Kaka

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Tags : kakà, calciatori, calcio, sport

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Kaká

Kaká durante il riscaldamento prima della partita di campionato Milan-Fiorentina del 6 maggio 2007.

Ricardo Izecson dos Santos Leite, meglio conosciuto come Kaká (IPA: /hiˈkaɾdʊ iˈzɛksõⁿ dʊs‿ˈsɐ̃ⁿtʊs ˈleɪ̯t͡ʃɪ/; Brasília, 22 aprile 1982), è un calciatore brasiliano, trequartista del Milan e della Nazionale brasiliana. Dal 2007, grazie alle radici italiane della moglie Caroline Celico, è anche cittadino italiano.

Nel novero dei giocatori di calcio più forti del mondo, nel 2007 ha vinto il Pallone d'oro, ambito premio istituito da France Football, e il FIFA World Player. Con il Milan ha conquistato uno scudetto, due Supercoppe europee, una Supercoppa italiana, una Champions League e una Coppa del Mondo per club, mentre con la Nazionale brasiliana ha vinto i Mondiali 2002 e la Confederations Cup 2005.

Dotato di ottima tecnica e visione di gioco, tra i suoi punti di forza spiccano la progressione palla al piede, che lo rende un eccellente contropiedista, e il dribbling, soprattutto in velocità. Giocatore completo, abile con entrambi i piedi, può giocare con profitto, oltre che nel ruolo a lui più congeniale di trequartista, anche come seconda punta, ruolo che ha più volte ricoperto nel Milan e in Nazionale, o come esterno destro. Realizza un buon numero di gol, benché non sia una prima punta, inserendosi tra i reparti e sfruttando il suo ottimo tiro dalla distanza. È anche un ottimo rigorista e uomo-assist.

Figlio di un ingegnere civile, Bosco Izecson Pereira Leite, e di un'insegnante di matematica, Simone Cristina dos Santos Leite, Kaká ha iniziato a giocare nel settore giovanile del San Paolo.

Al San Paolo lo hanno fatto allenare per irrobosturne il fisico che, gracile come era inizialmente, avrebbe potuto condizionare negativamente il giocatore e non fargli esprimere tutto il suo talento. Nell'ottobre 2000 è stato vittima di un incidente che ha rischiato di troncare bruscamente la sua carriera: ha sbattuto violentemente la testa sul fondo di una piscina e l'urto ha causato la frattura della sesta vertebra; solo per una circostanza fortunata ha scampato la paralisi. Kaká crede fermamente di essere stato graziato da Dio e per questo è nata la sua esultanza con le braccia tese al cielo e gli occhi rivolti verso l'alto.

Ha Debuttato in prima squadra il 12 gennaio 2001, a 18 anni. Il 7 marzo, in San Paolo-Botafogo 2-1, finale del Torneo Rio-San Paolo, ha segnato una doppietta. Nel 2001 ha giocato il suo primo campionato nazionale, totalizzando 27 partite e 12 gol.

Nell'anno successivo ha disputato un altro torneo Rio-San Paolo (7 reti e sconfitta in finale) e il campionato nazionale (22 partite, 9 gol).

Nel 2003 ha disputato il Campionato Paulista (10 presenze e 5 reti) e ha collezionato 10 partite e 2 gol nel campionato nazionale. In tutto con il San Paolo ha giocato 146 partite e segnato 58 gol.

Nell'estate 2003 è stato acquistato dal Milan per 8,5 milioni di euro su segnalazione di Leonardo. Pochi giorni dopo i rossoneri hanno vinto la Supercoppa europea. Ha Esordito in Serie A nella stagione 2003-2004 con la maglia numero 22, nella partita Ancona-Milan 0-2 del 1º settembre 2003. L'esordio nelle Coppe europee è avvenuto, invece, il 16 settembre, nella partita di Champions League contro l'Ajax a San Siro. Il 5 ottobre 2003 ha segnato nel derby il suo primo gol in maglia rossonera, siglando la rete del 2-0. Nel suo primo anno in Italia si è rivelato l'asso nella manica della compagine rossonera, segnando 10 reti in campionato e contribuendo alla vittoria dello scudetto, e 4 in Champions League, dove il Milan è uscito ai quarti di finale contro il Deportivo La Coruña.

Nella stagione seguente, dopo la vittoria in agosto della Supercoppa Italiana, ha messo a segno 7 reti in campionato e 2 in Champions League, realizzando uno dei cinque rigori calciati dal Milan nella finale di Istanbul persa contro il Liverpool.

Nella stagione 2005-2006 si è confermato uno dei talenti più limpidi del calcio mondiale. In occasione della partita di esordio dei rossoneri in Champions League, Milan-Fenerbahçe 3-1 del 13 settembre 2005, ha realizzato un gol pregevole, segnato dopo aver vinto un contrasto e superato in velocità tre avversari prima di infilare il portiere con un rasoterra da distanza ravvicinata.

Nella stagione 2006-2007 Kaká ha continuato a rendersi autore di prestazioni positive. Il 2 novembre ha realizzato la sua seconda tripletta in maglia rossonera (dopo quella al Chievo dell'anno precedente e prima in Champions League), nella vittoria per 4-1 contro l'Anderlecht. Pregevole è stata soprattutto la terza rete, con un tiro scoccato da circa 25 metri a girare sotto l'incrocio. Nelle ultime due partite dell'anno ha realizzato una doppietta nel 3-0 del Milan contro il Catania a San Siro e un gol su rigore nel 3-0 dei rossoneri sul campo dell'Udinese. In Champions League ha continuato a segnare gol importanti: dopo aver contribuito in maniera decisiva alla qualificazione del Milan ai quarti di finale, realizzando nei tempi supplementari il gol del definitivo 1-0 contro il Celtic, si è riprtuto trasformando un calcio di rigore nei quarti di finale di andata contro il Bayern Monaco (2-2 il risultato finale). Nella semifinale di andata contro il Manchester United all'Old Trafford ha segnato una doppietta e si è ripetuto nella gara di ritorno, realizzando il primo gol nel 3-0 dei rossoneri. Il 23 maggio 2007, vincendo la finale di Atene contro il Liverpool, ha conquistato la sua prima Champions League. Pur non essendo stata per lui la prestazione migliore del torneo, è stato Kaká a guadagnare la punizione battuta da Andrea Pirlo sulla quale Filippo Inzaghi ha segnato il gol dell'1-0, ed è stato ancora lui a fornire allo stesso Inzaghi l'assist per il provvisorio 2-0. Alla fine del torneo è risultato capocannoniere della Champions League 2006-2007 con 10 gol.

Il 31 agosto 2007 ha vinto la sua seconda Supercoppa europea, questa volta da titolare, ribadendo in rete di testa il rigore parato da Palop e che lui stesso si era procurato: è stato il gol del definitivo 3-1 contro il Siviglia, dedicato ad Antonio Puerta, giocatore della squadra andalusa scomparso pochi giorni prima. Nell'esordio in campionato al Ferraris di Genova contro il Genoa, Kaká ha realizzato una doppietta siglando la seconda e terza rete, quest'ultima su rigore, del 3-0 finale.

Il 2 dicembre 2007 gli è stato consegnato, a Parigi, il Pallone d'oro 2007, vinto con 444 voti precedendo Cristiano Ronaldo (277) e Lionel Messi (255). Il 16 dicembre 2007 ha vinto con il Milan la Coppa del Mondo per club, battendo il Boca Juniors per 4-2 in finale, dove Kaká ha siglato la rete del parziale 3-1. Il brasiliano è stato anche eletto miglior giocatore del torneo. Il giorno seguente ha ritirato a Zurigo il FIFA World Player, vinto con 1.047 preferenze precedendo Messi (504) e Cristiano Ronaldo (126).

Il 28 febbraio 2008 Kaká ha rinnovato il suo contratto con la società rossonera fino al 30 giugno 2013. Il 20 aprile 2008 ha segnato la sua seconda tripletta in campionato, terza con il Milan, contribuento al 5-1 finale contro la Reggina, realizzando due rigori e un gol con un tiro di piatto all'interno dell'area da posizione decentrata. Il 4 maggio 2008, segnado la seconda rete rossonera nel derby contro l'Inter, ha realizzato il suo 15° gol nel campionato di Serie A, record personale, e il 19° stagionale, eguagliando il proprio primato di marcature ottenuto nella stagione 2005-2006. Al termine della stagione, il 23 maggio 2008, si è operato al menisco del ginocchio sinistro per risolvere un problema che lo aveva costretto a saltare alcune gare con i rossoneri.

Nel gennaio 2009 il Manchester City ha avanzato un'offerta tra i 100 e 120 milioni di euro per l'acquisto del brasiliano, che è stata presa in considerazione dalla società rossonera, fatto che ha suscitato la proteste dei tifosi milanisti. Il 19 gennaio 2009, però, quando il passaggio di Kaká ai Citizens sembrava già definito, il giocatore ha rifiutato l'offerta per rimanere in rossonero.

Kaká ha esordito con la Nazionale brasiliana il 31 gennaio 2002 in Brasile-Bolivia 6-0. In maglia verdeoro ha disputato 57 partite e segnato 20 reti. A queste se ne aggiungono 10 con 7 gol nell'Under-23, con cui ha raggiunto la finale della Gold Cup 2003, e 5 partite con una rete nel Mondiale Under-20 del 2001.

Ha vinto i Mondiali 2002, giocando solo uno spezzone di Costa Rica-Brasile 2-5, ultima partita della fase a gironi. Nella prima partita del Brasile ai Mondiali 2006 Kaká ha segnato un gol con un pregevole tiro dalla distanza, rete che ha permesso ai brasiliani di battere la Croazia. Il Brasile è stato eliminato ai quarti di finale dalla Francia.

Dopo il Mondiale, il 3 settembre 2006, si è esibito in una giocata di alto tasso tecnico. Nell'amichevole Argentina-Brasile, partita in cui è stato autore di due assist, ha segnato uno dei gol più belli della propria carriera. Rubata palla a Messi, è partito palla al piede in prossimità del cerchio di centrocampo, si è involato verso l'area argentina, vanamente inseguito dallo stesso Messi, e ha infine depositato il pallone in rete con un preciso rasoterra dopo aver dribblato Gabriel Milito.

Nel giugno 2007 ha inviato una lettera alla Federcalcio brasiliana chiedendo di non essere convocato dal CT Dunga per la Coppa America 2007 svoltasi in Venezuela. Ha giustificato questa richiesta con la necessità di prendere un periodo di riposo, giacché nelle ultime tre stagioni è stato costantemente impegnato con la Nazionale e il Milan.

Il 17 ottobre 2007, dopo sette anni di assenza, il Brasile è ritornato a giocare al Maracanã, dove ha battuto per 5-0 l'Ecuador con Kaká autore di una doppietta. Il 15 ottobre 2008, prima della partita di qualificazione ai Mondiali 2010 Brasile-Colombia, Kaká ha lasciato il calco dei suoi piedi nella Hall of Fame del Maracanã.

Kaká è attualmente il più giovane Ambasciatore contro la fame del PAM, il programma alimentare mondiale dell'ONU.

Dopo aver ricevuto il premio di miglior giocatore della finale della Coppa del Mondo per club, il 16 dicembre 2007, ha annunciato per bocca di Adriano Galliani che avrebbe devoluto i 21 milioni di yen (circa 130.000 €) alla Fondazione Milan e al progetto dell'Holy Family Hospital di Nazaret.

Il 23 dicembre 2005, a San Paolo, di fronte a 600 invitati nella chiesa evangelica Renascer em Cristo, Kaká ha sposato Caroline Celico, allora diciottenne, dopo tre anni di fidanzamento. La coppia ha un figlio, Luca Celico Leite, nato il 10 giugno 2008.

In un'intervista per la tv brasiliana O Globo ha dichiarato di seguire un corso di teologia e che aspira a diventare pastore evangelico.

Da cristiano evangelico molto devoto, Kaká si è dichiarato felice di essere vergine al momento del matrimonio.

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Distretto di Kaka

Distretto di Kaka è un distretto situato nella Provincia di Ahal, in Turkmenistan.

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Storia dell'Associazione Calcio Milan

Calciatori del Milan in tournée a Chicago nell'estate 2006

Voce principale: Associazione Calcio Milan.

Questa pagina tratta la storia dell'Associazione Calcio Milan dal 1899 ai nostri giorni.

La sera di sabato 16 dicembre 1899 un gruppo di inglesi abituali frequentatori dell'American Bar e un gruppo di italiani clienti della Birreria Spaten si riunirono nella Fiaschetteria Toscana di via Berchet, nel centro di Milano, e costituirono il Milan Cricket and Foot-ball Club. Gli inglesi con la passione per il football, in voga nella nativa Inghilterra, erano Alfred Edwards (presidente), Barnett, Allison, Nathan, Davies e Herbert Kilpin. La fondazione del club fu resa pubblica due giorni più tardi, lunedì 18 dicembre, dalla Gazzetta dello Sport.

Edwards, già vice-console britannico a Milano e personaggio noto negli ambienti dell'alta società milanese, fu il primo presidente eletto del Milan. Inizialmente la società comprendeva una sezione di cricket affidata a Edward Berra e una sezione di calcio controllata da David Allison. Kilpin, primo allenatore e primo capitano della squadra, portò con sé una serie di mute (i completi di gioco) della squadra di cui era, oltremanica, acceso sostenitore. Da allora il Milan avrebbe vestito la classica maglia a strisce verticali di colore rosso-nero.

Nel gennaio 1900 il presidente Edwards affiliò il club alla Federazione Italiana Football. Da quel momento la squadra cominciò a guadagnare maggiore popolarità e prestigio. In aprile la squadra vinse la Medaglia del Re sconfiggendo la Juventus per 2-0. Il trofeo, messo in palio dal re Umberto I di Savoia, è il primo alloro del Milan, che riuscirà a riconquistarlo nei due anni successivi.

I rossoneri salirono presto alla ribalta delle cronache calcistiche italiane con la conquista del primo titolo nazionale nel 1901, interrompendo, così, la serie di vittorie consecutive del Genoa, sconfitto in finale per 3-0. La squadra guidata dal leggendario capitano Kilpin sarebbe stata sconfitta nella finale dell'anno dopo, ad opera dei genoani, e nel 1906 avrebbe ottenuto un altro successo. In quell'occasione sorse uno dei primi "casi" del calcio italiano: dopo il Girone Finale Milan e Juventus (campione d'Italia in carica) erano a pari punti, per cui fu necessaria una gara di finale. Si giocò a Torino sul campo dei bianconeri, in virtù della loro migliore differenza reti, ma il confronto terminò in parità (0-0) dopo i tempi supplementari. A quei tempi, non essendo previsti i tiri di rigore, si procedeva alla ripetizione della partita. La Federazione scelse il campo neutro dell'U.S. Milanese a Milano, ma i bianconeri in segno di protesta rinunciarono a giocare. Il Milan poté tuttavia sancire la legittimità del suo successo ripetendo l'exploit nel 1907, questa volta prevalendo nel Girone Finale sul Torino e sull'Andrea Doria.

Nel 1908, a seguito di dissidi interni riguardo alla necessità o meno di tesserare giocatori stranieri, un'ala della dirigenza si separò dalla società rossonera e il 9 marzo fondò una nuova società, chiamata Football Club Internazionale Milano. In quell'anno, come altre squadre, il Milan non partecipò al campionato nazionale. Nel campionato successivo, quello del 1909, vi partecipò con due giocatori stranieri in organico.

Il club sfiorò la vittoria dello scudetto nel 1911 e soprattutto nel 1912, quando terminò il campionato un punto dietro la Pro Vercelli nel Girone Ligure-Lombardo-Piemontese, precludendosi la possibilità di disputare una facile finale contro la modesta vincitrice del Girone Veneto-Emiliano.

Nel 1916 il Milan vinse la Coppa Federale, che in quell'anno sostituiva in qualche modo il campionato, sospeso a causa della prima guerra mondiale. Non si tratta, tuttavia, di un trofeo ufficialmente riconosciuto dalla FIGC come titolo italiano. Nelle stagioni seguenti la squadra si aggiudicò per due volte i campionati regionali, la seconda volta battendo l'Inter allo spareggio con uno storico 8-1, e nel 1919 si piazzò secondo, a due punti dal Legnano, ma davanti all'Inter, battuta in entrambi i derby, per 4-3 e 5-2.

Nel 1919 mutò la denominazione originale di Milan Football and Cricket Club in Milan Football Club.

Dopo i primi tre titoli seguì, sotto la presidenza di Piero Pirelli (il quale nel 1926 fece edificare lo Stadio di San Siro), un lungo periodo buio, in cui i rossoneri rimasero sempre in massima serie, seppur mantenendosi in zone di metà classifica e non andando mai oltre il terzo posto, ottenuto nel 1937-38 (a tre punti dall'Inter campione) e nel 1940-41. Da segnalare sono anche i quarti posti conseguiti nel 1931-32 e nel 1936-37. Al ricordo di questo periodo è legato il nome del grande attaccante Aldo Boffi, tre volte capocannoniere del campionato, l'arrivo di Giuseppe Meazza, l'esordio in Coppa Europa Centrale nel 1938, dopo l'esito sfortunato degli spareggi di ammissione del 1929 contro il Genoa (sconfitta al sorteggio dopo due pareggi), e, non ultima, la finale di Coppa Italia del 1941-42, persa contro la Juventus. Boffi e Meazza furono i primi calciatori capaci di vincere per tre volte la classifica dei marcatori della Serie A.

Nel 1936 la società mutò la denominazione in Milan Associazione Sportiva, mentre nel 1938 le autorità fasciste imposero l'italianizzazione del nome della società in Associazione Calcio Milano.

Dopo la seconda guerra mondiale la squadra tornò alla vecchia denominazione. Nacque così, nel 1945, l'Associazione Calcio Milan.

Nell'immediato secondo dopoguerra il Milan fu sempre fra le migliori tre squadre italiane, tranne che per il quarto posto del 1946-47, ottenendo per la prima volta il titolo simbolico di "campione d'inverno" nel 1947-48 e sfiorando più volte il successo, che sarebbe giunto nel 1951 dopo 44 anni di attesa. Per la prima volta i rossoneri cucirono sulle proprie maglie lo stemma che ancora oggi campeggia sulle divise di questa squadra.

Era il grande Milan degli anni cinquanta, quello dei tre svedesi del Gre-No-Li, di Tognon, Buffon, Annovazzi, Schiaffino, Bagnoli e Radice.

Gli anni cinquanta furono, difatti, un periodo d'oro per i rossoneri, che s'imposero vincendo due volte la prestigiosa Coppa Latina nel 1951 e nel 1956 e altri 3 campionati (1954-55, 1956-57 e 1958-59) grazie ai gol di Gunnar Nordahl, 5 volte capocannoniere e miglior marcatore del Milan di tutti i tempi, alla guida tattica di Nils Liedholm, prima a metà campo e poi come libero, e alla difesa arcigna guidata da Cesare Maldini. È da sottolineare che nell'arco di un decennio, dal 1947-48 al 1956-57, il Milan concluse sempre il campionato nei primi 3 posti. Risale a questo periodo il memorabile 7-1 inflitto alla Juventus sul suo campo, successo datato 5 febbraio 1950 (la sfida fu la prima gara italiana trasmessa in TV). Di questo periodo anche lo storico 8-0 rifilato in trasferta al Genoa nel campionato 1954-55. Questo risultato è a tutt'oggi il più ampio successo esterno in Serie A, al pari di un Venezia-Padova 0-8 del campionato 1949-50. Nel 1957-58 il Milan raggiunse per la prima volta in finale di Coppa dei Campioni, persa per 3-2 ai supplementari contro il grande Real Madrid, vincitore delle prime cinque edizioni consecutive del trofeo.

Dopo lo scudetto del 1958-1959 sotto la guida di "Gipo" Viani, il Milan vince l'ottavo titolo nel 1961-1962, con Nereo Rocco in panchina e un giovane Gianni Rivera in campo e grazie ai gol di Josè Altafini, capocannoniere del campionato insieme ad Aurelio Milani. Proprio le reti di Altafini porteranno la prima volta in Italia la Coppa dei Campioni, sollevata dal capitano Cesare Maldini e conquistata nel mitico stadio di Wembley nel 1963, dopo la vittoria per 2-1 nella finale contro il Benfica. Alla fine della stagione 1962-1963 Rocco si trasferisce al Torino.

Nello stesso anno i rossoneri perdono per 1-0 la Coppa Intercontinentale al termine della terza partita (la "bella") contro il Santos di Pelè giocata al Maracanã, essendosi andata e ritorno concluse con il punteggio di 4-2 per i rossoneri e per i brasiliani. L'argentino Brozzi, arbitro delle due partite giocate in Brasile, fu in seguito radiato dopo la scoperta della sua corruzione volta a favorire la squadra brasiliana. Ad allenare il Milan nella sfida contro il Santos è Luis Carniglia, che sostituisce temporaneamente Viani, tornato a guidare il Milan ma impossibilitato ad affrontare la trasferta in Sudamerica per un attacco di broncopolmonite. È questa l'ultima stagione con la presidenza di Andrea Rizzoli, che si dimette dopo nove anni al timone del club e dopo aver vinto 4 scudetti, una Coppa Latina, una Coppa dei Campioni e aver edificato in provincia di Varese il centro sportivo di Milanello, la nuova "casa" del club rossonero.

La squadra vive alcune stagioni opache prima del ritorno di Rocco, di nuovo sulla panchina del Diavolo dalla stagione 1967-1968. Nel campionato 1964-1965, a lungo in testa alla classifica, subisce una clamorosa rimonta dall'Inter di Herrera. Dal vantaggio di sette punti il Milan chiuderà secondo con tre punti di distacco. L'unico trofeo vinto in questo periodo è la prima Coppa Italia, battendo il Padova in finale 1-0 nel 1967.

Nonostante il predominio in campionato e in Europa dell'Inter di Helenio Herrera, il Milan di Rocco si dimostra una delle migliori squadre del tempo, costituendo un esempio cristallino del gioco all'italiana. Nel 1967-1968 torna a conquistare lo scudetto, il primo a 16 squadre del dopoguerra, con Pierino Prati capocannoniere, oltre alla Coppa delle Coppe, conquistata a spese dell'Amburgo SV grazie ad una doppietta di Kurt Hamrin nella finale giocata a Rotterdam. Nonostante Cesare Maldini sia passato al Torino al termine della stagione 1965-1966, è un Milan dotato ancora di una solida difesa, con "ragno nero" Fabio Cudicini fra i pali, difensori come Karl Heinz Schnellinger, Angelo Anquilletti, Roberto Rosato, di un centrocampo orchestrato dalla regia del capitano Gianni Rivera, all'epoca nel pieno della sua maturità calcistica, vincitore del Pallone d'oro nel 1969, con attaccanti di grande valore come Pierino Prati, Kurt Hamrin e Angelo Benedicto Sormani. Nel campionato successivo, quello del 1968-1969, dove il Milan giunge secondo appaiato al Cagliari, a quattro punti dalla Fiorentina campione, la squadra stabilisce un record tutt'ora imbattuto, quello del minor numero di reti subite in casa, appena due. L'impresa è stata poi eguagliata dal Como nel campionato 1984-85. In quella stagione arriverà la seconda Coppa dei Campioni (a Madrid 4-1 in finale all'Ajax). Nella stagione 1969-1970 il Milan conquista la sua prima Intercontinentale, sconfiggendo in una drammatica doppia finale gli argentini dell'Estudiantes (3-0; 1-2). Il Milan riesce a prevalere grazie al largo punteggio dell'andata, nonostante la partita di ritorno venga trasformata dagli argentini in una autentica caccia all'uomo, con vere aggressioni che costeranno la squalifica a vita al portiere della squadra argentina Alberto Poletti.

Nel 1968 nasce il primo magazine mensile interamente dedicato al club rossonero, dal nome Forza Milan!.

Negli anni settanta il Milan raccoglie ancora numerosi trofei, tra cui 3 Coppe Italia e la seconda Coppa delle Coppe. In campionato la squadra, in gran parte basata sull'organico che aveva vinto scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale nel biennio 1968-1969, all'inizio del decennio era ancora di grandissimo valore, come dimostra il fatto che si classificò per tre anni consecutivi (dal 1971 al 1973) al secondo posto, perdendo per un solo punto i campionati 1971-72 e 1972-73, sempre subendo brucianti rimonte. Fu così che il club rossonero si trovò a inseguire a lungo, per quasi tutto il decennio, lo "scudetto della stella" (cioè il decimo), perdendo nel 1972-1973 un campionato che sembrava già vinto con un'amara sconfitta a Verona. Lo smacco fu definito la "Fatal Verona".

Il decennio viene ricordato anche per il caos societario che vede alternarsi al vertice della società ben 7 presidenti in poco più di 10 anni. In questo stato, il Milan, fra il 1973 e il 1978, attraversa stagioni non esaltanti, con piazzamenti mediocri e al limite della salvezza. L'elemento caratterizzante di questo periodo è l'inseguimento del decimo scudetto che, dopo i tre campionati iniziali quasi in fotocopia, con altrettanti secondi posti in classifica, uno dietro l'Inter e due dietro la Juventus, sarà finalmente raggiunto nel 1979.

È nel corso di questi anni che si sviluppano sempre più i primi nuclei di tifo organizzato a supporto della squadra rossonera: i più celebri sono Fossa dei Leoni (nato nel 1968 e scioltosi nel 2005), Commandos Tigre (1967) e Brigate Rossonere (1975). Questi gruppi di tifosi si stabiliscono in modo permanente ad ogni partita disputata dal Milan nei vari settori della curva sud dello Stadio di San Siro.

Nella stagione 1970-1971 il Milan sfiora la conquista di scudetto e Coppa Italia, ma perde entrambi i trofei.

Durante il calciomercato estivo partono Sormani e Lodetti, e al loro posto arrivano Biasolo, Benetti, Villa e Zignoli. La squadra, guidata da Nereo Rocco e da Gianni Rivera, parte molto bene in campionato (vittoria a Torino contro la Juventus per 2-0 e nel derby per 3-0) e alla fine del girone d'andata è campione d'inverno. La prima sconfitta arriva con l'Inter alla 20^ giornata. Da quel momento i rossoneri sentono il fiato sul collo dei nerazzurri. Al 23° turno sono sconfitti (1-2) a San Siro dal Varese. La sconfitta segna il sorpasso dell'Inter, che conquista lo scudetto con 46 punti, sopravanzando il Milan di quattro lunghezze. La delusione si ripropone in Coppa Italia. Qualificatisi per il girone finale a quattro squadre, i rossoneri si classificano primi alla pari con il Torino. Nello spareggio di Genova, dopo lo 0-0 finale ai supplementari, i granata si aggiudicano il trofeo ai rigori. Il portiere del Torino è Luciano Castellini, che era soprannominato "il giaguaro" e tornerà a legare il suo nome a quello del Milan nel 1982, per un episodio molto strano, data la sicura affidabilità di Castellini nel ruolo di estremo difensore.

Durante la stagione 1970-1971 il Milan cambia il suo presidente: a Franco Carraro, che inizia la sua carriera nelle massime organizzazioni calcistiche, subentra dapprima il suo vice Federico Sordillo, quindi il petroliere spezzino Albino Buticchi.

