Hugo Chávez

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Inviato da amalia 28/02/2009 @ 10:41

Tags : hugo chávez, venezuela, sud america, esteri

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Venezuela

Venezuela - Bandiera

2 il Presidente Chavez ha annunciato che il fuso orario del Paese verrà modificato per spostare l'ora ufficiale avanti di mezz'ora a partire dal 1 gennaio 2008.

Il Venezuela (ufficialmente República Bolivariana de Venezuela) è una repubblica federale e democratica situata nel nord dell’America meridionale. Fu il primo Stato latinoamericano ad emanciparsi dalla Corona spagnola e proclamare la propria indipendenza il 5 luglio 1811. Ha per capitale Caracas.

Il paese, oggi strutturato in 23 stati e un distretto federale (attualmente definito Distrito Capital), è delimitato a nord dal Mar dei Caraibi (che a sua volta comprende la frontiera marittima con la Repubblica Dominicana, Aruba, Antille Olandesi, Portorico, Isole Vergini, Martinica, Guadalupa e Trinidad e Tobago), a est confina con la Guyana, a sud e a sud-est con il Brasile, a ovest e a e sud-ovest con la Colombia. Il Venezuela si estende su una superficie terrestre totale di 916.445 km², comprensiva della parte continentale, dell'isola di Margarita e delle Dipendenze federali venezuelane. Il punto più settentrionale del suo territorio è rappresentato dall’isola di Aves. Il Paese esercita la sovranità su 860.000 km² di superficie marina sotto il concetto Zona Economica Esclusiva. Il Venezuela ha anche una storica controversia territoriale con la Guyana su una superficie di circa 159.500 chilometri quadrati compresi nella Guayana Esequiba situata lungo il confine orientale, designata come Zona en Reclamación.

Il Venezuela è ancor oggi considerato un paese in via di sviluppo con un'economia basata principalmente sulle operazioni di estrazione, raffinazione e commercializzazione del petrolio e di altre risorse minerarie. L'agricoltura riveste ormai una scarsa importanza mentre l'industria ha avuto negli ultimi decenni uno sviluppo diseguale (in gran parte è ancora un'industria di assemblaggio e montaggio).

È considerato come uno dei 19 paesi con la maggiore diversità ecologica nel mondo, con una geografia variegata che combina regioni tropicali, climi desertici, giungle, ampie pianure e ambienti andini. In questo Stato si trova la più grande area protetta dell’America Latina (nota come: Zone soggette a regime di amministrazione speciale), che copre circa il 63% del territorio nazionale.

La sua popolazione conta circa 28 milioni di abitanti (2008) in gran parte meticci nati dall'incrocio dlle razze indigene sia con bianchi di origine generalmente ispanica che con creoli ed africani. Sono presenti nel Paese anche molti europei (spagnoli, italiani e portoghesi in particolare) e loro discendenti, mentre gli indigeni allo stato puro e gli asiatici rappresentano una parte trascurabile della popolazione. La multietnicità del Venezuela ha fortemente influenzato sia la sua vita sociale e culturale che l'arte.

L'attuale capo dello stato è Hugo Rafael Chávez Frías.

La lingua ufficiale è lo spagnolo.

Il 30 maggio 1498, nel corso del terzo viaggio di Cristoforo Colombo, una flotta di sei imbarcazioni, al comando dell'ammiraglio genovese raggiunse le coste dell'attuale Venezuela. Il 1º agosto, tre velieri toccarono le coste del Venezuela nei pressi dell'isola di Trinidad . Entrarono nel Golfo di Paria, sulla foce del Serpente o Dragon's Mouth. Senza saperlo, Cristoforo Colombo era giunto in Sud America. L’esploratore la battezzò con il nome di Tierra de Gracia.

Il nome Venezuela è stata storicamente attribuito al navigatore italiano Amerigo Vespucci che navigò sulla costa settentrionale del Sud America insieme ad Alonso de Ojeda nel 1499, nel corso di una spedizione navale esplorativa che raggiunse la costa nord-occidentale del paese, ora nota come Golfo del Venezuela. In quel viaggio, l'equipaggio osservò le costruzioni degli indigeni erette su palafitte di legno fuori delle acque. Tali costruzioni ricordarono a Vespucci la città di Venezia, in Italia, e lo ispirarono nell'attribuire il nome di Venezziola o Venezuola alla regione. Il termine che in italiano rinascimentale aveva il significato di piccola Venezia, si trasformò successivamente in spagnolo in Venezuela.

Altre versioni, storicamente meno accreditate, affermano che il nome Venezuela sia di origine indigena e non un diminutivo di Venezia. Tuttavia la prima versione rimane la più ampiamente accettata come spiegazione sull'origine del nome del paese.

Cristoforo Colombo scoprì la regione nel 1498. L'anno successivo, come già si è avuto modo di indicare, l'esploratore fiorentino Amerigo Vespucci, durante una spedizione lungo la costa nord-occidentale dell'attuale golfo del Venezuela, diede il nome di Venezuela all'intero territorio. La Spagna inglobò il Venezuela nel suo vasto impero americano nel corso del XVI secolo, anche se l'esplorazione del paese poté dirsi compiuta solo nei primi decenni dell'Ottocento. Pochi Spagnoli vi si trapiantarono per via del clima subtropicale, preferendo generalmente vivere nelle montagne andine degli attuali stati del Táchira, Mérida e Trujillo. La piccola comunità di discendenza spagnola ed europea (anche italiana) dopo alcuni secoli si rese indipendente dalla Spagna. A guidare il movimento di affrancamento della colonia dalla madre-patria fu Simon Bolivar. La nuova Repubblica del Venezuela fu subito preda di "caudillos" che la dominarono in forma dittatoriale, assogentandola a frequenti colpi di stato e rivoluzioni locali. Tale situazione si protrasse per buona parte del Novecento, allorché il paese fu governato prima da Cipriano Castro (1899-1908) poi, per quasi trent'anni, da Juan Vicente Gómez (1908-1935). E fu proprio durante il regime di quest'ultimo, nel corso degli anni venti del Novecento, che la scoperta di ingenti giacimenti di petrolio mutò radicalmente la situazione economica e politica del Venezuela. Nel 1928 il paese era già divenuto il secondo produttore mondiale di tale materia prima. Tuttavia fu solo negli anni quaranta del Novecento con il vertiginoso aumento del prezzo dell' oro nero che il petrolio si tradusse in una fonte ingente di entrate per il Paese.

Verso la metà degli anni Trenta, Eleazar López Contreras successe a Gómez come presidente del Venezuela. Costui ristabilì alcune libertà democratiche, promulgando nel 1936 una costituzione di ispirazione liberal-moderata che però limitava in vario modo l'azione delle organizzazioni e dei partiti di sinistra.

Nel 1941 López Contreras venne sostituito dal generale Isaías Medina Angarita, che si alleò con gli USA e la Gran Bretagna, dichiarò guerra all'Asse, rese operativa un'imposta sul reddito già elaborata dal suo predecessore, rese più moderno e funzionale il Codice civile, intraprese un'intensa lotta all'analfabetismo e pose le basi per una prima, timida normativa concernente la previdenza sociale. Tuttavia la politica riformista di Medina Angarita, forse giudicata troppo moderata, non riuscì a incontrare il favore delle masse che nel 1945 appoggiarono l'ascesa al potere del socialdemocratico Rómulo Betancourt.

Nel 1948 il presidente Rómulo Gallegos, eletto democraticamente nel '47, fu esiliato da un’alleanza di conservatori ed esercito, e al suo posto il potere fu assunto da una Giunta militare che sciolse il parlamento e instaurò una dittatura.

Negli anni Cinquanta Marcos Pérez Jiménez, appartenente alla giunta militare ascesa al potere nel 1948, riunì su di sé tutti i poteri divenendo dittatore del Venezuela. Convinto che l'immigrazione europea potesse essere determinante per lo sviluppo del Paese, la favorì in ogni modo, permettendo l'ingresso di circa un milione di stranieri (tra di essi circa 300 mila Italiani, che attualmente costituiscono la seconda più importante comunità straniera dopo quella spagnola).

Nel gennaio 1958 Pérez Jiménez venne deposto da una Giunta Militare capeggiata dal generale Wolfgang Larrazábal. Da tale data ebbe inizio l'attuale era democratica del Venezuela con una serie di presidenti, democraticamente eletti, che si sono succeduti alla guida del paese (Rómulo Betancourt, Rafael Caldera, Raúl Leoni, Jaime Lusinchi, Carlos Andrés Pérez) fino all'attuale Hugo Chávez.

