Libia

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Libia

Libia - Stemma

La Libia (in arabo ليبيا), ufficialmente Grande Jamāhīriyya Araba di Libia Popolare e Socialista, è uno Stato del Nordafrica confinante con il mar Mediterraneo e compreso tra l'Egitto ad est, il Sudan a sudest, il Ciad e il Niger a sud e l'Algeria e la Tunisia ad ovest. La sua capitale è Tripoli. i Con una superficie di 1.760.000 chilometri quadrati la Libia è il quarto paese dell'Africa superficie ed é il diciassettesimo del mondo.

La Libia occupa la parte centrale del nordafrica, affacciandosi sul Mar Mediterraneo intorno al Golfo della Sirte, tra il 10° ed il 25° meridiano Est. Confina a nord-ovest con la Tunisia, a ovest con l'Algeria, a sud con il Niger e il Ciad, a sud-est col Sudan, a est con l'Egitto.

I confini della Libia sono frutto di trattati e convenzioni stipulati nel tempo da vari stati fra cui l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna e l'Egitto e seguono principalmente riferimenti artificiali quali paralleli e meridiani e quasi mai riferimenti naturali quali fiumi e/o montagne.

Il clima della Libia è fortemente influenzato dal deserto a sud e dal Mediterraneo a nord. Nella regione costiera la temperatura è piuttosto mite: a Tripoli la media è di 30 °C d'estate e di 8 °C d'inverno. D'inverno cadono circa 380 mm di pioggia. Nelle pianure centrali domina un clima semi-arido, mentre il deserto a sud è soggetto a lunghi periodi di siccità. Sulla fascia costiera, generalmente umida, soffia a volte in primavera e in autunno il ghibli, un vento secco, caldo e carico di sabbia.

La popolazione è in aumento, al ritmo del 1,9% annuo (1995-2008). Le condizioni socio-sanitarie sono migliorate: con una speranza di vita di 71 anni, una mortalità infantile del 19% e un alfabetismo al 19,9% la Libia si colloca tra i paesi a sviluppo umanitario intermedio e, grazie al reddito relativamente elevato, davanti agli altri paesi nordafricani. La densità media rimane molto bassa (tre abitanti per km2) con la popolazione che si addensa lungo la costa, dove si contano oltre 200 abitanti per km2, nella piana di Gefara e in alcune oasi. Il 30% della popolazione risiede nella capitale Tripoli, di 1.780.000 abitanti; altri centri notevoli sono Bengasi, capoluogo della Cirenaica e seconda città del paese, Misurata, Derna, Marsa, Brega, El Beida, tutti sulla fascia costiera. Ormai l'86% della popolazione abita in città. Oggi la popolazione libica parla l' italiano e l' inglese e usa come moneta il dinaro libico.

La maggior parte della popolazione (80%) dei 5.605.000 abitanti trae origine dalla fusione degli invasori arabi del VII secolo d.C. con i preesistenti berberi, ma vi sono anche tribù di berberi non amalgamatesi (in Tripolitania e nelle oasi costiere), gruppi di arabi che hanno mantenuto i caratteri originari e popolazioni sahariane come i Tuareg, stanziati nelle oasi interne della Tripolitania e del Fezzan, e i Tebu delle oasi del sud. Numerosi gli stranieri (in primo luogo egiziani e sudanesi, ma anche ciadiani, maliani e tunisini), attirati fin dagli anni '70 da una legislazione favorevole.

La lingua ufficiale è l'arabo. La lingua berbera è parlata, ma senza alcun riconoscimento ufficiale, da circa 160.000 persone, soprattutto nel Gebel Nefusa ("nefusi"), a Zuara sulla costa e in vari centri dell'interno come Ghat, Ghadames, Sokna e Augila. La lingua italiana e quella inglese sono utilizzate a livello economico per i commerci.

Dal 1970 è stata proclamata religione di stato quella islamica; vivono nel paese circa 40.000 cattolici.

Musulmani (perlopiù sunniti, ma anche ibaditi, cioè kharigiti) 97%, cristiani 3%.

Il nome è già attestato nell'antico Egitto e deriva da quello della locale tribù berbera. Le prime tracce nella storia libica vengono però lasciate da una serie di insediamenti Fenici, poi assorbiti da Cartagine nel VI secolo a.C. insieme a tutta la fascia costiera occidentale.. A partire dal VII secolo a.C. (fondazione di Cirene) i Greci colonizzano la costa orientale. L'interno, desertico e praticamente privo di risorse, viene lasciato a sé stesso dai cartaginesi e dai greci ed un secolo dopo (V secolo a.C.), sorge, nel Fezzan, l'impero Garamanti.

