Giuseppe Pisanu

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Inviato da maria 28/02/2009 @ 00:37

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Giuseppe Pisanu

Giuseppe Pisanu (Ittiri, 22 gennaio 1937) è un politico italiano, ex-ministro della Repubblica.

Inizia la sua esperienza politica nella Democrazia Cristiana locale, di cui passando attraverso l'esperienza dei giovani turchi, è dirigente provinciale di Sassari, dirigente regionale della Sardegna e capo della segreteria politica nazionale dal 1975 al 1980, con Benigno Zaccagnini.

È stato deputato per la Dc dal 1972 al 1992, sottosegretario di Stato al Tesoro dal 1980 al 1983 nei governi guidati da Arnaldo Forlani, quando è costretto a dimettersi per lo scandalo P2 (per i suoi rapporti con Flavio Carboni, con Roberto Calvi, e con il crack del Banco Ambrosiano), Giovanni Spadolini e Amintore Fanfani; sottosegretario di Stato alla Difesa dal 1986 al 1990 nei governi Dc-Psi e Pentapartito guidati da Bettino Craxi, Giovanni Goria e Ciriaco De Mita. L'11 novembre 2008 è stato eletto presidente della commissione parlamentare bicamerale antimafia.

Allo scioglimento della Democrazia Cristiana, nel 1994 decide di aderire a Forza Italia, per la cui lista è eletto deputato nel '94, '96 e 2001. Nel 1994 era vice capogruppo di Forza Italia alla Camera e nel 1996 è stato nominato capogruppo al posto di Vittorio Dotti poco tempo la testimonianza di Stefania Ariosto.

Nel 2001 è ministro senza portafoglio, ministro per la verifica del programma nel governo Berlusconi II. Il 3 luglio 2002 subentra a Claudio Scajola come Ministro dell'Interno, carica che ricopre fino al 2006 (Governi Berlusconi II e III). È autore di un decreto antiterrorismo (c. d. decreto pisanu) che vieta le connessioni anonime a Internet e impone a tutti gli ISP di conservare un log in cui riportano indirizzo IP e numero di telefono che identifica l'utente connesso.

Durante i quattro anni del suo mandato al Ministero degli Interni vengono sgominate le così dette "Nuove Brigate Rosse", autrici di numerosi delitti tra i quali l'omicidio del Professor Marco Biagi, viene arrestato il super latitante Bernardo Provenzano e, sopratutto, viene fondata la Consulta Islamica. Tale organo ha aperto formalmente una stagione di dialogo tra le istituzioni e la comunità islamica in Italia. L'esperienza fu proseguita dal suo successore, Giuliano Amato.

Il 16 maggio 2006 vengono pubblicate delle intercettazioni telefoniche con Luciano Moggi e col Presidente della Torres Calcio in cui il Ministro dell'Interno chiede aiuto per la squadra cittadina. . Il Corriere della Sera il giorno stesso presenta la notizia nella prima pagina del sito.

Nel novembre 2006 esce il film-documentario Uccidete la democrazia!, che lo ritrae come responsabile, insieme ai leader del partito Forza Italia, di presunti brogli elettorali riguardanti le elezioni politiche del 2006. Il suo terzo figlio, Gianmario, è partner della multinazionale Accenture, coinvolta nell'appalto affidato a trattativa privata a Telecom per la sperimentazione dello scrutinio elettronico in quattro regioni italiane alle elezioni politiche del 9 aprile 2006.

Nel 2008 è rieletto nelle liste del Popolo della Libertà.

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Cristianesimo democratico

Il cristianesimo democratico è un termine che, in senso lato, può riferirsi all'impegno politico democratico da parte dei cristiani e, in un senso più ristretto e di più comune uso, si riferisce ad un movimento e ad un'ideologia politica dai tratti molto variegati.

L'espressione democrazia cristiana, nata in ambiente cattolico ed europeo, con la sua diffusione mondiale ha finito per rappresentare movimenti politici con connotazioni valoriali spesso diverse. A livello internazionale negli anni settanta del Novecento è stata istituita l'Internazionale Democratico Cristiana (IDC), che, in origine, raccoglieva partiti democristiani propriamente detti. Con il tempo l'IDC ha raccolto anche partiti conservatori, liberal-conservatori e centristi, spesso privi di particolari riferimenti religiosi, tanto che agli inizi del XXI secolo è stata ribattezzata Internazionale Democratica Centrista.

Le politiche e le priorità dei partiti democristiani spesso differiscono da un Paese all'altro, ma, in ogni caso, è possibile rintracciare una serie di caratteristiche che accomunano la maggior parte di questi.

I cristiani democratici sono, in genere, conservatori sotto il profilo dei costumi e dell'etica tradizionale e, dunque, in gran parte sono contrari all'aborto e al matrimonio omosessuale, anche se in alcuni casi (le correnti democristiane dell'UDF in Francia) ne hanno spesso accettato o perfino promosso la legalizzazione, seppure con certi limiti. I partiti democristiani si ergono spesso a difensori dell'eredità cristiana, legandola all'identità e unità nazionale, anziché adottare una posizione più equidistante dalle singole fedi, come è tipico del liberalismo, della socialdemocrazia e del conservatorismo aconfessionale.

Il cristianesimo democratico considera l'economia al servizio dell'umanità, ciò non toglie che la quasi totalità dei partiti democristiani non mettano in discussione il capitalismo in sé e per sé, anche se ne possono criticare alcuni elementi, come del resto fanno anche i liberali (critici del monopolio) e, ovviamente, le sinistre più o meno radicali. In campo economico i democristiani sostengono il modello dell'economia sociale di mercato.

Negli ultimi anni molti partiti democristiani europei hanno abbracciato politiche liberiste, mentre si sono moderati sul piano culturale e morale. Emblematica è l'evoluzione dell'Unione Cristiano Democratica tedesca, che ha accentuato le spinte liberali in economia, a differenza dell'Unione Cristiano Sociale bavarese, rimasta più legata alla sua tradizione cristiano-sociale (nel senso tedesco del termine).

Non mancano correnti democristiane di sinistra, come il cristianesimo sociale, mentre le correnti che hanno assunto i caratteri di socialismo cristiano (il Movimento Socialista Cristiano, componente del Partito Laburista britannico, il Partito dei Lavoratori brasiliano, la Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, affiliata all'Internazionale Socialista) sono da ritenersi parte integrante della storia del socialismo e della socialdemocrazia, che nei Paesi protestanti, non è vista necessariamente come un movimento politico laicista. Sono, ad esempio, rilevanti i legami della SPD con la Chiesa Luterana, tanto che i membri di tale chiesa contribuirono a rifondare la SPD in Germania Est nel 1989.

