Molo Italia (inaugurato il 27 settembre 2008), diposto tra la Diga del Marzocco e l'Alto fondale; attualmente sono allo studio la trasformazione del Porto Mediceo in un grande approdo turistico e la costruzione della vasta piattaforma Europa per far fronte al crescente traffico di contenitori. In particolare, l'esecuzione della nuova piattaforma consentirà di ottenere altri 3.000 metri di banchine con fondali di 18 metri e ben 2.000.000 di metri quadri di piazzali. Nel territorio alle spalle del porto, a Guasticce, è ormai operativo l'Interporto toscano "Amerigo Vespucci", direttamente collegato alla rete viaria e ferroviaria; nei pressi di Vicarello invece è entrato in funzione l'autoparco "Il Faldo", dove vengono stoccate le autovetture scaricate nel porto.

Dopo qualche anno di crisi, il porto di Livorno è attualmente uno dei più importanti del Mar Mediterraneo: può movimentare qualsiasi tipo di merce, da quella liquida a quella solida in rinfusa, alle automobili, ai prodotti congelati, alla frutta, agli impianti destinati alle imprese industriali, ma soprattutto movimenta migliaia di container in arrivo ed in partenza per tutto il mondo, grazie all'entrata in funzione del terminal Darsena Toscana. Inoltre le navi gasiere a doppio scafo, che generalmente provengono dal Nord Africa, scaricano gas liquido in caverne artificiali situate a 100 metri sotto il livello del mare. Questo tipo di stoccaggio è l'unico in Italia ed è il secondo in Europa dopo quello di Lavéra (Marsiglia).

Non trascurabile è il traffico passeggeri: al consueto movimento dei traghetti per le isole si somma la presenza di un costante traffico di navi da crociera, con circa 510 scali l'anno e più di 700.000 croceristi in transito; ad esempio, il transatlantico Queen Mary 2 ha fatto di Livorno una rotta abituale, mentre il 7 giugno 2008 vi ha attraccato, per la prima volta in un porto italiano, la Independence of the Seas, gemella della Freedom of the Seas, con oltre 4.000 passeggeri a bordo.

Nel 1995, per la prima volta in Italia, si è insediata a Livorno l'Autorità portuale che ha il difficile compito di risolvere ove possibile e assieme ad altri operatori portuali, varie problematiche relative alle esigenze sia di organizzazione e programmazione lavori, sia a quelle riguardanti le strutture tecnologiche e di sicurezza. L'opera di rilancio del porto è stata possibile grazie ai finanziamenti dello Stato che hanno permesso di realizzare circa 2 km di banchine e 400.000 metri quadrati di piazzali.

Nell'anno 2006, secondo i dati della stessa Autorità portuale, sono transitate da Livorno oltre 28 milioni di tonnellate di merci e circa 650.000 contenitori; in totale le navi attraccate al porto sono state oltre 7.500. I croceristi hanno superato le 600.000 presenze, mentre i passeggeri dei traghetti sono stati oltre 2.300.000. Al 2007 le merci sono passate a 32 milioni di tonnellate, con un incremento del 15% rispetto all'anno precedente; i contenitori hanno oltrepassato le 700.000 unità (+ 13,4%), mentre il traffico croceristico è passato ad oltre 710.000 presenze. In leggero calo invece il flusso dei traghetti, con circa 2.282.000 passeggeri (- 1,1 %). Il traffico delle auto nuove dal porto di Livorno si è attestato ad oltre 550.000 unità.

In totale, nel porto di Livorno vi sono 11 km lineari tra banchine e pontili con 100 punti d'attracco; la profondità va, potenzialmente, dai 25 piedi del Bacino Firenze ai 40 piedi della Banchina d'alto fondale. La sola Darsena Toscana conta di circa 1.700 metri di accosti sulla sponda ovest e 750 metri su quella est.

Vi sono inoltre tre bacini di carenaggio, due dei quali sono in cemento ed uno è galleggiante. Le aree portuali si estendono per circa 800.000 metri quadrati entro i varchi doganali, ma se si considerano anche quelle confinanti, che sono comunque adibite ad ospitare grandi depositi, magazzini e piazzali per l'attività portuale, l'estensione arriva a 2.500.000 metri quadrati.

Lo specchio di mare del porto di Livorno ha una dimensione di circa 1.600.000 metri quadrati e le grandi opere architettoniche che ne segnano il perimetro sono costituite, oltre la Darsena Toscana a nord, da tre dighe foranee: la Diga della Vegliaia, la Diga curvilinea che prosegue con la Diga rettilinea (o della Meloria) a ovest e la Diga del Marzocco a nord ovest.

Sono presenti oltre 60 km di linee ferroviarie collegate direttamente alla linea Livorno - Pisa. Il porto è collegato inoltre ai principali nodi stradali della regione, mediante dei raccordi con la Superstrada Firenze - Pisa - Livorno, l'Autostrada A12 e la Variante Aurelia.

Ai pescatori è stata riservata la Darsena Vecchia, la parte più antica del porto voluto dai Medici; un'area, questa, adiacente alla maestosa fortezza medicea che per prima ha assistito alla nascita e all'espansione del porto di Livorno. I pescherecci o, come li chiama la gente di mare, le paranze, sono colorati e festosi e al loro rientro dal pescato, richiamano sempre una folla di curiosi che spesso aiutano i marinai nelle operazioni di ormeggio.

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Source : Wikipedia