Dopo la definitiva conquista (e distruzione) romana di Cartagine nel 146 a.C., la Libia nord-occidentale entra a far parte del dominio romano e, poco più tardi, viene costituita come provincia col nome di Tripolitania con Leptis Magna capoluogo e importante porto commerciale della regione. Nel 96 a.C. Roma entra pacificamente in possesso anche della Cirenaica (lasciata loro in eredità dal re Apione, sovrano della cosiddetta Pentapoli cirenaica, costituita dalle città di Cirene, Teuchira-Arsinoe, Euesperide-Berenice (oggi Bengasi), Apollonia e Barce-Tolemaide) che verrà trasformata in Provincia romana un paio di decenni più tardi (74 a.C.).L'avanzata romana verso sud viene però fermata dai Garamanti. Con la riorganizzazione amministrativa e provinciale di Ottaviano Augusto e con gli ulteriori aggiustamenti ai confini territoriali apportati in seguito dall'imperatore Tiberio, la Tripolitania entrò a far parte della provincia senatoria, retta da un proconsole, con il nome di Africa Proconsolare (Africa Proconsularis), che comprende appunto i territori occidentali della Libia, quelli occupati oggi dalla Tunisia (ad esclusione della sua parte desertica) e la costa orientale dell'Algeria. La Cirenaica rimarrà una regione a sè stante, e verrà aggregata all'isola di Creta come provincia di Creta e Cirene. In seguito Leptis Magna divenne una delle tre maggiori città di tutto il nord'Africa, centro nevralgico e fiorente per i commerci di beni provenienti anche dall'Africa subsahariana. A Leptis nacque Settimio Severo, uno degli ultimi grandi imperatori di Roma, che contribuì molto allo sviluppo e all'abbellimento della città e dell'intera provincia.Altra città degna di nota, anch'essa come Leptis fondata dai Fenici, è Sabratha che proprio nel periodo dei Severi godette di un momento di grande prosperità. I siti archeologici delle città romane di Leptis Magna e di Sabratha e quelli ellenici e romani della città di Cirene, sono stati annoverati tra i beni protetti dall'UNESCO qualificandoli come patrimonio dell'umanità.

Ancor prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente, i Vandali, provenienti dalla Spagna, occupano la Libia nel 455 dominandola per due secoli.

Intorno alla metà del VII secolo gli arabi del nascente impero musulmano, avendo già occupato l'Egitto, rovesciano i Vandali e islamizzano il paese.

La dominazione musulmana dura fino al 1146 quando la Libia viene conquistata dai Normanni di Sicilia. La dominazione normanna dura fino al 1521, quando l'impero ottomano arriva a lambire la Libia nordorientale che vi si sottomette, sia pure solo nominalmente: ma, trent'anni dopo, la sottomissione formale è diventata annessione per tutta la Libia.

Nel 1711 sorge a Tripoli la dinastia dei Karamanli, plenipotenziari del Sultano, che prosperano proteggendo le attività dei pirati, che facevano base nel porto di Tripoli, e favorendo attivamente il commercio degli schiavi destinati alle colonie americane. Ma l'attività corsara nel Mediterraneo irrita sempre di più le potenze europee, ed alla fine le pressioni sull'impero ottomano perché abolisca il commercio di schiavi e combatta la pirateria hanno effetto: nel 1835 il Sultano della Sublime Porta rimuove i Karamanli dall'incarico di suoi rappresentanti. Pochi anni dopo, nel 1843 Muḥammad ibn ʿAlī al-Sanūssī, capo di un importante movimento religioso, si stabilisce in Cirenaica e fa proseliti in tutta la Libia.

