Giorgio Napolitano

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Inviato da amalia 27/02/2009 @ 10:00

Tags : giorgio napolitano, politica

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Giorgio Napolitano

Giorgio Napolitano con Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio dei Ministri

Giorgio Napolitano (Napoli, 29 giugno 1925) è un politico italiano, undicesimo presidente della Repubblica, in carica dal 15 maggio 2006.

In precedenza era stato Presidente della Camera dei Deputati nell'XI Legislatura (sostituendo nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro, salito al Quirinale) e Ministro dell'Interno nel Governo Prodi I, nonché deputato dal 1953 al 1996 e Senatore a vita dal 2005 (nominato da Carlo Azeglio Ciampi) fino alla sua elezione alla prima carica della Repubblica.

È il primo Capo dello Stato che abbia fatto parte del Partito Comunista Italiano.

È il terzo presidente ad essere eletto alla quarta chiamata (dopo Einaudi e Gronchi), il sesto ex Presidente della Camera eletto Capo dello Stato (dopo Enrico De Nicola, Gronchi, Leone, Pertini e Scalfaro), il secondo ad essere eletto da senatore a vita (prima di lui Leone), e il terzo presidente napoletano (dopo De Nicola e Leone).

Nasce a Napoli da genitori di Gallo di Comiziano (NA). Studente dal 1938 al 1941 al Liceo Classico Umberto I di Napoli, dove frequenta quarta e quinta ginnasio e salta poi alla seconda Liceo (erano gli anni della guerra). Nel dicembre del 1941 si trasferisce con la sua famiglia a Padova e lì si diploma presso il liceo Tito Livio. Nel 1942 Napolitano si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli. Durante gli anni dell'Università, fa parte del GUF, il gruppo universitario fascista: collabora infatti con il settimanale IX maggio tenendo una rubrica di critica teatrale. In questo periodo si forma tuttavia il gruppo di amici storico di Napolitano che seppur militando ufficialmente nel fascismo guardava alle prospettive dell'antifascismo. Napolitano dirà più avanti: "il GUF era in effetti un vero e proprio vivaio di energie intellettuali antifasciste, mascherato e fino a un certo punto tollerato". Il giovane Napolitano, appassionato di teatro (un interesse coltivato tra i banchi del liceo Umberto di Napoli, con amici come Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Antonio Ghirelli), debutta anche come attore in un paio di piccole parti nella compagnia del GUF al Teatro degli Illusi presso Palazzo Nobili; ha anche interpretato il ruolo di protagonista nella commedia Viaggio a Cardiff di William Butler Yeats.

Durante l'occupazione tedesca, con il gruppo formatosi all'interno del GUF prende parte alle azioni della Resistenza in Campania. In particolare, tra queste, l'azione con cui si impadroniscono della redazione del IX maggio, pubblicando brani di Karl Marx mascherati come pezzi firmati di volta in volta dai diversi componenti del gruppo. Nel 1945 Napolitano aderisce al Partito Comunista Italiano, di cui è segretario federale a Napoli e Caserta.

Due anni dopo, nel 1947, si laurea in Giurisprudenza con una tesi di economia politica dal titolo: "Il mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno dopo l'unità e la legge speciale per Napoli del 1904".

Eletto deputato nel 1953 (e successivamente sempre rieletto, nella circoscrizione di Napoli, fino al 1996), diviene responsabile della commissione meridionale del Comitato Centrale del PCI, di cui era diventato membro a partire dall'VIII congresso (1956) grazie all'appoggio che Palmiro Togliatti dette in quel periodo a lui e ad altri giovani dirigenti nell'ottica della creazione di una nuova e più eterogenea dirigenza centrale.

In effetti, in quel periodo, non tutti nel comunismo europeo condividono quella scelta, tanto che la CGIL (come in Francia un gruppo di intellettuali) consuma uno strappo notevole, affermando che quella d'Ungheria era da considerare una legittima rivoluzione, e che nel comunismo si dovevano aprire le prospettive di una apertura democratica. Questa contraddizione interna diventa ancora più evidente dal momento che l'VIII Congresso del PCI si svolge all'insegna della "via italiana al socialismo" come via democratica e nazionale, con il principale apporto di Giorgio Amendola, di cui Napolitano si considererà sempre un allievo.

Tra il 1960 e il 1962 è responsabile della sezione lavoro di massa, successivamente, dal 1963 al 1966, segretario della federazione comunista di Napoli.

Nel confronto interno seguente la morte di Togliatti nel 1964, Napolitano è uno degli esponenti moderati di maggior peso, parte della corrente del partito più attenta al Psi (che, rompendo il fronte popolare, entrerà al governo con la Dc) in contrapposizione a quella più legata al clima di ribellione precedente il 1968.

Dopo essere entrato, a partire dal X Congresso, nella direzione nazionale del partito, dal 1966 al 1969 diviene coordinatore dell'ufficio di segreteria e dell'ufficio politico del PCI. Nel 1966 riveste l'incarico non ufficiale di vicesegretario di fatto del partito con Luigi Longo, finché due anni più tardi l'incarico sarà affidato a Enrico Berlinguer.

Tra il 1969 e il 1975, si occupa principalmente dei problemi della vita culturale del Paese, come responsabile della politica culturale del PCI. Il suo libro "Intervista sul PCI" con Eric Hobsbawm (Laterza 1975) ha un certo successo, con traduzioni in oltre 10 paesi.

