Lavarone

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Tags : lavarone, trentino-alto adige, italia

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Lavarone

Lavarone - Stemma

Lavarone (ted.: Lafraun) è un comune di 1.110 abitanti della provincia di Trento. Esso fa parte del comprensorio C4 - Alta Valsugana.

Il comune di Lavarone è situato sull'omonimo altopiano a circa 1.100 metri di altitudine. Non esiste un vero e proprio centro chiamato Lavarone, ma invece 19 piccole frazioni distribuite sul territorio.

L'economia del comune si basa principalmente sul turismo estivo ed invernale. Alla frazione Bertoldi ha inizio il carosello di sci alpino; la località è comunque morfologicamente più adatta allo sci di fondo ed infatti tutti gli anni si tiene un'importante competizione internazionle di sci di fondo: la Millegrobbe. Il turismo estivo offre molte opportunità: trekking, mountain bike e la visita ai forti austro-ungarici della Grande Guerra. Altra voce importante nell'economia lavaronese è l'agricoltura, in particolare la produzione casearia che ha come punto di forza il formaggio D.O.P. Vezzena. Fino al secolo scorso sede di una comunità di lingua cimbra, emigratavi tra il 1156 ed il 1177 per iniziativa del vescovo di Trento Adelpreto, Lavarone ha però un toponimo di origine romanza, o anche pre-romana, derivante probabilmente da làvara, "pietra piatta", "lastrone". Dal punto di vista storico, la testimonianza più importante presente sul territorio è Forte Belvedere Gschwent, una fortezza austro-ungarica perfettamente conservata e oggi adibita a museo della guerra 1914-18.

Il comune di Lavarone confina con altri tre comuni della Provincia di Trento, Caldonazzo, Folgaria, Luserna e a sud con la Provincia di Vicenza.

A Lavarone c'è anche un piccolo lago che spesso non è segnato nelle cartine stradali. Attorno a questo lago Sigmund Freud spesso andava a spasso quando trascorse le sue vacanze a Lavarone nel 1904, 1906, 1907 e 1923.

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Avez del Prinzipe

L'Avez del Prinzep, è il più grande abete bianco d'Europa. Esso è segnalato dal Corpo Forestale dello Stato quale albero monumentale d'Italia sito nel comune di Lavarone (TN), in località Malga Laghetto. È alto oltre 50 metri e ha una circonferenza di 4,8 metri misurata a un metro e mezzo d'altezza.

Il nome Avéz (abete bianco) del Prìnzep trae origine da una leggenda popolare secondo cui il grande albero apparteneva, un tempo lontano, al Capo comune di Luserna, soprannominato Prìnzipe.

Recenti stime ne danno un'età di circa 230 anni.

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Luserna (TN)

Luserna (TN) - Stemma

Luserna (in lingua cimbra: Lusèrn) è un comune di 303 abitanti della provincia di Trento ed è un'isola linguistica cimbra.

Luserna si colloca sul confine centromeridionale di un grande altopiano che si snoda nelle zone di Folgaria e Lavarone, e di lì al Passo di Vezzena (1402 m s.l.m.) dove, attraverso la stretta forcella della Valle dell'Assa, si arriva sino al vicino Altopiano dei Sette Comuni. Il territorio, caratterizzato da terrazzamenti naturali, si protrae sulla sottostante Valle dell'Astico creando profonde valli e strapiombi, con dislivelli anche di seicento metri. I suoi confini naturali sono segnati dal solco della Val Torra, ad oriente, e dal Rio Torto, all'estremità opposta. La superficie dell'altopiano è circa di 20 km² ma, attualmente, solo otto di questi - compresi tra le quote di 1200 e 1550 m s.l.m. - appartengono amministrativamente alla comunità in questione. I restanti dodici sono frammentati dai molti comuni che in questa zona godono di diritti di proprietà: particolarmente esteso è il territorio di Levico Terme, il quale detiene gran parte delle Vezzene, seguono poi Caldonazzo con Monterovere, e Lavarone con Millegrobbe e Laghetto. A sud il villaggio confina anche con Pedemonte e Casotto, entrambe situate ai piedi della montagna. La morfologia del paesaggio fa sì che la zona sia moderatamente ondulata e che le cime superino difficilmente i duemila metri d'altezza. L'insediamento si costituisce di soli due nuclei: Luserna (a 1333 metri di quota) si snoda su di un piccolo lembo di terra pianeggiante, che si dipana da levante a ponente, a cavallo del cosiddetto Tal vo Sant'Antone (Valle di Sant'Antonio) e Tezze (collocato a 1288 m s.l.m.) in una valletta ad ovest del nucleo centrale. La struttura è quella del classico Strassendorf, vale a dire un paese che si sviluppa lungo una strada. Sull'altura a monte dell'abitato, in un intervallo pianeggiante nel versante della montagna, si trovano gruppi d'edifici isolati denominati Hüttn (Baite).