La colonizzazione italiana della Libia si deve soprattutto a Giovanni Giolitti,allora primo ministro italiano che, nonostante avesse poca simpatia per le imprese coloniali fu spinto a conquistare la Libia dalle pressioni dei fabbricanti d'armi, dai gruppi finanziari che avevano investito in Libia e dai nazionalisti. La Guerra Italo-Turca ebbe inizio il 5 ottobre 1911 e durò un anno. Le città lungo la costa furono facilmente conquistate, mentre i villaggi arabi interni, sotto la protezione dei turchi furono più difficili; per costringere la Turchia alla resa gli italiani conquistarono Rodi e le isole del Dodecaneso. Il 18 ottobre 1912 la Turchia dovette accettare la pace di Losanna (o di Ouchy) e la Libia divenne colonia italiana. Già subito dopo la conquista della costa l'esercito italiano si scontrò contro la guerriglia indigena e per vent'anni dovette combattere la resistenza organizzata dai Senussi (Omar al-Mukhtar, Idris di Cirenaica). Questo periodo di lotta tra italiani e libici per il possesso della Libia è passato alla storia come "Riconquista". Nel loro complesso i diversi conflitti italo-libici e l'occupazione italiana costarono la vita a circa centomila cittadini libici.

Dopo l'occupazione, che costò la vita a circa 150.000 libici (20% della popolazione), nel 1912 l'Italia avviò una colonizzazione che ebbe il culmine, sotto l'impulso del fascismo, soprattutto negli anni '30, grazie al completo controllo di tutto il territorio libico, con un afflusso e insediamento di coloni provenienti in particolare da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata. In questo periodo, a detta dei profughi della Libia, gli italiani realizzarono strade, edifici, misero a coltura moltissimi terreni creando "un giardino" laddove prima era deserto. Numerose imprese artigianali diedero un forte impulso all' economia del paese. Nel 1939 gli italiani erano il 13% della popolazione. Nella Libia italiana sotto il governo di Italo Balbo (1934-1940), contava 108.419 Italiani nel censimento del 1939 (cioé il 12,37% degli 876.563 abitanti della colonia). Vennero realizzate infrastrutture come la Via Balbia e si diede inizio a un processo di integrazione della Libia nel Regno d'Italia come regione (questo processo fu poi interrotto dagli eventi della Seconda Guerra Mondiale). L'immigrazione italiana cessò quasi del tutto nel 1940, con l'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale, e si concluse nel gennaio 1943, quando la Libia venne occupata dalle truppe degli Alleati, anche se gran parte degli italiani rimasero in Libia (migliaia di italiani furono poi espulsi dal paese da Gheddafi, la qual cosa recò gravissimo danno anche ai libici)..

Il regno italiano sulla Libia dura fino alla caduta del paese in mani alleate nel 1943; fino al 1951 la Gran Bretagna amministra Tripolitania e Cirenaica, e la Francia il Fezzan. Preceduta da una favorevole risoluzione delle Nazioni Unite (21 novembre 1949), dalla prima Assemblea nazionale (25 novembre 1950) e dalla emanazione della costituzione (7 ottobre 1951), il 24 dicembre 1951 la Libia dichiara l'indipendenza come Regno Unito di Libia, monarchia ereditaria e costituzionale (parlamentare) sotto re Idris I.

La Libia entra nella Lega Araba il 28 marzo 1953 e nell'ONU il 14 dicembre 1955. Nel quarto anniversario dell'indipendenza (1955) apre la prima università. Sei anni dopo (1961) inizia l'estrazione del petrolio libico, scoperto nel 1959.

Il 1° settembre 1969 un colpo di stato contro re Idris, ordito da giovani ufficiali nasseristi, ha successo senza spargimento di sangue: il governo provvisorio è presieduto da Muammar Gheddafi che resterà a capo del paese da quel momento in poi fino ad oggi. Lo stato diventa la Repubblica Araba di Libia. Il nuovo governo nazionalizza tutte le imprese di estrazione petrolifera e in generale le grandi imprese, nonché tutti i possedimenti italiani in Libia. Volendosi erede di Nasser, Gheddafi tenta senza successo l'unione della Libia con Egitto e Siria (1972), con la Tunisia (1974), con il Ciad (1981) e con il Marocco (1984). Gheddafi espliciterà la sua filosofia politica nel Libro verde, pubblicato in tre volumi tra il 1975 e il 1979 anche a fini di propaganda internazionale. La jamahiriya sarà proclamata il 2 marzo 1977. Tra il 1973 e il 1987 la Libia è coinvolta in un conflitto di frontiera con il Ciad per la striscia di Aozou, ricca di risorse minerarie; la contesa sarà risolta pacificamente nel 1994.

