Hezbollah

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Inviato da david 26/02/2009 @ 01:18

Tags : hezbollah, libano, medioriente, esteri

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Hezbollah

Hezbollah emblem

Hezbollah o Ḥizb Allāh (حزب اﷲ in arabo, ossia Partito di Dio) è un partito politico sciita del Libano fondato nel giugno 1982, dotato di un'ala militare, creata con l'appoggio della Repubblica Islamica dell'Iran per opporre una resistenza armata all'invasione e all'occupazione israeliana del Libano.

L'emblema a bandiera di Hezbollah è caratterizzato da un drappo giallo al cui centro campeggia parte di un versetto del Corano, Sura V, versetto 56, che recita: "E colui che sceglie per alleati Dio e il Suo Messaggero e i credenti, in verità il partito di Dio saranno i vittoriosi." . La lettera alif, prima lettera del nome di Dio, è graficamente resa come una mano che stringe un fucile AK-47 ed è affiancata da una rappresentazione schematica del globo terrestre.

In Libano Hezbollāh è impegnato come partito politico; i suoi candidati partecipano alle elezioni legislative ed alcuni suoi rappresentanti siedono come ministri nella compagine governativa attualmente (2006) guidata dal primo ministro Fu'ād Siniora. L'ala politica di Hezbollāh è, inoltre, molto attiva in campo sociale, gestendo una serie di attività ed istituzioni che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e sostegno economico alle famiglie meno abbienti, oltre ad aver giocato un ruolo chiave nella ricostruzione delle abitazioni e delle infrastrutture del Libano del Sud, a seguito delle gravi distruzioni inflitte al Paese dei Cedri, invaso a più riprese da Israele durante un trentennio.

Hezbollah ha una ala militare, nota come al-Muqāwama al-Islāmiyya ("Resistenza Islamica"), ed è accusata da alcuni politici di essere sponsor di un certo numero di organizzazioni militanti meno conosciute, alcune delle quali potrebbero essere semplici facciate per coprire lo stesso Hezbollah . Queste organizzazioni includono l'Organizzazione degli Oppressi, l'Organizzazione della Giustizia Rivoluzionaria, l'Organizzazione per il Giusto contro l'Erroneo e i Seguaci del Profeta Maometto .

In quasi tutti i Paesi del mondo, arabi e non arabi, Hezbollāh è visto principalmente come un movimento politico che esercita una legittima resistenza nazionale contro l'occupazione militare israeliana in Libano, spesso anche alimentando l'odio antisemita (ad esempio, il Rapporto sui Diritti Umani 2004 del Dipartimento di Stato USA afferma che venne diffusa dalla rete televisiva satellitare al-Manar, di proprietà di Hezbollah, la serie televisiva al-Shatat, "La Diaspora", basata sulla classica propaganda dei Protocolli dei Savi di Sion). Hezbollah, tuttavia, ha continuato ad effettuare sporadici lanci di razzi contro il nord di Israele anche dopo il ritiro delle truppe delle Forze di Difesa Israeliane dal sud del Libano, nel 2000. I membri di Hezbollah hanno giustificato tali bombardamenti sostenendo che Israele occupa ancora la zona detta delle fattorie di Sheba'a, che apparterebbe al Libano. Tale attribuzione è controversa, in quanto la zona, limitrofa alle alture del Golan, sarebbe, secondo una risoluzione Onu, rivendicabile dalla Siria, e non dal Libano. Vale la pena di notare che tale risoluzione è stata "pianificata" dal primo ministro libanese Rafik Hariri allo scopo di delegittimare Hezbollah e quindi indebolire la Siria, alleato di Hezbollah. Proprio tale risoluzione è stata probabilmente una delle ragioni per cui Hariri fu in seguito assassinato in un attentato da molti attribuito ai servizi segreti siriani. Inoltre, sugli organi stampa di Hezbollah è stato spesso affermato a chiare lettere che il movimento non smetterà di combattere fino alla distruzione dell"entità sionista", cioè Israele.

L'Unione europea non considera né Hezbollah, né alcun gruppo al suo interno, in quanto tale, come "terrorista". Tuttavia, il Parlamento europeo ha adottato il 10 marzo 2005 una risoluzione, non vincolante, che di fatto accusa Hezbollāh di aver condotto "attività terroriste". Il Consiglio d'Europa ha inoltre qualificato Imad Mugniyah come un alto responsabile dell' intelligence del movimento libanese, accusandolo di essere un terrorista.

L'ONU ed i principali Paesi dell'Unione Europea, compresi la Francia, l'Italia, la Germania e la Spagna, pur esprimendo riserve e critiche nei confronti di Hezbollāh, non lo considerano una "organizzazione terrorista" e, a più riprese, nell'estate del 2006, ministri ed alti funzionari delle Nazioni Unite, di questi Paesi e dell'Unione Europea hanno riconosciuto Hezbollāh come un interlocutore politicamente legittimo ed un membro della coalizione che sostiene il governo libanese, incontrandone i ministri al pari di quelli affiliati ad altre forze politiche.

Per contro, Hezbollah è stato classificato come organizzazione terrorista dagli Stati Uniti, dai Paesi Bassi , dal Canada, da Israele. Il Regno Unito e l'Australia hanno preso una simile posizione limitatamente al braccio armato del movimento, di fatto considerato distinto da quello politico.

Alcuni governi che sostengono Israele accusano la Siria e l'Iran di sostenere militarmente, logisticamente ed economicamente Hezbollah. Di fatto si tratta in sostanza degli stessi che lo considerano un gruppo terrorista, con la possibile aggiunta della Francia, che ha reputato in tempi recenti che i propri interessi peculiari in Libano, in qualità di ex potenza coloniale, siano minacciati dal movimento Sciita.

Il governo statunitense accusa Hezbollāh di diversi attentati, il più grave dei quali avvenuto il 23 ottobre 1983 quando due autobombe esplosero contro una caserma occupata da truppe americane e francesi uccidendo 241 marines statunitensi e 58 paracadutisti francesi. Hezbollah ha sempre negato ogni coinvolgimento nell'operazione che è invece stata rivendicata da altri gruppi sciiti.

Allo stesso modo Hizbollah è sospettato di essere il responsabile del rapimento di numerosi cittadini americani nel Libano (di cui cinque furono assassinati)tra i quali particolarmente salienti furono quelli del colonnello dell'esercito degli Stati Uniti William Francis Buckley, capo stazione della CIA a Beirut, rapito dall'Hezbollah il 16 marzo 1984 e morto l'anno dopo nelle mani dei suoi sequestratori, del corrispondente dell'Associated Press a Beirut Terry Anderson, sequestrato il 16 marzo 1985 e liberato il 4 dicembre 1991, dell'inviato della Chiesa Anglicana Terry Waite, rapito il 20 gennaio 1987 mentre cercava di negoziare la liberazione di alcuni ostaggi e liberato il 17 novembre 1991 e del colonnello USA William R. Higgins, capo del Team di osservatori dell'ONU nel Libano meridionale, rapito il 17 febbraio 1988, torturato ed infine ucciso pare nel luglio 1990.L'organizzatore di tali Rapimenti sarebbe stato Imad Mugniyah, il comandante militare di Hezbollah. Il coinvolgimento di Mughniyah pare accertato anche per quanto riguarda il dirottamento del volo TWA 847 il 14 giugno 1985, nel corso del quale venne assassinato dai dirottatori il sommozzatore della marina USA Robert Stethem.

Il governo argentino accusa Hezbollah di essere il responsabile di due attentati ad una sinagoga ed ad un centro culturale ebraico avvenuti a Buenos Aires nell'85. Il 10 marzo del 2005 il Parlamento Europeo, accogliendo le richieste israeliane sostenute anche dagli Stati Uniti, approvò con una maggioranza schiacciante (473 a favore, 8 contro, 33 astenuti) una risoluzione che accusava Hezbollah di attività terroristiche. La risoluzione afferma che il "Parlamento considera che esiste una chiara evidenza di attività terroriste da parte di Hezbollah. Il Consiglio dell'Unione Europea deve intraprendere tutti i passi necessari per impedire le loro azioni" . La UE ha anche deciso di impedire la diffusione della televisione satellitare di Hezbollah (al-Manār) da parte dei satelliti europei, in modo di applicare le norme europee contro "l'incitamento all'odio razziale e/o religioso" . Le Nazioni Unite non hanno invece incluso Hezbollah nella loro lista di sospetti gruppi terroristici ma hanno, comunque, chiesto lo smantellamento dell'ala militare di Hezbollah nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU n° 1559.

Hezbollah ha condannato alcuni atti terroristi, come gli attentati dell'11 settembre 2001 , i massacri del GIA in Algeria, gli attacchi compiuti dal gruppo al-Jamā'a al-Islāmiyya contro alcuni turisti in Egitto e l'omicidio di Nick Berg .

Hezbollah ha espresso sostegno verso alcuni gruppi della resistenza terroristica palestinese, come Hamās e la Jihād islamica.

Il programma politico ed economico degli esponenti di Hezbollah è un progetto anti-neoliberale. Non ci sono grandi differenze tra la loro visione politica e quella del Partito Comunista Libanese, anche se non si può certo definire il programma politico di Hezbollah marxista o socialista. Secondo i criteri occidentali, si può dire che la loro visione del mondo è vicina a quella della socialdemocrazia, dunque per un regime capitalista libero, ma con un ruolo forte dello Stato come regolatore dell'equilibrio con il mercato. Rifiutano le privatizzazioni e la riduzione del ruolo dello Stato.

Per la parte superiore



Libano

Libano - Bandiera

Il Libano (arabo: لبنان, Lubnān; nella forma estesa الجمهورية اللبنانية, al-Jumhūriyya al-Lubnāniyya, ossia "Repubblica libanese") è uno stato del Vicino Oriente che si affaccia sul settore orientale del mar Mediterraneo. Il Libano confina a nord e ad est con la Siria e a sud con Israele. Ad ovest si affaccia sul Mare Mediterraneo.

La superficie del Libano è di 10.452 km quadrati. La capitale è Beirut. Le attività economiche principali sono i servizi bancari e finanziari, tradizionalmente sostenuti da un regime economico libero-scambista e competitivo, e il turismo.

Secondo una ricostruzione etimologica molto diffusa quanto non scientifica, il termine Lubnān sarebbe stato utilizzato a partire dall'ottavo secolo dell'era comune e deriverebbe dalla radice trilittera l-b-n, la stessa della parola laban (ossia "latte"), per via della somiglianza tra i massicci montuosi coperti di neve e il colore del latte.

Il Libano si trova in Asia e più precisamente nell'Asia occidentale o Medio Oriente, di cui è il paese più piccolo per superficie. Lungo 250 km e largo da 25 a 60 km, confina con il Mar Mediterraneo a ovest per una costa lunga 225 km, con la Siria a nord e ad est (per 375 km), con Israele a sud (per 79 km). Il confine nord con la Siria e' segnato in buona parte dal fiume Nahr al-Kabir, mentre a sud il punto più estremo sulla costa e' segnato dal promontorio di Ras Nakura. Il confine con la alture del Golan (de jure in Siria ma occupate da Israele dal 1967) è contestato dal Libano in una piccola area chiamata Shebaa Farms, nonostante il confine sia stato demarcato dalle Nazioni Unite.

Il territorio è prevalentemente montuoso e percorso in direzione NS dalle catene parallele del Libano vicino alla costa e boscoso e del più arido Antilibano verso la Siria. Esse sono retrostanti alla costa, arrivano a 3000 m e sono per lo più soggette a precipitazioni, relativamente abbondanti. La stretta fascia costiera ad ovest del paese è raggiunta da ampi terrazzi digradanti su promontori rocciosi da sempre favorevoli alla portualità. La regione compresa tra le catene montuose è un altopiano che prende il nome di valle del Bekaa, da cui scorrono verso nord l'Oronte e verso sud il Litani. Il versante orientale del paese è occupata dalla parte meno ripida e più discontinua dei suoi rilievi. Nel complesso la presenza di fiumi è tale da consentire l'irrigazione del terreno coltivabile.

Il Libano ha un clima mediterraneo moderato. Sulla costa gli inverni sono freschi e piovosi e le estati calde e umide. A maggiori altitudini, le temperature invernali scendono sotto lo zero con frequenti nevicate, anche abbondanti, mentre le estati sono tiepide e secche. Benché in generale il Libano goda di precipitazioni annue abbastanza elevate in confronto agli aridi paesi circostanti, alcune aree nord-orientali sono più aride perché le cime della catena occidentale bloccano molte nubi nati sul Mediterraneo.

Nell'antichità, il Libano ospitava grandi foreste di cedro del Libano, oggi simbolo nazionale. Tuttavia, millenni di sfruttamento commerciale (per edilizia e cantieri navali) senza alcuna politica di riforestazione hanno fortemente ridotto la loro estensione.

I residenti in Libano sono stati stimati in 3.577.000 nel 2005 (densità: 344 ab/km²) e in 3.925.502 nel luglio 2007.

La popolazione libanese comprende diversi gruppi religiosi. Lo stato riconosce ufficialmente 18 confessioni.

Dal 1932 non si sono più avuti censimenti ufficiali a causa della grande sensibilità dei libanesi nei confronti dei rapporti numerici fra le varie confessioni religiose. Il censimento del 1932, svolto sotto il mandato francese, contò solo i cittadini libanesi residenti in Libano nel 1932, ossia esclude i libanesi emigrati e i residenti non libanesi. Risultarono 785.742 cittadini libanesi residenti: 63% cristiani, in maggioranza maroniti, 35% musulmani e 2% di altre piccole minoranze.

Mentre un tempo i cristiani costituivano la maggioranza, attualmente, secondo le stime del governo statunitense, i musulmani sono all'incirca il 70% della popolazione libanese. Alcuni drusi focalizzano la loro identità in senso lato, dissociandosi dall'essere accomunati classicamente come musulmani. Numerosi cristiani maroniti non si identificano come arabi ma semiti etnicamente discendenti dai fenici e dalla mescolanza di popoli che vivevano in Siria e in Libano prima dell'arrivo degli stessi arabi (principalmente popolazioni di lingua siriaca e bizantini). Successivamente i maroniti si sarebbero mescolati anche con i crociati. Numerosi storici hanno tuttavia contestato o criticato queste tesi. È da sottolineare che, secondo alcune opinioni attuali, è considerato arabo qualsiasi persona avente la lingua araba come lingua madre, a prescindere dai riferimenti genealogici. L'1% dei libanesi è di origine curda, ovvero i Mhallami, mentre i Melchiti greco-cattolici e i greco-ortodossi tendono a concentrarsi maggiormente sulle loro origini greche. Si distinguono da altri Cristiani d'Oriente in quanto usano, come lingua liturgica, sia il greco che l'arabo. Esiste anche una comunità ebraica composta attualmente da circa 100 individui; la maggior parte degli ebrei libanesi ha infatti scelto di lasciare il paese a causa della guerra civile. Gli ebrei libanesi vedono loro stessi indistintamente come "arabi giudei" o come "popolo levantino"; ad ogni modo la comunità è tradizionalmente riferita al mondo "mizrahi" (Ebrei d'Oriente). Dal 1 gennaio 2009 è stato istituito il sito ufficiale della comunità ebraica libanese che va ad affiancare il blog di discussione nato nel 2006. Il Libano è una nazione inserita nella Lega Araba anche se - per il suo particolare melting pot "etnico-religioso" - vede contemporaneamente se stessa come nazione levantina o mediterranea.

Sul territorio, gli sciiti sono concentrati soprattutto nel sud del paese, nella periferia meridionale di Beirut e nella Valle della Bekaa, mentre i sunniti soprattutto attorno a Tripoli, Sidone e nella parte ovest di Beirut. I cristiani sono concentrati perlopiù nella zona centrale del Monte Libano e nella parte est di Beirut, mentre i drusi si trovano nel massiccio dello Shuf (a sud-est di Beirut).

Molti milioni di libanesi hanno lasciato la madrepatria per trasferirsi negli Stati Uniti, in Sud America (soprattutto in Argentina e Brasile), in Australia e in Europa, specialmente in Francia. Si calcolano 18 milioni di persone di ascendenza libanese, di cui 8 milioni in Brasile. I libanesi della diaspora sono soprattutto di religione cristiana; si spiega così, insieme al tasso di crescita più elevato presso la popolazione musulmana, il cambiamento nei rapporti numerici, nonché la richiesta dei politici libanesi cristiani di concedere il diritto di voto agli espatriati.

L'importanza degli equilibri religiosi ha fatto sì che ai rifugiati armeni di religione cristiana sia stata concessa la cittadinanza libanese che è invece negata ai profughi palestinesi, richiesta quest'ultima sostenuta dai musulmani sunniti.

