Jazz

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Tags : jazz, musica, cultura

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Jazz

The King & Carter Jazzing Orchestra, Houston, Texas, 1921.

Il Jazz è un genere musicale di origine statunitense nato nei primi anni del XX secolo nelle comunità afro-americane del sud degli Stati Uniti per la confluenza di tradizioni musicali africane ed europee. Caratteristiche perculiari del genere sono l'improvvisazione, la poliritmia, l'utilizzo della sincope e di note swing e di blue note.

Sin dai primi tempi il jazz ha incorporato nel suo linguaggio i generi della musica popolare americana, dal ragtime, al blues, dalla musica di Tin Pan Alley, alla musica leggera e colta dei grandi compositori americani. In tempi più recenti il jazz si è mescolato con tutti i generi musicali moderni anche non americani, come il samba, la musica caraibica e come il rock.

Il jazz si è trasformato, nel corso di tutto il XX secolo, evolvendosi in una gran varietà di stili e sottogeneri: dal dixieland di New Orleans dei primi anni, allo swing delle big band negli anni trenta e quaranta, dal bebop della seconda metà degli anni quaranta, al cool jazz e al hard bop degli anni cinquanta, dal free jazz degli anni sessanta alla fusion degli anni settanta, fino alle contaminazioni con il funk e l'hip hop dei decenni successivi.

Rivelatosi alla fine del XIX secolo come sintesi tra numerose culture musicali, comprese quelle europee (ragtime, musica per banda militare, canti da chiesa, opera lirica) e africane (percussione, ritmo), il jazz arrivò ad acquisire il carattere di musica d'arte fin dagli inizi. Per un celebre critico musicale classico, l'italiano Giulio Confalonieri, il jazz è stata la musica più vitale, libera e rappresentativa dell'epoca contemporanea. Dal punto di vista tecnico, il jazz moderno è caratterizzato dall'uso estensivo dell'improvvisazione, di blue note, di poliritmie e di progressioni armoniche insolite se confrontate con quelle in uso nella musica classica. In particolare la pulsazione ritmica jazzistica, elastica e a volte scandita in maniera ineguale, chiamata swing, ha sempre rivestito grande importanza in quasi tutte le forme stilistiche di questa musica.

Fin dagli inizi l'interpretazione jazzistica ha posto un grande accento sull'espressività, e, nel corso degli anni, anche sul virtuosismo strumentale. La musica jazz degli albori era basata su combinazioni di elementi musicali africani, articolata cioè su scale pentatoniche, con caratteristiche blue notes, mescolate ad armonie derivate dalla musica colta europea, ed un notevole uso di ritmi sincopati, e di poliritmi; musica colta e jazz si sono costantemente avvicinate al punto che non è raro assistere a performance classiche di musicisti jazz e performance jazz di musicisti classici.

Caratteristica peculiare della musica jazz è senza dubbio l'improvvisazione la quale, partendo dalla semplice variazione sul tema iniziale, ha assunto via via sempre maggiore importanza, fino ad assumere (nella forma che fu chiamata Free Jazz e che ebbe il suo periodo d'oro negli sessanta-settanta) la completa preminenza sul tema, che poteva anche scomparire negli esperimenti che venivano a volte chiamati "improvvisazione totale collettiva".

La formazione jazzistica moderna tipica è costituita da un gruppo musicale di dimensioni limitate. La combinazione più frequente è il quartetto, quasi invariabilmente costituito da una sezione ritmica composta da batteria, basso o contrabbasso, pianoforte e da uno strumento solista, generalmente un sassofono o una tromba.

Nell'ambito della piccola formazione sono possibili e frequenti una gran varietà di cambiamenti. Per quello che riguarda la consistenza numerica, si trovano esempi di performance solistiche (spesso, ma non sempre, si tratta di pianoforte solo), fino ad arrivare al nonetto formazione che comincia già ad assumere caratteristiche orchestrali. Si hanno anche svariatissime combinazioni per quello che riguarda la qualità degli strumenti coinvolti: si hanno esempi di jazz suonato solisticamente con la maggior parte degli strumenti orchestrali (perfino oboe e arpa) o folcloristici (ad esempio, la kora).

