Gratteri

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Tags : gratteri, sicilia, italia

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Gratteri

Panorama di Gratteri

Gratteri è un comune di 1.081 abitanti della provincia di Palermo. Fa parte del Parco delle Madonie.

Piccolo centro delle Madonie, Gratteri sovrasta panoramicamente la costa tirrenica dall'alto della regione geografica montana posta a sud-ovest di Cefalù. Il suo territorio comunale, compreso nell'area settentrionale del parco delle Madonie, confina con quello dei comuni di Cefalù (nord e nord-ovest), Lascari (nord-ovest), Collesano (ovest e sud-ovest) e Isnello (est e sud-est).

Diverse ipotesi sono state avanzate sull'origine del toponimo: secondo Maurolico "la città di Gratteri, vicina a Cefalù, prese il nome dal monte chiamato Cratos". Cratos o Craton sarebbe dunque il toponimo attribuito ai locali rilievi montuosi. In alternativa il nome potrebbe derivare dal Crati, il torrente che scendendo da Pizzo Dipilo attraversa l'abitato.

Le prime tracce di frequentazione nel territorio risalgono probabilmente alla tarda età del bronzo o all'inizio dell'età del ferro, testimoniata dal ritrovamento di un "ripostiglio" con otto asce piatte a margini più o meno rilevati; due asce ad occhio con penna incurvata; e un grosso anello, attualmente custoditi nel Museo di Palermo. Il ritrovamento potrebbe indicare l'esistenza di un emporio per gli scambi commerciali fra gli insediamenti montani e i territori confinanti.

Filisto (IV secolo a.C.), menziona un centro di "Craterius oppidum Siciliane", che potrebbe essere identificato nel territorio di Gratteri. Per quanto riguarda il periodo compreso tra il I secolo DC e l'invasione musulmana, l'unico indizio è rappresentato dal ritrovamento di una moneta romana del II secolo in contrada Suro.

Le prime notizie sul nucleo abitato, risalgono al periodo della dominazione araba (X-XII secolo. È probabile che un primo insediamento si sia sviluppato intorno al IX secolo in seguito alla costruzione di un presidio musulmano che successivamente si sviluppò in funzione del controllo del territorio. Di origine araba sono diversi toponimi di località del territorio e sono inoltre presenti alcune costruzioni dall'impianto tipicamente arabo.

Nel 1059 giunsero con Roberto il Guiscardo i Normanni e il conte Ruggero d'Altavilla diede un nuovo assetto economico, sociale, giuridico e amministrativo alla Sicilia, che in questo periodo era caratterizzata dalla presenza di etnie diverse, facendo ricorso agli ordini monastici. A quest'epoca risale la nascita delle abbazie di Sant'Anastasia e di San Giorgio e la costruzione delle chiese di Sant'Elia, San Nicolò e Sant'Icono. Insieme a numerosi borghi e città della Val Demone, Gratteri, fu assoggettata prima al vescovado di Troina, poi alla diocesi di Messina.

Il primo signore di Gratteri fu un certo Guglielmo, ricordato in un diploma della contessa Adelasia del 1112. Successivamente il feudo passò ai signori di Monforte fino al 1250, anno in cui le terre di Gratteri e Isnello vennero assegnate per volere di Manfredi, figlio di Federico II, alla chiesa metropolita di Palermo. Il feudo passò in epoca successiva alla famiglia Ventimiglia, che entrò in contrasto con il vescovo di Cefalù per il possesso del caricatoio di Roccella, a causa della sua importanza strategica ed economica. Confiscata da Carlo d'Angiò, Gratteri venne concessa durante la guerra dei Vespri a Guglielmo di Mosterio.

Durante il periodo aragonese Gratteri ha assistito alle guerre tra le truppe del re Pietro II – che nel 1338 la concedeva insieme a Brucato e Collesano alla regia Curia – e l'esercito siciliano, guidato dai Ventimiglia. Questi ultimi, che in questa circostanza ottennero l'appoggio degli abitanti di Gratteri, si ripresero la baronia. Dal XV secolo in poi, a partire dal regno di Alfonso d'Aragona, in un mutato panorama socio-economico e politico, inizia la baronia di Gratteri dei Ventimiglia, che caratterizzerà per secoli la vita della comunità in tutti i suoi aspetti.

Secondo una descrizione di Benedetto Passafiume del 1645, la città era in quest'epoca suddivisa in un nucleo più antico, con un castello e circondato da mura accessibili da tre porte, che corrisponde al centro medioevale, e un nucleo più recente, che corrisponde alla successiva espansione avvenuta a partire dal XV secolo.

Il centro medioevale si articolava intorno allo scomparso castello con un tracciato viario piuttosto irregolare, in parte tuttora conservato. Dal castello, edificato sulla rocca di San Vito, era possibile controllare il territorio sottostante, fino alla costa. La cinta muraria è ugualmente scomparsa, ma è possibile ricostruirne il tracciato orientale sul margine del torrente: le tre porte corrisponderebbero ai tre ponti per mezzo dei quali si accedeva al paese (ponte vecchio o "sottano", oggi ponte Silvio, ponte di Fantina o "di mezzo" e il ponte nuovo o "soprano") costruiti in momenti diversi nel corso dell'espansione dell'abitato medievale.

Nella seconda metà del XIII secolo sembra aver luogo lo sviluppo della zona presso la chiesa di San Leonardo. Furono edificate nuove chiese (San Filippo nel quartiere "di la petra", San Giuseppe nell'area del castello e Santa Eufemia, oggi nel territorio di Lascari, la chiesetta di San Biagioal confine con il territorio di Cefalù e la chiesetta rurale di San Teodoro, nell'omonima contrada).

La chiesa di San Michele Arcangelo o "maggiore ecclesia", costruita nell'area del castello verso la metà del XIV secolo, divenne il nuovo centro del paese. Nella seconda metà del XV secolo, la costruzione della chiesa di San Sebastiano diede origine ad una nuova espansione dell'abitato a sud-est del castello. Nacquero i quartieri "di lu sciumi", "di Fantina", e "di San Sebastiano", collegati al nucleo medievale attraverso i tre ponti. Alla fine del secolo sono probabilmente attribuibili la piccola chiesa del Crocifisso e quella di Santa Caterina, entrambe nel quartiere della "Scala".

A partire dal XVI secolo, l'arrivo dei frati minori conventuali, con la costruzione del convento (1500) adiacente alla chiesa di Santa Maria di Gesù, portarono ad una nuova espansione dell'abitato verso nord-est, in quella "parte nuova" di cui parla nella sua descrizione il Passafiume.

Anticamente dedicata a San Michele Arcangelo, e attualmente conosciuta come "Vecchia Matrice" fu costruita dalla famiglia Ventimiglia nella prima metà del XIV secolo, a ridosso del castello. L'iscrizione su una delle campane ("Joseph De Marco Panormi Fundit...") riporta la data del 1390. Alcuni elementi (sovrapposizioni di muri, due vuoti di alleggerimento nella muratura all'esterno dell'abside e un catino all'interno di essa circa tre metri dal pavimento), provano inoltre l'esistenza di una costruzione preesistente l'attuale edificio, ristrutturata e riadattata in seguito all'espansione urbanistica del paese intorno al 1500.

La chiesa sorse probabilmente come cappella privata, comunicante col castello attraverso una porta laterale, oppure come riadattamento dell'antica chiesa di Santa Maria in Castro. Nell'edificio si conservava una reliquia con quattro spine della corona di Cristo. Le funzioni parrocchiali furono trasferite nel XIX secolo alla "Nuova Matrice". Attualmente è sede delle confraternite del Santissimo Sacramento (sotto il titolo di san Giuseppe) e del Rosario. La torre campanaria è stata rinnovata nel 1925 da Carmelo Cirincione.

L'edificio si presenta a due navate, di cui quella destra è più grande dell'altra, divise da cinque pilastri in muratura con capitelli squadrati e una base cubica più larga, sui quali poggiano quattro archi a tutto sesto. È probabile però che il progetto iniziale prevedesse tre navate. La navata maggiore è più alta dell'altra, in modo da consentire l'apertura di otto finestre al di sopra delle arcate, ed è coperta da una volta a botte con vele in stucco in corrispondenza delle finestre. La navata minore presenta un tetto a capriate. Restano le tracce di un pavimento in mattoni di cotto di forma esagonale, mentre l'attuale pavimento è in ceramica.

A circa 4 km, a sud-ovest di Gratteri sorgono le imponenti vestigia dell'abbazia di San Giorgio, di epoca normanna, comprendente la canonia e la chiesa. La fondazione è attribuita al pontificato di Innocenzo II (1130 al 1142 e riconosciuto in Sicilia come papa legittimo solo nel 1139), probabilmente negli anni tra il 1140 e il 1142. L'abbazia sembra tuttavia già esistente, se ad essa si riferisce una bolla del 1115, in cui il re Guglielmo I, detto il Malo, concede "alla venerabile e sacra mansione di San Giorgio dei Crateri" alcune terre di Petralia. Secondo alcuni studiosi, inoltre, i resti dell'edificio potrebbero essere attribuiti al secolo precedente.

Una bolla del 1182, di papa Lucio III riconfermava alla canonia i beni e i privilegi acquisiti all'atto della sua fondazione ed elenca le chiese a quel tempo incorporate al priorato di San Giorgio (San Leonardo d'Isnello, San Nicola di Gratteri, San Cataldo di Partinico e San Pietro in Prato di Gangi. Un diploma del 1191 con cui Tancredi d'Altavilla concede all'abbazia numerosi privilegi in memoria del padre.

L'abbazia fu affidata ai monaci premostratensi, forse provenienti da una canonia di Saint-Josse-au-Bois, nella diocesi di Amiens in Francia. L'affidamento si inserisce nell'ambito dell'appoggio che i Normanni diedero in Sicilia al monachesimo occidentale, in opposizione a quello orientale, che si era diffuso con la dominazione bizantina.

Nonostante i privilegi, l'abbazia iniziò a decadere dal 1223, diventando prima "commenda" e poi un semplice "beneficio". Intorno al 1305 la canonia fu eliminata e i frati espulsi. Viene in seguito citata una "commenda" definitivamente abbandonata nel 1645 e alla metà del XIX secolo l'abate Vito Amico nel suo "Dizionario topografico della Sicilia" cita la chiesa, ancora aperta al culto, come appartenente all'ordine dei cavalieri di Malta. L'edificio, caduto in rovina, fu poi riutilizzato dai contadini come stalla e deposito di fieno.

Attualmente restano solo poche vestigia, oggetto di un recente restauro: qualche elemento decorativo e i muri perimetrali della chiesa, a pianta basilicale e a tre navate, con tre absidi sul lato di fondo orientale, di cui solo quella centrale sporgeva all'esterno, con una decorazione a lesene simile a quella del duomo di Cefalù. La muratura delle absidi si presenta in conci regolari con incavi sugli spigoli per accogliere colonne alveolari. Le altre pareti sono costituite in opera incerta con pietrame informe, ad eccezione delle incorniciature delle strette finestre. La parte ancora visibile del prospetto presenta un portale centrale con arcate cieche laterali. Il portale ad arco conserva una decorazione "a bastoni spezzati" simile a quella presente nel duomo di Cefalù e i capitelli delle colonne alveolate un tempo inserite nei piedritti. L'attacco di due archi trasversali ai lati del portale permette di ipotizzare la presenza di un protiro.

La fabbrica conventuale doveva trovarsi a nord della chiesa, mentre un chiostro doveva essere addossato alla sua navata meridionale.

Sebbene oggi questa fondazione religiosa appartenga al territorio di Castelbuono, è doveroso accennare alle notizie storiche che la riguardano, in quanto, all’epoca della sua fondazione, faceva parte integrante del territorio di Gratteri. Infatti, A. Mogavero Fina (L’Abbazia di Sant’Anastasia, Palermo 1971) dice “che sorgeva nell’avamposto orientale della terra di Gratteri” e propriamente dietro il Monte Sant’Angelo.

Fu fondata dal vecchio conte Ruggero verso l’anno 1100 “nell’estrema propaggine dei feudi di Guglielmo de Gratterio”, come altresì afferma il Brietius “Coenobium S. Anastasiae, a Rogerio Rege fundatum”.

Era annessa alla famosissima Abbazia di Mileto, in Calabria, anche questa fondata da Ruggero. Notizie più o meno accertate ci dicono che i primi officianti siano stati i basiliani. Tuttavia il Carandino afferma che siano stati i benedettini e a tal proposito scrive: “…L’Abbazia di Sant’Anastasia dell’ordine di San Benedetto, la quale fu fondata dal conte Ruggero, nell’anno 1100, insieme ad altre chiese a queste annesse, che con decreto dello stesso Ruggero furono aggregate”.

Fra le chiese suffraganee, ossia alla dipendenza di quest’Abbazia vi era la chiesa di Sant’Elia di Gratteri, come si rileva da una Bolla pontificia di Eugenio III del 24 febbraio 1151 che muniva di privilegi ecclesiastici la citata chiesa, in cui si legge “S. Anastasiae de Grateris”.

Era indubbiamente una prestigiosa Abbazia, abbastanza nota, che – come attesta il Mogavero Fina, ebbe una notevole fioritura di abati. Fu incorporata nel territorio di Castelbuono dopo il 1316, ai tempi di Francesco Ventimiglia, senior, conte di Geraci Siculo.

Fu abbandonata dai Benedettini nel 1851, a causa di un tremendo temporale che la rese inagibile. Ancora sono ben visibili i muri della chiesa e le vestigia di essa, fra cui il portale nella sua struttura originale.