La lingua ufficiale è l'arabo standard moderno. Diffuso è l'uso del francese (lingua ufficiale sino al 1943, termine del mandato della Francia). In Libano si pubblicano quattro quotidiani e un settimanale di cinema in francese. Si stima che la metà dei libanesi sia francofona.Inoltre in Libano si trova la più importante università francese all’estero, dopo il Canada. La comunità armena conserva il proprio idioma (affiancato alla lingua araba). L'arabo parlato correntemente dalla popolazione differisce dall'arabo standard utilizzato nella forma scritta e per alcuni costituisce addirittura una lingua "neo-araba" o persino una lingua semitica a sé stante.

I più antichi insediamenti umani in Libano risalgono al 7000 a.C., in particolare a Byblos, la più antica città del mondo abitata con continuità.

Nell'antichità il Libano fu la sede della civiltà dei Fenici, che nel VI secolo a.C. fu incorporata da Ciro il Grande nell'Impero Persiano e due secoli più tardi entrò nell'orbita dei regni ellenistici successori di Alessandro Magno. Nel I secolo a.C. ebbe luogo la conquista romana, che si protrasse (prima nell'ambito di un impero unificato, poi nel seno dell'Impero romano d'Oriente) fino all'invasione araba. Sia in epoca ellenistica che romana, la massima parte del territorio libanese (fra cui la cosiddetta Celesiria) fu considerata, anche sotto il profilo politico, appartenente alla Siria.

La conquista, già nel VII secolo, da parte degli arabi mossi dall'Islam cambiò definitivamente la storia e la civiltà del paese, che pure vide un periodo di dominazione cristiana all'epoca delle crociate (XII e XIII secolo). L'Impero Ottomano dominò anche il Libano, come parte della Grande Siria, dal 1516 fino alla battaglia di Megiddo al termine della prima guerra mondiale (settembre 1918).

Dopo la dissoluzione dell'Impero Ottomano al termine della prima guerra mondiale, di fatto ratificando l'accordo Sykes-Picot fra Gran Bretagna e Francia (16 maggio 1916), la Società delle Nazioni affidò la Grande Siria, comprese le cinque province che oggi costituiscono il Libano, al controllo della Francia con un mandato. Il 26 aprile 1920 la Conferenza di Sanremo definì limiti e compiti di tale protettorato; tali decisioni furono ratificate dalla Società delle Nazioni il 24 luglio 1922 ed entrarono formalmente in vigore il 29 settembre 1923.

Tuttavia, già a partire dal 1 settembre 1920, per decreto dell'alto commissario generale Henri Gouraud, la Francia istituì come indipendente sotto proprio mandato, lo Stato del Grande Libano, una di varie enclavi etniche in Syria, in gran maggioranza cristiana (principalmente Maronita) ma con aree con maggioranze di musulmani e drusi (un'altra minoranza), con capitale Beirut. Il 1 settembre 1926 la Francia istituì la Repubblica Libanese, da ora in poi separata dalla Siria, anche se amministrata sotto lo stesso mandato.

Nel marzo 1922 venne istituito un "consiglio rappresentativo" di 30 deputati eletti a doppio turno in collegi confessionali-territoriali con mandato quadriennale, che fu eletto per la prima volta nel maggio 1922. Tale consiglio ratificò la Costituzione libanese, che fu promulgata il 23 maggio 1926, secondo la quale mutò il proprio nome in "consiglio parlamentare libanese".

Il Libano ottenne l'indipendenza nel 1943, durante la seconda guerra mondiale mentre la Francia era occupata dalla Germania nazista o sotto il regime fantoccio di Vichy, il cui alto commissario mandatario, generale Henri Dentz, spingeva per l'indipendenza. Perciò il Regno Unito, che aveva varie forme di controllo su Sudan, Egitto, Palestina, Giordania e Irak, occupò militarmente Siria e Libano. Subito dopo il generale antinazista francese Charles de Gaulle visitò l'area e il 26 novembre 1941 fece annunciare al generale Georges Catroux che il Libano sarebbe divenuto indipendente. Nell'agosto 1943 si tennero le elezioni, sulla base di un decreto commissariale che stabiliva il principio di 6/5 per il rapporto cristiani/musulmani (rimasto in vigore fino all'accordo di Taif del 1989) e 55 eletti. Mentre il consiglio, riunitosi a partire dal 21 settembre, si era ri-denominato assemblea nazionale, l' 8 novembre 1943 il nuovo governo libanese abolì unilateralmente il mandato: i Francesi imprigionarono i membri del governo ma li rilasciarono il 22 novembre 1943, accettando l'indipendenza del Libano. Solo dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1946 le truppe francesi abbandonarono il paese.

Il Patto Nazionale del 1943, mai formalizzato per iscritto, richiedeva la divisione delle cariche fra i principali gruppi religiosi: il presidente cristiano maronita, il primo ministro musulmano sunnita, il presidente del parlamento musulmano sciita, e altri alti funzionari greco-ortodossi o drusi. Tale patto è ancora considerato valido.

Invece la legge elettorale fu modificata più volte, sempre salvando il principio 6/5, in particolare nel 1953 per riconoscere alle donne il diritto di voto. Le elezioni dal 1960 al 1996 hanno avuto luogo con la legge elettorale del 1960, che prevedeva 99 deputati da eleggere in 26 circoscrizioni. Tuttavia l'accordo di Taif (concluso il 22 ottobre 1989 e pubblicato il 21 settembre 1990) ha modificato l'articolo 24 della Costituzione per istituire la parità parlamentare tra cristiani e musulmani e fissare il 128 il numero dei deputati.

La storia libanese successiva all'indipendenza è stata caratterizzata dall'alternanza di periodi di stabilità politica e di disordini, ai quali si è sovrapposta la prosperità economica, determinata dall'importanza che Beirut riveste nel Medioriente quale centro finanziario e commerciale.

Il 29 novembre 1947, come tutti i paesi arabi, il Libano non accettò la risoluzione 181 dell'ONU che ripartiva il territorio della Palestina mandataria fra uno stato ebraico (Israele) e uno stato arabo (Palestina) a partire dal 1948. Di conseguenza, al termine del mandato britannico (14 maggio 1948) Israele proclamò l'indipendenza e la Lega Araba, incluso il Libano, iniziò la guerra, durante la quale il Libano non invase Israele ma si limitò a dare sostegno logistico all'Esercito di Liberazione Arabo. Sconfitto quest'ultimo nella Operazione Hiram, fu stipulato un armistizio fra Israele e Libano (23 marzo 1949); tuttavia (fino al 2007) non fu firmato alcun trattato di pace.

Dopo l'armistizio del 1949 il Libano non ha più partecipato militarmente ad alcun conflitto arabo-israeliano: non alla crisi di Suez (1956), né alla guerra dei sei giorni (1967), né alla guerra del Kippur (1973). Dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948, in Libano giunsero più di 100.000 profughi palestinesi in fuga dopo la proclamazione dello Stato di Israele, mentre le risoluzioni delle Nazioni Unite non venivano applicate (né la 181 sulla partizione approvata il 29 novembre 1947 né la 194 sui profughi approvata nel dicembre 1948). Altri profughi si aggiunsero dopo la guerra del 1967 fra arabi e israeliani e dopo il Settembre nero 1970 in Giordania.

Nel 1982 il Paese subì una invasione israeliana, l'operazione militare "Pace in Galilea", che - scartando le definizioni di parte - più correttamente dovrebbe essere chiamata Prima guerra israelo-libanese. Essa era stata voluta dal governo israeliano per sradicare dal Libano la presenza armata palestinese ma si spinse ben oltre il sud-Libano in cui le unità della resistenza palestinese s'erano insediate, arrivando fino a Beirut dove aveva sede l'OLP. Il neo eletto presidente della Repubblica Bashir Gemayel il 14 settembre 1982, nove giorni prima dell'investitura ufficiale, cadde vittima di un attentato dal parte delle milizie palestinesi, insieme ad altre 25 persone, perdendo la vita in un'esplosione nel quartiere cristiano di Ashrafiyyeh, nella parte orientale di Beirut. L'intervento internazionale consentì di evitare un bagno di sangue e lo sgombero della dirigenza dell'OLP e di molte unità armate palestinesi alla volta dei paesi circonvicini. La dirigenza dell'OLP si rifugiò a Tunisi ma ciò non impedì che si perpetrassero atrocità contro la popolazione civile come la strage di Damour e il massacro nei campi-profughi di Sabra e Shatila a Beirut, operati il primo dai profughi palestinesi del campo di Tell al-Za'tar e il secondo da unità cristiane guidate da Elie Hobeika, sotto lo sguardo distratto delle autorità militari israeliane di stanza nell'area coinvolta. Presidente della Repubblica fu eletto Amin Gemayel, fratello di Bashir. Resterà presidente fino al 1988.

Il 12 luglio 2006, le milizie del gruppo radicale sciita Hezbollah, filo-siriane ed iraniane, attaccarono una pattuglia delle IDF in perlustrazione nei pressi del villaggio di Zar'it, uccidendo tre soldati e catturandone due..

Israele iniziò così un'offensiva militare contro il Libano, diretta a neutralizzare il dispositivo armato di Hezbollah e le sue possibilità offensive. Nei giorni seguenti, i bombardamenti aerei israeliani abbatterono quasi totalmente ciò che il Libano si era impegnato a recuperare in dieci anni di pace: quell'equilibro, quella serenità, le infrastrutture moderne e i ponti che vennero in quel mese distrutti. Altre spedizioni aeree colpirono l'aeroporto di Beirut, i porti, le centrali elettriche e le principali vie di collegamento terrestre con la Siria, i quartieri sciiti della periferia meridionale di Beirut e diversi villaggi nel Libano meridionale, provocando molte vittime civili. Tutto ciò, secondo il governo israeliano, serviva a "disarmare" le forze di Hezbollah. Tuttavia, i bombardamenti israeliani causarono vere o proprie stragi civili, distrussero condomini abitati esclusivamente da civili uccidendo e ferendo gravemente donne e bambini a causa delle loro bombe al fosforo. Questo tipo di bombe è vietato ma, come assicurano prove concrete,sono state inserite anche in giocattoli. Un video mostra la distruzione tramite bombardamento di un edificio civile (pieno di persone innocenti) motivato dal fatto che gli aviatori israeliani che hanno commesso questo "crimine di guerra" videro entrare un camion nel giardino di questo condominio.

L'11 agosto 2006, dopo settimane di stallo in cui la diplomazia non era riuscita a giungere ad una tregua tra le parti per consentire l'apertura di corridoi umanitari in favore della popolazione civile libanese, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò all'unanimità la Risoluzione 1701. Il testo della risoluzione chiede l'immediata cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah, il ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale, in concomitanza con lo schierarsi nella zona delle truppe regolari libanesi e dell'UNIFIL e prevede la creazione di una zona cuscinetto "libera da ogni personale armato che non sia quello delle Nazioni Unite e delle forze armate regolari libanesi" per dodici miglia tra la frontiera israelo-libanese e il fiume Litani. La risoluzione richiama al rispetto della precedente Risoluzione 1559 del 2004, che aveva richiesto il disarmo delle milizie libanesi, compresa Hezbollah.

Poco prima del 14 agosto ci furono i più pesanti attacchi aerei da parte di Israele sui civili libanesi: ciò era dovuto al fatto che Israele sapeva dell'imminente cessate il fuoco. Il 14 agosto 2006, subito dopo l'annuncio del cessate il fuoco e la fine delle azioni militari, il governo libanese avviò il dispiegamento delle proprie forze armate lungo il confine meridionale. Centinaia di migliaia di civili fecero ritorno ai propri villaggi, in molti casi gravemente danneggiati dal conflitto.

Il 25 agosto 2006, il vertice dell'Unione Europea a Bruxelles stabilì l'invio di circa settemila militari europei per costituire il nucleo centrale della forza multinazionale di interposizione nel Libano meridionale (UNIFIL). Le truppe multinazionali (guidate dalla Francia, a cui è subentrata l'Italia nel febbraio 2007) secondo la Risoluzione 1701 intraprenderanno inoltre ogni azione necessaria per assicurare che la loro area d'operazione non sia utilizzata per attività offensive di ogni genere. Non avranno il compito di disarmare le milizie Hezbollah, che spetterà alle truppe libanesi, assieme alla sorveglianza del confine con la Siria, per impedire il traffico d'armi.

La crisi politica innescata dalle dimissioni dal governo Siniora di cinque ministri legati ai partiti filo siriani Hezbollah e Amal, dovuta alle divergenze riguardanti in parte l'istituzione di un tribunale internazionale sull'assassinio di Rafiq al-Hariri e in parte sulla richiesta non accolta di un rimpasto di governo che assegni maggiore potere alla componente sciita, si aggrava ulteriormente dopo l'assassinio del ministro dell'industria Pierre Amin Gemayel, avvenuto il 21 novembre 2006.

Dopo gli scontri avvenuti agli inizi di Maggio 2008, una mediazione internazionale guidata dalla diplomazia del Qatar ha permesso alle fazioni politiche locali di accordarsi per l'elezione del generale Michel Suleiman alla presidenza della repubblica e per la formazione di un governo di unità nazionale, in vista delle elezioni parlamentari previste per la primavera del 2009.

Il Libano è una repubblica parlamentare.

Dal punto di vista costituzionale, il Libano può essere definito una repubblica semipresidenziale perché il presidente della repubblica, per quanto non eletto direttamente dal corpo elettorale, condivide il potere esecutivo con il primo ministro, partecipando alle sedute del Consiglio dei ministri, nominando e revocando il primo ministro. Il presidente della repubblica è eletto ogni sei anni da parte dei deputati.

Il potere legislativo è affidato all'Assemblea dei deputati (Majlis al-Nuwwāb), composta da 128 deputati eletti ogni cinque anni (in precedenza, ogni quattro) mediante suffragio universale diretto. Il diritto di voto si esercita a partire dall'età di ventuno anni.

L'elemento più importante del sistema politico libanese è il confessionalismo, ossia un assetto istituzionale in cui l'appartenenza religiosa di ogni singolo cittadino diventa il principio ordinatore della rappresentanza politica e il cardine del sistema giuridico. Anche gli incarichi amministrativi sono suddivisi tra le differenti confessioni religiose secondo un meccanismo predeterminato di quote riservate, che sono attribuite a ciascun gruppo in funzione del suo peso demografico e sociale.

In base a una convenzione costituzionale risalente al "patto nazionale" (al-mīthāq al-watanī) del 1943, che integra o interpreta la costituzione del 23 maggio 1926, le più alte cariche dello stato sono assegnate ai tre gruppi principali: il presidente della repubblica è maronita, il primo ministro è sunnita, mentre il presidente del parlamento è sciita.

Gli accordi di Tā'if del 1989 non hanno modificato questo sistema, ma si sono limitati a riequilibrare i rapporti di forza tra le confessioni maggiori, facendo in modo che il numero di deputati musulmani fosse pari al numero di deputati cristiani, e aumentando i poteri e le prerogative del primo ministro a scapito del presidente della repubblica.

Per quanto riguarda il Parlamento, i seggi in palio sono attribuiti in base sia ad un criterio geografico sia ad un criterio confessionale, attraverso una minuziosa ripartizione che cerca di riflettere gli equilibri demografici esistenti tanto a livello nazionale quanto a livello locale.

1 protestanti; 2 gruppi minori, cattolici di rito latino; 3 armeno-cattolici.

I seggi sono attribuiti attraverso un sistema proporzionale a preferenze multiple.

In ogni collegio, ciascun elettore, indipendentemente dalla propria affiliazione religiosa, può esprimere tante preferenze quanti sono i seggi da assegnare per ciascun gruppo confessionale. Ad esempio, nel collegio Beirut 2 l'elettore potrà esprimere una preferenza per il seggio sciita, due preferenze per i seggi sunniti, una preferenza per il seggio greco-ortodosso, una preferenza per il seggio armeno-ortodosso e una preferenza per il seggio riservato alle confessioni cristiane più piccole. In questo modo, i candidati in lizza devono cercare di ottenere il consenso non solo dei propri correligionari, ma della maggioranza degli elettori del collegio. Questo sistema, concepito per promuovere gli esponenti più moderati in seno a ciascuna comunità, rischia di penalizzare le confessioni numericamente minoritarie. Negli ultimi anni sono state avanzate richieste di riforma della legge elettorale, introducendo collegi elettorali più piccoli oppure attraverso la costituzione di un collegio unico nazionale con sistema a preferenza unica.

Il sistema politico è dominato da alleanze elettorali ad hoc, costituite mediante negoziazioni e compromessi attorno a figure di notabili locali e personalità influenti di ciascun collegio elettorale. Queste liste non hanno una base ideologica e spesso non risultano nella formazione di gruppi parlamentari ben identificabili.