Le origini di questo movimento vanno ricercate nei gruppi cattolici, di laici e di ecclesiastici, che in diversi Paesi, dalla metà dell'Ottocento, si dedicarono all’organizzazione dei ceti popolari in nome della solidarietà cristiana, spesso facendo riferimento alle esperienze corporativistiche del periodo medievale. Possono essere citate figure come monsignor von Kettler, vescovo e poi deputato, in Germania, Potter in Belgio, monsignor Manning in Gran Bretagna, Frédéric Ozanam (poi beato) e La Tour du Pin in Francia. Un primo tentativo di coordinamento sovranazionale di questo movimento, che restava molto variegato, anche perché l’impegno politico non da tutti era visto come prevalente, venne dall'Unione di Friburgo (1885), cui presero parte anche rappresentanti italiani, tra cui Giuseppe Toniolo.

A seguito dell'enciclica Rerum Novarum (1891) di papa Leone XIII, i cattolici, fino a quel momento poco coinvolti nella vita politica degli stati liberali, cominciano ad organizzarsi per contenere, da un lato, le posizioni liberali anticlericali, dall'altro, quelle socialiste e comuniste. Il mondo cattolico subito dopo la pubblicazione dell’enciclica papale, almeno fino alla prima guerra mondiale (1914-1918), si divise in due correnti: una intellettual-caritativa o paternalistica, l’altra propriamente democristiana. Mentre in Italia pesava la cosiddetta questione romana che aveva portato il papa ad impedire ai cattolici di candidarsi e votare alle elezioni politici, all'estero tale problema non si pose mai; esempio ne è proprio, in Germania, von Kettler, che oltre ad essere vescovo fu anche deputato per il Zentrum, partito cattolico, anche se non propriamente democristiano. Ben diversa l'esperienza dell' Action Française, in Francia, che, assunte posizioni scioviniste, nazionaliste e ultraconservatrici, attirò le critiche di parte della gerarchia cattolica, fino all'aperta condanna da parte del papa Pio XI. Con Papa Pio XII, l'Action Française venne rivalutata in chiave anticomunista, ma rappresentò sempre la soluzione nazional-conservatrice all'impegno dei cattolici in politica, ben distante dalle posizioni di moderazione e di internazionalismo, tipiche del pensiero democristiano.

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, in Europa il movimento democristiano comincia a diffondersi molto più rapidamente in Belgio, Francia, Olanda e Germania, prevalendo sulla componente intellettualistica. In Austria, Svizzera, Ungheria il movimento assumerà posizioni più socio-conservatrici. I cattolici cioè, pur rivendicando il loro ruolo nella vita politica statale, assunsero posizioni da conservatorismo compassionevole, attenti cioè a mantenere intatti i rapporti tra le classi sociali, ma eliminando le forme più gravi di povertà e sfruttamento sul lavoro.

Nei vari Stati europei, i democristiani hanno dato vita a partiti politici denominati in modo diverso che per tutto il XX secolo si sono collocati su posizioni moderate, tanto di centro-sinistra, quanto di centro-destra. Questo ha portato in molti Stati ad assimilare il cristianesimo democratico con il centro dello schieramento politico. In Germania, ad esempio, il primo partito cattolico prese il nome Zentrum ("centro"). In Italia, invece, dopo la DC di Romolo Murri, nacque nel 1919 il Partito Popolare Italiano, ad opera di Luigi Sturzo, sacerdote. Sturzo, pur inserendo il proprio partito nell'alveo del cristianesimo democratico, non volle, nel nome del partito, inserire il termine "cristiano", per ribadire l'aconfessionalità dello stesso.

Nel ventennio 1925-1945 i vari partiti cristiano democratici europei si trovarono a dover contrastare l'avvento in Germania e Italia delle dittature nazi-fasciste, e le occupazioni da parti delle stesse in Austria, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Cecoslovacchia, Polonia. Da qui l'impegno nelle lotte partigiane, al fianco di liberali, monarchici, socialdemocratici e comunisti, per assicurare all'Europa governi realmente democratici. La vittoria nella seconda guerra mondiale dell'alleanza anglo-americana vide l'affermarsi nelle successive consultazioni elettorali, un po' in tutta Europa, i partiti democristiani: la Democrazia Cristiana in Italia, l'Unione Democratica Cristiana (CDU) in Germania, il Movimento Repubblicano Popolare (MPR) in Francia, il Partito Popolare (OVP) in Austria, il Partito Cristiano-sociale (PSC) in Belgio.

Per gran parte del XX secolo, i partiti democristiani si sono caratterizzati per l'avversione ai regimi social-comunisti dell'Europa orientale. Da qui, le cosiddette scelte "europeista" ed "atlantica". La prima ha visto la nascita delle Comunità europee, poi Unione Europea. La seconda, si è realizzata con la NATO, patto di difesa militare con Canada e Stati Uniti d'America, in chiave anti-sovietica.

I partiti democristiani si sono, dalla seconda metà del Novecento, diffusi anche in Paesi a maggioranza protestante e ortodossa, basti pensare all’Appello Cristiano Democratico olandese, al Partito del Popolo Cristiano norvegese, al Partito Democratico Cristiano Africano sudafricano, ai democristiani bulgari e rumeni. In alcune di questi Paesi il cristianesimo democratico ha assunto connotati diversi da quello "cattolico", infatti "democristiani" è divenuto sinonimo di "conservatori". In altre, soprattutto dell'Europa orientale, la lentezza dell’affermazione di questi partiti è stata dovuta, da un lato, ai periodi di dittatura comunista, dall'altro, dall'accezione meno confessionale dei rapporti tra Stato e Chiesa.

In America Latina, il movimento democristiano è forte in Messico, Nicaragua, Costa Rica, Venezuela e Perù, dove i partiti hanno in taluni casi fatto parte di coalizioni di centro-destra e in altri di centro-sinistra. In Paesi come la Colombia, il Brasile e l'Argentina (così come in molti Paesi a maggioranza protestante, dove il panorama politico si è prima diviso tra "conservatori" e "liberali", poi tra "conservatori" e "socialdemocratici") non sono mai nati partiti democristiani di un certo rilievo e i democristiani (in prevalenza cattolici) si sono posizionati nei vari partiti esistenti a seconda se erano personalmente più di destra o di sinistra, creando correnti all'interno di questi e senza dare vita a partiti autonomi.

