Gioia Tauro

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Tags : gioia tauro, calabria, italia

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Gioia Tauro

Gioia Tauro - Stemma

Gioia Tauro è un comune di 18.367 abitanti della provincia di Reggio Calabria.

La cittadina di aspetto moderno sorge nell'antica area di Metauros (Greco: Μεταυρος) fondata dai Calcidesi di Zancle nel VII secolo a.C., e rifondata in seguito dai locresi. Fu abitata anche in epoca romana e nel Medio Evo, in quanto Metauros manca di documentazione archeologica dal IV secolo a.C., ma nel II – IV secolo d.C. Taureana si estese oltre il Petrace, occupando l’area dove sorse la città greca. Si sono succeduti vari saccheggi e terremoti, che non lasciano alcuna traccia della vecchia civiltà. In contrada Petra sono state rinvenute centinaia di tombe risalenti al VII-IV secolo a.C. i cui corredi funerari di un certo valore sono custoditi nel Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

La terra di Gioia Tauro è, grazie ad alcune bonifiche, la più fertile della regione, anche se per alcuni anni fu quasi dimenticata questa grande risorsa, per favorire un progetto di un grande polo siderurgico che non fu mai realizzato. Di questo progetto, resta il grande bacino portuale, che dopo anni di inattività è finalmente divenuto uno dei porti commerciali più importanti del Mediterraneo.

Alle 17.10 del 22 luglio 1970 il treno direttissimo Palermo - Torino venne fatto deragliare da un ordigno esplosivo nei pressi della città, in uno degli attentati correlati ai Moti di Reggio.

Nel 1991 e nel 2008 il comune viene sciolto per 'Ndrangheta.

Gioia Tauro è il porto italiano che movimenta più merci in container, prima di Genova e La Spezia; occupa il terzo posto in Europa nella classifica dei porti contenitori (dopo Rotterdam ed Amburgo) ed il primo nel Mediterraneo.

Il porto di Gioia Tauro, con i suoi 3.008.000 Teu imbarcati e sbarcati nel 2002, rappresenta da solo più di un terzo dell'intero traffico nazionale ed è specializzato nel transhipment, per cui ha sostituito Malta come nodo di distribuzione dei traffici in partenza dal Nord America e dall'Estremo Oriente verso il Mediterraneo centrale ed orientale ed è in grado di svolgere un ruolo di rilancio dell'economia meridionale.

Nonostante la sua relativa giovinezza, il porto di Gioia Tauro, hub a vocazione di puro transhipment, continua ad espandere la propria attività. Il Terminal Container Medcenter (MCT) è - ad oggi - l'unica infrastruttura di riferimento per lo smistamento container in esso operante.

È in progetto un impianto di rigassificazione di GNL nell'ambito dell'area industriale a ridosso del porto. Il progetto ha buone possibilità di rientrare nella rosa di 3-4 rigassificatori che, secondo i progetti della Cabina di Regia, dovrebbero diventare operativi entro il 2010. Il pontile per l'attracco delle navi gasiere sarà posizionato in mare aperto, in zona portuale ma fuori dal bacino.

Come molti paesi della Calabria Gioia Tauro è afflitta dal problema della 'Ndrangheta. Ben due volte il comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Le 'ndrine di Gioia Tauro, i Piromalli e i Molè influiscono anche sulle varie attività economiche del paese taglieggiando le imprese e controllando il porto di Gioia Tauro e gestendo gli appalti come quello per l'ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Con decreto n.98 del 22 aprile 2008 il Governo dichiara lo scioglimento del Consiglio comunale della città per "accertate forme di condizionamento da parte della criminalità organizzata"; sono attualmente in carica tre commissari non calabresi che rimarranno fino alla naturale scadenza del mandato dell'ex sindaco.

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Porto di Gioia Tauro

Porto di Gioia Tauro

Il Porto di Gioia Tauro, a nord di Reggio Calabria, è il più grande terminal per transhipment del mar Mediterraneo., e principale scalo commerciale marittimo dell'area metropolitana di Reggio Calabria.

