Giuliano Ferrara

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Inviato da maria 11/04/2009 @ 01:07

Tags : giuliano ferrara, giornalisti, giornalismo, società

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Giuliano Ferrara

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Giuliano Ferrara (Roma, 7 gennaio 1952) è un giornalista e politico italiano. Dopo esperienze politiche nel PCI e nel PSI, è attualmente uno degli intellettuali di riferimento del movimento teocon italiano, sostenitore del centro-destra.

Figlio del senatore comunista Maurizio Ferrara (per molto tempo segretario particolare di Palmiro Togliatti e poi direttore de l'Unità), si avvicinò alla politica da contestatore "sessantottino" (partecipò infatti agli scontri di Valle Giulia, primo atto della contestazione studentesca italiana).

In questo periodo ebbe anche un'esperienza nel mondo dello spettacolo, come corista nella prima opera rock realizzata in Italia, Then An Alley di Tito Schipa Junior (su musiche di Bob Dylan).

Nel 1973 diventò "responsabile fabbriche" del Partito Comunista Italiano a Torino, e scrisse sul quindicinale Nuova società. In seguito diventò capogruppo del partito sempre a Torino, a fianco di Piero Fassino.

Nel 1983 abbandonò il PCI per protesta contro la decisione del partito di non dedicare un concerto alle vittime del massacro di Sabra e Shatila. Iniziò a lavorare a L'espresso, occupandosi, spesso in modo critico, del suo ex-partito. Si avvicina in questo periodo alle posizioni dell'allora Presidente del Consiglio e segretario del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi.

Nel corso degli anni Ottanta iniziò a lavorare per il Corriere della Sera, firmando gli articoli con lo pseudonimo "Piero Dall'Ora" e creando la rubrica "Bretelle rosse". Contemporaneamente, su indicazione di Craxi e Claudio Martelli, entrò nella redazione di Reporter, giornale d'inchiesta di area socialista diretto dai due ex-leader di Lotta Continua, Adriano Sofri e Enrico Deaglio.

Ferrara ha dichiarato di essere stato, in questo periodo, confidente retribuito della CIA. È stato avanzato il dubbio sulla veridicità di questa dichiarazione, che taluni sostengono sia stata rilasciata dal giornalista per attrarre attenzione su di sé. Tali sue affermazioni risalgono al 2003 : in quell'anno è stata tentata un'azione disciplinare nei suoi confronti per determinare se l’attività di spia sia deontologicamente compatibile con l’appartenenza all'Ordine dei Giornalisti. Il Consiglio dell'Ordine non ha preso provvedimenti sul caso perché "al momento della rivelazione erano ampiamente decorsi i cinque anni oltre i quali, in base alla legge professionale n. 69/1963, interviene la prescrizione per un fatto suscettibile di sanzione disciplinare. Per di più nel 1985/86, Ferrara non era giornalista professionista" .

Iniziò a condurre su Rai Tre Linea rovente e poi su Rai Due Il testimone. In seguito si trasferì alla Fininvest, dove condusse su Canale 5 Radio Londra (passato poi su Italia 1), L'istruttoria e Il gatto, da cui, dopo lo scoppio dello scandalo politico-giudiziario Tangentopoli, esprimerà le sue posizioni critiche nei confronti delle inchieste delle Procure. Nel 1992 con la moglie Anselma Dell'Olio ideò la trasmissione "Lezioni d'amore", incentrata sul sesso e ispirata idealmente al film Comizi d'amore di Pier Paolo Pasolini. Dopo alcune puntate il programma venne interrotto, pare per pressione di alcuni deputati democristiani su Silvio Berlusconi.

In occasione delle Elezioni europee del 1989, venne eletto europarlamentare del PSI.

Con l'ascesa di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, Ferrara decise di lasciare, assieme a molti compagni di partito, un PSI ormai in disfacimento. Divenne Ministro per i rapporti con il Parlamento del primo governo Berlusconi.

Nel gennaio del 1996 fondò il quotidiano Il Foglio (edito dall'omonima cooperativa editoriale della quale fa parte Veronica Lario, seconda moglie di Berlusconi) di cui è ancora oggi direttore.

Scherzando sul fatto che la proprietà del giornale viene sempre attribuita alla moglie di Berlusconi, Ferrara una volta si definì sarcasticamente un berlusconiano «tendenza Veronica» per andare contro «questo malvezzo sciocco usato per degradare il Foglio».

Su questo giornale esprime posizioni definite neoconservatrici. È un sostenitore del centro-destra, e poi del secondo e terzo governo Berlusconi, anche se in maniera talvolta critica. Nello stesso giornale si batte anche a più riprese per la concessione della grazia ad Adriano Sofri.

Nel 1996, pur senza lasciare la direzione del Foglio, fu per alcuni mesi direttore del settimanale Panorama.

Candidato per Forza Italia e la Casa delle Libertà alle elezioni politiche suppletive (per il posto vacante del collegio elettorale del Mugello, in Toscana) per il Senato del 9 novembre 1997, venne sconfitto dall'ex-pm simbolo di Mani Pulite, Antonio Di Pietro, candidato dell'Ulivo.

A partire dagli eventi dell'11 settembre 2001, le sue posizioni hanno una svolta antilaicista e socialmente conservatrice: lui, dichiaratamente non cattolico, da quella data sostiene la necessità del rafforzamento dei valori giudaico-cristiani come baluardo dell'Occidente di fronte al pericolo crescente dell'estremismo islamico.

Oltre a dirigere Il Foglio, ha condotto su LA7 la trasmissione Otto e mezzo, di cui fu anche autore, fino alla candidatura da premier per le elezioni del 2008, quando lasciò il suo ruolo da commentatore per incompatibilità col proprio impegno politico. Prima affiancato da Gad Lerner, poi da Luca Sofri, in seguito da Barbara Palombelli, giornalista del Corriere della Sera, e quindi da Ritanna Armeni, giornalista di Liberazione. Nel 2005 nella conduzione della trasmissione è ancora affiancato da Lerner che dopo poche puntate lascia per dedicarsi al suo programma L'infedele. A sostituirlo è ancora Ritanna Armeni che è l'attuale co-conduttrice del programma. Ferrara ha decisamente criticato nel rovente editoriale "Destra Cialtrona" il Governo Berlusconi per non aver mai concesso la grazia ad Adriano Sofri.

Ha pubblicato, nel 2005, una raccolta di saggi dal titolo: Non dubitare. Contro la religione laicista (Edizioni Solfanelli, Chieti).

Il 7 luglio 2006 è stato condannato in primo grado per diffamazione ai danni dei giornalisti de l'Unità e al risarcimento di 135 mila euro. Nel corso di una trasmissione di Porta a Porta del 2003, in una discussione sulla giustizia disse: «No, no, non è un giornale libero, credo che l'unico modo di definirlo è un foglio tendenzialmente omicida!» .

All'elezione del Presidente della Repubblica italiana 2006 Giuliano Ferrara ha ottenuto 8 voti al primo scrutinio, 9 voti al secondo, 10 voti al terzo e 7 voti al quarto e ultimo scrutinio che ha eletto Giorgio Napolitano al Quirinale. Sull'elezione del nuovo Capo dello Stato si era schierato col Foglio affinché venisse eletto Massimo D'Alema, che lo ringraziò per l'impegno profuso.

Il quotidiano Il Foglio ospita dall'inizio della campagna i pareri dei lettori sulla sua proposta. Oltre alle lettere di privati cittadini, sono giunte anche numerose prese di posizione (a favore e contro) di associazioni della società civile e di personalità pubbliche. Ferrara ha presentato l'invio della lettera all'ONU davanti al pubblico il 2 febbraio 2008 al Teatro Manzoni di Monza. Il testo integrale della sua prolusione è stato pubblicato su Il Foglio il 18 febbraio.