Oltre il crinale di Malga Campo, in una valletta a monte delle sorgenti della Torra, si trovano i tre nuclei del "villaggio estivo" di Bisele: Untarhäusar (Case di Sotto), Obarhäusar (Case di Sopra) e Galen (da Galeno, soprannome di una famiglia locale). Tradizionalmente le vie di comunicazione che congiungevano il piccolo altopiano con gli altri villaggi sparsi nella zona erano poche ed in cattive condizioni. Anticamente la via più importante era quella che, scendendo i dirupi sottostanti il paese, arrivava a Brancafora. Questa però era semplicemente un sentiero, impraticabile durante l'inverno per la sua pericolosità. Il collegamento con Passo Vezzena, e di lì con Asiago, era invece assicurato dalla vecchia strada che salendo lungo l'Eck (dosso, storica contrada del paese) portava verso Millegrobbe. La strada per Lavarone, quella che oggi è la principale via di collegamento con il fondovalle, fu realizzata solo tra il 1882 ed il 1885. Ai primi di questo secolo fu costruita la carrozzabile che da Monterovere conduce a Caldonazzo.

L'aspetto dei territori che circondano Luserna è fortemente segnato dalla mano dell'uomo. Vi si leggono i tentativi e gli sforzi compiuti da questa gente per recuperare ogni metro di terra. L'elemento architettonico più forte è la pietra, usata per realizzare campi e orti terrazzati che risolvono l'elevata pendenza di certi luoghi, consentendone lo sfruttamento e ampliando le risorse. Le zone più pianeggianti, segnate anch'esse da una fitta rete di mura a secco - questa volta per demarcarne la proprietà - erano invece utilizzate a pascolo.

I tratti caratteristici di questo territorio antropizzato di cogliere l'antico equilibrio tra prati, pascoli e boschi. Se ne ricava una realtà che va interpretata come il tentativo, di una società con chiare e definite radici culturali, di piegare un ambiente ostile.

Luserna è subito individuabile come una comunità di alta montagna e l'influenza dei suoi milletrecento metri di quota non è da sottovalutare. Nei mesi più freddi dell'anno a ciò si aggiunge anche il vento proveniente da nord, che non trovando ostacoli sul suo percorso, investe il paese. Per contro l'inclinazione a sud-ovest di questa grande terrazza calcarea, e la particolare ampiezza d'orizzonte rispetto alle montagne di fronte, fa si che l'insolazione sia la massima possibile. Per quanto riguarda le precipitazioni queste sono abbastanza buone, aggirandosi sui 1200 mm/annui. La vegetazione si caratterizza per essere costituita principalmente da boschi misti, con essenze legnose a foglia caduca e conifere. Particolarmente diffusi sono il faggio, l'abete - nelle varietà rosso e bianco - e il larice.

Tratto da C. Prezzi, La vita di allora: risorse e economia nella comunità germanofona di Luserna.

Stando ai resti pervenutici di antichi forni per la fusione del rame risalenti al 1200 a.C., il monte di Luserna risulta già abitato in età preistorica, ma circa l'origine e la consistenza di questi primi coloni ci è dato di sapere ben poco. Sicuri si è del fatto che in epoca medioevale la zona fu colonizzata da genti di origine tedesca, portati su questi monti principalmente per opera del Principe Vescovo di Trento Federico Vanga. In questo periodo il territorio montano compreso tra i fiumi Adige e Brenta, fino a quel momento in prevalenza disabitato, vide la nascita di piccole comunità rurali dedite al taglio del legname e alla pastorizia. Nei secoli, attorno ai primi masi crebbero dei villaggi e presero vita sempre nuove forme di stanzialità. Già nel XVII secolo la popolazione che abitava la grande area interessata da questa colonizzazione era arrivata ai 20 mila abitanti.