Le origini progettuali del Porto di Gioia Tauro sono riportabili alla confusa situazione politico-programmatica determinatasi in Calabria all'inizio degli anni settanta che prevedeva tra l'altro lo spostamento del capoluogo di regione da Reggio Calabria a Catanzaro. L'area costiera della Piana di Gioia Tauro, tradizionalmente coltivata ad agrumi e ad oliveti, venne designata come sito adatto ospitare il porto del progettato polo siderurgico di Reggio Calabria (che sarebbe divenuto il quinto centro siderurgico italiano ma che non fu mai realizzato, al pari di altri fantomatici progetti del governo inclusi nel cosiddetto pacchetto Colombo). Il progetto era stato elaborato come misura compensativa rispetto alla perdita della sede del capoluogo di regione da parte della città in seguito insorta (vedi Fatti di Reggio). Dette soluzioni sul momento venivano ritenute importanti, ma fuorvianti rispetto ai problemi generali e strutturali della regione.

In quella circostanza, l'allora presidente del consiglio dei ministri Emilio Colombo inserì nel suo pacchetto: l'insediamento del quinto centro siderurgico a Reggio, la Liquichimica di Saline e la SIR di Lamezia Terme. Oggi è noto che nessuna di queste iniziative è andata a buon fine dato che la sovrapproduzione di acciaio ha reso del tutto inutile il progetto siderurgico e la Liquichimica di Saline è ridotta oggi ad un ammasso di ruggine mai entrato in funzione. L'area di Gioia Tauro venne in seguito designata come sede di una nuova centrale elettrica ENEL a carbone anch'essa mai realizzata ma l'area portuale interessata dai lavori, incompleti, fu infine ridestinata a grande porto commerciale, che vide la luce nel 1994. La trasformazione in scalo portuale di transhipment comportò l'istituzione di una Capitaneria di Porto, di una sede doganale, della Guardia di Finanza, di Vigili del Fuoco e di un posto di Polizia di Stato. Il porto ha assunto molto presto un ruolo importantissimo con oltre 2 milioni di container/anno movimentati nel 1998 dalla società MCT (gruppo Contship) con l'impiego di migliaia di unità lavorative. Nel 2006 lo scalo portuale risultava al 10° posto nella Lista dei porti italiani per flusso di merci. Nel 2007 la quota di container movimentati ha superato la cifra di 3 milioni di unità.

Il porto, fin dalla sua nascita fu tenuto sotto controllo dalle cosche della regione, Piromalli e Molè. È un centro di arrivo fondamentale per la 'ndrangheta calabrese per il traffico di droga internazionale. Nell'Operazione Decollo, dalle forze dell'ordine fu rivelato un traffico di sostanze stupefacenti che andava dall'Europa all'Sud America all'Australia e ogni anno vengono sequestrate ingenti quantità di droga. Il porto è anche crocevia di merci contraffatte di vario genere.

Secondo una relazione del 2006, gli investigatori stimano che l' 80% della cocaina in Europa arrivi dalla Colombia via Gioia Tauro. Il porto è anche coinvolto nel traffico illegale di armi. Queste attività sono controllate dalla criminalità di famiglie calabresi note come 'ndrangheta.

Nel febbraio 2008 la Commissione parlamentare antimafia ha concluso che la 'ndrangheta "controlli o influenze gran parte dell'attività economica intorno al porto e utilizza l'impianto come base per il traffico illegale". Nella sua relazione ha detto che "l'intera gamma di interni o in subappalto attività di mafia-è influenzato, dalla gestione della distribuzione e della trasmissione al controllo doganale e contenitori di stoccaggio. "Il tentativo di estorsione a Ravano e a Contship, è stato parte di un progetto che" non ha comportato semplicemente questo, ma anche il controllo delle attività legate al porto, l'assunzione di lavoratori, e le relazioni con il porto sindacati e le istituzioni locali ", aggiunge la relazione. "E 'legittimo effettivamente afferamer che la malavita ha eliminato la concorrenza di società non controllate o influenzate dalla mafia nella fornitura di beni e servizi, eseguire lavori di costruzione e di assunzione di personale. E che ha gettato un'ombra sul comportamento del governo locale e altri organismi pubblici. li investigatori stimano che l' 80% della cocaina in Europa arrivi dalla Colombia via Gioia Tauro. Il porto è anche coinvolto nel traffico illegale di armi. Queste attività sono controllate dalla criminalità di famiglie calabresi note come 'ndrangheta.

