HPV

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Inviato da david 07/04/2009 @ 16:14

Tags : hpv, virus, epidemie, salute

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Oncoproteine del Papilloma Virus Umano

Le principali oncoproteine del Papilloma Virus umano (HPV) sono E6 ed E7 (sono acronime di early 6 e 7, vengono dette così perché vengo prodotte durante tutto il ciclo virale, immediatamente dopo l'infezione).

Esse servono si legano e inibiscono il retinoblastoma (una proteina che regola il numero di divisioni cellulari), causando mitosi cellulari incontrollate e cancro.

L'oncoproteina E7 è una piccola proteina idrosolubile di soltanto 98 amminoacidi, questo fa si che scatena scarse risposte immunitarie, per essere utilizzata come aptene fuso con una proteina più grande.

Siccome vengono prodotte durante tutto il ciclo virale vengono utilizzate come antigeni per vaccini terapeutici, cioè per persone che hanno già in atto infezioni di HPV.

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Virus del papilloma umano

HPV

Il papilloma virus umano o HPV (acronimo di Human Papilloma Virus) è un virus appartenente al gruppo dei papovavirus, è un virus nudo, quindi senza pericapside, dotato di genoma a DNA circolare a doppio filamento. Appena entrato dentro le cellule fa esprimere alcuni geni detti "early" (indicati con la lettera E) che servono a modificare il metabolismo della cellula infettata per metterlo al servizio dell'HPV, il quale poco prima della fuoriuscita dalla cellula fa sintetizzare altre proteine dette "late" (indicate con la lettera L) che sono in particolare due proteine strutturali, che associandosi tra loro formano la struttura icosaedrica del capside virale (formato da 72 capsomeri). Le infezioni da HPV sono estremamente diffuse e possono causare malattie della pelle e delle mucose.

Le proteine precoci del virus hanno lo scopo di favorire la crescita e la divisione della cellula; HPV può infatti replicare solo nelle cellule in replicazione, in quanto non codifica per una sua DNA polimerasi e ha bisogno della polimerasi della cellula ospite (che viene sintetizzata nelle cellule in attiva divisione). Le cellule bersaglio del virus sono per questo gli epiteli della cute e delle mucose, che si rigenerano in continuazione. A seconda del luogo dell'infezione si avranno dunque verruche nella cute e papillomi nelle mucose. La patogenesi è dunque la crescita cellulare indotta dal virus negli strati basale e spinoso degli epiteli.

Si conoscono oltre 100 tipi di HPV, dei quali la maggior parte causa malattie non gravi, quali ad esempio le verruche cutanee. Alcuni tipi di HPV possono tuttavia causare tumori benigni quale il condiloma genitale e anche maligni quale il cancro al collo dell'utero, al cavo orale, all'ano, all'esofago , alla laringe . I condilomi, generalmente provocate dal virus HPV, sono dell'escrescenze della pelle di tipo verrucoso che colpiscono di preferenza le zone genitali, sia nel maschio (glande, meno frequentemente sotto il prepuzio, corpo del pene e scroto) sia nella femmina (perineo, vulva, vagina e cervice uterina).

Tutti i tumori del collo dell'utero sono causati dall'HPV. I tipi di virus del papilloma umano possono venir suddivisi in HPV a basso rischio che attacano la cute (6, 11, 42, 43, 44) e HPV ad alto rischio che attaccano le mucose(16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 68). Si calcola che oltre il 70% delle donne contragga un'infezione genitale da HPV nel corso della propria vita, ma la grande maggioranza di queste infezioni é destinata a scomparire spontaneamente nel corso di pochi mesi grazie al loro sistema immunitario. Solo in caso di persistenza nel tempo di infezioni di HPV ad alto rischio oncogenico è possibile, in una minoranza dei casi e nel corso di parecchi anni, lo sviluppo di un tumore maligno del collo uterino.

