Italia

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Italia - Bandiera

L'Italia, ufficialmente Repubblica Italiana, è uno Stato dell'Europa meridionale il cui territorio coincide in gran parte con l'omonima regione geografica.

L'Italia confina ad ovest con la Francia, a nord con la Svizzera e l'Austria e ad est con la Slovenia. I microstati San Marino e Città del Vaticano sono enclave interamente comprese nel suo territorio, mentre il comune di Campione d'Italia costituisce una exclave situata nella regione italofona del Canton Ticino in Svizzera.

Capitale è, dal 1871, la città di Roma, "erede" di Firenze, sede provvisoria degli organi statutari, che sostituì Torino nel 1865.

Lo Stato indipendente ed unitario, nato nel 1861 come Regno d'Italia sotto la dinastia di casa Savoia, aveva un'estensione territoriale che non comprendeva ancora Roma e gran parte dell'attuale Lazio, che formavano lo Stato Pontificio (incorporato il 20 settembre 1870), il Veneto e il Friuli che erano parte dell'Impero d'Austria (acquisiti nel 1866), la Venezia Giulia ed il Trentino-Alto Adige anch'essi sotto dominio asburgico (annessi a seguito della prima guerra mondiale); ha assunto l'attuale forma repubblicana il 18 giugno 1946 a seguito del risultato del referendum del 2 giugno indetto per stabilire la forma istituzionale dello Stato dopo la fine della seconda guerra mondiale. Successivamente, l'Assemblea costituente eletta lo stesso giorno del referendum elaborò la Costituzione che, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, dà alla Repubblica un carattere parlamentare.

Chiamata spesso "Penisola" in ragione della sua natura geografica prevalente, "stivale" in ragione della sua caratteristica forma, "Belpaese" in ragione del suo clima e delle sue bellezze naturali ed artistiche, geograficamente l'Italia è costituita da tre parti: una continentale, delineata a nord dalle Alpi e a sud dalla linea convenzionale che congiunge La Spezia con Rimini, una peninsulare, che si allunga nel Mediterraneo in direzione nord ovest - sud est, ed una insulare, rappresentata principalmente dalle due maggiori isole del Mediterraneo, la Sardegna e la Sicilia presso la quale, in corrispondenza dell'isola di Pantelleria, si ha la minima distanza dall'Africa, distante circa 70 chilometri. I confini territoriali si estendono complessivamente per 1.800 chilometri, mentre lo sviluppo costiero raggiunge i 7.500 chilometri. L'Italia conta più di 59,9 milioni di abitanti, per una densità di 199 abitanti per km².

Avendo istituito (Trattato di Parigi) il 18 aprile 1951, assieme al Belgio, alla Francia, alla Germania Occidentale, al Lussemburgo e ai Paesi Bassi, la Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA), l'Italia è membro fondatore dell'Unione europea ed ha partecipato a tutti i principali trattati di unificazione europea, compreso l'ingresso nell'area dell'Euro nel 1999. Inoltre è membro fondatore della NATO, del Consiglio d'Europa e dell'Unione Europea Occidentale, aderisce alle Nazioni Unite (per il biennio 2007-2008 è membro non-permanente del Consiglio di sicurezza), e fa parte del G7, del G8 e dell'OCSE.

La regione geografica italiana fu unita politicamente per la prima volta in epoca romana con la Repubblica romana (509-27 a.C.), ma il carattere imperiale delle conquiste effettuate nei secoli seguenti da Roma e dai socii italici finì per snaturare il carattere nazionale che la regione geografica italiana stava acquisendo sul finire del I secolo a.C.

L'unione politica della regione geografica italiana realizzatasi in epoca romana termina nel 476 d.C con la fine dell'Impero romano d'Occidente (anno in cui per convenzione viene anche fatta terminare l'Antichità e iniziare il Medioevo). Nel 476 d.C. il re degli Eruli, Odoacre, ultimo di una lunga schiera di condottieri germanici che nel periodo di decadenza dell'Impero romano d'Occidente avevano condotto le proprie orde in territorio italico, depone infatti l'ultimo imperatore d'occidente, Romolo Augusto.

A partire dal 493 d.C., con il Regno ostrogoto, si realizza di nuovo l'unità politica della penisola italiana. Il Regno ostrogoto fu la prima di tante occasioni mancate nel Medioevo per affermare anche nella regione geografica italiana un processo di formazione di coscienza nazionale come già era avvenuto in altri Paesi europei. A partire dal 535 d.C., e fino al 553 d.C., la penisola italiana è infatti teatro della guerra gotica che vede l'imperatore d'Oriente Giustiniano I deciso a conquistare il Regno ostrogoto, il cui territorio nel secolo precedente era stato dell'Impero romano d'Occidente. La conquista della penisola italiana da parte di Giustiniano I fu completata solo nel 553 d.C. con la sconfitta definitiva degli Ostrogoti e l'annessione di tutto il territorio del Regno ostrogoto all'Impero romano d'Oriente. Il conflitto si protrae quindi per quasi un ventennio e devasta l'intera penisola italiana, tanto da portarla a una grave crisi demografica, economica, politica e sociale.

A partire dal 553 d.C. la penisola italiana è quindi di nuovo unita politicamente, sotto l'Impero romano d'Oriente, ma anche questa unione politica è destinata a durare poco. Gli anni della dominazione dell'Impero romano d'Oriente sono funestati, oltre che da un aggravamento delle condizioni di vita dei contadini a causa della forte pressione fiscale, anche da una terribile pestilenza che spopola ulteriormente la penisola italiana tra il 559 d.C. e il 562 d.C.. La penisola italiana, indebolita e impoverita, non ha quindi la forza di opporsi a una nuova invasione germanica, quella dei Longobardi capeggiati da Alboino. Tra il 568 d.C. e il 569 d.C. i Longobardi, spesso appoggiati dalla popolazione esasperata dalla fiscalità bizantina, occuparono gran parte delle penisola italiana. Dal Friuli i Longobardi conquistarono ben presto gran parte delll'Italia centro-settentrionle, che prese il nome di Langobardia Major, e dell'Italia meridionale che chiamarono Langobardia Minor.

Con la sconfitta dei Longobardi, avvenuta ad opera di Carlo Magno, la penisola perde definitivamente un'unità politica che non ritroverà più per molti secoli a venire, fino al 1861 con la nascita del Regno d'Italia, primo Stato con cui si realizza l'unità nazionale della nazione italiana.

Non fu quindi l'unità politica della regione geografica italiana in epoca romana, né quella della penisola italiana nei secoli subito seguenti, a far nascere il sentimento nazionale italiano. L'unità politica della nazione italiana fu al contrario la meta di un sentimento nazionale che si inizia ad osservare per la prima volta in epoca napoleonica con l'arrivo nella penisola italiana delle truppe napoleoniche (anno 1796).

Il primo accenno esplicito di sentimento nazionale italiano, rimasto del tutto inascoltato, si può individuare al termine dell'epoca napoleonica, nel Proclama di Rimini, con cui Gioacchino Murat, il 30 marzo 1815 durante la guerra austro-napoletana, rivolge un interessato appello a tutti gli italiani affinché si uniscano per salvare il Regno di Napoli posto sotto la sua sovranità, unico garante della loro indipendenza nazionale contro un occupante straniero.

Il periodo della storia d'Italia in cui l'affermarsi di una coscienza nazionale italiana porta all'unità politica e quindi alla definitiva affermazione della nazione italiana è detto Risorgimento. Tale periodo, a conclusione del quale si ha la definitiva affermazione della nazione italiana, è un lungo processo che occupa un arco temporale di vari decenni e che, come detto, si conclude nel 1861 con la nascita del Regno d'Italia sotto la dinastia di Casa Savoia.

Le personalità coinvolte in tale processo furono molte, ma quattro spiccano su tutte: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo; Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all'espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.

L'Italia si estende dal versante sud dell'arco alpino e si protende nel mar Mediterraneo; il suo territorio comprende anche la Sardegna e la Sicilia, due isole di grandi dimensioni, oltre a una serie di isole minori. Il mare che si trova a est della penisola è il mar Adriatico, a sud-est si estende il mar Ionio, a ovest, lungo tutta la penisola, si trova il mar Tirreno mentre a nord-ovest della penisola si estende il mar Ligure. Sotto il profilo geografico le regioni italiane si dividono in: regioni settentrionali (Valle d' Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna), regioni centrali (Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Abruzzo), regioni meridionali (Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria), isole (Sicilia, Sardegna).

L'Italia è geograficamente divisibile anche in due sole parti: la penisola italica, che è la parte effettivamente peninsulare dell'Italia, che convenzionalmente inizia a sud del crinale appenninico emiliano, e la Val Padana, parte continentale d'Italia che è tutt'uno col territorio europeo.

Il comune più a nord d'Italia è Predoi, il più a sud Lampedusa e Linosa, il più a est Otranto e il più a ovest Bardonecchia.

Lo Stato italiano è quasi interamente compreso tra le Alpi, tranne Livigno, Dobbiaco, San Candido e Tarvisio che sono oltralpe, più le isole Lampedusa e Lampione parte della piattaforma continentale africana. Inoltre all'Italia appartiene l'exclave di Campione d'Italia (doganalmente ed economicamente svizzera).

L'Italia presenta una prevalenza di zone collinari (il 41,6% del territorio) rispetto a zone montuose (il 35,2% del territorio), o a zone pianeggianti (23,2%). L'altitudine media del territorio italiano è di circa 337 metri sul livello del mare.

Le catene montuose si estendono per buona parte della nazione. Del sistema alpino appartiene all'Italia tutto il versante meridionale per una lunghezza di circa 1000 km. Le vette più elevate si trovano nelle Alpi Occidentali, dove numerose sono le cime che superano i 4000 m tra cui il Monte Rosa (4634 m), il Cervino (4478 m) e il Monte Bianco che con i suoi 4810 m è la montagna più alta d'Europa. A sud delle Alpi si trova la Pianura Padana, una grande distesa alluvionale formata dal fiume Po e dai suoi affluenti. La catena degli Appennini percorre tutta la lunghezza della penisola, dalla Liguria alla Sicilia, fino a concludersi nelle Madonìe in quest'ultima regione, raggiungendo l'altezza massima con il Gran Sasso (2912 m). L'Italia è nota anche per la presenza di numerosi vulcani: i più famosi sono il Vesuvio vicino a Napoli, l'Etna vicino Catania che con i suoi 3323 m è il vulcano più alto d'Europa, e lo Stromboli in provincia di Messina.

La regione italiana (compresa tra il 47º ed il 35º parallelo nord) si trova quasi al centro della zona temperata dell'emisfero boreale.

Dal punto di vista climatico è, inoltre, favorita dalla grande massa d'acqua dei mari mediterranei che la circondano quasi da ogni lato. Tali mari costituiscono, soprattutto per la penisola italiana (meno per quelle ellenica, iberica ed anatolica), un benefico serbatoio di calore e di umidità. Determinano infatti, nell'ambito della zona temperata, un clima particolare detto temperato mediterraneo.

In quanto stretta tra la placca africana e la placca euroasiatica, l'Italia è territorio soggetto a terremoti. La pressione delle due placche ha provocato con il trascorrere dei millenni le formazioni rocciose che attraversano tutto il territorio Italiano. Per fare un esempio, le rocce che formano le Dolomiti in realtà sono dei minuscoli molluschi che per millenni hanno vissuto sul fondo del mare; la pressione della placca africana ne ha prodotto il sollevamento.

Solo un quarto della superficie della regione italiana è occupato da pianure vere e proprie; tali infatti non possono essere considerate le conche appenniniche dell'Italia centrale, le strisce costiere dei golfi del mar Tirreno, le maremme, o le foci pianeggianti dei fiumi appenninici lungo l'Adriatico.

Con oltre 7000 chilometri di coste, l'Italia è praticamente "abbracciata" dal Mar Mediterraneo, il Mare Nostrum degli antichi Romani, che è suddiviso, per ragioni storiche, in bacini con nomi propri. In particolare, i bacini principali che circondano la penisola sono il mar Adriatico, il mar Tirreno, il mar Ligure e il mar Ionio; ad ovest della Sardegna si trova il mar di Sardegna, a sud della Sicilia il canale di Sicilia e il canale di Malta. Tra i bracci di mare più stretti sono notevoli lo stretto di Messina, che separa la Sicilia dalla punta dello stivale, le Bocche di Bonifacio, tra la Sardegna e la Corsica, il canale di Piombino tra la costa toscana e l'isola d'Elba, il canale di Corsica che separa le coste orientali corse dall'estremità occidentale dell'isola d'Elba e il canale d'Otranto tra Puglia e Albania.

Le isole maggiori sono la Sicilia e la Sardegna, quest'ultima geologicamente parte della micro zolla sardo-corsa assieme alla Corsica. Numerose sono le isole minori, alcune delle quali particolarmente notevoli dal punto di vista naturalistico o storico (ad esempio l'isola d'Elba è stata posta sotto l'autorità di Napoleone durante il suo primo esilio dal continente).

La maggior parte delle isole minori è raccolta in arcipelaghi, quali l'arcipelago Toscano – che comprende l'Isola d'Elba – le isole Pontine o Ponziane e le Isole Flegree nel Tirreno di fronte alla penisola (per non dimenticare le isole di Capri e Ischia); le isole Eolie o isole Lipari, le isole Egadi e le isole Pelagie attorno alla Sicilia (oltre alle isole di Ustica e di Pantelleria); l'arcipelago della Maddalena, le isole del Sulcis e l'isola dell'Asinara a poca distanza dalla Sardegna.

Vi sono poi le isole Tremiti, a nord del Gargano; le isole Cheradi nel golfo di Taranto, l'Isola di Sant'Andrea nelle acque di Gallipoli; le Isole Pedagne a largo di Brindisi; le isole Palmaria, Tino e Tinetto del golfo della Spezia (entrate dal 1997 tra i patrimoni dell'umanità nell'UNESCO) e altre ancora, come l'isola di Dino.

La conformazione fisica dell'Italia, con un elevato numero di montagne, fa sì che sia attraversata da molti fiumi, anche se nessuno di essi è estremamente lungo. Il maggiore come lunghezza e portata è il Po lungo 652 km.

Il Po attraversa la pianura padana e con i suoi affluenti l'ha creata, essendo la pianura Padana di origine alluvionale (cioè prodotta dai detriti trascinati a valle dai fiumi).

I primi 10 fiumi d'Italia in ordine di lunghezza sono: Po, Adige, Tevere, Adda, Oglio, Tanaro, Ticino, Arno, Piave, Reno.

Come si può notare dalla cartina a destra la maggior parte delle montagne dotate di ghiacciai si concentrano nel nord del paese. Infatti la parte centrale del paese è attraversata dagli Appennini, montagne relativamente basse e quindi di norma dotate di fiumi dalla ridotta portata, tanto che nelle regioni meridionali spesso durante le estati si assiste in molte zone a una parziale mancanza d'acqua che crea notevoli disagi alla popolazione e alle coltivazioni.

Più numerosi, anche se meno grandiosi, sono invece i vulcani spenti o in fase quiescente ormai da molti secoli. Sono specialmente disseminati in tutta la fascia dell'Antiappennino toscano, dove le numerose sorgenti termali ed i famosi soffioni boraciferi (Larderello) non sono che le postume manifestazioni del vulcanesimo locale.

Il monte Amiata, nelle cui viscere abbondano i minerali, i monti Volsini, Cimini e Sabatini situati sulla destra del fiume Tevere, ed i colli Albani, sulla sinistra del medesimo, sono anch'essi residui di grandi vulcani, che hanno un tempo largamente profuso intorno le loro lave; attualmente perciò hanno pendici molto fertili. In cima a questi colli, entro gli antichi crateri, si trovano i maggiori laghi della penisola: lago di Bolsena, (monti Volsini), lago di Vico (monti Cimini), lago di Bracciano (monti Sabatini), lago di Albano e lago di Nemi (colli Albani).

Nell'Antiappennino campano, oltre al Vesuvio, una manifestazione postuma di attività vulcanica si incontra nei Campi Flegrei, situati poco a nord di Napoli; tali sono anche le solfatare di Pozzuoli e di Agnano.

I monti di Roccamonfina (tra il Volturno ed il Liri), l'Epomeo nell'isola d'Ischia e gli isolotti vicini dell'arcipelago campano hanno pure origine vulcanica; così dicasi del Monte Vulture, sulla destra dell'Ofanto in Basilicata, ed in parte dei colli Euganei e dei colli Berici della pianura veneta, i primi nella provincia di Padova, i secondi in quella di Vicenza.

I fenomeni sismici costituiscono un primato dell'Italia in Europa. Essi sono per lo più connessi a fenomeni vulcanici. Non tutte le regioni italiane vanno però egualmente soggette ai moti sismici; ma anche là dove il fenomeno si manifesta più volte in un anno, i danni non sono in genere gravi.

Le zone meno soggette a fenomeni sismici sono la Sardegna, la Maremma grossetana, la Puglia meridionale e la regione alpina occidentale, eccettuate le zone di Belluno, della Carnia e delle Alpi Marittime. Dovuti spesso a movimenti rapidi di enormi masse rocciose situate in profondità sotto la superficie terrestre, sono invece i frequenti e spesso disastrosi terremoti che avvengono nella zona degli Appennini.

L'Italia è una repubblica parlamentare. La forma repubblicana dello Stato fu decisa con il referendum del 2 giugno 1946, con il quale il popolo italiano abolì la monarchia a favore della repubblica.

La Costituzione della Repubblica è la legge fondamentale e fondante della Repubblica Italiana. Fu approvata dall'Assemblea costituente il 22 dicembre 1947, promulgata dal Capo Provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947, ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948.

Essa contiene i principi fondamentali della Repubblica, i diritti e i doveri dei cittadini e prescrive l'ordinamento della Repubblica.

Il presidente della Repubblica è la massima carica dello Stato e rappresenta l'unità nazionale. Viene eletto ogni sette anni dal Parlamento in seduta comune integrato dai rappresentati regionali. Non ha un ruolo di indirizzo politico, ma la Costituzione gli affida comunque funzioni di natura legislativa, esecutiva e giudiziaria. Nei periodi di stabilità politica il suo ruolo si riduce nei fatti a funzioni rappresentative e di monitoraggio. I poteri assegnategli dalla Costituzione, però, fanno sì che il ruolo del Presidente della Repubblica acquisisca d'importanza nei casi di instabilità politica o deriva istituzionale dello Stato.

Il potere legislativo statale è affidato ad un Parlamento bicamerale costituito dalla Camera dei Deputati (630 deputati) e dal Senato della Repubblica (315 senatori eletti più i senatori a vita). Le Camere sono elette a suffragio universale (attualmente la legge elettorale prevede una ripartizione dei seggi tra i candidati delle varie liste bloccate concorrenti in proporzione ai voti ottenuti, con un premio che assicuri la governabilità alla coalizione di liste più votata). In Italia vige il bicameralismo perfetto: le Camere hanno le stesse funzioni e gli stessi poteri. Una legge deve essere approvata nello stesso testo da entrambe le Camere. In caso di contrasto tra le Camere la legge non viene approvata. Di conseguenza le leggi elettorali delle due Camere sono abbastanza simili per evitare che un loro diverso orientamento politico paralizzi il Parlamento. Tale sistema è stato ideato affinché vi sia una maggiore ponderazione della classe politica nell'approvare le leggi. Le Camere durano in carica 5 anni, ma il Presidente della Repubblica può scioglierle anticipatamente.

Il potere esecutivo spetta al Governo, all'interno del quale, secondo l'art. 92, c. 1 Cost. possono distinguersi diversi organi: il presidente del Consiglio dei Ministri, i Ministri e il consiglio dei ministri, che è costituito dall'unione dei precedenti organi. I Ministri sono responsabili singolarmente degli atti del loro dicastero e collegialmente degli atti del Consiglio dei Ministri. Il Presidente del Consiglio dirige la politica del governo, ma all'interno del Consiglio è primus inter paris con i suoi colleghi. Tuttavia le sue dimissioni provocano le dimissioni dell'intero governo. Il Presidente della Repubblica, a seguito di consultazioni con i maggiori leader politici, nomina il Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, i Ministri. Successivamente alla sua entrata in carica il Governo deve presentarsi in Parlamento ed ottenere da entrambe le Camere un voto di fiducia. In qualunque momento un voto di sfiducia di una Camera costringe il Governo alle dimissioni. Poiché i Ministri non sono revocabili, talvolta per costringerli alle dimissioni si procede in una delle due Camere ad un voto di sfiducia individuale.

Il potere giudiziario (sia quello inquirente che quello giudicante) è esercitato dalla Magistratura che costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. I magistrati ordinari sono titolari della funzione giurisdizionale (vedi voce giurisdizione), che amministrano in nome del popolo. Il Consiglio Superiore della Magistratura, eletto per 1/3 dal Parlamento in seduta comune e per 2/3 da tutti i magistrati e presieduto di diritto dal Presidente della Repubblica, ha compiti di autogoverno della Magistratura, svincolandolo totalmente dalle influenze del governo, in particolare del Ministero della Giustizia.

I Presidenti della Repubblica, in ordine di elezione, sono stati: Enrico De Nicola (giugno 1946-maggio 1948), Luigi Einaudi (1948-1955), Giovanni Gronchi (1955-1962), Antonio Segni (1962-1964), Giuseppe Saragat (1964-1971), Giovanni Leone (1971-1978), Sandro Pertini (1978-1985), Francesco Cossiga (1985-1992), Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), Carlo Azeglio Ciampi (1999-2006), Giorgio Napolitano (2006-).

L'amministrazione della cosa pubblica è suddivisa tra lo stato, le regioni e gli enti locali (province e comuni, più comunità montane, unioni di Comuni e circoscrizioni), secondo i principi di sussidiarietà, differenziazione ed adeguatezza (art. 118 Cost.).

Lo Stato ha competenza legislativa esclusiva nelle materie indicate al 2º comma dell'art. 117 della Costituzione; allo stesso modo sono indicate le materie in cui la competenza statale è limitata alla definizione dei princìpi fondamentali; spetta alle regioni la competenza legislativa generale. La Corte costituzionale è competente a giudicare sui conflitti di competenza tra lo stato e le regioni.

Il governo nazionale è rappresentato nelle province a statuto ordinario dalla Prefettura - Ufficio Territoriale di Governo.

La Repubblica Italiana si compone di 20 regioni, di cui 5 (Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia) a statuto speciale, 110 province (alcune in fase di allestimento) e 8101 comuni. Le città metropolitane, enti locali di estensione intermedia tra province e comuni, non sono ancora state istituite.

Nell'elenco che segue, per ciascuna regione è riportato lo stemma ufficiale e, a seguire, il nome del capoluogo. L'asterisco (*) denota le regioni a statuto speciale.

Dati ISTAT aggiornati al 30 giugno 2008. Vedi demo.istat.it * Dati che tengono conto delle istituende province di Monza-Brianza, Barletta-Andria-Trani e Fermo.

Dati ISTAT riferiti alle stime del 30 settembre 2008.

L'Italia è la settima potenza militare mondiale con una spesa militare annua di 40.060 miliardi di dollari.

L'Esercito Italiano è la prima forza armata dello Stato. Attualmente ha un organico di 114.400 (nel 2006) unità (di queste 85.000 fanno parte delle forze operative, mentre 27.000 sono assegnate alle unità di riserva e sostegno).

La Marina Militare è la seconda forza armata dello Stato. Essa nacque nel 1946 dalla Regia Marina, in seguito alla proclamazione della Repubblica Italiana. A lei sono affidati il controllo e la condotta delle operazioni navali nelle acque territoriali ed internazionali. Ad essa è devoluto, inoltre, il compito di pattugliamento delle coste tramite il Corpo delle Capitanerie di Porto/Guardia Costiera.