Nel periodo della solidarietà nazionale (1976-79) è portavoce del PCI nei rapporti con il governo Andreotti, sui temi dell'economia e del sindacato. Negli anni settanta svolge una grande attività all'estero, tenendo conferenze negli istituti di politica internazionale in Gran Bretagna, in Germania e (cosa all'epoca inusuale per un politico italiano) nelle Università degli Stati Uniti (Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, SAIS e CSIS di Washington).

La sua ferma critica all'Unione Sovietica è ormai accettata dalla maggioranza del partito. In questo periodo, contribuisce al confronto con la socialdemocrazia europea, in special modo con l'Ostpolitik di Willy Brandt, e guida un viaggio semiufficiale negli Stati Uniti, dove fino a quel momento i partiti comunisti europei non avevano avuto cittadinanza politica. Con Amendola prosegue nella battaglia per far crescere l'europeismo del Pci fino a candidare al parlamento europeo Altiero Spinelli.

Dal 1976 al 1979 è responsabile della politica economica del partito. Nel 1978 è stato protagonista di un evento significativo: fu il primo dirigente del partito comunista italiano a ricevere un visto per recarsi in visita negli Stati Uniti dove terrà conferenze ed importanti incontri ad Aspen, Colorado, e all'Università di Harvard soltanto una decina di anni dopo, anche grazie all'interessamento di Giulio Andreotti.

Dal 1986 dirige nel partito la commissione per la politica estera e le relazioni internazionali.

In quegli anni all'interno del PCI prevale, in politica estera, la linea di Napolitano di "piena e leale" solidarietà agli USA e alla NATO.

Dal 1981 al 1986 (durante l'VIII e la IX legislatura) è presidente del gruppo dei deputati del PCI alla Camera dei Deputati, e, dal 1989 al 1992, parlamentare europeo.

Alla morte di Enrico Berlinguer, Napolitano è tra i possibili successori alla Segreteria del Partito; gli viene tuttavia preferito Alessandro Natta.

Napolitano è stato uno degli esponenti storici della corrente della "destra" del PCI, nata verso la fine degli anni sessanta ed ispirata ai valori del socialismo democratico, nel solco della tradizione segnata da Giorgio Amendola. Negli anni di maggior scontro interno la corrente di Napolitano viene detta dagli avversari "migliorista", nome coniato anche con una certa accezione dispregiativa facendo riferimento ad un'azione politica che servisse a migliorare le condizioni di vita della classe lavoratrice senza però rivoluzionare strutturalmente il capitalismo.

Nel 1985 affermava che il riformismo europeo è "il punto di approdo del PCI".

Nel luglio del 1989 è Ministro degli Esteri nel governo ombra del PCI, da cui si dimette all'indomani del congresso di Rimini, in cui si dichiara favorevole alla trasformazione in Partito Democratico della Sinistra. In un'intervista rilasciata il 6 marzo del 92 ribadisce: "Ci caratterizza l'antica convinzione che il Pci abbia tardato a trasformarsi in un partito socialista democratico di stampo europeo".

Nel 1991, in piena guerra del Golfo, fa uno storico viaggio in Israele, riportando le posizioni del Partito Comunista Italiano verso una maggiore attenzione alle istanze della comunità ebraica.

Nel 1992 viene eletto Presidente della Camera dei Deputati sostituendo Oscar Luigi Scalfaro, eletto Presidente della Repubblica Italiana. Si trattò della “legislatura di Tangentopoli” e la Presidenza della Camera divenne uno dei fronti del rapporto tra magistratura e politica: due episodi sono estremamente significativi del modo in cui l'indiscusso prestigio personale del presidente Napolitano guadagnò alle istituzioni il conforto dell’opinione pubblica, che in quel periodo era particolarmente incline alla sfiducia nei confronti delle pubbliche autorità.

Il 2 febbraio 1993 all’ingresso posteriore di palazzo Montecitorio si presentò un ufficiale della Guardia di finanza con un ordine di esibizione di atti: esso si riferiva agli originali dei bilanci dei partiti politici (peraltro pubblicati anche in Gazzetta Ufficiale), evidentemente utili al magistrato procedente (Gherardo Colombo, della Procura di Milano) per verificare se talune contribuzioni a politici inquisiti fossero state dichiarate a bilancio, secondo le prescrizioni della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Il Segretario generale della Camera, su istruzioni del Presidente, oppose all’ufficiale l’immunità di sede, l'antichissima guarentigia delle Camere in cui la forza pubblica non può accedere se non su autorizzazione del loro Presidente. Nei giorni successivi tutti i partiti politici e tutti i principali organi di stampa sostennero la scelta del presidente Napolitano.

Il secondo evento ebbe luogo subito dopo la clamorosa seduta del 29 aprile 1993, in cui alcune delle richieste di autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi furono respinte dalla Camera a voto segreto. Il presidente Napolitano convocò il 6 maggio 1993 la Giunta del Regolamento e dispose che le deliberazioni della Camera sulle autorizzazioni a procedere fossero per l’avvenire votate in maniera palese (mantenendo il ricorso al voto segreto solo per la sottoposizione all'arresto, alla perquisizione o ad altra privazione della libertà personale). Così innovando la prassi parlamentare ultrasecolare, la Presidenza della Camera (e quella del Senato, retta da Spadolini, che adottò analoga deliberazione in pari data) si evitò per il prosieguo che le proposte di concessione dell’autorizzazione richiesta dalla magistratura fosse respinta nel segreto dell’urna da quello che era stato ribattezzato il “Parlamento degli inquisiti”.