Gli antichi coloni, portarono in questi nuovi territori la propria lingua e le proprie millenarie tradizioni (ancora oggi nel paese si tramandano di generazione in generazione alcune leggende cimbre) e per secoli i loro usi, i costumi, ma in particolare la lingua (detta lingua cimbra appunto), affascinarono ed interessarono intellettuali ed esperti delle più diverse materie. Probabilmente spinti più da un'ideale romantico che da una attenta analisi, già dal Settecento alcuni studiosi iniziarono a pensare questo popolo di montanari come agli eredi degli antichi guerrieri Cimbri sconfitti dai romani nel 101 a.C. Alla luce dei più recenti studi linguistici, possiamo affermare che i cosiddetti "cimbri" sono in realtà i discendenti di popolazioni di lingua tedesca provenienti dalla Baviera e dal Tirolo settentrionale, scesi a sud delle Alpi nei periodi di carestia che seguirono l'anno Mille, approdando prima nell'area dei Sette Comuni Vicentini e poi progressivamente distribuitisi nell'area trentina degli Altipiani, in alcune valli laterali a quest'ultimi e nella Lessinia. Diversamente da quanto avvenuto altrove, la lingua cimbra, che corrisponde al medio-alto tedesco meridionale, si è mantenuta ancora viva a Luserna, dove la quasi totalità della popolazione (circa 90%, stando ai censimenti degli ultimi anni) parla ancora quella che è stata definita la più antica parlata periferica del dominio linguistico tedesco. Oggi il cimbro di Luserna è oggetto di approfondite indagini, soprattutto da parte di studiosi tedeschi, che possono praticare una sorta di "archeologia linguistica". Per meglio tutelare l'unicità culturale di questa comunità si sono mosse anche la Provincia Autonoma di Trento e la Regione Trentino – Alto Adige, promuovendo significativi interventi per la salvaguardia di ciò che è ritenuto un patrimonio di tutti. Tra questi, l'edizione settimanale di un telegiornale in lingua cimbra, "Zimbar Earde" (Terra Cimbra).

Il piccolo paese di Luserna viene citato per la prima volta in un documento il 24 gennaio 1442. Risulta, infatti, che un tale Ser Biagio vendette al Duca Federico, detto il Tasca Vuota (Duca d'Austria e Conte del Tirolo), i suoi quattro masi sul Monte di Luserna per 55 ducati d'oro. Dopo questo primo eccezionale documento, Luserna compare più volte negli scritti che vanno via via a delineare la storia degli altipiani. Già nel 1454 risulta che dei contadini di Lavarone si trasferirono, come livellari della Parrocchia di Santa Maria di Brancafora, sull'altopiano di Luserna. Alla fine del Cinquecento, in una relazione che il conte Francesco Caldogno preparò per la Serenissima Repubblica Veneta, Luserna viene descritta come un paesello con circa 40 fuochi, lungo più contrade e con un centinaio di anime. Successivamente, tra gli abitanti dell'Onoranda Vicinia di Luserna (come recita il documento dell'epoca) e quelli della Magnifica Comunità di Lavarone iniziarono delle dispute per i confini e per l'autonomia amministrativa, le quali portarono alla separazione delle due comunità il 4 agosto 1780.