L'Aeronautica Militare è la terza forza armata dello Stato. Ad essa sono devolute le operazioni aeree. In passato si è anche occupata del controllo del traffico aereo nello spazio aereo nazionale.

L'Arma dei Carabinieri è la quarta forza armata dello Stato. Per via della sua doppia natura di forza armata e di forza di polizia, le sono affidati sia funzioni militari, quali il concorso alla difesa della Patria, l'esercizio delle funzioni di Polizia Militare, la protezione delle Rappresentanze Diplomatiche italiane e la partecipazione alle operazioni militari all'estero, sia funzioni civili di Polizia Giudiziaria e di Pubblica Sicurezza.

La Guardia di Finanza è una speciale forza di polizia ad ordinamento militare e fa parte integrante delle Forze Armate dello Stato. Dipende direttamente dal Ministro dell'Economia e delle Finanze e svolge compiti di polizia giudiziaria, polizia tributaria (in via esclusiva) e pubblica sicurezza soprattutto legati all'ambito economico e finanziario (negli anni recenti sono stati creati anche reparti specializzati nella tutela dell'Ordine pubblico). La Guardia di Finanza concorre altresì alla difesa dei confini e svolge funzioni di polizia militare e polizia giudiziaria militare.

La Polizia di Stato è una forza di polizia civile ad ordinamento speciale che la rende un Corpo armato dello Stato o Corpo militarmente organizzato. Quest'ultima definizione non implica la militarità del Corpo, tuttavia la sua struttura si richiama a quella di un'istituzione di carattere militare ed il suo personale ha un inquadramento differente rispetto a qualsiasi ente civile o militare dello Stato. Dipende direttamente dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza, che rappresenta l'apparato amministrativo centrale per mezzo del quale il Ministero dell'Interno (Autorità Nazionale di Pubblica Sicurezza) gestisce l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica in Italia. Pertanto, la Polizia di Stato è la prima forza di polizia incaricata del mantenimento della sicurezza e dell'ordine pubblico.

Il Corpo di Polizia Penitenziaria è una forza di polizia civile ad ordinamento speciale che la rende un Corpo armato dello Stato o Corpo militarmente organizzato. Svolge compiti di Polizia Giudiziaria e Pubblica Sicurezza legati al settore penitenziario ed alla gestione delle persone sottoposte a provvedimenti di restrizione o limitazione della libertà personale. È l'erede del Corpo delle Guardie Carcerarie, creato nel 1873, poi riformato nel Corpo degli Agenti di Custodia delle Carceri (1890), (forza di polizia ad ordinamento militare) la cui amministrazione passò nel 1922 dal Ministero dell'Interno al Ministero della Giustizia, per poi ritornarvi nel 1990.

Il Corpo Forestale dello Stato è una forza di polizia civile ad ordinamento speciale che la rende un Corpo armato dello Stato o Corpo militarmente organizzato. Svolge compiti di tutela ambientale e paesaggistica; Svolge anche funzioni di Polizia Giudiziaria e di Pubblica Sicurezza. Alla direzione del Corpo vi è l'Ispettorato generale con sede a Roma.

I Corpi ed i Servizi di Polizia Locale/Provinciale e Polizia Municipale non rientrano tra le forze di polizia dello Stato. Svolgono compiti di controllo tramite pattugliamento del territorio e repressione dei reati tipicamente nelle aree urbane sotto controllo regionale. A seconda della tipologia possono dipendere dalla Regione, dalla Provincia o dal Comune. Tutti i suoi appartenenti sono Agenti e Ufficiali di Polizia Giudiziaria e Agenti di Pubblica Sicurezza.

Il primo tricolore italiano nasce il 7 gennaio 1797 a Reggio nell'Emilia come bandiera della Repubblica Cispadana proposto da Giuseppe Compagnoni.

Come altre bandiere, anche l'italiana si ispira alla bandiera francese introdotta con la rivoluzione del 1789. Quando le armate napoleoniche attraversarono l'Italia, nel 1796, sia le varie neonate repubbliche giacobine, sia i reparti militari che affiancavano l'esercito di Napoleone adottarono bandiere simili. La scelta dei colori si deve probabilmente ai vessilli della Legione Lombarda nei quali il bianco e il rosso del comune di Milano si affiancavano al verde delle divise della Guardia civica milanese. Gli stessi colori, vennero adottati anche dalla Legione Italiana, composta da soldati provenienti dall'Emilia e dalla Romagna. A Reggio nell'Emilia, che si fregia del titolo di città del tricolore, è esposto il primo vessillo tricolore, risalente al 1797.

Dopo il Congresso di Vienna, e la Restaurazione il tricolore rimase come simbolo di libertà e venne utilizzato nei moti rivoluzionari del 1831 e del 1848. Fu proprio in quest'anno, con l'annuncio della Prima guerra di indipendenza che Carlo Alberto di Savoia adotta per le sue truppe un vessillo composto dalla bandiera italiana, recante al centro lo stemma dei Savoia bordato di azzurro. Questa bandiera diverrà, a partire dal 14 marzo 1861 la bandiera del Regno d'Italia, anche se la legge che definisce la forma esatta della bandiera arriverà solo nel 1923.

Con la fine della seconda guerra mondiale e la proclamazione della Repubblica, la bandiera italiana perde lo stemma del Savoia e assume la foggia odierna. L'importanza di questo passaggio è testimoniata dall'inserimento nella Costituzione di un articolo - il 12 - compreso tra i principi fondamentali ad esso dedicato: "La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni".

L'emblema ufficiale della Repubblica Italiana è quello approvato dall'Assemblea costituente nella seduta del 31 gennaio 1948 e promulgato dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola il successivo 5 maggio. Il bozzetto iniziale fu realizzato dall'artista Paolo Paschetto, vincitore dei due concorsi pubblici indetti nel 1946 e nel 1947, cui parteciparono complessivamente circa 500 candidati con oltre 800 bozzetti.

La sua definizione formale è riportata nello schema a lato.

La stella bianca a cinque punte, facente, inoltre, riferimento a Dante, è stata la tradizionale rappresentazione simbolica dell'Italia sin dall'epoca risorgimentale; nell'emblema repubblicano essa è sovrapposta a una ruota dentata d'acciaio, simbolo del lavoro su cui si basa la Repubblica (articolo 1 della costituzione) e del progresso. L'insieme è racchiuso da un ramo di quercia, che simboleggia la forza e la dignità del popolo italiano, e da uno di ulivo, che rappresenta la volontà di pace della nazione.

Pur identificato spesso come stemma della Repubblica Italiana, tecnicamente non si tratta di uno stemma in quanto è privo dello scudo, che ne costituisce una parte essenziale secondo la definizione araldica (al contrario di altre decorazioni come corone, elmo o rami che non sono essenziali). Per questo risulta più corretto riferirvisi con il termine di "emblema della Repubblica Italiana".

L'Inno di Mameli, conosciuto anche come "Fratelli d'Italia", dai primi versi - o più precisamente, Il Canto degli Italiani - è dal 12 ottobre 1946 l'inno nazionale italiano, in modo provvisorio. Il 17 novembre 2005 il Senato aveva approvato in prima lettura un progetto di legge volto a renderlo definitivo, ma alla Camera il provvedimento non fu più votato e l'Inno di Mameli rimane tuttora come inno italiano provvisorio. Il testo fu scritto nell'autunno 1847 da Goffredo Mameli; la musica è di poco successiva e fu composta da Michele Novaro.

Dopo la proclamazione della Repubblica ha sostituito La canzone del Piave adottata dal governo provvisorio italiano dopo l'8 settembre.

Durante il Regno d'Italia era in vigore la Marcia Reale, che dopo l'Unità d'Italia aveva sostituito l'inno del Regno di Sardegna: S'hymnu sardu nationale.

Nel corso degli anni Novanta è stata talvolta ventilata l'ipotesi di sostituire Il canto degli Italiani con il Va, pensiero (celebre aria dall'opera lirica Nabucco) di Giuseppe Verdi come inno rappresentativo della nazione italiana.

Il nuovo stendardo, introdotto il 9 ottobre 2000 dal Presidente Ciampi, richiama i colori della bandiera nazionale, con riferimento particolare alla bandiera della storica Repubblica Italiana del 1802-1805; la forma quadrata e la bordatura azzurra simboleggiano le Forze Armate, comandate dal Presidente.

Dal 2008, dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, viene adottato anche lo stendardo personale del Presidente del Consiglio, che è tutto blu con due ordini di strisce dorate, i bordi dello stesso colore e al centro il tradizionale simbolo della Repubblica, la stella su ruota dentata con rami di quercia e d'ulivo.

Nel 1947 oltre alla bandiera nazionale vennero definite anche la bandiera usata dalla marina mercantile, che reca sulla banda bianca uno stemma nei cui quadranti compaiono gli stemmi delle quattro repubbliche marinare (Venezia, Genova, Pisa e Amalfi); e quella della Marina Militare, nella quale lo stemma è sovrastato da una corona navale, cioè una corona turrita e rostrata.

Un'altra differenza è che nella bandiera della Marina Militare il leone di san Marco (simbolo di Venezia) ha il libro chiuso, la coda alzata e regge una spada (come nella bandiera di guerra della Repubblica di Venezia).

Bandiera di bompresso (recto).

Bandiera di bompresso (verso, il leone di San Marco è di spalle).

Bandiera della Marina Militare.

Bandiera della Marina Mercantile.

Con 60.054.511 di abitanti (al 31.12.2008), l'Italia è il quarto paese dell'Unione europea per popolazione (dopo Germania, Regno Unito e Francia). Il paese ha inoltre la quinta più alta densità demografica in Europa, 198,8 persone per chilometro quadrato.

Secondo l'ultimo censimento le femmine costituivano nell'ottobre del 2001 il 51,58% della popolazione (+1.808.040). Tale differenza per vari fattori si è gradualmente ridotta col passare degli anni, e a luglio 2008 le femmine rappresentavano il 51,44% (+1.729.042).

La popolazione italiana è concentrata principalmente nelle zone costiere e pianeggianti della penisola, dove sono poste le città più popolose (fra le prime 40 città italiane per numero di abitanti solo Perugia è posta ad un'altitudine superiore ai 250 metri sul livello del mare).

Le aree metropolitane italiane sebbene non coincidano propriamente con la provincia del capoluogo, sono legate, per quanto riguarda gli agglomerati urbani e la morfologia, anche ad alcuni comuni di altre provincie, ciò accade nelle metropoli di Milano e Napoli mentre non accade ad esempio nell'area metropolitana di Roma, in cui l'area metropolitana è inferiore all'area provinciale.

La tabella seguente mostra le principali aree metropolitane italiane.

Il tasso di natalità (dati ISTAT) in Italia è stato nel 2006 del 9,5 per mille (ottenuto dal rapporto tra il numero dei nati dell'anno e la media tra la popolazione rilevata all'inizio e alla fine del periodo considerato moltiplicato per 1.000). A livello regionale l'indice più elevato si rileva in Campania (10,8 per mille) seguita a breve distanza dal Trentino-Alto Adige (10,7). Al terzo posto si collocano appaiate Lombardia, Valle d'Aosta e Sicilia (10 per mille) seguite da Veneto (9,9) e Lazio (9,8). I valori più bassi si registrano in Liguria (7,5 per mille), Molise (7,7) e Sardegna (8). Da notare che negli ultimi anni il tasso di natalità delle ripartizioni geografiche italiane (Nord-Ovest, Nord-Est, Centro, Sud, Isole) ha subito un livellamento che ha portato i rispettivi dati a convergere verso l'indice nazionale. Il numero medio di figli per donna, 1,35 nel 2006, colloca l'Italia tra i paesi a tasso di fecondità più basso al mondo. Tuttavia la popolazione presente sul territorio nazionale cresce di diverse centinaia di migliaia di unità all'anno (ben oltre 2 milioni di unità complessive nel quinquennio 2002-2007) a causa del saldo migratorio (+494.871 unità nel solo 2007).

La speranza di vita alla nascita in Italia era nel 2008 di 78,8 anni per gli uomini e di 84,1 per le donne.

Il decano d'Italia (ma anche d'Europa) attualmente è Lucia Lauria (4 marzo 1896), vedova Vigna, di 113 anni e 15 giorni (19 marzo 2009), vivente a Pietrapertosa, in Basilicata.

Il primato italiano però è stato conquistato finora da Virginia Dighero (Lavagna, 24 dicembre 1891 – Lavagna, 28 dicembre 2005), vedova Zolezzi, la quale si spense alla veneranda età di 114 anni e 4 giorni. Tra gli uomini il primato spetta invece a Antonio Todde (Tiana, 22 gennaio 1889 – Tiana, 3 gennaio 2002), morto all'età di 112 anni e 346 giorni.

Degli oltre 60 milioni di residenti il 94,24% possiede la cittadinanza italiana.

Per il comma 2º, è cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato in Italia, se non si prova il possesso di un'altra cittadinanza. Acquisiscono inoltre automaticamente la cittadinanza italiana i cittadini vaticani al cessare dei diritti di dimora nella piccola enclave di Roma.

La cittadinanza italiana è concessa, senza limite di generazioni, ai discendenti degli italiani emigrati anche se non sono ammessi salti generazionali. La quantità di potenziali cittadini italiani, secondo questo criterio, raddoppia l'attuale popolazione della penisola italiana. È nelle Americhe che si è radicata la maggior parte degli emigrati nella seconda metà del XIX secolo e del XX secolo.

La Cittadinanza Italiana è concessa a chi sposa un cittadino Italiano dopo sei mesi dalla celebrazione del matrimonio.

I dati delle statistiche ufficiali basate sulla residenza, come è ovvio, non comprendono i numerosi stranieri che dimorano illegalmente sul territorio nazionale. La Fondazione Ismu-Iniziative e studi sulla multietnicità con una sua ricerca del 1° gennaio 2008 stima la presenza di un 17,9% in più di immigrati irregolari presenti sul territorio italiano (circa 650.000, che porterebbe il totale sopra i 4 milioni). Il rapporto di stranieri totali rispetto alla popolazione residente salirebbe quindi al 6,10%.

Il numero di Italiani residenti all'estero ancora in possesso della cittadinanza italiana è invece stimato in circa 4.000.000.

Un discorso a sé merita la sempre crescente comunità zingara sul territorio italiano, ripartita tra rom (più diffusa al Centro-Sud e con maggiore propensione alla sedentarizzazione) e in minor misura sinti (soprattutto al Nord, ma con forte tendenza al nomadismo). Stime approssimative parlano di 120.000, di cui 70.000 già con la cittadinanza (ma destinata a crescere enormemente dopo l'entrata nell'Unione Europea di Romania e Bulgaria, e anche a causa del considerevole tasso di natalità), delle quali però circa la metà sono cittadini italiani).

I comuni italiani con più cittadini stranieri residenti sono nell'ordine : Roma (218.426 unità), Milano (175.997), Torino (102.921), Firenze (37.634), Genova (37.160), Bologna (33.602), Verona (30.970), Brescia (29.139), Prato (23.658), Padova (22.000), Napoli (21.484), Reggio Emilia (21.394), Modena (20.070) e Venezia (19.933).

Secondo un'indagine dell'Eurispes effettuata nel 2006 e ripresa dal Corriere della Sera, è l'87,8% della popolazione a dichiararsi cattolico anche da adulto e il 36,8% praticante. Secondo la stessa ricerca si recherebbe a messa tutte le domeniche il 30,8% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni, a fronte del 22,4% e del 28,5% dei soggetti intervistati appartenenti rispettivamente alle fascia d'età 25-34 e 35-44 anni. La discrepanza tra chi si dichiara cattolico e chi è di stretta osservanza, anche se minore rispetto agli altri paesi dell'Europa occidentale, è sensibile, come testimoniato anche dalle opinioni relative ad aborto, fecondazione assistita e unioni civili.

Come in molti altri Paesi occidentali, il processo di secolarizzazione è crescente, soprattutto tra i giovani, anche se non manca la presenza di movimenti a prevalente composizione giovanile cattolici quali Azione Cattolica, la Gioventù Francescana, l'AGESCI, Comunione e Liberazione, il Cammino Neocatecumenale e il Movimento Giovanile Salesiano.

I cristiani, cattolici, protestanti, ortodossi e altri (Testimoni di Geova, Mormoni, etc.), in Italia rappresentano la religione di maggioranza.

Fra le altre confessioni cristiane, in ambito protestante, è da segnalare il Valdismo, nato in Italia stessa. Sorto come movimento ereticale medievale, dopo la riforma protestante ha assorbito la teologia calvinista ed è di fatto diventata l'espressione italiana delle Chiese riformate. Le comunità protestanti storiche (valdese, metodista, luterana e battista) sono riunite nella Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, assieme ad altre denominazioni pentecostali minori. La componente più numerosa all'interno del protestantesimo italiano è rappresentato dall'evangelicalismo che raggruppa tra il 70 e 80% dei protestanti italiani.

Tra i nuovi movimenti religiosi cristiani si possono trovare il mormonismo, giunto in Italia nel 1850, e i testimoni di Geova, che iniziarono a stampare la Torre di Guardia nelle valli piemontesi già dal 1903. Questi ultimi in particolare, sono il gruppo religioso con il maggior numero di aderenti dopo il Cattolicesimo, l'Islam (quest'ultimo praticato da circa 850.000 persone, in rapida crescita grazie all'immigrazione), il Protestantesimo (circa 700.000 membri divisi in una moltitudine di chiese e confessioni) e la Chiesa Ortodossa (almeno 700.000 fedeli). Forte seguito hanno poi le chiese di stampo pentecostale, fra le quali vanno menzionate le Assemblee di Dio in Italia, che, forti dei loro 400.000 fedeli, costituiscono la più grande organizzazione protestante.

La religione monoteista più antica presente in Italia è l'Ebraismo, di cui a Roma è segnalata una presenza ininterrotta fin dai tempi precedenti la comparsa del Cristianesimo. La comunità ebraica in Italia si aggira intorno alle 30.000 unità; prima delle persecuzioni nazi-fasciste, erano oltre 50.000.

Grazie all'immigrazione l'Islam, praticato da circa 850.000 persone, è una religione in rapida crescita.

Nel corso del XIX e XX secolo si sono diffusi in Italia altri movimenti religiosi, in particolare Buddhismo, Induismo e Sikhismo. I buddhisti sono circa 160.000 di cui 50.000 membri dell'Istituto Buddhista Italiano Soka Gakkai, gli induisti sono 75.000, mentre i sikh si aggirano intorno alle 70.000 unità. L'Unione Buddhista Italiana, l'Istituto Buddhista Italiano Soka Gakkai e l'Unione Induista Italiana, sono ufficialmente riconosciute dallo Stato.

Resta un fenomeno relativamente nascosto e poco diffuso quello del Neopaganesimo. Il Paganesimo moderno è presente in particolare nelle sue forme wiccana, romana, odinista e druidica. Tra i gruppi che seguono la Via romana agli Dei è il Movimento Tradizionale Romano, tra i gruppi odinisti la Comunità Odinista.

Non mancano, infine, associazioni ateiste e agnostiche, quali la UAAR, No God e Atheia, le quali riuniscono una parte dei non religiosi.

L'italiano (ascolta ) è una lingua appartenente al gruppo delle lingue romanze orientali della famiglia delle lingue indoeuropee. In Italia esiste un gran numero di lingue, evoluzioni autonome della varietà di latino parlata in questa o quella regione, e dialetti. Le diverse lingue non sono varianti locali dell'italiano, ossia, per usare un'immagine facilmente intuibile, non stiamo parlando di "figli" dell'italiano ma di suoi "fratelli". La moltitudine di lingue e dialetti costituisce un grandissimo, anche se spesso misconosciuto e denigrato, patrimonio culturale.

L'italiano moderno è, come tutte le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto più vasta di quella originaria. In questo caso fu il dialetto fiorentino, parlato a Firenze, a prevalere, non tanto per ragioni politiche - come spesso capitava - ma per il prestigio culturale di cui era portatore. Il toscano, ed il fiorentino illustre in particolare (in quanto arricchito di prestiti dalla Lingua siciliana, con la sua illustrissima scuola poetica siciliana, da cui il fiorentino è debitore di molti prestiti, dal francese e dal latino); il fiorentino era in effetti la lingua nella quale scrissero Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, considerati tre fra i massimi scrittori italiani. Naturalmente, era anche la lingua colta della città di Firenze, stimata per la sua prosperità culturale lungo i secoli e per la sua splendida architettura. Un altro pioniere della lingua italiana fu anche Alessandro Manzoni.

Fonte: Ministero degli Interni del Governo Italiano/rielaborazione da Il Corriere della Sera.

Inoltre, la lingua istrorumena viene parlata da circa 300 esuli dall"Istria a Trieste e fu considerata isola linguistica nel Regno d'Italia. Lo storico Ireneo della Croce afferma che la lingua istrorumena era parlata nell'ottocento nel Carso triestino, principalmente ad Opicina e Servola (allora chiamata Selvola).

Ad esse va aggiunta una moltitudine di lingue di più o meno recente importazione (e come tali non da tutelare come storiche), in primis le varietà afferenti all'arabo, all'albanese di Albania, al romeno, al cinese e all'ucraino.

Va anche aggiunta la Lingua dei Segni Italiana (LIS) (vedi Lingua dei segni), la lingua visiva dei cittadini sordi, i cui utilizzatori sono stimati tra le 80 e le 120.000 persone nelle diverse città italiane. L'Italia non riconosce la lingua dei segni come lingua nazionale dei sordi, né come lingua minoritaria: solamente la regione di Valle d'Aosta ha approvato all'unanimità il riconoscimento della Lingua dei Segni nel 2006.

Diverse parlate regionali sono state censite dall'UNESCO come lingue minoritarie e vengono considerate dalla comunità linguistica come lingue distinte dall'italiano (e non come dialetti di quest'ultimo) ma tuttavia non godono di alcun riconoscimento o tutela da parte dello Stato Italiano. Queste sono l'Emiliano-Romagnolo, il Ligure, il Lombardo, il Napoletano, il Piemontese e il Siciliano.

Le richieste di riconoscimenti formali di queste parlate (spesso chiamate anche dialetti italiani) come "lingue a pieno titolo" sono in genere viste come un tentativo di mantenere in vita questi idiomi, un tempo assai vitali ma oggi seriamente minacciati, a partire dall'unità d'Italia, soprattutto per via dell'istruzione scolastica e dei mezzi d'informazione di massa, che hanno portato ad un graduale processo d'italianizzazione. In ciò ha talvolta inciso anche una relativa carenza di una letteratura propria, giacché molte di queste regioni dipesero fortemente, nei secoli, per la lingua scritta, dal latino e dall'italiano di Dante. La carenza di letteratura non è comunque un fattore primario: la lingua napoletana, ad esempio, nonostante una consolidata letteratura in ambito teatrale, poetico e musicale ed il grande contributo apportato alla cultura italiana ed alla sua diffusione nel mondo, non è riconosciuta e tutelata come lingua minoritaria. Si veda anche la cosiddetta koiné Lombardo-Veneta, che tra il XII ed il XIV secolo ebbe un ricco uso in ambito letterario in tutto il nord Italia e che nonostante ciò non ha mai goduto di riconoscimento ufficiale. Allo stesso modo, la lingua ligure (erede della lingua genovese, utilizzata come lingua franca del Mediterraneo per tutto il Medioevo e oltre), pur possedendo una vastissima letteratura (un'intera raccolta di poesie, a cura dell'Anonimo Genovese, si colloca già nel XII-XIII sec.), non gode di riconoscimenti ufficiali (se si esclude la variante tabarchina parlata dalla maggior parte della popolazione delle cittadelle di Carloforte e Calasetta in Sardegna). Ugualmente, il veneto venne usato dai funzionari della Serenissima per la stesura di documenti ufficiali (ora custoditi presso l'Archivio di Stato), ma nonostante ciò anch'esso gode solamente di riconoscimenti a livello regionale.

