Italia dei Valori

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Inviato da maria 27/02/2009 @ 06:02

Tags : italia dei valori, partiti politici, politica

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Italia dei Valori

Simbolo IdV.png

Italia dei Valori - Lista Di Pietro (conosciuto semplicemente come Italia dei Valori, acronimo IdV) è un movimento politico italiano fondato il 21 marzo 1998 da Antonio Di Pietro, ex-magistrato fra i principali protagonisti dell'inchiesta Mani Pulite, indagine che nei primi anni '90 portò alla luce a livello nazionale un sistema di potere politico fondato sulla corruzione.

Il partito si propone di raccogliere e dar voce a settori della società italiana di diversa matrice politica e ideologica uniti dalla riproposizione della cosiddetta "questione morale". A livello europeo il partito è membro del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori, che nell'ultimo decennio si è aperto a partiti di centro di diversa estrazione.

Alle battaglie legalitarie del movimento si affiancano una serie di altre istanze programmatiche non riconducibili, almeno univocamente, alle tradizionali aree politiche, a testimonianza della natura "composita" delle anime che ne fanno parte: affrancamento dell'informazione pubblica dai partiti politici al fine di garantire al cittadino un'informazione completa e adeguata; sviluppo di fonti di energia rinnovabile e di un ciclo dei rifiuti ecosostenibile incentrato sulla differenziazione; razionalizzazione della struttura statale, a partire dalla riduzione del numero delle provincie a favore delle aree metropolitane; riconoscimento di un sistema di diritti e doveri per le coppie di fatto; previsione di un salario minimo di 1000-1100 € mensili a favore dei lavoratori precari affiancato ad un sistema di agevolazioni fiscali.

Dopo l'esperienza fra I Democratici, si ricostituisce come partito autonomo il 27 aprile 2000. Risanando la divisione che li ha portati a presentarsi senza accordi all'Elezioni politiche del 2001, torna nell'arco dell'alleanza di centro-sinistra di Romano Prodi, partecipando alle elezioni all'interno della coalizione dell'Unione nel 2005 e nel 2006. Alle elezioni del 2008 si è presentato in coalizione con il Partito Democratico.

Antonio Di Pietro era già entrato in politica nel 1996 in una breve apparizione come Ministro dei Lavori Pubblici nel Governo dell'Ulivo guidato da Romano Prodi e come senatore (dal 1997) eletto in un'elezione suppletiva.

Insieme ad altre formazioni politiche, Di Pietro promuoverà agli inizi del 1998 un referendum per l'abolizione del 25% della quota proporzionale per l'elezione della Camera dei Deputati, per conseguire un'ulteriore affermazione del sistema maggioritario a cui si è arrivati nel 1993 dopo un altro referendum. L'esito non fu favorevole per il mancato raggiungimento del quorum per poche decine di migliaia di voti. Quindi Di Pietro decide di dare vita ad un suo movimento, denominato Italia dei Valori, che trova da subito l'adesione di alcuni parlamentari e costituisce una componente autonoma all'interno del gruppo misto. I colori ufficiali di IdV sono quelli dell'arcobaleno.

Dopo un primo esordio elettorale alle amministrative del 1998, Italia dei Valori decide di raccogliere l'appello di Romano Prodi per la formazione dei Democratici, un movimento che ha per obiettivo la realizzazione di un unico Partito Democratico che raccolga in sé tutti i partiti che si riconoscano nell'area dell'Ulivo. La nuova formazione politica partecipa alle elezioni europee del 1999, ottenendo il 7,7% e 7 seggi, compresa l'elezione di Di Pietro. Dopo essere stato responsabile organizzativo del nuovo movimento, Di Pietro il 2 febbraio 2000 ne diviene capogruppo al Senato.

Con l'avvicinarsi dell'assemblea nazionale dei Democratici (gennaio 2000), Di Pietro presenta un proprio documento congressuale che, tuttavia, si rivela minoritario. In questa fase ci sono roventi scontri all'interno dell'Asinello, in parte suscitati dallo stesso Di Pietro che avanza accuse di "tatticismo".

La rottura definitiva si consuma in seguito alle elezioni regionali e alle dimissioni del Governo D'Alema, quando Di Pietro annuncia che non avrebbe sostenuto la candidatura di Giuliano Amato a Presidente del Consiglio, perché - sostiene Di Pietro - Amato, in passato, avrebbe partecipato ad una riunione con lo scopo di delegittimare l'operato del pool Mani pulite. Il 27 aprile 2000 Di Pietro lascia i Democratici, pronunciando questa frase: "Non perdano tempo né a minacciare né a procedere ad espulsioni perché me ne vado via da solo e invito a seguirmi tutti i democratici veri, quelli cioè che finora hanno fatto i veri asinelli, portatori di voti, consensi, lavoro e idee". Il partito, comunque, procede alla sua espulsione.

Il 3 giugno 2000 viene presentata la "Lista Di Pietro - Italia dei Valori", che nasce con l'obiettivo di una sua presentazione alle future elezioni politiche. Di Pietro presenta la sua "Carta dei Valori" e proclama il suo essere alternativo a Silvio Berlusconi, ma puntando a raccogliere il consenso in ogni strato dell'elettorato.

Privo ancora di un'organizzazione stabile sul territorio nazionale, il movimento riesce a presentare candidati in quasi tutti i collegi uninominali per l'elezione di Camera e Senato, presentando la propria lista al di fuori di entrambi gli schieramenti della politica italiana. Il risultato elettorale è sconfortante, in quanto per pochissimi voti IdV non riesce a superare la quota di sbarramento del 4% per accedere al riparto dei seggi in sede proporzionale: i voti raccolti sono 1,5 milioni per una percentuale del 3,9. Viene eletto un solo senatore in un collegio della Lombardia (Valerio Carrara), che, immediatamente, però, lascia IdV per aderire al Gruppo Misto e poi a Forza Italia.

Il dopo-elezioni costituisce la fase di radicamento sul territorio: IdV, priva di rappresentanze istituzionali e parlamentari, ma con un discreto consenso elettorale, comincia ad organizzare i suoi coordinamenti politici nelle principali città e nelle province italiane. Tra l'altro, IdV (insieme a Rifondazione Comunista, che hanno deciso di competere solitariamente), viene accusata di essere tra le ragioni della sconfitta dell'Ulivo.

I movimenti e i partiti anti-berlusconiani si ricompattano: il gelo tra IdV e la coalizione di centrosinistra comincia a venir meno a partire dal 2002 e, intanto, il 23 febbraio, insieme ad altri movimenti e alla rivista "Micromega", nel decimo anniversario di "Mani Pulite", IdV organizza al Palavobis di Milano un incontro per criticare le prime leggi del governo di centrodestra. Antonio Di Pietro urla con un megafono: "Abbiamo formato una nuova casa dei diritti e della solidarietà. Chi ci sta alle nostre proposte può venire con noi". E lancia l'invito a "resistere, resistere, resistere", citando le parole di Francesco Saverio Borrelli.

Il 21 e 22 giugno 2002 si svolgono gli stati generali del partito e viene fondato il giornale ufficiale, dal titolo "Orizzonti Nuovi". La manifestazione si svolge a Bellaria (RN). Intanto il partito si impegna nella raccolta delle firme per il referendum sull'abolizione del cosiddetto "Lodo Schifani" (definita anche legge "blocca-processi"), additato quale artificio per impedire lo svolgimento dei processi in corso a carico di Silvio Berlusconi da parte dei giudici della Procura di Milano. Il referendum, comunque, non avrà luogo a seguito dell'intervento della Corte Costituzionale che il 13 gennaio 2004 caducherà la norma per vizio di costituzionalità.

Il 10 e 11 gennaio 2003 si svolge l'assemblea generale dei "girotondi", la pratica lanciata dal regista Nanni Moretti per sollecitare la sinistra a tornare ad essere competitiva. IdV vi partecipa convintamente, facendosi spazio nella coalizione e cominciando a partecipare in via ufficiale agli incontri di schieramento.

