Inghilterra

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Inviato da amalia 10/03/2009 @ 12:19

Tags : inghilterra, squadre nazionali europee, calcio, sport

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Inghilterra

Posizione dell'Inghilterra nell'Europa

L'Inghilterra (ing. England) è una delle quattro nazioni costitutive del Regno Unito. Situata nella parte centrale e meridionale dell'isola della Gran Bretagna; è la più vasta, la più popolosa e la più densamente popolata nazione del regno.

Si estende per 130.395 km², per una popolazione di 50,1 milioni di abitanti.

Il nome Inghilterra deriva dagli Angli, una delle numerose popolazioni di origine germanica che vi si insediarono nel V e VI secolo d.C , ed è spesso usato per designare l'intero Regno Unito.

Il capoluogo dell'Inghilterra è, di fatto, Londra anche se, a differenza delle altre nazioni del Regno, essa non dispone di un governo devoluto.

Già nella preistoria il territorio era abitato da popolazioni primitive, come ne testimoniano i monoliti di Stonehenge, l'imponente cerchio di pietre innalzato 5000 anni fa nella pianura di Salisbury, nel Wiltshire.

Quando i romani andarono in Inghilterra nel I secolo a.C. vi trovarono popolazioni celtiche imparentate con i Galli della Francia settentrionale (in particolare con la tribù dei Belgi), che vennero assoggettate dall'Impero Romano nel giro di un secolo. Già a partire dal IV secolo d.C. la pressione delle scorrerie sassoni, scandinave e irlandesi iniziò a rappresentare una minaccia per l'isola, non adeguatamente protetta da una efficace flotta militare. Successivamente, nel 409 d.C, i Romani lasciarono l'Inghilterra e vi subentrarono nel giro di pochi decenni popolazioni germaniche provenienti dal nord della Germania e dalla Danimarca. Fra questi, i tre ceppi più importanti, furono gli Angli, i Sassoni e gli Juti. Seguirono anche i Vichinghi scandinavi, i quali conquistarono prevalentemente la Scozia e successivamente molti paesi dell'Inghilterra. Essi conquistarono la città romana di Eburacum/Eboracum, rinominandola Jorwick, nello Yorkshire, chiamata oggi York che divenne un importante nodo commerciale oltre che la loro capitale. Nel periodo di dominazione anglosassone (VI-XI secolo) si costituì la cosiddetta Eptarchia, un sistema di sette regni, i cui più forti furono l'Anglia Orientale, che infatti diede nome all'Inghilterra (Angles-Land), la Mercia e la Northumbria. Nel 1066 d.C. il Duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore sconfisse gli Inglesi a Hastings, dando il via alla dominazione normanna. Durante il Medioevo, tutta la popolazione presente venne convertita al Cristianesimo. Qui, come in altre parti dell'Europa, si sviluppo una società feudale che fu introdotta dal duca di Normandia Guglielmo il Conquistatore , appartenente alla dinastia dei Normanni, i quali parteciparono alle Crociate. Nel Rinascimento si affermò la dinastia dei Tudor. Di questa dinastia, il più noto fu Enrico VIII, famoso per la sua poligamia, per lo Scisma d'occidente e per aver convertito la popolazione alla religione anglicana. Nel 1558 salì al trono Elisabetta I d'Inghilterra, la regina che governò per mezzo secolo, potenziò l'economia inglese ed espanse i possedimenti trans-oceanici. Per lo sviluppo dell'Inghilterra furono determinanti le scoperte geografiche: prima la scoperta dell'America, poi il giro del mondo di Magellano, spostano le rotte marittime per il commercio dal Mediterraneo all'Oceano atlantico e la flotta britannica, dominatrice dei mari, riuscì a conquistare un vasto impero coloniale che toccava tutti i continenti e forniva alla patria materie prime e prodotti esotici. Notevole fu la scoperta del té, avvenuta nel 1600 da parte di un capitano in India: ciò portò all'Inghilterra un notevole prestigio in Europa. Il 1707, con l'Atto di Unione delle corone scozzese e inglese sancì la nascita del Regno Unito. Nel 1838 salì al trono la Regina Vittoria, la più longeva tra i regnanti inglesi e prima Imperatrice. Nel 1926, l'Inghilterra rinunciò al suo impero e istituì il Commonwealth, la comunità di paesi che furono sotto la corona britannica. Fu coinvolta nelle due guerre mondiali, tanto che nella Seconda, Londra fu bombardata di continuo dall'aviazione tedesca, ma l'ostinato Winston Churchill non si arrese e, nel 1945, l'Inghilterra fu tra le potenze vincitrici. Nel dopoguerra, essa si confermò, pur in uno scenario economico-politico fortemente cambiato, una delle maggiori potenze mondiali. Oggi è un Paese fortemente multietnico: con prevalenza nella capitale, ma anche nel resto del Paese, diffusa è la presenza di cittadini di origine straniera, in prevalenza Indiani, Cinesi, Caraibici, Africani, costituente il crogiolo di etnie a cui gli inglesi si riferiscono con l'espressione ormai internazionale di melting pot.

L'Inghilterra comprende la parte centrale e meridionale dell'isola della Gran Bretagna più le isole situate a sud della Gran Bretagna: le Isole Scilly e l'isola di Wight. Confina a nord con la Scozia e a ovest con il Galles, il mare d'Irlanda e il mare Celtico, mentre nella parte orientale è bagnata dal mare del Nord. È separata dall'Europa continentale dal canale della Manica, che divide l'Inghilterra dalla Francia e lambisce tutta la costa meridionale del Paese. È collegata al continente europeo tramite il tunnel sotto la Manica (Eurotunnel).

Il territorio è per lo più collinare, a nord vi si trovano alcune aree montuose. La linea di demarcazione fra le due aree è nota come Tees-Exe line. Nella parte orientale del paese si trova una zona pianeggiante le cui paludi sono state bonificate per consentirne la coltivazione.

Le città più grandi sono: Londra, Birmingham, Leeds, Sheffield, Liverpool, e Manchester.

Il clima dell'Inghilterra è mite, umido. Le temperature sono moderate, e difficilmente scendono al di sotto dello 0°C o superano i 30 °C in estate. A nord fa mediamente più freddo, mentre la zona di Londra, il sud-est e l'ovest sono le regioni più calde. Le piogge sono frequenti ovunque, ma soprattutto nelle zone collinari e nell'ovest. Anche la nebbia è un fenomeno molto comune durante l'inverno.

L'Inghilterra, con i suoi 49 milioni di abitanti, non è solo la più popolosa ma anche la nazione con più gruppi etnici: un decimo circa della popolazione appartiene a etnie diverse da quella britannica.

Le ondate di immigrazione sono state molte, a partire dai Celti intorno al 600 a.C.. I Romani con le loro legioni giunsero tra il 50 a.C. e il 300 DC; Seguirono nel periodo 350–550 gli Angli, i Sassoni e gli Juti; nel periodo 800–900, i Vichinghi; nel 1066, i Normanni; nel 1650–1750, rifugiati dall'Europa continentale ed Ugonotti; tra il 1880 e il 1940, molti Ebrei; negli anni 1950–1985, persone originarie dell'area Caraibica, dell'Africa e dell'Asia; dal 1985 ci sono state ondate di abitanti est europei e rifugiati Curdi.

La prosperità della nazione ha anche attirato flussi di immigrazione dalle vicine Scozia e Irlanda.

La sede del governo si trova a Londra, anche se tecnicamente la città è la capitale di Inghilterra e Galles. Contrariamente alla Scozia, al Galles (entrambe a partire dal 1999) e all'Irlanda del Nord, l'Inghilterra non ha un governo e un parlamento proprio: le funzioni di governo sono esercitate da parlamento e governo del Regno Unito. Nelle decisioni riguardanti la sola Inghilterra i rappresentanti delle altre parti del regno si astengono.

L'Inghilterra è suddivisa in 9 regioni tra le quali l'area di "Greater London", escludendo quest'ultima le 8 regioni sono divise in 35 contee (counties) e 6 contee metropolitane (Metropolitan counties). Le 35 contee sono ulteriormente suddivise in 283 distretti non-urbani (Non-Metropolitan districts). Le 6 aree metropolitane, che dal 1986 non hanno organi amministrativi e consigli di governo, sono suddivise in 36 distretti metropolitani (Metropolitan districts). Contando anche i 32 distretti londinesi (boroughs) e la città di Londra (City of London, che ha status a parte) si ha un totale di 353 distretti, 354 con l'isola di Wight.

Alcuni sport, in particolare il calcio e il rugby, ma anche il basket, baseball ed il volley, l'Inghilterra ha una propria squadra nazionale, così come anche Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Non esiste infatti una nazionale di calcio britannica ma invece una nazionale di calcio inglese. Esiste però la squadra nazionale di calcio Britannica che disputa il torneo olimpico di calcio. Alle Olimpiadi infatti, tutti gli atleti del Regno Unito concorrono sotto la stessa bandiera.

Il gioco del calcio è nato proprio in Inghilterra. La squadra ha vinto l'edizione casalinga del 1966 della Coppa Rimet.

La nazionale di rugby inglese è fra le più forti del mondo, ha vinto 34 Sei Nazioni e la Coppa del mondo nel 2003.

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Nazionale di calcio dell'Inghilterra

Billy Wright, capitano dell'Inghilterra negli anni Cinquanta

La Nazionale di calcio inglese (in inglese England national football team) è la selezione calcistica rappresentativa dell'Inghilterra ed è posta sotto l'egida della Federazione calcistica inglese. Insieme a quella scozzese è la Nazionale di calcio più antica del mondo. Ha conquistato un campionato del mondo nell'edizione del 1966 giocata in casa.

La prima partita internazionale che gli annali del calcio registrino fu disputata fra le due compagini britanniche all'Hamilton Crescent di Glasgow il 30 novembre 1872 e terminò con un pareggio a reti inviolate. Da allora la nazionale albionica ha disputato oltre 800 partite internazionali contro squadre nazionali di tutto il mondo, anche se i primi confronti avvennero quasi esclusivamente all'interno delle isole britanniche sia come amichevoli, sia nell'ambito del cosiddetto Torneo Interbritannico (British Home Championship).

Alle prime edizioni delle Olimpiadi presero parte rappresentative della Gran Bretagna variamente composte, vincendo gli ori nel 1900, 1908 e 1912.