L'italiano è la lingua ufficiale dello Stato.

In queste regioni gli uffici pubblici sono bilingui (eventualmente trilingui nei comuni ladini), i documenti ufficiali possono essere redatti in italiano o nella lingua straniera. La segnaletica stradale è anch'essa plurilingue, mentre i comuni in Valle d'Aosta recano il solo toponimo francese (ad eccezione di Aosta).

Anche a livello scolastico tali minoranze linguistiche conoscono un particolare trattamento di favore: in provincia di Bolzano esistono scuole in lingua tedesca e ladina, in provincia di Trieste e in quella di Gorizia scuole slovene. La prima prova dell'esame di stato (maturità) viene svolta nella lingua materna e non in italiano.

Il servizio pubblico radiotelevisivo offre programmi in lingua madre, in Alto Adige esiste pure un canale pubblico, RAI-Sender Bozen, interamente in tedesco.

Nei fatti si tratta di una tutela piuttosto debole. Soprattutto in Sardegna e Friuli si è comunque diffusa la segnaletica bilingue.

Membro del G8 - organizzazione che raggruppa i sette paesi maggiormente industrializzati del mondo più la Russia - l'Italia rappresenta la sesta potenza economica del pianeta per PIL nominale, dietro Stati Uniti, Giappone, Germania, Cina e Francia, ponendosi nel contempo al quinto posto per valore delle esportazioni e al settimo per quello delle importazioni effettuate nell'anno 2007 (fonti: Banca mondiale, Fondo Monetario Internazionale, CIA World Factbook).

L'economia italiana è ormai fortemente orientata verso il settore dei servizi (terziario e quaternario), che nel 2006 hanno rappresentano quasi i 2/3 del PIL prodotto.

A causa della mancanza di importanti giacimenti, la maggior parte delle materie prime e il 75% dell'energia devono essere importati. Nella prima metà del '900 sono stati comunque scoperti alcuni giacimenti petroliferi, in particolare nella Val d'Agri, in Basilicata, il cui reale sfruttamento, tuttavia, è cominciato solamente a partire dagli anni ottanta. Oggi i giacimenti lucani forniscono oltre il 10% del fabbisogno nazionale.

Durante lo scorso decennio, l'Italia ha perseguito una rigida politica fiscale per far fronte alle richieste dell'Unione Economica e Monetaria dell'Unione europea e ha tratto beneficio dai tassi più bassi di inflazione e di interesse. Tuttavia, problemi come l'evasione fiscale, il debito pubblico e, nel meridione, la malavita organizzata continuano ad ostacolare un sano e più robusto sviluppo dell'economia nazionale.

Il Paese ha aderito all'euro nel 1999, sostituendo la lira a partire dal 2002 (1 euro = 1936,27 lire).

Il settore agricolo (comprensivo di silvicoltura e pesca), nonostante l'eccellenza e l'alta specializzazione raggiunta, rappresenta una percentuale piuttosto residuale nel quadro economico nazionale.

L'industria - particolarmente sviluppata nei settori motoristico (automobile, motociclo, ricambi e accessori), cantieristico navale, degli elettrodomestici, chimico, farmaceutico e nei campi dell'energia, metallurgia, agroalimentare e della difesa (armi leggere, mezzi blindati, elicotteri, sistemi di difesa, etc.) - pesa poco più del 32%, ma se da questa si escludono le attività legate alle costruzioni, la percentuale scende a circa il 28%.

Il grande e avveniristico stabilimento FIAT di Melfi (in Provincia di Potenza), uno dei più avanzati e produttivi in Europa, ha contribuito alla ripresa del marchio automobilistico italiano, con una sua rilevante crescita delle quote di mercato nel continente.

In ambito finanziario è da alcuni anni in atto una forte tendenza alla concentrazione tra le banche e le assicurazioni, ultimamente sfociata nella fusione tra UniCredit S.p.a. e Capitalia S.p.a., da cui è nato il terzo gruppo bancario europeo per dimensioni (il primo dell'area euro e il sesto nel mondo), con una capitalizzazione di 133 miliardi di dollari, pari a 91 miliardi di euro.

Un settore di primaria importanza per l'economia italiana continua ad essere il turismo, nonostante il Paese abbia perso da molti anni il primato di visitatori stranieri all'anno (nel 2004 erano 37.100.000). L'Italia era quindi al quinto posto nel mondo dopo Cina (41.800.000 turisti stranieri annui), USA (46.100.000), Spagna (53.600.000) e Francia (75.100.000).

A tutt'oggi permane la differenza tra il Centro-Nord del paese, caratterizzato da un forte sviluppo economico, e il Sud, che evidenzia un maggiore tasso di disoccupazione conseguenza di una maggiore difficoltà nel fare impresa (e quindi creare nuovi posti di lavoro) a causa della pessima amministrazione dei territori e, in alcune regioni, della presenze delle mafie che incidono in maniera pesantissima sullo sviluppo economico. Si calcola infatti che senza l'incidenza della mafia sull'economia meridionale, il sud Italia sarebbe in grado di raggiungere in pochi anni lo sviluppo economico del nord Italia.

Negli ultimi anni, tuttavia, qualcosa è cambiato. Molte aree del Mezzogiorno (tra cui le provincie di Isernia e Caserta) hanno visto intensificarsi il peso dell'imprenditoria privata, incentivata dal basso livello dei prezzi e del lavoro.

Le regioni sono state ordinate per il PIL prodotto nel 2006; la voce extra considera le attività economiche non attribuibili a specifiche regioni, come ad esempio le ambasciate italiane all'estero o le piattaforme marine per l'estrazione di petrolio.

Rispetto ai dati sopra esposti occorre osservare che il PIL espresso in termini assoluti è un indicatore di ricchezza dell'entità geografica, piuttosto che degli abitanti.

Un indicatore della ricchezza che, oltre a considerare il PIL, tiene conto anche della numerosità della popolazione a cui tale PIL è riferito è il PIL ai prezzi di mercato per abitante (euro correnti).

Le regioni sono state ordinate per il PIL ai prezzi di mercato per abitante prodotto nel 2006.

Trenitalia SpA è l'azienda delle Ferrovie dello Stato (FS) che si occupa del trasporto di passeggeri in Italia. Rete Ferroviaria Italiana Spa è l'azienda delle FS che si occupa della gestione e del potenziamento dell'infrastruttura ferroviaria nazionale.

I parchi nazionali sono costituiti da aree terrestri, marine, fluviali, o lacustri che contengano uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche, di interesse nazionale od internazionale per valori naturalistici, scientifici, culturali, estetici, educativi e ricreativi tali da giustificare l'intervento dello Stato per la loro conservazione.

I parchi regionali sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacustri ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore ambientale e naturalistico, che costituiscano, nell'ambito di una o più regioni adiacenti, un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici dei luoghi, dai valori paesaggistici e artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali.

Le riserve naturali sono costituite da aree terrestri, fluviali, lacustri o marine che contengano una o più specie naturalisticamente rilevanti della fauna e della flora, ovvero presentino uno o più ecosistemi importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche.

Le zone umide sono costituite da paludi, aree acquitrinose, torbiere oppure zone di acque naturali od artificiali, comprese zone di acqua marina la cui profondità non superi i sei metri con la bassa marea; aree che, per le loro caratteristiche, possano essere considerate di importanza internazionale ai sensi della Convenzione di Ramsar.

Le aree marine protette sono costituite da tratti di mare, costieri e non, in cui le attività umane sono parzialmente o totalmente limitate. La tipologia di queste aree varia in base ai vincoli di protezione.

Le altre aree protette sono quelle aree che non rientrano nelle precedenti classificazioni, come i parchi suburbani o le oasi delle associazioni ambientaliste. Possono essere a gestione pubblica o privata, con atti contrattuali quali concessioni o forme equivalenti.

La continua crescita della densità di popolazione, già elevatissima, è causa di esacerbazione degli evidenti fenomeni di degrado ambientale che affliggono il territorio italiano.

Il contributo che l'Italia ha portato, nel corso della storia dei popoli che l'hanno abitata, alla cultura mondiale è stato, per pressoché unanime consenso degli storici, immenso e vario. Probabilmente fu proprio il fatto di essere da sempre, per motivi geografici e storici, una terra di scambi e di incontri tra popoli diversi a farne un luogo di così vitale fermento. Ed in effetti una caratteristica tipica della cultura italiana è la sua grande varietà locale: la mancanza di una unità nazionale per secoli ha fatto sì che ogni regione acquisisse un propria tradizione ed identità politica, derivatagli dalla propria storia di dominazioni e fusioni con civiltà diverse.

L'arte e la musica sono sicuramente gli ambiti di eccellenza della cultura italiana più noti nel mondo. La prima ha avuto la sua espressione più alta e caratterizzante nel periodo che va dal Quattrocento al Seicento inoltrato (nei periodi del Rinascimento e del Barocco); ma la lunga storia del paese, ed i numerosi periodi di ricchezza che ha attraversato, hanno lasciato in eredità esempi notevolissimi dell'arte delle più disparate epoche e civiltà, che fanno dell'Italia un caso unico al mondo per la varietà dei beni artistici e per la loro diffusione capillare sul territorio (la città di Firenze, ad esempio, ha la più grande concentrazione mondiale di opere d'arte in proporzione alla sua estensione). Dai templi greci della Magna Grecia ai borghi medioevali, dalle terme romane alle ville settecentesche, il grande museo all'aperto della penisola è tra le prime mete del turismo mondiale. La musica italiana comincia a fiorire nel Cinquecento, con la musica rinascimentale che, soprattutto con Monteverdi, acquisisce i suoi tratti più innovativi nel tardo Cinquecento, con la nascita dell'opera lirica, genere in cui gli italiani vedranno il primato per secoli. Operisti italiani famosi in tutto il mondo sono Rossini, Verdi, Toscanini, Puccini. La musica strumentale italiana ha visto un periodo di fioritura meno duraturo, concentrandosi perlopiù (anche se non solo) nel periodo barocco, ma è stata comunque percorsa da artisti di importanza epocale, quali Palestrina, Corelli, Vivaldi, il già citato Monteverdi nonché, nei secoli successivi, Paganini e lo stesso Verdi.

Non vanno trascurate le profonde innovazioni che l'Italia ha portato in tanti altri campi della cultura lungo 2500 anni di storia. Nei due periodi in cui la penisola fu il centro della civiltà del tempo, ovvero durante l'Impero romano ed il Rinascimento, il ruolo che ebbe nella storia della conoscenza umana fu di decisiva importanza. In età romana l'Italia era il centro culturale oltre che politico di uno stato che segnò il culmine dell'età antica, che diffuse la cultura greco-ellenistica in un'Europa molto indietro nella civilizzazione, e che fu la fucina di grandi innovazioni nel campo tecnico (architettura romana), del diritto (il diritto romano è a fondamento ancora oggi della giurisdizione dei moderni paesi occidentali), della letteratura. Il Rinascimento segnò invece dopo il medioevo il diffondersi dall'Italia di una nuova sensibilità che, espressasi mirabilmente nella letteratura, nella vita e soprattutto nell'arte della penisola, segnò l'inizio dell'età moderna e l'avviarsi dell'Occidente verso una propria dimensione culturale caratterizzante, foriera delle rivoluzioni liberali, industriale e scientifica, di cui fu iniziatore e protagonista proprio un italiano, Galileo.

Già dal XVII secolo tuttavia il ruolo culturale di primo piano del Paese tende lentamente a declinare: se nel '600 l'Italia riesce ancora a mantenere un primato europeo in alcuni settori (l'arte e la musica principalmente), nel secolo successivo il panorama culturale italiano può essere a tutti gli effetti considerato provinciale rispetto ai fermenti che cambiavano l'Europa in Francia ed Inghilterra. Le cause della fine del primato italiano sono molteplici e complesse. In linea generale gli storici vedono un rapporto diretto con il declino sociale ed economico che interessa l'Italia a partire dalla fine del Cinquecento, a sua volta imputabile ad una serie di fattori storici; tra questi, la mancata unificazione degli stati italiani in un unico Stato nazionale simile a quello francese o inglese, fatto che avrebbe avuto conseguenze irreparabili sulla capacità competitiva della penisola in campo commerciale ed economico. La stessa pratica del mecenatismo durante il XV e XVI secolo, che nel breve termine diede forte impulso al fiorire dell'arte rinascimentale, costituì un "dirottamento" dalle attività produttive delle ricchezze accumulate in Italia e pose le basi per la recessione. Un motivo più strettamente culturale può essere poi identificato con l'egemonia su intellettuali ed artisti italiani esercitata dalla Controriforma dalla seconda metà del XVI secolo, che soffocò i fermenti della rivoluzione scientifica (si pensi al processo a Galileo), del pensiero filosofico (la carcerazione di Tommaso Campanella, il rogo di Giordano Bruno), della letteratura (costretta alla sterile adesione ad un'ortodossia nei contenuti e nella forma).

L'inizio del XIX secolo vede una rinascita culturale italiana, trainata dal nuovo clima delle idee liberali e patriottiche, di forte stimolo al mondo intellettuale; gli italiani ritrovano una propria dimensione europea nella letteratura romantica (Manzoni, Leopardi), nella riflessione politica (Mazzini), nella scienza (Galvani, Volta).

L'Italia è famosa in tutto il mondo anche per la cucina (le parole pasta, spaghetti, pizza, ad esempio, sono entrate di prepotenza nei vocabolari stranieri anche in altri continenti), il vino, lo stile di vita, l'eleganza, il design, le sue caratteristiche feste e più in generale per il gusto.

Non meno importante è stato il contributo italiano alla scienza, con personaggi come Luigi Galvani e Alessandro Volta ricordati per gli studi pionieristici sull'elettricità, Antonio Pacinotti che inventò la dinamo, Antonio Meucci che inventò il telefono. Anche tra i premiati con il Nobel sono presenti degli italiani illustri come Enrico Fermi e Guglielmo Marconi per la fisica, Giulio Natta che fu uno dei padri della chimica industriale, Giosue Carducci, Eugenio Montale, Grazia Deledda, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo e Dario Fo per la letteratura, Camillo Golgi e Rita Levi-Montalcini per il loro contributo alla medicina.

La nascita della letteratura italiana canonicamente si fa risalire alla prima metà del XIII secolo con la diffusione, all'interno di circuiti assai privati e modesti, di quei manoscritti di carattere religioso, ma anche laico e giocoso, ad uso della comunità religiosa e laica, ma sempre ad un alto livello della scala sociale (per esempio i notai). Ciò che ci permette di parlare di una letteratura italiana è la lingua.

La letteratura italiana si compone di tutte quelle opere manoscritte e a stampa in lingua italiana che, come si è detto, a partire dal XIII secolo si sono sviluppate in Italia, fino ai nostri giorni.

Essa nasce in ritardo rispetto ad altre letterature europee perché molto ancorata alla tradizione del latino. Nel XIII secolo si hanno le prime esperienze letterarie, la poesia religiosa in Umbria (capolavoro è il Cantico delle Creature di San Francesco d'Assisi e le Laudi di Jacopone da Todi), la scuola siciliana (nata alla corte di Federico II) e, alcuni decenni più tardi, la lirica toscana. Nel XIV secolo la letteratura italiana possedeva già tre capolavori che la misero in assoluta preminenza per l'epoca rispetto a qualsiasi altra produzione letteraria occidentale: la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Canzoniere di Francesco Petrarca e il Decameron di Giovanni Boccaccio.

In italiano si sono espressi scrittori e poeti di fama universale, quali Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Torquato Tasso, Ugo Foscolo, Giosuè Carducci, Giacomo Leopardi, Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Ungaretti, Alessandro Manzoni, Grazia Deledda, Leonardo Sciascia, Giovanni Pascoli, Primo Levi e tanti altri, intellettuali che produssero capolavori di tale bellezza che influenzarono la cultura europea.

L'Italia è il Paese con il maggior numero di beni dichiarati patrimonio dell'umanità.

Il colore sportivo nazionale dell'Italia è l'azzurro, mutuato dallo stemma araldico di Casa Savoia, dinastia regnante dal 1861 al 1946.

La tradizione sportiva italiana è antica quasi quanto la sua storia: in quasi tutti gli sport, sia individuali che di squadra, l'Italia può vantare sempre buone rappresentative e molti successi. Tuttavia, quasi tutte le vittorie negli sport di squadra restano una prerogativa maschile, eccezione fatta per la pallavolo, la pallanuoto e la scherma.

Lo sport più seguito e praticato è il calcio.

La Nazionale Italiana di calcio è la squadra campione del mondo in carica.

Fino al 1977 erano considerati giorni festivi agli effetti civili: 19 marzo, San Giuseppe; Ascensione, giovedì (40 giorni dopo Pasqua); Corpus Domini, giovedì (60 giorni dopo Pasqua); 29 giugno, Santi Pietro e Paolo; 4 novembre, giorno della vittoria nella prima guerra mondiale. Inoltre, nel Sudtirolo, il lunedì di Pentecoste è considerato giorno festivo. A fine aprile 2008 sono state avanzate delle proposte di legge per ripristinare tali festività. A fine ottobre 2008, il governo italiano ha proposto il ripristino, come giorno di vacanza, del 4 novembre.

Secondo il rapporto 2008 di Reporters Sans Frontieres (RSF), uno dei maggiori organismi internazionali per la difesa della liberta’ di stampa, l’Italia si pone al quarantaquattresimo/44 posto (su centosettantatre/173) nel mondo. Seppur in calo rispetto al 2007, quando occupava la trentacinquesima/35 posizione, il Paese si pone ad un livello paragonabile a quello di altre grandi democrazie occidentali come la Spagna (trentanovesima/39 con un coefficiente di 8), la Francia (trentacinquesima/35 con 7,67) - detentrice del record europeo degli interventi giudiziari e di polizia in materia di segreto delle fonti, con 5 perquisizioni e 4 convocazioni di giornalisti - gli Stati Uniti (al quarantunesimo/41 posto) e Israele (a quota 46). Nonostante ciò l'Italia è uno dei paesi europei più soggetti alla censura, molti sono i casi documentati. Vi sono numerose proposte per regolamentare l'uso di internet. House of freedom nel periodo 2004-2006 ha indicato l'Italia come l'unica nazione dell'Unione Europea "parzialmente libera".

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Nazionale di rugby XV dell'Italia

Il calcio d’avvio di Scozia - Italia a Murrayfield, Sei Nazioni 2007

La Nazionale italiana di rugby XV è la selezione maschile di rugby a 15 (o Rugby union) che rappresenta l’Italia in ambito internazionale. Attiva dal 1929, opera sotto la giurisdizione della Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale italiana è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni, che la vede di fronte alle migliori compagini nazionali europee: Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia. In precedenza, fino al 1997, fu impegnata nel Campionato Europeo sotto le sue varie denominazioni (Torneo FIRA, Coppa delle Nazioni, Coppa FIRA), torneo del quale vinse proprio l’ultima edizione alla quale partecipò, nel biennio 1995/97.

Inoltre, fin dalla sua prima edizione (1987), l’Italia è sempre stata presente alla Coppa del Mondo di rugby, competizione nella quale non è mai, tuttavia, riuscita a superare la prima fase a gironi.

Ammessa fin dal 2000 nel novero delle Nazioni di prima fascia (gruppo che comprende le squadre del Sei Nazioni, quelle del Tri Nations e l’Argentina), al 15 dicembre 2008 l’Italia occupa l’11° posto del ranking dell’International Rugby Board.

Dal novembre 2007 il commissario tecnico è il sudafricano Nick Mallett, subentrato al francese Pierre Berbizier.

Il rugby, al pari del calcio, si fece conoscere in Italia verso la fine del XIX secolo, portato dai britannici che facevano scalo al porto di Genova; la diffusione massiccia del gioco, comunque, fu dovuta all’opera di un pioniere italiano emigrato in Francia, Stefano Bellandi; questi, nato nel 1892 in provincia di Cremona, dovette rientrare in Italia per svolgere il servizio militare e, avendo conosciuto il rugby in Francia, si adoperò per diffonderlo anche in patria.

Con l’ausilio di un amico francese che viveva a Milano Bellandi riuscì a mettere in piedi una sezione rugbistica presso l’Unione Sportiva Milanese, storica società calcistica oramai scomparsa, che all’epoca competeva nel campionato nazionale al pari delle concittadine Inter (con la quale poi si fuse alla fine degli anni venti) e Milan. Tuttavia, già nella primavera del 1910, a Torino, si era tenuto un incontro secondo le regole del rugby tra due compagini calcistiche non italiane, il Servette di Ginevra e il Racing Club di Parigi; sulla scia di tale evento era nato anche il primo club rugbistico italiano, il Rugby Club Torino, scioltosi dopo un solo incontro, disputato contro la Pro Vercelli, club calcistico tra i più forti dell’epoca. Benché, quindi, Torino vanti la primogenitura del rugby in Italia, fu a Milano che la nuova disciplina ebbe il suo pieno sviluppo.

Il primo incontro dell’U.S. Milanese si tenne all’Arena Civica di Milano il 2 aprile 1911 contro una compagine francese, che si impose 15-0; ma, come riportò la Gazzetta dello Sport, gli spettatori furono entusiasti dello spettacolo, tanto che poco meno di un anno dopo, agli inizi del 1912, la squadra milanese organizzò un altro incontro, a Vercelli, contro l’U.S. Chambéry. Anche in tale occasione si trattò di una sconfitta, anche se di minore entità (i francesi vinsero 12-3). Poi giunse la Grande guerra e di rugby in tutta Europa si ricominciò a parlare a partire dai primi anni venti.

Dopo il conflitto fu, ancora, Stefano Bellandi a tentare di rilanciare la disciplina: chiese ospitalità allo Sport Club Italia, del cui presidente Algiso Rampoldi era amico e, con la collaborazione di alcuni amici, rimise in piedi una squadra rugbistica, benché raffazzonata ed estemporanea, che si fece comunque conoscere dal grande pubblico grazie alla stampa; il 26 luglio 1927 fu alfine costituito un comitato di propaganda che costituì il preludio alla nascita di una federazione nazionale che disciplinasse l’attività rugbistica, nel frattempo diffusasi in tutta la penisola (a parte Milano, anche Torino, Udine, Roma, Napoli e altre città). Il 26 luglio 1928 a Roma vide la luce la Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale nacque quasi contemporaneamente all’istituzione del primo campionato italiano: il 20 maggio 1929, allo Stadio dell’Esposizione del Montjuïc di Barcellona, vi fu l’esordio contro l’altrettanto debuttante selezione spagnola, arbitro il francese Brutus. Gli iberici (in realtà una selezione catalana ufficialmente rivestita con i colori della Spagna) si imposero 9-0 e un anno più tardi, il 29 maggio 1930, restituirono la visita per quello che fu il primo incontro interno dell’Italia. A Milano gli Azzurri, per l’occasione ancora in maglia quasi completamente bianca, vinsero 3-0. Gli uomini di quel primo incontro di Barcellona furono Dondana, Cesani, Dora, Vinci II, Vinci III, Vinci IV, Modonesi, Balducci, Paselli, Raffo, Allevi, Barzaghi, Altissimi, Bottonelli, Bricchi. Roma e Milano si divisero in parti uguali la rappresentanza: sei atleti dalla Capitale, sponda Lazio, inclusi i fratelli Vinci, altrettanti dall’ex U.S. Milanese, oramai fusa con l’Ambrosiana-Inter. Brescia contribuì con due uomini; ma il capitano proveniva dalla Michelin Torino (Dondana).