Il jazz possiede anche una lunga tradizione orchestrale, che ha avuto come protagonisti musicisti d'eccezione. Le formazioni jazzistiche orchestrali, che entrarono in crisi profonda alla fine degli anni trenta, sono oggi abbastanza rare, soprattutto a causa delle difficoltà economiche e organizzative collegate alla gestione di un complesso che comprende molte decine di musicisti.

Per lungo tempo territorio privilegiato dei musicisti afroamericani che lo inventarono, e avente come centro propulsore gli Stati Uniti d'America, il jazz è oggi suonato, composto e ascoltato ovunque in tutto il mondo come una nuova musica colta: se questo è vero soprattutto nel mondo occidentale, è anche vero che le esplorazioni delle radici musicali africane che molti jazzisti intrapresero a partire dagli anni sessanta e i contatti tra culture e stili musicali caratteristici dell'ultima parte del XX secolo, hanno contribuito a creare molti tipi di jazz, che vanno dalla tradizionale performance per piccolo ensemble, derivato dalle esperienze boppistiche e post-boppistiche, alla creazione di sonorità insolite che nascono dalla ibridazione di diverse tradizioni strumentali e musicali, fino ad arrivare a dissolversi nel genere chiamato world music (e in questo caso non si parla più di jazz).

Un fenomeno simile ha recentemente conferito la categoria di genere colto anche a parte della musica brasiliana e argentina (Antonio Carlos Jobim, Astor Piazzolla e altri), che fra l'altro si è apparentata con il jazz, anche per l'opera svolta da Stan Getz ed altri in conseguenza della quale molti standard jazz utilizzano modelli brasiliani e argentini.

La musica Jazz si può considerare come un nuovo varco verso altri mondi musicali: un genere che, partendo da un substrato che comprendeva le forme popolari del blues (si può dire che tutta la musica moderna discende dalla poetica spassosa del blues primitivo, che è tutt'altro che un cimento infantile), degli spiritual e della musica bandistica e incorporando via via altre forme di musica nera (ad esempio il ragtime degli anni 1920) arrivò ad utilizzare una base di standard usati come punto di partenza per modificarne di continuo ogni modulo armonico, melodico, e ritmico.

Tutta la musica jazz e derivata è stata definita come colta, appunto per il presupposto che è risultante della conoscenza della musica classica, e delle varie etnie musicali. Lo stesso non può dirsi per il blues iniziale. Il passaggio di qualità può forse attribuirsi a George Gershwin, musicista di grande valore, figlio di emigranti russi, morto giovanissimo ma che ebbe dei maestri importanti e fu ispirato da autori come Debussy e Ravel. La sua produzione è incredibilmente vasta, ma restano più valide le opere definite minori (circa 700), utilizzate anche ora come standard inesauribili. Ricordiamo che lo stesso Debussy venne influenzato dal jazz, come si può ben vedere in "Golliwogg's Cakewalk", brano posto alla fine del "Children's Corner", una delle sue più celebri suite per pianoforte.

La musica che sarebbe stata chiamata "jass" e poco dopo "jazz" nasce quasi certamente a New Orleans all'inizio del XX secolo. Il musicista cui è attribuito il titolo di "padre del jazz", Buddy Bolden è attivo a New Orleans nel 1904. Nel 1906 il pianista Jelly Roll Morton compose il brano "King Porter Stomp", che fu uno dei primi brani jazz a godere di vasta notorietà, e negli anni seguenti a New Orleans furono attive molte formazioni jazz: tra le più importanti, quella capeggiata dal cornettista Joe "King" Oliver. La parola jazz venne stampata da un quotidiano, per la prima volta, nel 1913.

Grande notorietà ebbe la Original Dixieland Jass Band (O.D.J.B.), composta da soli bianchi e diretta dal trombettista, di origini italiane, Nick La Rocca. Dopo il debutto a Chicago il 3 marzo 1916, il 26 febbraio 1917, la O.D.J.B. registrò per la prima volta un brano jazz Livery Stable Blues. Per questo alla O.D.J.B. venne attribuito il titolo di "inventori del jazz".