Collocati lungo il confine meridionale dell'antica provincia austriaca del Tirolo, gli altipiani vennero a trovarsi in prima linea allo scoppio del primo grande conflitto mondiale (1915-1918). Fin dagli inizi del 1900 i rapporti diplomatici tra Regno d'Italia ed Impero Austroungarico erano diventati giorno dopo giorno più tesi in relazione del problema delle terre irredente e la possibilità di una pace duratura era irrimediabilmente compromessa. Ormai entrambi gli Stati pensavano all'eventualità di entrare in conflitto. Considerata l'importanza strategica di questa zona, possibile punto di sfondamento per raggiungere Trento, ben prima dello scoppio del conflitto iniziò la costruzione di una poderosa linea di fortezze. Gli Altipiani venivano ad essere il punto nodale di quella che fu la cintura difensiva di un immenso impero che stava cadendo sotto il proprio peso. Tra Folgaria e Vezzena furono erette sette fortezze, le quali rappresentavano il meglio della tecnica militare dell'epoca. Nei dintorni di Luserna vi sono molte testimonianze di questa "trincea d'acciaio": il complesso fortificato Campo Luserna (1549 m.s.m.), il forte Verle (1554 m s.l.m.) , l'Osservatorio Fortificato di Cima Vezzena (1908 m s.l.m.), il piccolo Cimitero Militare di Costalta e chilometri di solchi lasciati dalle vecchie Trincee.

Il Centro Documentazione Luserna, sito nel cuore del paese, ha ospitato due importanti mostre sul tema della Grande Guerra, nel 2006 e 2007. In occasione dell'ultimo evento è stato edito un interessante volume dal titolo "Dagli Altopiani a Caporetto. Von den Hochebenen nach Karfreit", autore Lorenzo Baratter, Direttore del Centro Documentazione Luserna - Documentationszentrum Lusérn. Durante il periodo estivo è possibile visitare il Forte Lusérn con una guida, telefonando al numero 0464-789638 oppure scrivendo all'indirizzo luserna@tin.it.

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Forte Belvedere Gschwent

Il Forte Belvedere

La fortezza austro-ungarica di Lavarone (in Trentino), meglio nota come Forte Belvedere Gschwent, (in ted. Werk Gschwent) sorge a quota 1.170 metri a sud della contrada Oseli su di uno sperone roccioso che si spinge verso la Valdastico e del Rio Torto, dominandone le testate. Il forte appartiene al grande sistema di fortificazioni austriache al confine italiano.

Progettista dell'Opera fu il Capitano di Stato Maggiore del Genio ing. Rudolf Schneider, il quale lo costruì a partire dal 1908 sotto la direzione del Genio militare di Trento e seguendo le indicazioni dell'Imperiale e Regio Ministero della guerra di Vienna.

Diversamente a gran parte delle fortezze del periodo, costruite ancora secondo modelli e schemi tradizionali, nella costruzione di Forte Belvedere il progettista Rudolf Schneider adottò soluzioni nuove e per certi aspetti sperimentali. Si nota subito come il forte non sia più concepito come una costruzione in cui tutto è raccolto in un unico complesso architettonico, bensì come un'opera articolata che si compone di diversi fortini per il combattimento ravvicinato, lontani uno dall'altro, in mezzo ai quali fu collocato il blocco della batteria per il combattimento a distanza. Dietro a questo vi è il corpo delle casematte con l'alloggiamento della truppa e i servizi; il tutto collegato a mezzo di corridoi e poterne (gallerie) in roccia.

I ripidi dirupi di roccia da ben tre lati conferivano a Forte Belvedere una naturale sicurezza rispetto agli assalti della fanteria nemica; inoltre lungo la linea frontale era stato scavato un profondo fossato e piantata una duplice fascia di reticolati (tutti battibili con mitragliatrici) e reticolati larghi dai 6 ai 12 metri, sempre battibili con mitragliatrici a tiro radente e incrociato, erano presenti pure nei fianchi e sul terreno di gola. Forte Belvedere poteva, quindi, dirsi praticamente inespugnabile nel senso pieno del termine. Concluso il 18 maggio del 1912, Forte Belvedere era costruito e collaudato per resistere anche ai bombardamenti più pesanti e rappresenta un'opera moderna e razionale dove il cemento ed il ferro sono stati sapientemente amalgamati con la roccia.

Per la costruzione del Forte era stata preventivata una spesa di un milione e mezzo di Corone austriache, cifra che a lavoro ultimato raggiunse circa i 2.000.000. A ciò andava aggiunto il costo dell'armamento, che si può stimare in circa 300.000 Corone.