Si ritira dai campi di gioco Giovanni Trapattoni, mentre arrivano Giuseppe Sabadini e Albertino Bigon a rinforzare la difesa e l'attacco. Il campionato vedrà ancora il Milan - sempre guidato in panchina da Nereo Rocco - piazzarsi secondo ad un punto appena dalla Juventus, non senza violente polemiche per un rigore assegnato contro i rossoneri a Cagliari il 12 marzo 1972 dall'arbitro Alberto Michelotti. L'unica conseguenza delle dichiarazioni avvelenate di Gianni Rivera sarà la squalifica del capitano.

In Coppa UEFA, denominazione assunta a partire da questa stagione dalla vecchia Coppa delle Fiere, il Milan arriva in semifinale, persa contro il Tottenham Hotspur (2-1 in Inghilterra e 1-1 a San Siro), poi vincitore del trofeo, dopo aver eliminato, tra le altre squadre, l'Herta Berlino e il Dundee. La vittoria arriva invece in Coppa Italia, per la seconda volta nella storia del club, il 5 luglio 1972, in una finale all'Olimpico di Roma contro il Napoli, vinta per 2-0 con rete di Roberto Rosato e autorete del napoletano Dino Panzanato. Nel corso della manifestazione il Milan aveva eliminato sia l'Inter che la Juventus fresca campione d'Italia.

La stagione 1972-1973 è una delle più soddisfacenti della storia rossonera. La squadra di Rocco, rinforzata in estate con l'arrivo dell'ala Luciano Chiarugi, parte alla grande in campionato, entusiasmando i tifosi grazie al suo gioco spettacolare e votato all'attacco. Alla fine saranno ben 65 le reti realizzate, con una media di più di 2 a partita. Nel corso dell'annata i rossoneri si rendono autori di alcune goleade, come il 9-3 inflitto all'Atalanta il 15 ottobre 1972, che costerà di fatto ai bergamaschi la retrocessione al termine del campionato per la differenza reti, chiuso a pari punti con Roma, Sampdoria e Vicenza. La partita contro l'Atalanta è, ancora oggi, quella con il record di reti segnate complessivamente in serie A.

Nella prima parte di campionato Rivera e compagni sono secondi alle spalle della Lazio di Tommaso Maestrelli, prima di ingaggiare un serrato duello a tre con i romani e la Juventus. In marzo il Milan sembra avere in pugno la vetta della classifica, avendo guadagnato tre punti di vantaggio sulle concorrenti, ma la sconfitta del 22 aprile all'Olimpico contro la Lazio rimette tutto in gioco. Si arriva così all'ultima giornata, il 20 maggio 1973, con il Milan avanti di un solo punto rispetto alle rivali.

Nel frattempo (16 maggio) i rossoneri, a conclusione di uno straordinario cammino, a Salonicco hanno conquistato la seconda Coppa delle Coppe grazie alla vittoria nella finale contro il Leeds United. Il gol di Chiarugi in apertura ha regalato al Milan il trofeo, però la dura battaglia contro gli inglesi si fa sentire nelle gambe dei calciatori nel successivo turno di campionato, l'ultimo, giocato quattro giorni dopo. Allo Stadio Marcantonio Bentegodi di Verona, malgrado i favori del pronostico, i rossoneri perdono malamente per 5-3 e lasciano così lo scudetto alla Juventus. La "Fatal Verona" (come fu soprannominato lo smacco subito) rappresenta una delle delusioni più cocenti della storia del Milan, da cui tutto l'ambiente rossonero farà fatica a riprendersi. Per Gianni Rivera arriverà comunque la soddisfazione di vincere la classifica marcatori, ennesimo successo personale della sua carriera, insieme a Giuseppe Savoldi e Paolo Pulici. La vittoria in contemporanea di tre giocatori del titolo di capocannoniere è un evento rimasto finora unico nella storia della serie A.

Un mese dopo il Milan mette in bacheca la sua terza Coppa Italia, vinta contro la Juventus dopo i calci di rigore.

Il 5-3 patito a Verona nella stagione appena passata continua a influenzare negativamente l'ambiente milanista nella stagione 1973-1974. Il contraccolpo psicologico della sconfitta a Verona è stato durissimo e la squadra, nonostante sia praticamente la stessa dell'anno precedente, dopo un buon avvio di campionato, accusa un crollo verticale nel girone di ritorno. Ad aprile il tecnico Nereo Rocco lascia la panchina del Milan dopo sette anni ed è sostituito da Trapattoni. I rossoneri chiudono il campionato con un deludente 7° posto.

A gennaio il Milan ha, intanto, preso parte, in qualità di detentore della Coppa delle Coppe, alla Supercoppa europea contro i campioni d'Europa dell'Ajax. I fortissimi lancieri di Johann Cruyff hanno rappresentato un ostacolo insormontabile per i rossoneri che, nonostante la vittoria a San Siro per 1-0, nel ritorno ad Amsterdam vengono travolti per 6-0 dallo squadrone di Rinus Michels.

In Coppa delle Coppe, invece, la situazione sembra volgere nuovamente per il meglio. I rossoneri di Trapattoni, infatti, arrivano nuovamente in finale, ma sul prato di Rotterdam i tedeschi orientali del Magdeburgo vincono per 2-0 e infliggono al Milan una nuova delusione.

Il presidente Buticchi decide di affidare la panchina a Gustavo Giagnoni, che passerà alla storia per il rapporto a dir poco burrascoso con Gianni Rivera.

La stagione 1974-1975 trascorre senza infamia né lode per i rossoneri, i quali alla fine ottengono un buon 5° posto, utile per l'accesso alla Coppa UEFA.

In Coppa Italia le cose vanno decisamente meglio: il Milan infatti supera il girone di semifinale a dispetto di Inter e Juventus e si qualifica per la finale di Roma contro la Fiorentina. Il 28 giugno, però, sul prato dell'Olimpico la squadra milanese, priva della stella Rivera, perde per 3-2, lasciando il trofeo ai viola.

Terminata la presidenza di Buticchi, il timone della società passa a Bruno Pardi, che a sua volta alla fine della stagione cederà le redini del club a Vittorio Duina. Nel caos societario, con lo stesso Gianni Rivera che pare voglia candidarsi al ruolo di presidente, la squadra, affidata all'esordiente Giovanni Trapattoni, disputa un grande campionato, arrivando, nel mese di aprile, persino ad insidiare le torinesi dominatori del campionato. I rossoneri chiudono il torneo con un soddisfacente 3° posto.

In Coppa UEFA il cammino è altrettanto buono, ma si chiude dopo un acceso doppio confronto con il Club Brugge nei quarti di finale, poi battuto in finale dal Liverpool.

Nel 1976-1977 il Milan, uscito enormemente indebolito dal mercato estivo in cui ha perso due elementi fondamentali come Romeo Benetti e Luciano Chiarugi, disputa una stagione in tono minore, culminata con l'esonero del tecnico Giuseppe Marchioro e il rischio della retrocessione in Serie B. A due giornate dalla fine, infatti, i rossoneri si trovano al terzultimo posto, prima che due vittorie contro Catanzaro e Cesena, con Nereo Rocco di nuovo in panchina nelle ultime due gare, scongiurino il pericolo. In questo campionato la squadra totalizza ben 17 pareggi in 30 partite, un record che sarà successivamente battuto dall'Udinese nel campionato 1982-83, con 20 pareggi.

In Coppa Italia il Diavolo giunge in finale a suon di gol. Il 3 luglio 1977, sul terreno di San Siro, i cugini dell'Inter vengono sconfitti per 2-0. È la quarta Coppa Italia della storia rossonera.

Grazie all'arrivo di Nils Liedholm in panchina e una politica societaria basata sui giovani e sul vivaio, la squadra riacquista freschezza e chiude con un brillante 4° posto il torneo 1977-1978, dopo aver trascorso metà campionato al vertice della classifica. Il 23 aprile 1978, a Verona, nella gara vinta per 2-1, esordisce in Serie A Franco Baresi, futura bandiera e capitano del Milan per ben due decenni.

L'agognato decimo scudetto, atteso undici anni, arriva nel 1978-1979, l'ultima stagione da calciatore per Gianni Rivera, che supera le 500 presenze in maglia rossonera e si ritira con la stella e il tricolore sulla maglia. Quasi come per un passaggio di testimone, Rivera chiude la sua carriera nello stesso anno in cui esordisce da titolare quello che sarà il nuovo uomo-simbolo del Milan, Franco Baresi. La formazione di Liedholm, parte subito bene conquistando 9 punti su 10 nelle prime 5 giornate. Dopo la battuta d'arresto alla sesta giornata contro i detentori della Juventus (0-1), il Milan inizia a marciare con grande continuità di rendimento fino a chiudere il girone d'andata in vetta. Nel girone di ritorno però i rossoneri calano di rendimento, arrivando con qualche patema all'appuntamento del derby: qui, in svantaggio per 2-0 a 10 minuti dalla fine, riescono a riagguantare il pareggio con due grandi reti di De Vecchi. In aprile, proprio quando sembra trovarsi nel momento di maggiore affanno, la squadra è attesa da i due scontri diretti, entrambi da giocare fuori casa. Ma nel momento decisivo la squadra di Liedholm riesce a ritrovare gioco e condizione. Alla venticinquesima e ventiseiesima giornata i rossoneri infatti ipotecano il tricolore uscendo imbattuti dal decisivo scontro diretto fuori casa contro l'ottimo Perugia di Castagner, e battendo la domenica successiva il Torino, che a lungo era stata la terza forza del campionato, per 3-0. La certezza matematica dello scudetto della stella arriverà poi alla penultima giornata nella gara casalinga contro il Bologna. La vittoria è degna di essere sottolineata ancor meglio considerando che il Perugia, rivale dei rossoneri per il titolo, chiuse il campionato imbattuto, prima tra le squadre italiane a riuscire in una simile impresa (eguagliata proprio dai rossoneri scudettati nel 1991-1992). In quella stagione il Milan, pur non avendo un grandissimo centravanti di ruolo (Stefano Chiodi segnerà pochi gol quasi esclusivamente su rigore), riuscì a primeggiare grazie alla sapiente ragnatela tattica organizzata dall'allenatore Niels Liedholm, che riuscì a trovare un buon equilibrio fra giocatori più anziani come Enrico Albertosi, Giorgio Morini, Aldo Bet, Alberto Bigon, lo stesso Gianni Rivera, e giovani emergenti come Franco Baresi, Walter Alfredo Novellino, Ruben Buriani, Fulvio Collovati, Walter De Vecchi. Un contributo preziosissimo venne anche dal terzino Aldo Maldera, che segnò ben 9 reti, fatto all'epoca particolarmente inusuale per un difensore.

A cavallo fra gli anni settanta e gli anni ottanta il Milan vive un periodo terribile, segnato da due retrocessioni in Serie B, le prime della storia rossonera, e da eventi spiacevoli (lo scandalo del Totonero). L'immagine della società milanese è seriamente danneggiata da questi accadimenti.

Nella stagione 1979-1980, a seguito allo Scandalo calcio-scommesse 1980 e malgrado il terzo posto finale (a cinque punti dall'Inter campione), la squadra viene retrocessa in Serie B. Le sentenze della giustizia sportiva (C.A.F.) prevedono: retrocessione del Milan in B (insieme alla Lazio); inibizione a vita per il presidente Felice Colombo; squalifiche ai calciatori Enrico Albertosi, Giorgio Morini e Stefano Chiodi, rispettivamente di 4 anni, 1 anno e 6 mesi. La partita incriminata era Milan-Lazio del 6 gennaio 1980 (vinta sul campo 2-1 dal Milan) e si scoprì successivamente, con l'indagine della magistratura ordinaria, che Felice Colombo aveva pagato le vincite sulle scommesse relative a quella partita con assegni. Ad incastrarlo furono le loro matrici. La giustizia ordinaria assolse tutti i protagonisti di quella vicenda, in quanto non ci fu truffa ai danni degli scommettitori.

Nel 1980-1981 la squadra risale in Serie A vincendo il campionato di Serie B (50 punti in 38 gare, con 18 vittorie, 14 pareggi, 6 sconfitte, 49 gol fatti, 29 gol subiti) , sotto la presidenza Morazzoni, con Roberto Antonelli capocannoniere del campionato. L'allenatore, come nella stagione precedente, è Massimo Giacomini. In campionato la squadra perde sei partite: due in casa contro Sampdoria e Pisa (entrambe per 0-1), quattro in trasferta contro Foggia (1-0), Pescara (1-0), Palermo (3-1) e Taranto (3-0), quest'ultimo retrocesso in C-1 al termine della stagione (era partito con una penalizzazione per via del Totonero). La sconfitta subita a Taranto fu la prima del Milan in serie B, il 7 dicembre 1980. I rossoneri batterono poi gli ionici per 4-0 nella partita di ritorno a Milano. In Coppa Italia, inserito nello stesso girone dell'Inter, contro cui perde 0-1, non supera la prima fase, come i nerazzurri. Le altre squadre del girone erano Avellino (che si qualificò per migliore differenza reti), Palermo e Catania. Il trofeo sarà vinto dalla Roma, dei futuri milanisti Agostino Di Bartolomei e Carlo Ancelotti, liberando un posto in zona UEFA per l'Inter, quarta alla fine del campionato. La Roma lo aveva concluso al secondo posto, a due punti dalla Juventus. A fine stagione la squadra partecipa al primo Mundialito per club, vinto dall'Inter.

Nel 1981 la società è ceduta a Giuseppe "Giussy" Farina, in carica dal 19 gennaio 1982 e già in precedenza presidente del Vicenza.

Nel 1981-82 retrocede nuovamente in Serie B, questa volta sul campo, a seguito di una stagione fallimentare (24 punti in 30 partite). Anche se all'ultima giornata la vittoria sul Cesena sembra aver momentaneamente risparmiato la nuova onta, in Napoli-Genoa, a cinque minuti dal termine, con i partenopei sicuri dell'ingresso in UEFA anche in caso di pareggio (avrebbero concluso il campionato a pari punti con l'Inter, ma davanti agli interisti per gli scontri diretti: Napoli-Inter 2-0 e 1-1), il portiere del Napoli, Luciano Castellini (in seguito a lungo nello staff tecnico dell'Inter), commette un errore (definito dallo stesso sito ufficiale del Genoa un "pasticciaccio brutto") che regala al Genoa il calcio d'angolo da cui nasce il gol del 2-2, di Mario Faccenda (tenuto in gioco da un difensore del Napoli), il quale sancisce, di fatto, la retrocessione del Milan. Questa seconda retrocessione in Serie B è l'unica sul campo in tutta la storia del Milan. A pesare sul rendimento negativo dei rossoneri fu anche l'assenza di Franco Baresi per quattro mesi, a causa di una malattia. Durante la sua assenza dal campo la squadra totalizzò 8 punti in 12 partite. Con lui ne fece 16 in 18 partite. In quel campionato molto deludente la squadra realizzò appena 21 reti in 30 partite (31 quelle subite), vincendo 7 partite, pareggiandone 10 e perdendone 13. Dei 10 pareggi 6 furono per 0-0, mentre delle 13 sconfitte 10 furono con un gol di scarto, e ben 6 per 1-0. Questa difficoltà nel trovare la via della rete fu dovuta anche alla cattiva stagione dello scozzese Joe Jordan, che realizzò solo 2 gol in 22 partite. Il migliore marcatore della squadra in campionato fu Roberto Antonelli, che realizzò 4 reti in 24 partite. L'acquisto di Jordan dal Manchester United fu perfezionato dopo un tentativo fallito di ingaggiare il brasiliano Zico, il quale, due anni dopo, sarebbe passato all'Udinese con ottimi risultati. Dopo la sconfitta interna contro l'Udinese (0-1), il 24 gennaio 1982 viene esonerato Luigi Radice e la squadra è affidata ad Italo Galbiati, il quale non riuscirà ad evitare la retrocessione. In quella stagione negativa il Milan fu sconfitto in entrambi i derby con l'Inter (0-1 e 1-2). Dopo la sconfitta subita a Como per 0-2 (i lariani chiuderanno all'ultimo posto con appena tre vittorie in tutto il campionato) e la durissima contestazione dei tifosi alla squadra, le due successive gare interne contro Ascoli (0-0) e Roma (1-2) furono disputate in campo neutro a Verona. Quattro giorni prima della retrocessione (il 12 maggio) la squadra vince la Mitropa Cup. La situazione di classifica, nelle posizioni di coda, prima dell'ultimo turno, era la seguente: Cagliari 24 punti, Genoa 24, Bologna 23, Milan 22, Como 16, quest'ultimo già retrocesso. Le partite in programma erano: Ascoli-Bologna, Cagliari-Fiorentina, Cesena-Milan, Napoli-Genoa. Ad Ascoli il Bologna, dopo essere passato in vantaggio, fu rimontato e sconfitto 2-1, retrocedendo in B per la prima volta. Nell'organico dei rossoblù petroniani ci fu l'esordio boom di un giovanissimo Roberto Mancini: l'ex tecnico interista esordì in campionato non ancora diciassettenne e realizzò nove reti in 30 partite. Nel penultimo turno di campionato, il 9 maggio, il Milan doveva affrontare il Torino in casa (i granata avevano in programma all'ultimo turno un confronto casalingo contro il già retrocesso Como). Lo 0-0 finale con i torinisti, (contro i quali aveva perso la gara d'andata al Comunale per un gol di Giuseppe Dossena al novantesimo) fu di fatto fatale ai rossoneri. Infatti le altre pericolanti vinsero tutte: il Bologna 3-1 in casa contro l'Inter, il Genoa 2-0 in casa contro il Catanzaro ed il Cagliari 4-1 ad Avellino. Questi risultati portarono il Milan all'ultimo turno con il rischio serio e concreto di retrocedere in B anche in caso di vittoria, come infatti avvenne. A Cesena il Milan rimontò da 0-2 a 3-2, ben sapendo che se Cagliari e/o Genoa non avessero perso sarebbe retrocesso. Da notare che il Milan era in vantaggio negli scontri diretti con entrambe le squadre, oltre che con il Bologna. Questi erano i risultati: Milan-Cagliari 1-0 ed 1-1, Milan-Genoa 0-0 e 2-1, Milan-Bologna 2-1 e 0-0. A Napoli, dove il Genoa chiuse il primo tempo in vantaggio, i padroni di casa ribaltarono il risultato nel corso del secondo tempo, portandosi sul 2-1, prima del 2-2 sopra descritto. A Cagliari, invece, la partita finì 0-0, con recriminazioni dei viola, in lotta con la Juventus per lo scudetto, per alcune decisioni arbitrali a loro sfavore, come una rete annullata alla Fiorentina per un dubbio fallo sul portiere. Nell'azione in questione l'attaccante fiorentino Daniel Ricardo Bertoni salta contrastato da due difensori cagliaritani con il portiere Roberto Corti che nell'uscita non riesce a colpire di pugno il pallone. L'arbitro di quella partita fu l'ex designatore Maurizio Mattei. I giocatori del club toscano protestarono a lungo con Mattei per la sua decisione e furono poi beffati dal rigore calciato da Liam Brady a Catanzaro ad un quarto d'ora dal termine. L'irlandese mostrò nella circostanza una professionalità esemplare, presentandosi sul dischetto nonostante la Juventus avesse già deciso di cederlo, per fare posto a Michel Platini. In Coppa Italia, come l'anno prima, la squadra è inserita nello stesso girone dell'Inter, da cui viene eliminata dopo il 2-2 subito all'ottantanovesimo nello scontro diretto. I nerazzurri vinceranno poi la competizione.

I calciatori rossoneri scesi in campo a Cesena il 16 maggio 1982 erano: Piotti; Tassotti; Maldera; Battistini; Minoia; Baresi; Romano (87° Venturi); Novellino; Jordan; Evani (75° Moro); Antonelli. Da segnalare la presenza in organico di Fulvio Collovati (che non disputò quella partita) e Franco Baresi, campioni del mondo in Spagna circa due mesi dopo, di Mauro Tassotti ed Alberigo Evani, protagonisti dei successi del Milan negli anni a venire, del capitano Aldo Maldera, campione d'Italia con la Roma l'anno successivo, e di Francesco Romano, campione d'Italia con il Napoli nel 1986-1987.

Nella stagione 1982-1983 il Milan, sotto la guida dell'allenatore Ilario Castagner, affronta il suo secondo campionato nella serie cadetta e lo vince senza fatica (54 punti in 38 gare, con 19 vittorie, 16 pareggi, 3 sconfitte, 77 gol fatti, 36 gol subiti). La squadra, durante l'estate, è stata rivoluzionata: di essa fanno già parte Franco Baresi, che a soli 22 anni è già un carismatico capitano, Mauro Tassotti, Alberigo Evani che saranno poi protagonisti delle grandi vittorie della squadra negli anni a venire; Walter Novellino, Aldo Maldera (ceduto alla Roma, con cui vincerà il campionato insieme all'ex nerazzurro Herbert Prohaska) , Roberto Antonelli, Fulvio Collovati (ceduto all'Inter, in cambio di Aldo Serena, Giancarlo Pasinato e Nazzareno Canuti) e Ruben Buriani sono ceduti; i nuovi arrivi di maggior rilievo sono Aldo Serena, Vinicio Verza ed Oscar Damiani. Si tratta di un gruppo molto giovane, che però vince agevolmente il campionato di Serie B, si fa onore e diverte sia nella Coppa Italia, dove sconfigge sia il Genoa che il Cagliari, che lo avevano condannato alla retrocessione nell'ultimo turno del campionato precedente con i loro pareggi, e viene successivamente eliminato dal Verona nei quarti, poi battuto in finale dalla Juventus, con due pareggi, sia nel secondo Mundialito per club, vinto dalla Juventus, reggendo il confronto con tutte le formazioni incontrate. Una delle poche note negative di quella stagione fu la sconfitta interna in campionato contro la Cavese (1-2), il 7 novembre 1982. La partita di ritorno, a Cava de' Tirreni, finì 2-2. Le altre sconfitte stagionali furono a Como (1-0) ed a Perugia (3-2) in campionato, a Torino contro la Juventus (2-1) nel girone eliminatorio di Coppa Italia. In campionato realizza 77 reti in 38 partite, un record per la serie B. Curiosità: il calciatore "simbolo" delle due stagioni del Milan in B è Sergio Battistini (in forza all'Inter dal 1990 al 1994), con 74 presenze e 16 reti complessive nei due campionati.

La stagione 1983-1984 è un'annata di transizione e di assestamento per la squadra dopo le sofferenze e gli scossoni del passato. Per il ritorno nella massima serie, il Milan si dà un nuovo assetto: arrivano l'anglo-giamaicano Luther Blissett, il belga Eric Gerets, Filippo Galli e Luciano Spinosi. È un torneo tranquillo e disputato in modo dignitoso, che il Milan chiude appaiato alla Sampdoria ed al Verona, all'ottavo posto per differenza reti ed al sesto per classifica avulsa (32 punti in 30 partite, 10 vittorie, 12 pareggi, 8 sconfitte, 37 gol fatti, 40 gol subiti). Questi i risultati degli scontri diretti: Milan-Verona 4-2 e 1-1, Milan-Sampdoria 2-1 e 1-1, Sampdoria-Verona 1-0 e 0-1. Verso la fine del torneo Castagner, reo di essersi già accordato da tempo con l'Inter in vista della successiva stagione, è sollevato dall'incarico e la squadra viene affidata ancora una volta ad Italo Galbiati. Buono il comportamento in Coppa Italia, dove i rossoneri si fermano ai quarti di finale dopo due gare combattute (1-1 all'Olimpico e 1-2 dopo i tempi supplementari a San Siro) con la forte Roma di Niels Liedholm, poi vincitrice del trofeo. Grazie al successo romanista contro il Verona si liberò un posto in zona UEFA per l'Inter, quarta al termine del campionato. All'epoca, infatti, a causa del pessimo rendimento dei club italiani in Coppa UEFA in quel periodo, i posti per partecipare a tale competizione erano solo due. I giallorossi avevano concluso il campionato al secondo posto, a due punti dalla Juventus ed erano stati sconfitti ai rigori dal Liverpool nella finale della Coppa dei Campioni giocata allo stadio Olimpico.

L'estate 1984 vede il presidente Farina impegnarsi attivamente alla costruzione di una squadra competitiva. Il presidente fa tornare il tecnico Nils Liedholm, reduce dai trionfi ottenuti con la Roma, ed acquista gli attaccanti Pietro Paolo Virdis e Mark Hateley, soprannominato Attila dai tifosi rossoneri. In più arrivano l'ottimo regista del Manchester United Ray Wilkins, il libero Di Bartolomei dalla Roma ed il portiere Terraneo. I rossoneri terminano la stagione con un 5° posto che garantisce l'accesso alla Coppa UEFA, davanti alla Juventus (con cui aveva concluso il campionato a pari punti, 36, ma fu davanti ai torinesi per gli scontri diretti: Milan-Juventus 3-2 e 1-1) e alla Roma, le due grandi di quegli anni, tornando dopo sei anni alla vittoria di un derby in campionato e raggiungendo la finale di Coppa Italia dopo aver eliminato il Napoli di Maradona, la Juventus campione d'Europa, e l'Inter. L'atto conclusivo della manifestazione vide i rossoneri perdere contro la Sampdoria, primo successo della società blucerchiata. È questa la stagione dell'esordio con il Milan di Paolo Maldini, avvenuto il 20 gennaio a Udine.

L'estate del 1985 vede l'acquisto dalla Juventus del campione del mondo e Pallone d'Oro 1982 Paolo Rossi, vecchio pallino del presidente Farina fin dai tempi del Vicenza, il quale va a formare con Virdis ed Hateley un trittico d'attacco molto valido. La squadra inizia bene la stagione in Coppa Italia e campionato, veleggiando per l'intero girone d'andata tra la 2a e la 3a posizione alle spalle della capolista Juventus. Ma, nonostante le premesse favorevoli, anche questa si rivelerà essere una stagione ricca di travagli societari. In dicembre, il presidente Giuseppe Farina, a seguito della sorprendente eliminazione in Coppa UEFA con i modesti belgi del Waregem, subìsce una dura contestazione dai tifosi. La situazione inizia a precipitare e, con l'avvento del nuovo anno, la Federazione riscontra una situazione economica molto pesante: la società è stracolma di debiti e rischia il fallimento se non arriva subito qualcuno a ripianarli. La Guardia di Finanza scopre in seguito che non sono stati versati i contributi IRPEF. Sono settimane di grande angoscia per i tifosi rossoneri, che rischiano di veder sparire la propria squadra dal calcio che conta.

Farina si dimette e si alternano varie cordate, fino a quando non diviene azionista di maggioranza della società il già noto imprenditore milanese Silvio Berlusconi, proprietario dell'azienda Fininvest, il quale, acquistata la società il 20 febbraio 1986 e divenutone presidente il 24 marzo, ripiana il deficit economico e si impegna da subito a costruire una grande squadra. Il nuovo presidente conferisce la funzione di amministratore delegato della società ad Adriano Galliani e si avvale di un organico dirigenziale che vede Ariedo Braida nelle vesti di direttore generale.

In campionato, però, la squadra accusa un calo nel finale e manca il piazzamento in Coppa UEFA. Nell'estate seguente il discorso d'apertura della stagione pronunciato da Berlusconi chiarisce i propositi della nuova dirigenza: "Dobbiamo diventare la squadra più forte del mondo con un gioco spettacolare".