In politica estera, la Libia rivoluzionaria appoggia i movimenti di liberazione nazionale (primo fra tutti l'OLP) e in genere i governi dei paesi arabi e islamici ostili alla presenza occidentale (peraltro, più che presso i governi arabi, la Libia è popolare in Africa). In questo quadro, la Libia è stata sospettata di aver finanziato e organizzato numerosi attentati terroristici. Per questa ragione gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Ronald Reagan (1981-1988), tentano di rovesciare la jamahiriya, guadagnando il sostegno della Gran Bretagna, ma assai meno di altri paesi europei. L'attentato al Volo Pan Am 103 sopra Lockerbie (Scozia) nel 1988 porta all'embargo delle nazioni Unite contro la Libia (15 aprile 1992) finché essa non consegnerà gli imputati (5 aprile 1999) e non accetterà la responsabilità civile verso le vittime (2003). Dal 1999, prima degli attentati dell'11 settembre, la Libia si oppone ad al-Qaida e questo, assieme alla collaborazione con le agenzie internazionali (dal 2003) per il controllo del suo programma di mezzi di distruzione di massa, ha favorito il riavvicinamento con l'Occidente. Il 15 maggio 2006 gli Stati Uniti hanno riallacciato le relazioni diplomatiche interrotte 25 anni prima.

Secondo la Costituzione del 2 marzo 1977 l'ordinamento dello stato libico è un unicum: la Libia non è una "jumhuriya" (repubblica) ma una "jamahiriya" ("regime delle masse"), nella quale non vi è normale separazione dei poteri. Vi sono due tipi di organi di governo.

Il "settore della rivoluzione" comprende la Guida (Qāʼid) della Rivoluzione (Muammar Gheddafi), gli altri membri ancora in vita del Consiglio di Comando Rivoluzionario (stabilito nel 1969 con 12 membri) e i Comitati Rivoluzionari. La loro legittimazione deriva dalla partecipazione alla rivoluzione del 1° settembre 1969: non sono eletti né possono essere sostituiti mediante elezioni. In seguito al malcontento popolare, nel 1988 il potere dei CR è stato ridotto a favore del secondo settore.

Ogni 4 anni i membri dei congressi locali dibattono ed eleggono i propri dirigenti e i segretari dei comitati. I dirigenti dei congressi locali li rappresentano al congresso regionale, dove eleggono i dirigenti regionali e i segretari. I dirigenti dei congressi regionali li rappresentano al congresso nazionale (che riunisce i suoi 2700 delegati annualmente), dove eleggono i dirigenti nazionali e i membri del Gabinetto.

Il regime vuole essere una democrazia diretta; pertanto i partiti politici sono vietati dalla legge 71 del 1972. Le ONG sono ammesse da una legge del 1971, purché si conformino agli scopi della rivoluzione. Non esistono sindacati né diritto di sciopero, ma numerose associazioni professionali sono integrate nella struttura della jamahiriya come suo terzo pilastro, a fianco dei Congressi e dei Comitati, e designano propri componenti del Congresso Generale.

Il potere giudiziario non esiste in forma autonoma: la giustizia è amministrata dai comitati popolari mediante corti sommarie (secondo settore), e i delitti politici sono giudicati dai tribunali rivoluzionari e dai tribunali militari (primo settore). In realtà per la maggior parte delle cause esiste il sistema tradizionale a tre livelli, con giudici nominati dai congressi corrispondenti. Il diritto applicato è in linea di principio quello coranico (sharia); non sono garantite le libertà fondamentali e i diritti umani non sono garantiti costituzionalmente o comunque per principio assoluto.

La jamahiriya non può essere definita una democrazia nel senso tradizionale (o occidentale). Inoltre, molti governi e ONG hanno accusato il colonnello Gheddafi di essere un dittatore militare di fatto.

Fino agli anni '50 considerata uno dei paesi più poveri del mondo, soprattutto a causa dell'improduttività del territorio, la Libia registrava già nel 1977 il reddito annuo pro capite più elevato del continente africano (posizione che conserva tuttora, con 6.510 dollari nel 1994), grazie allo sfruttamento dei grandi giacimenti di petrolio, iniziato nel 1959 e nazionalizzato dopo il 1970.

Oltre a nazionalizzare le principali risorse (il petrolio e il gas naturale in primo luogo) e le attività produttive il nuovo regime investì anche nello sviluppo dell'industria leggera e delle infrastrutture e nella modernizzazione dell'agricoltura, favorendo nel contempo l'immigrazione per sopperire alla scarsità di manodopera. La diminuzione dei prezzi del petrolio negli anni ottanta ha poi ridimensionato le possibilità di sviluppo del paese, al punto che il PIL ha fatto segnare in quel decennio un calo medio annuo del 5,4%; negli anni '90 il quadro economico ha risentito delle sanzioni economiche imposte alla Libia dall'ONU nel 1991, revocate nel 1997. Con il 2006 gli U.S.A. hanno cancellato la Libia dall'elenco degli stati canaglia. La moneta è il dinaro libico.