Nel 1900 il calcio era al suo esordio olimpico assoluto: in un torneo disputato da sole tre squadre trionfò la squadra dilettantistica dell'Upton Park F.C. (un sobborgo di Londra). Nel 1908 il calcio fu introdotto nel novero degli sport olimpici ufficiali: in quell'occasione, e nelle successive olimpiadi di Stoccolma, il Regno Unito fu rappresentato da un'unica squadra che raccoglieva giocatori dilettanti delle quattro federazioni. La nazionale dilettanti vinse in entrambe le competizioni, affermando nettamente la superiorità del calcio britannico in quell'epoca pionieristica.

Nonostante ciò, non è del tutto esauriente quello che si riporta da più parti, cioè che gli Inglesi si arrogassero il ruolo di inventori del calcio e, di conseguenza, non intendessero mescolarsi alle altre nazionali: la Federcalcio inglese entrò infatti a far parte della FIFA nei primissimi anni di vita della federazione internazionale (1906); tuttavia ne uscì nella seconda metà degli anni venti (per la precisione nel 1928) a causa di una serie di divergenze con i vertici (soprattutto francesi) dell'associazione.

Tra i motivi d'attrito vi era l'idea da parte della FIFA, e di Jules Rimet in particolare, di organizzare un proprio campionato del mondo di calcio alternativo al torneo olimpico: questo fatto avrebbe oscurato l'Home championship e, soprattutto, messo in crisi il sistema delle amichevoli di lusso gestito in proprio dalla potente federazione inglese. Pure, vi erano differenze di vedute sull'introduzione del professionismo nel calcio, evento già consumatosi da tempo sulle isole britanniche, ma visto ancora con sospetto da parte della dirigenza mondiale, che condivideva una visione decoubertiniana dello sport.

In tal modo la nazionale dei tre leoni (così soprannominata per via del suo stemma) non prese parte alle prime tre edizioni dei mondiali di calcio, salvo riservarsi il privilegio di mettere in palio il proprio titolo morale invitando a misurarsi con loro le squadre di volta in volta ritenute degne. Si ricordano a questo proposito i memorabili incontri con il Wunderteam di Hugo Meisl nel 1932 e con l'Italia di Vittorio Pozzo, fresca campione del mondo nel 1934 e 1938. Le due sfide con gli azzurri vennero giocate rispettivamente a Londra (3-2 per l'Inghilterra) e a Milano (2-2). La prima partita è passata agli annali come "battaglia di Highbury".

L'Inghilterra ritornò a far parte del mondo calcistico ufficiale negli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra Mondiale, quando uno spirito di collaborazione sovranazionale pareva attraversare il mondo, anche sportivo. Nel 1946 la Football Association ridivenne membro della FIFA, nel 1948 si tennero i primi giochi olimpici del dopoguerra proprio nella capitale inglese e due anni dopo anche il mondo del pallone a spicchi era pronto a ritrovare la sua competizione principale.

Il battesimo inglese nella Coppa Rimet si tenne dunque ai mondiali brasiliani del 1950, ma fu una grande delusione per gli albionici, eliminati nel girone preliminare. Dopo una vittoria per 2-0 contro il Cile, la nazionale inglese patì un'inattesa sconfitta contro gli Stati Uniti, che vinsero 1-0 (gol di Gaetjens), con gli inglesi che si videro anche parare un rigore dal portiere americano. La loro successiva sconfitta per 1-0 con la Spagna (rete di Zarra) ne affossò definitivamente le velleità di immediato riscatto.

Ma lo schiaffo peggiore per i blasonati giocatori inglesi arrivò il 25 novembre 1953, quando l'Ungheria guidata da Puskás fu la prima nazionale non britannica ad espugnare la "tana" di Wembley battendo i padroni di casa per 3-6. Pochi mesi dopo, il 23 maggio 1954 a Budapest, i magiari inflissero all'Inghilterra quel 7-1 che rimane a tutt'oggi sua la più pesante sconfitta di sempre.

Nel mondiale elvetico del 1954 fu l'Uruguay a sconfiggere gli ex maestri nei quarti di finale, mentre nell'edizione del 1958 fu necessario uno spareggio contro l'Unione Sovietica al primo turno, che vide gli inglesi uscire nuovamente sconfitti. Nel mondiale 1962 in Cile, invece, toccò al Brasile, futuro campione del mondo, eliminare gli inglesi ai quarti.

La nazionale d'oltremanica dovette attendere il mondiale casalingo del 1966 per riuscire a prevalere su tutti. La squadra si presentava in campo con i favori del pronostico, sia per il fatto di disputare la competizione con il sostegno del proprio pubblico, sia perché era finalmente in grado di schierare una formazione composta da grandi campioni come i fratelli Jackie e Bobby Charlton, Bobby Moore e Gordon Banks guidati dalla sagacia tattica di Alf Ramsey. In un mondiale che si caratterizzò per il basso livello di spettacolo, la formazione di casa superò il primo turno grazie soprattutto ad un'attenta difesa (quattro gol fatti e nessuno subito). In seguito gli inglesi regolarono non senza difficoltà l'Argentina per 1-0 (rete di Hurst al 79'). In particolare gli inglesi riuscirono a segnare solo dopo che l'arbitro tedesco dell'incontro ebbe espulso il capitano della squadra argentina Antonio Ubaldo Rattin, reo soltanto di avergli dato un'occhiata ironica dopo una decisione controversa (come dichiarò in seguito lo stesso arbitro, non gli piaceve l'espressione della sua faccia). In semifinale ebbero ragione del Portogallo, cui la classe ed un gol di Eusebio non bastarono contro la doppietta messa a segno da Bobby Charlton.

La finale contro la Germania Ovest, duecentesima partita nella storia dei mondiali, fu uno dei più memorabili match di sempre: nei novanta minuti regolamentari la Germania andò in vantaggio con Haller al 12'. L'Inghilterra riequilibrò il risultato solo sei minuti dopo con Hurst e poi passò a condurre segnando con Peters al 78'. Al novantesimo, quando i giochi sembravano fatti, Weber riportò il risultato in equilibrio segnando un gol assai contestato dai padroni di casa che lamentavano un fallo di mano dell'attaccante tedesco.

S'imponevano i supplementari, nei quali tenne la scena uno dei grandi gialli del gioco del calcio. All’undicesimo minuto del primo tempo supplementare Geoff Hurst scoccò un tiro rapido e potente indirizzato verso la porta tedesca. La palla colpì il lato inferiore della traversa, rimbalzò sulla linea e ritornò in campo. L’azione fu molto veloce e l’arbitro, lo svizzero Dienst, non fu in grado di capire se la sfera di cuoio avesse interamente oltrepassato la linea di porta e si risolse così a chiedere il parere dell'assistente più vicino, il sovietico Tofik Bakhramov, il quale convalidò il gol. Le riprese televisive dimostrarono poi in modo inequivocabile che si trattava di un goal inesistente perché la palla aveva battuto sulla linea e non aveva, come richiesto dal regolamento, superato completamente con tutto il suo volume la parte interna della linea di porta. Con la Germania sbilanciata in avanti alla ricerca del pareggio, i leoni misero a segno un altro gol proprio allo scadere, ancora con Geoff Hurst, che divenne così l'unico giocatore ad aver mai segnato una tripletta in una finale mondiale. Il risultato di 4-2 consegnò agli inventori del gioco del calcio, che ricevettero la coppa dalle mani della regina in persona, il loro primo (e finora unico) alloro planetario.

La Germania Ovest consumò la propria vendetta solo quattro anni dopo, a Messico 1970. I supplementari questa volta riuscirono fatali ai sudditi di Sua Maestà, sconfitti nei quarti ai supplementari per 3 a 2, dopo che durante il match erano passati in vantaggio addirittura di due gol. Gli inglesi non riuscirono poi a qualificarsi alla successiva edizione dei Mondiali di Germania Ovest 1974,a vantaggio della Polonia che sarebbe stata la squadra rivelazione del torneo. A seguito di questo fallimento Ramsey fu esonerato dopo undici anni alla guida della Nazionale.

I bianchi vennero traghettati attraverso una breve transizione da Joe Mercer, cui successe poco dopo Don Revie. Anche a quest'ultimo però non riuscì di centrare la qualificazione per i mondiali di Argentina 1978 a favore dell'Italia che poi sarebbe arrivata quarta nel torneo argentino, e fu costretto a lasciare.

Quella che da molti viene considerata la miglior nazionale inglese dal '66 ad oggi scese in campo nel mundial spagnolo del 1982. Per capire la reale caratura di quella nazionale basti pensare che le squadre inglesi, nelle quali militavano pochissimi stranieri, avevano conquistato tutte le edizioni della Coppa dei Campioni dal 1977 al 1982. Malgrado ciò la formazione britannica guidata da Ron Greenwood fu eliminata nella seconda fase a gironi (ancora dalla Germania Ovest), nonostante avesse fatto sino a quel momento un'ottima impressione (nessuna sconfitta e un solo gol al passivo), tanto da spingere i commentatori a includerli nel novero dei favoriti per la vittoria finale.

Greenwood fu quindi sostituito da Bobby Robson, considerato uno dei migliori allenatori della Nazionale inglese.

Fu celeberrima la partecipazione dei britannici al mondiale 1986, dovuta soprattutto alla partita dei quarti contro l'Argentina di Diego Armando Maradona. Il Pibe de Oro stese gli inglesi con due suoi gol, entrambi memorabili, l'uno nel bene, ottenuto dribblando mezza squadra avversaria in una folle corsa fino alla linea di porta (il cosiddetto Gol del Secolo), l'altro nel male, segnato grazie ad un colpo con il pugno che spiazzò il portiere Peter Shilton.

Nel mondiale italiano del 1990 gli inglesi centrarono per la seconda volta nella loro storia l'obiettivo della semifinale, dove però dovettero cedere - questa volta ai calci di rigore - alla loro "bestia nera", la Germania Ovest. Successivamente si classificarono quarti dopo essere stati sconfitti per 2-1 dall'Italia nella finalina per il terzo posto.

Robson lasciò quindi la panchina inglese per poter allenare il PSV Eindhoven.

Con grande delusione, i bianchi d'Inghilterra non si qualificarono ad USA 1994, mentre a Francia 1998 furono nuovamente sconfitti dalla rivale Argentina agli ottavi, questa volta ai calci di rigore.

Nel Mondiale nippocoreano del 2002 non seppero resistere alla folle corsa del Brasile verso il titolo di pentacampeón e dovettero cedere ai quarti a causa di un errore del portiere David Seaman su una punizione di Ronaldinho nell'azione del secondo gol verdeoro.

Qualificata per i Mondiali di calcio Germania 2006, la Nazionale inglese passò agli ottavi come prima del proprio girone. Sconfitto l'Ecuador grazie ad un calcio di punizione di David Beckham, l'Inghilterra dovette affrontare la difficile sfida con il Portogallo, nella quale i lusitani si imposero per 3-1 ai calci di rigore: per la sesta volta in dodici partecipazioni ai Mondiali gli inglesi furono eliminati ai quarti di finale. Dopo l'eliminazione al Mondiale l' allenatore Sven-Göran Eriksson è stato esonerato.