Anche le formazioni più strutturate, come HizbAllah, Amal, le Forze Libanesi e il Partito Progressista Socialista, evitano di schierare liste di partito, preferendo partecipare a coalizioni allargate.

Nella primavera del 2005, alle elezioni per il XVII parlamento, sulla scia dell'assassinio dell'ex-Primo ministro Rafiq al-Hariri, di numerose manifestazioni di massa di diverso orientamento politico, nonché del ritiro dell'esercito siriano, si è prodotto un sostanziale cambiamento del paesaggio politico libanese. L'opposizione anti-siriana ha ottenuto una solida maggioranza, ottenendo 72 seggi su 128.

Il 25 maggio 2008 il Parlamento ha eletto quasi all'unanimità il generale Michel Suleiman quale nuovo Presidente della Repubblica.

La Repubblica del Libano è divisa in sei governatorati (muhāfaza), a loro volta divisi in 25 distretti (qadā'). L'unita amministrativa minima è il municipio (baladiyya).

Il Libano ha una lunga tradizione di politiche economiche basate sulla concorrenza e il libero scambio, che prevedono una rigorosa applicazione del segreto bancario, anche se recentemente è stato approvato un testo di legge contro il riciclaggio di denaro, e l'assenza di restrizioni riguardanti i movimenti di capitale e gli investimenti diretti dall'estero.

La guerra civile (1975-1990) ha danneggiato seriamente le infrastrutture del paese, ma non ne ha intaccato il ruolo e la reputazione di hub regionale dei servizi bancari, finanziari e assicurativi.

Nella prima metà degli anni novanta la ripresa economica, per quanto eccessivamente focalizzata sulla ricostruzione della capitale e sulle grandi opere, è stata favorita da un settore bancario finanziariamente solido e da un sistema di piccole e medie imprese dotate di grandi capacità di recupero, oltre che dalle rimesse provenienti dai libanesi residenti all'estero.

Tra il 2000 e il 2005 la crescita si è attestata su tassi prossimi allo zero (0.5% nel 2005), mentre il debito pubblico, cresciuto a dismisura negli anni del conflitto, è giunto nel 2005 al 200.7% del PIL. L'indice dei prezzi al consumo è ora sotto controllo, con un livello del 2.4% nel 2005, mentre il tasso di disoccupazione viene stimato intorno al 18% della forza lavoro.

Il governo libanese ha annunciato l'intenzione di procedere nel lungo periodo alla privatizzazione, mediante la vendita di una cospicua parte del proprio pacchetto azionario, della compagnia aerea di bandiera Middle East Airlines, della compagnia elettrica Électricité du Liban, della compagnia di telefonia fissa Liban Telecom e del porto di Beirut. Nelle intenzioni del governo, i ricavi risultanti dalla vendita sul mercato e i risparmi sugli stipendi del personale delle compagnie privatizzate dovranno essere utilizzati per il risanamento dei conti pubblici e per l'appianamento del deficit di bilancio.

Il governo libanese intende inoltre varare un piano di razionalizzazione e riduzione della spesa pubblica, mentre il programma di riforma del sistema tributario ha mosso i suoi primi passi nel febbraio del 2002 con l'aumento della tassa sugli idrocarburi e l'approvazione dell'imposta sul valore aggiunto. Gli osservatori più scettici sottolineano che non è chiaro quanto questi obiettivi possano essere realizzati in un quadro di instabilità politica e di grande frammentazione sociale, aggravata da un crescente divario tra ricchi e poveri.

La Banca Centrale del Libano ha mantenuto un forte impegno nel preservare la credibilità e la stabilità della lira libanese, evitando di ricorrere a svalutazioni competitive (anche per mantenere sotto controllo il tasso di inflazione) e preservando un tasso di cambio di 1508 lire contro un dollaro americano.

L'Italia è il primo partner commerciale del Libano e contribuisce all'11.2% delle importazioni complessive del Paese.

Il Libano è stato per millenni un punto di incontro tra civiltà differenti ed è abitato da diciassette confessioni religiose, ciascuna dotata di identità distinta, ed offre, di conseguenza, un panorama culturale straordinariamente ricco e stratificato.

L'UNESCO ha riconosciuto cinque siti libanesi come patrimonio mondiale dell'umanità: Anjar, Baalbek, Byblos, Tiro e la valle di Qadisha.

Tra gli scrittori libanesi si ricordano Hoda Barakat, Elias Khuri, Rashid Daif e Samir Kassir.

Numerosi festival sono organizzati durante il periodo estivo, spesso all'interno di monumenti e siti archeologici. Il programma di questi festival comprende generalmente un mix di spettacoli teatrali, opera lirica, musical, concerti di musica classica e musica pop. I festival più importanti si svolgono a Baalbek, Beiteddine e Byblos.

Provengono dal Libano numerosi interpreti della musica araba contemporanea. Oltre ad artisti come Fairouz, celebre per la sua estensione vocale, lo spirito patriottico e le sue canzoni d'amore, e Marcel Khalife, noto per il suo impegno politico e come interprete di oud, uno strumento tradizionale simile al liuto, la nuova generazione dei cantanti di musica pop comprende nomi famosi in tutto il mondo arabo, come Nancy Ajram, Haifa Wehbe,Nawal Al Zoghby, Nawal Al Zoghbi, Elissa, Ragheb Alama e il cantante anglo-libanese Mika.

Il Libano è considerato il paese con la più alta percentuale di alfabetizzazione nel mondo arabo e nella regione del Medio Oriente: l’86% della popolazione. Poiché il Libano non ha risorse naturali, cioè materie prime, le risorse umane sono le più importanti per il paese.

Il governo dedica al sistema scolastico molte risorse, investendo più del 15% delle entrate statali. In particolare, negli ultimi anni è attivo un grande progetto per introdurre le tecnologie dell’informazione nelle scuole pubbliche.

In Libano, l’età dell'obbligo scolastico è ancora 11 anni. Il sistema scolastico era basato sul “baccalauréat” francese, ma vari cambiamenti sono stati adottati. Ci sono due tipi di scuole, quelle private e quelle pubbliche. Lo studente deve imparare la lingua araba come lingua madre e può scegliere di imparare la lingua inglese o la lingua francese come prima lingua straniera. Inoltre, può scegliere una terza lingua come seconda lingua straniera.

Nonostante le similitudini fra i sistemi scolastici libanese ed italiano, l’età dell’obbligo, la struttura scolastica come il calendario scolastico, il sistema dei voti e i temi trattati nei curriculum dei due paesi sono diversi.

Il Libano ospita numerose università, che seguono perlopiù il sistema accademico statunitense e offrono titoli di studio riconosciuti dagli atenei degli Stati Uniti. Tra le università più importanti spiccano, per prestigio, numero di iscritti, varietà di corsi e credibilità accademica, la American University of Beirut, fondata da missionari protestanti americani nell'ottobre 1866, l'Université Saint-Joseph, fondata dai padri gesuiti nel 1875, la Lebanese American University e l'Université Libanaise, che è l'unico ateneo statale del Paese.

Salvo dove altrimenti specificato, i siti seguenti dispongono di pagine in inglese e/o in francese.

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Guerra del Libano (2006)

George W. Bush ha dichiarato che Hezbollah aveva perso la guerra e che si stava "instaurando un nuovo potere nel sud del Libano"[196]

La guerra del Libano del 2006 o terza guerra israelo-libanese, conosciuta in Israele come seconda guerra del Libano (dopo quella del 1978), è stato un conflitto militare durato 34 giorni avvenuto in Libano e nel nord di Israele in seguito a un'operazione militare su vasta scala attuata dall'esercito dell'israeliano in risposta ad attacchi iniziati il 12 luglio 2006 da parte di militanti Hezbollah che si trovavano in Libano. Il conflitto è continuato fino al cessate il fuoco per intermediazione delle Nazioni Unite che ha avuto effetto il 14 agosto 2006, anche se formalmente le operazioni sono terminate l'8 settembre 2006, quando Israele ha rimosso il blocco strategico navale del Libano.

Il conflitto è iniziato nel momento in cui militanti di Hezbollah hanno esploso razzi Katyusha e colpi di mortaio verso alcuni villaggi israeliani di confine, ferendo numerosi civili, come diversivo per tentare di sviare l'attenzione su un'altra unità entrata in Israele per effettuare un attacco a due Humvee che stavano pattugliando il lato israeliano della rete di confine. Dei sette soldati israeliani presenti nei due mezzi colpiti, due sono stati feriti, tre uccisi e due prelevati e portati in Libano (solo il 16 luglio 2008 è stato rivelato che questi ultimi sono morti subito dopo l'evento). Altri cinque soldati sono stati poi uccisi durante un tentativo di salvataggio. Israele ha risposto con pesanti bombardamenti aerei e cannoneggiamento con mezzi d'artiglieria in Libano, danneggiando infrastrutture civili incluso l'aeroporto internazionale di Beirut che, secondo Israele, Hezbollah usava per l'importazione delle armi, con un blocco strategico aereo e navale e con un'invasione via terra del sud del Libano. Hezbollah ha quindi intensificato il lancio di razzi nel nord di Israele e ingaggiato intense operazioni di guerriglia con le Forze di Difesa Israeliane (IDF).

Durante il conflitto sono morte migliaia di persone, la maggior parte delle quali libanesi, e le infrastrutture del Libano sono state gravemente danneggiate. Si stima che i profughi libanesi siano stati tra 800.000 e 1.000.000. In seguito al cessate il fuoco, alcune zone del Libano del sud rimangono inabitabili a causa delle bombe inesplose.

L'11 agosto 2006, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all'unanimità la Risoluzione 1701 in uno sforzo per far cessare le ostilità. La risoluzione, approvata nei giorni seguenti sia dal governo israeliano che da quello libanese, ha richiesto il disarmo di Hezbollah e il ritiro delle truppe israeliane dal Libano, con lo spiegamento di soldati libanesi e di una Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) nel sud del Libano. L'esercito libanese si è stanziato nel sud del Libano il 17 agosto 2006. Il blocco navale israeliano è terminato l'8 settembre 2006. Il 1 ottobre 2006 il grosso delle forze israeliane ha abbandonato il Libano, anche se le ultime truppe hanno continuato ad occupare il villaggio di confine Ghayar fino al 3 dicembre 2006. Fin dall'entrata in vigore della risoluzione 1701, sia il governo libanese che l'UNIFIL hanno dichiarato che non disarmeranno Hezbollah.

L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) ha effettuato attacchi dal sud del Libano verso Israele attraverso i confini fin dal 1968, e l'area è diventata una base operativa significativa in seguito al conseguimento della leadership dell'OLP da parte della sua componente maggioritaria, il Fath, dopo l'espulsione dalla Giordania. Questa situazione ha dissestato l'equilibrio demografico, così come esso era stato sanzionato dal mai scritto Patto Nazionale libanese del 1943, che a aveva suddiviso i vari poteri governativi tra i diversi gruppi religiosi del paese, portando in parte alla guerra civile libanese (1975-1990). In concomitanza, la Siria iniziò un'occupazione durata 29 anni grazie al suo ingresso militare in Libano sotto l'etichetta di "Forza Araba di Dissuasione" (FAD), in base a un mandato concessole dalla Lega Araba. L'invasione israeliana del Libano del 1978 ha fallito nel fermare gli attacchi palestinesi, ma Israele invade il Libano ancora nel 1982 e con la forza espelle l'OLP. Israele si è ritirato in una zona di sicurezza cuscinetto nel sud del Libano, mantenuta con l'aiuto dei miliziani dell'Esercito del Libano del Sud (ELS). Nel 1985, una milizia libanese sciita si è chiamata Hezbollah (Partito di Dio), impegnandosi nella lotta armata alla fine dell'occupazione israeliana del territorio libanese. Quando la guerra civile libanese è finita e le altre fazioni in guerra hanno accettato il disarmo, Hezbollah e l'ELS si sono rifiutati di riconoscerne la validità. I combattimenti con Hezbollah hanno indebolito la risolutezza di Israele ed hanno portato al collasso dell'ELS e ad un ritiro di Israele nel 2000 dal proprio lato del confine designato dalle Nazioni Unite. Citando il controllo israeliano della regione delle fattorie di Sheba'a e l'incarcerazione di prigionieri libanesi in Israele, Hezbollah ha continuato gli attacchi di confine, ed ha usato con successo la tattica di catturare soldati di Israele come leva per uno scambio di prigionieri nel 2004, sebbene continui anche ad essere accusato di operare per la distruzione di Israele.

Intorno alle 9 del mattino ora locale (06:00 UTC) del 12 luglio 2006, Hezbollah ha lanciato un attacco diversivo con razzi verso posizioni militari israeliane vicino alla costa e nei pressi del villaggio di confine Zar'it, e anche verso la città israeliana di Shlomi ed altri villaggi. Nello stesso momento, un contingente di terra Hezbollah ha attraversato il confine entrando in territorio israeliano ed ha attaccato due Humvee corazzati che stavano pattugliando il lato israeliano del confine israelo-libanese, vicino Zar'it, uccidendo tre soldati, ferendone due e catturandone altri due (Ehud Goldwasser e Eldad Regev). In seguito altri cinque soldati israeliani sono stato uccisi e un carro armato è stato distrutto dal lato libanese del confine durante un infruttoso tentativo di salvare i due soldati presi come ostaggio.

Hezbollah ha chiamato l'attacco "Operazione Giusta Ricompensa" (Just Reward ) dopo la promessa pubblica del leader Hassan Nasrallah fatta l'anno precedente di catturare soldati israeliani al fine di scambiarli con l'assassino già condannato Samir Kuntar, con la spia già condannata Nasim Nisr, con il presunto terrorista Yahya Skaf di cui Hezbollah proclama l'arresto in Israele (Israele ha negato l'accaduto) e Ali Faratan, che viene ritenuto prigioniero per ragioni sconosciute. Nasrallah ha dichiarato che Israele aveva precedentemente rotto un negoziato per il rilascio di questi prigionieri, e poiché la diplomazia aveva fallito, la violenza era l'unica opzione rimasta.

Il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert ha definito la cattura dei soldati come un "atto di guerra" da parte del Libano, dichiarando che "elementi da nord e da sud cercano di minacciare la nostra stabilità. Costoro pagheranno un duro prezzo." ed ha promesso una "risposta molto dolorosa e a largo raggio". Israele ha accusato il governo libanese di essere responsabile del raid, poiché proveniente dal territorio libanese e Hezbollah aveva due ministri che hanno servito il governo libanese in quel periodo.

In risposta, il Primo Ministro libanese Fouad Siniora ha negato di essere a conoscenza dei fatti ed ha condannato l'accaduto. Una riunione d'emergenza del governo libanese ha riaffermato questa posizione. Il presidente libanese filo-siriano Émile Lahoud ha promesso che appoggerà il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.

Le Forze di Difesa Israeliane hanno attaccato bersagli entro il Libano con artiglieria e bombardamenti aerei ore prima che il governo israeliano si riunisse per discutere una reazione condivisa. Più tardi in quel giorno, il governo decide di autorizzare il Primo Ministro e il Ministro della difesa a portare avanti il piano proposto per l'azione militare in territorio libanese. La decisione ha inoltre enfatizzato la richiesta del Primo Ministro Olmert alla IDF di evitare il più possibile vittime civili. Il Capo di Stato Maggiore di Israele Dan Halutz ha dichiarato che "se i soldati non saranno riconsegnati, riporteremo il Libano indietro di 20 anni", mentre il comandante della regione Nord Udi Adam ha detto che "questo affare è tra Israele e lo Stato del Libano. Dove attaccare? Una volta entro il territorio libanese, ogni cosa è legittimata - non solo il sud del Libano, non solo la linea delle postazioni Hezbollah." Il 12 luglio 2006, il governo israeliano ha promesso che Israele "risponderà aggressivamente e duramente contro coloro che hanno perpetrato, e che sono responsabili, dell'azione di oggi. Il comunicato del governo dichiara, in parte, che "il governo libanese è responsabile dell'azione che ha avuto origine nel suo territorio".

Il 16 luglio, il governo israeliano ha emesso un comunicato in cui spiegava che anche se Israele è impegnato in operazioni militari entro il Libano e che la sua guerra non è contro il governo libanese.

L'operazione militare ha avuto come nome in codice "Giusta Retribuzione", successivamente modificato in "Cambio di direzione" (in inglese: Operation Change of Direction; in ebraico: 'שינוי כיוון').