La chiesa di Santa Maria di Gesù, o "del convento", fu edificata nel XII secolo fuori del centro abitato per volere di Gilberto di Manforte. Fu forse inizialmente officiata dai benedettini, mentre a partire dal 1313 fu affidata ai francescani.

La chiesa primitiva fu successivamente ricostruita e ingrandita: se ne conservano forse alcuni resti di muri disposti perpendicolarmente rispetto all'attuale edificio e una parte del muro esterno della zona absidale che s’incastona in una delle quattro finestre della torre campanaria.

Prospetto e campanile dell'attuale edificio sono in stile normanno. L'interno è a navata unica, coperta da una volta a botte e cupola, con zona absidale rialzata per mezzo di alcuni gradini, inquadrata da pilastri sporgenti dalle pareti e illuminata da finestre rettangolari. Lungo la navata, illuminata da finestre semicircolari, delle semplici rientranze nelle pareti ospitano gli altari laterali e dei confessionali. Le tracce di un originario pavimento in terracotta sono visibili lungo le pareti laterali.

L'altare maggiore nella zona absidale è dedicato all'Immacolata Concezione e ospita in una nicchia scolpita una statua in alabastro. Sulla sinistra si trova il monumento sepolcrale in marmi policromi dei membri della famiglia baronale dei Ventimiglia appartenenti all'ordine francescano. Affreschi sono presenti sulla cupola, nel catino e sulle pareti della zona absidale. Agli altari laterali una "Passione di Cristo", opera di padre Felice da Collesano, e un "San Francesco" e un "Sant'Antonio" di Tommaso Lo Monaco (1836 . Si conserva inoltre una "Madonna degli Angeli con Santa Elisabetta" del Borremans figlio (XVII secolo)e un "Sant'Alfonso de Liguori di Salvatore Ferro (1701).

Il convento annesso alla chiesa, attuale sede del municipio ebbe il momento di massimo splendore nel XVI secolo. Gli spazi conventuali si articolavano intorno ad un cortile centrale, che subì nel tempo diversi rimaneggiamenti.

La Chiesa di Sant’Andrea fu fondata intorno al 1400 ed aveva sede nell’ex Collegio di Maria che accoglieva le suore di clausura carmelitane. Ancora oggi, all’interno della Chiesa sono presenti le grate ricurve attraverso le quali, le suore, assistevano alle sacre funzioni.

La facciata principale della Chiesa è caratterizzata dal portale in pietra viva su cui è scolpito un pesce, proprio perché Sant’Andrea è il patrono dei pescatori e dal campanile sulla sinistra dove sono custodite due campane. La Chiesa, di medie dimensioni è a tre navate divise da colonne corinzie sulle quali estremità sono raffigurati i dodici Apostoli. Il tetto è a capriate lignee.

La cappella centrale è finemente decorata con colori caldi. L’altare e l’ambone, di recente edificazione, sono in pietra e il pavimento è in marmo. Nell’altare maggiore risiede il simulacro ligneo di Sant’Andrea ricoperto in oro zecchino, recante la firma di Francesco Reyna e commissionato da P. Bartolomeo Bellomo nel 1690.

Nella navata sinistra si conserva una tela raffigurante gli apostoli S. Giacomo Magg., patrono di Gratteri, San Filippo e Sant’Andrea, opera del pittore Geronimo Lombardo; in un’altra cappella l’Ecce Homo, attribuito a frate umile da Petralia che reca la data del 1682. In fondo alla navata il tabernacolo del S.S. Sacramento ed un maestoso Crocifisso di autore anonimo. Nella navata destra si trova una grande tela attribuita allo Zoppo di Ganci, raffigurante l’Annunciazione. In fondo alla navata, l’altare della Madonna del Carmelo con San Simone Stock.

Nella Chiesa ha sede la confraternita della Madonna del Carmelo.

La chiesa, costruita nel 1686, come riporta la data incisa sul gradino dell'altare, ha facciata decorata da lesene poco aggettanti, preceduta da una gradinata in pietra. Vi si aprono due porte, una centrale più grande e una verso destra più piccola.

L'interno è a tre navate divise da pilastri in muratura, su cui poggiano archi a tutto sesto. Le navate si concludono con tre cappelle, di cui quella centrale, dedicata a San Giacomo, patrono della città, è sormontata da una piccola cupola. La navata centrale è illuminata da sei finestre poste sopra le navate laterali, mentre altre quattro si aprono nella cupola di copertura della cappella di fondo centrale e un'ultima sulla controfacciata, in corrispondenza della navata destra.

Fu fondata dal conte Ruggero verso il 1090. Ai tempi di Ruggero II, con l’erezione di Cefalù a diocesi autonoma, questa chiesa fu posta sotto la giurisdizione della diocesi di Patti; infatti in un documento datato 1131, si legge: “S. Elia de Gratteri”.

Da una bolla di papa Nicolò IV del 1134, fra l’altro si legge “…che la chiesa di S. Elia in territorio di Gratteri, con le sue terre, casali e villani, acque, pascoli, mulini ed ogni sua pertinenza presti obbedienza al magnifico re Ruggero”. (A. Mogavero Fina, Le appartenenze diocesane dei paesi delle Madonne, Palermo 1978).

La chiesa era suffraganea dell’Abbazia di Sant’Anastasia, come risulta da altra Bolla pontificia di Eugenio III del 29 febbraio 1151, con la quale concedeva a quel Priore i diritti e i privilegi ecclesiastici della citata chiesa.

Nel 1171 il pontefice Alessandro III la pose sotto la giurisdizione e governo della diocesi di Cefalù.

Nel 1194, Gilberto di Monforte rinnovò la concessione di Eugenio III al vescovo Giovanni di Cefalù.

Sorgeva nella località attualmente chiamata “Cozzo di Santu Leo”, rimpetto a Moà e propriamente fra la contrada Ciacalone e Carnaio.

Era dedicata a Sant’Elia. È bene chiarire però che non si trattava del profeta Elia, bensì di Elia, giovane ennese, vissuto tra l’829 ed il 903, il quale, catturato dai Saraceni, fu condotto in catene in Africa. Liberato, raggiunse, attraverso la Palestina e la Siria, Palermo, verso l’anno 880, per rivedere la madre.

Morì a Tessalonica nel 903 ed in seguito fu santificato. Dell’antica costruzione rimangono i ruderi. Di certo doveva sorgere qualche comunità attorno alla chiesa, nonché il relativo cimitero, in quanto, pochi anni or sono, il proprietario del terreno ha rinvenuto delle vestigia di tombe, le quali non si conosce la causa, si presentavano appaiate, cioè a coppia, con un solo muro che le divideva.

Sorto intorno all'VIII secolo si ergeva sulla sommità della rocca di San Vito, in una posizione altamente strategica e difficilmente espugnabile, dove sembra sia esistito un presidio militare nel periodo arabo, probabilmente preceduto da uno bizantino. In epoca normanna appartenne ad un certo Guglielmo e passò quindi in successione ai signori di Monforte, a Guglielmo di Taburia, signore di Partitico, dal 1258 ai Ventimiglia e ancora in seguito ai principi di Pandolfina e alla casa di Alcontres.

Tra la metà del XVIII e gli inizi del XIX secolo i ruderi del castello furono totalmente demoliti e il materiale reimpiegato per costruire la chiesa della "Matrice Nuova".

Al castello si doveva accedere attraverso tre grandi porte, una delle quali si doveva trovare ad est (nei pressi del vecchio macello), ricordata dal nome della via di "Porta Grande". L'unico ingresso ancora visibile è quello sudorientale, che permetteva di accedere ad una galleria costituita da una serie di archi a sesto acuto, tuttora esistente sotto la chiesa della "Matrice Vecchia", da cui si arrivava dentro le mura del castello. La galleria presenta una serie di archi acuti, mentre ad una certa altezza si possono ancora notare alcuni assi in legno, che probabilmente servivano per il ponte levatoio. Dalle arcate della galleria deriva forse il toponimo di "Arcadia" attribuito a questa zona del paese.

La via principale di accesso doveva trovarsi sul lato sudoccidentale, e arrivava al castello in corrispondenza dell'attuale "piazza Scala", nella quale sono forse presenti resti di altre costruzioni.

Sul lato orientale alcuni resti forse di un muro di cinta pertinente al castello sono stati visti all'interno di un edificio privato. Sul lato occidentale altri resti murari sembrano inglobare nel loro perimetro la chiesa della "Matrice Vecchia".

Situata a circa 300 m. dall’abitato di Gratteri, proprio alle estreme falde del Pizzo di Pilo, ad oltre 1000 metri d’altitudine, da dove s’abbraccia un paesaggio panoramicamente indescrivibile, sorge l’incantevole grotta, denominata “Grattara”, il cui toponimo ha probabilmente contribuito a dare il nome al paese.

Il Passafiume a tal proposito scrive “… che c’è un cratere di pietra, posto al centro della grotta foggiata con splendida arte naturale; questo masso ha nella parte interna una conca di sedici piedi di altezza e dieci di larghezza, la cui sommità è vuota come un cratere formato dallo stillicidio perenne delle acque”.

L’accesso alla fonte è costituito da una piccola gradinata naturale costruita dai piedi dell’uomo nel corso dei millenni.

Nelle anfrattuosità dei suoi cornicioni esterni, peraltro inaccessibili, in cui crescono spontanei l’elce e il pistacchio selvatico, nidificano a migliaia le rondini, che con il loro garrulo verso, rendono maggiormente deliziosa la sosta di colui che visita l’altro in primavera.

Nei mesi invernali, le pecorelle che pascolano in quei dintorni, vi trovano spesso rifugio, specialmente quando tira la tramontana, mentre d’estate offre da bere agli stormi di colombi che in quelle rupi v’annidano.

Vi s’accede dal pianoro di San Nicola per un sentiero sinuoso, ma abbastanza praticabile che si snoda a serpentina in mezzo ad una lussureggiante pineta, fino al piccolo massiccio denominato “lazzu di vuoi” (giaciglio dei buoi) e di lì per un piccolo tratto pianeggiante s’arriva alla grotta.

La grotta Grattara è parte integrante della storia e del folklore, perché essa nella leggenda è la sede della Befana (“a vecchia strina”), protagonista di un’antichissima fiaba, la quale racconta che la Befana aveva il suo ricettacolo proprio in questa grotta e che nell’ultima notte dell’anno, evanescente ed invisibile, scendeva dai comignoli nelle case dei gratteresi a riempirsi le calze di doni.

La Confraternita è un’associazione religiosa di laici, regolarmente riconosciuta come tale dall’autorità diocesana, avente per scopo determinato opere di pietà o pratiche religiose per l’incremento del culto. Le prime risalgono intorno al 1250, ai tempi del misticismo religioso e della diffusione degli ordini monastici, ma ebbero il riconoscimento ufficiale dalla curia romana intorno al 1550, dopo il Concilio di Trento. Originariamente si chiamarono Compagnie ed erano poste sotto il patrocinio della Vergine o dei Santi. Nelle funzioni religiose a cui queste confraternite intervenivano, i confrati indossavano un tipico costume risalente al Medioevo, costituito da un sacco di tela a mo’ di tonaca (“cappa”), che scendeva fino ai piedi, sostenuto ai fianchi da un cordiglio (“curduni”); sulle spalle scendeva una mantelletta (“rucchettu”) che variava di colore a seconda della confraternita; sul capo veniva indossata una visiera provvista di due buchi per gli occhi che in determinate occasioni veniva abbassata dinanzi al viso come una maschera. Questa maschera veniva usata anticamente, affinché i confrati non fossero riconosciuti quando questi assistevano i condannati a morte. Verso il 1800, le Compagnie vennero soppresse dall’amministrazione borbonica e furono mutate in Confraternite, le quali dipendevano dalla Direzione generale di Polizia e da quella degli Ospizi, mentre il sacerdote cappellano era di nomina reale.

A Gratteri esistono quattro Confraternite, espressione di una cultura religiosa che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che rivela un misticismo profondo ed un amore per le forme sfarzose di chiara impronta spagnolesca. Nella processione, a parte il numero dei confrati partecipanti, la formazione di sfilata è pressoché uguale. Il primo a procedere per ogni confraternita è il confrate che suona un grosso tamburo (“tammurinaru”); subito dopo viene lo stendardiere (“stinnardaru”) che reca lo stendardo o gonfalone della propria Confraternita, indi seguono disposti per due i confrati recanti i ceri accesi (“tuorci”), poi i “misteri”, ossia quattro grossi ceri, issati su bastoni, artisticamente adornati (recati da altrettanti confrati, “turcinara”), in mezzo a loro prende posto colui che porta il Crocifisso (“cruciffissaru”). Vengono subito dopo i “racintini”, sorta d’immaginette d’argento, poste su bastoni, che vengono portati dai confrati anziani ed in ultima, disposta su tre file, viene l’amministrazione composta dal Superiore (“supraiuri”) e dai due consiglieri primi eletti (“cognunti”). Questa disposizione di sfilata è curata dal confrate mazziere (“massaru”), il quale ha cura di collocare i più giovani per primi.

Chi desidera far parte di una Confraternita, dopo essere stato accettato dall’assemblea dei confrati a maggioranza assoluta, deve obbligatoriamente fare due anni di “noviziato” prima d’avvenire la “professione” a confrate vero e proprio.

Ciascuna confraternita possiede una sepoltura gentilizia nel cimitero comunale, della quale possono usufruire, oltre al confrate, anche la moglie e i figli maschi, celibi fino al diciottesimo compleanno, mentre per le donne (purché nubili) non vi è alcun limite d’età.