Il suo posto fu preso, già prima della rassegna mondiale, dall'ex tecnico del Middlesbrough Steve McClaren, scelta che sollevò un po' di scetticismo. Pochi mesi dopo Beckham diede l'addio alla Nazionale rinunciando alla fascia di capitano, che quindi passò a John Terry, capitano anche del Chelsea, salvo poi tornare sui suoi passi. L'avventura del nuovo CT cominciò malissimo, con una serie di deludenti risultati durante le qualificazioni al campionato d’Europa 2008 (sconfitta con la Croazia e pareggi con Israele e Macedonia). La vittoria casalinga per 3-0 contro la Russia, diretta concorrente dei britannici insieme alla Croazia, sembrò poter ipotecare la qualificazione, ma nel ritorno a Mosca i russi si imposero per 2-1, riaprendo il discorso relativo alla qualificazione. A novembre la Russia, vincendo sul campo di Israele, avrebbe ottenuto la qualificazione a scapito degli inglesi, ma fu sconfitta per 2-1. A quel punto all'Inghilterra sarebbe stato sufficiente un pareggio interno contro la Croazia già qualificata per qualificarsi, ma a Wembley i croati vinsero clamorosamente per 3-2, sancendo così l'eliminazione degli inglesi in favore della Russia, vittoriosa (1-0) in trasferta contro Andorra. Il giorno successivo alla mancata qualificazione il CT McClaren fu esonerato.

Dal 13 dicembre 2007 la compagine britannica è guidata dal tecnico italiano Fabio Capello.Quest'ultimo firma un contratto che lo lega ai "Tre Leoni" fino al 2010 sostituendo di fatto Steve McClaren.

Agli europei la nazionale inglese non ha ottenuto risultati di rilievo: si segnala un terzo posto, ottenuto nel 1968 battendo l'URSS 2-0 nella finale di consolazione dopo essere stata eliminata dalla Jugoslavia e una semifinale raggiunta nel 1996, quando ospitava la manifestazione (non era prevista la finale per il terzo e quarto posto). In quell'occasione la squadra fu sconfitta ai rigori dalla Germania, poi laureatasi campione, dopo una partita terminata 1-1 nei 120 minuti regolamentari. L'Inghilterra non è riuscita a qualificarsi per gli Europei 2008, in Svizzera ed Austria.

Una curiosità: la nazionale inglese è l'unica tra le vincitrici del titolo mondiale a non aver mai vinto il proprio titolo continentale.

Sebbene la nazionale inglese abbia giocato in vari stadi, dispone storicamente di uno stadio nazionale a Londra, il celebre Wembley. Dal 1913 fino alla costruzione del primo Wembley, la formazione inglese ha disputato i match casalinghi spesso al vecchio Highbury, storico impianto dell'Arsenal oggi demolito. Il primo e storico Wembley fu costruito successivamente e inaugurato nel 1923 e divenne un'autentica pietra miliare del calcio fino alla 2003: chiamato Tempio del Calcio infatti, in questo impianto è stato teatro di partite famosissime come la finale dei Mondiali di calcio 1966 vinti dalla stessa squadra di casa (unica volta nella storia). Vincere a Wembley era un'impresa impossibile fino agli anni '30, quando riuscì l'impresa la grande Ungheria di Puskas vincendo con un roboante 6-3, e divenne in seguito, sfatato il mito, un'impresa rara e prestigiosa.

Nel 2003 il vecchio Wembley fu abbandonato e demolito per far spazio ad un nuovo impianto che fosse in linea con le esigenze attuali calcistiche: nel periodo di transizione, la squadra ha giocato varie volte all'Old Trafford di Manchester e in altri stadi prestigiosi inglesi. Il nuovo Wembley è stato completato ed inaugurato nel 2007 ed è un impianto apprezzatissimo e all'avanguardia.

I colori indossati tradizionalmente dall'Inghilterra sono maglia bianca, pantaloncini blu notte e calzettoni bianchi. Negli anni '80 i pantaloncini erano di una tonalità di azzurro vicina al celeste, ma in genere il blu è variato spesso, anche se il blu notte è quello più tradizionale ed anche l'attuale. Dal 1998 la maglia è spesso decorata con ornamenti color rosso, per avvicinarla alla bandiera nazionale.

In trasferta altrettanto tradizionale è la tenuta rossa con pantaloncini bianchi, sebbene gli inglesi non ne ebbero bisogno fino ad una partita contro una selezione non britannica. In realtà la seconda divisa non è stata sempre rossa: dal 1945 al 1952 l'Inghilterra scendeva in campo in tenuta blu. Nel 1996 invece, durante Euro 96 tenutosi proprio in Inghilterra, il fornitore tecnico scelse un'improbabile divisa completamente grigia: questa combinazione fu utilizzata contro Bulgaria, Germania e Georgia, ma trovò scarsi consensi sia tra i tifosi, attaccatissimi alla maglia rossa sia per tradizione sia perché è la maglia con la quale l'Inghilterra ha vinto il suo unico mondiale, sia tra gli addetti ai lavori dato che il grigio poco contrastava col bianco della prima tenuta. La maglia rossa fu pertanto ripristinata dopo soli 2 anni.

L'Inghilterra ha anche avuto occasionalmente una terza maglia, situazione piuttosto rara nel panorama delle nazionali. Nei Mondiali del '70 vestì una terza divisa color celeste contro la Cecoslovacchia. Nel 1973 invece si utilizzò una divisa simile a quella del Brasile, composta da una maglia gialla e da pantaloncini azzurri, utilizzata ancora contro la Cecoslovacchia e in seguito con Polonia ed Italia. Tra il 1986 ed il 1992 ci furono varie terze maglie color celeste, tra cui una rimasta famosa tra i collezionisti con i leoni d'Inghilterra sullo sfondo, ma che furono raramente usate.

Il fornitore è da oltre 20 anni l'inglese Umbro, mentre precedentemente per un breve periodo era stata la Patrick.

Sul petto i giocatori inglesi portano lo stemma della propria federazione, uno scudo bianco bordato blu scuro con all'interno i tre leoni d'Inghilterra e le rose rosse tipiche della dinastia Tudor. Il richiamo è fortemente ispirato allo Stemma dell'Inghilterra. La differenza tra lo stemma della nazionale e quello della federazione è la scritta posta sopra, che nel primo caso è in stampatello maiuscolo "ENGLAND", nel secondo in stampatello normale "The FA". Sopra lo stemma è posta una stella che rappresenta la vittoria al Mondiale del '66.

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Nazionale di calcio dell'Inghilterra Under-21

England crest.png

Voce principale: Nazionale di calcio dell'Inghilterra.

La Nazionale inglese di calcio Under-21 è la rappresentativa calcistica Under-21 dell' Inghilterra ed è posta sotto l'egida della Federazione inglese. La squadra partecipa ai campionato europeo di categoria, che si tiene con cadenza biennale. Ha vinto due volte il campionato europeo ed ed è arrivata 5 volte in semifinale.

Elenco dei convocati al Campionato europeo di calcio Under-21 2007.

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Nazionale di rugby XV dell'Inghilterra

Il primo incontro tra Inghilterra e Nuova Zelanda (1905)

La Nazionale di rugby XV inglese (ingl. England national rugby union team) è la squadra nazionale maschile di Rugby Union (anche detto rugby XV o rugby a 15) che rappresenta l’Inghilterra in ambito internazionale; opera sotto la giurisdizione della Rugby Football Union.

Attiva dal 1871 (il primo incontro si tenne a Edimburgo il 27 marzo di quell’anno contro la Scozia e fu una sconfitta per 1-4), la Nazionale inglese è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni - nato nel 1883 come Home Nation Championship quando era disputato solo dalle quattro federazioni del Regno Unito sullo stesso modello del Torneo Interbritannico calcistico e divenuto poi Cinque Nazioni con l’ammissione della Francia - contro Galles, Irlanda, Scozia, la citata Francia e l’Italia, riportando complessivamente la vittoria (in tutte le sue denominazioni ufficiali) 35 volte, 10 delle quali ex-æquo con altre contendenti; in 12 edizioni, inoltre, ha riportato la vittoria finale vincendo tutte le gare (Grande Slam).

Finalista alla Coppa del Mondo di rugby 2007 (sconfitta dal Sudafrica), l’Inghilterra ha partecipato a tutte le edizioni di tale torneo, istituito dall’International Rugby Board nel 1987, e in altre due occasioni a parte la citata è giunta alla finale, vincendo quella del 2003 contro l’Australia e perdendo quella del 1991, sempre contro l’Australia. Attualmente l’Inghilterra occupa il 6° posto del ranking mondiale IRB dopo la Nuova Zelanda, il Sudafrica, l’Australia, l’Argentina e il Galles. Il commissario tecnico in carica è l’ex giocatore e campione del mondo nel 2003 Martin Johnson, che ricopre l’incarico dal 1° luglio 2008.

La storia della nazionale inglese di rugby a 15 coincide in larga parte con quella della disciplina stessa, almeno nella forma regolamentare con la quale è giunta fino ai giorni nostri.

Il gioco del rugby si diffuse nel Regno Unito nella prima metà del XIX secolo grazie agli ex alunni provenienti dalle scuole private inglesi, in particolare da quelle, giustappunto, di Rugby, la cittadina del Warwickshire a cui vengono attribuiti i natali della disciplina omonima. Essi portarono il gioco nelle università (il primo club accademico nacque a Oxford nel 1839), nella Capitale, che vide la nascita del suo primo club intorno al 1860, e nelle contee.

Il 26 gennaio 1871 la Rugby Football Union codificò le regole del gioco e il 27 marzo di quello stesso anno la neonata nazionale si confrontò con la Scozia a Edimburgo in quello che fu anche il primo match ufficiale internazionale della storia del rugby. Di fronte a un pubblico di circa 4.000 spettatori, gli scozzesi prevalsero grazie a una meta e a un drop tra i pali contro una meta inglese.

Quello contro la Scozia fu il primo di una lunga serie di confronti (125 a tutto il 2008, pari a quasi un quinto dei test match ufficiali disputati dagli inglesi) tra le due Nazionali britanniche, che vedono a tutt’oggi prevalere gli inglesi per 66 incontri a 42, più 17 pareggi.