Di Pietro è favorevole alla proposta di Prodi (simile a quanto accaduto nel '99) di presentare una lista unitaria nel segno dell'Ulivo per le elezioni europee del 2004. IdV è pronta per l'adesione alla lista "Uniti nell'Ulivo", ma al suo ingresso si oppongono i socialisti dello SDI con il loro segretario Enrico Boselli, che non giudica IdV un soggetto riformista, tale da poter entrare nella federazione. Secondo Di Pietro, in realtà, alla base c'è ancora un risentimento per l'azione sgominatrice che ebbe, all'epoca, Mani pulite nei confronti dei socialisti.

Chiuso il capitolo unitario, IdV tiene aperto il dialogo con la società civile e raggiunge un'intesa con Achille Occhetto, dando vita alla lista "Società Civile, Di Pietro - Occhetto, Italia dei Valori" (che inizialmente conteneva anche l'iscrizione "per il nuovo Ulivo", bloccata in un secondo momento dai partiti della Fed). Occhetto, infatti, aveva abbandonato i Democratici di Sinistra non condividendo l'impostazione della lista unitaria e il progetto del grande partito riformista.

La lista raccoglie il 2,1% dei voti con l'elezione di 2 deputati europei, Di Pietro e Occhetto. Quest'ultimo, però, decide di lasciare il seggio in favore di Giulietto Chiesa, abbandonando definitivamente il progetto e sciogliendo, così, l'intesa. Occhetto torna però a sedere nell'europarlamento all'indomani delle elezioni politiche del 2006 in seguito alle quali Di Pietro entra nel Parlamento italiano e si dimette da Strasburgo. I due europarlamentari eletti (Chiesa e Occhetto) non appartengono a IdV e sono iscritti al gruppo socialista europeo.

IdV torna quella di sempre, con il suo unico leader storico, che, tuttavia, elimina dal simbolo la denominazione predominante di "Lista Di Pietro" e mette in risalto il titolo "Italia dei Valori", lasciando al nome del suo fondatore un riferimento meno marcato.

Alle elezioni regionali del 2005, parte integrante della nuova coalizione dell'Unione, IdV si aggira sulla media nazionale dell'1,4%, superando il 2% soltanto in Abruzzo e Basilicata. Fra tutte le 14 regioni chiamate al voto (in 12 delle quali l'Unione è risultata vittoriosa), le viene concesso soltanto un assessorato regionale, in Calabria, occupato da Beniamino Donnici, che presto fonderà una corrente interna in aperta polemica con Di Pietro e, più tardi, verrà espulso dal partito, dando vita ad un nuovo movimento denominato "Partecipazione".

Romano Prodi, leader della coalizione, rilancia, nel frattempo, l'organizzazione di elezioni primarie per scegliere il candidato premier dell'Unione. Di Pietro raccoglie la proposta e si presenta all'appuntamento del 16 ottobre 2005, nel quale deve confrontarsi con altri sei candidati: il risultato raggiunto è del 3,3%, alle spalle di Romano Prodi, Fausto Bertinotti e Clemente Mastella.

Negli ultimi tre anni vi è un intensificarsi dell'attività dei dipartimenti tematici di IdV, guidati da Giorgio Calò. In questa ottica emerge anche una "nuova" vocazione di IdV nel campo dell'energia e dell'ambiente, settore guidato da Giuseppe Vatinno.

In vista delle elezioni politiche del 2006 e in seguito all'approvazione della nuova legge elettorale proporzionale, IdV modifica il suo simbolo, ora composto dall'epigrafe "Di Pietro" in rilievo. Il partito si impegna a correre con il proprio simbolo sia alla Camera che al Senato, collegato all'alleanza di centrosinistra dell'Unione guidata da Romano Prodi. Con lo sbarramento al 2% alla Camera e al 3% al Senato Di Pietro cerca di stringere alleanze con piccoli movimenti, partiti e personalità presenti a livello locale, ma capaci di raccogliere consensi utili.

Viene offerta anche la candidatura a Beppe Grillo, legato a Di Pietro da amicizia e da un comune sentire. Grillo però declina l'offerta. Durante la campagna elettorale Di Pietro partecipa e aderisce ad alcune iniziative come Parlamento pulito e Le Primarie dei Cittadini, dove testimonia simpatia per lo strumento del Blog e della democrazia diretta. In seguito decide di aprire un suo blog dove esprimere le proprie idee e i valori che il partito intende trasmettere con la partecipazione del pubblico.

Si svolgono le elezioni. Il centrosinistra vince per poche decine di migliaia di voti alla Camera dei deputati, dove ottiene il 49,81% dei consensi contro il 49,74% della CdL. Al Senato, si rivela determinante il voto della circoscrizione Estero, che consente all'Unione - pur avendo conseguito meno voti della CdL - di ottenere due seggi in più.

La lista di Italia dei Valori raccoglie 877 mila voti (il 2,3%) alla Camera e un risultato ancora maggiore (986 mila voti - 2,9%) al Senato, eleggendo così 17 deputati (a cui se ne aggiungono 3 eletti per un accordo nelle liste dell'Ulivo) e 5 senatori.

Ad Aniello Formisano viene data la presidenza del Gruppo Misto, cui aderiscono i senatori di IdV, al Senato. Il capogruppo alla Camera, dove IdV possiede un gruppo autonomo, è invece Massimo Donadi.

Antonio Di Pietro è nominato ministro delle infrastrutture nel governo Prodi II. Luigi Li Gotti e Giorgio Calò entrano nella squadra di governo, in qualità di sottosegretari alla giustizia e alle comunicazioni. Leoluca Orlando diviene il nuovo portavoce del partito.

Dopo le elezioni IdV si trova al centro dell'attenzione.

La richiesta avanzata da Di Pietro, ma non accolta, era quella di escludere dall'indulto i reati finanziari, societari e di corruzione. Ha votato a favore dell'indulto, però, anche la deputata di IdV Federica Rossi Gasparrini, esponente di Federcasalinghe. Al Senato si è distinto ancora il senatore Sergio De Gregorio che si è astenuto anziché votare contro.

Sempre nell'ottobre 2007, l'IdV prende un'altra decisione in contrasto con il governo Prodi: insieme all'opposizione ed all'UDEUR di Mastella, vota contro l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare che indaghi sui crimini commessi dalla polizia durante il G8 di Genova; a giudizio di Di Pietro, sarebbe stato altrettanto importante indagare sui manifestanti, ed era quindi a suo avviso un errore istituire una commissione che avesse indagato soltanto sulle atrocità commesse dalle forze dell'ordine. L'opposizione, per bocca di Maurizio Ronconi (UDC), sosterrà che con questo voto «viene certificata la crisi della maggioranza, contraddicendo un punto importante del programma dell’Ulivo». In seguito, dopo le reazioni scandalizzate anche del giornalista Marco Travaglio, Di Pietro ammetterà di avere «sbagliato nel comunicare male e tardi» quelle che ritiene essere «buone ragioni di merito».

Subito dopo la caduta dell'ultimo governo Prodi, Di Pietro accetta l'alleanza col Partito Democratico di Veltroni; con esso, l'IdV dichiarò, in campagna elettorale, la propria intenzione di costituire un gruppo unico in Parlamento, impegno che dopo il voto venne però ritrattato. In quelle elezioni, celebrate il 13-14 aprile, il partito di Di Pietro ha ottenuto il 4,37% alla Camera e il 4,31% al Senato; sono così risultati eletti 28 deputati (più 1 deputato eletto all'estero) e 14 senatori candidati nelle liste del partito, miglior risultato di sempre. Fra i nuovi eletti spicca la presenza di Jean-Léonard Touadì, il primo parlamentare nero italiano (nato in Congo-Brazzaville), che a seguito della contestata manifestazione di Piazza Navona dell'8 luglio 2008, abbandonerà l'IdV, per ritornare al Partito Democratico.