Tra il 1910 e il 1920, molti musicisti di New Orleans, spinti dai maggiori guadagni che venivano offerti al Nord e dalla decadenza dell'intrattenimento a New Orleans si spostarono al nord e molti di essi scelsero Chicago, città che attrasse anche King Oliver, e attorno alla quale si creò una scuola da cui emersero molti protagonisti soprattutto bianchi, tra cui Bix Beiderbecke, Frank Trumbauer, Pee Wee Russell.

Il jazz aumentava la sua popolarità, affermandosi tra l'altro come musica da ballo e nei locali notturni. Molti protagonisti, tra cui il sassofonista Sidney Bechet fecero tourneè in Europa. Nelle orchestre aumenta l'importanza del solista come simboleggia l'emergere della figura di Louis Armstrong, reso famoso dalle registrazioni dei suoi gruppi, gli Hot Five e gli Hot Seven nel 1925.

Nacquero in questo periodo molte orchestre (Big band) tra cui si ricordano quelle di Fletcher Henderson, quella del bianco Paul Whiteman e quella del giovane Duke Ellington. La fiorente industria dell'intrattenimento e l'abbondanza di sale da ballo fanno di New York una delle città centrali per il jazz. Nel 1920, il primo disco a vendere un milione di copie è "Crazy Blues" della cantante Mamie Smith.

A seguito della crisi di borsa dell'ottobre 1929 l'intrattenimento musicale negli Stati Uniti d'America subì un drammatico azzeramento e negli anni immediatamente successivi, passati alla storia come "la grande depressione", pochi musicisti riuscirono a sopravvivere. I migliori iniziarono forunate esibizioni in Europa; gli altri fecero fatica a sbarcare il lunario. La rinascita musicale, e con essa totale, dell'America è legata all'intuizione di un giovane musicista di origine ebrea, Benny Goodman. Questi mise a punto una originale formula musicale utilizzando un tempo costante, rendendo perciò "ballabile" il nuovo stile, e una accelerazione progressiva nei toni, nei timbri, nei contrappunti. La musica che ne derivò prese il nome di "swing", come il giro di mazza del giocatore di baseball. Ogni brano comincia con tranquillità per scatenarsi progressivamente, mantenendo però rigorosamente lo stesso ritmo. Per rendere ancora più gradito ai ballerini il nuovo stile, Goodman utilizzò una grande orchestra, con una ricca sezione di strumenti a fiato e una sezione ritmica. La formazione tipo dell'orchestra swing comprendeva tre o quattro trombe, tre tromboni, cinque sassofoni tra cui due contralti, due tenori e un baritono. La sessione ritmica comprendeva una chitarra, un contrabbasso, un pianoforte e la batteria. A questa formazione si aggiungeva lo strumento del leader, nel caso di Goodman il clarinetto.

Le orchestre jazz diventarono il principale veicolo di diffusione del jazz. In questo periodo assunsero ai primi posti delle classifiche musicali le orchestre di Benny Goodman (che assunse Fletcher Henderson come arrangiatore), Duke Ellington, Cab Calloway, Woody Herman, Count Basie, Chick Webb (che aveva come cantante Ella Fitzgerald), Artie Shaw, Glenn Miller, lanciando nuovi balli quali il jitterbug e lo swing.

New York assurse ad un ruolo di preminenza sulla scena jazzistica, prima coi locali e le sale da ballo di Harlem (tra cui il famoso Cotton Club), poi coi club che fiorirono attorno al Greenwich Village, a Broadway e alla Cinquantaduesima strada, soprannominata Swing Street o "la strada che non dorme mai". Furono questi i palcoscenici che portarono al sucesso Billie Holiday, Art Tatum, Fats Waller, Coleman Hawkins, Lester Young. Lo stile che nacque in questi locali era rilassato e notturno, esemplificato dall'interpretazione di Body and Soul data in quegli anni da Hawkins, che fu anche uno degli strumentisti che resero il sax tenore la voce dominante del jazz.

Uno stile jazzistico più rivolto al blues e con caratteristiche meno urbane di quello newyorkese veniva in quegli anni praticato dalle orchestre di Kansas City, luogo di fondazione dell'orchestra di Count Basie. In questa città si formarono molti protagonisti degli anni che seguirono.