Oggi il movimento cristiano democratico non ha più una matrice unitaria. La caduta dei regimi comunisti o di estrema destra, l’affermazione del sistema democratico in Europa e nelle Americhe ha fatto si che i "democristiani" perdessero la loro caratteristica di diversità rispetto ai liberali (rispetto delle libertà fondamentali, prima di tutto quella religiosa, coniugandole con l’attenzione alle istanze sociali) e ai conservatori (vedere tradizione e ispirazione religiosa come motivi di progresso e non di immobilismo).

In Europa, dove spesso i democristiani hanno preso i caratteri tipici dei conservatori di fine XX secolo (tra i quali la maggiore laicità e il sostegno convinto del mercato e del liberalismo economico) e dove la collaborazione tra democristiani e conservatori si è rinsaldata nel Partito Popolare Europeo (PPE), è sempre più difficile distinguere tra "democristiani" e "conservatori". I due termini sono spesso divenuti sinonimi, in Spagna come in Germania.

Del resto lo stesso PPE è divenuto un contenitore più ampio, nel quale trovano posto i tradizionali partiti democristiani, i partiti conservatori dei Paesi scandinavi (mentre il Partito Conservatore britannico ha stretto solo un'alleanza), partiti con forti correnti liberali (come Forza Italia, il PSD portoghese, l'UMP francese e la PO polacca) o socialdemocratiche (come la stessa Forza Italia, il Fine Gael e il PD rumeno, nato come partito socialdemocratico)irlandese, partiti centristi di diversa ispirazione dell'Est europeo e perfino il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco.

In Italia, a differenza ad esempio di Francia e Belgio, il movimento democratico cristiano ebbe difficoltà ad affermarsi, a causa della questione romana, lo scontro tra Stato e Chiesa, frutto dell’annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia. Agli inizi, infatti il movimento democristiano italiano poggiò sui cosiddetti intransigenti, coloro che mal sopportavano lo stato liberale a causa del suo accesso anticlericalismo. Questa opposizione qualificò, però, i cattolici italiani sul piano sociale, spingendoli cioè, per contenere il movimento operaista e socialista, ed evidenziare le mancanze liberali in campo sociale.

Il movimento cattolico in Italia, del resto, sul finire dell’800 si strutturò nell' Opera dei congressi e comitati cattolici, che aveva tra i suoi scopi di radunare il variegato mondo cattolico italiano e sostenere l'azione popolare cristiana o democrazia cristiana. Non va, però, dimenticato che il termine "democrazia", mal si conciliava con il pensiero cattolico dei tempi. Basti pensare che lo stesso Papa Pio IX, il papa dell’unità d’Italia, aveva in qualche modo confuso democrazia e repubblica, democrazia e modernismo, democrazia e anticlericalismo. Molti cattolici appartenenti all’Opera, infatti, in questi anni, potevano dirsi, più che democristiani, clerico-moderati, poiché al di là del favore al modello monarchico, anche se non a quello sabaudo, non vedevano conciliabili il cristianesimo e la democrazia. Non va però taciuto che anche insigni esponenti liberali avevano visto la democrazia come demagogia, quindi arbitrio del popolo. Non solo: le stesse dottrine social-comuniste, pur predicando il contributo delle masse popolari alla vita dello Stato, non gradivano molto i "processi democratici", poiché tendevano a confondere borghesia e proletariato, allontanando così la tanto agognata trivoluzione.

In Italia, più che negli altri Paesi europei il mondo cattolici si divise nelle due correnti intellettual-paternalistica e democratico-cristiana. La prima, sostenuta dall'Unione Cattolica per gli Studi sociali (1984), tra i cui massimi esponenti vi era Giuseppe Toniolo, riteneva che l'impegno cattolico dovesse esprimersi soprattutto in campo sociale, moltiplicando le opere di assistenza e di carità, ed in campo culturale, per contenere la diffusione degli errori liberali e socialisti. I secondi, invece, propugnavano una scelta dalle forti connotazioni politiche, cominciando a porre le basi dell’autonomia del laicato cattolico dalla gerarchia ecclesiastica in campo politico e statale, che sarebbe stata riconosciuta dalla Chiesa solo con il Concilio Vaticano II (1962 - 1965).

Nell'Italia di fine Ottocento, la crisi economica, che si era particolarmente manifestata nel mondo agrario, aveva sconvolto l'assetto sociale nelle campagne, rendendo evidenti, agli occhi dei cattolici i limiti di uno sviluppo maturato in condizioni di liberismo economico. Alle teorie liberali più spinte, si opponeva peraltro all'estremo opposto il massimalismo della sinistra socialista. Per diversi settori del mondo cattolico si pose perciò la necessità di incanalare il voto dei contadini e, in generale, dei cattolici in un nuovo movimento di massa fondato su una cultura d'ispirazione cristiana.

Il terreno ideologico su cui il cattolicesimo poteva ricavare uno spazio sociale autonomo di ampie dimensioni si basava su due cardini: "solidarietà" e "conciliazione sociale", che erano esattamente ciò che mancava nelle ideologie liberale e socialista. Nel 1888 fu elaborato il Programma dei cattolici contro il socialismo (reso pubblico nel 1894). Tale documento proponeva un'idea di conciliazione tra le classi, sostenuta da una serie di provvedimenti capaci di mantenere in vita un tessuto di piccoli produttori indipendenti e di attenuare la durezza del capitalismo industriale con misure concrete. Proprio la piccola proprietà contadina ed i settori della classe media insidiati dalle concentrazioni industriali costituirono dunque fin dalla nascita la base sociale del filone cristiano-democratico in Italia.

Nel 1891 un autorevole appoggio alla diffusione del pensiero sociale cattolico giunse dallo stesso pontefice LEONE XIII con l'enciclica Rerum Novarum, la quale portava come sottotitolo la significativa dizione Sulla condizione degli operai. L'enciclica conteneva un esplicito incoraggiamento all'impegno sociale dei credenti e all'associazionismo operaio. Sulla base del Programma dei cattolici contro il socialismo, nel 1897 i cattolici italiani elaborarono il concetto di democrazia cristiana, intesa come "quell'ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo quest'ultimo risultato a vantaggio delle classi inferiori".

Eredi dei cattolici liberali di metà Ottocento, tra i quali è spesso annoverato lo stesso Alessandro Manzoni, i cristiano-democratici si impegnarono per ridurre il potere statale ed assicurare maggiore spazio ai cosiddetti "enti intermedi": famiglia, associazioni, enti locali. A questo si accompagnò l'impegno di chi, sensibile alle tematiche sociali, s'impegnò nella costruzione delle "Leghe bianche", associazioni di contadini, operai e artigiani con decise finalità mutualistiche e solidaristiche. Anche il rapporto con lo Stato italiano comincia a cambiare, basti pensare all’idea propugnata da don Davide Albertario, all’assemblea lombarda dell’Opera nel 1896, di preparazione nell’astensione, cioè di prepararsi a superare il non expedit, il divieto di votare e di essere eletti impartito dal papa i cattolici italiani.