In quell'anno si verifica una situazione particolare: Inter e Milan chiusero il campionato al sesto ed al settimo posto, divise da un punto, quindi fuori dalla zona UEFA e quindi dalle Coppe europee. La vittoria della Roma in Coppa Italia (così come era già avvenuto due e cinque anni prima) contro la Sampdoria consente all'Inter di entrare in Coppa UEFA ed evitare ad una delle due milanesi di restare fuori dalle Coppe europee della stagione successiva. Questa situazione, infatti, da quando esistono le Coppe Europee moderne, cioè dal 1955, non si è mai verificata: almeno una delle due squadre ha sempre giocato in Europa.

Con il nuovo proprietario il club rossonero vive in poco tempo una feconda ed entusiasmante rinascita, dal rischio concreto del fallimento al tetto del mondo.

In vista della stagione 1986-1987 Berlusconi avvia il ricambio della squadra. Vengono acquistati giocatori di valore come Roberto Donadoni, Daniele Massaro, Giovanni Galli, Giuseppe Galderisi e Dario Bonetti e così la caratura del club aumenta notevolmente. Ancora una volta guidata da Nils Liedholm, la squadra è autrice di buone prestazioni, ma anche di alti e bassi che non le consentono di decollare. A primavera perde posizioni, così lo svedese è esonerato e sostituito da Fabio Capello. Il giovane tecnico riesce a raddrizzare la stagione: prima conduce la squadra al quinto posto finale a pari merito con la Sampdoria, poi conquista la qualificazione alla Coppa UEFA battendo i blucerchiati a Torino in un sofferto spareggio (1-0 dopo i tempi supplementari). In Coppa Italia il Milan è sconfitto per ben due volte ed eliminato dal Parma, allenato da un tecnico emergente, Arrigo Sacchi. La stagione è da ricordare anche per la vittoria di Pietro Paolo Virdis del titolo di capocannoniere con 17 realizzazioni, a 14 anni dall'ultima affermazione di un milanista - Gianni Rivera - in tale graduatoria. A fine stagione la squadra vince il terzo Mundialito per club.

Nell'estate del 1987 Berlusconi affida l'incarico di allenatore al promettente Arrigo Sacchi, profeta di un calcio totale di ispirazione olandese basato su un pressing continuo, conquista degli spazi in campo, difesa a zona, perfetta tattica del fuorigioco. Il nuovo tecnico può contare su un organico giovane e di primissimo ordine: una difesa granitica, guidata dal capitano Franco Baresi e composta da Paolo Maldini, Alessandro Costacurta, in alternativa a Filippo Galli, e Mauro Tassotti; un portiere affidabile come Giovanni Galli, già al Milan nella stagione precedente; un centrocampo solidissimo formato da Roberto Donadoni, Angelo Colombo e Carlo Ancelotti; un attacco che annovera i due fuoriclasse olandesi Marco van Basten e Ruud Gullit, Pallone d'oro 1987, e l'italiano Pietro Paolo Virdis. Sebbene van Basten sia costretto a saltare quasi tutta la stagione per problemi alla caviglia, il Milan può fare affidamento su uno dei migliori organici del torneo, organico che gli consente di lottare alla pari in campionato con il Napoli di Diego Armando Maradona.

L'inizio del campionato non è dei più felici, la squadra ha bisogno di tempo per assimilare la mentalità e i nuovi schemi di Sacchi, e una serie di infortuni fra i titolari provoca un certo ritardo in classifica nelle prime giornate. Oltre a ciò, nel corso della stagione, alcune decisioni del giudice sportivo sembrano vanificare gli sforzi dei rossoneri, ma la squadra di giornata in giornata inizia a migliorare nel gioco e nei risultati, e la netta vittoria ottenuta il 3 gennaio 1988 a San Siro nello scontro diretto contro i partenopei (4-1) rappresenta la svolta decisiva. Da qui in avanti gli uomini di Sacchi non falliscono più e realizzano un'incredibile rimonta in classifica completandola con un nuovo successo sul Napoli (3-2), stavolta al San Paolo. Si laureano campioni d'Italia dopo la partita con il Como. In campionato la squadra perde sul campo solo la partita interna contro la Fiorentina (0-2), mentre quella con la Roma, vinta 1-0, diventa uno 0-2 a tavolino per un petardo che aveva colpito il portiere romanista Franco Tancredi, costringendolo ad abbandonare il campo. È l'undicesimo scudetto per il Diavolo, il primo dopo nove anni pieni di difficoltà. La soddisfazione per il titolo vendica le eliminazioni ai primi turni in Coppa Italia e in Coppa UEFA. In questa stagione si traccia la strada per un decennio di successi e nasce il gruppo degli Immortali di Arrigo Sacchi, probabilmente la squadra di club più forte di tutti i tempi, composta da veri fuoriclasse, alcuni dei quali, conclusa la carriera agonistica, sarebbero diventati allenatori di fama mondiale per conto dei più importanti club e Nazionali di calcio.

Nella stagione 1988-1989 ai due olandesi se ne aggiunge un terzo, Frank Rijkaard (fortemente voluto da Arrigo Sacchi), a spese dell'argentino Claudio Borghi, pupillo del presidente Silvio Berlusconi. A quasi quarant'anni di distanza dal leggendario Gre-No-Li si forma così un altro trio milanista di grandi attaccanti stranieri.

In questa stagione il Milan si rende protagonista in Coppa dei Campioni, sebbene le difficoltà non manchino. Nel ritorno del secondo turno contro la Stella Rossa Belgrado (l'andata a Milano era finita 1-1) sul campo scende una fitta nebbia, che induce l'arbitro tedesco Pauly a sospendere a norma di regolamento la partita dopo che, a visibilità già quasi nulla, gli slavi erano passati in vantaggio e Virdis era stato espulso. Da quel momento il Milan inanella una serie di risultati positivi, eliminando nell'ordine la Stella Rossa ai rigori nella ripetizione della gara (dopo un gol rossonero non visto dalla terna nonostante la palla fosse entrata di almeno mezzo metro), il Werder Brema (anche qui gol rossonero non visto, seppure molto meno evidente di quello con la Stella Rossa) e il Real Madrid. Contro gli spagnoli, dopo una partita dominata allo Stadio Santiago Bernabéu e caratterizzata da episodi sfortunati fra i quali un altro gol regolare annullato, i rossoneri sbaragliano le merengues con uno storico 5-0 a San Siro grazie ai gol di Ancelotti, Rijkaard, Gullit, van Basten e Donadoni, in quella che molti considerano la più bella partita mai giocata dal Milan. La finale del 24 maggio 1989 mette di fronte il Diavolo e i temibili rumeni della Steaua Bucarest, già campioni d'Europa nel 1986. Di fronte ai quasi centomila sostenitori rossoneri accorsi al Camp Nou di Barcellona il Milan annichilisce gli avversari per 4-0. La partita della squadra è magistrale tatticamente e tecnicamente: già in vantaggio per 3-0 alla fine del primo tempo grazie alla doppietta di Gullit e ad una rete di van Basten, i ragazzi di Sacchi arrotondano il risultato nella seconda frazione di gioco con un altro gol di van Basten e conquistano così la terza Coppa dei Campioni della storia del Milan, a venti anni di distanza dall'ultimo successo europeo. In quell'anno la squadra rossonera si aggiudica anche la prima Supercoppa Italiana, battendo per 3-1 la Sampdoria.

In campionato la partenza dei rossoneri è ottima, ma il Milan non sarà in grado di rimanere nella scia dell'Inter di Giovanni Trapattoni, che vincerà lo scudetto dopo un cammino da record. Il Diavolo giunge terzo alle spalle dei nerazzurri e del Napoli.

Nell'annata seguente il Milan sfiora il cosiddetto treble, ovvero la tripla vittoria di campionato, coppa nazionale e Coppa dei Campioni. Si conferma campione d'Europa (dopo aver sconfitto il Benfica per 1-0, gol di Rijkaard), vince Supercoppa europea (1-1 e 1-0 nel doppio confronto con il Barcellona) e si aggiudica anche la prestiogiosa Coppa Intercontinentale (superati i colombiani del Nacional Medellín per 1-0 con la rete di Alberigo Evani nei tempi supplementari), proclamandosi così la squadra campione del mondo dopo trent'anni esatti dalla sua prima volta.

Il campionato, che ad un certo punto pareva già vinto dai rossoneri, è conquistato con due punti di vantaggio dal Napoli, al termine di un testa a testa molto combattuto e caratterizzato da aspre polemiche. Alla 25a giornata, approfittando di un calo del Napoli capolista (5 punti in 6 gare), il Milan passa al comando della classifica. L'8 aprile 1990 i rossoneri sono bloccati sullo 0-0 dal Bologna al Dall'Ara come i partenopei, che terminano con lo stesso risultato il match contro l'Atalanta a Bergamo. Nel corso della partita del Napoli, però, una monetina colpisce dagli spalti Alemao, il quale, consigliato in tal senso, rinuncia a riprendere il gioco. Il giudice sportivo assegna così la vittoria al Napoli per 2-0 a tavolino, consentendogli di raggiungere il Milan in vetta alla graduatoria. Le due squadre proseguono a pari merito sino alla 33a giornata, in cui i rossoneri vanno k.o. 1-2 fuori casa in favore del Verona (che la settimana dopo, perdendo l'ultima partita di campionato, retrocederà in B), come nel 1973 (scudetto consegnato alla Juventus). La seconda "fatal Verona" della storia milanista si concretizza all'89° minuto, quando il gol-beffa del veronese Pellegrini decreta il sorpasso dei campani, che espugnano il campo del Bologna e si laureano campioni d'Italia prendendosi la rivincita rispetto a due anni prima. La partita del Bentegodi solleverà molte polemiche e sarà ricordata per le quattro espulsioni di Rijkaard, van Basten, Costacurta e Sacchi. Tre giorni dopo, il Milan perderà, in casa, anche la Coppa Italia (0-1 contro la Juventus), dopo lo 0-0 della finale di andata. L'annata è comunque positiva e viene ricordata anche per l'affermazione di Marco van Basten nella classifica dei cannonieri con 19 centri. L'olandese, protagonista con il Milan e la sua nazionale, che aveva guidato alla vittoria del campionato europeo, vince il Pallone d'oro nel 1988 e nel 1989.

Nel 1990-1991 arriva la terza Intercontinentale (3-0 ai paraguaiani dell'Olimpia Asunción) e la seconda Supercoppa europea, questa volta a spese della Sampdoria (1-1 e 2-0). In campionato il Milan si piazza secondo insieme all'Inter, a cinque punti dalla Sampdoria campione d'Italia. Il club rossonero, però, si rende protagonista di uno spiacevole episodio il 20 marzo 1991, nella partita di ritorno dei quarti di finale di Coppa dei Campioni, giocata a Marsiglia contro l'Olympique. Dopo che la partita di andata si era conclusa sul punteggio di 1-1, a pochi minuti dalla fine della gara di ritorno, con il Milan in svantaggio per 1-0, si spegne uno dei riflettori dello stadio. L'amministratore delegato Adriano Galliani fa uscire i giocatori dal campo in segno di protesta, motivando il gesto con l'impossibilità, a sua detta, di continuare a giocare per via della scarsa visibilità. Malgrado la funzionalità del riflettore sia poi ripristinata, il Milan non torna in campo. In seguito all'accaduto la società è poi squalificata per un anno dalle coppe europee per comportamento antisportivo.

In campionato i rossoneri ingaggiano un testa a testa con Inter e Sampdoria. Le sorti del Diavolo saranno decise dalle sconfitte proprio contro i doriani, vincitori alla fine del campionato, sia a San Siro per 1-0 sia a Marassi per 2-0. Il Milan giungerà, alla fine, secondo a pari punti con i nerazzurri e a cinque di distacco dai blucerchiati. In Coppa Italia i rossoneri sono eliminati in semifinale dalla Roma, che poi vincerà il trofeo.

Dopo quattro memorabili stagioni colme di successi, Arrigo Sacchi lascia la panchina del Milan per diventare Commissario tecnico della Nazionale italiana, poi vice Campione del mondo ai Mondiali di calcio del 1994.

Dal 1991 al 1996 il Milan conosce un altro ciclo vincente sotto la guida di Fabio Capello, che proseguirà la tradizione dei cosiddetti Invincibili.

Nel 1991-1992 la squadra è guidata da Fabio Capello, già sulla panchina rossonera nella stagione 1986-1987, quando era stato chiamato a sostituire Nils Liedholm a campionato in corso. Il tecnico friulano si fa conoscere sin da subito per le sue doti di grande motivatore. Il Milan, fuori dalle Coppe europee dopo la notte di Marsiglia, si concentra sul campionato e lo vince con autorevolezza. In testa alla classifica fin dall'inizio del torneo, guadagna il titolo d'inverno e conquista lo scudetto con un campionato da record, inaugurando un'epoca ricca di successi che porterà la squadra ad essere soprannominata Gli Invincibili. Oltre ai 56 punti guadagnati - con i due punti assegnati per vittoria - il Milan termina il torneo senza subire alcuna sconfitta. Solo il Perugia era riuscito, nel 1978-1979, in tale impresa, ma era giunto secondo, proprio alle spalle dei rossoneri. Prima dell'introduzione del girone unico (avvenuta nel 1929-1930), l'impresa di vincere un campionato senza subire sconfitte era riuscita al Genoa, nel 1922-23. Il Milan resta a tutt'oggi l'unica squadra italiana ad aver vinto lo scudetto conservando l'imbattibilità per tutto il campionato dall'introduzione della Serie A a girone unico. Sempre in quella stagione, i rossoneri segneranno ben 74 gol (alla media di oltre 2 gol a gara), concedendosi alcune goleade con squadre di livello, come nel caso del 5-0 al Napoli, del 5-1 ai campioni in carica della Sampdoria o dell'8-2 rifilato alla rivelazione della stagione, il Foggia. La stella olandese van Basten è capocannoniere con 25 realizzazioni, una quota che mancava nella Serie A da ben 26 anni, e vincerà il Pallone d'oro 1992. La Coppa Italia del Milan si ferma alle semifinali contro la Juventus, contro cui subisce l'unica sconfitta stagionale (0-1 a Torino nella gara di ritorno, dopo lo 0-0 dell'andata). Il trofeo sarà poi vinto dal Parma della famiglia Tanzi, proprietaria del club e dell'azienda Parmalat, primo storico successo della squadra emiliana.

Questo è l'ultimo anno di sponsorizzazione del gruppo assicurativo Mediolanum dopo cinque stagioni. Al suo posto subentra l'azienda alimentare Motta.

Dopo lo scudetto dei record del 1992 il Milan cambia volto. I rossoneri sono ora attesi anche sul grande palcoscenico continentale e vogliono tornarci da protagonisti. Durante la campagna acquisti estiva arrivano in società calciatori del calibro di Jean Pierre Papin, Zvonimir Boban, Dejan Savićević, Stefano Eranio, Fernando De Napoli e Gianluigi Lentini, vero tormentone del calcio-mercato, strappato al Torino. D'altra parte c'è da annoverare l'addio al calcio giocato di Carlo Ancelotti, punto fermo del centrocampo, che intraprende fin da subito la carriera di allenatore in qualità di vice di Arrigo Sacchi.

Nel 1992-1993 prosegue la marcia trionfale del Milan di Capello, capace di prolungare la striscia di partite senza sconfitte fino a 58 incontri (iniziata e conclusa contro il Parma) e di mettere in bacheca il 13° alloro nazionale, il secondo consecutivo, così come la seconda Supercoppa italiana (vinta per 2-0 sul Parma) nella storia del club. Ripetendo il cammino travolgente del precedente torneo, gli uomini di Fabio Capello vanno subito in testa e non si fanno più raggiungere. Dopo 13 giornate, il Milan perde van Basten a causa dei persistenti problemi fisici. Operato in Belgio all'indomani della quadripletta contro il Göteborg, il cigno di Utrecht rientrerà in campo solo 5 mesi più tardi. Vince il Pallone d'oro nel 1992, per la terza volta. È stato il terzo calciatore, dopo Cruijff e Platini, a riuscire nell'impresa. Laureatisi campione d'inverno, i rossoneri subiscono nel finale di torneo un risveglio dell'Inter, ma chiudono al comando con una giornata d'anticipo. In Coppa Italia il cammino si interrompe in semifinale contro la Roma. Il trofeo sarà poi vinto dal Torino dopo due combattute finali.

In campo continentale il Diavolo si conferma squadra di vertice vincendo 10 partite su 10, segnando 23 reti e subendone una sola. Nella finale di Monaco di Baviera i favori del pronostico sono per i ragazzi di Capello, che affrontano i francesi dell'Olympique Marsiglia. Contro le previsioni sono i transalpini a sollevare il trofeo grazie all'1-0, vanificando così l'ottimo cammino in Champions stabilito dal Milan prima di quella partita. Il match segnerà l'ultima apparizione su un campo di calcio del grande van Basten.

Poco meno di tredici anni più tardi, nel gennaio 2006, in una confessione alla stampa francese Jean Jacques Eydelie, ex centrocampista dell'Olympique Marsiglia campione d'Europa nel 1993, rivela che la squadra transalpina avrebbe usato sostanze dopanti prima della finale contro il Milan. La dichiarazione, seguita da smentite e querele da parte degli ex dirigenti e degli ex calciatori dell'Olympique, suscita un vespaio di polemiche e si fa strada l'ipotesi della revoca del trofeo al Marsiglia e della sua consegna al Milan, evento poi non verificatosi.

Anche la stagione 1993-1994 comincia con sostanziosi mutamenti del parco giocatori. Finita oramai l'era degli olandesi (Gullit e Rijkaard sono stati ceduti, van Basten è prossimo al ritiro dopo una serie di infortuni), dopo tredici anni lascia il Milan anche Alberigo Evani, mentre Gianluigi Lentini, vittima di un grave incidente automobilistico, è fuori squadra per tutta la stagione. Sono acquistati Brian Laudrup, Florin Răducioiu, Christian Panucci, Alessandro Orlando e, ad ottobre, Marcel Desailly. Quest'ultimo acquisto si rivela particolarmente importante per gli equilibri della squadra, poiché il francese svolgerà un ruolo di centrocampista arretrato che permetterà alla difesa una maggiore tranquillità e consentirà di compensare l'uscita di scena di Ancelotti. Marco Simone diventa stabilmente titolare e determinanti risultano le reti di Jean Pierre Papin, Pallone d'oro 1991, e di Daniele Massaro. Nonostante le molte difficoltà, al Milan riesce una delle stagioni più esaltanti della propria storia.

In Champions League riscatta la sconfitta contro l'Olympique Marsiglia patita nella finale dell'anno precedente, conquistando così il suo quinto titolo europeo nella finale di Atene, il 18 maggio 1994. Dopo un cammino sicuro nella competizione, gli uomini di Capello giungono alla finale contro il favorito Barcellona senza Baresi (infortunato) e Costacurta (squalificato), colonne della difesa. L'allenatore del Barça Johann Cruyff alla vigilia si dice sicuro della vittoria, ma saranno i rossoneri a dominare l'incontro, infliggendo ai catalani una severa lezione di calcio, un netto 4-0 (doppietta di Massaro e gol di Savicevic e Desailly) che rappresenta ancora oggi il maggiore scarto mai registrato in una finale di Coppa dei Campioni-Champions League. Quella contro il Barcellona è stata votata La partita del secolo del Milan dopo un sondaggio condotto tra i tifosi rossoneri. Unitamente al successo continentale il Milan sale sulla vetta nazionale per la quattordicesima volta nella sua storia, ottenendo il terzo scudetto consecutivo con due giornate d'anticipo. Il club rossonero supera così l'Inter per numero di scudetti conquistati, diventando la seconda squadra italiana per titoli nazionali vinti, alle spalle solo della Juventus. Il successo è accompagnato da altri numeri da record, fra cui ne spiccano due: quello del portiere Sebastiano Rossi, che al 40° minuto della partita di campionato contro il Foggia del 27 febbraio 1994 stabilisce il nuovo primato di imbattibilità per un portiere di Serie A (929 minuti, attuale primato italiano, battendo il precedente record di Dino Zoff del 1972) e quello relativo alle reti subite, 15 in 34 gare, la cifra più bassa mai registrata nei campionati a 18 squadre. Il Milan conquista poi la terza Supercoppa italiana a Washington a spese del Torino (1-0 con rete di Simone), ma non riuscirà poi a conquistare né la Supercoppa europea (contro il Parma) né la Coppa Intercontinentale (avversario il San Paolo), disputate al posto dello squalificato Olympique Marsiglia.

L'annata è comunque una delle più feconde della storia rossonera, se si pensa che il Milan del 1993-1994 e l'Inter del 1964-1965 sono le uniche squadre italiane ad aver vinto lo scudetto e la Coppa dei Campioni/Champions League nella stessa stagione.

L'era Capello continua con prestazioni che portano il Milan ad essere considerato una delle squadre più forti del periodo. Eppure anche nel 1994-1995 le difficoltà non mancano. L'inizio è favorevole: già ad agosto arriva il primo trofeo in bacheca, la quarta Supercoppa italiana vinta a scapito della Sampdoria ai rigori. L'inizio stagione vede il ritorno di Gullit dopo un'ottima annata con la maglia della Sampdoria. Il rapporto con Capello, già logoratosi due anni prima, sfocia nella definitiva cessione del tulipano nero alla squadra di Genova, nel novembre 94 dopo 9 presenze e quattro gol. Ancorché le premesse siano rosee, un campionato disputato in maniera non esaltante porta la squadra a classificarsi solamente al quarto posto, oltretutto la stagione viene macchiata dallo sconcertante comportamento di un tifoso, che durante la trasferta a Genova per la partita contro il Genoa Cricket and Football Club durante uno scontro tra le due tifoserie, uccide con una coltellata un supporter della squadra genovese.

Nel dicembre 1994 a Tokyo, contro gli argentini del Vélez Sarsfield allenati da Carlos Bianchi, i milanisti, favoriti dal pronostico, perdono la Coppa Intercontinentale. Il gruppo, però, dimostra grande tenacia e si riprende aggiudicandosi prima la Supercoppa europea, a febbraio 1995, contro l'Arsenal (0-0 ad Highbury e 2-0 al Meazza) e proseguendo il suo cammino in Champions League. Nella fase a gironi la squadra si piazza seconda nel proprio raggruppamento dietro il giovane Ajax di Louis van Gaal. Due sconfitte, entrambe opera dell'Ajax, e la squalifica del campo per un incidente di cui fu vittima il portiere avversario in Milan-Austria Salisburgo 3-0 (le ultime due partite furono disputate in campo neutro allo Stadio Nereo Rocco di Trieste) non impediscono ai milanisti di qualficarsi per gli ottavi di finale, dove superano il Benfica. In semifinale i rossoneri eliminano in scioltezza il Paris Saint-Germain del futuro rossonero George Weah, vincendo per 1-0 a Parigi con rete di Boban nei minuti di recupero dopo una pregevole azione di contropiede guidata da Savićević e Massaro, e per 2-0 a Milano con una doppietta di Savićević. Raggiungono, così, per la quinta volta in sette anni (terza consecutiva) la finale di UEFA Champions League. Al Prater di Vienna, il 24 maggio 1995, il Milan si presenta senza Savićević, acciaccato, e affronta ancora gli olandesi dell'Ajax, che vincono per 1-0 con un gol del futuro milanista Patrick Kluivert a cinque minuti dal termine.

Uno dei primi attori rossoneri della stagione è Marco Simone, autore di 17 gol in 30 presenze in campionato, che insieme ad un perfetto Savićević guida la squadra al quarto posto in campionato, nettamente condizionato da un girone di andata sotto tono, visti i numerosi infortuni e le assenze dettati dalla fatica del Mondiali statunitensi dell'estate precedente.

La stagione 1995-1996, l'ultima del ciclo di Capello, si apre con l'acquisto di Roberto Baggio, Pallone d'oro 1993, dalla Juventus e di George Weah, possente centravanti liberiano proveniente dal Paris Saint-Germain, Pallone d'oro, FIFA World Player e Calciatore africano dell'anno 1995. Marco van Basten invece, dopo più di due anni di inattività a causa dei noti problemi alla caviglia, decide di ritirarsi all'età di soli 30 anni. Sarà eletto "attaccante milanista del secolo" dai tifosi rossoneri nell'anno del centenario.

Guidato da Big George, autore di 11 reti, dal neo-acquisto Baggio ed ancora da Marco Simone, il Milan si insedia fin da subito in vetta alla classifica dopo la vittoria casalinga contro la Juventus alla sesta giornata. Chiude dunque la stagione con l'ennesimo trionfo, lo scudetto, il quarto in cinque anni e il quindicesimo per la società. Il campionato è ampiamente dominato: i rossoneri chiudono con 8 punti di vantaggio dalla Juventus e con la miglior difesa del torneo, concedendosi goleade come il 7-1 inflitto alla Cremonese. In Coppa UEFA, dopo un buon cammino, l'avventura del Milan finisce ai quarti con l'eliminazione per mano del Bordeaux di Zinedine Zidane e del futuro acquisto Christophe Dugarry. A fine stagione l'allenatore goriziano, ormai conteso dai più grandi club d'Europa, dedice di lasciare il Milan, mettendo fine ad una lunga serie di successi, fra i quali 4 titoli nazionali e una Champions League.

Questo è il primo anno di sponsorizzazione Opel subentrata a Motta, casa dolciaria presente sulla casacca rossonera nei due anni precedenti. Nel 1996 nasce il sito internet ufficiale del club rossonero: acmilan.com.

Tra il 1996 e il 1998, dopo un ciclo vincente a livello nazionale ed europeo durato ben dieci anni, il Milan conosce due stagioni di dispiaceri, conclusesi con pessimi piazzamenti in campionato (11° e 10° posto rispettivamente nelle stagioni 1996-1997 e 1997-1998) e una brusca eliminazione dalla Champions League 1996-1997. Alla base del fallimento ci sono acquisti e scelte tecniche sbagliate, ma anche la realtà di un ciclo ormai giunto al termine. Queste annate sanciscono un cambiamento epocale, spingendo la dirigenza a progettare una rifondazione pressoché totale della squadra.

Nell'estate 1996 il Milan affida la conduzione tecnica all'allenatore uruguaiano Oscar Tabárez, accolto con scetticismo da tifosi e critica. I nuovi acquisti – Christophe Dugarry, Edgar Davids, Michael Reiziger, Pietro Vierchowod, Jesper Blomqvist (da gennaio) ed il portiere Angelo Pagotto – si aggiungono ad un impianto già collaudato e sulla carta affidabile come quello composto dai campioni d'Italia dell'anno precedente: Franco Baresi, Dejan Savićević, Roberto Baggio, Mauro Tassotti, Sebastiano Rossi, Zvonimir Boban, George Weah, Paolo Maldini, Demetrio Albertini, Marco Simone, Alessandro Costacurta e Marcel Desailly. La squadra rimane sostanzialmente invariata rispetto alla stagione precedente, come testimonia l'esiguo numero di cessioni. Dei calciatori regolarmente impiegati nel campionato appena trascorso soltanto uno lascia il Milan: la bandiera Roberto Donadoni.