Successivamente, Romano Prodi lo sceglie come Ministro dell'Interno del suo governo nel 1996. Come primo ex-comunista ad occupare la carica di Ministro dell'Interno, propone quella che diverrà nel luglio 1998 la Legge Turco-Napolitano, che istituisce i centri di permanenza temporanea (CPT) per gli immigrati clandestini.

Mentre ricopre tale incarico, è molto criticato per non aver attuato una tempestiva e adeguata sorveglianza su Licio Gelli, fuggito all'estero (dopo essere evaso dal carcere già nel 1983) il 28 aprile 1998, il giorno stesso della divulgazione della sentenza definitiva di condanna per depistaggio e strage da parte della Cassazione. Per questi fatti il direttore di MicroMega Paolo Flores D'Arcais ne chiede le dimissioni.

Dopo la caduta dell'esecutivo guidato da Prodi, è nuovamente europarlamentare dal 1999 al 2004 tra le file dei Democratici di Sinistra ricoprendo la carica di Presidente della Commissione Affari Costituzionali (AFCO), una delle più influenti del Parlamento Europeo.

Il 23 settembre 2005 è nominato, assieme a Sergio Pininfarina, Senatore a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Il 10 maggio 2006 è eletto undicesimo Presidente della Repubblica Italiana alla quarta votazione con 543 voti su 990 votanti dei 1009 aventi diritto. Giura ed entra ufficialmente in carica il giorno 15 maggio.

È il primo esponente proveniente dal PCI a divenire Presidente della Repubblica ed è il primo Presidente della Repubblica proveniente da un gruppo parlamentare (in questo caso L'Ulivo), dopo la caduta della "prima repubblica". Tra i suoi primi atti, la concessione della grazia a Ovidio Bompressi, in continuità con le determinazioni assunte dal predecessore Carlo Azeglio Ciampi.

Il 9 luglio 2006 è stato presente, insieme al ministro Giovanna Melandri all'Olympiastadion di Berlino durante la partita finale dei Mondiali di calcio 2006, dove la Nazionale di calcio italiana ha conquistato il loro quarto titolo mondiale: prima di allora l'onore era spettato solo a Sandro Pertini.

Nella veste di presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Napolitano ha assunto una serie di iniziative verso l'ordine giudiziario: nella primavera del 2007 ha chiesto al CSM stesso notizie relative al fascicolo personale di Henry John Woodcock, il pm che indagava su Vittorio Emanuele di Savoia mentre nell'autunno del 2008 ha più volte auspicato la risoluzione della "guerra tra le Procure" di Salerno e Catanzaro sulle indagini attinenti l'avocazione delle inchieste del pm Luigi De Magistris.

Nel 2008, nel pieno delle polemiche per le forti contestazioni, da parte di esponenti dei centri sociali e della sinistra, alla presenza dello stato di Israele alla Fiera Internazionale del Libro di Torino (nazione invitata per il sessantennale della sua creazione, ma, al contrario del Salon du Livre di Parigi che aveva fatto una scelta analoga, senza dare spazio anche agli scrittori palestinesi) l'annunciata visita di Napolitano alla manifestazione viene criticata dallo scrittore svizzero Tariq Ramadan. Secondo Ramadan la presenza di Napolitano avrebbe dato una valenza politica all'invito di Israele e lo stesso Napolitano avrebbe equiparato le critiche ad Israele all'antisemitismo. In risposta alle critiche è stata emessa una nota del Quirinale.

Dal 21 febbraio 2007 si trova a dover gestire la prima crisi di Governo da quando è salito al Colle, causata dalle dimissioni del premier Romano Prodi, in seguito al voto contrario del Senato alla relazione sulla politica estera del suo Governo; dopo tre giorni rinvia il Governo alle Camere per la fiducia.

Il 24 gennaio 2008 riceve nuovamente le dimissioni di Prodi, in seguito al voto di sfiducia al governo maturato in Senato in seguito all'abbandono della maggioranza governativa da parte dell'UDEUR di Clemente Mastella. Avvia le consultazioni con le forze politiche per la ricomposizione di una difficile crisi di governo e, propenso a scongiurare le elezioni anticipate (pure richieste dalla maggioranza delle forze parlamentari), ma consapevole della difficoltà di creare un nuovo esecutivo con maggioranza stabile, il 30 gennaio conferisce al Presidente del Senato Franco Marini un mandato esplorativo finalizzato a trovare un consenso tra le forze politiche su una riforma della legge elettorale e su un governo che assuma le decisioni più urgenti. Ma il tentativo fallisce e, il 4 febbraio, Marini rimette il mandato ricevuto. Il 6 febbraio il Capo dello Stato firma il decreto di scioglimento delle Camere, chiudendo così, dopo appena 22 mesi dal suo insediamento, la XV Legislatura, la seconda più breve della storia della Repubblica (dopo l'XI Legislatura).

Uomo riservato e misurato, non ha mai confuso l'impegno politico e istituzionale con le vicende personali, vissute sempre senza clamore. Conosce Clio Maria Bittoni (nata a Chiaravalle nel 1935) presso l'Università di Napoli, dove lei si laureò in Giurisprudenza, e la sposa con rito civile in Campidoglio nel 1959. I coniugi Napolitano hanno avuto due figli, Giulio e Giovanni, e attualmente sono nonni di due nipotini: Sofia e Simone. La signora Clio, avvocato specializzato in Diritto del lavoro, ha lavorato per molti anni nell'ufficio legislativo della Camera dei deputati, incarico dal quale si dimise nel 1992 quando il marito fu eletto Presidente della Camera.