Gli aderenti defunti hanno diritto all’assistenza e alla scorta dal domicilio in chiesa, da parte dei confrati, i quali, in numero di otto, espletano tale servizio (“turnu”) presenziando alla funzione religiosa, accompagnando il feretro sino al cimitero e provvedendo alla definitiva tumulazione. Alla famiglia del confrate viene elargito inoltre un congruo contributo, provvedendo anche a far celebrare determinate Messe in suffragio.

Il documento più antico relativo a questa confraternita è un lascito datato al 1586, con il quale “Agata La Vecchia, da Gratteri, lascia, per aver detto cinque Messe in perpetuo, dieci piante di ulivi, siti nel feudo di Malagirati, contrada della Petrusi alla predetta Confraternita. Originariamente era composta di soli “nobili, civili e galantuomini”, appartenenti solo al ceto borghese, ma dal 1800 l’ingresso fu esteso a tutti. Era retta da un Governatore che nel 1832 assunse l’appellativo di “Superiore”. Era un ente morale e come tale obbligato a dare i rendiconti al Regio intendente di Filanza. La missione religiosa di questa confraternita consisteva prevalentemente nella devozione al SS. Sacramento, all’assistenza ai moribondi, alla presenza continua dei confrati il giovedì santo dinanzi al sepolcro di Cristo; inoltre la domenica di Pasqua gli aderenti intervenivano, vestiti con l’antico costume, per aiutare il sacerdote cappellano a portare l’Eucaristia a tutti gli ammalati del paese, impossibilitati ad andare in chiesa. Tale pia funzione veniva chiamata “u pricettu d’i malati”. Essendo stata abolita l’antica confraternita, eccetto che per la sera del venerdì santo, attualmente nelle processioni i confrati indossano l’abitino color rosso, recante nel lato posteriore le lettere P.S.G., “Patriarca San Giuseppe”. La sede della confraternita è nella Matrice Vecchia.

Originariamente chiamata “Compagnia della buona Morte”, solo verso il 1612 assunse l’attuale denominazione. Come per quella precedente, questa data è stata trovata a proposito di un censo pagato da certo “Nicasio Di Martino per terra della Confraternita di Maria SS. Del Rosario, sita in contrada Galefina”. Fra le opere di pietà destinata a svolgere, spiccavano la devozione del Rosario, l’assistenza ai condannati a morte, la cura delle famiglie dei carcerati e la sepoltura degli indigenti. Era anche questa ente morale ed era retta da un Governatore. L’abitino in uso è di color nero, con la scritta nella parte posteriore: M.SS.R., “Maria SS. del Rosario”. Come quella del SS. Sacramento, anche questa ha sede nella Matrice Vecchia.

È stata fondata il 16 luglio 1876 dal sacerdote Francesco Di Maria, da Gratteri, nella chiesa di Sant’Andrea, dove attualmente risiede, e ciò per assecondare il pio desiderio degli allora numerosi maestri di mestiere (“mastri” o “real mastranza”) d’onorare la loro Patrona che è appunto la Madonna del Carmine. Prerogativa di questa Confraternita è la devozione e il culto dello scapolare della Madonna, risalente ad un’antica tradizione religiosa, secondo le rivelazioni che la Madonna stessa ebbe a fare a Simone Stock, nel 1550, essendo allora questi Ministro Generale dell’Ordine dei Carmelitani. L’abitino che indossano i confrati nelle processioni è di color bordò, quasi simile al saio dei Carmelitani. Nella parte posteriore porta una M, “Maria”, ricamata in oro, mentre sul davanti vi spicca un’immagine della Madonna con S. Simone.

Fondata verso il 1892 da un certo Di Francesca per mantenere vivo il culto e la devozione verso il Patrono San Giacomo, questa confraternita aveva sede nell’omonima chiesa, ma per motivi d’inagibilità, si è trasferita nella chiesa parrocchiale di San Sebastiano. Oggi con la riapertuta della Chiesa Dedicata al Santo Patrono, la confraternita è ritornata nella dimora originaria. L’abitino in uso è di color vermiglio, che raffigura il sangue del Santo cui è dedicata. Infatti, San Giacomo Maggiore fu appunto il primo degli apostoli a subire il martirio della decapitazione.

La quinta esclusivamente femminile, è nata nell'Anno Santo del 2000. L'abitino a girocollo indossato dalle consorelle è di colore bourdeaux, recante un medaglione argenteo raffigurante l'ostensorio delle Sante Spine.

Questa tradizionale processione che si svolge annualmente la sera del Venerdì Santo, a due ore di notte, merita d’essere descritta sia per la sua peculiarità religiosa, sia per il suo alto interesse folcloristico.

Per quanto concerne il perché di questa denominazione, nel 1612, gli Spagnoli, allora dominanti la Sicilia, introdussero l’usanza di fare, la sera del Venerdì Santo, la processione come si svolgeva a Siviglia e che loro chiamavano appunto “Soledad” dal tipico procedere dei confrati salmodianti, in fila indiana, anziché penitenziale e con in mano un flambò o una lanterna. Da Soledad a “Sulità” il passo è breve.

Ma oltre a ciò vi sono altri particolari: la processione, al contrario delle altre uscenti dalla Chiesa Madre, esce dalla Matrice Vecchia, ossia dall’antica sede. E perciò in questa chiesa si concentrano tutte e quattro le Confraternite, ognuna delle quali porta in processione il suo “mistero”, ossia l’immagine decorativa, inerente alla Passione. La prima a muoversi è la Confraternita del Carmelo con il camice bordò e cordiglio bianco, recando l’immagine del Cristo crocifisso. A San Sebastiano, questa s’accorda a quella di San Giacomo con camice e cordiglio bianco e fascia cremisi avente per “mistero” l’Ecce Homo seguita dal popolo che salmodia inni e canti della Passione di Cristo, mentre i poderosi tamburi suonano a morto. Entrambe si portano alla Matrice Vecchia, dove attendono le altre due Confraternite, quivi, dopo aver fatto il giro della chiesa, ha inizio ufficialmente la citata “Sulità”.

Le due confraternite succitate sfilano per prime nel medesimo ordine in cui erano venute: a queste s’accorda quella del SS. Sacramento, con camice bianco, la quale reca, portata a spalla dai confrati vestiti nel caratteristico costume medievale, un’artistica urna col Cristo morto.

Dietro l’urna si collocano il Clero, il Sindaco col Consiglio comunale e la banda; subito dopo segue la Confraternita del Rosario, pure in camice bianco, recando l’immagine della Madonna Addolorata, totalmente rivestita di panni neri.

Seguita da una fiumana di popolo, la processione, dopo aver attraversato le vie principali del paese, nel silenzio più assoluto, interrotto solamente dal cupo rullio dei tamburi, si porta alla Chiesa Madre e, dopo che i “misteri” sono stati collocati nel posto prestabilito, ha luogo la predica d’occasione, chiamata appunto “a predica du venniri’ e santu”.

Alla fine di questa, avviene la benedizione solenne con la reliquia del Sacro Legno della Croce, mentre s’ode il rumore dei crepitacoli (“truocchili”).

Di qui le Confraternite, con i loro “misteri”, si dipartono ognuna alla volta della propria sede, percorrendo ancora tutte insieme quel tratto di Corso Umberto fino alla chiesa di San Sebastiano, dove le prime due s’inginocchiano per salutare il Cristo morto e l’Addolorata.

A tale processione partecipano quasi tutti gli abitanti del luogo, e un notevole afflusso si registra anche di forestieri che vengono annualmente ad assistere questa commovente cerimonia, che si allinea a molte altre dello stesso tipo come i “Misteri” di Trapani e le “Vare” di Caltanissetta.

San Giacomo, Maggiore apostolo, è il Patrono di Gratteri. Era nato a Betsaida di Galilea ed era figlio di Zebedeo e di Maria Salome, cugino di Cristo.

Mentre pescava, insieme col fratello Giovanni, sulle rive del lago di Tiberiade, fu tra i primi a rispondere alla chiamata di Gesù. Per la sua indole ardente e generosa fu soprannominato “Boanerges”, cioè figliolo del Tuono.

Con suo fratello Giovanni e l’apostolo Pietro fu tra i discepoli prediletti di Cristo ed insieme a loro fu testimone della Trasfigurazione sul Tabor, alla risurrezione della figlia di Giaico, e all’agonia nell’Orto del Getsemani.

Dopo la Resurrezione di Gesù, predicò il Vangelo prima in Giudea e dopo in Samaria. Dopo di che viaggiò in Spagna, dove diffuse la Buona Novella.

Rientrato a Gerusalemme, incontrò l’avversione di Erode Agrippa che, per ingraziarsi i Giudei, lo fece decapitare, il 25 luglio dell’anno 44. Essendo il primo apostolo ad essere martirizzato, è chiamato il Protomartire degli Apostoli.

La tradizione ci tramanda che, per sottrarlo alle ire di Agrippa, i fidi di Giacomo fecero sparire il suo corpo nascondendolo in un posto sicuro. Portatolo su una nave veleggiando alla volta della Spagna, approdò nelle coste della Galizia e fu seppellito nel luogo in cui ora sorge il famosissimo santuario di Santiago di Compostela.

Il suo sepolcro fu scoperto nel 998 dai Normanni, i quali, durante una guerra contro i Saraceni, salvatolo dall’imminente rovina, lo restituirono al culto dei fedeli e da allora è meta continua di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, seguendo il cosiddetto Cammino di Santiago di Compostela. È stato proclamato Patrono della Spagna.

La tradizione testé accennata trova conferma in una notizia dello storico Briezio: “…Erode Agrippa in quell’anno (38 d.C.) ampliò il regno dell’imperatore Caio Caligola, aggiungendovi la Giudea e la Samaria. Onde ingraziarsi la benevolenza dei Giudei cominciò a perseguitare e sterminare i Cristiani. Nel novero vi fu compreso Giacomo, il figlio di Zebedeo a cui fu mozzato il capo, insieme a colui che l’aveva accusato. Il suo corpo fu nascosto in Siria, poscia fu stabilito Ispagna, dove a Compostela è religiosamente venerato”.

Non è stato trovato al momento alcun documento certo per poter stabilire la probabile data dell’elezione di San Giacomo a Patrono di Gratteri. Tuttavia Giuseppe Pitrè attesta che sin dai tempi della dominazione araba in Sicilia esisteva a Gratteri il culto verso l’Apostolo Giacomo. Dice la tradizione che questo Santo intervenne visibilmente durante il combattimento per la liberazione del paese in favore di Ruggero d'Altavilla contro gli odiati Saraceni. Infatti, nella “Coroncina e le lodi in onore di San Giacomo”, lo si esalata perché “ai prieghi del gran Ruggero normanno, nel giorno della sua festività, visibilmente combattendo a favor suo, scacciò i Saraceni e liberò questo afflitto Comune dal loro giogo”. Ed aggiunge: “…Per pietà di noi / facesti dei re Mori orrendo scempio / e per Tua magion scegliesti queste mura e questo tempio”.

Alla tradizione viene di conforto la storia, poiché tutti gli storici che s’occuparono di Gratteri asseriscono che San Giacomo ne è il patrono e che verso il 1150, il citato Ruggero, assieme ad altre insigni reliquie, volle far dono agli allora Signori di Gratteri di un osso del costato del Santo, il quale è tutt’oggi conservato in un’argentea teca e solennemente venerato.

Sino al 1860 la festa si celebrava con grande sfarzo e solennità il 25 luglio ed era preceduta da un pubblico mercato di otto giorni. Da quella data, per volontà popolare, la festa fu trasferita l’8 e il 9 settembre d’ogni anno. Bisogna dire che i gratteresi, anche quelli lontani, fanno in modo d’essere presenti a tale solennità e chi non può manda annualmente il suo obolo.

Il simulacro è una statua in grandezza naturale in legno pregiato, rivestito d’oro zecchino e collocato sotto una cupoletta sorretta da colonnine di ferro.

Il santo è rappresentato con il libro sotto il braccio, simbolo del vangelo e con il bordone di pellegrino nella mano destra, ornato nella stole rossa, simbolo del suo sacerdozio e del suo martirio.

Collocato sul percolo (“a vara”) è abbastanza pesante, per cui occorrono dagli otto ai dodici giovani dalle robuste spalle per trasportarlo. Eppure lo si porta in processione per tutte le vie e viuzze del paese durante la raccolta delle offerte (“questula”).

A proposito di questa, il Pitrè così s’esprime: “…il simulacro viene portato a spalla da sedici uomini tra i più poderosi della contrada, ed accompagnato dagli immancabili tamburi, suoni musicali, scampanii e spari di mortaretti. Di casa in casa, di porta in porta, viene fermato dinanzi tutte le famiglie, nessuna esclusa, attendendo l’elemosina, la quale consiste in denaro, grano, orzo, fave, olio, vino e uova, secondo la facoltà dei devoti. V’è chi non può non v’è chi non vuole; ma il Santo si pianta lì, innanzi l’uscio, e non c’è verso che si muova finché la elemosina non venga. E viene: e gli evviva lo acclamano e la banda con un pezzo clamoroso lo esalta. Il paese è percorso a palmo a palmo, fin nelle vie più ripide, negli anditi più tortuosi: né si teme il pericolo di andar a precipizio e rimanere schiacciati sotto il fercolo . Quando non c’è più nessuna casa da visitare, si esce per la campagna dai giardinieri, dagli ortolani, i quali, fedeli ad una antica consuetudine, han caro che il Santo venga con la sua figura a benedire il loro giardino, il loro orto e se si fa osservare che esso rimane danneggiato dalla folla che invade la terra, rispondono che quanto resta distrutto per la venuta del Santo spunterà presto più rigoglioso di prima… Quante volte si passa, sia in questua, sia in processione, dal convento di San Francesco, che il popolino ritiene cugino carnale di San Giacomo”.