Nonostante una polemica di carattere politico-organizzativo che portò allo scioglimento della F.I.R., alla sua successiva ricostituzione come Federazione Italiana della Palla Ovale e poi, ancora, per ragioni autarchiche, come Federazione Italiana Rugbi, nel quinquennio successivo la Nazionale si confrontò con le più forti selezioni dell’Europa continentale (le quattro britanniche dell’IRB costituendo di fatto una realtà a loro stante), Cecoslovacchia (sconfitta due volte, a Milano e Praga, nel corso del 1933), Romania (vittoria a Milano per 7-0 nel 1934) e Catalogna (pareggio per 5-5 a Barcellona nel 1934).

Prima sconfitta dopo l’esordio, a Roma nel 1935 contro la Francia che, fino al 1983, fu l’unica squadra di alto livello fuori dall’IRB e, fino al 1988, l’unica del Cinque Nazioni, a concedere all’Italia test match ufficiali.

Il 2 gennaio 1934 l’Italia, la Francia e la Germania, capifila di un fronte che propugnava la formazione di una federazione internazionale alternativa all’IRB, istituirono a Parigi insieme ad altre federazioni nazionali europee la Fédération Internationale de Rugby Amateur o FIRA. La neonata associazione istituì un torneo, originariamente chiamato Torneo FIRA (poi Coppa delle Nazioni e Coppa FIRA), di fatto un campionato europeo di rugby a cui l’Italia prese parte fino al 1997.

La Nazionale italiana prese parte a due delle tre edizioni del Torneo FIRA d’anteguerra, classificandosi in un’occasione terza, nell’altra seconda. Entrambi i trofei furono vinti dalla Francia, che peraltro si impose in 25 edizioni sulle 30 in totale cui prese parte.

L’attività proseguì per quanto possibile durante la guerra: il campionato si tenne fino al 1943 e la Nazionale andò avanti fino al maggio del 1942; l’ultimo incontro disputato prima di una lunga interruzione internazionale che durò fino al 1948 fu a Milano contro la Romania. Del resto, lo stesso regime fascista, dopo aver malvisto tale disciplina in quanto di derivazione inglese, decise di promuoverlo a tutti i livelli quale esempio di cameratismo e spirito di combattimento; Achille Starace, segretario del PNF, sostenne che «Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista». Uno dei fattori ritenuti frenanti d’una possibile ulteriore diffusione del movimento rugbistico nel dopoguerra viene identificato proprio in tale politicizzazione della disciplina, alla quale a lungo fu attribuita l’etichetta di “sport fascista”.

Il ritorno alla normalità dopo la guerra avvenne a tappe: il campionato riprese nel 1946, l’attività internazionale, con il Cinque Nazioni, nel 1947, ma la Nazionale italiana dovette attendere fino al marzo 1948 per tornare in campo: alla guida tecnica, nei primi 13 anni di attività, vi erano stati 12 avvicendamenti tecnici, al ritmo di uno all’anno di media, con 11 tecnici coinvolti.

In realtà, si trattava spesso di affiancamenti o di ritorni (il francese Julien Saby, per esempio, uno degli artefici dello sviluppo tecnico del rugby in Italia, ebbe tre mandati di cui due in coppia con un altro tecnico; lo stesso Luigi Bricchi ebbe 8 mandati di cui 6 affiancato a uno o più colleghi).

Nel 1947 la squadra fu affidata all’ex nazionale Tommaso Fattori, già giocatore di Lazio, Roma e Milano e futuro tecnico dell’Aquila.

Questi guidò la squadra in due incontri, entrambi nel 1948, con la Francia B (sconfitta a Rovigo per 6-39) e con la Cecoslovacchia (vittoria a Parma per 17-0). Ma le differenze tra la miglior formazione continentale, la Francia, e l’Italia (e a sua volta tra la stessa Italia e le altre avversarie), erano palesi: gli Azzurri riuscivano a tenere il passo con le altre formazioni europee, ma non a battere i transalpini, neppure quando questi schieravano la loro formazione non ottimale. A dispetto della crescita del gioco nel suo triangolo d’elezione tra Treviso, Padova e Rovigo, con punte d’eccellenza in seguito anche a Napoli, Roma, Parma e L'Aquila, la Nazionale non riuscì per lungo tempo a rendersi competitiva fuori dall’ambito della Coppa delle Nazioni / Coppa FIRA, nella quale era sempre la Francia a dominare: fino al 1968 non si fece sfuggire un’edizione del torneo europeo e, in aggiunta a ciò, era l’unica continentale a confrontarsi annualmente con le quattro britanniche nel Cinque Nazioni.

A contrastare l’Italia a livello continentale era invece la Romania, che aveva visto a partire dal 1950 un numero sempre crescente di praticanti: erano 1.500 dopo la guerra; 13.500, nove volte tanto, alla fine degli anni settanta e che contese, spesso strappandola loro, agli Azzurri la piazza d’onore nella Coppa delle Nazioni, e riuscendo perfino a battere i francesi, cosa che all’Italia riuscì solo molto più avanti.

Apparve chiaro che, quindi, solo un confronto con le nazioni più all’avanguardia poteva dare al rugby italiano occasioni di crescita, e nel 1956 fu organizzato un tour informale (non conteggiabile come tale in quanto non previde alcun test match) in Gran Bretagna: tre incontri che si risolsero in altrettante sconfitte per la Nazionale, contro i gallesi dello Swansea (5-14) e del Cardiff (2-8) e i londinesi Harlequins per 14-15, tutto sommato una sconfitta meno pesante del temuto; il tour fu ripetuto due anni dopo e, proprio nell’ultima partita della serie, che faceva seguito a due sconfitte, contro le Contee Londinesi per 3-9 e il Blackrock per 8-18, l’Italia vinse 5-3 contro gli irlandesi del Cork; quanto ai test match nel periodo intorno a tali tour, si registrarono tutte vittorie (Germania Ovest (12-3 nel 1956, 8-0 nel 1957, 11-5 nel 1960), Cecoslovacchia e Romania, ma contro la Francia ancora quattro sconfitte (3-16 nel 1956, 6-38 nel 1957, 3-11 nel 1958 e 0-22 nel 1959).

La situazione profilatasi circa un decennio prima, all’inizio degli anni sessanta era ormai consolidata e tale rimase praticamente per il trentennio successivo: sempre fuori portata le Isole Britanniche, almeno a livello di rappresentative nazionali, il termine di confronto per tutto il resto d’Europa era la Francia, unica selezione del continente ammessa a competere su base annuale con le quattro Home Nation d’Oltremanica da un lato, e dall’altro impegnata nella Coppa delle Nazioni. A seguire l’Italia, sempre regolarmente sconfitta dalla Francia, a contendersi la seconda piazza di norma con la Romania, ed entrambe un gradino sopra il resto dei contendenti europei. Tuttavia, il 14 aprile 1963, l’Italia fu a un passo dall’interrompere la supremazia francese: a Grenoble, nell’incontro che vide l’esordio in azzurro di Marco Bollesan, la squadra conduceva 12-6 a pochi minuti dal termine. Una meta trasformata dei francesi (all’epoca valida 5 punti) portò il punteggio sul 12-11, e un calcio di punizione ribaltò proprio sul finale lo score, che alla fine fu 12-14.

Tale impresa mancata di poco parve a tutti il preludio a un effettivo salto di qualità che tuttavia non giunse.

La FIRA mise mano nel 1965 al torneo europeo dandogli il nome di Coppa delle Nazioni e strutturandolo in divisioni: l’Italia entrò nella 1ª divisione del torneo 1965/66, piazzandosi seconda e perdendo come di consueto (0-21) l’incontro con la Francia, all’Arenaccia di Napoli. Ma fu l’edizione successiva, quella del 1966/67, che frustrò le ambizioni italiane di proporsi a livelli più alti: la squadra vinse solo l’incontro con il Portogallo (peraltro con un sofferto 6-3), ma perse 3-24 contro la Romania e 13-60 contro la Francia. Da allora e per 28 anni (e per 30 nel torneo), la federazione francese non concesse più all’Italia il test match e le schierò contro solo la sua Nazionale “A”.

La cosa più grave, tuttavia, fu che l’Italia, a causa di tali risultati, retrocesse in 2ª divisione europea, quindi fuori anche dai match più importanti: scelse quindi di non partecipare alla Coppa delle Nazioni successiva, preferendo impegnarsi nel 1968 in alcuni incontri con Portogallo (17-3) e Germania Ovest (22-14); l’incontro con la Jugoslavia di fine d’anno (22-3) fu invece valido per la 2ª divisione della Coppa delle Nazioni 1968/69, che l’Italia vinse per riproporsi nella massima serie per l’edizione successiva; tuttavia, la Federazione giunse alla conclusione che, al fine di allargare l’esperienza internazionale dell’Italia, era necessario farla uscire dall’Europa. Nel 1970 fu così organizzato il primo tour ufficiale azzurro, in Madagascar, capitano Bollesan: furono 2 test match contro i malgasci, il 24 e 31 maggio, entrambi vinti.

Tre anni più tardi l’esperienza fu ripetuta in maniera più estesa: la Nazionale, sempre con Bollesan capitano, si recò in tour in Africa meridionale (Sudafrica e Rhodesia, come si chiamava allora lo Zimbabwe), per disputare diversi incontri tra cui un test match internazionale, contro la Rhodesia a Salisbury (sconfitta 4-42), ma a spiccare fu la vittoria di Port Elizabeth per 24-4 sui South African Leopards, di fatto la Nazionale sudafricana coloured. L’importanza di tale tour, che vide per la prima volta il rugby italiano protagonista di un’affermazione di prestigio in un Paese di lunga tradizione nella disciplina, è riconosciuta tutt’oggi, tanto che quella spedizione è tuttora vista come una pietra miliare del rugby nazionale.

Nel frattempo, nel rinnovato torneo europeo, rinominato da Coppa delle Nazioni a Coppa FIRA, l’Italia non era presente, in quanto retrocessa nuovamente nel 1971; non tornò nella massima serie che nel 1974. Affidata al gallese Roy Bish, primo britannico dopo John Thomas (C.T. dell’esordio azzurro e per un incontro solo) a guidare la Nazionale, la squadra si classificò terza nel torneo 1974/75, mettendo in mostra notevoli progressi nel gioco e nei risultati come il pareggio (3-3) contro la Romania, vincitrice del torneo e capace pochi mesi prima di battere la Nazionale maggiore francese.

Da registrare nel biennio due tour nel Regno Unito, nel 1974 in Inghilterra (tre sconfitte contro altrettante selezioni di contea) e nel 1975 in Inghilterra e Scozia (una vittoria e due sconfitte, una delle quali, a Newcastle upon Tyne, contro l’Inghilterra U-23 per 13-29).

Dopo il secondo posto nella Coppa FIRA 1975/76, conquistato grazie alla vittoria sulla Romania, alla fine del 1976 vi fu anche un match (non ufficiale) contro l’Australia a Milano, che gli Azzurri persero con un tutto sommato soddisfacente 15-16; tale vittoria sfiorata alimentò speranze, presto vanificate dall’andamento della disastrosa Coppa FIRA 1976/77. La sconfitta contro il Marocco portò alle dimissioni di Bish e all’affidamento della squadra a Isidoro Quaglio, giocatore internazionale fino alla stagione precedente e tra i protagonisti del tour del 1973. L’Italia batté la Polonia (2 aprile 1977, 29-3), ma il 1° maggio successivo fu travolta 0-69 dalla Romania, peggior passivo azzurro per i successivi 22 anni. La sconfitta provocò anche l’esonero di Quaglio dopo soli due incontri e meno di un mese d’incarico.

A partire dal 1970 la Nazionale italiana ha affrontato diversi tour, a ritmo più o meno triennale e, a partire dall’ingresso nel Sei Nazioni (2000), annuale. Già nel 1956 e 1958 era uscita fuori dai confini nazionali per due brevi puntate nel Regno Unito, ma si trattava di incontri non ufficiali. Il primo tour con un test match ufficiale fu quello del 1970 in Madagascar.

Fu, quello, il periodo in cui i club del campionato italiano iniziarono a ingaggiare rugbisti da altre federazioni, talora oriundi, più spesso veri e propri stranieri: una Nazionale, ribattezzata XV del Presidente, formata da 12 italiani e 3 stranieri militanti in serie A (i sudafricani Dirk Naudè e Nelson Babrow e il francese Guy Pardiés), incontrò a fine 1977, a Padova, un XV della Nuova Zelanda per un incontro senza valenza di test match, ma comunque incoraggiante per le ridotte dimensioni della sconfitta (9-15); nel 1978 la Nazionale fu affidata a un giovane tecnico all’epoca trentacinquenne, il francese Pierre Villepreux, che il 24 ottobre esordì sulla panchina azzurra a Rovigo guidando la squadra a una convincente vittoria per 19-6 contro l’Argentina. Tra i risultati da segnalare di quel periodo anche il pareggio di Brescia per 6-6 contro l’Inghilterra U-23 (16 maggio 1979) e la sconfitta per 12-18 contro il XV nazionale neozelandese (ribattezzato All Blacks) in un match senza valenza di test disputato sempre a Rovigo il 28 novembre 1979.

Villepreux guidò nel 1980 anche un tour in Oceania e Nord America; i test match disputati furono solo due, a Suva contro Figi (sconfitta 3-16) e ad Avarua contro le Isole Cook (sconfitta 6-15), ma tra i due test vi fu un ben più rilevante incontro, sebbene non ufficiale, contro la Nuova Zelanda Junior, perso ad Auckland per 13-30.

Un nuovo tour senza test match, fu organizzato nel 1981 in Australia: nove incontri, di cui sette vinti e due persi, uno contro la selezione del Queensland, l’altro contro la squadra oggi nota come Brumbies. Il contratto di Villepreux giunse a scadenza e la squadra passò alla coppia Pulli - Paladini, che esordirono in Coppa FIRA 1981/82 con un pareggio 12-12 a Mosca contro l’URSS, per proseguire con una netta vittoria sulla Germania Ovest e una, altrettanto convincente, contro la Romania. L’Italia perse per l’ennesima volta contro la Francia A, ma si assicurò comunque il secondo posto finale.

Nell’edizione successiva, l’Italia riuscì addirittura a classificarsi davanti agli eterni rivali francesi: fu infatti seconda con tre vittorie, un pareggio (per 6-6 a Rovigo contro la squadra A francese, che ormai da 16 anni non concedeva più agli Azzurri il test match) e una sconfitta, contro la Romania. La Coppa 1983/84, invece, vide l’Italia piazzarsi terza per differenza punti nei confronti della Romania (tre vittorie e due sconfitte ciascuna).

Quello a cavallo degli anni settanta e ottanta fu uno dei periodi migliori, per risultati e crescita complessiva a livello internazionale, del primo mezzo secolo di vita della Nazionale: a coronamento di tali progressi vi fu il primo incontro ufficiale con una Nazionale dell’International Rugby Board: fu a Rovigo, al “Battaglini”, che il 22 ottobre 1983 l’Australia scese in campo contro gli Azzurri. L’incontro terminò 29-7 per gli Wallabies, con 5 mete contro una (di Zanon, cui si affiancò nello score Stefano Bettarello che trasformò un calcio piazzato), ma al di là della sconfitta tale partita ha tuttora il valore, per il rugby italiano, di primo passo mosso verso l’ingresso nel club delle grandi Nazionali dell’IRB.

Il 22 marzo 1985 a Parigi l’International Rugby Board, per contrastare il rischio, ventilato da un imprenditore televisivo australiano, della nascita di una competizione internazionale (professionistica) parallela all’attività ufficiale (dilettantistica), decise di istituire un banco di prova comune per tutte le Nazionali, al fine di stabilire una graduatoria che andasse al di là dei risultati dei singoli tour stagionali. Nacque così la Coppa del Mondo di rugby, inizialmente pensata come manifestazione riservata alle sole Federazioni iscritte all’IRB ma che, in fase di votazione istitutiva, fu allargata alle Nazioni emergenti per iniziativa del presidente della FFR Albert Ferrasse, che a tale apertura subordinò il suo voto favorevole alla nascita della competizione. L’Italia (per la quale detto allargamento fu ininfluente, in quanto presente nel nucleo iniziale di 8 Federazioni invitate alla prima edizione) intensificò la sua attività internazionale di alto livello: oramai la presenza di una competizione ufficiale di portata mondiale costituiva un appuntamento ineludibile per chiunque, sia per le Nazionali dell’IRB (le quattro britanniche, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Francia, nel frattempo entrata nel 1978) che per coloro che aspiravano a entrarvi. La stessa Italia era ormai in procinto di aderire all’IRB, organismo nel quale fu ammessa ufficialmente dal 1987 e, dal 1991, anche con diritto di voto.

L’organizzazione della prima edizione della Coppa del Mondo, programmata per il 1987, fu assegnata congiuntamente all’Australia e alla Nuova Zelanda, ovverosia le due Federazioni più interessate dal rischio-emorragia.

Dopo la votazione di Parigi fu la Rugby Football Union la prima Federazione a organizzare un incontro con gli Azzurri, sebbene non ancora in un test match. Tornata nel prestigioso stadio di Twickenham dopo 29 anni, l’Italia perse 9-21 contro l’Inghilterra B; in seguito, in giugno, la squadra sostenne due test contro lo Zimbabwe riportando altrettante vittorie, per 25-6 a Bulawayo e per 12-10 una settimana più tardi ad Harare.

Il 10 maggio 1986, a Roma, l’Italia ricambiò l’ospitalità degli inglesi, anche in tale occasione per un match senza valore di test. Il risultato fu però di rilievo, un pareggio 15-15 che rimane tuttora il migliore contro una selezione internazionale dell’Inghilterra. Il 1° giugno successivo, in tour a Brisbane per ricambiare la visita degli australiani, l’Italia perse dagli Wallabies per 18-39. Per i successivi 12 mesi quello fu l’ultimo test match di alto livello, visto che, nelle more della Coppa del Mondo, vi era la partecipazione alla Coppa FIRA da onorare.

Il 22 maggio 1987 è una data storica per il rugby e, a suo modo, anche per l’Italia: si tratta infatti del giorno dell’incontro inaugurale della prima Coppa del Mondo di rugby, e a disputarlo fu proprio la Nazionale azzurra, guidata dalla panchina da Marco Bollesan, opposta ad Auckland ai padroni di casa neozelandesi in quello che fu visto subito come un incontro proibitivo: come da previsione, infatti, gli All Blacks vinsero, e largamente, imponendosi 70-6; sebbene il rugby italiano fosse in crescita, il divario con le migliori Nazionali del mondo era ancora grande, e i dettagli del punteggio servono a mostrare la differenza di prestazioni: a fronte del calcio piazzato e del drop messi a segno dall’Italia, gli All Blacks marcarono 12 mete (all’epoca valevoli ancora 4 punti ciascuna) di cui 8 trasformate, e due calci piazzati.

L’Italia compromise buona parte delle sue chance di qualificazione ai quarti di finale a causa di un’ulteriore sconfitta (16-25) contro l’Argentina, maturata al termine di un incontro sostanzialmente pari nell’andamento del gioco alla mano (due mete, di cui una trasformata, per parte) ma in cui i sudamericani prevalsero in quello al piede (cinque calci piazzati contro due italiani): l’ultimo incontro con Figi fu vinto per 18-15 ma, a causa del quoziente mete sfavorevole rispetto alla selezione oceanica, quest’ultima, a pari punti di Italia e Argentina, si qualificò a scapito di queste.

Bollesan lasciò la panchina azzurra a fine 1988 e fu sostituito da Loreto Cucchiarelli, il cui interregno durò solo sette incontri, ma caratterizzato da tre test match importanti: una sconfitta contro l’Australia a Roma il 3 dicembre, poi il 31 dicembre successivo, a Dublino, il primo incontro ufficiale contro una Nazionale delle Isole Britanniche, l’Irlanda (sconfitta per 15-31, con 5 mete a 1 per gli irlandesi) e un’ulteriore sconfitta a Buenos Aires per 16-21 il 24 giugno 1989 contro l’Argentina, incontro ancora una volta sostanzialmente pareggiato alla mano ma perso al piede (una meta e quattro piazzati azzurri contro una meta trasformata e cinque piazzati dei Pumas).

A ulteriore dimostrazione della crescita del movimento rugbistico e del rispetto acquisito anche in ambito internazionale, figura la chiamata dei Barbarians, il prestigioso club inglese a inviti, al primo italiano: fu Stefano Bettarello (n. 1958) che, nei tour pasquali 1987 e 1988, fu schierato in totale 4 volte, marcando 43 punti. Per 9 anni Bettarello rimase l’unico azzurro a essere invitato dal club a maglie bianconere.

Da quel momento l’attività internazionale dell’Italia, al pari di quella delle altre federazioni di vertice, fu rimodulata in funzione della cadenza quadriennale della Coppa del Mondo e, dal punto di vista tecnico, dalla necessità di intensificare i confronti con le squadre più rappresentative dell’International Rugby Board. La Coppa del Mondo di rugby 1991 che si tenne in Inghilterra vide una Nazionale, guidata dal francese Bertrand Fourcade, opposta nel primo turno a Stati Uniti, Inghilterra (per il primo test match ufficiale tra le due Nazionali) e Nuova Zelanda; vinto il primo incontro per 30-9, gli Azzurri persero secondo pronostico gli altri due, per 6-36 contro l’Inghilterra e con un più che onorevole 21-31 contro la Nuova Zelanda; si tratta tuttora del miglior passivo italiano contro gli All Blacks.

Dopo Fourcade, fu il turno di un altro francese, Georges Coste, il quale si propose di continuare sulla strada tecnica impostata dal suo predecessore, in particolare per quanto riguardava il gioco dei tre quarti, ancora non al livello delle prime linee. Furono quattro le vittorie iniziali del neotecnico, tutte in Coppa FIRA 1992/94, di cui una di prestigio assoluto: l’11 novembre 1993, a Treviso, l’Italia batté 16-9 la Francia A1. Sebbene non ancora test match, il segnale fu forte, anche perché gli Azzurri terminarono il campionato europeo a pari punti dei transalpini, i quali prevalsero solo per la differenza punti marcati / subìti. L’estate del 1994 vide la squadra in tour in Australia: due sconfitte che comunque segnarono un passo avanti essendo giunte con scarti ridotti in rapporto al valore dell’avversaria: la prima di misura a Brisbane per 20-23 con due mete a una per gli Wallabies e la seconda a Melbourne per 7-20 con una meta per parte e cinque piazzati australiani a due. Il 12 ottobre successivo giunse anche il primo test match contro un’altra del Cinque Nazioni, il Galles: a Cardiff i britannici vinsero 29-19.