Forte Belvedere, al pari di tutte le fortificazioni austriache più moderne, era un complesso destinato ad essere completamente autonomo, anche in caso di prolungato assedio. Era stato perciò dotato di tutte le attrezzature e dei servizi logistici tali da renderlo autosufficiente per un periodo di cento giorni, anche qualora i ripetuti bombardamenti avessero impedito un regolare rifornimento di viveri e munizioni.

L'armamento principale di Forte Belvedere era costituito da una batteria di tre obici da 10 cm di calibro, protetti da cupole corazzate girevoli in acciaio dello spessore di 250 mm. Sebbene il 10 cm risultasse piuttosto piccolo, si era preferito ai calibri maggiori per vari motivi pratici ed anche in considerazione del fatto che i Forti austriaci avevano una funzione prevalentemente difensiva. Un calibro relativamente piccolo, infatti, permetteva di accatastare una notevole riserva di munizioni e una relativa facilità di movimento. Inoltre, un calibro maggiore avrebbe comportato una perdita di solidità della cupola, che, per risultare stabile, si sarebbe dovuta riprogettare completamente e fabbricare di dimensioni maggiori.

A differenza delle altre fortificazioni dell'Altipiano, Forte Gschwent non aveva postazioni di combattimento armate con cannoni. Di contro, si preferì dotare la Fortezza con un consistente numero di postazioni di mitragliatrici Schwarzlose da 8 mm Mod. 07, armi ugualmente efficienti ma molto meno costose.

Il 24 maggio 1915, giorno della dichiarazione di guerra del Regno d'Italia all'Impero Austro-Ungarico, il presidio ufficiale di Forte Belvedere era così composto: 1 Comandante, 2 Ufficiali d'artiglieria, 1 Ufficiale di Fanteria, 1 Ufficiale Medico, 130 Sottufficiali e artiglieri, 50 Landesschützen; 8 telefonisti, 5 addetti alla sanità, 5 zappatori, 5 ordinanze (portaordini) e 5 attendenti.

Sebbene mai direttamente interessato dagli assalti della fanteria italiana, lungo tutto l'arco del primo anno di guerra Forte Belvedere subì bombardamenti molto intensi. Il fuoco dell'artiglieria nemica causò più volte notevoli danni alle strutture e fece anche delle vittime tra la guarnigione, non arrivando comunque mai all'intensità raggiunta dai bombardamenti contro Forte Campo Luserna e Forte Vezzena.

Il giorno 23 maggio 1915 alle ore 18, con la dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria-Ungheria, ebbero inizio le ostilità. Alle 5 del mattino del giorno seguente vennero sparati i primi colpi di cannone contro Forte Belvedere. Oltre ai cannoni dei Forti italiani Verena e Campolongo, le artiglierie italiane erano dislocate a Porta Manazzo, nei pressi di Cima Campomolon, al Passo della Vena e sul Monte Toraro.

Da parte austriaca, la sola artiglieria in campo nei primi giorni di guerra era costituita dalle batterie della cintura dei Forti, spesso troppo deboli. Senza la possibilità di controbattere all'azione italiana, solo la gran resistenza dei Forti ai bombardamenti garantì la tenuta della linea. Solo più tardi sarebbero entrati in azione il mortaio da 30,5 cm piazzato sul dosso di Costalta e gli altri grossi calibri.

Alla fine del conflitto, Forte Belvedere, alla stregua degli altri Forti degli Altipiani, divenne proprietà del demanio italiano. Negli anni venti, una linea di sette fortezze in perfetta efficienza stava lì, tra i pascoli e i boschi di queste montagne, a memoria di una guerra ancora troppo vicina per essere dimenticata.

Circa un decennio più tardi, però, una serie di eventi andarono a segnare in modo irrimediabile la storia di queste fortificazioni. Iniziavano quelli che spesso vengono ricordati come “gli anni del recupero”.In quegli anni il governo fascista aveva intrapreso la strada della politica coloniale e dell'autarchia, isolando l'Italia sul piano internazionale. Come immediata conseguenza sorsero subito problemi nell'approvvigionamento di quelle materie prime indispensabili all'industria nazionale.Per contenere almeno in minima parte la grave crisi dei rifornimenti all'industria siderurgica, si pensò anche alla demolizione delle opere corazzate della Prima guerra mondiale. Già alla metà degli anni trenta molti dei Forti degli Altipiani vennero minati per recuperare il ferro in essi contenuto. Questi edifici, prodigio della tecnica militare austriaca, furono ridotti così a cumuli informi di macerie. Forte Belvedere, diversamente dagli altri, si salvò dalla demolizione per intervento del re Vittorio Emanuele III che volle che almeno un forte rimanesse a perenne testimonianza della grande guerra per le generazioni future.