La moratoria proposta da Ferrara ha sollevato un dibattito che ha tenuto banco sui media e nella società civile. Il 12 febbraio il giornalista ha annunciato la fondazione di un partito politico, che egli definisce "di scopo", per portare il dibattito sulla vita in Parlamento. La lista si chiama Associazione difesa della vita. Aborto? No grazie. Dopo l'annuncio, Ferrara ha lasciato la conduzione della trasmissione tv Otto e mezzo. Il giornalista ha manifestato il desiderio di presentarsi alle Elezioni politiche 2008 come alleato del Popolo della Libertà, mantenendo però il simbolo della propria lista. La trattativa con Silvio Berlusconi si è conclusa senza un accordo.

Durante i suoi comizi per la campagna elettorale è stato contestato a Bologna in piazza Maggiore dai giovani dei centri sociali con il lancio di pomodori, quadretti di mortadella, uova, bottigliette d'acqua e sedie. . Simili episodi si sono verificati anche a Pesaro e a Palermo .

Presentatasi solo alla Camera, la lista ha raccolto 135 578 voti, pari allo 0,371% del totale . Di fronte a tale risultato Ferrara ha commentato: «Più che una sconfitta, una catastrofe: io ho lanciato un grido di dolore per un dramma e gli elettori mi hanno risposto con un pernacchio».

Figlio di un dirigente comunista, Ferrara fu inizialmente sessantottino, quindi dirigente del PCI a Torino negli anni '70. Abbandonò quindi il partito per diventare craxiano negli anni '80. Nel 1992, quando scoppiò lo scandalo di Tangentopoli, si schierò vicino alle posizioni garantiste criticando con forza l'operato dei giudici. Da quel momento condusse un'ininterrotta battaglia contro le inchieste della magistratura in politica, favorevole ad una "soluzione politica" di Tangentopoli. Dal 1994 appoggia Silvio Berlusconi, prima come ministro e poi come giornalista.

Ferrara aveva preso posizione in tema di aborto già nel 1989, criticando dalle pagine del Corriere della Sera la deresponsabilizzazione del maschio che seguiva all'introduzione delle prime pillole abortive . Negli anni seguenti assume comunque una posizione più vicina a quella della Chiesa Cattolica in alcuni temi come il sostegno delle radici cristiane, della famiglia in senso classico e dei diritti del concepito, pur rimanendo non credente. Si schiera a favore dell'astensione nei referendum sulla procreazione assistita del 12 e 13 giugno 2005.

Ferrara ha appoggiato dagli anni '90 tutti gli interventi militari degli Stati Uniti, a partire dalla Prima guerra del Golfo. All'inizio del 2003, in un editoriale del Foglio, appoggiò le iniziative militari USA in Iraq, che culminarono con l'invasione decisa dalla presidenza Bush senza aspettare la votazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, voce quasi isolata tra gli appelli contrari alla guerra scritti dai direttori dei maggiori quotidiani italiani.

Il dibattito culturale sul Foglio spesso è finalizzato a far conoscere al pubblico italiano le posizioni dei neoconservatori statunitensi. Per questo Giuliano Ferrara viene spesso citato come il principale esponente italiano di questo movimento. Questa identificazione tra l'ideologia del Foglio (e del suo direttore) e l'ideologia dei neoconservatori statunitensi è giustificata dal fatto che Giuliano Ferrara è stato uno dei primi studiosi italiani del filosofo della politica Leo Strauss, noto negli Stati Uniti come ispiratore del movimento neoconservatore. Di interesse è anche la posizione assunta da Ferrara in difesa dei valori tradizionali del cristianesimo come elemento necessario di coesione sociale per la civiltà occidentale liberale e democratica. Questa posizione lo fanno annoverare come principale esponente dell'ideologia politica cristianista.

Ferrara è stato annoverato tra i cosiddetti atei devoti (termine coniato da Beniamino Andreatta per indicare in maniera dispregiativa gli atei che dimostrano vicinanza con le posizioni della Chiesa cattolica). Egli ha dichiarato di non essere cattolico ma di essere filosoficamente su posizioni teiste e quindi di credere in un Dio personale.

Durante la 52esima edizione del Festival di Sanremo, per la quale era previsto uno sketch comico di Roberto Benigni nella serata finale, Giuliano Ferrara polemizzò contro il comico, asserendo che nel caso in cui fosse salito sul palco, egli sarebbe stato in prima fila a "tirargli uova marce". Alla fine Ferrara si limitò a lanciare uova sullo schermo del televisore del proprio salotto, di fronte ad una telecamera che lo riprendeva mentre assisteva all'esibizione del comico toscano. Quando Benigni vide che Ferrara non era presente, ironizzando ipotizzò che Ferrara fosse partito per Sanremo, ma che fosse tornato indietro dopo essersi mangiato le uova per strada.

Secondo la ricostruzione fatta da Travaglio e Gomez, Ferrara sarebbe stato condannato più volte, anche in via definitiva, per aver diffamato i magistrati di Palermo e di Milano. Inoltre sarebbe stato condannato per diffamazione contro i giornalisti dell’Unità, da lui definito come un "giornale tendenzialmente omicida".

Nell'ottobre 2003 lo scrittore Antonio Tabucchi inviò al quotidiano francese Le Monde un articolo critico su Ferrara che, però, prima di essere pubblicato venne fatto pervenire a Ferrara stesso da un redattore di Le Monde suo amico. Ferrara lo pubblicò sul quotidiano Il Foglio, di cui era direttore, il giorno stesso (9 ottobre 2003) in cui sarebbe apparso sul quotidiano francese, che arriva in edicola alla sera, presentandolo con le parole "Applauditemi, sono riuscito a rubare un articolo a Le Monde". Da allora si trascina una vicenda legale in Francia, intentata da Tabucchi contro Ferrara per pubblicazione non autorizzata e violazione del diritto d'autore. Ferrara è stato condannato in primo grado e in appello, ma nel settembre 2008 la Corte di Cassazione francese ha annullato le due sentenze per mancanza di giurisdizione su fatti svoltisi in Italia .

Ferrara ha sostenuto più volte di aver abbandonato l'ideologia comunista "in tempi non sospetti", cioè prima della caduta del Muro di Berlino. Marco Travaglio ha sostenuto che le sue posizioni politiche siano invece state dettate da convenienza.

Le posizioni in politica estera ed in materia giudiziaria hanno suscitato critiche: Ferrara è stato spesso bersaglio della satira, a partire dal settimanale Cuore, fino agli spettacoli di Daniele Luttazzi e Sabina Guzzanti. In tutte le rappresentazioni satiriche, oltre a prendersi gioco della sua mole, lo si schernisce per aver cambiato appartenenza politica, suggerendo una logica di interessi quale motivazione principale del suo cambio di schieramento politico.

L'8 dicembre 2007 Giuliano Ferrara è stato citato in un monologo di Daniele Luttazzi durante la trasmissione Decameron in onda sull'emittente televisiva La7. Luttazzi ha detto che per sopportare la visione delle atrocità della guerra in Iraq (conflitto appoggiato anche da Ferrara, in risposta al terrorismo islamico) pensa "a Giuliano Ferrara dentro una vasca da bagno con Berlusconi e Dell'Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta".

La battuta era già stata usata nello spettacolo di Luttazzi del 2006 "Come uccidere causando inutili sofferenze", e successivamente nel libro omonimo. A seguito dell'episodio televisivo, l'emittente ha sospeso il programma condotto dall'autore satirico..

Per la parte superiore



Antonio Di Pietro

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Antonio Di Pietro (Montenero di Bisaccia, 2 ottobre 1950) è un politico ed ex magistrato italiano.

Ha fatto parte del pool di Mani Pulite come pubblico ministero; nel 1996 è entrato in politica, e nel 1998 ha fondato il movimento Italia dei Valori.

Dopo aver conseguito un diploma di perito elettronico, a 21 anni emigra in Baviera (Germania); la sua giornata si suddivide fra un lavoro da operaio lucidatore di metalli in una fabbrica metalmeccanica e un altro, il pomeriggio, in una segheria.