Nonostante possa presentare ancora una rosa ricca di stelle, dopo nove stagioni di successi ininterrotti la squadra vive una stagione di delusioni. Inizia male la stagione, perdendo a San Siro contro la Fiorentina (1-2) nella partita valevole per l'assegnazione della Supercoppa Italiana. Nei successivi incontri continua a stentare: il bilancio delle prime undici giornate di campionato è fallimentare. Il 1° dicembre 1996, a seguito della sconfitta in trasferta contro il Piacenza (3-2) nell'undicesima giornata del campionato 1996-1997, Tabárez è esonerato e sostituito da Arrigo Sacchi, di nuovo al timone della squadra rossonera dopo i successi di alcuni anni prima ed appena dimessosi dall'incarico di commissario tecnico della Nazionale italiana. L'avvento del nuovo allenatore non inverte comunque la tendenza negativa. Pochi giorni dopo il ritorno di Sacchi il Milan è eliminato dalla Champions League nella fase a gironi in virtù di una clamorosa sconfitta per 2-1 nella decisiva gara interna contro il Rosenborg, quando ai rossoneri bastava un pareggio per passare il turno. La fallimentare stagione rossonera proseguirà fino a maggio, accompagnata da una clamorosa sconfitta a San Siro contro la Juventus per 6-1 il 6 aprile 1997, cui seguirà, la settimana successiva, un 3-1 subito nel derby contro l'Inter. L'annata termina con un deludente 11° posto, ben distante da un piazzamento valido per l'ingresso in una competizione europea, con 11 vittorie e 13 sconfitte. In Coppa Italia la squadra viene eliminata ai quarti di finale dal Vicenza, poi vincitrice finale del trofeo, con due pareggi: 1-1 a San Siro e 0-0 al Menti. Alla fine della stagione lasciano il Milan Arrigo Sacchi e due storiche bandiere, il capitano Franco Baresi e il vice-capitano Mauro Tassotti, che danno l'addio al calcio rispettivamente dopo venti e diciassette anni in rossonero. Per la prima volta nella storia del calcio italiano, in onore del capitano Baresi, la società decide di ritirare la maglia numero 6.

Anche nel 1997-1998 il club di via Turati si affida ad un altro ex allenatore rossonero di successo, Capello, che nella stagione precedente aveva vinto la Liga con il Real Madrid. La campagna acquisti del Milan è decisamente più ricca dell'anno precedente: ad affiancare capitan Maldini e compagni arrivano Christian Ziege, Ibrahim Ba, Patrick Kluivert, Giampiero Maini, Massimo Taibi, Winston Bogarde, Maurizio Ganz (da dicembre), Jesper Blomqvist, Steinar Nilsen, Andreas Andersson, Leonardo, Filippo Maniero (quest'ultimo da gennaio) e ritorna Roberto Donadoni. Cionostante le soddisfazioni non arrivano e il Milan è artefice di un'altra annata molto al di sotto delle attese. La squadra, rivoluzionata e ricchissima di stranieri, fatica a trasformarsi in un gruppo solido; d'altro canto vi sono cessioni sbagliate, come quella di Edgar Davids, proveniente nel 1996 dall'Ajax e girato alla Juventus, di cui il giocatore diventa subito un elemento imprescindibile.

Come nell'anno precedente, ma questa volta libero da impegni europei, il Milan parte male, è incapace di esprimere un gioco e naviga in zone di medio-bassa classifica, senza mai riuscire a convincere e provocando a più riprese le contestazioni dei tifosi. Protrarrà il suo rendimento negativo fino alla fine della stagione, terminata al 10° posto con un bilancio di 11 vittorie e 12 sconfitte. L'esemplificazione dell'annata fallimentare è la sonora sconfitta (5-0) rimediata il 3 maggio 1998 contro la Roma all'Olimpico. In Coppa Italia, pur essendo capace di imporsi nettamente per 5-0 nell'andata dei quarti di finale nel derby contro l'Inter, la squadra perde in finale contro la Lazio: dopo la vittoria per 1-0 a San Siro, i rossoneri sono sconfitti per 3-1 all'Olimpico, con il futuro milanista Alessandro Nesta che sigla il terzo gol biancoceleste. A fine stagione il tecnico goriziano lascia la panchina rossonera, mentre la società si prepara a tentare una seconda rifondazione.

Nell'estate del 1998 la società avvia la cosiddetta rifondazione, affidando la panchina ad Alberto Zaccheroni, emergente tecnico reduce dalla positiva esperienza all'Udinese, che ha favorevolmente sorpreso appassionati ed esperti con il suo gioco offensivo e con lo spregiudicato modulo 3-4-3. Zaccheroni, Zac per i tifosi, porta con sé due giocatori che nella stagione precedente avevano ben figurato nell'Udinese: l'attaccante Oliver Bierhoff, capocannoniere dell'ultima stagione di Serie A, e il terzino di fascia destra Thomas Helveg. Sul fronte nuovi arrivati ci sono anche Roberto Ayala, Luigi Sala, Bruno N'Gotty, Federico Giunti ed Andres Guglielminpietro. Nella stagione 1998-1999, la prima sulla panchina del Milan, l'allenatore romagnolo pone le basi per un nuovo ciclo vincente con la conquista dello scudetto, con cui viene festeggiato il centenario della squadra. La formazione-tipo del Milan campione d'Italia è schierata secondo il modulo preferito da Zaccheroni, il 3-4-3: Abbiati; Sala, Costacurta, Maldini; Helveg, Albertini, Ambrosini, Guglielminpietro; Boban (Leonardo), Bierhoff, Weah.

In campionato il Milan, non impegnato nelle coppe europee, ha un andamento abbastanza costante, che lo vede in grado di competere senza problemi per l'obiettivo prefissato dalla società ad inizio stagione, il 4° posto utile per l'accesso in Champions League. Nell'ultima parte del campionato, tuttavia, la squadra di Zaccheroni riesce a inanellare ben sette vittorie consecutive, guadagnando 21 punti sui 21 disponibili. Grazie anche ai gol del centravanti tedesco Oliver Bierhoff (20), di Maurizio Ganz (solo 5 ma che fruttano ben 8 punti) e di George Weah (8) e complici alcuni passi falsi della Lazio di Eriksson, avanti sette punti a sette gare dal termine del campionato, i rossoneri riescono nell'impresa del sorpasso. La vittoria assume un'importanza ancora maggiore se si pensa che la Lazio era quasi unanimemente considerata la migliore squadra di quel torneo sul piano dei valori tecnici dei calciatori. Il sorpasso sulla formazione capitolina si compie alla penultima giornata (Fiorentina-Lazio 1-1, Milan-Empoli 4-0), mentre all'ultima il vantaggio è mantenuto grazie alla vittoria in trasferta per 2-1 contro il Perugia.

Di primario valore è da considerare l'apporto dato dal tecnico Alberto Zaccheroni alla conquista del 16° scudetto da parte del Milan. Pur non disponendo di giocatori di primissima qualità, l'allenatore romagnolo sa schierare una formazione equilibrata e determinata, che ha proprio in atleti non eccellenti sotto il profilo tecnico (Luigi Sala, Thomas Helveg, Andres Guglielminpietro) elementi fondamentali. Zaccheroni punta anche su giovani molto validi (Massimo Ambrosini, futura colonna della squadra, e Christian Abbiati) e sa sopperire egregiamente a svariati infortuni dei giocatori di maggiore talento e qualità.

Se il campionato si chiude con una gioia, in Coppa Italia il cammino dei rossoneri si interrompe ancora una volta contro la Lazio agli ottavi di finale (3-1 all'Olimpico e 1-1 a Milano).

A fine stagione, dopo aver vinto il suo sesto scudetto in dieci stagioni con la maglia rossonera, dà l'addio al calcio Roberto Donadoni.

Già nel maggio 1999 la società di via Turati raggiunge con la Dinamo Kiev un accordo per il trasferimento al Milan del giovane attaccante ucraino Andrij Ševčenko, una delle rivelazioni delle due stagioni europee precedenti e capocannoniere della Champions League 1997-1998. L'acquisto del giocatore si rivelerà una mossa azzeccatissima, tant'è che la punta ucraina, ribattezzata dai tifosi rossoneri Sheva, risulterà decisiva per le sorti della squadra per i successivi sette anni e, nel dicembre 2004, conquisterà anche il Pallone d'oro, sempre con la maglia rossonera. Altri arrivi sono quelli di Diego De Ascentis, José Antonio Chamot, José Mari, Taribo West, ma soprattutto di Gennaro Ivan Gattuso e Serginho. Proprio questi ultimi acquisti risulteranno due tra gli elementi più preziosi della squadra durante la stagione. Sul fronte delle partenze, invece, è da ricordare quella di George Weah il quale, sempre meno utilizzato dal tecnico Zaccheroni, decide di trasferirsi al Chelsea durante il calciomercato di gennaio.

Malgrado le ottime prestazioni di Sheva, il Milan non mantiene le aspettative. In agosto manca il primo obiettivo stagionale, la Supercoppa di Lega, persa contro il Parma al "Meazza". Nel proprio raggruppamento di Champions League vince solo una partita su sei (tre pareggi e due sconfitte). Nella gara decisiva contro i turchi del Galatasaray, pur trovandosi in vantaggio e ormai qualificato a tre minuti dalla fine, viene prima raggiunto e poi superato dai padroni di casa. È così eliminato già nel girone eliminatorio, che qualifica ai primi due posti Hertha Berlino e Chelsea. Sfugge anche il terzo posto in classifica, che viene conquistato dal Galatasaray, il quale è ammesso in Coppa UEFA 1999-2000 a scapito dei rossoneri (il club turco avrebbe poi vinto la manifestazione sotto la guida di Fatih Terim, futuro allenatore del Milan).

Il Diavolo chiude al terzo posto un campionato disputato a fasi alterne, a undici punti dalla Lazio campione, non riuscendo mai a inserirsi nella lotta al vertice tra i laziali e la Juventus, entrambi sconfitti dai rossoneri nel corso del torneo. La nota positiva è, come già accennato, Ševčenko, che con 24 gol vince la classifica marcatori al suo primo anno in Italia, impresa prima riuscita solo a Michel Platini. Il bilancio dei derby è di una vittoria e una sconfitta, sempre con il punteggio di 2-1. In Coppa Italia il Milan è eliminato ai quarti di finale dall'Inter (andata: Milan-Inter 2-3, ritorno: Inter-Milan 1-1), poi battuta in finale dalla Lazio, che avrebbe centrato, così, l'accoppiata campionato-coppa nazionale.

Il 16 dicembre 1999, in concomitanza con la celebrazione dei cento anni dalla fondazione del club, nasce Milan Channel, il primo canale televisivo tematico italiano interamente dedicato ad una squadra di calcio.

Anche la stagione 2000-2001 è insoddisfacente. Eppure le premesse sono buone: la rosa viene rafforzata dagli innesti di Nelson Dida, di giovani interessanti come Luca Saudati e Francesco Coco (prodotti del vivaio rossonero) e Gianni Comandini (capocannoniere del precedente campionato cadetto), del difensore brasiliano Roque Júnior, ma soprattutto dell'argentino Fernando Redondo, fresco campione d'Europa col Real Madrid e indiscusso talento, costretto, tuttavia, a scendere in campo in pochissime circostanze con il Milan perché perennemente afflitto da problemi fisici.

In agosto il Milan affronta e supera vittoriosamente il turno preliminare di Champions League contro i croati della Dinamo Zagabria, assicurandosi così l'accesso al tabellone principale. La squadra viaggia su buoni livelli in tutte le competizioni cui partecipa, con immutate possibilità di successo. Cionostante, in modo improvviso, da metà dicembre, il rendimento subisce un netto calo. Infatti, pur avendo iniziato alla grande il cammino in Champions League con le vittorie contro il Beşiktaş (4-1) e Barcellona (battuto per 2-0 al Camp Nou), in seguito la squadra non riesce ad esprimersi sui livelli alti che gli competono. In campionato non lotta mai per il titolo, mentre nella seconda fase della Champions, nelle prime cinque partite, ottiene solo una vittoria e tre pareggi. Nell'ultimo match giocato a marzo, costretto alla vittoria interna contro il Deportivo La Coruña, non va oltre l'1-1 ed è perciò estromesso dalla massima competizione europea per club. Svanisce così la grande possibilità di disputare la finale nel proprio stadio. L'eliminazione costa la panchina a Zaccheroni, che è sostituito da Cesare Maldini, vecchia gloria rossonera e padre di Paolo. Cesare Maldini è affiancato da un'altra vecchia gloria rossonera, Mauro Tassotti, che gli fa da vice. Maldini padre esordisce con un roboante 4-0 interno contro il Bari, ma non riesce a condurre la squadra al 4° posto, l'ultimo disponibile per l'accesso alla Champions League. Alla fine il Milan si piazza soltanto al 6° posto in Serie A, qualificandosi per la Coppa UEFA, ma si consola con lo storico trionfo nel derby in trasferta contro l'Inter, sconfitta per 6-0 l'11 maggio 2001 grazie alle doppiette di Comandini e Ševčenko (ancora autore di 24 reti in campionato) e ai gol di Federico Giunti e Serginho. È dalla nascita del campionato di Serie A a girone unico (stagione 1929-1930) che un derby di Milano non termina con uno scarto così ampio. Curiosamente Comandini con l'Inter segnò le uniche due reti di un campionato caratterizzato, sotto il profilo personale, da numerosi infortuni. Un evento simile era accaduto a Paolo Rossi nel 1985-86: anche lui segnò le uniche due reti in campionato in un derby contro l'Inter, finito 2-2. Il percorso in Coppa Italia dei rossoneri si ferma in semifinale, dove il Milan è eliminato dalla Fiorentina, poi vincitrice del trofeo (andata: Milan-Fiorentina 2-2, ritorno: Fiorentina-Milan 2-0).

Nell'estate 2001 la dirigenza di via Turati decide di puntare sull'allenatore turco Fatih Terim, nella stagione precedente alla Fiorentina. In rossonero arrivano campioni del calibro di Manuel Rui Costa e Filippo Inzaghi (pagati rispettivamente 80 e 75 miliardi di lire) ed elementi di sicuro valore come Javi Moreno e Cosmin Contra, che pochi mesi prima avevano condotto la sorpresa Alavés alla finale della Coppa UEFA, e il turco Ümit Davala, richiesto dal tecnico Terim. Nella lista dei nuovi compaiono anche Martin Laursen e gli ex interisti Andrea Pirlo (scambiato alla pari con Andrés Guglielminpietro) e Cristian Brocchi.

L'avvio è promettente, ma già a novembre il Milan si ritrova fuori dalle prime cinque posizioni della classifica della Serie A. A seguito della sconfitta in trasferta contro il Torino, il 4 novembre Terim è esonerato e sostituito da uno degli Immortali di Sacchi, Carlo Ancelotti, nuovamente in rossonero ma in qualità di allenatore. Malgrado la squadra sia falcidiata da una serie di infortuni (tra i quali quelli del capitano Maldini, di Inzaghi e di Ševčenko), l'allenatore emiliano riesce a guidare la squadra alla semifinale di Coppa UEFA, dove il Milan è eliminato dal Borussia Dortmund (seconda semifinale di sempre nella competizione). Nella partita di andata in Germania, che il Milan perde 4-0, tre delle quattro reti sono realizzate da Marcio Amoroso, il quale arriverà in rossonero alcuni anni dopo. In campionato, dopo un cammino altalenante e una stagione al quanto deludente per gli obiettivi prefissati dalla società, il Milan guadagna l'obiettivo che si è prefissato a stagione in corso: il 4° posto, risultato che dà l'accesso ai preliminari di Champions League. In Coppa Italia viene eliminato in semifinale dalla Juventus. Nel corso dell'annata la formazione titolare del Milan, schierata secondo il 4-3-1-2, è la seguente: Abbiati; Contra, Costacurta, Laursen, Kaladze; Gattuso, Albertini, Serginho; Rui Costa; Ševčenko, Inzaghi. Nell'ultima parte della stagione, però, il posto di Albertini è insediato da Pirlo, futuro punto di riferimento tattico della squadra, autore di ottime partite e di gol decisivi nel nuovo ruolo di centrocampista.

Nell'estate 2002 lascia il Milan Demetrio Albertini, storica colonna del centrocampo. Partono anche i due acquisti della stagione precedente, Javi Moreno e Contra, mentre arrivano tre giocatori a parametro zero: il fuoriclasse brasiliano Rivaldo, Pallone d'oro 1999, proveniente dal Barcellona, il centrocampista Clarence Seedorf, proveniente dall'Inter in uno scambio alla pari con Francesco Coco, e l'attaccante danese Jon Dahl Tomasson dal Feyenoord. Dalla Lazio è acquistato per 32 milioni di euro il forte difensore Alessandro Nesta.

Per il Milan la stagione 2002-2003 è quella della risurrezione dopo quattro anni senza successi. Come sottolineato da molti critici del settore, i rossoneri giocano un calcio molto spettacolare, basato sul possesso palla e sulla tecnica ed espresso nel miglior modo da un modulo innovativo ad albero di natale (il 4-3-2-1) ideato dall'allenatore Carlo Ancelotti per far convivere nella stessa formazione giocatori di alto spessore tecnico come Clarence Seedorf, Andrea Pirlo, Manuel Rui Costa e Rivaldo e per sopperire all'assenza dell'infortunato Ševčenko.

Il sistema di gioco dei rossoneri prevede una sorta di doppio trequartista, ruolo affidato al portoghese e al brasiliano, con Pirlo, dirottato in posizione più arretrata, che diventa sin da subito il fulcro dell'intera manovra. Schierato come regista davanti alla linea difensiva, l'ex calciatore dell'Inter è affiancato a centrocampo da un altro ex nerazzurro, Clarence Seedorf, talentuosa mezzala con compiti offensivi e abile negli inserimenti, e da Gattuso, carismatico interditore. Il Milan inoltre può contare su un reparto arretrato validissimo, che vede nel capitano Paolo Maldini e nell'acquisto più importante dell'estate, Alessandro Nesta, i suoi pilastri. L'attacco è affidato a Filippo Inzaghi mentre Andrij Ševčenko resterà fermo per buona parte dell'anno a causa di un grave infortunio ma verrà validamente sostituito da un altro nuovo arrivato: il danese Jon Dahl Tomasson. Altra pedina fondamentale dello scacchiere milanista è il portiere brasiliano Nelson Dida, divenuto titolare durante l'andata del preliminare contro lo Slovan Liberec per un infortunio di Christian Abbiati. L'estremo difensore, che aveva vissuto un'infelice e fugace esperienza al Milan nella stagione 2000-2001, dimostra un'ottima continuità di rendimento, continuando a distinguersi negli anni a venire.

Mentre in campionato, dopo un ottimo girone d'andata condotto stabilmente in testa (campione d'inverno), la squadra rallenta il passo perdendo diversi punti contro le piccole squadre e giungendo infine terza, in Coppa la squadra è artefice di un cammino decisamente più regolare. L'inizio, tuttavia, è caratterizzato da molte perplessità: ad agosto i ragazzi di Ancelotti guadagnano l'accesso al tabellone principale della manifestazione con molta fatica, eliminando lo Slovan Liberec nel terzo turno preliminare soltanto grazie al gol segnato in trasferta (vittoria 1-0 a San Siro e sconfitta 2-1 a Liberec). Nelle due fasi successive, però, i rossoneri stravincono i gironi in anticipo battendo anche avversari illustri come il Bayern Monaco e il Real Madrid. Nei quarti di finale il Milan trova l'Ajax. Dopo il pareggio 0-0 in Olanda nell'andata, nella partita di ritorno il risultato è fermo sul 2-2 (e quindi favorevole ai lanceri) fino all'ultimo minuto di gioco, quando un gol rocambolesco di Tomasson, che ribadisce in rete un pallonetto di Inzaghi, sancisce la qualificazione del Milan in virtù del 3-2 finale. La semifinale coincide con il primo derby di Milano nella storia della Coppa dei Campioni-Champions League. La prima partita, Milan-Inter, finisce 0-0, mentre nel ritorno, con il Milan in trasferta, il punteggio finale è di 1-1. Il Milan supera il turno in virtù del gol segnato fuori casa, anche se i due match si sono giocati entrambi a San Siro. In finale, il 28 maggio, i rossoneri sconfiggono ai calci di rigore la Juventus, rivale storica, nella prima finale della Coppa dei Campioni-Champions League con entrambe le contendenti italiane. La partita di Manchester, molto combattuta, termina a reti bianche dopo i tempi supplementari e viene decisa dal dischetto. Ai calci di rigore Dida para tre tiri, mentre Andrij Ševčenko realizza il rigore decisivo che consegna al Milan il trofeo. Paolo Maldini alza la Coppa dei Campioni da capitano e in Inghilterra così come fece suo padre Cesare esattamente quarant'anni prima. Tre giorni più tardi, a suggello di una stagione indimenticabile, arriva la vittoria della Coppa Italia, contro la Roma (4-1 e 2-2). Si tratta della quinta Coppa Italia per i rossoneri, la prima sotto la gestione di Berlusconi, a 26 anni dall'ultimo successo in tale competizione.

Il 2003-2004 vede il ritorno del Milan al predominio nazionale. La squadra campione d'Europa si presenta ai nastri di partenza della nuova stagione con i rinforzi Cafu, Giuseppe Pancaro e Kaká, giovane talento brasiliano proveniente dal San Paolo.

L'inizio di stagione è altalenante: battuta ai calci di rigore a New York dalla Juventus nella partita che assegna la Supercoppa Italiana, la squadra poche settimane dopo trionfa a Montecarlo nella Supercoppa europea contro il Porto, che poi vincerà la Champions League, grazie a un gol di Ševčenko. In campionato diventa ben presto protagonista, lottando ai vertici con la Juventus ma soprattutto con la Roma di Capello. A dicembre sfida a Tokyo gli argentini del Boca Juniors allenato da Carlos Bianchi per la Coppa Intercontinentale. La partita termina 1-1 dopo i tempi supplementari e si decide ai calci di rigore, dove i rossoneri perdono. Bianchi vince di nuovo l'Intercontinentale contro i rossoneri, così come aveva fatto con il Vélez Sarsfield nel 1994. Nello stesso mese per altro, il 21 dicembre, Silvio Berlusconi, allora presidente del consiglio dei ministri, è obbligato a lasciare la carica di presidente del Milan a seguito dell'approvazione di una legge disciplinante i conflitti d'interesse.

La stanchezza e la delusione successive alla sconfitta giapponese costano alla squadra un lieve appannamento, culminato nella prima sconfitta casalinga contro l'Udinese (2-1) prima della sosta natalizia. Il nuovo anno, però, inizia sotto i migliori auspici con il successo all'Olimpico contro la Roma (2-1 il 6 gennaio 2004), diretta concorrente per il titolo, vittoria che già a gennaio porta i rossoneri in cima alla classifica in modo definitivo. Nei mesi successivi il Milan mantiene il primo posto e il 2 maggio, battendo ancora la Roma a San Siro (1-0 con gol di Andrij Ševčenko), si laurea campione d'Italia per la diciassettesima volta e con due turni d'anticipo sulla fine del torneo, distanziando notevolmente la stessa formazione giallorossa e le altre pretendenti. La festa per lo scudetto si tiene all'ultima giornata, il 16 maggio 2004, in occasione di Milan-Brescia 4-2, partita che segna il congedo di Roberto Baggio dal calcio giocato.

A testimoniare l'egemonia milanista in campionato è il dato relativo agli scontri diretti con le concorrenti: i rossoneri vincono tre delle quattro gare disputate contro Roma e Juventus e completano l'opera con le vittorie nei derby di andata e ritorno contro l'Inter. La stella dell'annata è il neo-acquisto Kaká, formidabile uomo-chiave e già beniamino dei tifosi, eletto calciatore rivelazione della stagione. Altri artefici del successo sono Andrij Ševčenko (di nuovo capocannoniere della Serie A dopo quattro anni), Paolo Maldini, Alessandro Nesta, Andrea Pirlo, Gennaro Gattuso, Nelson Dida e Clarence Seedorf. Anche i nuovi acquisti Cafu e Giuseppe Pancaro, accolti con scetticismo, si rivelano protagonisti così come Massimo Ambrosini, spesso subentrante a partita in corso ma marcatore di reti importanti quali quella dell'1-0 in casa della Lazio.

Di tono decisamente minore si rivela la campagna europea del Milan rispetto alla precedente stagione. Dopo aver chiuso il primo turno al primo posto ed aver eliminato i cechi dello Sparta Praga (0-0 e 4-1) negli ottavi di finale, il Diavolo sembra lanciarsi verso una nuova semifinale grazie al 4-1 inflitto allo stadio Meazza agli spagnoli del Deportivo La Coruña. Tuttavia, due settimane più tardi, nel ritorno dei quarti di finale in Spagna, i rossoneri sono eliminati dopo una fragorosa e inopinata sconfitta per 4-0. In Coppa Italia la squadra di Ancelotti esce in semifinale contro la Lazio, poi vincitrice del trofeo.

Il 21 agosto 2004 i rossoneri battono la Lazio per 3-0 a San Siro e si aggiudicano la loro quinta Supercoppa di Lega, iniziando bene la stagione 2004-2005. Il Milan disputerà un'altra stagione di alto livello, giocata all'altezza della precedente ma conclusasi in modo infelice.

Il sistema tattico di Ancelotti, ampiamente collaudato, garantisce ancora risultati e spettacolo e i nuovi innesti Jaap Stam, Hernán Crespo e Vikash Dhorasoo ben si integrano nella rosa. In campionato il Milan, campione d'Italia in carica, gareggia a lungo con la Juventus. Il 18 dicembre 2004 i rossoneri dominano per larghi tratti lo scontro diretto del Delle Alpi, ma l'incontro si chiude sullo 0-0. A decidere le sorti del campionato sarà il secondo scontro diretto, giocato l'8 maggio a San Siro. I bianconeri si impongono con il risultato di 1-0 e mettono le mani sullo scudetto, titolo che sarà conquistato e poi revocato alla Juventus dopo lo scandalo del calcio italiano 2006. Alla fine sono sette i punti di distacco tra i rossoneri e il club torinese.

In Champions League conclude al primo posto il proprio raggruppamento. Di seguito elimina il Manchester United negli ottavi di finale (doppio 1-0), l'Inter nei quarti (successi per 2-0 in casa e 3-0 a tavolino nel ritorno) e il PSV Eindhoven in semifinale (vittoria per 2-0 a Milano e sconfitta per 3-1 al Philips Stadion). Il 25 maggio, nella finale di Istanbul, la decima nella storia rossonera, il Milan domina e chiude il primo tempo in vantaggio per 3-0 contro il Liverpool, grazie ad una rete di Maldini (gol più veloce in una finale di Champions League) e alla doppietta di Crespo. Nel secondo tempo, tuttavia, i rossoneri sono raggiunti sul 3-3 in soli 6 minuti. La gara procede ai tempi supplementari, dove il portiere polacco Jerzy Dudek compie un prodigioso salvataggio su un tiro ravvicinato di Ševčenko, e quindi ai calci di rigore, dove il Milan fallisce tre tiri dal dischetto, di cui l'ultimo, decisivo, proprio con l'attaccante ucraino. La Champions League è sollevata dalla squadra inglese.

A dicembre Andrij Ševčenko è eletto Pallone d'oro 2004.