La segregazione razziale, che era stata fino ad allora la regola nelle orchestre di jazz così come nei locali, iniziò in quegli anni a perdere un po' della sua compattezza, grazie anche al coraggioso esempio di direttori d'orchestra come Goodman e Shaw che portarono in tourneè gli artisti afroamericani Roy Eldridge e Billie Holiday.

Le mutate condizioni economiche costrinsero alla chiusura la maggior parte delle grandi orchestre.

Attorno al 1945, da un gruppo di giovani musicisti che si ritrovano a tarda ora alle jam session che si tenevano in due locali di Harlem, il Minton's Playhouse e il Monroe's, lo stile, detto dapprima rebop, poi bebop o semplicemente bop, dal suono di una frase ricorrente nei brani tipici di questa nuova musica. Caratterizzato da armonie complesse e tempi velocissimi, il bebop fu tenuta a battesimo dal trombettista Dizzy Gillespie che ne fu il pioniere assieme all'alto sassofonista Charlie Parker - detto Bird o Yardbird. Il successo del nuovo genere, che richiamava un pubblico intellettuale e molto più ristretto di quello delle big band, mise in luce altri protagonisti del periodo: il pianista e compositore Thelonious Monk e il suo amico (anch'egli pianista) Bud Powell, il batterista Kenny Clarke, i trombettisti Clifford Brown e Fats Navarro, i sassofonisti Sonny Rollins e Sonny Stitt, i batteristi Max Roach e Kenny Clarke. Il bebop fu molto criticato da alcuni artisti della generazione precedente, soprattutto Louis Armstrong.

La fine degli anni 40 videro una reazione agli aspetti più estremi del movimento bebop, reazione che, dalle sue caratteristiche melodiche e rilassate, prese il nome di cool jazz. Iniziato a New York e nel Midwest dalle esperienze di Miles Davis e Gil Evans (dei quali si ricorda l'album "Birth of the Cool"), Lennie Tristano ed altri, il cool jazz fu il primo stile jazz a radicarsi in California. Molti dei suoi protagonisti furono bianchi: Gerry Mulligan e Chet Baker (che diedero vita ad un famosissimo quartetto), Lee Konitz, Dave Brubeck, i sassofonisti Stan Getz (che fu anche protagonista della fusione del jazz con la musica brasiliana) e Paul Desmond. L'afroamericano John Lewis elaborò l'estetica cool creando un quartetto, il Modern Jazz Quartet, che fuse il jazz con elementi e sonorità derivanti dalla musica classica (soprattutto barocca) europea.

Il bebop nel frattempo maturò, abbandonando parte delle sue caratteristiche più sperimentali ed evolvendosi in un genere che fu chiamato hard-bop, tra i cui protagonisti si ricordano Art Blakey, e i suoi Jazz Messengers, Horace Silver, Miles Davis e le sue classiche formazioni comprendenti John Coltrane, Red Garland, Paul Chambers, Philly Joe Jones, Cannonball Adderley.

Le esperienze di jazz orchestrale continuarono, anche se con difficoltà, con le orchestre di Count Basie, Duke Ellington, Woody Herman, Stan Kenton, e con le originali collaborazioni di Miles Davis e Gil Evans. Il contrabbassista Charles Mingus si segnalò come personaggio di grande spicco alla testa di formazioni allargate (anche se non di organico propriamente orchestrale).

Genere ormai più colto che popolare, nel corso di questo decennio il jazz affrontò numerose trasformazioni che finirono per frazionarlo in molteplici stili.

La tendenza più radicale e controversa fu determinata dall'avvento di uno stile che venne dapprima chiamata "The New Thing" ("La cosa nuova") e in seguito "Free Jazz".

L'altra tendenza fu quella di avvicinamento al funk ed al rock, con la nascita della cosiddetta fusion. Molti critici ritengono che fra le prime incisioni fusion vi siano Hot Rats di Frank Zappa, il quale sembrò avvicinarsi al jazz partendo dal rock con quest'album del 1969, ed il doppio album Bitches Brew di Miles Davis (1970). Seguirono poi numerosi protagonisti fra cui i Weather Report ed Herbie Hancock.