La festa termina con la solenne processione la sera del giorno 9, a due ore di notte, alla quale partecipano le Confraternite, il Clero, le Autorità cittadine ed una folla strabocchevole di paesani.

Al termine della processione, nella piazza antistante la Chiesa Madre, su un altare preparato per l’occasione, dopo una solenne predica, avviene la benedizione con la reliquia del Santo, mentre i portatori s’inginocchiano reggendo il pesante fercolo sulle spalle. Nel silenzio più assoluto s’ode una voce, un grido, il grido di fede dei gratteresi: “E chiamamulu cu vera fidi!”. E risponde tutto il popolo: “Viva lu gran protettori S. Gniavicu!”. Dopo la benedizione il Santo viene collocato nell’altare maggiore della Chiesa Madre.

Gratteri detiene indubbiamente un tesoro d’inestimabile valore religioso: quattro Spine della corona di Cristo. Esse sono custodite in un prezioso reliquario d’argento, finemente cesellato e sigillato.

È notizia abbastanza certa che esse, sin dal secolo XIII, hanno avuto a Gratteri culto e particolare devozione. Di quest’inestimabile tesoro ne parlano diversi storici d’indubbia fama e serietà.

Esse furono personalmente portate da Gerusalemme dal conte Ruggero d'Altavilla, il quale, insieme al padre Tancredi, aveva preso parte alla prima crociata.

Il Pirri, il Fazello, l’Auria, il Passafiume, il Carandino e il patrizio cefaludese Alessandro Bianca, concordano tutti sul fatto che fin dai tempi dei Normanni si venerano a Gratteri queste sacre Spine, ma vi è qualche dissenso circa il numero di esse, generando in tal modo qualche confusione.

Tuttavia B. Carandino, sacerdote e storico modenese, vissuto a Cefalù intorno al 1570, testualmente afferma “che le cinque sacrate Spine della corona di Gesù Cristo dal re Ruggero nell’anno 1097 furono personalmente portate da Gerusalemme e donate alla sua Chiesa prediletta (Cefalù); e che tre di esse furono poi rapite e sottratte, queste furono poi trasportate nella terra di Gratteri come al dì d’oggi esistono e si venerano in quella maggiore chiesa”.

Della confusione di cui prima è responsabile il Pirri, secondo il quale le Spine a Cefalù non erano cinque, ma tre di cui una solamente fu sottratta “…extorquere vellent, uti antea una ex tribus sacris Spines Jesum…”.

Il Carandino invece chiarisce l’equivoco in cui è incorso il Pirri: “…delle quattro Spine che si conservano a Gratteri, una, che poi non è intera, fu personalmente regalata a don Pietro Ventimiglia, barone di Gratteri nell’anno 1580, dal vescovo di Cefalù, Francesco Gonzaga, dei nobili di Mantova”. Le Spine sono effettivamente tre e mezzo.

Nel 1648, il barone don Lorenzo Ventimiglia e la consorte Maria Filangeri fecero erigere a loro spese, in onore delle Sante Spine, un sontuoso altare in marmo ed una robusta custodia in ferro che fu collocata nella loro cappella privata, della Matrice Vecchia, all’interno del perimetro del castello. Ai lati della custodia erano sistemati due angeli (sfortunatamente non pervenutici), uno orante in ginocchio e l’altro recante il blasone di Gratteri, raffigurante una colomba che beve in una fonte, con intorno la scritta: “Tuere Nobile Gratterium”.

Sia l’altare che la custodia si trovano attualmente nell’apposita cappella delle SS. Spine nella Chiesa Madre.

Sin dai tempi più antichi se ne celebra la festa la prima domenica di maggio, con grande solennità me devozione. Si dice che la scelta di tale data sia stata suggerita dal rinvenimento della reliquia che dei forestieri avevano rubato proprio la notte innanzi.

Nel 1835, i decurioni di Gratteri, con una loro precisa disposizione, assegnavano in perpetuo che il Comune di Gratteri, in occasione di quella festa, dovesse quattro onze all’anno.

Fino al secolo scorso le chiavi della custodia, non si sa in virtù di che cosa, venivano conservate presso la Cattedrale di Palermo ed ogni qualvolta bisognavano, un messo, munito di regolare permesso, doveva recarsi a piedi a prelevarle. In occasione di calamità naturali, quali il vento di scirocco e la siccità, era devozione del popolo gratterese – e ciò fino a pochi anni fa – d’esporre le Sante Spine per propiziare il Signore onde facesse cessare tali flagelli.

Non vi è dubbio che ancor oggi il culto verso questa reliquia viene mantenuto in somma considerazione, dato che è la seconda festività per ordine d’importanza dopo quella del Patrono. È tradizione, infatti, che i gratteresi, ovunque sparsi per il mondo, ogni fanno a gara nell’inviare il loro obolo affinché si festeggi con la dovuta convenienza, questa festività, alla quale sovente non possono assistere.

La somma devozione verso le Spine è testimoniata da un libello, ritrovato da Isidoro Scelsi, intitolato “Coroncina e lodi in onore delle S.S. Spine”, compilato nel 1916 da Mons. Gioacchino de Maria e P. Filippo Lapi, mentre entrambi si trovavano a Palermo, richiamati alle armi.

Legata alle reliquie delle SS. Spine, è la leggenda del cosiddetto “miracolo del vento, tramandata ai gratteresi per circa cinque secoli, anche se i riferimenti causali in essa riscontrati danno l’impressione che ci troviamo di fronte ad un fatto realmente accaduto.

Si racconta che verso il 1400, un sabato notte, due ignoti forestieri (probabilmente di Collesano) si siano introdotti furtivamente nella Matrice Vecchia ed abbiano sottratto la teca contenente le SS. Spine. Commesso il furto sacrilego e dopo aver superato le balze dietro la chiesa, nel “Cozzo della Scala”, da dove stavano per imboccare la strada che conduce a Collesano, un impetuoso vento di scirocco li costrinse a buttarsi per terra ond’evitare d’essere sbattuti contro gli orridi precipizi adiacenti.

E così, avvinghiati l’uno all’altro, passarono la notte, costretti alla totale immobilità a causa del vento. In questa posizione furono trovati la mattina seguente di buon’ora dai contadini che si recavano in campagna. I due malcapitati si meravigliarono come mai quei paesani non sentissero il vento che infuriava, mentre essi ne sentivano tutta la sua orrenda forza. Avvicinandosi per sollevarli da terra, i contadini notarono che sotto la giacca di uno dei forestieri c’era un ingombro. Riconosciuta la preziosa teca, gliela tolsero per riportarla in chiesa. Come per incanto il vento cessò immediatamente agevolando i due ladri a svignarsela verso il loro paese. Era la prima domenica di maggio.

Considerato che i documenti consultati dagli studiosi riportano la notizia che la festa delle SS. Spine, da tempo immemorabile, si celebra la prima domenica di maggio, c’è da pensare che il furto sia realmente accaduto e che per ricordare l’intervento provvidenziale del vento, la popolazione gratterese abbia deciso di fissarne i festeggiamenti in quella data. Altro riferimento è che a partire dal 1837 fino a pochi anni addietro ogni qualvolta imperversava il vento di scirocco, la popolazione gratterese si recava in chiesa per chiedere che venissero esposte le SS. Spine al fine d’implorare la cessazione di questo flagello.

La festa delle Sante Spine, come da consueta tradizione, ognni anno si celebra la prima domenica di maggio.

Con quest’appellativo si suole indicare la Befana, ossia quella vecchietta benefica e premurosa che allieta i bambini con i suoi doni, in occasione delle feste natalizie, la cui abitazione, secondo i gratteresi, è la grotta Grattara.

La sua leggenda è ancor viva tra i suoi abitanti, tanto è vero che si racconta che questa “vecchia” dal viso nero e fuligginoso, avvolta in un bianco lenzuolo, dal corpo di fantasma, con in mano fuso e canocchia, a dorso d’un asino, la notte del 31 dicembre d’ogni anno, si calava dai comignoli delle case, senz’esser vista, e scendeva a riempire le calze di doni ai bambini che a quell’ora erano immersi profondamente nel sonno.

Si attendeva un anno impazienti la venuta di questa simpatica vecchietta che tuttavia incuteva terrore ai piccoli, poiché gli adulti ammonivano che ai non meritevoli essa portava cenere e carbone.

L’avvicinarsi di questa festività, le cui origini sono sicuramente pagane, era annunziata alla cittadinanza dal suono di corni e campane che sin dai primi di dicembre rompevano l’aria appena dopo il tramonto fino a notte inoltrata.

Erano corni d’ariete e di capra, magistralmente adattati per la bisogna che, emettendo un suono gutturale e cavernoso, davano il segnale dell’imminente arrivo della “vecchia”.

Poi la sera di San Silvestro avveniva la conclusione: gruppi di giovani ed anziani, muniti di corni, campanacci, fisarmoniche ed altri strumenti musicali, conducevano l’attesa “vecchia”a dorso di un smartello, per il paese, bussando ad ogni uscio per chiedere “scacciu e turtigliuna” (frutta secca e buccellato), apportando ovunque una notte di gioia ed allegria; mentre i bambini ad goni porta gridavano “A vecchia! A vecchia!”.

Purtroppo, col sopraggiungere del consumismo questa tradizione, insieme a tante altre, ha finito col perdere tutto il suo significato, anche se ancora i giovani gratteresi continuano a far rivivere quest’antichissima usanza, espressione viva e profonda della tradizione popolare gratterese.

Alla mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno, partendo dalla grotta Grattara, il corteo formato dagli accompagnatori vestiti con antichi costumi, s’incammina attraverso la fitta pineta, che per l’occasione si veste di luci multicolori quasi ad illuminare un’antica processione notturna. Con loro scende la “vecchia”, che, a dorso dell’asinello ed accompagnata dai soliti corni e campanacci e dalla banda paesana, che intona canzoni popolari siciliane, gira tutto l’abitato portando a tutti i bimbi un dono ed infondendo nella cittadinanza una nota di festa.

La manifestazione si conclude nella piazza principale con un processo-satira all’anno che muore e con voti augurali a quello subentrante, il turno con lazzi talvolta polemici per ciò che si è realizzato e per ciò che ancora non è stato fatto.

Il 18 marzo, sera che precedere la festività di San Giuseppe si usa ancora, a Gratteri, come in altre località della Sicilia, in occasione della processione che si svolge la sera della vigilia, accendere fuochi e fiaccole: “i vampi”.

La Processione con la statua della Sacra Famiglia avviene la sera e parte dalla Chiesa della Matrice Vecchia per attraversare tutto il paese e i luoghi dve soino state allestite le luminarie. Coloro che precedono il simulacro, fanno ardere in suo onore dei fasci di fiore d’empelodesimo (“sciacculi”). Dietro l’immagine accorre in folla tutto il paese che, insieme al Clero e ai cantori, esterna la sua devozione in onore di questo grande Santo (San Giuseppe) miracoloso cantando: “Evviva lu patri / di la previdenza, / ca grazii dispensa / e miraculi ni fa”.

I fuochi consistono in enormi cataste di legna che il popolo ammassa nei luoghi aperti o in qualunque slargo e che poi accende al passaggio del Santo. Queste fiammate si chiamano “luminarie”. Quando questi mucchi di legna sono consumati, per devozione, la brace, dopo aver passato la notte a preparare grigliate di carciofi e salsiccia offerte ai presenti nei luoghi dove le luminarie sono state allestite, viene divisa fra la gente del quartiere.

Per tutto il mese di maggio e ciò fino a pochi anni fa, era radicata nella popolazione gratterese la pia tradizione d’erigere gli altarini in onore della Madonna (“l’artariedda”).

In ogni e via o cortile, ove sorgeva una finestra al pian terreno delle case, essa veniva addobbata di fiori e lumini, sia ad olio che a cera, e al centro veniva posta un’immagine della Madonna. Ed ogni sera, dopo cena, puntualmente, tutti quelli del vicinato vi si disponevano d’innanzi per recitare il Rosario, a conclusione del quale intonavano inni e lodi in onore della Vergine.

Era un modo per esternare la devozione verso la Madre di Cristo e, anche se erano i ragazzi e le ragazze a recarsi nei campi a raccogliere i fiori con cui addobbare gli altarini, al Rosario partecipavano anche le persone anziane che s’intrattenevano fino a tarda sera per venerare la Vergine, che, come ha scritto uno studioso d’esegetica mariana, trova “nella Sicilia la terra classica della devozione”.

Chi aveva ricevuto una grazia o ne aveva implorato qualcuna, faceva la promessa a San Giuseppe d’offrire i “virgineddi” in suo onore. A seconda della disponibilità finanziaria, il numero di esse variava da sette a tredici. In un giorno prestabilito, ma immancabilmente di mercoledì, (giorno questo dedicato al Santo) venivano invitate a pranzo delle ragazze nubili o, in mancanza, delle vedove alle quali s’offriva un modesto banchetto. Il pranzo consisteva in pietanze frugali, quali la pasta fatta in casa (“tagliarini”), verdure, pane e frutta. Prima d’iniziare a mangiare si faceva una preghiera in comune a San Giuseppe per ringraziarlo. Per la cena ogni ospite riceveva le derrate alimentari per consumarle a casa.