Tra i suoi maestri di politica la figura più significativa è quella di Giorgio Amendola, leader dell'ala moderata del PCI. Da lui eredita l'orientamento riformista e ne ammira l'energia e l'imponenza ("anche per la sua mole", ebbe a dire: Amendola era infatti detto Giorgio 'o chiatto, vedi note), ma da cui riuscì tuttavia a distanziarsi condannando l'invasione sovietica dell'Afghanistan, giustificata, invece, da Amendola.

L'altro personaggio politico con cui nel PCI Napolitano si confronta è Enrico Berlinguer, che considera parte del cammino verso il "superamento delle contraddizioni di fondo tra il PCI nella sua evoluzione e il comunismo come ideologia e come sistema". Al suo fianco nell'esperienza della solidarietà nazionale, in seguito ne critica le scelte di arroccamento del partito sulle sue posizioni, lavorando invece alla tappa successiva della storia del comunismo italiano: la presa di distanza definitiva dall'URSS all'inizio degli anni ottanta. In un famoso articolo pubblicato da L'Unità nell’estate del 1981, Napolitano mette in guardia Berlinguer dai pericoli del settarismo e dell’isolamento parlamentare verso cui, dice, rischia di trascinare il Pci al solo scopo di battere i ‘familiari sentieri’ della lotta di classe.

Napolitano inoltre si adopera per tenere aperta la possibilità di un confronto e di una possibile convergenza con il PSI. Cerca di mantenere vivi i contatti con il socialismo europeo e italiano anche negli anni del durissimo scontro tra Enrico Berlinguer e Bettino Craxi, che raggiunge il culmine con la differente posizione dei due leader sul referendum che avrebbe abrogato la scala mobile.

Nel 1994, tornato sui banchi parlamentari dopo esser stato Presidente della Camera, è incaricato dal PDS di pronunciare la dichiarazione di voto sulla fiducia del Governo Berlusconi I. Al termine del discorso Silvio Berlusconi si congratula con lui per il discorso in cui auspica "una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione". Si tratta di un rapporto mantenutosi ottimo per tre lustri, fino all'improvvisa crisi istituzionale sul caso Englaro del febbraio 2009.

Per la parte superiore



Giovanni Leone

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Giovanni Leone (Napoli, 3 novembre 1908 – Roma, 9 novembre 2001) è stato un politico italiano. È stato il sesto Presidente della Repubblica Italiana e, per due brevi periodi, dal 21 giugno 1963 al 4 dicembre 1963 e dal 24 giugno 1968 al 12 dicembre 1968, Presidente del Consiglio dei Ministri.

Conseguita la laurea in giurisprudenza nel 1929, a soli 21 anni, ed in scienze politiche sociali nel 1930, allievo di Enrico De Nicola e di Eduardo Massari, nel 1933 ottenne la libera docenza in diritto e procedura penale. Dopo aver insegnato come professore incaricato nella facoltà di giurisprudenza di Camerino, nel 1935 vinse, primo in graduatoria, il concorso a ordinario. Insegnò a Messina (1935-1940), a Bari (1940-1948), dove ebbe fra i suoi collaboratori Aldo Moro), e a Napoli (1948-1956), concludendo la sua carriera universitaria nel 1956 a Roma, dove fino al 1972 tenne la cattedra di proceduta penale alla Sapienza. Ha insegnato anche in università straniere. La sua produzione giuridica ricomprende un numero imponente di pubblicazioni, fra cui un trattato di diritto processuale penale in tre volumi e un manuale di diritto processuale penale su cui hanno studiato generazioni di studenti (l'ultima edizione risale al 1985). Medaglia d'oro al merito della cultura.

In gioventù si iscrisse al Partito Nazionale Fascista per poter esercitare la professione di docente universitario. Fece parte della commissione incaricata di redigere il codice della navigazione del 1942, occupandosi in particolare della parte relativa alle norme penali (tuttora in vigore), quasi completamente ideata e redatta da lui. Dal 1940 al 1943 prese parte alla Seconda guerra mondiale arrivando al grado di tenente colonnello, fece parte del tribunale militare di Napoli e si guadagnò un encomio solenne. Nel 1944 si iscrisse alla Democrazia Cristiana e proseguì la brillante carriera di avvocato penalista iniziata nell'anteguerra.

Nel 1945 fu eletto segretario politico del Comitato napoletano della DC. Nel 1946 assunse un atteggiamento agnostico in occasione del referendum costituzionale del 2 giugno. In quella data fu eletto nelle file della Democrazia Cristiana all'Assemblea Costituente. Fu chiamato a far parte della "commissione dei Settantacinque" che redasse il testo preliminare della Costituzione, contribuendo in modo incisivo alla formulazione delle norme in materia di libertà personali e di azione penale. Il 15 luglio 1946 sposa Vittoria Michitto, dalla quale avrà i figli Mauro, Giancarlo e Paolo (il secondogenito Giulio morirà bambino ). Nel 1948 fu eletto alla Camera dei Deputati. Rieletto a tutte le elezioni successive, lasciò la Camera il 27 agosto 1967 quando fu nominato senatore a vita dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat.