Il clan Piromalli ha tentato di condizionare la gestione del nuovo terminal container. Stabilito nella metà degli anni 1990, divenne il più grande terminale del bacino del Mediterraneo, dove si spostano più di 2 milioni di container nel 1998. Dal 1994, quando Contship Italia affittò l'area portuale per avviare l'attività di trasbordo e la Medcenter Container Terminal è stato creato grazie a 138 miliardi di lire del finanziamento statale, i Piromalli's mirano a obbligare la società Medcenter, attraverso il suo vice presidente Walter Lugli, Contship e la società, attraverso il suo presidente Enrico Ravano, a pagare un kickback di US $ 1,50 per ogni trasbordati contenitore, una somma che corrispondeva a circa la metà dei profitti netti acquisiti dalle due società.

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Strage di Gioia Tauro

Con Strage di Gioia Tauro si indica comunemente la conseguenza del procurato deragliamento al treno direttissimo Palermo-Torino (detto Treno del Sole) del 22 luglio del 1970, avvenuto a poche centinaia di metri dalla stazione di Gioia Tauro.

Le cause non vennero mai accertate ma nelle conclusioni della relazione del Giudice Istruttore del tribunale di Palmi si legge che l'attentato dinamitardo era l'ipotesi più probabile.

Nell'estate del 1970 la parte meridionale della regione era in balia della rivolta di Reggio Calabria causata dalla nomina di Catanzaro a capoluogo di regione.

La rabbia di molti cittadini di Reggio sfociò nella proclamazione dello sciopero cittadino il 13 luglio. La rivolta era coordinata da un "comitato d'azione" che raccoglieva esponenti del Movimento Sociale Italiano e di altri partiti, comprese anche alcune personalità della Resistenza antifascista.

Il 15 luglio si arrivò all'occupazione della stazione, alla creazione di barricate e scontri con la polizia per le strade della città.

L'attentato avvenne una sola settimana dopo.

Nel clima di sommossa vissuto a Reggio e provincia si verificarono anche altri episodi di sabotaggi alle infrastrutture ferroviarie come la distruzione funzionale della stazione di Reggio Calabria Lido; nessuno però di gravità paragonabile.

Agli atti del Ministero degli interni, risultano comunque, tra il 20 luglio 1970 e il 21 ottobre 1972, ben 44 gravi episodi dinamitardi, di cui 24 a tralicci, rotaie e stazioni ferroviarie.

Alle 17.10 del 22 luglio 1970 il treno in questione, proveniente da Villa S.Giovanni dopo aver traghettato alle 14:35, stava entrando in stazione a circa 100 km/h quando il macchinista Giovanni Billardi e l'aiuto macchinista Antonio Romeo avvertirono un forte sobbalzo della locomotiva ("sobbalzi e strappi subiti dal locomotore, come se al mezzo di trazione fosse venuta a mancare qualcosa sotto" ). Conseguentemente azionarono il freno rapido di emergenza.

Il convoglio prese a rallentare comprimendosi mentre i respingenti delle carrozze assorbivano la decelerazione.

La frenata avvenne regolarmente per le prime cinque carrozze, finché le sollecitazioni meccaniche spinsero uno dei carrelli della sesta carrozza fuori dalla sede dei binari. Le carrozze successive sviarono anch'esse nel corso dei 500 metri di frenata; durante la brusca decelerazione alcuni ganci di trazione si spezzarono e il convoglio si divise in tre tronconi.

Il treno trasportava circa 200 persone, tra cui un gruppo di 50 pellegrini diretti a Lourdes. Il bilancio finale della tragedia fu di 6 morti e più di settanta feriti, di cui molti in gravissime condizioni. Tutti i deceduti si trovavano tra la nona e l'undicesima carrozza.

Il misterioso sobbalzo era avvenuto nel breve tratto tra il cavalcavia delle Ferrovie Calabro Lucane e il gruppo di scambi all'ingresso in stazione di Gioia Tauro, a 750 metri dall'ingresso delle piattaforme di stazione.

Il capotreno Francesco Nazza confermò che fino a quel momento la marcia procedeva regolarmente, fatto supportato anche dalla testimonianza di due dei tre uomini in servizio a bordo che avevano percorso tutto il convoglio.

Subito dopo l'evento, il capostazione Teodoro Mazzù precisò di aver udito "un botto tremendo" e visto "una colonna di fumo (che) si è subito innalzata alta dal convoglio deragliato. Una scena apocalittica. Il caos più completo. I passeggeri si buttavano giù dalle vetture, cercavano spasmodicamente di afferrare i loro cari, avevano il viso annerito dal fumo e le carni straziate dalle lamiere" .