Sulla democraticità del sistema e dei metodi di governo di quest'ultimo sono stati avanzati molti dubbi non solo da parte di capi di governo e osservatori stranieri ma anche da parte di politici, imprenditori e uomini di cultura venezuelani.

È necessario mettere comunque in evidenza che durante i suoi dieci anni di governo Hugo Chávez non ha avuto timore di sottoporsi ripetutamente al vaglio dell'elettorato venezuelano che ne ha sempre avallato l'operato riconfermandolo nella propria carica di presidente della República Bolivariana de Venezuela. Anche recentemente la popolarità del Presidente ha trovato conferma in un referendum (febbraio 2009), a lui favorevole, grazie al quale potrà ripresentare la propria candidatura alla prima carica dello Stato per un numero indefinito di mandati. Nel 2002 è stato ordito un colpo di Stato contro Hugo Chávez fallito miseramente.

Il Venezuela è situato nella parte più settentrionale dell'America Meridionale, si affaccia sul Mar dei Caraibi e nella parte più meridionale della costa, a sud del delta dell'Orinoco, sull'Oceano Atlantico.

Nella parte settentrionale del paese vi è una zona montuosa costituita da catene appartenenti al massiccio andino, proseguimenti della Cordigliera Orientale colombiana dai quali si dipartono due sistemi montuosi, la Sierra de Perijá che delimita il confine tra Colombia e Venezuela e la Cordigliera di Mérida che si insinua nel paese a sud e ad est del lago di Maracaibo e di cui il Pico de Bolivar (5007 m s.l.m.) rappresenta il punto più elevato. Tra i due sistemi montuosi si trova l'altopiano di Zulia. La Cordigliera di Mérida prosegue seguendo la linea della costa (e assumendo appunto il nome di Cordigliera della Costa) che in questo tratto è scoscesa e impervia, di fronte si trovano numerose isole, la più grande è la Isla de Margarita. Nel tratto più orientale, in corrispondenza del delta dell'Orinoco, la costa si fa bassa e paludosa.

La parte centrale del paese è caratterizzata da ampie pianure erbose chiamate llanos che coprono circa un terzo del territorio del paese. Si tratta di un'area con un'altitudine ridotto (inferiore ai 200 m s.l.m.) che durante la stagione delle pioggio subisce ampi allagamenti da parte dei fiumi che l'attraversano.

La parte meridionale del paese, a sud del corso del fiume Orinoco, si trova su un altopiano chiamato massiccio della Guyana, da un punto di vista geologico è uno degli ambienti più antichi dell'intero continente. La formazione più notevole di quest'area è l'altopiano chiamato Gran Sabana, nel corso dei millenni l'arenaria che lo compone è stata erosa e sono rimaste vallate e formazioni rocciose chiamate Tepuis caratterizzate da flora e fauna particolari, l'isolamento ha infatti permesso lo sviluppo di specie endemiche. In quest'area si trovano alcune fra le cascate più alte del mondo, come ad esempio il Salto Kukenam e il Salto Angel (979 m) che è una delle attrattive principali del Parco Nazionale di Canaima ed è stato incluso nella lista del patrimonio dell'Umanità da parte dell'UNESCO.

Il fiume principale del paese è l'Orinoco, lungo 2.574 km di cui circa 1.500 sono navigabili. Nasce al confine tra Venezuela e Brasile. Nel primo tratto del suo corso lo spartiacque è difficilmente definibile, il fiume si divide infatti in due rami uno dei quali, il canale Casiquiare, costituisce un collegamento naturale con il Rio delle Amazzoni, tramite il Rio Negro infatti un terzo circa delle acque dell'Orinoco confluisce nel Rio delle Amazzoni.

La maggior parte dei fiumi che nascono nella parte settentrionale del paese scorrono verso sud-est nel fiume Apure, un affluente dell'Orinoco, che attraversa la regione dei Llanos.

Un altro fiume degno di nota è il Río Caroní, caratterizzato da un corso molto rapido e sfruttato per la produzione di energia elettrica. Nasce negli altipiani della Guyana e sfocia nell'Orinoco nei pressi di Ciudad Guayana.

Nella parte nord-occidentale del paese si trova il lago di Maracaibo, il più grande lago dell'America meridionale, residuo di un antico golfo sul mar dei Caraibi.

Il Venezuela ha un clima tropicale, generalmente contraddistinto da una stagione piovosa, (da maggio a ottobre) e una secca (da novembre ad aprile). Le precipitazioni sono molto variabili e vanno dai 1000-1500 mm della fascia costiera dello Stato Falcón agli oltre 2000 millimetri di alcune zone dell'Amazzonia venezuelana, a Sud del paese.

Il caldo è spesso mitigato dall'altitudine: Caracas, a quasi 1000 metri s.l.m., presenta temperature medie annue, pari a 27 °C circa, ma di 6-7 °C inferiori a Maracaibo, che invece si trova sul livello del mare. Nelle Ande venezuelane si registrano le medie minime: la città di Mérida, sita a oltre 1600 metri s.l.m., ha una temperatura media annua di circa 18-19 °C. Ci sono alcune vette delle Ande ricoperte da ghiacciai e nevi perenni.

La popolazione è distribuita in forma molto poco omogenea sul territorio: circa l'85% degli abitanti si concentra nelle città settentrionali e ben il 73% vive a meno di 100 chilometri dalla costa. Al contrario, solo il 5% dei venezuelani vive nelle terre a sud del fiume Orinoco, che pure rappresentano quasi la metà della superficie del paese.

In Venezuela non sono state effettuate, almeno in età contemporanea, rilevazioni ufficiali di carattere razziale. Le stesse popolazioni indigene sono state censite esclusivamente sulla base delle rispettive lingue autoctone d'uso. Risulta pertanto quanto mai problematico addentrarsi in tale campo, lasciato all'iniziativa di una miriade di studiosi e di istituti di ricerca privati la cui affidabilità lascia molto spesso a desiderare.

Generalmente si ritiene comunque che circa i due terzi della popolazione venezuelana siano meticci o (più raramente) mulatti, nati dalla fusione secolare fra "bianchi" e "indios" (meticci) o fra "bianchi e "neri" (mulatti). Non manca il prodotto di incroci fra neri e indios (i cosiddetti zambos) e quello derivante, tempo addietro, da tutte e tre le razze che popolano il paese.

La componente "bianca", piuttosto esigua in epoca coloniale e nel primo secolo di indipendenza, è stata potentemente rafforzata, a partire dagli anni Quaranta del Novecento, con l'arrivo di circa 980.000 europei che per la maggior parte si stanziarono definitivamente nel paese andandosi ad aggiungere ad una popolazione che, secondo il censimento del 1941, era inferiore ai quattro milioni di abitanti. Secondo alcune rilevazioni di carattere non ufficiale (dati del 2005) il gruppo etnico bianco costituisce la quinta parte dell'intera popolazione ed è formato soprattutto da immigrati e figli di immigrati di origine europea recente, oltre che da creoli di vecchia ascendenza ispanica.

I primi a immigrare in Venezuela furono, all'inizio degli anni Quaranta del Novecento, alcune migliaia di esuli della Guerra civile spagnola, provenienti generalmente dalla Francia o da altri Paesi latinoamericani che li avevano inizialmente accolti. Seguirono gli italiani nel Secondo dopoguerra (a partire dal 1947 circa) insieme a un gran numero di iberici (di origine galiziana e portoghese soprattutto) e a un limitato numero di francesi, tedeschi, europei dell'est, ecc. Ancor oggi la presenza di comunità europee nel paese è, sia sotto il profilo demografico che economico, considerevole. Fra queste le principali sono la spagnola, l'italiana e la portoghese.

Gli indios rappresentano invece meno dell'1% sul totale della popolazione (178.000 circa secondo i dati del censimento del 2001). Va ancora una volta sottolineato che il termine di indio ha una valenza, nei rilevamenti statistici, culturale (linguistica in particolare), non razziale.

La popolazione nera allo stato puro o semipuro costituisce un gruppo razziale molto più numeroso di quello indio (10% secondo alcune rilevazioni di carattere non ufficiale del 2005), concentrato per lo più nelle zone costiere (fra cui la regione di Barlovento nello Stato Miranda).