L'Italia dei Valori è attualmente il partito che ha registrato maggiori assenze in fase di votazione all'interno del parlamento italiano.

Dopo le inchieste giudiziarie che hanno coinvolto il presidente della regione Abruzzo Ottaviano Del Turco (PD), il 14 e 15 dicembre 2008 si è svolta una tornata elettorale per votare la nuova presidenza.Per sfidare il dimissionario sindaco di Teramo Giovanni Chiodi (PdL), l'Italia dei Valori propose il nome di Carlo Costantini, deputato dell'attuale legislatura, appoggiato inoltre dal PD e da tutti i partiti della vecchia Unione. L'Italia dei Valori ha raggiunto il suo massimo storico con il 15,0% delle preferenze, sei volte in più delle precedenti elezioni regionali, pur tuttavia Constantini è stato battuto da Chiodi in un'elezione caratterizzata da una bassa affluenza (53,1%).

In occasione del rinnovo delle cariche politiche nel Trentino - Alto Adige, il partito è entrato in Consiglio con un eletto.

Anche in Sardegna, dove il candidato del centrosinistra Renato Soru non è stato rieletto, L'Italia dei Valori ha quadruplicato il proprio consenso di voti e quintuplicato quello percentuale, passando dalle 8.558 preferenze del 2004 (1,0%) alle 34.277 del 2009 (5,2%) .

Questo risultato è espressione dell'impennata di consensi che il partito sta vivendo nei sondaggi, grazie alla intensa campagna legata ai temi di moralizzazione della politica tramite una fitta presenza mediatica, numerosi gazebo nelle piazze di tutta Italia e un intenso uso di Internet.

Non sono ravvisabili, all'interno del partito, delle particolari correnti formalmente costituite né tendenze interne di diverso orientamento. L'unica manifestazione di dissenso interno, nei confronti della linea di Di Pietro, è stata manifestata in Calabria nel 2005, all'indomani delle elezioni regionali, quando un assessore regionale di IdV, Beniamino Donnici, si schierò contro la decisione di Di Pietro di candidarsi alle primarie, dicendo che il movimento avrebbe dovuto sostenere la candidatura di Romano Prodi, in previsione di un futuro ingresso nel "Partito Democratico" dell'Ulivo. Questa manifestazione, però, portò alla scissione da IdV e alla fondazione di un nuovo movimento regionale, "PartecipAzione - Verso il Partito Democratico", che poi entrerà a far parte del Partito Democratico Meridionale fondato dal presidente della Regione Agazio Loiero.

Dal 7 settembre 2006 ha ripreso la propria autonomia distaccandosi dal partito il movimento Italiani nel Mondo di Sergio De Gregorio. Dal 14 settembre anche Federcasalinghe ha rescisso l'accordo federale. Nel settembre 2007 anche il movimento Repubblicani Democratici ha rescisso il suo patto federale con l'Italia dei Valori per aderire al Partito Democratico.

Italia dei Valori aderisce al Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR)..

Da molti anni il partito di Antonio Di Pietro viene criticato per la gestione personalistica e familistica del movimento da parte del proprio leader. Tra i più critici si registrano il quotidiano Il Giornale, la rivista Panorama, e RadioRadicale.it, il sito web dell'emittente radiofonica Radio Radicale.

Proprio quest'ultima il 9 febbraio 2008 pubblica un'inchiesta , chiamata L'Italia Dei Valori Immobiliari, contenente importanti interviste a Francesco Romano (ex segretario Idv di Catanzaro), a Elio Veltri (ex socio di Antonio Di Pietro) ed a Laura Maragnani (giornalista di Panorama).

Lo statuto nella sua versione del 2004 definiva l'Associazione Politica e Culturale "Italia dei Valori" come un movimento politico nazionale organizzato in forma federale. Lo statuto prevedeva (e tuttora prevede) vari livelli territoriali e alcuni organi nazionali: l’Assemblea Nazionale - o Congresso, l’Esecutivo Nazionale, il Presidente e l'Ufficio di Presidenza, l’Assemblea Nazionale degli Eletti, il Coordinamento dei Dipartimenti Tematici, il Tesoriere Nazionale ed il Collegio dei Revisori Contabili, Il Collegio Nazionale di Garanzia.

Nella XVI Legislatura il partito ha costituito propri gruppi sia alla Camera dei Deputati che al Senato della Repubblica.

Per statuto l'IdV svolge periodicamente (ordinariamente ogni 2 anni, art. 8) delle Assemblee Nazionali dei Delegati che equivalgono ai congressi degli altri partiti.

Il giornale dell'Italia dei Valori è Orizzonti Nuovi. Ha cadenza quindicinale ed è l'organo ufficiale del partito. Viene spedito tramite abbonamento in formato cartaceo, via posta, o in formato elettronico (PDF). Nel giornale, oltre alle rubriche tipiche, è presente la rubrica Vita di partito dove iscritti e simpatizzanti possono dare il proprio contributo giornalistico.

Nel 2007 il sito internet è stato completamente ristrutturato, trasformandosi in un portale che mira a diventare il centro dell'informazione di partito pubblicando i comunicati di tutte le sedi di Italia dei valori. Vengono anche pubblicate informazioni riguardo le spedizioni dei nuovi numeri, mentre gli arretrati sono disponibili gratuitamente per il download.

Il blog del suo presidente Antonio Di Pietro, viene usato come intenso mezzo di comunicazione, mediante l'inserimento di almeno un articolo al giorno. È il più visitato tra quelli dei politici italiani.

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Provenienza dei politici appartenenti a Italia dei Valori

Questo è un elenco di politici membri dell'Italia dei Valori appartenuti o vicini (anche solo come elettori), in precedenza (cioè prima della fine della Prima Repubblica, nel triennio 1992-94), ad altri schieramenti politici (ordinati in funzione della loro precedente appartenenza). È una lista di deputati, senatori, euro-parlamentari, ministri, sottosegretari, presidenti di c consiglieri e assessori regionali di primo piano, sindaci di grandi città, nonché importanti membri degli organi dirigenti del partito.

Secondo una recente ricerca di Pino Pisicchio, il 57,1% dei parlamentari dell'IdV sono di provenienza democristiana e il 9,5% vengono dall'esperienza del Partito Comunista Italiano (al quale va aggiunto un altro 4,8% composto da coloro che hanno militato in "ambienti cultuarli marxisti", spesso di estrema sinistra, per un totale del 14,3%). Il resto sarebbe composto da esponenti formatisi nelle liste civiche (11,9%) o nella stessa IdV (16,7%), nonché da alcuni missini (2,4%) e leghisti (2,4%). Tra il 57% di parlamentari di estrazione democristiana il 23,8% avrebbe fatto parte inseguito del Partito Popolare Italiano o di Democrazia è Libertà - La Margherita, 19,0% de I Democratici e ben l'11,9% dei Popolari UDEUR.

Come si vedrà nella lista qui sotto, molti hanno fatto parte anche di altri partiti di ispirazione cattolica o democristiana: La Rete, il Centro Cristiano Democratico, i Cristiani Democratici Uniti e, in misura minore, l'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro e Forza Italia. Non mancano poi neppure alcuni ex-membri del Partito Socialista Italiano.

Non si può collocare Antonio Di Pietro in nessuna delle sezioni qui sopra. Tuttavia può essere interessante ricordare come, anche nell'ultimo libro biografico a cura di Gianni Barbacetto, Di Pietro abbia sempre ricordato la sua estrazione cattolica e il suo non essere né di destra né di sinistra, un rifuggere dagli estremi che lo porta a considerarsi un liberale e un uomo di centro.