I progressi derivanti dal disputare incontri d’alto livello furono evidenti: a Treviso, il 6 maggio 1995, l’Italia sconfisse per la prima volta in un test match una Nazionale storica delle Isole Britanniche, l’Irlanda, per 22-12. La Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica, lì organizzata per celebrare il rientro nella comunità internazionale di quel Paese a seguito del superamento dell’apartheid, vide di nuovo l’Italia eliminata al primo turno, con una sconfitta preventivabile contro l’Inghilterra, anche se per 20-27, e una contro una squadra alla portata degli Azzurri, Samoa che, nell’incontro d’esordio, vinse 42-18 rendendo così vana la successiva vittoria di prestigio contro l’Argentina nell’ultima gara del girone. Se il cammino d’avvicinamento alle migliori squadre europee procedeva, sia pur lentamente, il divario con l’Emisfero Sud era ancora notevole: nell’autunno del 1995 la Nuova Zelanda, al “Dall’Ara” di Bologna, passò 70-6 sopra l’Italia, marcando 10 mete (a zero) con nove giocatori diversi; tuttavia, poche settimane dopo, allo Stadio Olimpico di Roma, il Sudafrica neo-campione del mondo, nel primo test match ufficiale concesso agli Azzurri, vinse 40-21, marcando solo una meta in più degli italiani (3 contro 2).

Alla fine del 1995 l’Italia aveva così incontrato almeno una volta tutte le squadre del Tri Nations (senza vittorie) e quattro del Cinque Nazioni, con una vittoria. Solo la Scozia - che peraltro perse a Rieti a inizio 1996 un incontro che non figura nell’elenco dei test match perché la squadra britannica si presentò come Scozia B - ancora non aveva incontrato ufficialmente gli Azzurri. Il primo test del 1996 fu a Cardiff: i gallesi conducevano 28-3 a metà gara, ma un parziale azzurro di 23-3 in venticinque minuti del secondo tempo portò il risultato a 31-26, punteggio che costituì la base per iniziare a parlare seriamente, per l’Italia, di ammissione al Cinque Nazioni, cosa perfino impensabile solo un quinquennio prima.

Marcatori: 5’ Francescato mt. (tr. Dominguez); 14’ mt. tecn. Francia (tr. Aucagne), 17’, 30’, 62’ e 68’ Dominguez c.p.; 20’, 24’ Aucagne c.p.; 34’ Gardner mt. (tr. Dominguez); 52’ e 82’ Bondouy mt. (2 tr. Aucagne); 56’ Croci mt. (tr. Dominguez); 74’ Vaccari mt. (tr. Dominguez); 79’ Sadourny mt.

FRANCIA: Sadourny, Ougier, Delaigue, Bondouy, Saint-André, Aucagne, Accoceberry, Costes, Pelous, Benetton, Miorin (Betsen), Merle, Tournaire, Dal Maso (Ibañez), de Rougemont. Allenatore: Jean-Claude Skrela.

ITALIA: Pértile; Vaccari, Bordon, I. Francescato (24’ Mazzariol), Marcello Cuttitta; Domínguez, Troncon (39’ e 42’ Guidi); Gardner, Giovanelli, Sgorlon; Cristofoletto, Croci; Properzi, Orlandi, Massimo Cuttitta. Allenatore: Georges Coste.

Il 1996 fu un anno importante per il rugby mondiale: l’International Rugby Board, infatti, in agosto aprì la strada al professionismo nella disciplina che, fino ad allora, era vissuta su alcuni equivoci circa i rimborsi-spese dei giocatori e forme più o meno occulte di pagamento; la FIRA smise di essere l’associazione di fatto alternativa all’IRB per divenirne la filiale europea, e così tutte le organizzazioni continentali di categoria; presidente della federazione italiana fu eletto Giancarlo Dondi che, come primo passo per rilanciare il ruolo del rugby italiano e della Nazionale, iniziò a porre in sede internazionale la questione della presenza permanente dell’Italia in un torneo di alto livello, segnatamente il Cinque Nazioni. A rafforzare la sua posizione, i risultati che stavano giungendo nel corso dell’anno: in testa a punteggio pieno nel proprio girone della Coppa FIRA 1995/97, competizione che agli Azzurri andava sempre più stretta, tanto da spingere la Federazione a comportarsi come la Francia e inviare la Squadra Emergenti a battere 107-19 la Polonia, oramai l’Italia (come peraltro la Francia, la quale tuttavia era impegnata sia nel Cinque Nazioni che nella Coppa FIRA), orientata ai grandi tornei come la Coppa del Mondo, necessitava di confrontarsi con le Nazioni più abituate a competere ad alti livelli.

Esaurita la formalità della Coppa FIRA (64-3 al Portogallo) e in attesa della finale, il 1996 dell’Italia fu denso di appuntamenti di rilievo. Detto del Galles, il resto della stagione azzurra vide solo avversari di spessore: di nuovo il Galles il 5 ottobre allo Stadio Olimpico di Roma (sconfitta 22-31), sconfitta anche a Padova 18-40 contro un’Australia forte di suo, ma alla quale il pessimo arbitraggio dello statunitense Sorenson, verosimilmente non abituato a incontri di un certo livello, diede vantaggi non richiesti e non necessari; sconfitta 21-54 anche a Twickenham contro l’Inghilterra ed esordio, infine, a Murrayfield per un 22-29 subìto a opera della Scozia, Nazionale che completava il quadro delle avversarie di alto livello incontrate dagli Azzurri in almeno un test match.

Il rugby XV vanta circa 3 milioni di praticanti in tutto il mondo, una cifra relativamente esigua in relazione ad altri sport; in ragione di ciò succede spesso che la passione rugbistica coinvolga più membri della stessa famiglia, oppure si tramandi per generazioni. Se è vero un po’ dovunque (in Francia vi sono gli esempi di Jean-Claude Skrela, ex rugbista e allenatore, e di suo figlio David, attuale Nazionale francese, oppure i fratelli inglesi Rory e Tony Underwood), in Italia vi sono state in passato, e tuttora vi sono, numerosi giocatori appartenenti alla stessa famiglia. I fratelli Vinci, di Roma (Piero, Paolo, Eugenio e Francesco), disputarono l’incontro d’esordio della Nazionale a Barcellona nel 1929; più avanti, i fratelli Battaglini: Francesco e Mario “Maci”, i fratelli Bettarello, Ottorino e Romano, quest’ultimo padre di Stefano, il primo azzurro a vestire la maglia dei Barbarians. Ancora, i Checchinato, Giancarlo (padre) e Carlo (figlio), e poi Pierluigi (padre) e Valerio Bernabò (figlio).

Tra i vari fratelli presenti contemporaneamente in Nazionale hanno figurato anche tre coppie di gemelli: si tratta dei Romano, Pietro e Guido, i Fedrigo, Adriano e Paolo e, più recentemente, i gemelli Cuttitta, Massimo e Marcello.

La famiglia più numerosa del rugby italiano recente è sicuramente quella dei Francescato, con quattro fratelli, tutti internazionali: Bruno, Luigi, detto Nello, Rino e il più giovane, Ivan, morto nel 1999 a soli 32 anni.

A titolo statistico, nel primo incontro della Coppa del Mondo tra Nuova Zelanda e Italia scesero in campo due coppie di gemelli: i citati Massimo e Marcello Cuttitta per l’Italia, e Alan e Gary Whetton per gli All Blacks.

Attualmente la famiglia più famosa in azzurro è quella dei fratelli Bergamasco, Mauro e Mirco, a loro volta figli di Arturo, 4 volte Nazionale negli anni settanta.

Infine, con la crescente diffusione della disciplina anche tra le ragazze, il rugby non viene più tramandato solo per via maschile. È il caso per esempio degli aquilani Cucchiella: il padre, Giancarlo, 25 incontri in Nazionale e la partecipazione alla Coppa del Mondo di rugby 1987; sua figlia Elisa, pilone con 20 presenze nella Nazionale femminile. Da notare anche la nascita di coppie di rugbisti: per esempio, Elisa Facchini, 29 presenze a tutto il 2008 e mediano di mischia delle Red Panthers di Treviso, è moglie dell’ex nazionale Matteo Mazzantini, azzurro alla Coppa del Mondo di rugby 2003.

Il 1997 fu l’anno in cui l’Italia iniziò il raccolto di tutto quanto era stato seminato nei dieci anni precedenti: nel primo test match di stagione, il 4 gennaio, gli Azzurri si recarono al Lansdowne Road di Dublino a battere l’Irlanda 37-29, punteggio che descrive solo in parte l’andamento del gioco sul campo: l’Italia mise a terra quattro mete contro solo una degli irlandesi, i quali ridussero il passivo con 8 calci piazzati; eroe di giornata fu Diego Domínguez, autore di 22 punti (una meta, quattro trasformazioni e tre piazzati); gli altri uomini ad andare a meta furono Paolo Vaccari (2) e Massimo Cuttitta (1).

Giunse poi il giorno della finale della Coppa Europa, da disputarsi tra Italia e Francia, che avevano vinto a punteggio pieno i loro rispettivi gironi, nei quali in totale le squadre maggiori erano state schierate tre volte (due volte l’Italia, lasciando gli altri due incontri agli Emergenti e alla Nazionale A, addirittura una sola la Francia, che in due occasioni mandò la Militare e in un’altra la squadra B). A guidare la Francia era Jean-Claude Skrela, assistito dall’ex C.T. azzurro Villepreux: il presidente della FFR, Bernard Lapasset, per via di una promessa fatta tempo prima a Dondi, concesse per il match la squadra migliore, quella che aveva appena vinto il Cinque Nazioni 1997 con il Grande Slam, e lo riconobbe come test ufficiale. Per il gioco dell’alternanza delle sedi, quell’anno l’incontro si tenne in casa dei francesi: dopo aver giocato ad Auckland, a Brisbane e a Melbourne, all’Arms Park di Cardiff, al Murrayfield di Edimburgo, al Lansdowne Road e perfino a Twickenham, l’Italia era ancora una volta tenuta fuori dal Parco dei Principi di Parigi, lo stadio dove la Francia disputava gli incontri del Cinque Nazioni; la sede scelta fu lo stadio Lesdiguières di Grenoble.

Il 22 marzo 1997 si tenne l’ultimo atto della Coppa FIRA, e l’Italia, andando contro pronostico, si impose con un 40-32 che a sei minuti dalla fine era ancora un 40-20, frutto di quattro mete di quattro marcatori diversi: Ivan Francescato, Paolo Vaccari, Julian Gardner e Giambattista Croci. Il piede di Diego Domínguez fece il resto, trasformando tra i pali tutte le mete e mettendo a segno anche quattro calci piazzati. La meta di Croci, frutto di un lavoro di squadra che coinvolse numerosi giocatori, è rimasta nella storia recente del rugby italiano come il momento di svolta di tutto il movimento: se il giornalista sportivo Alfio Caruso aveva definito, anni prima, il mondo del rugby italiano come una “parrocchia”, a sottintenderne il carattere élitario e tutto sommato localistico, anni dopo, nel 2005, il giocatore marchigiano, nella vita di tutti i giorni funzionario di banca, si vide attribuire dal giornalista di Repubblica Corrado Sannucci il titolo di autore « della meta più bella del rugby italiano ma anche la più importante perché è quella che ha strappato il rugby italiano dalle parrocchie per consegnarlo alla BBC».

Sulla scia del successo in Coppa Europa, anche a livello internazionale ci si accorse dei rugbisti italiani: Massimo Cuttitta, dieci anni dopo il precursore Bettarello, fu invitato nei Barbarians; già l’anno precedente due azzurri erano stati chiamati dal prestigioso club inglese, ma si trattava di Julian Gardner e Mark Giacheri, rispettivamente un naturalizzato e un oriundo australiano. Insieme a Cuttitta furono chiamati anche Diego Domínguez, Alessandro Troncon e Paolo Vaccari; l’anno successivo toccò anche al gemello di Massimo, Marcello Cuttitta, poi a Luca Martin e Massimo Giovanelli. Anche i club dei vari campionati esteri misero gli occhi sui giocatori italiani; se è vero che già a partire dagli anni cinquanta vi erano atleti italiani impegnati in Francia (Mario Battaglini al Tolone, Francesco Zani all’Agen e Sergio Lanfranchi al Grenoble per 15 anni dal 1946 al 1961 e Isidoro Quaglio al Bourgoin-Jailleu per una stagione), la rarità di casi poteva essere vista fino ad allora come l’eccezione di un rugby generalmente ritenuto non adatto all’esportazione; invece, solo per rimanere al 1997, Domínguez lasciò l’Amatori Milano per andare nello Stade Français fino a fine carriera; Massimo Cuttitta fu ingaggiato dai londinesi Harlequins; Cristian Stoica e, poco dopo, anche Massimo Giovanelli, al Narbona; Orazio Arancio e Stefano Bordon al Tolone.

Nei test di fine 1997 - inizio 1998 l’Italia perse a Bologna 31-62 contro il Sudafrica, ma prima di Natale, sempre a Bologna, sconfisse 37-22 l’Irlanda e, a gennaio 1998, la Scozia 25-22. Tali due vittorie capitarono a cavallo della decisione più importante per il rugby nazionale: il comitato del Cinque Nazioni, riunitosi a Parigi il 16 gennaio 1998, decise di ammettere l’Italia al torneo a partire dal 2000.

Rimaneva un biennio prima del Sei Nazioni 2000, da onorare in primis con le qualificazioni alla Coppa del Mondo di rugby 1999: a novembre 1998 l’Italia fu impegnata a Huddersfield in un girone a tre che comprendeva anche i Paesi Bassi e i padroni di casa dell’Inghilterra, nel quale bastava il secondo posto per accedere alla fase finale della Coppa; preventivabile la vittoria italiana sui Paesi Bassi (67-7), altrettanto preventivabile, ma niente affatto scontata la sconfitta contro gli inglesi (15-23), con una meta di Troncon non convalidata dall’arbitro e, al contrario, una inglese irregolare ma assegnata. Ciononostante l’Italia staccò il biglietto per la Coppa da disputarsi in Galles l’anno successivo, e curò la preparazione con una serie di test match con avversarie di livello: sconfitta ad apertura d’anno contro la Francia XV a Genova (24-49), sconfitte di fila a Murrayfield contro la Scozia (12-30), a Treviso contro il Galles (21-60), al Lansdowne Road contro l’Irlanda (30-39) per giungere, in pieno caos organizzativo, al tour in Sudafrica: una serie di dissidi tra Georges Coste e la Federazione, e i club che riluttavano a cedere i giocatori migliori alla Nazionale (visto il nuovo status di professionisti, che rendeva i giocatori patrimonio anche economico delle loro società d’appartenenza), portò a una spedizione disastrosa, che si risolse in uno 3-74 nel primo incontro con gli Springboks a Port Elizabeth, e a un umiliante 0-101 una settimana più tardi a Durban, la peggior sconfitta della storia del rugby internazionale azzurro. Ormai ingestibile la situazione, Coste lasciò la Nazionale e la squadra venne affidata al suo secondo, l’ex azzurro Massimo Mascioletti. Questi ebbe il compito di guidare la squadra alla Coppa del Mondo di rugby 1999. Opposta in prima fase di nuovo a Inghilterra e Nuova Zelanda (più Tonga), l’Italia si rese protagonista della peggior Coppa del Mondo della sua storia: sconfitta 7-67 dall’Inghilterra, perse anche 25-28 da Tonga per chiudere con un 3-101 che in termini numerici non equivalse la sconfitta contro il Sudafrica di pochi mesi prima solo per un calcio piazzato di Domínguez: per il resto furono 12 mete neozelandesi di cui 11 trasformate, più 3 calci piazzati.

L’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni coincise anche con una profonda ristrutturazione del rugby europeo: la FIRA cambiò nome in FIRA - AER (Association Européenne de Rugby, Associazione europea rugby ); Italia e Francia abbandonarono definitivamente il torneo continentale, rinominato dal 2000 Campionato europeo per Nazioni, che rimase così riservato solamente alle squadre di seconda fascia, in tal modo ufficializzando l’ingresso dell’Italia tra le sei federazioni con il ranking europeo più alto.

Dopo la Coppa del Mondo, anche Mascioletti lasciò la panchina azzurra, che fu affidata all’ex All Black Brad Johnstone. Questi guidò la Nazionale al suo primo Sei Nazioni, e l’esordio fu dei più incoraggianti: il 5 febbraio 2000, allo Stadio Flaminio di Roma, l’Italia batté la Scozia 34-20 e riuscì nell’impresa di evitare il Whitewash nell’anno di esordio (cosa che occorse invece alla Francia, nel Cinque Nazioni 1910, il suo primo). Dopo quella vittoria, tuttavia, vi furono 14 sconfitte consecutive nel torneo, le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse in bianco.

Nonostante i tentativi di Johnstone - che ereditava una Nazionale in gran parte figlia della tradizione rugbistica francese - di impartire alla squadra una disciplina di tipo anglosassone, tale atteggiamento fu visto da personaggi storici del rugby, come Marco Bollesan, ex giocatore e allenatore della Nazionale e dirigente federale, come penalizzante per i rugbisti italiani, oltreché foriero di scelte sbagliate. Le critiche nascevano dal fatto che, a detta di Bollesan, pur avendo Johnstone una squadra competitiva, egli non riusciva a farla esprimere al meglio per errori nella gestione degli uomini a livello, più che tecnico, caratteriale e psicologico. Nell’autunno del 2001 fu affiancato a Johnstone un altro All Black, John Kirwan, che da giocatore vinse la Coppa del Mondo nel 1987 e che disputò diverse stagioni sportive in Italia. Dopo qualche mese di gestione congiunta, e dopo il Sei Nazioni 2002 concluso di nuovo con il Whitewash, Johnstone fu esonerato e Kirwan divenne C.T. titolare. Questi mise subito in evidenza i punti da lui ritenuti deboli sui quali lavorare, in particolare per quanto riguardava il superamento della mentalità in base alla quale i giocatori si consideravano già sconfitti prima di entrare in campo contro un’avversaria più quotata.

Kirwan portò avanti il 2002 con buoni risultati per quanto riguardava la qualificazione alla Coppa del Mondo di rugby 2003 in Australia (vittorie contro Spagna 50-3 e Romania 25-17), ma risultati incerti nei test con le squadre di alto livello: 10-64 a Hamilton contro gli All Blacks e, nella sessione autunnale, 6-36 dall’Argentina al Flaminio e 3-34 dall’Australia al Ferraris di Genova.

Nel Sei Nazioni 2003 l’Italia colse la sua seconda vittoria in assoluto nel torneo, a Roma contro il Galles (30-22) ancora una volta alla 1ª giornata. A differenza di quella di tre anni prima, la vittoria del 2003 fu utile per non relegare l’Italia all’ultimo posto, che fu lasciato ai gallesi, i quali incassarono Cucchiaio di legno e Whitewash. Tuttavia il percorso dopo il Sei Nazioni 2003 non fu agevole: sconfitta in agosto a Murrayfield 15-47 contro la Scozia e 6-61 a Limerick contro l’Irlanda. Alla Coppa del Mondo in Australia, dopo la preventivabile sconfitta per l’ennesima volta contro gli All Blacks (7-70), giunsero le vittorie contro Tonga (36-12) e Canada (19-14); la sfida contro il Galles divenne decisiva per un eventuale accesso ai quarti di finale, ma i britannici vinsero 27-15 e per l’Italia sfumò ancora l’obiettivo di andare oltre il primo turno, obiettivo peraltro meno impensabile che nelle precedenti edizioni.

Anche nel Sei Nazioni 2004 l’Italia evitò sia il Whitewash che il Cucchiaio di Legno, che furono appannaggio della Scozia, battuta nella 3ª giornata del torneo; nel prosieguo della stagione, gli Azzurri presero parte solo a test match di medio-basso livello (vittorie contro Romania, Giappone, Canada e Stati Uniti), oltre alla sconfitta 10-59 al Flaminio contro la Nuova Zelanda in tour nell’Emisfero Nord.

Il Whitewash nel Sei Nazioni 2005 costò tuttavia il posto da C.T. a Kirwan che, ad aprile, fu sostitutito dal francese Pierre Berbizier, ex nazionale nel ruolo di mediano di mischia; questi si prefisse come obiettivo primario quello di riportare il rugby italiano nel suo alveo culturale, figlio della subdiffusione della disciplina in tutta Europa a opera dei francesi, e di cercare di favorire lo sviluppo di un’identità nazionale del gioco.

Il resto del 2005 fu intenso per quanto riguardò i test match: 6, di cui 3 contro l’Argentina, due nella sessione estiva in Sudamerica (sconfitta a Salta per 21-35 e vittoria a Córdoba per 30-29, prima volta dell’Italia in casa dei Pumas ) e uno in quella autunnale (sconfitta interna a Genova per 22-39; uno ciascuno contro Australia (21-69 a Melbourne), Tonga (48-0 a Prato) e Figi (23-8 a Monza).

Il Sei Nazioni 2006 vide di nuovo l’Italia all’ultimo posto, con Cucchiaio di legno ma senza Whitewash. Per la prima volta, infatti, gli Azzurri pareggiarono un match del torneo e, cosa statisticamente più notevole, ciò avvenne fuori casa, a Cardiff contro il Galles (18-18). Particolare ancora più rilevante, l’Italia terminò con una differenza punti fatti-subiti di -53, la migliore da quando iniziò la partecipazione al torneo, e superiore di 32 punti rispetto alla performance fin lì meno negativa (-85 nel 2003) nonché quasi il doppio di quella conseguita nelle altre edizioni (da -122 del 2000 al -101 del 2001, passando per -113, -110 e -103). I test di vertice quell’anno furono quelli autunnali al Flaminio contro Australia (una convincente sconfitta 18-25 al termine di un incontro che gli Azzurri conducevano 15-13 all’intervallo) e Argentina (sconfitta 16-23); per il resto vittorie contro Giappone, Portogallo, Russia e Canada.

Il XV di Berbizier iniziò a raccogliere i frutti del lungo lavoro nel corso del Sei Nazioni 2007: pur sconfitta all’esordio dalla Francia per 3-39, l’Italia si recò, per il turno successivo, a Twickenham a disputare un incontro di grande spessore agonistico, risultando alla fine sconfitta per 7-20, ma al contempo autrice, per ammissione stessa degli inglesi, di una prestazione capace di creare molti problemi alla squadra britannica, secondo il C.T. Brian Ashton grazie alla minor pressione che gravava sugli Azzurri, ma soprattutto, a detta del capitano inglese Phil Vickery, a un energico pacchetto di mischia messo in campo da Berbizier.

La giornata successiva vide l’Italia cogliere la prima vittoria esterna della sua ancor breve storia nel Sei Nazioni: allo stadio di Murrayfield di Edimburgo, dopo soli 6 minuti di gioco, gli Azzurri conducevano già 21-0, grazie a tre mete di rapina, di Mauro Bergamasco dopo soli 19” di gioco, di Scanavacca al 3’ e una terza di Robertson al 6’, e trasformate dal piede dello stesso Scanavacca, autore nel corso dell’incontro di altri 9 punti su calcio piazzato. Alla fine dell’incontro il punteggio fu 37-17 per via di una meta quasi allo scadere di Troncon, trasformata ancora una volta da Scanavacca (uomo-partita con 22 punti); all’uscita della squadra dal campo, l’intero stadio le tributò un lungo applauso.

L’Italia non si fermò lì. Due settimane più tardi, nella 4ª giornata del torneo, ricevette in casa il Galles e, sul finire di un incontro combattutissimo condotto dalla formazione britannica fino a pochi minuti dal termine, Mauro Bergamasco realizzò la meta che significava il sorpasso nel punteggio: 23-20 e seconda vittoria consecutiva nel Sei Nazioni; particolare ancor più notevole, con una partita ancora da giocare l’Italia aveva ancora la possibilità, dal punto di vista matematico, di vincere il torneo: infatti in quel momento la classifica vedeva in testa Francia (a cui poi andò la vittoria finale), Inghilterra e Irlanda con 6 punti, e a seguire l’Italia con 4, che nell’ultimo turno attendeva al Flaminio proprio l’Irlanda, che comunque vinse l’incontro; ad ogni modo, la vittoria finale del Sei Nazioni 2007 passò attraverso la prestazione degli Azzurri che persero 24-51 lasciando la differenza-punti irlandese invariata rispetto a quella francese (vincitrice 46-19 sulla Scozia); la Francia vinse il Sei Nazioni per una miglior differenza-punti, +69 rispetto a +65 dell'Irlanda.