Partito Tomasson, nell'estate 2005 il Milan ingaggia il giovane attaccante Alberto Gilardino, secondo nella classifica cannonieri dei due campionati precedenti con la maglia del Parma, l'esterno ceco Marek Jankulovski, il centrocampista svizzero Johann Vogel e il centravanti Christian Vieri, proveniente dall'Inter, poi ceduto a gennaio al Monaco e sostituito dal brasiliano Marcio Amoroso.

Il campionato di Serie A 2005-2006 è caratterizzato dal dominio della Juventus, mentre il Milan incappa in alcuni passi falsi, soprattutto in trasferta. In casa la squadra otterrà, invece, 18 vittorie e un pareggio (1-1 contro la Sampdoria dopo un errore del portiere Dida). Con questo rendimento nelle partite interne la squadra aveva eguagliato il record stabilito dal grande Torino nel campionato 1948-1949, con 18 vittorie e un pareggio in 19 partite. Tuttavia, dopo aver inflitto ai bianconeri la loro prima e unica sconfitta in campionato (3-1 a San Siro il 29 ottobre 2005), il gruppo di Ancelotti cresce di rendimento cammin facendo. In virtù di un propizio girone di ritorno (16 vittorie in 19 gare) riduce da 14 a 3 i punti di svantaggio sulla squadra piemontese, chiudendo il campionato a 88 punti. Anche questo scudetto verrà poi revocato ai bianconeri ed assegnato, a differenza dell'anno precedente, all'Inter a tavolino, terza classificata dopo i risultati del campo.

In Champions League il Milan è nuovamente protagonista. Dopo aver vinto il proprio girone con un punto di vantaggio sul PSV Eindhoven, l'8 marzo 2006 sconfigge il Bayern Monaco per 4-1 nel ritorno degli ottavi di finale di Champions League, eliminandolo dopo l'1-1 dell'Allianz Arena. Il club rossonero, così, diventa l'unica squadra europea ad aver partecipato ai quarti di finale della competizione in tutte le edizioni dal 2002-2003 al 2005-2006 (con 3 semifinali, 2 finali ed un successo), primato migliorato nella stagione seguente con l'ingresso alle semifinali, e poi alla vittoriosa finale, dell'edizione successiva della Champions League. Il club, quindi, riesce a confermarsi una delle potenze calcistiche continentali, consolidando il suo primato nella classifica della UEFA.

Ai quarti di finale il Milan estromette i francesi del Lione, pareggiando per 0-0 in Francia e battendo i transalpini per 3-1 a San Siro: sono decisive le reti nei minuti finali di Inzaghi e Ševčenko. Grazie a questo gol Ševčenko diventa il miglior marcatore di tutti i tempi della Champions League.

Il proposito rossonero di riscattare la sconfitta nella finale di Istanbul, però, si spegne in semifinale contro il Barcellona, poi vincitore del trofeo. Nella partita di andata a San Siro vincono i blaugrana per 1-0 (gol di Giuly, futuro romanista), mentre la partita ritorno al Camp Nou termina 0-0. Si tratta della seconda eliminazione del Milan in semifinale di Coppa dei Campioni-Champions League, dopo quella del 1956 subita a vantaggio del Real Madrid.

Nel maggio 2006 anche il Milan (oltre a Juventus, Lazio, e Fiorentina e altre squadre) è indagato nello scandalo di intercettazioni telefoniche che fanno presumere illeciti sportivi riguardanti la stagione 2004-2005. La società rossonera è condannata ad una penalizzazione di 44 punti da scontare nel campionato 2005-2006, con conseguente esclusione dalle coppe europee (anche se sarebbe stato ammesso in Coppa UEFA poiché l'Empoli, promosso nella competizione dopo lo scandalo, non aveva la licenza UEFA quindi non poteva qualificarsi per competizioni internazionali) e 15 punti di penalizzazione, poi ridotti, da scontare nel campionato 2006-2007. Vengono inoltre puniti il vicepresidente Adriano Galliani con l'inibizione per un anno e l'addetto agli arbitri Leonardo Meani con l'inibizione per 3 anni e 6 mesi. A seguito della prima sentenza, i rossoneri ricorrono in appello alla Corte Federale la quale, il 25 luglio, riduce la penalizzazione per il campionato 2005-2006 a 30 punti, scalando il Milan alla terza posizione e consentendogli così di partecipare alla Champions League 2006-2007, seppur dal terzo turno preliminare.

Il 15 giugno Sivio Berlusconi ritorna ad essere presidente del club, non ricoprendo più l'incarico di presidente del consiglio dei ministri.

Questo è anche l'ultimo anno di sponsorizzazione Opel. Al suo posto subentra l'azienda di scommesse Bwin.

Alla fine di maggio 2006 il Milan cede Manuel Rui Costa, il quale rescinde consensualmente il contratto per trasferirsi al Benfica, Jaap Stam, che torna in Olanda, e Andrij Ševčenko, passato al Chelsea. La clamorosa partenza dell'attaccante ucraino genera grande disappunto tra i tifosi e nella stessa dirigenza, che prende atto della volontà del calciatore di lasciare il Milan. Per la sua sostituzione la società ingaggia il brasiliano Ricardo Oliveira dal Betis Siviglia. Pochi giorni più tardi, il 15 giugno, l'assemblea dei soci elegge per acclamazione Silvio Berlusconi presidente del Milan dopo un'assenza che durava dal 28 dicembre 2004, a seguito delle dimissioni per il divieto posto dalla legge antitrust.

A Berlino, il 9 luglio, cinque giocatori del Milan (Inzaghi, Nesta, Pirlo, Gattuso e Gilardino) si laureano Campioni del mondo con la Nazionale italiana, vincendo in finale contro la Francia i Mondiali di calcio Germania 2006.

Alla metà di agosto del 2006 il Milan, nell'ambito del processo per lo scandalo del calcio italiano, viene nuovamente deferito dal procuratore Palazzi per responsabilità oggettiva. L'addetto agli arbitri Leonardo Meani è deferito per omessa denuncia riguardo a una presunta combine nella partita Arezzo-Salernitana della Serie B 2004-2005. Il 2 agosto la UEFA decide di ammettere con riserva il Milan al terzo turno preliminare della Champions League 2006-2007 contro la Stella Rossa. Superato abbastanza agevolmente il terzo turno preliminare (1-0 a San Siro e 2-1 a Belgrado), il Milan accede alla fase a gironi della competizione per l'ottava volta negli ultimi dieci anni.

Dopo un buon inizio in campionato, che consente alla squadra di azzerare rapidamente la penalizzazione di 8 punti, il gruppo attraversa tra ottobre e novembre un bimestre di crisi di gioco e di risultati, addebitabile, secondo pareri diffusi, alla mancata preparazione fisica estiva per via dell'improvviso obbligo di disputare il terzo turno preliminare di Champions League. In Champions League i rossoneri rendono meglio, imponendosi facilmente nel loro girone eliminatorio e conquistando con due turni d'anticipo il primo posto, conseguentemente, l'accesso agli ottavi di finale.

Nel nuovo anno il rendimento della squadra migliora. La dirigenza, criticata per non aver sostituito adeguatamente Ševčenko durante il calciomercato estivo, lasciando la squadra priva di un vero bomber, conclude in gennaio uno degli affari più importanti degli ultimi anni, portando in rossonero il fuoriclasse brasiliano Ronaldo, proveniente dal Real Madrid ed ex calciatore dell'Inter, oltre all'acquisto del campione del mondo Massimo Oddo, terzino prelevato dalla Lazio. Intanto Kakà si rivela sempre più uomo-chiave della squadra, apportando fra l'altro un fondamentale contributo in termini realizzativi come mai aveva fatto fino ad ora. Mentre in Coppa Italia è eliminato in semifinale dalla Roma, poi vincitrice della competizione, in ambito europeo il Milan prosegue il proprio cammino superando (0-0 e 1-0 a San Siro) il Celtic Glasgow negli ottavi di finale. Superato nei quarti il Bayern Monaco all'Allianz Arena dopo una grande prestazione (2-0), il Diavolo approda alle semifinali di Champions per la terza stagione consecutiva (quarta semifinale nelle ultime cinque stagioni). Qui, il Milan supera il Manchester United che, dopo aver avuto la meglio nella gara d'andata all'Old Trafford (3-2), viene nettamente sconfitto per 3-0 a San Siro nel ritorno. Il club rossonero conquista così l'accesso all'undicesima finale della propria storia in Coppa Campioni/Champions League, la terza negli ultimi cinque anni, confermandosi protagonista assoluto della competizione, secondo club europeo nella classifica delle finali disputate alle spalle del Real Madrid (dodici). Nella finale dello Stadio Olimpico di Atene, il 23 maggio, i rossoneri si ritrovano opposti al Liverpool, come nel 2005. A differenza della finale di Istanbul di due anni prima, questa volta a vincere è il Milan, che batte per 2-1 gli inglesi al termine di una partita equilibrata, in cui i rossoneri sanno sfruttare al meglio le occasioni da gol create. Alla doppietta di Filippo Inzaghi segue, nel finale, il gol del Liverpool con Dirk Kuijt, che non impedisce al capitano Paolo Maldini di sollevare nuovamente, a quattro anni di distanza, la sua quinta Coppa dei Campioni, la settima per il club di via Turati. Kakà si laurea inoltre capocannoniere del torneo con 10 gol.

In campionato, dove perde entrambi i derby a venticinque anni di distanza dall'ultima volta, il primo per 3-4 e il secondo per 2-1, il club raggiunge l'obiettivo minimo stagionale, il piazzamento tra le prime quattro, con due turni di anticipo. I rossoneri non riusciranno, sia per la penalizzazione per lo scandalo del calcio sia per propri demeriti, a tenere il passo record dell'Inter campione d'Italia, che distanzierà il Milan di 36 punti (compresi gli otto di penalizzazione).

Alla fine della stagione, all'età di 41 anni, si ritira dall'attività agonistica il vice-capitano Alessandro Costacurta, uno dei simboli storici della squadra degli ultimi venti anni. Il 13 maggio, nella gara contro il Catania, Paolo Maldini raggiunge le 600 presenze in Serie A, primo calciatore a toccare questa quota e con l'ottava finale di Coppa dei Campioni-Champions League eguaglia il record di finali disputate, stabilito precedentemente dallo spagnolo Francisco Gento con il Real Madrid.

Nell'estate 2007 tornano al Milan Ibrahim Ba, svincolato, e Digão (prima in prestito), fratello minore di Kaká. Dopo le cessioni di Oliveira (in prestito con diritto di riscatto al Real Saragozza) e Borriello (in comproprietà col Genoa) ed il ritiro di Alessandro Costacurta, che entra a far parte dello staff tecnico, vengono ingaggiati due brasiliani, il giovane e promettente attaccante Alexandre Pato, utilizzabile solo da gennaio o nel caso di amichevoli, e il centrocampista Emerson dal Real Madrid.

Il 31 agosto 2007, a Montecarlo, il Milan si aggiudica la Supercoppa europea, battendo per 3-1 in rimonta il Siviglia campione in carica. Viene così consolidato il record di vittorie in questa competizione: i 5 trofei (1989, 1990, 1994, 2003, 2007, tutti ottenuti dopo aver vinto una Coppa Campioni/Champions League) danno diritto al club di custodire per sempre nella bacheca la coppa ottenuta in versione originale per la prima volta. La partita si è disputata in un clima di commozione per la scomparsa del giocatore del Siviglia Antonio Puerta, alla cui memoria sono dedicati molti tributi e gesti di solidarietà come lo striscione Onore a Puerta, esposto dai tifosi del Milan, e la scelta dei giocatori stessi di avere il suo nome scritto sulla maglia; il Milan dedicherà poi il trofeo al giocatore andaluso.

Il 2 dicembre Kaká diventa il sesto calciatore del Milan a vincere il Pallone d'oro. Kaká succede a Gianni Rivera (1969), Ruud Gullit (1987), Marco van Basten (1988, 1989, 1992), George Weah (1995) e Andrij Ševčenko (2004). Alcune settimane più tardi riceverà anche il FIFA World Player.

Dal 7 al 16 dicembre i rossoneri partecipano alla Coppa del Mondo per club in programma in Giappone. Superata la semifinale giocata il 13 dicembre contro la squadra giapponese dell'Urawa Red Diamonds (1-0 con rete di Clarence Seedorf), in finale sconfiggono il Boca Juniors per 4–2, diventando la squadra più titolata a livello di trofei internazionali vinti (18). I gol del Milan sono realizzati da Inzaghi, autore di una doppietta, Nesta e Kaká, eletto giocatore della partita e miglior giocatore della competizione, precedendo il compagno di squadra Seedorf.

Come nell'anno precedente, il cammino del Milan in campionato non è brillante. Privo dell'infortunato Ronaldo (che rientrerà alla fine di novembre), nella prima parte del torneo prima della sosta natalizia occupa le posizioni di centro-classifica e non riesce a ottenere una vittoria in casa fino all'inizio del nuovo anno, eguagliando la propria peggiore striscia casalinga negativa, risalente ad 86 anni prima; fu solo nella partita dell'esordio ufficiale del giovane brasiliano Pato, contro il Napoli, che i rossoneri colsero il loro primo successo interno. Dalla ripresa del torneo il Milan torna a lottare con decisione per il quarto posto, mentre in Coppa Italia il Milan viene eliminato negli ottavi dal Catania (1-2 in casa, 1-1 in traserta). Le due reti rossonere sono messe a segno dal giovane Alberto Paloschi, il quale, nell'esordio in campionato contro il Siena a San Siro, il 10 febbraio, va a segno diciotto secondi dopo il suo ingresso in campo, stabilendo il nuovo record di realizzazione più veloce per un debuttante in Serie A.

Anche in Champions League i rossoneri, che a febbraio perdono nuovamente Ronaldo fino alla fine della stagione a causa di un terribile infortunio, sono eliminati negli ottavi di finale, per opera dell'Arsenal, che supera il turno vincendo per 0-2 a San Siro dopo lo 0-0 dell'andata all'Emirates Stadium di Londra. Per la quarta stagione consecutiva, la squadra campione d'Europa in carica viene eliminata negli ottavi. Il 7 febbraio il Milan è stato insignito dell'appena creato Badge of Honour FIFA, riconoscimento riservato alla formazione vincitrice nell'ultima edizione della Coppa del Mondo per club FIFA disputata. Il Milan avrà il diritto di sfoggiare la propria divisa impreziosita da tale badge fino al giorno della finale della Coppa del Mondo per club FIFA 2008. Il 16 febbraio, nell'anticipo di campionato contro il Parma, Paolo Maldini, subentrando a Marek Jankulovski, ha toccato lo storico traguardo delle 1000 partite ufficiali disputate in carriera.

Così come avvenuto già nel dicembre del 2004, l'8 maggio la carica di presidente del club torna vacante per via del nuovo incarico conferito a Silvio Berlusconi in qualità di presidente del consiglio dei ministri.

Nelle ultime giornate di campionato il Milan lotta con la Fiorentina per ottenere il quarto posto utile per la qualificazione ai preliminari di Champions League, ma senza riuscirvi. I rossoneri scavalcano i toscani il 4 maggio, sconfiggendo l'Inter per 2-1 e approfittando della sconfitta della Fiorentina in casa del Cagliari. Una settimana più tardi, però, nella penultima giornata, i viola superano nuovamente la squadra di Ancelotti, che perde per 3-1 sul terreno del Napoli. La situazione rimane invariata all'ultima giornata, in cui ambedue le formazioni vincono: il Milan per 4-1 contro l'Udinese e la Fiorentina per 1-0 contro il Torino. I rossoneri accedono, dunque, alla Coppa UEFA dopo sei stagioni consecutive in Champions League. La partita con l'Udinese segna il congedo di Cafu e di Serginho, all'ultima apparizione con la maglia del Milan.

Oltre a Cafu e Serginho, al termine della stagione lasciano il Milan anche Ibrahim Ba, Alberto Gilardino e l'infortunato Ronaldo. Valerio Fiori si ritira dall'attività professionistica ma resta in società come allenatore dei portieri. A queste partenze si aggiungeranno quelle di Yoann Gourcuff, Digão (entrambi ceduti in prestito), Dario Šimić, Alberto Paloschi (ceduto in comproprietà), Massimo Oddo (prestito), Cristian Brocchi. Sul fronte degli arrivi, dopo aver acquistato Gianluca Zambrotta e Mathieu Flamini, a metà luglio, al termine di una lunga trattativa con il Barcellona, il Milan ufficializza l'atteso acquisto del fuoriclasse brasiliano Ronaldinho. Tornano in organico il portiere Christian Abbiati, Luca Antonini, Marco Borriello e Andriy Shevchenko, cui si aggiunge il difensore Philippe Senderos (arrivato in prestito). Il 22 ottobre 2008 è stato ufficializzato il tesseramento di un altro fuoriclasse, l'inglese David Beckham, in prestito dai Los Angeles Galaxy dal 1° gennaio al 9 marzo 2009. A dicembre del 2008 è stato definito l'acquisto del brasiliano Thiago Silva, che verrà inserito nella rosa rossonera dalla stagione 2009-2010.

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Serie A

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La Serie A è il massimo livello professionistico del campionato italiano di calcio.

Organizzata dalla Lega Nazionale Professionisti, è uno dei più importanti e seguiti campionati calcistici del mondo, nonché il terzo più competitivo d'Europa secondo l'attuale ranking stilato dall'UEFA.

Vi partecipano attualmente 20 squadre che si affrontano a turno nel girone di andata (orientativamente disputato tra settembre e gennaio) e nel girone di ritorno (tra gennaio e maggio). Per ogni partita sono assegnati tre punti alla squadra vincitrice dell'incontro (a partire dalla stagione 1994-1995) e zero a quella sconfitta. In caso di pareggio è assegnato un punto a entrambe.

Alla fine della stagione la squadra prima classificata vince lo scudetto, un simbolo che fu introdotto per la prima volta nel 1924, e viene premiata con la Coppa campioni d'Italia, il trofeo ufficiale del campionato dalla stagione 1960-1961.

Le tre squadre piazzatesi sul podio accedono direttamente alla Champions League, mentre la quarta classificata acquista il diritto a giocarsi l'ultimo turno preliminare della massima competizione continentale; la quinta, la sesta e - se la vincitrice della Coppa Italia sia eleggibile per la Champions e l'altra finalista si qualifichi in qualsiasi delle due coppe europee, o in ogni caso se la vincitrice della coppa si piazzi in zona UEFA - la settima, disputano la Coppa UEFA, dal 2009 ridenominata UEFA Europa League.

Retrocedono invece in Serie B le ultime tre squadre classificate.

Nel 1958, da un’idea di Umberto Agnelli, fu deciso di assegnare la Stella d’Oro al Merito Sportivo ai club che avessero conquistato il campionato di Serie A per dieci volte. Tale simbolo è composto da una stella dorata a 5 punte la quale è indossata sulle maglie e divise dei club ai quali è stata assegnata. La Juventus, dopo la conquista del suo decimo scudetto nella stagione 1957-1958, fu la prima squadra italiana ed europea a fregiarsi sulla maglia di uno stemma commemorativo di un titolo vinto sul campo. La Vecchia Signora indossò poi una seconda stella dorata dopo la vittoria nel campionato 1981-1982.

Sebbene gli storici parlino di giochi assai simili al calcio risalenti al Medioevo, la storia del pallone moderno in Italia incominciò a fine Ottocento, a seguito degli intensi traffici commerciali con l'Inghilterra. Furono infatti le città portuali che videro nascere i primi Football Clubs, società prevalentemente calcistiche e formate in gran parte da soci britannici.

La più antica formazione italiana di cui si abbia notizia certa è il Genoa, fondato il 7 settembre 1893 (ma attivo gia' da alcuni anni prima ufficiosamente), anche se taluni sostengono che in tale data a Torino fosse già attivo un altro club, l'Internazionale Torino, di cui non si dispone però di un analogo atto fondativo. L'ultimo decennio dell'Ottocento vide poi nascere molte altre squadre: la Torinese nel 1894, l'Udinese nel 1896, la Juventus nel 1897, l'Ascoli e la Vis Pesaro nel 1898, e il Milan nel 1899.

Nonostante i pionieri del nuovo sport fossero diffusi in tutto il Paese, era solo nel Nordovest che si aveva una concentrazione di società tali da poter formare uno stabile torneo. La Federazione Italiana di Football fu fondata a Torino il 16 marzo 1898, e subito organizzò il primo campionato italiano che fu vinto proprio dai genoani.

Sia il primo torneo, chiusosi addirittura in una sola giornata, sia i successivi, erano strutturati su un sistema ad eliminazione diretta sul modello della Coppa d'Inghilterra. A partire dal 1900 a primi turni erano a carattere regionale seguivano, in caso di qualificazione, le semifinali e le finali nazionali, queste ultime congiurate come l'atto conclusivo della manifestazione a cui accedevano due sole squadre. In questo periodo, visto l'esito delle amichevoli, solo tre regioni potevano schierare squadre in grado di combattersi piuttosto equilibratamente: il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, mentre le formazioni delle altre regioni anche nelle amichevoli rimediavano sistematicamente pesanti sconfitte da squadre del Nordovest anche non di primo piano.

Il Genoa fu indiscutibilmente la prima Grande del calcio italiano, aggiudicandosi i primi tre tornei. Fu il Milan, capitanato da Herbert Kilpin, la prima avversaria a riuscire a fermare la corsa degli assi genovesi, aggiudicandosi il titolo del 1901. I genoani, che nel frattempo adottarono quella che diverrà la loro classica casacca rossoblù, si rifecero vendicandosi dei rossoneri l'anno successivo, per infilare poi una seconda tripletta tricolore.

Lo svilupparsi del movimento calcistico convinse la FIF, da poco iscrittasi alla FIFA, ad una riforma del campionato a partire dal 1905, sostituendo alle gare secche una serie di gruppi preliminari, i cosiddetti Gironi Eliminatorii Regionali, propedeutici al Girone Finale Nazionale, ed introducendo le partite di andata e ritorno. La nuova formula fece la fortuna della Juventus, triste perdente nelle due precedenti finali, che riuscì a cogliere il suo primo trionfo senza neanche scendere in campo grazie ad un inaspettato scivolone casalingo del Grifone contro la modesta Milanese all'ultima giornata.

Mentre le pionieristiche società avversarie pian piano chiudevano i battenti, rossoblù, rossoneri e bianconeri erano gli autentici pilastri di questo primordiale football italiano. Col passare degli anni, tuttavia, la primigenia matrice inglese cominciò ad attenuarsi, mentre larghissimo piede acquistò la nuova componente formata da giocatori svizzeri tedeschi: fu grazie ad essi che il Milan tornò alla vittoria nel 1906 e nel 1907.

Chiusosi il primo decennio, il calcio italiano andò incontro ad importanti cambiamenti, dovuti alla decisione della FIF di italianizzare a forza il campionato, escludendovi i giocatori stranieri che pure, abbiamo visto, avevano fondato il gioco in Italia. La scelta della Federazione colpì duramente i Football Clubs, e diede largo spazio alle Unioni Sportive e Ginniche che, più deboli in quanto non dirette dai maestri albionici, erano però usualmente formate completamente da atleti italiani, e fino ad allora si erano interessate maggiormente al parallelo campionato organizzato dalla Federazione Ginnica. La reazione dei Clubs classici fu durissima, sfociando addirittura nel ritiro dal torneo. Fu così la debuttante Pro Vercelli ad approfittare della situazione: i nuovi arrivati neutralizzarono i liguri dell'Andrea Doria e i lombardi dell'US Milanese conquistando il loro primo titolo, bissato l'anno successivo. Il nuovo calcio italiano usciva così dalle metropoli: cominciava il periodo d'oro delle provinciali.

I cambiamenti non finirono però qui, poiché in questo periodo nacquero due nuovi clubs frutto di scissioni dalle società originarie. Già nel 1906 soci dissidenti della Juventus si erano riuniti a sportivi orfani delle altre defunte squadre del capoluogo piemontese, fondando il Torino. Anche a Milano nel 1908 il Milan subì un'analoga secessione che diede origine all'Inter.

Nel frattempo la Federazione, ora ridenominata FIGC, fece una parziale marcia indietro riaprendo a quote di stranieri, ma soprattutto decise una drastica riforma del campionato. Sul modello della English League, nella stagione 1909-10 il meccanismo del torneo venne semplificato iscrivendo tutte le nove partecipanti ad un Girone Unico che avrebbe determinato una classifica di cui la squadra che ne avesse guadagnato la testa a fine stagione avrebbe vinto il titolo. Il successo arrise ai giovani nerazzurri dopo un polemicissimo spareggio contro i campioni uscenti vercellesi, che si rifaranno però infilando una tripletta di trionfi nelle tre annate successive.

La Federazione era a questo punto intenzionata ad allargare gli angusti confini del torneo, onde dargli davvero una valenza nazionale, ma il problema era, come si è detto, la nettissima differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. Nel 1910, comunque, la FIGC decise di innalzare il campionato veneto, che già si disputava da alcune stagioni, facendolo diventare parte del torneo nazionale col nome di Girone Veneto, ed includendovi anche il Bologna che non aveva alcuna avversaria in Emilia. Nel 1911 il Vicenza e nel 1912 il Venezia sfidarono i campioni occidentali, in entrambi i casi la Pro Vercelli, nella gara conclusiva, rimediando sonore lezioni con cinque gol al passivo per i biancorossi e addirittura tredici per i neroverdi lagunari.Da segnalare nel campionato del 1912/13 la prima retrocessione della Juventus poi ripescata a seguito di una parziale riforma dei gironi.

Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud, e non solo la Pianura Padana. A quei tempi le formazioni meridionali disputavano vari tornei regionali inquadrati nella Terza Categoria, livello consono in rapporto alle forza delle squadre del Nord. Per raggiungere l'obiettivo prefissatosi, la Federazione attuò una sfasatura tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i tornei del Sud alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti minimamente paragonabili a quelli del Nord, ed apparendo dunque tale ricatalogazione puramente fittizia. Dato che contemporaneamente al Nord erano stati ristabiliti i Gironi Eliminatori regionali propedeutici al Girone Finale, gli incontri conclusivi fra i campioni dl Nord e quelli del Sud presero il nome di Girone Finalissimo o, semplicemente, di finalissima.

Il complicato meccanismo testé descritto rese però sempre più lungo ed affollato il campionato anche perché se da un lato si era istituita una Seconda Categoria che metteva in palio una serie di promozioni al massimo torneo, il contrario sistema delle retrocessioni, sperimentato nel 1912-13, fu subito di fatto abbandonato a suon di ripescaggi.

Nel 1914 venne la volta del piccolo Casale, sorprendente formazione del Monferrato mentre il successivo torneo fu bloccato ad un passo dalla conclusione a causa dell'intervento italiano nella Prima guerra mondiale. Per quest'ultima stagione il titolo del Genoa fu riconosciuto solo dopo la fine del conflitto.