Tornato in Italia, nel 1973, inizia gli studi all'Università di Milano presso la facoltà di giurisprudenza, mentre lavora come impiegato civile dell'Aeronautica Militare. Nel 1978 termina gli studi universitari conseguendo la Laurea in Giurisprudenza - voto 108/110 - con una tesi in Diritto Costituzionale su «L'attuazione della Costituzione a trent'anni dalla promulgazione»; l'anno successivo, attraverso un pubblico concorso, assume le funzioni di segretario comunale in alcuni comuni del Comasco.

Nel 1980 vince un concorso della Polizia di Stato per Commissario e frequenta la Scuola Superiore di Polizia. Successivamente viene inviato al IV distretto come responsabile della Polizia Giudiziaria.

Nel 1981, sempre alternando lavoro e studio, vince il concorso di uditore giudiziario: è assegnato, con funzione di Sostituto Procuratore, alla Procura della Repubblica di Bergamo.

Nel 1985 passa alla Procura della Repubblica di Milano, dove si occupa soprattutto di reati contro la pubblica amministrazione. Si fa notare per la sua padronanza degli strumenti informatici, che gli consente una notevole velocizzazione delle indagini e un efficiente collegamento dei dati processuali. In questo modo, all'epoca di Tangentopoli, può svolgere una notevolissima mole di lavoro. Nel 1989 il Ministero di Grazia e Giustizia lo nomina consulente per l'informazione e membro di alcune Commissioni ministeriali per la riorganizzazione informatizzata dei servizi della pubblica amministrazione.

Quale pubblico ministero di punta del cosiddetto Pool di Mani Pulite, composto anche da altri magistrati come Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Ilda Boccassini e Armando Spataro, coordinati da Francesco Saverio Borrelli, ha messo sotto inchiesta per corruzione centinaia di politici locali e nazionali, tra cui alcune figure politiche di primo piano, come il segretario del Partito Socialista Italiano Bettino Craxi.

Subito dopo le elezioni del 27 marzo 1994, Silvio Berlusconi gli chiede di abbandonare la magistratura e di entrare a far parte del suo governo come Ministro dell'Interno. Di Pietro, pur dichiarandosi lusingato di fronte a numerosi giornalisti, non accetta e preferisce continuare il suo lavoro di magistrato, seguendo il consiglio offertogli da Borrelli. Anni dopo, nella campagna elettorale del 2008 Berlusconi ha negato di aver offerto un Ministero a Di Pietro. Durante una puntata di Porta a porta, lo stesso Berlusconi ha negato la validità della laurea conseguita da Di Pietro, sostenendo che gli è stata data dai servizi segreti. Per tutta risposta Antonio Di Pietro ha pubblicato sul suo blog la pergamena del suo titolo di studio, con tanto di commento polemico: "Io parlo con i fatti, non con menzogne o allusioni. Lo dimostra la laurea in giurisprudenza conseguita il 19 luglio 1978. Lo stesso anno in cui il Presidente del Consiglio si iscrisse alla P2. Voglio anche ricordare al Presidente del Consiglio che il suo ex sodale Bettino Craxi non era laureato".

Il 6 dicembre del 1994, poco prima che si riuscisse a tenere alla Procura di Milano l'interrogatorio dell'allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, indagato per corruzione, si dimetterà clamorosamente dalla magistratura. La spiegazione resa all'epoca fu quella di voler evitare "di essere tirato per la giacca", ma sul dettaglio si susseguirono nel tempo dallo stesso interessato varie versioni: Di Pietro prima addusse l'esigenza che i veleni sul suo conto - dal "poker d'assi" di Rino Formica al dossier de "Il Sabato", dall'inchiesta del GICO sull'autosalone di via Salomone alle indagini bresciane attivate dalle denunce degli inquisiti - non danneggiassero l'immagine della Procura di Milano. Successivamente lamentò come ragione scatenante la fuga di notizie sul mandato di cattura a Berlusconi, reso noto durante la conferenza di Napoli sul crimine transnazionale mentre Di Pietro si trovava a Parigi per rogatorie internazionali.

Una sentenza assolutoria nei confronti di diversi imputati, tra cui Paolo Berlusconi e Cesare Previti, accusati di aver fatto indebite pressioni affinché Di Pietro abbandonasse la magistratura, ha sostenuto che Di Pietro si fosse già determinato a lasciare la toga, presumibilmente per darsi alla politica, quando venne avanzata la richiesta di interrogare Silvio Berlusconi. La sentenza afferma anche che alcuni fatti ascrivibili al magistrato potevano presentare rilevanza disciplinare.

Dopo questi anni da protagonista della magistratura italiana, sono partite contro di lui diverse indagini giudiziarie, tutte risolte in assoluzioni piene o archiviazioni. Nel 1995 viene indagato dal sostituto procuratore di Brescia Fabio Salamone, ipotizzando reati di concussione e abuso d'ufficio in seguito a dichiarazioni rese dal generale Cerciello (sotto accusa in un processo sulla corruzione della guardia di finanza), ma il giudice per le indagini preliminari archivia il procedimento.

Una seconda indagine viene aperta sempre a Brescia sulla base di affermazioni dall'avvocato Carlo Taormina (allora difensore del generale Cerciello) , la testimonianza di Giancarlo Gorrini e dossier anonimi su presunti traffici illeciti tra l'ex pm e una società di assicurazioni. L'inchiesta successivamente prende una strada completamente diversa e il pm Salamone arriva ad ipotizzare un complotto finalizzato a far dimettere Di Pietro per mezzo di ricatti e dossier anonimi. Per fare luce sulla vicenda il pm interroga gli ispettori ministeriali Dinacci e De Biase, i ministri Alfredo Biondi, Cesare Previti e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, mentre suo fratello Paolo viene indagato per estorsione. Secondo le ricostruzioni dei pm tutto sarebbe iniziato dopo che fu recapitato a Silvio Berlusconi un invito a comparire dalla procura di Milano il 21 novembre 1994: Previti avrebbe telefonato all'ispettore ministeriale Dinacci e l'avrebbe messo in contatto con Gorrini il quale si sarebbe presentato lo stesso giorno all'ispettorato per presentare le sue documentazioni contro Di Pietro. Questo avveniva il 23 novembre 1994. Il 29 il ministro Alfredo Biondi ha ordinato di aprire l'inchiesta su Di Pietro. Il 6 dicembre Di Pietro annuncia le dimissioni ed il 10 l'inchiesta viene archiviata. È allora che Salamone mette sotto controllo diversi telefoni e dalle telefonate di Gorrini sulla vicenda emerge il nome di Paolo Berlusconi, suo conoscente e l'incriminazione per lo stesso. Successivamente vengono incriminati anche Cesare Previti, Sergio Cusani per estorsione e lo stesso Silvio Berlusconi per estorsione ed attentato ai diritti politici del cittadino. In questa inchiesta emerge l'esistenza di un dossier del SISDE su Di Pietro chiamato "Achille".

Dopo le indagini si arriva ad un processo con imputati Previti, Paolo Berlusconi e gli ispettori ministeriali che indagarono sul Di Pietro. Il 18 ottobre 1996 mentre è ancora in corso il processo sul presunto complotto contro Di Pietro la procura generale di Brescia rimuove dall'incarico i pm Salamone e Bonfigli per una presunta "grave inimicizia" con Di Pietro (che comunque non era imputato) che "giunge al livello di pervicace odio privato". Il successivo ricorso in cassazione di Salamone contro la decisione della procura viene respinto. Il 21 gennaio 1997 il procuratore che sostiene la pubblica accusa in sostituzione di Salamone (Raimondo Giustozzi) rinuncia ad interrogare i testimoni convocati dall'accusa e chiede subito l'assoluzione per tutti gli imputati . Istanza che viene accolta dal giudice.