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Elezioni politiche italiane del 2008

Walter Veltroni - Capo della Coalizione composta da Partito Democratico e Italia dei Valori

Le elezioni politiche italiane del 2008 per il rinnovo dei due rami del Parlamento italiano – la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica – si tennero domenica 13 e lunedì 14 aprile, a seguito dello scioglimento anticipato delle Camere avvenuto il 6 febbraio 2008. Le elezioni vennero vinte dalla coalizione composta da Il Popolo della Libertà, Lega Nord e Movimento per l'Autonomia, che ottenne la maggioranza relativa dei voti e, in base alla vigente legge elettorale del 2005, la maggioranza assoluta degli eletti.

Gli elettori chiamati a votare furono circa 50 milioni per la Camera e 46 per il Senato. Di questi, rispettivamente 47,3 e 43,3 milioni erano residenti nel territorio nazionale e rispettivamente 3 e 2,7 milioni all'estero. L'affluenza alle urne è stata nel complesso del 78,1% circa alla Camera e del 78,2% circa al Senato, in calo del 3,1% rispetto alle elezioni del 2006; nel territorio nazionale essa ha raggiunto l'80,5%, mentre all'estero si è attestata intorno al 40%.

La legge elettorale e la Costituzione prevedono l'assegnazione dei seggi (630 alla Camera, 315 al Senato) sulla base della popolazione così come risultante dell'ultimo censimento generale, cioè dal censimento nazionale del 2001. A questa norma si deroga solo per i cittadini italiani residenti all'estero. La legge che disciplina le elezioni per la circoscrizione estero prevede infatti l'aggiornamento dei dati sulla base dell'Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero (AIRE). Il giorno stesso dello scioglimento delle Camere il Presidente della Repubblica, su proposta del Consiglio dei Ministri, firmò due decreti che specificavano la ripartizione dei seggi. Per quanto riguarda la Camera, tale suddivisione era tuttavia solo indicativa: i seggi assegnati infatti variarono per garantire la proporzionalità fra i risultati delle liste.

Il Consiglio dei Ministri approvò, in due sedute successive – una tenuta il 14 e l'altra il 15 febbraio –, un decreto legge che modificò parzialmente la normativa relativa agli adempimenti elettorali e all'esercizio del diritto di voto all'estero.

Il decreto era composto da 8 articoli. L'articolo 4, in particolare, prevedeva che fossero esonerati dall'obbligo di raccogliere le firme a sostegno delle candidature i partiti politici che fossero rappresentanti in una delle due Camere del parlamento italiano o nel parlamento europeo da almeno due componenti. Proprio questo articolo fu oggetto delle contestazioni de La Destra, che arrivò a chiedere al Presidente della Repubblica di non firmare il decreto, prima che si riunisse nuovamente il Consiglio dei Ministri per riesaminarlo.

La motivazione principale delle nuove norme risiedeva comunque nell'esigenza di riunificare le elezioni politiche con quelle amministrative (art.5). Secondo la legge vigente, infatti, le elezioni amministrative avrebbero dovuto tenersi fra il 15 aprile e il 15 giugno. Inizialmente numerosi partiti, fra cui Forza Italia, giudicarono inaccettabile il decreto e il governo sembrava intenzionato a non vararlo. Lo stesso Capo dello stato intervenne con un comunicato, a seguito di una lettera inviata a Napolitano dal presidente emerito Francesco Cossiga per ribadire che un decreto del genere sarebbe stato firmato solo in presenza di un ampio consenso parlamentare che coinvolgesse anche i partiti che fino ad allora avevano «rappresentato l'opposizione». L'accordo venne in seguito raggiunto.

Uno degli scopi dichiarati del provvedimento fu quello di consentire un risparmio di circa 400 milioni di euro.

Altri provvedimenti inseriti nel decreto riguardavano: l'aumento del numero dei componenti dei seggi per lo scrutinio dei voti della circoscrizione estero e diminuzione del numero di elettori per seggio (art.1), il voto di particolari categorie di cittadini temporaneamente all'estero (art. 2), la riconferma del diritto degli osservatori OSCE a entrare nei seggi (art. 3), oltre che alla previsione di personale di supporto per le commissioni elettorali circondariali (art.6).

Nel corso della conversione in legge il decreto fu modificato in modo da esentare dalla raccolta delle firme le formazioni rappresentate nel Parlamento – e non esclusivamente in una delle due Camere – con almeno due componenti.

Il 2 aprile, ad urne già aperte per gli italiani all'estero, fu resa nota una ordinanza della V sezione del Consiglio di Stato che, in via cautelare, ovvero senza entrare nel merito della questione, stabiliva sia la propria competenza a giudicare sugli atti amministrativi connessi al processo elettorale, sia la sospensione delle decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale e del Ministero dell'Interno, che avevano portato all'esclusione del simbolo della Democrazia Cristiana dalla competizione elettorale.

Nel testo dell'ordinanza, per giustificare la competenza del consiglio di stato, si fa riferimento ad una precedente decisione della Corte Costituzionale che, secondo il giudice amministrativo, avrebbe indicato la mancanza di una norma apposita per regolare i giudizi sul procedimento elettorale e che pertanto, considerato anche che la giunta delle elezioni della Camera dei Deputati aveva più volte dichiarato in precedenza di non avere alcuna titolarità di giudicare i rilievi mossi al processo elettorale preparatorio, spetterebbe alla giustizia amministrativa la competenza sulla questione. Il problema, che avrebbe potuto portare, secondo il ministro Giuliano Amato, ad un rinvio delle elezioni, non era quindi sul merito dell'ammissione del simbolo ma sul fatto che il Consiglio di Stato aveva invaso una sfera di giurisdizione che la legge prevede sia di competenza delle Camere.

Si deve ricordare, a questo proposito, che la legge elettorale vigente nel 2008 prevedeva che i giudizi sull'ammissibilità dei simboli, dati dal Ministero dell'Interno, fossero impugnabili davanti all'Ufficio elettorale centrale nazionale. Per questo motivo, ritenendo che la commissione centrale sia l'unico organo autorizzato a deliberare in materia elettorale, fatto salvo il giudizio definitivo dato dalle giunte delle elezioni di Camera e Senato, il ministro Amato diede mandato all'avvocatura dello Stato di presentare ricorso alle sezioni unite della Corte di Cassazione per stabilire, a norma dell'articolo 326 del Codice di Procedura Civile, di chi fosse la competenza a giudicare. La Corte si riunì d'urgenza martedì 8 aprile per valutare i ricorsi del ministero. Prima della sentenza della Cassazione, il Consiglio di Stato era tornato a esprimersi l'8 aprile dichiarando decaduta l'ordinanza a causa della rinuncia a proseguire il giudizio da parte della lista. Lo stesso giorno il TAR del Lazio, altro organo di giustizia amministrativa come il Consiglio di Stato, aveva espresso un giudizio di merito dichiarandosi incompetente a decidere. La Cassazione, infine, dichiarò che la competenza in materia di tutto il processo elettorale, compresa la parte preparatoria, spetta in via esclusiva alle giunte delle elezioni di Camera e Senato, come previsto da alcuni commentatori sulla base dei precedenti.

In ogni caso la Costituzione italiana impone che le elezioni si tengano entro 70 giorni dallo scioglimento delle Camere, cioè entro il 16 aprile, mentre le legge elettorale imponeva che queste si tenessero di domenica e di lunedì: esse quindi non si sarebbero in nessun caso potute svolgere in una data posteriore a quella prevista.

Una settimana prima della data fissata per le votazioni in Italia, e quindi a votazioni già in corso all'estero, alcuni capi delle forze politiche, fra cui Silvio Berlusconi e Antonio Di Pietro, avevano segnalato che la composizione grafica delle schede elettorali, preparata secondo la legislazione elettorale vigente, avrebbe potuto generare confusione nell'elettore ed essere, quindi, responsabile dell'annullamento di alcuni voti.