Il termine democrazia cristiana compare per la prima volta a opera di Romolo Murri, sacerdote e deputato, che fondò un partito politico con tale nome, anche se lo stesso ebbe vita breve, perché visto troppo accondiscendente verso le forze socialiste. L'Opera, infatti, ben presto si divise tra giovani propriamente democristiani (Romolo Murri, Davide Albertario, Filippo Meda) e gli adulti che, sostenuti da Leone XIII, propugnavano la tesi intellettual–caritativa. Toniolo cercò di mediare tra le due parti, ma non vi riuscì, al punto che la Santa Sede decise, nel 1904, lo scioglimento dell’Opera, preoccupata che attraverso di essa anche la nascente Azione Cattolica si spostasse su posizioni democristiane.

In Italia il cristianesimo democratico venne agli inizi del nuovo secolo declinato nell’accezione "popolare". Il popolarismo è una dottrina politica enunciata da don Luigi Sturzo come un'alternativa tra il socialismo e il liberalismo e, successivamente, in aperta opposizione al fascismo. Ebbe un accento fortemente democratico e liberale. I "Popolari" erano favorevoli al libero mercato, anti-burocratici ed anti-statalisti, ma molto attenti alle questioni sociali e sensibili alle tematiche etiche care al mondo cattolico.

Il popolarismo fu l'ideologia alla base del Partito Popolare Italiano nel 1919 e, dopo la Seconda guerra mondiale, contribuì alla fondazione della Democrazia Cristiana e alla diffusione del cristianesimo democratico. A questa ideologia si ispirano, ancora oggi, partiti appartenenti al Partito Popolare Europeo (PPE) ed al Partito Democratico Europeo (PDE).

Va sottolineato come negli altri Paesi europei l'espressione "popolarismo" non trova radici nel pensiero sturziano e ha quindi un diverso significato. In Spagna, ad esempio, il Partido Popular è un partito democristiano, ma di origine nazional-conservatrice e si colloca nel centro-destra dello schieramento politico. In Portogallo il Partido Popular è un partito di destra, comparabile ad Alleanza Nazionale. Più simile all'accezione italiana è quella del Partito del Popolo Austriaco (OVP), anche se quest'ultimo è sì un partito moderato, legato al mondo rurale, ma più conservatore del PPI sturziano.

Dal 1942 al 1993, il cristianesimo democratico, in Italia, è coinciso con il pensiero e l’operato del maggiore partito politico nazionale: la Democrazia Cristiana (DC). La peculiarità, però, della situazione italiana rese la DC un partito non di soli "democristiani", tanto che si può affermare esservi una differenza tra i "democristiani" come appartenenti ad un partito ed i "democristiani" come appartenenti ad una cultura politica, il che è foriero di confusioni.

L'Italia, infatti, almeno fino ai primi anni Ottanta, si trovò ad avere all’interno del proprio panorama politico il più grande partito comunista del mondo occidentale, il Partito Comunista Italiano (PCI). La difficoltà, inoltre, del Partito Socialista Italiano (PSI), almeno fino ai primi anni settanta, di marcare un'effettiva lontananza dal pensiero marxista e dal PCI rese difficile la creazione di quell’alternanza al governo del Paese che avrebbe spinto molti cattolici, come negli altri Paesi europei, a scegliere tra un partito di centro-destra ed uno socialdemocratico. Il serio rischio che i Comunisti giungessero al governo, anche se in un’alleanza con i Socialisti ed i Socialdemocratici, rese nei fatti ingessata la politica italiana fin dalla nascita della Repubblica.

La DC, infatti, raccolse tutti gli anti-comunisti italiani, molti dei quali (i moderato-conservatori) non erano portatori dei valori "democristiani". Non mancò, del resto, nella DC anche una componente di sinistra molto forte, i cui esponenti spesso guidarono il partito. Tale componente, spesso influenzata dalle forti lotte sindacali degli anni Sessanta e Settanta, assunse atteggiamenti poco affini alle posizione "liberali", almeno in campo economico, proprie del pensiero cristiano-democratico. Questa "anomalia italiana", questo "grande centro onnicomprensivo", anche se unito dalla comune ispirazione religiosa e dalla fede democratica, verrà meno solo negli anni Novanta, quando la fine dei regimi comunisti dell’Est europeo, il venir meno del PCI e Tangentopoli non resero più necessario un partito centrista che rappresentasse l'unità politica dei cattolici e intorno a cui gravitasse la vita politica del Paese.

Dopo la fine della Democrazia Cristiana (DC), i democristiani italiani si divisero in vari partiti politici. Il Partito Popolare Italiano (PPI), erede diretto della DC, sotto la guida di Mino Martinazzoli, cercò di mantenere viva la tradizione centrista dello "scudo crociato", escludendo alleanze sia con il centro-destra (Polo delle Libertà e Polo del Buon Governo) che con la sinistra (Alleanza dei Progressisti). Il Centro Cristiano Democratico (CCD) di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, invece, pur confermando la scelta centrista, si alleò con Forza Italia (FI) nei Poli di centro-destra.

Il PPI nel 1995 si spaccò sulla proposta di aderire al Polo delle Libertà. Il nuovo segretario Rocco Buttiglione, che aveva proposto tale alleanza, diede vita, insieme a Roberto Formigoni, i Cristiani Democratici Uniti (CDU), che scelsero il centro-destra e portarono in dote lo "scudo crociato". Molti esponenti moderati, liberali e conservatori della DC avevano, nel frattempo, aderito a Forza Italia (es.: Giuseppe Pisanu e Enrico La Loggia) o ad Alleanza Nazionale (AN) (es.: Publio Fiori e Gustavo Selva), mentre una esigua parte della sinistra DC scelse il movimento dei Cristiano Sociali (confluiti assieme al PDS nei Democratici di Sinistra, DS, nel 1998) o La Rete di Leoluca Orlando, piccoli movimenti alleati con la sinistra già nelle elezioni politiche del 1994. Gli esponenti del PPI che si erano opposti all'ingresso nel Polo delle Libertà diedere vita, sotto la guida di Gerardo Bianco, a i Popolari, che poi mantennero il nome di "Partito Popolare Italiano" e che aderirono alla nascente alleanza di centro-sinistra, L'Ulivo, insieme agli eredi del PCI, il Partito Democratico della Sinistra (PDS).