Nel 1994, quando il Governo Berlusconi I era in formazione, ci furono una serie di incontri tra Silvio Berlusconi e Di Pietro, in virtù dei quali Berlusconi affermò che il magistrato era interessato a una posizione ministeriale in un eventuale governo del Polo. Ciò non si verificò, a detta di Berlusconi, a causa dell'intervento dissuasivo di Scalfaro su Borrelli e di quest'ultimo su Di Pietro. Secondo quanto affermato da Cesare Previti nel 1995, a Di Pietro era stato offerto il ministero degli Interni e quest'ultimo aveva manifestato la sua disponibilità. Le affermazioni di Previti contrastano con quelle fatte da Berlusconi durante l'ultima campagna elettorale e nel 1996, quando sostenne di non aver avuto il tempo di formulare l'offerta in questione, poiché Di Pietro lo aveva già messo al corrente del fatto che gli era stato sconsigliato di accettare l'offerta. Nel luglio del 1995 in un interrogatorio presso la procura di Brescia circa i suoi rapporti con Di Pietro, Silvio Berlusconi riferì di aver proposto al magistrato la direzione dei servizi segreti.

Nel 1996 chiamato da Romano Prodi accetta di divenire ministro nel suo Governo sostenuto dalla coalizione dell'Ulivo, appena insediatosi dopo la vittoria nelle elezioni politiche di aprile.

L'incarico affidatogli è il Ministero dei Lavori pubblici, ma decide di presentare le sue dimissioni dopo sei mesi, il giorno dopo in cui gli viene notificata da Brescia una nuova indagine nei suoi confronti (avviso di garanzia). Prodi respinge le dimissioni, ma Di Pietro non vuole tornare sui suoi passi. Verrà poi assolto dai 27 capi di accusa in tutti e dieci i processi perché il fatto non sussiste.

A fine 1997 si tengono alcune elezioni suppletive; Di Pietro viene candidato da Massimo D'Alema l'Ulivo per il seggio al senato del collegio uninominale del Mugello, in Toscana, vacante in seguito alle dimissioni di Pino Arlacchi, vincitore nella precedente votazione con il 66,5% dei voti. Gli avversari, Giuliano Ferrara per la coalizione di Silvio Berlusconi, Sandro Curzi per Rifondazione comunista, che nel 1996 non si era presentata da sola, e Franco Checcacci per la Lega Nord, vengono battuti da Di Pietro, che ottiene il 67,8% dei voti. Diventa così senatore e, come indipendente, aderisce al gruppo misto.

Dopo alcuni mesi, nel marzo 1998, fonda, con Elio Veltri, la di lui moglie e l'amica di famiglia Silvana Mura (oggi parlamentare e capogruppo IDV) un suo movimento, Italia dei Valori, che vede l'adesione anche di altri parlamentari, e insieme a loro forma un sottogruppo. Dopo la caduta del Governo Prodi I dell'ottobre del 1998, si verificano dei cambiamenti nell'assetto dei partiti alleati. Di Pietro è un sostenitore di Romano Prodi, lo considera come unico punto di riferimento, aderisce al progetto dei Democratici, che intende portare avanti l'idea unitaria formale dei partiti che sono a fondamento dell'Ulivo. Così nel febbraio 1999 viene deciso lo scioglimento del giovane movimento, per farlo confluire, insieme ad altre formazioni politiche, in quello di Prodi. Di Pietro viene scelto per svolgere l'importante ruolo di responsabile organizzativo.

I Democratici debuttano alle elezioni europee dello stesso anno, ottenendo il 7,7% dei voti e sette seggi, e Di Pietro viene eletto eurodeputato con funzioni di Presidente di Delegazione del Parlamento europeo dapprima per le relazioni con il Sud America, poi per l’Asia centrale ed infine per il Sudafrica.

In seguito a ripetuti dissidi con la linea portata avanti da Arturo Parisi, leader del partito, con il culmine nello strappo avvenuto quando Di Pietro sceglie di non votare la fiducia al nuovo governo Amato, il 27 aprile 2000 si separa dai Democratici. Rifonda quindi Italia dei Valori come partito autonomo nel settembre 2000, sempre con l'obiettivo di portare avanti le proprie battaglie politiche, mettendo sempre in primo piano temi come la valorizzazione e l'affermazione della legalità e la necessità di trasparenza amministrativa e a livello politico.

Pur d'accordo nel contrastare la coalizione guidata da Silvio Berlusconi, per le elezioni politiche del 2001 Di Pietro non riesce a trovare un accordo e si presenta quindi da solo alla competizione elettorale. Tuttavia non risulterà eletto, non riuscendo a spuntarla nel collegio uninominale in Molise e non superando, con la sua lista al proporzionale, la soglia del 4%, seppur di poco (3,9%).

Alla vigilia delle elezioni europee del 2004, Di Pietro aderisce all'appello di Prodi di presentarsi sotto un unico simbolo nel nome dell'Ulivo. Ma non tutti sono d'accordo con l'ingresso di Di Pietro (il fronte dell'opposizione è guidato dai socialisti dello SDI). E così nasce una nuova intesa elettorale con Achille Occhetto: insieme presentano la Lista Società Civile, Di Pietro-Occhetto, Italia dei Valori.

Nel suo simbolo, la lista inserisce la dicitura "Per il Nuovo Ulivo", con un piccolo ramoscello d'ulivo, per sottolineare la chiara intenzione di partecipare alla rinascita e al rafforzamento della coalizione. Prodi, in un primo momento, plaude all'idea, ma poi Di Pietro e Occhetto (a campagna elettorale già avviata) sono costretti ad eliminare quel frammento del loro simbolo perché - dicono dalla coalizione - si potrebbe generare confusione fra gli elettori che potrebbero confonderlo con il "vero" Ulivo.

La lista, comunque, corre regolarmente alle elezioni, ma il progetto è un fallimento: raccoglie soltanto il 2,1%. Occhetto abbandona immediatamente l'alleanza, cedendo il seggio di parlamentare europeo in favore del giornalista Giulietto Chiesa (come aveva anticipato prima delle elezioni) e conservando quindi il suo seggio al Senato.

Di Pietro viene rieletto al Parlamento europeo nella circoscrizione sud, dopo aver ricevuto in tutta Italia quasi 200 mila preferenze. Iscritto al gruppo parlamentare dell'Alleanza dei Democratici e Liberali per l'Europa; membro della Conferenza dei presidenti di delegazione; della Commissione giuridica; della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni; della Delegazione per le relazioni con il Sudafrica.

Intanto, nasce la nuova coalizione di centrosinistra, chiamata L'Unione, che si apre ai contributi di Italia dei Valori e di Rifondazione Comunista.

Il nuovo schieramento debutta alle elezioni regionali dell'aprile 2005: IdV ne è parte integrante in tutte le 14 regioni chiamate al voto, ma il partito conferma il suo trend negativo, raggranellando soltanto l'1,8% dei voti.

Prodi, in vista delle elezioni politiche del 2006, lancia l'idea delle consultazioni primarie per la scelta del candidato premier. Il progetto va in porto, le primarie si organizzano e Di Pietro presenta subito la sua candidatura.

Le primarie si svolgono il 16 ottobre 2005 con sette candidati: Di Pietro è arrivato quarto, raccogliendo 142.143 voti (il 3,3% dei consensi), alle spalle di Romano Prodi, che ha ricevuto l'investitura di candidato premier della coalizione, di Fausto Bertinotti e Clemente Mastella.

Le elezioni politiche del 9 e 10 aprile 2006 fanno registrare un avanzamento dell'Italia dei Valori (che si attesta al 2,3% alla Camera e al 2,9% al Senato) grazie anche al buonissimo risultato conseguito in una circoscrizione tradizionalmente ostica per Di Pietro ed il centrosinistra, la Sicilia, in cui decisiva fu la presenza nelle liste dell'IdV di Leoluca Orlando, da un anno segretario regionale del movimento in terra sicula e che successivamente verrà nominato presidente del partito.