Il Ministero degli affari esteri italiano calcola che, fra la fine della Seconda guerra mondiale e l'inizio degli anni Settanta del Novecento, siano immigrati in Venezuela oltre 250.000 italiani, che, in massima parte, si installarono in forma permanente nel paese latinoamericano. Tale corrente migratoria, che raggiunse le sue punte più alte negli anni 1949 - 1960 (con oltre 220.000 emigrati), diminuì drasticamente negli anni sessanta del Novecento, per convertirsi in un fenomeno assolutamente marginale nei decenni successivi (durante i quali si sono verificati anche dei dei periodi con saldi positivi a favore dell'Italia).

Secondo l'Ambasciata d'Italia a Caracas, sono poco meno di duecentomila (2005) gli italiani residenti nel paese, cui vanno aggiunti altri ottocentomila loro discendenti (considerando anche quelli di origini "miste"), o forse più. Questi ultimi, per la normativa locale, sono considerati venezuelani a tutti gli effetti essendo nati in Venezuela. A tale poderosa colonia, costituita da circa un milione di membri, vanno aggiunti anche alcuni italo-venezuelani di ascendenze italiche più lontane, come l'ex-presidente Jaime Lusinchi (di origine corso-italiana), che governò il paese negli anni Ottanta del Novecento.

Le zone che hanno accolto il maggior numero di immigrati provenienti dall'Italia sono quelle centro-settentrionali e, in primo luogo, Caracas, la capitale (Distretto federale e parte dello Stato Miranda), che riuniva, agli inizi degli anni Settanta, i due terzi dell'intera comunità (140.000 su 210.000 circa). Seguivano, nell'ordine, gli Stati Zulia (17.000 unità) e Aragua (13.000 unità). Collettività di una certa consistenza erano presenti anche negli Stati Bolívar (10.000), Lara (9.000) e Carabobo (8.500).

Va segnalato che l'immigrazione italiana in Venezuela fu di carattere quasi esclusivamente urbano, non rurale (o misto, come in Argentina e Brasile) e coinvolse al 90% le regioni meridionali (mentre in Argentina vi fu un forte apporto anche di liguri, piemontesi e friulani e in Brasile di veneti). Attualmente molti oriundi italiani (fra cui prevalgono ormai quelli di seconda e terza generazione) occupano posizioni sociali ed economiche di primaria importanza in Venezuela.

La lingua ufficiale è lo spagnolo, che presenta numerose affinità con quello parlato nei Caraibi (Cuba, Santo Domingo, Porto Rico, ecc.) e alcune differenze con quello della madre-patria ispanica, soprattutto di carattere fonetico e lessicale. Va messo in evidenza che quanto più alto è il livello socio-culturale del parlante venezuelano tanto più tali differenze si riducono, mentre nel caso contrario si accentuano.

Va infine sottolineato che nella quasi totalità del Venezuela, la seconda persona plurale dei vari modi e tempi si è persa completamente. Il vosotros è stato sostituito dall'ustedes seguito dalla terza persona plurale. Solo nella città di Maracaibo, e zone limitrofe, si è conservato il vos (invece del vosotros dello spagnolo peninsulare), seguito dalla seconda persona plurale.

Fra le lingue non appartenenti ad alcuna famiglia segnaliamo, fra le altre, il pumé e il waraw.

Tali lingue sono parlate, in una situazione di monolinguismo, o di bilinguismo con lo spagnolo, da poco più di 170.000 venezuelani, nella quasi totalità appartenenti alle varie razze di indios che popolano ancora alcune zone del paese.

Gli immigrati di prima e spesso, anche di seconda generazione, parlano, accanto allo spagnolo, le lingue dei paesi di origine. La più diffusa, dopo quella ufficiale, è l'italiano, insegnato anche in molte scuole del paese e sostenuto dalla presenza della Società Dante Alighieri, con sede, per il Venezuela, a Caracas. Tale lingua è anche intesa, se non parlata, da molti venezuelani che non hanno ascendenze italiane ma che per ragioni familiari, di studio o di lavoro sono entrati in contatto con la comunità italiana, massicciamente presente soprattutto in alcune importanti città della zona centro-settentrionale del paese (Caracas, Valencia, Maracay, ecc.).

Dopo l'italiano la lingua allogena più parlata, come madrelingua, in Venezuela, è il portoghese, grazie soprattutto alla presenza di molti immigrati provenienti dal paese iberico ma anche agli oltre mille chilometri di frontiera in comune con il Brasile, lungo i quali la lingua di Camões è molto diffusa (va però evidenziato che le zone limitrofe al Brasile, tutte appartenenti alla Guayana venezuelana, sono generalmente poco popolate). Strettamente imparentato al portoghese è il galiziano, parlato da molti immigrati iberici (ricordiamo che dalla Galizia è provenuta gran parte dell'immigrazione spagnola diretta in Venezuela e più in generale nelle Americhe).

Diffusione più modesta hanno il francese e il tedesco. Quest'ultimo è parlato in una sua varietà "coloniale" nella Colonia Tovar, dove vivono ancora i discendenti dei coloni che, attorno alla metà dell'Ottocento, si insediarono in zona.

Fra gli idiomi non indoeuropei si segnala l'arabo, parlato dai numerosi immigrati libanesi (e in minor misura siriani) che si sono trasferiti in Venezuela nel corso del Novecento.

Un posto a se stante merita l'inglese, parlato, come seconda lingua, dall'alta borghesia venezuelana, e, più in generale da gran parte della classe dirigente che spesso manda i propri figli a studiare negli Stati Uniti d'America e (meno frequentemente) in Gran Bretagna. L'inglese, pur contando nel paese un numero di parlanti, come madrelingua, inferiore a quello dell'italiano, del portoghese e di altre lingue allogene, si è convertito nella seconda metà del Novecento, in Venezuela come nel resto di Latinoamerica (e del mondo) nel secondo idioma più studiato dopo quello ufficiale e quello che sicuramente ha più prospettive di sviluppo nel prossimo futuro.

La libertà religiosa è garantita dalla Costituzione. La gran maggioranza dei venezuelani sono di fede cristiana e in particolare cattolica (oltre il 90%), seguiti dai protestanti (2% solamente, ma in costante ascesa) e gli ortodossi (meno dell'1%). I musulmani rappresentano meno del 0,5% sulla popolazione totale. Trascurabili le minoranze induiste, buddiste e di altre confessioni religiose.

Numericamente esigua (fra i 16.000 e i 35.000 fedeli, a seconda delle rilevazioni) ma importante sotto il profilo economico e finanziario, è la comunità di religione ebraica presente nel paese. A Caracas è concentrato circa il 40% dei fedeli, ma gruppi più o meno consistenti si possono trovare anche a Maracaibo, Maracay, Puerto la Cruz, Porlamar ed altre città venezuelane. Dalla fine degli anni novanta del Novecento molti rappresentanti della comunità ebraica hanno lamentato atteggiamenti di intolleranza, se non proprio di antisemitismo, nei propri confronti. La responsabilità viene imputata al presidente Chávez, che da parte sua ha sempre respinto tali accuse giudicandole prive di fondamento.

Il Parlamento è costituito da una sola camera detta Assemblea Nazionale (Asamblea Nacional) composta da 167 deputati, tre seggi sono riservati ai rappresentati delle popolazioni native. I deputati restano in carica per 5 anni e possono essere rieletti per altri due mandati.

Da un punto di vista amministrativo il Venezuela è diviso in 23 stati federati, più il Distretto della capitale (Distrito Capital) e le 11 dipendenze federali (Dependencias Federales) costituite da un insieme di isole ed isolotti al largo della costa caraibica venezuelana e per lo più disabitati. Le isole raggruppate nelle dipendenze sono 72.

Gli stati, a loro volta, sono divisi in comuni (municipios) e nel caso del distretto della capitale e delle dipendenze federali in dipartimenti (departamentos). I comuni in Venezuela rapppresentano in realtà delle entità territoriali intermedie fra le province e i comuni italiani o spagnoli e si possono, sotto taluni aspetti, comparare agli arrondissements francesi. Sono infatti solo 335 ripartiti in forma diseguale fra gli Stati. Il Táchira, che ha una superficie di 11.100 km² e 1.155.000 abitanti circa (stima 2006) si articola in 29 municipios, in cambio il Lara, con un'estensione territoriale e una popolazione ben superiori ( 19.800 km² e 1.760.000 abitanti circa, sempre secondo le stime del 2006) ne possiede solo 10. I municipios si suddividono ulteriormente in parrocchie (parroquias) le quali non sempre coincidono con un unico nucleo urbano principale e il proprio territorio di pertinenza. Le città più popolose ed estese sono infatti ripartite generalmente fra più parroquias, mentre spesso una sola parroquia può contenere diverse località abitate.

Tasso di alfabetizzazione: 92%. Studenti universitari: 550.783.