La squadra che andò in Francia a disputare la VI Coppa del Mondo aveva, quindi, fondate speranze di raggiungere i quarti di finale, obiettivo sempre fallito nelle cinque edizioni precedenti: il girone a cinque in cui era inserita la squadra azzurra vedeva come avversarie, in ordine di calendario, Nuova Zelanda, Romania, Portogallo e Scozia: in pratica, scontato il primo posto degli All Blacks, rimaneva un posto da disputarsi tra Scozia e, appunto, Italia. L’esordio a Marsiglia contro i neozelandesi fu duro, sconfitta 14-76, ma con all’attivo due mete realizzate e una terza dapprima convalidata e poi annullata dall’arbitro. A seguire, sofferta vittoria 24-18 contro la Romania e, poi, senza strafare, contro il Portogallo (31-5). L’ultimo incontro, al “Geoffroy-Guichard” di Saint-Étienne, fu quello decisivo, e l’Italia ebbe pure la possibilità di vincerlo: con la Scozia avanti di 2 (16-18) quasi allo scadere, David Bortolussi sbagliò il calcio piazzato che avrebbe potuto portare in vantaggio gli Azzurri e verosimilmente dar loro vittoria finale e qualificazione. Così non fu e l’Italia fu di nuovo eliminata al termine della prima fase. Berbizier, che già aveva annunciato la fine del suo impegno dopo la Coppa del Mondo, cessò dal suo incarico il 30 settembre 2007, il giorno dopo la sconfitta contro la Scozia.

Per i quattro anni che separano l’Italia dalla Coppa del Mondo di rugby 2011 in programma in Nuova Zelanda, la Federazione Italiana Rugby ha affidato dal 1° novembre 2007 l’incarico di commissario tecnico della Nazionale all’ex rugbista sudafricano Nick Mallett, già allenatore degli Springboks che inflissero all’Italia il 101-0 di Durban del 1999. La squadra è già qualificata alla VII Coppa del Mondo in quanto classificatasi tra le 12 migliori dell’edizione 2007 (le otto quartifinaliste più le migliori terze di ogni girone di prima fase). Il primo banco di prova della Nazionale di Mallett è stato il Sei Nazioni 2008; un esordio positivo contro l’Irlanda al Croke Park di Dublino (sconfitta 11-16 con una meta per parte e una trasformazione e un piazzato a vantaggio degli irlandesi) che ha fatto da preludio a una sconfitta interna per 19-23 contro l’Inghilterra, giudicata per la prima volta un’occasione persa in quanto più frutto degli errori italiani che dell’abilità degli inglesi. Lo scarto di soli 4 punti rappresenta il miglior risultato nei test match contro la nazionale inglese, dalla quale l’Italia è sempre stata sconfitta.

A quel punto, dopo due partite, Mallett ha dato realizzazione pratica al programma che aveva annunciato in federazione al momento di assumere l’incarico, e cioè dar spazio ai giovani rugbisti italiani cresciuti nei vivai nazionali. In quest’ottica va letto l’utilizzo fin dal primo minuto del match contro il Galles di due elementi del Benetton Treviso, l’apertura Andrea Marcato, praticamente al suo secondo esordio, visto che aveva disputato il - fino ad allora - suo unico incontro in Nazionale nel 2006 sotto la gestione Berbizier, e l’ala Alberto Sgarbi, che aveva esordito come sostituto nel precedente incontro con gli inglesi. Nonostante la sconfitta a Cardiff (8-47) contro un forte Galles che ha vinto, alla fine, il torneo con il Grande Slam, la stessa linea è stata perseguita anche a Saint-Denis contro la Francia: 13-25 il risultato finale, che ancora a pochi minuti dal termine era 13-18 (8 punti di Marcato). Infine, a Roma, nell’ultima giornata del torneo, vittoria 23-20 contro la Scozia (con un drop all’80’ ancora di Marcato) che, se non è servita a evitare il cucchiaio di legno (l’Italia si è classificata ultima per differenza punti fatti-subìti peggiore rispetto alla stessa Scozia), ha risparmiato alla squadra il quarto Whitewash dopo quelli del 2001, 2002 e 2005, e l’ha tenuta a punti per la terza edizione di seguito.

Nel prosieguo del 2008 l’Italia ha intrapreso un mini tour estivo nell’Emisfero Sud con due test match, il primo il 21 giugno contro il Sudafrica a Città del Capo (considerato, nonostante la sconfitta 0-26, soddisfacente sotto il punto di vista del carattere e della fase difensiva, laddove al contrario non sono mancate note di disappunto per la Nazionale campione del mondo, da parte della stampa sia italiana che sudafricana) e il secondo il 28 giugno a Córdoba contro l’Argentina, tenutosi ancora una volta nel segno di Andrea Marcato, che all’80’ ha realizzato il calcio piazzato che ha trasformato il punteggio da 10-12 a 13-12 per gli Azzurri.

Nel mese di novembre si sono tenuti tre test match, l’8 a Padova contro l’Australia (sconfitta 20-30 maturata negli ultimi minuti di una partita fino ad allora in bilico sul 20-20, il 15 a Torino di nuovo contro l’Argentina (sconfitta 14-22 al termine di una prova non convincente della difesa, sovrastata da quella dei Pumas ) e il 22 a Reggio Emilia contro i Pacific Islanders (sconfitta 17-25 frutto di un’eccessiva deconcentrazione nel primo tempo, chiusosi 10-22).

Dopo i citati match l’Italia, che in giugno era risalita fino al 10° posto del ranking IRB, è tornata a occupare l’11° posto con il quale aveva iniziato l’anno.

La maglia della Nazionale, come gran parte delle tenute degli sportivi che rappresentano l’Italia a livello internazionale, è azzurra, anche se la tonalità è spesso variata nel corso degli anni.

All’inizio della sua avventura internazionale, come del resto anche per quella della Nazionale di calcio, gli atleti del rugby vestivano una maglia quasi completamente bianca, adottando poi più avanti un celestino sempre più carico fino ad arrivare al blu Savoia, che è il colore al quale si uniformarono generalmente le selezioni rappresentanti di qualsiasi disciplina sportiva. Tale colore deriva da quello del bordo che circonda l’emblema di casa Savoia, all’epoca regnante in Italia.

A completare la tenuta, i calzettoni, che riprendono i colori della maglia, e i calzoncini, bianchi. La tenuta alternativa è speculare alla prima: calzoncini azzurri, maglia e calzettoni bianchi.

Con il passare degli anni la tenuta, una volta stabilizzatasi sul colore, non ha subìto significativi cambiamenti di foggia: sostanzialmente la maglietta è sempre rimasta con il collo a “V” con un colletto bianco, e il suo colore è stato sempre di un azzurro scuro.

Più recentemente il nuovo sponsor tecnico della Nazionale, la Kappa, ha abbandonato il collo a V e ha introdotto un colore che si differenzia da quello di altre rappresentative nazionali, per esempio quella di calcio: laddove in quest’ultima l’azzurro tende più al blu, nel caso della Nazionale di rugby vira più verso il celeste.

Dal 23 gennaio 2007 lo sponsor della Nazionale italiana è l’istituto di credito Cariparma (già Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza), facente capo al gruppo bancario francese Crédit Agricole. L’accordo, della durata di tre anni, prevede anche la titolazione dei test match che vedono l’Italia come Paese ospitante, i quali quindi prendono il nome di Cariparma Test Match. Il 26 maggio 2008 l’accordo di sponsorizzazione è stato successivamente prolungato fino a tutto il 2011.

La Nazionale disputò il suo primo incontro nel 1929, che le cronache dell’epoca erano use riportare come “Anno VII Era Fascista”. Per questo motivo, il simbolo della squadra era lo stemma di casa Savoia caricato da un fascio littorio ricamato in oro. Tale fu il simbolo della Nazionale di rugby e, più in generale, di qualsiasi rappresentativa sportiva italiana a livello internazionale, fino alla caduta del fascismo. Con la successiva abrogazione della monarchia nel 1946 venne abbandonato anche l'emblema reale e adottato uno scudetto tricolore con due foglie gialle alla base e, a sormontare il tutto, la scritta “ITALIA” su sfondo azzurro. A chiudere in basso lo stemma, un drappo azzurro con l’acronimo F.I.R..

Ancora oggi questo è lo stemma che figura sulle maglie, anche se è stato soggetto anch’esso a restyling: nel corso degli anni la doratura delle foglie è variata dal bruno al dorato acceso. Attualmente le foglie alla base dello scudetto tricolore sono bronzee, così come il testo delle scritte e il bordo dello scudetto.

Da notare che, a differenza dello stemma riportato sulle maglie della propria Nazionale, il logo della Federazione riporta l’acronimo F.I.R. in testa, sopra lo scudetto tricolore, mentre la scritta “ITALIA” compare in basso, sul drappo azzurro.

Sebbene formalmente non esista uno stadio nazionale propriamente detto, per le gare più importanti (Sei Nazioni, test match di alto livello) l’impianto d’elezione della Nazionale italiana è lo Stadio Flaminio di Roma, utilizzato per la prima volta nel 1935 (all’epoca con il nome di “Stadio del Partito Nazionale Fascista”) per l’incontro con un XV della Francia non valido come test.

Il primo incontro interno in assoluto fu disputato, come detto, nel 1930 all’Arena Civica di Milano. Ancora nel 1935 la rappresentativa della Catalogna fu ospite allo stadio Marassi (Luigi Ferraris) di Genova. Nel dopoguerra, frequentemente utilizzati furono Treviso (Stadio di Monigo), Rovigo (Comunale, poi rinominato Battaglini), Napoli (Arenaccia) e, più recentemente, L'Aquila (Fattori), Udine (Gerli), Bologna (Arcoveggio). Anche Catania (Maria Goretti), più sporadicamente, ha ospitato incontri della Nazionale.

A Padova, una delle capitali del rugby italiano, tre stadi hanno ospitato la Nazionale: il Plebiscito, che è attualmente lo stadio del Petrarca, l’Euganeo, costruito nel 1994 e impianto casalingo del Calcio Padova, e lo Stadio Appiani, storico impianto che ospitò nel 1977 il citato incontro tra il XV del Presidente e gli All Blacks.

Lo Stadio Olimpico di Roma ospitò due incontri, uno dei quali, quello del 1995 tra Italia e Sudafrica, valido come primo test match tra le due Nazionali. L’altro fu un anno più tardi, tra Italia e Galles.

Comunque, anche nell’era del Sei Nazioni, la Nazionale ha affrontato test match in varie sedi: tra quelle non citate in precedenza Asti, Benevento, Biella, Monza, Parma e Prato (tali sedi soprattutto per gli incontri di qualificazione alla Coppa del Mondo). Quello disputato il 15 novembre 2008 contro l’Argentina è il primo test match della Nazionale italiana a Torino, città nella quale, singolarmente, non ha mai giocato a livello ufficiale pur essendo lì nato il primo club italiano di rugby.

La Nazionale italiana di rugby ha disputato al 22 novembre 2008 375 incontri contro selezioni internazionali. Di questi, 326 sono considerati full international. Gli altri 49 sono stati disputati contro selezioni non classificate come Nazionali maggiori o rappresentative di una Federazione, come i Barbarians, gli African Leopards, la Francia B, XV o Espoirs, etc. Vi sono poi altri incontri, non classificati come internazionali, disputati durante i tour in Africa del 1973 e in Gran Bretagna nel 1974, che videro come avversari selezioni provinciali o di contea quali le Province del Transvaal, del Natal e dell’Orange in Sudafrica o le contee del Middlesex, del Sussex o dell’Oxfordshire in Inghilterra. Ai fini statistici vengono considerate solo le performance relative ai 324 incontri full international, salvo alcune eccezioni, quale ad esempio l’incontro del novembre 2008 contro i Pacific Islanders, selezione internazionale oceanica, classificato come test match.

In tali incontri il record di presenze appartiene ad Alessandro Troncon. Questi vanta 101 incontri dal 1994 al 2007, con la partecipazione in quattro consecutive Coppe del Mondo, dal 1995 al 2007 e a sei tornei del Sei Nazioni, dal 2000 al 2003 e poi nel 2005 e 2007. Il record di punti segnati è appannaggio dell'italo-argentino Diego Domínguez con 971 punti in 73 incontri. Domínguez conta anche 27 punti marcati in precedenza con la Nazionale dell’Argentina; la somma totale lo porta a detenere attualmente il posto di terzo miglior marcatore internazionale dopo l’inglese Jonny Wilkinson (1.099) e il gallese Neil Jenkins (1.030). Infine, il record di mete appartiene a Marcello Cuttitta, con 25, seguìto da Paolo Vaccari con 22. Entrambi facevano parte della squadra che vinse la Coppa FIRA nel 1997 sconfiggendo la Francia a Grenoble.

L’avversario incontrato più di frequente è la Romania, in ragione della concomitante presenza del torneo europeo della FIRA; a seguire, la Francia (30 volte in full international con una vittoria, quella citata del 1997), la Spagna (che esordì insieme all'Italia, visto che entrambe disputarono tra di esse il loro primo incontro internazionale) e la Germania (compreso il periodo in cui era Germania Ovest).

A parte le Isole Cook (un incontro) e Samoa, le uniche nazioni che l’Italia non è finora mai riuscita a battere sono quelle che vantano almeno un titolo mondiale, ovvero le tre dell’Emisfero Sud (Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica) più l’Inghilterra. Per quanto riguarda le altre squadre del Sei Nazioni, l’Italia vanta, a parte la citata vittoria contro la Francia (tuttavia ottenuta nel 1997, quando l’Italia non disputava ancora il torneo), tre vittorie contro l’Irlanda (nessuna di esse nel torneo, tuttavia), cinque contro la Scozia (di cui due prima del Sei Nazioni) e due contro il Galles (entrambe nel Sei Nazioni).

Sono qui di seguito elencati tutti i giocatori che hanno preso parte alle varie edizioni della Coppa del Mondo; sono inoltre menzionati quei giocatori protagonisti di episodi rilevanti che hanno visto protagonista la Nazionale italiana, come per esempio quelli che conquistarono la Coppa FIRA 1995/97, i più rappresentativi di coloro che presero parte ai tour del 1973 in Africa meridionale e del 1980 in Oceania.

Nell’elenco figura anche Paolo Rosi (1924-1997), già Nazionale negli anni quaranta e cinquanta del XX secolo. Poi passato alla carriera giornalistica come commentatore televisivo, Paolo Rosi disputò 12 incontri in Nazionale e fu il primo italiano a essere invitato in una selezione internazionale europea per affrontare un XV dell’Inghilterra.

Per i giocatori ancora in attività non compresi nel presente elenco si rimanda alla sezione “Rosa attuale”, più in basso.

Quella che segue è la rosa più recente della Nazionale italiana, convocata dal tecnico Nick Mallett per il torneo del Sei Nazioni 2009.

Per la parte superiore



Storia dell'Italia fascista

Il caporale Mussolini sul Carso

La storia dell'Italia fascista (richiamata anche con le espressioni ventennio fascista o semplicemente ventennio) comprende quel periodo storico italiano che va dalla presa del potere di Benito Mussolini sino alla fine della sua dittatura avvenuta il 25 luglio 1943.

Per estensione, solitamente a questa definizione si fa riferire tutto il periodo della storia d'Italia che va dalla fine della prima guerra mondiale sino al termine della seconda guerra mondiale o il ventennio 1925-1945, poiché nel '25 furono dichiarati illegali tutti i partiti tranne il Partito Nazionale Fascista (PNF) e nel 1945 si dissolse la Repubblica Sociale Italiana (RSI).

All'indomani della Grande Guerra l'Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile.

Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane era pesantissimo, con oltre 650.000 caduti e circa un milione e mezzo tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nel Nord-Est del Paese, divenuto fronte bellico, con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Il sorgere dello Stato iugoslavo alle frontiere orientali aveva posto una pesante e decisiva ipoteca su alcune delle più importanti promesse di espansione territoriale incluse nel Patto di Londra e gli altri Alleati si erano appoggiati alle proposte del presidente USA Woodrow Wilson per assegnare al Regno Serbo-Croato-Sloveno (in slavo SHS, Serbija-Hrvatska-Slovenaca) il litorale dalmata, Fiume (che secondo il trattato del 1915 sarebbe dovuto restare all'Austria-Ungheria o, in subordine, ad un piccolo Stato croato) e l'Istria Orientale. La città di Fiume - dal canto suo - aveva espresso fin dagli ultimi fuochi della guerra la volontà di essere riunita all'Italia, ponendo così il governo di Roma nell'imbarazzo di dover accettare i voti della cittadinanza fiumana e contemporaneamente entrare in urto con Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti d'America e - ovviamente - Regno SHS. Infine, nonostante la fine delle ostilità con gli Imperi Centrali, l'Italia restava coinvolta nella guerra in Albania, dai contorni incerti e dagli obbiettivi ancora più incerti, mentre il Montenegro, Stato vincitore la guerra e col quale l'Italia per motivi dinastici e strategici intratteneva rapporti privilegiati, veniva annesso al Regno SHS con il consenso delle altre Potenze alleate, ciò che venne recepito come un altro grave vulnus alla politica adriatica italiana.

Alla situazione politica internazionale difficile, faceva pendant una situazione economica interna drammatica: l'Italia dipendeva in gran parte dalle importazioni oltremare di grano e carbone, aveva contratto pesantissimi debiti con gli Stati Uniti. Le casse statali erano quasi vuote anche perché la lira durante il conflitto aveva perso buona parte del suo valore, con un costo della vita aumentato di almeno il 450%.

Alla mancanza di materie prime, faceva anche seguito la progressiva smobilitazione dell'Esercito (dopo averne impiegato una grandissima parte come manodopera per le immediate necessità del dopoguerra e nel primo raccolto del 1919) e la fine della produzione bellica, che implicava una riconversione delle fabbriche. La mancanza di un solido mercato interno e la crisi di quelli esteri impediva - tuttavia - che la produzione potesse trovare sfogo, e di conseguenza molte manifatture semplicemente chiusero.

In breve, inoltre, il Paese si trovò ad affrontare il problema dell'assorbimento di centinaia di migliaia di disoccupati dell'industria di guerra e di milioni di soldati smobilitati. Molte delle promesse fatte durante la guerra a costoro (come "la terra ai combattenti") non furono rispettate, provocando malcontento e delusione. L'attrito fra le masse di ex combattenti e quelle operaie si delineò immediatamente accusando i primi i secondi di essersi "imboscati" e i secondi i primi di essere stati "servi della guerra borghese".

Politicamente questo significò un importante crescita dei movimenti rivoluzionari di sinistra, in particolar modo del Partito Socialista, la cui componente minoritaria rivoluzionaria era galvanizzata dal successo della rivoluzione sovietica in Russia. La fine della guerra e delle restrizioni politiche e della censura permise di riprendere le attività propagandistiche e sindacali. A destra, invece, le formazioni nazionaliste ed interventiste si scatenavano nella contestazione del governo e dei trattati di pace e attorno ai circoli dannunziani nasceva la locuzione "Vittoria mutilata", che sarebbe divenuta la parola d'ordine degli insoddisfatti.

Lo Stato si venne quindi a trovare sotto un triplice attacco: dall'estero, con l'evidente tentativo delle potenze alleate di ridimensionare la portata delle rivendicazioni italiane a vantaggio del Regno SHS. Dalle formazioni socialiste e sindacali, che iniziarono una campagna filo-rivoluzionaria (o para-rivoluzionaria), soprattutto attraverso una durissima campagna di scioperi. Dalle formazioni nazionaliste, la cui campagna denigratoria verso l'azione del governo sarebbe poi culminata nel settembre 1919 con il colpo di mano dannunziano a Fiume.

A risentire di questa instabilità fu soprattutto l'ordine pubblico, con l'acuirsi del radicalismo e della violenza, l'urto fra le compagini socialiste e internazionaliste (compresse durante gli anni del conflitto ed ora libere di agire nuovamente) e quelle nazionaliste e militariste.

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti più importanti dell'Interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita ad un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un piccolo gruppo di reduci e di intellettuali provenienti dalle più disparate aree dell'interventismo, del nazionalismo, dell'anarchismo e del sindacalismo rivoluzionario, si radunò in un locale di Piazza San Sepolcro a Milano. Era la nascita dei Fasci di Combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista ad un tempo.

Dagli strati sociali più scontenti e più soggetti alle suggestioni della propaganda nazionalista che, a seguito dei trattati di pace, si infiammò ed alimentò il mito della Vittoria mutilata, emersero organizzazioni di reduci e, in particolare, quelle che raccoglievano gli ex-arditi. Quest'ultime, riconosciute fin da subito dai comandi militari come fonte di turbolenza politica, furono sciolte e i membri congedati, restituendo alla vita civile decine di migliaia di ex soldati agguerriti e portatori di un'ideologia aggressiva, violenta e gerarchizzante. Fra costoro, e fra gli altri congedati al malcontento generalizzato, si faceva largo un risentimento causato dal non aver ottenuto un adeguato riconoscimento per i sacrifici, il coraggio e lo sprezzo del pericolo dimostrati in anni di duri combattimenti al fronte e per le offese subite dai militanti socialisti, giunte fino alla bastonatura degli ufficiali in uniforme e all'insulto nei confronti dei decorati che ostentassero le medaglie.

Come numerosi storici hanno fatto notare (ad esempio Federico Chabod) è poi soprattutto dalla piccola borghesia, in particolare quella rurale, che il primitivo fascismo attinge i suoi militanti. Questo strato sociale - tendenzialmente costretto in Italia da un proletariato industriale ed agricolo più o meno organizzato e rappresentato da partiti di massa (PSI e popolari) e sindacati e l'alta borghesia, protagonista ed egemone dell'Italia del periodo liberale - con la guerra aveva acquisito un ruolo fondamentale, fornendo alle Forze Armate il nerbo degli ufficiali di complemento. In qualche misura, a fronte dunque delle altre classi sociali, già organizzate o rappresentate, la piccola borghesia nel dopoguerra si trovò priva di referenti e minacciata di essere riportata ad un ruolo di secondo piano, minacciata com'era dal basso dalle agitazione socialiste e, dall'alto, dal grande capitalismo che prometteva di assorbirne mercati e risorse.

La frustrazione per questa situazione fu terreno fertile per la fondazione il 23 marzo 1919 a Milano del primo fascio di combattimento, adottando simboli che sino ad allora avevano contraddistinto gli arditi, come le camicie nere e il teschio.

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d'ogni arma confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità ed avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei Fasci le neonate squadre d'azione si scontrarono con i socialisti e assaltarono la sede del giornale socialista L'Avanti!, devastandola: l'insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia, sebbene con una consistenza assai scarsa.

Il 23 giugno 1919 si insediò il governo di Francesco Saverio Nitti, sostituendo il dimissionario Vittorio Emanuele Orlando, dopo le delusioni seguite ai trattati di pace. Le politiche intraprese da Nitti sollevarono un fortissimo malcontento, soprattutto fra militari, congedati e nazionalisti.

Così il 19 settembre 1919, Gabriele d'Annunzio spingeva dei reparti del Regio Esercito ad ammutinarsi e a seguirlo a Fiume, dove manu militare installò un governo rivoluzionario con l'obbiettivo di affermare l'unione all'Italia del comune carnero. Questa azione fu d'esempio per il movimento fascista che immediatamente simpatizzò per il Vate, anche se Mussolini non intese offrire alcun reale appoggio alla causa dei legionari.