Con grande lungimiranza, negli anni sessanta la famiglia Osele acquistò il Forte al fine di sfruttarne la valenza turistica, dotandolo di un impianto di illuminazione e di tabelle indicative dei vari locali e rendendolo visitabile quale museo di se stesso.

Nel 1997 il Forte è stato acquistato dal Comune di Lavarone che, con il sostegno finanziario della Provincia Autonoma di Trento, ha immediatamente varato una serie di interventi di restauro e di valorizzazione del sito.

Forte Belvedere-Gschwent si presenta oggi al visitatore quale museo di se stesso e della Grande Guerra 1914-18. Il museo della fortezza si sviluppa nei tre piani della Caserma principale.

Il museo della fortezza è aperto e visitabile dal 1 aprile al 1 novembre, chiuso il lunedì (tranne luglio e agosto).

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Centa San Nicolò

Centa San Nicolò - Stemma

Centa San Nicolò è un comune di 619 abitanti della provincia di Trento.

Centa San Nicolò è uno dei più grandi comuni come estensione del territorio: non è infatti un unico agglomerato, come Vattaro, o Caldonazzo, ma un insieme di piccoli masi, piccole frazioni, che coprono tutto il versante orientale della Vigolana. La storia di Centa S.Nicolò affonda nelle radici della storia di Trento. Quando il Principe Vescovo Vanga fece chiamare, nel XII secolo, alcuni coloni Bavaresi, per tenere aperta una via commerciale tra Trento e gli Altipiani di Lavarone e Folgaria. Questi coloni fondarono il primo nucleo in un piccolo maso, ora inglobato da altri, e chiamarono questa loro abitazione col termine di "cinta" da cui poi derivò "Centa". Per "cinta" si intendeva la recinzione che proteggeva il maso e che lo difendeva da lupi, orsi ed altri sgraditi ospiti. Man mano che i secoli passarono, la strada si ampliò, venne fondato un vero e proprio paese e fu aperta anche la strada che porta a Caldonazzo: vari masi, tra cui Campregheri, la Strada e altri sorsero ai lati di questa strada, che tutt'oggi esiste ancora. La devozione al santo Nicola da Bari ebbe origine nel periodo della peste, quando l'intero paese chiese aiuto al santo e fu miracolosamente risparmiato dalla peste che flagellava l'Europa intera. Durante la prima guerra mondiale i tedeschi costruirono una strada sul fronte opposto della vallata, scavando nella nuda roccia, per collegare Caldonazzo agli altipiani. A proposito della prima guerra mondiale, narrano le storie popolari che i cannoni italiani installati sugli altipiani, i cui colpi rimbombavano per tutta la vallata, non riuscirono mai a colpire la ferrovia della valsugana, che collegava Trento a Padova. Ancora oggi in località Campregheri si possono trovare delle piccole fortificazioni risalenti alla prima guerra mondiale, come sparse qua e là su tutto il territorio comunale vi sono le tracce di numerose trincee.

La circoscrizione territoriale ha subito le seguenti modifiche: nel 1928 il comune viene soppresso e i suoi territori aggregati al comune di Caldonazzo; nel 1947 il comune viene ricostituito (Censimento 1936: pop. res. 777); nel 1988 aggregazione di territori staccati dai comuni di Caldonazzo, Calceranica al Lago e Vattaro (Censimento 1981: pop. res. 35).

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Folgaria

Folgaria (cimbro: Vielgereut) è un comune di 3.137 abitanti in provincia di Trento.