L'agricoltura ha importanza scarsa, sia per la limitatissima superficie coltivabile (1,2% del territorio) sia per la scarsità di acqua, anche se il governo ha investito molto sulla bonifica dei terreni agricoli e sul reperimento di risorse idriche con opere di sbarramento e l'utilizzo di ingenti quantità di acque fossili, convogliate verso la costa da un sistema di tubazioni. I principali prodotti agricoli sono i cereali, grano e orzo, coltivati nella fascia costiera e sulle pendici settentrionali delle alture che dominano la costa. Lungo quest'ultima crescono anche vite e olivo, agrumi e alberi da frutta.

Nelle zone pre-desertiche crescono lo sparto e l'alfa utilizzati sia per la cellulosa, sia per farne corde, stuoie e altri lavori d'intreccio; e inoltre tabacco, arachidi, patate, ricino; dalla palma da dattero si ricavano frutti in abbondanza. Dato il clima arido, è molto praticato l'allevamento caprino e ovino. Poco importante la pesca (rilevante quella delle spugne).

La base dello sviluppo economico della Libia è rappresentato dal petrolio: le quantità da estrarre ogni anno e i relativi prezzi di vendita sono sotto il controllo del governo e in adesione alla strategia dell'OPEC. Il petrolio, di cui la Libia è il secondo produttore del continente africano dopo la Nigeria, contribuisce per oltre il 25% alla formazione del reddito nazionale e rappresenta la quasi totalità delle esportazioni. I principali giacimenti petroliferi (Mabruch, Hofra, Zelten, Beda, Raguba, Ora, Samah, Gialo, Waha, Magid, Amal, Serir, Augila) sono collegati da oleodotti; le principali raffinerie sono a Marsa El Brega, Tobruch, ras Lanuf, Ez Zauia. Esistono, inoltre, cospicui giacimenti di gas naturale. Vi sono anche saline, e da alcune zone lacustri del Fezzan si estrae il natron (carbonato di sodio).

L'industria manifatturiera è di dimensioni assai modeste, con impianti tessili, alimentari, del tabacco, della concia del pellame; attività artigianali tradizionali sono la lavorazione dei tappeti, a Misurata, e i ricami in seta e argento. Dagli anni '70 ha avuto un notevole impulso l'edilizia, con la costruzione di interi quartieri popolari alla periferia delle grandi città che ha determinato il sorgere di cementifici e di fabbriche di laterizi.

Si sta sviluppando nel paese una rete di servizi alle imprese, finanza, commercio interno, servizi alla persona.

I maggiori porti sono Tripoli, Bengasi, Marsa El Brega, relativamente recente e destinato unicamente all'imbarco di petrolio, Misurata e Tobruch. La rete stradale, sviluppata soprattutto lungo la costa, è asfaltata per un terzo. È stata invece smantellata la rete ferroviaria dei tempi coloniali.

Per tutti gli anni settanta e ottanta il governo libico ha scoraggiato l'afflusso turistico, una posizione che solo nei primi anni novanta si è andata modificando. Poli di attrazione sono l'antico nodo carovaniero di Gadames, lo spiccato carattere di Tripoli con le sue ricche moschee e importanti resti archeologici, dai celebri resti della fenicia e poi romana città di Sabratha, a quelli romani di Leptis Magna a quelli ellenici e romani di Cirene.

Le sanzioni economiche in vigore dal 1991 al 1999 hanno fortemente ridotto gli scambi commerciali della Libia, la cui bilancia è sempre in forte attivo grazie all'esportazione di greggio, destinato innanzitutto all'Italia (39%) e quindi a Germania, Spagna, Turchia, Francia, Svizzera.Vengono in cambio importati beni industriali e alimentari, anche in questo principalmente dall'UE, Italia in testa.

La vegetazione, a causa dell'aridità del clima, è scarsa: macchia mediterranea lungo la costa, con olivi, viti, lentischi, mirti, carrubi, ginepri, cipressi, mentre verso l'interno prevalgono la steppa semidesertica e poi il deserto vero e proprio. Nelle oasi crescono le palme da datteri. La fauna è ridotta: roditori del deserto, iene, volpi, sciacalli; nelle zone meno aride vivono le gazzelle. Abbondano gli insetti (in particolare locuste e farfalle), gli uccelli e, nelle zone desertiche, i rettili.