La lista che segue (evidentemente parziale ed incompleta) comprende solo alcuni dei musicisti il cui apporto a questo genere musicale è quasi universalmente considerato, per diversi motivi, fondamentale.

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Musica Jazz

Gian Carlo Testoni, fondatore e primo direttore di Musica Jazz

Musica Jazz è la più importante rivista italiana di informazione e critica musicale specializzata in musica jazz e una delle più longeve, non solo in Europa, ma anche nel mondo intero: col fascicolo di marzo 2009 ha festeggiato il suo 700° numero.

Viene pubblicata con un supporto discografico allegato e ha periodicità mensile.

La rivista nasce come "Musica e Jazz" nel luglio del 1945 a Milano, fondata da Gian Carlo Testoni. Dopo il primo numero a Testoni si affiancherà, in qualità di caporedattore, Arrigo Polillo.

Testoni è uno dei padri fondatori della critica jazz in Italia: nel 1935, a soli 23 anni, fonda insieme al pianista Ezio Levi il Circolo del Jazz Hot a Milano, uno dei primi in Italia, situato in Galleria del Corso e nato nonostante l'opposizione del regime fascista a questa musica. Nel 1938 pubblica "Introduzione alla vera musica di jazz", scritto insieme a Levi, il primo studio su questa musica pubblicato in Italia. Nel 1953, insieme a Polillo, Giuseppe Barazzetta, Roberto Leydi e Pino Maffei darà alle stampe l'"Enciclopedia del Jazz", prima opera del genere mai pubblicata al mondo.

Le prime due annate della rivista sono consultabili online in formato pdf a cura del Centro Studi sul Jazz "Arrigo Polillo", sezione ricerca della Fondazione Siena Jazz. Lo stesso sito ha reso disponibile una indicizzazione analitica della rivista. I servizi del Centro Studi "Arrigo Polillo" sono accessibili alla pagina . Nel 1965, alla morte di Testoni, la direzione della rivista passa ad Arrigo Polillo al quale, nel 1984, succederà Pino Candini e poi, fino al 2001, Claudio Sessa.

Dal 2001 la rivista è diretta da Filippo Bianchi. Vice caposervizio è Alessandro Achilli; collaboratori redazionali sono Luca Conti e Gian Mario Maletto.

Dal numero di novembre 1981, la rivista allega mensilmente un supporto discografico corredato da una monografia interna.

Si deve tenere conto del fatto che gli inediti e le rarità erano tali al momento dell'uscita dei supporti, e che in alcuni casi sono stati poi ristampati in tempi successivi da etichette diverse.

Dal luglio 1991 il supporto discografico è allegato sotto forma di CD. Molti dei dischi allegati alla rivista sono divenuti oggetti di ricerca da parte di collezionisti ed appassionati, sia per la presenza di brani molto spesso inediti o particolarmente rari, sia perché per alcuni di essi le copertine sono state disegnate da noti illustratori, come Guido Crepax e Maurizio Bovarini.

Pubblicata dalle Messaggerie Musicali di Milano fino al novembre 1981, è stata poi rilevata dalla Rusconi Editore (oggi Hachette Rusconi).

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Umbria Jazz

Perugia, Renzo Arbore

Umbria Jazz è una delle più importanti manifestazioni jazzistiche a livello mondiale. Si svolge a Perugia nel mese di luglio.