Nel 1998 alcuni esponenti del CCD, guidati da Mastella, e di Forza Italia, guidati dal liberale Carlo Scognamiglio, e con la partecipazione di Francesco Cossiga, fondarono l'Unione Democratica per la Repubblica (UDR), poi trasformatasi in Unione Democratici per l'Europa (UDEUR). All'UDR, che entrò a far parte del Governo D'Alema I, aderì inizialmente anche il CDU di Buttiglione, provocando la scissione di quella parte del partito, guidata da Formigoni, che voleva rimanere fedele al centro-destra. Nel 1999 il CDU, decimato dalle scissioni, riprese la sua autonomia e ritornò nell'alveo del centro-destra, legandosi a filo stretto con il CCD. Sempre nel 2001 un gruppo di dissidenti del PPI, guidato da Sergio D'Antoni, Giulio Andreotti ed Emilio Colombo, fondò Democrazia Europea (DE), partito di centro al di fuori dei due poli. I seguaci di Formigoni insieme ad altri ex-DC sono andati infine ad ingrossare le file democristiane di Forza Italia, entrata a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) nel 1999.

Nel 2002 nacquero Democrazia è Libertà - La Margherita (DL) e l'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC).

La prima, nata dalla fusione di PPI, I Democratici e Rinnovamento Italiano, ha significato l'unione di ciò che rimaneva della sinistra DC con componenti di diversa estrazione politica. Questo nuovo partito, sebbene sia visto comunemente come uno dei successori della vecchia DC, rappresenta in realtà un progetto nuovo, speculare a quello di Forza Italia (nata con l'obiettivo di unire cattolici e laici di centro-destra), volto alla costruzione di una forza centrista e riformista all'interno della coalizione del centro-sinistra italiano. Sotto la guida di Francesco Rutelli, che pure rivendica la matrice cattolica come uno dei filoni culturali della sua creatura politica, DL ha riferimenti europei molto eterogenei, dal pensiero cristiano-sociale al mondo laico-riformista (liberalismo sociale e socialdemocrazia). A dimostrazione di quanto DL si sia trattata di un'esperienza nuova, va citata la decisione di non aderire al PPE in Europa ma piuttosto di fondare il Partito Democratico Europeo (PDE), nonché il progetto di dare vita a un Partito Democratico (PD) in Italia, sulla scia del Partito Democratico degli Stati Uniti, insieme ai Democratici di Sinistra (DS), eredi della tradizione del Partito Comunista Italiano (PCI).

L'UDC è invece nata dall'unione di CCD, CDU e DE, e guidata da Marco Follini prima e da Lorenzo Cesa poi, e si tratta di un partito neo-democristiano da tutti i punti di vista, rifacendosi sia all'esperienza italiana della DC sia al popolarismo europeo, secondo il modello dell'Unione Cristiano Democratica tedesca. Il nuovo partito ha come simbolo lo "scudo crociato" della DC, portato in dote dal CDU. Nonostante sia stata membro della Casa delle Libertà fin dalla sua fondazione, l'UDC si è caratterizzato come l'alleato più critico all'interno di tale alleanza e si è via via distanziata dalla leadership di Silvio Berlusconi. Sebbene sulle questioni etico-morali ed economico-sociali l'UDC mantenga una linea piuttosto conservatrice, tale partito si presenta come l'apostolo del centrismo in Italia e spesso non nasconde le sintonie con molti esponenti centristi del PD, spesso sulla base delle comuni radici nella Democrazia Cristiana. L'UDC ha dato corso a questa sua "vocazione centrista", allontanandosi dall'alleanza di centro-destra per presentarsi in modo autonomo alle elezioni politiche del 2008.

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Il broglio

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Il broglio (Aliberti editore, 2006, ISBN 88-7424-171-2 ) è un romanzo simultaneo, scritto da un autore che rimane nell'anonimato, facendosi chiamare con lo pseudonimo di Agente Italiano.

Nel romanzo si presenta l'ipotesi che le elezioni politiche italiane del 2006 siano state falsate da dei brogli, commessi dal Presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi.

I contenuti del libro hanno ispirato la trama del film-documentario Uccidete la democrazia! (2006) dei giornalisti Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani.

Durante lo svolgimento delle elezioni politiche italiane del 2006 un giornalista riceve da un investigatore delle anticipazioni sul fatto che ci saranno dei brogli durante lo scrutinio del lunedì, brogli perpetrati dal centro - destra. All'inizio non sembra dar troppo peso alla segnalazione, ma poi nota l'anomalo andamento dello spoglio, durante il quale il centro-sinistra, a mano a mano che arrivano i dati dai seggi, perde sempre più il grande vantaggio che aveva all'inizio. Altri elementi sospetti sono la strana visita del Ministro degli Interni Giuseppe Pisanu a casa del Presidente del Consiglio la notte delle elezioni durante lo scrutinio, i dubbi che sollevava lo scrutinio elettronico (effettuato in quattro regioni, proprio quelle in cui il risultato elettorale si sapeva più in bilico), e il numero di schede bianche, dimezzate rispetto alle politiche di 5 anni prima. Troppe cose sembrano non tornare e così inizia una indagine personale per tentare di scoprire se il broglio c'è veramente stato e come possa essere stato perpetrato.

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Provenienza dei politici appartenenti a Forza Italia

Forza Italia nasce come partito che intende unire cattolici e laici, siano questi di estrazione liberale o socialdemocratica. Il melting pot costituito dai suoi membri rappresenta bene come esponenti di varie culture politiche e di diversa provenienza partitica si siano uniti in un'unica appartenenza politica, dal 1999 ricondotta al Partito Popolare Europeo, che esso stesso ha subito un'evoluzione dall'originaria connotazione cristiano-democratica all'attuale mix di valori cristiani, liberali e conservatori.

Questo è un elenco di politici membri di FI appartenuti o vicini (anche solo come elettori), in precedenza (cioè prima della fine della Prima Repubblica, nel triennio 1992-94), ad altri schieramenti politici (ordinati in funzione della loro precedente appartenenza). È una lista di deputati, senatori, euro-parlamentari, ministri, sottosegretari, presidenti di Regione e di provincia, consiglieri e assessori regionali di primo piano, sindaci di grandi città, nonché importanti membri degli organi dirigenti del partito, Consiglio Nazionale e Comitato di Presidenza in primis.

Tale lista si riferisce alla composizione di FI a inizio febbraio 2008, cioè immediatamente prima della decisione di formare una lista unitaria con Alleanza Nazionale per le elezioni politiche italiane del 2008.