Il successo nelle consultazioni arride all'Unione ed il 17 maggio 2006 Di Pietro viene nominato Ministro delle Infrastrutture nel secondo Governo Prodi. Lascia l'incarico di europarlamentare per accettare quello di deputato nazionale.

In qualità di ministro delle infrastrutture, sospende la procedura di fusione tra la società autostrade e l'omonima spagnola Abertis, eccependo il danno economico che lo Stato avrebbe dall'esecuzione di tale piano.

Nel luglio del 2006 scoppia una polemica all'interno della coalizione di governo che vede protagonista Di Pietro e il suo partito, contrari all'approvazione della parte del provvedimento di indulto che riguardava i reati finanziari. Il provvedimento è stato sostenuto, invece, in maniera trasversale da esponenti e partiti di entrambi gli schieramenti, esclusa la Lega Nord Padania, il Partito dei Comunisti Italiani (astenutosi perché contrario all'inserimento del voto di scambio tra i reati condonati) e gran parte di Alleanza Nazionale.

Si riteneva che tale indulto avrebbe avuto effetti su circa 12 mila carcerati, in seguito rivelatisi più di 20 mila. Di Pietro manifesta davanti a Palazzo Madama prima dell'approvazione del provvedimento al Senato, insieme alla Lega Nord, anch'essa contraria. La richiesta avanzata da Di Pietro, ma non accolta, è quella di escludere dall'indulto i reati finanziari, societari e di corruzione, anche in risposta ai recenti scandali come Bancopoli. Al contrario della Lega Nord, Di Pietro si è dichiarato a malincuore favorevole all'indulto come mezzo per svuotare le carceri per gli altri reati ma solo dopo un cambiamento della riforma Castelli "prima la riforma e poi l'indulto", secondo il programma dell'Ulivo.

Di Pietro pubblica sul suo sito web personale i nomi dei deputati che hanno votato a favore dell'indulto, tra i quali anche Rossi Gasparrini dell'Italia dei Valori.

In occasione delle elezioni politiche del 2008, Di Pietro entra in coalizione con il Partito Democratico. Il suo partito ottiene il 4,4% alla Camera dei Deputati e il 4,3% al Senato raddoppiando i suoi voti; l'ex magistrato sceglie di essere eletto nel natìo Molise, dove aveva raggiunto il miglior risultato in Italia, superando in entrambe le camere il Partito Democratico.

A partire dal mese di gennaio del 2006 Di Pietro tiene un blog personale. Tra le iniziative di spicco, oltre alla pubblicazione di riflessioni personali, alla pubblicizzazione delle iniziative e degli incontri nazionali del partito e alla spiegazione della linea politica che egli segue, ha riproposto la spiegazione di tutte le decisioni prese all'interno del Consiglio dei Ministri sotto forma di videoclip ospitate su YouTube, partire col CdM del 19 gennaio 2007 (e pubblicato poi sul blog il 22 gennaio).

Il 28 febbraio 2007 ha annunciato sul suo blog di aver aperto uno spazio per l'Italia dei Valori nella comunità virtuale Second Life, avendo acquistato un'isola su cui ha piantato la bandiera del partito. In seguito l'area è stata allestita con nuove costruzioni e, a partire dal 26 marzo 2007, è sede per le riunioni di IDV AGORÀ, gruppo di avatar di Second Life che si riconosce negli ideali di Italia dei Valori. Il 12 luglio 2007 Antonio Di Pietro tiene la prima conferenza stampa ufficiale del partito su Second Life, davanti all'avatar di numerosi giornalisti e simpatizzanti che hanno interagito, ponendo domande anche per verificare che non fosse una registrazione.

Inoltre Antonio Di Pietro da molti anni viene aspramente criticato per la gestione personalistica e familistica del suo partito Italia Dei Valori. Tra i più critici si registrano il quotidiano Il Giornale, la rivista Panorama (dei quali è proprietario Berlusconi) e RadioRadicale.it, il sito web dell'emittente radiofonica Radio Radicale. Proprio quest'ultima il 9 febbraio 2008 pubblica un'inchiesta , chiamata L'Italia Dei Valori Immobiliari, contenente interviste a Francesco Romano (ex segretario Idv di Catanzaro), a Elio Veltri (ex socio di Antonio Di Pietro), ed a Laura Maragnani, giornalista di Panorama.

Tuttavia, sul proprio sito personale, Di Pietro ha pubblicato una serie di risposte alle accuse più popolarmente rivoltegli, in una pagina denominata "Calunnie, solo calunnie" . La pagina è stata pubblicata anche sul giornale Libero di Vittorio Feltri (giornale vicino alle opinioni politiche del centro-destra), in quanto ideale risposta ad un editoriale scritto da Feltri stesso giorni prima.

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Enzo Biagi

Enzo Biagi con Lucia Ghetti nel 1943

Enzo Biagi nel 1976.

Enzo Marco Biagi (Pianaccio di Lizzano in Belvedere, 9 agosto 1920 – Milano, 6 novembre 2007) è stato un giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. È considerato uno dei giornalisti più popolari del XX secolo.

All'età di nove anni si trasferì a Bologna, dove il padre Dario lavorava già da qualche anno come vice capo magazziniere in uno zuccherificio. L'idea di diventare giornalista nacque in lui dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l'istituto tecnico Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica. Il Picchio fu soppresso dopo qualche mese dal regime fascista e da allora nacque in Biagi una forte indole antifascista.

Nel 1937, all'età di diciassette anni, scrisse il suo primo articolo, pubblicato sul quotidiano L'Avvenire d'Italia e dedicato al dilemma sorto nella critica dell'epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Cominciò così la propria collaborazione con l'Avvenire, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici.

Nel 1940 fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, versione serale de Il Resto del Carlino, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione dai reporter. Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì mai per il fronte a causa di problemi cardiaci che lo accompagneranno per tutta la vita. Si sposò con Lucia Ghetti, maestra elementare, il 18 dicembre 1943. Poco dopo fu costretto a rifugiarsi sulle montagne, dove aderì alla Resistenza combattendo nelle brigate "Giustizia e Libertà" legate al Partito d'Azione di cui condivideva il programma e gli ideali. In realtà Biagi non combatterà mai: il suo comandante, infatti, pur senza dubitare della sua fedeltà lo trovava troppo gracilino. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornale partigiano "Patrioti", di cui Biagi era in pratica l'unico redattore e con il quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri, in seguito la sua tipografia fu distrutta dai tedeschi.

Biagi considererà sempre quei mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao..

Terminata la guerra, entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare alla radio locale l'avvenuta liberazione. Poco dopo fu assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino che all'epoca aveva cambiato il suo nome in "Giornale dell'Emilia".

Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d'Italia, nel 1947 partì per l'Inghilterra dove raccontò il matrimonio della futura regina Elisabetta II. È il primo di una lunga serie di viaggi all'estero come "testimone del tempo" che contrassegneranno tutta la sua vita.

Nel 1951, parte per conto del Carlino in Polesine dove con una cronaca rimasta negli annali, descrive l'alluvione che flagella la provincia di Rovigo ma nonostante il grande successo che riscuotono quegli articoli, Biagi viene isolato all'interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica che lo fecero passare per un comunista e considerato quindi un "pericoloso sovversivo" per il suo direttore.

Gli articoli sul Polesine sono letti però anche dall'editore milanese Arnoldo Mondadori alla ricerca di nuovi elementi per le sue redazioni che lo chiama a lavorare come caporedattore al settimanale Epoca. Biagi e la sua famiglia (erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna) lasceranno quindi l'amata Bologna per Milano.

Nel 1952 Epoca attraversa un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segala, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per l'America affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza e cioè il ritorno di Trieste all'Italia e l'inizio della primavera.