In particolare veniva contestata la stampa dei simboli dei partiti coalizzati entro un'unica casella bianca, sul classico sfondo con tramatura grigia delle schede italiane, separati da una riga sottile. In tal modo, sempre secondo l'interpretazione data da chi non condivideva l'impostazione delle schede, l'elettore avrebbe potuto essere indotto a tracciare un unico segno su entrambi i simboli, annullando, di fatto, il proprio voto non essendo desumibile la lista a cui assegnare la preferenza. Le schede predisposte dal Ministero degli Affari Interni, come detto, erano identiche a quelle usate nella precedente competizione elettorale in occasione delle quali nessuna forza politica lamentò il problema poiché la struttura delle coalizioni (due sole grandi coalizioni con diverse liste, oltre a singole liste non coalizzate) era anzi evidenziata dal modello di scheda elettorale.

Nella discussione, che aveva assunto toni polemici, fu coinvolto il Presidente della Repubblica, che avendo ricevuto un appello diretto affinché intervenisse sul governo, aveva sollecitato il Ministero dell'Interno a fornire gli opportuni chiarimenti. Giuliano Amato, in risposta all'invito del capo dello stato, convocò una conferenza stampa per ribadire che la grafica delle schede era stata preparata seguendo rigorosamente la normativa vigente e che, anche volendo, non era più possibile intervenire essendo le procedure di votazione già in corso.

Il successivo 8 aprile, a cinque giorni dalle elezioni, il Ministero dell'Interno decise di far appendere in ogni sezione elettorale manifesti che invitano gli elettori ad esprimere il loro voto in modo chiaro, utilizzando lo slogan «un solo segno su un solo simbolo». Il Ministero aveva inoltre ribadito che, anche se il segno dovesse ricadere su più simboli, il voto deve essere conteggiato per la lista sul cui simbolo il segno stesso insiste maggiormente.

Rispetto alle precedenti elezioni gli schieramenti erano molto variati. Quelle che erano state le due grandi alleanze, nel 2006 e prima, erano già estinte, e i partiti al loro interno erano stati protagonisti di grandi mutazioni. Tendenza generalizzata fu la scomposizione in più liste, e l'accorpamento fra loro di forze politiche simili. All'elettore si presentava un quadro con un più vasto numero di schieramenti, ma al loro interno molto meno variegati ed anzi composti da singole liste – con le eccezioni delle coalizioni maggiori – con programmi unitari.

L'alleanza di centrosinistra L'Unione si sciolse con la caduta del governo Prodi, il 24 gennaio 2008, e le forze che l'avevano composta diedero vita a varie nuove formazioni. Il Partito Democratico decise di fare a meno della quasi totalità degli ex-alleati sia per le elezioni del Senato sia per quelle della Camera; inoltre, il partito precisò che avrebbe accettato alleanze solo con i partiti che avrebbero condiviso integralmente, e senza riserve, il proprio programma elettorale. Unica alleanza mantenuta dal PD fu, infine, quella con l'Italia dei Valori, che, secondo gli accordi, avrebbe mantenuto il proprio simbolo nella corsa elettorale per poi formare gruppi parlamentari unificati con il compagno di coalizione. I Radicali italiani, dopo una lunga trattativa, accettarono l'accordo proposto dal PD per inserire propri candidati nelle liste di quest'ultimo: la conseguenza fu che i Radicali formalmente non presentarono alcuna lista nonostante avessero presentato il proprio simbolo.

Altri quattro partiti: Rifondazione Comunista - Il Partito dei Comunisti Italiani - I Verdi - Sinistra Democratica colsero l'occasione per unificarsi sotto l'unica lista di La Sinistra L'Arcobaleno e per esprimere un'unica candidatura a Palazzo Chigi.

Si presentò senza alcun alleato anche il Partito Comunista dei Lavoratori, nato da dissidenti di Rifondazione Comunista. Il movimento Sinistra critica, nato anch'esso da una scissione di Rifondazione Comunista, decise di presentarsi senza alleati alle elezioni con il proprio simbolo e una propria candidatura per la Presidenza del Consiglio.

Il Partito Socialista, che aveva sostenuto il Governo Prodi, aveva avuto da subito l'intenzione di presentare il proprio simbolo nella competizione e questa fu la ragione principale del mancato accordo con il Partito Democratico che aveva, invece, chiesto al Partito Socialista di sciogliersi e convergere nel Pd.

L'Unione democratica scelse per correre da sola alle elezioni con un proprio candidato premier, così come Movimento politico dei cittadini, movimento che, come il precedente, sorse dallo sgretolamento dell'Unione al Senato nel corso della precedente legislatura, e che presentò una propria lista.

La Südtiroler Volkspartei non entrò in nessuna coalizione per la Camera dei Deputati; tuttavia, limitatamente ai collegi del Senato in Trentino Alto Adige, strinse un'alleanza, il cosiddetto Patto di Salorno, con il PD, l'Italia dei Valori, il Partito Socialista e alcune liste locali: nei due collegi di in cui la SVP era più forte la lista si presentò autonomamente, mentre negli altri quattro i candidati corsero sotto il simbolo di SVP-Insieme per le Autonomie.

L'UDEUR, abbandonato definitivamente il campo del centro-sinistra, e posizionatosi al centro, nonostante qualche perplessità iniziale, aveva preso la decisione di presentarsi senza entrare in nessuna coalizione candidando Clemente Mastella alla presidenza del Consiglio dei Ministri; tuttavia, in seguito, lo stesso leader del partito annunciò il ritiro della propria candidatura.

Per quanto riguarda il centro-destra, anche nel campo della ex-Casa delle Libertà lo scenario proposto agli elettori risultò mutato rispetto a quello del 2006. Dopo la scelta del Partito Democratico di correre in una coalizione ristretta, Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini decisero che i rispettivi partiti, Forza Italia e Alleanza Nazionale, si sarebbero presentati sotto l'unico simbolo del Popolo della Libertà, in coalizione con la Lega Nord, che avrebbe presentato le sue liste solo al Centro-Nord, e con il Movimento per l'Autonomia, che lo avrebbe fatto nelle altre regioni.La trattativa con l'MpA a livello nazionale fu dominata dal tema della scelta candidature per la presidenza della Regione Sicilia che si svolsero contestualmente.

Varie formazioni minori diedero, poi, il proprio assenso all'ingresso nel Popolo della Libertà, come la DC per le Autonomie, i Liberaldemocratici (fuoriusciti dallo schieramento di centro-sinistra) e Azione Sociale.

Inizialmente anche la Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza aveva espresso la volontà di coalizzarsi al Senato con il Popolo delle Libertà ma il suo simbolo fu ritenuto troppo simile a quello dell'Unione di Centro e quindi bocciato dal Ministero, il cui giudizio fu successivamente confermato dalla Commissione Centrale elettorale della Cassazione con una decisione che fu poi l'origine della vicenda giudiziaria già discussa precedentemente.

Il movimento La Destra, in disaccordo con la strategia di Berlusconi di creare un partito unico, aveva annunciato l'intenzione di presentare una propria lista e un proprio candidato premier; questo nonostante, in un primo momento, i dirigenti del partito avessero sperato in un cambiamento della strategia del leader del PdL. Solo il perdurare della situazione di stallo li convinse a procedere e a stringere un accordo col Movimento Sociale Fiamma Tricolore: i due partiti presentarono un'unica lista, convergendo sul candidato premier già indicato da La Destra. Discorso a parte per Forza Nuova, che decise fin dalla notizia dello scioglimento delle Camere di correre in solitaria con il proprio simbolo.