Come si può notare, in nessuna delle precedenti sezioni è incluso il nome di Silvio Berlusconi. Infatti è difficile inquadrare il leader di FI in una di queste categorie, nonostante si sappia quasi tutto di lui, perché fino al 1993-94 non si era mai interessato intensamente di politica. Ciò che si può ricordare è che, durante la campagna per le elezioni politiche del 1948, un giovanissimo Berlusconi attaccava manifesti per la DC. Negli anni Settanta e Ottanta si avvicinò al PLI, il partito più vicino alle sue idee politiche, e infine al PSI, a quest'ultimo partito più che altro per l'amicizia che lo legava a Bettino Craxi.

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Federazione Universitaria Cattolica Italiana

Giovanni Battista Montini (papa Paolo VI)

La Federazione Universitaria Cattolica Italiana, nota soprattutto con l'acronimo FUCI, è una federazione di gruppi di studenti universitari cattolici. È stata uno dei capisaldi della formazione degli intellettuali cattolici italiani del Novecento ed ancora oggi è attiva nell'alta formazione alla politica ed alla responsabilità civile ed ecclesiale delle coscienze degli studenti universitari.

La FUCI nacque nel 1896, sull'onda di una nuova enfasi alla partecipazione sociale dei cattolici alla società civile ed alla politica, che culminerà con la fine del "non expedit" di lì a pochi anni.

Alla fine dell’Ottocento i pochi circoli universitari cattolici esistenti vivevano con difficoltà la propria esperienza negli atenei italiani. Da più parti si avvertiva la necessità di una opposizione tenace al laicismo, all’anticlericalismo imperante e al positivismo che impregnavano la vita delle università e l’orientamento della quasi totalità degli studi accademici. Urgeva costituire una presenza giovane e nuova, culturalmente impegnata ed in grado di conciliare la fede e lo studio all’interno del laicato cattolico, intransigente ed immobile in un tempo tormentato.

Già il “circolo di san Sebastiano”, fondato a Roma da Romolo Murri nel 1889, aveva sperimentato un possibile coordinamento delle associazioni cattoliche nelle diverse sedi universitarie con la pubblicazione del periodico La Vita Nova, rivista di cultura universitaria e studi sociali. Fu proprio sulle pagine di tale rivista che venne formulata l’ipotesi di un congresso universitario cattolico, idea accolta dalla gerarchia ecclesiastica con vivi entusiasmi mescolati a profondi malumori. “Ricostruire le scienze e la vita sociale, rifare la città umana, ma dietro le norme della fede ispiratrice e con i vincoli della operosa carità cristiana”: questo doveva essere il cuore del programma della costituenda “Federazione cattolica universitaria”.

Durante il XIV congresso cattolico di Fiesole nel 1896 venne fondata ufficialmente la “Federazione universitaria cattolica italiana”, FUCI, che subito assumeva La Vita Nova a suo organo di stampa e veniva inglobata, non senza difficoltà, alla vecchia e potente organizzazione dei laici cattolici, l’Opera dei Congressi. In poco tempo nacquero circoli aderenti alla Federazione nei più importanti atenei d’Italia.

I primi anni di vita della FUCI furono segnati da un latente contrasto tra quanti auspicavano un più incisivo intervento nella realtà culturale, civile, sociale e politica italiana ed un impegno esclusivamente religioso. Dal 1906 iniziò la pubblicazione della nuova rivista Studium destinata ad interpretare, con sensibilità e coerenza, le correnti intellettuali e culturali del movimento cattolico italiano e ad alimentare per decenni il dibattito in seno alla cultura cattolica.

Ben presto la federazione assunse una posizione di netta autonomia rispetto al resto del movimento cattolico, pur mantenendo una assoluta fedeltà alla Chiesa anche grazie presenza degli assistenti ecclesiastici, il primo dei quali fu Gian Domenico Pini (dal 1907 al 1923). Fu anzitutto lui, ad esempio, ad evitare lo scioglimento della Federazione nel 1911 quando le frange più progressiste si spinsero a decantare con patriottismo i valori del risorgimento e della patria in un tempo in cui il Papa era ancora “prigioniero in Vaticano”. Il nazionalismo poi, nonostante il vivo dibattito nei congressi alla vigilia della Grande Guerra sulla sua inconciliabilità con i valori cristiani, contagiò in parte anche la FUCI, coinvolta nella disputa tra neutralisti ed interventisti.

La FUCI visse il travagliato primo dopoguerra con viva attenzione ai problemi sociali e alla realtà del mondo universitario, ma sul piano politico, nonostante un tiepido avvicinamento all’esperienza del Partito Popolare di Luigi Sturzo, manifestò estrema prudenza e distanza dalla vicende che stavano portando alla fine dello stato liberale e all’avvento del fascismo. Eppure proprio questa posizione defilata permise alla Federazione non solo di continuare a far sentire la sua presenza nella vita universitaria e culturale, ma anche di rappresentare ben presto l’unica alternativa rimasta ai Gruppi universitari fascisti (GUF).

Con la nomina nel 1925 di Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, ad assistente ecclesiastico e di Igino Righetti come presidente, cominciava il periodo più alto e luminoso della storia della Federazione. Furono loro ad indirizzare un infaticabile lavoro di approfondimento teologico e culturale su argomenti filosofici alla luce del pensiero cattolico europeo e del personalismo, artistici, letterari, storici, religiosi e di preparazione professionale, cercando di evitare qualsiasi contaminazione con il fascismo. Furono loro a guidare una FUCI perplessa e disorientata dalla stipula dei Patti Lateranensi del 1929 che soltanto in apparenza e nella propaganda garantivano un clima accogliente e disponibile nei confronti della Chiesa e della religione in Italia. In realtà lo scontro diretto non tardò ad arrivare tra i fucini e gli universitari fascisti e la FUCI fu ben presto presa di mira dalla repressione del regime. Al Congresso di Macerata volarono pugni e manganellate. La sede della Federazione, in piazza Sant’Agostino a Roma, venne sequestrata e sigillata. Numerosi circoli vennero devastati. La rivista Azione Fucina, che aveva preso il posto di Studium nel 1928, fu sospesa.

Nel 1931 la FUCI veniva ridotta ad associazione diocesana sotto controllo dei vescovi senza interrompere il suo intenso cammino di riflessione, anche grazie alla presenza di don Franco Costa e don Emilio Guano, che seppero sostituire l’indimenticabile amicizia e sapienza di Montini.

Il sangue di molti fucini venne sparso al fronte nella seconda guerra mondiale e nel tragico periodo della Resistenza che lo stesso don Costa sostenne con circolari clandestine di vicinanza e preghiera agli universitari cattolici partecipi alla lotta di liberazione nazionale. La FUCI più che altre associazioni seppe inoltre scorgere ed indicare nella immane tragedia di quegli anni i segni di un avvenire possibile e rinnovato dove il messaggio del Vangelo e l’impegno serio e concreto di tradurlo nella storia contemporanea da parte dei cattolici avrebbero avuto un ruolo fondamentale.