La scrittrice A. Lanza, parlando dei “virgineddi” di Gratteri, scrive: “…Vengono cotti insieme legumi freschi e secchi, finocchi di montagna e altre verdure, pasta e riso. Seguono piatti di carne, buccellati e sfince di San Giuseppe, soffici bignè ripieni di ricotta”.

Fino a qualche secolo fa, nel vicino ed intricato bosco di San Giorgio viveva ancora qualche branco di lupi. È ancora vivo nella popolazione anziana il ricordo di essi che di frequente azzannavano pecore e che perciò erano oggetto di caccia, secondo quanto afferma A. Lanza (“La casa sulla montagna” Domodossola 1941).

Per costringere i lupi ad uscire allo scoperto, i cacciatori, nel corso delle loro battute, solevano mandare avanti degli uomini muniti di grossi tamburi, i quali, percossi a ritmo continuo, disorientavano e spaventavano le prede.

Il modo di suonare questi tamburi si chiamava appunto “a tuccata di lupi”. Anche con la scomparsa di questi animali, sia a causa dell’assidua caccia, sia per gli incendi che distrussero progressivamente quel bosco, queste specie di suonata sussiste ancora. Viene solitamente suonata il giovedì successivo al Corpus Domini, ultimo giorno dell’Ottava che è festeggiato dai maestri di mestiere ed è chiamato appunto “U jiuovi di’ mastri” (il giovedì dei mastri di mestiere).

Infatti in quel giorno, mattina e mezzogiorno, una decina di giovani esperti nel suono del tamburo, girano per le vie principali del paese e, con una ben ritmata percussione, apportano fra gli abitanti una nota di gaia spensieratezza, che rompe il grigiore e la monotonia che ivi permanentemente regna. Così chi non si ricorda di questa “tammurinata”, quella mattina si sente dire che è appunto “a tuccata di lupi du jiovi di’ mastri”.

Questa cerimonia risale al periodo in cui fu parroco di Gratteri don Angelo Di Maio e cioè fino al 1945. Negli otto giovedì precedenti il Corpus Domini, nella Chiesa Madre di Gratteri, si svolgeva una pia e suggestiva funzione religiosa in onore dell’Eucaristia. Suggestiva in quanto, col tempio gremito, mentre sul tronetto dell’altare maggiore, addobbato di ceri e fiori, era esposto l’Ostensorio col Santissimo, il sacerdote Di Maio, dotato di voce tenorile, saliva sul pulpito, recitando con una mimica indescrivibile una serie di strofe in dialetto in rima baciata in onore del Cristo Eucaristia. Era una storia, avente per oggetto l’antico e il nuovo Testamento: dal peccato originale all’Ultima Cena che culmina nel trionfo di Cristo risorto. Con la morte del sacerdote, questa funzione venne abolita.

Con quest’appellativo si soleva indicare il funerale di lusso, destinato solamente alle persone agiate, i cosiddetti galantuomini. Per chiarire la definizione di cui sopra, bisogna dire che l’“Obitu” è un lascito di Messe e Uffici per defunti, ma in questo caso si fa riferimento ai funerali praticati per le diverse categorie sociali.

L’Obitu era di tre specie: maggiore per i nobili e il ceto medio; di quaranta tarì e “nicu”; mentre i meno abbienti avevano diritto solo a pochi rintocchi di campana.

Da premettere che, mentre il funerale di prima classe si celebrava esclusivamente nella chiesa di San Sebastiano (Parrocchia), presente sempre la salma del defunto, gli altri si svolgevano nelle chiese rionali dov’era più vicina l’abitazione del deceduto.

Alle sette mattutine suonava dal campanile maggiore “a finitura”, il particolare suono di una campana che annunziava la morte di una persona e dal numero di rintocchi si sapeva se il deceduto era uomo, donna, bambino o sacerdote. Terminata la “finitura”, iniziava lo scampanio a morto a cui s’univano le campane delle altre chiese. La salma veniva esposta sopra un sontuoso catafalco eretto nel centro della chiesa, circondato da centinaia di ceri e ghirlande di fiori. Nel corso della celebrazione della Messa, mentre il Clero cantava l’Ufficio dei morti, ai due lati del catafalco si collocavano dodici ragazzi, sei per lato, i quali, muniti di piatti in porcellana pieni di carbonella accesa, vi buttavano dentro dell’incenso, producendo un fumo che, commisto a quello delle candele, faceva diventare l’aria spesso irrespirabile. Al termine delle cerimonie religiose iniziava l’accompagnamento funebre, nel gergo paesano “a cunnutta”.

Accanto al feretro e dietro al Clero si ponevano i fanciulli con i piatti i quali continuavano a bruciare incenso fino al cimitero. Colà, poi veniva distribuita della cera agli intervenuti, mentre ai poveri e ai ragazzi veniva distribuito del denaro, consistente in monetine da un centesimo, un grano, un soldo e due soldi.

Nel 1945, con l’insediamento del nuovo parroco, don Calogero Genduso, questa disparità d’onoranze ai defunti fu abolita istituendo per tutti indistintamente un funerale unico. Dell’antico è rimasta una sola usanza: qualunque sia la condizione del defunto, povero o ricco, tutta quanta la popolazione gratterese si reca ad accompagnare il feretro al cimitero, porgendo le condoglianze ai parenti.

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Nicola Gratteri

Nicola Gratteri (Gerace, ...) è un magistrato italiano, attualmente Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. E' uno dei magistrati della DIA più esposti, capaci ed operativi d'Italia. Impegnato in prima linea contro  la 'ndrangheta, oggi una delle piu' potenti organizzazioni criminali mondiali, attualmente costretto a vivere sotto scorta in seguito alla scoperta, il 21 giugno 2005 nella piana di Gioia Tauro, da parte del Ros dei Carabinieri di un arsenale di armi (un chilo di plastico con detonatore, lanciarazzi, kalashnikov, bombe a mano) che sarebbero potute servire per un attentato ai danni di Gratteri.. Probabilmente è colui che conosce meglio le distorsioni del sistema penale / investigativo / penitenziario che permettono alle 3 grandi mafie Italiane di prosperare.

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Parco delle Madonie

La costa nord vista dal Parco delle Madonie

Il Parco delle Madonie è un Parco Naturale Regionale previsto nel 1981 (dalla L.R. siciliana n.98) e istituito il 9 novembre del 1989; comprende quindici comuni della provincia di Palermo in Sicilia (Caltavuturo, Castelbuono, Castellana Sicula, Cefalù, Collesano, Geraci Siculo, Gratteri, Isnello, Petralia Soprana, Petralia Sottana, Polizzi Generosa, Pollina, San Mauro Castelverde, Scillato e Sclafani Bagni).

Comprende il massiccio montuoso delle Madonie, situato sulla costa settentrionale siciliana, tra il corso dei fiumi Imera e Pollina.

Il parco ospita oltre la metà delle specie vegetali siciliane, e in particolare gran parte di quelle presenti solo in Sicilia (come l'Abies nebrodensis in via di estinzione, nel Vallone Madonna degli Angeli).

Per la fauna sono presenti oltre la metà delle specie di uccelli, tutte le specie di mammiferi e più della metà delle specie di invertebrati siciliane.

Notevoli sono anche le peculiarità geologiche. La geologia delle Madonie è al centro di studi e ricerche avviatisi fin dagli anni sessanta. Proprio per l'interesse geologico del complesso muntuoso madonita dal 2003 il Parco delle Madonie è entrato a far parte del network European Geopark a cui aderiscono più di venti parchi geologici e non, europei.

Gli organi dell'ente (Presidente, Consiglio del Parco, Comitato esecutivo, Collegio dei revisore) durano in carica per cinque anni e i membri sono rieleggibili una sola volta.

Il Consiglio del Parco è attualmente composto dai quindici sindaci dei comuni del Parco e dal Presidente della Provincia di Palermo, lo presiede il Presidente del Parco mentre il direttore partecipa con voto consultivo. Da quest'organo dipendono le questioni di carattere finanziario e di bilancio, nonché l'adozione di strumenti fondamentali per la vita del Parco, come il piano territoriale di coordinamento o il regolamento che disciplina le attività all'interno dell'area protetta.

Il Comitato tecnico-scientifico, composto da 16 membri ha ruolo di consulenza e di indirizzo e si compone di membri provenienti dalle università e dai rappresentanti delle associazioni ambientaliste (Italia Nostra, WWF, Lega Ambiente, CAI, Lipu, Gruppo ricerca ecologica).

Non è stata ancora formalmente istituita la Comunità del parco, che dovrebbe essere costituita dai rappresentanti delle categorie economiche, sociali e culturali operanti nel territorio.

La vigilanza e la protezione antincendio è assicurata dai distaccamenti del Corpo Forestale Regionale (Ispettorato di Palermo).

I monti delle Madonie, che sfiorano i duemila metri d'altezza, sono scomposti in un mosaico di blocchi, la cui uniformità fisica è solo apparente. Non sarà difficile a molti riconoscere le sostanziali differenze tra le zone centrali di natura calcarea, con morfologia aspra e dura, e le zone periferiche, di natura argilloso-sabbiosa, caratterizzate da morfologia decisamente più dolce.

Il nucleo centrale si sviluppa perlopiù sopra i 1600 metri di quota, da Pizzo Carbonara (1979 m.) a Pizzo Antenna (1977 m.) e a Monte Ferro (1906 m.). Essi sono separati da un'ampia vallata dal Monte San Salvatore (1912 m.) e dal Monte Quacella, tipico massiccio dolomitico, e da un'altra vallata dal Cozzo Dipilo (1385 m.), caratterizzato da profonde balze e dirupi; il vallone Madonie separa questi monti dal massiccio del Cervi (1794 m.), grande contenitore delle riserve d'acqua delle Madonie.

Fiumi e torrenti solcano in lungo ed in largo questi monti, trasportando l'acqua dalla montagna al mare. L'ampia rete idrografica che interessa le zone periferiche lascia fuori solo le zone centrali dell'altopiano fra Pizzo Carbonara e Pizzo Dipilo dove invece si sviluppa un fitto sistema di circolazione idrica sotterranea, permesso dalle notevoli manifestazioni carsiche.

L'incassamento degli attuali reticoli fluviali sembra essersi prodotto negli ultimi cinquecentomila anni in un'area molto simile a quell'attuale. Il corso d'acqua più occidentale, quello dell'Imera settentrionale (anche denominato Fiume Grande), lungo circa 30 km, si origina in una zona montuosa di quota appena inferiore ai mille metri che rappresenta lo spartiacque fra l'Imera settentrionale e il meridionale, il quale a differenza del primo scorre nelle piane delle Sicilia meridionale.

Il mar Tirreno fa da confine settentrionale, mentre il sistema collinare argilloso interno della Valle di Gangi, di Petralia e Polizzi fa da confine meridionale, meno netto e decisamente più sfumato. In questo complesso maestoso sono posti a quote ed orientamenti diversi i quindici comuni del Parco: Cefalù, Collesano (468 m.), Isnello (590 m.), Gratteri (657 m.), Castelbuono (400 m.), Pollina (764 m.), San Mauro Castelverde (1050 m.), Geraci Siculo (980 m.), Petralia Sottana (1000 m.), Petralia Soprana (1147 m.), Castellana Sicula (765 m.), Polizzi Generosa (917 m.), Caltavuturo (635 m.) e Scillato (377 m.).

Dal punto di vista geografico il territorio del Parco può essere suddiviso in tre aree corrispondenti ai grandi bacini orografici: la valle del territorio dell'Imera settentrionale, la valle dell'Imera meridionale e del Salso e la valle del Pollina. Le tre regioni fisiche rispecchiano una corrispondenza con identità storiche e con relazioni intercorrenti col territorio circostante.

Il primo terziere (la valle dell'Imera Settentrionale) è condizionato storicamente dal ruolo avuto di confine fra il Val Demone e il Val di Mazara. Dal punto di vista culturale è certamente la regione più povera poiché non vi insiste un'agricoltura ricca: è quindi anche poco abitata. Le pendici fluviali sono fortemente degradate ed erose. La recente disponibilità idrica abbondante ha favorito la formazione di consorzi d'irrigazione che provocano rapidamente trasformazioni agrarie in senso moderno. La valle dell'Imera risente fortemente della presenza dell'autostrada A20.

Il secondo terziere, formato dai bacini dell'Imera meridionale e del Salso, si suddivide a sua volta in due sottozone.

La prima raccoglie gli spazi ed i sistemi d'attraversamento che, provenendo dall'altopiano gessoso-zolfifero e quindi dalle grandi aree estensive del latifondo, si congiungono in alcuni transiti per dirigersi attorno Polizzi e confermare attraversamenti più antichi e sicuri (poiché protetti dai boschi). Questi, scavalcando a Portella Colla la prima sella delle Madonie, si dirigono, attraverso Munciarrati, verso la valle d'Isnello dalla quale risalgono per poi scendere a mare secondo due direttrici verso Lascari o Cefalù.

La seconda sottozona è un ampio spazio di relazioni intensissime tra centri veri e propri delle Madonie e l'entroterra.

Le aree meridionali sono detentrici di un patrimonio montano proprio, con l'elaborazione autoctona di un limitato repertorio culturale, anche se da lì provengono lo Zoppo di Gangi, Fra Umile e Giacomo Italia. Sotto questo punto di vista hanno tutte le caratteristiche di spazi di relazione economica mentre elaborano, nei centri arroccati a difesa dei percorsi e non collegati al centro di spazi produttivi, una cultura montana chiusa.