Nel 1955 fu relatore alla Camera della "novella" del codice di procedura penale del 1930, contribuendo in modo determinante alla formulazione definitiva dell'articolato. Le nuove norme (che andarono a sostituire più di un terzo del testo originario varato da Alfredo Rocco nel 1930) sono rimaste in gran parte in vigore fino al 1989, quando è entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale. Vice presidente della Camera dei Deputati dal 24 maggio 1950 al 10 maggio 1955, fu eletto presidente dell'assemblea il 10 maggio 1955 in sostituzione di Giovanni Gronchi eletto presidente della Repubblica. Rimarrà alla guida di Montecitorio fino al 26 giugno 1963, quando si dimise per assumere le funzioni di presidente del Consiglio dei Ministri.

Nell'estate del 1963 e in quella del 1968 fu incaricato di formare due governi monocolore DC "balneari" (formula transitoria mirata ad arrivare al traguardo dell'approvazione della legge di bilancio che all'epoca era prevista il 31 ottobre di ogni anno, per poi dimettersi e cedere il posto a una compagine meno precaria). Il primo governo Leone durò dal 21 giugno al 4 dicembre 1963, il secondo dal 24 giugno al 12 dicembre 1968. In ambedue le ipotesi, Leone accettò l'incarico per puro spirito di servizio, nella piena consapevolezza del mandato a tempo limitato che avrebbe contrassegnato la sua azione governativa.

Il giorno successivo al Disastro del Vajont, Giovanni Leone arrivò sui luoghi della tragedia costata la vita a duemila persone. A Longarone, l'allora Presidente del Consiglio promise giustizia ai superstiti. Ma giustizia non venne mai fatta. Caduto il suo primo governo, Leone divenne avvocato difensore dell'Enel, avente causa della società privata alla quale era stata attribuita la responsabilità di catastrofe e la prevedibilità dell'evento in quanto gestore della diga del Vajont. In quella circostanza, il ricorso a un particolare istituto giuridico presente nel codice civile (la commorienza) fece risparmiare all'Enel miliardi di vecchie lire: così moltissimi fra eredi degli scomparsi e superstiti non vennero mai risarciti.

Fu nominato senatore a vita il 27 agosto 1967 da Giuseppe Saragat, rappresentando l'unico caso fino al 2006 (anno dell'elezione di Giorgio Napolitano a capo dello Stato) di un senatore a vita poi eletto presidente della Repubblica. La scelta di Saragat fu interpretato come un gesto elegante nei confronti di Leone, che nel 1964 fino al quattordicesimo scrutinio era stato il candidato ufficiale della DC e che successivamente si era ritirato per consentire l'elezione dell'esponente socialdemocratico.

Fu eletto Capo dello Stato il 24 dicembre 1971 al ventitreesimo scrutinio, con 518 voti su 1008 "grandi elettori". Per il raggiungimento del quorum richiesto (505), furono determinanti i voti del Movimento Sociale Italiano. Nei primi scrutini, il candidato ufficiale della DC era stato il presidente del Senato Amintore Fanfani, ma questi in seguito dovette cedere il passo a Leone. Dopo il ritiro di Fanfani, provocato anche dall'azione dei cosidetti "franchi tiratori" del suo stesso partito, la maggioranza dei parlamentari della DC si orientarono infatti sulla candidatura del giurista napoletano. Essa fu interpretata in chiave conservatrice, anche perché prevalse di stretta misura su quella di Aldo Moro, che avrebbe rappresentato una scelta più aperta ai partiti di sinistra. Nondimeno, i rapporti di Leone con lo statista pugliese rimasero eccellenti. E nei giorni del sequestro del presidente della DC, Leone fu addirittura sul punto di compiere un gesto umanitario che forse avrebbe potuto impedire l'assassinio di Moro.

Secondo autorevoli costituzionalisti, la sua presidenza fu caratterizzata da una linea improntata all'indipendenza piena dai partiti e al rispetto scrupoloso delle istituzioni . Leone fu sempre rispettoso del dettato costituzionale, e nell'avvalersi delle sue prerogative effettuò delle scelte del tutto aliene da impostazioni ideologiche (ad esempio, nella nomina dei giudici costituzionali optò per giuristi insigni di area politica del tutto antitetica a quella della DC come il romanista Edoardo Volterra e il costituzionalista Antonio La Pergola.

Durante la sua presidenza, nominò cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi, futuro capo di governo. Rimase in carica fino al 15 giugno 1978 quando, con sei mesi e quindici giorni di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, lasciò il Quirinale a seguito della richiesta di dimissioni presentata dalla Direzione dell'allora Pci sulla spinta di una campagna di stampa che chiamava in causa il Capo dello Stato soprattutto relativamente allo scandalo Lockheed . In seguitò le illazioni caddero una a una, e la campagna di stampa si rivelò in gran parte il risultato di un'abile strumentalizzazione.

A partire dal 1975 Leone e i suoi familiari si trovarono al centro di attacchi violentissimi e insistenti, mossi soprattutto dal Partito Radicale di Marco Pannella, dal settimanale L'espresso, in particolare dalla giornalista Camilla Cederna che nei primi mesi del 1978 pubblicò per tipi di Feltrinelli un pamphlet diffamatorio su presunte irregolarità commesse dal presidente e dei suoi familiari (volume per il quale la giornalista subì una serie di processi in sede civile e penale, con l'esito finale della condanna al pagamento di un risarcimento astronomico ) e dal periodico "OP" di Mino Pecorelli, e in parte alimentati da alcune frange della Democrazia Cristiana e da elementi vicini alla loggia P2 di Licio Gelli. Fino al giorno delle sue dimissioni, Leone preferì non rispondere pubblicamente, chiudendosi in un dignitoso silenzio (l'unica volta che perse le staffe fu in occasione di una visita ufficiale a Pisa, quando, agli studenti dell'estrema sinistra che lo insultavano, rispose facendo il segno delle corna ). A reagire furono soltanto i suoi familiari, chiamati anch'essi in causa con accuse per lo più fantasiose, e che ottennero successivamente piena soddisfazione in sede giudiziaria civile e penale.