Il 16 novembre del 1919, le elezioni (per la prima volta secondo il sistema proporzionale) videro il trionfo dei due partiti di massa: il Partito Socialista (che si affermò con il 32% dei voti come primo partito) e il Partito Popolare (che ottenne alla sua prima prova elettorale il 20%). Questi risultati elettorali non garantirono comunque al paese la stabilità necessaria e il PSI, che aveva il maggior peso, continuò a rifiutare alleanze con i partiti "borghesi". Il movimento fascista (presentatosi solo a Milano) invece subì una durissima disfatta, tanto da far meditare a Mussolini l'abbandono della politica.

L'iniziativa dunque rimase nelle mani dei movimenti socialista e sindacalista, che lanciarono una escalation di scioperi ed occupazioni di fabbriche culminata nell'estate del 1920 in una occupazione generalizzata di opifici e installazioni industriali in quasi tutto il Paese, con esperimenti di autogestione, autoproduzione e la creazione di consigli di fabbrica sul modello sovietico.

Tuttavia la direzione velleitaria di questa azione, incapace di sviluppare una reale azione rivoluzionaria, fu immediatamente chiara a molti politici, in particolar modo a Gramsci e a Giolitti, subentrato al secondo governo Nitti. Mussolini, inizialmente orientato a far confluire il movimento fascista nelle occupazioni sindacali, ritirò anche egli il proprio appoggio, del resto già rifiutato dagli esponenti socialisti e sindacali. Nel settembre 1920 Giolitti riuscì quindi a spezzare il fronte occupazionista, e attraverso la concessione di limitati progressi salariali ad ottenere il ritorno della legalità. Ottenuta la pace sociale interna Giolitti si rivolge quindi contro Fiume, deciso a risolvere il problema internazionale della Reggenza del Carnaro. Dopo serrate trattative fra Italia, Iugoslavia e (infruttuosamente) anche con D'Annunzio, - e ottenuta l'assicurazione che i fascisti non interverranno a favore di D'Annunzio - Giolitti decide di sgomberare con la forza i legionari dal comune carnero. E' il famoso Natale di sangue 1920.

L'azione fascista - inizialmente minoritaria, legata a poche azioni dimostrative e di resistenza alle provocazioni socialiste - iniziò quindi a svilupparsi con spregiudicatezza e violenza, approfittando di un duplice effetto psicologico: il reflusso della forza rivoluzionaria socialista, ma il contemporaneo crescere della paura della rivoluzione (nonostante il suo effettivo e definitivo fallimento) negli strati borghesi della popolazione, che guadagnò simpatie al movimento fascista, identificato come l'antemurale alla sovietizzazione dell'Italia. La componente militare largamente prevalente nelle squadre conferì a queste una netta superiorità negli scontri coi bolscevichi, i popolari e i sindacati non fascisti, che ben presto - sebbene notevolmente più numerosi - subirono l'urto delle camicie nere. La sistematica campagna fascista di distruzione dei centri di aggregazione bolscevica, popolare e sindacale di intimidazione dei loro militanti - assieme alla contemporanea politica sotterranea condotta da Mussolini nei confronti dei partiti moderati - portarono il socialismo ad una crisi, mentre parallelamente cresceva la forza numerica e il morale dei Fasci di Combattimento. Così, mentre nel 1921 il Partito Socialista Italiano si disgregava in due successive scissioni, dando vita al Partito Comunista d'Italia), il 7 novembre 1921 nasceva il Partito Nazionale Fascista (PNF), trasformando il movimento in partito e accettando alcuni compromessi legalitari e costituzionali con le forze moderate. In quel periodo il PNF giunse ad avere ben 300.000 iscritti (nel momento di massima espansione il PSI aveva superato di poco i 200.000 iscritti).

Dal punto di vista organizzativo, al "gruppo di Milano" - nucleo originario del Fascismo - si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell'appoggio dei latifondisti emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell'olio di ricino, o addirittura commettendo omicidi che restavano a volte impuniti. In questo clima di violenze, alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.

La celebrità del partito crebbe ancora quando i sindacati non fascisti proclamarono per il 1 agosto 1922 uno sciopero generale come ritorsione per degli scontri avvenuti a Ravenna: i fascisti per ordine di Mussolini sostituirono gli scioperanti facendo fallire la protesta. Sempre nell'agosto del 1922 gli abitanti di Parma, con epicentro nel quartiere popolare di Oltretorrente, organizzati dagli Arditi del Popolo, comandati da Guido Picelli e Antonio Cieri riuscirono a resistere alle squadre fasciste guidate da Italo Balbo, futuro "trasvolatore atlantico". Fu dell'ultima resistenza all'incalzare del fascismo.

Dopo il Congresso di Napoli, in cui 40.000 camicie nere inneggiarono a marciare su Roma, Mussolini si vide costretto ad agire: il momento parve propizio, ed un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato nell'alto Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale, il 28 ottobre 1922. Mentre l'Esercito si preparava a fronteggiare il colpo di mano fascista (con Badoglio principale sostenitore della linea dura) il re Vittorio Emanuele III impedì questo ulteriore bagno di sangue che avrebbe precipitato il paese in una seconda guerra civile, e non firmò il decreto di stato d'emergenza. Le camicie nere marciarono sulla Capitale il 30 ottobre.

Il 30 ottobre, a compimento della Marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Il capo del fascismo aveva lasciato Milano per Roma, ed immediatamente si mise all'opera. A soli 39 anni Mussolini diveniva presidente del consiglio, il più giovane nella storia dell'Italia unita.

Il nuovo governo comprendeva elementi dei partiti moderati di centro e di destra e militari, ed alcuni fascisti.

Fra le prime iniziative intraprese dal nuovo corso politico vi fu il tentativo di "normalizzazione" delle squadre fasciste - che in molti casi continuavano a commettere violenze -, provvedimenti a favore dei mutilati e degli invalidi di guerra, drastiche riduzioni della spesa pubblica, la riforma della scuola (Riforma Gentile), la firma degli accordi di Washington sul disarmo navale, e l'accettazione dello status quo col regno di Jugoslavia circa le frontiere orientali e la protezione della minoranza italiana in Dalmazia.

Nei primissimi mesi del Governo Mussolini venne anche istituito il Parco Nazionale del Gran Paradiso, grazie alla donazione, fatta nel 1919 allo stato italiano, della riserva di caccia reale da parte di Vittorio Emanuele III.

Al movimento e al partito fascista è stata ricondotta la responsabilità diretta o indiretta della morte di molte persone e del danneggiamento di sedi di associazioni e movimenti di opposizione al regime: tali due fenomeni sono concentrati soprattutto nel periodo di instaurazione del regime fascista (1919-1924) e nel periodo bellico (1940-1945).

Nel primo di tali due periodi le camicie nere devastarono dieci sedi di giornali, venticinque case del popolo, cinquantanove camere del lavoro, ottantacinque sedi di cooperative, quarantatré leghe contadine, trentasei circoli operai, diciassette circoli di cultura, trentaquattro sezioni socialiste e dodici associazioni varie. I morti causati da spedizioni punitive compiute fra il 1919 e il 1924 furono circa 250, secondo quanto riportato da Rummel.

A volte gli squadristi, che (almeno sino alla loro riorganizzazione nella forma delle MVSN) erano sottoposti a uno scarso controllo da parte del Partito Nazionale Fascista, agirono di propria iniziativa nel compimento di tali azionisenza aver ricevuto ordini in materia dal PNF. Molti squadristi con la loro violenza sfogarono vecchie frustrazioni: la società italiana era stata sconvolta dalla prima guerra mondiale e viveva un periodo di grande violenza e di profondi tumulti e rivolgimenti sociali, dovuti principalmente all'insoddisfazione per la vittoria mutilata e alle precarie condizioni in cui si trovava a vivere il popolo, impoverito dagli sforzi patiti durante il conflitto.

Il Tribunale Speciale (operante sino al luglio del 1943 e dal gennaio 1944 al crollo della Repubblica Sociale Italiana), corte giudicante in materia di reati contro la sicurezza dello stato ma anche per reati comuni quali rapina e omicidio, emise 5.619 sentenze di condanna, delle quali 4 596 eseguite. Le sentenze di condanne a morte furono quarantadue, di cui trentuno eseguite; le sentenze di ergastolo furono 3.

Il regime fascista portò - in conseguenza delle leggi razziali fasciste - all'arresto di milleduecentocinquanta aderenti all'ebraismo: durante l'occupazione nazista dell'italia 599 di questi furono destinati dai soldati tedeschi al campo di concentramento di Auschwitz (solo diciassette risulteranno ancora vivi al momento della chiusura del lager).

Durante la seconda guerra mondiale, sul suolo italiano furono 194.000 i militari e 3.208 i civili caduti sui fronti di guerra (17.488 i militari e 37 288 i civili caduti in attività partigiana). Fuori dai confini dell'Italia, i morti furono: 9 249 militari morti in attività partigiana, 42 510 militari e 23 446 i civili morti fra i deportati nei campi di concentramento della Germania nazista e 5.927 militari caduti al fianco degli Alleati e 38 939 civili morti per i bombardamenti degli Alleati.

Taluni considerano tra le vittime del fascismo i morti che si ebbero tra alcune tribù libiche ribellatesi allo stato italiano (la Libia fu tra il 1911 e il 1947 una colonia italiana) nel 1915, approfittando del fatto che il governo italiano aveva preferito concentrare le proprie truppe sul fronte veneto per la guerra contro la Germania e l'Austria-Ungheria. Tra il 1922 e il 1931 fu intrapresa una poderosa opera di riconquista dell'entroterra libico (perduto a vantaggio di tali tribù) che portò alla morte di circa 13 000 ribelli libici.

Infine, vanno considerati fra le vittime del fascismo coloro i quali furono sottoposti alla misura del soggiorno coatto, ovvero il confino in piccole isole del mar Mediterraneo o in paesini prevalentemente del meridione d'Italia. La misura punitiva venne adottata sulla base del regio decreto n. 1848 emesso il 6 novembre 1926. Era applicabile verso chiunque fosse ritenuto pericoloso per l'ordine statale o per l'ordine pubblico.

In totale, le vittime del soggiorno coatto furono oltre quindicimila. Fra di esse figurano i nomi di Antonio Gramsci, Cesare Pavese, Altiero Spinelli, Ferruccio Parri e Giuseppe Di Vittorio.

In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale (c.d. "Legge Acerbo") che avrebbe dato i tre quinti dei seggi alla lista che avesse raccolto il 40% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. Il listone guidato da Mussolini ottenne il 64,9% dei voti.

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni. Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso.

L'opposizione rispose a questo avvenimento ritirandosi sull'Aventino (Secessione aventiniana), ma la posizione di Mussolini tenne fino a quando il 16 agosto il corpo decomposto di Matteotti fu ritrovato nei pressi di Roma. Uomini quali Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra e Vittorio Emanuele Orlando esercitarono allora pressioni sul re affinché Mussolini fosse destituito ma Vittorio Emanuele III appellandosi allo Statuto Albertino replicò: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e i miei orecchi sono la Camera e il Senato» e quindi non intervenne.

Ciò che accadde esattamente la notte di San Silvestro del 1924 non sarà forse mai accertato. Pare che una quarantina di consoli della Milizia, guidati da Enzo Galbiati, ingiunsero a Mussolini di instaurare la dittatura minacciando di rovesciarlo in caso contrario.

Con questo discorso Mussolini si era dichiarato dittatore. Nel biennio 1925-1926 vennero emanati una serie di provvedimenti liberticidi: vennero sciolti tutti i partiti e le associazioni sindacali non fasciste, venne soppressa ogni libertà di stampa, di riunione o di parola, venne ripristinata la pena di morte e venne creato un Tribunale speciale con amplissimi poteri, in grado di mandare al confino con un semplice provvedimento amministrativo le persone sgradite al regime.

Il primo grosso problema che la dittatura dovette affrontare fu la pesante svalutazione della lira. La ripresa produttiva successiva alla fine della prima guerra mondiale portò effetti negativi quali la carenza di materie prime dovuta alla forte richiesta e ad un'eccessiva produttività rapportata ai bisogni reali della popolazione. Nell'immediato, i primi segni della crisi furono un generale aumento dei prezzi, l'aumento della disoccupazione, una diminuzione dei salari e la mancanza di investimenti in Italia e nei prestiti allo stato.

Per risolvere il problema, come in Germania, venne deciso di stampare ulteriore moneta per riuscire a ripagare i debiti di guerra contratti con Stati Uniti e Gran Bretagna. Ovviamente questo non fece altro che aumentare il tasso di inflazione e far perdere credibilità alla lira, che si svalutò pesantemente nei confronti di dollaro e sterlina.

Le mosse per contrastare la crisi non si fecero attendere: venne messo in commercio un tipo di pane con meno farina, venne aggiunto alcool alla benzina, vennero aumentate le ore di lavoro da 8 a 9 senza variazioni di salario, venne istituita la tassa sul celibato, vennero aumentati tutti i possibili prelievi fiscali, venne vietata la costruzione di case di lusso, vennero aumentati i controlli tributari, vennero ridotti i prezzi dei giornali, bloccati gli affitti e ridotti i prezzi dei biglietti ferroviari e dei francobolli.

Sicuramente la trovata propagandistica più nota fu la famosa quota 90. Rivalutando la lira nei confronti della sterlina, Mussolini riuscì sì a far quadrare i conti dello stato, ma mise il paese fuori dai mercati d'esportazione poiché con tale mossa raddoppiò il prezzo delle merci italiane all'estero.

Quando poi il 29 ottobre 1929 Wall Street crollò, la parola d'ordine di Mussolini fu quella di ignorare totalmente l'evento pensando che la cosa non avrebbe toccato minimamente l'Italia. L'economia nazionale entrò invece in una profonda crisi che portò alla nascita dell'IRI e che durò fino al 1937-1938. Solo nella metà degli anni 30 Mussolini si rese conto della situazione e solo allora svalutò la lira del 41% e introdusse nuove tasse. Da quel momento in poi egli non si preoccupò più dell'economia del paese, riversando tutte le sue energie nella guerra d'Etiopia e di Spagna prima e nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania Nazista poi.

Questa lettura, suffragata dal regime, ad esempio attraverso la rivista ufficiale del fascismo Gerarchia, pesò su tutto il pontificato di Pio XI, ma il significato di quei patti, che sancirono il reciproco riconoscimento tra il Regno d'Italia e la Città del Vaticano, fu il coronamento di estenuanti trattative tra emissari del papa e rappresentanti di Mussolini. Infatti quest'ultimo gestì l'intera faccenda personalmente e non in qualità di capo del governo.

Tra fascismo e Chiesa ci fu sempre un rapporto ostico: Mussolini si era sempre dichiarato ateo ma sapeva benissimo che per governare in Italia non si poteva andare contro la Chiesa e i cattolici. La Chiesa dal canto suo, pur non vedendo di buon occhio il fascismo, lo preferiva di gran lunga all'ideologia comunista.

Alla soglia del potere Mussolini affermò (giugno 1921) che «il fascismo non pratica l'anticlericalismo» e alla vigilia della Marcia su Roma informò la Santa Sede che non avrebbe avuto nulla da temere da lui e dai suoi uomini.

All'inizio degli anni '30 la dittatura si era ormai stabilizzata ed era fondata su radici solide. I bambini, così come tutto il resto della popolazione, erano inquadrati in organizzazioni di partito, ogni opposizione era stroncata sul nascere, la stampa era profondamente asservita al fascismo. L'Italia insomma si era abituata al regime, tanto da osannarne il suo leader.

Fu in questo clima che vennero organizzate diverse imprese aeronautiche. Dopo le crociere di massa nel mediterraneo e la prima trasvolata dell'Atlantico meridionale (1931), nel 1933 il quadrumviro della Marcia su Roma, Italo Balbo, organizzò la seconda e più famosa trasvolata dell'Atlantico settentrionale per commemorare il decennale dell'istituzione della Regia Aeronautica (28 marzo 1923). A bordo di 25 idrovolanti SIAI-Marchetti S.55X dal 1º luglio al 12 agosto 1933 Balbo e i suoi uomini compirono la traversata fino a New York e ritorno attraversando tutte le maggiori nazione europee e buona parte degli Stati Uniti. Per l'epoca fu un'impresa epica che diede al giovane ferrarese una fama addirittura superiore a quella di Mussolini.

Il 25 marzo 1934 si svolse il "secondo plebiscito", in funzione propagandistica, per fornire una copertura di ufficialità della solidità e del consenso interno del regime di Mussolini, il quesito verteva sulla accettazione di una nuova lista di 400 deputati per il parlamento scelti dal Gran Consiglio del fascismo. Ufficialmente la percentuale dei "si" raggiunse il 96.25%. Il 30 marzo a Torino un folto numero di aderenti a Giustizia e libertà vennero imprigionati e il 14 giugno a Venezia avvenne il primo incontro fra Hitler e Mussolini.

Già dal 1934 Mussolini cercò un pretesto per poter invadere lo stato governato dal negus Hailè Selassiè. La notte del 5-6 dicembre lo ottenne quando sulla frontiera somala ci fu uno scontro tra soldati somali che prestavano servizio nelle truppe coloniali italiane e soldati abissini.

Per tutto il 1935 il Duce preparò la guerra sondando le possibili reazioni delle altre nazioni e infiammando gli animi degli italiani. Mussolini volle dare alla guerra un'impronta fascista e per questo mandò in guerra solo reparti della Milizia. Le operazioni cominciarono il 3 ottobre con al comando Emilio De Bono, che chiese a Mussolini tre divisioni: ne ottenne ben dieci ed in seguito addirittura 25.

La guerra fu pianificata male e combattuta peggio: i rifornimenti non mancarono, anzi furono talmente abbondanti che non si trovò un modo per farli giungere dal porto fino alla prima linea; gli uomini della Milizia si dimostrano ben presto non idonei alla guerra a causa dell'assenza di una vera e propria istruzione militare e furono sostituiti con uomini dell'esercito regolare.

Paradossalmente, nell'elenco delle merci sottoposte ad embargo mancano petrolio e i semilavorati.

In realtà fu soltanto la Gran Bretagna a osservare le regole imposte dalle sanzioni. La Germania hitleriana così come gli Stati Uniti furono i primi due paesi a schierarsi apertamente verso l'Italia, garantendo la possibilità di acquistare qualunque bene. L'URSS rifornì di nafta l'esercito italiano per tutta la durata del conflitto, ed anche la Polonia si dimostrò piuttosto aperta.

L'effetto emotivo delle sanzioni venne sfruttato dal regime affinché l'Italia si stringesse intorno a Mussolini. La Gran Bretagna venne etichettata col termine di perfida Albione, e le altre potenze coloniali occidentali furono etichettate come nemiche perché impedivano all'Italia il raggiungimento di un posto al sole. Ritornò in voga il patriottismo e la propaganda politica spinse affinché si consumassero solo prodotti italiani. Fu in pratica la nascita dell'autarchia, secondo la quale tutto doveva essere prodotto e consumato all'interno dello stato. Tutto ciò che non poteva essere prodotto per mancanza di materie prime venne sostituito: il tè con il carcadè, il carbone con la lignite, la lana con il lanital (la lana di caseina), la benzina con il carburante nazionale (benzina con l'85% di alcool) mentre il caffè venne abolito perché «fa male» e sostituito con il "caffè" d'orzo.

L'autarchia entrò anche nel linguaggio. Furono infatti bandite tutte le parole straniere da ogni comunicazione scritta ed orale: ad esempio chiave inglese diventò chiave morsa, cognac diventò arzente, ferry-boat diventò treno-battello pontone. Conseguentemente vennero rinominate tutte le città con nome francofono dell'Italia nord-occidentale e con nome tedescofono dell'Italia nord-orientale: secondo la toponomastica fascista, per fare un paio di esempi, Courmayeur diventò Cormaiore e Kaltern diventò Caldaro. Inoltre si scoprì che anche l'uso del lei aveva origini straniere, perciò venne inaugurata una campagna per la sostituzione del lei con il voi, capeggiata dal segretario del partito Achille Starace.

Intanto mentre la Società delle Nazioni sanzionò l'Italia, Emilio De Bono venne silurato in favore del maresciallo Pietro Badoglio che fu autorizzato ad utilizzare i gas. Mentre la guerra si trasformò in una fonte di onorificenze per tutti i gerarchi, Badoglio commise stragi inaudite che finirono sui i giornali esteri (quelli italiani ovviamente censurarono ogni avvenimento).

Alle 22:30 di sabato 9 maggio 1936 Mussolini annunciò al popolo italiano la fondazione dell'Impero. Le truppe del maresciallo Pietro Badoglio entrarono infatti in Addis Abeba il 5 maggio, ponendo così fine alla guerra d'Etiopia.

La nascita dell'Impero comunque non portò nessuna delle ricchezze promesse: né oro, né ferro, né grano. L'Impero al contrario prosciugò le casse statali per la costruzione di strade, di dighe e di palazzi e dette a Mussolini l'illusione di avere un esercito potente e la capacità di poter piegare gli stati europei che sanzionarono il paese senza peraltro mettere in pratica le temute minacce.

Il 18 luglio 1936 scoppiò in Spagna la guerra civile che vide contrapposti le sinistre del Fronte Popolare, che erano al potere dalle elezioni del 1936, e la Falange, una forza ideologicamente paragonabile al fascismo. Questa organizzazione non sarebbe mai stata capace di mettere il potere nelle mani del generale galiziano Francisco Franco senza l'aiuto della Chiesa Cattolica, della Germania Nazista e dell' Italia fascista.

Allo scoppio delle ostilità oltre 60.000 volontari accorsero da 53 nazioni in aiuto dei repubblicani mentre Mussolini e Hitler fornirono in via ufficiosa l'appoggio alla Falange. In questo contesto non di rado persone provenienti dall'Italia schierate dalle due parti si scontrarono in una vera e propria lotta fratricida. Gli italiani accorsi a combattere per la Seconda Repubblica Spagnola erano fra i più numerosi, per nazionalità superati solo da tedeschi e francesi. Tra essi alcuni dei più noti nomi della resistenza al fascismo, come Emilio Lussu, Palmiro Togliatti, Pietro Nenni, Carlo Rosselli e il fratello Nello Rosselli (assassinati qualche tempo dopo in Francia).

Ciò che spinse Mussolini a lanciarsi in un'impresa senza alcun reale tornaconto fu probabilmente la possibilità di offrire agli italiani reduci dalla conquista dell'Etiopia un'altra avventura bellica. Per Hitler invece la questione era legata alle materie prime presenti in Spagna: la Germania aveva infatti un disperato bisogno del ferro spagnolo che nel 1937 verrà importato per una quantità pari a 1.620.000 tonnellate. Inoltre il Führer voleva sondare la sua capacità bellica in una sorta di test. Oltre al carattere economico di questo scontro, si deve evidenziare la lotta ideologica in corso, tra fronti popolari e fascismi, con la complicazione data dalla natura della repubblica spagnola, di chiara ispirazione socialista. Forse proprio per questo le democrazie liberali non difesero tenacemente la Spagna dall'aggressione fascista, che vedeva in un nuovo "stato rosso" un enorme pericolo. Si deve anche considerare che era presente un'ulteriore lotta ideologica tra socialisti e filosovietici che impedì una coesione totale nella battaglia antifascista.