Nonostante dalla ferrovia risultassero mancanti 1,8 metri di binario e nei mesi precedenti si fossero verificati attentati con dinamiche simili, inizialmente si parlò di un guasto meccanico o un errore umano. Il questore Santillo identificò le cause del deragliamento con "lo sbullonamento del carrello n°2 del corpo della nona vettura".

Vi furono anche ipotesi riguardanti la pista dell'attentato, che però vennero ignorate in parte per fini politici: Santillo in un'intervista "a caldo" per il Corriere della Sera arrivò a chiedere "Per carità, non diffamiamo la Calabria!".

Ciò nonostante, l'ipotesi dell'attentato venne avanzata e sostenuta dalla maggior parte della stampa nazionale: il giornalista Mario Righetti del Corriere della Sera, specialista in tecnica ferroviaria, sostenne questa tesi dopo soli tre giorni, presto supportato anche da altre testate. Su L'Avanti addirittura si arrivò a citare il presunto rinvenimento di altro esplosivo, il 7 agosto.

Le indagini preliminari svolte dai marescialli Guido De Claris e Giuseppe Ciliberti quali membri del commissariato di Pubblica Sicurezza della direzione compartimentale delle Ferrovie dello Stato di Reggio Calabria stabilirono in un rapporto del 28 agosto che il fatto era dovuto a questioni tecniche, e considerarono anche la possibilità di responsabilità colpose per il personale in servizio allo scalo cittadino.

Venne anche considerata l'ipotesi di un cedimento strutturale, del binario o dei veicoli.

Il rapporto escluse totalmente l'uso di esplosivi.

Le conclusioni erano che (citazione): "si deve ritenere che il disastro sia stato provocato a causa di natura tecnica da ricercarsi nel materiale rotabile o nel materiale di armamento".

Queste stridevano con la testimonianza di Francesco Crea, dipendente delle ferrovie addetto alla verifica dell'armamento ferroviario, secondo il quale i binari, più volte ispezionati quello stesso giorno solo poche ore prima non riportavano alcuna anomalia, disallineamento o manomissione.

L'allora sostituto procuratore della Repubblica di Palmi Paolo Scopelliti condusse un'inchiesta sulla vicenda. Il collegio di periti a cui venne richiesto un parere tecnico consegnò la relazione il 7 luglio 1971, che escluse che la causa dell'incidente potesse essere attribuita a errori umani o fattori tecnici.

La tesi dell'esplosivo era confermata dal fatto che un tratto della rotaia lato monte, a circa 20 metri di distanza dalla "travata metallica (del viadotto) al km 349-827" circa era stata divelta e presentava su un tratto di 1,8 metri un'asportazione parziale della soletta interna, indicativo di un atto doloso o di una esplosione.

Nel rapporto emergevano le analogie con i tre attentati verificatisi sulla stessa linea il 22 e 27 settembre e il 10 ottobre del 1970: anche in quei casi, l'esplosivo aveva divelto circa due metri di binario.

La commissione indicò come causa più probabile un fatto esterno all'esercizio ferroviario, molto probabilmente una carica esplosiva sulla massicciata.

Un rapporto dei carabinieri, del 4 agosto 1971, riferì esito negativo nelle indagini, senza scendere in dettagli.

La perizia della commissione venne ignorata nel secondo rapporto del commissariato, datato 9 settembre 1971 e sempre a firma De Claris - Ciliberti, che confermava le deduzioni del primo rapporto, e portava nuovi elementi legati a lavori in corso sulla linea quel giorno, conclusisi alle ore 16, poco più di un'ora prima del transito del direttissimo.

I dirigenti di movimento vennero accusati di aver rimosso erroneamente il vincolo dei 60 km/h di velocità massima senza aver terminato la liberazione dell'armamento dai residui dei lavori. Tale ipotesi era stata avanzata anche da una lettera anonima, inviata al procuratore di Palmi già il 28 luglio 1970.

A Francesco Crea, l'addetto all'armamento, venne imputato di aver effettuato un controllo inaccurato senza aver verificato lo stato dei binari col termometro da rotaie, facendo implicitamente ritenere che vi fosse stata una rottura del binario dovuta all'eccessiva dilatazione termica degli stessi.

Questa ipotesi non era compatibile col fatto che decine di treni erano già transitati durante le ore più calde della giornata senza che fossero avvenute anomalia.