Nota stazione turistica estiva e invernale. Si posiziona alle falde meridionali del monte Cornetto (m 2060, Gruppo della Vigolana), sulla sponda destra del Rio Cavallo. Il Comune di Folgaria è composto di sette frazioni principali (Costa, Serrada, Guardia, Mezzomonte, San Sebastiano, Carbonare e Nosellari) a cui si aggiungono frazioni più piccole (Pont, Ondertol, Dori, Molino nuovo, Forreri, Ca nove, Molini, Peneri, Fontani, Scandelli, Sotto il soglio, Carpeneda, Mezzaselva, Erspameri, Francolini, Fondo grande, Fondo piccolo, Colpi, Nocchi, Perpruneri, Tezzeli, Morganti, Cùeli, Buse, Dazio, Prà di Sopra e Virti) sparse dalla valle del Rio Cavallo e all'alta valle dell'Astico (Buse).

Già nel XIII secolo l'altopiano di Folgaria era compreso nel feudo vescovile di Beseno, posto sotto il controllo diretto del Principe vescovo di Trento e quindi dell'imperatore d'Austria. Nel 1222 Folgaria appariva, tra le prime in Trentino, come una comunità di gente libera retta da propri organi amministrativi. Per questioni confinarie nel 1285 fece atto di sottomissione ai feudatari di Beseno, i Castelbarco, (nel 1315 la Comunità si dotò di un proprio statuto comunale, la Carta Ordinamentorurn) da cui si sottrasse nel XV secolo, 'concedendosi' alla Repubblica di Venezia la quale garantì 'l'autonomia totale e perpetua' dalla giurisdizione feudale del castello lagarino. Caduto nel 1510 il dominio di Venezia, Folgaria tornò alla Casa d'Austria: iniziò da quel momento la contesa con la famiglia Trapp desiderosa di reimporre la dipendenza feudale perduta. La lunga contesa con la comunità montana prese il nome di 'Causa Trappia', una controversia macchiata di delitti e violenze che durò oltre duecento anni. In uno scontro armato svoltosi a Carpeneda nel febbraio del 1593 rimasero sul terreno sette folgaretani. In ricordo di quel tragico evento fu eretto un capitello, ancora esistente, conosciuto come il "capitello delle sette vedove".

Ancora oggi il Comune di Folgaria si fregia dell'appellativo di Magnifica Comunità. Non è dato sapere a quando risalga la concessione vescovile dell'appellativo e delle relative norme di indipendenza e di autogoverno. In tal senso non esistono documenti (l'archivio comunale folgaretano è andato in gran parte disperso e distrutto durante la prima guerra mondiale). Si ritiene sia da far risalire al XII secolo, forse al 1111, a quei Patti Ghebardini che sancirono anche l'isituzione della Magnifica Comunità di Fiemme. Di certo si sa quando la Magnifica Comunità di Folgaria cessò di esistere: avvenne nel 1804 nell'ambito della riforma amministrativa e politica introdotta da Governo Bavarese. Di quelle antiche tradizioni di autonomia, di libertà e di autogoverno i Folgaretani vanno ancor oggi orgogliosi. La denominazione, utilizzata in via informale, appare a più riprese sugli edifici pubblici e sulla segnaletica toponomastica urbana.

Sul territorio comunale, come nei vicini comuni di Lavarone e Luserna, in vista della Grande Guerra (1914 - 1918) furono costruiti alcune fortificazioni austro-ungariche, come il Forte Dosso del Sommo (o forte di Serrada), il Forte Sommo Alto e il Forte Cherle.

Folgaria è tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione perché è stato insignito della Croce di Guerra al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.

L'attività partigiana fioriva verso il vicentino dove operavano le brigate Val Leogra, la Pasubiana e la Fortuna. In una operazione di rastrellamento, il 12 agosto 1944 a malga Zonta (Passo Coe) i nazifascisti sorpresero e fucilarono 14 partigiani e 3 malgari. Tra i caduti vi fu anche Bruno Viola, il marinaio, medaglia d'oro alla Resistenza. L'avvenimento viene commemorato il 15 agosto di ogni anno con la partecipazione ufficiale dei comuni dell'Alto Vicentino e di Folgaria.

Altro fatto accadde a Carbonare, ai fatti di Carbonare avvenuti il 28 aprile 1945 è stata l'intitolata la piazza del paese.

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Source : Wikipedia