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Geografia della Libia

Africa

Voce principale: Libia.

Con una superficie di 1.760.000 chilometri quadrati la Libia è il quarto paese dell'Africa per superficie ed il diciassettesimo del mondo.

La Libia occupa la parte centrale del nordafrica, affacciandosi sul Mar Mediterraneo intorno al Golfo della Sirte, tra il 10° ed il 25° meridiano Est. Confina a nord-ovest con la Tunisia, a ovest con l'Algeria, a sud con il Niger e il Ciad, a sud-est col Sudan, a est con l'Egitto.

I confini della Libia sono frutto di trattati e convenzioni stipulati nel tempo da vari stati fra cui l'Italia, la Francia, la Gran Bretagna e l'Egitto e seguono principalmente riferimenti artificiali quali paralleli e meridiani e quasi mai riferimenti naturali quali fiumi e/o montagne.

Punti estremi: Punto più basso: Sabkhat Ghuzayyil -47 m. s.l.m. 29°50′0″N 19°45′0″E / 29.83333, 19.75 Punto più alto: Bikku Bitti 2.267 m. s.l.m.

La costa della Tripolitania, dal confine tunisino al capo Misurata, è in prevalenza piatta, così come quella, brulla e sabbiosa, della Sirtica fino a Bengasi (qui esiste tuttavia qualche ancoraggio). Tra Bengasi e il confine con l'Egitto, con l’avvicinarsi al mare dell’altopiano, prevalgono rive a picco con profonde insenature. A est la costa procede bassa, uniforme, orlata da dune, fino al golfo di Tobruk, l’insenatura più ampia e profonda di tutta la costa libica. Oltre Tobruk torna ad essere alta e rocciosa, spesso a picco sul mare.

Il rilievo, salvo alcuni membri più meridionali (massiccio di Auenat, al confine con il Sudan 1.934 metri), si mantiene quasi sempre al di sotto dei 1.000 metri; ma mentre in Tripolitania esiste una pianura costiera (Gefara) abbastanza estesa e poi un rilievo che continua fino al Fezzan, in Cirenaica il rilievo si trova in vicinanza del mare. Nel retroterra, fino al Tibesti, non si superano i 250 metri; prevalgono aspetti desertici e le oasi costituiscono le uniche zone dove sia possibile la vita.

La Libia, regione arida o semi-arida, è quasi priva di corsi d’acqua permanenti; i numerosi uidian (Uadi) recano acqua per brevissimo tempo nel periodo delle piogge: sono perenni in Tripolitania il Ki'am e il Ramla , in Cirenaica il Derna , la cui conoide terminale costituisce l’oasi di Derna. Nell’interno l’acqua compare solo in occasione di acquazzoni eccezionali, ma esiste una falda acquifera che, poco profonda in vicinanza del mare (appena 3 metri nell’oasi di Tripoli e 30-35 metri nella Gefara), diventa sempre più profonda nell’interno. Condizioni più favorevoli presenta la Cirenaica, che ha nell’altopiano una complessa rete di acque sotterranee che sgorgano poi all’aperto in sorgenti carsiche. Nelle aree depresse (Giarabub, Cufra, solchi del Fezzan) esistono laghi di piccole dimensioni per lo più salati.

Il clima accentua i suoi caratteri desertici a mano a mano che dalle regioni costiere ( dove si risentono i benefici influssi del Mediterraneo) ci si spinge verso l’interno. La piovosità presenta valori bassi con notevolissime variazioni da un anno all’altro. La costa ha temperature medie di 27 °C in luglio e 14 °C in gennaio e precipitazioni annue di 300-400 mm, concentrate nel semestre invernale. Verso l’interno l’escursione diurna e annua, attenuata sulla costa dal mare, tende ad aumentare e la piovosità diminuisce (anche se resta un po’ più abbondante sull’altopiano). Seguono aspetti predesertici, con temperature sempre più elevate, forti squilibri giornalieri e piogge sempre più scarse. Violento spira il vento caldo e secco del sud che esercita un effetto deleterio sulla vegetazione.

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Libia italiana

Libia italiana - Bandiera

La Libia italiana fu una colonia del Regno d'Italia nell'Africa settentrionale, durata ufficialmente dal 1912 al 1947.