Il terzo terziere è formato dalla valle del Pollina. I suoi paesi e le attività in essa insediate sono certamente i più rilevanti dal punto di vista dell'interesse storico, poiché la valle racchiude in sé i motivi di relazione e di sviluppo che la contraddistinguono. Ha nel corso storico un ruolo fondamentale di produttore d'energia, d'approvvigionamento idrico, di favorevole spazio di transito, anche troppo esteso al suo interno e per questo protetto rispetto al mare da una serra montuosa alta ed accessibile in due punti assai stretti. Cultura materiale, prodotti e relazioni sociali, produzione figurativa ed immateriale, orale e scritta, entrano in stretta relazione con questi fatti e s'esprimono col prevalere di cicli produttivi e con l'emergere di fatti fisici.

Ci troviamo al limite nord/occidentale della Provincia di Messina, confinando in parte con quella di Palermo ed a sud con quella di Enna. La valle è delimitata ad ovest dallo schienale che, partendo dalla costa tirrenica tra Finale e Castel di Tusa, si innalza verso sud toccando le cime di Pizzo Taverna, Pizzo Volturo, Punta Montagna, Timpa d’Ariddu, per connettersi con le cime della Grassa. Ad oriente, partendo in direzione nord dal Monte Sambughetti, tocca il Colle del Contrasto, Monte Castelli, fino a monte S. Cuono e si affaccia nuovamente sul litorale con il Cozzo della Guardia. Verso meridione l’andamento del suolo, nonostante le profonde incisioni dei corsi d’acqua a carattere torrentizio, si conforma come una grande conca compresa tra Castel di Lucio e Mistretta. A settentrione si apre facendosi man mano sempre più pianeggiante; il fondovalle è delimitato dal Cozzo Coniglio, Rocca d’Armi e la collina di Pettineo (ME), da una parte, dalle pendici del Pizzo Taverna ed i colli di Tusa ed Halaesa, dall’altra parte. I suoli hanno, in prevalenza, caratteristiche arenarie, salvo poche eccezioni di terreni calcarei o argillosi. Nei tratti più impervi ed interni il territorio è coperto da fitta boscaglia di sugheri, querce, castagni ed altre essenze più rare. Nelle zone più accessibili predomina la coltura dell’olivo, intervallata da ampie zone seminative, orti e frutteti. Nel fondovalle importantissima è la produzione di agrumi: i limoni di Pettineo (ME) sono conosciuti ed apprezzati anche all’estero.

La posizione degli attuali massicci rocciosi delle Madonie rappresenta il risultato dei mutamenti avvenuti in un arco di tempo di 40-50 milioni di anni. Secondo calcoli recenti la velocità media di sollevamento del settore nord-orientale della Sicilia nell'ultimo milione di anni varierebbe tra uno ed otto centimetri per cento anni (nelle Madonie tra cinque e sei centimetri). I movimenti tettonici più importanti e gli intensi fenomeni d'erosione e trasporto di materiali provenienti da versanti e scarpate avrebbero avuto fine circa 500 mila anni fa.

Si può dire che le Madonie sono separate in due unità geologiche: una di esse è rappresentata dal massiccio del Carbonara, di natura calcarea e dolomitica, mentre l'altro è il Monte Cervi, anch'esso di natura calcarea e dolomitica. Le due unità sono separate da una grande vallata e si ricongiungono a Portella Colla, dove s'osserva un importante contatto tettonico fra esse.

Nelle Madonie sono molto rappresentati i fossili, consentendo di fare ipotesi sull'originario ambiente dei luoghi. Sono stati in tal modo ricostruiti i paesaggi oceanici con grandi barriere coralline dell'era secondaria, poi coperti nel Terziario durante l'avvicinamento tra Africa ed Europa, da sedimenti di varia natura. Ad esempio a Cozzo Rosolocollo si rivengono foraminiferi (le fusuline), molluschi bivalvi, ed ancora poriferi (spugne) ed alghe d'età approssimativamente risalente ai 250 milioni di anni.

Le rocce in cui si trovano sono fra le più antiche rocce sedimentarie conosciute in Sicilia, insieme a quelle rinvenute presso Lercara Friddi e Palazzo Adriano. Ancora nella strada di Portella Colla s'incontrano argille calcaree verdastre o giallastre e calcari grigio bluastri il cui contenuto è costituito da molluschi bivalvi e gasteropodi mani cementate insieme a formare le cosiddette lumachelle. Sopra le rocce della Mufara si trovano banchi rocciosi di natura dolomitica il cui contenuto in fossili, tipici d'ambienti di scogliera, consente di datare la formazione a 200-150 milioni di anni fa. Le rocce dolomitizzate si trovano oltre che a Monte Quacella (le alpi siciliane, come le soprannominava l'insigne botanico Lojacono Pojero), anche nella parete di Cozzo Dipilo (sopra Isnello), ove peraltro si aprono diverse grotte, interessanti anche dal punto di vista archeologico per i reperti databili al paleolitico superiore. Nello splendido paesaggio di Piano Battaglia le grigie rocce carbonatiche includono fossili testimonianti sedimenti d'età diverse: trattasi di una scogliera d'epoca giurassica (150 milioni di anni) costruita da organismi quali coralli ed altri celenterati incrostanti; nello strato inferiore si possono osservare invece le spugne e i coralli d'età triassica.

Il carsismo è un fenomeno ben rappresentato nelle Madonie; i processi carsici hanno originato uno dei paesaggi più caratteristici di queste montagne. Le manifestazioni superficiali sono rappresentate da doline, valli morte, inghiottitoi, quelle sotterranee da grotte, pozzi e veri e propri abissi. Quelle superficiali rappresentano l'aspetto più evidente della morfologia carsica delle Madonie, in modo particolare nel Carbonara, ove i processi carsici pare abbiano avuto inizio circa due milioni d'anni fa, nel quaternario, sviluppandosi in modo particolare nelle fasi glaciali. Tali processi sono tuttora attivi, sia per le caratteristiche climatiche determinate dall'elevata piovosità (più del doppio della media regionale), sia dalla persistenza del manto nevoso alle quote più elevate, che consente una corrosione prolungata. Si conoscono almeno quattrocento doline, la maggior parte delle quali è ubicata al disopra dei 1600 metri di quota.

Un'altra forma di carsismo particolarmente interessante è quella di Piano Battaglia e della Battaglietta, peraltro una delle più conosciute della Sicilia. Le due depressioni, dotate d'inghiottitoi sul fondo, rappresentano il più esteso e suggestivo paesaggio carsico del complesso della Carbonara che, con le innumerevoli doline, valli cieche ed inghiottitoi, costituisce un'area di studio, dal punto di vista scientifico, tra le più importanti d'Italia. Il carsismo ipogeo è rappresentato da grotte a sviluppo orizzontale e da abissi e pozzi a sviluppo verticale, corrispondenti i primi a processi verificatisi durante fasi di lento sollevamento della regione, i secondi a processi verificatisi in coincidenza di fasi di rapido sollevamento. Le cavità si trovano perlopiù nel massiccio di Pizzo Dipilo, Monte Balatelli, Monte Ferro e Cozzo Carcarello. Nei pressi d'Isnello sono le formazioni più spettacolari, come l'Abisso del Vento, la Grotta delle Zanzare e la Grotta della Paglia.

Le aree più naturali delle Madonie restano quelle montane, gran parte delle quali è coperta da boschi, garighe, cespuglieti e pascoli ricchi di piante erbacee ed arbustive.

Diverse sono le specie di piante endemiche, cioè esclusive delle sole Madonie o della Sicilia.

Il caso certamente più noto d'endemismo madonita è quello dell'abete dei Nebrodi (Abies nebrodensis) che deve il nome al fatto che anticamente per Nebrodi s'intendevano le Madonie; per lo stesso motivo molte specie di piante ed animali descritti di questo complesso montuoso portano il nome “nebrodensis”, che oggi può condurre ad equivoci. Ne sono stati censiti ormai meno di una trentina di esemplari, concentrati nel Vallone Madonna degli Angeli ad una quota compresa fra i 1400 ed i 1650 metri. In tempi recenti, in seguito a un progetto accurato di conservazione in situ, ha ricominciato a produrre strobili con semi fertili, e ciò fa ben sperare per la sua conservazione a lungo termine. Ricerche accurate sono svolte dall'Università degli studi di Palermo per accertare se vi sia il pericolo di ibridazione con gli esemplari di Abete bianco o di Abete di Cefalonia piantati, in seguito a progetti di rimboschimento, nelle zone limitrofe all'areale dell'Abies nebrodensis.

Un'altra specie endemica di notevole interesse è l'astragalo dei Nebrodi (anch'esso esclusivo delle sole Madonie), una pianta arbustiva a forma di cuscinetto spinoso, molto simile all'astragalo dell'Etna e vegetante sopra i 1200 metri di quota.

Ricordiamo ancora la ginestra del Cupani, una piccola ginestra con caratteristiche simili all'astragalo (cespuglio a forma di cuscinetto spinoso), particolarmente diffuso a Monte Catarineci; il lino delle fate siciliane, esclusivo della Quacella, l'alisso dei Nebrodi, l'aglio dei Nebrodi e la viola dei Nebrodi.

Piante di particolare significato bio-geografico sono ancora il lino di montagna, presente, oltre che sulle Madonie (Quacella), anche nei Balcani ed in alcune zone montane del Nord Africa, la stregonia siciliana, probabilmente isolatasi nel quaternario ed evolutasi a partire dalla stregonia della Siria, ed infine l'elegantissima e rara Felce regale, legata a sorgenti ed ambienti torbosi dentro boschi o ai margini di essi.

La fascia compresa fra 400 e 100 metri di quota è caratterizzata da una vegetazione di clima mediterraneo temperato (lecceto), in cui sono ben rappresentate specie come l'erica arborea, lo Sparzio spinoso, le Ginestre, i Cisti ed il Corbezzolo. Una discreta superficie delle Madonie è coperta da boschi sempreverdi e caducifogli, formazioni in parte tipicamente mediterranee ed in parte tipiche delle centroeuropee. Le specie più diffuse sono il leccio, la roverella, la sughera, l'agrifoglio, il rovere ed il faggio.

Di particolare interesse è il lecceto di Monte Quacella, ove questa tipica quercia mediterranea s'incontra col faggio, tipico invece del centro Europa. Il fatto è insolito in quanto tra le due formazioni vegetali, lecceto e faggeto, generalmente s'interpone il querceto misto caducifoglio o un altro tipo di vegetazione, caratterizzata da agrifoglio, rovere ed olmo montano.

La sughera, come il leccio, è un albero tipicamente mediterraneo che sulle Madonie vegeta fra 40 e 1000 metri, talora frammista a lecci e roverelle; la roverella perlopiù vegeta in una fascia che va dai 400 ai 1200 metri di quota, spesso associata con altre specie. L'agrifoglio, albero che può raggiungere i quindici metri d'altezza (come ad esempio il nucleo eccezionale di Piano Pomo), è una specie sempreverde caratterizzante un tipo di bosco generalmente situato tra le formazioni a lecceto mediterraneo e i faggeti e spesso s'associa alla rovere ed olmo montano. La rovere può trovarsi, sebbene raramente, in formazioni pure come a Piano Farina e a Pomieri.

Nella fascia tra i 1000 ed i 1500 metri di quota si rinviene un particolare tipo di vegetazione che secondo i botanici caratterizza la “fascia colchica” (dal nome della Colchide caucasica ove essa è ben rappresentata). Si tratta di una foresta in parte sempreverde di clima temperato umido in cui domina l'agrifoglio e la rovere, cui s'associano l'acero d'Ungheria, l'olmo montano, il biancospino di Sicilia, il melo selvatico, il pungitopo, la dafne laurella, ecc…; vi si rinvengono anche specie caducifoglie come il cerro, la roverella, il faggio, e l'acero montano.

Infine il faggio vegeta al disopra dei 1000 metri trovando il suo optimum a 1600-1700 metri di quota; sulle Madonie raggiunge l'estremo limite meridionale occidentale della specie, che è soprattutto diffusa in Europa centrale.

Esistono tre principali fasce di paesaggio agrario: quella collinare compresa fra Scillato, Campofelice, Lascari e Cefalù, con coltivazioni di agrumi, quella della vite e del frassino (Fraxinus oxycarpa) compresa fra Pollina e Castelbuono, ed infine la zona montana dov'è pure diffusa la coltura dell'olivo e dove si concentrano allevamenti di bestiame e discrete estensioni di prati a foraggio, ai limiti dei boschi di castagno (Castanea sativa) , querce e faggio. In alcune zone sono presenti ancora seminativi a grano (Triticum monococcum). Retaggio del latifondo siciliano, questi coprono il versante meridionale del Parco nelle Petralie, a Gangi, Caltavuturo e Sclafani.

Sebbene il sistema agricolo tradizionale dell'altopiano madonita vive da tempo, al pari di tutte le agricolture di montagna, una profonda crisi strutturale ed economica, le produzioni d'olivo, vite, mandorlo (Prunus dulcis) e nocciolo (Coryllus avellana) parlano della vita dell'uomo e della sua sussistenza prima dell'avvento dell'era dei consumi di massa.

La coltivazione del nocciolo, in particolare, è esclusivamente sviluppata nel territorio di Polizzi Generosa, con noccioleti, di non più di tre ettari ciascuno, che sorgono spesso accanto a vecchi casolari di campagna: il paesaggio rurale è molto suggestivo, pur essendo forse iinadeguato alle moderne esigenze produttive. Le nocciole di Polizzi, che si raccolgono tra la fine d'agosto ed i primi di settembre, d'anno in anno, subiscono un sensibile calo produttivo.