Così avvenne una volta riattivata la vita politica democratica del paese: non soltanto la classe dirigente della Democrazia Cristiana fu formata ed animata da gran parte dei giovani quadri che avevano avuto la loro formazione ed erano stati responsabili nella FUCI (si pensi, tra gli altri, ai presidenti nazionali dei primi anni quaranta Aldo Moro e Giulio Andreotti), ma ben trentacinque parlamentari provenienti dalla FUCI seppero dare un rigoroso e straordinario contributo ai lavori dell’Assemblea Costituente nella scrittura della Carta costituzionale.

In quegli anni cruciali per il Paese, la FUCI tenne fede al proprio stile coniugando la vocazione intellettuale e spirituale con l’interesse per la politica, tessendo trame di amicizia con figure come Giuseppe Dossetti e Giuseppe Lazzati. È negli anni cinquanta che si consolida la scelta del primato della fede e della formazione di una solida ed esigente vita spirituale ed insieme della mediazione culturale capace di sostenere il dialogo nella vita degli universitari aldilà delle differenti appartenenze ideologiche. Sono anche gli anni in cui la FUCI dimostra, nella sua riflessione ecclesiologica, liturgica e teologica di cogliere in profondità molti dei fermenti che il Concilio Vaticano II saprà sviluppare.

Sul fronte dell’impegno nella rappresentanza e nella politica universitaria la FUCI fu particolarmente attiva nello sperimentare un coordinamento delle associazioni cattoliche, la cosiddetta “Intesa Universitaria” e una forte presenza nell'organismo rappresentativo nazionale Unuri e sarà proprio in questo frangente che inciderà lo shock profondo della contestazione globale del Sessantotto. In quel periodo turbolento che sembrò cambiare il volto della società e delle università ed in cui tutto pareva crollare insieme ai valori tradizionali, la vita, l’orientamento e l’identità stessa della Federazione vennero profondamente scosse.

All'interno dei gruppi FUCI di Milano (dai quali provengono, tra gli altri il ministro Bassanini, il presidente della Corte Costituzionale Onida e molti politici ed imprenditori di rilevante peso nell'immediata contemporaneità) si visse la scissione più grave all'interno del corpo di Azione Cattolica, quella da cui nacque Comunione e Liberazione nel 1969.

Sarà grazie alle grandi figure di Vittorio Bachelet e di mons. Franco Costa che la FUCI seppe riprendersi ed incanalare la sua riflessione nel più grande alveo della scelta religiosa postconciliare.

Attenzione costante ai problemi dell’università, fedeltà e radicamento nella chiesa locale, impegno culturale come strumento di presenza per incidere nella realtà sociale contemporanea, mai rifiutata ma compresa ed amata in tutta la sua complessità e nelle sue contraddizioni: questi i punti fondamentali con cui la FUCI ha saputo vivere il periodo di vorticoso cambiamento della realtà giovanile e del costume del post sessantotto.

La FUCI fu protagonista della gestione del cambiamento dell'università dell'era pre-Berlinguer. All'impegno nell'università si affiancò una critica sempre più marcata dell'unità dei cattolici in politica, che portò alcuni politici, che in gioventù avevano avuto ruoli di responsabilità all'interno della Federazione, a dare vita nel 1993 con Ermanno Gorrieri alla compagine dei Cristiano Sociali, cofondatori nel 1998 dei DS e infine confluiti nel Partito Democratico. Tali scelte, in sintonia con altri esponenti del cattolicesimo democratico tra cui lo storico Pietro Scoppola, furono ispirate a quelle di molti esponenti dei movimenti europei ed internazionali federati con la FUCI nel movimento internazionale degli universitari cattolici Pax Romana-Miec che già operavano in sistemi bipolari e con partiti misti di laici e cattolici nel centrosinistra europeo. Da segnalare che da tali movimenti provenivano , tra gli altri, l'ex presidente della Commissione Europea ed esponente socialista francese Jacques Delors, due Primi Ministri del Portogallo, Maria de Lourdes Pintasilgo (in carica dal 1979 al 1980, scomparsa nel 2004), António Guterres (in carica dal 1995 al 2002), il costituzionalista spagnolo e coautore della Costituzione del 1978 per il Psoe Gregorio Peces Barba Martinez, l'ex deputato socialista catalano Josep Maria Carbonell, attuale presidente dell'autorità garante delle comunicazioni in Catalogna, il teologo e coordinatore dei Cristiani nel Psoe Carlos Garcia De Andoin.

Esaurito il periodo del centrosinistra e della fase più attiva della Democrazia Cristiana, la FUCI ha maturato e proposto l’esigenza sempre più stringente di riforma delle istituzioni del paese in grado di far fronte alla sempre più ampia e pericolosa frattura fra politica e società civile. Quest'alta ed elaborata riflessione è confluita nel grande contributo che la FUCI, dopo il congresso di Bari del 1989 ha saputo dare, anche a mezzo della promozione del referendum del 1993, per la riforma della legge elettorale in senso maggioritario, che garantisse stabilità di governo in un equilibrio bipolare alla mutata situazione politica.

La FUCI rimane tuttora, pur con i suoi piccoli numeri rispetto ad altri movimenti ecclesiali, una realtà vivace che nella Chiesa continua la sua missione intellettuale; gode dell'attenzione del mondo accademico ed ecclesiale, essendogli riconosciuta un ruolo rilevante nella formazione della vita spirituale dello studente universitario e nell'analisi dei complessi problemi ed i processi che vive, specialmente dopo la riforma, il mondo dell'università italiana.

La FUCI andò elaborando nel primo decennio del Novecento un'identità ed una visione della realtà all'interno della Chiesa ritenuta progressista e troppo aperta. Quest'atteggiamento valse l'accusa di modernismo a molti dei suoi aderenti. Nel corso della sua storia poi è stata alternativamente tacciata di politicizzare i propri aderenti, di propugnare una esagerata democratizzazione degli organi dell'università e di farsi promotrice di iniziative controproducenti (come l'appoggio alla campagna per il sistema elettorale maggioritario negli anni novanta).

Alla FUCI aderiscono gruppi di studenti universitari in pressoché tutti i più rilevanti atenei italiani, nonché in molti atenei minori ed in città senza sede universitaria. I gruppi, autonomi nella scelta del percorso (diviso in universitario, culturale e teologico-formativo) da proporre, si suddividono in gruppi riconosciuti, dotati cioè di diritto di voto in assemblea federale, e gruppi in formazione, che svolgono almeno un anno di formazione dopo essere stati riconosciuti dall'assemblea regionale FUCI della loro regione ecclesiastica, per essere poi ammessi con diritto di voto in Assemblea Federale tramite delibera del Consiglio Centrale.