Scozia e Inghilterra inaugurarono la consuetudine di incontrarsi almeno una volta l’anno, e infatti la prima occasione di rivincita fu il 5 febbraio 1872: a Londra gli inglesi vinsero 8-3 (3 mete di cui una trasformata e un drop a testa). Il terzo incontro fu disputato nel 1873 a Glasgow e si risolse in un pareggio per 0-0. Di nuovo a Londra, con una vittoria inglese, fu il quarto match tra le due nazionali (1874). La Nazionale di casa si impose per 3-1 (un drop inglese contro una meta scozzese).

L’anno successivo (15 febbraio 1875) l’Inghilterra tenne a battesimo l’Irlanda a Londra, battendola per 7-0 e la rivincita, che si tenne in dicembre, vide gli inglesi prevalere di nuovo. Fino al 1880 l’Inghilterra continuò ad avere regolari incontri con le nazionali scozzese e irlandese, sempre vinti. Nel 1879 Scozia e Inghilterra disputarono la prima edizione della Calcutta Cup (trofeo da mettersi in palio annualmente tra le due squadre in partita unica) e nel 1880 fu l’Inghilterra la prima ad aggiudicarsi il trofeo a Manchester, dopo il pareggio dell’anno prima a Glasgow.

Nel 1881 fu il Galles a esordire sulla scena internazionale, anche per esso fu l’Inghilterra la sua prima avversaria. A Londra, il 19 febbraio di quell’anno, la squadra di casa batté gli esordienti gallesi per 30-0, fino a quel momento il miglior risultato inglese. La rivincita in Galles, a Swansea, fu un’altra vittoria inglese anche se meno netta (10-0).

Nel 1883 prese vita il torneo tra le quattro Nazionali del Regno Unito, l’Home Championship: la prima vincitrice fu proprio l’Inghilterra, che nell’occasione fece punteggio pieno e portò a casa la Calcutta Cup.

Delle 23 edizioni dell’Home Championsip disputate fino al 1910, anno in cui il torneo fu aperto anche alla Francia divenendo Cinque Nazioni, l’Inghilterra ne vinse 6, di cui 2 a pari merito con la Scozia e riportando in due occasioni, la citata edizione inaugurale del 1883 e quella del 1891, il Grande Slam, riconoscimento riservato alla nazionale che vinca tutti gli incontri del torneo. Tra il 1896 e il 1901 invece vi fu uno tra i periodi più infruttuosi per la Nazionale: solo una vittoria nel torneo del 1897 e in quello del 1898 (poi interrotto) e due Whitewash (tre sconfitte su tre incontri) nel 1899 e 1901. Tale performance negativa fu replicata più tardi, nel 1905.

Non mancarono anche momenti di tensione: alla fine degli anni ottanta, feroci dispute di carattere regolamentare avevano posto l’Inghilterra in contrasto con le altre tre federazioni britanniche. Il culmine si ebbe nel 1888 a seguito della nascita dell’International Rugby Board (1886): gli inglesi chiedevano una maggiore rappresentatività in seno all’organizzazione, come condizione irrinunciabile per aderirvi; tali condizioni furono considerate inaccettabili dalle altre federazioni, quindi, di fronte all’ultimatum della neonata IRB di non disputare incontri internazionali contro federazioni non affiliate, nel 1889 e 1890 l’Inghilterra rimase fuori dall’Home Championship. Un arbitrato risolse nel 1890 quella che divenne famosa come la Grande Disputa: l’Inghilterra ebbe 6 rappresentanti nell’IRB e le altre tre federazioni britanniche ne ebbero 2 ciascuno, sì da impedire agli inglesi di cambiare unilateralmente i regolamenti, ma al contempo di inibire alle altre federazioni la possibilità di fare modifiche senza il consenso inglese. Questo permise il ritorno, nel 1891, dell’Inghilterra all’attività internazionale.

Il 1889 vide il primo incontro dell’Inghilterra contro una selezione esterna al Regno Unito: il 16 febbraio a Londra gli inglesi incontrarono e sconfissero per 7-0 i New Zealand Natives nel corso del primo tour europeo di questi ultimi.

Del 1905 è invece il primo match contro gli All Blacks neozelandesi, conclusosi con una sconfitta per 0-15, che non ammise rivincita fino al 1936, quando gli inglesi vinsero il loro primo incontro con gli oceanici; nel 1906 fu altresì il turno della prima volta contro la Francia, incontrata e battuta al Parco dei Principi di Parigi per 35-8 il 22 marzo 1906, nel quadro degli incontri dell’Home Championship di quell’anno. Ancora nel 1906 l’Inghilterra disputò il suo primo match contro il Sudafrica, a Londra: il risultato fu un pareggio per 3-3 (una meta per parte, nel frattempo portata a 3 punti). Fino al 1969 gli inglesi non riuscirono mai a sconfiggere gli Springboks. Fu una sconfitta anche l’esordio contro l’altra potenza oceanica, l’Australia: 3-9 fu il risultato con cui gli Wallabies sconfissero gli inglesi a Blackheat. In questo caso occorsero solo 19 anni per la rivincita: il secondo incontro, disputato nel 1928, vide l’Inghilterra prevalere per 18-11.

Il 1910 vide l’inaugurazione dello stadio di Twickenham, da allora la sede fissa della Nazionale inglese. L’impianto fu inaugurato con una vittoria sul Galles che significò anche la conquista del Cinque Nazioni di quell’anno.

La contemporanea ascesa del club dall’uniforme multicolore degli Harlequins, che per lungo tempo condivise con la Nazionale il terreno di gioco di Twickenham e che si caratterizzava per un gioco aggressivo e spettacolare, inaugurò un periodo d’oro per il rugby inglese che durò per tutto il quinquennio precedente alla Grande Guerra: l’Inghilterra non rivinse il titolo nel 1911, ma vinse ex-æquo con l’Irlanda quello del 1912 per poi conquistare a mani basse quelli del 1913 e 1914 con due Grandi Slam consecutivi. La guerra fermò l’attività internazionale e anche il periodo postbellico, con tutte le sue difficoltà, non permise di riprendere a giocare fino al 1921: in quell’anno l’Inghilterra, detentore dell’ultimo Cinque Nazioni disputato, mise a segno il terzo Grande Slam consecutivo e mantenne il trofeo. Con quella vittoria si chiuse così il primo mezzo secolo di vita della nazionale di rugby più antica del mondo.

Nelle 18 stagioni successive, l’Inghilterra consolidò la sua posizione predominante in seno alle quattro Home Nation e si propose come unica sfidante di rango sia nei confronti delle avversarie continentali (all’epoca, e per lungo tempo, di fatto solo la Francia) che, soprattutto, di quelle dell’emisfero meridionale (Sudafrica, Australia e in particolar modo Nuova Zelanda).

Il periodo tra le due guerre fu quello che vide il rugby XV coinvolto nella prima grande evoluzione tattica della sua storia: sostanzialmente immutato dalla fine del secolo XIX, quando i club del Nord si staccarono per dare vita alla variante professionistica del gioco, il Rugby League o rugby XIII, vide trasformato il ruolo di alcuni elementi fino ad allora sostanzialmente statici, come le terze linee, in giocatori dinamici capaci di proporre gioco. Il precursore e principale artefice di tale evoluzione fu la terza linea flanker Wavell Wakefield, per più di 10 stagioni giocatore di spicco degli Harlequins e della Nazionale, che in seguito divenne deputato alla Camera dei Comuni e presidente della Rugby Football Union. Il suo ruolo nello sport britannico gli fu riconosciuto in vita con il conferimento del titolo nobiliare di Lord e, postumo, con l’ingresso nella International Rugby Hall of Fame.

La squadra conquistò 4 tornei del Cinque Nazioni (1923, 1924, 1928 e 1930, i primi tre dei quali con il Grande Slam) e altrettanti Home Championship, così rinominato dopo l’espulsione della Francia per passaggio al professionismo nel 1931 (1932 ex æquo con l’Irlanda, 1934 e 1937 con la Triple Crown che di fatto, per l’assenza della Francia, significava anche il Grande Slam, e 1939 ex æquo con il Galles e, ancora, Irlanda).

I due momenti memorabili di quel periodo furono tuttavia, indubbiamente, la vittoria di Twickenham per 18-11 contro l’Australia del 7 gennaio 1928 e, soprattutto, il netto 13-0 che gli inglesi imposero nello stesso stadio alla Nuova Zelanda il 4 gennaio 1936 davanti a 70.000 spettatori, per quella che a tutt’oggi rimane l’affermazione più netta dei Lions sugli All Blacks. Due mete furono marcate da un personaggio singolare, il principe russo naturalizzato britannico Aleksandr Obolenskij, che disputò in tutta la sua carriera internazionale solo quattro incontri per l’Inghilterra e morì a soli 24 anni per un incidente aereo durante la guerra. La vittoria inglese, tra l’altro, impedì ai neozelandesi di fare il pieno contro tutte e quattro le nazionali delle Isole Britanniche durante il loro tour europeo del 1935/36. Unico motivo di rammarico di quel periodo fu la sconfitta interna contro i sudafricani (occorsa esattamente tra le due vittorie summenzionate, il 2 gennaio 1932) incontrati nel corso del loro tour del 1931/32: a Twickenham gli Springboks si imposero 7-0.

La vittoria nel Cinque Nazioni del 1939 fu comunque, e per lungo tempo, l’ultimo atto del rugby inglese e, più in generale, continentale, a causa della guerra incombente, e che esplose il 1° settembre successivo.

Nel 1947 riprese l’attività internazionale dell’Inghilterra e delle altre nazionali delle Isole Britanniche. Riprese l’Home Championship, nuovamente nominato Cinque Nazioni per via della riammissione della Francia, che i Lions vinsero a pari merito del Galles. L’anno successivo gli inglesi evitarono il Whitewash solo grazie a un pareggio, ma in generale il team non ebbe grandi risultati nei primi anni cinquanta: nel loro tour del 1951/52 gli Springboks sconfissero 8-3 gli inglesi a Twickenham il 5 gennaio 1952; nel 1953 gli inglesi riuscirono invece a rivincere il Cinque Nazioni senza perdere un incontro (unica mancata vittoria, il pareggio contro il Galles) e, nel 1957, fecero il Grande Slam. La vittoria fu confermata anche l’anno succesivo, sebbene solo con due vittorie e due pareggi.

L’Inghilterra aprì gli anni sessanta ancora contro il Sudafrica impegnato nel suo tour 1960/61 e fu ancora una volta una sconfitta, per 0-5 a Twickenham il 7 gennaio 1961. In quel periodo, a dominare il Cinque Nazioni era la Francia che vinse quattro edizioni consecutive dal 1959 al 1962, una delle quali ex æquo con la stessa Inghilterra. I Lions interruppero la striscia francese nel 1963 per quello che fu l’ultimo torneo conquistato nel decennio.