Il primo ministro italiano Giovanni Giolitti, nonostante avesse poca simpatia per le imprese coloniali, iniziò la conquista della Tripolitania e della Cirenaica il 4 ottobre 1911, inviando a Tripoli contro l'Impero Ottomano 1732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni. Oltre 100.000 soldati italiani riuscirono ad ottenere dalla Turchia quelle regioni attualmente definibili libiche nel Trattato di Losanna del 18 ottobre 1912, ma solo la Tripolitania fu effettivamente controllata dal Regio esercito italiano. Nell'interno dell'attuale Libia (principalmente nel Fezzan) la guerriglia indigena continuò per anni, grazie all'azione dei turchi e degli arabi di Enver Pascià e di Aziz Bey.

L'ascesa al potere del Fascismo determinò un inasprirsi della politica italiana nei confronti dei ribelli libici. Infatti dal 1921 al 1925 il governatore della Tripolitania, Giuseppe Volpi, diede il via a nuove campagne militari e conquistò Misurata, la Gefara, il Gebel Nefusa e Garian. A stroncare in Cirenaica la dura resistenza dei Senussi provvidero i generali Bongiovanni e Mombelli. Poi furono Emilio De Bono in Tripolitania ed Attilio Teruzzi in Cirenaica ad ampliare il territorio sotto controllo italiano. Il governatore Pietro Badoglio tra il 1930 ed il 1931 occupò tutto il Fezzan e l'oasi di Cufra, grazie al generale Rodolfo Graziani che usò metodi brutali, come l'istituzione di campi di concentramento in cui furono rinchiuse decine di migliaia di civili, compresi donne e bambini, colpevoli soltanto di aver fornito sostegno morale e logistico ai patrioti. La morte del capo della guerriglia libica Omar al-Mukhtar, nel settembre 1931, comportò la totale pacificazione delle regioni che, solo con l'unione fra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, su sarebbero chiamate Libia.

Al principio degli anni trenta, Mussolini ordinò l'inizio di una vasta immigrazione di coloni italiani nelle aree coltivabili della colonia e cercò l'integrazione della locale popolazione araba e berbera, costituendo anche truppe coloniali.

Il Regno d'Italia dopo la prima guerra mondiale avviò una colonizzazione che ebbe il culmine, sotto l'impulso di Mussolini, soprattutto verso la metà degli anni trenta con un afflusso di coloni provenienti in particolare da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata. Nel 1939 gli italiani erano il 13% della popolazione, concentrati nella costa intorno a Tripoli e Bengasi (dove erano rispettivamente il 37% ed il 31% della popolazione).

Con gli Italiani si ebbe un incremento del cattolicesimo in Libia, grazie anche alla creazione di numerose chiese e missioni. Al Vicariato apostolico di Tripoli del vescovo Camillo Vittorino Facchinetti nel 1940 era assegnato circa un quarto del totale della popolazione della Libia italiana (includendo i coloni italiani).

In Libia gli italiani costruirono in meno di trent'anni (1912-1940) infrastrutture degne di nota (strade, ponti, ferrovie, ospedali, porti, edifici, e altro ancora) e l'economia libica ne ricevette benefici effetti. Numerosi contadini italiani fecero rinverdire terreni semidesertici, specie nell'area di Cirene.

Anche l'archeologia fiorì: città romane scomparse (come Leptis Magna e Sabratha) furono riscoperte ed indicate come simbolo del diritto italiano a possedere la Libia già romana. Negli anni trenta la Libia italiana arrivò ad essere considerata la nuova "America" per l'emigrazione italiana.

Nel 1938 il governatore Italo Balbo portò 20.000 coloni italiani in Libia e fondò per loro 26 nuovi villaggi, principalmente in Cirenaica. Inoltre Balbo cercò di assimilare i musulmani libici con una politica amichevole e fondò nel 1939 10 villaggi per gli Arabi e i Berberi libici: "El Fager" (al-Fajr, "Alba"), "Nahima" (Deliziosa), "Azizia" (‘Aziziyya, "Meravigliosa"), "Nahiba" (Risorta), "Mansura" (Vittoriosa), "Chadra" (khadra, "Verde"), "Zahara" (Zahra, "Fiorita"), "Gedida" (Jadida, "Nuova"), "Mamhura" (', "Fiorente), "El Beida" (al-Bayda, "La Bianca"). Tutti questi villaggi avevano la loro moschea, scuola, centro sociale (con ginnasio e cinema) ed un piccolo ospedale, rappresentando una novità assoluta per il mondo arabo del Nord Africa.