Il 23 agosto 1973 è la data del primo concerto della prima edizione di Umbria Jazz. Fu subito chiaro che si trattava di una buona idea, come testimoniava il grande successo di pubblico, a dispetto di una promozione approssimativa (la gestazione del processo fu velocissima: dalla visione alla realizzazione concreta passarono pochissimi mesi). Inizialmente Umbria Jazz assunse una formula "itinerante", cioè si spostava, ogni sera, da una città all'altra in una sorta di pittoresco viaggio disorganizzato per i tanti luoghi suggestivi della regione, ed aveva un gran pregio: i concerti erano gratuiti. Per ascoltare musica non si pagava nessun biglietto, in una fase storica in cui i giovani consideravano la musica come una sorte di "servizio sociale". Per il jazz, musica da club o tutt'al più da teatro, in ogni caso per piccoli spazi, è uno shock. Il jazz entra nella piazza dell'Umbria, l'agorà dove si è sempre svolta la vita civile e sociale della sua gente. Da allora il jazz e la piazza convivono, e festival di questo tipo nascono in tutta Italia. Oltre che uno shock per l'Umbria, è un incredibile spot promozionale, perché musica e ambienti si intrecciano con inedite suggestioni. E l'immagine di quelle piazze stracolme di gente fa il giro dell'Italia e sbarca perfino in America. Del resto, come sarebbe possibile non subire il fascino della piazza del Popolo di Todi, di piazza IV Novembre a Perugia, del Teatro romano a Gubbio, della fortezza dell'Albornoz a Orvieto... Se Umbria Jazz doveva lanciare l'Umbria come approdo di un turismo giovane e di massa, l'obiettivo era raggiunto.

Le città dell'Umbria, dal fragile equilibrio, nei giorni di Umbria Jazz (conosciuta anche come UJ), scoppiano. In alcune situazioni la popolazione raddoppia. Gli organizzatori fanno il possibile per arginare la situazione ma, a volte, il possibile non è sufficiente. Prima dei concerti, dal primo pomeriggio, le piazze diventano delle interminabili distese di sacchi a pelo. È difficile spostarsi: addirittura in alcuni casi anche i musicisti hanno difficoltà nel raggiungere il luogo dove devono suonare, e c'è chi, come Count Basie, non arriva affatto: la sua orchestra resta inesorabilmente bloccata sul bus vittima dello stesso ingorgo in cui sono intrappolati tanti aspiranti spettatori. Per Umbria jazz non esistono mezze misure: c'è chi vede con entusiasmo questo singolare "esperimento" di politica culturale e fa notare come l'immagine stessa della regione ne venga positivamente stravolta. Al contrario, non mancano gli scettici prima e i critici dopo, che vedono Uj come una specie di violenza alla tradizionale quiete e al secolare silenzio dell'Umbria.

L'edizione del 1976, l'anno che vede calcare le scene dell'Umbria a George Coleman, Art Blakey e Dizzy Gillespie segna l'anno più nero per Uj. In Umbria arriva troppa gente e questo resta il principale motivo di crisi. Ma c'è anche da dire che parte del pubblico (una parte minoritaria, ma vistosa) non è certamente facile da gestire. È un pubblico "estremo" che vive tutto come una dimensione politica; in Italia sono i cosiddetti "anni di piombo". Uj viene trascinata, suo malgrado, in questa spirale e spesso diventa teatro di irrequietezze e talvolta di disordini. Piccoli gruppi di contestatori si danno agli "espropri proletari", altri si accaniscono contro le sedi dei partiti politici di destra. A Todi scoppiano disordini al passare di una processione religiosa. Attorno alle piazze sono schierate lunghe file di poliziotti e il clima, che doveva essere di festa, diventa molto teso. Neanche la musica si salva: va di moda il jazz-man politico, anche se spesso la politicizzazione si risolve in qualche titolo accattivante e in ostentati abiti africani. Vengono fischiati grandi artisti, come Chet Baker e Stan Getz, bianchi e borghesi. Altrettanto acceso, ovviamente, è il confronto fra le forze poilitiche dell'Umbria e negli ambienti culturali: sostenitori e detrattori si misurano con toni forti. E pensare che, in fondo, tutto era nato da un innocuo intento di promozione turistica. Per non rischiare, gli organizzatori annullano l'edizione del 1977.

Dopo molte polemiche, nel 1978 si torna a riorganizzare la grande kermesse di Uj, con una formula che cerca di limitare l'afflusso di spettatori dividendoli: ogni sera vanno in scena due concerti in altrettante città. Ma la folla non si divide anzi, in certi casi, aumenta, e con essa, ovviamente, i problemi. Il festival, per come è diventato, non è più gestibile, e nemmeno difendibile. Anche gli amministratori regionali che fino ad ora, nonostante tutto, lo avevano difeso, non se la sentono più di correre il grande azzardo e sono costretti a cedere. L'edizione del 1978 sarà l'ultima di Uj. Serve una pausa di riflessione, ma non sono molti a scommettere sul futuro del festival. Sembrava proprio il "canto del cigno": a Terni, in un tripudio di folla, si svolge la grande performance del trio di Bill Evans con alla batteria Philly Joe Jones, mentre a Perugia si esibisce Lionel Hampton con la sua All Star Big Band: uno scampolo di capolavoro in un momento nero.