Durante la campagna, Hezbollah ha sparato tra i 3.970 e i 4.228 razzi. Circa il 95% di questi erano razzi Katyusha da 122 mm, con una testata da 30 kg ed una gittata fino a 30 km Si stima che il 23% di questi razzi abbiano colpiti aree con edifici, principalmente residenziali. Fra le città colpite, Haifa, Hadera, Nazaret, Tiberiade, Nahariya, Safed, Shaghur, Afula, Qiryet Shmona, Beit She'an, Karmiel e Maalot, dozzine di kibbutz, moshav, drusi e villaggi arabi, oltre che il nord della Cisgiordania. Hezbollah ha anche ingaggiato una guerriglia con le IDF, attaccando da posizioni ben fortificate. Questi attacchi perpetrati con piccole unità ben armate hanno causato seri problemi all'IDF, specialmente attraverso l'uso di sofisticati missili anticarro (ATGM) di fabbricazione russa. 52 carri armati Merkava sono stati danneggiati (principalmente da differenti tipi di ATGM), i razzi hanno penetrato 22 carri, ma solo 5 sono stati distrutti. Hezbollah ha causato un numero supplementare di vittime usando gli ATGM per far collassare gli edifici in cui le truppe israeliane si rifugiavano.

Dopo la reazione iniziale di Israele, Hezbollah ha proclamato l'allerta generale. È stato stimato che Hezbollah era in possesso di 13.000 razzi all'inizio del conflitto. Il giornale israeliano Haaretz ha descritto Hezbollah come fanteria addestrata, abile, ben organizzata e altamente motivata che è stata equipaggiata con il top delle armi moderne provenienti dagli arsenali di Siria, Iran, Russia e China. La televisione satellitare libanese al-Manar ha riportato che per gli attacchi sono stati utilizzati razzi Fajr-3 e Ra'ad 1, missili a combustibile liquido sviluppati dall'Iran.

Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah ha difeso gli attacchi, dicendo che Hezbollah ha "evitato di colpire i civili, ma potremmo esservi costretti, perché se Israele supera certi limiti, faremo lo stesso" Hezbollah si è scusata per aver versato sangue musulmano, e ha esortato gli arabi della città israeliana di Haifa ad andarsene. Hezbollah ha continuato ad usare razzi non guidati per colpire il nord di Israele.

Durante la campagna, l'aeronautica israeliana ha effettuato più di 12.000 missioni di combattimento, la marina israeliana ha sparato 2.500 missili, e l'esercito israeliano ha sparato oltre 100.000 proiettili. Una larga parte delle infrastrutture civili libanese sono state distrutte, inclusi oltre 600 km di strade, 73 ponti e 31 altri obiettivi come l'aeroporto internazionale di Beirut, porti, impianti di depurazione delle acque, centrali elettriche, 25 stazioni di benzina, 900 strutture commerciali, più di 350 scuole e 2 ospedali, oltre che 15.000 case. Più di 130.000 case sono state danneggiate. Il settore rurale del Libano ha riportato danni per 280 milioni di dollari.

Il Ministro della difesa israeliano Amir Peretz ha ordinato ai comandanti di preparare un piano di difesa per i civili. Un milione di israeliani sono rimasti nei pressi o all'interno di rifugi antiatomici o camere di sicurezza, mentre circa 250.000 civili hanno evacuato il nord di Israele per sistemarsi in altre aree del paese.

Mentre Israele ha inizialmente ritenuto responsabile il governo libanese per gli attacchi di Hezbollah a causa del fallimento nell'applicazione della Risoluzione 1559 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2004 che imponeva il disarmo di Hezbollah, il Libano ha condannato i raid aerei, dichiarando che il governo del Libano non li avrebbe perdonati, e che anche Israele ha la sua storia di disattenzione verso le risoluzione delle Nazioni Unite.

Il 31 luglio 2006, il presidente libanese Emile Lahoud ha dichiarato il suo pieno supporto ad Hezbollah. In un'intervista con la Australian Broadcasting Corporation dell'11 agosto, ha dichiarato che Hezbollah è "complementare all'esercito ".

Anche se Israele non ha mai dichiarato guerra al Libano, ed ha attaccato solo istituzioni del governo libanese sospettate di essere usate da Hezbollah, il governo libanese ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo del conflitto. Il 14 luglio 2006, l'ufficio del Primo Ministro ha rilasciato una dichiarazione che invitava il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush a fare pressione su Israele per fermare i suoi attacchi in Libano e raggiungere un cessate il fuoco generale. In un comunicato televisivo del giorno dopo, Siniora ha richiesto "un immediato cessate il fuoco sostenuto dalle Nazioni Unite". Una bozza di risoluzione franco-americana che è stata influenzata dal Piano Siniora e che conteneva come condizioni il ritiro di Israele, azioni militari e mutuo rilascio di prigionieri è stato rigettato per inadeguatezza. Molti libanesi hanno accusato il governo degli Stati Uniti di far rimanere in stallo la risoluzione per un cessate il fuoco e di supportare Israele; in un sondaggio condotto nelle prime due settimane del conflitto, l'8% degli interpellati sentivano che gli Stati Uniti avrebbero supportato il Libano, mentre l'87% supportava la lotta di Hezbollah contro Israele. Dopo il bombardamento di Cana, Siniora ha snobbato il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice cancellando un incontro con lei e ringraziando Hezbollah per i suoi "sacrifici per l'indipendenza e la sovranità del Libano". Il 7 agosto 2006 il piano a sette punti è stato esteso per includere l'impiego di 15.000 soldati dell'esercito libanese per colmare il vuoto tra il ritiro delle truppe israeliane e il dispiegamento dell'UNIFIL.

Durante il raid israeliano su Tiro, l'esercito libanese ha informato di alcuni lanci di missili terra-aria verso elicotteri israeliani, con fuoco di reazione e distruzione di un M113 trasporto truppe libanese.

Secondo il diritto internazionale umanitario, le parti in guerra sono obbligate a distinguere tra combattenti e civili, assicurandosi che gli attacchi su legittimi obiettivi militari sia proporzionali, e garantendo che il vantaggio militare di questi attacchi non abbia più peso del possibili danni ai civili. La violazione di queste leggi sono considerate crimini di guerra.

Vari gruppi ed individui sono stati accusati sia da Israele che da Hezbollah di aver violato queste leggi durante il conflitto, e avvisati dei possibili crimini di guerra. Queste dichiarazioni includono attacchi intenzionali contro popolazioni o infrastrutture civili, attacchi sproporzionati o indiscriminati, uso di scudi umani e armi proibite. Nessuna accusa formale è stata formulata contro alcun gruppo.

Amnesty International ha contattato sia Hezbollah che Israele nel tentativo di far cessare gli attacchi ai civili durante il conflitto, ed ha criticato gli attacchi contro villaggi ed infrastrutture civili da parte di Israele. Inoltre, hanno identificato l'uso da parte delle IDF di bombe al fosforo bianco in Libano. La Human Rights Watch ha condannato entrambe le parti in causa per non aver distinto tra civili e combattenti, violando il principio di distinzione, ed accusando entrambe di aver commesso crimini di guerra. Human Rights Watch ha criticato l'uso da parte di Hezbollah di razzi Katyusha non guidati, e l'uso di Israele di inaffidabili bombe cluster anche in zone vicine ad aree civili, suggerendo che abbiano deliberatamente bersagliato i civili. Jan Egeland, capo dei servizi umanitari delle Nazioni Unite, ha dichiarato che la risposta di Israele ha violato il diritto internazionale umanitario, e ha criticato Hezbollah per essersi "codardamente mescolati tra donne e bambini".

Israele si è difeso dichiarando di aver tentato di evitare di colpire i civili, ed ha distribuito volantini invitando i civili residenti ad evacuare, ma che Hezbollah ha sparato da aree civli, rendendo queste aree bersagli legittimi, e che ha usato i civili come scudi umani. Comunque, sia Amnesty International che Human Rights Watch non hanno trovato casi in cui Hezbollah ha usato civili come scudi umani. Israele ha anche sostenuto che le infrastrutture civili sono state usate da Hezbollah per scopi militari, ma Amnesty International ha identificato la distruzione di interi quartieri civili e villaggi da parte delle forze israeliane, attacchi a ponti senza valore strategico, e attacchi a infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, ed ha chiesto se il "vantaggio militare anticipato dalla distruzione" di infrastrutture civili sia stato "misurato contro il probabile effetti sui civili". Amnesty ha inoltre dichiarato che le azioni israeliane hanno suggerito una "politica di punizione sia del governo libanese che della popolazione civile".

Il numero di vittime di Hezbollah è difficile da accertare, con dichiarazioni e stime da parte di diversi gruppi e cifre che vanno da 250 a 1.000 morti. La leadership di Hezbollah ha dichiarato che 250 dei propri guerriglieri sono stati uccisi durante il conflitto, mentre Israele ha stimato che le sue forze hanno ucciso 600 guerriglieri Hezbollah. Inoltre, Israele ha dichiarato di avere i nomi di 532 guerriglieri Hezbollah morti. Una stima ufficiale delle Nazioni Unite rende noto che sono stati uccisi 500 guerrieri Hezbollah, mentre per le stime ufficiali del governo libanese i guerriglieri uccisi sono stati più di 500. Una relazione della Stratfor cita "fonti in Libano" per stimare che i morti Hezbollah siano "più di 700 con molti di più che se ne stanno per andare", mentre lo studioso di storia militare John Keegan stima che la cifra potrebbe essere più di 1.000.

Il numero di vittime civli libanesi è difficile da definire con esattezza, poiché la maggior parte delle cifre pubblicate non distingue tra civli e miliziani, incluse quelle rilasciate dal governo libanese. Inoltre, i guerriglieri Hezbollah possono essere difficili da identificare, poiché molti di essi non vestivano uniformi militari. Ad ogni modo, è stato largamente riportato che la maggior parte dei morti libanese erano civili, e l'UNICEF ha stimato che il 30% di questi erano bambini sotto i 13 anni.

La polizia libanese e il Ministro della salute libanese, citando ospedali, certificati di morte, autorità locali e testimoni oculari, fissa il numero di morti a 1.123 — 37 soldati e ufficiali di polizia, 894 vittime identificate e 192 non identificat. Il Lebanon Higher Relief Council (HRC) ha fissato il numero di morti libanesi a 1.191, citando il ministero della salute e la polizia, ed altre agenzie governative. Il Human Rights Watch, basandosi su investigazioni proprie, ha stimato il numero di morti in 1.119, includendo civili, personale militare e miliziani, mentre l'Associated Press stima che la cifra è di 1.035, Nel febbraio 2007, il Los Angeles Times ha riportato che almeno 800 libanesi sono morti duranti i combattimenti, ed altri articoli hanno stimato che la cifra sia di almeno 850. L'enciclopedia Encarta, nella sua voce su Israele, afferma che "le stime variano da circa 850 a 1.200", mentre dà una cifra di "più di 1.200 nella sua voce sul Libano. Il Lebanon Higher Relief Council ha stimato che il numero di libanesi feriti sia di 4.409, il 15% dei quali permanentemente disabili.

Il numero dei morti stimato non include i libanesi uccisi dopo la fine della guerra da mine terrestri o bombe cluster israeliane inesplose. Finore, questi ordigni hanno ucciso 29 persone e ferite 215 — 90 dei quali bambini.

Le cifre per le truppe uccise delle Forze di Difesa Israeliane variano da 116 a 120. Il ministro degli Affari Esteri israeliano ha dato due differenti cifre: 117 e 119, dove la seconda tiene conto di due morti delle forze armate israeliane avvenute dopo che il cessate il fuoco è entrato in vigore. È stato stimato che 450 soldati israeliani sono stati feriti in Libano.

I razzi Hezbollah hanno ucciso 43 civili israeliani durante il conflitto, inclusi quattro morti causate da attacchi cardiaci durante gli attacchi con razzi. Inoltre, 4.262 civili sono rimasti feriti – 33 in modo grave, 68 moderatamente, 1.388 leggermente e 2.773 sono stati curati per shock e ansia. Secondo l'Human Rights Watch, "queste bombe hanno ucciso "solo" 43 civili, ma questo dice molto circa la disponibilità di sistemi di allerta e rifugi per i bombardamenti nel nord di Israele e l'evacuazione di più di 350.000 persone in seguito alle intenzioni di Hezbollah".

Il 13 luglio 2006, e ancora il 15 luglio 2006, la Heyl Ha'Avir ha bombardato la centrale termoelettrica di Jiyeh, 30 km a sud di Beirut, a seguito del quale si è riversata in mare una grande quantità di petrolio, la più grande mai riversata nel Mar Mediterraneo. I serbatoi di stoccaggio dell'impianto danneggiati hanno riversato tra le 10.000 e le 15.000 tonnellate di greggio nel Mediterraneo orientale. Una chiazza di petrolio larga 10 km ha coperto 170 km di costa, ed ha minacciato le coste di Turchia e Cipro. La chiazza ha ucciso molti pesci, tra cui il Thunnus thynnus, una specie già vicina all'estinzione nel Mediterraneo, ad ha minacciato l'habitat della tartaruga verde marina, in pericolo di estinzione. Ha anche potenzialmente incrementato il rischio di cancro nell'uomo. Altre 25.000 tonnellate di petrolio sono bruciate nella centrale termoelettrica, creando una "nube tossica" da cui poi ha piovuto petrolio. Il governo libanese ha stimato che il tempo necessario per un recupero completo sarà di 10 anni. Le Nazioni Unite hanno stimato il costo per il risanamento iniziale in 64 milioni di dollari.

Gli attacchi con razzi di Hezbollah hanno causato numerosi incendi nelle foreste del nord di Israele, in particolare sulla catena montuosa Naftali vicino Kiryat Shmona. Sono stati distrutti dai razzi di Hezbollah circa 16.500 acri di terra (67 km2), inclusi foreste e pascoli. La Jewish National Fund ha stimato che saranno necessari da 50 a 60 anni per riabilitare le foreste.

Il conflitto ha suscitato preoccupazione in tutto il mondo a causa dei danneggiamenti alle infrastrutture e per il rischio di una escalation della crisi, e ha del pari provocato un insieme di dichiarazioni di sostegno e di critiche sia per Hezbollah, sia per Israele. Il governo di Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Australia, e Canada, hanno affermato il diritto di Israele di autodifendersi. Il governo degli Stati Uniti ha risposto ulteriormente, autorizzando la richiesta israeliana di inviare una spedizione di missili guidati, ma la decisione non è stata annunciata pubblicamente. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha dichiarato che il conflitto fa parte della guerra al terrorismo.

Tra le vicine nazioni del Vicino Oriente, Iran, Siria e Yemen hanno fortemente appoggiato Hezbollah, mentre la Lega araba, l'Egitto e la Giordania hanno espresso dichiarazioni di condanna per la reazione di Israele. e hanno criticato l'azione di Hezbollah L'Arabia Saudita ha individuato Hezbollah come il solo responsabile.

Molte proteste a livello mondiale e dimostrazioni di piazza hanno chiesto un immediato cessate il fuoco da entrambe le parti ed hanno espresso preoccupazione per le pesanti perdite civili da entrambe le parti. Altre dimostrazioni sono state tenute esclusivamente in favore di Libano o di Israele. Con gli stessi contenuti sono state fatte numerose campagne pubblicitarie sui giornali, sono stati inviate SMS e-mail e sono state presentate petizioni online. Anche Papa Benedetto XVI ha chiesto più volte il cessate il fuoco.

Vari governi stranieri hanno assistito l'evacuazione dei loro cittadini dal Libano. e l'Italia ha inviato C-130 che hanno garantito il reimbarco di cittadini che si trovavano in Libano al momento dell'avvio delle azioni belliche israeliane.

Per fare fronte all'inquinamento del mare e delle coste provocato dal bombardamento della centrale termoelettrica di Jiyeh, il Ministro dell'Ambiente libanese ha richiesto l'intervento degli Stati del Mediterraneo aderenti alla Convenzione di Barcellona, molti dei quali hanno fornito dotazioni e finanziamenti per la bonifica, avvenuta negli ultimi mesi del 2006. L'Italia ha partecipato con un aereo ed un pattugliatore della Guardia Costiera, con un mezzo disinquinante del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare e la consulenza scientifica di APAT, ICRAM e diverse ARPA.

Il 20 luglio 2006, il Congresso degli Stati Uniti ha votato all'unanimità il "diritto all'auto-difesa" di Israele.