Obbligo scolastico fino a 15 anni.

Produzione di energia elettrica: 20.000.000 kw. Pesca: 490.194 tonnellate. Petrolio: 3.130.000 b/g. Allevamento: pecore 0,82 milioni, capre 3,2 milioni, bovini 15,4 milioni, suini 4,8 milioni. Minerali: petrolio, bauxite (alluminio), ferro, gas naturale, carbone, oro.

La produzione vegetale del Venezuela è data da: caffè, cacao, tabacco, canna da zucchero, cotone, vaniglia. Il governo venezuelano varò la legge per la riforma agraria nel 1960, volta all’espansione e alla diversificazione della produzione agricola. Nel 2003 il settore primario occupava l’11% della forza lavoro e concorreva per il 4,5% alla formazione del PIL. Le colture destinate al mercato interno sono soprattutto mais, riso, patate, manioca e banane. Tra le colture di piantagione, destinate a essere esportate, prevale il caffè, oltre alla canna da zucchero e al cacao. Nella zona costiero-andina si trovano piantagioni di tabacco, mentre nelle aree meno piovose della costa è diffuso il cotone. Rilevanti sono le colture di alberi da frutta. Il patrimonio zootecnico è piuttosto ricco, particolarmente per quanto riguarda i bovini, tradizionalmente allevati nella zona dei llanos, ma anche gli ovini.

L'allevamento, in forte progresso fino agli anni '90, soprattutto nei llanos, si è andato negli ultimi anni sviluppando a un tasso insoddisfacente, nonostante le misure e gli incentivi promossi dal governo.

L'industria è in prevalenza formata da quella chimica, metallurgica, meccanica, del tabacco e alimentare. Fra i prodotti lavorati destinati all'esportazione si segnala l'ottimo rhum.

1 visitatore ogni 29 abitanti. Provenienza: USA 25%, Italia 9%, Spagna 8%, Germania 7%, Paesi Bassi 6%, altro 45%.

La Farnesina considera pericolose per il turista alcune aree del Paese, comprese zone della capitale Caracas, per rapine, episodi di microcriminalità, terrorismo legato al traffico degli stupefacenti e sequestri di persona a scopo estorsivo.

USA 51%, Colombia 6%, Suriname 5%, Brasile 4%, Repubblica Dominicana 3%, altri 31%.

USA 45%, Colombia 6%, Brasile 5%, Messico 5%, Giappone 4%, altri 35%.

Il 36,0% del territorio è protetto.

Per la parte superiore



Evo Morales

Evo Morales (a destra) con José Bové, durante culturAmérica, in difesa di un'economia ragionevole: Francia, 2002.

Evo Morales (pseudonimo di Juan Evo Morales Ayma) (Orinoca, 26 ottobre 1959) è un sindacalista e politico boliviano.

È l'attuale Presidente della Bolivia.

Da molti è considerato anche il primo presidente indigeno a guidare lo stato boliviano, o quest'area geografica, in oltre 500 anni dalla conquista spagnola. Questo avvenimento ha suscitato grande interesse ed aspettative - a cui ha contribuito anche l'abbigliamento informale negli incontri diplomatici con altri capi di stato indossando una chompa (maglione) di alpaca a righe - in Bolivia e nel mondo.

Morales è il leader del movimento sindacale dei cocaleros boliviani, una federazione di colonizzatori campesinos quechua e aymara coltivatori di coca che si oppongono agli sforzi, principalmente degli Stati Uniti, di sradicare le coltivazioni di coca nella regione del Chapare, nella Bolivia centro-orientale. Morales è anche il fondatore e leader del partito politico boliviano Movimiento al Socialismo, MAS, attualmente principale partito di governo.

Alle elezioni presidenziali del 2002 Morales ottenne attorno al 20% dei voti, subito dietro Gonzalo Sánchez de Lozada che divenne Presidente. Ciò nonostante questo risultato elettorale ebbe un forte impatto nel panorama politico boliviano. Morales attribuì buona parte di quel successo elettorale alle dichiarazioni fatte contro di lui dall'allora ambasciatore statunitense in Bolivia Manuel Rocha, affermando che aiutarono a «svegliare la coscienza della gente». Alle successive elezioni presidenziali del 2005, Morales e il suo partito ottennero la maggioranza assoluta dei voti (attorno al 54%), che lo portò all'elezione diretta come Presidente della Repubblica, incarico che ricoprirà fino al 2011. Il 10 agosto del 2008 il popolo boliviano è tornato al voto per decidere se rifiutare o confermare il Presidente e il 67% di esso lo ha approvato.

Morales nacque da una famiglia indigena Aymara ad Orinoca, una città mineraria nel dipartimento di Oruro, sull'altopiano boliviano. Nei primi anni '80 la sua famiglia, come molti abitanti indigeni degli altipiani che lavoravano nelle miniere, emigrò nei bassopiani tropicali nell'est della Bolivia. Si stabilirono nel Chapare, dove si dedicarono all'agricoltura, coltivazioni di coca incluse. Morales completò la sua istruzione superiore, e ha descritto la sua istruzione successiva come "l'università della vita", comprendendo in essa anche il servizio militare prestato all'età di 17 anni.

Durante le riforme economiche della metà degli anni '80 molti minatori, espulsi dalle miniere dalle ristrutturazioni in atto, rafforzarono il processo di colonizzazione della Regione del Chapare, già da alcuni anni principale area di produzione di coca, contribuendo al crescente ruolo internazionale del paese nella produzione e nel contrabbando di cocaina.

Prima di diventare uno dei principali dirigenti del sindacato dei cocaleros, Morales organizzò una squadra di calcio locale. Lavorò anche come musicista, suonando la tromba in una banda.

Come leader dei cocaleros, Morales fu eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nel 1997, come rappresentante delle province Chapare e Carrasco, nel Dipartimento di Cochabamba. Ricevette il 70% dei voti in quel distretto, la percentuale più alta di voti dei 68 deputati che furono eletti direttamente in quella elezione.

Verso la fine del periodo presidenziale 1997-2002, in cui Morales era deputato, venne rimosso dal suo seggio nel Congresso Nazionale attraverso voto bilaterale dei partiti tradizionali, con il pretesto di un'accusa di terrorismo legata ad agitazioni contro la politica anti-droga del governo in carica. Alcuni affermano che gli Stati Uniti abbiano provocato la sua rimozione.

Successivamente l'espulsione di Morales dal Congresso fu dichiarata incostituzionale. Morales presentò la sua candidatura per le successive elezioni presidenziali e congressuali, previste per il 27 giugno del 2002. Per le nuove elezioni il MAS, il partito di Morales, usò le sue limitate risorse per organizzare una campagna elettorale più simile alle tattiche tradizionali di propaganda in Bolivia, e distribuì gratuitamente su larga scala magliette, berretti, calendari, ecc. e usò pubblicità televisiva e manifesti. Una controversa pubblicità trasmessa in televisione mostrava una ragazza indigena che esortava le masse a votare in base alla loro coscienza, e non in base agli ordini dei loro capi. Il MAS restituì un modesto finanziamento ricevuto dallo Stato (meno di 200.000 dollari USA), che in Bolivia viene erogato ad ogni partito, in modo da poter condurre una campagna elettorale senza restrizioni.

Sfruttando il risentimento provocato dalla presenza statunitense in generale, e dall'ambasciatore statunitense in Bolivia Manuel Rocha in particolare, il MAS diffuse nelle città boliviane un manifesto che raffigurava una enorme fotografia di Morales. Al di sopra, in lettere enormi: "Boliviani: Voi decidete. Chi comanda? Rocha o la voce del popolo ?". Il manifesto ebbe un grande impatto, e se ne dovettero stampare centinaia di migliaia di copie più del previsto.

Nessuno dei candidati dei partiti principali accettò un dibattito con Morales, rifiutandosi di prendere in considerazione il MAS in quanto "partito minore" (nelle precedenti elezioni presidenziali aveva ottenuto attorno al 4% dei voti). In giugno, Morales fece sapere che nemmeno lui era interessato a discussioni con loro: «La persona con cui voglio discutere è l'Ambasciatore Rocha: preferisco discutere con il padrone del circo, non con i clown».

Alcuni giorni prima delle elezioni, in un discorso in presenza del Presidente uscente, Jorge Quiroga, Rocha disse: «Desidero ricordare agli elettori boliviani che se voi eleggerete coloro che vogliono che la Bolivia ridiventi un grande esportatore di cocaina, questo metterà in pericolo il futuro dell'assistenza americana al paese».