Sempre nel 1963 la squadra partì per un minitour nell’emisfero meridionale, perdendo contro la Nuova Zelanda due volte, per 11-21 (25 maggio) e 6-9 (1° giugno) e poi contro l’Australia 9-18 (4 giugno). Quando l’anno seguente gli All Blacks restituirono la visita nel corso del loro tour 1963/64, si imposero anche a Twickenham per 14-0.

L’anno peggiore del decennio fu il 1966 che vide l’Inghilterra senza vittorie: solo un pareggio (6-6) contro l’Irlanda nel Cinque Nazioni. Unico motivo di soddisfazione, la prima vittoria contro il Sudafrica, a Twickenham il 20 dicembre 1969 per 11-8, sotto la guida di Don White, il primo allenatore ufficialmente investito della carica di Commissario Tecnico della Nazionale.

La Nazionale inglese compì i suoi cent’anni di vita nel 1971 e la celebrazione coincise con una tribolata e faticatissima vittoria a Tokyo contro il Giappone (6-3). Fu, quel decennio, tra i più duri per il rugby inglese e, più in generale, quello britannico. Se da un lato, infatti, gli inglesi riportarono vittorie di prestigio contro Sudafrica (18-9, 3 giugno 1972), Nuova Zelanda (16-10, 15 settembre 1973) e Australia (23-6, 3 gennaio 1976), il sempre crescente conflitto tra il governo di Londra e gli indipendentisti dell’Irlanda del Nord provocò gravi ripercussioni anche sugli eventi sportivi.

Già il Torneo Interbritannico di calcio era stato messo a rischio, ma il Cinque Nazioni era più esposto in quanto rappresentava la più importante manifestazione rugbystica europea dell’epoca: dopo il Bloody Sunday (30 gennaio 1972) e il conseguente attentato incendiario all'ambasciata britannica a Dublino, i rugbysti britannici ricevettero lettere minatorie e i giocatori di Galles e Scozia si rifiutarono di disputare le loro gare esterne in Irlanda. L’anno successivo, invece, l’Inghilterra decise di andare a Dublino a disputare il suo incontro, e ricevette una standing ovation di cinque minuti. Nonostante la sconfitta per 9-18 il capitano inglese John Pullin rilasciò una dichiarazione nel dopopartita che divenne famosa: «Non saremo un gran che, ma almeno a giocare ci veniamo». Particolare curioso, a tutt’oggi rimasto caso unico nella storia della competizione, quell’edizione del Cinque Nazioni fu vinta ex æquo da tutte e cinque le partecipanti, che chiusero ciascuna con due vittorie e due sconfitte.

Il giocatore di spicco in quel decennio difficile fu Bill Beaumont: questi, seconda linea del Fylde, divenne capitano e leader della Nazionale, che guidò al Grande Slam nel Cinque Nazioni 1980, il primo dopo 23 edizioni. Convocato anche nei British Lions, fu il primo inglese dopo 50 anni a vestire la fascia da capitano di tale selezione in un test match ufficiale.

A parte il Grande Slam e la summenzionata edizione del 1973, la vittoria inglese del 1980 fu notevole in quanto l’ultima edizione vinta in solitaria risaliva al 1963. Tuttavia, nonostante le premesse, l’Inghilterra non vinse nulla per tutto il decennio (il successivo Cinque Nazioni arrivò solo nel 1991). Gli anni ottanta videro anche il primo test match ufficiale dell’Inghilterra contro l’Argentina a Buenos Aires (19-19 il risultato dell’incontro disputatosi il 30 maggio 1981) e alcuni dei più insoliti episodi avvenuti intorno alla Nazionale: il 3 gennaio 1982, nell'intervallo del vittorioso match contro l’Australia (15-11), la (all’epoca) ventiquattrenne Erica Roe si produsse in uno streaking (attraversamento di corsa del campo di gioco senza indumenti addosso) sull’erba di Twickenham che la rese famosa e che la consegnò alla cronaca come autrice della più famosa corsa svestita della storia del rugby; successivamente, nel Cinque Nazioni, nel pranzo post-vittoria contro la Francia a Parigi, fu offerto un flacone-regalo di colonia a ciascun giocatore. La seconda linea Maurice Colclough svuotò il flacone, lo riempì di vino bianco e se lo bevve tutto, inducendo un suo compagno di squadra, Colin Smart, a pensare che anche il flacone a lui destinato contenesse vino. Quindi lo bevve tutto d’un fiato ed entro un’ora si ritrovò all’ospedale per una lavanda gastrica. Un altro compagno di squadra commentò: «Immagino che Colin non se la sia passata bene, però aveva l’alito più profumato che io abbia mai sentito».

Nel 1983 arrivò anche il Cucchiaio di Legno al Cinque Nazioni, frutto di un pari e tre sconfitte: salvò parzialmente l’annata la vittoria (19 novembre) per 15-9 contro gli All Blacks a Twickenham; l’anno successivo, tuttavia, durante un loro tour in Sudafrica, gli inglesi persero due incontri contro gli Springboks (15-33 il 2 giugno a Port Elizabeth e 9-35 il 9 giugno 1984 a Johannesburg; inoltre il 3 novembre l’Australia vinse 19-3 a Twickenham . Anche il 1985, a parte l’incerto andamento nel Cinque Nazioni, vide la squadra inglese sconfitta in due top match, durante il loro tour oceanico, dagli All Blacks, per 13-18 (1° giugno) e per 15-42 (8 giugno).

L’IRB, nel frattempo, aveva istituito la Coppa del Mondo di rugby: l’Inghilterra fu tra le selezioni ammesse d’ufficio all’edizione inaugurale di tale competizione, programmata per il 1987 congiuntamente in Australia e Nuova Zelanda.

La neonata Coppa del Mondo rispecchiava l’intento della IRB di istituire un banco di prova sul quale - a cadenza predefinita - le varie squadre nazionali del mondo potessero stabilire un termine di confronto avente caratteristiche di inequivocabilità (e quindi, in un dato lasso di tempo e nelle stesse condizioni ambientali, slegate da tornei a inviti o a partecipazione limitata, nonché i vari tour) e, cosa più importante, sancire ufficialmente quale nazionale potesse avere il diritto a fregiarsi del titolo di campione del mondo, riconoscimento fino ad allora inesistente e affidato a vaghe, ed estemporanee, classifiche di rendimento.

La prima Coppa del Mondo vide l’Inghilterra affrontare il girone di qualificazione contro Australia, Giappone e Stati Uniti. I risultati furono rispettivamente 6-19, 60-7 e 34-6, che diedero ai Lions la qualificazione come secondi del girone. Successivamente, ai quarti di finale, gli inglesi furono sconfitti per 3-16 dal Galles ed eliminati.

La seconda Coppa del Mondo fu organizzata proprio in Inghilterra (con alcuni incontri ospitati da Francia, Galles e Scozia), e la squadra di casa vi arrivò al termine di un triennio con luci e ombre: sette vittorie in tre edizioni complessive del Cinque Nazioni (uno dei quali, quello del 1990, vinto dalla Scozia con il Grande Slam) e due sconfitte in altrettanti test match contro l’Australia nel 1988 (19-28 il 29 maggio e 8-28 il 12 giugno), parzialmente riscattate dalla rivincita inglese sugli Wallabies a Twickenham (28-19, 5 novembre). Il 1991 per contro iniziò bene, con la conquista del Cinque Nazioni con il Grande Slam, anche se nel prosieguo di stagione giunse un’inaspettata sconfitta a Buenos Aires contro una squadra di dilettanti argentini.

Il primo girone della Coppa del Mondo vide l’Inghilterra opposta a Nuova Zelanda, Italia e Stati Uniti. Sconfitta nel top match per 12-18 dagli All Blacks, la squadra si riprese contro l’Italia (in quello che fu il primo incontro ufficialmente riconosciuto come test match dall’IRB tra le due Nazionali) per 36-6 e successivamente, battendo gli Stati Uniti 37-9, incassò la qualificazione ai quarti. Lì incontrò la Francia al Parco dei Principi di Parigi e, al termine di una partita accesissima e caratterizzata da strascichi fortemente polemici, prevalse 19-10. La successiva partita, di semifinale, vide gli inglesi opposti agli ultrarivali scozzesi nella loro roccaforte di Murrayfield a Edimburgo: i Lions la espugnarono vincendo 9-6 e raggiunsero la finale di Twickenham dove trovarono l’Australia. Davanti a spalti gremiti di tifosi inglesi, la Nazionale di casa perse 6-12 e il titolo di campione del mondo andò agli Wallabies.

Il quadriennio che accompagnò l’Inghilterra alla III Coppa del Mondo iniziò con il secondo consecutivo Grande Slam, al Cinque Nazioni 1992, bissato proprio nell’anno della competizione, nel 1995. Nel mezzo, tre sconfitte e cinque vittorie complessivamente tra le edizioni 1993 e 1994, più due vittorie di prestigio a Twickenham, la prima contro il Sudafrica - che si riaffacciava sul grande palcoscenico dopo l’esclusione internazionale dovuta al regime di apartheid - per 33-16 il 14 novembre 2002, la seconda contro gli All Blacks per 15-9 il 27 novembre 1993; il 1994, inoltre, si chiuse con solo due sconfitte, quella nel Cinque Nazioni e la rivincita contro il Sudafrica, che passò per 15-32 a Twickenham il 4 giugno 1994.

L’IRB, per celebrare la fine dell’apartheid in Sudafrica, decise di affidare a quel Paese l’organizzazione della Coppa del Mondo 1995. L’Inghilterra fu sorteggiata, in prima fase, nel girone insieme con Argentina, Samoa e Italia. I Lions dovettero venire a capo di due incontri molto combattuti, sia contro i Pumas (sconfitti 24-18) che contro gli Azzurri (27-20) per giungere alla qualificazione ai quarti, ai quali accedettero come primi del girone dopo la vittoria su Samoa per 44-22. Il successivo turno diede agli inglesi l’occasione di prendersi la rivincita sugli Wallabies, vincitori della finale di quattro anni prima: gli australiani furono sconfitti per 25-22 e ad attendere l’Inghilterra in semifinale vi furono gli All Blacks che batterono i Lions per 45-29. Mentre il Sudafrica batteva i neozelandesi in finale, l’Inghilterra perdeva anche la finale per il terzo posto contro la Francia.