In campagna e nei “marcati” di montagna (antichi siti della via pastorale), è il periodo della ricotta, di latte di pecora e di capra, lavorata a mano secondo antichi procedimenti.

Nel periodo estivo (fine luglio e agosto) avviene invece la raccolta della manna da frassino, scomparsa nel resto d'Europa e nel bacino del Mediterraneo ed ormai esclusiva delle campagne di Castelbuono e Pollina, dove si continuano a coltivare poche centinaia di ettari di frassineto. Da alcuni anni esiste un consorzio specifico per la salvaguardia del prodotto e per la sua commercializzazione e il prodotto è stato inserito nell'elenco dei presidi di slow food.

In autunno nei territori di Castelbuono e Gibilmanna (Cefalù) con i loro ampi castagneti, si raccolgono ottime castagne, mentre alle prime piogge inizia la raccolta di funghi. In primavera si può invece raccogliere l'ambitissimo fungo basilisco (Pleurotus nebrodensis), tipico delle Madonie. Nelle basse Madonie si producono olio e vino, in gran parte per il consumo familiare. Un antico "palmento" o "palmintello", dove un tempo si faceva la pigiatura dell'uva con i piedi, è stato ristrutturato a Petralia Sottana.

Da novembre in poi è tempo della raccolta delle olive, da olio e da consumare sotto sale. La raccolta viene effettuata ancora manualmente, sotto piante secolari che vengono battute con le canne per far cadere i frutti entro le reti. Una pratica che, nelle regioni olivicole più avanzate, è stata ormai in gran parte sostituita dalle macchine.

Come fauna vi si trovano volpi (Vulpes vulpes), donnole (Mustela nivalis), istrici (o porcospini), lepri (Lepus europaeus), conigli selvatici, iil raro moscardino (Muscardinus avellanarius), gatti selvatici (Felis silvestris), martore (Martes martes), ghiri (Glis glis). Per gli uccelli si possono citare le specie legate alla macchia ed al bosco: capinere (Sylvia atricapilla), cinciallegre (Parus major), cinciarelle (Parus caeruleus), cince more (Parus ater), sterpazzoline, occhiocotti, picchi muratori (Sitta europaea), picchi rossi maggiori (Dendrocopos major), rampichini (Certhia familiaris), merli, fiorrancini e scriccioli e ancora il corvo imperiale.

Durante l'inverno è abbastanza diffusa nel sottobosco la beccaccia, che utilizza durante la notte le radure e i pascoli ai margini del bosco per la ricerca del cibo. Tra i rapaci si trovano l'aquila reale (Aquila chrysaetos), la cui apertura alare supera i due metri, o la più piccola aquila del Bonelli, falchi pellegrini, lanari, gheppi (Falco tinnunculus), lodolai e poiane (Buteo buteo) e ancora allocchi, civette (Athene noctua), assioli (Otus scops) e barbagianni (Tyto alba).

Negli ambienti rocciosi si possono osservare passeri solitari, sostituiti sopra i 1400 metri dai rari codirossini, ed ancora zigoli muciatti, culbianchi, passere lagie, codirossi spazzacamini e gracchi corallini, in grave diminuzione in tutt'Europa, mentre nelle Madonie ne vive ancora una discreta popolazione, che utilizza per la riproduzione alcune manifestazioni carsiche, come inghiottitoi. Un'altra tipica abitatrice delle rocce madonite è la coturnice, in molte aree della Sicilia ormai rarefatta o scomparsa, ma in queste montagne ancora ben presente e diffusa.

Sono invece scomparsi il cervo (Cervus elaphus), il daino (Dama dama), il cinghiale e il lupo (Canis lupus), un tempo ben diffusi. Anche fra gli uccelli si sono estinte specie come il grande gipeto (la cui apertura alare sfiora i tre metri), che il Minà Palumbo trovò ancora nel XIX secolo nidificante nella rupe di Gonato, o l'avvoltoio grifone, i cui ultimi esemplari sono stati osservati appena una ventina d'anni fa. Un tempo viveva anche il gufo reale, che è oggi estinto in tutta la Sicilia.

La fauna dei fiumi si è molto rarefatta negli ultimi anni a causa di captazioni d'acqua ed interventi nell'alveo dei corsi d'acqua da parte dell'uomo. Mentre sono ancora diffuse la ballerina bianca e la ballerina gialla, non è certo se ancora esiste qualche residua popolazione di merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), una specie particolarmente adattata alla vita acquatica.

Anche i rettili e gli anfibi sono ben rappresentati nelle Madonie: lucertole, gongili, luscengole, gechi, biacchi, bisce d'acqua, vipere, rane, discoglossi e rospi sono presenti e diffusi negli ambienti adatti.

Gli invertebrati comprendeno alcune specie endemiche, come il "Parnassio Apollo di Sicilia", un'elegante farfalla esclusiva delle zone più alte, la "Platicleide del Conci", una specie di cavalletta, e, tra i coleotteri, il "Rizotrogo di Romano" e la "Schurmannia di Sicilia". A quote alte sono ancora presenti la cavalletta Stenobotro lineato, l'afodio di Zenker, boreale e siculo, la cui risorsa alimentare consiste nello sterco degli erbivori, ed il Carabo planato.

Tutte le specie sono numericamente poco consistenti e geneticamente isolate.

Un tempo il parco delle Madonie, così come gran parete dei rilievi siciliani, ospitava una ricca mammalofauna con daini, cervi, caprioli, lupi e cinghiali. Tutti questi animali si sono estinti nell'arco di circa 200 anni tra il 1750 e il 1950. Alcuni di questi, daini e cinghiali, sono tornati a seguito di ripopolamento. Da qualche anno è iniziata una campagna di demonizzazione del cinghiale finalizzata all'apertura della caccia anche all'interno del Parco delle Madonie. Con l'accusa davvero paradossale, per un animale la cui presenza sulle Madonie è documentata per almeno gli ultimi 5000 anni, di provocare disequilibri nell'ecosistema e minaccia per gli endemismi vegetali. Da alcuni anni le popolazioni madonite, amministrate dal Parco delle madonie, si confrontano con la proliferazione incontrollata di un ibrido di cinghiale accusato senza prove di devastare l'ecosistema e di minacciare l'incolumità dell'uomo. L'animale, frutto di un incrocio per il quale non sono state chiarite le cause, tra il cinghiale (razza autoctona del Parco) ed una popolazione di maiali domestici ha dato vita a questa specie ibridata. Rispetto ad un cinghiale comune il cinghia - maiale o suido, come è stato battezzato, presenta dimensioni notevolmente accresciute (alcuni esemplari arrivano a pesare 80 chili). La sua presenza ha già contribuito ad alterare alcuni importanti equilibri ecologici. Gli esperti hanno, infatti, rilevato una riduzione di esemplari di animali che sono preda del cinghiale come conigli e vipere. I problemi dettati dalla presenza dei suidi si sono manifestati anche per le colture di privati ed aziende agricole, devastate a seguito dell'assalto dei branchi di suini. Curiosa per la sua originalità la vicenda dei cinghia - maiali delle Madonie è nota anche per le ripercussioni politiche che ha prodotto. I cittadini per la soluzione del problema si sono appellati all'Ente Parco delle Madonie. L'Ente di protezione ambientale, a seguito di uno studio faunistico, aveva predisposto un piano di cattura in gabbia. Piano che per cause diverse non ha funzionato: qualcuno sostiene ancora la sua inefficacia, l'ipotesi più accreditata è però quella che le gabbie siano state preda dei bracconieri che hanno fatto fallire le finalità del controllo. Dopo la cattura e la verifica della loro natura ibrida gli animali dovevano essere macellati per la produzione di insaccati. Non è andata bene e l'emergenza cinghiali è continuata. Si è pensato così di proporre l'avvio di battute di caccia controllate. In questo caso però a fermare il tutto è stata la legge: il presidente dell'Ente - Massimo Belli dell'Isca - si è opposto per il vincolo dettato da due leggi, una regionale ed una nazionale, che vietano le battute di caccia in zona di riserva integrale. Risultato: i cinghiali sono ancora lì. La popolazione si riproduce senza sosta ed il bracconaggio - così si dice - continua a persistere. In attesa di tempi migliori.

Le zone di maggior interesse sono il Vallone Madonna degli Angeli, il Piano Pomo (a circa 1400 m s.l.m., tra Petralia Sottana e Castelbuono), il Piano Battaglia (a circa 1600 m s.l.m. tra Polizzi Generosa, Petralia Sottana e Isnello), il santuario della Madonna dell'Alto (del XIV secolo, centro di pellegrinaggi a quota 1819 m s.l.m.), le Gole del Tiberio (lungo il fiume Pollina).

Esistono diverse possibilità di fruizione e di visita: passeggiate sui sentieri principali attrezzati, punti di osservazione per il birdwatching, escursioni a cavallo o in mountain bike, visita di grotte e cavità naturali e di siti geologici con presenza di fossili, escursioni lungo i corsi d'acqua e itinerari su sci da fondo o da alpinismo durante i periodi di maggiore innevamento. Gli itinerari ad alta quota (zone comprese tra Piano Cervi, Piano della Principessa, Monte Ferro, Pizzo Carbonara, Monte Mufara, Fosso Canna) presentano maggiori difficoltà e richiedono il supporto di guide locali, mentre quelli a media e bassa quota seguono le "trazzere" dell'epoca borbonica, utilizzate per la transumanza, o i sentieri esistenti tra borgate, casolari, mulini e chiese di campagna.

È possibile visitare il parco attraverso escursioni a cavallo, con sosta in antichi casolari e masserie di campagna, di una o più giornate nei weekend. Sono aziende o fattorie quasi sempre d'interesse paesaggistico ed architettonico, che inglobano antichi manufatti, bagli, chiesette di campagna, magazzini per il grano, stalle, frantoi o palmenti, ristrutturati per la ristorazione. È anche possibile in alcuni casi pernottare in appartamenti di nuova costruzione, senza grandi lussi ma con ogni comfort, come ad esempio alla fattoria Pianetti di Gibilmanna, al Vallegrande Ranch della Ferla (Cefalù) o alla Sorgente di Iside a Polizzi oppure ancora all'azienda Ogliastro a San Mauro Castelverde. Spesso il centro d'equiturismo è attrezzato per offrire ai visitatori una buona ristorazione a base di prodotti locali, fornendo altresì l'organizzazione logistica per le escursioni più lunghe. È il caso del borgo baronale di Gangivecchio, ai margini del Parco, uno dei casolari settecenteschi più interessanti di tutto il comprensorio madonita.

Per andare a cavallo fra boschi e sentieri natura non occorre una particolare abilità. Si seguono i tracciati della transumanza e cioè le spaziose trazzere regie.

Itinerario classico, da percorrere interamente a cavallo in circa otto ore, è quello che, partendo dalle pendici della contrada Ferla a pochi minuti da Cefalù, porta attraverso uliveti secolari, vigneti e frassini da manna, alla splendida masseria di Sant'Anastasia salendo poi sino a Castelbuono, alle pendici della rocca del castello dei Ventimiglia. Della stessa durata e di media difficoltà è l'escursione che, partendo dalla spiaggia di torre Conca a Pollina, conduce sino alle grandi querce del bosco di Gibilmanna attraversando l'abitato di Sant'Ambrogio (frazione di Cefalù) e lambendo il bosco in contrada Guarneri, zona di protezione A del Parco, un meraviglioso querceto che si protende sul mare. Seguendo le vecchie mulattiere si giunge sotto la rocca San Nicola, ai piedi di pizzo Sant'Angelo.

Sempre su sentieri antichi, una traversata più lunga ed impegnativa, che è consigliabile effettuare in due giorni, è quella che da contrada Pozzetti (150 metri s.l.m.), nel comune di Collesano e a pochi chilometri dal mare, porta a Piano Battaglia (1600 metri s.l.m.) attraversando zone di grandissimo valore architettonico, paesaggistico e botanico. Infatti, dopo un breve tratto i macchia mediterranea ed uliveti, ci s'inoltra in un fitto bosco di querce da sughero (Quercus suber L.) e roverella (Quercus pubescens Willd.) reso impenetrabile da un'estesa macchia di erica (Erica arborea L.), dalla splendida fioritura bianca.

Percorrendo un sentiero selciato e gradinato si raggiunge quindi l'abbazia medievale di San Giorgio in territorio di Gratteri, di cui resta intatto il magnifico portale chiaramontano. Da qui, lungo le pendici di Pizzo Dipilo, fra il verde delle querce e degli ornielli (Fraxinus ornus L.) e del rosso dei corbezzoli (Arbutus unedo L.), superando le chiuse poste dai pastori, si scollina sul versante d'Isnello-Collesano raggiungendo il bivio Munciarrati segnato dalla presenza dell'ampio casale del principe Licata di Baucina, già dimora dei conti d'Isnello.

Quindi si prosegue per Piano Zucchi passando dalla contrada Volpignano da dov'è possibile, dopo aver attraversato un ombroso bosco di querce, scorgere nella vallata ai piedi del Monte Cuculo la masseria di Volpignano. Così, dopo aver percorso il fitto bosco di lecci (Quercus ilex L.) con rose peonie (Paeonia mascula – L. – Mill.) e biancospini (Crataegus laciniata Ucria) del Vallone Madonie, si raggiunge Piano Zucchi, dov'è possibile sostare per un breve pranzo.

Nel primo pomeriggio si riparte alla volta di Piano Battaglia attraversando la riserva della forestale e il laghetto di contrada Mandria del Conte, per inoltrarsi infine nel suggestivo bosco di faggi (Fagus sylvatica L.). In serata, giunti a Piano Battaglia, si può pernottare e ripartire l'indomani.