Contrariamente alle aspettative dell'ambasciatore USA, parte della popolazione, soprattutto nei Dipartimenti andini (dove è particolarmente consistente la popolazione indigena quechua aymara), votò per il MAS, dandogli una percentuale del 20,94%, solo un paio di punti meno del partito più votato, l'MNR. In seguito, Morales attribuì all'ambasciatore statunitense il successo del MAS: "Ogni dichiarazione che ha fatto contro di noi ci ha aiutati a crescere e a risvegliare la coscienza del popolo".

Per il loro rifiuto di scendere a compromessi, Morales e il MAS furono esclusi dalla coalizione che scelse il nuovo Presidente Gonzalo Sánchez de Lozada; il MAS, guidato da Morales, entrò quindi al Congresso come il principale partito di opposizione.

In conseguenza del crescente scontento popolare, e delle dimissioni forzate prima del presidente Sánchez de Lozada e del suo successore Carlos Mesa Gisbert, il Congresso e il nuovo Presidente provvisorio Eduardo Rodríguez Veltzé decisero di anticipare al dicembre 2005 le elezioni previste per il 2007. Le sollevazioni popolari avevano come fattore chiave la guida di Morales, specialmente dopo un periodo di quasi un anno di partecipazione non ufficiale al governo del Presidente Mesa. A una riunione di agricoltori che festeggiavano il decimo anniversario della fondazione del MAS nel marzo 2005, Morales dichiarò che «il MAS è pronto a governare la Bolivia», avendo «consolidato la sua posizione come forza politica del paese»; e ancora: «il problema non è più quello di vincere le elezioni, ma quello di sapere come governare il paese».

In base ai primi sondaggi, Morales e il Movimento al Socialismo (MAS) risultavano in una scomoda parità con le forze di centro e di destra, e con i leader delle maggioranze urbane Jorge Quiroga, del partito PODEMOS, e Samuel Doria Medina, con differenze di pochi punti percentuali. Alla data del 21 agosto, Morales aveva scelto il suo candidato alla vicepresidenza, Álvaro García Linera, un ideologo di sinistra, sociologo, matematico e analista politico, che aveva combattuto a fianco di Felipe Quispe nell'Ejército de Guerrilla Tupac Katari (EGTK).

Il 4 dicembre, Morales si era portato in vantaggio nei sondaggi con una percentuale intorno al 32%. Quiroga oscillava intorno al 27%, con Samuel Doria Medina che seguiva a meno del 15%. Tutti i partiti promettevano solidarietà nazionale, nazionalizzazione (in qualche forma) del settore degli idrocarburi e ricchezza per la popolazione.

Il 14 dicembre, il Wall Street Journal riferiva: «La maggior parte dei sondaggi attribuiscono al quarantaseienne Morales un vantaggio di circa il 34% rispetto al 29% del suo rivale più vicino, l'ex-presidente conservatore Jorge Quiroga». Poco dopo, più di 100.000 scrutatori furono nominati in preparazione delle elezioni fissate per il 18 dicembre.

Quasi subito dopo la fine delle votazioni furono resi noti gli exit poll, secondo cui Morales avrebbe ottenuto il 42-45% dei voti, contro il 33-37% di Quiroga. Quest'ultimo ammise la sconfitta poche ore più tardi.

Il 22 dicembre, il conteggio ufficiale dava a Morales il 53,899% dei voti, con il 98,697% delle schede scrutinate. Quindi per la scelta del nuovo Presidente boliviano non si rendeva necessario un voto del Congresso.

Il 2 luglio del 2006 si svolgevano le elezioni per l'assemblea costituente, una delle promesse elettorali di Morales. Il partito di governo, il MAS, otteneva la maggioranza assoluta dei seggi (poco più del 50% dei voti e 137 assembleisti su 255 in totale, oltre ad alcuni eletti con altre sigle). Gli eletti all'assemblea si insediavano nella città di Sucre il giorno della festa nazionale boliviana, il 6 agosto.

Il 10 dicembre 2007 l'assemblea costituente approvava la nuova Costituzione con il voto dei 2/3 dei presenti.

Il 21 ottobre 2008 il parlamento boliviano votava, dopo un'estenuante trattativa tra il Mas e i gruppi dell'opposizione, la legge sul referendum costituzionale e alcune modifiche alla nuova Magna Carta.

Il 25 gennaio 2009 il corpo elettorale boliviano accettava con il 61,43% dei voti la nuova Costituzione, che impedisce qualsiasi privatizzazione delle materie prime della Nazione, permette la rielezione immediata del Capo dello Stato, concede il diritto ai popoli indios di avere e amministrare proprie leggi e limitava a 5 mila ettari la proprietà della terra. Alcune province, però, davano la vittoria al no. Ciò bastava per far dire all'opposizione che si era verificato un pareggio.

Secondo l'opposizione boliviana il testo di convocazione alle urne per la costituente e accordi anteriori stabilivano che l'approvazione degli articoli e del nuovo testo costituzionale sarebbe stata a maggioranza di due terzi degli eletti (170),e quindi il partito di governo di Morales aveva imposto l'approvazione degli articoli e del nuovo testo della costituzione per maggioranza semplice, spostando tra le altre cose, la sede dell'assemblea dalla città di Sucre, sede della corte costituzionale, a Oruro.

In realtà la Costituzione Boliviana del 1967, modificata varie volte, stabiliva che la Magna Carta potesse essere modificata dai 2/3 dei parlamentari presenti. Perciò la procedura adottata dal Mas nell'approvazione della nuova Costituzione era perfettamente regolare. L'approvazione definitiva del nuovo testo costituzionale, perdipiu',passava attraverso la realizzazione di un referendum nazionale, non previsto dalla Costituzione del 1967, ma dalla legge sulla Assemblea Costituente, che lo confermava. Nella seduta del 21 ottobre 2008 si stabiliva,inoltre, che le elezioni del Congresso anticipate si sarebbero tenute alla fine del 2009 e che Morales non si sarebbe presentato come candidato presidente nell'anno 2014.

Morales ha sostenuto la creazione di un'assemblea costituente per trasformare il paese. Propone inoltre l'approvazione di una nuova legge sugli idrocarburi che garantisca il 50% dei relativi redditi alla Bolivia, ma il MAS si è mostrato incline alla completa nazionalizzazione del settore del gas e del petrolio. Morales ha assunto una posizione a mezza via: sostiene la nazionalizzazione delle aziende del gas naturale, ma anche la cooperazione con stranieri in questo settore.

Morales ha descritto la Zona di Libero Scambio delle Americhe, dominata dagli Stati Uniti, come «un accordo per legalizzare la colonizzazione delle Americhe», e ha sostenuto il desiderio del Presidente Venezuelano Hugo Chávez di formare un "Asse del Bene" tra Bolivia, Cuba e Venezuela, in contrasto con l'"Asse del Male" costituito da Washington e alleati.

Morales ha espresso inoltre la sua ammirazione per Rigoberta Menchú, attivista indigena del Guatemala e vincitrice del Premio Nobel per la pace.

Nel marzo 2006, Morales ha annunciato a Santa Cruz l'aumento del 50% del salario minimo. Poiché attualmente esso è fissato a 440 boliviani (45 euro), aumenterebbe a 660 boliviani (67 euro). In precedenza Morales aveva dichiarato che avrebbe dovuto essere raddoppiato. Tuttavia in Bolivia 6 lavoratori su 10 operano nell'economia informale, e ciò limita l'impatto di questo aumento.

Nonostante le premesse e l'iniziale vasto appoggio popolare, nel settembre del 2006, a 8 mesi dall'inizio del suo mandato presidenziale, Morales ha dovuto affrontare una forte opposizione promossa dai comitati civici delle regioni orientali tropicali del paese (Santa Cruz, Beni, Pando e Tarija), regioni che rappresentano attualmente il motore economico del paese. Benché parte di questa opposizione sia mossa ed incentivata dal principale partito oppositore, PODEMOS, erede dei seguaci dell'ex presidente e generale golpista Banzer, e da riconosciuti impresari e mezzi di comunicazioni legati a posizioni della destra clericale, Morales sembra non aver saputo avvicinarsi sufficientemente ai ceti popolari camba e indigeni dei bassipiani tropicali, promuovendo una compagine di governo eccessivamente andinocentrica e fatta quasi esclusivamente di quechua e aymara. Le organizzazioni degli indigeni dell'amazzonia e del chaco boliviano, più di 30 popoli, hanno denunciato per esempio che 1.500 borse di studio per corsi universitari in Venezuela siano state assegnate esclusivamente a quechua ed aymara. Inoltre il programma di governo, formulato nel "Plan Nacional de Desarrollo", sembra vittima del frequente comportamento che vede i nuovi governanti considerare tutte le riforme passate, le basi legislative, le esperienze anteriori, come inesistenti e quindi degne solo di essere riscritte totalmente, perdendo un importante patrimonio di conoscenze e di concertazione che, pur con alcuni limiti, anche governi anteriori avevano applicato, in particolare quello di Sanchez de Lozada durante la presidenza 1993-97, in cui vennero varate le leggi di partecipazione popolare, di riforma agraria INRA e forestale.