Il 26 agosto 1995 l’International Rugby Board decretò la fine delle restrizioni al professionismo nel rugby XV; se da un lato la manovra aveva lo scopo di mettere fine a equivoci come lo pseudo-dilettantismo (di giocatori formalmente dilettanti ma spesso retribuiti sottobanco), dall’altro si prefiggeva quello, ben più importante, di contrastare l’avanzata del rugby XIII (nato alla fine del XIX secolo come risposta e opposizione professionistica proprio al rugby XV), soprattutto nei Paesi dove esso era maggiormente diffuso (Australia, nord del Regno Unito, Sudafrica). In particolare, il campionato d’eccellenza di rugby XIII australiano, il Super League, costituiva un forte richiamo per i giocatori di rugby XV per via degli alti ingaggi che esso garantiva. Il primo atto del rugby XV professionistico fu l’istituzione nell’Emisfero Sud, a livello di club, del SANZAR, un campionato di Lega trasversale gestito dalle federazioni di Sudafrica, Australia e Nuova Zelanda; a livello internazionale, invece, il Tri Nations, disputato dalle tre Nazionali. Per quanto riguarda invece le Isole Britanniche, il passaggio al professionismo significò anche la migrazione al rugby XV (o la mancata emigrazione da esso) di giocatori di rilievo internazionale: il caso più famoso di tutti fu quello di Jason Robinson, che da rugbysta a XIII disputò incontri internazionali sia per il Regno Unito che per l’Inghilterra, giungendo anche a disputare la finale di Coppa del Mondo di tale disciplina e poi, migrato al rugby XV, ne vinse la relativa Coppa del Mondo con la Nazionale inglese.

Il cammino di avvicinamento alla Coppa del 1999 fu uno dei più criticati e sofferti della Nazionale del dopoguerra: dapprima insorsero problemi con le altre federazioni a causa dell’accordo stipulato tra la BSkyB di Rupert Murdoch e la Rugby Football Union per la trasmissione degli incontri interni della Nazionale inglese nel Cinque Nazioni: in pratica le gare casalinghe dell’Inghilterra furono rese disponibili solo a pagamento, mentre quelle delle altre squadre britanniche continuarono ad andare in onda sui canali della BBC. Questo spinse le altre federazioni a minacciare quella inglese di espellerla da future edizioni del torneo per rimpiazzarla con l’Italia, che già da tempo aveva avanzato formale richiesta di entrare a far parte della competizione come partecipante fissa. La minaccia successivamente rientrò a fronte dell’impegno, alla scadenza del contratto con BSkyB, di contrattare collettivamente i diritti televisivi del torneo.

Ma un altro problema, ben più serio, sopravvenne a complicare l’attività internazionale della Federazione: a partire dall’avvento del professionismo nel rugby XV britannico, i giocatori nel giro della Nazionale furono coinvolti nella battaglia politico-sportiva tra i loro club d’appartenenza e la Rugby Football Union; tale conflitto fu chiamato Clubs vs. country e riguardò essenzialmente gli indennizzi dovuti ai club per l’utilizzo dei loro uomini in Nazionale. La prima grossa occasione di scontro si ebbe in vista del tour nell’Emisfero Sud del 1998, quando numerosi club inglesi di Premiership si rifiutarono di liberare i propri giocatori per la Nazionale. Toccò in sorte alla vecchia gloria Clive Woodward (già facente parte del XV vincitore del Grande Slam nel Cinque Nazioni 1980), promosso C.T. un anno prima, di guidare l’Inghilterra attraverso quello che divenne «il tour infernale»: se a fine 1997 l’Inghilterra era riuscita a pareggiare con un tutto sommato soddisfacente 26-26 a Twickenham contro la Nuova Zelanda (6 dicembre) dopo che gli stessi All Blacks avevano vinto 25-8 due settimane prima a Manchester (22 novembre), nel tour che partì a giugno 1998, che faceva seguito alla perdita del Cinque Nazioni per mano della Francia, a causa della mancata concessione di numerosi giocatori da parte dei club Woodward fu costretto ad allestire una formazione d’emergenza la quale, se pure riuscì a non crollare contro gli All Blacks (22-64 il risultato finale) e a limitare i danni contro gli Springboks (0-18), non riuscì tuttavia a evitare all’Inghilterra la sconfitta più umiliante della sua storia, un disastroso 0-76 incassato dall’Australia a Brisbane il 6 giugno 1998.

L’Inghilterra fallì anche nell’ultimo Cinque Nazioni, quello del 1999 (l’anno successivo divenne Sei Nazioni con l’arrivo dell’Italia), che andò agli scozzesi. La IV Coppa del Mondo fu organizzata dal Galles, con incontri anche in Scozia, Francia e nella stessa Inghilterra la cui Nazionale, quindi, giocava praticamente in casa. In effetti gli incontri dei Lions nella fase a gironi furono disputati a Twickenham: opposta a Italia, Tonga e Nuova Zelanda ebbe vita facile contro le prime due, vincendo rispettivamente per 67-7 e 101-10, ma cedette agli All Blacks 16-30, cosa questa che la costrinse allo spareggio tra le seconde per l’accesso ai quarti di finale.

Superato l’ostacolo-Figi (45-24), l’Inghilterra si fermò ai quarti a Parigi contro il Sudafrica (21-44) e a disputarsi la finale a Cardiff furono Australia e Francia, vittoriose rispettivamente su Springboks e All Blacks. Alla fine gli oceanici si laurearono campioni del mondo per la seconda volta.

Un deciso cambio di rotta avvenne nel 2000: il primo torneo a chiamarsi Sei Nazioni fu vinto dai Lions nonostante la sconfitta finale contro la Scozia per 13-19 che impedì loro di conseguire il primo Grande Slam da 5 incontri.

AUSTRALIA - INGHILTERRA 17-20 d.t.s.

Marcatori: 6’ Tuqiri mt; 11’, 20’, 28’ e 82’ Wilkinson c.p.; 38’ Robinson mt.; 47’, 61’ e 80’ Flately c.p; 100’ Wilkinson drop.

AUSTRALIA: Rogers, Sailor, Mortlock, Flatley, Tuqiri, Larkham, Gregan, Lyons, Waugh, G. Smith, Sharpe, Harrison, Baxter, Cannon, Young. A disposizione: Paul, Dunning. Giffin, Cockbain, Whitaker, Giteau, Roff. C.T.: Eddie Jones.

INGHILTERRA: Lewsey, Robinson, Greenwood, Tindall, Cohen, Wilkinson, Dawson, Dallaglio, Back, Hill, Kay, Johnson, Vickery, Thompson, Woodman. A disposizione: West, Leonard, Corry, Moody, Bracken, Catt, Balshaw. C.T.: Clive Woodward.

Arbitro: André Watson.

A causa di un’epidemia di afta epizootica nel Regno Unito, il Sei Nazioni 2001 fu dilazionato e le ultime partite vennero disputate in settembre e ottobre: l’Inghilterra rivinse il titolo, ma anche in tale occasione senza il Grande Slam a causa dell’incontro perso contro l’Irlanda a Lansdowne Road.

Nel frattempo, la polemica tra club e Federazione non accennava a diminuire, quindi la Rugby Football Union diede vita nel 2001, di concerto con i principali club inglesi, a England Rugby, un organismo di coordinamento dei club e dell’attività internazionale. Federazione e club si accordarono per fissare un tetto massimo al numero di incontri internazionali stagionali per i giocatori d’élite (un gruppo di 50/60 rugbysti scelti dalla federazione), al fine di ridurne al minimo il rischio di logorìo e infortuni; fu altresì prevista contropartita economica verso i club a titolo di indennizzo. Con queste premesse il C.T. Woodward poté lavorare su un gruppo scelto di giocatori e preparare la squadra in vista della Coppa del 2003.

Nel 2002, la Francia vinse il torneo e il Grande Slam, ma l’Inghilterra, seconda, vinse il Triple Crown. In quello stesso giugno la squadra, capitanata da Phil Vickery e con cinque nuove leve, andò a Buenos Aires a battere una forte Argentina 26-18 e, nel successivo novembre, riportò un prestigioso filotto, inanellando a Twickenham tre convincenti vittorie contro le altrettante potenze dell’emisfero sud: prima fu la volta degli All Blacks, sconfitti il 9 novembre per 31-28, poi degli Wallabies campioni del mondo, battuti una settimana più tardi per 32-31 con l’esterno Ben Cohen (nipote del calciatore George Cohen che vinse il campionato del mondo 1966 con la nazionale inglese di calcio) sugli scudi e autore delle due mete inglesi; infine il 23 novembre fu il turno degli Springboks, addirittura umiliati con un 53-3 che rappresenta tuttora la miglior vittoria inglese contro i sudafricani.

Il 2003 si aprì con il Grande Slam nel Sei Nazioni e il 1° posto nel ranking mondiale IRB: dopo aver battuto nella gara d’apertura la Francia detentrice del trofeo e il Galles, l’Inghilterra sconfisse le altre tre avversarie realizzando sempre almeno 40 punti. A confermare l’eccellente preparazione tecnica e lo stato di forma giunsero in giugno le vittorie, nel tour premondiale, in casa della Nuova Zelanda a Wellington per 15-13 e dell’Australia a Melbourne per 25-14.

Con tali credenziali, l’Inghilterra si presentò alla Coppa del mondo 2003 in Australia tra le favorite alla vittoria finale. In effetti, già fin dal girone di qualificazione, nella nuova formula a cinque squadre, la squadra fece subito capire di non essere intenzionata a far concessioni a chicchessia: dopo aver sconfitto la Georgia 84-6, i Lions affrontarono e sconfissero il Sudafrica 25-6 guadagnando virtualmente il primo posto del girone già dopo due incontri. A conti fatti risultò più impegnativa la partita contro Samoa, vinta per 35-22, prima di chiudere con un 111-13 all’Uruguay che non ammise repliche.

Opposta nei quarti di finale al Galles, l’Inghilterra vinse il derby interbritannico per 28-17 e si apprestò a disputare la sua terza semifinale in cinque edizioni. Ad attenderla c’era la Francia, che quattro anni prima era arrivata fino alla finale: 24-7 fu il punteggio con cui i Lions superarono i Bleus e conquistarono il diritto alla finale, dove trovarono i padroni di casa dell’Australia.