I termini per un cessate il fuoco sono stati rivisti numerose volte durante il corso del conflitto, poiché sono occorse diverse settimane prima che ci fosse un accordo definitivo tra le due parti. Hezbollah ha mantenuto il desiderio di un cessate il fuoco incondizionato, mentre Israele ha insistito per un cessate il fuoco condizionato. Tra le condizioni, il ritorno dei due soldati presi come ostaggio da Hezbollah. Il Libano si è frequentemente appellato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite affinché si giungesse a un immediato e incondizionato cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah. A differenza delle richieste libanesi a sostegno del cessate il fuoco, gli Stati Uniti e il Regno Unito, sperando che Hezbollah fosse sgominato, hanno ostacolato il processo per il cessate il fuoco. John Bolton ha confermato che USA e Regno Unito, con il sostegno di numerosi leader arabi, hanno ritardato il processo per il cessate il fuoco. Gli ostacoli per il raggiungimento delle ostilità sono cessati solo quando è diventato evidente che Hezbollah non poteva essere facilmente sconfitto.

L'11 agosto 2006, il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha approvato all'unanimità la risoluzione 1701 perché cessassero le ostilità. Esso fu accettato dal governo libanese e da Hezbollah il 12 agosto 2006, e dal governo israeliano il 13 agosto 2006. Il cessate il fuoco è entrato in vigore alle 8:00 (5:00 GMT) del 14 agosto 2006.

Prima del cessate il fuoco, i due membri del governo appartenenti a Hezbollah hanno dichiarato che la loro milizia non avrebbe disarmato le aree a sud del fiume Litani, in accordo con un altro membro anziano del governo libanese, mentre un alto ufficiale Hezbollah ha del pari negato qualsiasi intenzione di disarmare nel sud del Libano. Israele ha dichiarato di avere intenzione di bloccare il ritiro dal sud del Libano se le truppe libanesi non fossero state dispiegate in quest'area entro pochi giorni.

In seguito al cessate il fuoco ottenuto con l'intermediazione delle Nazioni Unite ci sono stati vari responsi riguardo chi aveva lucrato maggiormente a causa della guerra. Iran e Siria hanno proclamato la vittoria di Hezbollah, mentre le amministrazioni di Israele e Stati Uniti hanno dichiarato che Hezbollah ha perso il conflitto. Inizialmente, in un sondaggio effettuato da una stazione radio israeliana, gli israeliani sono stati divisi su questo, con la maggioranza che ha creduto in nessuna vittoria da parte di nessuno. Al 25 agosto 2006, il 63% degli israeliani intervistati voleva le dimissioni di Olmert per via della sua gestione della guerra.

Lo storico militare britannico John Keegan ha concluso che l'esito della guerra è stato "mal riportato come una sconfitta di Israele" da pregiudizi anti-israeliani nei media internazionali. Israele ha subito percentualmente meno perdite fra le sue truppe che durante la sua vittoria nella Guerra dei Sei giorni.

Il The Economist ha concluso che, sopravvivendo a questo asimmetrico conflitto militare, Hezbollah è efficacemente emersa da questo conflito con una vittoria politica e militare. Si cita il fatto che Hezbollah è stato in grado di sostenere le sue difese sul suolo del Libano ed infliggere attacchi con razzi su civili israeliani in confronto a campagne punitive aeree e terrestri delle IDF. Inoltre, gli obiettivi dichiarati di Israele all'inizio del conflitto, ovvero il recupero dei due soldati sequestrati e la distruzione della capacità militare di Hezbollah, non sono stati raggiunti. Hezbollah sta conducendo uno sforzo per la ricostruzione del sud di Beirut e del Libano sfruttando un "illimitato" supporto da parte dell'Iran. Comunque, data la reazione delle forze militari israeliane, che ha causato vaste distruzioni del sud del Libano, e data la nuova forza ONU che ha occupato quella che un tempo era l'area controllata da Hezbollah, il conflitto è generalmente visto come una leggera sconfitta di Hezbollah. Khairi Abaza ha scritto nella versione libanese (in inglese) del Daily Star: «la stessa manipolazione strategica dell'opinione pubblica può essere vista nella "vittoria" di Hezbollah contro Israele nell'estate del 2006. Ma cos'era questa vittoria? Una vittoria che ha lasciato sul campo 1.200 vittime libanesi, che ha portato miliardi di dollari di danni e perdite nel settore turistico, e la presenza delle truppe delle Nazioni Unite nel sud del Libano? Con tale bilancio, come può Hezbollah e suoi supporter arabi ingannare il pubblico arabo e proclamare la vittoria...? Si, il segretario generale del partito, Sayyed Hasan Nasrallah, è stato lasciato al suo posto... ma ciò è abbastanza quando le loro nazioni e le loro genti sono state sottoposte a violenze?». Il 27 agosto, Hasan Nasrallah si è scusato con il popolo libanese per l'incidente che ha dato il via alla guerra, dicendo: «Se avessimo saputo che la cattura dei soldati avrebbe portato a questo, certamente non lo avremmo fatto». Questa dichiarazione è stata fatta il giorno prima della visita del Segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan in Libano, Il 22 settembre, migliaia di supporter di Hezbollah si sono raccolti a Beirut per una manifestazione di vittoria. Nasrallah ha dichiarato che Hezbollah avrebbe dovuto celebrare la "vittoria divina e strategica".

Il Primo Ministro israeliano Olmert ha ammesso al Knesset che ci sono stati degli errori nella guerra in Libano, sebbene ha ritenuto la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU un risultato per Israele, che potrebbe riportare a casa i soldati presi in ostaggio, ed ha dichiarato che le operazioni hanno alterato il bilanciamento strategico di Hezbollah nella regione. Il Capo di Stato Maggiore di Israele Dan Halutz ha ammesso di aver fallito nel conflitto. Il 15 agosto, il governo israeliano ed altri membri del Knesset hanno chiesto le dimissioni di Halutz in seguito allo scandalo delle azioni, nel quale Halutz ha ammesso di aver venduto azioni ore prima dell'offensiva israeliana. Halutz ha successivamente rassegnato le dimissioni il 17 gennaio 2007 in seguito alle critiche sulla sua condotta durante la guerra.

Il 21 agosto, un gruppo di soldati israeliani della riserva smobilitati e i genitori dei soldati uccisi in combattimento hanno dato vita ad un movimento di protesta richiedendo le dimissioni di Ehud Olmert e l'insediamento di una commissione d'inchiesta di stato che indagasse sui fatti accaduti. Hanno sistemato un presidio con accampamento di fronte al Knesset, che è cresciuto fino ad ospitare oltre 2.000 sostenitori il 25 agosto, incluso l'influente Movimento per la qualità del governo. Il 28 agosto, Olmert ha annunciato che non ci sarà alcuna commissione indipendente di stato o di governo, ma solo due ispezioni interne che indagheranno su fatti politici e militari (in particolare sulle azioni delle IDF), più una terza che indagherà sull'Home Front, che sarà annunciata in seguito.. Queste avranno un mandato più limitato e meno autorità di una singola commissione d'inchiesta presieduta da un giudice che si è ritirato. Le commissioni politiche e militari sono state presiedute dall'ex direttore del Mossad Nahum Admoni e dall'ex Capo di Stato Amnon Lipkin-Shahak, rispettivamente. I critici hanno protestato che queste commissioni sono solo un modo per sviare l'attenzione attraverso indagini superficiali, a causa del limitato scopo investigativo, delle auto-designazioni e del fatto che nessuna di esse sarà presieduta da un giudice ritirato.

In seguito a queste pressioni, l'11 ottobre, Admoni è stato sostituito dal giudice fuori servizio Eliyahu Winograd come presidente dell'inchiesta politica, e l'inchiesta stessa è stata elevata a status di commissione governativa con un mandato vicino a quello di una commissione di stato, la Commissione Winograd. Il 12 settembre, l'ex ministro della difesa Moshe Arens ha parlato di "sconfitta di Israele" nella richiesta di una commissione di stato d'indagine. Ha dichiarato che Israele ha perso "un piccolissimo gruppo di persone, 5000 guerriglieri Hezbollah, che non dovrebbero essere molto per le IDF", ed ha affermato che il conflitto avrebbe potuto avere "conseguenze fatali per il futuro". Reso pubblico il suo intento di dimettersi presto, Ilan Harari, l'ufficiale responsabile dell'addestramento delle IDF, ha dichiarato in una conferenza di ufficiali anziani delle IDF che Israele aveva perso la guerra, divenendo il primo ufficiale anziano in attività a rendere nota la sua opinione. Il Maggior Generale delle IDF Yiftah Ron Tal, il 4 ottobre 2006 è diventato il secondo alto ufficiale ad esprimere la sua opinione che le IDF avevano fallito nel raggiungere la vittoria contro Hezbollah, chiedendo contestualmente le dimissioni di Dan Halutz. Ron-Tal è stato successivamente licenziato per aver esposto questo ad altri critici commenti. Hezbollah è stato rapido nell'usare le scoperte del rapporto Winograd e rafforzare la sua dichiarazione di vittoria sull'enorme superiorità militare di Israele e per criticare il governo libanese sulla gestione del conflitto.

Nel marzo 2007, il Comitato ministeriale per i simboli e le cerimonie ha deciso che il conflitto era da definirsi come guerra, in seguito alle pressioni subite dalle famiglie dei soldati uccisi. Due giorni dopo, il Comitato ha deciso di chiamare la guerra "seconda guerra del Libano", decisione che è stata successivamente approvata dal governo israeliano.

In Siria, la guerra ha portato ad una politica più belligerante nei confronti di Israele. Alla fine del 2006 il presidente Bashar al-Asad ha minacciato di colpire Israele se non si fosse ritirato dal Golan, dichiarando: "le tue bombe atomiche non ti proteggeranno".

Il Presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha messo in dubbio le dichiarazioni di vittoria di Hezbollah "quando allo stesso tempo erano al sicuro entro il sud del Libano, ed ora stanno per essere rimpiazzati da un esercito libanense e da una forza internazionale". All'UNIFIL è stato dato un mandato ulteriore, che include la possibilità di usare la forza per assicurare che la propria area d'operazione non venga utilizzata per attività ostili, e per tentare con la forza di prevenire l'impossibilità di espletare i propri doveri.Comunque, nell'aprile del 2007, l'amministrazione Bush ha ridescritto l'esperienza di Israele nella guerra. Ha descritto la Guerra d'estate come una "sconfitta strategica" che non è riuscita a raggiungere gli obiettivi militari, accumulando una diffusa condanna su di essa, e facendo venir meno il "mito dell'invincibilità dell'esercito di Israele". I combattimenti hanno causato un enorme dissesto finanziario per il Libano, con una stima che varia da 7 a 15 miliardi di dollari in costi diretti, mentre il costo per Israele è stimato da 1,6 a 3 miliardi di dollari. Per questo un commentatore del quotidiano arabo al-Sharq al-Awsat (Medio Oriente) ha messo in dubbio le dichiarazioni di vittoria di Hezbollah. Secondo un analista dell'Associated Press, la principale vittima è stata la fragile unità tra i gruppi politici del Libano, anche se un pezzo sull'Asia Times ha puntato sul supporto ad Hezbollah del Movimento Patriottico Libero comandato da Michel Aoun con la fornitura di case per gli spostamenti degli sciiti come un evidente rafforzamento delle relazioni.

Il desiderio libanese di emigrazione è aumentato dall'inizio della guerra. Più di un quinto degli sciiti, un quarto dei sunniti e quasi la metà dei maroniti hanno espresso il desiderio di lasciare il Libano. Circa un terzo dei maroniti ha già richiesto un visto alle ambasciate straniere, ed altri 60.000 cristiani hanno già lasciato il paese, all'aprile 2007. I cristiani libanesi sono preoccupati che la loro influenza sia in declino, temendo l'apparente incremento del fondamentalismo islamico, e preoccupati dalla potenziale rivalità con i sunniti e sciiti.

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Storia di Israele

La bandiera dell'Hezbollāh libanese. Sopra la sagoma di un mitragliatore AK-47 è scritto fa-inna Hizb Allāh hum al-ghālibūn, cioè "In verità il partito di Dio saranno i vittoriosi". Sotto è invece scritto al-Muqāwama al-Islāmiyya fī Lubnān, ovvero: "La resistenza islamica in Libano"

Le prime tracce di insediamenti risalgono al Paleolitico medio (Uomo di Neanderthal, sede anche delle più antiche civiltà agricole e urbane che si conoscano (Neolitico, 8000-6000 a.C.).

L'arrivo dei popoli semiti comincia nel 3000 a.C. Gli Ebrei, sovrappostisi ai Cananei, giunsero alla metà del II millennio a.C., in un periodo caratterizzato da un regime di accentuata aridità, che spingeva molte popolazioni a cercare nuovi territori per vivere. Fondarono centri di vita urbana e religiosa.

Una serie di regni e stati ebraici ebbe vita nella regione per oltre un millennio a partire dalla metà del II millennio a.C. Ricordiamo per brevità il Regno di Israele distrutto nel 722 a.C., anno dell'invasione assira, e il Regno di Giuda (distrutto nel 586 a.C. dai Babilonesi). Questo fu poi ricostruito nel 530 a.C., e fu posto sotto protettorati diversi, dai Persiani ai Romani, fino al fallimento della grande rivolta ebraica contro l'Impero Romano, che provocò la massiccia espulsione degli Ebrei dalla loro patria o il loro volontario esilio (circa il 25% della popolazione) in seguito alla distruzione del Tempio. Dopo aver soffocato la rivolta di Bar Kohba nel 135, l'imperatore Adriano cambiò nome alla Provincia Judaea chiamandola Provincia Syria Palaestina, un termine greco derivato da Philistine (in ebraico פלשת Pəléšeṯ).

Gli Ebrei considerano da tempo Israele come loro patria — è per essi Terra sacra e promessa. È il luogo dove sono nati sia l'Ebraismo che il Cristianesimo, e contiene molti luoghi di grande importanza spirituale per ebrei, cristiani e musulmani: in particolare il Muro Occidentale per i primi, il Santo Sepolcro, la Basilica della Natività per i cristiani ed i luoghi in cui visse Gesù Cristo; la Spianata delle moschee per i musulmani.

Il primo califfato musulmano strappò la regione all'Impero bizantino nel VII secolo e vi impiantò coloni arabi. La lingua locale, l'aramaico, scomparve quasi del tutto gradualmente. Le Crociate segnarono una lunga lotta tra i cristiani dell'Europa centrale e meridionale e i musulmani del Vicino e Medio Oriente, per il controllo della regione. Attraverso i secoli la dimensione della popolazione ebraica nella regione oscillò. All'inizio del XIX secolo, circa 10.000 ebrei vivevano nell'area dell'odierna Israele, a fianco di diverse centinaia di migliaia di arabi. Verso la fine dello stesso secolo, questo numero iniziò ad aumentare, anche se gli ebrei rimasero una minoranza.

Dopo secoli di Diaspora, il XIX secolo vide una significativa immigrazione e il sorgere del Sionismo, il movimento nazionale ebraico il cui intento era quello del ritorno in Palestina e la creazione qui di un'entità politica ebraica. Le prime ondate di immigrazione ebraica, in quell'epoca provincia ottomana, ebbe inizio alla fine dell'Ottocento, grazie agli ebrei che sfuggivano alle persecuzioni in Russia. Già nel 1870, a nord di Jaffa, venne fondata la scuola agricola Mikve' Israel da cui poi germogliò la moderna Tel Aviv. Per contrastare il problema dell'antisemitismo, il 29 agosto 1897, a Basilea, si tenne il Primo Congresso Sionistico, durante il quale fu fondata l' Organizzazione Sionistica.

Nel 1901, in occasione del quinto congresso sionistico, viene creato il Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemet LeIsrael) a cui viene attribuito il compito di acquistare terreni in terra d'Israele.

Nel 1902 durante il sesto congresso, fu discussa l'offerta britannica di creare uno Stato ebraico in Uganda. Alla proposta, pur approvata, non venne dato seguito.

Comincia nel 1904 la seconda ondata immigratoria, proveniente nuovamente dalla Russia e da vari paesi dell'Est europeo, come conseguenza dei continui Pogrom che colpiscono i cittadini di religione ebraica.

Nel 1909 viene fondata Tel Aviv ed il primo kibbutz sulle rive del lago di Tiberiade.

Nel 1917, nel pieno della prima guerra mondiale, l'Impero ottomano crolla sotto i colpi della Gran Bretagna che, nello stesso anno, con la Dichiarazione Balfour, si impegna ad agevolare la costituzione di un "Focolare nazionale" (National Home) in Palestina, specificando che non dovevano comunque essere danneggiati i "i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche della Palestina". Contemporaneamente gli inglesi promisero alla popolazione palestinese presente che una volta sconfitto l'impero Ottomano a loro sarebbe stata garantita l'autodeterminazione. Oltre a questo il ministro plenipotenziario di Sua Maestà Sir Henry MacMahon, Alto Commissario in Egitto, promise allo shari-f della Mecca, al-Husayn b. ‘Ali-, in cambio dell'alleanza contro gli Ottomani, il riconoscimento agli Arabi dei diritti all'auto-determinazione e all'indipendenza in cambio della loro partecipazione agli sforzi bellici anti-ottomani, e la creazione di uno "Stato arabo" dai confini non definiti con precisione, ma che avrebbe inglobato all'incirca tutto il territorio compreso fra Egitto e Persia, compresa parte della Palestina.