I contrasti sulle forme di approvazione degli articoli della nuova costituzione che l'assemblea costituente, insediatasi nell'agosto 2006, approvava il 10 dicembre 2007, poi confermata dal referendum del 25 gennaio 2009, in cui il partito di governo applicava la maggioranza semplice, come detto sopra, hanno acuito ulteriomente le accuse di egemonia e mancanza di dialogo e concertazione del governo di Morales. Alcuni sostengono che l'esperienza di governo di Morales potrebbe arenarsi di fronte ad un'abituale occupazione di potere senza reali benefici per la popolazione, parlando di scarsa competenza dei membri di governo, di alcuni episodi di corruzione, delle dimissioni di alcuni membri del governo, dell'apparente impantanamento della nazionalizzazione degli idrocarburi, di lottizzazione tradizionale di tutte le strutture dello Stato identica a quella dei governi precedenti, di riforme proposte su basi etniche prima che sociali, e di distribuzione equitativa delle risorse. Altri,invece, ritengono che Morales stia rispettando le promesse della campagna elettorale del 2005.

Il governo Morales viene accusato da più parti di realizzare una tipica politica populista, fatta di elargizioni di denaro pubblico alla popolazione, senza una reale politica di miglioramento o una modifica strutturale dei servizi. Tale politica populista è accompagnata da un'intensa campagna pubblicitaria sui media nazionali, pubblici e privati, in cui, per esempio, qualsiasi spot del governo viene seguito dalla foto di Morales e los slogan "Evo cumple" (che potrebbe tradursi in Evo mantiene le promesse).

Un esempio di misura controversa attuata dal governo,secondo l'opposizione, è l'istituzione del bono Juancito Pinto, dedicato all'eroe bambino (che lasciò il tamburo per imbracciare il fucile) della guerra del Pacifico della seconda metà dell'800 contro il Cile. Il “bono” è finalizzato a sostenere l'acquisto del materiale scolastico (libri, quaderni, penne, ecc.) con 200 peso boliviani (equivalenti a 20 euro), dati ai genitori per ogni figlio che frequenta le scuole elementari (indipendentemente dalla quantità dei figli, del reddito e del tipo di scuola, pubblica o privata).

Paradossale in questa vicenda (criticata anche dalla chiesa cattolica ) è che il "bono" viene consegnato alla fine dell'anno scolastico, diminuendo l'efficacia del provvedimento vista la lunga sospensione natalizia del corso degli studi, e la scarsa propensione al risparmio della parte più disagiata della popolazione.

Secondo il Mas ,però, se il bono fosse consegnato all'inizio dell'anno scolastico non darebbe la certezza della frequenza. In questo modo, invece, i contadini mandano i figli a scuola per poter ricevere alla fine del percorso scolastico annuale il premio in denaro.

Il 20 dicembre 2008 il Presidente Morales ha dichiarato la Bolivia libera dall'analfabetismo, sradicato grazie al metodo cubano, Si, yo puedo.

Per l'opposizione è controverso anche che la pensione sia stata assegnata non piu'a 65, ma a 60 anni di età, dimenticando ,però, che il popolo boliviano ha una vita media di 65 anni. La pensione, perciò, prima della vittoria di Morales, nella gran parte dei casi, non veniva goduta dai lavoratori, perché non vivevano abbastanza a lungo.

Nel 2005, a seguito delle proteste popolari e delle dimissioni del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada, il Congresso boliviano approvò una legge sull'energia che aggiungeva al canone già esistente del 18% una tassa sulla produzione del 32%. Tale provvedimento obbligava le imprese a rinegoziare i propri contratti con lo Stato.

Nel 1° maggio 2006, il presidente Evo Morales emanò un decreto che imponeva la nazionalizzazione di tutte le riserve di gas naturale: «lo stato riprende la proprietà, il possesso e il totale e assoluto controllo» degli idrocarburi (la Bolivia posside la seconda riserva più grande di gas naturale in Sud America dopo il Venezuela, 747,2 milioni di metri cubi); l'annuncio venne fatto coincidenza con la Festa del Lavoro del primo maggio. Morales mantenne quindi la sua promessa elettorale fatta durante le varie guerre del gas, quando dichiarò: «Non siamo un governo fatto di semplici promesse: realizziamo ciò che proponiamo e ciò che chiede la gente». Dopo aver ordinato all'esercito boliviano e ai tecnici della YPFB (la compagnia di stato), di occupare e prendere posizione negli impianti energetici, diede alle compagnie straniere un "periodo di transizione" di sei mesi di per rinegoziare i contratti o venire espulse. Tuttavia, il presidente Morales assicurò che il processo di nazionalizzazione non avrebbe preso la forma di esproprio o di confisca. Il vice-presidente Alvaro Garcia affermò in un discorso nella piazza principale di La Paz che le entrate collegate al settore energetico sarebbero salite per l'anno successivo a 780 milioni di dollari, quasi sei volte di più rispetto al 2002. Fra i 53 impianti soggetti al provvedimento vi sono quelli della brasiliana Petrobas, uno dei più grandi investitori in Bolivia, e che controlla il 14% delle riserve di gas del paese. Il ministro dell'energia brasiliano, Silas Rondeau, reagì definendo la manovra come "ostile" e in contraddizione alle precedenti intese fra i due paesi. La vicenda si è conclusa nel giugno 2007 con l'acquisto da parte dello Stato delle raffinerie Petrobras per 112 milioni di dollari.

La Petrobas, la spagnola Repsol YPF, l'inglese BG Group Plc e la francese Total sono le maggiori compagnie petrolifere presenti nel paese. Secondo l'agenzia Reuters, «Il provvedimento boliviano prende spunto da ciò che il presidente venezuelano Hugo Chavez, amico di Morales, fece nel quinto più grande paese esportatore mondiale di petrolio tramite imposizioni di contratti di trasferimento e aumenti reatroattivi delle tassazioni, condizioni accettate dalla maggior parte delle compagnie petrolifere». La YPFB pagherà le compagnie straniere per i loro servizi, offrendo loro il 50% circa del valore della produzione, anche se il provvedimento stabilisce che le compagnie operanti nei due giacimenti più abbondanti del paese otterranno soltanto il 18%.

Nel febbraio del 2007, il governo di Morales ha nazionalizzato la fonderia di Vinto, nell'altipiano boliviano, in mano alla multinazionale Svizzera Glencore. Lo Stato boliviano non pagherà alcun indennizzo alla multinazionale giacché l'industria metallurgica di Vinto era di costruzione e proprietá statale e venne ceduta, in base a contratti dichiarati illegali, durante il governo del presidente Banzer.

Lo scopo dichiarato della nazionalizzazione è usare la ricchezza costituita dagli idrocarburi per sostenere le politiche sociali: «Nel 2005 dagli idrocarburi allo Stato rimanevano solo 300 milioni di dollari. Adesso entrano 1.600 milioni di dollari, ridistribuiti tra le amministrazioni locali, le università e il tesoro. Il succo di questa esperienza è che le risorse naturali non devono mai essere privatizzate perché sono quelle che risolvono i problemi».

Per molti analisiti, e soprattutto per una parte dell'opinione pubblica boliviana, la nazionalizzazione degli idrocarburi non ha dato i risultati attesi.

I fatti,però, dicono che da quando gli idrocarburi sono stati nazionalizzati, 1° maggio 2006, lo Stato ha i soldi sufficienti per portare avanti le proposte fatte agli elettori nella campagna elettorale e non si ritrova pieno di debiti, cosa che accadeva puntualmente negli anni in cui la Bolivia seguiva i dettami del F.M.I.

L'impresa nazionale del petrolio, YPFB, ha cambiato 4 presidenti nei due anni di governo Morales . Le esplorazioni e lo sfruttamento di nuovi campi di gas sono bloccati dalla mancanza di investimenti e di politiche adeguate. Si vedono in pericolo le possibilità di onorare i contratti di esportazione di gas con Brasile e Argentina, nonostante i prezzi di vendita del gas siano stati imposti dalla Bolivia e accettati dai due paesi. Il vicepresidente Garcia Linera ha chiesto ufficialmente a Petrobras di tornare ad investire nel paese, ma in Brasile esistono forti resistenze date l'opinione diffusa sulla scarsa sicurezza giuridica degli investimenti stranieri in Bolivia.