Il 22 novembre 2003 andò in scena a Sydney un incontro di alto tasso tecnico, spettacolare ed emozionale dinanzi a 83.000 spettatori: subito sotto 0-5 per una meta di Tuqiri, l’Inghilterra ribaltò a suo favore la situazione con tre piazzati di Wilkinson, poi una meta di Robinson fissò il punteggio sul 14-5 prima dell’intervallo. I Lions dovettero subire nella ripresa il ritorno degli Wallabies, che con tre piazzati di Flately si portarono in parità 14-14. Il risultato non si mosse più fino alla fine, quindi fu necessario andare ai tempi supplementari: Wilkinson portò di nuovo l’Inghilterra avanti sul 17-14, ma un ennesimo piazzato di Flately ripristinò ulteriormente la parità. Quando mancavano 26 secondi al termine del secondo tempo supplementare, un drop tra i pali di Wilkinson da 30 metri fissò il risultato sul 20-17 per gli inglesi e diede loro la prima Coppa del mondo della loro storia. Migliaia di tifosi festeggiarono a Heathrow lo sbarco dei giocatori della Nazionale e due settimane dopo, l’8 dicembre, fu decretata una giornata nazionale di festa in tutta l’Inghilterra: tra una folla di più di 500.000 persone la squadra sfilò per le vie di Londra su un bus scoperto, e fu ricevuta prima da Tony Blair a Downing Street e poi dalla Regina Elisabetta a Buckingham Palace.

Il quadriennio appena chiusosi trionfalmente con la Coppa del Mondo e la conferma del primo posto nel ranking IFB, vide l’Inghilterra vincere 29 delle 34 partite disputate, incluse due vittorie a testa contro le tre big dell’emisfero meridionale nonché tre conquiste su quattro edizioni del Sei Nazioni di cui una con il Grande Slam.

Numerosi giocatori, nell’anno successivo alla vittoria in Coppa del Mondo, annunciarono il ritiro dalla Nazionale; tra questi il capitano Martin Johnson, Lawrence Dallaglio e lo stesso allenatore Clive Woodward.

La decisione del C.T. di dimettersi fece seguito a quello che egli ritenne il mancato rispetto dei patti stabiliti con il citato accordo tra club e Federazione: nonostante la relativa libertà di azione di cui egli aveva goduto grazie a tale accordo fosse stata fondamentale per la conquista della Coppa del 2003, appena un anno più tardi Woodward lamentò di non avere più spazio per pianificare gli allenamenti e impostare gli schemi di gioco, nonché per familiarizzare con i giocatori: «Ho chiesto di più e mi hanno dato di meno», disse Woodward nell’intervista in cui manifestava l’intenzione di dimettersi dall’incarico di C.T.. Nella decisione ebbe il suo peso anche un 2004 non esaltante, iniziato con un Sei Nazioni chiuso al terzo posto con due sconfitte. L’eredità di Woodward fu raccolta dal suo secondo, Andy Robinson, già facente parte della vittoriosa spedizione in Australia.

La prima campagna di Robinson, il Sei Nazioni 2005, fu persino meno fruttuosa della precedente: tre sconfitte su cinque incontri e quarto posto generale. Il cattivo rendimento dei giocatori nazionali influì pure sull’andamento del tour dei British Lions in Nuova Zelanda: diversi inglesi erano in campo quando gli All Blacks batterono i British Lions tre volte, a Christchurch, Wellington e Auckland rispettivamente per 21-3, 48-18 e 38-19 tra giugno e luglio 2005. A risollevare l’annata, la vittoria contro i finalisti di due anni prima, gli australiani, a Twickenham, per 26-16, anche se una settimana più tardi, in visita in Inghilterra, gli All Blacks batterono i Lions a casa loro per 23-19.

Nonostante il promettente avvio del Sei Nazioni 2006 (vittoria contro il Galles), il torneo non fu dei migliori per l’Inghilterra. Una vittoria giudicata poco convincente a Roma contro l’Italia (31-16) fu il prologo di due sconfitte consecutive contro Scozia e Francia; Robinson decise quindi di cambiare metà squadra per l’ultimo incontro: ma, anche con sette elementi nuovi, non evitò la sconfitta contro l’Irlanda.

A seguito di tali performance negative, la RFU tagliò quasi tutto lo staff tecnico del manager Andy Robinson che, se pure mantenne il suo incarico, si vide affiancare dalla neoistituita figura dell’Élite Rugby Director, una sorta di supervisore sotto la cui tutela Robinson era di fatto posto. Dopo aver vagliato le ipotesi Clive Woodward e Nick Mallett (Springbok divenuto nel dicembre 2007 tecnico della Nazionale italiana), alla fine la federazione inglese affidò tale nuovo incarico a Rob Andrew e, al contempo, affiancò a Robinson un nuovo staff, composto da John Wells (allenatore degli avanti), Mike Ford (allenatore della difesa) e Brian Ashton (allenatore dell’attacco). Con tale management la Nazionale inglese affrontò un minitour in Australia perdendo due incontri su due, l’11 e il 17 giugno, entrambi al Telstra, rispettivamente 3-34 e 18-43. Con tali due sconfitte la serie negativa dell’Inghilterra si allungò a cinque incontri, la peggiore dal 1984.

A novembre, nei consueti test match di chiusura d’anno, l’Inghilterra ospitò a Twickenham la Nuova Zelanda, l’Argentina e (due volte) il Sudafrica. Gli incontri con i primi due avversari si risolsero in altrettante, ennesime, sconfitte, rispettivamente per 20-41 e 18-25 (la prima sconfitta interna contro i sudamericani). La vittoria nel terzo test match contro gli Springboks per 23-21 salvò l’Inghilterra dal record negativo di otto sconfitte consecutive, ma la ripetizione dell’incontro una settimana più tardi, risoltosi in un netto 14-25 spinse di fatto Robinson, con un saldo complessivo di 13 sconfitte su 22 incontri condotti da allenatore capo, a rassegnare le proprie dimissioni dall’incarico.

Anche Robinson, come Woodward, non mancò di criticare il comportamento dei club e il mancato rispetto dei patti con la federazione: il tecnico uscente attribuì infatti buona parte della responsabilità delle scarse prestazioni della Nazionale alla mancanza di controllo sui giocatori a sua disposizione.

Il posto lasciato libero da Robinson fu preso da Brian Ashton il 20 dicembre successivo, cui fu demandato il compito di accompagnare la squadra verso la VI Coppa del Mondo con un titolo di campioni in carica da difendere.

Questi, il cui primo banco di prova fu il Sei Nazioni 2007, al momento di convocare la rosa ufficiale per il torneo, annunciò la sua intenzione di comunicare i nomi dei giocatori prescelti in largo anticipo su ogni incontro, nella speranza che i loro club di appartenenza non li utilizzassero nel weekend immediatamente precedente all’incontro stesso. Il torneo iniziò in maniera convincente contro la Scozia (battuta 42-20 a Twickenham). Ma già il secondo match, contro l’Italia, mise in mostra le difficoltà della squadra, che vinse con un 20-7 visto come un successo da parte azzurra, sensazione confermata dallo stesso tecnico Ashton e da Jonny Wilkinson, che riconobbero agli italiani il merito di aver creato loro molti problemi durante l'incontro, in ragione anche della minor pressione che gravava sul XV di Berbizier. Tale faticata vittoria fece da prologo al rovescio di Dublino per 13-43 (la sconfitta con il massimo scarto contro gli irlandesi) e a poco servì la vittoria contro la Francia, che si aggiudicò alla fine il torneo: nell’ultimo incontro l’Inghilterra perse contro il Galles e terminò terza, a soli due punti dall’Italia, quarta con due vittorie. A incrementare i dubbi sulla capacità inglese di difendere efficacemente il titolo di quattro anni prima, giunsero due pesanti sconfitte in altrettanti test match in Sudafrica contro gli Springboks, 10-58 il 26 maggio a Bloemfontein e 22-55 il successivo 2 giugno a Pretoria. Gli ultimi atti prima della Coppa del Mondo in Francia furono una schiacciante vittoria contro il Galles il 4 agosto a Twickenham seguita pochi giorni dopo da una doppia sconfitta, nella stessa Twickenham e poi a Saint-Denis, rispettivamente per 15-21 e 9-22 contro i rivali d’Oltremanica.

In occasione della Coppa del Mondo la RFU e i club di Premiership addivennero a un nuovo accordo, simile a quello del 2001, e Ashton potè così diramare le convocazioni ufficiali per il torneo alla fine dei test match di avvicinamento.

Sorteggiata nella prima fase della Coppa in un girone che la vedeva insieme al citato Sudafrica, agli Stati Uniti, a Samoa e a Tonga, l’Inghilterra esordì a Lens con un incerto 28-10 sulla nazionale americana che sollevò più di un dubbio, che trovò poi conferma nell’incontro-verità che vide i Lions opposti ai sudafricani: a Saint-Denis gli Springboks inflissero un umiliante 36-0 alla Nazionale di Ashton, facendo persino sorgere dubbi sull’effettiva possibilità di superare la prima fase del torneo. Le vittorie contro Samoa per 44-22 e, successivamente, Tonga per 36-20 assicurarono agli inglesi il passaggio agli ottavi di finale, sebbene ad attenderli vi fosse l’Australia finalista del 2003 e in attesa di rivincita. A Marsiglia, un’Inghilterra del tutto diversa da quella della prima fase, invece, tenne il campo per tutto l’incontro e concesse pochissimo agli Wallabies: questi realizzarono e trasformarono una meta, ma a parte quello non furono in grado di andare oltre a un piazzato tra i pali. Gli inglesi, invece, misero a segno quattro calci piazzati con i quali portarono a casa l’incontro con il punteggio di misura di 12-10 e dunque rimanendo quantomeno tra le prime 4 del mondo. In semifinale a Saint-Denis trovarono la Nazionale di casa, che viaggiava sull’onda emotiva susseguente all’eliminazione inflitta agli All Blacks una settimana prima. Un’Inghilterra fisica, opposta a una Francia che tentava il gioco di fino, alla fine prevalse 14-9 grazie anche alla meta nei primissimi minuti di Lewsey che segnò la differenza di punteggio, essendosi il resto dell’incontro sostanzialmente tenuto su un piano di parità, con tre piazzati francesi contro due piazzati e un drop inglese dell’onnipresente Jonny Wilkinson recordman di punti in tutta la storia della Coppa del Mondo.

La finale non ripeté il copione dell’incontro precedente tra le due squadre: a differenza di quello, infatti, non fu realizzata alcuna meta (solo una, inglese, di Cueto, che fu annullata dall’arbitro Rolland in seguito a una controversa analisi del filmato che non aiutava a chiarire se al momento di realizzare Cueto fosse dentro il campo con ogni parte del corpo) e il risultato fu affidato al piede dei due specialisti, Montgomery per i sudafricani e, di nuovo, Wilkinson per gli inglesi: con cinque piazzati a due vinse il Sudafrica 15-6, ma all’Inghilterra fu ciononostante riconosciuto che il solo aver raggiunto la finale, visto il quadriennio terribile che aveva preceduto la Coppa del Mondo, era stato di per sé un risultato di tutto rispetto.