Nessuno dei due dittatori ebbe comunque il tornaconto sperato dalla vittoria finale di Franco. Quest'ultimo infatti negherà l'appoggio all'Asse e si dichiarerà non belligerante nei confronti di Francia e Gran Bretagna allo scoppio della seconda guerra mondiale, rifiutando in seguito l'accesso alle divisioni tedesche che avrebbero dovuto assaltare Gibilterra. Mussolini, dal canto suo, non fu mai risarcito per le ingenti perdite di mezzi subite dall'Italia durante la guerra civile spagnola.

I primi anni dell'Italia fascista non videro provvedimenti razzisti. La "questione ebraica", sulla scorta di quanto avveniva nella Germania nazista, si presentò in Italia soltanto nella seconda metà degli anni '30. Quando Hitler salì al potere in Germania nel 1933 da subito emanò provvedimenti volti alla discriminazione negativa della popolazione ebraica, i quali non trovarono il favore di Mussolini che esplicitò la sua contrarietà. Tra i fascisti della prima ora vi erano moltissimi italiani di religione ebraica, tant'è che centinaia di essi parteciparono alla marcia su Roma.

Il comportamento di Mussolini verso gli ebrei sarebbe cambiato. Molti ebrei influenti si opposero apertamente alla guerra d’Etiopia e alla partecipazione alla guerra civile spagnola e da allora Mussolini cominciò a vedere gli ebrei con occhi diversi.

Il 14 luglio 1938 fu pubblicato sui maggiori quotidiani nazionali il Manifesto della razza. In questa sorta di tavola redatta da cinque cattedratici (Arturo Donaggio, Franco Savorgnan, Edoardo Zavattari, Nicola Pende e Sabato Visco) e da cinque assistenti universitari (Leone Franzi, Lino Businco, Lidio Cipriani, Guido Landra e Marcello Ricci) venne fissata la «posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza». Tra le altre adesioni al manifesto spiccano quelle di personaggi illustri - o destinati a diventare tali - come, ad esempio, Giorgio Almirante, Piero Bargellini, Giorgio Bocca, Galeazzo Ciano, Amintore Fanfani, Agostino Gemelli, Giovanni Gentile, Luigi Gedda, Giovannino Guareschi, Mario Missiroli, Romolo Murri, Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Tucci.

Con questo manifesto si dava il via a quel processo che portò alla promulgazione delle leggi razziali. La Camera le approvò il 14 dicembre 1937: dei 400 deputati in carica, erano presenti 351, che votarono a favore all’unanimità, dove tra l’altro va segnalata la presenza di quattro deputati ebrei (Guido Jung, Gino Arias, Riccardo Luzzatti e Gian Jacopo Olivetti). Il Senato le approvò il 20 dicembre, dove furono presenti solo 164 senatori su 400, dei quali solo 10 furono i voti contrari.

Dal 1938 in Europa si iniziò a respirare aria di guerra: Hitler aveva già annesso l'Austria e i Sudeti e con la successiva Conferenza di Monaco gli venne dato il lasciapassare per l'annessione di tutta la Cecoslovacchia, mentre Mussolini dopo l'Etiopia stava cercando nuove prede per non perdere il passo dell'alleato d'oltralpe.

La vittima designata venne trovata nell'Albania. In due soli giorni (7-8 aprile 1939) con l'ausilio di 22.000 uomini e 140 carri armati Tirana fu conquistata.

Il 22 maggio tra Germania e Italia venne firmato il Patto d'acciaio. Tale patto assumeva che la guerra fosse imminente, e legava l'Italia in una alleanza stretta con la Germania. Alcuni membri del governo italiano si opposero, e lo stesso Galeazzo Ciano, firmatario per l'Italia, definì il patto una «vera e propria dinamite».

Il 1 settembre 1939 60 divisioni tedesche invasero la Polonia dando il via alla seconda guerra mondiale. Rapidamente l'esercito germanico riuscì a conquistare Varsavia per poi spostare le sue attenzioni prima al nord, occupando Danimarca e Norvegia; rivolse poi le sue forze ad ovest avanzando contro i Paesi Bassi e, attraverso il Belgio, contro la Francia.

Benito Mussolini rimase in attesa degli eventi e inizialmente dichiarò l'Italia non belligerante. Quando, impressionato dalle facili e rapide vittorie della Germania e dall'imminente crollo della Francia, si convinse di una vittoria nazi-fascista e già con la testa al momento della spartizione del "bottino-Europa" dichiarò guerra alle demo-plutocrazie di Francia e Inghilterra il 10 giugno 1940. La consegna a quasi tutti i comandi era di mantenere un contegno difensivo. Il Duce era infatti convinto che, una volta arresasi la Francia, anche la Gran Bretagna avrebbe rapidamente trovato una soluzione di compromesso al conflitto.

Il 21 giugno, dopo la firma dell'armistizio franco-tedesco (il 17 giugno), 325.000 soldati italiani ricevettero l'ordine di attaccare le restanti forze francesi oltre le Alpi. Nessuno in Italia sembrò rendersi conto della capitolazione della Francia e l'azione fu giudicata malissimo dall'opinione pubblica internazionale. Franklin Delano Roosevelt arrivò a definire l'azione una «pugnalata alla schiena».

Il 24 giugno venne firmato l'armistizio italo-francese, che sanciva una smilitarizzazione in territorio francese dei 50 km vicini al confine. Le divisioni italiane avanzarono di soli 2 km, con la perdita di 6 029 uomini contro i 254 francesi.

Dopo un esordio da dimenticare, l'obiettivo per Mussolini fu l'attacco alla Grecia, che il dittatore italiano decise di attaccare senza prima avvertire l'alleato tedesco. Al grido di "spezzare le reni alla Grecia" e dopo la promessa delle dimissioni da italiano di Mussolini nel caso le truppe italiane non fossero riuscite nell'impresa, fu lanciato l'attacco il 28 ottobre. Le divisioni italiane si trovarono ben presto in difficoltà davanti ad una resistenza inaspettata, e con un equipaggiamento arretrato ed inadeguato. Hitler si vide quindi costretto a inviare la sua Wehrmacht nei Balcani per risolvere in breve tempo la situazione. La mossa peraltro rimandò di qualche tempo l'invasione della Russia (Operazione Barbarossa), tanto che lo stesso Führer, qualche anno dopo, indicò questa occasione come una delle cause della futura sconfitta tedesca.

A seguito di questa esperienza, Mussolini perse l'iniziativa e continuò ad utilizzare l'esercito italiano come supporto all'alleato tedesco, inviando le sue truppe alpine in Russia.

Dopo che in maggio le ultime unità della Prima Armata italiana si arresero in Tunisia , il 10 luglio 1943 una formidabile forza d'invasione anglo-americana riuscì a sbarcare sulle coste sud della Sicilia. Ogni resistenza, che fu per quanto possibile accanita, si dimostrò vana di fronte alla preponderanza di mezzi alleata. Il re e lo stato maggiore capirono ben presto che ormai era ora di sbarazzarsi di Mussolini, che in soli 2 anni di guerra aveva creato una situazione insostenibile. Il 25 luglio, dopo lunghe pressioni, il Duce si vide costretto a convocare il Gran Consiglio del Fascismo che votando l'ordine del giorno Grandi portò alla destituzione e all'arresto di Mussolini e al ritorno dei poteri militari al re.

Levato di mezzo Mussolini, il governo italiano iniziò a trattare la resa con i comandi Alleati che ormai stavano dilagando in Sicilia. Il 3 settembre a Cassibile (presso Siracusa) Pietro Badoglio firmò segretamente l'armistizio con l'impegno di comunicarlo alla nazione entro 15 giorni, poco prima di un programmato sbarco alleato sulla penisola.

L'8 settembre 1943 avvenne in Italia qualcosa che riempì di vergogna la corona e il governo dell'epoca: gli alleati, dopo aver avvisato Badoglio dell'impossibilità della difesa di Roma, ingiunsero l'obbligo al governo italiano di annunciare l'armistizio entro le 18.30 dello stesso giorno poiché era già stato programmato uno sbarco a Salerno. La paura iniziò ad attanagliare i vertici del paese, che arrivarono addirittura a pensare di fingere una rottura con gli anglo-americani per guadagnare tempo con i Tedeschi. All'ora prestabilita comunque Dwight D. Eisenhower annunciò alla radio l'armistizio, seguito alle 19.42 da Badoglio che concluse il comunicato con l'ambiguo verso: «Ogni atto di ostilità contro le forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.». Soprattutto quest'ultima frase, seguita dalla fuga di Badoglio e della monarchia da Roma alle 5 del mattino del 9 settembre, furono gli atti che portarono al caos che seguì quel giorno, dove nessun ordine ufficiale fu impartito, lasciando le unità sparse un po' dovunque per tutto il territorio europeo senza direttive chiare, alla mercé dei Tedeschi che ovviamente non presero per niente bene il voltafaccia degli ex alleati italiani.

Nell'Italia del sud liberata dagli Alleati e formalmente guidata dal re e dal suo governo si cercava di tornare lentamente alla normalità, ripristinando - per quanto possibile - l'ordinamento pre-fascista. Contemporaneamente Mussolini, liberato dalla prigionia dai tedeschi su ordine di Adolf Hitler, dette vita ad uno stato nell'Italia settentrionale. Si trattava della Repubblica Sociale Italiana, fondata a Salò in provincia di Brescia e riconosciuta internazionalmente solo dalle forze dell'Asse.

Per oltre due anni, dal 14 novembre 1943 fino al 25 aprile 1945, la penisola fu quindi divisa in due da una linea di confine non ben definita: una linea che continuò a spostarsi nel sempre più a nord durante il corso del conflitto, fino a che l'esercito tedesco non si ritirò completamente dal suolo italiano.

Formalmente la Repubblica Sociale Italiana nacque dal Congresso di Verona, dove i vecchi gerarchi del partito fascista si riunirono per ricreare il partito distrutto dopo l'8 settembre. Essenzialmente dal congresso uscirono: un Tribunale straordinario speciale per processare i gerarchi che il 25 luglio si erano schierati contro Mussolini; un manifesto programmatico che sancì la struttura del nuovo stato; la nascita della Repubblica sociale che prevedeva la convocazione di una Assemblea Costituente e riaffermava l'alleanza con la Germania nazista.

La Repubblica si fondò sui principi della Carta di Verona riaffermando allo stesso tempo i principi iniziali del Fascismo repubblicano persi, a detta degli estensori della Carta stessa, durante il ventennio fascista; tra questi primeggiava, per originalità, una politica economica tendente alla socializzazione delle fabbriche.

Venne anche costituito un esercito, spesso male armato, composto da reclutati a forza (pena di morte per i renitenti) e da un limitato numero di volontari. Comunque, tranne che in sporadiche occasioni, tali forze armate, in cui i comandi tedeschi non riponevano alcuna fiducia, furono usate principalmente per contrastare il crescente movimento di resistenza che si stava sviluppando nelle regioni d'Italia occupate dall' esercito nazista.

La situazione per i tedeschi verteva comunque al peggio. La Wehrmacht era ormai in ritirata su tutti i fronti e, nonostante gli sforzi di difesa sulla Linea Gotica, i rifornimenti e l'equipaggiamento non erano nemmeno lontanamente paragonabili a quello degli alleati, che potevano anche contare sul apporto delle truppe partigiane e sulla collaborazione della popolazione che era avversa all'occupazione nazista.

Tutte le principali città italiane furono abbandonate dai tedeschi davanti all'avanzata anglo-americana ed all'insurrezione generale ordinata dal CLN; i comandi nazisti in Italia decisero di trattare autonomamente la resa per assicurarsi una ritirata sicura verso la Germania.

Nel frattempo Mussolini, dopo il tentativo di un accordo parallelo, decise di aggregarsi ad una colonna tedesca per raggiungere la Germania. Fermato da un gruppo di partigiani nei pressi di Como fu imprigionato e quindi giustiziato insieme all'amante Claretta Petacci e ad altri gerarchi.

Gli altri gerarchi fascisti vennero processati e imprigionati, o addirittura giustiziati. Con la Costituzione Italiana del 1948 il Partito Nazionale Fascista venne messo definitivamente fuorilegge e la sua rifondazione fu vietata. Per anni dopo la fine della guerra si registrarono omicidi e regolamenti di conti tra fascisti e antifascisti, come vendetta per tutto quello che accadde durante il ventennio precedente.

L'entrata in guerra dell'Italia, fortemente voluta da Mussolini per non rimanere declassati dal rango di grande potenza, costerà al Paese distruzioni immani e centinaia di migliaia di morti, che solo per buona fortuna non sono stati molti di più.

L'esercito era sicuramente la forza armata peggiore che la nazione italiana possedeva. Delle 72 divisioni che Mussolini sbandierava di avere all'alleato tedesco, solo una ventina erano realmente in grado di combattere. Per di più di queste venti, alcune si trovavano sparpagliate nei vari territori che l'Italia aveva conquistato oltre confine (Albania, Etiopia). Altra nota dolente era l'equipaggiamento: le uniformi non erano sufficienti per i 6 milioni di soldati che in teoria componevano l'esercito, mentre per quanto riguarda i mezzi di trasporto, indispensabili per una guerra moderna fatta di rapidi movimenti sul campo, la situazione era anche peggiore poiché erano disponibili solo 53.000 mezzi (compresi i trattori e le ambulanze) quando, a titolo di esempio, l'esercito belga ne possedeva 90.000 e quello tedesco addirittura 500.000. La mancanza di materie prime costrinse gli italiani a dover combattere con carri armati leggerissimi se paragonati a quelli russi o inglesi, e a continui spostamenti a passo di marcia per la cronica mancanza di benzina.

Delle tre forze armate la marina era quella che sicuramente all'inizio del conflitto era in condizioni migliori: le navi non mancavano (la Regia Marina contendeva alla Marine Nationale francese la quarta posizione fra le principali flotte da guerra) ed erano relativamente moderne.

L'Italia inoltre possedeva la seconda più grande flotta sottomarina del mondo (seconda all'Unione Sovietica la quale però aveva una lunghezza di coste, e quindi una dispersione del naviglio, maggiore). I punti deboli Marina italiana furono: una serie di scelte strategiche profondamente errate, tra cui quella di non dotarsi di navi portaerei (secondo l'idea dell'ammiraglio d'armata Domenico Cavagnari, sottosegretario di Stato per la Marina, l'Italia stessa era una immensa portaerei protesa nel Mediterraneo); non dotarsi di una aviazione di marina dotata di aerosiluranti, nonostante l'industria italiana li esportasse verso altri Paesi fino alla metà degli anni '30; un coordinamento pessimo, se non inesistente, con le forze aeree; una mancanza assoluta, all'inizio del conflitto, di un piano strategico qualsiasi, se non stare sulla difensiva; una penuria cronica di carburanti, le cui risorse erano state bruciate dalle imprese militari di Spagna ed Etiopia negli anni '30 (tanto che, dallo scoppio del conflitto, la Regia Marina sarà costretta a dipendere quasi esclusivamente dai rifornimenti tedeschi); il grave ritardo, infine, sulle moderne strumentazioni necessarie ad una guerra navale a tutto campo (come il radar, il sonar, il radio goniometro e così via).

Questi ritardi furono evidentissimi nell'impiego delle forze sottomarine che, per quanto inizialmente imponenti, ottennero dei successi molto limitati subendo nel contempo perdite gravissime.

C'è poi da considerare il fatto che, a differenza delle altre maggiori potenze, l'Italia disponeva di risorse economiche limitate. Dopo aver impiegato grosse somme per l'ammodernamento delle quattro corazzate rimaste dopo il primo conflitto mondiale, e per la costruzione di quattro nuove modernissime corazzate (la classe Littorio) non rimaneva molto, e le nuove costruzioni navali durante il conflitto furono limitatissime, ridicolmente inferiori a quelle delle altre maggiori marine (la sola Germania costruì durante la guerra circa cinquecento sommergibili).

La marina ,quasi sempre senza protezione aerea indispensabile nel conflitto in corso,limitò la sua attività alle scorte dei convogli nel Mediterraneo e non avrà che un ruolo secondario nel conflitto (cosa assurda vista la primaria importanza della guerra navale per un Paese come l'Italia), subendo quasi sempre dolorose sconfitte nelle rare occasioni in cui i comandanti in mare venivano autorizzati a confrontarsi col nemico a viso aperto.

È indicativo il fatto che i maggiori risultati contro le forze navali avversarie (come l'affondamento di due navi da battaglia britanniche nel porto di Alessandria da parte dei Siluri a Lenta Corsa, noti come "Maiali", o dell'incrociatore pesante York da parte dei "barchini esplosivi"), furono ottenuti dal naviglio leggero e dai cosiddetti mezzi d'assalto. L'ingegno, la preparazione ,il coraggio del personale se non addirittura l'eroismo di molti comandanti di navi e sommergibili (questi ultimi soprattutto in Atlantico), non furono tuttavia sufficienti a supplire alla sconsiderata gestione della guerra da parte dei comandi superiori e di Mussolini.

La Regia Aeronautica possedeva già dagli anni '30 una discreta fama dovuta anche alle imprese di Italo Balbo ed era considerata all'inizio del conflitto una delle forze aeree più forti del mondo, tanto da essere temuta persino dai comandi della Royal Air Force britannica. La realtà era ovviamente diversa: dei 5.240 aerei esistenti il 10 giugno 1940, solo 3296 erano da combattimento, e di questi solo 1796 di pronto impiego. Molti meno erano quelli realmente validi e utilizzabili in un reale contesto bellico. Contrariamente alle aviazioni dell'alleato tedesco e degli avversari, quella italiana non mise a frutto le teorie formulate proprio da due ufficiali italiani, contrapposte ma egualmente efficaci, della guerra aerea indipendente e del bombardamento strategico e terroristico dei paesi avversari (Giulio Dohuet), e dell'aviazione tattica che agisse in strettissima cooperazione con le forze di terra (Amedeo Mecozzi). I pochi aerei pronti all'impiego erano ormai già superati, o stavano per esserlo. I nuovi modelli giunsero tardi e in quantità sempre insufficienti a ripianare le perdite. Inoltre, l'industria italiana non fu in grado di produrre motori neanche lontanamente paragonabili a quelli inglesi o tedeschi, tanto da dover utilizzare motori tedeschi su concessione per realizzare modelli realmente validi, come i caccia "serie 5".

Il confronto militare tra Italia e Gran Bretagna venne inizialmente interpretato come una guerra imperiale, anche se il divario tra le risorse dei due paesi era enorme. I due scacchieri, in africa settentrionale e in africa orientale, presentavano problematiche differenti. La sconsideratezza delle valutazioni del duce mise subito in una situazione critica le colonie dell'africa orientale, governate dal duca Amedeo di Savoia-Aosta. La situazione della Libia, quarta sponda italica, appariva differente e in apparenza molto migliore.

La nascita del CSIR (Corpo di Spedizioni Italiano in Russia) può essere fatta risalire al 30 maggio 1941, quando Mussolini comunicò al generale Ugo Cavallero l'alta probabilità di un attacco tedesco verso la Russia. Vennero rapidamente preparate 3 divisioni (le divisioni di fanteria "Pasubio" e "Torino" più la 3a divisione celere "Principe Amedeo d'Aosta") che giunsero in Romania dopo un viaggio di 25 giorni lungo 2 315 km. L'inizio lasciò subito presagire le pessime condizioni in cui gli italiani avrebbero dovuto combattere: il fronte si spostava talmente rapidamente che il Corpo italiano si trovò a 400 km dalla zona di operazioni costringendo i soldati a estenuanti marce a piedi, che tagliarono fuori quasi subito la divisione Torino sprovvista di mezzi di trasporto. Inizialmente comunque il comando tedesco fu restio all'utilizzo delle truppe italiane poiché giudicate a ragione non equipaggiate per una guerra simile. Anche per i tedeschi comunque la situazione non era rosea, e quando Hitler chiese a Mussolini un ulteriore apporto di uomini quest'ultimo si trovò pronto ad inviare altre divisioni (divisioni "Ravenna", "Cosseria" e "Sforzesca" seguite dalle leggendarie divisioni alpine "Julia", "Tridentina" e "Cuneense", alle quali in seguito si aggiungerà la "Vicenza" chiamata anche "Divisione Brambilla" per l'anzianità dei suoi uomini e la povertà dell'armamento) trasformando il CSIR in ARMIR (Armata Italiana in Russia) o XXXV Corpo d'Armata con un effettivo di 220.000 uomini e 7.000 ufficiali, 17.000 automezzi ma soltanto 55 carri armati.

Dopo la sconfitta di Stalingrado iniziò la tragedia della ritirata. Durante le lunghe marce di ritorno, gli alpini accerchiati dovettero combattere con ostinate unità russe che decimarono le divisioni italiane: la Tridentina perse 11.800 uomini, la Julia 15.650, la Cuneense 15.650, mentre la Vicenza ne perse 7.760. Mai, neppure nella prima guerra mondiale, gli italiani persero tanti uomini in così poco tempo. Con l'arrivo dei primi reduci le notizie delle condizioni al fronte iniziarono a circolare, facendo aumentare il malcontento della popolazione.

L'invasione della Grecia fu messa in cantiere già nel 1940 ma venne deciso di effettuarla proprio in un momento di smobilitazione dell'esercito, lasciando così il compito dell'invasione a sole 10 divisioni. Le motivazioni dell'attacco alla Grecia erano politicamente risibili, dato che si intendeva "rendere la pariglia" all'alleato tedesco vittorioso ovunque, senza tener conto della situazione sul terreno e affidandosi a non meglio confermate voci di un sicuro crollo del "corrotto" sistema politico greco. Un capolavoro di superficialità e di faciloneria che sarà pagato molto caro dai soldati italiani. La Grecia infatti resiste: il piccolo esercito greco è bene organizzato, gode del supporto militare britannico, e rispetto a quello italiano è meglio equipaggiato, oltre ad avere dalla sua il vantaggio di difendere posizioni montane molto aspre e difficili, soprattutto sul versante albanese. Subito bloccate dal fango greco, le divisioni italiane penetrano per pochi chilometri nel territorio nemico, e vengono colte dall'inverno prive del necessario equipaggiamento invernale. Quella che doveva essere una passeggiata militare fino ad Atene si trasforma in un pericoloso rovescio. I greci infatti passano al contrattacco penetrando in territorio albanese, e arrivano a minacciare la tenuta stessa del fronte. Solo disperati sacrifici delle divisioni italiane impegnate eviteranno il peggio. I comandi italiani, sostituiti vorticosamente da un Mussolini furibondo, dovranno aspettare l'intervento tedesco in primavera. La Germania interverrà per eliminare il pericolo iugoslavo (dopo la denuncia del patto tripartito con l'Asse) e nel contempo per dare manforte agli italiani contro la Grecia. Il governo greco si vedrà costretto a trattare la cessazione delle ostilità, ma prima con i tedeschi e solo dopo con gli italiani, ai quali la campagna è costata 80 mila uomini.

Mussolini decise di mandare una contingente aereo (il CAI, Corpo Aereo Italiano, al comando del generale Fougier) in Belgio per partecipare alla Battaglia d'Inghilterra. Tuttavia il comando tedesco relegò gli italiani a compiti di secondo livello data l'inadeguatezza degli aerei. L'avventura durò poco e produsse risultati allarmanti. Gran parte degli aerei furono fatti rientrare in Italia con l'aggravarsi della situazione in Libia.

Nella tabella sono riportati i POW (Prisoners Of War, cioè Prigionieri Di Guerra) e internati civili nell'Italia metropolitana, compresi i territori annessi alla provincia di Fiume, esclusi il governatorato di Dalmazia e la Provincia di Lubiana.

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Source : Wikipedia