Riti che affondano le loro radici nel mondo pagano sono la festa di Cerere a Gangi, il cui simbolico addobbo sono le grossi messe dorate; il più noto ballo della cordella a Petralia Sottana, colorato cerimoniale di giovani coppie che ballano per propiziarsi la fertilità dei campi. Anche la festa di Sant'Anna, patrona di Castelbuono, cade in coincidenza con la raccolta del grano.

Intense e commoventi sono le processioni del Venerdì Santo, la Cerca di Cristo e la Casazza di Collesano. Quest'ultimo, con veri e propri quadri spagnoli di sacra rappresentazione, a cadenza quinquennale. Sempre ai cicli delle feste di primavera appartengono le processioni per il Corpus Domini e per il Crocifisso che si svolgono a maggio a Polizzi e Geraci. Qui, da secoli, piccole forme d'animali di caciocavallo vengono portate in processione e l'abbondanza d'addobbi floreali e di colori fa pensare ad un'interpretazione del momento rituale certamente in chiave propiziatoria.

La definizione di un concetto di Madonie ha radici storiche assai antiche. Il territorio fu attraversato da importanti vie di comunicazione già in periodo preistorico e contemporaneamente divenne sede dei primi stanziamenti che sfruttavano il rifugio e la possibilità offerte dalle montagne e dai boschi.

In epoche successive troviamo i grandi edifici dei conventi e i centri urbani con alcune straordinarie costruzioni militari e ecclesiastiche. La cultura locale dimostra la capacità di trattare elementi poveri sia nella cultura materiale che in quella figurativa: se i marmi e gli scultori venivano da Palermo, (come i Gagini), ma il legno era lavorato qui da frati e da una scuola che ebbe in Fra Umile da Petralia la sua più alta espressione.

I due versanti delle Madonie – l'occidentale aperto sul bacino dell'Imera e l'orientale legato alle Caronie attraverso il sistema fluviale del Pollina – sono stati parte di due differenti sistemi feudali. La massiccia presenza del bosco, rifugio sicuro e vitale, e ancora fonte inesauribile di sussistenza economica, ha tuttavia aggregato centri urbani che su questa presenza, sulle vie necessarie d'attraversamento fra il monte, il piano ed il mare hanno fondato la ragione della loro esistenza; ha determinato nel tempo il sorgere di collegamenti e interrelazioni, d'integrazioni.

Alcune importanti famiglie madonite (i Mandralisca, i Minà, i Palumbo e i Turrisi Colonna) hanno costituito le punte emergenti di una cultura umanistica e scientifica attenta ai valori della regione.

I rapporti storici fra i vari centri, hanno visto crearsi la differenza fra le due Petralie (Soprana e Sottana), la concorrenza fra Geraci e Castelbuono, l'isolamento di Gangi nel versante sud-est, e hanno finito per escludere gli abitati d'Alimena e di Resuttano; lo stesso può dirsi del rapporto fra Gratteri, Collesano e Isnello che si contendono una priorità economica pur essendo fra di loro fortemente integrati per riferimento al mondo pastorale e al mondo dei grandi conventi. Lo sviluppo recente di Cefalù ha teso infine ad estraniare la città dai precedenti rapporti di scambio con l'entroterra.

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Isnello

Panorama di Isnello

Isnello (Isineddu in siciliano) è un comune di 1.922 abitanti della provincia di Palermo, appartenente al Parco delle Madonie. Nel 1900 vi nacque Vincent Richard Impellitteri, che divenne sindaco di New York nel periodo 1950-1953.

Molto si è discusso nel tempo sull’etimologia del nome del paese e pur non essendo giunti ad un definitivo pronunciamento in merito, è certo però che il nome derivi dalle caratteristiche del corso d’acqua che ne attraversa tutto il territorio, infatti, ipotetiche voci da cui ha avuto origine sono il termine siriaco hassin che significa fiume freddo, il punico hassinor che indica un torrente che scorre in un alveo a forma di tubo, il greco asines che indica l’innocuità del torrente.

Non si ha molto sulla storia e l’evoluzione dell'insediamento in epoca romana e nei primi secoli dell’era cristiana. Le fonti riferiscono sporadiche notizie durante il periodo della dominazione Araba che, come in tutta l’Isola, ha lasciato segni indelebili anche nella toponomastica. In questo periodo Isnello è chiamato Menzil Al-Hamàr, che significa villaggio fortificato.

Sconfitti gli Arabi dal conte Ruggero, Isnello venne aggregato alla diocesi di Messina rimanendo però sotto diretto dominio di Ruggero stesso. Ruggero II, primo Re di Sicilia, avendo fondato nel 1131 la Basilica Cattedrale di Cefalù, con l'assenso dell'Arcivescovo di Messina, incluse Isnello nella nuova diocesi, mantenendone diretta giurisdizione. Il dominio su Isnello e sulla vicina Gratteri fu concesso, in seguito, solo temporaneamente, dall’Imperatore Federico II all'Arcivescovo di Palermo il quale, morto Federico, chiese al successore, il figlio Manfredi, di concedere perpetuamente il governo delle due baronie alla Chiesa Palermitana; Manfredi acconsentì. Non è nota però la ragione per cui la Chiesa di Palermo abbia perduto la giurisdizione sui due centri.

Nel 1296 divenne barone di Isnello il milite Niccolò Abbate. Questi nel settembre 1377 vendette la baronia di Isnello a Francesco II Ventimiglia e Consolo, conte di Geraci. Il suo successore Antonio Ventimiglia, per il delitto di tradimento, perdette i diritti sulle terre che caddero nelle mani del Regio fisco. Il 1º febbraio 1397, re Martino concesse la baronia di Isnello ad Abbo Filangeri, Alcaide di Cefalù che però la cedette per la Contea di San Marco.

Il 27 novembre 1398, la baronia Isnellese passò ad Arnaldo Santa Colomba, nobile catalano; a lui successe il figlio illegittimo Arnaldo Guglielmo e poi in successione: Antonio (1454), Arnaldo II (1478), Antonio II (1506). Ad Antonio II successe il figlio Simone che nel 1547 vendette alla casa La Farina i feudi di Madonia, Chiusa, Culìa, Piano Zucchi, in favore della moglie Eleonora Agnello di Francavilla (divenuta poi Signora di Isnello nel 1576). Pietro Santa Colomba, per la cessione della madre, nel 1586 ereditò la baronia. Alla sua morte gli succedette il figlio Arnaldo III che, nel 1625, chiese al Re di Sicilia Filippo IV di innalzare la baronia di Isnello a contea. Il privilegio venne concesso il 15 febbraio 1625 a Madrid. Nel 1634 s'investì della carica signorile Pietro Santa Colomba, figlio di Arnaldo III, che in parte riuscì ad integrare ai territori della contea i feudi della vecchia baronia venduti da Simone Santa Colomba. Durante la signoria di Ignazio, succeduto al padre Pietro nel 1666, accadde uno di quegli eventi più disastrosi della storiografia siciliana: il terremoto che ha avuto luogo l’11 gennaio 1693. Tutta la Sicilia subì distruzioni e morti, ma la cittadina di Isnello non fu soggetta che alla caduta di vecchi edifici. Erede di Ignazio fu il figlio Pietro II che nel 1700 morì senza successori; a lui seguì quindi il cugino Gaspare che, morendo anch'egli senza discendenti, fu l'ultimo conte di Isnello della casa Santa Colomba. Seguirono aspre contese alla fine della quali la contea di Isnello fu affidata a Donna Giuseppa di Valguarnera, erede dei Santa Colomba di linea femminile. Alla sua morte si susseguirono nel governo della contea suo figlio Antonio Termini (1761), Domenico Termini, Castrense Termini e Migliaccio, principe di Baucina, Antonio suo figlio e Domenico suo fratello.

L’economia del paese, nell’arco dei secoli, si è sempre basata sull’agricoltura e sulla pastorizia, ambiti che certo non assicurano costante e certa prosperità se non a pochi. Tra gli abitanti, però, non è mancato un forte spirito artistico e culturale che ha dato un certo lustro all’altrimenti ignota comunità. Interesse in merito assumono le numerose opere d’arte custodite nelle vetuste Chiese, prima fra tutte la Chiesa Madre. Di antica fondazione, appare agli occhi del visitatore nell’assetto datole tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo. L’abside è decorato con stucchi datati 1607, opera della famiglia Li Volsi da Nicosia, a spese della collettività, come è testimoniato dall’epigrafe: Caritas multorum me fecit. Pregevole l’organo meccanico il cui mobile data 1625, per la committenza di Giuseppe Cuccia, locale mecenate cui si deve anche la decorazione della cappella dell’Addolorata, dove tra l’altro è sepolto con la famiglia, della cappella del SS. Sacramento, e la costruzione della macchina lignea dell’Altare Maggiore della Chiesa di San Michele Arcangelo. Interessanti inoltre il cinquecentesco Tabernacolo vicino a Domenico Gagini, il Coro ligneo del 1601 opera di Di Maggio e Mangio e la statua del Patrono San Nicolò di Bari.

Molto vicina l'antichissima Chiesa di San Michele Arcangelo che conserva una splendida serie di affreschi della prima metà del Quattrocento, l’organo, il pulpito ed il tabernacolo lignei, opere dello scultore polizzano Pietro Bencivinni, la cinquecentesca statua di San Michele, la tela dei SS. Diecimila Martiri del palermitano Martino Russitto ed il Crocifisso ligneo del 1627 attribuito a fra’ Umile Pintorno da Petralia.

La Chiesa di Santa Maria Maggiore che domina l’abitato, nel suo prospetto, risulta interessante per la guglia del campanile ricoperta da maioliche colorate. All’interno custodisce pregevoli tele secentesche, una quattrocentesca Croce pensile bifrontale, il Crocifisso ligneo del 1625, vicino allo stile artistico di fra’ Innocenzo da Petralia.

Inoltre da non perdere sono la Chiesa della SS. Annunziata, con stucchi degli isnellesi fratelli Abbate,la tela della Natività di Giuseppe Salerno (1620), il tabernacolo marmoreo della S. Croce e l'Annunciazione marmorea di scuola gaginiana, la Chiesa di San Francesco e la Chiesa del Rosario con la quattrocentesca Pala d’Altare del fiammingo Simon de Wobreck.

Pur essendo un piccolo centro, la piccola Isnello si è sempre distinta per aver dato i natali a grandi personalità in ambito culturale, basti pensare a don Carmelo Virga, sacerdote e medico, nonché cultore di botanica e di storia patria, a don Cristoforo Grisanti, sacerdote, professore, etnologo e saggista, amico e collaboratore dei proff. Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, fondatori della Archivio storico delle tradizioni popolari di Palermo; a Vincenzo Impellitteri, sindaco di New York e presidente della Corte Suprema degli USA, allo scultore Pietro Giambelluca ancora attivo nel campo dell’arte.

Particolare risalto nella vita del paese ha avuto ed ha da sempre la musica. Non c’è infatti occasione che non sia sfruttata per far musica, specialmente da amatori.

Cortei che preparano alla Processione; il clero non vi partecipa in abito liturgico. Muovono nel pomeriggiodella festa e sono caratterizzate dallo sfilare dei vari stendardi e dalla "varicedda" (piccolo fercolo con la statua del Santo). Nelle fermate stabilite vengono cantatati gli inni propri della festa al suono della Banda Musicale. I brani, i più antichi risalenti alla seconda metà dell'Ottocento, sono particolare testimonianza della tradizione musicale e culturale del piccolo centro madonita. Tra i compositori, infatti, ritroviamo musicisti del luogo, ma anche grandi nomi dell'ambiente musicale ottocentesco. La maggior parte dei testi è invece opera di Sacerdoti del paese. la tradizione, seppur pur mutila delle parti cantate, si è mantenuta viva col passare del tempo. Da pochi anni, però, grazie all'interesse del pianista isnellese M° Antonio Sottile, docente presso il Conservatorio "V. Bellini" di Palermo, si è operata una nuova strumentazione dei brani con un riadattamento dei testi, che finalmente vengono ormai quasi tutti eseguiti dal Coro Anima Gentis fondato e diretto dallo stesso Maestro, composto da quasi un centinaio di Isnellesi.

Grande falò in Piazza Mazzini la Notte di Natale.

Il 31 dicembre, sera del passaggio dal vecchio al nuovo anno, i bambini del paese girano di porta in porta al suono di grossi "campanacci", ricevendo carammelle, dolci tipici chiamati "Corna" e... auguri per l'anno nuovo.

Il territorio di Isnello ha una superficie di 50,18 km², e si estende da 420 m slm a 1500 m. Confina con i comuni di: Cefalù, Gratteri, Collesano, Scillato, Polizzi Generosa, Petralia Sottana, Castelbuono. il Comune fa parte del Parco delle Madonie.

Produzione di olive, uva, ortaggi, (fave, piselli), frutta in genere, Artigianato locale del ricamo e del Filèt.

Da alcuni decenni, la popolazione di Isnello, diminuisce notevolmente a causa dell'emigrazione di giovani che si spostano altrove per un posto di lavoro "stabile". Circa il 60% della popolazione è ultracinquantenne, vi sono molti anziani, anche ultraottantenni. Il tasso di mortalità è elevato, (circa 30 deceduti), e quello di natalità è bassissimo (10 nati). Quindi un saldo naturale fortemente negativo. Oggi la popolazione residente, è di circa 1830 abitanti, ma effettivamente in paese ci sono circa 1000 o 1100 abitanti.

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Source : Wikipedia