Quattro dipendenti delle Ferrovie vennero inquisiti per varie negligenze che avrebbero portato la locomotiva ad urtare contro qualcosa lasciato sul binario. Vennero iscritti all'albo degli indagati il caposquadra Emilio Carrera, il sorvegliante Giuseppe Iannelli, il capostazione Emanuele Guido, ed infine Francesco Crea, tutti con le gravi accuse di disastro colposo e omicidio colposo plurimo.

Nel secondo rapporto di nuovo si escluse l'ipotesi terroristica sulla base del fatto che i passeggeri non sentirono detonazioni e che la ferrovia non risultava ampiamente deformata, né era presente una buca sulla massicciata.

Questa conclusione venne poi smentita dalla Corte d'Assise di Palmi nella riapertura dell'inchiesta del 2001, che sostenne la non necessità di una carica di grande potenza per causare un effetto simile.

Nell'ambito dell'inchiesta giudiziaria, la commissione inquirente chiese un supplemento di perizia per meglio chiarire la questione della rotaia divelta e con la suola deformata: il 26 giugno 1973 la perizia balistica venne quindi affidata a due esperti, il generale di brigata Antonino Mannino e il professore di medicina legale Giuseppe Ortese, dell'università di Messina.

La commissione giunse a stabilire che l'esplosione era compatibile con la scena dell'incidente nonostante l'assenza di tracce di esplosivi, affermando che queste erano "facilmente alterabili e soggette a dispersione se, come nel caso di Gioia Tauro, si verifica deragliamento di molti vagoni, con aratura della massicciata e sconvolgimento del materiale di armamento, ma che, a parte ciò, le tracce possono essere proiettate a notevole distanza dal fenomeno esplosivo ed essere pertanto di difficile o impossibile reperimento".

Venne inolte confermata la similitudine con le scene delle altre esplosioni su binari avvenute in quello stesso periodo.

Il 30 maggio 1974 il giudice istruttore scagionò i dipendenti delle Ferrovie dello Stato precedentemente accusati per errori nel servizio con la decisione di "non luogo a procedere" per "non aver commesso il fatto".

L'inchiesta si chiuse lasciando l’attentato dinamitardo come semplice ipotesi, per quanto la più probabile.

Ipotesi "destinata a restare nel limbo delle congetture", in quanto "non è agevole ritenere, alla luce dell’umana esperienza, che la detonazione prodotta dalla carica esplosa sul binario nel pomeriggio del 20 luglio 1970 trovavansi in prossimità della stazione ferroviaria di Gioia Tauro".

Questa sentenza suscitò scalpore all'epoca poiché di fatto ammetteva la possibile esecuzione di un attentato ma non stabiliva l'apertura di un fascicolo a carico di ignoti per capire chi ne fosse responsabile.

L'anno precedente un volantino datato 17 maggio 1973 era stato recapitato alla procura di Salerno da parte del circolo anarchico "Bielli", in cui si denunciava un tentativo di occultamento delle responsabilità dei gruppi missini e fascisti nella strage, tentativo operato dalle stesse forze dell'ordine.

Nello stesso si sosteneva anche che l'incidente in cui persero la vita i cosiddetti "anarchici della Baracca" e la sparizione dei loro documenti fossero ricollegabili alla strage, sulla quale i cinque ragazzi avevano indagato.

A partire dal 16 giugno 1993 due pentiti della 'Ndrangheta cominciarono a deporre le proprie testimonianze di fronte al Sostituto Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia Vincenzo Macrì nell'ambito della maxi inchiesta Olimpia 1, volta a far emergere la rete di rapporti tra politica e criminalità organizzata in Calabria.

Stando alle loro affermazioni, nel 1970 in Calabria si erano formate alleanze strategiche tra criminalità organizzata, eversione nera e altri esponenti di diversi movimenti estremisti.

Uno dei due due "pentiti" era Giacomo Ubaldo Lauro che sarebbe divenuto un testimone chiave nella vicenda dell'attentato di Gioia Tauro.

Lauro dichiarò il 16 giugno 1993 di avere avuto rapporti con Vito Silverini, un fascista esaltato vicino ai vertici del Comitato d'Azione che in quel periodo stava infiammando i moti di Reggio, nonostante fosse analfabeta.

Lauro aveva assunto Silverini (noto come "Ciccio il biondo") come operaio tra il 1969 e il 1970 e lo aveva reincontrato in carcere dopo essere stato arrestato per un furto alla Cassa di Risparmio di Reggio. Silverini non era nuovo all'esperienza carceraria, avendo già scontato alcuni mesi per violenze legate all'insurrezione cittadina.