Con la ripresa postbellica del 1919 cominciarono intensi dibattiti in vista di una riduzione e razionalizzazione del campionato, discussioni che sfociarono però in un nulla di fatto a causa dell'ostruzionismo delle provinciali che temevano per il proprio futuro all'interno di un eventuale torneo più elitario. L'Inter nel 1920 e la Pro Vercelli nel 1921 si laurearono così campioni dopo una lunghissima serie di gironi e partite, molte delle quali inutili e scontate. L'insofferenza delle società metropolitane giunse al culmine quando un progetto di riforma presentato da Vittorio Pozzo fu respinto dal Consiglio Federale: fu così che 24 squadre, le più forti e rappresentative, abbandonarono la federazione fondando una Confederazione Calcistica Italiana col compito di organizzare un campionato sul sistema del Progetto Pozzo. Nel 1922 si ebbero così due campioni, la sorprendente Novese e una Pro Vercelli giunta al canto del cigno; ma l'insostenibilità della situazione portò le due fazioni a riconciliarsi sulla base del Compromesso Colombo, che consacrava la nuova massima categoria, la Prima Divisione, composta da una Lega Nord a regime di 24 società, più una Lega Sud che invece continuava coi vecchi gironi regionali.

Nel 1923 e nel 1924 il Genoa completò la sua epopea vincendo i suoi due ultimi titoli e facendo in tempo a divenire la prima società a fregiarsi dello scudetto. La riforma del 1922 aveva definitivamente cambiato il calcio italiano, che si avviava verso il professionismo, chiudendo le porte alle provinciali e a molte Grandi di inizio secolo. Nuove forze facevano irruzione nel campionato.

Il 24 luglio 1923 fu una data storica per il calcio italiano, poiché l'elezione di Edoardo Agnelli alla presidenza della Juventus segnò l'ingresso della potentissima famiglia torinese proprietaria della FIAT nelle vicende del campionato. Gli abbondanti capitali di Casa Agnelli fecero rifiorire il sodalizio bianconero, in gravissima crisi dai tempi della scissione che aveva fatto nascere il Torino, e lo portarono nel giro di tre decenni a diventare la più titolata squadra italiana.

Nel frattempo però nacque anche l'astro del Bologna che, protetto dal potente ministro fascista Leandro Arpinati, e sospinto dalle reti del bomber Angelo Schiavio, raggiunse lo scudetto nel 1925 dopo un'interminabile e polemicissima serie di finali contro i genoani, segnate da gravi disordini di ordine pubblico che sfociarono addirittura in scontri con colpi di armi da fuoco.

Con la prima storica Grande del campionato definitivamente avviata sul viale del tramonto, le due nuove Potenze del torneo si ritrovarono a contendersi direttamente fra loro la vittoria l'anno successivo, e stavolta a prevalere furono i bianconeri che si aggiudicarono il loro secondo scudetto a ventun anni di distanza dal primo.

Nell'estate del 1926 con la Carta di Viareggio il governo fascista riorganizzò il campionato abolendo la divisione fra Nord e Sud, inaccettabile dal punto di vista degli ideali nazionalistici del regime, che la consideravano un motivo di divisione per la nazione. Le vecchie Leghe Nord e Sud vennero di conseguenza smantellate: diciassette formazioni provenienti dall'ex Lega Nord e tre formazioni provenienti dall'ex Lega Sud, l'Alba Roma, la Fortitudo Roma e il Napoli, furono iscritte alla nuova Divisione Nazionale che apriva ufficialmente le porte al professionismo.

La nuova formula della manifestazione prevedeva ora, in loco della serie di finali, un raggruppamento conclusivo con le migliori squadre della fase eliminatoria. Il Torino, allestito dal presidente conte Enrico Marone di Cinzano, vinse il proprio girone e, trascinato dal cosiddetto Trio delle Meraviglie composto da Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti, spiccò il volo tagliando in testa il traguardo. La gioia dei granata fu però di breve durata, poiché nell'autunno successivo il sodalizio piemontese incappò nello scandalo del Caso Allemandi, in cui venne accusato di aver avvicinato e corrotto il terzino juventino Luigi Allemandi, e che gli costò la revoca dello scudetto. La reazione psicologica alla condanna avvenuta su base indiziaria e non probatoria, fu comunque la molla per il rilancio in classifica dei granata, partiti inizialmente un po' appagati nella nuova stagione. La sorte volle che la nuova annata divenisse quasi la copia della precedente, e il 22 luglio a San Siro il Torino si riaggiudicò nuovamente un titolo che questa volta non gli tolse nessuno.

Il deciso attivismo del presidente federale Leandro Arpinati partorì nell'estate del 1928 una novità che divenne tappa storica per il calcio italiano. Il mondo del pallone tricolore era infatti oramai pronto per dare una svolta che lo portasse ad assumere un'organizzazione simile a quella del campionato inglese, e fu così decisa quella svolta che portò all'introduzione anche in Italia della formula del Girone Unico, tra le proteste dei clubs più piccoli, spaventati all'idea di venire inghiottiti, come puntualmente avvenne, dalle categorie inferiori. Il nuovo campionato sarebbe stato quindi l'ultimo disputato con la formula dei due gironi introdotta nel 1921, mentre dalla stagione successiva le grandi squadre sarebbero state riunite in un nuovo torneo, la Serie A, mentre le escluse avrebbero costituito l'altrettanto inedita Serie B. A tal fine Arpinati decise unilateralmente l'allargamento una tantum dell'ultimo torneo di Divisione Nazionale, includendovi varie squadre cadette nel tentativo di dare maggiore rappresentatività geografica alla manifestazione, e la cui finale vide i granata soccombere al Bologna nello spareggio disputato al Flaminio di Roma.

Nel 1929 la FIGC e Arpinati realizzarono dunque, come negli altri paesi, un campionato nazionale a girone unico. Il progetto iniziale prevedeva una prima categoria composta da sedici squadre, ovvero quelle che si erano classificate tra le prime otto nei due gironi in cui era diviso il campionato precedente. Il protrarsi dello spareggio per l'ottavo posto fra Napoli e Lazio portò ad ammetterle entrambe, e con il ripescaggio della Triestina per motivi patriottici il numero delle squadre fu alzato a 18. Il 6 ottobre 1929 si disputarono dunque le prime 9 partite del campionato 1929-30 che alla fine vide il successo della nuova Ambrosiana di Giuseppe Meazza, una squadra creata dal regime fondendo d'autorità l'Inter con l'Unione Sportiva Milanese.

Nel 1930-31 iniziò l'epopea della Juventus di Edoardo Agnelli, che in estate aveva ingaggiato dall'Alessandria l'allenatore Carlo Carcano e Giovanni Ferrari. I piemontesi partirono lanciatissimi e, nonostante una leggera flessione che li aveva fatti avvicinare dalla Roma di bomber istriano Rodolfo Volk, si aggiudicarono il loro terzo titolo. I bianconeri si ripeterono subito l'anno successivo, superando in rimonta il Bologna dell'ormai maturo Angelo Schiavio.

Nel 1931-1932 il sodalizio torinese ammise in prima squadra il promettente diciottenne nizzardo Felice Borel, che si rivelò un ragazzo prodigio segnando ben 29 reti in ventotto presenze: fu una scommessa vinta che fruttò il terzo scudetto consecutivo. Nel 1932-1933 fu inaugurato lo stadio Mussolini, poi ridenominato Comunale, che ospiterà i bianconeri per 57 anni. Questa volta le Zebre dovettero rincorrere per lungo tempo la lanciatissima Ambrosiana, ma alla fine fu ancora un successo. Da segnalare, nel 1933-1934, la prima retrocessione del glorioso Genoa, che segnava definitivamente la fine del calcio dei pionieri. A questa andrà ad aggiungersi la retrocessione della Pro Vercelli nel 1934-1935, l'altra grande protagonista della fase precedente la nascita del girone unico.

Dopo il successo della Nazionale ai Mondiali 1934, la Juventus operò un discreto rinnovamento della sua formazione. La nuova stagione fu assai emozionante, con una Fiorentina per lunghi tratti capolista, ed inseguita da bianconeri e nerazzurri. Alla lunga i toscani mollarono però la presa, e la lotta si concluse quando i milanesi crollarono a Roma lasciando ai piemontesi il loro settimo scudetto, il quinto consecutivo. Un record che non verrà mai più battuto. Il 15 luglio Edoardo Agnelli moriva improvvisamente a Genova, ucciso dall'elica del suo idrovolante, dopo che questo era caduto in mare.

Nel 1935 le squadre partecipanti alla Serie A erano state ridotte a 16 già da un anno, così come previsto nel progetto originale del 1929. Emerse subito il Bologna che, da quando gli emiliani si erano aggiudicati due edizioni della Coppa Europa, i giornalisti dicevano fosse la squadra che tremare il mondo fa, essendo a quei tempi la Coppa Europa un precursore della moderna Coppa Campioni. I petroniani, sospinti dalla reti di Angelo Schiavio, dovettero guardarsi le spalle dai campioni uscenti e dai loro cugini del Torino, coi granata che ad un certo punto balzarono addirittura in testa alla classifica, e si inserì poi nella contesa anche la Roma; il testa a testa fu molto combattuto e furono infine i rossoblù a conquistare il loro terzo scudetto. E gli emiliani si ripeterono subito l'anno successivo, recuperando in corsa la sorprendente Lazio del bomber Silvio Piola.

Sembrava l'inizio di un nuovo dominio, ma il ritiro di Schiavio penalizzò gli emiliani che nel 1937-1938 cedettero il titolo ad un'Ambrosiana-Inter che seppe tener a bada l'imperioso ritorno primaverile dei bianconeri. Renato Dall'Ara, dopo la deludente stagione, si buttò sul mercato alla ricerca di un nuovo attaccante che sapesse cogliere la pesante eredità di Schiavio; la ricerca fu felice poiché fu ingaggiato l'uruguaiano Hector Puricelli il quale, capitalizzando al meglio i cross dell'ala destra Amedeo Biavati, vinse la classifica dei cannonieri e riportò gli emiliani allo scudetto.

La sfida fra rossoblù e nerazzurri divenne una costante in un'Italia sull'orlo della guerra, e una piccola distrazione da ben più grandi problemi. Se nel 1940 l'Ambrosiana-Inter, dopo un lungo inseguimento, riuscì a riprendere e superare i felsinei, battendoli nel decisivo match dell'Arena Civica, nel 1941 nulla poté di fronte all'inarrestabile fuga dei bolognesi, che colsero il loro sesto titolo.

L'acuirsi del conflitto bellico cominciò ad influire pesantemente sul torneo. La nuova stagione si caratterizzò per l'inedita lotta tra il Torino, il Venezia dei giovani Ezio Loik e Valentino Mazzola, e la Roma. I capitolini, braccati dai veneti, furono superati in primavera dai granata, ma ripresero la testa della classifica nel finale e riuscirono a diventare la prima squadra della vecchia Lega Sud a vincere uno scudetto. Voci maligne tramandarono insinuazioni che tale titolo fosse molto voluto dal duce, ma altre testimonianze parlano di un bel gioco dei giallorossi, che si giovarono delle reti di Amedeo Amadei.

Deluso dall'occasione persa, il presidente granata Ferruccio Novo acquistò Loik e Mazzola dai veneziani. Il salto di qualità fu notevole, e nel nuovo torneo i piemontesi furono protagonisti di un'emozionantissima fuga a due con l'autentica rivelazione del Livorno, contesa che si risolse proprio sul filo di lana coi toscani a piangere l'irripetibile e sfortunata cavalcata. Per il Torino giunse il secondo titolo, che non poté essere difeso l'anno seguente poiché le invasioni americana e tedesca spaccarono l'Italia in due determinando lo stop del campionato per due anni.

In un'Italia dilaniata dalla guerra, il campionato tornò nella stagione 1945-1946 con una formula speciale secondo la quale le squadre furono separate in due gironi geografici con un raggruppamento finale di otto squadre, anche se furono solo le quattro rappresentanti padane a contendersi il titolo che andò d'un soffio ancora al Torino.

Fu nell'annata 1946-1947 che si ricrearono le condizioni per un girone unico: le squadre ammesse furono ben 20, quante rimarranno fino al 1951-52. La Juventus sembrò dapprima poter interrompere l'egemonia dei cugini, ma il superiore tasso tecnico dei granata prevalse ancora permettendo loro di cogliere il quarto scudetto. Il 1947 segnò il risveglio del Milan dopo un letargo durato un'intera generazione. I rossoneri condussero a lungo la classifica, prima di cedere sotto i colpi dell'inesperienza e di lasciare primo posto e titolo ancora al Torino; per i lombardi si trattò comunque del miglior risultato dal 1912. I rossoneri torneranno al successo nel 1950-1951. Il campionato 1947-1948 ebbe una piccola particolarità: fu disputato a 21 club per il ripescaggio, per ragioni politiche, della Triestina.

I granata non avevano più rivali: colonne portanti della Nazionale alla quale fornivano la quasi totalità dell'organico, anche nel 1948-1949 presero ben presto il comando della graduatoria e, nonostante qualche segno d'affanno, mantennero un discreto vantaggio finché il 30 aprile, pareggiando a San Siro contro gli inseguitori dell'Inter, ipotecarono l'ennesimo scudetto. Ma a questo punto, l'epopea del Grande Torino si interruppe improvvisamente. Il 3 maggio la squadra si recò a Lisbona per un'amichevole e, al termine del viaggio di ritorno, a causa del maltempo l'aeroplano che li stava riportando a casa perse la rotta e, anziché puntare sull'aeroporto di Caselle, si schiantò contro il terrapieno della basilica di Superga. Nessuna delle persone a bordo sopravvisse alla tragedia. L'Italia perdeva una delle più forti squadre che abbiano mai partecipato alla Serie A. Agli sportivi torinisti, e agli italiani in generale, non rimase che piangere i giovani campioni prematuramente scomparsi.

La tragedia di Superga fu un passaggio epocale per il calcio italiano, che segnò il tramonto delle vecchie gerarchie e diede inizio a quell'era moderna del campionato tricolore che dura ancora oggi. Al di là delle singole stagioni, il palcoscenico della Serie A fu da quel giorno occupato da tre attori, la Juventus di Casa Agnelli, il ritrovato Milan e i cugini lombardi dell'Inter, che lasceranno a tutte le altre società solo un ruolo da coprimarie o da meteore destinate a brevi e mai stabili passaggi ai vertici delle classifiche.

Il primo campionato del nuovo corso, nel 1949-1950, rimase a Torino, ora però nelle mani dei bianconeri che seppero tener a bada i rossoneri nonostante la pesantissima sconfitta casalinga per 1-7 che i milanesi inflissero loro. Straripante in attacco, dove poteva contare sul trio svedese del Gre-No-Li, con Gunnar Nordahl, ariete di 190 cm, che vinse 5 volte il titolo di capocannoniere, il Milan peccava ancora in difesa: alcuni acquisti di valore tra cui quello di Arturo Silvestri assestarono anche il reparto arretrato cosicché nel 1950-1951, in rimonta sui cugini e dopo 44 anni, i rossoneri tornarono finalmente allo scudetto. Dopo una stagione appannaggio dei piemontesi, e la riduzione del lotto delle partecipanti a 18, venne il turno dei nerazzurri che si affermarono per due anni consecutivamente.

Nel 1954 l'ambizioso editore Andrea Rizzoli comprò il Milan con l'ambizione di portarlo ai massimi livelli sia all'interno sia nelle nascenti competizioni europee. Acquistato il talentuoso centrocampista uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, stella del Mondiale svizzero, i rossoneri dominarono un torneo al termine del quale il campionato fu toccato dalla prima grossa serie di scandali dopo quello del 1927, che portarono alla retrocessione a tavolino di Udinese e Catania. Il dominio delle tre Grandi ebbe un momento di pausa nel 1955-1956, quando la rampante Fiorentina ottenne il primo scudetto per la Toscana dopo una lunga ed autorevole fuga, che si concluse con 12 punti di scarto sul Milan, ma riprese subito con un nuovo titolo a testa per il Milan e per la Juventus: per i torinesi significò divenire la prima squadra a fregiarsi della stella d'oro permanente sulle maglie, nonché la più titolata d'Italia superando definitivamente il Genoa.

Mentre i viola, assai sfortunati, ottennero fra il 1956-1957 e il 1959-1960 il poco desiderabile record di quattro secondi posti consecutivi, milanisti e juventini si spartirono gli scudetti del quadriennio fra i Mondiali di Svezia e i Mondiali del Cile, anche grazie a due grandi attaccanti sudamericani, José Altafini ed Omar Sivori. Nel 1960 intanto, in pieno regime commissariale, la FIGC introdusse la novità dell'innalzamento a tre del numero delle retrocessioni, determinando a lungo andare un maggior turn over delle partecipanti al massimo campionato.

Angelo Moratti, presidente dell'Inter dal 1955, nel 1960 aveva affidato la panchina della squadra all'argentino Helenio Herrera, allenatore che rigenerò la rosa dando filo da torcere agli juventini nel 1960-1961 e ai rossoneri nel 1961-1962, i quali dovettero faticare ottenendo i rispettivi scudetti solo in rimonta sugli incostanti interisti. Fu, come spesso accaduto, il Mondiale a scompaginare le carte in tavola e a dar spazio alle formazioni più giovani, come quella di Moratti, che raggiunse il tricolore nel 1962-1963; in più, sull'altra sponda dei Navigli, le dimissioni del presidente Rizzoli, che con la conquista della Coppa dei Campioni 1962-1963 e la costruzione del modernissimo centro sportivo di Milanello considerò concluso il suo apporto alla società di via Turati, chiusero il ciclo rossonero e, con il periodo di transizione in cui versava la Juventus, lasciarono totalmente campo libero alle ambizioni nerazzurre.

L'anno successivo però la corazzata interista, che conquistò la Coppa dei Campioni, trovò in patria un inaspettato ostacolo nel Bologna di Fulvio Bernardini. Nonostante una brutta storia di infondate accuse di doping fra i rossoblù, con il sospetto di una macchinazione orchestrata da ambienti nerazzurri, i felsinei chiusero a pari punti coi milanesi rendendo necessaria, caso unico nella storia del girone unico, la disputa di uno spareggio: a Roma, il 7 giugno 1964 gli emiliani si imposero 2-0, conseguendo il loro settimo ed ultimo scudetto.

Il sodalizio morattiano ebbe modo di rifarsi l'anno successivo, in quella che fu la più memorabile stagione di sempre dell'Inter: mentre conseguivano il titolo europeo e quello mondiale, i nerazzurri riuscirono in una clamorosa rimonta ai danni dei cugini rossoneri, ad un certo punto in vantaggio di addirittura sette punti: allo squadrone di Herrera sfuggì solo, e di un soffio, la Coppa Italia, che andò in finale alla Juventus. Dopo un nuovo titolo intercontinentale, nel 1965-1966 in Italia fu ancora Inter, questa volta mantenendo la vetta della classifica per tutta la stagione: fu il decimo scudetto che valse anche per i lombardi la stella d'oro, otto anni dopo quella bianconera.

Anche le fatiche del Mondiale d'Inghilterra sembrarono non intaccare il predominio morattiano in un torneo dominato per tutta la stagione. A metà di maggio del 1967 per gli interisti, capolisti della Serie A e finalisti in Coppa dei Campioni, sembrò profilarsi una nuova campagna trionfale. Ma avvenne l'imponderabile. Giovedì 25 maggio, a Lisbona, la rimonta dei non irresistibili scozzesi del Celtic fece volar via la Coppa. Tornati in patria per l'ultima giornata di campionato, domenica 28, i nerazzurri persero clamorosamente a Mantova per una papera del portiere Giuliano Sarti su tiro dell'ex nerazzurro Beniamino Di Giacomo, cedendo il titolo alla sorprendente Juventus. A completare l'opera arrivò, il 7 giugno, l'eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano della formazione cadetta del Padova. Per la Grande Inter, che aveva affascinato milioni di tifosi, fu il catastrofico capolinea.

Il 1967 segnò anche il ritorno del torneo a sedici partecipanti. Dopo un quadriennio, il primato sul calcio milanese, e su quello nazionale, passò nelle mani del Milan. Col ritorno in panchina di Nereo Rocco, i rossoneri del giovane presidente Franco Carraro aprirono un ciclo che aveva già fruttato, il giugno precedente, la prima Coppa Italia; trascinato da Gianni Rivera, il Diavolo fece agilmente suo sia lo scudetto che la Coppa delle Coppe 1967-1968, e continuò un cammino che arriverà fino al titolo europeo del Bernabéu contro l'Ajax, sconfitta per 4-1, e a quello mondiale della Bombonera, dopo due partite trasformatesi in vere e proprie battaglie, contro l'Estudiantes de La Plata.

In Campionato, distratto dagli obiettivi internazionali, il Milan non seppe ripetersi l'anno successivo. Fu invece l'incredibile Cagliari a mantenere per molte settimane il comando della graduatoria, ma l'inesperienza dei sardi giocò loro contro, tant'è che alla lunga uscì la forza della Fiorentina: per i viola lo Scudetto 1968-1969 fu il secondo e finora ultimo titolo. Ma i cagliaritani non persero morale. Sempre sostenuti dai gol del varesino Gigi Riva, ripartirono alla testa della classifica, ma quando in inverno furono avvicinati da due potenze come Inter e Juventus, tutti pensarono che non ci sarebbero state speranze per la piccola squadra isolana. Incredibilmente però i sardi riuscirono a tenere a debita distanza le inseguitrici e il 12 aprile 1970 conquistarono lo scudetto tra lo stupore generale. Cagliari, coi suoi centosettantamila abitanti, divenne la più piccola città a vincere la A a girone unico, e scrisse una piccola favola che verrà raccontata nei decenni a seguire.

Il Cagliari sembrò partir bene anche nella nuova stagione agonistica e, dopo la vittoria in casa dell'Inter il 25 ottobre, sognò il secondo trionfo: ma sei giorni dopo a Vienna, durante la partita tra Italia e Austria, un grave infortunio mise fuori gioco Riva, compromettendo in parte la carriera della grande ala, e mandando in frantumi i sogni del club rossoblù. Il campionato tornò dunque ad essere un discorso milanese, coi nerazzurri che recuperarono i cugini rossoneri e colsero il loro 11° titolo.

Nell'estate del 1971 un riassetto societario portò ai vertici della Juventus l'ex capitano Giampiero Boniperti, uomo di fiducia del patron Gianni Agnelli. Imbottendo la rosa di giovani promettenti, e nel quadro di un generale scadimento tecnico del torneo, la nuova dirigenza seppe dar vita ad un ciclo di tre lustri in cui i bianconeri rafforzarono definitivamente il loro primato nell'albo d'oro del campionato, ma lasciando sul sodalizio piemontese una pessima nomèa a causa di presunti ricorrenti favori arbitrali, determinanti nelle lotte per gli scudetti.

Nelle prime stagioni la lotta fu col Milan di Nereo Rocco: già nel 1971-1972 il capitano rossonero Gianni Rivera fu squalificato per 4 giornate (ridotte a 2 in appello) per le sue pesanti accuse al Palazzo, ma nel 1972-1973 le polemiche divennero ancor più aspre. Il torneo consistette in una serrata lotta fra i lombardi, i piemontesi e la sorprendente neopromossa Lazio di Tommaso Maestrelli, coi rossoneri favoriti fino allo scontro diretto dell'Olimpico che li vide uscire sconfitti per la pessima conduzione di gara di Concetto Lo Bello, che annullò un gol regolare di Luciano Chiarugi; le tensioni che ne seguirono compromisero la corsa del Diavolo che vide assottigliarsi il suo vantaggio fino all'ultima giornata che lo vedeva impegnato a Verona: stanco per la vittoriosa trasferta greca a Salonicco che in settimana gli aveva fruttato la Coppa delle Coppe 1972-1973, il Milan crollò clamorosamente al Bentegodi per 3-5, subendo il sorpasso in extremis della Juventus. La Fatal Verona lasciò il segno nella società rossonera, aprendo un'instabilità dirigenziale ultradecennale che si rifletté in scarsi risultati agonistici. Fu invece pronta la risposta della Lazio che, smentendo chi la considerava una meteora, si propose in vetta lungo tutta la stagione successiva e cogliendo il suo primo storico scudetto, anche grazie ai gol del capocannoniere Giorgio Chinaglia.

L'arrivo di Carlo Parola sulla panchina bianconera coincise col pronto riscatto dei piemontesi. Coi biancocelesti distratti dal male che stava divorando il suo sfortunato allenatore, i torinesi non ebbero particolare difficoltà a rimettere le mani sul titolo nel 1974-1975. Assai più emozionante fu il torneo successivo, capofila di un triennio di assoluta centralità della città di Torino nel calcio nostrano. Per i bianconeri, spesso protagonisti di insperati recuperi, fu stavolta il proprio turno di vedersi sfilare di mano uno scudetto già assaporato: la sconfitta fu ancor più bruciante perché avvenuta per mano dei cugini del Torino i quali, trascinati dai Gemelli del gol Pulici e Graziani, tornarono al successo ad un quarto di secolo dalla sciagura di Superga. Ancor più squilibrato fu il successivo campionato che vide le torinesi come dominatrici assolute, distando di ben quindici punti le inseguitrici: la Juventus del neotecnico Giovanni Trapattoni riuscì a vendicarsi dei granata, bruciando al fotofinish i cugini per una sola lunghezza, oltre a vincere la Coppa UEFA, primo trofeo internazionale del club bianconero. E anche nel 1977-1978 il tricolore fu appannaggio dei bianconeri, che distanziarono stavolta più nettamente il Toro e una temibile neopromossa, il Lanerossi Vicenza del giovane Paolo Rossi.

I Mondiali d'Argentina segnarono un momentaneo rimescolamento delle carte e, in una stagione non certo esaltante, portarono ad un'estemporanea resurrezione del Milan il quale, guidato in panchina dalla vecchia gloria Nils Liedholm, grazie ad un accorto schieramento difensivo, riuscì ad assicurarsi quella tanto sospirata Stella d'oro che così beffardamente se ne era volata via sei anni prima; la medaglia d'onore, e quella d'argento, andarono però al Perugia di Ilario Castagner, prima squadra a riuscire a chiudere la stagione imbattuta dai tempi del Genoa del 1923.

I sogni di gloria dei tifosi rossoneri invece svanirono presto, trasformandosi al contrario del peggiore degli incubi. Il campionato 1979-1980 fu l'anno del dodicesimo scudetto dell'Inter, allenata da Eugenio Bersellini, e guidata in campo da Alessandro "Spillo" Altobelli ed Evaristo Beccalossi, ma soprattutto fu la stagione dello scandalo del Totonero: il 23 marzo la Guardia di Finanza fece irruzione negli stadi arrestando quattordici tesserati coinvolti in un giro di scommesse clandestine e compravendite di partite, gettando nell'occhio del ciclone la Lazio e proprio il Milan, che furono retrocesse a tavolino in Serie B, mentre numerose altre società subirono pesanti penalizzazioni. Per i rossoneri fu la prima discesa nella cadetterìa. Nello scandalo furono coinvolti calciatori di primo livello come Enrico Albertosi del Milan, Lionello Manfredonia, Bruno Giordano e Giuseppe Wilson della Lazio, e Paolo Rossi del Lanerossi Vicenza; quest'ultimo fu squalificato per 2 anni e sarà costretto a saltare il campionato d’Europa 1980 giocato pochi mesi dopo proprio in Italia.