Il contratto di Brian Ashton, scaduto il 20 dicembre 2007 è stato rinnovato dalla federazione dopo una serie di consultazioni con gli allenatori di club inglesi. Questi ultimi in particolare hanno espresso il loro consenso alla permanenza del tecnico alla guida della Nazionale, specialmente per essere riuscito a portare la squadra in finale tra molte difficoltà: il manager degli Wasps Shaun Edwards, in un’intervista al Daily Telegraph, ha sostenuto che «…sarebbe stata un’ingiustizia licenziarli dopo che avevano raggiunto la finale di Coppa del Mondo». Il primo impegno successivo alla Coppa del Mondo è stato il Sei Nazioni (febbraio/marzo 2008), che ha visto la Nazionale inglese chiudere al secondo posto a pari merito con la Francia con tre vittorie e due sconfitte un torneo dominato dal Galles che ha realizzato il Grande Slam.

Dopo tale risultato, il direttore dell’area rugbystica della Rugby Football Union, Rob Andrew, ha deciso di affidare la squadra a un nuovo tecnico, proponendo al contempo ad Ashton l’incarico di allenatore capo del centro tecnico nazionale federale della RFU. Le preferenze di Andrew sono ricadute sull’ex nazionale Martin Johnson il quale ha accettato l’incarico premettendo di non poter dare la propria disponibilità prima del 1° luglio 2008, per stare vicino alla moglie, in attesa della nascita del secondo figlio della coppia. Quindi il tour estivo di giugno in Nuova Zelanda, risoltosi in due sconfitte in altrettanti test match contro gli All Blacks, è stato guidato dallo stesso Andrew.

Per quanto concerne gli ulteriori test stagionali, in autunno sono attese a Twickenham varie selezioni dell’Emisfero Sud: l’8 novembre è previsto un match non ufficiale contro le Isole del Pacifico, mentre il 15, il 22 e il 29 successivi saranno ospiti dell’Inghilterra rispettivamente l’Australia, il Sudafrica e la Nuova Zelanda.

Riguardo invece la Coppa del Mondo 2011 in programma in Nuova Zelanda, l’Inghilterra è già sicura della presenza alla fase finale di tale competizione, essendosi qualificata tra le migliori 12 squadre dell'edizione 2007.

A differenza delle altre due maggiori federazioni sportive inglesi, quella calcistica e di cricket, che adottarono nei loro stemmi i Tre Leoni Plantageneti (v. e v.), quella rugbystica prese a simbolo la rosa rossa della casata dei Lancaster, uno dei rami discendenti dai Plantageneti: l’altro ramo, gli York, invece, aveva come simbolo una rosa bianca. Entrambe le casate diedero diversi sovrani all’Inghilterra (due per tutti, Enrico IV per i Lancaster e Riccardo III per gli York) e si affrontarono in un lungo conflitto per il trono inglese, passato alla storia come Guerra delle due rose. Sebbene i due rami familiari alla fine del conflitto si fossero praticamente annientati a vicenda, fu un Lancaster - l’ultimo, Enrico VII, avo di Elisabetta I - che, sposando l’ultima discendente della famiglia rivale, Elisabetta di York, finì di fatto il conflitto e diede origine alla dinastia dei Tudor, che diede continuità al trono d’Inghilterra. La scelta della rosa rossa deriva dal fatto che, sebbene tale matrimonio avesse riunito i due rami familiari - ragion per cui sarebbe stato più logico adottare una rosa metà bianca e metà rossa - il nome tramandato in via maschile fu quello dei Lancaster, da cui la scelta di utilizzare la rosa rossa come simbolo di continuità.

La forma e il disegno della rosa subìrono fin dai primi anni di vita della Nazionale diverse modifiche, finché nel 1920 essi ricevettero un tratto definito, che è quello che fu utilizzato fino a metà degli anni novanta. Si suppone che tale disegno sia opera di Alfred Wright, un dipendente della Rugby Football Union. Il disegno attuale risale al 1997, quando tutta l’uniforme di gioco fu sottoposta a restyling in concomitanza dell’avvento del nuovo fornitore di equipaggiamento sportivo, la statunitense Nike.

L’attuale tenuta di gioco della Nazionale inglese prevede maglia, pantaloncini e calzettoni completamente bianchi, eccezion fatta per una banda diagonale frontale sulla maglietta (della stessa tonalità di rosso della Croce di S. Giorgio, la bandiera inglese) che parte dalla spalla destra e termina sul fianco sinistro. Fino a qualche anno addietro i calzettoni erano blu marino, che era anche il colore della tenuta da trasferta fino al 2007. Da tale data, invece, la tenuta alternativa è identica alla prima, ma a colori invertiti, per cui è completamente rossa con una banda bianca sulla maglietta. La scelta ha sollevato numerose critiche da parte dei tifosi, che obiettano che tale nuova tenuta non fa risaltare la rosa rossa sul petto come faceva invece la maglia completamente blu marino.

La tenuta attuale fu presentata alla vigilia della Coppa del Mondo 2007: quella bianca esordì il 4 agosto contro il Galles, mentre quella rossa contro la Francia fu indossata per la prima volta il successivo 18 agosto.

Dal 1910 il terreno casalingo della Nazionale di rugby è lo stadio di Twickenham (situato nell’omonimo quartiere di Londra), nel quale, salvo rare eccezioni, la squadra ha da allora sempre disputato gli incontri interni, assumendo la funzione che lo stadio di Wembley ha per la Nazionale di calcio. Più raramente, altre città inglesi hanno ospitato le partite casalinghe dell’Inghilterra, una tra tutte Manchester.

Il primo terreno di gioco dei rugbysti inglesi fu il campo conosciuto come The Oval, costruito nel 1845 e che vanta un singolare primato: esso ha infatti ospitato il primo incontro interno delle Nazionali inglesi di rugby XV, di calcio e di cricket (e, in effetti, l’Oval è un campo in erba nato proprio per quest’ultima disciplina). Nell’occasione, l’esordio interno della Nazionale di rugby coincise con la seconda partita di tale selezione, avendo essa disputato la sua prima assoluta in Scozia.

Per un certo periodo, inoltre, prima della costruzione di Twickenham, fu utilizzato Richardson’s Field, un terreno nel quartiere londinese di Blackheath, sede della squadra di rugby ufficialmente documentabile come più antica d’Inghilterra (1858), il Blackheat Rugby Club.

Lo stadio di Twickenham è capace di 82.000 posti a sedere e in passato è stato usato anche per concerti (Iron Maiden, U2, Rolling Stones, etc.); tra eventi sportivi di altre discipline si segnalano anche alcune finali della Challenge Cup di rugby XIII prima che tale competizione migrasse nel rinnovato Wembley.

Nel 1991 lo stadio ospitò diverse partite, inclusa la finale, della Coppa del Mondo di rugby che si tenne in Inghilterra; ospitò anche diversi incontri dell’edizione del 1999 sebbene, in quest’ultimo caso, a organizzare formalmente la manifestazione fosse la federazione gallese.

La Nazionale inglese di rugby ha disputato al 30 giugno 2008 616 incontri. Di questi, 607 sono considerati test match ufficiali dalla IRB e catalogati come Full International (ovvero, a livello di rappresentative maggiori ufficiali di federazioni nazionali). In tali test match, il record di presenze appartiene a Jason Leonard che, dal 1990 al 2004, assommò 114 incontri. Il record di marcature appartiene invece a un giocatore tuttora in attività, Jonny Wilkinson, con 1.032. Questi detiene, tra l’altro, il record assoluto di punti segnati nella Coppa del Mondo di rugby: 246 in 3 edizioni complessive disputate. Rory Underwood detiene invece il record di mete segnate per la Nazionale inglese, 49.

L’avversario incontrato più di frequente è la Scozia (peraltro in scena proprio contro l’Inghilterra nel primo incontro internazionale assoluto della storia del rugby): le due Nazionali si sono incontrate almeno una volta per stagione sportiva, per un totale fino ad oggi di 125 incontri. Il più recente incontro tra le due Nazionali si è tenuto a Edimburgo l’8 marzo 2008 e, oltre a essere valido per il Sei Nazioni, ha assegnato anche la Calcutta Cup: gli scozzesi hanno vinto l’incontro 15-9. A seguire per numero di incontri disputati, le altre Nazionali delle Isole Britanniche: l’Irlanda è stata affrontata 121 volte, il Galles 117. Il Sudafrica fu l’avversario contro cui l’Inghilterra dovette attendere il maggior lasso di tempo prima di vincere il suo primo incontro: ciò infatti accadde il 20 dicembre 1969, 63 anni e 12 giorni dalla prima volta in cui le due Nazionali si incontrarono (8 dicembre 1906).

Dei 9 incontri non ufficiali, 3 sono stati disputati contro i New Zealand Māori (2 vittorie e 1 sconfitta, primo incontro il 16 febbraio 1889, ultimo il 9 giugno 2003) e 6 contro i Barbarians (2 vittorie e 4 sconfitte, primo incontro il 29 settembre 1990, ultimo il 28 maggio 2005).

Quattro ex-giocatori inglesi sono stati ammessi nell’International Rugby Hall of Fame: oltre ai citati Sir Wavell Wakefield e Bill Beaumont, anche Martin Johnson e Jason Leonard (recordman di presenze nella Nazionale inglese e convocato in 4 edizioni della Coppa del Mondo, dal 1991 al 2003). Quello che segue è un elenco dei giocatori - in attività o ritirati - che abbiano fatto parte della Nazionale inglese. Qualora tuttora in attività, sono indicati coloro che si sono ritirati dall’attività internazionale oppure non siano stati più chiamati in Nazionale. Vengono elencati in questa lista coloro tra la cui prima e ultima partita in Nazionale sia passato un periodo minimo di tre anni, corrispondente all’incirca a 25-30 incontri (l’Home Championsip - Cinque o Sei Nazioni, un numero variabile di test-match e/o i tour, per un ammontare variabile di 8/10 incontri l’anno).

Per i giocatori ancora disponibili alla chiamata in Nazionale, si rimanda alla sottostante sezione Rosa attuale.

Quella riportata è la lista dei commissari tecnici della Nazionale inglese. Il primo commissario tecnico ufficialmente investito di tale funzione fu Don White, nel 1969.

L’attuale commissario tecnico è Brian Ashton, già facente parte dello staff di Clive Woodward, che ne prese il posto il 20 dicembre 2006 con un contratto annuale, rinnovato il 20 dicembre 2007. La lista è aggiornata al 15 marzo 2008.

Quella che segue è la rosa più recente della Nazionale inglese: si tratta di quella ufficialmente convocata il 12 maggio 2008 per il tour estivo in Nuova Zelanda del giugno successivo.

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Source : Wikipedia