Nel carcere reggino Silverini e Lauro avevano condiviso la cella numero 10.

Silverini aveva confessato a Lauro di possedere una somma presso la Banca Nazionale del Lavoro pagatagli dal Comitato proprio per la bomba messa sulla tratta Bagnara - Gioia Tauro, che aveva causato il deragliamento del treno.

Silverini aveva portato una carica di dinamite da miniera sul luogo insieme a Giovanni Moro e Vincenzo Caracciolo, nascosta sull'Ape Piaggio di quest'ultimo, e l'aveva posizionata con un innesco a miccia a lenta combustione.

Silverini si vantò con Lauro di essere sul posto sia al momento dell'esplosione ("mi disse che l’attentato era avvenuto in ore diurne e cioè nel pomeriggio, tra le 16 o le 18, e questo aveva consentito a lui e a Caracciolo di osservare senza difficoltà dall’alto la scena") che all'arrivo del questore Santillo, e di aver assistito alle prime fasi dell'inchiesta sul campo: inoltre affermò di aver provocato con quella bomba la distruzione di 70 metri di ferrovia, fatto questo non corrispondente al vero.

Lauro in seguito ripeté la sua deposizione a Milano, al giudice istruttore Guido Salvini che stava indagando sull'attività eversiva di Avanguardia Nazionale.

Giacomo Ubaldo Lauro in un interrogatorio dell'11 novembre 1994 confessò di aver avuto parte nella vicenda, e di essere stato lui stesso a consegnare l'esplosivo a Silverini, Moro e Caracciolo.

In cambio aveva ricevuto alcuni milioni di lire, provenienti dal Comitato d'azione per Reggio capoluogo.

La testimonianza di Lauro venne confermata il 30 novembre 1993 da un altro pentito, Carmine Dominici, esponente di punta di Avanguardia Nazionale a Reggio Calabria fra il 1967 ed il 1976.

Dominici era anche stato uno degli uomini di fiducia del marchese Felice Genoese Zerbi, proprietario di numerose terre, ma soprattutto il dirigente massimo di Avanguardia Nazionale.

Malavitoso comune, oltreché attivista politico, Dominici era stato condannato ad una lunga pena detentiva ed aveva deciso di collaborare con la magistratura. Il 30 novembre 1993 confermò le parole di Giacomo Lauro.

Anche Dominici, come Lauro, si era trovato nella cella numero 10 del carcere di Reggio Calabria, in compagnia di Vito Silverini .

L'istruttoria iniziata nel luglio 1995 si concluse con il proscioglimento per i presunti finanziatori e i mandanti politici, che sostennero la (ormai esclusa) tesi dell'incidente ferroviario, conducendo un'intensa campagna denigratoria nei confronti dei "magistrati di sinistra".

Con la riapertura del processo in seguito alle deposizioni dei pentiti la Corte d'Assise di Palmi nel febbraio 2001 emise una sentenza di condanna per gli esecutori della strage, compiuta con esplosivo.

Vito Silverini, Vincenzo Caracciolo e Giuseppe Scarcella, imputati riconosciuti colpevoli erano però tutti e tre già deceduti.

Vennero aperte nuove inchieste sui presunti mandanti. Lauro il 19 aprile del '96 venne processato per aver fornito l’esplosivo nell'ambito della sua attività di uomo della 'ndrangheta, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1992 con l'arresto. Venne assolto dalla Corte d'Assise il 27 febbraio 2001, per "mancanza di dolo", sentenza confermata il 17 marzo 2003 dalla Corte di assise di appello di Reggio Calabria: per Lauro erano stati chiesti 24 anni di carcere.

All'atto della chiusura del processo per la strage, nel gennaio 2006, l'unica condanna emessa nei confronti di uno dei coinvolti ancora vivente fu quella di "concorso anomalo in omicidio plurimo" a carico di Lauro: il reato però era estinto per prescrizione.

Il giudice Salvini, nella sua sentenza di condanna verso alcuni esponenti di Avanguardia Nazionale, sostenne la necessità di riaprire l'inchiesta sugli "anarchici della Baracca" periti nell'incidente d'auto, forse provocato ad arte per eliminare testimoni scomodi tra cui Giovanni Aricò, uno di essi, che aveva confidato al cugino di essere in possesso di documentazione riguardante l'attentato.

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Source : Wikipedia