La Serie A uscì dallo scandalo assai indebolita, tanto che per correre ai ripari di fronte allo scadimento tecnico del torneo - certificato dal dimezzamento dei posti disponibili per l'Italia in Coppa UEFA - la FIGC decise di abbandonare la linea autarchica degli Anni Settanta autorizzando l'ingaggio di uno straniero per squadra (dalla stagione 1982-1983 diventarono due). Il campionato italiano fu avvicente fino all'ultima giornata: la lotta per il titolo, nell'anno della finora unica apparizione in A della Pistoiese, fra la Juventus, il Napoli, l'Inter e la Roma del Presidente Dino Viola e del tecnico Nils Liedholm si infiammò alla terzultima giornata, il 10 maggio 1981, in occasione dello scontro diretto fra bianconeri e capitolini al Comunale, quando un gol del giallorosso Ramòn Turone, che le moviole dimostrarono regolare, fu annullato dalla terna arbitrale guidata da Paolo Bergamo. Lo Scudetto venne assegnato nell'ultimo turno, il 24 maggio 1981, con la vittoria della Juventus per 1-0 contro la Fiorentina in casa, e con il pareggio romanista per 1-1 in trasferta a Como, ma il gol di Turone, che avrebbe significato il sorpasso dei romani al vertice della classifica a due giornate dalla fine, divenne uno dei più celebri argomenti di coloro che, negli anni a seguire, sostennero l'esistenza di una sudditanza psicologica dei fischietti italiani nei confronti della società di Casa Agnelli. Argomenti che trovarono subito nuova linfa nel 1981-1982, quando il testa a testa fra i bianconeri e la Fiorentina di Giancarlo Antognoni si risolse solo all'ultimo turno, il 16 maggio 1982, in occasione del quale un gol viola in casa di un Cagliari impegnato in una lotta per la salvezza con Genoa e Milan, fu annullato fra mille recriminazioni, mentre a Catanzaro un rigore molto dubbio trasformato da Liam Brady premiava la Juventus, consegnandole il suo 20° Scudetto, quello della Stella d'oro.

I trionfali Mondiali di Spagna lasciarono il segno nella stanca Juventus e fu così che la Roma del presidente Dino Viola, di Nils Liedholm, e degli idoli di casa Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti, tornò al titolo a 41 anni da quello del 1941-1942. La lotta fra bianconeri e giallorossi divenne un classico degli Anni Ottanta, vedendo imporsi abbastanza nettamente i primi nel 1983-1984, e sfociando in un esito clamoroso nel 1985-1986.

Nel mezzo, coi piemontesi impegnati in una controversa cavalcata in Coppa dei Campioni, il Campionato 1984-1985 vide concretizzarsi il miracolo di una provinciale: sei decenni dopo i successi della Pro Vercelli, fu il Verona di Osvaldo Bagnoli e della coppia d'attaccanti formata da Elkjær e Galderisi a firmare l'impresa di vincere lo scudetto. In un campionato ricco di fuoriclasse stranieri, come Rummenigge dell'Inter, Boniek e Platini della Juventus, Maradona del Napoli e Zico dell'Udinese, la squadra gialloblù ottenne la matematica vittoria del titolo il 12 maggio 1985 a Bergamo, pareggiando contro l'Atalanta per 1-1. Da ricordare che la stagione 1984-1985 è anche passata alla storia per il numero massimo di spettatori, tra paganti e abbonati, allo stadio nella storia del campionato a girone unico, 38.000 a partita, un record ancora oggi imbattuto. Come anticipato, il torneo 1985-1986 ripropose la lotta fra capitolini e torinesi, e l'esito fu incredibile: quando tutti si aspettavano il trionfo dei giallorossi, la Roma crollò in casa contro il Lecce, già retrocesso ed ultimo in classifica. Fu il nono titolo in quindici anni per la gestione Boniperti, che chiuse così il suo formidabile ciclo dopo aver vinto, l'8 dicembre 1985, la prima Coppa Intercontinentale della sua storia a Tokyo. Già dal 20 febbraio forze nuove, destinate a rivoluzionare gli equilibri del campionato, avevano fatto il loro ingresso nel torneo.

L'inverno del 1985 fu molto tormentato per il Milan. La clamorosa eliminazione dalla Coppa UEFA per mano dei belgi del Waregem scatenò la contestazione dei tifosi contro il presidente Giussy Farina, che fuggì all'estero. Quando la Federazione dispose una ricognizione dei libri contabili, emerse una situazione di gravissimo dissesto finanziario tale da prefigurare un immediato rischio di fallimento, ma fu l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi ad acquistare la società il 24 marzo 1986 e ad impegnarsi nel ripianamento di ogni debito. L'ambizioso magnate milanese entrò prepotentemente nel mercato, mirando ad innalzare la squadra rossonera ai massimi livelli nazionali e mondiali.

La nuova stagione fu però appannaggio del Napoli di Diego Armando Maradona. Gli azzurri, trascinati dalla classe dell'asso argentino, presero rapidamente il comando della graduatoria e colsero il primo scudetto della loro storia. La squadra del presidente Corrado Ferlaino riuscì a prendere il comando il 9 novembre dopo aver battuto la Juventus nello scontro diretto al Comunale di Torino. Da quel momento in poi i partenopei non lasciarono più la testa della classifica, anche se ci furono dei momenti in cui altre squadre si avvicinarono, più in particolare l'Inter. Ma due sconfitte consecutive della squadra milanese allenata da Trapattoni, rispettivamente alla tredicesima e quattordicesima giornata del girone di ritorno, permisero al Napoli di festeggiare il primo storico scudetto della sua storia il 10 maggio dopo il pareggio allo stadio San Paolo contro la Fiorentina. Quella gara è ricordata anche per il primo gol in Serie A segnato dal ventenne attaccante viola Roberto Baggio, che collezionerà 205 gol fino alla stagione 2003-2004.

In estate Berlusconi non lesinò risorse in un mercato che portò a Milanello le due stelle olandesi Ruud Gullit e Marco van Basten, il centrocampista Carlo Ancelotti, e l'allenatore che a Parma aveva stupito per il suo gioco rivoluzionario: Arrigo Sacchi, profeta del gioco a zona e del calcio totale, tecniche assolutamente innovative nel difensivistico calcio italiano. I rossoneri partirono bene, ma alcune discusse decisioni del Giudice Sportivo lanciarono in fuga ancora gli azzurri partenopei. Il successo rossonero nello scontro diretto di San Siro parve un episodio isolato fino a Pasqua, dopo la quale i napoletani accusarono un crollo verticale. Sconfitta anche al San Paolo, la formazione di Maradona si sgretolò, e un pareggio a Como all'ultima giornata consegnò ai lombardi lo scudetto, il primo di una lunga serie di trionfi sotto la dirigenza Berlusconi.

Nella stagione 1988-1989 il campionato tornò a comporsi di 18 partecipanti e aumentò il numero di stranieri da schierare in campo, passando da due a tre. Mentre i rossoneri erano impegnati in una cavalcata che li portò alla conquista della Coppa dei Campioni a Barcellona, i cugini dell'Inter di Giovanni Trapattoni non trovarono ostacoli in Italia e si resero protagonisti di un torneo che riuscirono a dominare in ogni aspetto, cogliendo lo "scudetto dei record". Diversa fu l'annata successiva: la squadra nerazzurra si spense presto, e tornarono protagonisti partenopei e milanisti. Se l'andata fu appannaggio degli azzurri, il ritorno vide una poderosa cavalcata rossonera che fruttò loro la testa della classifica. La compagine sacchiana sembrò in grado di mantenere a distanza gli inseguitori, ma l'8 aprile il Giudice Sportivo assegnò ai partenopei una vittoria a tavolino, che significò l'aggancio in vetta, per una moneta da 100 lire che colpì in testa Alemão nella trasferta di Bergamo. L'entità del danno, apparsa subito dubbia e anni dopo confermata nella sua inesistenza dal presidente Corrado Ferlaino, fu oggetto di polemiche, che trovarono nuova linfa la penultima giornata, allorquando i rossoneri caddero a Verona, in una gara in cui Rosario Lo Bello - figlio di quel Concetto che era costato al Milan lo scudetto del 1973 - espulse tre milanisti più l'allenatore suscitando altre numerose polemiche. Con la sconfitta del Milan a Verona, i napoletani ratificarono lo scudetto la settimana successiva, battendo in casa la Lazio per 1-0.

Per i partenopei fu però il canto del cigno: la stagione successiva Diego Armando Maradona, travolto dalla sua disordinata vita privata, abbandonò la squadra fuggendo in Argentina, e per gli azzurri fu l'inizio di un declino che li porterà, nel giro di poco più di un decennio, in Serie C1. La stagione 1989-1990 è passata alla storia anche per la vittoria delle squadre italiane in tutte le tre competizioni europee organizzate dall'UEFA; il Milan conquistò per il secondo anno consecutivo la Coppa dei Campioni, la Sampdoria conquistò la Coppa delle Coppe e la Juventus si aggiudicò la Coppa UEFA battendo nella doppia finale un'altra squadra italiana, la Fiorentina. La stessa estate fu anche quella dei Mondiali di Italia '90, chiusi al terzo posto dalla Nazionale italiana. Il nuovo campionato vide dapprima una notevole bagarre in vetta, con numerose squadre in lotta tra cui il Milan, l'Inter, la Juventus, la sorprendente Sampdoria e la matricola del Parma. Dopo la pausa natalizia, il gruppone si sgranò ed emersero le due milanesi e i genovesi. Furono gli scontri diretti a sancire il predominio doriano: battendo i rossoneri a Marassi e i nerazzurri a San Siro, i blucerchiati dei bomber Gianluca Vialli e Roberto Mancini, e del presidente Paolo Mantovani, colsero il loro primo e finora unico scudetto. I principali delusi furono i rossoneri, che avevano sì incamerato la loro seconda Coppa Intercontinentale consecutiva (e anche un'altra Supercoppa Europea, vinta curiosamente proprio contro i genovesi), ma erano malamente usciti dalla Coppa dei Campioni in una tribolata notte marsigliese che per giunta era costata ai rossoneri un anno di squalifica dalle coppe europee, ed erano descritti dagli organi di stampa come una formazione giunta alla fine di un ciclo.

Berlusconi seppe invece azzeccare la mossa vincente: lasciato partire Sacchi per la Nazionale, affidò la panchina a Fabio Capello. Il tecnico di Pieris rigenerò lo spogliatoio costruendo una stagione in cui i rossoneri non ebbero rivali: vinsero lo scudetto distanziando nettamente la Juventus di Giovanni Trapattoni, chiusero imbattuti come non capitava ad una squadra da 13 anni (allora fu il Perugia) e ai campioni da 69, segnarono 74 reti con goleade a numerosi avversari, guadagnandosi così l'appellativo di Invincibili. Anche la stagione successiva fu un monologo del Diavolo, che conobbe la sua prima sconfitta, dopo una striscia record di 58 gare, solo il 21 marzo per il successo del Parma a San Siro con una rete di Faustino Asprilla; fu unicamente l'Inter di Osvaldo Bagnoli a tentare un vano inseguimento, fugato dal pareggio firmato Ruud Gullit nel derby della vigilia di Pasqua. La partenza in estate proprio di Gullit verso la Sampdoria, quella di Frank Rijkaard all'Ajax, ed il prematuro ritiro di Marco van Basten, che ad Ancona segnò, contro la squadra locale, matricola in A, la sua ultima rete nella massima serie, sembrarono gettare una pesante ombra sul futuro del Milan, cui Capello seppe cambiare totalmente strategia, e anziché sulle goleade degli anni passati, costruì nuovi successi sull'impenetrabile difesa guidata da Franco Baresi che permise al portiere Sebastiano Rossi di battere il record di imbattibilità della propria porta con 929 minuti. Come due anni prima, la principale inseguitrice fu la Juventus, a cui si aggiunse la Sampdoria, ma ancora la squadra di Capello seppe tener testa agli avversari, cogliendo il terzo scudetto consecutivo, una striscia di successi che non si verificava dai tempi del Grande Torino. A completare il trionfo, giunse anche la vittoria nella finale di Coppa dei Campioni 1993-1994 sul Barcellona per 4-0, che permise ai lombardi di cogliere quell'accoppiata che solo i loro cugini interisti erano riusciti a realizzare nel 1965. Il Milan seppe, quell'anno, sfruttare i gol di un attaccante che il ritiro di Van Basten aveva promosso titolare, Daniele Massaro, e le giocate del montenegrino Dejan Savićević.

Per i campioni d'Italia e d'Europa, e per il calcio italiano in generale, quella tarda primavera del 1994 fu un punto di svolta. La sera stessa della finale di Coppa ad Atene, in Senato, il cavalier Berlusconi, da pochi mesi entrato nell'agone politico, riceveva la nomina a Presidente del Consiglio, e gli impegni istituzionali lo portarono sempre più lontano dal mondo del calcio, affidando la società di via Turati nelle mani del vicepresidente Adriano Galliani. Con una minore spinta propulsiva - e finanziaria - del loro presidente, i rossoneri rallentarono; col materiale umano a loro disposizione, rinforzato dall'attaccante liberiano George Weah, riusciranno a condurre ininterrottamente il campionato 1995-1996 e a conquistare il loro quindicesimo scudetto, ma subito dopo ebbero un crollo verticale. Già dall'estate del 1994, peraltro, il posto lasciato dal Milan era stato preso da una vecchia potenza del calcio tricolore.

Mai nel Dopoguerra erano trascorse ben otto stagioni consecutive senza che la Juventus cogliesse un titolo. Decisi a non allungare ulteriormente la striscia negativa, Gianni e Umberto Agnelli rivoluzionarono l'assetto organizzativo della società, affidandone la gestione al manager Antonio Giraudo, al re del mercato Luciano Moggi, e alla vecchia gloria Roberto Bettega: i tre dirigenti formarono un discusso, ma indubbiamente abilissimo gruppo di amministratori, la Triade, che nel bene e nel male condizionò il calcio italiano per dodici anni.

Sulla panchina bianconera fu chiamato Marcello Lippi, che seppe sfruttare ottimamente la novità regolamentare introdotta dopo i Mondiali USA; seguendo la linea della FIFA tesa a disincentivare i pareggi favorendo lo spettacolo, anche la FIGC introdusse la norma che assegnava tre punti ad ogni vittoria, e non più due (in realtà tale regola ebbe una prima sperimentazione l'anno prima in Serie C). Il torneo vide balzare in testa l'ormai consolidato Parma di Nevio Scala, ma Lippi dimostrò di aver compreso appieno le conseguenze del nuovo sistema di punteggi: schierando la squadra con un inedito ed iperoffensivo schema 4-3-3, che sostituì il classico 4-4-2 che aveva fatto le fortune del Milan, ottenne un alto numero di vittorie, non curandosi di contro delle sette sconfitte stagionali, di cui tre consecutive in casa. Il tridente formato da Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, assicurò gol a grappoli in un'annata in cui i bianconeri si trovarono a competere coi gialloblù su tutti i fronti. Se i ducali prevalsero nella finale di Coppa UEFA, la truppa di Lippi si aggiudicò quella di Coppa Italia e, soprattutto, lo scudetto dopo nove anni di attesa. E l'ascesa della Juventus continuò la stagione successiva quando, lasciando spazio in campionato - come già accennato - al Milan, i torinesi riuscirono a conquistare a Roma contro l'Ajax la seconda Coppa dei Campioni della storia bianconera.

Tra il 1996-1997 e il 1997-1998 si susseguirono due stagioni speculari sotto molti aspetti. In entrambe, un Milan alle prese con un difficilissimo ricambio generazionale, conseguì piazzamenti deludentissimi, rimanendo fuori dalle coppe europee e dovendosi anzi guardare le spalle; in entrambe, la Juventus subì le delusioni di perdere la Coppa dei Campioni all'ultimo atto; in entrambe, i bianconeri seppero ben consolarsi cogliendo un duplice scudetto; in entrambe, infine, tali successi maturarono in un clima di sospetti e polemiche. Rafforzatisi con l'acquisto del talentuoso trequartista franco-algerino Zinedine Zidane, i torinesi presero a stento il comando di un campionato mediocre, a novembre guidato dal sorprendente Vicenza di Francesco Guidolin (vincitore nel 1997 del suo primo trofeo nazionale, la Coppa Italia), in cui le inseguitrici stentavano; in inverno venne fuori però il Parma, realtà consolidata e storica, essendo l'unica società nel Dopoguerra che fosse riuscita ad insidiare in maniera non episodica le gerarchie tradizionali del calcio italiano. I gialloblù sembrarono aver grosse chances per cogliere il loro primo scudetto quando sbancarono l'Olimpico di Roma, ma alcuni passi falsi li frenarono finché, nello scontro diretto, il 18 maggio 1997 dello Stadio Delle Alpi, la concessione di un rigore inesistente a favore dei bianconeri vanificò gli sforzi degli emiliani, che persero matematicamente il titolo alla penultima giornata (25 maggio 1997), quando sconfissero in casa il Bologna, dopo che la Juventus pareggiò 1-1 a Bergamo contro l'Atalanta due giorni prima, il 23 maggio (gara anticipata per via della finale Coppa dei Campioni 1996-1997 in programma il 28 maggio): l'episodio di Torino fu solo l'ultimo di una serie di arbitraggi più che discutibili, che avevano tratto d'impaccio i piemontesi in varie gare stagionali. E l'anno successivo le polemiche furono ancor maggiori. Stavolta fu l'Inter di Massimo Moratti e di Luigi Simoni ad impensierire la truppa di Lippi: capolista per gran parte del girone d'andata e vincitrice del primo scontro diretto, la squadra nerazzurra vanificò tutto con alcune clamorose sconfitte tra cui quelle interne contro il Bari e il Bologna (entrambe per 0-1). I lombardi seppero comunque riprendersi, e si presentarono al Delle Alpi, la quart'ultima giornata, con un solo punto di ritardo dai bianconeri; il clima, già tesissimo per le continue sviste arbitrali che avevano salvato la Juventus nella gara contro l'Empoli in toscana la settimana prima (per via di un gol valido non visto dall'arbitro Pasquale Rodomonti che era vicino alla porta), nell'incontro con la Lazio, ed in vari altri incontri, si incendiò quando, in una convulsa fase di gioco, non venne assegnato un rigore ai nerazzurri per uno scontro fra Ronaldo e Mark Iuliano mentre, sul rovesciamento dell'azione, il penalty fu accordato ai bianconeri per un intervento su Alessandro Del Piero, che poi fallì. Le polemiche divamparono violente su tutti i mass-media e persino in parlamento, ma ciò non impedì alla Juventus di cogliere il suo 25° titolo, arrivato il 10 maggio, con un turno di anticipo.

Furono i Mondiali 1998 a rimescolare temporaneamente le carte in tavola. I bianconeri, molti dei quali protagonisti della manifestazione estiva, risentirono in pieno delle stanchezze da essa procurate, come accadde peraltro anche ai loro avversari nerazzurri. Ne originò un campionato anomalo, in cui ad un certo punto salirono le quotazioni della Fiorentina di Giovanni Trapattoni e del bomber Gabriel Batistuta: i viola veleggiarono in testa fino a febbraio, quando l'infortunio della punta argentina (e le assenze del talentuoso Edmundo) compromise i loro sforzi a vantaggio della Lazio di Sven Goran Eriksson, che sembrò a sua volta avviata al titolo quando, inaspettatamente, subì due sconfitte interne consecutive nel derby e contro la Juventus. A questo punto si fece sotto il Milan di Alberto Zaccheroni, allenatore che aveva colto ottimi risultati negli anni precedenti con l'Udiense: i rossoneri, viaggiando a fari spenti e supportati da un buon pizzico di fortuna, riuscirono a sorpassare i biancocelesti nel penultimo turno e, la domenica seguente a Perugia, in una gara tesissima in cui gli umbri si giocavano la salvezza, conseguirono quella vittoria che permise loro di cingere lo scudetto del loro Centenario, forse il più inaspettato di sempre. Nel frattempo la Juve, che aveva sostituito Marcello Lippi con Carlo Ancelotti, perse lo spareggio per la zona UEFA con l'Udinese, chiudendo così al settimo posto della graduatoria e venendo costretta agli straordinari estivi dell'Intertoto: una fatica supplementare che costerà assai cara ai piemontesi.

I biancocelesti cercarono un pronto riscatto nel nuovo campionato, ma dovettero assistere al ritorno in forze della Juventus, che dopo un serrato testa a testa, chiuse in testa il girone d'andata, per poi prendere progressivamente il largo: spentisi alla distanza i rossoneri (che chiuderanno al terzo posto), i bianconeri sembravano veleggiare tranquilli verso il titolo grazie ai loro nove punti di vantaggio sui romani. Ma, improvvisamente, le fatiche dell'Intertoto e della mancata preparazione estiva esplosero fragorosamente: il 26 marzo la Juve cadde a San Siro e subito dopo nello scontro diretto casalingo; i bianconeri dettero la netta sensazione di essere scoppiati, ed infatti arrivò un nuovo tonfo a Verona, riducendo a soli due i punti distanzianti le contendenti. Quando all'ultimo minuto della penultima giornata il difensore del Parma Fabio Cannavaro segnò ai bianconeri una rete del possibile pareggio che avrebbe significato l'aggancio, l'arbitro Massimo De Santis l'annullò senza alcun apparente motivo: in settimana scoppiarono ancora caldissime polemiche sul fronte Juventus-arbitri, cui fecero corollario scontri e disordini a Roma tra la polizia e gli ultras biancocelesti che cercarono di dare l'assalto alla sede della FIGC. Fu in questo clima che, all'ultima giornata, una Lazio con poche speranze e una sola combinazione utile, vinse in casa contro la Reggina, mentre a Perugia la gara della Juventus era stata interrotta per un violentissimo temporale. L'opzione del rinvio era però impraticabile per l'incombente inizio dell'Europeo di calcio 2000 (ma anche per non falsare troppo l'esito del campionato), quindi l'arbitro Pierluigi Collina (scelto volutamente per tale delicatissima situazione) dopo una lunga attesa diede l'ordine di giocare, anche perché il match per i torinesi pareva una formalità, in quanto bastava non perdere: ma, contrariamente alle attese, i perugini giocarono col massimo impegno, anche perché il vulcanico presidente biancorosso Luciano Gaucci, acerrimo nemico della dirigenza torinese, aveva minacciato la propria squadra di mandarla in ritiro, anziché in vacanza, se non avesse battuto i bianconeri. E fu così che, incredibilmente, un gol del perugino Alessandro Calori costò sconfitta e titolo agli juventini, mentre in un Olimpico in surreale attesa, scoppiava l'irrefrenabile festa tricolore, proprio nell'anno del Giubileo che aveva messo la città di Roma sotto gli occhi del mondo intero; inoltre tale titolo suggellò, come nella passata stagione per il Milan, il Centenario dei biancocelesti. L'Anno Santo portò gioia anche all'altra metà della Capitale, visto che nella nuova stagione fu la Roma di Fabio Capello a prendere il largo: i giallorossi mantennero vantaggi rassicuranti sulla Juventus inseguitrice, ma in primavera sembrarono in netto calo; un gol di Vincenzo Montella nello scontro diretto diede però tranquillità ai romani, che colsero il loro terzo scudetto il 17 giugno. Stavolta furono i bianconeri a recriminare, perché la posizione del giocatore romanista Nakata, di nazionalità giapponese, era stata regolarizzata dalla Federazione solo pochi giorni prima del big match dello Stadio Delle Alpi, allargando le norme sul tesseramento dei calciatori extra-comunitari (Nakata aveva comunque giocato alcune stagioni a Perugia).

Nell'estate del 2001 il patron juventino Umberto Agnelli decise di prendere in mano la situazione, e richiamò in panchina Marcello Lippi. La squadra fu fortemente rimaneggiata, con le partenze di Filippo Inzaghi verso il Milan e di Zinedine Zidane al Real, e gli arrivi di Gianluigi Buffon (pagato 100 miliardi), Pavel Nedved e Lilian Thuram. Nella stagione che vide un inedito derby in Serie A, il quinto, quello fra Verona e Chievo, il gruppetto formato dai campioni in carica, dai bianconeri, e dall'Inter di Hector Cuper, si staccò via via dalle inseguitrici. La vittoria dei nerazzurri nello scontro diretto con i giallorossi, sembrò lanciarli verso il titolo, che parve ad un passo ad un minuto dalla fine della terzultima giornata, quando i milanesi godevano di cinque lunghezze di vantaggio: un gol subito dall'Inter a Verona, ed uno fatto dalla Juventus a Piacenza, portò però i torinesi ad un solo punto di distanza, situazione con cui si arrivò all'ultima giornata, il 5 maggio. Decine di migliaia di tifosi nerazzurri invasero lo Stadio Olimpico di Roma, contando nella solida amicizia con i sostenitori della Lazio, mentre i bianconeri si recarono dalla tranquilla Udinese, e i romanisti erano di scena allo Stadio Delle Alpi contro il Torino. Mentre gli juventini risolsero agilmente la loro pratica, come previsto gli interisti si portarono in vantaggio, annullando un primo recupero biancoceleste: ma accadde l'incredibile. Dapprima la Lazio pareggiò, portandosi poi sul doppio vantaggio, quindi anche la Roma trafisse i granata: per la Juventus fu scudetto dopo quattro anni di digiuno, alla Roma andò il secondo posto, mentre la raggelata Inter si ritrovò terza e costretta ai preliminari estivi di Coppa dei Campioni 2002-2003. Lo shock per un obiettivo inseguito da tredici anni e sfumato sulla linea del traguardo lasciò il segno nell'ambiente nerazzurro, da cui fuggì il brasiliano Ronaldo, ex pupillo del presidente Moratti. In quella stagione, grande sorpresa fu il Chievo Verona, che al debutto in A sfiorò la Champions. Sotto la guida di Luigi Delneri e con una squadra cresciuta in provincia, con molti debuttanti, la squadra del piccolo quartiere di Verona, dopo essersi ritrovata in testa alla classifica per buona parte del girone d'andata, sfiorò i preliminari di Champions League, arrivando quinta e in Coppa UEFA.

L'insperato successo diede nuove convinzioni invece alla Juventus, che nel 2003 fu protagonista di una storica lotta col Milan di Carlo Ancelotti, rafforzatosi con l'acquisto del capitano biancoceleste Alessandro Nesta e degli interisti Clarence Seedorf e Dario Simic, oltre che del portiere brasiliano Dida. In campionato i rossoneri, dopo alcune annate grige, partirono determinati, passando in testa il giro di boa, ma alla lunga lasciarono decisamente il passo all'imperioso ritorno dei bianconeri, anche a causa del lungo impegno europeo; i piemontesi si aggiudicarono nuovamente, e più facilmente, il titolo, ma non poterono godere appieno del successo: il 28 maggio a Manchester, proprio il Milan li batté nella prima finale tutta italiana di Coppa dei Campioni. Data l'enorme posta in palio, stavolta fu l'ambiente bianconero ad uscirne destabilizzato. Lippi negli spogliatoi dell'Old Trafford presentò addirittura le dimissioni, respinte, alla società, andando quindi incontro ad un anno di transizione.