Il prezzo più caro lo pagano però le popolazioni locali. Vi sono stati momenti di assenza cronica di gas in bombole (in Bolivia non esiste la distribuzione del gas con condotte a domicilio) per i cittadini boliviani. Il gasolio viene in parte importato, sovvenzionato dallo stato, dal Paraguay e Argentina: tra settembre e novembre del 2007 era quasi introvabile nel mercato legale interno . L'antica capitale petrolifera della Bolivia, Camiri, nel dipartimento di Santa Cruz, ha più volte bloccato la strada che collega all'Argentina, reclamando una maggiore partecipazione nella gestione della politica idrocarburifera e una reale nazionalizzazione: il governo è ricorso anche all'intervento dell'esercito per sbloccare, senza successo, la strada .

L'approccio di Morales alla questione della cocaina è che il problema vada affrontato sul fronte del consumo, senza estirpare le piantagioni di coca: masticare foglie di coca è stata una tradizione per più di mille anni fra le popolazioni indigene dell'America Latina, fra cui le popolazioni Aymara e Quechua, che considerano le foglie di tale pianta come sacre. Il suo relativo basso effetto narcotico ha chiaramente sortito effetti benefici all'interno della società boliviana, permettendo ai molti poveri del paese di lavorare tutta la giornata, che può durare anche quindici o diciotto ore.

Tale affermazione è solo parzialmente vera. L'uso delle foglie di coca (Erythroxylon coca) è certamente molto antico e risale a un paio di millenni a.C. Trattandosi di una pianta tropicale il suo uso non era, come non è oggi, relegato solo alle popolazioni andine quechua e aymara che, evidentemente, dovevano procurarsela commerciando con le popolazioni delle aree tropicali. Le foglie di coca non erano quindi un bene di largo consumo. Prova di ciò è che nemmeno in epoca incaica, quindi per un paio di secoli prima della conquista spagnola, in un momento di consolidamento territoriale che dava quasi unitarietà al settore occidentale del Sud America, le foglie di coca rimanevano di uso quasi esclusivo della teocrazia incaica.

Per gli apologeti dell'uso sagrado della foglie di coca, è bene sottolineare che la crescita della produzione e del consumo è stata opera degli spagnoli che nell'uso delle foglie di coca trovarono un ottimo alleato per migliorare la produzione semischiavista nelle miniere di Potosì. Nel corso del XVI secolo d.C. la produzione di foglie di coca passò da 100 tonnellate a più di 1.000, quasi tutte assorbite dalle miniere d'argento di Potosì e dintorni.

Va inoltre sottolineato che all'uso tradizionale dell'acullico, cioè del masticare le foglie di coca, e alla fabbricazione di mate o altri prodotti locali, è attualmente destinato attorno al 10% della produzione totale di foglie di coca, mentre il resto serve per la fabbricazione di pasta-base e, successivamente, di cocaina pura.

C'è molto disaccordo tra l'amministrazione Morales e gli Stati Uniti per quanto riguarda le leggi antidroga e la cooperazione tra paesi in materia, ma i funzionari di entrambi i paesi hanno espresso il proposito di collaborare contro il traffico di droga: Sean McCormack, del Dipartimento di Stato americano, ha rinforzato il supporto alla politica antidroga boliviana, mentre Morales ha dichiarato «niente più cocaina, niente più traffico di droga, ma non niente più coca» poiché nella sua visione niente coca significherebbe anche niente più Quechuas e niente più Aymaras.

Nonostante le dichiarazioni pubbliche di lotta alla cocaina, la riduzione dei controlli sul commercio di foglie di coca e il parziale blocco ai programmi di eradicazione volontarie delle coltivazioni (che sono cresciute tra l’80 e il 100% negli ultimi anni, da un minimo storico di circa 15 mila ettari, nel 2000, agli attuali 30 mila, ancora distante però dai quasi 50mila ettari della metà degli anni ‘90) stanno riportando in auge la produzione e il commercio illegale di cocaina.

I laboratori di cristallizzazione non sono più localizzati in remote “estancias” nei bassipiani tropicali, ne’ nelle foreste vicine alle aree di produzione di coca, ma in luoghi nuovi, dove il trasporto delle sostanze chimiche usate per la fabbricazione è più agevole, senza o con scarsi controlli, e desta meno sospetti.

Nelle oramai ridotte foreste del Chapare (una delle due principali regioni di coltivazione di coca in Bolivia e dove Morales si è formato come dirigente dei coltivatori), foreste distrutte per far posto alle coltivazioni di coca o a coltivazioni lecite finanziate dai programmi di sviluppo alternativo, si procede eventualmente solo all’essiccamento e successivo sminuzzamento delle foglie o alla fabbricazione della pasta base di cocaina. Pasta base o foglie sminuzzate vengono poi trasportate, vista la scarsità dei controlli, fino ai laboratori di cristallizzazione in aree urbane o non tradizionalmente usate .

Ecco quindi i continui sequestri di cocaina nella città de El Alto , a 4.000 mt slm, quindi molto distante dalle terre tropicali dove si coltiva la coca, o nel secco bosco del chaco, nel parco nazionale Kaa-Iya , agli antipodi rispetto l’umidissima foresta tropicale in passato esistente nel Chapare.

Dal 29 dicembre 2005, Evo Morales intraprese un viaggio diplomatico considerato "eccezionale" da parte dei media latino-americani. Per due settimane, Morales visitò diverse nazioni alla ricerca di appoggi politici ed economici per il suo progetto di cambiamento della Bolivia. L'evento ha costituito una rottura con decenni di consuetudine, per cui la prima destinazione internazionale di un Presidente neo-eletto in Bolivia erano gli Stati Uniti.

Il 21 gennaio 2006, Morales partecipò ad una cerimonia spirituale indigena in un tempio situato su di una montagna del territorio tiahuanaco, dove fu incoronato come Apu Mallku, ossia "Capo Supremo" del popolo indigeno delle Ande e ricevette doni da molti rappresentanti dei popoli indigeni dalle varie zone dell'America Latina e del mondo. È stata la prima volta, dal tempo di Tupac Amaru, che un indigeno americano ha detenuto il potere reale.

Il 22 gennaio Morales ricevette ufficialmente il potere nel corso di una cerimonia a La Paz, a cui parteciparono diversi Capi di Stato, tra cui il Presidente argentino Néstor Kirchner e quello venezuelano Hugo Chávez. Era presente e ha avuto un colloquio privato anche il Presidente cileno Ricardo Lagos, il cui paese aveva avuto in passato un lungo corso di conflitti diplomatici con la Bolivia (vedi Guerra del Pacifico (1879-1884)). Morales ha descritto la sua presidenza come l'inizio di una nuova era, e la fine di 500 anni di colonialismo.

L'abbigliamento di Morales ha destato grande interesse dopo la sua scelta di farsi fotografare coi capi di stato del mondo in maglione a righe, tanto che ci si chiese se l'avrebbe indossato anche alla cerimonia di insediamento ufficiale, dove portò poi una camicia bianca senza cravatta (fatto comunque straordinario per l'America latina dei tempi moderni) ed una giacca nera, invece di un abito tradizionale.

Il maglione tradizionale indossato da Morales è di lana d'alpaca e si chiama chompa (parola da cui deriva l'inglese jumper); è un abito considerato elegante dagli indigeni boliviani, e fin dal suo viaggio diplomatico è diventato il suo simbolo ed è diventato di moda in tutta la Bolivia. La popolarità e l'apprezzamento del maglione ha portato molto a discutere sul suo significato, con alcuni che l'hanno considerato una protesta "metaforicamente tessuta delle necessità primarie insoddisfatte ", e altri che l'hanno paragonato alla "tenuta dei sanculotti della Rivoluzione francese". Comunque, è anche stato ridicolizzato e la scelta di Morales – a quanto riportano alcuni giornali – ha «inorridito» vari giornalisti e cittadini spagnoli, molto tradizionali, secondo i quali un capo di stato è obbligato a seguire la moda occidentale.

Per la parte superiore



TeleSUR

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TeleSUR (Televisión del Sur, in italiano Televisione del Sud) è una catena televisiva latinoamericana a capitale pubblico, con sede a Caracas in Venezuela. Le trasmissioni sono via satellite, in lingua castigliana. Iniziò la sua attività il 24 luglio 2005, con il motto Nuestro Norte es el Sur (gioco di parole in spagnolo che equivale a il nostro punto di riferimento è il sud).