Anche all'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC) fu proposto di confluire nel Popolo della Libertà, prospettiva che l'UDC, nonostante una spaccatura dovuta alla scelta singoli esponenti come Carlo Giovanardi di aderire al PdL, non condivise: l'UDC quindi si presentò indipendentemente, con un proprio candidato premier. Nelle settimane di consultazioni presidenziali, il brusco ritorno di Pier Ferdinando Casini su posizioni consonanti con quelle di Forza Italia aveva provocato una scissione interna all'UDC: Bruno Tabacci e Mario Baccini avevano dato vita ad un nuovo movimento politico chiamato la Rosa Bianca, a ciò aveva aderito anche l'ex sindacalista Savino Pezzotta, e che si era dichiarato pronto a presentare un proprio candidato premier. Tuttavia a seguito della scelta dell'UDC di non coalizzarsi o confluire nel PdL, i due partiti scelsero di presentare una lista comune, l'Unione di Centro, con un unico candidato alla presidenza del consiglio.

Alcuni esponenti singoli del centrodestra, come Giuliano Ferrara che aveva nei giorni precedenti alla campagna elettorale esortato il paese a dibattere sull'opportunità di una moratoria sull'applicazione della legge sull'aborto, presentarono una lista che nel simbolo recava la scritta «Aborto? No, grazie».

La legge elettorale in vigore richiedeva alle forze politiche di presentare i propri programmi contestualmente ai simboli elettorali: per questo tutte le forze politiche e le coalizioni rappresentate in parlamento pubblicarono i loro programmi elettorali entro la prima decade di marzo. In rapporto ai due programmi presentanti per le elezioni politiche italiane del 2006 una differenza evidente fu che nessuno degli schieramenti ripropose programmi lunghi ed estremamente dettagliati come quello presentato dall'Unione nelle consultazioni precedenti.

Confrontando i programmi delle maggiori forze politiche si possono notare analogie di proposte per quanto riguarda, ad esempio, la necessità di investire su scuola, università e ricerca - seppur con diverse sfumature quanto al metodo migliore per farlo - mentre le differenze più profonde si registrano nel campo dell'economia - per cui alcune liste proposero la nazionalizzazione delle imprese mentre altre la loro completa privatizzazione - e dei cosiddetti temi eticamente sensibili; in particolare non manca in nessun programma un riferimento al problema della regolamentazione delle convivenze. Anche l'equilibrio fra la tutela ambientale, la ricerca di nuove fonti energetiche - compreso l'utilizzo dell'energia nucleare che fu più o meno esplicitamente proposto in alcuni casi - e la riqualificazione della rete infrastrutturale sono temi presenti sostanzialmente in tutti i programmi delle principali liste che furono presenti nella competizioni elettorale, così come sono una costante gli impegni per l'efficienza della giustizia e dell'apparato amministrativo, per la riduzione dei costi della politica e per una maggiore sicurezza.

La sorte della compagnia di bandiera italiana si intrecciò con quella della campagna elettorale. Il governo, già prima dello scioglimento delle camere, aveva dato il proprio parere favorevole ad una trattativa commerciale esclusiva con Air France-KLM. Tuttavia, dopo le dimissioni dell'esecutivo, da parte delle forze di opposizione della XV legislatura giunse la richiesta di astenersi dal proseguire la trattativa. Tale richiesta fu motivata dall'esigenza di rimettere la scelta ad un governo politicamente legittimato, dovendo il governo dimissionario limitarsi al disbrigo degli affari correnti. Tuttavia il ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa e il premier Romano Prodi replicarono di non poter garantire che la compagnia non sarebbe andata in fallimento in caso di una dilazione di due mesi, e che tale prospettiva, che avrebbe scaricato i costi sull'azionista statale, a loro parare, rendeva totalmente legittima l'attività dell'esecutivo.

Dopo l'inizio della campagna elettorale vera e propria, il tema tornò al centro dell'attenzione, grazie anche alla difficoltà intrinseca della trattativa che vedeva contrapposti a diverso titolo, governo, acquirenti e sindacati, nonché gli stessi enti locali lombardi, per il tramite della SEA. Ai problemi che una situazione di questo genere poteva comportare, dal punto di vista squisitamente finanziario, se ne aggiunsero altri, dovuti al crescere continuo dell'interesse dei candidati a capo delle forze politiche per la questione. In particolare il dibattito si focalizzò attorno alla possibilità che si potesse materializzare un gruppo di imprenditori italiani che facesse una controproposta rispetto a quella del vettore francese. Tale cordata avrebbe dovuto sostenere l'originario progetto di Airone di acquisizione di Alitalia. In conseguenza del dibattito sviluppatosi durante la campagna, anche a causa della possibilità concreta che alcuni degli interventi avrebbero rispecchiato la linea politica del futuro governo, di cui Air France comunque si era impegnata a chiedere il gradimento prima di procedere con l'acquisto, il titolo in borsa fu caratterizzato da un'altissima volatilità, tanto da essere più volte sospeso.

Nel corso della campagna, furono espresse almeno tre posizioni distinte: la posizione sostenuta da Silvio Berlusconi, ovvero quella di stimolare, contando anche sul suo doppio ruolo di imprenditore e politico, l'interesse dell'imprenditoria italiana; al contrario, la coalizione guidata da Walter Veltroni, si dichiarò sempre pronta a rispettare le scelte del mercato, non escludendo a priori la vendita ad un gruppo italiano se le condizioni dell'offerta, che comunque non fu ufficialmente presentata prima delle elezioni, fossero risultate migliori. Una terza opzione quella rappresentata dalla lista a sostegno di Fausto Bertinotti che sostenne la possibilità che fosse lo stato a farsi carico della sorte del risanamento della compagnia almeno provvisoriamente. Le posizioni dei tre personaggi politici suscitarono a più riprese, e a vario titolo, la reazione di sostegno o di disapprovazione da parte delle forze politiche concorrenti.

Nelle settimane precedenti alla presentazione delle liste elettorali tutti i principali partiti discussero sull'opportunità e sulle modalità per evitare la candidatura di cittadini condannati, o indagati, nelle proprie liste.

Il dibattito ricalcò quello mai completamente sopito nato a seguito, sia della raccomandazione Commissione parlamentare antimafia di un codice di autoregolamentazione per le elezioni amministrative del 2007, sia della raccolta firme promossa da Beppe Grillo per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare dall'emblematico titolo "parlamento pulito" che prevedeva, fra l'altro, l'incandidabilità per i condannati in qualunque grado di giudizio indipendentemente dalla gravità del reato.

Il Partito Democratico, dopo aver già approvato un proprio Codice etico in materia, dichiarò – facendo proprio un tema dell'alleata Italia dei Valori – che non avrebbe candidato nessuno che fosse stato condannato in primo grado, cioè anche prima che la sentenza fosse stata definitivamente confermata.

Su proposta di Alleanza Nazionale, il cui leader aveva chiesto "liste pulite", anche Il Popolo della Libertà comunicò di voler impedire la candidatura dei condannati, purché non si trattasse di condanne avvenute a seguito di «processi politici». A tale dichiarazione ne seguì un'altra che precisava che in ogni caso non era ipotizzabile trattare come condannato chi non avesse superato tutti e tre i gradi di giudizio.

Per quanto riguarda la Sinistra Arcobaleno, il segretario di Rifondazione comunista dichiarò che era «necessario un codice etico» proponendo l'adozione di quello già varato dalla commissione antimafia in occasione delle precedenti amministrative.

Pochi secondi dopo la chiusura dei seggi furono diffusi gli exit poll per la Camera dei Deputati. Essi assegnavano la vittoria al Popolo delle Libertà ma con un margine ridotto di vantaggio: 42% alla coalizione che sosteneva Silvio Berlusconi e 40% a quella che sosteneva Walter Veltroni. Pur avendo correttamente predetto la vittoria del centrodestra, come nel 2006 gli exit poll presentavano errori elevati rispetto al dato reale (-5% per la coalizione di centrodestra, +2,5% per quella di centrosinistra). Inoltre sovrastimavano sia il Partito Democratico, che venne erroneamente indicato come primo partito italiano, sia la Sinistra Arcobaleno, cui fu assegnata una percentuale di voti che pareva sufficiente ad assicurare l'elezione di alcuni suoi parlamentari.