Leone contava anche sul sostegno della DC, ma in realtà il suo partito lo difese senza troppa convinzione . Basti dire che il 15 ottobre 1975 Leone inviò un articolato messaggio alle Camere , la DC si adoperò perché passasse il più possibile sotto silenzio (in un'intervista televisiva del 1996, l'ex capo dello Stato sottolineò come il presidente del Senato dell'epoca, Giovanni Spagnolli, avesse evitato perfino che ci fosse un dibattito in aula sui contenuti del messaggio). Nel 1976 incominciò a circolare un'indiscrezione, secondo la quale sarebbe stato lui stesso il personaggio chiave attorno al quale ruotava lo scandalo Lockheed (illeciti nell'acquisto da parte dello Stato italiano di velivoli dagli Usa), con il nome in codice Antelope Cobbler. Non solo questa e le altre accuse avanzate contro Leone non furono mai provate, ma anzi fu ampiamente dimostrata la sua assoluta estraneità a ogni fatto addebitatogli .

In un primo momento, Leone pensò di presentare spontaneamente le dimissioni, anche in coerenza con quanto rappresentato dal suo messaggio alle Camere dove auspicava una riduzione da sette a cinque anni del mandato presidenziale . In seguito l'idea venne abbandonata, ma immediatamente dopo il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978) le polemiche ripresero in maniera più virulenta, e il PCI chiese formalmente per primo le sue dimissioni, che Leone stesso annunciò agli italiani il 15 giugno 1978 in un messaggio televisivo. Le dimissioni intevennero 14 giorni prima dell'inizio del coseddetto "semestre bianco", ossia il periodo durante il quale il presidente della Repubblica non può sciogliere anticipatamente le Camere .

A seguito delle dimissioni, in quanto ex presidente della Repubblica divenne di diritto senatore a vita, e fece ritorno al Senato, iscrivendosi al gruppo misto. Prese parte con assiduità ai lavori della commissione Giustizia, battendosi soprattutto perché il nuovo codice di procedura penale non fosse redatto nella forma entrata in vigore nel 1989. I fatti gli diedero ragione, perché da quella data il vigente codice di rito ha subìto un numero impressionante di modifiche, andando incontro a censure di illegittimità costituzionale di ogni tipo.

Nel 1994 votò la fiducia al Governo Berlusconi, e fece lo stesso nel 1996 con il primo Governo di Romano Prodi. Al contrario, non sostenne il governo D'Alema I.

In occasione del suo novantesimo compleanno, il 3 novembre 1998 fu promosso dalla presidenza del Senato un convegno in suo onore a Palazzo Giustiniani al quale, oltre al presidente della Repubblica in carica Oscar Luigi Scalfaro e a numerose personalità, presero parte alcuni esponenti dell'ex PCI fra cui il futuro presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Prima della manifestazione, Marco Pannella ed Emma Bonino andarono a stringere la mano all'anziano ex presidente della Repubblica e a scusarsi pubblicamente per gli attacchi di vent'anni prima. La mattina dello stesso giorno, i quotidiani avevano anticipato il contenuto di una lettera all'ex presidente dei due esponenti radicali, con la quale essi, oltre a rendere omaggio a Leone, riconoscevano di essere stati vent'anni prima dalla parte del torto chiedendogli pubblicamente scusa .

Camilla Cederna, nonostante fosse sempre uscita soccombente dai numerosi giudizi penali e civile, morirà nel 1997 senza aver mai chiesto scusa a Giovanni Leone e alla sua famiglia.

Poche settimane prima di spegnersi all'età di 93 anni, a seguito del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 25 settembre 2001 gli fu attribuito il titolo di presidente emerito della Repubblica, dignità di ordine onorifico e protocollare che da allora spetta ex lege a tutti gli ex capi dello Stato in vita .

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Nicoletta Spagnoli

Nicoletta Spagnoli (Perugia, 1955) è una imprenditrice italiana, amministratore delegato della Luisa Spagnoli.

Conseguita una laurea in Farmacia trascorre un periodo di studio negli Stati Uniti dove le viene offerto un Dottorato di Ricerca, che tuttavia rifiuta quando nel 1983 viene chiamata dal padre a lavorare nell'azienda di famiglia. Alla morte del padre Lino Spagnoli, nel 1986, assume la guida dell'azienda assieme al fratello Mario, occupandosi delle collezioni e dell'amministrazione. Sotto la sua guida l'azienda d'abbigliamento Luisa Spagnoli espande il proprio mercato e vede crescere il fatturato dai 90 miliardi di lire del 1986 ai 117 milioni di euro del 2006.

Nel 2003 vince il premio di imprenditore dell'anno Ernst & Young per la categoria "Communications", nel 2007 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le conferisce il titolo di Cavaliere del Lavoro.

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Presidenti della Repubblica Italiana

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L'Italia ha avuto sinora undici presidenti della Repubblica.