Nacque per iniziativa del presidente del Venezuela Hugo Chávez con l'appoggio dei governi dell'Argentina, del Brasile, di Cuba e dell'Uruguay, sulla base dell'esigenza di fornire agli abitanti della vasta regione latinoamericana un mezzo per diffondere i propri valori, una proria immagine, per discutere le proprie idee e trasmettere i propri contenuti in maniera libera ed equa, così come in alternativa ai mezzi di comunicazione statunitensi come la CNN e Univision, o la britannica BBC. Successivamente, si sono uniti ai soci fondatori anche la Bolivia, il Nicaragua e l'Ecuador. Oppositori di Hugo Chávez e di Fidel Castro, in particolare negli U.S.A., hanno invece definito la catena come un mezzo di "propaganda politica".

Il consiglio d'amministrazione di TeleSUR è formato da intellettuali latinoamericani ed internazionali di prestigio come il Premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel, il poeta nicaraguense Ernesto Cardenal, gli scrittori Eduardo Galeano e Tariq Ali, lo storico Ignacio Ramonet, l'attore Danny Glover ed il programmatore Richard Stallman.

La proprietà della catena televisiva è divisa tra vari paesi, sia economicamente sia nei contenuti. La partecipazione economica è divisa fra Venezuela (46%), Argentina (20%), Cuba (19%), Uruguay (10%) e Bolivia (5%). È trasmessa in Brasile con sottotitoli in portoghese, però il governo di questo paese sta valutando una sua partecipazione alla catena. Nel 2006 il governo boliviano entrò a pieno titolo nella proprietà, con l'acquisizione del 5% delle azioni dal Venezuela.

Le prime attività furono le trasmissioni di prova iniziate il 24 maggio del 2005 da Caracas, città in cui hanno sede gli studi centrali di teleSUR, che conta su corrispondenti da Bogotá, Brasilia, Buenos Aires, Città del Messico, La Habana, Montevideo, La Paz e Washington D.C.. La sua copertura comprende America del Sud, Centroamerica, Caraibi, Stati Uniti, Europa occidentale e Africa del Nord.

Nel gennaio del 2006 TeleSUR e l'emittente del Qatar Al-Jazira siglarono un accordo di cooperazione che attirò critiche e accuse di "apologia del terrorismo", in special modo dal parlamentare statunitense repubblicano Connie Mack.

Il 9 febbraio 2007 TeleSUR ha cominciato a trasmettere il suo segnale in aperto in UHF in varie città importanti del Venezuela, tra le quali Caracas, Valencia, Barquisimeto e Puerto La Cruz, attraverso il segnale della vecchia CMT acquisita alcuni mesi prima dalla catena.

L'11 marzo 2007 Nicaragua, e il 30 agosto 2007 Ecuador, sono diventati azionisti della catena televisiva.

Il canale non ha fini di lucro, prova ne sia la quasi totale assenza di pubblicità, oltre al fatto che si può ricevere gratuitamente sia dalla sua pagina web, sia dai canali locali dei differenti paesi ispanofoni. È possibile anche la ricezione via cavo e via satellite.

I giornalisti di TeleSUR si caratterizzano per una peculiarità: parlano tutti con l'accento del loro paese di origine senza dissimulare, in chiaro contrasto con altri channel news continentali come CNN in lingua spagnola che usa il cosiddetto spagnolo neutrale.

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Raúl Isaías Baduel

Raúl Isaías Baduel (Las Mercedes, Guárico, 6 luglio 1955) è un militare e politico venezuelano. Generale in Capo dell'Esercito del Venezuela fino al luglio 2007. Nativo dello stato Guárico. Il suo diniego ad accettare il colpo di stato del 11 aprile 2002, operato da Carmona Estanga contro il presidente Hugo Chavez, eletto da pochi anni, permette il ritorno al potere dello stesso. Nel 2006 viene nominato ministro per il "Poder Popular para la Defensa". Nel 2007, entra in forte disaccordo con Chavez, per la questione riguardante alcuni articoli proposti per la seconda nuova costituzione venezuelana, che tra i vari arbitrii, consentono tra l'altro la rielezione indefinita del Presidente della Repubblica, per periodi di sette anni.

Riceve il titolo di istruzione superiore "Licenciado en Ciencias y Artes Militares" nel corso dedicato al "General de Brigada Francisco Carabaño", nell'anno 1976, con il numero 11 nello stato di merito (su 84 graduati). Il 17 dicembre del 1982 è uno dei quattro fondatori del Movimiento Bolivariano Revolucionario, facendo "giuramento bolivariano"(nello stesso stile di Simon Bolivar a Monte Sacro in Roma, ma sotto lo storico albero del Venezuela, il Samán de Güere) assieme all'attuale Presidente venezuelano Hugo Chávez, a Jesús Urdaneta ed a Felipe Acosta Carlés.

Ripetutamente ha manifestato la contrarietà ad atti di interruzione violenta del risultato della volontà popolare, opponendosi alla destituzione di qualsiasi presidente nominato da elezioni democratiche. Si oppone ad appoggiare l'insurrezione popolare (il "Caracazo") del 27 febbraio 1992 (in parte spontanea ed in parte organizzata da partiti di sinistra e comunisti vicini a Chávez), e non prende parte (sebbene gli fosse stato chiesto di partecipare) ai due falliti colpi di stato contro il presidente Carlos Andrés Pérez del 4 febbraio e del 27 novembre del 1992, affermando apertamente di essere totalmente contrario ai colpi di stato, per questa ragione, benché compagno di giuramento di Chávez, assume un ruolo marginale, mantenendosi comunque nell'ambito dei rivoluzionari chavisti, e vivendo in clandestinità.

Assume il ruolo di Comandante del Ejército de Venezuela, durante il governo del Presidente Hugo Rafael Chávez Frías, dopo la sua vittoria per maggioranza assoluta in elezioni universali, dirette e segrete, riconosciute da osservatori stranieri qualificati come totalmente democratiche.

Dirige come comandante della "Brigada de Paracaidistas del Ejército" l'operazione "Rescate de la Dignidad", che permette il salvataggio ed il ritorno al potere del presidente Hugo Chávez durante il colpo di stato del 11 aprile del 2002, quando il civile Pedro Carmona Estanga, appoggiato da militari di destra, assume il potere in Venezuela per 48 ore (11-13 aprile). Il golpe fallisce anche per l'atteggiamento autoritario dell'economista Carmona, che voleva sciogliere ed assumere in sé, tutti i poteri locali e regionali del Venezuela, molto spesso in mano ad oppositori a Chávez eletti democraticamente.

Viene nominato "Comandante General del Ejército" dal gennaio del 2004 fino a luglio 2006.

Il 24 giugno 2006 mentre avveniva la parata nella 185° commemorazione della Batalla de Carabobo che liberò il Venezuela dal dominio spagnolo, il Generale di divisione Raúl Isaías Baduel è asceso al rango di Generale in capo ed è nominato Ministro della Difesa del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Il 5 novembre del 2007, manifesta alla stampa e televisioni riunite del Venezuela, la sua opposizione verso la nuova riforma costituzionale, ed invia un messaggio radiotelevisivo al popolo del Venezuela, istigandolo ad opporsi a quella che definisce una truffa. Nonostante abbia sostenuto e continui a difendere la costituzione chavista dell'anno 1999, chiede al popolo venezuelano di non farsi sottomettere dall'una volta strisciante ma ormai lampante autoritarismo.

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Carlos Andrés Pérez

Carlos Andrés Pérez Rodrígue (Rubio, 27 ottobre 1922) è un politico venezuelano, che fu presidente del Venezuela dal 12 marzo 1974 al 12 marzo 1979 e dal 2 febbraio 1989 al 21 maggio 1993. Il suo governo fu più volte accusato di corruzione, il 4 febbraio 1992 fu coinvolto in un tentativo di colpo di stato, un gruppo di ufficiali dell'aeronautica guidati da Hugo Chavez sorvolò e bombardò il palazzo presidenziale, ma il golpe fallì e Chavez fu imprigionato, altri ufficiali riuscirono a rifugiarsi presso il governo di Alberto Fujimori in Perù.

Alla fine un procuratore generale della repubblica mise sotto accusa Perez per peculato doloso e malversazione, nel maggio del 1993 fu destituito dalla Corte Suprema del Venezuela.

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Source : Wikipedia