Per tre anni, dal 1979 al 1981 si continua a parlare di Uj, ma sono in pochi quelli che scommetterebbero su una sua rinascita. E invece, autentica araba fenice della musica, la manifestazione rinasce dalle sue ceneri. Nell'edizione del 1982 si vede subito che molte cose sono cambiate: innanzitutto Regione e Apt non entrano più nella gestione, che viene presa a carico da un gruppo di volenterosi. Nei primi tempi si fa capo alla struttura dell'Arci, una realtà associativa all'epoca molto forte in Umbria. Poi, col passare degli anni e delle edizioni, si seleziona sempre più una struttura ristretta che acquista competenza e professionalità. Da questa, nel 1985, nasce l'Associazione Umbria jazz, senza fine di lucro, che ha in gestione il marchio "Umbria jazz" di proprietà della Regione e gestisce il festival in ogni suo aspetto (formula, scelte artistiche, organizzazione, logistica, sponsorizzazioni). Oggi il presidente dell'Associazione è Renzo Arbore, mentre Carlo Pagnotta (uno degli ideatori di Uj) ne resta il Direttore artistico. Altro passaggio importante, alcuni anni dopo, è la nascita, per volontà della Regione, della Fondazione Umbria jazz, che ha il compito di garantire le risorse finanziarie di parte pubblica.

L'Umbria jazz gratuita e itinerante degli anni Settanta è ormai un ricordo; il presente è una manifestazione che introduce, per la prima volta, il biglietto d'ingresso. Non in tutti i concerti, perché una parte del cartellone resta, e resterà, sempre gratuita e in piazza. Insomma, per i concerti più importanti, si paga. Del resto è anche il pubblico che è cambiato, e nuove esigenze emergono: stop alle grandi adunate, stop ai sacchi a pelo in piazza, ma posti a sedere e, rigorosamente, numerati. La seconda caratteristica della "nuova" Uj è la stanzialità: non è più un festival itinerante, ma prende stabile dimora a Perugia. In verità, nei primi anni, si prova l'esperienza del cosiddetto "decentramento": il festival si svolge quasi tutto a Perugia, ma qualche concerto viene allestito anche in altre città, come Terni, Narni, Orvieto, Foligno, Gubbio, Città di Castello e Assisi. Ma il "decentramento" fallisce. Uj è diventata un festival ad immersione totale, e il centro storico di Perugia appare sempre più come un villaggio globale in cui si respira musica ad ogni ora del giorno e della notte, con eventi che si susseguono e si sovrappongono. In un chilometro quadrato di straordinaria bellezza e suggestione si creano interazioni inedite fra storia medievale, che aleggia tra i palazzi e le piazze di Perugia, e i suoni della contemporaneità.