Nel 1920, nel corso delle trattative post-belliche, alla Gran Bretagna viene assegnato dalla Società delle Nazioni il Mandato sulla Palestina. Il mandato britannico divenne operativo completamente nel 1923, anche se l'esercito inglese occupava e controllava completamente il territorio fin dal 1917. Se la reazione delle popolazioni arabe (musulmane e cristiane) a tali progetti fu vivace e del tutto improntata all'ostilità, diverso fu invece l'atteggiamento del movimento sionista che, forte delle precedenti promesse fattagli, considerò il Mandato britannico sulla Palestina il primo passo per la futura realizzazione dell'agognato Stato ebraico. In questo stesso anno viene fondata la Haganah, una forza paramilitare clandestina con il compito di difendere gli insediamenti ebraici in Palestina. Viene fondato anche il Keren HaYesod, il Fondo cioè che raccoglie i contributi in tutto il mondo per la costituzione dello Stato ebraico. Viene in tale prospettiva deciso che la lingua ebraica, codificata da Eliezer Ben Yehuda nel 1890, ne sarà la lingua ufficiale.

Una nuova legittimazione alle aspirazioni ebraiche per uno Stato proprio arriva nel 1922 quando la Società delle Nazioni conferma il Mandato alla Gran Bretagna citando la Dichiarazione Balfour, ma escludendo i territori ad Est del fiume Giordano dove sorgerà, invece, la Transgiordania (nel secondo dopoguerra Giordania).

Sotto il Mandato britannico l'immigrazione ebraica nella zona subì un'accelerazione, solo negli anni '20 immigrarono nella zona quasi 100.000 ebrei contro poco più di 5.000 non ebrei. Il risultato fu quello di portare la popolazione ebraica in Palestina dalle 83.000 unità del 1915, alle 84.000 unità del 1922 (a fronte dei 590.000 arabi e 71.000 cristiani), alle 175.138 del 1931 (contro i 761.922 arabi e i quasi 90.000 cristiani), alle 360.000 unità della fine degli anni '30.

Nel 1929 la Gran Bretagna riconosce ufficialmente l'Agenzia Ebraica (attiva in forma ufficiosa dal 1923), con funzioni di rappresentanza diplomatica. Nel frattempo si fanno più frequenti le azioni antiebraiche da parte araba (contrastate dai gruppi armati della Haganah o simili) e le relative rappresaglie.

Il 14 agosto del 1929 si ebbero i primi scontri generalizzati nel paese, dopo che alcuni gruppi di aderenti al movimento nazionalista sionista di destra Betar di Vladimir Jabotinskij, marciarono sul Muro del pianto di Gerusalemme, rivendicando a nome dei coloni ebrei l'esclusiva proprietà della Città Santa e dei suoi luoghi sacri; a seguito di questa manifestazione iniziarono a circolare voci su scontri in cui i sionisti avrebbero picchiato i residenti arabi della zona e offeso il profeta Muhammad. Come risposta il Consiglio Supremo Islamico organizzò una contro-marcia ed il corteo, una volta arrivato al Muro, bruciò le pagine di alcuni libri di preghiere ebraiche. Nella settimana gli scontri continuarono e, infiammati dalla morte di un colono ebreo e dalle voci (poi rivelatesi false) sulla morte di due arabi per mano di alcuni ebrei si ampliarono fino a comprendere tutta la Palestina. Il 20 agosto l'Haganah offrì la propria protezione alla popolazione ebraica di Hebron (circa 600 persone su un totale di 17.000), che la rifiutò contando sui buoni rapporti che si erano instaurati negli anni con la popolazione araba e i suoi rappresentanti. Il 24 agosto gli scontri raggiunsero la città dove furono uccisi quasi 70 ebrei, altri 58 furono feriti, alcune decine fuggirono dalla città e 435 trovarono rifugio nelle case dei loro vicini arabi per poi fuggire dalla città nei giorni successivi agli scontri. Solo nel 1967, dopo la Guerra dei sei giorni, un gruppo di ebrei, guidati dal rabbino Moshe Levinger, occupò il principale hotel di Hebron rifiutando di lasciarlo e dando il via alla creazione di una nuova comunità ebraica ad Hebron e dintorni (la loro presenza è comunque ritenuta da alcuni governi esteri e dalle Nazioni Unite una violazione delle leggi internazionali). Alla fine degli scontri ci furono tra gli ebrei 133 morti e 339 feriti (quasi tutti relativi a scontri con la popolazione araba, quasi 70 solo ad Hebron), mentre tra gli arabi ci furono 116 morti e 232 feriti (per la maggioranza dovuti a scontri con le forze britanniche).

Una commissione britannica giudicò e condannò i sospettati di stragi e rappresaglie ed emise diverse condanne a morte (17 arabi e 2 ebrei, commutate con la prigione a vita tranne quelle di 3 arabi che furono impiccati), condannò fermamente gli attacchi iniziali della popolazione araba contro i coloni ebraici e le loro proprietà, giustificò le rappresaglie da parte dei coloni ebrei contro gli insediamenti arabi come una "legittima difesa" dagli attacchi subiti e vide nel timore della creazione di uno stato ebraico il motivo di questi attacchi, timore che, per rassicurare la popolazione araba, venne pubblicamente giudicato infondato. Oltre a questo la commissione raccomandò al governo di riconsiderare le proprie politiche sull'immigrazione ebraica e sulla vendita di terra ai coloni ebrei, raccomandazione che portò alla creazione di una commissione reale guidata da Sir John Hope Simpson l'anno successivo. È da notare che spesso gli attriti tra la popolazione araba maggioritaria preesistente e i coloni non erano dovuti all'immigrazione in sé, ma ai differenti sistemi di assegnazione del terreno e delle risorse: gran parte della popolazione locale per il diritto inglese non possedeva il terreno, ma per le abitudini locali possedeva le piante che vi venivano coltivate sopra e di conseguenza molti terreni usati dai contadini arabi erano ufficialmente (per la legge inglese) senza proprietario e venivano quindi acquistati dai coloni ebrei (o loro affidati) o dall'Agenzia Ebraica. Questo, unito alle regole con cui venivano effettuate le assegnazioni e che erano state criticate dalla commissione Simpson (la terra doveva essere lavorata solo da lavoratori ebrei e non poteva essere ceduta o subaffittata a non ebrei), di fatto toglieva l'unica fonte di sostentamento e lavoro a moltissimi insediamenti arabi preesistenti. La commissione Simpson confermò ufficialmente l'esistenza di questi problemi e mise in guardia il governo sui rischi per la stabilità della regione nel caso di un loro aggravarsi, sostenendo anche che, dati i sistemi di coltura dei coloni e quelli tradizionali della popolazione araba, non erano rimaste più terre fertili libere da assegnare ad eventuali nuovi coloni ebrei.

Nel frattempo una nuova immigrazione, proveniente dalla Polonia, si sviluppa tra il 1924 ed il 1932. Questa immigrazione, diversamente da quelle precedenti, si caratterizza per il livello sociale più elevato rispetto alle esperienze precedenti. Dal 1933 si assiste a un'ondata immigratoria proveniente dalla Germania, conseguenza delle leggi razziste emanate dal regime nazista. Il livello sociale di questi immigranti è particolarmente alto e porta con sé un grande afflusso di capitali, di professionisti e di accademici.

La politica di Londra tuttavia non mutò, nonostante vi fossero state nel frattempo varie condanne da parte della Società delle Nazioni e la situazione precipitò portando allo scoppio di una guerra civile durata tre anni, tra il 1936 e il 1939. Le iniziali richieste della popolazione araba di indire elezioni (che, essendo larga maggioranza, avrebbero visto vincitori principlamente i loro rappresentanti), di mettere fine al mandato e bloccare completamente l'immigrazione ebraica ebbero come risultato solo una una dura repressione da parte delle forze britanniche. Con il passare dei mesi gli scontri divennero sempre più violenti, causando, secondo fonti britanniche, 5.000 morti tra la popolazione araba, 400 tra quella ebraica e 200 caduti britannici. Dopo tre tentativi falliti di ripartizione delle terre in due stati indipendenti (ma Gerusalemme e la regione limitrofa sarebbero rimasti sotto il controllo britannico), al termine della rivolta la Gran Bretagna, con il "Libro Bianco" del 1939, decise di imporre un limite all'immigrazione, decisione che causò un forte aumento dell'immigrazione clandestina (dal 1938 inizia l'Aliyà Bet, l'immigrazione clandestina che fa entrare nel paese, nel corso di un decennio, circa 100 mila ebrei), anche a causa delle persecuzioni che gli Ebrei avevano cominciato a subire da parte della Germania nazista fin dal 1933. Londra vietò inoltre l'ulteriore acquisto di terre da parte dei coloni ebrei, promettendo di rinunciare al suo Mandato entro il 1949 e prospettando per quella data la fondazione di un unico Stato di etnia mista araba-ebraica. Ciò indusse pertanto gli ebrei palestinesi e le organizzazioni sioniste a cercare negli Stati Uniti l'appoggio che fino ad allora aveva concesso loro l’Impero britannico.

Con la seconda guerra mondiale i gruppi ebraici (con l'esclusione del gruppo della Banda Stern che cercò, senza ottenerla, l'alleanza con le forze naziste in chiave anti-inglese) si schierarono con gli Alleati, mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l'Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica. Nel frattempo dall'Haganah nel 1936 si seprarò l'ala politicamente più a destra, che darà vita all'Irgun e da quest'ultimo si separò a sua volta nel 1940 il Lehi, gruppi che agli scopi originali affiancarono l'uso di atti terroristici sia contro la popolazione araba che contro le forze inglesi.

La parte più drammatica della nascita dello Stato ebraico inizia nel 1939 con la pubblicazione del Libro bianco con il quale l'amministrazione britannica pone fortissime limitazioni all'immigrazione e alla vendita di terreni agli ebrei. Da questo momento in poi, pur essendo la guerra mondiale in pieno svolgimento, le navi di immigranti ebrei vengono respinte e molte di esse colano a picco conducendo alla morte i passeggeri. Nascono anche gruppi terroristici ebraici (Irgun, Banda Stern), che opereranno fino alla dichiarazione dello Stato di Israele, con azioni contro gli Arabi e le istituzioni britanniche, facendo esplodere bombe in luoghi pubblici (che ebbero il loro culmine nell'attentato al King David Hotel, organizzato dai futuri primi ministri israeliani Menachem Begin e David Ben Gurion anche se quest'ultimo cambio' idea prima che l'attentato fosse compiuto temendo troppe vittime tra i civili e che provocò quasi 100 morti) e assassinando perfino il mediatore dell'ONU, il conte svedese Folke Bernadotte, propositore di una divisione della Palestina che non piaceva alla componente sionista. Agli inizi del 1947 la Gran Bretagna, provata dalla guerra mondiale e da questa una serie di sanguinosi attentati di matrice ebraica, decise di rimettere il Mandato palestinese nelle mani delle Nazioni Unite, cui venne affidato il compito di risolvere l’intricata situazione, ma mantenne le rigide limitazioni all'immigrazione: nel 1947 la nave Exodus, con 4500 ebrei tedeschi sopravvissuti dai campi di concentramento, viene respinta e costretta a tornare in Europa.

L’ONU dovette quindi affrontare la situazione che dopo trent’anni di controllo britannico era diventata pressoché ingestibile, visto che la popolazione ebraica, che 30 anni prima era solo un'esigua minoranza, comprendeva oramai un terzo dei residenti in Palestina, anche se possedeva solo una minima parte del territorio (circa il 7% del territorio, contro il 50% della popolazione araba e il restante in mano al governo Britannico della Palestina ).

Il 15 maggio 1947 fu fondato quindi l'UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), comprendente 11 nazioni (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Peru, Svezia, Uruguay, India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Australia) da cui erano escluse le nazioni "maggiori", per permettere una maggiore neutralità. Sette di queste nazioni (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) votarono a favore di una soluzione con due Stati divisi e Gerusalemme sotto controllo internazionale, tre per un unico stato federale (India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia), e una si astenne(Australia).

Il problema chiave che l’ONU si pose in quel periodo fu se i rifugiati europei scampati alle persecuzioni naziste dovessero in qualche modo dover essere ricollegati alla situazione in Palestina.

Nella sua relazione l'UNSCOP si pose il problema di come accontentare entrambe le fazioni, giungendo alla conclusione che soddisfare le pur motivate richieste di entrambi era "manifestamente impossibile", ma che era anche "indifendibile" accettare di appoggiare solo una delle due posizioni.

Il 29 novembre 1947 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò quindi un Piano, la Risoluzione dell'Assemblea Generale n. 181, per risolvere il conflitto arabo-ebraico dividendo il mandato britannico sulla Palestina in due stati, uno ebraico e l'altro arabo, a favore votarono 33 nazioni (Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Bielorussia, Canada, Costa Rica, Cecoslovacchia, Danimarca, Repubblica Domenicana, Ecuador, Francia, Guatemala, Haiti, Islanda, Liberia, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Panama, Paraguay, Perù, Filippine, Polonia, Svezia, Sud Africa, Ucraina, USA, URSS, Uruguay, Venezuela), contro 13 (Afghanistan, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Yemen), vi furono 10 astenuti (Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia) e un assente alla votazione (Thailandia). La nazioni arabe fecero ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia, sostenendo la non competenza dell'assemblea delle Nazioni Unite nel decidere la ripartizione di un territorio andando contro la volontà della maggioranza dei suoi residenti, ma il ricorso fu respinto.

Secondo il piano, lo stato ebraico avrebbe compreso tre sezioni principali, collegate da incroci extraterritoriali; lo Stato arabo avrebbe avuto anche un' enclave a Jaffa. In considerazione dei loro significati religiosi, l'area di Gerusalemme, compresa Betlemme, fu assegnata a una zona internazionale amministrata dall'ONU.

Nel decidere su come spartire il territorio l'UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) considerò, per evitare possibili rappresaglie da parte della popolazione araba, la necessità di radunare tutte le zone dove i coloni ebraici erano presenti in numero significativo (seppur spesso in minoranza ) nel futuro territorio ebraico, a cui venivano aggiunte diverse zone disabitate (per la maggior parte desertiche) in previsione di una massiccia immigrazione dall'Europa, una volta abolite le limitazioni imposte dal governo britannico nel 1939, per un totale del 56% del territorio.

Le reazioni alla risoluzione dell'ONU furono diversificate: la maggior parte dei gruppi ebraici, inclusa l'Agenzia Ebraica e la maggioranza della popolazione ebraica l'accettarono, pur lamentando tuttavia la non continuità territoriale tra le varie aree assegnate allo stato ebraico. Gruppi ebraici più estremisti, come l'Irgun e la Banda Stern, la rifiutarono, essendo contrari alla presenza di uno Stato arabo in quella che era considerata "la Grande Israele" e al controllo internazionale di Gerusalemme (il giorno seguente Menachem Begin, comandante dell'Irgun, proclama: "La divisione della Palestina è illegale. Gerusalemme è stata e sarà per sempre la nostra capitale. Eretz Israel verrà reso al popolo di Israele, in tutta la sua estensione e per sempre").

Tra i gruppi arabi la proposta fu rifiutata, ma con diverse motivazioni: alcuni negavano totalmente la possibilità della creazione di uno stato ebraico, altri criticavano la spartizione del territorio che ritenevano avrebbe chiuso i territori assegnati alla popolazione araba (oltre al fatto che lo Stato arabo non avrebbe avuto sbocchi sul Mar Rosso e sul Mar di Galilea, quest'ultimo la principale risorsa idrica della zona), altri ancora erano contrari per via del fatto che a quella che per ora era una minoranza ebraica (un terzo della popolazione totale) fosse assegnata la maggioranza del territorio (ma la commissione dell'ONU aveva preso quella decisione anche in virtù della prevedibile immigrazione di massa dall'Europa dei reduci delle persecuzioni della Germania nazista). L'Alto Comitato Arabo, organo rappresentativo dei Palestinesi, respinge la risoluzione, accompagnando la decisione con tre giorni di sciopero e sommosse antiebraiche.

La Gran Bretagna, che negli anni 30 durante la Grande Rivolta Araba aveva già tentato diverse volte senza successo di spartire il territorio tra la popolazione araba preesistente e i coloni ebrei in forte aumento, si astenne nella votazione e rifiutò apertamente di seguire le raccomandazioni del piano, che riteneva si sarebbe rivelato inaccettabile per entrambe le parti ed annunciò che avrebbe terminato il proprio mandato il 15 maggio 1948.