Nel frattempo scoppia però il "caso Wilma Montesi": una giovane ragazza romana viene ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nasce uno scandalo, poi rivelatosi falso, in cui rimane coinvolta l'alta borghesia laziale, il prefetto di Roma e il figlio del ministro Attilio Piccioni, il quale rassegna le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi aveva avuto nel Paese, decide contro ogni disposizione di dedicare ad esso la copertina e di pubblicare un'inedita ricostruzione dei fatti. È un successo clamoroso: la stampa di Epoca cresce di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori toglie la direzione a Segala, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola a Biagi.

Sotto la direzione di Biagi, Epoca s'impone nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza dell'Espresso e dell'Europeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell'Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo Pio XII che gioca con un canarino.

Nel 1960, un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di dieci operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso e Biagi sarà costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.

Il 1 ottobre 1961 Biagi diventa direttore del Telegiornale, secondo alcuni per accontentare il Partito Socialista Italiano (di cui Biagi era simpatizzante) che iniziava in quegli anni l'esperienza del centrosinistra al fianco della Democrazia Cristiana. Questa versione è stata smentita sia da Biagi sia dal direttore generale della Rai di allora Ettore Bernabei, ma si sa che il nome di Biagi come direttore fu fatto espressamente, accanto a quello di Indro Montanelli, da Pietro Nenni a Amintore Fanfani.

Biagi si mette subito all'opera, applicando la formula di Epoca al Tg, dando meno spazio alla politica e maggiormente ai "guai degli italiani" come chiama le mancanze del nostro sistema. Realizza una memorabile intervista a Salvatore Gallo, l'ergastolano ingiustamente rinchiuso a Ventotene, la cui vicenda porterà in seguito il Parlamento ad approvare la revisione dei processi anche dopo la sentenza di Cassazione. Dedica servizi agli esperimenti nucleari dell'Unione Sovietica che avevano seminato il panico in tutta Europa. Fa assumere in Rai grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Indro Montanelli, ma anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati ad avere una lunga carriera in futuro.

Nel novembre del 1961 arrivarono inevitabili le prime polemiche: il democristiano Guido Gonella in un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Mario Scelba, poi passata alla storia per gli attacchi alle gambe nude delle gemelle Kessler, accusò Enzo Biagi di essere fazioso e di non essere allineato all'ufficialità. Un'intervista in prima serata al leader comunista Palmiro Togliatti gli procura un duro attacco da parte dei giornali di destra che iniziano un campagna aggressiva contro di lui.

Nel marzo del 1962 lancia il primo rotocalco della televisione italiana: RT-Rotocalco Televisivo. Appare per la prima volta in video; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. RT è il primo programma televisivo che si occupa esplicitamente di mafia: un servizio fu infatti registrato a Corleone da Gianni Bisiach e per la prima volta furono fatti i nomi dei feroci boss della Sicilia quali Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Ma a Roma Biagi si sente con le mani legate. Le pressioni politiche sono all'ordine del giorno; ha già detto di no a Saragat che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere è difficile malgrado la solidarietà pubblica che gli arriva da personaggi celebri del periodo come Guareschi, Garinei e Giovannini, Feltrinelli, Liala e lo stesso Bernabei. Nel 1963 decide di dimettersi e di tornare a Milano dove diventa inviato e collaboratore del Corriere della Sera, de La Stampa e del settimanale L'Europeo.

Nel 1968, si legò alla tv di Stato per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: "Dicono di lei" (1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e "Terza B, facciamo l'appello" (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori.

Nel 1971 fu nominato direttore del Resto del Carlino con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Viene data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che chiamò Rischiatutto come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l'elezione di Giovanni Leone) che tennero impegnato il Parlamento per mesi con tutti i problemi che aveva il Paese.

L'editore Attilio Monti è in buoni rapporti con il ministro delle finanze Luigi Preti, che pretende che il giornale dia risalto alle sue attività. Biagi ignora le richieste di Preti; poco dopo però pubblica la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini che Preti smentisce vigorosamente. La replica di Biagi ("ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti") manda Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento. Il 30 giugno 1972 firma il suo addio ai lettori e torna quindi al Corriere della Sera. Nel 1975, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione del Giornale..

Dal 1977 al 1980, ritornò a collaborare stabilmente alla Rai, conducendo "Proibito", programma in prima serata su Rai Due che trattava temi d'attualità. All'interno del programma guidò due cicli d'inchiesta internazionali denominati "Douce France" (1978) e "Made in England" (1980). Con "Proibito", Biagi iniziò ad occuparsi di interviste televisive, genere di cui sarebbe divenuto un maestro. Nel programma furono intervistati, creando ogni volta scalpore e polemiche, personaggi-chiave dell'Italia dell'epoca come l'ex brigatista Alberto Franceschini, il finanziere poi coinvolto in inchieste di mafia e corruzione Michele Sindona e soprattutto il dittatore libico Muammar Gheddafi nei giorni successivi alla caduta dell'aereo di Ustica, in cui il dittatore sostenne che si trattava di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che gli americani quel giorno avevano soltanto "sbagliato bersaglio". L'intervista finì al centro di una controversia internazionale e il governo dell'epoca ne proibì la messa in onda. L'incontro fu poi regolarmente trasmesso un mese dopo.

Nel 1981, dopo lo scandalo della P2 lasciò il Corriere della Sera, dichiarando di non essere disposto a lavorare in un giornale controllato dalla massoneria come sembrava emergere dalle inchieste della magistratura. Come lui stesso ha rivelato, il leader della P2 Licio Gelli aveva chiesto all'allora direttore del quotidiano, Franco Di Bella di cacciare Biagi o di mandarlo in Argentina. Di Bella, però si rifiutò.

Diventò quindi editorialista de la Repubblica, quotidiano che lasciò nel 1988 per ritornare a quello di via Solferino.

Nei primi anni Novanta, realizzò soprattutto trasmissioni tematiche, di grande spessore, come "Che succede all'Est?" (1990), dedicata alla fine del comunismo, "I dieci comandamenti all'italiana" (1991), (trasmissione per cui ricevette i complimenti di Giovanni Paolo II, il quale poco dopo volle incontrare in Vaticano lo stesso Biagi e l'intero staff del programma) dove conobbe il cardinale Ersilio Tonini, con cui stringerà poi una forte amicizia, "Una storia" (1992), (sulla lotta alla mafia) dove apparve per la prima volta in televisione il pentito Tommaso Buscetta. Segue attentamente le vicende di "Mani pulite", con programmi come "Processo al processo su Tangentopoli" (1993) e "Le inchieste di Enzo Biagi" (1993-1994). È il primo giornalista ad incontrare l'allora giudice Antonio Di Pietro, nei giorni in cui era considerato " l'eroe" che aveva messo in ginocchio Tangentopoli.

Nel 1995 iniziò la trasmissione Il Fatto, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi era autore e conduttore. Nel 2004 "Il Fatto" è stato proclamato da una giuria di critici televisivi come il miglior programma giornalistico realizzato nei primi cinquant'anni della Rai. Rilevanti sono le interviste a Marcello Mastroianni, a Sofia Loren, a Indro Montanelli e le due realizzate a Roberto Benigni.

Nel luglio del 2000, la Rai dedicò a Biagi uno speciale in occasione del suo ottantesimo compleanno titolato "Buon compleanno signor Biagi! Ottant'anni scritti bene" condotto da Vincenzo Mollica.

La prima intervista a Benigni era stata rilasciata dopo la vittoria di quest'ultimo ai Premi Oscar del 1997, la seconda nel 2001 a ridosso delle elezioni politiche che poi avrebbero visto la vittoria della Casa delle Libertà. In quest'ultima il comico toscano commentò, a modo suo, il conflitto d'interessi e il contratto con gli italiani che Berlusconi aveva firmato qualche giorno prima nel salotto di Bruno Vespa. I commenti provocarono il giorno dopo roventi polemiche contro Biagi, che venne accusato di sfruttare la televisione pubblica per impedire la vittoria di Berlusconi. Al centro della bufera c'erano anche le dichiarazioni che il 27 marzo Indro Montanelli aveva rilasciato al Fatto. Il grande giornalista aveva attaccato pesantemente il centrodestra paragonandolo ad un virus per l'Italia e sostenendo che sotto Berlusconi il nostro Paese avrebbe vissuto una "dittatura morbida in cui al posto delle legioni quadrate avremmo avuto i quadrati bilanci", ovvero molta corruzione.