Fra essi è incluso per primo Enrico De Nicola, che fu Capo provvisorio dello Stato per nomina convenzionale (a seguito di votazione) dell'Assemblea costituente; l'interessato sempre evitò di essere chiamato "presidente", preferendo un titolo più rispondente alla oggettiva situazione di fatto. Il titolo di "Presidente della Repubblica Italiana" gli fu tuttavia conferito d'ufficio il 1°gennaio 1948, giorno di entrata in vigore della nuova Costituzione, a norma della I Disposizione transitoria e finale della stessa.

In Italia non è previsto, sempre a norma della Carta costituzionale, l'istituto della vicepresidenza, né è prevista la supplenza. In caso di impedimento del presidente della Repubblica, il presidente del Senato è chiamato ad esercitarne le funzioni (Art. 86). L'inclusione dei presidenti del senato facenti funzione nella lista dei presidenti della Repubblica - estensione la cui pratica per qualche ragione si è diffusa nel mondo anglosassone - è pertanto del tutto impropria.

Il primo presidente eletto secondo il dettato della Costituzione fu Luigi Einaudi.

Il Presidente eletto con il più ampio margine fu Alessandro Pertini che, nel 1978, raggiunse l'83,6% dei consensi (ossia 832 voti su 995).

Giovanni Leone fu invece il Presidente che ottenne, nel 1971, il minor numero di consensi: il 52,0% (ossia 518 voti su 996). La sua elezione fu anche la più difficile e lunga della storia repubblicana, in quanto richiese 23 scrutini, protraendo i lavori parlamentari per quasi 25 giorni.

Antonio Segni fu il primo presidente a dimettersi anticipatamente, a causa di un ictus. Poi, Giovanni Leone (nel 1978) e Francesco Cossiga (nel 1992), lasceranno in tono polemico pochi mesi prima a causa di contrasti ed incomprensioni con il Parlamento e i media.

Enrico De Nicola è l'unico ad aver ricoperto sia l'incarico di Presidente del Senato che della Camera (quest'ultimo ruolo durante il Regno d'Italia). Ricoprì, successivamente, anche il ruolo di Presidente della Corte Costituzionale. Nella sua vita si ritrovò ad essere quindi la prima, la seconda, la terza e la quinta carica dello Stato.

Cossiga (insieme a De Nicola) ha ricoperto anche l'incarico di Presidente del Senato, mentre, sempre Enrico De Nicola, Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Alessandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano ricoprirono precedentemente anche la carica di Presidente della Camera dei Deputati (Cossiga, Gronchi, Leone e Scalfaro vennero eletti proprio mentre ricoprivano la carica di presidente di una delle due Camere). Giuseppe Saragat ricoprì invece la carica di Presidente dell'Assemblea Costituente.

Segni, Leone, Cossiga e Ciampi sono gli unici ad aver ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei Ministri.

Leone e Napolitano sono, fino ad oggi, gli unici presidenti che ricoprivano già il ruolo di senatore a vita.

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Carlo Azeglio Ciampi

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Carlo Azeglio Ciampi (Livorno, 9 dicembre 1920) è un economista e politico italiano, decimo Presidente della Repubblica dal 18 maggio 1999 al 10 maggio 2006.

È stato Governatore della Banca d'Italia dal 1979 al 1993, Presidente del Consiglio dei Ministri e Ministero del Turismo e dello Spettacolo ad interim (1993-1994) e Ministro del Tesoro e del Bilancio (1996-1999). Con la fine del suo mandato presidenziale è diventato senatore a vita.

Fa parte del coordinamento nazionale del Partito Democratico.

Figlio di Pietro Ciampi e di Maria Masino. Dopo aver conseguito la laurea in Lettere nel 1941 alla Scuola Normale di Pisa, dove aveva frequentato, rimanendone affascinato, le lezioni del filosofo Guido Calogero e dove aveva conosciuto anche Franca Pilla, la futura moglie, fu chiamato alle armi nello stesso anno come sottotenente dell'esercito in Albania.

Quando viene siglato l'armistizio dell'8 settembre 1943, si trova in Italia con un permesso; rifiuta di aderire alla Repubblica di Salò e si rifugia a Scanno, in Abruzzo, col suo maestro Calogero, esponente di primo piano del pensiero liberalsocialista e vicino al Partito d'Azione.

Il 24 marzo 1944, con un gruppo di una sessantina di persone, partendo da Sulmona si mette in marcia per raggiungere gli Alleati attraversando il massiccio della Majella. Si tratta di un viaggio pericoloso, in mezzo alla neve e a temperature molto basse, lungo un percorso che attraversa Taranta Peligna, Campo di Giove, Guado di Coccia e, infine, Casoli. Il gruppo, che perde una decina di componenti, stremati dal freddo e dalla fatica, incontra per primo i Patrioti della Brigata Maiella.

Riesce quindi ad arrivare a Bari, dove consegna a Tommaso Fiore il testo manoscritto del «catechismo liberalsocialista del Partito d'azione» datogli da Calogero, si arruola nel rifondato esercito italiano e si iscrive al Partito d'Azione.

Nel 1946 sposa Franca (nata il 19 dicembre 1920), consegue la seconda laurea in Giurisprudenza presso l'Università di Pisa e, su pressione della moglie, partecipa al concorso che lo fa entrare come impiegato in Banca d'Italia, dove rimarrà per 47 anni (14 da Governatore).

Nello stesso anno si iscrive anche alla CGIL e ne conserva la tessera fino al 1980.