I tipi pericolosi di HPV (16, 18, 31, 33, 35, 39, 45, 51, 52, 56, 58, 59, 68) si differenziano da quelli innocui (6, 11, 42, 43, 44) sia in base al sito di azione (i primi attaccano le mucose e i secondi la cute) sia in base ad alcune mutazioni dell'oncoproteina E7 (early 7). Questa differente pericolosità è dovuta al fatto che le mucose sono molto più sensibili della pelle alle infezioni di HPV perché la minore robustezza delle membrane cellulari delle cellule delle mucose facilita l'ingresso dei virus all'interno delle stesse, ed in più le oncoproteine E7 dei Papilloma Virus pericolosi hanno delle mutazioni amminoacidiche che permettono un legame e un'inibizione migliore del retinoblastoma rispetto agli E7 dei tipi non pericolosi. Ad esempio la differenza amminoacidica principale tra l'E7 dell'HPV 16 (pericoloso) e 6 (non pericoloso) è un acido aspartico in posizione 21 presente nel primo invece di una glicina presente nel secondo, questa sola differenza da sola fa si che la prima proteina abbia una capacità ligante (e quindi di causare il cancro) del 41% superiore alla seconda .

Una volta che l'HPV è entrato dentro la cellula fa sintetizzare alla cellula infettata due proteine chiamate E6 e E7, che si legano e inibiscono la RB protein (una proteina che serve a regolare le mitosi cellulari), il che causa divisioni cellulari incontrollate. Si pensa che questi cambiamenti fisiologici che vengono dati alle cellule infettate servano al virus per diffondersi meglio.

Gli HPV si contraggono tramite contatto diretto (sessuale, orale e cutaneo). Non sono presenti in liquidi biologici quali sangue o sperma. Il rischio di contrarre una infezione da HPV aumenta con il numero dei partner sessuali, ed é massimo nell'età più giovanile (20-35 anni). Il virus è più frequentemente trovato tra le popolazione promiscue e in condizioni precarie di igiene. L'uso del profilattico non pare avere azione protettiva completa in quanto l'infezione è spesso diffusa anche alla cute della vulva e perineo.

L'infezione da HPV è asintomatica nella maggior parte dei casi. In alcuni casi, si può invece manifestare con condilomi in sede genitale (pene e vulva, perineo). Le lesioni da HPV del collo uterino possono essere riconosciute mediante il Pap test, la colposcopia o tecniche di patologia molecolare, e le lesioni del pene mediante la penescopia.

Come in molte infezioni virali, la terapia dell'HPV é spesso problematica. Poiché tuttavia la maggior parte delle infezioni da HPV regredisce spontaneamente, solo una minoranza dei casi richiederà un trattamento. Nei casi di infezione persistente del collo uterino, non esistono attualmente trattamenti non invasivi di elevata efficacia. Nel caso l'infezione sia associata a modificazioni precancerose dell'epitelio, possono essere prese in considerazione la laserterapia o la conizzazione. Per la rimozione dei condilomi acuminati della vulva, pene o perineo si può ricorrere al laser, all'elettrocoaugulazione, alla crioterapia o ad applicazioni di podofillina.

Ogni anno, in Italia, sono circa 3.500 le donne che si ammalano di cancro del collo dell’utero. Quasi la metà muore. Nel Mondo ogni anno 400.000 donne si ammalano e la metà di loro muore. Si stima che il 75% della popolazione entri in contatto con il virus almeno una volta durante la sua vita.

Nel caso dell'HPV ci sono due strategie vaccinative: preventiva e terapeutica. La prima si interessa di prevenire l'insorgenza delle infezioni, la seconda (ancora a un livello sperimentale) di curarle una volta che queste sono già in atto.

Per quanto riguarda la prima strategia è già presente sul mercato, e viene distribuito gratuitamente alle ragazze di età inferiore ai 12 anni, un vaccino transgenico contenente due proteine del capside virale degli HPV 16 e 18 (responsabili del 70 % dei tumori al collo dell'utero), si tratta quindi di involucri proteici (L1 e L2) detti PLV (particles like viruses) ossia particelle simili ai virus, ovviamente è un vaccino assolutamente sicuro perché completamente privo di virus veri e propri, ha un'efficacia pressocchè totale nell'impedire l'infezione di HPV 16 e 18, tuttavia è inefficace nel curare le infezioni già in atto dei suddetti virus, perché le proteine L1 e L2 sono prodotte solo in una piccola frazione di tempo dell'infezione (quando il virus passa da una cellula uccisa all'altra).