In seguito a queste due interviste diversi politici e giornalisti attaccarono Biagi tra questi Giulio Andreotti e Giuliano Ferrara che dichiarò: "Se avessi fatto a qualcuno quello che Biagi ha fatto a Berlusconi, mi sarei sputato in faccia". La più dura arrivò però dal deputato di Alleanza Nazionale e futuro ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri che auspicò in un'emittente lombarda l'allontanamento dalla Rai dello stesso Biagi.

Biagi fu quindi denunciato all'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni per "violazione della par condicio" ma fu poi assolto con formula piena.

È l'inizio, per Enzo Biagi, di una lunga controversia fra lui e la Rai, con numerosi colpi di scena e un'interminabile serie di trattative che videro prima lo spostamento di fascia oraria del Fatto, poi il suo trasferimento su Rai Tre e infine la sua cancellazione dai palinsesti.

Biagi, sentendosi preso in giro dai vertici della Rai e credendo che non gli sarebbe mai stata affidata nessuna trasmissione, decide a settembre di non rinnovare il suo contratto con la televisione pubblica che fu risolto dopo 41 anni di collaborazione il 31 dicembre del 2002.

In questo stesso periodo, Biagi fu colpito da due gravi lutti: la morte della moglie Lucia il 24 febbraio 2002 e della figlia Anna il 28 maggio 2003, cui era legatissimo, scomparsa improvvisamente per un arresto cardiaco. Questa morte lo segnò per il resto della sua vita.

Continuò a criticare aspramente il governo Berlusconi, dalle colonne del Corriere della Sera. L'atto più clamoroso fu quando (in seguito al famoso episodio di Berlusconi che con il dito medio alzato durante un comizio a Bolzano espresse cosa pensava dei suoi critici) chiese "scusa, a nome del popolo italiano, perché il nostro presidente del Consiglio non ha ancora capito che è un leader di una democrazia". Berlusconi replicò dichiarandosi stupito che "il Corriere della Sera pubblicasse i racconti di un vecchio rancoroso come Biagi". Il Cdr del Corriere protestò con una lettera aperta indirizzata a Berlusconi, dicendosi orgoglioso che un giornalista come Biagi lavorasse nel suo quotidiano e sostenendo che "in Via Solferino lavorano dei giornalisti non dei servi".

Tornò in televisione, dopo due anni di silenzio, alla trasmissione Che tempo che fa, intervistato per una ventina di minuti da Fabio Fazio. Il suo ritorno in televisione registrò ascolti record per Rai Tre e per la stessa trasmissione di Fazio.

Biagi tornò poi altre due volte alla trasmissione di Fazio, testimoniando ogni volta il suo affetto per la Rai («la mia casa per quarant'anni») e la sua particolare vicinanza a Rai Tre.

Biagi intervenne anche al Tg3 e in altri programmi della Rai. Invitato anche da Adriano Celentano nel suo RockPolitik in una puntata dedicata alla libertà di stampa assieme a Santoro e Luttazzi, Biagi declinò l'offerta per motivi di salute.

Negli ultimi anni scrisse anche col settimanale L'Espresso e le riviste Oggi e TV Sorrisi e Canzoni.

Nella sua ultima intervista a "Che tempo che fa", nell'autunno del 2006 Biagi affermò che il suo ritorno in Rai era molto vicino e, al termine della trasmissione, il direttore generale della Rai, Claudio Cappon, telefonando in diretta, annunciava che l'indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in tv.

Essendo alla vigilia della festa del 25 aprile, l'argomento della puntata fu la resistenza, sia in senso moderno, come di chi resiste alla camorra, fino alla Resistenza storica, con interviste a chi l'ha vissuta in prima persona.

La trasmissione andò in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all'11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell'autunno successivo. Ciò non avvenne a causa dell'improvviso aggravarsi delle condizioni di salute di Biagi.

Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare e di sopraggiunti problemi renali e cardiaci, morì all'età di 87 anni la mattina del 6 novembre 2007. Pochi giorni prima di morire disse a un'infermiera «Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie...», ricordando Soldati di Ungaretti, e aggiungendo «ma tira un forte vento».

I funerali del giornalista si svolsero nella chiesa del piccolo borgo natale di Pianaccio. La messa esequiale venne officiata dal cardinale Ersilio Tonini, suo vecchio amico, alla presenza del Presidente del Consiglio Romano Prodi, dei vertici Rai e di molti colleghi, come Ferruccio De Bortoli e Paolo Mieli.

Nei giorni precedenti era stata aperta a Milano la camera ardente che vide una partecipazione popolare immensa, definita "stupefacente" dalle sue stesse figlie. Alle redazioni dei giornali e ai familiari arrivarono lettere di cordoglio e di condoglianze da ogni parte d'Italia, anche la maggioranza dei principali siti Internet e molti blog lo ricordarono con parole affettuose, segno della grande commozione che la sua scomparsa aveva provocato.

Successivamente furono molte le iniziative per ricordarlo. Michele Santoro gli dedicò una puntata nella sua trasmissione Anno Zero titolata "Biagi, partigiano sempre"; Blob e Speciale Tg1 riproposero i filmati dei suoi programmi più significativi; il Corriere della Sera organizzò una serata commemorativa presso la Sala Montanelli, la Rai invece lo onorò con una serata presso il teatro Quirino a Roma trasmessa in diretta su Rai News 24 e poi in replica su Rai Tre in seconda serata.

A partire dall'11 marzo 2008 Rai Tre ha iniziato a trasmettere un ciclo chiamato "RT-Rotocalco Televisivo Era Ieri" dedicato alla televisione di Enzo Biagi e alle sue interviste ai protagonisti del XX secolo.

Nello stesso mese, è stato istituito il "Premio Nazionale Enzo Biagi", consegnato ai giornalisti e agli scrittori "che mostrano esempio di libertà". Il primo vincitore è stato lo scrittore Roberto Saviano.

Enzo Biagi appare nel videoclip di Buonanotte all'Italia, brano di Luciano Ligabue. Durante il tour del cantante emiliano, il video è stato mostrato sui maxischermi: la folla ha applaudito al momento in cui appare Biagi, tributo riservato ad altri grandi presenti nel filmato come Borsellino, Falcone, Pantani, Sordi.

Nel mese di dicembre 2008, il consiglio comunale di Milano (con i voti del Popolo della Libertà e della Lega Nord) respingeva la proposta di consegnare l'Ambrogino d'oro alla memoria al giornalista. Per protesta, il gruppo musicale Elio e le Storie Tese rifiutava l'Ambrogino che avevano vinto nello stesso anno.

Ad Enzo Biagi sono state talvolta rivolte critiche.

Biagi è stato preso di mira per decenni anche dalla sinistra per il presunto buonismo e le ovvietà di molti suoi scritti. Il giornalista Sergio Saviane lo etichettò come "Banal Grande" sulla rubrica che teneva nell'"Espresso".

Nel 2001 con una serie di articoli pubblicati da Panorama, Giuliano Ferrara attaccò duramente Biagi. Dopo le interviste a Montanelli e a Benigni, che contenevano dure critiche a Berlusconi, Ferrara dichiarò che secondo lui Biagi avrebbe fatto bene a "sputarsi in faccia" per quello che stava facendo al Cavaliere. Successivamente fu ancora più esplicito dandogli dell'ipocrita e dell'arrogante. Inoltre definì una "sceneggiata" le polemiche nate dopo l'editto bulgaro e il suo allontanamento dalla Rai.