Nei primi due anni della sua "seconda vita" Uj fu "sorvegliata speciale" e si svolse in un torrido tendone da circo nella zona di Pian di Massiano (vicino allo stadio), ben lontano dal centro storico: una specie di confino perché i problemi degli anni Settanta non erano stati dimenticati. Questa situazione la vivono anche gli operatori di commercio (che oggi considerano Uj come uno dei momenti fondamentali della promozione del turismo): quando apre il festival molti bar e ristoranti chiudono. Ma si vede presto che il clima è molto diverso e, a poco a poco, lo scetticismo cede il posto alla fiducia. E così si riguadagna il centro storico. I concerti serali si tengono nei neoclassici giardini del Frontone; quasi tutti i concerti sono esauriti e migliaia di persone non riescono a seguire i loro beniamini (Sonny Rollins, Randy Crawford, Michel Petrucciani, Phil Collins, Al Jarreau e Keith Jarrett, solo per nominarne alcuni). Dal 2003 saranno sostituiti con la più capiente arena del Santa Giuliana che accoglierà le performace di Ornette Coleman, Van Morrison, Bobby McFerrin, gli Earth, Wind & Fire, James Brown e i Manhattan Transfer (anche qui, solo qualche nome). Poi si aprono i "salotti buoni": prima il Teatro del Pavone, il settecentesco teatro dell'aristocrazia perugina, che ospita nel 1984 un galà in onore di Sarah Vaughan; poi il teatro comunale Morlacchi che, con la sua ottima acustica, esalta la voce e le note della chitarra di Caetano Veloso. Nel 1987 irrompe sulla scena del festival quello che resta lo spazio più suggestivo in assoluto: la duecentesca chiesa di San Francesco al Prato. È una delle più antiche e nobili chiese della città, semidiroccata per una serie ininterrotta di traumi di ogni tipo, dallo smottamento del terreno (già subito dopo la costruzione) fino al più recente terremoto che sconvolse l'Umbria nel 1997. La notte, sopra l'abside scoperchiato, si vede il cielo stellato. È un luogo "magico": tutto quello che vi si suona acquista una dimensione innaturale. I musicisti ne sono affascinati. Fuori dalla chiesa, sul prato, dove la musica scivola senza ostacoli, migliaia di persone ascoltano Gil Evans, Carmen McRae, la Liberation music orchestra. Attualmente si stanno terminando i restauri per farla diventare l'auditorium di Perugia con l'abside rigorosamente scoperchiato. Altri suggestivi spazi utilizzati sono il duomo di Perugia (soprattutto con i cori Gospel), la basilica di San Pietro (con Jan Garbarek e Hilliard Ensemble per il mistico e spirituale progetto Officium). Si dovette aprire perfino lo stadio di calcio (l'attuale "Renato Curi"), per la performance del mitico Miles Davis nel 1984, e fu teatro del più memorabile concerto del festival, quello di Sting nel 1987. Nel 1997 un concerto viene spostato a Villa Fidelia (vicino Spello) a causa delle migliaia di richieste di biglietti da tutta Italia e dall'indisponibilità dell'artista di utilizzare lo stadio; è un altro dei momenti indimenticabili per Uj: in una cornice quasi surreale la chitarra di Eric Clapton fa impazzire migliaia di giovani. Gli ultimi "acquisti" sono stati l'oratorio filippino di Santa Cecilia, piccolo e delizioso, restaurato dal Comune con il contributo della Heineken, e la sala Podiani della Galleria nazionale dell'Umbria, il tempio della storia e della cultura della città. E, naturalmente, per i concerti gratuiti, si torna in piazza IV Novembre e ai giardini Carducci, il cuore del cuore medievale.

Rispetto al passato Uj è tutta un'altra storia. Quello che non cambia rispetto alla prima vita è la qualità del cartellone: nel ventennio che parte dall'edizione del 1982 e arriva fino ai nostri giorni, per l'Umbria passa tutto il jazz che conta, con qualche divagazione nei territori del rock e del blues e della canzone brasiliana, con una maggiore attenzione (soprattutto negli ultimi anni) al jazz italiano. È la formula, però, che fa la fortuna del festival. Le scelte artistiche si dividono, volendo generalizzare molto, in due filoni: da un lato il jazz ortodosso; dall'altro un variegato panorama di musica Nera (blues, gospel, soul, zydeco, marching band, rhythm 'n' blues) e di vari sconfinamenti nel pop-rock, per un pubblico generalista che cerca una buona colonna sonora per la sua vacanza in Umbria. In tale ottica vanno viste anche le esibizioni ad Uj di personaggi come Elton John, Carlos Santana, James Brown, Donna Summer, Eric Clapton, Earth, Wind & Fire, e di molti altri artisti non strettamente appartenenti al mondo del jazz, che si sono avvicendati nell'arena perugina negli ultimi anni. Uj non è una manifestazione snob e non esclude nessuno: anche per questo contribuisce, come nessun'altra, alla conoscenza del jazz in Italia e ne fa un oggetto un po' meno sconosciuto. Anzi, meno elitario, perché i "numeri" del festival (incassi e presenze) sono da manifestazione "popolare".

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Source : Wikipedia