I risultati delle elezioni politiche furono diffusi, a titolo provvisorio, dal Ministero dell'Interno, man mano che le prefetture ricevevano i verbali delle sezioni elettorali. I risultati definitivi, salvo reclami esaminati dalla giunte per le elezioni della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, furono forniti dalla Commissione elettorale centrale istituita presso la Suprema Corte di Cassazione. A seguito della proclamazione dei risultati nazionali, le singole commissioni elettorali circoscrizionali proclamarono i candidati eletti. La composizione del plenum di entrambe le assemblee legislative nella XVI Legislatura, tuttavia, fu definita solo dopo che i parlamentari eletti in più circoscrizioni decisero per quale seggio optare lasciando che i primi dei non eletti nelle altre circoscrizioni accedessero in loro vece in Parlamento.

I risultati elettorali hanno consegnato alle aule parlamentari una composizione di eletti che non vede rappresentanze dei partiti della sinistra tradizionale - socialisti e comunisti - per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana e dopo più di un secolo, se si esclude il ventennio di dittatura fascista. Questo dato, anticipato già dalle prime proiezioni dopo l'inizio dello scrutinio, era inatteso in quanto i sondaggi pre-elettorali avevano fatto ritenere che almeno La Sinistra - L'Arcobaleno riuscisse a superare la soglia di sbarramento alla Camera e potesse aspirare ad eleggere propri rappresentanti anche al Senato. La pesante sconfitta subita dalla lista, che è stata votata da circa un quarto del proprio bacino elettorale, è stata addebitata dagli esperti di flussi elettorali principalmente ad un travaso di consensi in favore del Partito Democratico e in misura minore all'astensionismo. Ciò ha determinato l'abbandono del progetto di costituzione di una formazione unitaria e in alcuni casi anche il ribaltamento dei rapporti di forza all'interno dei singoli partiti.

Il processo di ridimensionamento drastico del bacino elettorale e la conseguente perdita della rappresentanza parlamentare, in ogni caso, è stato un processo che ha riguardato quasi tutti i partiti minori, fatti salvi quelli rappresentativi delle minoranze linguistiche e l'UDC. I flussi elettorali sembrano infatti aver premiato solo le due coalizioni maggiori che hanno ottenuto il voto di grandissima parte dell'elettorato. Il Popolo della Libertà, pur essendosi imposto come partito di maggioranza relativa, ha confermato la percentuale di consensi ottenuta nelle precedenti elezioni dalle forze che lo hanno composto, subendo invece un calo in termini di voti assoluti a causa della minor affluenza elettorale. D'altra parte, il centrosinistra, considerato nel suo insieme, ha subito una netta diminuzione nelle preferenze elettorali.

Nella coalizione vincente del centro-destra ha suscitato sorpresa la significativa crescita elettorale della Lega Nord che, pur non essendo presente in circa metà delle circoscrizioni, ha superato a livello nazionale l'8% dei voti, quasi raddoppiando i consensi ottenuti alle elezioni politiche del 2006 ed imponendosi come primo partito in vaste aree del Veneto e della Lombardia, rafforzando la sua posizione comunque in tutto il nord Italia. In termini di voti, per la Lega Nord si è trattato del miglior risultato di sempre dopo quello delle elezioni politiche del 1996; in termini di seggi, invece, l'affermazione elettorale ha reso i parlamentari leghisti per la prima volta determinanti per la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento, accrescendo anche in termini programmatici l'influenza del partito sull'esecutivo. In particolare alcuni commentatori hanno evidenziato il legame che sembra esistere fra la crescita dei consensi per la Lega Nord soprattutto nelle zone dell'Italia Settentrionale a maggiore tradizione operaia, in concomitanza con l'indebolimento delle forze di sinistra.

La nuova legislatura, infine, si segnala per un aumento della rappresentanza femminile che comunque è rimasta ben lontana dalla soglia della parità, nonostante quelle per la XVI legislatura siano state le seconde elezioni dopo la modifica della Costituzione che ha stabilito l'obbligo per la Repubblica di promuovere le pari opportunità fra i sessi, anche in ambito politico.

Per la parte superiore



Centrismo

Centrismo o centro è il termine usato per definire l'area centrale dello schieramento politico, cioè quell'area che si colloca a metà tra i progressisti (sinistra) e i conservatori (destra) nello spettro politico.

Secondo il Dizionario Garzanti "centrismo" può significare: "1. tendenza, indirizzo di chi occupa una posizione di centro all'interno di uno schieramento politico" o "2. formula politica imperniata sulla coalizione di governo dei partiti di centro", mentre lo Zingarelli distingue tra "centro" ("3. settore di mezzo in un emiciclo assembleare . Raggruppamento politico di tendenza moderata, sia di uno schieramento di partiti che all'interno di un partito") e "centrismo" ("tendenza di gruppi politici a formare una coalizione di centro dalla quale siano escluse le destre e le sinistre").

Secondo il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, centrismo "indica, secondo la tradizionale visione geometrica della politica, la posizione intermedia per antonomasia": "non vi è dubbio che il centrismo corrisponde al moderatismo, ma mentre per i centristi in medio est virtus, per gli oppositori esterni, centrismo è sinonimo di indecisione, di immobilismo, di opportunismo, e così via". Oltre che in questo significato, centrismo può essere inteso anche come "formula di governo" (come nel caso del centrismo degasperiano) e come "modo di funzionamento del sistema partitico" nella trattazione di Maurice Duverger e di Giovanni Sartori.

Il centrismo non implica di per sè appartenenze ideologiche chiare perché, di fatto, in ogni paese il centro assume caratteristiche diverse. Solitamente il centro è presidiato da partiti che si ispirano al cristianesimo democratico o al liberalismo (nel primo caso il centro ha una caratterizzazione più religiosa, nel secondo più laica), ma non mancano casi nei quali partiti socialdemocratici si siano caratterizzati come partiti centristi.

Il centrismo è dunque una cornice ideologica non troppo definita nella quale vengono categorizzati i partiti che si collocano al mezzo dello schieramento politico e che si fanno promotori di una posizione intermedia nella scala da destra a sinistra in campo socio-economico. I partiti di "centro agrario", la cui ideologia è definita come "centrismo agrario" o "post-agrario", presenti nei Paesi scandinavi e in quelli baltici, costituiscono un esempio particolare: i loro programmi, oltre alla difesa degli interessi dei contadini e alla protezione delle comunità rurali, si caratterizzano sempre maggiormente anche per lo sviluppo delle piccole attività imprenditoriali bilanciate con la tutela dell'ambiente, in un'ottica di decentralizzazione.

Spesso anche il populismo viene catalogato come una forma di centrismo (è questo, per esempio, il caso dei due maggiori partiti irlandesi, il Fianna Fáil e il Fine Gael), così come il concetto di radical centre o radical middle (almeno fin da quando The Economist ha dichiarato che la sua posizione politica è l'extreme centre) e la third way teorizzata da Anthony Giddens.

Negli Stati Uniti il centrismo (spesso definito middle-of-the-road, e più recentemente, nel caso del centro-sinistra, third way) non ha dato mai luogo alla nascita di un vero e proprio partito politico, anche se molti esponenti sia del Partito Repubblicano che del Partito Democratico vi fanno riferimento. Tra i gruppi centristi nel Partito Repubblicano si ricordino la Republican Main Street Partnership (di cui è membro John McCain) e i Rockefeller liberals, mentre nel Partito Democratico sono spesso considerati centristi gli aderenti al Democratic Leadership Council e la Blue Dog Coalition.