Secondo recenti studi il virus del papilloma umano potrebbe avere un ruolo nella patogenesi di diverse malattie croniche infiammatorie e autoimmuni, tra cui la sclerosi multipla, la sindrome di Kawasaki, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide.

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Patologia molecolare

La patologia molecolare è l'applicazione a fini diagnostici di tecniche di biologia molecolare.

Le tecniche di patologia molecolare sono spesso caratterizzate da una altissima sensibilità e specificità quali ad esempio PCR, Southern Blot, Northern Blot, Western Bolt, test ELISA, ma sono frequentemente complesse e costose. Esempi di patologia molecolare sono l'evidenziazione del DNA del micobatterio tubercolare (TBC) o del virus del papilloma umano (HPV) in biopsie o citologie. L'analisi molecolare di alcuni tumori (ad es. linfomi) può permettere un più facile riconoscimento e caratterizzazione della neoplasia.

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Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa

La Divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa costituisce una sezione del Dipartimento di Oncologia, dei Trapianti e delle Nuove Tecnologie in Medicina specializzata nello studio di corpi mummificati e di serie scheletriche antiche di interesse archeologico. La Divisione è stata creata nel maggio 2004.

Diretta dal prof. Gino Fornaciari - paleopatologo e professore ordinario di Storia della Medicina presso l'università di Pisa – la Divisione effettua ricerche che vanno dall’archeologia funeraria allo studio delle mummie, alla osteoarcheologia, all'applicazione delle moderne tecnologie biomediche allo scopo di determinare il profilo biologico e paleopatologico dei gruppi umani antichi (indagini istologiche, radiologiche, immunologiche, immunoistochimiche, ultrastrutturali e genetiche). La Divisione di Paleopatologia usufruisce di diversi laboratori: di paleopatologia e di archeologia funeraria, presso la Scuola Medica della Facoltà di Medicina e Chirurgia di Pisa, e di osteologia presso il Museo di Storia Naturale della Certosa di Calci.

I principali settori di studio della Divisione sono, oltre la paleopatologia in generale, lo studio delle mummie, la paleonutrizione e la ricerca di antichi agenti patogeni. Il gruppo di studio è noto soprattutto per avere applicato le moderne tecnologie biomediche allo studio dei tessuti molli delle mummie (italiane, egizie e precolombiane). Questi studi hanno permesso per la prima volta l'individuazione sicura di antichi virus, batteri e protozoi) e hanno dimostrato la presenza di alcuni casi di cancro nel corso del Rinascimento, verificando i modelli di sviluppo di alcune malattie dell'epoca contemporanea. Di grande importanza scientifica è stata infatti la scoperta, nel 1986, di particelle di virus del vaiolo umano in un corpo mummificato del XVI secolo (Lancet 1986; 8507:625) e, nel 1989, di treponemi sifilitici della stessa epoca (Lancet 1989; 8785: 614); nel 1992, è stato possibile dimostrare la presenza della malattia di Chagas, causata dal protozoo parassita Trypanosoma cruzi, in una mummia precolombiana inca del XIV secolo (Lancet 1992; 8785:128-129). Nel 1996 è stata identificata la presenza di una mutazione genetica caratteristica, quella dell'oncogene K-ras, e che anche oggi provoca il cancro, nel tumore che uccise il re di Napoli Ferrante I di Aragona alla fine del XV secolo (Lancet 1996; 347:1272). Nel 2003 è stata amplificata una sequenza di DNA del virus del papilloma umano (HPV), un ben noto virus cancerogeno, sempre in una mummia rinascimentale (Lancet 2003; 362:1160). Nel 2004, in seguito all'autopsia della mummia naturale di Cangrande della Scala (1291-1329), signore di Verona, è stato diagnosticato un avvelenamento acuto da digitale. Da segnalare, inoltre, lo studio completo delle mummie aragonesi nella Basilica di S. Domenico Maggiore in Napoli (secoli XV e XVI), il rilevamento e la schedatura delle cripte con mummie della Sicilia orientale, lo studio delle deposizioni funebri della Chiesa di S. Maria della Grazia in Comiso (secoli XVIII-XIX), quello dei duchi di Urbino della famiglia Della Rovere (XVI secolo) e quello dei Granduchi dei Medici a Firenze (secoli XVI-XVIII).