La FUCI è tuttora legata alla consuetudine delle settimane teologiche di Camaldoli, che, insieme al congresso/convegno in primavera e la scuola di formazione in autunno, sono uno degli appuntamenti nazionali fissi nel calendario della Federazione. Le settimane teologiche furono introdotte per i laureati cattolici da Giovanni Battista Montini nel 1936. La comunità monastica di Camaldoli vive nell'antico monastero benedettino sull'appennino del Casentino e nello scorso secolo ha offerto un contributo di fede e di spiritualità alla comunità ecclesiale con il pensiero e l'opera del priore P. Benedetto Calati, alfiere della modernità nella Chiesa cattolica.

Elenco dei temi delle settimane teologiche di Camaldoli degli ultimi anni.

Luigi Accattoli, Giorgio Armillei, Teresa Bartolomei, Franco Bassanini, Giovanni Benzoni, Angelo Bertani, Giovanni Bianco, Alberto Bobbio, Vittore Branca, Stefano Brogi, Giorgio Campanini, Sandro Campanini, Vincenzo Cappelletti, Francesco Paolo Casavola, Stefano Ceccanti, Gaetano Crociata, Giuseppe Croce, Marco Demarie, Luca Diotallevi, Leopoldo Elia, Francesco Luigi Ferrari, Piergiorgio Frassati, Paolo Giuntella, Giovanni Guzzetta, Marco Ivaldo, Sandro Magister, Anna Mantovani, Alberto Marvelli, Carlo Alfredo Moro, Isabella Nespoli, Fabrizio Onida, Valerio Onida, Sergio Paronetto, Patrizia Pastore ,Enrico Peyretti, Romolo Pietrobelli, Emanuele Ranci, Pippo Ranci, Maria Rita Rendeù, Igino Righetti, Marco Rizzi, Luca Rolandi, Gianluca Salvatori, Salvatore Vassallo.

La Fondazione Fuci nasce nel 1995 nell’imminenza del Centenario della Federazione, promossa dalla presidenza nazionale della FUCI, con lo scopo di “essere strumento privilegiato per la realizzazione delle finalità culturali, formative ed apostoliche della Fuci” (art. 2 dello Statuto).

Attualmente l’impegno della Fondazione si concretizza principalmente nel sostegno alle attività della FUCI e nella conservazione e cura dell'archivio storico. La fondazione inoltre si propone di promuovere e sostenere attività di studio e ricerca, di erogare assegni di premio, borse di studio e di ricerca, di organizzare convegni ed altre attività di carattere culturale. Infine, la Fondazione vuole proporsi come punto di riferimento fra il passato e il presente della FUCI.

L’organo principale della fondazione, il consiglio di amministrazione, è composto da 13 membri, così designati: 4 membri di diritto (i due presidenti e il tesoriere della FUCI con il presidente dell’Azione Cattolica Italiana), 4 membri designati dalla presidenza nazionale della FUCI, 4 membri designati dal consiglio centrale della FUCI su proposta della presidenza nazionale e da 1 membro designato dalla presidenza nazionale del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC).

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Giovani turchi

Francesco Cossiga, capofila dei Giovani turchi

Il soprannome di Giovani turchi venne coniato dalla giornalista Egle Monti per descrivere l'impresa dei giovani politici sardi che il 19 marzo 1956 vinsero inaspettatamente le elezioni per il direttivo provinciale sassarese della Democrazia Cristiana. I principali esponenti di questo rinnovamento, capeggiato da Francesco Cossiga, furono Antonio Giagu De Martini, Pietro Soddu, Paolo Dettori, Michele Corda, Pietro Pala, Angelo Solinas, Piero Are, Mario Derola e Giuseppe Pisanu; tutti diverranno politici di primo piano a livello regionale e nazionale.

Al tempo era saldamente a capo della Democrazia Cristiana locale Antonio Campus detto Nino, uomo fedele e cugino di Antonio Segni; Campus sarà estromesso dalla qui descritta rivoluzione bianca, che emarginò la generazione dei "reduci", e mai più ricandidato per le cariche avute in passato.

Sul piano politico i riferimenti privilegiati furono Fanfani e la sinistra sociale di Dossetti e Lazzati, facendosi proponenti di una «linea politica rinnovata, piu` sensibile ai problemi che la ricostruzione e le trasformazioni sociali avevano posto»; all'estero guardavano al cattolicesimo moderato francese ed al New Deal di Roosevelt. Nel 1955 Giagu aveva fondato la rivista "Cronache dalla Sardegna" in cui «esprimere le motivazioni della prossima rivoluzione».

Sicuro del proprio potere, Campus aveva presentato due liste per le elezioni provinciali, in modo da assicurarsi anche la minoranza interna. Nonostante l'impegno capillare dei giovani dell'opposizione, sezione per sezione, in ogni paese della provincia, tutto faceva propendere per la rassegnazione, e Cossiga tornò a casa prima della fine dello spoglio dei voti; a scruinio ultimato lo raggiunse Giagu per comunicargli «Cappotto!» contro la dirigenza. Cossiga divenne segretario provinciale dello scudo crociato, a capo di giovani nati tutti fra il '25 ed il '30, che poterono subito esprimere nella Giunta Regionale Dettori come Assessore al Lavoro ed alla Pubblica Istruzione. A livello regionale si saldo l'alleanza col gruppo dei “Giamburrasca” di Gianuario Carta, Gianoglio, Floris e Angelo Rojch a Nuoro, e col gruppo cagliaritano legato ad Efisio Corrias, seppure in posizioni secondarie rispetto all'egemonia sassarese. Il successo dei ‘‘Giovani turchi’’ si manifestò in una serie di profondi mutamenti nella politica regionale con l'obiettivo di uno sviluppo economico accelerato, con le iniziative dell’apertura a sinistra, del Piano di Rinascita e dell’industrializzazione dell'isola. L'unità d'intenti resse fino al 1969, quando terminò l'unità politica nel partito e nello stesso gruppo sassarese, con Cossiga e Giagu vicini alla "Sinistra di base", mentre Dettori e Soddu ai morotei; le divisioni coincisero anche con le nuove esperienze d'impegno politico a livello nazionale, molto più conosciute.

A titolo di esempio, durante la discesa dei candelieri è abitudine secolare che il Sindaco di Sassari si sottoponga per tutta la durata del corteo all'approvazione popolare, senza potersi o volersi esimere qualunque sia l'accoglienza ricevuta.

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Source : Wikipedia