Nel Regno Unito, in Canada, Australia e Nuova Zelanda, così come negli Stati Uniti, si trovano esponenti centristi nelle file di entrambi i maggiori partiti. Nel Regno Unito le posizioni centriste sono state assunte dal Partito Liberale, partito che rappresentò la "sinistra" del panorama politico inglese fino al termine della prima guerra mondiale, ma che dal 1920, si è visto scavalcare a sinistra dal Partito Laburista ed inizio' un declino letterale (cosa che invece non accadde in Canada, dove il Partito Liberale è rimasto il partito principale nel fronte del centro-sinistra). Verso gli anni Ottanta ciò che rimaneva del vecchio Partito Liberale britannico (erede degli Whig) si fuse con un drappello di socialdemocratici centristi fuoriusciti del Partito Laburista, e da tale unione nacquero i Liberal-Democratici. Negli ultimi anni si è osservato il riposizionamento del Partito Liberal-democratico alla sinistra del panorama politico britannico, anche a sinistra dei Laburisti, in virtù di una nuova connotazione fortemente progressista, oltre alla sua contrarietà nei confronti della partecipazione guerra d'Iraq approvata da Tony Blair, primo ministro laburista.

Nell'Europa continentale e nei Paesi latinoamericani, nel centrismo si ritrovano i partiti di ispirazione cristiano-democratica (come l'italiano Partito Popolare Italiano divenuto Democrazia Cristiana, l'Unione Cristiano Democratica in Germania e il Partito Cristiano Democratico in Cile, più spostato verso il centro-sinistra), partiti di natura più composita (come l'Unione per la Democrazia Francese in Francia, Democrazia è Libertà - La Margherita in Italia e Convergenza e Unione in Catalogna) e partiti moderati di ispirazione laica come molti partiti aderenti al Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori, tra i quali si può citare il Partito Repubblicano Italiano. In Israele il centro dello schieramento politico è presidiato da Kadima, partito centrista nato dalla confluenza di politici provenienti sia dal Likud che dal Partito Laburista.

A livello internazionale, i partiti democratici cristiani hanno dato vita all'Internazionale Democratica Centrista, mentre i liberali sono riuniti nell'Internazionale Liberale. Alcuni gruppi e partiti centristi, tra i quali La Margherita italian, l'UDF francese e la New Democrat Coalition americana, hanno dato vita, insieme a partiti di ispirazione liberale e centrista all'Alleanza dei Democratici.

In Europa esistono diversi partiti pan-europei che rivendicano una posizione centrista, in primo luogo il Partito Popolare Europeo (PPE) e il Partito Democratico Europeo (PDE): il primo è un raggruppamento di centro orientato verso a destra, il secondo un raggruppamento di centro orientato a sinistra. Il PPE, la formazione politica con il gruppo parlamentare più numeroso al Parlamento Europeo, è un contenitore che raccoglie democratici-cristiani, conservatori e alcuni liberali. Nel PPE sono presenti partiti tradizionalmente centristi come l'UDC, il MSP svedese e i democristiani belgi (CDH e CD&V) assieme a partiti più conservatori come l'UMP francese.

Esiste un altro partito centrista, alleato col PDE tanto da fare gruppo unico al Parlamento Europeo (l'Alleanza dei Democratici e Liberali per l'Europa): si tratta del Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori, al cui interno convivono i liberali conservatori, orientati a destra, i liberali sociali, orientati a sinistra ed anche forze politiche di tradizione laica.

Infine, si ricordano gli esperimenti di alcuni partiti socialdemocratici europei nel tentativo di conquistare una fetta dell'elettorato centrista, come il new Labour del Partito Laburista britannico e il neue Mitte del Partito Socialdemocratico Tedesco. Alcuni teorici, come Anthony Giddens, o commentatori politici, hanno parlato a tal proposito di third way centrista o di radical centre/middle.

In Italia, dal 1946 in poi, il centrismo è stato principalmente sinonimo di cristianesimo democratico. Infatti la Democrazia Cristiana, principale partito politico del paese fino al 1994, si è contraddistinta per il rifiuto di qualsiasi alleanza con partiti comunisti, social-comunisti e nazionalisti. La DC ha racchiuso al proprio interno variegate posizioni sia in campo economico-sociale che culturale, tutte, però, cresciute nel comune alveo della dottrina sociale della Chiesa Cattolica.

Accanto alla DC, in Italia, altri partiti inseriti nella corrente "centrista" da alcuni esperti e analisti sono stati il Partito Liberale Italiano (PLI), il Partito Repubblicano Italiano (PRI) e il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), il primo collocato più precisamente nel centro-destra e gli altri due nel centro-sinistra. Il PLI è l'erede della cultura liberale al governo del paese dal 1861 al 1922, il PRI della cultura mazziniana. Il primo può genericamente essere definito un partito liberale conservatore (almeno fino alla svolta lib-lab di fine anni Settanta; difatti altri studiosi lo collocano come un partito che, in origine, era esclusivamente di "destra"), mentre il secondo liberale sociale (secondo una definizione di Ugo La Malfa). Soprattutto in seguito agli anni Settanta, periodo che vide la definitiva affermazione all'interno del PLI della corrente della "sinistra" interna, PLI e PRI tesero sempre più ad identificarsi in una comune nuova area politica di ispirazione socio-liberale, da cui le liste comuni per le elezioni europee.

È possibile inoltre definire "centrista" anche il PSDI, partito socialdemocratico e moderato fondato da Giuseppe Saragat, che scelse fin dalla sua fondazione la partecipazione ai governi centristi e rappresentò sempre un alleato fedele per la DC. Il PSDI in pratica, anticipando di quarant'anni le mosse dei partiti socialdemocratici europei, portò la socialdemocrazia italiana su posizioni di centro: una "terza via" ante litteram, potremo dire. Pue essendo il PSDI un partito complessivamente "centrista", al suo interno non mancava però un'area di "sinistra" (come del resto anche nel PRI) che teneva a rimarcare la matrice socialista del partito e pur non volendo rinunciare agli ottimi rapporti con la DC, guardava con più "familiarità" al PSI.

Nell'attuale panorama politico italiano il "centro" dello schieramento politico è occupato da diversi partiti, alcuni di ispirazione democristiana o cristano-sociale, altri di ispirazione liberale, mentre altri ancora coniugano entrambe le tradizioni politiche.

Sul versante del centro-destra, con la nascita del Popolo della Libertà (PdL), molti partiti centristi sono confluiti in questa nuova formazione: Forza Italia (FI), la Democrazia Cristiana per le Autonomie (DCA), i Popolari Liberali (PL), il Partito Pensionati (PP), il Partito Repubblicano Italiano (PRI), i Riformatori Liberali (RL), i Liberal Democratici (LibDem). In Parlamento, poi, la Lega Nord (LN) siede al centro dell'emiciclo.

Sul versante di centro-sinistra invece sono partiti di centro: l'Italia dei Valori (IdV) e i Radicali Italiani (Rad). Componenti centriste sono presenti nel Partito Democratico, nel quale sono confluiti partiti centristi come Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), Movimento Repubblicani Europei (MRE), Italia di Mezzo (IdM) e il Partito Democratico Meridionale (PDM).

Tra PdL e PD, si collocano tre partiti centristi, anche se decisamente conservatori sul piano dei valori: l'Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro (UDC), la Rosa Bianca e i Popolari UDEUR (UDEUR). Sono catalogabili come centristi anche alcuni partiti regionali: l'Union Valdôtaine (UV), la Stella Alpina (SA), la Fédération Autonomiste (FA), la Südtiroler Volkspartei (SVP), il Partito Autonomista Trentino Tirolese (PATT), Progetto NordEst (PNE), il Movimento per l'Autonomia, i Riformatori Sardi (RS) e il Partito del Popolo Sardo (PPS).

FI, UDC, UDEUR e SVP aderiscono al Partito Popolare Europeo (PPE), mentre DL era membro fondatore del Partito Democratico Europeo (PDE) ed è parte del Gruppo Parlamentare dell'Alleanza dei Liberali e Democratici per l'Europa (ALDE) al Parlamento europeo. IdV, Rad, PRI e MRE aderiscono invece al Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (ELDR).

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Source : Wikipedia