All'inizio della seconda guerra mondiale vi erano circa 120.000 Italiani in Libia, ma Balbo aveva in progetto di raggiungere il mezzo milione di coloni italiani negli anni sessanta. Del resto Tripoli aveva giá nel 1939 una popolazione di 111.124 abitanti, dei quali 41.304 (37%) erano italiani. Italo Balbo nel 1940 aveva costruito 400 km di nuove ferrovie e 4.000 km di nuove strade (la più nota era la Via Balbia col suo nome, che andava lungo la costa da Tripoli a Tobruk).

A partire dal 1937, il governo italiano aveva avviato un processo di integrazione completa della Libia nel Regno: la Libia si avviava infatti a trasformarsi da colonia a regione geografica Italiana parificata alle altre. Questo processo iniziò con la proclamazione delle 4 province di Tripoli (TL), Bengasi (BE), Misurata (MU), Derna (DE). La parte meridionale della Libia (territorio del deserto, con capoluogo Murzuch el Giof) fu invece organizzato come distretto autonomo gestito direttamente dal Governo centrale. Anche la cittadinanza fu parzialmente equiparata a quella delle Province europee del Regno.

Il 9 di gennaio del 1939 la colonia della Libia fu incorporata nel territorio metropolitano del Regno d'Italia e conseguentemente considerata parte della Grande Italia, col nome di Quarta Sponda.

Gli Italiani della Libia erano poche migliaia quando Mussolini salì al potere e riuscì a sconfiggere la guerriglia araba, ma dopo la nomina di Italo Balbo a governatore nel 1934 il loro numero si incrementò continuamente fino ad essere quasi 120.000 nel 1940.

La seconda guerra mondiale devastò la Libia italiana e costrinse i coloni italiani a lasciare in massa le loro proprietà, specialmente nella seconda metà degli anni quaranta.

Attualmente gli italiani in Libia sono 22.530, quasi lo stesso numero del 1962, in prevalenza operai specializzati delle industrie petrolifere arrivati a fine anni novanta.

Le stime precedenti, soprattutto per quanto concerne il dato riferito al 2004, riguardano i parlanti l'italiano e non i cittadini italiani. Secondo i dati in possesso del Governo italiano e verificabili presso gli Uffici diplomatici e consolari della Repubblica in Libia, gli italiani in Libia negli anni 2000 sono meno di 1.000, poiché la manodopera delle imprese italiane che si registra come "italiana" è in realtà asiatica. Anche la stima sui parlanti è piuttosto generosa: in linea di massima, parlano italiano le generazioni dei più anziani nelle due grandi città (Tripoli e Bengasi), rimasti in poche decine di vecchi coloni.

Nel Trattato di Pace del 1947 l' Italia ha dovuto rinunciare a tutte le sue colonie, compresa la Libia. Vi fu comunque nel 1946 un vano tentativo di mantenere la Tripolitania come colonia italiana (assegnando la Cirenaica alla Gran Bretagna ed il Fezzan alla Francia).

Per gli Italiani della Libia iniziò nel secondo dopoguerra un difficile periodo, contrassegnato dalla loro emigrazione. Anche la Libia italiana fu ridimensionata, perdendo la nuova Libia indipendente la Striscia di Aozou (ottenuta da Mussolini nel 1935 e ridata alla colonia francese del Chad).

Nel 1962 gli Italiani in Libia erano ancora circa 35.000. Ma dopo il colpo di stato del colonnello Gheddafi del 1969, circa 20.000 italiani furono costretti a cedere improvvisamente i propri beni e le proprie attività economiche il 7 ottobre 1970 (ancora oggi le varie associazioni di profughi e rimpatriati si battono per ottenere un risarcimento dallo Stato italiano).

Dopo la nazionalizzazione delle imprese italiane, rimase in Libia solo un ristretto numero di italiani. Nel 1986, dopo la crisi politica tra Stati Uniti e Libia, il numero degli italiani si ridusse ancora di più, raggiungendo il minimo storico di 1.500 persone, cioè meno dello 0,1% della popolazione. Negli ultimi anni, dopo il riavvicinamento tra l'Occidente e la Libia e la fine dell'embargo economico, alcuni italiani del'epoca coloniale sono ritornati in Libia. Attualmente sono solo alcune decine di vecchi pensionati.

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Source : Wikipedia