Nel 1960 fu chiamato all'amministrazione centrale della banca di cui nel 1970 assunse la direzione. Nel 1973 diventò segretario generale, vice direttore generale nel 1976 e direttore generale nel 1978. Nell'ottobre del 1979 fu nominato Governatore della Banca d'Italia e Presidente dell'Ufficio Italiano dei Cambi, posizioni che ricoprì fino al 1993.

Dall'aprile 1993 al maggio 1994 fu il Presidente del Consiglio di un governo tecnico di transizione, il primo Presidente del Consiglio non parlamentare della storia della Repubblica. Non sono mancate anche in tal senso polemiche, che, sebbene minoritarie vedono una carenza di rappresentatività popolare negli organi costituzionali, non avendo egli mai ricoperto cariche elettive.

Nel giugno 1994 fu chiamato a ricoprire la carica di vice-Presidente della Banca dei Regolamenti Internazionali, ruolo che detenne fino al maggio 1996.

In seguito è stato Ministro del Tesoro (dall'aprile 1996 al maggio 1999) nei governi Prodi I e D'Alema I. In questo periodo, la sua opera è stata caratterizzata dal contenimento dell'enorme debito pubblico italiano in vista del rispetto dei parametri di Maastricht, per garantire l'accesso dell'Italia alla moneta unica europea. Ha avviato il processo di risanamento delle Poste Italiane.

È autore di alcuni libri, tra i quali si ricordano: Considerazioni Finali del Governatore della Banca d'Italia dal 1979 al 1993 (finito di stampare nel 1994); Sfida alla disoccupazione: promuovere la competitività europea e Un metodo per governare, entrambi del 1996.

La sua candidatura viene avanzata da un vasto schieramento parlamentare e in particolare dall'allora Presidente del Consiglio D'Alema che ottiene, durante le trattative, il benestare dell'opposizione di centro-destra, anche se Ciampi era molto vicino all'Ulivo. Considerato come figura fondamentale per l'entrata nell'Euro e come uno dei ministri più popolari del governo gode anche dell'appoggio del mondo economico e finanziario oltre che della stima dei dirigenti dell'Unione Europea. Il 13 maggio 1999 è stato eletto alla prima votazione, con larga maggioranza (707 voti su 1010), decimo presidente della Repubblica. In questa veste, egli ha cercato di trasmettere agli italiani quel patriottico sentimento nazionale che deriva dalle imprese del Risorgimento e della Resistenza e che si manifesta nell'Inno di Mameli e nella bandiera tricolore.

Ciampi è stato un Presidente che, analogamente a quanto avvenne con Sandro Pertini, ha riscosso sempre un alto indice di gradimento nei sondaggi fatti dai vari Istituti italiani, con una media oscillante tra il 70 e l'80% (il minimo si registrò con il 67% relativo al nord-est del Paese, ossia dove la Lega Nord è più forte). Rimanendo sempre, perciò, una delle figure nelle quali gli italiani riponevano la loro fiducia e rafforzando con la sua figura istituzionale lo stesso ruolo del Presidente della Repubblica.

Ha ricevuto, nel 2005, il premio Carlo Magno dalla città tedesca di Aquisgrana per il suo impegno volto a garantire l'idea di Europa unita e pacifica; sempre nel 2005, ha anche ricevuto ad honorem il David di Donatello per la sua volontà di rilanciare il cinema italiano.

In un intervento al Parlamento Europeo è stato vivacemente contestato da alcuni europarlamentari della Lega, tra cui Mario Borghezio, scontenti per l'ingresso dell'Italia nella Moneta comune Europea, l'Euro, citato nel discorso del Presidente della Repubblica.

Durante il settennato Ciampi e Signora hanno posto la loro residenza presso il palazzo del Quirinale.

La consorte del Presidente, come raramente accadde in passato, è stata spesso presente agli incontri che il marito ebbe in Italia ed all'estero; "donna Franca", come è stata chiamata, ha fatto alcune dichiarazioni "fuori dal protocollo": hanno fatto discutere le sue esternazioni riguardo la "tv deficiente" e riguardo la bontà e l'affetto dei napoletani ("La gente del sud è più buona e intelligente").

Da più parti a Ciampi è stato chiesto di rimanere Capo dello Stato per un secondo mandato ma egli, seppur lusingato, ha escluso l'ipotesi di un Ciampi bis al Quirinale. Sia il centro destra, sia il centro sinistra, lo hanno più volte ringraziato per il suo operato super partes e come garante istituzionale.

Il 10 febbraio 2006 ha aperto, come da protocollo, i Giochi olimpici invernali di Torino 2006.

Il 3 maggio 2006 con una nota ufficiale dal Quirinale Ciampi ha confermato la sua indisponibilità ad un settennato-bis: i motivi che l'hanno spinto a questa decisione sono l'età avanzata e la convinzione che "il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato". In effetti, è stato osservato che nessun Presidente della Repubblica è mai stato investito di un secondo mandato.

Ciampi si è dimesso il 15 maggio 2006, stesso giorno in cui il suo successore (nominato da Ciampi Senatore a vita pochi mesi prima) Giorgio Napolitano ha prestato giuramento. Il suo primo atto da senatore a vita è stato quello di votare la fiducia al secondo governo Prodi, esprimendosi favorevolmente riguardo al nuovo esecutivo. Ciò ha provocato l'accesa reazione, manifestata durante la votazione con fischi e grida, di numerosi esponenti della Casa delle Libertà.

È presidente del comitato che sta organizzando le manifestazioni per il centocinquantenario dell'unità d'Italia nel 2011.

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Source : Wikipedia