Nel mese di maggio Ben Gurion rifiuta una proposta americana per un "cessate il fuoco" incondizionato e l'allungamento del mandato britannico di altri dieci giorni, il tempo necessario per il negoziato con la Lega Araba. Il leader sionista impone al Consiglio di Stato provvisorio israeliano di proseguire in una politica di totale indipendenza da ogni forma di mediazione esterna, e il 14 maggio legge la Dichiarazione d'indipendenza dello Stato ebraico in Palestina - Medinat Israel (senza nessuna indicazione dei confini, lasciando così aperta la possibilità di espansione oltre la linea stabilita dalle Nazioni Unite).

Il 15 maggio, le truppe britanniche si ritirarono definitivamente dai territori del Mandato, lasciando campo libero alle forze ebraiche ed arabe. Lo stesso giorno gli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq, attaccarono il neonato Stato di Israele. Il segretario generale della Lega Araba 'Abd al-Rahmān 'Azzām Pascià annunciò "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate". Nel mese di giugno le Nazioni Unite propongono una tregua, che Israele utilizzò per riorganizzarsi e aumentare la leva militare. Il giorno 27 il mediatore dell'ONU, Folke Bernadotte, presenta una proposta di accordo che viene rifiutata da entrambe le parti. Il 17 settembre il diplomatico svedese viene assassinato dai terroristi sionisti del Lehi. L'offensiva venne bloccata dal neonato esercito israeliano (Tzahal) e le forze arabe furono costrette ad arretrare, e mentre queste ultime riuscirono a occupare solo minime parti della Palestina (la Striscia di Gaza e la Cisgiordania), le forze armate israeliane occuparono la gran parte del territorio che era stato sotto il Mandato britannico.

La guerra, che terminò con la sconfitta araba nel maggio del 1949 creò quello che resterà la causa degli scontri successivi: circa 700 mila profughi arabi, in gran parte fuggiti dagli orrori della guerra e in parte indotti o costretti ad abbandonare le loro proprietà dai vincitori del confronto. Ad essi sarà impedito il ritorno nello Stato d'Israele, il che è in diretto contrasto con l'articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo . Non fu permesso il loro ingresso nei territori degli Stati arabi confinanti che intendevano in modo tale seguitare a mantenere una pressione psicologica e morale su Israele e gli Stati che ne appoggiavano l'iniziativa.

La Guerra del 1948, chiamata in Israele "Guerra d'indipendenza", è considerata una sorta di mito fondativo nello stato ebraico. Si è spesso posto l'accento sulla forte disparità di forze tra il piccolo Stato d'Israele e le sette potenze arabe. Nuove statistiche hanno messo in dubbio tale disparità, almeno sotto il profilo del numero dei combattenti: allo scoppio del conflitto, quelli arabi sarebbero stati all'incirca 25.000, tra regolari e non, contro 35.000 israeliani. Entro il mese di luglio, la mobilitazione israeliana aveva raggiunto le 65.000 unità, e alla fine dell'anno si arrivò ai 96.400. Sul fronte opposto, le forze rimasero sempre circa la metà di quelle israeliane. Peraltro, mentre gli arabi schierarono subito forze organizzate, dotate di mezzi corazzati, aerei ed artiglieria e con militari di buona qualità (soprattutto nel caso della Legione Araba transgiordana) gli israeliani disponevano, almeno nelle prime fasi della guerra, solo di armi leggere e di personale che era stato, in larga parte, addestrato in maniera sommaria. Un grave svantaggio per la Lega Araba fu la mancanza di ogni coordinamento e piano strategico, cosa che consentì agli israeliani di affrontare i paesi arabi uno alla vota.

L'armistizio di Rodi, non sottoscritto dall'Iraq, pur rappresentando una tregua, non rappresentò una soluzione del problema. Nel testo dell'armistizio si legge infatti che la linea di cessate il fuoco (la cosiddetta Linea Verde) "è una linea d'armistizio che non deve in alcun modo essere considerata un confine di Stato in senso politico o territoriale e non pregiudica i diritti, le aspirazioni e le posizioni delle parti riguardo all'assetto futuro del contenzioso". Con questa dichiarazione gli Stati arabi resero palese il rifiuto di riconoscere l'esistenza di Israele.

Né l'Egitto né la Transgiordania si adoperarono per la creazione dello Stato arabo di Palestina. La parte di Gerusalemme controllata dalla Transgiordania fu interdetta agli Ebrei mentre alcune sinagoghe e luoghi di culto furono profanati e saccheggiati. Israele annetté la parte settentrionale della Palestina che fu da essa chiamata Galilea e altri territori a maggioranza araba conquistati nella guerra, corrispondenti a un ulteriore 26% dell'originale Mandato britannico per la Palestina. Conseguentemente 160 mila Arabi acquistarono la cittadinanza israeliana per restare nelle loro case, conquistando anche il diritto di voto. Furono però sottomessi - a differenza dei cittadini ebrei - alla legge militare fino al 1966. Durante questo periodo fu loro espropriata gran parte della terra . Fu comunque una situazione più positiva rispetto a quella dei 726 mila loro compatrioti, costretti all'esilio da apolidi. Nei territori sotto il controllo giordano ed egiziano, 17 mila ebrei vennero cacciati dalle loro case e dal quartiere ebraico di Gerusalemme Vecchia.

Negli anni immediatamente successivi, dopo che il 5 luglio 1950, la Knesset aveva votato la Legge del Ritorno - che garantiva il diritto a tutti gli ebrei di immigrare in Israele, abolendo tutte le limitazioni imposte dal Libro Bianco britannico - una massa di circa 850 mila ebrei fuggì dai paesi arabi all'interno dei quali avevano seguitato a vivere in crescente situazione di difficoltà, di discriminazione e talora a rischio stesso della propria incolumità. Circa 600 mila di loro arrivano in terra d'Israele e nell'arco di 3 anni la popolazione, che in un primo censimento contava circa 850 mila persone, raddoppiò costringendo il governo ad imporre un regime di forte austerità e di razionamento dei generi di prima necessità. Nello stesso anno, il neonato regno di Giordania annetté amministrativamente la Cisgiordania e, unico tra gli Stati arabi, concesse la cittadinanza ai numerosi Palestinesi ivi residenti.

Gli anni che vanno dal 1948 al 1954 vedono vari tentativi di porre fine al problema dei profughi: alcuni proposte giunsero da Israele, mentre ad altre Israele si oppose. Ad esempio Israele propone il ritorno di circa 100 mila Palestinesi, cercando di concordare l'assorbimento dei restanti da parte dei paesi arabi confinanti, ma nel dicembre del 1948 Israele si rifiuta di attuare la richiesta dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite di concedere il diritto di ritorno ai profughi palestinesi fuggiti in seguito ai disordini del 1947. Tutti i tentativi di accordo si arenano, per un motivo o per l'altro. Israele, comunque, per motivi di ricongiungimento familiare concede circa 70 mila permessi di rientro a Palestinesi.

Dopo l'assassinio nel 1951 di Re Abd Allah di Giordania da parte di un oppositore palestinese contrario alle voci alle aperture del sovrano verso Israele, il ministro israeliano David Ben Gurion nel 1955 dichiarò: "Se vi è un qualunque statista arabo disposto a parlare con me per migliorare le nostre relazioni, sono pronto a incontrarlo in qualunque luogo e momento".

Nel 1952 in Egitto un colpo di Stato porta al potere i Liberi Ufficiali del generale Muhammad Neghib e del colonnello Jamāl ‘Abd al-Nāsir. Nel 1954, sotto la protezione egiziana, nascono i gruppi (terroristici o partigiani, a seconda dei punti di vista) dei cosiddetti fidā'iyyīn che portano a compimento centinaia di incursioni armate in territorio israeliano. Nel 1956 l’Egitto blocca il Golfo di Aqaba e nazionalizza il Canale di Suez impedendone il passaggio alle navi israeliane. Francia e Gran Bretagna, che ne avevano il controllo e che controllavano il pacchetto azionisto della Compagnia del Canale, strinsero accordi segreti con Israele per riprenderne il controllo. L'esercito israeliano attaccò le forze egiziane e raggiunse il canale di Suez attacandolo con i gruppi di paracadutisti comandati da Ariel Sharon. Sotto le pressioni dell'ONU, con il consenso di Francia e Gran Bretagna, nel 1957 Israele si ritirò dal Sinai a patto che l'ONU inviasse una forza di interposizione a difesa del confine con l'Egitto.

All'inizio della guerra del 1956, Israele estese il coprifuoco (fino ad allora solo notturno) nei villaggi arabi sul confine giordano; all'epoca i palestinesi cittadini di Israele erano sottoposti alla legge militare. A Kafr Qasim, la polizia di frontiera, il cui capo era Malinki, a sua volta sotto il comando di Shadmi, colonnello dell'esercito, sparò ai contadini che ritornavano dai campi, e che non erano stati informati dell'estensione del coprifuoco; ne uccise 48, Per le proteste del Partito Comunista israeliano, fu intrapreso un processo; 8 persone, fra poliziotti e soldati, furono condannati per omicidio. Malinki e Dahan, il comandante del plotone che aveva sparato, furono condannati rispettivamente a 17 ed a 15 anni di carcere. Shadmi fu condannato al pagamento di una monetina per aver esteso il coprifuoco senza permesso. Tutti i condannati al carcere furono liberati l'anno successivo; Malinki e Shadmi furono promossi .

Gli anni successivi vedono la popolazione israeliana raggiungere i 2 milioni di persone (1958) mentre un colpo di Stato in Iraq porta alla morte di Re Faysal II e ad una svolta filo-sovietica nella politica del Paese. Nel 1959 l'URSS vieta l'emigrazione ai suoi cittadini di religione israelitica. Nello stesso anno nasce il gruppo armato palestinese al-Fath che nel proprio statuto riporta: "qualunque trattativa che non si basi sul diritto di annientare Israele sarà considerata alla stregua di un tradimento".

Nel 1962 gli ebrei possono emigrare dal Marocco, permettendo a circa 80 mila persone di raggiungere Israele.

Nel maggio del 1964 viene fondata l'OLP con il benestare degli Stati arabi. Lo statuto proclama la necessità di distruggere Israele con la lotta armata, come obiettivo strategico della nazione araba nel suo complesso.

Il 22 maggio del 1967, quando le truppe ONU ebbero completato il ritiro dall'Egitto (imposto da Nasser), il Presidente Jamāl ‘Abd al-Nāsir dichiara che la questione Per i paesi arabi non riguarda la chiusura del porto di Eilat, ma il totale annientamento dello Stato di Israele.

Il 5 giugno del 1967 scoppia la guerra dei sei giorni: le forze israeliane guidate dal Ministro della Difesa Moshe Dayan e dal Generale Yitzhak Rabin iniziano le ostilità attaccando simultaneamente quelle egiziane, giordane e siriane e distruggendo a terra l'intera aviazione dei tre Paesi. Israele offre al governo giordano la possibilità di non essere coinvolto ma i cannoneggiamenti su Gerusalemme decretano il rifiuto giordano.

In sei giorni di guerra Israele occupa il Sinai e le alture del Golan, Cisgiordania e Striscia di Gaza. Gerusalemme viene riunificata quando nella sua popolazione di 250 mila abitanti ben 180 mila sono ebrei.

Il Primo Ministro israeliano Levi Eshkol dichiara che i territori della Cisgiordania resteranno sotto il controllo israeliano sino a quando i Paesi arabi continueranno a progettare la distruzione dello Stato di Israele. Il 1° settembre la Lega Araba, riunita in Sudan, esprime 3 no: "no al riconoscimento di Israele, no al negoziato con Israele, no alla pace con Israele".

La "Guerra dei sei giorni" fu anche l'evento grazie al quale Israele attirò l'attenzione degli Stati Uniti, tanto da riuscire ad attirare il 50% degli aiuti economici complessivamente forniti dagli USA alle nazioni estere, senza tener conto delle abbondanti e aggiornate forniture tecnologiche e militari. In molte note governative USA si individua come il principale pericolo per gli Stati Uniti in Vicino e Medio Oriente il nazionalismo arabo, in grado di portare a tendenze autonome e antioccidentali gli Stati di una regione fortemente strategica per l'economia mondiale. La sconfitta che Israele inflisse a Jamāl ‘Abd al-Nāsir fa sì che Israele diventi, in quanto fedele alleato, un ottimo avamposto statunitense nella regione.

Il 22 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU adotta la risoluzione n. 242 per ristabilire la pace nei Territori Occupati e per il ritorno ai confini antecedenti la Guerra del 1967. Israele annette però Gerusalemme Est, in violazione alla risoluzione, e proclama la città riunificata sua capitale. Nonostante il prodigarsi dell'inviato ONU Gunnar Jarring, non è possibile intavolare trattative per il rifiuto posto dai Paesi arabi a trattative dirette con il governo israeliano.

Nel 1968 iniziano gli attentati terroristici palestinesi al di fuori di Israele. Nel Settembre 1970, dopo il dirottamento di 4 aerei nell'aeroporto giordano di Zarqa (dove furono poi fatti esplodere), il re di Giordania scatena una repressione militare colpendo le organizzazioni palestinesi che s'erano mostrate restie a piegarsi alla sovranità della legge giordanica, legittimando così il nome che una parte di esse si dette di Settembre nero. Nel 1972 un gruppo di Settembre Nero stermina la squadra israeliana che doveva partecipare alle Olimpiadi di Monaco.

Nel 1973, il 6 ottobre, giorno in cui si celebrava la cerimonia più sacra del calendario ebraico, lo Yom Kippur, gli eserciti di Siria ed Egitto, con l'appoggio di minime unità saudite, irachene, kuwaitiane, libiche, marocchine, algerine e giordane, attaccano i confini israeliani. L'esercito israeliano e la popolazione civile è colta di sopresa ma, dopo una resistenza di 8 giorni, durante il quale si organizza il contrattacco, l'esercito contrattacca con efficacia, superando le linee egiziane e accerchiando la III Armata egiziana. Quando l'11 novembre l'esercito israeliano è a 100 chilometri in linea d'aria dal Cairo e a 30 da Damasco, i Paesi arabi accettano di cessare il fuoco.

La conferenza di pace che si tenne a Ginevra, sotto l'egida dell'ONU, ed in forza della risoluzione n. 338 che invitava ad applicare la precedente risoluzione n. 242, viene aperta ed aggiornata sine die per il nuovo rifiuto dei rappresentanti arabi a trattare direttamente con quelli israeliani.

Nel frattempo gli Stati arabi produttori di petrolio (OPAEC) dichiarano l'embargo verso i paesi che si dimostreranno troppo tiepidi nei confronti di Israele. La crisi economica che deriva dalla vertiginosa crescita dei prezzi del petrolio spinge numerose organizzazioni sovranazionali, tra cui la Comunità Economica Europea ad adottare mozioni contrarie alla politica di Israele e di condanna dell'ideologia del sionismo.

Gli attentati di alcune formazioni terroristiche palestinesi non cessano. Il 31 dicembre 1973 un'azione all'aeroporto di Fiumicino (Roma) provoca 31 morti.

Nel 1974 l'opera dell'allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger porta al ritiro di Israele dai territori egiziani e siriani occupati durante la guerra del Kippur.

Il 14 ottobre l'ONU attribuisce all'OLP lo status di rappresentante del popolo palestinese. L'OLP ribadisce la sua volontà di cancellare Israele mentre lo Stato ebraico rifiuta di trattare con l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il suo leader Yasser Arafat. Il 22 novembre l'Assemblea Generale dell'ONU riconosce ai Palestinesi il diritto a far valere la sovranità sulla Palestina "con ogni mezzo". Vista la schiacciante maggioranza rappresentata dai paesi arabi, dai paesi non allineati e da quelli del Patto di Varsavia, numerose sono le risoluzioni anti-israeliane. Tra esse l'esclusione di Israele dall'UNESCO e la sospensione di qualsiasi piano di aiuti e collaborazione. Il 10 ottobre 1975 la risoluzione ONU n. 3379 equipara il Sionismo al razzismo. Questa risoluzione verrà abrograta solo nel 1991.

Il 30 marzo 1976 le forze di sicurezza israeliane uccidono 6 cittadini arabi che manifestano contro l'esproprio di terreni e la distruzione di case .

Nel 1976 si consuma uno dei due eventi che segneranno la reputazione di Israele negli anni a seguire. Il 27 giugno viene dirottato su Entebbe (Uganda) un aereo francese. I servizi segreti israeliani compiono un'incursione non concordata e liberano tutti gli ostaggi.