Fu così il Milan, sull'onda dell'entusiasmo infuso dal trionfo inglese, a vincere il suo diciassettesimo scudetto nel 2003-2004. In un primo momento i bianconeri sembrarono poter tenere il ritmo di vertice, ma pian piano scivolarono indietro; inizialmente furono invece i giallorossi di Fabio Capello ad accreditarsi come favoriti al titolo, ma le quotazioni dei romani, campioni d'inverno, uscirono fortemente ridimensionate dalla triplice sconfitta - comprese due gare di Coppa Italia - inflitta loro dal Milan tra gennaio e febbraio. I milanesi, trascinati dalla coppia d'assi formata dall'ucraino Andriy Shevchenko e dal neoacquisto brasiliano Kaká, fecero propri entrambi i derby, espugnarono il Delle Alpi e, battendo in casa proprio la Roma il 2 maggio, ottennero il titolo con un largo primato (11 punti), nonostante un team che, esclusi gli arrivi, oltre che di Kaka e dei terzini Cafù e Giuseppe Pancaro, era pressapoco lo stesso dell'anno prima. Dal 2004-2005, in seguito a un compromesso con le squadre della Serie B turbate dal Caso Catania, la Serie A tornò a 20 squadre.

I rossoneri, definitivamente riassestati dopo le annate in altalena successive all'ingresso in politica di Berlusconi, erano gli strafavoriti anche per la nuova stagione, stante la carenza di avversari, ma una clamorosa operazione di calciomercato cambiò le carte in tavola: a fine agosto, la Juventus del neoallenatore Fabio Capello cedette all'Inter il semisconosciuto e panchinaro portiere Fabian Carini, cambiandolo alla pari col difensore e capitano della Nazionale Fabio Cannavaro. La mossa della dirigenza interista, apparsa oltremodo azzardata se non apertamente irrazionale, risolse i problemi difensivi palesati dai bianconeri nel 2004, lanciandoli in testa alla classifica. Il Milan fu costretto ad inseguire, e lo scontro diretto di Torino, in cui i rossoneri dimostrarono uno sterile predominio, fece riaffiorare un clima di polemiche per l'opinabile arbitraggio di Paolo Bertini, dopo che già la settimana prima si era avuto molto da discutere sulla direzione di Tiziano Pieri nella trasferta bianconera di Bologna. Il vantaggio dei torinesi, cresciuto ad otto lunghezze a gennaio, si ridusse clamorosamente a febbraio, fino all'aggancio dei milanesi. A questo punto i due colossi del sistema calcistico italiano, che mai erano stati coinvolti in una sfida diretta per il titolo nazionale, iniziarono un sensazionale testa a testa, funestato però da nuove diatribe sugli arbitraggi dei bianconeri: dopo il prodromo di Cagliari, le discussioni si incentrarono sulle conduzioni di Salvatore Racalbuto a Roma, e soprattutto quella di Gianluca Paparesta a Verona, dove l'arbitro non vide entrare in porta un netto gol del Chievo Verona. Alla fine, furono gli impegni di Champions League a fare la differenza: coi bianconeri già eliminati, i rossoneri faticarono alquanto a mantenersi in lotta sui due fronti, perdendo prima lo scontro diretto casalingo, e conseguentemente il titolo, l'8 maggio, e poi pure la coppa nella terribile finale di Istanbul. Per i torinesi si trattò del ventottesimo scudetto. Decisamente più netto fu il primato della Juventus nella nuova stagione. Gli uomini di Capello staccarono tutte le inseguitrici e guadagnarono distacchi abissali. Un calo di rendimento primaverile, con conseguente scialba uscita dall'Europa, favorì il ritorno prepotente del Milan, ma i bianconeri seppero difendere i loro tre residui punti di vantaggio. Il predominio bianconero sembrava non avere fine, ma il campionato, e l'intera organizzazione del calcio italiano, furono sconvolti, a maggio 2006, dal più grande scandalo nella storia del pallone tricolore: Calciopoli.

A due settimane dall'assegnazione del titolo del 2006, il 2 maggio 2006, la Procura della Repubblica di Napoli iscrisse nel registro degli indagati, con l'ipotesi di frode sportiva, numerosi dirigenti calcistici. Secondo gli inquirenti, basatisi su intercettazioni telefoniche, la società bianconera si sarebbe adoperata per accomodare numerose gare del campionato 2004-2005, tramite minacce e la costruzione di un sistema di potere in grado di condizionare la classe arbitrale: i già menzionati episodi controversi di quel torneo, sarebbero stati parte di una macchinazione ideata da una cupola in grado di influenzare ogni aspetto dell'attività della FIGC. In seguito al coinvolgimento diretto nello scandalo del presidente federale Franco Carraro, dimessosi l'8 maggio 2006, e del suo vice Innocenzo Mazzini, dimessosi il 10 maggio 2006, la Federazione venne commissariata dal CONI a partire dal 16 maggio 2006.Insieme alla Juventus, furono inquisite altre società, accusate di essersi rivolte a Luciano Moggi per ottenere indebiti favori: la Fiorentina, che si sarebbe adoperata per salvarsi in luogo delle due pericolanti emiliane Parma e Bologna, la Lazio, anch'essa impelagata in una traballante posizione di classifica, come pure la Reggina. Rientrarono nell'inchiesta anche le azioni di Leonardo Meani, ristoratore dirigente rossonero, il quale si sarebbe mosso per iniziare a costruire un contro-potere con cui opporsi a quello juventino, avvicinando alcuni guardalinee: se la condotta di Adriano Galliani, vicepresidente rossonero e presidente della Lega Calcio, non fu giudicata irregolare dai carabinieri, il procuratore della FIGC, Stefano Palazzi, ritenne di accusare il dirigente milanista per responsabilità oggettiva, inoltre si scoprì che furono solo tre le partite che il ristoratore avrebbe tentato di truccare. Lo scandalo, battezzato Calciopoli dalla maggior parte della stampa, portò alle sentenze di primo grado del 14 luglio, mitigate, ma comunque pesanti, nell'appello del 25 luglio: la Juventus, privata sia del titolo del 2004-2005 sia, per incompatibilità, di quello del 2005-2006, fu ricollocata all'ultimo posto in classifica e retrocessa in Serie B per la prima volta nella sua storia; la Fiorentina e la Lazio, graziate da analogo provvedimento, furono escluse dalle coppe europee; il Milan fu escluso dalla riassegnazione del titolo e costretto al turno preliminare estivo per rientrare in Coppa dei Campioni 2006-2007; alla Reggina, come a tutte le squadre coinvolte, furono comminate penalizzazioni per la stagione entrante. Tutti i dirigenti coinvolti furono inibiti, mentre Luciano Moggi e Antonio Giraudo furono radiati. La Juventus perse molti campioni; Gianluca Zambrotta, Lilian Thuram, Emerson e Fabio Cannavaro andarono a giocare in Spagna, i primi due al Barcellona, gli altri due al Real Madrid, Patrick Vieira e Zlatan Ibrahimović vennero ceduti all'Inter mentre altri, come Gianluigi Buffon, Alessandro Del Piero, Mauro Germán Camoranesi,David Trezeguet e Pavel Nedvěd decisero di prestare fedeltà alla propria bandiera.

L'estate del 2006, per il calcio italiano, è passata alla storia per due avvenimenti; lo scandalo di Calciopoli e la conquista del 4° titolo di Campione del Mondo della Nazionale italiana al Mondiale 2006 giocato in Germania;gli azzurri, guidati da Marcello Lippi, riuscirono a riportare in Italia la Coppa del Mondo dopo 24 anni d'attesa, sconfiggendo in finale la Francia per 5-3 ai rigori la sera del 9 luglio 2006 a Berlino.

Tornando allo scandalo, la principale beneficiaria fu l'Inter, cui la FIGC il 26 luglio assegnò a tavolino lo scudetto 2006, il primo dopo diciassette anni di digiuno per i nerazzurri, dopo la retrocessione della Juventus (giunta al 1° posto al termine della stagione) e la penalizzazione di 30 punti del Milan (giunto 2°). La posizione della società di Massimo Moratti, non coinvolta nella vicenda nè a livello penale nè a livello sportivo, non fu però esente da critiche a causa di alcune scomode coincidenze: il commissario federale che assegnò il titolo, Guido Rossi, era un ex membro del consiglio di amministrazione dell'Inter; il socio in affari di Moratti, Marco Tronchetti Provera, fino ad aprile 2007 era proprietario della TIM (tra l'altro sponsor del torneo dal 1998-1999), società telefonica appartenente alla stessa holding di Telecom Italia, il principale provider di telefonìa nazionale, nello stesso periodo al centro di un'inchiesta penale per presunte intercettazioni telefoniche ed uso delle stesse a fini privati (le indagini sono ancora in corso); le penalizazioni inflitte a molte delle più temibili avversarie, infine, garantivano ai nerazzurri un cammino probabilmente agevole verso il titolo del 2006-2007. Fu così che Calciopoli, anziché ridare serenità al mondo del calcio italiano, sortì l'effetto contrario di seminare nuovi veleni.

Come previsto, l'Inter vinse facilmente il campionato, che comunque la squadra di Roberto Mancini seppe interpretare al meglio conquistando diversi record, tra cui spiccarono il maggior numero mai fatto di punti (97), e la più lunga striscia di vittorie consecutive (17). Da segnalare, per la stagione 2006-2007, la straordinaria salvezza della Reggina che, penalizzata di 11 punti, riesce comunque a salvarsi con 40 punti (51 escluse le penalità). Decisamente più competitivo si presentava invece il torneo dell'anno dopo, che vede il pronto ritorno in scena della rinnovata Juventus di Claudio Ranieri, oltre al Genoa e al Napoli, entrambe reduci dalla Serie C. Il campionato italiano non sembra finora saper uscire dalla spirale delle polemiche sui favoritismi arbitrali, oggi rivolte in più occasioni all'Inter capolista. L'Inter vince solo all'ultima giornata, battendo 2-0 il Parma e condannandolo alla B dopo 18 anni, staccando di 3 punti la Roma (1-1 a Catania) che pure era stata capace di rimontare diversi punti dopo essere stata anche a -11, e che addirittura era andata all'intervallo dell'ultima giornata con un punto di vantaggio sull'Inter, vincendo 1-0 a Catania mentre i nerazzurri erano ancora fermi sullo 0-0 a Parma.

Nel campionato 2008-2009 alla pausa invernale, come nella precedente stagione, al primo posto c'è l'Inter, mentre all'ultimo il Chievo. La prima classificata della stagione invernale è l' Inter.

Sono 60 le squadre ad aver preso parte ai 77 campionati di Serie A a girone unico che sono stati disputati a partire dal 1929-30 e fino alla stagione 2008-09.

Ecco i migliori piazzamenti delle squadre che hanno preso parte ai 76 campionati a girone unico dal torneo 1929-30 al 2007-08 raffrontate a tutti i piazzamenti nel campionato italiano.

In quattro occasioni una società ha vinto lo scudetto nell'anno del centenario; la prima volta capitò alla Juventus nel 1997, poi al Milan nel 1999, alla Lazio nel 2000 e, infine, all'Inter nel 2008.

In grassetto i giocatori ancora in attività in Serie A.

A partire dalla stagione 1993-1994 le partite di Serie A vengono trasmesse sulla pay-tv; fino al 1999 venivano trasmesse solo su Tele+, tra il 1999 e il 2003 su Tele+ e su Stream, dal 2003 su SKY (per metà stagione 2003-2004 alcune partite di Serie A venivano trasmesse sulla piattaforma satellitare Gioco Calcio, fallita nell'estate 2004).

Dal gennaio 2005 sono trasmesse anche sul digitale terrestre (Mediaset Premium e La7 Cartapiù).

I posticipi della domenica sera iniziarono nel 1993, e gli anticipi del sabato nel 1999.

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Filippo Inzaghi

Filippo Inzaghi con la maglia del Milan in azione a Siena.

Filippo Inzaghi (Piacenza, 9 agosto 1973) è un calciatore italiano, attaccante del Milan. Campione del mondo con la Nazionale italiana nel 2006.

A livello di club, è stato campione d'Europa con il Milan, nel 2003 e nel 2007, e campione del mondo per club sempre nel 2007.

Nella classifica dei gol segnati nelle competizioni UEFA per club è primo a pari merito con Raúl, a quota 66 reti. È anche il miglior marcatore italiano in Champions League con 46 gol realizzati, preceduto solo, tra i calciatori ancora attivi, da Raúl, Andrij Ševčenko e Ruud van Nistelrooy. Inoltre, dopo la doppietta nella finale di Coppa del Mondo per club realizzata il 16 dicembre 2007 contro il Boca Juniors è diventato l'unico giocatore ad aver segnato in tutte le competizioni internazionali, sia quelle riservate ai club che quelle riservate alle nazionali.

Giocatore estremamente rapido, pur non essendo in possesso di una tecnica notevole,è noto per la straordinaria abilità nell'approfittare delle disattenzioni degli avversari e per il grande senso della posizione e fiuto del gol, doti che ne fanno uno dei più prolifici attaccanti degli ultimi decenni. Agisce quasi sempre sul filo del fuorigioco.

Cresciuto nelle giovanili del Piacenza, che nella stagione 1991-1992 lo ha fatto esordire in Serie B con due presenze senza reti, nell'estate del 1992 è stato ceduto in prestito al Leffe, con cui ha disputato 21 partite, condite da 13 reti, in Serie C1. L'anno seguente ha militato in Serie B con il Verona (36 partite e 13 centri), dove i tifosi lo hanno ribattezzato Superpippo Inzaghi, e a fine stagione è stato riscattato dal Piacenza.

Con i piacentini Inzaghi ha disputato 37 partite e messo a segno 15 gol, che hanno consentito al club di passare nella massima categoria.

Nell'estate del 1995 il direttore generale del Parma, Pastorello, è riuscito a ingaggiare Inzaghi dal Piacenza.

L'allora allenatore del Parma, Scala, ha dimostrato subito fiducia al calciatore, inserendolo subito nel giro dei titolari, seppur non in pianta stabile.

All'apertura del mercato di riparazione, a novembre, il Napoli con una fulminea offerta lo ha acquistato in prestito con diritto di riscatto, ma per vari motivi (tra cui alcune dichiarazioni dell'allenatore partenopeo Boškov poco lusinghiere nei confronti dello stesso giocatore) la ratificazione dell'accordo è slittato di qualche giorno, giusto in tempo per consentire a Inzaghi di giocare la gara di ritorno di Coppa delle Coppe contro l'Halmstad (l'andata finì 3-0 per gli svedesi), in una sorta di partita d'addio alla squadra gialloblù. In quella gara, Inzaghi ha segnato dopo un solo minuto, disputando una grande partita che il Parma ha vinto per 4-0, riuscendo così a passare il turno. Quella sera Inzaghi è diventato un idolo dei tifosi del Parma, che non smettevano di gridare dagli spalti l'improvvisato coro "Resta con noi Pippo! Resta con noi Pippo!" e il giorno dopo la famiglia Tanzi ha deciso di bloccare il trasferimento dell'attaccante per tenerlo a Parma.

Il 29 ottobre 1995 ha segnato il suo primo gol in Serie A contro il Piacenza, partita vinta 1-0 e che ha dato al Parma la vetta della classifica.

Nel suo momento migliore, Inzaghi ha subito un grave infortunio al piede sinistro. Durante un'amichevole del giovedì contro i dilettanti del Collecchio il piede di Inzaghi è andato a sbattere contro il ginocchio di un avversario. La diagnosi è stata frattura del quinto metatarso e Inzaghi ha dovuto trascorrere 60 giorni col piede immobilizzato.

Ovviamente, l'anno successivo ci sono state molte offerte per Inzaghi, il quale aveva anche bisogno di giocare per riprendere la piena forma e il ritmo partita dopo l'infortunio. Il Parma non poteva garantirgli un posto sicuro da titolare, la scelta di Inzaghi è stata, quindi, per motivi di fiducia, l'Atalanta. Infatti il presidente Ruggeri era a Verona quando Inzaghi vi aveva giocato e Maurizio Radici, uno degli azionisti dell'Atalanta, era il presidente del Leffe nel periodo in cui vi aveva miliatato Inzaghi.

A Bergamo, tra dirigenza e tifosi, Inzaghi ha trovato l'ambiente ideale per rendere al meglio. In quell'annata, 1996-1997, è stato il capocannoniere della Serie A con 24 gol, mostrando le sue grandi doti di attaccante rapido, veloce, opportunista, forte di testa e inimitabile nel giostrare sul filo del fuorigioco pronto a partire verso la porta avversaria non appena un compagno gli avesse servito un pallone filtrante. Ha segnato anche alcuni gol su rigore, dimostrandosi bravo e freddo anche dal dischetto.

In quella stagione ha segnato a ben 15 squadre su 18 del campionato di Serie A (si sono salvate dai suoi gol solo Parma e Udinese), eguagliando il record di Michel Platini nel campionato 1983-1984 (c'è da dire che il campionato 1983-1984 era a 16 squadre, e quindi Platini ha segnato a tutte le squadre avversarie del campionato).

Il 9 marzo 1997, 23a giornata del campionato di Serie A, in Atalanta-Sampdoria 4-0, Inzaghi ha segnato la sua prima tripletta in Serie A, realizzando ai minuti 18°, 28° (su rigore) e 90°.

È stato acquistato dalla Juventus nell'estate 1997 per 20 miliardi di lire. La sua prima stagione in bianconero è iniziata tra lo scetticismo generale: si diceva che lui e Del Piero formassero una coppia d'attacco troppo leggera. I due hanno risposto con i fatti: Inzaghi ha segnato 18 gol in campionato e 6 in Champions League e Del Piero ha fatto ancora meglio di lui. In quella stagione Inzaghi ha vinto la Supercoppa italiana (3-0 al Vicenza con una sua doppietta alla prima gara ufficiale in bianconero) e lo Scudetto, al termine di un appassionante duello con l'Inter. In Champions League, invece, dopo un cammino entusiasmante, la Juventus ha perso in finale ad Amsterdam contro il Real Madrid (0-1, rete decisiva di Mijatović, con Inzaghi che è andato due volte vicino al gol).

Nel 1998-1999 alla Juventus le cose non sono andate per il verso giusto: Del Piero si è infortunato, i risultati non sono arrivati, Lippi si è dimesso a febbraio e lo ha sostituito Ancelotti. Inzaghi non ha fatto comunque mancare il suo apporto di gol in tutta la stagione, ma i risultati sono stati deludenti. In Champions League la Juve è stata eliminata in semifinale dal Manchester United: Inzaghi aveva realizzato una doppietta in dieci minuti, ma gli inglesi sono stati capaci di rimontare e vincere (2-3). Quell'anno ha realizzato 6 gol nella massima competizione europea, fra cui una spettacolare rovesciata al Galatasaray. In campionato la Juve è finita addirittura fuori dalla Champions League e ha perso l'accesso alla Coppa UEFA nello spareggio con l'Udinese, rimanendo costretta a disputare la Coppa Intertoto.

La stagione 1999-2000 si è aperta con la vittoria della Coppa Intertoto, anche grazie ai numerosi gol di Inzaghi. La Juventus ha giocato un ottimo campionato, rimanendo in testa per quasi tutto il torneo. Inzaghi ha segnato 15 gol fino a marzo, poi si è fermato, probabilmente perché stanco per aver disputato la Coppa Intertoto in piena estate. Inoltre in quella stagione sono nati dei presunti dissapori con Del Piero, che non riusciva a segnare su azione dopo il suo ritorno dall'infortunio. All'ultima giornata la Juventus ha perso nel diluvio di Perugia (1-0) e lo scudetto è stato vinto dalla Lazio.

Nel 2000-2001 Inzaghi non ha fatto mancare i suoi gol in Serie A e in Champions League, ma anche quest'anno i risultati ottenuti dall'allenatore Ancelotti non sono stati soddisfacenti. In Europa la Juve è stata eliminata nella prima fase, nonostante i 5 gol di Inzaghi (fra cui una tripletta all'Amburgo); in Serie A, dopo una bella rimonta, la Juventus si è dovuta accontentare del secondo posto dietro alla Roma.

Al termine della stagione la Juventus ha ceduti Inzaghi al Milan per 70 miliardi di lire (40 in contanti più Cristian Zenoni), avendo ormai deciso di puntare sul francese Trézéguet nel ruolo di centravanti.

Nell'estate 2001 è passato al Milan.

Con i rossoneri di Carlo Ancelotti Inzaghi ha disputato una prima stagione con alti e bassi a causa di un grave infortunio occorsogli a dicembre in uno scontro con il portiere del Chievo Lupatelli: 10 reti in campionato, ma molte delle quali fondamentali per la rincorsa alla qualificazione alla Champions League dell'anno successivo.

Molto meglio è andata nel campionato seguente, quando è sceso in campo 30 volte mettendo la palla in fondo al sacco in 17 occasioni. Determinante inoltre il suo apporto in Champions League, dove con i suoi 12 gol ha trascinato la squadra fino alla vittoria finale. Un centro per lui anche nella finale di ritorno di Coppa Italia contro la Roma, dove ha segnato il gol del definitivo 2-2.

Una serie di infortuni alla schiena, al ginocchio, al gomito, ma soprattutto alla caviglia gli hanno precluso la titolarità nelle due annate successive, in cui si è dovuto sottoporre a due delicate operazioni chirurgiche e si è dovuto accontentare di disputare in tutto 25 partite con soli 3 gol.

Nella stagione 2005-2006, dopo aver recuperato dagli infortuni patiti, ha portato a termine un finale di stagione eccezionale, segnando con i rossoneri 12 gol in campionato e 4 in Champions League. Le prestazioni convincenti in Italia e in Europa gli sono valse la convocazione da parte di Marcello Lippi nella Nazionale vittoriosa al Mondiale di Germania 2006, dove è riuscito ad andare a segno, contro la Repubblica Ceca, pur avendo giocato solo 33 minuti.

Nella stagione 2006-2007 è stato decisivo con il Milan in Champions League, dove ha segnato i gol con i quali la squadra rossonera ha superato il preliminare con la Stella Rossa e soprattutto i due con cui ha vinto la finale di Atene contro il Liverpool, il primo deviando una punizione di Pirlo, il secondo scattando sul filo del fuorigioco su assist di Kaká. Al termine dell'incontro Inzaghi è stato nominato "Man of the match".

Grazie alla vittoria della Champions League 2006-2007 i rossoneri il 31 agosto 2007 hanno disputato la Supercoppa Europea contro il Siviglia. La partita è terminta 3-1 per il Milan e il momentaneo pareggio arriva proprio per opera di Superpippo che segna con un colpo di testa su cross di Gattuso. Dopo la doppietta segnata allo Šakhtar il 6 novembre 2007, Inzaghi ha raggiunto Gerd Müller a quota 62 gol nella classifica dei marcatori nelle competizioni UEFA. Ha superato il tedesco nella successiva partita europea disputata, segnando il suo 63° gol europeo contro il Celtic il 4 dicembre 2007. Inzaghi si è rivelato decisivo anche nella finale del Mondiale per club, giocata contro il Boca Juniors il 16 dicembre 2007: in questa partita Superpippo ha realizzato due delle quattro reti (entrambe su assist di Kaká) grazie alle quali il Milan si è imposto sulla formazione argentina con il risultato di 4-2. Con queste due reti Inzaghi ha raggiunto inoltre un invidiabile record, divenendo infatti l'unico calciatore a essere riuscito a segnare in tutte le competizioni disputate.

Il 24 febbraio 2008 Inzaghi, segnando contro il Palermo la rete del 2-1 finale, ha realizzato il 90° gol con la maglia del Milan, che è diventata così la squadra con cui Inzaghi ha segnato di più, essendosi fermato a 89 reti con la Juventus. Dopo la gara di ritorno di Champions League contro l'Arsenal del 4 marzo 2008, un'ernia inguinale l'ha tenuto fermo per un mese. È tornato nuovamente in campo il 5 aprile 2008 realizzando 10 gol in 7 partite: 2 reti contro il Cagliari (3-1), un'altra doppietta a Torino contro la Juventus (3-2 per i bianconeri), un gol contro la Reggina (5-1), una tripletta al Picchi contro il Livorno (4-1), un gol nel derby contro l'Inter (2-1) e un gol contro l'Udinese (4-1). Quest'ultima è stata la sua centesima marcatura con la maglia del Milan.

Dopo essere stato raggiunto il 5 marzo 2008 in vetta alla classifica dei marcatori nelle competizioni UEFA per club a quota 63 reti da Raúl, ha staccato lo spagnolo il 23 ottobre 2008 realizzando il terzo gol rossonero contro gli olandesi dell'Heerenveen, 64° personale in Europa e 100° dei rossoneri in Coppa UEFA. Raggiunto da Raúl il 25 novembre 2008, lo ha nuovamente superato due giorni più tardi, portandosi a quota 65 gol grazie alla rete realizzata al 92° minuto di gioco contro gli inglesi del Portsmouth, che ha determinato il 2-2 finale. Il 10 dicembre 2008 è stato nuovamente raggiunto e poi superato da Raúl, che con la doppietta allo Zenit si è portato a quota 66 reti. Inzaghi ha nuovamente raggiunto il capitano madridista il 18 febbraio 2009 segnando l'unico gol rossonero nell'1-1 contro il Werder Brema.

Con il Milan ha vinto finora due Champions League, una Coppa del Mondo per club, due Supercoppe Europee, uno Scudetto, una Coppa Italia, e una Supercoppa Italiana.

Con la Nazionale di calcio italiana ha disputato 57 partite segnando 25 reti, grazie alle quali è al sesto posto nella classifica dei marcatori dell'Italia: lo precedono solo Luigi Riva (35), Giuseppe Meazza (33), Silvio Piola (30), Roberto Baggio e Alessandro Del Piero (27). Di questi solo Del Piero è ancora in attività, per cui Inzaghi è il secondo miglior marcatore in attività della Nazionale.

Ha esordito in maglia azzurra l'8 giugno 1997, con il CT Cesare Maldini, nell'amichevole Italia-Brasile 3-3, valida per il Torneo di Francia.

Ha partecipato ai Mondiali di Francia '98, regalando un assist a Roberto Baggio nella partita contro l'Austria (2-1).

Agli Europei 2000 è stato titolare e ha segnato due reti: il rigore decisivo contro la Turchia (2-1) e il gol da attaccante puro nei quarti di finale contro la Romania (2-0). A sorpresa è stato escluso dal CT Zoff nella finale contro la Francia, che l'Italia ha perso in modo beffardo al golden gol (1-2).

Il CT Trapattoni lo ha convocato anche per i Mondiali 2002 in Corea del Sud e Giappone. Per Inzaghi il bottino è stato di 2 presenze, di cui una da titolare contro il Messico. Il bilancio degli Azzurri è stato però molto negativo: l'Italia è stata eliminata agli ottavi di finale in un'incredibile partita contro la Corea del Sud padrona di casa (2-1 al golden gol).

Convocato dal CT Marcello Lippi nella Nazionale partecipante al Mondiale 2006, Superpippo è sceso in campo in una sola occasione, riuscendo comunque a mettersi in evidenza: il 22 giugno nella partita contro la Repubblica Ceca, finalizzando un veloce contropiede, ha messo a segno il gol del 2-0 che ha permesso all'Italia di chiudere la partita e ipotecare il passaggio agli ottavi di finale contro l'Australia come prima classificata nel Girone E. Il 9 luglio 2006, a quasi 33 anni, ha festeggiato quindi con i suoi compagni la vittoria della Coppa del Mondo.

Dopo il Mondiale, è stato impiegato in 6 partite di qualificazione agli Europei 2008, nelle quali ha segnato 3 reti, di cui una doppietta alle Isole Fær Øer il 2 giugno 2007, ma il tecnico Roberto Donadoni non lo ha inserito nella lista dei convocati per la fase finale del Campionato europeo 2008.

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