Secondo alcuni, la liquidazione ricevuta dalla Rai per la chiusura del contratto, sarebbe stata eccessivamente alta. Tuttavia Biagi si è difeso ricordando che la stessa cifra è stata stabilita come "equa per la chiusura di un contratto" dall'ordinanza di un giudice a favore di Michele Santoro, anche lui allontanato dopo l'editto bulgaro.

I libri pubblicati da Enzo Biagi hanno venduto più di 12 milioni di copie e sono stati tradotti in diversi Paesi fra cui Germania, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Giappone..

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Berluscones

Il termine berluscones definisce nel gergo giornalistico gli esponenti politici che condividono in larga parte la visione politica del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. È usato in genere con una connotazione negativa poiché sottintende un'adesione acritica alle tesi del leader, concetto che è già presente nel termine già ampiamente utilizzato nel gergo di giornalismo politico, ma più generico, peones. Il successo del termine rispetto a quello più generico è dovuto alla singolarità storica del movimento di Forza Italia e alla peculiarità dell'approccio mediatico dei suoi esponenti, in particolare dei sostenitori più fedeli di Berlusconi. Alcuni politici, come ad esempio Giuliano Ferrara si sono autodefiniti tali. Nel giornalismo è invalso l'uso del termine berluscones per indicare uno sfegatato sostenitore del Cavaliere, anche per persone non appartenenti alla politica, va ricordato il direttore del TG4 Emilio Fede.

In seguito all'ingresso di Silvio Berlusconi nel mondo della politica ed alla conseguente formazione di Forza Italia, fu subito evidente che il partito si identificava completamente nelle posizioni del suo leader e fondatore e non sarebbe né nato né esistito senza di esso, cioè una sorta di partito personale. Durante il corso degli anni, però, si sono formate diverse correnti che rappresentano l'origine culturale e politica dei membri di Forza Italia: vi sono due componenti socialiste, una socialdemocratica, una cristiano-democratica ed una liberale.

Nessuna di esse -soprattutto durante i Congressi- ha mai manifestato posizioni distinte dal leader e per questo motivo (pur nella formale pluralità correntizia) i membri di Forza Italia venivano generalmente denominati "berluscones". Con il tempo, tuttavia, il termine è passato ad indicare una parte più ristretta dei membri di Forza Italia più fortemente legati alle posizioni di Silvio Berlusconi.

Negli altri partiti, principalmente Alleanza Nazionale della coalizione di centro-destra denominata Casa delle Libertà, sono presenti delle "correnti" formate da uomini vicini alle posizioni di Forza Italia e di Silvio Berlusconi i cui aderenti sono soprannominati berluscones. Tra essi Carlo Giovanardi distaccatosi dall'UDC nel 2008 per confluire nel partito fondato da Silvio Berlusconi: il Popolo della Libertà, e Maurizio Gasparri in AN.

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Lino Jannuzzi

Lino Jannuzzi

Lino Jannuzzi (pseudonimo di Raffaele Iannuzzi; Grottolella, 20 febbraio 1928) è un giornalista e politico italiano.

Dopo avere fondato in gioventù l'Unione Goliardica Italiana, passò al giornalismo, scrivendo per L'Espresso. Insieme a Eugenio Scalfari pubblicò nel 1967 l'inchiesta sul SIFAR che fece conoscere il progetto di colpo di stato chiamato piano Solo. Condannato a 13 mesi, non andò in carcere perché eletto al Senato nelle file del PSI dal 1968 al 1972. Nel giugno 1971 firmò la petizione del settimanale "l'Espresso" contro il commissario Luigi Calabresi ed altri funzionari della questura e del tribunale di Milano.

Continuò la carriera giornalistica, fondando nel 1979 Radio Radicale e diventando in seguito direttore del Il Giornale di Napoli. Ha diretto l'agenzia di stampa Il Velino dal 1999 al 2002, lasciandola poi per fondare Il Nuovo VeLino. Tale progetto, non ha avuto seguito, escludendo un breve periodo in cui sono state online le testate "Il nuovo VeLino" e l'agenzia "LinOnLine". Jannuzzi è riuscito di fatto a tornare al Velino, tramite la sua elezione a presidente della società editrice Impronta.

Scrive anche per Panorama e Il Giornale.

Dal 2001 al 2008 è stato nuovamente eletto senatore, per due volte nelle file di Forza Italia: la leadership di questo partito gli offrì il seggio come "scudo" nei confronti delle iniziative giudiziarie (azioni civili e procedimenti penali) originate dalle sue campagne giornalistiche. La revisione costituzionale del 1993, in realtà, aveva reso assai più complesso questo tipo di operazione e - a differenza di quanto efficacemente garantitogli da Nenni con la candidatura al Senato del 1968 - la soppressione dell'autorizzazione a procedere non consentì di conseguire la fine della persecuzione dei suoi "reati di opinione": l'istituto dell'insindacabilità delle opinioni espresse (articolo 68 primo comma della Costituzione), invocato dalla difesa di Iannuzzi, si è prestato ancor meno, perché Iannuzzi ha dichiarato di non voler sottostare alla nuova giurisprudenza della Corte costituzionale sul 'nesso funzionale' precostituendosi un alibi con una interrogazione che preceda i suoi articoli di stampa. Di conseguenza, fallito anche il ricorso alla sua immunità come componente della delegazione parlamentare italiana al Consiglio d'Europa, è stato necessario che il Capo dello Stato gli accordasse la grazia per evitare che il superamento del limite di tre anni - nel cumulo delle condanne penali - lo portasse alla detenzione in carcere.

Nella fattispecie, Lino Jannuzzi era stato condannato in via definitiva a due anni cinque mesi e dieci giorni di reclusione per diffamazione a mezzo stampa per degli articoli pubblicati su Il Giornale di Napoli negli anni ottanta e novanta.

Di fronte alla prospettiva che un Senatore della Repubblica venisse recluso per un reato di opinione, l'11 febbraio 2006 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi firmò un provvedimento di grazia a favore di Jannuzzi.

Il Popolo della Libertà non lo ha ricandidato alle successive elezioni e Jannuzzi è tornato al lavoro di giornalista.

È autore del libro Il processo del secolo. Come e perché è stato assolto Andreotti, in cui sostiene che sia stata sancita l'innocenza di Giulio Andreotti nel processo che lo ha visto imputato per mafia, finito con la prescrizione del reato accertato fino al 1980, e l'assoluzione completa per i fatti contestatigli successivamente a tale data.

È risultato oggetto di discussione nelle intercettazioni della Procura di Palermo, nei primi mesi del 2001. Il giornalista Marco Travaglio in un suo libro scrive che il boss Giuseppe Guttadauro, parlando nella propria abitazione con l'amico mafioso Salvatore Aragona, stava organizzando una campagna stampa a favore dei colleghi detenuti; quest'ultimo gli avrebbe segnalato Giuliano Ferrara e lo stesso Lino Jannuzzi che «Ha scritto un libro contro Caselli e un libro pure su Andreotti ed in è in intimissimi rapporti con Dell'Utri», al che Guttaduaro avrebbe risposto «Jannuzzi buono è!».

Boccassini, Del Ponte e Paciotti citarono in giudizio Jannuzzi, la Mondadori (presieduta da Marina Berlusconi) e la Società Europea di Edizioni, editrice del Giornale (di proprietà di Paolo Berlusconi).

Tutti e tre i processi si sono conclusi con condanne che riconoscevano la falsità delle parole di Jannuzzi.

La Società Europea di Edizione è stata condannata a risarcimenti di oltre 100.000 euro e alla pubblicazione a proprie spese di smentite non solo sul Giornale stesso ma anche su altri quotidiani nazionali.

La Mondadori ed il direttore responsabile di Panorama sono stati condannati a risarcimenti di oltre 250.000 euro.

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Source : Wikipedia