Nel novembre 1977, il Presidente egiziano Anwār al-Sādāt rompe 30 anni di ostilità visitando Gerusalemme su invito del Primo Ministro israeliano Menachem Begin. Iniziarono così reali politiche di pace. Sadat riconobbe ad Israele il diritto di esistere come Stato e iniziarono i negoziati tra Egitto e Israele. Nel settembre 1978 il Presidente statunitense Jimmy Carter invitò Sadat e Begin per un incontro a Camp David. La pace viene firmata il 26 marzo 1979 tra i due a Camp David e in base ad essa Israele restituì il Sinai all’Egitto nell’aprile 1982. Nel 1989 i due governi si accordano per lo status della città di Taba, nel Golfo di Aqaba.

Nel 1976 le truppe siriane invadono il Libano per metter fine alla guerra civile in atto da lunghi anni. In questo paese si erano rifugiate cellule terroristiche palestinesi dopo la cacciata dalla Giordania e, nel 1981, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) lanciò attacchi contro postazioni militari settentrionali israeliane, al confine con il Libano. Simultaneamente si scontrano contro le forze cristiano-maronite libanesi. La risposta di Israele si ebbe nel 1982 con l’invasione del Libano. L'esercito israeliano occupò tutta la parte meridionale del Libano, per poi ritirarsi entro una fascia di sicurezza di 10 miglia lungo il confine, all’interno del territorio libanese, che affidò alla sorveglianza di un "Esercito del Sud-Libano" affidato a elementi maroniti ad essa fedeli, e che mantenne fino al 2000.

È in questo contesto che si compie il secondo evento funesto per la reputazione di Israele: non fermati dall'esercito israeliano, gruppi di cristiani maroniti libanesi vendicano l'assassinio del Presidente libanese Amīn Giumayyil che aveva firmato un accordo di pace con Israele e che si sospettava avesse precise responsabilità per aver consentito al maronita Elias Hobeyka e all'Esercito del Sud-Libano trasferito a tale scopo dal Sud del Libano, di massacrare indisturbato la popolazione palestinese dei campi-profughi (in realtà quartieri di Beirut) di Sabra e Chatila, sotto il controllo militare israeliano. Un'inchiesta voluta dalla Corte Suprema israeliana inchioderà alle proprie responsabilità i comandanti militari locali e il Capo di Stato Maggiore, pur non potendo dimostrare la diretta responsabilità dell'allora ministro della Guerra Ariel Sharon, lo costrinse tuttavia alle dimissioni dalla carica, anche se il Governo gli attribuì subito un altro dicastero di minore importanza (fu poi eletto primo ministro nel 2001). La reputazione dello Stato ne resterà macchiata indelebilmente.

Nel 1988 Re Husayn di Giordania rinuncia alla sua "tutela" sul territorio cisgiordano. Nell'agosto, il movimento integralista e terrorista Hamas dichiara il Jihad contro Israele, dando inizio a quella che sarà chiamata la prima Intifada.

Gli attentati in Israele ed all'estero non si placano. Nel frattempo crolla il regime comunista dell' URSS, termina la guerra tra Iraq e Iran, si svolge la Prima guerra del Golfo contro l'Iraq. Il Libano firma un accordo di pace con la Siria e procede al disarmo di tutti i gruppi armati ad eccezione degli Hezbollah filo-siriani e anti-israeliani.

Nel settembre del 1993, quello che agli occhi degli osservatori meno attenti sembrava imprevedibile accade: Arafat, a nome del popolo palestinese, riconosce lo Stato di Israele e accetta il metodo del negoziato, rinunciando all'uso della violenza e impegnandosi a modificare in questo senso lo Statuto (Carta Nazionale Palestinese) dell'OLP. Il Primo Ministro israeliano Rabin, a nome di Israele, riconosce l'OLP come rappresentante del popolo palestinese.

Il 13 settembre, dopo mesi di trattative, Rabin e Arafat firmano alla Casa Bianca, davanti al presidente USA Clinton, una Dichiarazione di Principi in cui si delinea il quadro per una soluzione graduale del conflitto. Dovrebbe essere questo il punto finale della prima intifada, ma Israele continua a costruire colonie e strade per collegarle (bypass roads) nei Territori Occupati. Per gli accordi di Oslo, la Striscia di Gaza e la Cisgiordania costituiscono una sola unità territoriale, ma Israele non tiene fede alla promessa di costruire un collegamento fra le due. Questo danneggia l'economia palestinese, impedisce agli appartenenti alla stessa famiglia di incontrarsi e agli studenti di Gaza di frequentare l'università in Cisgiordania.

Nei Territori Occupati vigono due sistemi di leggi: uno per i coloni, uno per i palestinesi. Israele continua nella politica di distruggere le case palestinesi costruite senza permesso (e rilascia i permessi di costruzione molto di rado).

Dal 1993 è imposta una chiusura generale ai Territori Occupati, ciò che costituisce una grave violazione dei diritti umani . I palestinesi, che prima costituivano buona parte della forza lavoro in Israele, ora necessitano di un permesso per recarsi in territorio israeliano ed a Gerusalemme Est. Questo ha grandemente incrementato la disoccupazione nei Territori Occupati, impedendo inoltre ai palestinesi di accedere agli ospedali ed ai luoghi santi, per cristiani e musulmani, di Gerusalemme Est. La necessità di un permesso per accedere alla città, che Israele nega a buona parte di coloro che lo richiedono, impedisce inoltre ai palestinesi di trarre frutto dal turismo gerosolimitano .

Lo stillicidio di attentati non si ferma.

Il 1995 vede la firma della seconda parte degli Accordi di Oslo, con la nascita dell' Autorità Nazionale Palestinese e della polizia palestinese.

Dopo più di un mese, il 4 novembre, viene assassinato da un estremista conservatore israeliano il primo ministro Itzhak Rabin. Ai suoi funerali prenderanno parte anche alcuni leaders dei paesi arabi. Il posto di Primo Ministro viene preso da Shimon Peres.

Gli scontri e gli attentati continuano anche quando dalle elezioni Israeliane risulta vincente il Likud e viene eletto Primo Ministro Benjamin Netanyahu. Nel 1997, in attuazione degli accordi, Tzahal si ritira dai Territori palestinesi occupati. Il 95% della popolazione palestinese passa sotto il controllo dell'Autorità Nazionale Palestinese. Tuttavia, Netanyahu non rispetta gli accordi per quanto riguarda la politica di insediamento di coloni israeliani nei Territori Occupati e ciò favorisce il perdurare di uno stato di continua tensione.

Nel 1999, il laburista Ehud Barak venne eletto Primo Ministro, alla testa di una coalizione guidata dal suo partito (MAPAM-MAPAI) laburisti, e nuovo impulso viene dato al processo di pace con Palestina e Siria.

Nel maggio del 2000, le forze israeliane si ritirano dalla zona di sicurezza del Libano meridionale.

Nel luglio dello stesso anno (2000), nella residenza presidenziale di Camp David, con la mediazione del Presidente statunitense Bill Clinton, Barak ed Arafat si incontrano per far ulteriormente avanzare le trattative, ma il leader palestinese rifiuta quella che sino ad allora era stata l'offerta più vantaggiosa sottopostagli, per l'impossibilità di trovare un accordo sul territorio dello stato di Palestina, sullo status di Gerusalemme e sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Barak offre ad Arafat il 100% della Striscia di Gaza ed il 73% della Cisgiordania. In base a questa offerta, in 10-25 anni il 73% della Cisgiordania destinato allo stato di Palestina si tramuterebbe nel 90-91%, mantenendo Israele il controllo del territorio cisgiordano in cui sono situate gran parte delle colonie ; in cambio di questo territorio, Israele cederebbe parte del deserto del Negev . Un altro problema irrisolto è quello dell'acqua, stante che Israele tiene sotto il suo controllo tutta l'acqua di Cisgiordania .

A settembre, il leader del partito di destra Likud Ariel Sharon, in quel momento all'opposizione, compie una "passeggiata" pubblica e preannunciata, alla spianata delle moschee di Gerusalemme, massicciamente scortato da un migliaio di militari israeliani. La "passeggiata" è vista come una provocazione e causa veementi proteste palestinesi. Sharon infatti proclama Gerusalemme Est territorio eternamente parte d'Israele, mentre di fatto da molti osservatori "neutrali" esso appare territorio illegalmente occupato. Le proteste vennero duramente represse e, durante la prima settimana, 61 Palestinesi furono uccisi e 2.657 sono feriti. All'inizio dell'ottobre del 2000, la polizia israeliana uccide anche 12 palestinesi cittadini di Israele ed un palestinese della Striscia di Gaza, disarmati, nel corso di dimostrazioni in solidarietà con i palestinesi dei Territori Occupati .

Inizia quella che verrà chiamata la seconda intifada.

Alle dimissioni del Primo Ministro Barak seguono elezioni che portano a capo del governo Ariel Sharon.

Nel 2001 Israele distrugge il porto di Gaza, costruito dalla cooperazione franco-olandese . Per gli attacchi israeliani, nel dicembre del 2001 nella Striscia di Gaza si chiude anche l'aeroporto, pure questo costruito grazie ai fondi della cooperazione internazionale .

Nonostante i numerosi tentativi di cessate il fuoco, gli attentati non si arrestano e, a giudizio di alcuni, il leader palestinese non darà mai l'impressione di essere in grado di controllare i gruppi terroristici palestinesi. Nel dicembre del 2001 Sharon dichiara di non voler più sostenere alcuna trattativa con Yasser Arafat, essendo ormai quest'ultimo non più in grado di esercitare alcun controllo.

Dal 2000 al 2004 Israele distrugge più di 3.000 case nei Territori Occupati. Nella sola Gaza, 18.000 palestinesi divengono dei senzatetto .

Nel 2004, la scomparsa del Presidente palestinese apre la strada, a dire di Israele, a una nuova trattativa di pace. Le elezioni che si tengono in Palestina portano alla carica di Primo Ministro Maḥmūd ‘Abbās (Abū Māzen).

Israele sta costruendo un muro di separazione, sostenendo che serve per difendersi dagli attacchi kamikaze. Secondo la Corte Internazionale di Giustizia è illegale perché viola i diritti umani: questa ha infatti giudicato che il tracciato del Muro corrisponde ad un'annessione de facto di territorio palestinese, e che costituisce una misura sproporzionata rispetto alle legittime esigenze di autodifesa di Israele, peggiorando ulteriormente le condizioni di vita dei Palestinesi. Per raggiungere i loro campi, se questi sono dall'altra parte del Muro, questi devono passare da cancelli, controllati dall'esercito israeliano ed aperti gornalmente per periodi limitati. Tuttavia, talvolta i cancelli restano chiusi; questo porta alla perdita del raccolto. Israele sostiene invece che, ove la barriera è stata costruita, ha ridotto in modo netto gli attacchi suicidi.

Per costruire la barriera sono stati eradicati, fino al 2004, più di 100.000 olivi ed alberi da frutta di proprietà di palestinesi. Il villaggio di Qalqilyia è quasi interamente circondato dal Muro, ed i palestinesi che vi vivono necessitano di un permesso da parte di Israele per raggiungere i loro campi; un terzo dei pozzi del villaggio sono situati al di là della barriera.

I palestinesi che vivono fra il Muro e la Linea Verde devono richiedere ad Israele un permesso per continuare a vivere nelle loro case, oltre ad avere gravi difficoltà a raggiungere il posto di lavoro o la scuola . Raggiungere i principali ospedali, siti a Gerusalemme Est, è diventato molto difficile .

Nell'agosto 2005 Israele ha abbandonato alcune colonie della parte settentrionale della Cisgiordania e tutte le proprie colonie nella Striscia di Gaza. Ciononostante, continua a controllare la Striscia di Gaza dal cielo e dal mare, nonché la maggior parte degli accessi via terra. Anche per la CIA, quindi, la Striscia di Gaza resta territorio occupato . Israele limita agli abitanti di Gaza la possibilità di pescare, limitandola a sole sei miglia dalla costa ; questo aumenta la disoccupazione e la fame, contribuendo a rendere i palestinesi dipendenti dall'aiuto umanitario .

Sono rimasti occupati da insediamenti abitativi e industriali israeliani circa 157 chilometri quadrati della Cisgiordania. Secondo uno studio della stimata organizzazione israeliana Pace Adesso , il 38% di queste terre appartenevano a privati palestinesi; questo studio non è stato smentito .

Per difendere le colonie, ci sono ora in Cisgiordania più di 500 posti di blocco, che dividono la regione in tre parti, fra le quali il movimento è per i palestinesi molto difficile . Son costrette ad attendere anche le ambulanze: fra il 2000 e il 2005 più di 60 donne hanno partorito ai posti di blocco, ciò che ha causato la morte di 36 neonati .

Le autostrade che connettono le colonie ad Israele, pur essendo presentate come infrastrutture costruite a beneficio di tutta l'area dei territori occupati, per via del loro percorso sono in massima parte riservate al traffico israeliano; i palestinesi hanno il permesso di transitare per strade con una carreggiata molto minore e sulla vecchia rete stradale, carente di manutenzione.

Israele controlla le falde idriche in Cisgiordania, attribuendo agli israeliani 350 litri di acqua al giorno, ai coloni quantità ancora superiori, e ai palestinesi non più di 80 litri al dì. Per la Organizzazione Mondiale della Sanità, sono necessari almeno 100 litri di acqua al giorno pro capite. Nel 2005, la costruzione del Muro aveva già distrutto 50 pozzi e 200 cisterne, proprietà di palestinesi .

Israele ha affermato di non aver costruito nuove colonie dal 1992, limitandosi ad espandere quelle già esistenti. Nel solo 2006, il numero dei coloni israeliani in Cisgiordania è aumentato del 5,8% . Le colonie sono tutte illegali, per la legge internazionale. Alcune sono illegali anche per la legge israeliana, ma pure da queste i coloni sono allontanati molto di rado .

Dopo la morte, per motivi non accertati, del presidente Arafat, i palestinesi hanno eletto un nuovo parlamento, in elezioni universalmente giudicate libere. Poiché la maggioranza egli eletti è stata del partito Hamas, Israele, gli USA e l'Unione Europea hanno imposto ai palestinesi un boicottaggio, che ha aumentato la disoccupazione, la fame ed il deterioramento delle condizioni di salute degli abitanti dei Territori Occupati . Nel 2006, 46.000 palestinesi hanno chiesto di poter emigrare. Si ipotizza che Israele, dove alcuni dei partiti propongono apertamente il transfer, vale a dire l'espulsione dei palestinesi, stia cercando di favorire un esodo 'volontario' dei medesimi .

Dopo che Hezbollah si era reso colpevole del lancio di missili verso Israele e di un attentato ad una pattuglia di soldati israeliani, col quale provocava la morte di otto militari e la cattura degli unici due sopravvissuti, il 12 luglio 2006 Israele lanciò un'offensiva militare ai danni del Libano con l'obiettivo esplicitamente dichiarato di annientare Hezbollah; in risposta all'offensiva Hezbollah ha intensificato il lancio di missili in territorio israeliano, colpendo nei giorni successivi con razzi Katyusha importanti città del nord d'Israele come Haifa, Nazaret e Tiberiade. I caccia con la Stella di David hanno bombardato diversi quartieri di Beirut, ritenuti roccaforti Hezbollah, provocando centinaia di morti e distruggendo le principali vie di comunicazione del paese, l'aeroporto della capitale e l'autostrada di collegamento con il confine siriano. Dopo 10 giorni di guerra la situazione precipitò e Israele iniziò ad invadere via terra i territori del sud del Libano, in quanto le condizioni poste dal leader israeliano Ehud Olmert, ovvero lo smantellamento di Hezbollah e il controllo del sud del Libano da parte dello stesso esercito libanese non vennero poste in atto da Beirut e Nasrallah, leader di Hezbollah, annunciò che i suoi sono pronti alla guerra totale. Il 14 agosto 2006, alle 8 del mattino, venne applicata la risoluzione numero 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che prevedeva la sospensione immediata delle ostilità. La risoluzione, approvata il 10 agosto 2006 dopo una difficile trattativa in Consiglio di Sicurezza, arrivò dopo 34 giorni di guerra, che provocarono secondo le stime dei due governi 1.100 vittime libanesi e 154 israeliane.

Successivamente è stata avviata una missione di pace dell'ONU nel sud del Libano con lo scopo di garantire la sicurezza del confine e di disarmare Hezbollah contemporaneamente al ritiro delle forze militari israeliane. Alla missione, non ancora conclusa, presero parte 7.000 caschi blu di Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Spagna.

Fino ad oggi, Israele non ha fornito all'ONU sufficienti dettagli tecnici per localizzare le bombe a grappolo che aveva lanciato durante la guerra; queste restano pertanto una minaccia per i civili .

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Source : Wikipedia