Nel 2009 ha organizzato, insieme alle università di Bologna e di Milano, il Master in bioarcheologia, paleopatologia ed antropologia forense.

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Verruca

Verruca vulgaris (1).jpg

La verruca è una formazione cutanea indotta dal virus del papilloma umano (altrimenti noto con l'acronimo anglofono HPV che sta per Human Papilloma Virus) della famiglia Papovaviridae. Si tratta di formazioni benigne costituite da un nucleo di tessuto interno alimentato da vasi sanguigni e rivestito da vari strati di tessuto epiletale. Il virus penetra nell'epidermide e le infetta, determinandone un'eccessiva velocità di replicazione. Il contagio avviene per contatto superficiale (il virus quindi rimane confinato nella pelle e non è presente nel sangue) solitamente in luoghi molto frequentati come docce, palestre e piscine, dove il clima caldo e umido favorisce la sopravvivenza del virus in forma attiva. Mancando queste condizioni ambientali il virus non sopravvive a lungo al di fuori degli strati cutanei.

La verruca può svilupparsi in qualunque zona del corpo ma spesso interessa solamente alcuni aree specifiche (come ad esempio le mani, i piedi, i gomiti e le ginocchia) che essendo soggette a frequente traumatismo meccanico e contatto con l'ambiente esterno, è verosimile che presentino delle microlesioni in cui il virus può annidarsi.

L'aspetto della verruca varia a seconda della sede corporea colpita e del ceppo virale che l'ha provocata; distinguiamo perciò verruche comuni (o volgari), plantari, piane, filiformi etc. Le verruche comuni hanno lo stesso colore della pelle. In genere si riconoscono dalla tipica superficie ruvida spesso crespata e di aspetto antiestetico. Le verruche plantari compaiono solo sulla pianta del piede e normalmente interrompono il tracciato di linee e rilievi presenti sulla cute che costituiscono l'impronta del piede. Per questo motivo e per il fatto che possono presentare all'interno dei puntini scuri, non è possibile confonderli con callosità plantari. Tali puntini non sono altro che microtrombi formatisi a seguito dello stiramento delle papille. Le verruche di questo genere tendono ad essere più morbide, piatte, ricoperte da callosità e dolorose a causa della pressione esercitata durante la deambulazione.

Va detto che la maggior parte delle verruche guarisce spontaneamente anche in assenza di trattamento, tuttavia essendo sgradevoli alla vista (e nel caso di verruche plantari anche dolorose) molti decidono di curarle invece di aspettare che scompaiano. Il fenomeno dell'HPV non è mai stato soggetto di studi metodici approfonditi, per questa ragione non esiste ancora una terapia che ne garantisce totalmente la guarigione, infatti nessuna è mai stata riconosciuta come risolutiva. Le più autorevoli riviste mediche dichiarano che nessun trattamento ha una probabilità di successo superiore al 73%. Un ruolo cardine è invece giocato dall'effetto placebo che stimola il sistema immunitario, unica causa certa della guarigione.

Dato il costo spesso non indifferente di un ciclo di terapie, c'è chi preferisce ricorrere a prodotti disponibili in farmacia piuttosto che all'assistenza ambulatoriale che non garantisce comunque l'efficacia del trattamento.

Attenzione: È sì vero che le verruche si moltiplicano nelle zone limitrofe colpite (ma anche a distanza) per autoinoculazione, ma è da considerarsi falsa la credenza popolare che per evitare che la verruca "ricresca" sia necessaria esportare una fantomatica "radice". Difatti la verruca non penetra in profondità, ma si limita all'epidermide. L'auto-incisione è una tecnica pericolosa che può procurare inutili lesioni in profondità.

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Source : Wikipedia